"Il rispetto si merita, non si pretende. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

LO STATO CI DIFENDE ?!?!

VIDEO INCHIESTA OMICIDI DI STATO

VIDEO INCHIESTA MAFIA DI STATO

MALAPOLIZIA

 

Malapolizia, quando si muore di Stato.

Malapolizia si scrive tutto unito, è gergale, scorretto, deviato e deviante. Un’altra necrosi del sistema, l’ennesima (malasanità, malapolitica, malagiustizia), di quelle che atterriscono di più: uomini in divisa contro uomini piccoli, fragili, spesso malati. Malapolizia evoca deliri di onnipotenza, senso di impunità, abusi di potere, fantasmi argentini: l’arroganza del forte contro il debole. Oltre che una locuzione, "Malapolizia" è adesso anche un libro che spaventa e fa pensare insieme, pubblicato con Newton Compton da Adriano Chiarelli. Un libro nero, dell’orrore, di quelli veri che ti tolgono il sonno, altro che zombi e case infestate. Un libro-inchiesta sulle morti oscure (sulle morti evitabili) per mano delle forze dell’ordine. Le “mele marce” in divisa, come li chiama qualcuno, minimizzando alquanto. Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri, Domenico Palombo, Marco De Santis, Maria Rosanna Carrus, ma i “casi” che troverete in questo excursus tra i gironi infernali della violenza di Stato sono molti di più, e inquietano. In una nazione sedicente democratica, com’è possibile che un normale intervento di polizia si trasformi in omicidio? Qual è il discrimine che separa la tutela dell’ordine sociale dall’abuso di potere?, la legittima difesa dalla tortura, dall’omicidio preterintenzionale? L’inchiesta di Chiarelli (lavora come autore e sceneggiatore per cinema e televisione) non è pregiudiziale, ideologicamente violenta, scorretta, contro la forza pubblica. Dice però pane al pane, e lo fa dire, quasi sempre, alle carte delle procure, alle parole dei familiari intervistati, sollevando il velo sugli scenari di ferocia in divisa post G8 di Genova. Sulla sopraffazione senza testimoni consumata troppo spesso nelle camere di sicurezza delle questure, nelle celle dei penitenziari, oppure per strada, quattro contro uno, a calci e pugni, a manganellate. Il fatto più grave è che l’elenco dei morti e dei feriti si allunga col tempo e nel tempo, spesso offuscato dal silenzio delle istituzioni. Quelle raccolte in “Malapolizia” sono storie scomode, crudelissime, che qualcuno vorrebbe farci dimenticare. Servendosi di un nutrito novero di materiali inediti, Chiarelli punta invece il riflettore sul lato buio della pubblica sicurezza, imbastendo un’inchiesta civile destinata a far discutere.

Da non perdere. L'ultima fatica editoriale di Adriano Chiarelli, una via crucis attraverso 23 casi di omissioni, insabbiamento giudiziari e rallentamenti delle indagini. In tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la documentazione giuridica. Un libro che dovrebbe stare sulla scrivania di ogni caserma dei Carabinieri, ogni ufficio di Polizia e nella direzione di ogni carcere. Stiamo parlando di MALAPOLIZIA, il volume dello sceneggiatore e regista Adriano Chiarelli. Ventitrè sono i casi esaminati nel volume suddivisi in "Arresti mortali", "I sopravvissuti", "Le patrie galere" e "Le mele marce". Una via crucis di morti e sopravvissuti nelle mani dello stato italiano.

Si parte da quello ormai celeberrimo di Federico Aldrovandi -"tossico e vestito da centro sociale"- morto durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005, proseguendo in una galleria degli orrori che si arresta al delitto facilmente prevedibile di una pensionata sarda. Stupisce apprendere come parecchi dei soggetti muoiano per errate procedure di immobilizzazione, quando invece la casistica insegnata nelle scuole di addestramento prescrive in maniera quasi maniacale quali sono le tecniche di arresto e fino a che punto deve e può spingersi l'uso della violenza nei confronti del cittadino. L'autore non cade mai nello stile fazioso degli attivisti militanti, ma presenta davanti al lettore tutte le prove necessarie a ricostruire il logico svolgimento dei fatti affinché l'osservatore metta a fuoco il problema fondamentale: in tutti i casi le indagini vengono svolte da colleghi degli indiziati.

L'antico adagio "cane non morde cane" si rivela perciò profetico, dando vita a una sequenza di omissioni, insabbiamenti e rallentamenti giudiziari. Ai parenti delle vittime non rimane che una lunga e snervante trafila nelle aule giudiziarie in attesa di processi che non cominciano mai e dello svolgimento di tutti e tre i gradi di giudizio. Fondamentale nel volume è il ruolo svolto da internet nella propagazione delle informazioni, diversamente parecchi dei casi in oggetto giacerebbero dimenticati nelle cantine polverose di qualche archivio.

Last but not least, in questi tempi di "sciatteria editoriale" la cura del volume è pressoché perfetta: è presente l'indice analitico dei nomi, accurata la bibliografia e la documentazione giuridica che comprende la documentazione esistente in materia: leggi, normative e documenti.

Tutto ciò non basta a dimostrare l'ineluttabile e l'omertosamente taciuto. Dopo il grande successo di pubblico e critica della serie tv Romanzo Criminale, il regista Stefano Sollima porta sul grande schermo il romanzo di Carlo Bonini: A.C.A.B.. Un viaggio nel mondo dei celerini, guardato con distacco dal resto del corpo di Polizia e con sospetto e diffidenza dai cittadini. Cobra, Negro e Mazinga sono tre “celerini bastardi”. “Celerini”, così si sentono, più che poliziotti. Vivono da tempo immersi nella violenza, specchio di una società esasperata e in un mondo che vogliono far rispettare anche a costo di un uso spregiudicato della forza. Incontrano così Adriano, giovane recluta appena aggregato al loro reparto: attraverso i suoi occhi e la sua lente integrazione nel reparto mobile vengono raccontate le vita di questo uomini, scandite da alcuni degli eventi più eclatanti di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi anni.

Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini. Cobra, Negro e Mazinga sono poliziotti del Reparto mobile, una struttura operativa guardata con distacco dai colleghi e con sospetto dai cittadini. I tre agenti imparano sul campo cosa vuol dire essere odiati, apostrofati al grido di “A.C.A.B.” che sta per “All Cops Are Bastards” (tutti gli sbirri sono bastardi), un motto del movimento skinhead inglese degli anni ‘70 diventato negli anni un richiamo universale alla guerriglia urbana. Ma i tre vanno anche fieri nel contrastare la violenza ripagandola con la stessa moneta, cioè agendo con metodi spicci e duri e, soprattutto, con l’uso forza. Con le loro storie si rivivono importanti fatti della cronaca italiana degli anni Duemila, in un cortocircuito che finisce per cambiare il lavoro e le vite private di tutti loro.

La trama di "ACAB. Tutti i poliziotti sono bastardi", romanzo di Carlo Bonini edito da Einaudi. «ACAB». All Cops Are Bastards. Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei piú sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e delle impunità.

All cops are bastards: è questo il significato di A.c.a.b., un acronimo nato negli anni 70’ dal movimento skinhead inglese degli anni Settanta, e poi diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi. E’ una storia che voleva portare da tempo sul grande schermo Stefano Sollima. Nel Gennaio 2010 contatta così Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti, storici sceneggiatori con i quali ha realizzato Romanzo Criminale – la serie, per adattare il romanzo di Carlo Bonini, giornalista di Repubblica. Lo script si discosta leggermente dall’originale: se nel libro i protagonisti sono Fournier, Drago e Sciatto, nel film il personaggio di Drago è diviso tra i personaggi di Favino, Giallini e Nigro. Anche il personaggio di Adriano è frutto degli sceneggiatori: “E’ la storia di una giovane recluta affascinata da un gruppo di anziani e dalla loro morale assoluta e ambigua allo stesso tempo – spiegano i tre - Il tutto raccontato in presa diretta, con un andamento quasi cronachistico: una fenomenologia dell’odio che si respira nel reparto celere”. Verranno ripercorsi alcuni episodi tristemente famosi: i fatti del G8 di Genova, la morte dell’Ispettore Filippo Raciti, il caso di Giovanna Reggiani e in ultimo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri. Il risultato è un racconto asciutto, senza retoriche che non crea santi e peccatori “Il film, nonostante sia immerso nei fatti più sanguinosi ed inquietanti degli ultimi anni, non vuole essere un film di denuncia sociale, o meglio, non solo – precisa Sollima - E’ soprattutto una storia di uomini, un racconto di amicizia, fratellanza, di ricerca di sicurezza e ordine, ambientato in un paese sempre più attraversato dall’odio, sempre più radicalizzato nelle sue posizioni, che compone certamente uno sfondo sconfortante, da cui però è bene non distogliere lo sguardo”.

Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012.  Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000. 

Legalità è comportamento conforme al dettato della legge. L’ordine è la sicurezza dei cittadini è un compito affidato allo Stato, affinchè la violazione della legalità non mini il buon vivere della comunità.

Si sta molto attenti ad imporre la legalità dal basso, nessuno pretende il rispetto della legalità dall’alto: da chi dovrebbe dare l’esempio.

La sicurezza degli italiani in patria è affidata al Ministro dell’Interno. Giusto per capire se l'esempio debba venire dall'alto: esemplare è la figura di uno dei tanti Ministri che nel tempo è stato chiamato a ricoprire l’incarico.

Fonte Wikipedia: Roberto Maroni.

Anagrafe: Nato a Varese il 15 marzo 1955.

Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato all’ufficio legale della Avon, poi dirigente leghista fin dalle origini; ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi e del Welfare nel secondo, già capo del «governo della Padania»; 5 legislature (1992, 1994, 1996, 2001, 2006).

Soprannome: Bobo.

Fedina penale: Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Nel 1996 la Procura di Verona invia la polizia a perquisire la sede leghista di via Bellerio a Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulla Guardia padana, ma alcuni dirigenti leghisti, fra cui Maroni, ingaggiano un parapiglia con gli agenti per impedire loro di compiere il proprio dovere. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato nell’inchiesta del procuratore veronese Guido Papalia come ex capo delle camicie verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati da una riforma legislativa ad hoc, varata dal centrodestra nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il terzo.

Roberto Maroni (Varese 15 marzo 1955) è un politico italiano e Ministro dell’Interno. Laureato in giurisprudenza ha lavorato come manager degli affari legali di diverse società; inoltre esercita la professione di avvocato.

All'età di 16 anni, nel 1971, Maroni milita in un gruppo marxista-leninista di Varese; fino al 1979 frequenta il movimento d'estrema sinistra Democrazia Proletaria. Nello stesso anno, il 1979, Roberto Maroni conosce Umberto Bossi. Tra i due inizia una collaborazione politica. Maroni e Bossi contattano i primi partiti autonomisti; quello più importante dell'epoca è l'Union Valdôtaine, movimento autonomista della Valle d’Aosta guidato da Bruno Salvadori. Dopo la morte prematura di Salvadori (1980), Maroni e Bossi proseguono da soli l'organizzazione di un movimento autonomista in Lombardia. Nel1984 Bossi e Maroni fondano, con Giuseppe Leoni, la Lega Lombarda. Mentre Bossi è segretario politico, Maroni contribuisce all'organizzazione del nuovo partito nella provincia di Varese. Nel 1985 Maroni è eletto consigliere comunale a Varese. La Lega elegge i primi rappresentanti anche a Gallarate e nel consiglio provinciale.

Nel 1989 partecipa alla fondazione della Lega Nord.

È deputato alla Camera dal 1992, dove ha ricoperto la carica di presidente del gruppo parlamentare leghista. Entra nel Consiglio federale della Lega e segue per conto della segreteria di Bossi le più importanti vicende politiche di quegli anni. Sempre nel 1992 contribuisce alla vittoria della Lega Nord alle elezioni amministrative, culminata nell'elezione del primo sindaco leghista in una città capoluogo di provincia, Varese. Maroni entra in quella prima giunta leghista come assessore.

È stato Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, per otto mesi, nel 1994, sotto il primo governo Berlusconi.

È al fianco di Umberto Bossi nella svolta secessionista della Padania (15 settembre 1996) e viene indagato dalla Magistratura per reati legati al vilipendio dell'unità nazionale e accusato di aver causato uno stato di "depressione del sentimento nazionale" tra i propri concittadini a causa della diffusione delle proprie opinioni sull'indipendenza della Padania.

Il 12 agosto 1996 il Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, avviò delle indagini sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere un'organizzazione paramilitare tesa ad attentare all'unità dello Stato (reato previsto dagli articoli 241 e 283 del Codice penale). Il 18 settembre venne così disposta la perquisizione delle residenze di Corinto Marchini, capo delle "camicie verdi", Enzo Flego e Sandrino Speri, dell'ufficio di Speri nella sede leghista di Verona e di un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, ritenuto nella disponibilità dello stesso Marchini. Le operazioni iniziarono alle 7 del mattino e alle 11 due pattuglie della Digos di Verona si presentarono alla sede della Lega di via Bellerio a Milano con Marchini a bordo. A tale perquisizione, operata dalla Polizia di Stato, si opposero alcuni militanti e politici leghisti fra cui l’ex Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ne contestavano la validità. Tuttavia nel pomeriggio, dopo una consultazione con la Procura di Verona e un nuovo mandato di perquisizione, la Polizia decise di fare irruzione, incontrando la resistenza dei militanti e dirigenti padani. A questo punto scattò la carica per superare l'ostacolo e raggiungere l'ufficio indicato dall'indagato. Corinto Marchini aveva infatti indicato come proprio ufficio un locale che si rivelò invece essere, come scritto sulla porta, l'ufficio di Roberto Maroni; nessun altro locale venne identificato come un possibile ufficio dell'indagato. Il Procuratore decise di ignorare tale informazione e di far perquisire ugualmente l'ufficio. Si contarono contusi da entrambe le parti. Maroni, caricato su una barella, venne portato in ospedale.

Contro la perquisizione la Camera dei Deputati nel 2003 avanzò ricorso per «conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo alla Corte Costituzionale di dichiarare che non spetta all'autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni». Nel 2004 la Corte Costituzionale darà ragione alla Camera.

Il 16 settembre 1998 Roberto Maroni fu condannato in primo grado a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di appello di Milano il 19 dicembre 2001 ha confermato la decisione di primo grado riducendo la pena a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo il reato di oltraggio era stato abrogato. La Cassazione nel 2004 ha poi confermato la condanna commutandola però in una pena pecuniaria di 5.320 euro. Per la Suprema Corte «la resistenza» di Maroni e degli altri leghisti «non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento oggettivamente ingiusto ad opera dei pubblici ufficiali». In modo particolare gli atti compiuti da Maroni sono stati ritenuti «inspiegabili episodi di resistenza attiva (...) e proprio per questo del tutto ingiustificabili».

Maroni è stato anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme al altri 44 leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati dalla Legge 24 febbraio 2006, n. 85 varata dal centrodestra allo scadere della legislatura. Restava in piedi solo il terzo, ma anche da questo Maroni ottiene il non luogo a procedere nel dicembre 2009, e comunque il divieto di associazioni di carattere militare previsto dal Decreto Legislativo 14 febbario 1948, n. 43 è stato poi abrogato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (art. 2268, c. 1, punto 297).

Nel periodo 2001-06 lavora, nell'ambito della nuova coalizione della Casa delle Libertà, quale delegato leghista alla definizione del programma per le elezioni politiche del 2001, nelle quali viene rieletto deputato nel collegio uninominale di Varese. Nei governi Berlusconi II e III ha ricoperto l'incarico di Ministro del Welfare.

Nel 2001 riceve una lettera dal giuslavorista Marco Biagi, suo collaboratore al Ministero del Lavoro poi ucciso dalle Br, che lamentava una non adeguata protezione.

Nel periodo 2006-2008 è stato rieletto deputato nelle elezioni politiche del 2006 per le liste della Lega nella circoscrizione Lombardia 2. Nella XV è membro della Commissione Affari Esteri e della Giunta delle Elezioni. È stato capogruppo della Lega Nord Padania alla Camera.

Nel 2009 Maroni viene indagato a Milano per presunte tangenti ed evasione fiscali. Tra il 2007 e il 2008, avrebbe ricevuto 60.000 euro, fatturati come consulenze legali dalla società Mythos, considerata dagli inquirenti una 'cartiera'.

Verso la fine del 2010 il GIP di Roma ha prosciolto Maroni da tale accusa, archiviando l'indagine su richiesta della Procura di Roma, la quale aveva accertato che "quei soldi erano il pagamento di una consulenza legale resa regolarmente da Maroni alla Mythos".

Nel 2009 è diventato consigliere comunale di Porretta Terme (BO). Candidato alle elezioni amministrative del 2007 non era stato eletto. Diventa Consigliere Comunale in seguito alla rinuncia di altri suoi colleghi di opposizione.Il 3 luglio 2010, l'edizione locale de Il Resto del Carlino dà la notizia delle sue dimissioni, rassegnate per mancanza di tempo.

Il 7 maggio 2008 Silvio Berlusconi gli ha riaffidato l'incarico di Ministro dell’Interno. La sua proposta di prendere le impronte digitali a chi non fosse in grado di documentare la propria identità, con particolare attenzione ai bambini rom, viene da lui definita "Un provvedimento atto a tutelare i minori stessi, obbligati dai genitori ad andare a rubare o mendicare", mentre gli oppositori la definiscono "Un atto xenofobo e razzista, che costringe i bambini a pagare per colpe non loro".

Così sono i nostri Ministri dell’Interno.


PARLIAMO DI BLACK BLOC.

Roma messa a ferro e fuoco. L'Urbe devastata e sfigurata. Diversi agenti delle forze dell'ordine feriti e immortalati nelle foto con il volto sanguinante. Autoblindi bruciati. Roma per un giorno era come Beirut, fiamme e fumo nel cuore dell'Europa, nel cuore dell'antica civiltà latina. Il tutto per mano di centinaia di "teste di casco". Così ha definito i black bloc il comico Enrico Brignano in un suo monologo durante la trasmissione “le Iene” del 19 ottobre 2011.

Brignano ha accusato i teppisti di sabato 15 ottobre 2011 in maniera netta e diretta. A tratti lasciando da parte anche la vena ironica. Brignano ha messo sotto accusa l'intelligenza di questi "uomini neri" che forse non sapevano neanche cosa stessero facendo e soprattutto, convinti di arrecare un danno al "sistema", magari lo favorivano, come nel caso delle banche. «Mentre tu black-bloc passeggiavi fra mamme e bambini che giustamente volevano protestare - recita Brignano - ad un certo punto ti viene sta botta di patriottismo e ti metti a spaccare la vetrina della banca, perché questo fa molto rivoluzionario. Ma non ti sei chiesto che magari la vetrina spaccata non gli fa niente alla banca, perché la banca ha magari un'assicurazione contro gli atti vandalici e che magari l'assicurazione gliela rimette nuova la vetrina alla banca? No tu non c'hai pensato perché sei black bloc, è carattere, sei impulsivo....».

Poi Brigano passa a parlare degli incendi alle auto dei privati cittadini. «Tu black - bloc ti sei accorto che c'hai la molotov nello zaino l'accendi e dai fuoco a un po' di macchine parcheggiate, macchine che appartengono a dei poverelli che magari non l'hanno neanche finita di pagare, ma tu non ci puoi fare niente sei black - bloc, c'hai il casco in testa che ti opprime il cervello....- Poi il consiglio - E levatelo sto casco così il tuo cervello lo puoi fare respirare un po' meglio...».

A questo punto Brignano conia un nuovo soprannome per i teppisti di Roma e li apostrofa così: «Visti i fatti, visto quello che è successo posso dirti una cosa mio caro black bloc? Sei o non sei un incommensurabile 'testa di casco'...?».

Ma dopo aver giocato un po' sull'indole teppista degli incappucciati di Roma, Brignano comincia ad accusare le forze dell'ordine. Infatti "c'è una domanda principe" a cui il comico non è ancora riuscito a darsi una risposta ed è questa: «Perché caro black bloc le forze dell'ordine non vi hanno fermato prima?». Quindi anche Brignano alla fine,  nonostante attacchi i teppisti dà la colpa dei disordini alla negligenza della polizia. Pensiero condiviso da moltissimi opinionisti, pur non palesandolo per paura di rimbrotti. Secondo il comico "le foto dei black bloc le forze dell'ordine ce le hanno, e se le scambiano come fossero figurine", e quindi la polizia era a conoscenza dell'identità dei teppisti.

Poi arriva l'insinuazione che forse Brignano aveva in serbo sin dall'inizio del suo sketch. "Ma non è che sta manifestazione degli indignati non doveva riuscire...?". A questo punto l’accusa di Brignano sembra chiara: la polizia sapeva tutto, conosceva in anticipo facce e nomi e avrebbe lasciato fare senza problemi perché serviva screditare gli indignati.

Dopo aver lanciato l'accusa il comico torna sui binari accusando anche i genitori dei black bloc che a suo modo di vedere non hanno saputo educare i propri figli. Ma nonostante un monologo di sette minuti dedicato ad accusare i teppisti alla fine il messaggio che è passato, quello più pesante, è contro la polizia colpevole di aver strizzato l'occhio ai black bloc. Ma alla fine resta una verità indiscutibile e ce la dà lo stesso Brignano: «300 black bloc mimetizzati con le spranghe in mano non valgono un solo romano definitivamente incazzato che tira fuori il crick dalla macchina black bloccata».

No Global, No Tav, Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle, Tute bianche, centri sociali, Ribel­li hanno sfasciato, incendiato, di­velto, minacciato e picchiato. Ecco il bilancio da brivido della follia di piazza. Ed è tutto a carico dei contribuenti. La vera beffa? Dal G8 di Genova agli scontri nella Capitale hanno pagato in pochissimi.

Nemmeno le locuste di biblica memoria hanno fatto danni quanto loro. Disobbedienti, No Global, No Tav, Black bloc, Indignados, anarchici, Carc, popolo di Seattle, Tute bianche, centri sociali, Ribelli hanno sfasciato, incendiato, divelto, minacciato e picchiato. In dieci anni, dal Global Forum di Napoli passando per l’inferno del G8 di Genova fino alle devastazioni romane del 15 ottobre 2011, questi teppisti hanno provocato almeno 300 milioni di euro di danni diretti e indiretti. La cicatrice che hanno lasciato sulla pelle del Paese unisce Nord e Sud, senza distinzione. Con un bilancio da brividi. Tutto a carico dei contribuenti.

ROMA CAPUT SCONTRI. In quattro anni, dal 2007 al 2011, la Capitale ha subito danni per oltre 40 milioni di euro. Solo per i disastri di sabato 16 ottobre 2011, bisognerà riparare 1.200 mq di sampietrini, 30 pali della segnaletica stradale, 300 mq di percorsi per non vedenti, 50 cestoni di ghisa, 80 cassonetti, 3mila metri quadrati di mura cittadine. A cui bisogna aggiungere un extra di 250mila euro per i guasti alla linea Metro (1.500 corse perse, 2.500 limitate, 13 cancellate e 20 telecamere di videosorveglianza distrutte) e un altro di 80mila per le spese straordinarie sostenute dalla polizia municipale (300 unità in servizio, una vettura danneggiata e 3 garitte demolite). Incalcolabili i danni al turismo e all’immagine di Roma (già si registrano le prime disdette di tour operator). Almeno un milione di euro i mancati guadagni dei commercianti e un altro milione di danni ai privati. Il 15 dicembre 2010, la protesta contro il governo portò al danneggiamento di 23 auto e 8 motorini, alla devastazione di vetrine e saracinesche per 150mila euro. Ancora prima, il 10 giugno 2007, per la visita di George W. Bush a Roma, alla stazione Tiburtina, 300 scalmanati scatenarono una vera e propria intifada contro le forze dell’ordine. Danni incalcolabili anche lì.

Il 23 luglio 2011, a Chiomonte (in provincia di Torino), la battaglia inizia all’imbrunire. L’assedio al cantiere Tav dura 4 ore: 600 dimostranti battagliano con sassaiole, incendi e una pioggia di fuochi artificiali. La tecnica è quella dei vietcong: attacchi mordi e fuggi. Alla fine dell’assedio,il vicino villaggio neolitico (risalente a 6mila anni fa) è ridotto a un cumulo di macerie.

A Milano, l’11 marzo 2006, le forze dell'ordine sequestrano l'arsenale del «Presidio antifascista»: bastoni, tirapugni, pietre, una tanica di benzina, passamontagna, coltelli a serramanico, bombe carta con chiodi a tre punte, estintori e martelletti. La conta dei raid è: 6 auto in fiamme, 3 vetrate di McDonald's infrante e il call center di An distrutto, 18 feriti e 41 arrestati. Il gip che firma gli ordini di cattura parla di «eccezionale animosità» e di «una singolare volontà di contrasto alle autorità, all’ordine costituito, alle leggi e alla pacifica convivenza».

La prova generale del disastro di Genova è avvenuta Napoli, 17 marzo 2001. Scontri violentissimi. Danni ovunque. Cinque poliziotti feriti, altrettanti carabinieri. Sfondate le vetrine di quattro istituti di credito e dell’Adecco, agenzia per il lavoro interinale. In tilt 50 bancomat. Danni ai monumenti del centro storico. Porto bloccato per un’intera giornata. La protesta contro il «Global Forum»calcolando per difetto costerà oltre 7 milioni di euro.

In principio erano 10 miliardi di lire, poi 15, poi 20. Alla fine il conto è di 50 milioni di euro. E una lista infinita di disastri per quel 20 luglio 2001: in fiamme 83 auto, sfondati 41 negozi, 34 banche, 9 uffici postali, 16 distributori di benzina, 7 edifici pubblici e privati, 9 cabine telefoniche e 1 carro attrezzi. Non a caso il gip parlò di «impressionante furia distruttrice». A Roma, Milano, Napoli e Genova pochissimi teppisti son finiti al fresco. Tanto fumo e pochi arresti.

Sono poco meno di 2000. Il fondo della bottiglia secondo un’inchiesta di “La Repubblica”. Hanno un nome e un cognome. Tutti nello stesso elenco, divisi tra destra e sinistra come se davvero in quella violenza si potesse fare una distinzione così netta. In fondo alla lista il totale dice 1.891, distribuiti in tutta la penisola, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Vivono nei centri sociali di sinistra o nelle curve degli ultras. Occasionalmente in tutte e due. Ma anche in condomini anonimi, funzionari di prefetture e impiegati modello. Calano il casco sul volto come il passamontagna degli anni Settanta. Nell’elenco può capitare di trovare qualche ex della lotta armata, finito sulle barricate per nostalgia. L’intelligence li segue da anni. Sabato 15 ottobre 2011 hanno trasformato piazza San Giovanni in un campo di battaglia, la loro battaglia. La mappa dell’Italia violenta, gli insediamenti di quelli che per comodità vengono ormai definiti black bloc, riflettono la storia del Novecento italiano. Non è strano osservare che le regioni dell’estremismo nero sono quelle dove l’eredità del fascismo è ancora forte: il Lazio, in testa, ma anche la Campania e l’Abruzzo. E poi la Calabria dei "boia chi molla" e l’Alto Adige degli attentati irredentisti degli anni Sessanta. Sul versante opposto la Toscana con la tradizione centenaria del movimento anarchico di Livorno. "Nel fondo della bottiglia - racconta chi indaga - ci si può entrare anche occasionalmente. Black bloc per un giorno, gente che, arrestata, dice 'passavo, ho visto che c’era casino e mi sono aggregato'. Spesso ultras che hanno fatto allenamento nelle curve degli stadi". Ma il nocciolo duro non è fatto di violenti per caso. Piuttosto di gente che pianifica scientificamente le azioni, usa i movimenti come scudo. Il fondo della bottiglia ha bisogno del suo brodo di coltura, ha bisogno di collegamenti internazionali, in alcuni casi di campi di addestramento, come ha documentato Repubblica. In occasione degli scontri in Val di Susa del 3 luglio 2011 - una giornata di battaglia con centinaia di feriti, lanci di molotov e assalti a colpi di bottiglie piene di ammoniaca - le relazioni dell’intelligence raccontano che una buona rappresentanza della black list è salita fin nei boschi di Chiomonte. "Provenivano - è scritto nelle relazioni - da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Campania". A questi si aggiunge "un ristretto gruppo di attivisti provenienti dall’estero, in particolare dalla Francia". Una conferma dei collegamenti e degli scambi a livello internazionale. "Ma state attenti - dicono gli investigatori - a non cercarli troppo lontano da casa. Molti black bloc sono l’altra faccia del movimento". Doctor Jekyll e mister Hide, persone che a metà di un corteo lasciano le bandiere e impugnano gli estintori. La faccia inconfessabile di movimenti che "non hanno una identità definita, nati dalla rabbia e dai tam tam del Web. Movimenti contenitore nei quali si finisce per accettare chiunque perché nessuno è titolato a selezionare chi partecipa sulla base di un programma, di una ideologia. Chiunque - dice l’investigatore - ha un buon motivo per indignarsi per qualcosa". Eccolo il brodo che serve al fondo di bottiglia. Perché l'assalto alla banca, l’incendio del blindato dei carabinieri, sono la prosecuzione del corteo con altri mezzi. Era già successo a Torino, nella primavera del 2009, alla manifestazione contro il G8 dell’università: un corteo pacifico di studenti che attraversa le vie del centro e che improvvisamente si trasforma in un esercito di black bloc pronto ad assaltare la polizia. "Non di rado - dice l’investigatore - tra coloro che il giorno dopo deploravano la violenza abbiamo individuato alcuni di quelli che il giorno prima ci assaltavano tirandoci le molotov". Perché tra i nuovi cattivi e i vecchi movimenti può scattare anche un patto di mutuo soccorso. Si legge in una recente relazione dell’intelligence: "Tra i manifestanti della val di Susa, pur contrari alla violenza, è infatti sempre più diffusa la consapevolezza che la disponibilità all’azione mostrata dalle componenti dell’antagonismo più estremo, possa rivelarsi funzionale agli scopi della protesta contribuendo a dare spessore e visibilità alle istanze del movimento". Che la lotta contro il supertreno sia un’occasione ghiotta per gli uomini della black list è dimostrato da un grave episodio avvenuto nel 2007 quando la magistratura arrestò alla periferia di Torino Vincenzo Sisi, un sindacalista vicino ai Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Nel giardino di Sisi venne trovato un kalashnikov e in casa sua volantini e documenti sulla battaglia No Tav. Un tentativo abbastanza maldestro per provare a mettere il cappello su una lotta che all’epoca non praticava la violenza. Allo stesso modo movimenti poco strutturati come quelli che scendono in piazza in questi mesi possono diventare interessanti per qualche reduce del partito armato: "Seguendo e intercettando quella parte dei black bloc che ha partecipato agli scontri di Roma il 15 ottobre - dice l’investigatore - abbiamo incrociato anche personaggi legati alla galassia delle ultime Br, in particolare ai Nuclei comunisti combattenti".

PARLIAMO DI TANGENTOPOLI INTERNAZIONALE

Ci facciamo sempre conoscere. Se i sospetti degli americani fossero veri, sarebbe una vergogna; se fossero infondati sarebbe un’onta impunita.

In Afghanistan mazzette ai guerriglieri per evitare attacchi contro i nostri soldati. I file di WikiLeaks rivelano: nel 2008 Bush disse a Silvio di finirla con i pagamenti. E da allora i caduti in missione sono quadruplicati. Ecco l'inchiesta de L'Espresso, rilanciata anche da The Times di Londra.

I soldati italiani in Afghanistan combattono, uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti. Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i guerriglieri per evitare attacchi. Un'accusa sempre smentita dai ministri che adesso prende consistenza nei cablo segreti della diplomazia americana, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da "l'Espresso". Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti ai miliziani fondamentalisti. Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al potere del centrodestra, ottenendo "la promessa del Cavaliere ad andare a fondo nella questione".

I documenti riservati di Washington mostrano come il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a ricevere rapporti dall'intelligence e dalle altre nazioni schierate in Afghanistan, sempre più insofferenti per la "scorciatoia" usata dagli italiani per pacificare le zone affidate al loro controllo. Secondo le informazioni raccolte dai nostri alleati, i "pagamenti per la protezione" servivano a sancire tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008 in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare il giro di mazzette. Fino all'estate 2009, quando con la prima grande offensiva della Folgore anche i nostri militari sono passati all'assalto dimostrando con le armi la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera e contribuire al tentativo di dare sicurezza alle popolazioni afghane.

Il forte segnale degli Usa. Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell'aprile 2008, alla vigilia delle elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l'ambasciatore Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. "Sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci all'abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione e negoziare riscatti per la liberazione di persone rapite". Quando il Cavaliere si insedia a Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l'agenda dei colloqui con il presidente Bush. "L'ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d'accordo che ciò vada fermato".

L'impegno del Cavaliere. Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush "in merito alle accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi, Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo". Insorti è il termine con cui gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda. Ma quattro mesi dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato all'attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, affidata al comando tricolore, sottolineando però il peso dell'affaire tangenti. "Disgraziatamente, l'importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte su informazioni dell'intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente. Vero o no, resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri nella zona affidata all'Italia sono stati condotti dalle forze americane o dell'esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare tensioni tra gli alleati". Spogli prosegue la sua analisi con severità: "Ho già fatto presente la questione a Berlusconi. Lui mi ha assicurato di non saperne nulla e che l'avrebbe fermata se ne avesse trovato le prove". Gli americani però sembrano convinti che le informazioni sui pagamenti siano vere. E quindi Spogli raccomanda a Bush di "rendere chiaro a Berlusconi come la traballante reputazione dell'Italia, anche se fosse immeritata, stia mettendo a rischio la sua credibilità nella coalizione. Cosa ancora più grave, se ci fosse un fondamento a queste accuse, il comportamento italiano starebbe mettendo in pericolo le truppe degli alleati".

Rappresaglia contro i parà. A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera 2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va all'offensiva in tutta la regione occidentale, respingendo i miliziani con raid e incursioni di elicotteri Mangusta. La "bolla di sicurezza" intorno alle basi occidentali viene allargata. E - come rivela WikiLeaks - quando il segretario alla Difesa Gates incontra il ministro Franco Frattini si rallegra "per la fine delle voci sulle tangenti agli insorti". Nello stesso periodo però crescono anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l'attentato più grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti "sulle mazzette in cambio di protezione". Fonti dell'intelligence hanno confermato a "l'Espresso" che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani, nell'area della capitale. E' la prima zona dove i nostri soldati si sono schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste "operazioni coperte" sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Come "l'Espresso" ha scritto nel 2005, solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per "attività di informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri". Ma le elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L'unico episodio grave è l'imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le conclusioni dell'inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di sicuro, nel mirino c'era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell'assalto?

Il pasticcio di Surobi. Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre 2007 quando l'Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione. Ma quando nell'agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l'inferno. Dieci legionari morirono e 21 furono feriti in un'imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro Roma: "Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo stati presi alla sprovvista". Un anno dopo, "The Times" del gruppo Murdoch ha pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane ai talebani per "decine di migliaia di dollari". L'articolo faceva riferimento anche alla protesta dell'ambasciata americana con Berlusconi. All'epoca, tutti smentirono: sia i vertici dell'Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma, come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell'autunno 2009 l'intervento personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette. E i soldati italiani si stavano comportando come le altre truppe della Nato: combattevano, uccidevano, morivano. Tutti i giorni, in un Paese che da trent'anni non conosce pace.


DIFENDERCI DA CHI ?!?

"Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer": è il titolo di una disanima di Paride Leporace su "Carta". Un'accusa al sistema di potere deviato colluso con gli organi d'informazione. La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...

Rinasce la P3, il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a Milano a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete, che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.

Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine? A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.

Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.

Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allievo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova, dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaga l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazioni non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni. Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.

Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per renderne più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka, 119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadita. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.

Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni (a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.

Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «Accade che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».

Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procura sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.

http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/19746


ORARI INSUFFICIENTI E STRAORDINARI DA AUTORIZZARE

TURNO: 36 ORE SETTIMANALI. SONO MOLTO DI MENO, SE SI CONSIDERA CHE PER OGNI GIORNO VI E' LA FASE MONTANTE E LA FASE SMONTANTE DAL SERVIZIO. E' UN TEMPO MORTO, PERCHE' INIBISCE OGNI INTERVENTO.

ORARIO DI LAVORO

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 11 Settembre 2007 , n. 170

Recepimento dell'accordo sindacale e del provvedimento di concertazione per il personale non dirigente delle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare (quadriennio normativo 2006-2009 e biennio economico 2006-2007).

Titolo I

FORZE DI POLIZIA AD ORDINAMENTO CIVILE

Art. 10. Orario di lavoro

1. La durata dell'orario di lavoro è di 36 ore settimanali.

2. Il personale inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno ordinario previsto o dal completamento dello stesso; qualora il predetto servizio si protragga oltre le ore 24,00 per almeno tre ore, il dipendente ha diritto ad un intervallo per il recupero psico-fisico non inferiore alle dodici ore. Il turno giornaliero si intende completato anche ai fini dell'espletamento dell'orario settimanale d'obbligo.

3. Fermo restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è corrisposta una indennità di Euro 5,00 a compensazione della sola ordinaria prestazione di lavoro giornaliero.

4. Al personale impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.

FORZE DI POLIZIA AD ORDINAMENTO MILITARE

Art. 28. Orario di lavoro

1. La durata dell'orario di lavoro è di trentasei ore settimanali.

2. Il personale inviato in servizio fuori sede che sia impiegato oltre la durata del turno giornaliero, comprensivo sia dei viaggi che del tempo necessario all'effettuazione dell'incarico, è esonerato dall'espletamento del turno ordinario previsto o dal completamento dello stesso. Il turno giornaliero si intende completato anche ai fini dell'espletamento dell'orario settimanale d'obbligo.

3. Fermo restando il diritto al recupero, al personale che per sopravvenute inderogabili esigenze di servizio sia chiamato dall'amministrazione a prestare servizio nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale è corrisposta una indennità di Euro 5,00, a compensazione della sola ordinaria prestazione di lavoro giornaliero.

4. Al personale impiegato in turni continuativi, qualora il giorno di riposo settimanale o il giorno libero coincida con una festività infrasettimanale, è concesso un ulteriore giorno di riposo da fruire entro le quattro settimane successive.

5. I riposi settimanali, non fruiti per esigenze connesse all'impiego in missioni internazionali, sono fruiti all'atto del rientro in territorio nazionale nella misura pari alla differenza tra il beneficio spettante ed i recuperi e riposi accordati ai sensi della normativa di settore; tale beneficio non è monetizzabile.

6. Le ore eccedenti l'orario di lavoro settimanale che non siano state retribuite possono essere recuperate mediante riposo compensativo entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui sono state effettuate, tenendo presenti le richieste del personale e fatte salve le improrogabili esigenze di servizio.

Registrato alla Corte dei conti l'11 ottobre 2007

Ministeri istituzionali, registro n. 10, foglio n. 214

STRAORDINARI

L'articolo 63 della legge 1° aprile 1981, n. 121, istituisce il compenso del lavoro straordinario in favore degli agenti e degli ufficiali di pubblica sicurezza. Il relativo capitolo di bilancio, di conseguenza, viene gestito dal Ministero dell'Interno.

il Consiglio di Stato, con decisione n. 1.531 del 14 marzo 2002, ha stabilito: "Per poter retribuire il lavoro straordinario prestato dai dipendenti pubblici è necessaria un'autorizzazione formale e preventiva, al fine di verificare, nel rispetto dell'articolo 97 della Costituzione, se esistano effettivamente le ragioni di pubblico interesse che rendono necessario il ricorso a prestazioni lavorative eccedenti l'orario normale. A tal fine, l'autorizzazione può intervenire a sanatoria soltanto nel caso di prestazioni lavorative espletate per improcrastinabili esigenze di servizio". In tale quadro, solo i comandanti ed i capi ufficio che dispongono il servizio potranno giudicare, anche in relazione alla disponibilità del monte ore, come retribuire le ore eccedenti il normale orario di lavoro. Competente, comunque, ad amministrare detto monte ore è il Comandante provinciale. In riferimento ai tempi richiesti per la liquidazione dei fogli di viaggio, non risulta prestabilito alcun termine, trattandosi di mero lavoro burocratico eseguito sotto il controllo della scala gerarchica.

IMPUNITA' DIFFUSA

RAPPORTO EURISPES: ITALIANI SFIDUCIATI NON DENUNCIANO IL 31 % DEI REATI.

Sicurezza: si stima che il bilancio dei crimini stia per raggiungere quota tre milioni, un vero e proprio record. Nel 30,6% dei casi gli italiani, pur essendo stati vittima di reati, hanno preferito non denunciare l'accaduto agli organi competenti. Il 42,4% degli italiani ha installato un allarme antifurto in macchina, mentre il 33,3% ha preferito montarne uno a difesa della propria casa. Dati allarmanti, che segnalano un preoccupante senso di sfiducia nelle istituzioni ed un aumento della voglia del tutelarsi in proprio.

DATI ISTAT. RAPPORTO TRA LE DENUNCE E LE CONDANNE: L'8%

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

DENUNCE FORZE DELL'ORDINE TOTALE AUTORI IGNOTI AUTORI NOTI    
  2.456.887 1.840.209 616.678    
TOTALE CONDANNE 198.263        
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 8%        

SICUREZZA: 333 REATI ALL'ORA. LA MAPPA DELLA CRIMINALITÀ CITTÀ PER CITTÀ

Nel complesso l'aumento si può definire "contenuto" e il traguardo dei tre milioni era atteso. Ma il problema criminalità resta all'ordine del giorno – tra insicurezza "percepita", episodi di cronaca "effettivi" e allarmi continui. L'ultimo – sull'incertezza delle pene che vanificherebbe «gli sforzi della magistratura e delle Forze di polizia» – l'ha lanciato venerdì scorso al Senato il capo della Polizia Antonio Manganelli. Qualche indicazione concreta sulla situazione e sui trend più recenti può venire dai dati forniti dal ministero dell'Interno – ed elaborati dal Sole 24 Ore del lunedì – che parlano di un bilancio 2007 di 2,9 milioni di reati denunciati, circa 143mila in più rispetto al 2006 (+5,15%), quasi 8mila al giorno o 333 ogni ora.

Rapportando il dato ai 59,2 milioni di italiani, si ottiene una media di 4.900 delitti ogni centomila abitanti: su ogni cento abitanti graverebbero insomma 4,9 crimini (appena un paio di decimi in più rispetto al 2006). Se quindi, considerando l'attività criminale in generale, il quadro non si presenta molto movimentato, luci e ombre emergono da un'analisi più dettagliata, scendendo cioè nelle principali tipologie (si veda la pagina a fianco) e nelle performance territoriali.

E così si scopre che c'è un reato assai diffuso, quello dei furti d'auto, che evidenzia addirittura un calo rispetto al 2006 (-5,35%), mentre un altro ben più temuto, quello dei furti in abitazione, è salito di quasi un quinto. Collocandosi entrambi intorno a quota 170mila, si può calcolare che ogni ora, in Italia, vengano prese di mira una ventina di auto e un numero analogo di abitazioni. Incremento oltre la media anche per le truffe informatiche e le frodi (+8,7%): quasi 120mila ed è una cifra che non comprende i numerosi episodi che – a volte per "vergogna" o per paura della vittima, altre volte per le scarse probabilità di ottenere qualche "ristoro" – neppure vengono denunciati. Poi ci sono i crimini per la strada, i borseggi (23mila) e gli scippi (160mila), dati in crescita (rispettivamente +2,35% e + 6,35%) che comunque si riferiscono solo all'emerso. Stabili invece gli omicidi volontari: più o meno sono 600-620 all'anno.

Dalla classifica – che per ognuna delle 103 province fornisce il numero totale dei reati, l'incidenza ogni 100mila abitanti e la variazione percentuale nel 2007 rispetto al 2006 – si constata invece la diversa distribuzione del fenomeno sul territorio. Così è abbastanza prevedibile scoprire ai primi posti per quantità le aree metropolitane, maggiormente esposte all'attacco della criminalità per ragioni di ricchezza e "densità": reddito, demografia, luoghi e occasioni di accesso. Milano e Roma occupano le prime due posizioni, contribuendo ciascuna a quasi un decimo delle denunce totali, seguite da Torino e Napoli, entrambe sopra quota 100mila. Altrettanto ovvio trovare all'altra estremità della classifica quattro piccole province, Isernia, Enna, Oristano e Matera, tutte del Sud e tutte sotto la soglia dei 4mila casi in totale.

Se, però, si mette il numero dei reati in rapporto con la popolazione, ecco che una provincia di modeste dimensioni si deve "rassegnare" a scalzare le grandi in vetta alla classifica: a Rimini sono oltre 9 ogni cento residenti (ma questa realtà è maggiormente a rischio di reati anche per gli elevati flussi turistici che richiama da anni). Tutta l'Emilia Romagna, peraltro, si trova a pagare l'attrattività del territorio in termini di maggiore incidenza dei fenomeni criminosi: quattro delle sue nove province (Rimini, Bologna, Ravenna e Modena) sono nella top ten dei reati in rapporto alla popolazione. In evidenza si mettono anche altre province con forte appeal turistico, come Firenze e le liguri Genova e Savona.

Quanto al trend, la grande maggioranza delle province evidenzia un aumento dei reati: particolarmente forte quello di Foggia (22%), seguita da Latina, Isernia e Matera, ma almeno le ultime due vantano condizione estremamente soddisfacenti. E non mancano segnali positivi: in 15 province, tra le quali Genova, i reati risultano in calo.

IL CAPO DELLA POLIZIA, ANTONIO MANGANELLI: ITALIA TERRA DI INDULTO QUOTIDIANO E INCERTEZZA DELLA PENA

La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia.

NON SI E' FATTO NULLA - «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni».

La pena, aggiunge Manganelli, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa».

CRIMINALITA' E CLANDESTINITA' - «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini - ha spiegato ancora Manganelli - ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi Manganelli, entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini».

CPT - Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo 2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso noto Manganelli. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso Manganelli -, perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo» ha detto ancora Manganelli. In tutto il 2007 - ha spiegato Manganelli - «gli immigrati clandestini fermati e avviati ad espulsione sono stati 33.897, ma solo 6.366 di loro hanno trovato posto nei Cpt: di fatto, 27 mila sono stati destinatari di un ordine scritto (di allontanamento), naturalmente non accolto nella stragrande maggioranza, se non nella totalità, dei casi».

COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI. LUCIANO VIOLANTE: BENE INDAGINI MA PROCESSI INEFFICACI

Dal 1992 al 2007 infatti sono stati arrestati 3.747 pericolosi latitanti, circa uno ogni 36 ore e sono "quasi cessate le violenze negli stadi".

Diverso è invece il discorso dell'efficacia del processo "i cui risultati preoccupanti esigono la più severa delle riflessioni".

A denunciarlo è l'indagine sulla sicurezza in Italia promossa dalla commissione Affari costituzionali della Camera presieduta da Luciano Violante e presentata oggi a Montecitorio.

I dati offerti alla commissione da "tutte e cinque le forze di polizia - si legge nel documento - dimostrano un impegno crescente nel controllo del territorio, delle persone e dei veicoli da trasporto, negli arresti e nelle perquisizioni".

In particolare, le "persone denunciate sono passate dalle 435.751 del '90 alle 651.485 del 2006''. Negli ultimi cinque anni, si aggiunge, si è passati dai 125.689 arresti del 2002 ai 153.936 del 2006 (+22,47%). Per quanto riguarda poi il controllo del territorio, gli indici sui quali ci si basa sono quelli delle persone e delle auto identificate in occasione dei posti di blocco e nel 2006 le persone controllate sono state 10 milioni, mentre gli automezzi 5 milioni.

Quando si passa a valutare l'efficacia del processo, dice ancora la relazione, "che vuol dire sconfitta dell'impunità e certezza della sanzione, i risultati sono preoccupanti ed esigono la più severa delle riflessioni". (ANSA) 2008-04-22 12:16

IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE

LA GUARDIA DI FINANZA , SEMPRE NELL'OCCHIO DEL CICLONE.

Il generale Michele Adinolfi, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, indagato dalla procura di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P4, è stato promosso generale di Corpo d'Armata insieme al generale Giuseppe Quaranta. Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi, diffusa al termine del Consiglio dei ministri. "Su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, (Giulio) Tremonti, i generali di divisione della Guardia di finanza Giuseppe Quaranta e Michele Adinolfi sono stati promossi generali di Corpo d'Armata". Adinolfi, dal 15 settembre 2011, assumerà l'incarico di Comandante interregionale Firenze.

ECCOLO il terremoto che torna a rendere plumbei i giorni della Guardia di Finanza. Il generale di divisione Michele Adinolfi, capo di stato Maggiore, l'ufficiale operativo più alto in grado del Corpo, secondo nella scala gerarchica al solo Comandante generale, è indagato nell'inchiesta P4 per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento.

I pubblici ministeri napoletani Henry John Woodcock e Francesco Greco lo accusano di essere la "fonte" di altissimo livello, la "talpa" negli apparati, che consentì a Luigi Bisignani di sapere, nel momento cruciale dell'indagine di cui era oggetto, che le sue utenze cellulari erano intercettate Marco Milanese, deputato del Pdl, storico consigliere del ministro Giulio Tremonti, ed ex ufficiale della Guardia di Finanza, già indagato dalla Procura di Napoli per altre vicende. Non è tutto. Nella vicenda, per come al momento è possibile ricostruirla, sono coinvolti un secondo generale della Guardia di Finanza, Vito Bardi (già comandante interregionale per l'Italia meridionale, per altro già ripetutamente citato nelle carte dell'inchiesta come uno dei contatti di Alfonso Papa). Il generale Adinolfi e il generale Bardi sono indagati per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento. E questo sulla base di "evidenze" istruttorie che, all'osso, raccontano questa storia. Marco Milanese riferisce ai pm napoletani (al momento non è dato sapere in quale contesto o sulla base di quali sollecitazioni) di aver saputo dal generale Vito Bardi, che fu proprio quest'ultimo a informare dell'indagine Bisignani e delle intercettazioni telefoniche in corso il suo superiore gerarchico, il Capo di Stato Maggiore Adinolfi. Una prassi che la lettera della legge vieta (il segreto di un'indagine penale non cade di fronte all'obbligo militare che impone di riferire al proprio superiore in grado), ma che, in qualche modo, è routine in tutti gli apparati, soprattutto quando le indagini presentano risvolti di particolare delicatezza, come per il caso Bisignani. Il problema, tuttavia, è che questa notizia non resta confinata tra le mura di viale XXI Aprile. Adinolfi - ricostruiscono i pubblici ministeri - ritiene di dover raccomandare a Bisignani cautela al telefono. E per farlo, sceglie di mettere tra sé e l'uomo di piazza Mignanelli, un amico comune, il giornalista Pippo Marra. Adinolfi gli consegna l'ambasciata ("Tacere al telefono"). Marra la gira a Luigi Bisignani.

Un Corpo che, torna a non avere pace.

Un anno e sei mesi di reclusione per peculato continuato. Pena sospesa e, commenta ora con soddisfazione il Procuratore militare Antonino Intelisano, "principi del diritto riaffermati". Il giudizio di appello militare contro l'ex Comandante generale della Guardia di Finanza, poi deputato del Pdl, Roberto Speciale, stabilisce che il "ponte aereo di spigole" del 26 agosto 2005 per accendere le serate in baita di una vacanza estiva nella foresteria dolomitica del Corpo a passo Rolle, non fu un atto di legittima generosità verso "dei poveri finanzieri che non ne potevano più di mangiare solo wurstel". Al contrario, fu un abuso di denaro e risorse pubbliche per riempire la pancia del Comandante generale, di sua moglie, dei consuoceri, di una coppia di amici (un generale della Finanza e consorte) e certamente di qualche povero finanziere ridotto a cameriere di quella cena.

Con la sentenza d'appello, l'affaire  -  svelato e documentato da un'inchiesta di "Repubblica" dell'ottobre 2007  -  trova così una sua nuova conclusione penale che ribalta i due giudizi che l'avevano preceduta. Il primo processo, contabile, si era chiuso con una pronuncia della Corte dei Conti il 10 agosto del 2009 che aveva respinto una domanda risarcitoria avanzata dalla Procura di 28 mila euro, calcolata sul costo delle ore di volo e il dispendio di "mezzi terrestri" necessari al trasferimento di dieci casse di pesce fresco dall'aeroporto militare di Pratica di Mare, dove erano state imbarcate, a quello di Verona (dove erano state prese in consegna dai uomini dei "baschi verdi", normalmente addetti alle operazioni antidroga), alla baita di Passo Rolle, dove l'attovagliato generale attendeva impaziente. Il secondo processo, penale, si era chiuso l'8 ottobre del 2009, con una sentenza del tribunale militare che aveva assolto Speciale ritenendo che i fatti contestati all'ex comandante generale della Finanza non costituissero reato.

Con enfasi e ostentata tracotanza, dopo le prime due assoluzioni, Speciale (che nel 2008, per i suoi servigi politici nella vicenda Visco, è stato ricompensato dal Pdl con un seggio sicuro alla Camera in un collegio dell'Umbria) aveva salutato i primi verdetti penale e contabile con parole definitive ("La verità trionfa sempre"). Di più, aveva accusato "Repubblica" di un accanimento giornalistico degno di miglior causa. Il nuovo processo (che, ora, conoscerà un ulteriore passaggio in Cassazione) conferma che quanto raccontato dal giornale era semplicemente la verità. E in qualche modo riabilita la testimonianza e il coraggio di uno dei protagonisti di questa vicenda, il meno noto. Il maggiore della Guardia di Finanza Aldo Venditti, l'ufficiale pilota dell'Atr-42 in forza al "Gruppo esplorazione marittima" e anticontrabbando che la mattina del 26 agosto del 2005, a Pratica di Mare, dopo aver scoperto che il "volo vip" a cui era stato assegnato con destinazione Verona, altro non era che un carico di pesce fresco provò inutilmente a disobbedire, rifiutandosi di prendere la cloche.

Natale in carcere per l'ex generale della Guardia di finanza, Giuseppe Cerciello, arrestato dalla polizia nella sua casa di Cagliari. Contro l'ufficiale pendeva l'ordine di carcerazione, firmato dal Tribunale di Brescia, dopo che la Cassazione aveva confermato a novembre la condanna a 3 anni e dieci mesi per le tangenti alla Guardia di finanza di Milano. Di recente, Cerciello aveva accumulato altre due condanne dal tribunale di Milano: 7 anni e 11 mesi per concussione e corruzione (24 ottobre) e altri 12 anni per corruzione (17 aprile). La polizia ha cercato l'ex generale Cerciello prima a Firenze, dove ufficialmente viveva con la famiglia. Quando gli agenti hanno bussato alla porta di casa, nessuno ha risposto. I poliziotti lo hanno però raggiunto a Cagliari, all'indirizzo che l'ex ufficiale corrotto aveva lasciato agli uffici della procura che contro di lui aveva istruito, con i colleghi del pool di Milano, l'inchiesta e il processo sulle bustarelle passate dagli imprenditori ai finanzieri di Cerciello per ammorbidire le visite fiscali. La condanna era stata pronunciata il 21 ottobre dai giudici della seconda sezione della corte di appello di Brescia. Dopo sei ore di camera di consiglio, a Cerciello fu riconosciuto uno sconto di pena: 3 anni e 10 mesi, rispetto al verdetto di condanna di primo grado del novembre ' 95 che aveva quantificato in 4 anni e 2 mesi il periodo di carcere per la corruzione. In quell'occasione, Cerciello fu riconosciuto colpevole di concussione in relazione a tre episodi per i quali, invece, il Tribunale di Brescia lo aveva condannato per corruzione. Il difensore, il professore Carlo Taormina, aveva presentato ricorso in Cassazione. L'alta Corte ha confermato l'operato dei giudici di Brescia e per Cerciello si sono riaperte le porte del carcere. L'ex generale della Guardia di finanza fu arrestato la prima volta nel luglio del '94, su richiesta dei pm Antonio Di Pietro e Francesco Greco. L'ordinanza di arresto portava invece la firma dell'allora giudice per le indagini preliminari Andrea Padalino. L'inchiesta del pool scoperchiò un sistema di corruzione organizzato dagli uomini di Cerciello. Un'indagine, condotta dalla stessa Guardia di finanza, che portò negli anni ad una serie di processi e di condanne. Ultimo, in ordine di tempo, è stato il filone che ha visto Cerciello condannato a Milano a fine ottobre a 7 anni e 11 mesi. La vicenda riguardava le tangenti pagate da quattro società del gruppo Fininvest e che vedeva in origine tra gli imputati anche Silvio Berlusconi. Per motivi di salute, la posizione di Cerciello fu stralciato. Il pm Piercamillo Davigo chiese 11 anni di reclusione: i giudici della settima sezione si fermarono a quasi 8 anni, ma condannarono l' ex finanziere a risarcire i danni al ministero delle Finanze, al quale fu riconosciuta una provvisionale di 400 milioni.

STRAGE DI NASSIRIYA: CONDANNATO UN GENERALE MILITARE

Due anni di reclusione al generale Bruno Stano e rinvio a giudizio per il colonnello Georg Di Pauli perché avrebbero potuto fare qualcosa per evitare la morte di 19 italiani e 9 iracheni durante l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Assolto, invece, il generale Vincenzo Lops che aveva preceduto Stano nel comando della missione. I tre ufficiali erano accusati, a diverso titolo, di non aver messo in atto tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza della base Maestrale, a Nassiriya.

TANGENTI PER ANDARE IN MISSIONE

La procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta sulla denuncia di alcuni sottufficiali dell'esercito e dei carabinieri i quali in occasione di trasmissioni televisive hanno denunciato che i militari, che si erano offerti per andare in missione di pace o di guerra all'estero, dovevano versare una tangente ai loro superiori. L'inchiesta è affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito che ipotizza i reati di corruzione e concussione.

È scoppiato il caso delle presunte tangenti pagate per poter partecipare alle missioni militari all'estero, sul quale la Procura di Roma ha avviato un'inchiesta affidata al pubblico ministero Adelchi D'Ippolito, che ipotizza i reati di corruzione e concussione. A denunciare i fatti, alcuni militari italiani, carabinieri e soldati dell'Esercito. E a raccoglierne le rivelazioni Rai New 24 che mandò in onda un ampio reportage a firma di Sigfrido Ranucci, nel corso del quale alcuni sottoufficiali dei carabinieri raccontavano di aver presentato senza successo richieste per partecipare alle missioni all'estero e che erano venuti a conoscenza del fatto che »bisognava pagare una o due mensilità per poter andare in Iraq, Bosnia, Kossovo«. Il servizio dava voce anche a un militare dell'esercito operativo a Udine, che era stato costretto a pagare per poter essere trasferito.

L'inchiesta aperta dalla Procura romana si affianca a quella già avviata da tempo dalla Procura militare per aspetti diversi da quelli affidati all'esame di D'Ippolito e ha tratto spunto appunto dall'intervista fatta a luglio scorso dal maresciallo dell'Esercito Domenico Leggero durante una trasmissione televisiva e successivamente anche da un maresciallo dei carabinieri. Le loro versioni dei fatti sono state confermate anche da altri due sottufficiali dell'Arma, che incappucciati confermarono tutte le accuse recentemente durante il programma 'Le Iene", spiegando come avevano fatto i loro colleghi che chi intendeva partecipare alle missioni di pace o di guerra all'estero era costretto a versare ai suoi superiori una somma di danaro calcolata sulla base della diaria che veniva percepita a seconda del tipo di missione. Il magistrato ha già acquisito un'ampia documentazione comprese le dichiarazioni fatte in televisione. Inoltre sono stati già sentiti come testimoni diversi militari che hanno confermato le accuse. (Adnkronos).

INDAGINI SCIENTIFICHE: INDAGATO GENERALE DEL RIS

Luciano Garofano ha salutato con una stretta di mano i colleghi del Racis di Roma e il comandante Nicola Reggenti e si è chiuso per sempre alle spalle la porta dell' Arma. L'investigatore dal camice bianco, il colonnello, poi Generale, che ha fatto conoscere a tutta Italia concetti complicati come Dna e analisi delle macchie di sangue, tecniche come luminol o crimescope si è congedato. Non vestirà più la divisa dei carabinieri e proseguirà in modo privato la sua attività di biologo prestato alle indagini scientifiche. La notizia dell'addio arriva, curiosamente, con quella della sua iscrizione nel registro degli indagati della procura di Parma per un «presunto uso improprio dei mezzi e delle strutture del Ris nell'ambito delle sue consulenze». Al colonnello sono contestati peculato, truffa e falso ideologico in atto pubblico. A far scattare l'iter giudiziario era stato un esposto dal suo «nemico» dai tempi dell' inchiesta di Cogne, l'avvocato Carlo Taormina, che un paio di anni fa si era presentato alla procura militare di Roma lamentando una serie di anomalie su una quarantina di consulenze svolte da Garofano tra il 2002 e il 2009. La procura militare non aveva individuato reati e aveva trasmesso gli atti alla procura ordinaria competente per territorio: Parma. «Il comandante Garofano - precisa Taormina - ha utilizzato attrezzature e personale appartenente all'Arma durante orari di ufficio e ha percepito i compensi dalle consulenze tecniche affidategli quando il consulente tecnico nominato dai pubblici ministeri o dai giudici per legge non può essere considerato pubblico ufficiale ma privato cittadino». L'11 novembre 2009 la Guardia di Finanza si era presentata nella sede del Ris di Parma ed aveva sequestrato i documenti contestati. Il colonnello, chiuso in un impenetrabile silenzio, non vuole commentare.

VIOLENZA E NONNISMO

Nocs, ecco le foto degli abusi in caserma da “La Repubblica”. Le prove degli atti di nonnismo nel quartier generale delle teste di cuoio. Le immagini mostrano la pratica chiamata "anestesia": la vittima viene fatta spogliare e percossa con violenza sui glutei per renderli insensibili. A questo punto i capi della caserma lo mordono con forza fino a far sprofondare i denti nella carne.

E un altro agente denuncia: "Chi veniva al corso poi finiva sotto shock".

Dopo l'ennesimo pestaggio concluso con la consueta salve di minacce, esausto e sanguinante, un agente di Nocs torna nella sua stanza, all'interno della Caserma di Spinaceto. Siamo nel 2010. L'agente non sa più che fare, è disperato, depresso, va avanti così da una dozzina d'anni, per un istante pensa persino di lasciare il Nucleo e gli 800 euro lordi in più che quella situazione assurda gli garantisce in busta paga. Ma, d'un tratto, rivolgendo lo sguardo verso la branda, la sua attenzione viene rapita da uno strano foglio di carta. Un formato A4, che non aveva mai visto prima. Lo prende, lo gira e capisce subito: qualcuno, dentro la caserma, di nascosto, ha voluto fargli un regalo. Su quel foglio è immortalata, sequenza dopo sequenza, una delle numerose violenze che accadono là dentro. "La scena - spiega l'agente che per ovvi motivi di incolumità personale chiede di rimanere coperto dall'anonimato - era stata fotografata qualche anno fa, una notte in cui il gruppo decise di farci l'anestesia". L'anestesia è una pratica a metà tra il sadismo e il nonnismo: il gruppo tiene ferma la vittima, e inizia a percuoterla in un punto prescelto del corpo - di solito i glutei - fino a che questo non si anestetizza del tutto. A quel punto il capo morde "la parte" fino a strappare la carne, o quanto meno fino a far toccare gli incisivi. Nelle http://oas.repubblica.it/0/default/empty.giffoto di cui Repubblica è entrata in possesso il rito si ricostruisce con una certa precisione. In una si vedono distintamente tre ragazzi con i pantaloni abbassati. Il clima è ambiguo, nonostante la situazione uno dei ragazzi sembra sorridere. "Lo richiede la pratica - spiega l'agente - è una sorta di rito d'iniziazione, anche se a volte prevede dei "richiami", e va affrontata con un contegno maschile e complice". In un'altra si vede uno dei tre immobilizzato sul letto da più persone: "È la fase dell'anestesia vera e propria, quella cioè in cui a mani nude o con delle palette, il gruppo colpisce a ripetizione. Può durare fino a mezz'ora". In un'altra, il morso. Ora quelle foto sono in procura e presto arriveranno anche su quella degli ispettori della polizia che hanno avviato un'indagine interna. Alla quale potrebbe contribuire il racconto di un altro agente dei Nocs, M. C., che, dopo essere andato in pensione a 40 anni "con uno stato depressivo di origine reattiva", conferma quanto denunciato dal collega: "All'interno della caserma regna un clima incredibile. Ricordo che i ragazzi che venivano a fare il corso basico, il primo, quello iniziale, tornavano a casa in stato di shock". E mentre dal mondo politico si moltiplicano le iniziative - dopo l'interrogazione parlamentare del pd Emanuele Fiano è arrivata ieri quella del deputato radicale Maurizio Turco - è sceso in campo il sindacato di polizia Siulp: "Se tutti questi racconti trovassero conferma - commenta Luigi Notari - sarebbe gravissimo, una situazione da antropologi e psicologi più che da magistrati. L'amministrazione deve fare pulizia".

Nocs, abusi in caserma,i vertici sapevano. Tre relazioni di servizio, rimaste senza seguito, avvertivano il comando dei Nocs, facendo nomi e cognomi, del clima di violenza che ormai da tempo si respirava all'interno della Caserma Polifunzionale di Spinaceto, quella dell'ormai famigerata "anestesia", la pratica al confine tra il sadismo e il nonnismo con cui il reparto d'élite della polizia di stato dà il benvenuto ai suoi agenti scelti. Documenti inequivocabili, nei quali l'agente che con il suo racconto affidato a Repubblica aveva sollevato il caso, descriveva con precisione i comportamenti borderline del collega Fernando Olivieri, il leader del "gruppo fuori controllo che detta legge all'interno della Caserma", peraltro già indagato per lesioni e minacce dalla procura di Roma.

Scriveva l'agente, il 12 gennaio del 2007, in una lettera indirizzata "Al Signor comandante del Nocs": "Chiedo alla S. V. tutela della mia dignità umana e della mia professionalità, in quanto tale situazione perdura ormai da troppo tempo e non so più cosa fare per arginare comportamenti illegittimi e intollerabili". In quell'occasione, l'agente era stato aggredito verbalmente mentre si trovava a bordo di un furgone trasporto personale sniper, in attesa di andare al poligono di Castel Sant'Elia per una normale esercitazione. Un episodio minore che però faceva seguito a numerosi altri di entità decisamente più rilevante come quella volta che "l'Olivieri mi colpì con una testata al volto durante un addestramento a Chiusi" o quella in cui, sempre l'Olivieri, "colpì con due pugni al volto l'agente scelto Claudio Casoli, durante l'orario di servizio nei vecchi uffici di Castro Pretorio". Una serie interminabile che si sarebbe protratta fino al dicembre 2010, il giorno in cui, dopo l'ennesimo pestaggio, stavolta subìto in mensa, l'agente decise di cominciare a raccogliere prove in vista di una denuncia in procura, convinto di trovare terreno fertile anche in ragione del fatto che Olivieri aveva avuto numerosi precedenti in tal senso e tra questi una rissa, particolarmente violenta, con un istruttore di judo, Paolo De Carli, che di lì a qualche tempo si sarebbe suicidato in preda ad una crisi depressiva.

Prima di cominciare a raccogliere le prove, però, l'agente si premurò di avvertire nuovamente il "Signor direttore del Nocs" dei comportamenti di Olivieri. "Un collega - scrisse quel giorno l'agente - mi fissava e contemporaneamente mi sorrideva vistosamente (...) Ricambiavo lo sguardo con un saluto e lui inspiegabilmente stizzito dal mio gesto mi insultava ad alta voce con parole testuali: "Che cazzo ti saluti?". Di lì a pochi istanti la situazione degenerò, e ne scaturì il pestaggio (all'agente vennero "refertati" 108 giorni di malattia). Va detto che le relazioni inviate al comando non furono del tutto ignorate. Di lì a poco infatti, l'agente denunciante venne messo alla porta, trasferito per incompatibilità ambientale.

ODIO ED IMPUNITA'

ACAB è un acronimo, una sigla famosa nel mondo Ultras, che, se svolta, in inglese suona così “All cops are bastards”, vale a dire “tutti i poliziotti sono dei bastardi. Ma è anche uno degli ultimi titoli che va ad arricchire la collana stile libero della Einaudi, un titolo forte non c’è che dire, ma perfettamente adatto al contenuto che veicola.

Questo nuovo libro, scritto dopo una lunga inchiesta sul campo da Carlo Bonini, giornalista della Repubblica, svela il background allucinante di una certa parte della polizia italiana, quella cresciuta con il mito di una destra reazionaria e violenta, quella che si è resa colpevole, a Genova nel 2001, di uno degli episodi più gravi dagli anni delle stragi di stato in poi, ma anche di molto altro. Quello che emerge dal libro di Bonini è un ritratto raccapricciante, che con la forza di un linguaggio iperrealistico, tratto dalle chat che alcuni di questi”poliziotti cattivi” frequentano sul web.

ACAB: all the cops are bastards è un libro che ci deve far riflettere non solo sul ruolo della polizia, dell’organo di controllo per eccellenza, nella nostra società, ma che soprattutto ha il compito di riportare l’attenzione di un pubblico, spesso troppo distratto, su quella trama di fatti sconcertanti di violenza urbana che hanno riempito le cronache dei giornali e la storia italiana degli ultimi anni, dai fatti della scuola Diaz all’assalto militare degli ultras a una caserma di Roma.

ACAB. All Cops Are Bastards". Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei più sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e delle impunità.

LE VIOLENZE DI GENOVA

Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna". Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni.

C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà".

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza.

A. D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni.

P. B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

Il 18 maggio 2010 la corte d'Appello ha ribaltato la sentenza di primo grado sulla sanguinosa irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 a Genova ed ha condannato anche i vertici della Polizia di Stato, infliggendo in totale circa 85 anni di reclusione.

Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi (oggi all'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola (ora vicequestore vicario a Torino) a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi. Altri due dirigenti della Polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi. Sono invece stati dichiarati prescritti i reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Per i 13 poliziotti condannati in primo grado le pene sono state inasprite.

Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado furono condannati 13 imputati e ne furono assolti 16, tutti i vertici della catena di comando. I pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto in primo grado 29 condanne per un ammontare complessivo di 109 anni e nove mesi di carcere. In primo grado furono assolti Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco e oggi capo dell'Antiterrorismo, per il quale il pg ha chiesto una condanna a 4 anni e 10 mesi; Giovanni Luperi, ex vice direttore Ucigos e oggi all'Agenzia per le informazioni e sicurezza interna (chiesti 4 anni e 10 mesi); Gilberto Caldarozzi, ex vice dello Sco e oggi capo (4 anni e sei mesi) e Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova e oggi questore vicario a Torino (chiesti 4 anni e sei mesi).

Un urlo si è levato nell'aula del Tribunale di Genova mentre i magistrati leggevano il dispositivo della sentenza. Erano le grida dei numerosi stranieri presenti in aula, tedeschi e inglesi in particolare, vittime dell'assalto. Il giornalista inglese Mark Covell dice che ancora non si capacita della sentenza: "Stamattina non mi aspettavo niente. E' una sentenza sensazionale che restituisce forza e coraggio a tanti italiani e stranieri che durante il G8 hanno subito delle ingiustizie, sono stato picchiati, torturati, imprigionati". Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, commenta che "il sorriso di Zulkhe è stata la risposta migliore alla sentenza. Avere una risposta di giustizia fa sempre piacere in questo paese". Zulkhe è la ragazza tedesca fotografata in barella all'uscita della Diaz dopo il pestaggio e la cui immagine finì nella copertina dell'inchiesta della procura. Enrica Bartesaghi, presidente del comitato "Verita' e giustizia" ha commentato: "E' incredibile, non ci aspettavamo questa sentenza, si riapre uno spiraglio di fiducia in questo paese. E' stata riconosciuta la catena di comando. Tutti quelli che c'erano sono responsabili". Soddisfazione è stata espressa anche dagli avvocati difensori dei manifestanti e delle parti civili. "E' stata confermata la nostra tesi che anche i vertici sono responsabili dell'operazione. Abbiamo ottenuto il risarcimento delle spese di primo grado, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni" ha commentato l'avvocato Stefano Bigliazzi. Tra gli altri particolari, è stato riconosciuto anche il danno subito dai giuristi democratici ai quali furono sequestrati degli hard disk alla scuola Pascoli.

L'irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova, la notte del 21 luglio 2001, avvenne il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, ucciso durante l'assalto a una camionetta dei carabinieri e mentre le strade di Genova erano devastate dalle violenze dei black bloc. La scuola Diaz era stata scelta dal Comune di Genova come ostello per i no global arrivati da tutta Europa. Al termine dell'irruzione dei poliziotti del Reparto Mobile di Roma guidati da Vincenzo Canterini oltre 60 ragazzi rimasero feriti, alcuni dei quali in modo grave. La polizia arrestò 93 giovani, tutti poi prosciolti. In quel frangente, furono sequestrate due bottiglie molotov che erano state trovate per strada e poi - hanno sancito i giudici - furono portate all'interno della scuola per giustificare gli arresti.

Le immagini dei volti feriti, dei pestaggi, del sangue nei locali della scuola devastata fecero il giro del mondo come le parole del giornalista inglese Mark Covell, che subì lesioni gravissime. Uno dei funzionari di polizia imputati, Michelangelo Fournier definì in aula la scena che gli si era parata davanti una "macelleria messicana". Le indagini sono state affidate a Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, due dei magistrati di punta della procura di Genova.

Gli accertamenti sull'irruzione, sulle lesioni, sugli arresti arbitrari e sull'episodio delle molotov sono stati lunghi e difficili e i magistrati inquirenti hanno denunciato l'atteggiamento non collaborativo dei vertici della Polizia. La sentenza di primo grado assolse la "catena di comando", i sedici dirigenti della Polizia. Tredici furono i condannati, per complessivi 35 anni e sette mesi di reclusione.

LE VIOLENZE DI NAPOLI

Non solo Genova, però, è un neo indelebile. Il 17 marzo del 2001, quello degli scontri in occasione del Global Forum e dei successivi terribili pestaggi nella caserma «Raniero Virgilio», fu per Napoli (e non solo) un dies horribilis. E’ scritto nelle motivazioni della sentenza con cui, il 22 gennaio 2010, la V sezione del Tribunale (presidente Clara Donzelli, a latere Alfredo Guardiano e Rossella Tammaro) ha condannato dieci dei poliziotti che trattennero un’ottantina di ragazzi nella «sala benessere» della caserma, sottoponendoli a ogni genere di soprusi e umiliazioni. Tra i condannati, come avevano chiesto i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristofaro, anche due funzionari, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, cui è stata inflitta la pena di due anni e otto mesi per sequestro di persona: l’unico reato, questo, non prescritto. Ciò che avvenne dopo la manifestazione, scrive il giudice Donzelli, estensore della sentenza, fu, di fatto, un rastrellamento: «Nessuna disposizione normativa poteva giustificare l’arresto dei giovani trattenuti all’interno della sala benessere della caserma Virgilio al fine di essere identificati e, prima ancora, oggetto di quello che può essere agevolmente definito come un vero e proprio rastrellamento.

Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di potere citati nelle 112 pagine depositati. C’è, per esempio, quello di un giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap, deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane procuratore definito con spregio l’avvocatino. Questi, proprio in quanto assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio, risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita». Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante». «L’elenco delle condotte criminose in danno delle persone transitate nella caserma consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante. Tali condotte, seppure materialmente commesse da un numero limitato di autori e in una particolare situazione ambientale, hanno comunque inferto un vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia della quale detta istituzione deve godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». I giudici criticano, in particolare, il comportamento dei due funzionari, Ciccimarra e Solimene, i più alti in grado quel giorno nella caserma: «che essendo presenti ai fatti e potendolo evitare, in quanto dotati di titolo e competenza, da tanto si sono astenuti, consentendo che altri infliggessero a inermi cittadini (nei cui confronti nulla risultava allora e non è risultato in seguito alcun addebito di colpa) violenze e minacce assolutamente ingiustificate».

Ma non finisce qui. Si tratta di un episodio sconcertante quello che ha coinvolto il comandante della Polizia Municipale del Comune di Napoli, Luigi Sementa. L’episodio risale al 5 dicembre 2008, quando un cronista del «free press» «Il Napoli», Alessandro Migliaccio, subì un’aggressione fisica proprio da parte di Sementa. Migliaccio, recatosi presso la sede dei vigili urbani, a seguito di informale convocazione del comandante e in presenza di due colleghi, ha successivamente denunciato in Questura di aver ricevuto uno schiaffo sul viso dal comandante Sementa. La reazione sarebbe scaturita dalla contestazione di un articolo a sua firma, pubblicato sul free press dal titolo «Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante».

L’aggressione è testimoniata da un video, mandato in onda nel corso della trasmissione di Raitre «Linea Notte» e poi da “Striscia la Notizia” e “da Le Iene”. Nel filmato, dopo che al cronista viene intimato più volte di consegnare un documento di identità, si vede l’ex ufficiale dei carabinieri (oggi generale dei vigili) che si avvicina a Migliaccio e gli dà uno schiaffo in pieno volto. Solo l’intervento degli altri due giornalisti presenti evita una nuova aggressione ai danni del cronista. Otto minuti di filmato: dall’ingresso al comando al colpo proibito.

«È sconcertante che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbia sospeso dal servizio il capo della locale Polizia municipale, Luigi Sementa, il quale ha ritenuto di poter convocare nel suo ufficio un cronista di E Polis, Alessandro Migliaccio, e di schiaffeggiarlo perchè era l’autore di un servizio che non risultava gradito non si capisce bene a chi e a quanti». È il monito del segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.

BANDE IN DIVISA

Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.

Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.

I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".

A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".

Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.

Ma quanto raccontato da "L'UNITA' con il titolo "La banda in divisa" è allucinante.

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».

Dopo questo non si deve dimenticare che è stato condannato a 12 anni, dal Tribunale di Milano, l'ex generale della Finanza Giuseppe Cerciello, accusato di corruzione.

VIOLENZA DA STADIO

Di pestaggi e violenza gratuita da parte delle Forze dell’Ordine ce ne sono stati dimostrati dai media a bizzeffe. In occasione di manifestazioni politiche (G8 Genova e Global Forum Napoli), sportive e sindacali. In occasione di arresti, in cui, addirittura, ci sono stati dei morti. Ma queste sono solo la punta di un iceberg, ossia quelle situazioni in cui si è potuto dimostrare qualcosa: con filmati o con registrazioni sonore. Per il resto è come nulla fosse successo, data l’omertà e il corporativismo che regna nell’ambiente. Inutile denunciare: chi ti crede? Tanto, la testimonianza delle istituzioni ha maggiore valenza in confronto a quella del semplice cittadino.

"La mia unica colpa è avere una maglietta rossa. Quando mi hanno fermato hanno detto che ero il ragazzo che cercavano, con la maglietta rossa. E giù cazzotti, subito. Non ho capito niente. Io manco ci vado allo stadio. E sò della Lazio". Stefano Gugliotta mostra i segni delle manganellate sulla schiena, su una coscia, all'inguine. Adesso sorride con due denti di meno ai deputati, ai consiglieri regionali in visita a Regina Coeli. Il volto dopo sei giorni appare ancora tumefatto. I punti di sutura chiudono una profonda ferita sulla testa. Stefano è ancora in cella, nonostante il pestaggio è indagato per resistenza a pubblico ufficiale. Saranno i suoi venticinque anni, sarà quello che gli è successo, ma passa le ore a interrogarsi sul senso della vita, sul caso, sulla fatalità. Ha perso il sonno il giovane picchiato dai poliziotti la sera del 5 maggio 2010 dopo la partita Roma-Inter. Due dei presunti colpevoli sono stati identificati attraverso le immagini di un video amatoriale, sono stati ascoltati in procura come testimoni, poi l'iscrizione sul registro degli indagati per lesioni volontarie.

"In un giorno mi è cambiata la vita. E non riesco a spiegarmi perché... Perché sono ancora qui? Non so darmi pace". Stefano ricorda, ricostruisce: "Abito a quattrocento metri dallo stadio, ero con un amico e siamo andati al bar ma, quando siamo arrivati, stava chiudendo e così abbiamo deciso di tornare a casa mia. In via Pinturicchio gli agenti hanno fatto segno di fermarci. Non sono scappato. Perché avrei dovuto? Ho preso un pugno. Sono rimasto fermo perché sò grosso, peso ottanta chili. Pensavo al mio amico che è secchetto. Temevo che ci restasse, lì sotto le botte. Invece lui è riuscito ad andare e io sono finito dentro".

Nella cella del reparto medico dell'antico carcere romano, Stefano Gugliotta non dorme da giorni. I medici lo aiutano con i farmaci. Prende parecchi tranquillanti. "Non riesco neppure a guadare più tanto la tv. Appena c'è una notizia di sport ritorna lo choc, rivedo tutto". Vanno a trovarlo Massimo Pompili deputato del Pd, Luigi Nieri, consigliere regionale di "Sinistra, ecologia, libertà", Stefano Pedica dell'Idv, Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone. A tutti chiede se è stato ritrovato il suo orologio, niente di prezioso ma glielo aveva regalato Flavia, la sua ragazza. "Studia danza. Stiamo insieme da un anno. Io le ho dato l'anello". Sorride ancora quando dice che ha visto i genitori, che lo ha "confortato" la mamma. Chi lo ha incontrato dice di averlo trovato tutto sommato sereno, saldo. "Patisce parecchio lo stress del carcere", dice l'onorevole Pompili. Sia lui che Pedica chiedono l'immediata scarcerazione. "È assurdo che rimanga ancora in cella. Dietro le sbarre non ci devono stare gli innocenti".

Solidarietà bipartisan. Il Viminale promette chiarezza ma il ministro Maroni ammonisce: "No ai processi sommari. Condanno la violenza ma anche gli attacchi indiscriminati agli uomini e alle donne delle forze dell'ordine".

In carcere per i disordini del dopo partita ci sono altre sette persone, due sono studenti fuori sede, arrivano da un paesino in provincia di Chieti, hanno 19 anni. "Eravamo andati a vedere la partita  -  dicono Stefano Carnesale e Emanuele De Gregorio  -  ci hanno fermati perché avevamo raccolto da terra un'asta telescopica utile per le bandiere. La volevamo usare per i mondiali. Siamo juventini non ultras". In infermeria c'è Daniele Luca con una vertebra rotta. Tutti si chiedono: "Che succederà quando usciremo?". Hanno paura.

Il pestaggio di Stefano Gugliotta, la notte del 5 maggio 2010 nei pressi dello stadio Olimpico di Roma, per il vigore mediatico finisce sotto la lente della procura della Capitale che ha aperto un’inchiesta. Anche il capo della polizia Manganelli ha ordinato un’ispezione interna.

Ma c’è un altro caso choc. Quello di Daniele Luca, 25 anni, padre di una bimba di 3, alla sua quarta volta allo stadio. E’ finito in ospedale con la schiena rotta dopo essere stato investito, secondo il racconto dei suoi avvocati, da una macchina civetta della polizia.

Intanto è bipartisan la richiesta di far luce sull’intera vicenda. Molti i politici di entrambi gli schieramenti che hanno fatto visita a Stefano nel carcere di Regina Coeli dove il giovane era rinchiuso con l’accusa di essere un ultrà e di aver partecipato agli scontri del dopo finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. Ma Stefano, 25 anni, non è nemmeno tifoso e si trovava da quelle parti solo per caso. Lo ha ribadito, ancora una volta, anche al radicale Mario Staderini che lo ha incontrato in carcere.

Staderini, ci dica subito come lo ha trovato…
Fisicamente ha un dente rotto, una ferita alla testa di 6 centimetri e vasti ematomi su tutta la parte sinistra della coscia, sul fianco e anche sulla schiena. Da un punto di vista psicologico l’ho trovato veramente scosso. Non riesce più a dormire la notte e non si capacita di tutto quanto gli è successo.

Nonostante i tre video girati dagli inquilini dei palazzi di Viale Pinturicchio che inchiodano i tre agenti, nonostante i testimoni siano ormai una quindicina, nonostante la disperazione della mamma Raimonda che minaccia gesti estremi, Stefano comunque resta in carcere…
L’unica speranza è che il Tribunale del Riesame sia rapidissimo, altrimenti si tratterà di aspettare altri 15 giorni come prevede il codice di procedura penale.

Non bastano l’ispezione ordinata da Manganelli e l’inchiesta aperta dalla Procura di Roma?
No. E’ necessario che sia aperta anche un’inchiesta penale e che siano sospesi tutti coloro che verranno riconosciuti colpevoli a partire dai dirigenti. Ricordiamo che qualche giorno fa il ministro Maroni aveva concordato con Manganelli la linea del pugno di ferro contro le tifoserie nelle quali si sospetta l’infiltrazione della criminalità organizzata.

C’è anche il caso di Daniele Luca, ci racconti che è successo…
Daniele si era divincolato, a suo dire (ma anche le immagini lo confermano) da un eccesso di manganellate, ed è stato investito da una macchina rischiando di rimanere paralizzato.

Quale macchina?
Una Marea bianca che sembrerebbe trattarsi di una macchina civetta della polizia.

Poi cosa è successo?
Daniele stesso mi ha raccontato di essere stato trattenuto quella sera presso le celle dello stadio Olimpico e di fronte alle sue richieste di andare all’ospedale perché aveva questo dolore alla schiena, gli è stato risposto che non c’erano i requisiti. Solamente alle 6 del mattino dopo, quando è arrivato in carcere, i sanitari lo hanno immediatamente mandato al Fatebenefratelli. Ma la cosa grave è che all’inizio gli sia stato rifiutato di andare a fare le lastre ben sapendo che, essendo stato investito, Daniele poteva davvero aver riportato delle fratture gravissime come poi è stato dimostrato.

A conferma del racconto del radicale Mario Staderini sul caso di Daniele Luca, anche le parole dell’avvocato Lorenzo Contucci, difensore del 25enne picchiato dalla polizia e investito da un’auto all’esterno dello stadio Olimpico di Roma, la sera del 5 maggio scorso al termine della finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. «Questo ragazzo era la quarta volta che andava allo stadio con degli amici e ha avuto la sfortuna di indossare una maglietta rossa al pari di altri due arrestati. Dal momento che l’autore del lancio di sassi contro gli agenti aveva questa maglietta rossa, si è scatenata una sorta di caccia a chiunque vestisse una maglietta rossa. Luca è stato bloccato mentre andava a prendere il suo motorino, picchiato e investito da un’auto, una Marea bianca, che credo sia delle forze dell’ordine dal momento che quella era una zona pedonale».

Questo investimento che cosa gli ha provocato?
A seguito delle botte che ha ricevuto, non solo dell’investimento, Daniele ha riportato la frattura di una vertebra dorsale con 30 giorni di prognosi.

Avvocato, lei conferma che per tutta la notte al ragazzo sono state negate le cure nonostante le sue richieste?
Sì, mi risulta così. La mattina dopo è stato portato a Regina Coeli e da lì mandato al Fatebenefratelli dove le lastre e la tac hanno confermato la frattura.

Insomma: le immagini e le testimonianze dimostrano inequivocabilmente che molti agenti hanno agito con violenza contro dei singoli cittadini inermi. I malcapitati, oltre che le botte, hanno subito l’affronto del carcere, con l’ausilio della magistratura, giusto per chiudere il cerchio dell’ignominia.

PARLIAMO DI MENZOGNE DI STATO

Il prefetto Gianni De Gennaro è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione dalla Corte d'Appello del Tribunale di Genova, che lo ha ritenuto colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Secondo il Tribunale De Gennaro convinse il vecchio questore del capoluogo ligure, Francesco Colucci, ad "aggiustare" la sua testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz nella scuola Diaz, ultimo capitolo del G8 del 2001. Il governo, però, si schiera al suo fianco. "Ha la mia piena e totale fiducia: fino alla sentenza definitiva non cambia nulla, attendiamo fiduciosi nell'esito del ricorso in Cassazione. Per De Gennaro, come per tutti, vale la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva" dice il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. "La sua innocenza, fino a condanna definitiva è sancita dalla Costituzione" aggiunge il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

De Gennaro, che nove anni prima era il capo della polizia e poi al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, era stato assolto in primo grado perché le prove di colpevolezza nei suoi confronti non erano state ritenute sufficienti. Alle 14, dopo quattro ore di camera di consiglio, la corte presieduta da Maria Rosaria D'Angelo (giudici a latere Paolo Gallizia e Raffaele Di Gennaro) ha ribaltato la decisione. Il prefetto è colpevole e con lui anche Spartaco Mortola, divenuto poi questore vicario di Torino e durante il G8 numero uno della Digos genovese. Mortola è stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione per lo stesso motivo: pure lui avrebbe "suggerito" a Colucci la versione da fornire in aula, raccontando in una maniera diversa quello che era stato il coinvolgimento di De Gennaro nella discussa operazione. Per l'assalto ai 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente, Mortola è già stato condannato in appello a 3 anni e 6 mesi di reclusione. In questo secondo processo invece De Gennaro non è mai stato nemmeno indagato. "Siamo sconcertati, esterrefatti. Andremo in Cassazione", è stato il primo commento di Piergiovanni Lunca, avvocato di uno degli imputati. "Finalmente è stato possibile dimostrare che siamo tutti uguali davanti alla legge", gli ha risposto la collega Laura Tartarini, parte civile in questo procedimento.

Vale la pena di ricordare che le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono tutte chiuse con pesanti condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell'Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono almeno 252 no-global fermati durante gli scontri di piazza. Colpevoli anche i picchiatori e i mandanti del massacro nella scuola, a partire dai vertici del Ministero dell'Interno come Giovanni Luperi, attuale responsabile dell'Aisi, l'ex Sisde, condannato a quattro anni di reclusione e Francesco Gratteri, oggi capo dell'Antiterrorismo (stessa pena). Tre anni e otto mesi sono stati inflitti a Gilberto Caldarozzi, che catturò Bernardo Provenzano e ora dirige il Servizio centrale operativo, cinque anni a Vincenzo Canterini, allora numero uno di quella "Celere" romana.

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha espresso fiducia nei confronti dei 25 poliziotti condannati in appello per l'irruzione nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001. Commentando la sentenza della Corte d'Appello di Genova il sottosegretario dell'Interno Mantovano aveva detto che "questi uomini" godono della piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno, e "resteranno quindi al loro posto".

A questo punto vien da presentare un commento, "La menzogna di Stato", di Francesco Merlo pubblicato su "Repubblica", che inquadra bene la questione.

Gianni De Gennaro non è un uomo qualunque, per moltissimi anni è stato un pezzo importante dello Stato italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello. Ma proprio per questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo. Un servitore dello Stato, un ex capo della Polizia poi Signore dei servizi segreti, non può apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza.

E però, più inquietante della sentenza, c'è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse "di partito", del ministro dell'Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l'apparire come una prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell'idea rigorosa di Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e pulizia assoluta?

Insomma, più grave della sentenza c'è la complicità politica con il reo, l'idea che la politica possa annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello la scontata crocifissione ideologica dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si tratta in fondo di pezzi di un'opposizione di pochissimo peso istituzionale. Ben più indecente è l'amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità disarmante. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato, magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il suo operato vulnera l'istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando invece è un pezzo di Stato?

Ma voglio essere ancora più chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle costruite a freddo contro degli inermi, di cui spesso le cronache ci inondano di rappresentazioni. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C'è una nobiltà nella ignobiltà che secondo la condanna ha commesso. Ma la solidarietà dei ministri degli Interni e della Giustizia sconfessa l'operato dei giudici in maniera sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l'amicizia rendono innocente anche un reo condannato. L'impunità è la peggiore delle sporcizie di Stato.

INSICUREZZA STRADALE

Sarà quel che sarà, di certo aumentano esponenzialmente i «lampi blu» che sfrecciano nelle nostre città. Migliaia di auto di scorta per volti noti che vanno di fretta.

Non c’è ingorgo che tenga, non c’è fila che possa rallentare il passo alle nuove caste di potenti e potentini che fanno delle città la loro personale «Isola dei famosi». Innestano il lampeggiante e via nella corsia preferenziale, parcheggiati in doppie e triple file protetti dalla magica luce blu. Il lampeggiante è l’ultimo e più ambito degli status symbol che dimostrano che «io sono io e voi non siete un c...», come diceva il Marchese del Grillo. Più ambita dell’auto blu. Quella tutti possono averla, che ci vuole, basta un posticino in una delle tante nostre munifiche istituzioni locali. Ma l’auto blu, senza il lampeggiante è come un bell’uccello con le ali spezzate: può far bella mostra di sé nel traffico, chiudendo un occhio può accompagnare la moglie a far la spesa, ma senza luce e paletta non può volare al di sopra del traffico dei paria.

Ma attenzione, perché il fenomeno in questione non riguarda più solo la personalità straniera in visita, il magistrato sotto scorta, il ministro in missione ufficiale, insomma coloro che per la natura del proprio incarico e per questioni di sicurezza hanno necessità di essere accompagnati da agenti di polizia, pronti ad accendere il lampeggiante ma solo in caso di emergenza. Da quattro anni in qua il fenomeno è in rapida espansione e i furbetti del lampeggiante sono diventati una popolazione sempre più folta.

Tutta colpa di un comma, poche righe di una legge che ha dato la stura al fiume blu. Come spesso succede alle nostre latitudini la questione è partita da un fatto serissimo e in pochi mesi si è trasformata in sbracato eccesso. Bisogna risalire al delitto di Marco Biagi, quando il dibattito sulle scorte ai personaggi a rischio diventa bollente. Per evitare l’arbitrio nella concessione della tutela da parte delle forze dell’ordine, nel 2003 viene emanato un decreto, il numero 253 (poi convertito in legge), che istituisce l’Ucis, un ufficio interforze per gestire le scorte. E per cercare di far fronte a tutte le esigenze senza impegnare troppo personale di polizia, la legge introduce la possibilità «per esigenze di carattere eccezionale e temporaneo» di conferire «la qualifica di agente di pubblica sicurezza a conducenti di veicoli in uso ad alte personalità che rivestono incarichi istituzionali di governo». In sostanza viene creata la possibilità di trasformare un semplice autista, purché in possesso di determinati requisiti, in agente di scorta a tutti gli effetti, cioè con lampeggiante, paletta e licenza di accelerare in caso di emergenza. Ma attenzione alle parole chiave della norma: «eccezionale» e «temporaneo». Manco a dirlo. Quando una legge recita così in Italia si traduce con «per sempre» e «quando ci pare».

Il caso più eclatante è quello di Roma: «Qui il lampeggiante ormai ce l’hanno tutti - sbotta Pietro Giaccardi, presidente dell’Osservatorio sui reparti scorta del sindacato di polizia Consap - politici certo, ma anche funzionari di enti e perfino gente dello spettacolo». A verificare non ci vuole tanto. Basta mettersi di guardia davanti alle sedi Rai. Ed è famoso il caso del marzo scorso, quando davanti al palazzo del Coni si radunarono 40 auto col lampeggiante. Autisti venuti a ritirare i biglietti gratis per la partita Roma-Arsenal. «Oltretutto - mastica amaro l’agente - in quelle auto, non essendoci le personalità a bordo, il lampeggiante non poteva essere attivato». Sai com’è, da personalità a personalismo il passo è breve. «Almeno cambiassero il colore della luce, così la gente saprebbe che non siamo noi poliziotti a sfrecciare nelle corsie preferenziali - aggiunge rassegnato Giaccardi - la beffa è che i professionisti ormai lo usano sempre meno, perché se sei di scorta a un personaggio veramente a rischio, l’imperativo è non farsi notare». Il fenomeno è notevole anche a Napoli. A Milano invece i permessi sono solo una trentina.

La denuncia è tutt’altro che di parte. A rilasciare le autorizzazione agli autisti sono le prefetture. E Giuseppe Pecoraro quando si è insediato come prefetto di Roma ha scoperto che i permessi erano tantissimi, ma non esisteva nemmeno un archivio completo. Ora sta cercando di invertire la rotta: «Il lampeggiante non può essere uno status symbol - ha spiegato - purtroppo non sempre viene utilizzato nei termini consentiti». Pare che gli incarichi «temporanei» siano proliferati tanto che ci sia chi si «dimentica» di restituire il lampeggiante ».

Polizia, il 70% delle vittime sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro: mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso sono le cause principali.

L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbe potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? "Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia".

In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. "Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?".

CLANDESTINITA'

La partita che l’extracomunitario gioca con lo Stato italiano è un autentico gioco dell’oca: un giro dietro l’altro, con tappe e passaggi obbligati, ritorno al via e ripartenza.

Cerchiamo di capire il perché partendo dalla prima casella. Ipotesi, che poi è la realtà di tutti i giorni; la polizia municipale di Milano ferma un immigrato senza documenti e senza permesso di soggiorno. Lo chiameremo Mustafà. Come nel 99 per cento dei casi, Mustafà dichiara generalità false. Gli uomini del nucleo radiomobile gli prendono le impronte, gli fanno le foto e le portano in questura, nel gabinetto regionale della polizia scientifica. Se non è già schedato, gli viene assegnato un codice, che diventa la sua vera identità, il suo vero nome. Perché se invece è già segnalato nove volte su 10 all’impronta e al codice che corrispondono al nostro Mustafà sono associati tanti nomi diversi quante le volte in cui è stato fermato.

A questo punto Mustafà si viene a trovare in una delle tre tipiche fattispecie che riguardano gli immigrati senza documenti.

1.      La prima è la più semplice: è stato fermato mentre commetteva un altro reato (o era ricercato per lo stesso), spaccio, furto, rapina. Mustafà viene processato, condannato e finisce in carcere. Parallelamente, dall’8 agosto in qua, si apre per lui anche la procedura per il reato di immigrazione clandestina davanti al giudice di pace.

2.      La seconda tipologia di eventi in cui rientra Mustafà è quella che abbia ricevuto in passato un decreto di espulsione e l’abbia ignorato. Qui bisogna subito capire come mai Mustafà è ancora in Italia. Il problema alla base è l’incertezza sulla sua identità e la sua provenienza. Una volta che il prefetto ha emesso il decreto di espulsione e il questore il susseguente ordine di allontanamento, sarebbe più efficace accompagnarlo alla frontiera e dirgli addio. Già, ma a quale frontiera? Ti fidi di quello che ti ha detto e lo porti in Marocco. Alla dogana, come minimo i poliziotti locali ti ridono dietro: marocchino? E chi ce lo assicura che è vero? La strada è impraticabile. Prima di liberare Mustafà e di pregarlo gentilmente di tornarsene a casa c’è un’altra possibilità: il Cie, centro di identificazione ed espulsione, a Milano in via Corelli. Peccato sia sempre pieno, non c’è mai posto. E, anche nella straordinaria ipotesi che trovi posto, Mustafà verosimilmente ne uscirà con le sue gambe dopo 180 giorni (prima del pacchetto sicurezza il termine era 60 giorni): i tempi per risalire alla sua vera identità aspettando i riscontri di tutti gli stati del Maghreb sono molto più lunghi. Morale: ordine di allontanamento dall’Italia entro cinque giorni e liberi tutti. Torniamo alla seconda fattispecie: Mustafà è stato fermato, identificato, e si è scoperto che non aveva ancora lasciato l’Italia. Scatta subito l’arresto e il pubblico ministero dispone l’udienza di convalida entro le canoniche 48 ore. Primo intoppo: sono talmente tanti che non si riescono a portare tutti nei processi per direttissima. In quelli che si svolgono, il giudice convalida l’arresto, concede i termini al difensore d’ufficio rinviando il processo più o meno di una settimana e dispone la scarcerazione. Ma il giudice, come abbiamo visto, può anche accogliere istanza di patteggiamento e svolgere direttamente il processo. In ogni caso la sostanza non cambia: entro poche ore di Mustafà non ci sarà più traccia.

3.      E veniamo all’ultima fattispecie. Mustafà non ha commesso altri reati e non ha alcun ordine di allontanamento pendente. Fino al 7 agosto andava incontro a una violazione amministrativa con conseguente decreto di espulsione. Dall’entrata in vigore delle norme contenute nel “pacchetto sicurezza” è responsabile di reato di immigrazione clandestina. Il giudice di pace procede in modo autonomo e parallelo anche se il clandestino è già imputato o condannato in altri processi (l’unico reato che lo assorbe è quello per inottemperanza al decreto di espulsione). L’udienza viene fissata non prima di due settimane dal momento del fermo. Ovvio che Mustafà si presenti solo se è già in carcere per altri motivi. In ogni caso la sanzione prevista è l’ammenda da 5 a 10 mila euro che può essere sostituita con l’espulsione. Esemplare è il caso di un algerino, già a San Vittore per spaccio di droga, che è stato condannato alla pena pecuniaria di 5 mila euro, sostituita con l’espulsione per cinque anni. Un provvedimento che non può essere eseguito, secondo il suo avvocato, almeno fino a quando Rouis non sarà giudicato in appello nel procedimento pendente per spaccio di droga. Solo allora potrà tornare alla casella di partenza.

RISULTATO: IN DUE MESI FERMATI A MILANO 732. PARTITI: NESSUNO

Denunciati, processati, arrestati, espulsi: di certo nessuno ha lasciato l’Italia. Di certo per ognuno di loro almeno quattro agenti sono stati impegnati due giorni. I carabinieri ne hanno identificati 394. La Guardia di finanza 33. La polizia di Stato 252. Quelli scoperti dalla polizia municipale sono 68. In diversi casi persone con alle spalle una sfilza di segnalazioni: una trans brasiliana di 41 anni era già stata fermata 38 volte.

Alla inefficienza del sistema si aggiunge il boicottaggio dei “magistrati militanti”.

«Troppi magistrati impediscono l’operatività delle nuove norme sul contrasto all’immigrazione clandestina e bloccano di fatto le espulsioni».

A lanciare l’allarme sul boicottaggio della nuova legge da parte di alcune procure è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che in un’intervista all’Ansa lancia un appello ai magistrati che invece vogliono rispettare le norme: «È venuto il momento – dice il sottosegretario – che faccia sentire la propria voce chi, dall’interno del mondo giudiziario, non condivide questa visione militante e ideologica del ruolo del giudice; e che, più in generale, faccia sentire la sua voce chi, di fronte alle varie ordinanze di presunto contrasto alla Costituzione, non ha dimenticato che secondo la Costituzione la sovranità appartiene al popolo ed è espressa dal Parlamento. Non da giudici sedicenti “democratici”».

Secondo Mantovano «si sta riproponendo il medesimo film proiettato all’indomani della legge Bossi Fini: «L’11 e 12 settembre 2009 a Lampedusa le “correnti” Md e Movimento per la giustizia hanno chiamato alla mobilitazione contro le nuove norme. A stretto giro il procuratore di Torino ha fornito l’indicazione di non priorità dei processi per il reato di ingresso clandestino, e in vari tribunali d’Italia si fa a gara a chi impugna prima le nuove disposizioni. Tutto ciò con l’appoggio militante dell’Anm, la cui tesi singolare è che questi magistrati si limiterebbero a manifestare il loro pensiero, non a disapplicare la legge».

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