"Il rispetto si
merita, non si pretende. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte,
sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio -
repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società
civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e
Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei
giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli
scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano
del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa
sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su
atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
Malapolizia si scrive
tutto unito, è gergale, scorretto, deviato e deviante. Un’altra necrosi del
sistema, l’ennesima (malasanità, malapolitica, malagiustizia), di quelle che
atterriscono di più: uomini in divisa contro uomini piccoli, fragili, spesso
malati. Malapolizia evoca deliri di onnipotenza, senso di impunità, abusi di
potere, fantasmi argentini: l’arroganza del forte contro il debole. Oltre che
una locuzione, "Malapolizia"
è adesso anche un libro che spaventa e fa pensare insieme, pubblicato con Newton
Compton da Adriano Chiarelli. Un libro nero, dell’orrore, di quelli veri che ti
tolgono il sonno, altro che zombi e case infestate. Un libro-inchiesta sulle
morti oscure (sulle morti evitabili) per mano delle forze dell’ordine. Le “mele
marce” in divisa, come li chiama qualcuno, minimizzando alquanto. Federico
Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri,
Domenico Palombo, Marco De Santis, Maria Rosanna Carrus, ma i “casi” che
troverete in questo excursus tra i gironi infernali della violenza di Stato sono
molti di più, e inquietano. In una nazione sedicente democratica, com’è
possibile che un normale intervento di polizia si trasformi in omicidio? Qual è
il discrimine che separa la tutela dell’ordine sociale dall’abuso di potere?, la
legittima difesa dalla tortura, dall’omicidio preterintenzionale? L’inchiesta di
Chiarelli (lavora come autore e sceneggiatore per cinema e televisione) non è
pregiudiziale, ideologicamente violenta, scorretta, contro la forza pubblica.
Dice però pane al pane, e lo fa dire, quasi sempre, alle carte delle procure,
alle parole dei familiari intervistati, sollevando il velo sugli scenari di
ferocia in divisa post G8 di Genova. Sulla sopraffazione senza testimoni
consumata troppo spesso nelle camere di sicurezza delle questure, nelle celle
dei penitenziari, oppure per strada, quattro contro uno, a calci e pugni, a
manganellate. Il fatto più grave è che l’elenco dei morti e dei feriti si
allunga col tempo e nel tempo, spesso offuscato dal silenzio delle istituzioni.
Quelle raccolte in “Malapolizia” sono storie scomode, crudelissime, che qualcuno
vorrebbe farci dimenticare. Servendosi di un nutrito novero di materiali
inediti, Chiarelli punta invece il riflettore sul lato buio della pubblica
sicurezza, imbastendo un’inchiesta civile destinata a far discutere.
Da non perdere.
L'ultima fatica editoriale di Adriano Chiarelli, una via crucis attraverso 23
casi di omissioni, insabbiamento giudiziari e rallentamenti delle indagini. In
tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è
presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la
documentazione giuridica. Un libro che dovrebbe stare sulla scrivania di ogni
caserma dei Carabinieri, ogni ufficio di Polizia e nella direzione di ogni
carcere. Stiamo parlando di MALAPOLIZIA, il volume dello sceneggiatore e regista
Adriano Chiarelli. Ventitrè sono i casi esaminati nel volume suddivisi in
"Arresti mortali", "I sopravvissuti", "Le patrie galere" e "Le mele marce". Una
via crucis di morti e sopravvissuti nelle mani dello stato italiano.
Si parte da quello ormai
celeberrimo di Federico Aldrovandi -"tossico e vestito da centro sociale"- morto
durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005, proseguendo in una galleria
degli orrori che si arresta al delitto facilmente prevedibile di una pensionata
sarda. Stupisce apprendere come parecchi dei soggetti muoiano per errate
procedure di immobilizzazione, quando invece la casistica insegnata nelle scuole
di addestramento prescrive in maniera quasi maniacale quali sono le tecniche di
arresto e fino a che punto deve e può spingersi l'uso della violenza nei
confronti del cittadino. L'autore non cade mai nello stile fazioso degli
attivisti militanti, ma presenta davanti al lettore tutte le prove necessarie a
ricostruire il logico svolgimento dei fatti affinché l'osservatore metta a fuoco
il problema fondamentale: in tutti i casi le indagini vengono svolte da colleghi
degli indiziati.
L'antico adagio "cane non
morde cane" si rivela perciò profetico, dando vita a una sequenza di omissioni,
insabbiamenti e rallentamenti giudiziari. Ai parenti delle vittime non rimane
che una lunga e snervante trafila nelle aule giudiziarie in attesa di processi
che non cominciano mai e dello svolgimento di tutti e tre i gradi di giudizio.
Fondamentale nel volume è il ruolo svolto da internet nella propagazione delle
informazioni, diversamente parecchi dei casi in oggetto giacerebbero dimenticati
nelle cantine polverose di qualche archivio.
Last but not least, in questi
tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è
presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la
documentazione giuridica che comprende la documentazione esistente in materia:
leggi, normative e documenti.
Tutto ciò non basta a dimostrare
l'ineluttabile e l'omertosamente taciuto. Dopo il grande successo di
pubblico e critica della serie tv Romanzo Criminale, il regista Stefano Sollima
porta sul grande schermo il romanzo di Carlo Bonini: A.C.A.B.. Un viaggio nel
mondo dei celerini, guardato con distacco dal resto del corpo di Polizia e con
sospetto e diffidenza dai cittadini.
Cobra, Negro e Mazinga sono tre “celerini bastardi”. “Celerini”, così si
sentono, più che poliziotti. Vivono da tempo immersi nella violenza, specchio di
una società esasperata e in un mondo che vogliono far rispettare anche a costo
di un uso spregiudicato della forza. Incontrano così Adriano, giovane recluta
appena aggregato al loro reparto: attraverso i suoi occhi e la sua lente
integrazione nel reparto mobile vengono raccontate le vita di questo uomini,
scandite da alcuni degli eventi più eclatanti di violenza urbana accaduti in
Italia negli ultimi anni.
Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini.
Cobra, Negro e Mazinga sono poliziotti del Reparto mobile, una
struttura operativa guardata con distacco dai colleghi e con sospetto dai
cittadini. I tre agenti imparano sul campo cosa vuol dire essere odiati,
apostrofati al grido di “A.C.A.B.” che sta per “All Cops Are Bastards” (tutti
gli sbirri sono bastardi), un motto del movimento skinhead inglese degli anni
‘70 diventato negli anni un richiamo universale alla guerriglia urbana. Ma i tre
vanno anche fieri nel contrastare la violenza ripagandola con la stessa moneta,
cioè agendo con metodi spicci e duri e, soprattutto, con l’uso forza. Con le
loro storie si rivivono importanti fatti della cronaca italiana degli anni
Duemila, in un cortocircuito che finisce per cambiare il lavoro e le vite
private di tutti loro.
La trama di "ACAB. Tutti i poliziotti sono bastardi", romanzo di
Carlo Bonini edito da Einaudi. «ACAB». All Cops Are Bastards. Il refrain di un
celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle
città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini
bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante
e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra
fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la
loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso
l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la
trama occulta dei piú sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia
negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura
emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare
degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt
per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena
dell'odio e delle impunità.
All
cops are bastards: è questo
il significato di A.c.a.b., un acronimo nato negli anni 70’ dal movimento
skinhead inglese degli anni Settanta, e poi diventato nel tempo un richiamo
universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi. E’ una storia
che voleva portare da tempo sul grande schermo Stefano Sollima. Nel Gennaio 2010
contatta cosìDaniele
Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti,storici
sceneggiatori con i quali ha realizzato Romanzo Criminale – la serie, per
adattare il romanzo di Carlo Bonini, giornalista di Repubblica. Lo script si
discosta leggermente dall’originale: se nel libro i protagonisti sono Fournier,
Drago e Sciatto, nel film il personaggio di Drago è diviso tra i personaggi di
Favino, Giallini e Nigro. Anche il personaggio di Adriano è frutto degli
sceneggiatori: “E’ la storia di una giovane recluta affascinata da un gruppo di
anziani e dalla loro morale assoluta e ambigua allo stesso tempo –
spiegano i tre-
Il tutto raccontato in presa diretta, con un andamento quasi cronachistico: una
fenomenologia dell’odio che si respira nel reparto celere”. Verranno ripercorsi
alcuni episodi tristemente famosi: i fatti del G8 di Genova, la morte
dell’Ispettore Filippo Raciti, il caso di Giovanna Reggiani e in ultimo la morte
del tifoso laziale Gabriele Sandri. Il risultato è un racconto asciutto, senza
retoriche che non crea santi e peccatori “Il film, nonostante sia immerso nei
fatti più sanguinosi ed inquietanti degli ultimi anni, non vuole essere un film
di denuncia sociale, o meglio, non solo –precisa
Sollima-
E’ soprattutto una storia di uomini, un racconto di amicizia, fratellanza, di
ricerca di sicurezza e ordine, ambientato in un paese sempre più attraversato
dall’odio, sempre più radicalizzato nelle sue posizioni, che compone certamente
uno sfondo sconfortante, da cui però è bene non distogliere lo sguardo”.
Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la
predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli
italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi
apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012. Il loro lavoro è
dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di
polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di
sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto
il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la
legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è
stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a
quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da
10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000.
Legalità è
comportamento conforme al dettato della legge. L’ordine è la sicurezza dei
cittadini è un compito affidato allo Stato, affinchè la violazione della
legalità non mini il buon vivere della comunità.
Si sta molto attenti ad imporre la legalità dal basso, nessuno
pretende il rispetto della legalità dall’alto: da chi dovrebbe dare l’esempio.
La sicurezza
degli italiani in patria è affidata al Ministro dell’Interno. Giusto per capire
se l'esempio debba venire dall'alto: esemplare è la figura di uno dei tanti
Ministri che nel tempo è stato chiamato a ricoprire l’incarico.
Fonte Wikipedia:
Roberto Maroni.
Anagrafe: Nato
a Varese il 15 marzo 1955.
Curriculum: Laurea
in Giurisprudenza; avvocato all’ufficio legale della Avon, poi dirigente
leghista fin dalle origini; ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi e
del Welfare nel secondo, già capo del «governo della Padania»; 5 legislature
(1992, 1994, 1996, 2001, 2006).
Soprannome: Bobo.
Fedina
penale: Condannato
definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a
pubblico ufficiale. Nel 1996 la Procura di Verona invia la polizia a perquisire
la sede leghista di via Bellerio a Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulla
Guardia padana, ma alcuni dirigenti leghisti, fra cui Maroni, ingaggiano un
parapiglia con gli agenti per impedire loro di compiere il proprio dovere.
Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di
mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in
primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato
nell’inchiesta del procuratore veronese Guido Papalia come ex capo delle camicie
verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di
attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di
struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente
ridimensionati da una riforma legislativa ad hoc, varata dal centrodestra
nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il
terzo.
Roberto
Maroni (Varese
15 marzo 1955) è un politico italiano e Ministro dell’Interno. Laureato in
giurisprudenza ha lavorato come manager degli affari legali di diverse società;
inoltre esercita la professione di avvocato.
All'età di 16
anni, nel 1971, Maroni milita in un gruppo marxista-leninista di Varese; fino al
1979 frequenta il movimento d'estrema sinistra Democrazia Proletaria. Nello
stesso anno, il 1979, Roberto Maroni conosce Umberto Bossi. Tra i due inizia una
collaborazione politica. Maroni e Bossi contattano i primi partiti autonomisti;
quello più importante dell'epoca è l'Union Valdôtaine, movimento autonomista
della Valle d’Aosta guidato da Bruno Salvadori. Dopo la morte prematura di
Salvadori (1980), Maroni e Bossi proseguono da soli l'organizzazione di un
movimento autonomista in Lombardia. Nel1984 Bossi e Maroni fondano, con Giuseppe
Leoni, la Lega Lombarda. Mentre Bossi è segretario politico, Maroni contribuisce
all'organizzazione del nuovo partito nella provincia di Varese. Nel 1985 Maroni
è eletto consigliere comunale a Varese. La Lega elegge i primi rappresentanti
anche a Gallarate e nel consiglio provinciale.
Nel
1989 partecipa alla fondazione della Lega Nord.
È deputato alla
Camera dal 1992, dove ha ricoperto la carica di presidente del gruppo
parlamentare leghista. Entra nel Consiglio federale della Lega e segue per conto
della segreteria di Bossi le più importanti vicende politiche di quegli anni.
Sempre nel 1992 contribuisce alla vittoria della Lega Nord alle elezioni
amministrative, culminata nell'elezione del primo sindaco leghista in una città
capoluogo di provincia, Varese. Maroni entra in quella prima giunta leghista
come assessore.
È stato Ministro
dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, per otto mesi, nel
1994, sotto il primo governo Berlusconi.
È al fianco di
Umberto Bossi nella svolta secessionista della Padania (15 settembre 1996) e
viene indagato dalla Magistratura per reati legati al vilipendio dell'unità
nazionale e accusato di aver causato uno stato di "depressione del sentimento
nazionale" tra i propri concittadini a causa della diffusione delle proprie
opinioni sull'indipendenza della Padania.
Il 12 agosto
1996 il Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, avviò delle
indagini sulla Guardia
Nazionale Padana,
sospettata di essere un'organizzazione paramilitare tesa ad attentare all'unità
dello Stato (reato previsto dagli articoli 241 e 283 del Codice penale). Il 18
settembre venne così disposta la perquisizione delle residenze di Corinto
Marchini, capo delle "camicie verdi", Enzo Flego e Sandrino Speri, dell'ufficio
di Speri nella sede leghista di Verona e di un locale della sede federale di
Milano della Lega Nord, ritenuto nella disponibilità dello stesso Marchini. Le
operazioni iniziarono alle 7 del mattino e alle 11 due pattuglie della Digos di
Verona si presentarono alla sede della Lega di via Bellerio a Milano con
Marchini a bordo. A tale perquisizione, operata dalla Polizia di Stato, si
opposero alcuni militanti e politici leghisti fra cui l’ex Ministro dell’Interno
Roberto Maroni, che ne contestavano la validità. Tuttavia nel pomeriggio, dopo
una consultazione con la Procura di Verona e un nuovo mandato di perquisizione,
la Polizia decise di fare irruzione, incontrando la resistenza dei militanti e
dirigenti padani. A questo punto scattò la carica per superare l'ostacolo e
raggiungere l'ufficio indicato dall'indagato. Corinto Marchini aveva infatti
indicato come proprio ufficio un locale che si rivelò invece essere, come
scritto sulla porta, l'ufficio di Roberto Maroni; nessun altro locale venne
identificato come un possibile ufficio dell'indagato. Il Procuratore decise di
ignorare tale informazione e di far perquisire ugualmente l'ufficio. Si
contarono contusi da entrambe le parti. Maroni, caricato su una barella, venne
portato in ospedale.
Contro la
perquisizione la Camera dei Deputati nel 2003 avanzò ricorso per «conflitto di
attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo alla Corte Costituzionale di
dichiarare che non spetta all'autorità giudiziaria (ed in particolare alla
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far
eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni». Nel
2004 la Corte Costituzionale darà ragione alla Camera.
Il 16 settembre
1998 Roberto Maroni fu condannato in primo grado a 8 mesi per oltraggio e
resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di appello di Milano il 19 dicembre
2001 ha confermato la decisione di primo grado riducendo la pena a 4 mesi e 20
giorni perché nel frattempo il reato di oltraggio era stato abrogato. La
Cassazione nel 2004 ha poi confermato la condanna commutandola però in una pena
pecuniaria di 5.320 euro. Per la Suprema Corte «la resistenza» di Maroni e degli
altri leghisti «non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione
era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento
oggettivamente ingiusto ad opera dei pubblici ufficiali». In modo particolare
gli atti compiuti da Maroni sono stati ritenuti «inspiegabili episodi di
resistenza attiva (...) e proprio per questo del tutto ingiustificabili».
Maroni è stato
anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme al altri 44
leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello
Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati
sono stati ampiamente ridimensionati dalla Legge 24 febbraio 2006, n. 85 varata
dal centrodestra allo scadere della legislatura. Restava in piedi solo il terzo,
ma anche da questo Maroni ottiene il non luogo a procedere nel dicembre 2009, e
comunque il divieto di associazioni di carattere militare previsto dal Decreto
Legislativo 14 febbario 1948, n. 43 è stato poi abrogato dal Decreto Legislativo
15 marzo 2010, n. 66 (art. 2268, c. 1, punto 297).
Nel periodo
2001-06 lavora, nell'ambito della nuova coalizione della Casa delle Libertà,
quale delegato leghista alla definizione del programma per le elezioni politiche
del 2001, nelle quali viene rieletto deputato nel collegio uninominale di
Varese. Nei governi Berlusconi II e III ha ricoperto l'incarico di Ministro del
Welfare.
Nel 2001 riceve
una lettera dal giuslavorista Marco Biagi, suo collaboratore al Ministero del
Lavoro poi ucciso dalle Br, che lamentava una non adeguata protezione.
Nel periodo
2006-2008 è stato rieletto deputato nelle elezioni politiche del 2006 per le
liste della Lega nella circoscrizione Lombardia
2.
Nella XV è membro della Commissione Affari Esteri e della Giunta delle Elezioni.
È stato capogruppo della Lega Nord Padania alla Camera.
Nel 2009 Maroni
viene indagato a Milano per presunte tangenti ed evasione fiscali. Tra il 2007 e
il 2008, avrebbe ricevuto 60.000 euro, fatturati come consulenze legali dalla
società Mythos, considerata dagli inquirenti una 'cartiera'.
Verso la fine
del 2010 il GIP di Roma ha prosciolto Maroni da tale accusa, archiviando
l'indagine su richiesta della Procura di Roma, la quale aveva accertato che
"quei soldi erano il pagamento di una consulenza legale resa regolarmente da
Maroni alla Mythos".
Nel 2009 è
diventato consigliere comunale di Porretta Terme (BO). Candidato alle elezioni
amministrative del 2007 non era stato eletto. Diventa Consigliere Comunale in
seguito alla rinuncia di altri suoi colleghi di opposizione.Il 3 luglio 2010,
l'edizione locale de Il Resto del Carlino dà la notizia delle sue dimissioni,
rassegnate per mancanza di tempo.
Il 7 maggio 2008
Silvio Berlusconi gli ha riaffidato l'incarico di Ministro dell’Interno. La sua
proposta di prendere le impronte digitali a chi non fosse in grado di
documentare la propria identità, con particolare attenzione ai bambini rom,
viene da lui definita "Un provvedimento atto a tutelare i minori stessi,
obbligati dai genitori ad andare a rubare o mendicare", mentre gli oppositori la
definiscono "Un atto xenofobo e razzista, che costringe i bambini a pagare per
colpe non loro".
Così sono i
nostri Ministri dell’Interno.
PARLIAMO DI
BLACK BLOC.
Roma messa a ferro e
fuoco. L'Urbedevastata
e sfigurata. Diversi agenti delle forze dell'ordine
feriti e immortalati nelle foto con il volto sanguinante. Autoblindi bruciati.
Roma per un giorno era come Beirut, fiamme e fumo nel cuore dell'Europa, nel
cuore dell'antica civiltà latina. Il tutto per mano di centinaia di "teste di
casco". Così ha definito i black bloc il comicoEnrico
Brignanoin un
suo monologo durante la trasmissione “leIene”
del 19 ottobre 2011.
Brignano ha accusato i
teppisti di sabato 15 ottobre 2011 in maniera netta e diretta. A tratti
lasciando da parte anche la vena ironica. Brignano ha messo sotto accusal'intelligenza
di questi "uomini neri" che forse non sapevano neanche cosa stessero facendo e
soprattutto, convinti di arrecare un danno al "sistema", magari lo favorivano,
come nel caso delle banche. «Mentre tu black-bloc passeggiavi fra mamme e
bambini che giustamente volevano protestare - recita Brignano - ad un certo
punto ti viene sta botta di patriottismo e ti metti a spaccare la vetrina della
banca, perché questo fa molto rivoluzionario. Ma non ti sei chiesto che magari
la vetrina spaccata non gli fa niente alla banca, perché la banca ha magari
un'assicurazione contro gli atti vandalici e che magari l'assicurazione gliela
rimette nuova la vetrina alla banca? No tu non c'hai pensato perché sei black
bloc, è carattere, sei impulsivo....».
Poi Brigano passa a
parlare degliincendi
alle autodei
privati cittadini. «Tu black - bloc ti sei accorto che c'hai la molotov nello
zaino l'accendi e dai fuoco a un po' di macchine parcheggiate, macchine che
appartengono a dei poverelli che magarinon
l'hanno neanche finita di pagare, ma tu non ci puoi fare niente
sei black - bloc, c'hai il casco in testa che ti opprime il cervello....- Poi il
consiglio - E levatelo sto casco così il tuo cervello lo puoi fare respirare un
po' meglio...».
A questo punto Brignano
conia un nuovo soprannome per i teppisti di Roma e li apostrofa così: «Visti i
fatti, visto quello che è successo posso dirti una cosa mio caro black bloc? Sei
o non sei un incommensurabile 'testa di casco'...?».
Ma dopo aver giocato un
po' sull'indole teppista degli incappucciati di Roma, Brignano comincia ad
accusare le forze dell'ordine. Infatti "c'è una domanda principe" a cui il
comico non è ancora riuscito a darsi una risposta ed è questa: «Perché caro
black blocle forze
dell'ordine non vi hanno fermato prima?». Quindi anche Brignano alla
fine, nonostante attacchi i teppisti dà la colpa dei disordini alla negligenza
della polizia. Pensiero condiviso da moltissimi opinionisti, pur non palesandolo
per paura di rimbrotti. Secondo il comico "le foto dei black bloc le forze
dell'ordine ce le hanno, e se le scambiano come fossero figurine", e quindi la
polizia era a conoscenza dell'identità dei teppisti.
Poi arriva
l'insinuazione che forse Brignano aveva in serbo sin dall'inizio del suo sketch.
"Ma non è che sta manifestazione degli indignati non doveva riuscire...?".
A questo punto l’accusa di Brignano sembra chiara: la polizia sapeva tutto,
conosceva in anticipo facce e nomi e avrebbe lasciato fare senza problemi perché
serviva screditare gli indignati.
Dopo aver lanciato
l'accusa il comico torna sui binari accusando anche i genitori dei black bloc
che a suo modo di vedere non hanno saputo educare i propri figli. Ma nonostante
un monologo di sette minuti dedicato ad accusare i teppisti alla fine il
messaggio che è passato, quello più pesante, è contro la polizia colpevole di
averstrizzato
l'occhio ai black bloc. Ma alla fine resta una verità
indiscutibile e ce la dà lo stesso Brignano: «300 black bloc mimetizzati con le
spranghe in mano non valgono un solo romano definitivamente incazzato che tira
fuori ilcrickdalla
macchina black bloccata».
No Global, No Tav, Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle,
Tute bianche, centri sociali, Ribelli hanno sfasciato, incendiato, divelto,
minacciato e picchiato. Ecco il bilancio da brivido della follia di piazza. Ed è
tutto a carico dei contribuenti. La vera beffa? Dal G8 di Genova agli scontri
nella Capitale hanno pagato in pochissimi.
Nemmeno le locuste di
biblica memoria hanno fatto danni quanto loro. Disobbedienti, No Global, No Tav,
Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle, Tute bianche, centri
sociali, Ribelli hanno sfasciato, incendiato, divelto, minacciato e picchiato.
In dieci anni, dal Global Forum di Napoli passando per l’inferno del G8 di
Genova fino alle devastazioni romane del 15 ottobre 2011, questi teppisti hanno
provocato almeno 300 milioni di euro di danni diretti e indiretti. La cicatrice
che hanno lasciato sulla pelle del Paese unisce Nord e Sud, senza distinzione.
Con un bilancio da brividi. Tutto a carico dei contribuenti.
ROMA CAPUT
SCONTRI. In quattro anni, dal 2007 al 2011, la Capitale ha subito danni per oltre
40 milioni di euro. Solo per i disastri di sabato 16 ottobre 2011, bisognerà
riparare 1.200 mq di sampietrini, 30 pali della segnaletica stradale, 300 mq di
percorsi per non vedenti, 50 cestoni di ghisa, 80 cassonetti, 3mila metri
quadrati di mura cittadine. A cui bisogna aggiungere un extra di 250mila euro
per i guasti alla linea Metro (1.500 corse perse, 2.500 limitate, 13 cancellate
e 20 telecamere di videosorveglianza distrutte) e un altro di 80mila per le
spese straordinarie sostenute dalla polizia municipale (300 unità in servizio,
una vettura danneggiata e 3 garitte demolite). Incalcolabili i danni al turismo
e all’immagine di Roma (già si registrano le prime disdette di tour operator).
Almeno un milione di euro i mancati guadagni dei commercianti e un altro milione
di danni ai privati. Il 15 dicembre 2010, la protesta contro il governo portò al
danneggiamento di 23 auto e 8 motorini, alla devastazione di vetrine e
saracinesche per 150mila euro. Ancora prima, il 10 giugno 2007, per la visita di
George W. Bush a Roma, alla stazione Tiburtina, 300 scalmanati scatenarono una
vera e propria intifada contro le forze dell’ordine. Danni incalcolabili anche
lì.
Il 23 luglio 2011, a
Chiomonte (in provincia di Torino), la battaglia inizia all’imbrunire. L’assedio
al cantiere Tav dura 4 ore: 600 dimostranti battagliano con sassaiole, incendi e
una pioggia di fuochi artificiali. La tecnica è quella dei vietcong: attacchi
mordi e fuggi. Alla fine dell’assedio,il vicino villaggio neolitico (risalente a
6mila anni fa) è ridotto a un cumulo di macerie.
A Milano, l’11 marzo
2006, le forze dell'ordine sequestrano l'arsenale del «Presidio antifascista»:
bastoni, tirapugni, pietre, una tanica di benzina, passamontagna, coltelli a
serramanico, bombe carta con chiodi a tre punte, estintori e martelletti. La
conta dei raid è: 6 auto in fiamme, 3 vetrate di McDonald's infrante e il call
center di An distrutto, 18 feriti e 41 arrestati. Il gip che firma gli ordini di
cattura parla di «eccezionale animosità» e di «una singolare volontà di
contrasto alle autorità, all’ordine costituito, alle leggi e alla pacifica
convivenza».
La prova generale del
disastro di Genova è avvenuta Napoli, 17 marzo 2001. Scontri violentissimi.
Danni ovunque. Cinque poliziotti feriti, altrettanti carabinieri. Sfondate le
vetrine di quattro istituti di credito e dell’Adecco, agenzia per il lavoro
interinale. In tilt 50 bancomat. Danni ai monumenti del centro storico. Porto
bloccato per un’intera giornata. La protesta contro il «Global Forum»calcolando
per difetto costerà oltre 7 milioni di euro.
In principio erano 10
miliardi di lire, poi 15, poi 20. Alla fine il conto è di 50 milioni di euro. E
una lista infinita di disastri per quel 20 luglio 2001: in fiamme 83 auto,
sfondati 41 negozi, 34 banche, 9 uffici postali, 16 distributori di benzina, 7
edifici pubblici e privati, 9 cabine telefoniche e 1 carro attrezzi. Non a caso
il gip parlò di «impressionante furia distruttrice». A Roma, Milano, Napoli e
Genova pochissimi teppisti son finiti al fresco. Tanto fumo e pochi arresti.
Sono poco meno di 2000. Il fondo della bottiglia secondo un’inchiesta di
“La Repubblica”.
Hanno un nome e un cognome. Tutti nello stesso elenco, divisi tra destra e
sinistra come se davvero in quella violenza si potesse fare una distinzione così
netta. In fondo alla lista il totale dice 1.891, distribuiti in tutta la
penisola, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Vivono nei centri sociali di
sinistra o nelle curve degli ultras. Occasionalmente in tutte e due. Ma anche in
condomini anonimi, funzionari di prefetture e impiegati modello. Calano il casco
sul volto come il passamontagna degli anni Settanta. Nell’elenco può capitare di
trovare qualche ex della lotta armata, finito sulle barricate per nostalgia.
L’intelligence li segue da anni. Sabato
15 ottobre 2011
hanno trasformato piazza San Giovanni in un campo di battaglia, la loro
battaglia. La mappa dell’Italia violenta, gli insediamenti di quelli che per
comodità vengono ormai definiti black bloc, riflettono la storia del Novecento
italiano. Non è strano osservare che le regioni dell’estremismo nero sono quelle
dove l’eredità del fascismo è ancora forte: il Lazio, in testa, ma anche la
Campania e l’Abruzzo. E poi la Calabria dei "boia chi molla" e l’Alto Adige
degli attentati irredentisti degli anni Sessanta. Sul versante opposto la
Toscana con la tradizione centenaria del movimento anarchico di Livorno. "Nel
fondo della bottiglia - racconta chi indaga - ci si può entrare anche
occasionalmente. Black bloc per un giorno, gente che, arrestata, dice 'passavo,
ho visto che c’era casino e mi sono aggregato'. Spesso ultras che hanno fatto
allenamento nelle curve degli stadi". Ma il nocciolo duro non è fatto di
violenti per caso. Piuttosto di gente che pianifica scientificamente le azioni,
usa i movimenti come scudo. Il fondo della bottiglia ha bisogno del suo brodo di
coltura, ha bisogno di collegamenti internazionali, in alcuni casi di campi di
addestramento, come ha documentato Repubblica. In occasione degli scontri in Val
di Susa del 3 luglio 2011 - una giornata di battaglia con centinaia di feriti,
lanci di molotov e assalti a colpi di bottiglie piene di ammoniaca - le
relazioni dell’intelligence raccontano che una buona rappresentanza della black
list è salita fin nei boschi di Chiomonte. "Provenivano - è scritto nelle
relazioni - da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e
Campania". A questi si aggiunge "un ristretto gruppo di attivisti provenienti
dall’estero, in particolare dalla Francia". Una conferma dei collegamenti e
degli scambi a livello internazionale. "Ma state attenti - dicono gli
investigatori - a non cercarli troppo lontano da casa. Molti black bloc sono
l’altra faccia del movimento". Doctor Jekyll e mister Hide, persone che a metà
di un corteo lasciano le bandiere e impugnano gli estintori. La faccia
inconfessabile di movimenti che "non hanno una identità definita, nati dalla
rabbia e dai tam tam del Web. Movimenti contenitore nei quali si finisce per
accettare chiunque perché nessuno è titolato a selezionare chi partecipa sulla
base di un programma, di una ideologia. Chiunque - dice l’investigatore - ha un
buon motivo per indignarsi per qualcosa". Eccolo il brodo che serve al fondo di
bottiglia. Perché l'assalto alla banca, l’incendio del blindato dei carabinieri,
sono la prosecuzione del corteo con altri mezzi. Era già successo a Torino,
nella primavera del 2009, alla manifestazione contro il G8 dell’università: un
corteo pacifico di studenti che attraversa le vie del centro e che
improvvisamente si trasforma in un esercito di black bloc pronto ad assaltare la
polizia. "Non di rado - dice l’investigatore - tra coloro che il giorno dopo
deploravano la violenza abbiamo individuato alcuni di quelli che il giorno prima
ci assaltavano tirandoci le molotov". Perché tra i nuovi cattivi e i vecchi
movimenti può scattare anche un patto di mutuo soccorso. Si legge in una recente
relazione dell’intelligence: "Tra i manifestanti della val di Susa, pur contrari
alla violenza, è infatti sempre più diffusa la consapevolezza che la
disponibilità all’azione mostrata dalle componenti dell’antagonismo più estremo,
possa rivelarsi funzionale agli scopi della protesta contribuendo a dare
spessore e visibilità alle istanze del movimento". Che la lotta contro il
supertreno sia un’occasione ghiotta per gli uomini della black list è dimostrato
da un grave episodio avvenuto nel 2007 quando la magistratura arrestò alla
periferia di Torino Vincenzo Sisi, un sindacalista vicino ai Carc, i Comitati di
appoggio alla resistenza per il comunismo. Nel giardino di Sisi venne trovato un
kalashnikov e in casa sua volantini e documenti sulla battaglia No Tav. Un
tentativo abbastanza maldestro per provare a mettere il cappello su una lotta
che all’epoca non praticava la violenza. Allo stesso modo movimenti poco
strutturati come quelli che scendono in piazza in questi mesi possono diventare
interessanti per qualche reduce del partito armato: "Seguendo e intercettando
quella parte dei black bloc che ha partecipato agli scontri di Roma il 15
ottobre - dice l’investigatore - abbiamo incrociato anche personaggi legati alla
galassia delle ultime Br, in particolare ai Nuclei comunisti combattenti".
PARLIAMO DI
TANGENTOPOLI INTERNAZIONALE
Ci facciamo sempre conoscere.
Se i sospetti degli americani fossero veri, sarebbe una vergogna; se fossero
infondati sarebbe un’onta impunita.
In Afghanistan mazzette ai
guerriglieri per evitare attacchi contro i nostri soldati. I file di WikiLeaks
rivelano: nel 2008 Bush disse a Silvio di finirla con i pagamenti. E da allora i
caduti in missione sono quadruplicati. Ecco l'inchiesta de
L'Espresso,
rilanciata anche da The Times di Londra.
I
soldati italiani in Afghanistan combattono,
uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai
sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti.
Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali
impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le
nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una
voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i
guerriglieri per evitare attacchi. Un'accusa sempre smentita dai ministri che
adesso prende consistenza nei
cablo segreti
della diplomazia americana, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da
"l'Espresso". Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush
ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti
ai miliziani fondamentalisti. Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al
potere del centrodestra, ottenendo "la promessa del Cavaliere ad andare a fondo
nella questione".
I documenti riservati di Washington mostrano come
il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a
ricevere rapporti dall'intelligence e dalle altre nazioni schierate in
Afghanistan, sempre più insofferenti per la "scorciatoia" usata dagli italiani
per pacificare le zone affidate al loro controllo. Secondo le informazioni
raccolte dai nostri alleati, i "pagamenti per la protezione" servivano a sancire
tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008
in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che
sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare
il giro di mazzette. Fino all'estate 2009, quando con la prima grande offensiva
della Folgore anche i nostri militari sono passati all'assalto dimostrando con
le armi la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero
di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a
quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono
state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che
si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera e
contribuire al tentativo di dare sicurezza alle popolazioni afghane.
Il forte segnale degli Usa.
Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell'aprile 2008, alla vigilia delle
elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l'ambasciatore
Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla
priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. "Sia
Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a
rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento
più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci
all'abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione e negoziare
riscatti per la liberazione di persone rapite". Quando il Cavaliere si insedia a
Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con
decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra
il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l'agenda dei colloqui
con il presidente Bush. "L'ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a
ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra
locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d'accordo che ciò vada
fermato".
L'impegno del Cavaliere.
Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush "in merito alle
accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi,
Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo". Insorti è il termine con cui
gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti
talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda. Ma quattro mesi
dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato
all'attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di
concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, affidata al comando tricolore,
sottolineando però il peso dell'affaire tangenti. "Disgraziatamente,
l'importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione
negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro
per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte
su informazioni dell'intelligence che non siamo stati capaci di verificare
completamente. Vero o no, resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati
in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di
gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri
nella zona affidata all'Italia sono stati condotti dalle forze americane o
dell'esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere
generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare
tensioni tra gli alleati". Spogli
prosegue la sua analisi con severità: "Ho già fatto presente la questione a
Berlusconi. Lui mi ha assicurato di non saperne nulla e che l'avrebbe fermata se
ne avesse trovato le prove". Gli americani però sembrano convinti che le
informazioni sui pagamenti siano vere. E quindi Spogli raccomanda a Bush di
"rendere chiaro a Berlusconi come la traballante reputazione dell'Italia, anche
se fosse immeritata, stia mettendo a rischio la sua credibilità nella
coalizione. Cosa ancora più grave, se ci fosse un fondamento a queste accuse, il
comportamento italiano starebbe mettendo in pericolo le truppe degli alleati".
Rappresaglia contro i parà.
A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera
2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va
all'offensiva in tutta la regione occidentale, respingendo i miliziani con raid
e incursioni di elicotteri Mangusta. La "bolla di sicurezza" intorno alle basi
occidentali viene allargata. E - come rivela WikiLeaks - quando il segretario
alla Difesa Gates incontra il ministro Franco Frattini si rallegra "per la fine
delle voci sulle tangenti agli insorti". Nello stesso periodo però crescono
anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul
vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l'attentato più
grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso
potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti "sulle mazzette in
cambio di protezione". Fonti dell'intelligence hanno confermato a "l'Espresso"
che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani,
nell'area della capitale. E' la prima zona dove i nostri soldati si sono
schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la
responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste "operazioni
coperte" sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante
il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Come "l'Espresso" ha scritto nel
2005, solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto
militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per "attività di
informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri". Ma le
elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non
ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L'unico episodio grave è
l'imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due
veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane
prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le
conclusioni dell'inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di
sicuro, nel mirino c'era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei
parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell'assalto?
Il pasticcio di Surobi.
Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre
2007 quando l'Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno
dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso
il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo
di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe
occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo
Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione. Ma
quando nell'agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro
esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l'inferno. Dieci legionari morirono
e 21 furono feriti in un'imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di
Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro
Roma: "Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo
stati presi alla sprovvista". Un anno dopo, "The Times" del gruppo Murdoch ha
pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane
ai talebani per "decine di migliaia di dollari". L'articolo faceva riferimento
anche alla protesta dell'ambasciata americana con Berlusconi. All'epoca, tutti
smentirono: sia i vertici dell'Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma,
come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell'autunno 2009 l'intervento
personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette. E i soldati
italiani si stavano comportando come le altre truppe della Nato: combattevano,
uccidevano, morivano. Tutti i giorni, in un Paese che da trent'anni non conosce
pace.
DIFENDERCI DA CHI ?!?
"Tutto quello che non si scrive sulla condanna
del generale Ganzer": è il titolo di una disanima di Paride Leporace su
"Carta". Un'accusa al sistema di potere deviato colluso con gli organi
d'informazione. La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa
condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai
movimenti, le trame...
Rinasce la P3, il solito Dell’Utri, il
coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un
po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia
duramente condannato a Milano a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi
una rete, che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta
le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani.
Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease
chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella
lotta al crimine? A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del
Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato
in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati
con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In
quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare
con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che
uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è
un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari
servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo
di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per
la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della
polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale
della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e
mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito
berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato
dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato
con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse
perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di
Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di
massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono
Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido
dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su
quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro
avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e
comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di
quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e
allievo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova, dove
coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero
quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che
arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della
criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini
nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaga
l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La
circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo
chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un
collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono
anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto
condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A
Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso
magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando
Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli
come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il
pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una
partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che
il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel
porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata
alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le
indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i
destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i
piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver
compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro
si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese
notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della
droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò
l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di
informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione
della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte.
Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del
traffico e le brillanti operazioni non erano altro che delle retate di pesci
piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche
Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri
reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un
gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che
hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto
«Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo
avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo
della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il
1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti
provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei
trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura
contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e
mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro
identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da
inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con
modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in
Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro».
«Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia
sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie
ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile
denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo
tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone)
passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un
pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna),
restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che
sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la
competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo
durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti
tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”?
Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in
carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo
ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle
intercettazioni. Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un
tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il
fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai
magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che
tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia
vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è
per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra
presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a
Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E
quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto
alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si
trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice
che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci
piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume
della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la
deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in
televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o
“Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di
Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per renderne
più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere
secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche
per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka, 119 kalasnikov, 2 lanciamissili
in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros
avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si
trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadita. Guadagni forse personali e
qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer
e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti
condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà
scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza
sono stati escussi trecento testimoni (a favore di Ganzer la difesa ha anche
chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli.
Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di
camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a
giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è
rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del
2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è
diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario
Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi
di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa.
Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro
guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il
confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come
quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte
illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4
anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le
inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile
gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della
Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno
leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione
non vola neanche una mosca. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,
da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti
speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di
Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il
Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure
distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini
come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello
scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros
di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a
disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere
formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la
promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il
calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e
la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie
sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si
occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti
di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo
che su Repubblica ci svelava questa trama: «Accade che il Raggruppamento
Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i
disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia
soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento
spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura
un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma
intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio,
s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una
conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli
addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro,
occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti
ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47
di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e
concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori
dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato:
“Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici
ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista
penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza
il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone
ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros
che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle
indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra
intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è
diventato pm in una procura sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I
militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel
processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer
è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di
comandante del Ros.
TURNO: 36 ORE SETTIMANALI. SONO MOLTO DI MENO,
SE SI CONSIDERA CHE PER OGNI GIORNO VI E' LA FASE MONTANTE E LA FASE SMONTANTE
DAL SERVIZIO. E' UN TEMPO MORTO, PERCHE' INIBISCE OGNI INTERVENTO.
ORARIO DI LAVORO
DECRETO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 11 Settembre 2007 , n. 170
Recepimento
dell'accordo sindacale e del provvedimento di concertazione per il personale non
dirigente delle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare (quadriennio
normativo 2006-2009 e biennio economico 2006-2007).
Titolo I
FORZE DI POLIZIA
AD ORDINAMENTO CIVILE
Art. 10. Orario
di lavoro
1. La durata
dell'orario di lavoro è di 36 ore settimanali.
2. Il personale
inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno
giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario
all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno
ordinario previsto o dal completamento dello stesso; qualora il predetto
servizio si protragga oltre le ore 24,00 per almeno tre ore, il dipendente ha
diritto ad un intervallo per il recupero psico-fisico non inferiore alle dodici
ore. Il turno giornaliero si intende completato anche ai fini dell'espletamento
dell'orario settimanale d'obbligo.
3. Fermo
restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili
esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel
giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è
corrisposta una indennità di Euro 5,00 a compensazione della sola ordinaria
prestazione di lavoro giornaliero.
4. Al personale
impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il
giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un
ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.
FORZE DI POLIZIA
AD ORDINAMENTO MILITARE
Art. 28. Orario
di lavoro
1. La durata
dell'orario di lavoro è di trentasei ore settimanali.
2. Il personale
inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno
giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario
all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno
ordinario previsto o dal completamento dello stesso. Il turno giornaliero si
intende completato anche ai fini dell'espletamento dell'orario settimanale
d'obbligo.
3. Fermo
restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili
esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel
giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è
corrisposta una indennità di Euro 5,00, a compensazione della sola ordinaria
prestazione di lavoro giornaliero.
4. Al personale
impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il
giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un
ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.
5. I riposi
settimanali, non fruiti per esigenze connesse all'impiego in missioni
internazionali, sono fruiti all'atto del rientro in territorio nazionale nella
misura pari alla differenza tra il beneficio spettante ed i recuperi e riposi
accordati ai sensi della normativa di settore; tale beneficio non è
monetizzabile.
6. Le ore
eccedenti l'orario di lavoro settimanale che non siano state retribuite possono
essere recuperate mediante riposo compensativo entro il 31 dicembre dell'anno
successivo a quello in cui sono state effettuate, tenendo presenti le richieste
del personale e fatte salve le improrogabili esigenze di servizio.
Registrato alla
Corte dei conti l'11 ottobre 2007
Ministeri
istituzionali, registro n. 10, foglio n. 214
STRAORDINARI
L'articolo 63
della legge 1° aprile 1981, n. 121, istituisce il compenso del lavoro
straordinario in favore degli agenti e degli ufficiali di pubblica sicurezza. Il
relativo capitolo di bilancio, di conseguenza, viene gestito dal Ministero
dell'Interno.
il Consiglio di
Stato, con decisione n. 1.531 del 14 marzo 2002, ha stabilito: "Per poter
retribuire il lavoro straordinario prestato dai dipendenti pubblici è necessaria
un'autorizzazione formale e preventiva, al fine di verificare, nel rispetto
dell'articolo 97 della Costituzione, se esistano effettivamente le ragioni di
pubblico interesse che rendono necessario il ricorso a prestazioni lavorative
eccedenti l'orario normale. A tal fine, l'autorizzazione può intervenire a
sanatoria soltanto nel caso di prestazioni lavorative espletate per
improcrastinabili esigenze di servizio". In tale quadro, solo i comandanti ed i
capi ufficio che dispongono il servizio potranno giudicare, anche in relazione
alla disponibilità del monte ore, come retribuire le ore eccedenti il normale
orario di lavoro. Competente, comunque, ad amministrare detto monte ore è il
Comandante provinciale. In riferimento ai tempi richiesti per la liquidazione
dei fogli di viaggio, non risulta prestabilito alcun termine, trattandosi di
mero lavoro burocratico eseguito sotto il controllo della scala gerarchica.
IMPUNITA' DIFFUSA
RAPPORTO
EURISPES: ITALIANI SFIDUCIATI NON DENUNCIANO IL 31 % DEI REATI.
Sicurezza: si stima
che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e
proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati
vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi
competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in
macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa.
Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle
istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.
DATI ISTAT. RAPPORTO TRA LE
DENUNCE E LE CONDANNE: L'8%
IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA
IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE
DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.
DENUNCE FORZE DELL'ORDINE
TOTALE
AUTORI IGNOTI
AUTORI NOTI
2.456.887
1.840.209
616.678
TOTALE CONDANNE
198.263
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE
8%
SICUREZZA: 333 REATI ALL'ORA. LA MAPPA
DELLA CRIMINALITÀ CITTÀ PER CITTÀ
Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre
milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra
insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui.
L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della
magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato venerdì scorso al Senato
il capo della Polizia Antonio Manganelli. Qualche indicazione concreta sulla
situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero
dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore del lunedì – che parlano di un
bilancio 2007 di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto
al 2006 (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.
Rapportando il dato ai 59,2
milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila
abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini (appena un
paio di decimi in più rispetto al 2006). Se quindi, considerando l'attività
criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre
emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali
tipologie (si veda la pagina a fianco) e nelle performance territoriali.
E così si scopre che c'è un
reato assai diffuso, quello dei furti d'auto, che evidenzia addirittura un calo
rispetto al 2006 (-5,35%), mentre un altro ben più temuto, quello dei furti in
abitazione, è salito di quasi un quinto. Collocandosi entrambi intorno a quota
170mila, si può calcolare che ogni ora, in Italia, vengano prese di mira una
ventina di auto e un numero analogo di abitazioni. Incremento oltre la media
anche per le truffe informatiche e le frodi (+8,7%): quasi 120mila ed è una
cifra che non comprende i numerosi episodi che – a volte per "vergogna" o per
paura della vittima, altre volte per le scarse probabilità di ottenere qualche
"ristoro" – neppure vengono denunciati. Poi ci sono i crimini per la strada, i
borseggi (23mila) e gli scippi (160mila), dati in crescita (rispettivamente
+2,35% e + 6,35%) che comunque si riferiscono solo all'emerso. Stabili invece
gli omicidi volontari: più o meno sono 600-620 all'anno.
Dalla classifica – che per
ognuna delle 103 province fornisce il numero totale dei reati, l'incidenza ogni
100mila abitanti e la variazione percentuale nel 2007 rispetto al 2006 – si
constata invece la diversa distribuzione del fenomeno sul territorio. Così è
abbastanza prevedibile scoprire ai primi posti per quantità le aree
metropolitane, maggiormente esposte all'attacco della criminalità per ragioni di
ricchezza e "densità": reddito, demografia, luoghi e occasioni di accesso.
Milano e Roma occupano le prime due posizioni, contribuendo ciascuna a quasi un
decimo delle denunce totali, seguite da Torino e Napoli, entrambe sopra quota
100mila. Altrettanto ovvio trovare all'altra estremità della classifica quattro
piccole province, Isernia, Enna, Oristano e Matera, tutte del Sud e tutte sotto
la soglia dei 4mila casi in totale.
Se, però, si mette il numero
dei reati in rapporto con la popolazione, ecco che una provincia di modeste
dimensioni si deve "rassegnare" a scalzare le grandi in vetta alla classifica: a
Rimini sono oltre 9 ogni cento residenti (ma questa realtà è maggiormente a
rischio di reati anche per gli elevati flussi turistici che richiama da anni).
Tutta l'Emilia Romagna, peraltro, si trova a pagare l'attrattività del
territorio in termini di maggiore incidenza dei fenomeni criminosi: quattro
delle sue nove province (Rimini, Bologna, Ravenna e Modena) sono nella top ten
dei reati in rapporto alla popolazione. In evidenza si mettono anche altre
province con forte appeal turistico, come Firenze e le liguri Genova e Savona.
Quanto al trend, la grande
maggioranza delle province evidenzia un aumento dei reati: particolarmente forte
quello di Foggia (22%), seguita da Latina, Isernia e Matera, ma almeno le ultime
due vantano condizione estremamente soddisfacenti. E non mancano segnali
positivi: in 15 province, tra le quali Genova, i reati risultano in calo.
IL CAPO DELLA POLIZIA,
ANTONIO MANGANELLI: ITALIA
TERRA DI INDULTO QUOTIDIANO E INCERTEZZA DELLA PENA
La certezza
della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto
quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia, prefetto
Antonio Manganelli, non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza
della pena in Italia.
NON SI E' FATTO NULLA
- «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari
Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è
fatto nulla negli ultimi anni».
La pena, aggiunge Manganelli,
«oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende
«assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di
polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della
Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che
abbiamo oggi è una situazione vergognosa».
CRIMINALITA' E
CLANDESTINITA'
- «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben
identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della
polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono
immigrati clandestini - ha spiegato ancora Manganelli - ma questa media
nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della
polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono
relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per
cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per
cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi Manganelli,
entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il
10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a
Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva
regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento
di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi
arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio».
Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo
il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei
clandestini».
CPT
- Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati
clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo
2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso
noto Manganelli. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso Manganelli -,
perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo
essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che
equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con
rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo»
ha detto ancora Manganelli. In tutto il 2007 - ha spiegato Manganelli - «gli
immigrati clandestini fermati e avviati ad espulsione sono stati 33.897, ma solo
6.366 di loro hanno trovato posto nei Cpt: di fatto, 27 mila sono stati
destinatari di un ordine scritto (di allontanamento), naturalmente non accolto
nella stragrande maggioranza, se non nella totalità, dei casi».
COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI. LUCIANO
VIOLANTE: BENE INDAGINI MA PROCESSI
INEFFICACI
Dal 1992 al 2007 infatti sono stati arrestati
3.747 pericolosi latitanti, circa uno ogni 36 ore e sono "quasi cessate le
violenze negli stadi".
Diverso è invece il discorso dell'efficacia del
processo "i cui risultati preoccupanti esigono la più severa delle riflessioni".
A denunciarlo è l'indagine sulla sicurezza in
Italia promossa dalla commissione Affari costituzionali della Camera presieduta
da Luciano Violante e presentata oggi a Montecitorio.
I dati offerti alla commissione da
"tutte e cinque le forze di polizia - si legge nel documento -
dimostrano un impegno crescente nel controllo del territorio, delle persone e
dei veicoli da trasporto, negli arresti e nelle perquisizioni".
In particolare, le "persone denunciate sono
passate dalle 435.751 del '90 alle 651.485 del 2006''. Negli ultimi cinque anni,
si aggiunge, si è passati dai 125.689 arresti del 2002 ai 153.936 del 2006
(+22,47%). Per quanto riguarda poi il controllo del territorio, gli indici sui
quali ci si basa sono quelli delle persone e delle auto identificate in
occasione dei posti di blocco e nel 2006 le persone controllate sono state 10
milioni, mentre gli automezzi 5 milioni.
Quando si passa a valutare
l'efficacia del processo, dice ancora la relazione, "che vuol
dire sconfitta dell'impunità e certezza della sanzione, i risultati sono
preoccupanti ed esigono la più severa delle riflessioni".(ANSA) 2008-04-22 12:16
IL
RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE
LA GUARDIA DI FINANZA , SEMPRE NELL'OCCHIO DEL CICLONE.
Il
generale Michele Adinolfi, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza,
indagato dalla procura di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P4,
è stato promosso generale di Corpo d'Armata insieme al generale Giuseppe
Quaranta. Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi, diffusa al termine del
Consiglio dei ministri. "Su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze,
(Giulio) Tremonti, i generali di divisione della Guardia di finanza Giuseppe
Quaranta e Michele Adinolfi sono stati promossi generali di Corpo d'Armata".
Adinolfi, dal 15 settembre 2011, assumerà l'incarico di Comandante
interregionale Firenze.
ECCOLO il terremoto che torna a rendere plumbei i giorni della Guardia di
Finanza. Il generale di divisione Michele Adinolfi, capo di stato Maggiore,
l'ufficiale operativo più alto in grado del Corpo, secondo nella scala
gerarchica al solo Comandante generale, è indagato nell'inchiesta P4 per
rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento.
I
pubblici ministeri napoletani Henry John Woodcock e Francesco Greco lo accusano
di essere la "fonte" di altissimo livello, la "talpa" negli apparati, che
consentì a Luigi Bisignani di sapere, nel momento cruciale dell'indagine di cui
era oggetto, che le sue utenze cellulari erano intercettate Marco Milanese,
deputato del Pdl, storico consigliere del ministro Giulio Tremonti, ed ex
ufficiale della Guardia di Finanza, già indagato dalla Procura di Napoli per
altre vicende. Non è tutto. Nella vicenda, per come al momento è possibile
ricostruirla, sono coinvolti un secondo generale della Guardia di Finanza, Vito
Bardi (già comandante interregionale per l'Italia meridionale, per altro già
ripetutamente citato nelle carte dell'inchiesta come uno dei contatti di Alfonso
Papa). Il generale Adinolfi e il generale Bardi sono indagati per rivelazione di
segreto di ufficio e favoreggiamento. E questo sulla base di "evidenze"
istruttorie che, all'osso, raccontano questa storia. Marco Milanese riferisce ai
pm napoletani (al momento non è dato sapere in quale contesto o sulla base di
quali sollecitazioni) di aver saputo dal generale Vito Bardi, che fu proprio
quest'ultimo a informare dell'indagine Bisignani e delle intercettazioni
telefoniche in corso il suo superiore gerarchico, il Capo di Stato Maggiore
Adinolfi. Una prassi che la lettera della legge vieta (il segreto di un'indagine
penale non cade di fronte all'obbligo militare che impone di riferire al proprio
superiore in grado), ma che, in qualche modo, è routine in tutti gli apparati,
soprattutto quando le indagini presentano risvolti di particolare delicatezza,
come per il caso Bisignani. Il problema, tuttavia, è che questa notizia non
resta confinata tra le mura di viale XXI Aprile. Adinolfi - ricostruiscono i
pubblici ministeri - ritiene di dover raccomandare a Bisignani cautela al
telefono. E per farlo, sceglie di mettere tra sé e l'uomo di piazza Mignanelli,
un amico comune, il giornalista Pippo Marra. Adinolfi gli consegna l'ambasciata
("Tacere al telefono"). Marra la gira a Luigi Bisignani.
Un
Corpo che, torna a non avere pace.
Un anno e sei mesi di reclusione per peculato
continuato. Pena sospesa e, commenta ora con soddisfazione il Procuratore
militare Antonino Intelisano, "principi del diritto riaffermati". Il giudizio di
appello militare contro l'ex Comandante generale della Guardia di Finanza, poi
deputato del Pdl, Roberto Speciale, stabilisce che il "ponte aereo di spigole"
del 26 agosto 2005 per accendere le serate in baita di una vacanza estiva nella
foresteria dolomitica del Corpo a passo Rolle, non fu un atto di legittima
generosità verso "dei poveri finanzieri che non ne potevano più di mangiare solo
wurstel". Al contrario, fu un abuso di denaro e risorse pubbliche per riempire
la pancia del Comandante generale, di sua moglie, dei consuoceri, di una coppia
di amici (un generale della Finanza e consorte) e certamente di qualche povero
finanziere ridotto a cameriere di quella cena.
Con la sentenza d'appello, l'affaire - svelato e
documentato da un'inchiesta di "Repubblica" dell'ottobre 2007 - trova così una
sua nuova conclusione penale che ribalta i due giudizi che l'avevano preceduta.
Il primo processo, contabile, si era chiuso con una pronuncia della Corte dei
Conti il 10 agosto del 2009 che aveva respinto una domanda risarcitoria avanzata
dalla Procura di 28 mila euro, calcolata sul costo delle ore di volo e il
dispendio di "mezzi terrestri" necessari al trasferimento di dieci casse di
pesce fresco dall'aeroporto militare di Pratica di Mare, dove erano state
imbarcate, a quello di Verona (dove erano state prese in consegna dai uomini dei
"baschi verdi", normalmente addetti alle operazioni antidroga), alla baita di
Passo Rolle, dove l'attovagliato generale attendeva impaziente. Il secondo
processo, penale, si era chiuso l'8 ottobre del 2009, con una sentenza del
tribunale militare che aveva assolto Speciale ritenendo che i fatti contestati
all'ex comandante generale della Finanza non costituissero reato.
Con enfasi e
ostentata tracotanza, dopo le prime due assoluzioni, Speciale (che nel 2008, per
i suoi servigi politici nella vicenda Visco, è stato ricompensato dal Pdl con un
seggio sicuro alla Camera in un collegio dell'Umbria) aveva salutato i primi
verdetti penale e contabile con parole definitive ("La verità trionfa sempre").
Di più, aveva accusato "Repubblica" di un accanimento giornalistico degno di
miglior causa. Il nuovo processo (che, ora, conoscerà un ulteriore passaggio in
Cassazione) conferma che quanto raccontato dal giornale era semplicemente la
verità. E in qualche modo riabilita la testimonianza e il coraggio di uno dei
protagonisti di questa vicenda, il meno noto. Il maggiore della Guardia di
Finanza Aldo Venditti, l'ufficiale pilota dell'Atr-42 in forza al "Gruppo
esplorazione marittima" e anticontrabbando che la mattina del 26 agosto del
2005, a Pratica di Mare, dopo aver scoperto che il "volo vip" a cui era stato
assegnato con destinazione Verona, altro non era che un carico di pesce fresco
provò inutilmente a disobbedire, rifiutandosi di prendere la cloche.
Natale in carcere per l'ex generale della Guardia di finanza, Giuseppe Cerciello,
arrestato dalla polizia nella sua casa di Cagliari. Contro l'ufficiale pendeva
l'ordine di carcerazione, firmato dal Tribunale di Brescia, dopo che la
Cassazione aveva confermato a novembre la condanna a 3 anni e dieci mesi per le
tangenti alla Guardia di finanza di Milano. Di recente, Cerciello aveva
accumulato altre due condanne dal tribunale di Milano: 7 anni e 11 mesi per
concussione e corruzione (24 ottobre) e altri 12 anni per corruzione (17
aprile). La polizia ha cercato l'ex generale Cerciello prima a Firenze, dove
ufficialmente viveva con la famiglia. Quando gli agenti hanno bussato alla porta
di casa, nessuno ha risposto. I poliziotti lo hanno però raggiunto a Cagliari,
all'indirizzo che l'ex ufficiale corrotto aveva lasciato agli uffici della
procura che contro di lui aveva istruito, con i colleghi del pool di Milano,
l'inchiesta e il processo sulle bustarelle passate dagli imprenditori ai
finanzieri di Cerciello per ammorbidire le visite fiscali. La condanna era stata
pronunciata il 21 ottobre dai giudici della seconda sezione della corte di
appello di Brescia. Dopo sei ore di camera di consiglio, a Cerciello fu
riconosciuto uno sconto di pena: 3 anni e 10 mesi, rispetto al verdetto di
condanna di primo grado del novembre ' 95 che aveva quantificato in 4 anni e 2
mesi il periodo di carcere per la corruzione. In quell'occasione, Cerciello fu
riconosciuto colpevole di concussione in relazione a tre episodi per i quali,
invece, il Tribunale di Brescia lo aveva condannato per corruzione. Il
difensore, il professore Carlo Taormina, aveva presentato ricorso in Cassazione.
L'alta Corte ha confermato l'operato dei giudici di Brescia e per Cerciello si
sono riaperte le porte del carcere. L'ex generale della Guardia di finanza fu
arrestato la prima volta nel luglio del '94, su richiesta dei pm Antonio Di
Pietro e Francesco Greco. L'ordinanza di arresto portava invece la firma
dell'allora giudice per le indagini preliminari Andrea Padalino. L'inchiesta del
pool scoperchiò un sistema di corruzione organizzato dagli uomini di Cerciello.
Un'indagine, condotta dalla stessa Guardia di finanza, che portò negli anni ad
una serie di processi e di condanne. Ultimo, in ordine di tempo, è stato il
filone che ha visto Cerciello condannato a Milano a fine ottobre a 7 anni e 11
mesi. La vicenda riguardava le tangenti pagate da quattro società del gruppo
Fininvest e che vedeva in origine tra gli imputati anche Silvio Berlusconi. Per
motivi di salute, la posizione di Cerciello fu stralciato. Il pm Piercamillo
Davigo chiese 11 anni di reclusione: i giudici della settima sezione si
fermarono a quasi 8 anni, ma condannarono l' ex finanziere a risarcire i danni
al ministero delle Finanze, al quale fu riconosciuta una provvisionale di 400
milioni.
STRAGE DI NASSIRIYA:
CONDANNATO UN GENERALE MILITARE
Due anni di reclusione
al generale Bruno Stano e rinvio a giudizio per il colonnello Georg Di Pauli
perché avrebbero potuto fare qualcosa per evitare la morte di 19 italiani e 9
iracheni durante l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Assolto, invece,
il generale Vincenzo Lops che aveva preceduto Stano nel comando della missione.
I tre ufficiali erano accusati, a diverso titolo, di non aver messo in atto
tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza della base Maestrale, a
Nassiriya.
TANGENTI PER ANDARE IN
MISSIONE
La procura
della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta sulla denuncia di alcuni
sottufficiali dell'esercito e dei carabinieri i quali in occasione di trasmissioni
televisive hanno denunciato che i militari, che si erano offerti per andare in
missione di pace o di guerra all'estero, dovevano versare una tangente ai loro
superiori. L'inchiesta è affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito che
ipotizza i reati di corruzione e concussione.
È scoppiato il caso delle presunte tangenti pagate per poter partecipare alle missioni
militari all'estero, sul quale la Procura di Roma ha avviato un'inchiesta
affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito, che ipotizza i reati di
corruzione e concussione. A denunciare i fatti, alcuni militari italiani,
carabinieri e soldati dell'Esercito. E a raccoglierne le rivelazioni Rai New 24
che mandò in onda un ampio reportage a firma di Sigfrido Ranucci,
nel corso del quale alcuni sottoufficiali dei carabinieri raccontavano di aver
presentato senza successo richieste per partecipare alle missioni all'estero e
che erano venuti a conoscenza del fatto che »bisognava pagare una o due
mensilità per poter andare in Iraq, Bosnia, Kossovo«. Il servizio dava voce
anche a un militare dell'esercito operativo a Udine, che era stato costretto a
pagare per poter essere trasferito.
L'inchiesta aperta dalla
Procura romana si affianca a quella già avviata da tempo dalla Procura militare
per aspetti diversi da quelli affidati all'esame di D'Ippolito e ha tratto
spunto appunto dall'intervista fatta a luglio scorso dal maresciallo
dell'Esercito Domenico Leggero durante una trasmissione televisiva e
successivamente anche da un maresciallo dei carabinieri. Le loro versioni dei
fatti sono state confermate anche da altri due sottufficiali dell'Arma, che
incappucciati confermarono tutte le accuse recentemente durante il programma 'Le
Iene", spiegando come avevano fatto i loro colleghi che chi intendeva partecipare
alle missioni di pace o di guerra all'estero era costretto a versare ai suoi
superiori una somma di danaro calcolata sulla base della diaria che veniva
percepita a seconda del tipo di missione. Il magistrato ha già acquisito
un'ampia documentazione comprese le dichiarazioni fatte in televisione. Inoltre
sono stati già sentiti come testimoni diversi militari che hanno confermato le
accuse.
(Adnkronos).
INDAGINI SCIENTIFICHE: INDAGATO GENERALE DEL
RIS
Luciano Garofano ha salutato con una
stretta di mano i colleghi del Racis di Roma e il comandante Nicola
Reggenti e si è chiuso per sempre alle spalle la porta dell' Arma.
L'investigatore dal camice bianco, il colonnello, poi Generale, che
ha fatto conoscere a tutta Italia concetti complicati come Dna e
analisi delle macchie di sangue, tecniche come luminol o crimescope
si è congedato. Non vestirà più la divisa dei carabinieri e
proseguirà in modo privato la sua attività di biologo prestato alle
indagini scientifiche. La notizia dell'addio arriva, curiosamente,
con quella della sua iscrizione nel registro degli indagati della
procura di Parma per un «presunto uso improprio dei mezzi e delle
strutture del Ris nell'ambito delle sue consulenze». Al colonnello
sono contestati peculato, truffa e falso ideologico in atto
pubblico. A far scattare l'iter giudiziario era stato un esposto dal
suo «nemico» dai tempi dell' inchiesta di Cogne, l'avvocato Carlo
Taormina, che un paio di anni fa si era presentato alla procura
militare di Roma lamentando una serie di anomalie su una quarantina
di consulenze svolte da Garofano tra il 2002 e il 2009. La procura
militare non aveva individuato reati e aveva trasmesso gli atti alla
procura ordinaria competente per territorio: Parma. «Il comandante
Garofano - precisa Taormina - ha utilizzato attrezzature e personale
appartenente all'Arma durante orari di ufficio e ha percepito i
compensi dalle consulenze tecniche affidategli quando il consulente
tecnico nominato dai pubblici ministeri o dai giudici per legge non
può essere considerato pubblico ufficiale ma privato cittadino».
L'11 novembre 2009 la Guardia di Finanza si era presentata nella
sede del Ris di Parma ed aveva sequestrato i documenti contestati.
Il colonnello, chiuso in un impenetrabile silenzio, non vuole
commentare.
VIOLENZA E NONNISMO
Nocs, ecco
le foto
degli abusi in caserma da
“La Repubblica”.
Le prove degli atti di nonnismo nel quartier generale delle teste di cuoio. Le
immagini mostrano la pratica chiamata "anestesia": la vittima viene fatta
spogliare e percossa con violenza sui glutei per renderli insensibili. A questo
punto i capi della caserma lo mordono con forza fino a far sprofondare i denti
nella carne.
E un altro agente denuncia:
"Chi veniva al corso poi finiva sotto shock".
Dopo l'ennesimo pestaggio concluso con la consueta
salve di minacce, esausto e sanguinante, un agente di Nocs torna nella sua
stanza, all'interno della Caserma di Spinaceto. Siamo nel 2010. L'agente non sa
più che fare, è disperato, depresso, va avanti così da una dozzina d'anni, per
un istante pensa persino di lasciare il Nucleo e gli 800 euro lordi in più che
quella situazione assurda gli garantisce in busta paga. Ma, d'un tratto,
rivolgendo lo sguardo verso la branda, la sua attenzione viene rapita da uno
strano foglio di carta. Un formato A4, che non aveva mai visto prima. Lo prende,
lo gira e capisce subito: qualcuno, dentro la caserma, di nascosto, ha voluto
fargli un regalo. Su quel foglio è immortalata, sequenza dopo sequenza, una
delle numerose violenze che accadono là dentro. "La scena - spiega l'agente che
per ovvi motivi di incolumità personale chiede di rimanere coperto
dall'anonimato - era stata fotografata qualche anno fa, una notte in cui il
gruppo decise di farci l'anestesia". L'anestesia è una pratica a metà tra il
sadismo e
il nonnismo:
il gruppo tiene ferma la vittima, e inizia a percuoterla in un punto prescelto
del corpo - di solito i glutei - fino a che questo non si anestetizza del tutto.
A quel punto il capo morde "la parte" fino a strappare la carne, o quanto meno
fino a far toccare gli incisivi. Nelle
foto
di cui Repubblica è entrata in possesso il rito si ricostruisce con una certa
precisione. In una si vedono distintamente tre ragazzi con i pantaloni
abbassati. Il clima è ambiguo, nonostante la situazione uno dei ragazzi sembra
sorridere. "Lo richiede la pratica - spiega l'agente - è una sorta di rito
d'iniziazione, anche se a volte prevede dei "richiami", e va affrontata con un
contegno maschile e complice". In un'altra si vede uno dei tre immobilizzato sul
letto da più persone: "È la fase dell'anestesia vera e propria, quella cioè in
cui a mani nude o con delle palette, il gruppo colpisce a ripetizione. Può
durare fino a mezz'ora". In un'altra, il morso. Ora quelle foto sono in procura
e presto arriveranno anche su quella degli ispettori della polizia che hanno
avviato un'indagine interna. Alla quale potrebbe contribuire il racconto di un
altro agente dei Nocs, M. C., che, dopo essere andato in pensione a 40 anni "con
uno stato depressivo di origine reattiva", conferma quanto denunciato dal
collega: "All'interno della caserma regna un clima incredibile. Ricordo che i
ragazzi che venivano a fare il corso basico, il primo, quello iniziale,
tornavano a casa in stato di shock". E mentre dal mondo politico si moltiplicano
le iniziative - dopo l'interrogazione parlamentare del pd Emanuele Fiano è
arrivata ieri quella del deputato radicale Maurizio Turco - è sceso in campo il
sindacato di polizia Siulp: "Se tutti questi racconti trovassero conferma -
commenta Luigi Notari - sarebbe gravissimo, una situazione da antropologi e
psicologi più che da magistrati. L'amministrazione deve fare pulizia".
Nocs, abusi in caserma,i
vertici sapevano.
Tre relazioni di servizio, rimaste senza seguito, avvertivano il comando dei
Nocs, facendo nomi e cognomi, del clima di violenza che ormai da tempo si
respirava all'interno della Caserma Polifunzionale di Spinaceto, quella
dell'ormai famigerata "anestesia", la pratica al confine tra il sadismo e il nonnismo
con cui il reparto d'élite della polizia di stato dà il benvenuto ai suoi agenti
scelti. Documenti inequivocabili, nei quali l'agente che con il suo racconto
affidato a Repubblica aveva sollevato il caso, descriveva con precisione i
comportamenti
borderline
del collega Fernando Olivieri, il leader del "gruppo fuori controllo che detta
legge all'interno della Caserma", peraltro già indagato per lesioni e minacce
dalla procura di Roma.
Scriveva l'agente, il 12
gennaio del 2007, in una lettera indirizzata "Al Signor comandante del Nocs":
"Chiedo alla S. V. tutela della mia dignità umana e della mia professionalità,
in quanto tale situazione perdura ormai da troppo tempo e non so più cosa fare
per arginare comportamenti illegittimi e intollerabili". In quell'occasione,
l'agente era stato aggredito verbalmente mentre si trovava a bordo di un furgone
trasporto personale sniper, in attesa di andare al poligono di Castel Sant'Elia
per una normale esercitazione. Un episodio minore che però faceva seguito a
numerosi altri di entità decisamente più rilevante come quella volta che "l'Olivieri
mi colpì con una testata al volto durante un addestramento a Chiusi" o quella in
cui, sempre l'Olivieri, "colpì con due pugni al volto l'agente scelto Claudio
Casoli, durante l'orario di servizio nei vecchi uffici di Castro Pretorio". Una
serie interminabile che si sarebbe protratta fino al dicembre 2010, il giorno in
cui, dopo l'ennesimo pestaggio, stavolta subìto in mensa, l'agente decise di
cominciare a raccogliere prove in vista di una denuncia in procura, convinto di
trovare terreno fertile anche in ragione del fatto che Olivieri aveva avuto
numerosi precedenti in tal senso e tra questi una rissa, particolarmente
violenta, con un istruttore di judo, Paolo De Carli, che di lì a qualche tempo
si sarebbe suicidato in preda ad una crisi depressiva.
Prima di cominciare a
raccogliere le prove, però, l'agente si premurò di avvertire nuovamente il
"Signor direttore del Nocs" dei comportamenti di Olivieri. "Un collega - scrisse
quel giorno l'agente - mi fissava e contemporaneamente mi sorrideva vistosamente
(...) Ricambiavo lo sguardo con un saluto e lui inspiegabilmente stizzito dal
mio gesto mi insultava ad alta voce con parole testuali: "Che cazzo ti saluti?".
Di lì a pochi istanti la situazione degenerò, e ne scaturì il pestaggio
(all'agente vennero "refertati" 108 giorni di malattia). Va detto che le
relazioni inviate al comando non furono del tutto ignorate. Di lì a poco
infatti, l'agente denunciante venne messo alla porta, trasferito per
incompatibilità ambientale.
ODIO ED IMPUNITA'
ACAB è un acronimo, una sigla famosa nel mondo
Ultras, che, se svolta, in inglese suona così “All cops are bastards”, vale a
dire “tutti i poliziotti sono dei bastardi. Ma è anche uno degli ultimi titoli
che va ad arricchire la collana stile libero della Einaudi, un titolo forte non
c’è che dire, ma perfettamente adatto al contenuto che veicola.
Questo nuovo libro, scritto dopo una lunga
inchiesta sul campo da Carlo Bonini, giornalista della Repubblica, svela il
background allucinante di una certa parte della polizia italiana, quella
cresciuta con il mito di una destra reazionaria e violenta, quella che si è resa
colpevole, a Genova nel 2001, di uno degli episodi più gravi dagli anni delle
stragi di stato in poi, ma anche di molto altro. Quello che emerge dal libro di
Bonini è un ritratto raccapricciante, che con la forza di un linguaggio
iperrealistico, tratto dalle chat che alcuni di questi”poliziotti cattivi”
frequentano sul web.
ACAB: all the cops are bastards è un libro che ci
deve far riflettere non solo sul ruolo della polizia, dell’organo di controllo
per eccellenza, nella nostra società, ma che soprattutto ha il compito di
riportare l’attenzione di un pubblico, spesso troppo distratto, su quella trama
di fatti sconcertanti di violenza urbana che hanno riempito le cronache dei
giornali e la storia italiana degli ultimi anni, dai fatti della scuola Diaz
all’assalto militare degli ultras a una caserma di Roma.
ACAB. All Cops Are
Bastards". Il refrain di un celebre motivo skin
anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade.
Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e
hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro
reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono
disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione
sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il
linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei
più sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due
anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi
accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una
caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati
clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e
delle impunità.
LE
VIOLENZE DI GENOVA
Oggi la
caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna".
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300
testimoni.
C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo
ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno
in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti
umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra
decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti
carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri
dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva
ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di
sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il
ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con
durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri
riprendeva.
Tortura. Non è una formula
impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro
i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del
reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e
domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi
e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione;
spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre
statunitensi, un lituano.
Studenti soprattutto e
disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un
avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e
Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un
criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è
andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in
reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle
326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia
non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il
dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale
dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal
nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in
faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o
detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono
nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio
2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la
pena prevista dal reato).
Come una goccia sul vetro,
penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale
impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel
discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle
amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a
tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che
pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la
tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.
Nella prima Magna Carta - 1225
- c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato
della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo
e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari
e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13
si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e
morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà".
La caserma di Bolzaneto oggi
non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i
"luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla
città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di
farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un
campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri"
accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci,
filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori
di "Benvenuti ad Auschwitz".
Dov'era il famigerato "ufficio
matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei
corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato
posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume
italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita
a 5000 ebrei.
Quel giorno, era venerdì 20
luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio
cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la
palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta
metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla
sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è
costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la
famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri
non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e
non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li
vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano
ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la
gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in
dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è
accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o
meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli
oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è
costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle
cavità".
Nessuno sa ancora dire quanti
sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55
"fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di
permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna"
di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento
nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore.
Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano
quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di
pennarello rosso (o verde) sulla guancia.
È saltato fuori durante il
processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni
vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi,
gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per
ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola".
Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella
palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio
contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella
"posizione della ballerina", in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono
picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro
il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo
tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a
latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la
polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui
genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe
aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo
spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza.
A. D. arriva nello stanzone
con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina".
Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna
in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli
innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda".
C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non
picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo
in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta
che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.
Gli sbattono la testa contro
la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e
intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il
manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli
e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia,
devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte".
S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo
mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una
trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo
schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel
corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il
pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un
accendino.
Ogni trasferimento ha la sua
"posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in
alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le
mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una
forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene
percossi, minacciati.
In infermeria non va meglio. È
in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato,
l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono
costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia
penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni.
Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in
maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing
vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la
visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni.
P. B., operaio di Brescia, lo
minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un
preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci".
Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le
donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al
necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio
avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e
terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i
bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano
per "divertirsi" un po'.
Umiliano i malcapitati, le
malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene
lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli
anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta.
L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P.
viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che
le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"),
le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace
il manganello".
Chi è nello stanzone osserva
il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che
prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il
cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però
picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono
un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato
"strattonato e spinto".
Il giorno dopo, per farsi
riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia
penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle
nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con
"questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà
mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di
"trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini,
"indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul
viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la
maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il
medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si
stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide
quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto.
Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto
gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due
lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in
infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore.
Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non
urlare.
Per i pubblici ministeri, "i
medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare
la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno
permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".
Possono davvero dimenticare -
le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per
settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione
dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati?
Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i
nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso
cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla
coerenza"?
Il 18 maggio 2010 la corte d'Appello ha ribaltato
la sentenza di primo grado sulla sanguinosa irruzione della Polizia nella scuola
Diaz durante il G8 del 2001 a Genova ed ha condannato anche i vertici della
Polizia di Stato, infliggendo in totale circa 85 anni di reclusione.
Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è
stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di
Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni
Luperi (oggi all'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) a quattro
anni, l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola (ora vicequestore
vicario a Torino) a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto
Caldarozzi a tre anni e otto mesi. Altri due dirigenti della Polizia, Pietro
Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono
stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i
falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi. Sono invece stati dichiarati
prescritti i reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Per i 13
poliziotti condannati in primo grado le pene sono state inasprite.
Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva
chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado furono
condannati 13 imputati e ne furono assolti 16, tutti i vertici della catena di
comando. I pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano
chiesto in primo grado 29 condanne per un ammontare complessivo di 109 anni e
nove mesi di carcere. In primo grado furono assolti Francesco Gratteri, ex
direttore dello Sco e oggi capo dell'Antiterrorismo, per il quale il pg ha
chiesto una condanna a 4 anni e 10 mesi; Giovanni Luperi, ex vice direttore
Ucigos e oggi all'Agenzia per le informazioni e sicurezza interna (chiesti 4
anni e 10 mesi); Gilberto Caldarozzi, ex vice dello Sco e oggi capo (4 anni e
sei mesi) e Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova e oggi questore
vicario a Torino (chiesti 4 anni e sei mesi).
Un urlo si è levato nell'aula del Tribunale di
Genova mentre i magistrati leggevano il dispositivo della sentenza. Erano le
grida dei numerosi stranieri presenti in aula, tedeschi e inglesi in
particolare, vittime dell'assalto. Il giornalista inglese Mark Covell dice che
ancora non si capacita della sentenza: "Stamattina non mi aspettavo niente. E'
una sentenza sensazionale che restituisce forza e coraggio a tanti italiani e
stranieri che durante il G8 hanno subito delle ingiustizie, sono stato
picchiati, torturati, imprigionati". Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, commenta
che "il sorriso di Zulkhe è stata la risposta migliore alla sentenza. Avere una
risposta di giustizia fa sempre piacere in questo paese". Zulkhe è la ragazza
tedesca fotografata in barella all'uscita della Diaz dopo il pestaggio e la cui
immagine finì nella copertina dell'inchiesta della procura. Enrica Bartesaghi,
presidente del comitato "Verita' e giustizia" ha commentato: "E' incredibile,
non ci aspettavamo questa sentenza, si riapre uno spiraglio di fiducia in questo
paese. E' stata riconosciuta la catena di comando. Tutti quelli che c'erano sono
responsabili". Soddisfazione è stata espressa anche dagli avvocati difensori dei
manifestanti e delle parti civili. "E' stata confermata la nostra tesi che anche
i vertici sono responsabili dell'operazione. Abbiamo ottenuto il risarcimento
delle spese di primo grado, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni"
ha commentato l'avvocato Stefano Bigliazzi. Tra gli altri particolari, è stato
riconosciuto anche il danno subito dai giuristi democratici ai quali furono
sequestrati degli hard disk alla scuola Pascoli.
L'irruzione della polizia nella scuola Diaz di
Genova, la notte del 21 luglio 2001, avvenne il giorno dopo la morte di Carlo
Giuliani, ucciso durante l'assalto a una camionetta dei carabinieri e mentre le
strade di Genova erano devastate dalle violenze dei black bloc. La scuola Diaz
era stata scelta dal Comune di Genova come ostello per i no global arrivati da
tutta Europa. Al termine dell'irruzione dei poliziotti del Reparto Mobile di
Roma guidati da Vincenzo Canterini oltre 60 ragazzi rimasero feriti, alcuni dei
quali in modo grave. La polizia arrestò 93 giovani, tutti poi prosciolti. In
quel frangente, furono sequestrate due bottiglie molotov che erano state trovate
per strada e poi - hanno sancito i giudici - furono portate all'interno della
scuola per giustificare gli arresti.
Le immagini dei volti feriti, dei pestaggi, del
sangue nei locali della scuola devastata fecero il giro del mondo come le parole
del giornalista inglese Mark Covell, che subì lesioni gravissime. Uno dei
funzionari di polizia imputati, Michelangelo Fournier definì in aula la scena
che gli si era parata davanti una "macelleria messicana". Le indagini sono state
affidate a Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, due dei magistrati di punta
della procura di Genova.
Gli accertamenti sull'irruzione, sulle lesioni,
sugli arresti arbitrari e sull'episodio delle molotov sono stati lunghi e
difficili e i magistrati inquirenti hanno denunciato l'atteggiamento non
collaborativo dei vertici della Polizia. La sentenza di primo grado assolse la
"catena di comando", i sedici dirigenti della Polizia. Tredici furono i
condannati, per complessivi 35 anni e sette mesi di reclusione.
LE VIOLENZE DI NAPOLI
Non solo Genova, però, è un neo indelebile.
Il 17 marzo del 2001, quello
degli scontri in occasione del Global Forum e dei successivi terribili pestaggi
nella caserma «Raniero Virgilio», fu per Napoli (e non solo) un dies horribilis.
E’ scritto nelle motivazioni della sentenza con cui, il 22 gennaio 2010, la V
sezione del Tribunale (presidente Clara Donzelli, a latere Alfredo Guardiano e
Rossella Tammaro) ha condannato dieci dei poliziotti che trattennero
un’ottantina di ragazzi nella «sala benessere» della caserma, sottoponendoli a
ogni genere di soprusi e umiliazioni. Tra i condannati, come avevano chiesto i
pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristofaro, anche due funzionari, Fabio
Ciccimarra e Carlo Solimene, cui è stata inflitta la pena di due anni e otto
mesi per sequestro di persona: l’unico reato, questo, non prescritto. Ciò che
avvenne dopo la manifestazione, scrive il giudice Donzelli, estensore della
sentenza, fu, di fatto, un rastrellamento: «Nessuna disposizione normativa
poteva giustificare l’arresto dei giovani trattenuti all’interno della sala
benessere della caserma Virgilio al fine di essere identificati e, prima ancora,
oggetto di quello che può essere agevolmente definito come un vero e proprio
rastrellamento.
Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di
potere citati nelle 112 pagine depositati. C’è, per esempio, quello di un
giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap,
deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide
ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli
venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi
ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane
procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri
ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane
procuratore definito con spregio l’avvocatino. Questi, proprio in quanto
assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva
al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato
documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato
un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie
percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a
rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio,
risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso
sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita».
Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i
ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante».
«L’elenco delle condotte criminose in danno delle persone transitate nella
caserma consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a
comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano
e degradante. Tali condotte, seppure materialmente commesse da un numero
limitato di autori e in una particolare situazione ambientale, hanno comunque
inferto un vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime,
anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia
della quale detta istituzione deve godere, in virtù della meritoria attività
quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella
comunità dei cittadini». I giudici criticano, in particolare, il comportamento
dei due funzionari, Ciccimarra e Solimene, i più alti in grado quel giorno nella
caserma: «che essendo presenti ai fatti e potendolo evitare, in quanto dotati di
titolo e competenza, da tanto si sono astenuti, consentendo che altri
infliggessero a inermi cittadini (nei cui confronti nulla risultava allora e non
è risultato in seguito alcun addebito di colpa) violenze e minacce assolutamente
ingiustificate».
Ma non finisce qui. Si tratta di un episodio
sconcertante quello che ha coinvolto il comandante della Polizia Municipale del
Comune di Napoli, Luigi Sementa. L’episodio risale al 5 dicembre 2008, quando un
cronista del «free press» «Il Napoli», Alessandro Migliaccio, subì
un’aggressione fisica proprio da parte di Sementa. Migliaccio, recatosi presso
la sede dei vigili urbani, a seguito di informale convocazione del comandante e
in presenza di due colleghi, ha successivamente denunciato in Questura di aver
ricevuto uno schiaffo sul viso dal comandante Sementa. La reazione sarebbe
scaturita dalla contestazione di un articolo a sua firma, pubblicato sul free
press dal titolo «Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante».
L’aggressione è testimoniata da un video, mandato
in onda nel corso della trasmissione di Raitre «Linea Notte» e poi da “Striscia
la Notizia” e “da Le Iene”. Nel filmato, dopo che al cronista viene intimato più
volte di consegnare un documento di identità, si vede l’ex ufficiale dei
carabinieri (oggi generale dei vigili) che si avvicina a Migliaccio e gli dà uno
schiaffo in pieno volto. Solo l’intervento degli altri due giornalisti presenti
evita una nuova aggressione ai danni del cronista. Otto minuti di filmato:
dall’ingresso al comando al colpo proibito.
«È sconcertante che il sindaco
di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbia sospeso dal servizio il capo della
locale Polizia municipale, Luigi Sementa, il quale ha ritenuto di poter
convocare nel suo ufficio un cronista di E Polis, Alessandro Migliaccio, e di
schiaffeggiarlo perchè era l’autore di un servizio che non risultava gradito non
si capisce bene a chi e a quanti». È il monito del segretario nazionale
dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.
BANDE IN
DIVISA
Si è
concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne
di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li
vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del
proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e
il 2005.
Le condanne
sono state emesse dai giudici della decima
sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto
di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e
dei due ideatori ed esecutori dei reati.
I
condannati sono agenti che lavoravano presso la
Squadra Volanti della Questura di Milano.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero
fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si
legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali
peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".
A volte
accettavano promesse "di pagamento della metà del
valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare
operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro
di prezzo dell’acquisto".
Di stesso
tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008
la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei
mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009
altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità
diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo
l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero
preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni
spacciatori.
Ma quanto raccontato da
"L'UNITA' con il titolo "La banda
in divisa" è allucinante.
Quello che stiamo per raccontare è un «processo
nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il
generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache.
E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di
Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.
Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro
nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer,
comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se
la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato:
Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi:
associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di
droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.
Il primo a
sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora
sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col
quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di
un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse
che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel
porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata
alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le
indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i
destinatari della merce».
Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i
piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente
di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più
informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del
Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due
quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si
trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando,
molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno
spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni
suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.
Il processo ruota attorno a questi comportamenti.
Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in
tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi
carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti
operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per
gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per
l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal
giudice Fabio Salamone.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto
«Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in
carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In
realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono
reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come
spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.
«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio
- instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni
sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere
né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di
stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il
corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato
dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso
il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad
importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è
stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei
carabinieri che figurano tra gli imputati.
Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti
furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a
Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con
la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge
nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove,
costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus
operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya
(colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo,
agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un
contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori
della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad
interventi operativi».
E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone
decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello
del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con
gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà
processato a parte.
Non è solo una
storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche
passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da
Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente
trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose
munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni
traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi
legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto
tutto questo?
La procura di Milano lo spiega con poche
inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in
attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e
successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire
provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del
ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la
documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte
sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli
uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.
Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due
anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel
carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni
prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante
un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata
trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.
Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una
lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha
letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che
tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia
vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è
per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la
fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero
che mi ricorderete con simpatia».
Dopo questo non si deve dimenticare che è stato condannato a 12 anni, dal
Tribunale di Milano, l'ex generale della Finanza Giuseppe Cerciello, accusato di
corruzione.
VIOLENZA DA STADIO
Di pestaggi e violenza gratuita da parte delle
Forze dell’Ordine ce ne sono stati dimostrati dai media a bizzeffe. In occasione
di manifestazioni politiche (G8 Genova e Global Forum Napoli), sportive e
sindacali. In occasione di arresti, in cui, addirittura, ci sono stati dei
morti. Ma queste sono solo la punta di un iceberg, ossia quelle situazioni in
cui si è potuto dimostrare qualcosa: con filmati o con registrazioni sonore. Per
il resto è come nulla fosse successo, data l’omertà e il corporativismo che
regna nell’ambiente. Inutile denunciare: chi ti crede? Tanto, la testimonianza
delle istituzioni ha maggiore valenza in confronto a quella del semplice
cittadino.
"La mia unica colpa è avere
una maglietta rossa. Quando mi hanno fermato hanno detto che ero il ragazzo che
cercavano, con la maglietta rossa. E giù cazzotti, subito. Non ho capito niente.
Io manco ci vado allo stadio. E sò della Lazio". Stefano Gugliotta mostra i
segni delle manganellate sulla schiena, su una coscia, all'inguine. Adesso
sorride con due denti di meno ai deputati, ai consiglieri regionali in visita a
Regina Coeli. Il volto dopo sei giorni appare ancora tumefatto. I punti di
sutura chiudono una profonda ferita sulla testa. Stefano è ancora in cella,
nonostante il pestaggio è indagato per resistenza a pubblico ufficiale. Saranno
i suoi venticinque anni, sarà quello che gli è successo, ma passa le ore a
interrogarsi sul senso della vita, sul caso, sulla fatalità. Ha perso il sonno
il giovane picchiato dai poliziotti la sera del 5 maggio 2010 dopo la partita Roma-Inter. Due dei presunti colpevoli sono stati identificati attraverso le
immagini di un video amatoriale, sono stati ascoltati in procura come testimoni,
poi l'iscrizione sul registro degli indagati per lesioni volontarie.
"In un giorno mi è cambiata la
vita. E non riesco a spiegarmi perché... Perché sono ancora qui? Non so darmi
pace". Stefano ricorda, ricostruisce: "Abito a quattrocento metri dallo stadio,
ero con un amico e siamo andati al bar ma, quando siamo arrivati, stava
chiudendo e così abbiamo deciso di tornare a casa mia. In via Pinturicchio gli
agenti hanno fatto segno di fermarci. Non sono scappato. Perché avrei dovuto? Ho
preso un pugno. Sono rimasto fermo perché sò grosso, peso ottanta chili. Pensavo
al mio amico che è secchetto. Temevo che ci restasse, lì sotto le botte. Invece
lui è riuscito ad andare e io sono finito dentro".
Nella cella del reparto medico
dell'antico carcere romano, Stefano Gugliotta non dorme da giorni. I medici lo
aiutano con i farmaci. Prende parecchi tranquillanti. "Non riesco neppure a
guadare più tanto la tv. Appena c'è una notizia di sport ritorna lo choc, rivedo
tutto". Vanno a trovarlo Massimo Pompili deputato del Pd, Luigi Nieri,
consigliere regionale di "Sinistra, ecologia, libertà", Stefano Pedica dell'Idv,
Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone. A tutti chiede se è stato
ritrovato il suo orologio, niente di prezioso ma glielo aveva regalato Flavia,
la sua ragazza. "Studia danza. Stiamo insieme da un anno. Io le ho dato
l'anello". Sorride ancora quando dice che ha visto i genitori, che lo ha
"confortato" la mamma. Chi lo ha incontrato dice di averlo trovato tutto sommato
sereno, saldo. "Patisce parecchio lo stress del carcere", dice l'onorevole
Pompili. Sia lui che Pedica chiedono l'immediata scarcerazione. "È assurdo che
rimanga ancora in cella. Dietro le sbarre non ci devono stare gli innocenti".
Solidarietà bipartisan. Il
Viminale promette chiarezza ma il ministro Maroni ammonisce: "No ai processi
sommari. Condanno la violenza ma anche gli attacchi indiscriminati agli uomini e
alle donne delle forze dell'ordine".
In carcere per i disordini del
dopo partita ci sono altre sette persone, due sono studenti fuori sede, arrivano
da un paesino in provincia di Chieti, hanno 19 anni. "Eravamo andati a vedere la
partita - dicono Stefano Carnesale e Emanuele De Gregorio - ci hanno fermati
perché avevamo raccolto da terra un'asta telescopica utile per le bandiere. La
volevamo usare per i mondiali. Siamo juventini non ultras". In infermeria c'è
Daniele Luca con una vertebra rotta. Tutti si chiedono: "Che succederà quando
usciremo?". Hanno paura.
Il pestaggio di Stefano Gugliotta, la notte del 5
maggio 2010 nei pressi dello stadio Olimpico di Roma, per il vigore mediatico
finisce sotto la lente della procura della Capitale che ha aperto un’inchiesta.
Anche il capo della polizia Manganelli
ha ordinato un’ispezione interna.
Ma c’è un altro caso choc. Quello di Daniele Luca, 25 anni, padre
di una bimba di 3, alla sua quarta volta allo stadio. E’ finito in ospedale con
la schiena rotta dopo essere stato investito, secondo il racconto dei suoi
avvocati, da una macchina civetta della polizia.
Intanto è bipartisan la richiesta di far luce
sull’intera vicenda. Molti i politici di entrambi gli schieramenti che hanno
fatto visita a Stefano nel carcere di Regina Coeli dove il giovane era rinchiuso
con l’accusa di essere un ultrà e di aver partecipato agli scontri del dopo
finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. Ma Stefano, 25 anni, non è nemmeno
tifoso e si trovava da quelle parti solo per caso. Lo ha ribadito, ancora una
volta, anche al radicale Mario Staderini che lo ha incontrato in carcere.
Staderini, ci dica subito come lo ha
trovato…
Fisicamente ha un dente rotto, una ferita alla testa di 6 centimetri e vasti
ematomi su tutta la parte sinistra della coscia, sul fianco e anche sulla
schiena. Da un punto di vista psicologico l’ho trovato veramente scosso. Non
riesce più a dormire la notte e non si capacita di tutto quanto gli è successo.
Nonostante i tre video girati dagli
inquilini dei palazzi di Viale Pinturicchio che inchiodano i tre agenti,
nonostante i testimoni siano ormai una quindicina, nonostante la disperazione
della mamma Raimonda che minaccia gesti estremi, Stefano comunque resta in
carcere…
L’unica speranza è che il Tribunale del Riesame sia rapidissimo, altrimenti si
tratterà di aspettare altri 15 giorni come prevede il codice di procedura
penale.
Non bastano l’ispezione ordinata da
Manganelli e l’inchiesta aperta dalla Procura di Roma?
No. E’ necessario che sia aperta anche un’inchiesta penale e che siano sospesi
tutti coloro che verranno riconosciuti colpevoli a partire dai dirigenti.
Ricordiamo che qualche giorno fa il ministro Maroni aveva concordato con
Manganelli la linea del pugno di ferro contro le tifoserie nelle quali si
sospetta l’infiltrazione della criminalità organizzata.
C’è anche il caso di Daniele Luca, ci
racconti che è successo…
Daniele si era divincolato, a suo dire (ma anche le immagini lo confermano) da
un eccesso di manganellate, ed è stato investito da una macchina rischiando di
rimanere paralizzato.
Quale macchina?
Una Marea bianca che sembrerebbe trattarsi di una macchina civetta della
polizia.
Poi cosa è successo?
Daniele stesso mi ha raccontato di essere stato trattenuto quella sera presso le
celle dello stadio Olimpico e di fronte alle sue richieste di andare
all’ospedale perché aveva questo dolore alla schiena, gli è stato risposto che
non c’erano i requisiti. Solamente alle 6 del mattino dopo, quando è arrivato in
carcere, i sanitari lo hanno immediatamente mandato al Fatebenefratelli. Ma la
cosa grave è che all’inizio gli sia stato rifiutato di andare a fare le lastre
ben sapendo che, essendo stato investito, Daniele poteva davvero aver riportato
delle fratture gravissime come poi è stato dimostrato.
A conferma del racconto del radicale Mario Staderinisul caso di
Daniele Luca, anche le parole dell’avvocato Lorenzo Contucci, difensore
del 25enne picchiato dalla polizia e investito da un’auto all’esterno dello
stadio Olimpico di Roma, la sera del 5 maggio scorso al termine della finale di
Coppa Italia tra Roma e Inter. «Questo ragazzo era la quarta volta che andava
allo stadio con degli amici e ha avuto la sfortuna di indossare una maglietta
rossa al pari di altri due arrestati. Dal momento che l’autore del lancio di
sassi contro gli agenti aveva questa maglietta rossa, si è scatenata una sorta
di caccia a chiunque vestisse una maglietta rossa. Luca è stato bloccato mentre
andava a prendere il suo motorino, picchiato e investito da un’auto, una Marea
bianca, che credo sia delle forze dell’ordine dal momento che quella era una
zona pedonale».
Questo investimento che cosa gli ha
provocato?
A seguito delle botte che ha ricevuto, non solo dell’investimento, Daniele ha
riportato la frattura di una vertebra dorsale con 30 giorni di prognosi.
Avvocato, lei conferma che per tutta la
notte al ragazzo sono state negate le cure nonostante le sue richieste?
Sì, mi risulta così. La mattina dopo è stato portato a Regina Coeli e da lì
mandato al Fatebenefratelli dove le lastre e la tac hanno confermato la
frattura.
Insomma: le immagini e le testimonianze dimostrano
inequivocabilmente che molti agenti hanno agito con violenza contro dei singoli
cittadini inermi. I malcapitati, oltre che le botte, hanno subito l’affronto del
carcere, con l’ausilio della magistratura, giusto per chiudere il cerchio
dell’ignominia.
PARLIAMO DI
MENZOGNE DI STATO
Il prefetto Gianni De Gennaro
è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione dalla Corte d'Appello
del Tribunale di Genova, che lo ha ritenuto colpevole di istigazione alla falsa
testimonianza. Secondo il Tribunale De Gennaro convinse il vecchio questore del
capoluogo ligure, Francesco Colucci, ad "aggiustare" la sua testimonianza
durante il processo per il sanguinario blitz nella scuola Diaz, ultimo capitolo
del G8 del 2001. Il governo, però, si schiera al suo fianco. "Ha la mia piena e
totale fiducia: fino alla sentenza definitiva non cambia nulla, attendiamo
fiduciosi nell'esito del ricorso in Cassazione. Per De Gennaro, come per tutti,
vale la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva" dice il ministro
dell'Interno, Roberto Maroni. "La sua innocenza, fino a condanna definitiva è
sancita dalla Costituzione" aggiunge il ministro della Giustizia Angelino
Alfano.
De Gennaro, che nove anni
prima era il capo della polizia e poi al vertice del Dipartimento per le
Informazioni e la Sicurezza, era stato assolto in primo grado perché le prove di
colpevolezza nei suoi confronti non erano state ritenute sufficienti. Alle 14,
dopo quattro ore di camera di consiglio, la corte presieduta da Maria Rosaria
D'Angelo (giudici a latere Paolo Gallizia e Raffaele Di Gennaro) ha ribaltato la
decisione. Il prefetto è colpevole e con lui anche Spartaco Mortola, divenuto
poi questore vicario di Torino e durante il G8 numero uno della Digos genovese.
Mortola è stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione per lo stesso
motivo: pure lui avrebbe "suggerito" a Colucci la versione da fornire in aula,
raccontando in una maniera diversa quello che era stato il coinvolgimento di De
Gennaro nella discussa operazione. Per l'assalto ai 93 no-global della scuola,
massacrati di botte ed arrestati illegalmente, Mortola è già stato condannato in
appello a 3 anni e 6 mesi di reclusione. In questo secondo processo invece De
Gennaro non è mai stato nemmeno indagato. "Siamo sconcertati, esterrefatti.
Andremo in Cassazione", è stato il primo commento di Piergiovanni Lunca,
avvocato di uno degli imputati. "Finalmente è stato possibile dimostrare che
siamo tutti uguali davanti alla legge", gli ha risposto la collega Laura
Tartarini, parte civile in questo procedimento.
Vale la pena di ricordare che
le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono tutte chiuse con
pesanti condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati
(funzionari, agenti, ufficiali dell'Arma, generali e guardie carcerarie,
militari, medici) per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove
transitarono almeno 252 no-global fermati durante gli scontri di piazza.
Colpevoli anche i picchiatori e i mandanti del massacro nella scuola, a partire
dai vertici del Ministero dell'Interno come Giovanni Luperi, attuale
responsabile dell'Aisi, l'ex Sisde, condannato a quattro anni di reclusione e
Francesco Gratteri, oggi capo dell'Antiterrorismo (stessa pena). Tre anni e otto
mesi sono stati inflitti a Gilberto Caldarozzi, che catturò Bernardo Provenzano
e ora dirige il Servizio centrale operativo, cinque anni a Vincenzo Canterini,
allora numero uno di quella "Celere" romana.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha
espresso fiducia nei confronti dei 25 poliziotti condannati in appello per
l'irruzione nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001. Commentando la
sentenza della Corte d'Appello di Genova il sottosegretario dell'Interno
Mantovano aveva detto che "questi uomini" godono della piena fiducia del sistema
sicurezza e del ministero dell'Interno, e "resteranno quindi al loro posto".
A questo punto vien da presentare un commento, "La
menzogna di Stato", di Francesco
Merlo pubblicato su "Repubblica", che inquadra bene la questione.
Gianni De Gennaro non è un
uomo qualunque, per moltissimi anni è stato un pezzo importante dello Stato
italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello. Ma proprio per
questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le
solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo. Un servitore dello
Stato, un ex capo della Polizia poi Signore dei servizi segreti, non può
apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna
anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un
bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza.
E però, più inquietante della
sentenza, c'è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse "di partito",
del ministro dell'Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro
dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l'apparire come una
prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali
con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell'idea rigorosa di
Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e
pulizia assoluta?
Insomma, più grave della
sentenza c'è la complicità politica con il reo, l'idea che la politica possa
annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello la scontata
crocifissione ideologica dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si
tratta in fondo di pezzi di un'opposizione di pochissimo peso istituzionale. Ben
più indecente è l'amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha
colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso
tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità
disarmante. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato,
magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il
suo operato vulnera l'istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a
costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando
invece è un pezzo di Stato?
Ma voglio essere ancora più
chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni
psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i
giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono
purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle
costruite a freddo contro degli inermi, di cui spesso le cronache ci inondano di
rappresentazioni. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le
attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C'è una nobiltà nella
ignobiltà che secondo la condanna ha commesso. Ma la solidarietà dei ministri
degli Interni e della Giustizia sconfessa l'operato dei giudici in maniera
sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio
che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l'amicizia
rendono innocente anche un reo condannato. L'impunità è la peggiore delle
sporcizie di Stato.
INSICUREZZA STRADALE
Sarà quel che sarà, di certo aumentano
esponenzialmente i «lampi blu» che sfrecciano nelle nostre città. Migliaia di
auto di scorta per volti noti che vanno di fretta.
Non c’è ingorgo che tenga, non c’è fila che possa
rallentare il passo alle nuove caste di potenti e potentini che fanno delle
città la loro personale «Isola dei famosi». Innestano il lampeggiante e via
nella corsia preferenziale, parcheggiati in doppie e triple file protetti dalla
magica luce blu. Il lampeggiante è l’ultimo e più ambito degli status symbol che
dimostrano che «io sono io e voi non siete un c...», come diceva il Marchese del
Grillo. Più ambita dell’auto blu. Quella tutti possono averla, che ci vuole,
basta un posticino in una delle tante nostre munifiche istituzioni locali. Ma
l’auto blu, senza il lampeggiante è come un bell’uccello con le ali spezzate:
può far bella mostra di sé nel traffico, chiudendo un occhio può accompagnare la
moglie a far la spesa, ma senza luce e paletta non può volare al di sopra del
traffico dei paria.
Ma attenzione, perché il fenomeno in questione non
riguarda più solo la personalità straniera in visita, il magistrato sotto
scorta, il ministro in missione ufficiale, insomma coloro che per la natura del
proprio incarico e per questioni di sicurezza hanno necessità di essere
accompagnati da agenti di polizia, pronti ad accendere il lampeggiante ma solo
in caso di emergenza. Da quattro anni in qua il fenomeno è in rapida espansione
e i furbetti del lampeggiante sono diventati una popolazione sempre più folta.
Tutta colpa di un comma, poche righe di una legge
che ha dato la stura al fiume blu. Come spesso succede alle nostre latitudini la
questione è partita da un fatto serissimo e in pochi mesi si è trasformata in
sbracato eccesso. Bisogna risalire al delitto di Marco Biagi, quando il
dibattito sulle scorte ai personaggi a rischio diventa bollente. Per evitare
l’arbitrio nella concessione della tutela da parte delle forze dell’ordine, nel
2003 viene emanato un decreto, il numero 253 (poi convertito in legge), che
istituisce l’Ucis, un ufficio interforze per gestire le scorte. E per cercare di
far fronte a tutte le esigenze senza impegnare troppo personale di polizia, la
legge introduce la possibilità «per esigenze di carattere eccezionale e
temporaneo» di conferire «la qualifica di agente di pubblica sicurezza a
conducenti di veicoli in uso ad alte personalità che rivestono incarichi
istituzionali di governo». In sostanza viene creata la possibilità di
trasformare un semplice autista, purché in possesso di determinati requisiti, in
agente di scorta a tutti gli effetti, cioè con lampeggiante, paletta e licenza
di accelerare in caso di emergenza. Ma attenzione alle parole chiave della
norma: «eccezionale» e «temporaneo». Manco a dirlo. Quando una legge recita così
in Italia si traduce con «per sempre» e «quando ci pare».
Il caso più eclatante è quello di Roma: «Qui il
lampeggiante ormai ce l’hanno tutti - sbotta Pietro Giaccardi, presidente
dell’Osservatorio sui reparti scorta del sindacato di polizia Consap - politici
certo, ma anche funzionari di enti e perfino gente dello spettacolo». A
verificare non ci vuole tanto. Basta mettersi di guardia davanti alle sedi Rai.
Ed è famoso il caso del marzo scorso, quando davanti al palazzo del Coni si
radunarono 40 auto col lampeggiante. Autisti venuti a ritirare i biglietti
gratis per la partita Roma-Arsenal. «Oltretutto - mastica amaro l’agente - in
quelle auto, non essendoci le personalità a bordo, il lampeggiante non poteva
essere attivato». Sai com’è, da personalità a personalismo il passo è breve.
«Almeno cambiassero il colore della luce, così la gente saprebbe che non siamo
noi poliziotti a sfrecciare nelle corsie preferenziali - aggiunge rassegnato
Giaccardi - la beffa è che i professionisti ormai lo usano sempre meno, perché
se sei di scorta a un personaggio veramente a rischio, l’imperativo è non farsi
notare». Il fenomeno è notevole anche a Napoli. A Milano invece i permessi sono
solo una trentina.
La denuncia è tutt’altro che di parte. A
rilasciare le autorizzazione agli autisti sono le prefetture. E Giuseppe
Pecoraro quando si è insediato come prefetto di Roma ha scoperto che i permessi
erano tantissimi, ma non esisteva nemmeno un archivio completo. Ora sta cercando
di invertire la rotta: «Il lampeggiante non può essere uno status symbol - ha
spiegato - purtroppo non sempre viene utilizzato nei termini consentiti». Pare
che gli incarichi «temporanei» siano proliferati tanto che ci sia chi si
«dimentica» di restituire il lampeggiante ».
Polizia, il 70% delle vittime sono deceduti su
strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro: mancanza dell'uso delle
cinture e macchine in stato pietoso sono le cause principali.
L'incredibile dato arriva dall'inchiesta
pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione
amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se
solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega
Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le
indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre
l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini
sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta
si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la
sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un
conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più.
Anzi, ci fa ancora più rabbia".
In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un
poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si
ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che
solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può
negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come
tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita -
spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito
letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione.
Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a
rotta di collo per fermare un sospetto?".
CLANDESTINITA'
La partita che l’extracomunitario gioca con lo
Stato italiano è un autentico gioco
dell’oca: un giro dietro l’altro, con tappe e passaggi
obbligati, ritorno al via e ripartenza.
Cerchiamo di capire il perché partendo dalla
prima casella.
Ipotesi, che poi è la realtà di tutti i giorni; la
polizia municipale di Milano ferma un immigrato senza documenti
e senza permesso di soggiorno. Lo chiameremo Mustafà. Come nel 99 per cento dei
casi, Mustafà dichiara generalità
false. Gli uomini del nucleo radiomobile gli prendono le impronte, gli fanno le foto e le portano in questura, nel gabinetto
regionale della polizia scientifica. Se non è già schedato, gli viene assegnato un codice, che diventa la sua vera
identità, il suo vero nome. Perché se invece è già segnalato
nove volte su 10 all’impronta e al codice che corrispondono al nostro Mustafà
sono associati tanti nomi diversi quante le volte in cui è stato fermato.
A questo punto Mustafà si viene a trovare in una delle tre
tipiche fattispecie che riguardano gli immigrati senza
documenti.
1.La prima è la più semplice: è stato
fermato mentre commetteva un altro
reato (o era ricercato per lo stesso), spaccio, furto, rapina.
Mustafà viene processato, condannato e
finisce in carcere. Parallelamente, dall’8 agosto in qua, si
apre per lui anche la procedura per il reato di immigrazione clandestina davanti
al giudice di pace.
2.La seconda
tipologia di eventi in cui rientra Mustafà è quella che abbia
ricevuto in passato un decreto di
espulsione e l’abbia ignorato. Qui bisogna subito capire come mai Mustafà è ancora in Italia.
Il problema alla base è l’incertezza sulla sua identità e la sua provenienza.
Una volta che il prefetto ha emesso il decreto di espulsione e il questore il
susseguente ordine di allontanamento, sarebbe più efficace accompagnarlo alla
frontiera e dirgli addio. Già, ma a
quale frontiera? Ti fidi di quello che ti ha detto e lo porti in
Marocco. Alla dogana,
come minimo i poliziotti locali ti ridono dietro: marocchino? E chi ce lo
assicura che è vero? La strada è impraticabile. Prima di liberare Mustafà e di
pregarlo gentilmente di tornarsene a casa c’è un’altra possibilità: il Cie,
centro di identificazione ed espulsione, a Milano in via Corelli.
Peccato sia sempre pieno, non c’è mai posto. E, anche nella
straordinaria ipotesi che trovi posto, Mustafà verosimilmente ne uscirà con le
sue gambe dopo 180 giorni
(prima del pacchetto sicurezza il termine era 60 giorni): i tempi per risalire
alla sua vera identità aspettando i riscontri di tutti gli stati del Maghreb
sono molto più lunghi. Morale: ordine
di allontanamento dall’Italia entro cinque giorni e liberi tutti.
Torniamo alla seconda fattispecie: Mustafà è stato fermato, identificato, e si è
scoperto che non aveva ancora lasciato l’Italia. Scatta subito l’arresto e il
pubblico ministero dispone l’udienza di convalida entro le canoniche 48 ore.
Primo intoppo: sono
talmente tanti che non si riescono a portare tutti nei processi per
direttissima. In quelli che si svolgono, il giudice convalida l’arresto, concede
i termini al difensore d’ufficio rinviando il processo più o meno di una
settimana e dispone la scarcerazione. Ma il giudice, come abbiamo visto, può
anche accogliere istanza di patteggiamento e svolgere direttamente il processo.
In ogni caso la sostanza non cambia:
entro poche ore di Mustafà non ci sarà più traccia.
3.E veniamo all’ultima fattispecie.
Mustafà non ha commesso altri reati e
non ha alcun ordine di allontanamento pendente. Fino al 7 agosto
andava incontro a una violazione amministrativa con conseguente decreto di
espulsione. Dall’entrata in vigore delle norme contenute nel “pacchetto
sicurezza” è responsabile di reato di
immigrazione clandestina. Il giudice di pace procede in modo
autonomo e parallelo anche se il clandestino è già imputato o condannato in
altri processi (l’unico reato che lo assorbe è quello per inottemperanza al
decreto di espulsione). L’udienza viene fissata non prima di due settimane dal
momento del fermo. Ovvio che Mustafà si presenti solo se è già in carcere per
altri motivi. In ogni caso la sanzione
prevista è l’ammenda da 5 a 10 mila euro che può essere
sostituita con l’espulsione. Esemplare è il caso di un algerino, già a San
Vittore per spaccio di droga, che è stato condannato alla pena pecuniaria di 5
mila euro, sostituita con l’espulsione per cinque anni. Un provvedimento che non può essere eseguito,
secondo il suo avvocato, almeno fino a quando Rouis non sarà giudicato in
appello nel procedimento pendente per spaccio di droga. Solo allora potrà
tornare alla casella di partenza.
RISULTATO: IN DUE MESI FERMATI A MILANO 732. PARTITI: NESSUNO
Denunciati, processati, arrestati, espulsi: di
certo nessuno ha lasciato l’Italia. Di certo per ognuno di loro almeno quattro agenti
sono stati impegnati due giorni. I carabinieri ne hanno identificati 394. La
Guardia di finanza 33. La polizia di Stato 252. Quelli scoperti dalla polizia
municipale sono 68. In diversi casi persone con alle spalle una sfilza di
segnalazioni: una trans brasiliana di
41 anni era già stata fermata 38 volte.
Alla
inefficienza del sistema si aggiunge il boicottaggio dei “magistrati militanti”.
«Troppi magistrati impediscono
l’operatività delle nuove norme sul contrasto all’immigrazione clandestina e
bloccano di fatto le espulsioni».
A lanciare l’allarme sul
boicottaggio della nuova legge da parte di alcune procure è il sottosegretario
all’Interno Alfredo Mantovano, che in un’intervista all’Ansa lancia un appello
ai magistrati che invece vogliono rispettare le norme: «È venuto il momento –
dice il sottosegretario – che faccia sentire la propria voce chi, dall’interno
del mondo giudiziario, non condivide questa visione militante e ideologica del
ruolo del giudice; e che, più in generale, faccia sentire la sua voce chi, di
fronte alle varie ordinanze di presunto contrasto alla Costituzione, non ha
dimenticato che secondo la Costituzione la sovranità appartiene al popolo ed è
espressa dal Parlamento. Non da giudici sedicenti “democratici”».
Secondo Mantovano «si sta
riproponendo il medesimo film proiettato all’indomani della legge Bossi Fini:
«L’11 e 12 settembre 2009 a Lampedusa le “correnti” Md e Movimento per la
giustizia hanno chiamato alla mobilitazione contro le nuove norme. A stretto
giro il procuratore di Torino ha fornito l’indicazione di non priorità dei
processi per il reato di ingresso clandestino, e in vari tribunali d’Italia si
fa a gara a chi impugna prima le nuove disposizioni. Tutto ciò con l’appoggio
militante dell’Anm, la cui tesi singolare è che questi magistrati si
limiterebbero a manifestare il loro pensiero, non a disapplicare la legge».