


QUALE MAFIA ?!?!
"I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA"
Citazioni di Leonardo Sciascia, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo, che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:
«…l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... » (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).
«.. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).
«Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole, vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).
«I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia ?» (Leonardo Sciascia, I professionisti dell'antimafia, da Il Corriere della Sera, del 10 gennaio 1987).
"ROBA NOSTRA"
Calabria, Lucania, Roma, Milano. La nuova Tangentopoli italiana.
Nessuno, grazie anche a questo libro di Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera, potrà più dire di non aver saputo.
Vulpio, inviato del Corriere della Sera è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Ma torniamo al libro.
Vulpio parte da una premessa che poi è l’intuizione dalla quale partono le inchieste Why Not e Poseidon, le due sottratte a De Magistris: dimenticate Tangentopoli, o almeno quella delle mazzette, quelle dei soldi sporchi che passano di mano in mano, e che magari alla fine finiscono in un cesso. Storia vecchia.
Oggi la nuova Tangentopoli si basa su fondi pubblici, soprattutto europei, che non arrivano in Italia e poi vengono spartiti, ma hanno già il timbro di appartenenza quando partono da Bruxelles. Chi prova a scoperchiare questo sistema politicamente tacito e trasversale è proprio il Pm campano, che con perfetta coscienza va incontro alla “profezia Chiaravalloti” (ex presidente della regione Calabria, premiato con la presidenza dell’Authority) intercettato mentre parla con la segretaria: “Lo dobbiamo ammazzare… no… gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e affidiamo la gestione alla camorra… Vedrai, passerà i suoi anni a difendersi”.
Il libro è un’ottima chiave di lettura per capire su cosa davvero stava indagando De Magistris prima di essere esautorato d’ufficio, e soprattutto perché fosse fisiologica una simile fine per quelle inchieste: fare luce su questi traffici di denaro pubblico avrebbe significato far saltare i piani alti della politica e della magistratura.
Vulpio ricompone pazientemente ogni singolo tassello di un puzzle che alla fine sviluppa uno scenario da golpe: magistrati che fanno parte di comitati d’affari e acquistano proprietà da costruttori che nel frattempo stanno indagando, tecnici e funzionari che collaborano con il Pm (Gioacchino Genchi, il mago delle tecnologie investigative, il maresciallo Pasquale Zacheo, insostituibile archivio vivente, il prototipo del Bellodi di Sciascia) vengono trasferiti e viene loro revocato l’incarico, il tutto in un habitat in cui la massoneria ha gli uomini giusti nei posti strategici.
Grande spazio, naturalmente, all’inchiesta regina, Why not, che ruota attorno all’uomo del destino, Antonino Saladino, amico di tutti, di tutti quelli che stanno al potere, si intende. Vulpio non dimentica di occuparsi di Toghe Lucane, l’unica inchiesta rimasta in mano a De Magistris (ma c’è tempo anche per quella), che indaga su un comitato d'affari di politici, magistrati, avvocati, imprenditorie funzionari che avrebbe gestito grosse operazioni economiche in Basilicata.
Nel libro vengono raccontati degli episodi che a prima vista non c’entrano nulla con la storia giudiziaria che si dipana tra Lucania, una volta Felix oggi Appetix, e la Calabria. Come quella dei “fidanzatini di Policoro”, in Basilicata, apparentemente morti in un incidente poi diventato duplice omicidio, causato forse dalla paura che la ragazza raccontasse di festini hard a base di coca ai quali partecipavano magistrati e politici.
Anzi, ormai è più che un sospetto.
Pagine e pagine dedicate alla “collega ideale” di Luigi De Magistris, Clementina Forleo, l’unica scesa veramente in campo per difendere il collega dalla canea che lo stava delegittimando. E l’unica, che assieme a De Magistris sta difendendo l’autonomia della magistratura, mentre altri colleghi sono sazi e soddisfatti del tacito accordo Mastelliano che accontenta tutti con posti al Ministero e favori amichevoli.
Carlo Vulpio racconta i fatti inediti delle devastazioni alle proprietà della famiglia Forleo in Puglia mentre Clementina si occupava di scalate a Milano: la villa demolita, il raccolto dato alle fiamme, e ultimo, lo strano incidente in cui morirono i suoi genitori.
Cose che il giudice, che secondo il Csm soffre di vittimismo, non ha mai raccontato.
E’ un libro pieno di circostanze, di date e di fatti, che si legge come un romanzo ma ha la struttura della migliore inchiesta giornalistica.
Quella che emerge è una nazione senza scrupoli, che lucra su ogni fonte di guadagno fregandosene delle leggi, della salute della gente e del territorio. Scorie tossiche nelle campagne, rigassificatori a un chilometro dai templi di Agrigento, la decadenza dei Sassi di Matera beneficiari di finanziamenti per la tutela di milioni di euro. L’annientamento di due giudici e dei loro tecnici, avviato e pianificato con precisione maniacale da politici e colleghi, e approvato senza batter ciglio da un Consiglio Superiore della Magistratura che anziché proteggerli dagli attacchi, li consegna agli sciacalli per voce di Letizia Vacca (non me ne voglia il bovino): “due cattivi magistrati”.
Il “non sapevo” oggi non è più tollerato, perché se un giorno De Magistris sarà punito dal Csm nonostante la Procura di Salerno dice che contro di lui è in atto un complotto, se la Forleo perderà la funzione di Gip per aver fatto scoprire all’Italia gli alpinisti della sinistra, questo avverrà di fronte ad una nazione cosciente, che forse allora reagirà. Ignorantia legis non excusat.
http://puglialive.net/home/news_det.php?nid=13788
LA MAFIA E L'ANTIMAFIA
IL RACKET TARGATO ANTIRACKET
Un imprenditore depredato dalla mafia. Un risarcimento da incassare dallo Stato. E le richieste di denaro di chi avrebbe dovuto aiutarlo. Ora indagano i pm.
Sono le undici di mattina del 27 febbraio quando l'imprenditore edile siciliano Giuseppe Gulizia entra a Roma negli uffici del reparto operativo dei carabinieri. Ad accoglierlo c'è il maresciallo capo Alessandro Bitti: pronto ad ascoltarlo su una vicenda incredibile, al centro di un fascicolo del pm Angelantonio Racanelli. Una storia iniziata nel 2003 con la devastante estorsione imposta a Gulizia da un gruppo di mafiosi. E proseguita, secondo la denuncia dell'imprenditore, con un ricatto altrettanto odioso: quello messo in atto da protagonisti dell'antiracket, con tanto di mazzette versate al coordinatore siciliano della Fai (Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane) Mario Caniglia, a Paola Grossi del Commissariato nazionale antiracket e a Lino Busà, presidente dell'associazione Sos impresa di Confesercenti, "promossa per l'elaborazione di strategie di contrasto al racket delle estorsioni e all'usura".
L'ipotesi sostenuta da Gulizia, in altre parole, è che esista un racket nell'antiracket. Un mondo di ombre da cui spuntano favori equivoci e interferenze in atti pubblici. "Un incubo che mi ha devastato", dice l'imprenditore quarantenne, "ma che non basterà a fermarmi. Voglio giustizia, voglio la verità. Anche a costo di rischiare la vita".
E pensare che le cose erano partite bene, per Giuseppe Gulizia. Figlio di imprenditori agricoli cresce a Pedagaggi, frazione di Carlentini in provincia di Siracusa. Qui gli affari si fanno con le arance, i mitici tarocchi, ma lui preferisce ruspe e cemento armato. Nel 1996 lavora come carpentiere nella zona di Lentini. Poi tenta il salto al Nord, in provincia di Brescia. Si trasferisce nel comune di Mazzano con moglie e figlia nel 1999, e diventa capo cantiere in un'azienda di Giuliano Campana, poi presidente dei costruttori edili bresciani. "Lavoravo sodo e ci sapevo fare", racconta. "Così mi sono messo in proprio e ho avuto fortuna". Nel 2003 la sua Asia costruzioni srl fattura oltre 2 milioni di euro e ha un giro di lavoro che coinvolge decine di operai. È il successo, la soddisfazione di avercela fatta: "Mi ero costruito una villa con un grande giardino", dice. "Volevo espandere i miei affari, invece è crollato tutto".
Succede il 17 agosto 2003, mentre Gulizia è a casa dei genitori in Sicilia. Sta per sedersi a pranzo, quando sul videocitofono appare il volto di Maurizio Carcione, mafioso rampante della zona. Chiede di Giuseppe: "Tu sai chi sono, mi ha detto. Ho la terra che brucia sotto i piedi. Voglio che mi porti a lavorare con te a Brescia. E che sistemi la mia famiglia e cinque amici".
Gulizia sa di non avere scelta. Chiede tre giorni per organizzarsi, dopodiché parte. Il 21 agosto sale sulla sua Audi 2500 e raggiunge Brescia assieme a Carcione. La mattina seguente gli consegna le chiavi di un appartamento a Bedizole, vicino Brescia. Poi arrivano la moglie e i due figli del boss. Poi ancora sbarcano i cinque compari: assunti in regola e mantenuti. "Gli ho comperato mobili, lavastoviglie, auto e quant'altro", dice Gulizia. "Inoltre gli integravo la busta paga con soldi in nero, malgrado fingessero di lavorare. Arrivavano sui cantieri tardi, bevevano, giocavano a pallone. E nel giro di poche settimane sono salite dalla Sicilia altre 18 persone. Tutte imposte da Carcione e sistemate con appartamenti e stipendi".
Il piano del boss era semplice: sfilargli gli appalti e retrocederlo al rango di dipendente. Una manovra che non ammette intoppi. Quando l'imprenditore protesta, i mafiosi agiscono: "Una mattina sono uscito di casa alle cinque e mezzo per raggiungere un cantiere", spiega Gulizia. "Ho aperto la porta e davanti c'era una tanica di benzina". Il fatto viene denunciato alla polizia, ma Carcione non si ferma: continua a premere, diventa violento. "Diceva che se non avessi fatto ciò che voleva, mi avrebbe tagliato la testa e l'avrebbe spedita in Sicilia su un vassoio d'argento". Non solo: il 4 maggio 2004 il magazzino dei genitori di Gulizia viene incendiato, e nel rogo si perdono olio, vino e trattori di famiglia. "A quel punto non ci ho visto più", dice Gulizia: "Sono tornato dalle forze dell'ordine e ho raccontato tutto; anche la trattativa che avevo in corso con Salvatore Rossitto, un altro mafioso offertosi come intermediario tra me e Carcione". Il patto, per chiudere la partita, era di versare gli ultimi 28 mila euro a Carcione e 20 mila a Rossitto.Ma al momento della riscossione interviene la polizia. Colti in flagrante, finiscono in manette Rossitto e il killer Antonino Bellinvia, che lo accompagna. Dopodiché vengono arrestati e condannati il boss Carcione e Carmelo Santamaria, dipendente infedele di Gulizia.
Detta così, una storia virtuosa: il boss che ricatta l'imprenditore di successo, l'imprenditore che si ribella e la giustizia che trionfa. Ma le disgrazie di Gulizia non finiscono qui. Anzi: il capitolo Carcione introduce un secondo incubo. Il più imprevedibile, per Gulizia. E il più esplosivo per gli investigatori che se ne stanno occupando. "Tutto parte quando Carcione e gli altri finiscono in prigione", sostiene Gulizia. "Avevo voglia di ricominciare, di rialzare la testa. Ma ero in condizioni pietose. Mia moglie, esasperata, se n'era andata di casa con la bambina. Sul fronte economico ero dissanguato: nessuno voleva aiutarmi, neanche gli amici. Per fortuna un ufficiale dei Ros mi ha suggerito di accedere al fondo di solidarietà per le vittime di estorsioni: un capitale pubblico gestito a Roma dal Commissariato nazionale antiracket".
Per maggiori dettagli, viene messo in contatto con un'altra vittima delle estorsioni, dalla quale secondo Gulizia riceve il numero di cellulare di Lino Busà, dirigente nazionale di Confesercenti ("indicatomi come esperto di risarcimenti"), che a sua volta lo avrebbe indirizzato da Mario Caniglia, imprenditore agricolo noto per avere denunciato chi lo taglieggiava, e per essere in quel momento presidente dell'Associazione antiestorsioni di Scordia (provincia di Catania).
Con lui, sostiene Gulizia, tutto sembra facile. "Lo contattai al telefono", spiega ai carabinieri, "e successivamente mi fissò un appuntamento nel quale avrei consegnato parte della documentazione per accedere al fondo". All'incontro, continua la sua testimonianza Gulizia, si presenta tra fine agosto e inizio settembre 2004 con l'amico Salvatore Cicciarella: un agente della polizia municipale di Pedagaggi, che nel tempo libero fa da mediatore per Caniglia nella vendita delle arance. Una persona di fiducia, ideale per instaurare un dialogo costruttivo. E infatti l'inizio è positivo racconta Gulizia ai carabinieri: "Caniglia mi rassicurò sul fatto che avevo pienamente titolo ad accedere al fondo, e che comunque lui aveva già fatto deliberare altri fondi ad alcune persone della Sicilia".
Con tali premesse, il 20 settembre 2004 Gulizia presenta domanda di ammissione ai benefici. Chiede 116 mila euro di risarcimento per le somme estorte, e 910 mila per i mancati guadagni sugli appalti. Questa, secondo l'imprenditore, è la giusta ricompensa per essersi ribellato alla mafia. Ma la Guardia di finanza si spinge oltre: svolge accertamenti sulle società di Gulizia, e constatato il clamoroso danno aumenta il risarcimento a 2 milioni 508 mila 305, 64 euro. "Finalmente le cose marciavano", afferma Gulizia: "L'agente Cicciarella aveva contatti quasi quotidiani per la mia pratica con Caniglia. Intanto io mantenevo i rapporti anche con Busà e Paola Grossi del Commissariato antiracket, dai quali ricevevo indicazioni sulle cose da fare". Più volte, sostiene Gulizia, si presenta in via Cesare Balbo 39 a Roma (sede del Commissariato antiracket) a consegnare documenti. E in un'occasione Grossi lo accompagna "nell'ufficio del commissario in carica, Carlo Ferrigno, che seguiva la mia situazione".
Paradossalmente, stando a Gulizia, i problemi spuntano quando il lieto fine è vicino. "A metà novembre 2005 Caniglia, diventato coordinatore siciliano della Federazione nazionale antiracket e antiusura, mi annuncia l'imminente erogazione di una prima tranche del risarcimento. Ero al massimo della felicità, pensavo di avere svoltato: ma mi sbagliavo. In cambio delle sue attenzioni, Caniglia mi ha imposto di acquistare circa 3 mila 500 litri del suo olio. Come se non bastasse, al doppio del prezzo di mercato". Una richiesta che dovrà essere verificata, ovviamente, ma che è della categoria difficile da eludere: "Stavo per ricevere i soldi, vedevo l'inizio della mia nuova vita. Potevo rifiutare?", si giustifica Gulizia. Stando alla sua testimonianza, poi, invia il padre, il fratello e l'autista Orazio Rizzo al magazzino di Caniglia, dove l'olio viene travasato in quattro cisterne da mille litri l'una. "In totale, un'operazione che mi è costata 19 mila 300 euro. Naturalmente senza ricevuta o fattura".
"Ripeto", ha sottolineato Gulizia davanti ai carabinieri, "che tale acquisto è stato effettuato esclusivamente perché a 'richiesta', e credendo di dover estinguere un debito morale nei confronti del Caniglia". Il che esula da qualunque legge o senso etico, e anzi ci introduce in un mondo in cui si mischiano pericolosamente presunti estortori e estorti, ma porta i suoi risultati. Il 22 novembre 2005, il Commissariato nazionale antiracket stanzia effettivamente 637 mila euro per Gulizia: la famosa prima tranche. Ed è una festa, per Gulizia. Soddisfatto, racconta agli investigatori, si presenta a Scordia da Caniglia per ringraziarlo. "Ma a lui premeva un'altra cosa. Dopo i convenevoli, mi ha fatto notare che si avvicinava il Natale, ed era il momento di ringraziare chi si era adoperato per me". Ancora più concretamente, dice Gulizia ai carabinieri, Caniglia quantifica il 'ringraziamento' nel 10 per cento dell'erogazione ricevuta, circa 64 mila euro, dai quali andavano detratti gli oltre 19 mila dell'olio. "Gli altri 45 mila, ha detto Caniglia, dovevo suddividerli in parti uguali e portarli in tre bottiglie confezionate a lui, Paola Grossi e Lino Busà".
Il giorno stesso, secondo la versione di Gulizia, si precipita ad acquistare nel supermercato di Scordia una bottiglia di whisky Chivas. Poi, a suo dire, infarcisce la scatola con 15 mila euro in contanti e la consegna a Caniglia: "Di persona, come richiesto all'agente Cicciarella". Quindi Gulizia ha denunciato di essere tornato a Brescia, di avere acquistato due bottiglie di champagne, e di avere riempito i pacchetti con i rimanenti 30 mila euro per poi ridiscendere a Roma. "Ho portato uno champagne con i soldi in via Cesare Balbo a Paola Grossi", spiega, "e l'altro a Lino Busà, nel suo ufficio alla Confesercenti di via Nazionale 60". Un incontro che andrà dimostrato, ma che è rimasto impresso nella memoria di Giuseppe Gulizia: "Ho detto a Busà: 'Questo è per come mi ha detto il signor Caniglia. Auguri di Buon Natale'. Lui ha ringraziato ed è finita lì".
In seguito, Gulizia tace per quasi un anno su questi episodi. Un comportamento singolare, per chi ha la coscienza a posto: ma più che la trasparenza, dice, gli premeva risolvere la sua situazione. "Fosse arrivata la seconda tranche del risarcimento", ammette, "non avrei detto nulla". Invece le cose vanno diversamente. Nell'aprile 2006 la polizia si presenta nell'enoteca 'Antico inferno siciliano', aperta da Gulizia a Brescia con i soldi dell'antiracket, e nell'armadietto del pronto soccorso trova 30 grammi di hashish. Gulizia si dispera, giura sulla sua innocenza, sospetta una vendetta di Cosa nostra. Fatto sta che mentre gli investigatori indagano, la seconda rata del finanziamento viene congelata. Il 4 maggio 2007 Gulizia scrive una lettera a Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare Antimafia, pregandolo di intervenire. Ma non ottiene risposta. Stesso discorso per Tano Grasso, il presidente onorario della Federazione nazionale antiracket, già presentatogli da Caniglia.
"A fine ottobre", racconta Gulizia, "Grasso mi ha dato appuntamento sotto l'ufficio di Busà in via Nazionale, come può confermare l'imprenditore Antonino D'Anna che mi ha accompagnato (e che in effetti conferma, ndr). Gli ho detto che avevo rispettato tutte le procedure, che avevo comperato l'olio da Caniglia e avevo fatto il regalo di Natale anche a Grossi e Busà. Ma lui alla parola 'Busà' ha tagliato corto: 'Ti devo salutare', ha detto. Ha raggiunto la scorta e se n'è andato su un'Alfa Romeo".
A questo punto, il caso Gulizia accelera. "Caniglia", sostiene l'imprenditore, "mi ha fatto sapere che erano pronti altri 4 mila litri di olio. Però non ne potevo più. L'unica strada per avere giustizia, mi sono detto, era denunciare tutti: ed è quello che ho fatto". Il 2 novembre 2007 si presenta dai carabinieri di Augusta con un esposto contro Caniglia, Busà e Grossi. Il 27 novembre consegna un'altra denuncia alla polizia di Catania. E infine viene sentito dai carabinieri di Roma. Il tutto mentre Caniglia, a inizio marzo, si dimette da presidente dell'Associazione antiestorsioni di Scordia (pur rimanendo "punto di riferimento del direttivo regionale e nazionale della Federazione Antiracket nazionale"). "La verità", secondo l'agente di polizia municipale Salvatore Cicciarella, "è che Caniglia ha cercato di limitare i danni. Un pomeriggio è venuto nel mio ufficio, ha lasciato fuori la scorta e ha chiuso la porta: voleva che convincessi Gulizia a non sporgere denuncia. 'Spiegagli', ha detto, 'che quattro pietre al sole io le ho: lui arriverà al punto che non gli rimarrà un soldo'".
Un finale possibile, ma improbabile al momento. Gulizia ha un lavoro presso un'azienda nel settore del fotovoltaico. Quanto al pm Racanelli, aspetta le verifiche dei carabinieri per valutare la posizione degli indagati. Nomi protetti dalla più ferrea riservatezza.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2009329
ANTIMAFIA DOUBLE FACE
Il vice presidente di Confindustria. Il leader degli artigiani palermitani. Magistrati. Poliziotti. Tutti paladini anti-cosche. Ma con soci e legami pericolosi.
Sul sito di Confindustria c'è un dettagliato curriculum del vicepresidente Ettore Artioli. Una scheda in cui si spiega che è nato a Palermo nel 1960. Che è presidente di un gruppo di aziende attive in vari settori, da quello immobiliare alla ristorazione. E che in passato, tra le altre cariche, è stato leader di Confindustria Sicilia e membro dell'Agenzia provinciale energia e ambiente di Agrigento. Manca giusto un particolare: incredibile, vista la delega di Artioli per il Mezzogiorno. Non c'è traccia del suo attuale legame affaristico con Giuseppe Costanzo, ex presidente di Confindustria Sicilia, e Fabio Cascio Ingurgio, ex capo degli industriali palermitani. Due personaggi dal profilo inquietante: non soltanto indicati nel 2005 dai magistrati come soci di Francesco Paolo Bontate, figlio del capomafia Stefano e condannato per traffico di droga, ma anche già indagati nel 2006 per truffa, falso in bilancio e riciclaggio. I documenti parlano chiaro. Artioli è amministratore unico e socio (al 33,33 per cento tramite la Attilio Artioli e C., dove è socio accomandatario e rappresentante dell'impresa) di Costanzo (33,33) e Cascio (33,33) nella Uniholding srl, costituita il 19 marzo 2001 per la «gestione delle società di controllo finanziario». Ed è anche amministratore unico e socio (51 per cento, sempre tramite la Attilio Artioli e C.) di Costanzo (24,5) e Cascio (4,5) nella Eurowall srl, costituita il 17 novembre 2000, dedicata alla «locazione di beni immobili» e partecipata al 20 per cento dalla Eurosidi srl, nella quale compare ancora Cascio al 35 per cento.
Rapporti questi che stridono con l'immagine pubblica di Artioli, sempre agguerrito contro Cosa nostra, e con la politica generale di Confindustria, schierata da tempo contro la subalternità alla mafia. Più volte Luca Cordero di Montezemolo e Ivan Lo Bello, leader siciliano degli industriali, hanno spronato gli imprenditori a denunciare, a ribellarsi al racket. E qualche audace li ha seguiti, con il sostegno delle istituzioni.
Difficile, dunque, affrontare il caso Artioli. Difficile spiegare come un vertice di Confindustria sia rimasto in società con persone legate a un Bontate (condannato per traffico di stupefacenti), nonché indagate per il riciclaggio di denaro sporco. Fatti che sconcertano. E incrociano un tema scomodo: la trasparenza dell'antimafia e la sua versione double face. Da un lato attiva sul fronte della legalità, dall'altro oppressa da troppe ombre. «Una questione delicata», riconosce Lo Bello: «Molti applaudono la guerra al racket e seguono le nostre mosse. Il dubbio è che qualcuno lo faccia per controllarci. La Sicilia, non dimentichiamolo, è una terra complessa: c'è la mafia dello scontro duro, e c'è quella più sofisticata». Come dire: la prudenza è un dovere, in terra di mafia. Soprattutto quando si ricoprono ruoli pubblici e si parla di legalità. «Allora, più che mai, è difficile capire chi hai davanti», dicono gli imprenditori. «Indispensabile è verificare la ragnatela delle società, dei contatti occulti. Ma anche i legami familiari, che riservano imbarazzanti sorprese».
L'esempio più recente è dell'8 gennaio scorso, quando Confindustria, Confcommercio e Confartigianato hanno siglato a Palermo un decalogo antiracket. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della commissione parlamentare Antimafia Francesco Forgione, il questore di Palermo Giuseppe Caruso e i comandanti provinciali dei Carabinieri e della Finanza. Tutti impegnati nella lotta a Cosa nostra, e qualcuno turbato dalle parentele di Nunzio Reina, presidente locale di Confartigianato. Il quale è sposato con Giuseppa Spadaro, figlia del mafioso Vincenzo Spadaro e nipote del boss Tommaso Spadaro, a sua volta padre del Francesco Spadaro condannato a 16 anni per il pizzo all'Antica focacceria San Francesco. Lo stesso Reina, bisogna aggiungere, è stato eletto il 21 gennaio vicepresidente della Camera di commercio palermitana. E nove giorni dopo si è dimesso, per improvvisi e non specificati «motivi personali». «Tutto è possibile, quando si parla di potere e antimafia», dice l'avvocato Fabio Repici, parte civile nel processo per l'omicidio di Graziella Campagna, colpevole di avere letto l'agendina di un boss: «Basti pensare a cosa è successo il 10 gennaio nel tribunale di Catania. Giovanni Lembo, ex sostituto procuratore nazionale antimafia, è stato condannato a cinque anni per favoreggiamento al clan Alfano. L'ex capo dei gip di Messina, Marcello Mondello, ha avuto sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E altri due anni sono toccati al maresciallo Antonino Pinci, collaboratore di Lembo. Finalmente si è punita la finta antimafia. Ma tre quarti d'Italia non lo sa, perché la grande stampa ha sorvolato sulla notizia».
Un fatto è certo: mafia e antimafia a volte s'incrociano. Come nell'antiusura, colpita per giunta dal fenomeno delle finte vittime. «Nell'arco del 2007», dice il commissario nazionale antiracket Raffaele Lauro, «abbiamo risarcito 143 persone e bocciato 176 richieste». Idem per le estorsioni: «A fronte di 161 accoglimenti ci sono stati 147 rifiuti». In pratica 323 persone si sono dichiarate vittime, ma non lo erano. Il che confonde: in Calabria (42 sì al risarcimento, 26 no) come in Sicilia (62 sì, 28 no), in Puglia (16 sì, 18 no) come in Campania (24 sì, 19 no). E si somma a un'altra questione: la limpidezza delle organizzazioni impegnate contro mafia e pizzo.
A un certo punto, per esempio, sono spariti 100 mila euro dalle casse dell'associazione antiracket di Caltanissetta. Il presidente Mario Rino Biancheri si è dovuto dimettere, e il prefetto ha sciolto la struttura. Un caso limite, assicura Lauro: «Le associazioni e fondazioni iscritte alle prefetture svolgono un lavoro eccellente. E altrettanto vale per Tano Grasso, il presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane». Una figura simbolo, Grasso, nella lotta al pizzo. Fondatore nel '90 dell'Acio (l'associazione dei commercianti di Capo d'Orlando contro le estorsioni), è stato deputato del Pds, membro della commissione parlamentare Antimafia e commissario nazionale antiracket. Eppure il suo è un caso emblematico di come in Sicilia frequentazioni e amici possano essere scivolosi, anche per un paladino dell'antiracket. Attualmente, infatti, il nome di Grasso è citato a Catania negli atti di un processo scomodo. Principali accusati sono Giuseppe Gambino, ex magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Messina, e il vicequestore di Messina Mario Ceraolo Spurio, ex ispettore del commissariato di Capo d'Orlando: entrambi sotto processo per vari reati, tra i quali avere manovrato il pentito Orlando Galati Giordano contro l'imprenditore Vincenzo Sindoni (oggi sindaco di Capo d'Orlando); il tutto per favorire Luciano Milio, suo concorrente in affari. Grasso, secondo le carte dei pubblici ministeri, ha frequentato sia Ceraolo che Gambino e Milio.
«Il pentito Giuseppe Cipriano», scrivono i magistrati, riferisce «di avere visto in un'occasione, a casa di Luciano Milio, il dottor Giuseppe Gambino e l'onorevole Tano Grasso». Non solo: racconta di averli visti «in più occasioni pranzare assieme presso il ristorante La Tartaruga di Capo d'Orlando». Il che sarebbe naturale e lecito, per un esponente dell'antiracket che frequenta giudici e imprenditori. Ma resta il fatto che mentre Grasso è commissario nazionale antiracket a Roma (1999-2001), nella sua squadra entra proprio Ceraolo, il quale dal 10 aprile 2000 risulta iscritto con Gambino nel registro degli indagati per «falso ideologico, falso materiale e calunnia con l'aggravante (...) per avere agevolato l'attività di un'associazione mafiosa». Tra l'altro, Galati inizia a parlare di Ceraolo con i giudici il 24 giugno 1999, riferisce delle false accuse suggeritegli da Ceraolo contro Sindoni il 12 ottobre 2000, in un'udienza del processo Mare Nostrum, e il 25 ottobre seguente è denunciato da Ceraolo stesso per calunnia. Dunque è impensabile che durante la permanenza al commissariato antiracket Grasso, e tantomeno Ceraolo, non ne siano al corrente.
Altrettanto delicato, poi, è l'altro capitolo che spunta dal processo di Catania: quello dell'amicizia tra il giudice Gambino, Grasso e Ceraolo. Un rapporto che, stando ai pubblici ministeri, sarebbe stato usato per intimorire un collaboratore di giustizia. «Sul tavolo di lavoro in ufficio», testimonia l'ex pm di Patti Antonio Sangermano, «(Gambino) teneva esposta un'unica fotografia che (lo) raffigurava (con) l'onorevole Tano Grasso e il Ceraolo, in occasione della laurea di quest'ultimo». Un'immagine innocente, di per sé. Ma Gambino, racconta il pentito Cipriano, gliela mostra quando lui si appresta ad accusare Ceraolo: «Gesto dall'inequivoco significato intimidatorio», scrivono i pubblici ministeri riassumendo il racconto del pentito. Un modo per ribadire «la cordialità dell'atteggiamento che traspariva tra il Gambino, l'onorevole Grasso e il Ceraolo». Se a questo si aggiunge che l'imprenditore Milio, il quarto uomo dei presunti pranzi di Grasso alla "Tartaruga", è stato indagato di concorso esterno in associazione mafiosa pur essendosi proclamato vittima del racket; se si considera che la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha accusato lo stesso Milio di favoreggiamento alla latitanza del boss Cesare Bontempo Scavo; e se si pensa che Gambino e Ceraolo hanno citato Grasso come teste a difesa, allora si capisce l'antipatico intreccio in cui si trova il presidente onorario della federazione nazionale antiracket. «La verità», dice Luigi Schifano, ex presidente dell'Acio uscito dall'associazione, «è che nell'antiracket troppi si sentono intoccabili. Ormai è diventato un mestiere senza scadenza; un ruolo che dà visibilità e potere».
Significativo, in questo senso, è quanto accade a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, dove fin dall'inizio a guidare l'associazione antiracket Lacai (Libera associazione commercianti artigiani imprenditori, inclusa nella federazione di cui Grasso è presidente onorario) è stato Antonino Palano. A prima vista una vittima degli estorsori, mafiosi che ha denunciato e fatto condannare. Ma anche un protagonista di storie sgradevoli. Nel 2004, l'ex deputato Nichi Vendola ha denunciato in un'interrogazione gli abusi edilizi di Palano e le coperture politiche per non eliminarli. Da parte sua, l'ex guardasigilli Roberto Castelli ha definito la vicenda (tuttora aperta) «atta a indicare quale sia il livello di illegalità nella zona». E come se non bastasse, Palano è citato negli atti del processo Mare Nostrum, dove il mafioso Domenico Gullì elenca le imprese nell'orbita del boss Giuseppe Chiofalo: includendo, tra le altre, quella del presidente antiracket di Terme Vigliatore. Inutile stupirsi.
A illustrare il lato oscuro dell'antimafia, ci ha pensato il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate (20 chilometri a est di Palermo), complice di un piano per inscenare la finta guerra all'illegalità. In questa logica, ha favorito la nascita di un osservatorio permanente sulla criminalità e il fenomeno mafioso. E, ciliegina sulla torta, ha sponsorizzato la cittadinanza onoraria al Capitano Ultimo e Raoul Bova, suo alter ego televisivo. Risultato: un pedigree antimafia in sintonia con le cosche. «Una storia terribile», commenta Angela Napoli, membro della commissione parlamentare Antimafia, «ma agevolata da un atteggiamento diffuso: nessuno punta il dito contro la finta lotta all'illegalità. È un terreno minato, meglio tacere e lasciare campo libero». L'esatto opposto di quello che fa lei, protagonista in Calabria di una polemica con la coperativa agricola Valle del Bonamico, creata nel 1995 a Locri dal vescovo Giancarlo Maria Bregantini. Una struttura cresciuta, spiega il sito Internet, per strappare alla 'ndrangheta i giovani disoccupati. Ma anche una società «che dà lavoro ai figli dei boss», ha denunciato Angela Napoli, «nonché sede di cospicui finanziamenti, molti devoluti a rappresentanti delle cosche della 'ndrangheta di Platì e di San Luca».
Accuse che in Calabria hanno fatto scandalo. Durissima la replica del governatore Agazio Loiero. Altrettanto quella di Francesco Macrì, presidente regionale di Confagricoltura. Fatto sta che il nome di Pietro Schirripa, presidente della Valle del Bonamico e direttore sanitario della Asl di Vibo Valentia, è all'attenzione dei magistrati antimafia, impegnati in verifiche coperte dal segreto. Il tutto mentre a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, la Direzione distrettuale antimafia s'interroga su un'altra realtà di spicco: la Fraternita di Misericordia. Un'organizzazione religiosa che spesso si è schierata contro la mafia, ma in cui i pm hanno trovato un mistero: il passaggio di denaro tra l'indagato per associazione mafiosa Anselmo Francesco Cavarretta e il governatore della Fraternita Leonardo Sacco. A favore di Cavarretta, svela inoltre una registrazione, si sarebbe mosso il crotonese don Francesco Giungata, parroco della chiesa di Santa Rita, attivandosi presso l'ex prefetto Piero Mattei. «Non c'è niente da fare», dice Sonia Alfano, figlia del giornalista siciliano Beppe, ucciso da Cosa nostra nel 1993: «Finché non si abbandonano le ipocrisie, e non si bonifica lo scandalo della finta antimafia, il malaffare avrà partita vinta. Certo è importante, quello che Confindustria sta facendo.
Il pizzo è un male del meridione, ma perché nessuno parla degli appalti, delle grandi aziende che come la Calcestruzzi fanno accordi con Cosa nostra? E ancora: perché non si analizza com'è gestito il finanziamento pubblico dalle associazioni antimafia?». Di recente, racconta, è stata contattata dai giornalisti di "Annozero". Con loro, per la puntata del 22 novembre, si è presentata alla sede della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. «Volevamo chiedere a Maria Falcone perché non appoggiasse la protesta contro la mancata equiparazione tra le vittime del terrorismo e quelle della mafia e del dovere. Ma non abbiamo potuto: la sede era chiusa con un catenaccio. Non solo. Tutte le volte che ho telefonato, o mi sono presentata alla fondazione, non ho trovato nessuno. Possibile? Chi verifica, lì e altrove, come si fa antimafia?».
Per completezza va detto che "Annozero" non ha trasmesso il servizio, e Sonia Alfano non è stata avvertita dalla redazione: «L'ho scoperto in studio», spiega, «partecipando da ospite alla puntata». Quanto a Maria Falcone, replica che «tre pomeriggi alla settimana la sede è chiusa», e comunque la sua missione è «insegnare legalità nelle scuole italiane, e organizzare ogni 23 maggio un convegno con politici e esperti di mafia». Iniziative che hanno un forte significato simbolico, in Sicilia e fuori, ma fanno i conti con un clima ostico, dove la confusione impera anche nelle istituzioni. Esempio tipico, il bilancio della Regione Sicilia. All'interno, infatti, si legge che le «associazioni, fondazioni e centri studi impegnati nella lotta alla mafia» ricevono 580 mila euro l'anno. Ma non è così: 77 mila 468 euro sono stanziati per il centro studi Cesare Terranova, 180 mila 759 per la Fondazione Falcone, 77 mila 468 per la Fondazione Gaetano Costa e 50 mila al Centro studi Pio La Torre. Restano invece inutilizzati 194 mila 305 euro, che giacciono nelle casse regionali. Discutibile. E paradossale, pure, in una terra sempre a caccia di finanziamenti.
Ma meno stravagante di quanto è accaduto il 3 dicembre alla Regione Calabria. All'ordine del giorno c'era la costituzione della Consulta antimafia della giunta, una task force che affronta temi centrali: dal protocollo d'intesa sui beni confiscati alla 'ndrangheta fino al progetto "Scuola antimafia", per aiutare i docenti a «veicolare le migliori informazioni su legalità e sicurezza». Questioni, si legge, gestite dal presidente della Regione Agazio Loiero con (tra gli altri) il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì e con il prefetto di Reggio Calabria Francesco Antonio Musolino. Ma anche con Francesco De Grano: il dirigente generale del Dipartimento attività produttive «responsabile dell'Apq (Accordo programma quadro) legalità e sicurezza». Lo stesso De Grano indagato nell'indagine "Why not" sui poteri occulti calabresi e la spartizione dei fondi comunitari. Proprio come Loiero.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio//1988527
LA MAFIA E LA POLITICA
PIERO GRASSO: COLLUSIONE TRA MAFIA E POLITICA
Forti infiltrazioni della mafia nelle amministrazioni del Sud.
Presentata la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia da cui emergono collusioni tra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.
Indagini in corso su scambio elettorale tra boss e politici meridionali.
Le infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono fortissime nelle regioni del Mezzogiorno. E soprattutto nel Meridione si indaga per intrecci politico-mafiosi e voto di scambio. E' quanto emerge dalla relazione annuale presentata dalla Direzione nazionale antimafia, guidata da Piero Grasso. Secondo la Dna, le maggiori inchieste giudiziarie avviate dalle procure Distrettuali antimafia riguardano collusioni fra boss e politici, ma soprattutto fra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.
Infiltrazioni nella pubblica amministrazione nel Sud. Procedimenti penali che puntano a far luce sull'intreccio tra criminalità organizzata e amministratori pubblici sono stati avviati dai magistrati dei distretti di Napoli, Messina, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari. "Una parte rilevante dell'azione di contrasto - si legge nella relazione della Dna - risulta essere stata svolta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo che, per numero e qualità delle investigazioni, ha assunto sicuramente una posizione di preminenza nella repressione delle condotte di contiguità politico-mafiosa".
Politici meridionali pagano boss per voti. I politici di diverse regioni meridionali avrebbero pagato somme di denaro ai boss delle organizzazioni criminali per ottenere voti nelle ultime consultazioni elettorali. I magistrati analizzano lo scambio elettorale politico-mafioso che ci sarebbe stato in diverse città del Sud. Nella relazione viene evidenziato "il soddisfacente numero di procedimenti d'indagine che puntano a contrastare uno dei settori di maggiore pericolosità dell'infiltrazione mafiosa". Nella fase delle indagini preliminari, nel periodo che prende in esame la relazione della procura nazionale, emerge che il maggior numero di procedimenti aperti sono a Napoli (8), segue Catanzaro (7), poi Palermo (2) e con un procedimento ciascuno Catania, Reggio Calabria, Bari e Lecce.
LA MAFIA E LA MAGISTRATURA
LOTTA DI POTERE
Per capire il presente, a Palermo si ricorre sempre al passato. Così i conflitti di oggi si comparano con i veleni di ieri. Che si ripetono, come una maledizione che aleggia sul palazzo dell’antimafia. Il procuratore Piero Grasso, dopo aver estromesso dalle indagini su Cosa nostra gli uomini che ieri avevano lavorato con Giovanni Falcone, oggi «è ormai un generale senza esercito», ha commentato Massimo Russo, sostituto procuratore e presidente palermitano dell’Associazione magistrati.
Presente, passato: «Gli amici di Falcone sono stati sconfitti», ha commentato il procuratore aggiunto Gioacchino Natoli, dimettendosi dalla direzione distrettuale antimafia in contrasto con Grasso. Ieri, oggi: «Siamo tornati ai tempi del procuratore Pietro Giammanco», protestano molti sostituti procuratori. Giammanco, accusato di non voler fare le indagini antimafia e di emarginare Falcone, dovette dimettersi in seguito all’ondata d’indignazione (dentro e fuori il palazzo di Giustizia palermitano) che seguì alle stragi del 1992 in cui morirono Falcone e Borsellino. Se ne andò anche Giuseppe Pignatone, braccio destro di Giammanco, a cui Falcone aveva dedicato pagine terribili nei suoi diari. Un decennio dopo, proprio Pignatone, che non ha mai rinnegato il suo stile di lavoro contrario alle indagini in pool, è tornato a essere l’uomo fidato del capo (questa volta Grasso) e il plenipotenziario delle indagini su Cosa nostra a Palermo.
Oggi nessuno mette in discussione la correttezza di un uomo con la storia di Grasso. Ma il punto di crisi restano le indagini su mafia e politica: si possono mettere sotto inchiesta i potenti, si possono indagare i rapporti tra la mafia che spara e i signori della politica e degli appalti? Per un decennio, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, la procura di Gian Carlo Caselli (e di Roberto Scarpinato, di Guido Lo Forte, di Gioacchino Natoli, di Antonio Ingroia e di tanti altri) ha risposto sì. Sostenuta, almeno in un primo tempo, da un formidabile movimento antimafia nel Paese e perfino dal consenso, o almeno dal silenzio, di una politica debole, che attraversava un momento di crisi.
Oggi i tempi sono tornati difficili. La politica è tornata forte. E Grasso ha scelto la via di salvare il salvabile, di concentrarsi sulla mafia che spara, senza spingere l’acceleratore sui rapporti tra questa e i poteri. Così ha ostentato la sua discontinuità con la linea Caselli, per esempio non firmando il ricorso in appello contro l’assoluzione in primo grado di Giulio Andreotti.
Ha bluffato con Antonino Giuffrè, presentato come il nuovo Buscetta. Ha riorganizzato l’ufficio escludendo la vecchia guardia e concentrando le indagini più delicate nelle mani di Pignatone. Chi lo conosce bene spiega che su queste scelte hanno pesato anche motivi personali, come una sorta di complesso d’inferiorità nei confronti di Caselli e dei «caselliani», da cui vuole mostrarsi differente in tutto. Altri, invece, ricordano che anche Falcone, a metà degli anni Ottanta (ancora il passato per tentare di spiegare il presente) diceva che quando la politica è forte è meglio non entrare in rotta di collisione con il potere, «altrimenti non riesci ad arrestare nemmeno Nitto Santapaola».
Dove finisce la prudenza e comincia la connivenza? Oggi restano aperti i conti con il passato (rappresentato da Andreotti e dai suoi rapporti con gli uomini di Cosa nostra), ma anche con il presente: i «mandanti esterni» delle stragi del 1992-93, la mancata perquisizione del «covo» di Totò Riina, il ruolo di Marcello Dell’Utri, la nascita di Forza Italia in Sicilia, la gestione degli appalti, le indagini su Totò Cuffaro e su altissimi esponenti di Forza Italia... La nuova mafia si sta riorganizzando in simbiosi con la politica e gli oppositori di Grasso sostengono che se non si affrontano questi nodi, ha perfino poco senso «arrestare Santapaola». L’equilibrio tra prudenza e rigore è difficile.
http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn03110001
Mafia. I pm Forte, Ingroia e Gozzo accusano Piero Grasso: ci nascondi informazioni rilevanti per le inchieste
Nuova puntata della guerra che lacera il Palazzo di Giustizia di Palermo. Guido Lo Forte, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dei processi riguardanti i fatti di sangue di Palermo del '92 e di Roma, Firenze e Milano del '93 hanno inviato al procuratore capo Piero Grasso una lettera in cui lo accusano ancora una volta di non far circolare liberamente le informazioni. Lo Forte, Ingroia e Gozzo denunciano di essere costretti a lavorare in uno "stato di grave perplessità e profondo disagio", che non permette loro di "assolvere alle proprie responsabilità" in processi così delicati.
Grasso, come rivelano oggi alcuni quotidiani, è venuto in possesso della missiva, inviata anche alla Direzione distrettuale antimafia, ieri mattina.
Il "fascicolo
parallelo"
A scatenare
la protesta è soprattutto la presunta creazione di un "fascicolo parallelo", di
cui non è stata data notizia, contenente atti che invece dovevano essere
inseriti nel processo denominato "Sistemi criminali", di cui sono i legittimi
titolari i pm autori della lettera.
Uno degli atti, in particolare, riguarda la richiesta con la quale la procura di Caltanissetta ha chiesto l'archiviazione di un filone di inchiesta sulle motivazioni delle stragi del 1992. Tale richiesta conterrebbe le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca che "coinvolgono anche il padre di Giuseppe Pignatone", il più stretto collaboratore di Grasso dopo le recenti nomine in procura. Altri atti riguardano invece i diari di Giovanni Falcone che chiamano in causa lo stesso Pignatone e Pietro Giammanco, allora procuratore capo di Palermo, e rivelano i contrasti che contrapposero quest'ultimo a Paolo Borsellino.
La riunione a Roma
convocata da Pier Luigi Vigna
I tre pm chiedono inoltre a Grasso come mai non furono informati dei contenuti
di una riunione, convocata in luglio, a Roma, dal procuratore nazionale
antimafia Pier Luigi Vigna, per fare il punto sulle indagini. Un incontro "molto
importante", ricostruiscono i magistrati, a cui presero parte le procure di
Firenze, Palermo e Caltanissetta e che comportò lo scambio di "atti rilevanti"
di cui a loro non è stata data notizia.
Duello epico
Lo scontro tra Grasso e i magistrati antimafia è cominciato nel settembre 2002,
dopo le prime dichiarazioni di Antonino Giuffrè che, secondo le accuse, veniva
gestito in maniera segreta. Il contrasto è poi proseguito con l'applicazione
della circolare del Csm che fissa in otto anni la permanenza nella Dda. Ciò ha
infatti comportato la conseguente esclusione di Lo Forte e Roberto Scarpinato e
la promozione di Pignatone a principale responsabile delle inchieste antimafia,
scatenando le dimissioni di Gioacchino Natoli.
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=42393
Le accuse di Caponnetto a Andreotti, Lima, il procuratore Giammanco e i suoi alleati: in un libro la testimonianza dell' ex capo del pool antimafia di Palermo, “ ecco chi ha tradito Falcone e Borsellino.
Finalmente un testimone oculare, diretto e d' eccezione - al di sopra di ogni sospetto, insinuazione e veleno - racconta "dall' interno" la nascita, la vita e la distruzione del pool antimafia di Palermo. Ricorda le trappole che traditori, infidi come serpenti, sistemarono intorno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che di quel pool furono le anime. Svela le pressioni che, in nome e per conto di Giulio Andreotti, furono fatte sugli uffici giudiziari per chiudere in fretta un' inchiesta pericolosa.
Annota il groviglio di interessi corporativi, correntizi e politici che ha paralizzato e paralizza il Csm. Indica con i nomi e i cognomi gli abitanti di quella "grande ed influente area grigia" del Palazzo di Giustizia, magistrati "che non emergeranno mai dal limbo dell' inefficienza, che hanno sempre una ragione in più per non indagare".
Il testimone d' eccezione si chiama Antonino Caponnetto, ha 72 anni, è stato consigliere istruttore a Palermo dal novembre del 1983 al marzo del 1988, è stato il magistrato che ha organizzato e diretto il pool antimafia, è stato padre amico e fratello per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La sua testimonianza è stata raccolta da Saverio Lodato e, dalla prossima settimana, sarà in libreria con il titolo "I miei giorni a Palermo" (Garzanti, pagine 160, lire 24mila).
Antonino Caponnetto è sempre pacato, minuzioso nella documentazione, freddo nel ragionamento. Non è tenero. Non è tenero con nessuno. Non risparmia nessuno. Né i magistrati "poco convincenti" che sistemarono ogni genere di ostacolo sulla strada di Falcone, prima, di Borsellino, dopo. Né intellettuali, come Sciascia, che, ispirato "per meschina bega" da qualcuno, "si prestò al gioco senza capire la gravità delle sue affermazioni mentre era in atto una campagna di stampa volta a delegittimare il pool e il maxiprocesso". Né politici come Giulio Andreotti e Salvo Lima.
Caponnetto ricorda "due episodi singolari": "un paio di telefonate di Ombretta Fumagalli, già membro del Csm, e uno strano incontro con Riccardo Boccia, che allora era commissario per la lotta alla mafia". "La Fumagalli - racconta il Consigliere - mi sollecitava a prendere in esame il procedimento contro Andreotti per l' accusa di falsa testimonianza nel processo Dalla Chiesa, durante il suo interrogatorio reso a Roma". "Dovrebbe esserle giunto un processo di competenza", dice la Fumagalli nella sua prima telefonata. E aggiunge: "Riguarda l' onorevole Andreotti. Lei capisce la situazione, quindi la pregherei di esaminarlo celermente". Caponnetto ha già assegnato il processo al suo vice. La Fumagalli "si infastidì per questa decisione e me ne chiese la spiegazione". Caponnetto è costretto a ricordare al consigliere del Csm "i suoi poteri". "La Fumagalli discusse ancora e io risposi: "La mia impressione posso dirgliela fin d' ora. Noi non siamo competenti, dal momento che il reato è stato consumato a Roma...". La spiegazione non convinse la Fumagalli che telefonò e ritelefonò per sentirsi finalmente dire che "gli atti erano stati trasferiti alla pretura di Roma". Racconta Caponnetto: "La Fumagalli cominciò a farsi insistente: ' Ma come è possibile che non ravvisiate la vostra competenza per connessione' . Fui costretto a risponderle seccamente per evitare il ripetersi di quelle telefonate. La mia impressione è che volessero che il procedimento fosse definito a Palermo, e non a Roma. Può darsi che a Palermo si sentissero più sicuri".
Il secondo singolare episodio riguarda Salvo Lima. Alcuni parlamentari di Democrazia Proletaria consegnano all' Ufficio Istruzione un dossier sul viceré siciliano di Andreotti. E subito da Roma partono le contromosse. Sentiamo Caponnetto: "Qualche giorno dopo, sul Messaggero, uscì un articolo di Andreotti su Lima. Quella mattina Falcone entrò nel mio ufficio con quel giornale in mano e mi chiese cosa ne pensassi. ' Attenti a quello che fate' : fu questa l' impressione che ricavai dall' articolo. Giovanni fu tassativo: ' Per me è un chiarissimo: Salvo Lima non si tocca' ". "Qualche giorno dopo - continua il Consigliere - si fece vivo Boccia e mi convocò nel suo ufficio. Dopo una serie di preamboli superflui e cordiali... mi chiese se ero in grado di confermargli o meno l' esistenza di procedimenti contro uomini politici. Non fece il nome di Lima, ma ritenni di poter collegare questo suo interessamento alle polemiche che si stavano sviluppando. Lo rassicurai che in quel momento non c' era niente... e così poté tranquillizzare chi di dovere". "Se i pentiti avessero parlato", conclude Caponnetto, "le cose con Lima sarebbero andate diversamente": "quell' uomo politico, per anni, ha svolto la sua funzione di mediatore, di garante, fra le cosche di mafia e il potere politico".
Non tutti, in quel Palazzo di Giustizia di Palermo, si comportavano come Caponnetto. Non tutti "si tenevano lontani da certe conoscenze, da certe lusinghe, da certe frequentazioni".
Ne sono la prova le difficoltà che, una volta ritornato a Firenze Caponnetto, incontrano Falcone e Borsellino.
Difficoltà che hanno nomi e cognomi. Caponnetto li elenca a cominciare da quello dell' ex procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco ("Falcone mi aveva parlato dei suoi rapporti di amicizia con Mario D' Acquisto - andreottiano, ndr -, con forti riserve e perplessità"). "Ma Giammanco non è stato il solo ostacolo che Falcone e Borsellino hanno incontrato sul loro cammino. Sono rimasti vittime di una situazione in cui Giammanco aveva l' appoggio dei sostituti Pignatone e Lo Forte, e quello dei due procuratori aggiunti, Aliquò e Spallitta.
Posso ricordare le amarezze che Falcone mi raccontava al telefono, quando mi diceva di sentirsi come un leone in gabbia, o di quando mi riferiva delle umiliazioni - testualmente - e dei contrasti che lo dividevano dal gruppo dirigenziale della procura. Parlava proprio di gruppo dirigenziale... Falcone mi diceva spesso: ' Non pensavo di trovarmi in questa situazione, devo trovare come uscirmene in qualche modo' ". Giovanni Falcone decise di farla finita quando dovette ingoiare il rospo, l' ultimo, delle requisitoria sui delitti politici Reina, Mattarella, La Torre. "Falcone - svela Caponnetto - non voleva firmarla perché riteneva che fosse necessario dare seguito alla memoria della parte civile della famiglia La Torre.
Si trovò di fronte un muro di no: quelli del procuratore capo e dei suoi sostituti. Poi si adattò a firmare la requisitoria. Era stanco delle polemiche ed era un uomo delle istituzioni: si rendeva conto che negare la sua firma a quella requisitoria, in quel processo, avrebbe significato fare sprofondare il Palazzo di Giustizia di Palermo in un' altra estate di scandali. Così decise di andare a Roma... e solo gli stupidi potevano pensare che un uomo, un magistrato come Giovanni Falcone, potesse legarsi a un qualsiasi carro politico o comunque essere condizionato nel suo lavoro, anche in minima parte, da influenze politiche". La palude che inghiottì Falcone, dopo la sua morte a Capaci, si strinse anche intorno a Paolo Borsellino. Caponnetto: "' Che cosa non va?' gli chiedevo. ' Mi ritrovo più o meno nelle stessa situazione in cui si ritrovava Giovanni' . Ed esprimeva valutazioni analoghe a quelle di Falcone sullo staff dirigenziale della Procura. Aggiungeva: ' Come carattere, io e Giovanni siamo diversi. Io cerco di evitare scontri frontali, aperti, cerco di svolgere il mio lavoro, nel modo migliore, di adattarmi alla situazione, di crearmi una nicchia... Ma non è facile, non sono molti quelli su cui posso contare. Anzi, sono pochissimi...' ".
http://www.rifondazione-cinecitta.org/mafia-davanzo.html
MISTERI DI STATO. MISTERI DI CASA (O COSA) NOSTRA
Dopo 13 anni esatti, i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio - che hanno segnato le resa della giustizia di fronte alle Mafie - sono ancora sconosciuti. “A volto coperto”, come si dice in gergo giudiziario, visto che diverse inchieste per scoprire il terzo o quarto livello erano partite. Alcune si sono perse, ovviamente, per strada, altre archiviate, o con qualche brandello ancora in corso. E’ lo spaccato della giustizia nostrana, sempre pronta ad assicurare alla galere il mafioso o il camorrista che viene trovato con la pistola fumante in mano o col pollice sul detonatore: mai in grado di colpire più in alto, vuoi sul fronte degli affari (il mondo degli appalti), vuoi, soprattutto, su quello politico, storicamente e strettamente legato agli altri due. Ora si riparte dell’agendina rossa. Quella che Paolo Borsellino portava sempre con sé, nella sua borsa. Anche quel 19 luglio 1992, quando la sua auto saltò in aria. Scrive Marzio Tristano su Antimafia 2000, una delle poche, battagliere riviste rimaste sul campo nel contrasto alla delinquenza organizzata: «Di quella borsa, affumicata e bagnata dagli idranti dei vigili del fuoco, esiste un’immagine, scattata da un fotografo professionista palermitano, che è stata appena acquisita dalla Dia di Caltanissetta. La foto ritrae un ufficiale dei carabinieri nell’inferno di via D’Amelio. Dietro si notano le auto ancora in fiamme, in mano l’uomo ha una borsa di cuoio. La procura di Caltanissetta - prosegue Tristano - vuole adesso ricostruire a ritroso il percorso della borsa fino alla sua apertura, descritta nel verbale di sequestro che attesta l’assenza dell’agendina rossa di Borsellino». Aggiunge Tristano: «E’ la prima volta dopo tredici anni che si indaga sui misteri di quella agendina di Borsellino, la cui sparizione venne immediatamente denunciata da colleghi e familiari. Un’agenda da tutti ritenuta importante per ricostruire incontri, spostamenti e attività di quei frenetici 56 giorni, dalla strage di Capaci, in cui Borsellino si tuffò nelle indagini antimafia con la consapevolezza del martirio». «Un’agenda che potrebbe contenere la verità sulla morte di Borsellino», è il commento di Carmelo Canale, il più stretto collaboratore di Borsellino, accusato a sua volta di collusioni mafiose, assolto (ma la procura ha presentato appello).
UN LUNGO CANALE
Così ricostruisce Simone Falanca nel suo volume Alfa & Beta: «L’ufficiale (Canale, ndr) ha ricordato che Borsellino, una settimana prima dell’attentato, era stato da lui visto mentre scriveva “nella stanza di un albergo di Salerno dove eravamo andati per il battesimo del figlio di un suo collega. Era preoccupato - prosegue il racconto di Canale ripreso nel suo libro da Falanca - avevo capito che quell’agenda era il suo testamento. In quell’agenda, ne sono sicuro, c’era anche la verità su chi e perché aveva ucciso Falcone”». Continua Falanca: «Il dato interessante è che quell’agenda non può essere stata sottratta dagli attentatori, che agirono da lontano, con un telecomando. E’ stata certamente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto. Anche in altri atti degli inquirenti che indagarono sulle stragi del 1992-1993 ricompare il nome di Lorenzo Narracci, vicecapo del Sisde a Palermo fino a 9 anni fa. Narracci, oltre ad essere stato raggiunto da una telefonata di Bruno Contrada partita 80 secondi dopo lo scoppio della bomba che uccise Paolo Borsellino, è anche l’utente cui apparteneva il il numero di cellulare annotato su un biglietto, trovato dagli investigatori sulla montagna dove fu premuto il telecomando per uccidere Giovanni Falcone. Una ulteriore coincidenza vuole che proprio in via Fauro, teatro dell’attentato a Maurizio Costanzo, abiti proprio lui, Lorenzo Narracci».
Passiamo al secondo, nuovo elemento sul fronte delle inchieste per le stragi di Capaci e Via D’Amelio. E’ fresco del 14 maggio il decreto di archiviazione con il quale il gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, mette una pietra sulla pista del Castello di Utveggio, secondo non pochi la chiave dei misteri per l’assassinio di Borsellino e della sua scorta. Proprio su quella pista, scrive ancora Falanca, a proposito di Gioacchino Genchi, l’esperto informatico al quale la stessa procura di Caltanissetta aveva affidato le indagini per decodificare i traffici telefonici (su rete fissa e cellulare) dopo la strage di via D’Amelio. «Genchi scopre che diverse persone (non mafiosi) hanno tenuto sotto controllo i telefoni di Borsellino, che erano stati clonati, e forse hanno controllato dall’alto, dal monte Pellegrino, la zona della strage». Continua Alfa & Beta: «Il Sisde - in quegli anni controllato a Palermo da Bruno Contrada - secondo Genchi aveva un suo centro all’interno del Castello Utveggio, un centro che operava sotto la copertura di un misterioso centro studi, il Cerisdi. Pochi secondi dopo l’esplosione (dell’auto in via D’Amelio, ndr), dalla sede Sisde di Utveggio - sempre vuota la domenica, tranne quella - parte una telefonata che raggiunge il cellulare di Contrada».E’ lo stesso Tona a rammentarla nel provvedimento di archiviazione del caso Contrada (ed è sempre Tona, poi, a firmare le archiviazioni per Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sulla scottante inchiesta dei mandanti a volto coperto delle due stragi).
TONA ARCHIVIA TUTTO
Nel recentissimo decreto di archiviazione, Tona ricorda come «la sentenza della corte d’assise d’appello segnalava l’esigenza di approfondire ulteriormente ipotesi ed elementi sin qui trascurati, nella prospettiva di individuare complici o mandanti esterni all’organizzazione mafiosa cosa nostra». E proprio Tona ribadisce: «A seguito di tale sentenza divenuta irrevocabile, il pm riprendeva le indagini, partendo proprio dalle dichiarazioni del Genchi. Rispondendo ad apposita delega la Dia di Caltanissetta procedeva a escutere nuovamente il Genchi, e individuava un cospicuo raggio di attività investigative aventi ad oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali di Castello Utveggio». Le indagini, però, partoriscono il classico topolino. E il pm Tona in poche, sbrigative parole, archivia il tutto. Come si trattasse di una bega condominiale.
L’ennesimo colpo di spugna. Ma restano, pesanti come macigni, gli interrogativi sulle due stragi. Irrisolti. Con la sola condanna per gli “esecutori”, tutti “regolarmente” condannati. La manovalanza di Riina e Provenzano, a partire da Brusca & company. Per i mandanti, è ancora tutto “coperto”… Raccontano alla procura di Palermo: «Hanno parlato i pentiti, Giovanni Brusca e Nino Giuffrè. Le verbalizzazioni in parecchi punti coincidono, in altri no. Sostanzialmente, c’è una differenza tra i due: Brusca parla soprattutto della “trattativa“ che sarebbe intercorsa con lo Stato, a inizio anni ’90, per ottenere vantaggi legislativi dalla nuova classe politica in favore di Cosa nostra; Giuffrè parla soprattutto di appalti, di rapporti tra imprenditori, politici e mafiosi».
Ecco cosa scrive il sito antimafia Città Nuove Corleone: «Il procuratore di Caltanissetta, Francesco Messineo, che coordina l’inchiesta contro ignoti, ipotizza che le motivazioni delle due stragi del ’92 siano coincidenti, ma l’attentato a Borsellino avrebbe subito un’accelerazione perché Riina era alla ricerca di nuovi referenti politici che tardavano ad arrivare». Continua, nella sua minuziosa disamina, il sito siciliano: «Gli inquirenti si chiedono ora se la ricostruzione di Giuffrè possa rappresentare un movente aggiuntivo, rispetto a quello indicato da Brusca, o se un’ipotesi esclude l’altra. I magistrati della Dda vogliono accertare il motivo per il quale Provenzano avrebbe ordinato la morte di Borsellino, se ciò sia legato agli appalti o alla “trattativa”. I pm sottolineano anche il fatto che Riina, come emerge delle dichiarazioni di numerosi pentiti, in quel periodo non sarebbe stato “in sintonia” con Provenzano. Perchè il boss latitante avrebbe dovuto aiutare Riina a dare un altro colpetto dopo Falcone?». La risposta di Giuffrè sarebbe stata: «la curiosità per i boss è l’anticamera della sbirritudine».
LA PISTA APPALTI
Le versioni di Brusca e Provenzano però non sono antitetiche, come alcuni oggi sostengono. Ecco, ad esempio, cosa scriveva, un paio d’anni fa, il giudice Paolo Tescaroli nel volume Perché fu ucciso Giovanni Falcone. «In Cosa nostra, secondo Brusca, esisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando procuratore nazionale antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti. Ha spiegato (Brusca, ndr) che le indagini in quel settore non erano iniziate “in quel momento”, Falcone aveva iniziato con i Costanzo e il comune di Baucina e proseguito con l’indagine nei confronti di Angelo Siino. Ha affermato che Falcone - attraverso questo tipo di investigazioni, che nel passato avevano attinto anche Vito Ciancimino - aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”. Specificatamente, Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere nel 1991, mirante proprio a impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali». Secondo la minuziosa ricostruzione di Tescaroli, dunque, le verbalizzazioni di Brusca non solo non indeboliscono, ma addirittura rafforzano la pista-appalti quale movente primo per l’eliminazione di Falcone (e, quindi, di Borsellino).
Ma esiste un testimone ben più importante per dimostrare la determinazione di Falcone sul fronte delle commesse arcimiliardarie che sanciscono il patto politica-mafia-imprese. E’ Antonio Di Pietro, a quel tempo sconosciuto pm alla procura di Milano, che da mesi ha puntato i riflettori sulle “portappalti”, imprese cioè create - o rilevate - ad hoc per fare man bassa di commesse sotto l’ala protettrice di un politico (se possibile, un ministro). Le strade investigative dei due magistrati, quindi, a un certo punto viaggiano su binari paralleli. Ecco cosa dichiara Di Pietro, sentito come teste al processo di via D’Amelio: «Cercammo di immaginare un meccanismo investigativo che potesse far capire cosa succedeva per gli appalti che le grosse imprese nazionali avevano non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e in Campania. Aprii, per esempio, su Foggia, aprii su Napoli, aprii su Reggio Calabria. Mi resi conto che bisognava guardare su tutti gli appalti». Di Pietro, su questo fronte, comincia a lavorare sia con Falcone che con Borsellino. L’attuale leader dell’Italia dei Valori ricorda, davanti ai giudici, una frase che Falcone pronunciava spesso: «E’ inutile che perdi tempo con le rogatorie, te lo ricordi com’è andata con il conto protezione…. Invece, individua l’appalto, individua l’appalto. Me lo ripetè anche due o tre giorni prima di morire».
Ma quali appalti, quali “imprese” potrebbero essere finite al centro delle indagini di Falcone e Borsellino (e poi anche di Di Pietro, che dopo solo tre anni ha, guarda caso, abbandonato la toga)? Una chiave del mistero può essere rintracciata nel dossier mafia-appalti, una montagna investigativa di 900 pagine commissionata al Ros di Palermo e finita sulla scrivania di Falcone - con tutto il suo carico, è il caso di dirlo, esplosivo - a febbraio ’91. Dopo un giro per la verità un po’ tortuoso: lo “intercetta” l’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, il quale pensa bene di smistarlo subito (senza un plausibile motivo) non a chi lo aveva commissionato, Falcone, ma al ministro della Giustizia Claudio Martelli, che un paio di mesi dopo chiamerà lo stesso Falcone a Roma. Misteri di Palazzo…
LA TAV E I MASSONI
Ironia del destino, parecchie imprese che fanno capolino del maxi dossier “mafia-appalti” redatto nel ’90 e recapitato a Falcone a febbraio ’92, sono le stesse sulle quali sta indagando, sul versante milanese (con diramazioni svizzere per le esportazioni di capitali all’estero e i lavaggi di danaro) Di Pietro, e sulle quale poi punterà l’indice, in un infuocato intervento alla commissione Antimafia, nel ’95, l’ex magistrato Ferdinando Imposimato. E una maxi commessa, in particolare, entra nel mirino degli investigatori: quella per i lavori dell’Alta velocità, “decisi” a livello governativo nel ’90. A dieci anni esatti dal terremoto da 70 mila miliardi di vecchie lire che ha significato il decollo per tante portappalti e parecchi politici di casa nostra. Stesso copione per la Tav, ma qui la torta è molto più grossa. Tutti in carrozza, alla partenza, per la modesta cifra di 25 mila miliardi circa, che nel giro di un decennio andranno a oltrepassare i 150 mila (ma il pozzo continua a succhiare risorse).
Ecco cosa scrive Sandro Provvisionato nel volume Corruzione ad Alta Velocità, che ha raccontato per filo e per segno il saccheggio perpetrato alla casse dello Stato: «Il 2 marzo 1994 il processo mafia-appalti, che ha visto alla sbarra solo cinque imputati, si conclude con una serie di condanne. Il dato singolare è che nel ’95 Imposimato, occupandosi di ben altre vicende, torni ad inciampare in alcune di quelle stesse società oggetto delle attenzioni della magistratura di Palermo. Ed è anche singolare che sulla sua scrivania finisca un rapporto, quello dello Sco, che, trattando dell’oggi, riguarda ancora fatti di ieri». «In sostanza si afferma - continua Provvisionato - che nell’Alta velocità ci sono anche società, come la Calcestruzzi, accusate di essere controllate da Cosa nostra. Come se dopo indagini, rapporti, inchieste e processi nulla fosse cambiato. E il sistema degli appalti si fosse bellamente spostato dalla Sicilia verso nord, in Campania e in altre regioni». E conclude: «Uno scenario che vede in primo piano il mai del tutto sconfitto sistema degli appalti, nel quale sarebbe maturata almeno una delle stragi che insanguinarono il 1992, quella in cui morì Paolo Borsellino, quasi ossessionato, nei giorni immediatamente precedenti la sua tragica fine, proprio da quel dossier, il dossier Mafia-appalti». parola ai massoni.
Precise le dichiarazioni di Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, minuziosamente ricostruite da Tescaroli. «Siino ha posto in rilevo di ritenere che le indagini promosse da Falcone nel settore della gestione illecita degli appalti avevano “creato dei presupposti” che hanno portato alla sua eliminazione. Ha anche evidenziato che Borsellino, nel periodo immediatamente successivo all’uccisione di Falcone, aveva pubblicamente affermato che una pista da seguire era quella degli “appalti” e che “senza dubbio c’era stato un qualcosa che aveva determinato l’uccisione di Falcone a causa del suo volersi filare sulla questione degli appalti”». Nelle verbalizzazioni di Siino torna alla ribalta il nome di un’impresa, la Calcestruzzi, in odore di garofano. E non solo. Secondo u’ ministro, Falcone aveva compreso che dietro le quotazioni in borsa del gruppo Ferruzzi c’era effettivamente Cosa nostra e che tra quest’ultima e una frangia del Psi, quella riconducibile a Martelli, era intercorso un accordo.
Ma leggiamo altre dichiarazioni di Siino, questa volta raccolte dai magistrati partenopei nell’ambito di una grossa inchiesta (ora passata a Roma), su massoneria, mafia & appalti. In particolare, Siino ricostruisce il contenuto di diversi colloqui intercorsi con un confratello massone, il siculo-napoletano Salvatore Spinello (il cui nome ha fatto capolino anche nel caso Telekom Serbia). «Spinello mi parlò - dichiara il ministro di Cosa nostra - dei finanziamenti che dovevano affluire per la realizzazione dei lavori per la terza corsia (della Napoli-Roma, ndr) e della Tav. Mi disse nel 1991 che lui poteva decidere sui lavori della Tav perché aveva collegamenti con i personaggi che avevano tutti in mano. In occasione dei vari incontri, vantò rapporti di conoscenza con Craxi e Martelli, mi preannunziò il trasferimento di Falcone (al ministero della Giustizia, ndr), mi disse in particolare che aveva rapporti con gli onorevoli Pomicino e Di Donato, mi segnalò l’impresa Icla (la regina del dopoterremoto e non solo, ndr) che all’epoca aveva problemi in un lavoro sull’autostrada Messina-Palermo».
http://www.lavocedellacampania.it/detteditoriale.asp?tipo=inchiesta2&id=40
LA MAFIA E GLI EROI ANTIMAFIA
IL CASO DE MAGISTRIS
DE MAGISTRIS: INDAGATI MAGISTRATI, GIORNALISTI, POLITICI
Magistrati, giornalisti e politici, fra i quali un parlamentare, sono coinvolti nelle inchieste avviate dalla Procura di Salerno per il presunto clima di ostilità che si sarebbe creato intorno al sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi de Magistris. I procedimenti penali sono stati inseriti in nuovi filoni d'inchiesta, affidati ai pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. I reati ipotizzati, a vario titolo, vanno dal concorso in abuso d' ufficio alla rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio, passando per calunnia, diffamazione, corruzione in atti giudiziari e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Tutti questi reati vedono come persona offesa il pm catanzarese, autore di importanti inchieste, tra cui Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. I procedimenti sarebbero stati aperti nel dicembre scorso, dopo le indagini portate avanti dal procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, concluse con la richiesta di archiviazione nei confronti dello stesso de Magistris, di giornalisti, uomini della polizia giudiziaria.
http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_3155281.html
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-06-09_109220433.html
IL CONIGLIO SUPERIORE di Marco Travaglio - da unita.it
"Innocente. Capito? Innocente. Secondo la Procura di Salerno, che ha ricevuto per tre anni una raffica di denunce da parte dei suoi superiori e di suoi indagati, Luigi de Magistris non ha fatto nulla di illecito. Va archiviato perché s'è comportato sempre correttamente. Mai fughe di notizie, mai passato carte segrete a giornalisti, mai perseguitato né calunniato nessuno, mai abusato del suo ufficio. Semmai erano i suoi superiori a commettere contro di lui i reati che addossavano a lui.
«A causa delle sue inchieste - scrivono al gip i pm salernitani Nuzzi e Verasani - il dott. De Magistris ha subito costantemente pressioni, interferenze e iniziative volte a determinarne il definitivo allontanamento dalla sede di Catanzaro e l'esautorazione dei poteri inquirenti». Un complotto che coinvolge magistrati, politici, forze dell'ordine, ispettori ministeriali e forse membri del Csm, tutti allarmati dalla «intensità e incisività delle sue indagini».
Complotto andato a segno, se si pensa che i magistrati e i politici indagati da De Magistris, compresi quelli che hanno intercettato cronisti e agenti di polizia giudiziaria per indagare indirettamente sul pm, son rimasti al loro posto o han fatto carriera, mentre De Magistris è stato scippato delle inchieste più scottanti (Poseidone e Why Not),poi trasferito dal Csm con espresso divieto di fare mai più il pm. Uno dei suoi indagati, l'ex magistrato ed ex governatore Fi Chiaravalloti, l'aveva previsto in una telefonata in cui proponeva di affidare lo scomodo pm alle cure della camorra: «De Magistris passerà gli anni suoi a difendersi». Ovviamente Chiaravalloti è rimasto al suo posto di numero due dell'Authority della Privacy. De Magistris invece, se la Cassazione non annullerà la condanna del Csm, dovrà sloggiare da Catanzaro e smettere di fare l'inquirente.
In un paese normale, ammesso e non concesso che queste vergogne possano accadere, ci sarebbe la fila sotto casa del magistrato per chiedergli scusa. Ma, nel paese della vergogna, non si scusa nessuno. Resta da vedere se finalmente, ora che le 900 pagine della Procura di Salerno sono depositate, il Consiglio superiore della magistratura si deciderà a fare qualcosa. Non contro De Magistris (ha già fatto abbastanza), ma contro chi «concertò una serie di interventi a suo danno», per infangare «la correttezza formale e sostanziale della sua azione inquirente»; contro quel «contesto giudiziario connotato da un'allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura»; contro chi l'ha bersagliato con «denunce infondate, strumentali e gravi; contro quegli alti magistrati, di Catanzaro e di Potenza,che spifferavano notizie segrete delle indagini di De Magistris per far ricadere su di lui la colpa delle indiscrezioni. Si dirà: queste cose si scoprono soltanto ora. Eh no: il Csm le sapeva dallo scorso ottobre, quando i pm Nuzzi e Verasani furono ascoltati a Palazzo dei Marescialli e anticiparono le prime conclusioni delle loro inchieste.
Anticiparono che le accuse a De Magistris erano frutto di un'abile orchestrazione (mentre le sue indagini erano «corrette e buone, senz'alcuna fuga di notizie»), e che gli unici illeciti, gravissimi, emersi riguardavano proprio i superiori e gli indagati di De Magistris. Fecero pure i nomi dei magistrati di Catanzaro, Matera e Potenza, degli ispettori ministeriali, dei giornalisti, dai politici e dei faccendieri indagati anche a Salerno per corruzione giudiziaria, minacce, calunnie, rivelazioni di segreti ai danni di De Magistris. Denunciarono le interferenze dei suoi capi, Lombardi e Murone, nelle indagini. Rivelazioni agghiaccianti che avrebbero dovuto suggerire l'immediata sospensione dei magistrati coinvolti e l'immediato stop a ogni procedimento disciplinare a carico del pm. La difesa di De Magistris questo chiese: che si attendesse l'esito delle indagini di Salerno. Il Csm non volle sentire ragioni e procedette con la foga di un plotone di esecuzione. Quasi che la sentenza di condanna fosse già scritta.
Per fortuna, contrariamente alla macabra profezia di Chiaravalloti, De Magistris ha finito di difendersi, e ora si spera che qualcun altro prenda il suo posto. C'è un giudice a Berlino. Anzi, a Salerno.
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7042
IL CASO FORLEO
«IL GIUDICE FORLEO VA TRASFERITA»
La Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha proposto a maggioranza al suo “parlamentino” il provvedimento disciplinare nei confronti del “gip” pugliese.
Il giudice per le indagini preliminari di Milano Clementina Forleo (pugliese, originaria di Francavilla Fontana, 45 anni) ha «una notevole propensione a condotte vittimistiche e una marcata carenza di equilibrio», inoltre i suoi atteggiamenti denotano una tendenza alla «personalizzazione delle vicende processuali a lei affidate (soprattutto quelle aventi forte carattere mediatico)». Lo sottolinea la Prima Commissione del Csm nella relazione finale con la quale propone al plenum del Palazzo dei Marescialli di trasferire da Milano la Forleo in relazione alle dichiarazioni rese ad “Anno zero” e a quelle sul presunto insabbiamento di provvedimenti sulle indagini delle scalate bancarie.
A favore del trasferimento hanno votato cinque componenti su sei.
In particolare, ad avviso della Prima Commissione del Csm, gli atteggiamenti del giudice Forleo sono «tali da determinare contrasti, conflitti e sospetti nei confronti dei magistrati di uffici con lei in contatto anche nella sede giudiziaria milanese». Inoltre, «questa abnorme personalizzazione insieme alla già segnalata carenza di equilibrio è confermata – prosegue la Prima Commissione – anche da altre vicende risultanti dagli atti (quali i rapporti conflittuali o comunque difficili all’interno dell’ufficio e con il personale amministrativo e la vicenda processuale relativa al procedimento contro Bentiwaa Farida che ha, infine, condotto alla ricusazione della Forleo da parte del procuratore aggiunto di Milano Spataro e accolta dalla Corte di appello di Milano)».
Tra le persone con i quali la Forleo ha intrattenuto rapporti alterati la Prima Commissione segnala il presidente del Tribunale di Milano, il presidente facente funzione dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, alcuni uffici dei giudici per le indagini preliminari ed il procuratore generale presso la Corte di appello di Milano.
In conclusione il
trasferimento della Forleo – sul quale deciderà il plenum – è richiesto a
seguito delle dichiarazioni rese dal magistrato pugliese «in trasmissioni
televisive o alla stampa in ordine all’esistenza di “poteri forti” che, anche
per il tramite di soggetti istituzionali, avrebbero interferito sull'esercizio
delle sue funzioni giurisdizionali e dei rilievi mossi ai pubblici ministeri
preposti alle indagini per la cosiddetta “scalata Bnl”, tesi a manifestare
dapprima “allarme” per un asserito rallentamento delle indagini e poi “protesta”
per un supporto insabbiamento in corso».
La Prima Commissione ha invece disposto l’archiviazione della procedura nei
confronti della Forleo per le dichiarazioni rese con riferimento alle indagini
svolte a Brindisi «su molestie e danneggiamenti subiti dai genitori nel periodo
immediatamente precedente il decesso degli stessi in incidente stradale».
L'archiviazione della procedura è stata richiesta anche per le dichiarazioni
rese dalla Forleo nel convegno organizzato dalle Camere penali a Milano, il 20
gennaio 2007, sull'appiattimento tra giudice per le indagini preliminari e
Pubblico ministero.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_cronache_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=205055&IDCategoria=1
"COMPLOTTO CONTRO LA FORLEO". INDAGATI DUE PM E UN CARABINIERE
Il giornale La Stampa il 1 aprile pubblica una notizia sconcertante. Sono stati indagati a Potenza due P.M. e un tenente dei carabinieri che avrebbero fatto un "accordo segreto" per denunciare la Forleo: "Così le diamo una lezione". E con questo "solo fine concordavano" di denunciarla pianificando il testo, i tempi e le modalità della denuncia.
Su questa ipotesi di reato sta investigando il pm di Potenza, Cristina Correale, che ha iscritto nel registro degli indagati due pm, Alberto Santacatterina e Antonio Negro, e il tenente dei carabinieri Pasquale Ferrari.
La vicenda risale all’agosto 2007 e s’incardina nelle indagini sulle minacce ricevute, dai genitori del gip di Milano, Clementina Forleo, poco prima della loro morte, avvenuta il 25 agosto 2005 per incidente stradale.
La Forleo denunciò le minacce e furono avviate indagini che, però, avrebbero subito ritardi e omissioni.
Omissioni – relative alla mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici – che la Forleo aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Brindisi.
E non solo. Il gip di Milano, questa estate, ribadì le accuse dinanzi al Csm.
Di lì a poco fu querelata dall’ufficiale dei carabinieri. Sosteneva che la Forleo, al telefono, gli aveva detto: «Dovrebbe vergognarsi di indossare la divisa».
Ed è proprio su questa denuncia, che il pm di Potenza, Cristina Correale, punta il dito: i due pm e l’ufficiale dei carabinieri – scrive il pm – «al solo fine di “dare una lezione” alla dottoressa Forleo», «concordavano tra loro il testo di una denuncia», «esponendo una versione dei fatti diversa da quanto sarebbe accaduto nella conversazione telefonica».
Secondo l’accusa, i due pm, «inducevano il tenente Ferrari a sporgere la querela» e «stabilivano che la denuncia avrebbe dovuto essere presentata nel periodo feriale», ovvero nel periodo in cui era di turno il pm Negro, «per far sì che il predetto (Negro, ndr) venisse designato titolare del procedimento».
Ma le accuse vanno anche oltre.
E confermano quanto aveva affermato la Forleo in
merito all’acquisizione dei tabulati: «Santacatterina e Ferrari – scrive la pm
Cristina Correale – indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione
dei tabulati telefonici».
Infine, nella richiesta di archiviazione, il pm Santacatterina, «attestava
falsamente» sia di «aver acquisito ed esaminato» alcuni tabulati telefonici, sia
che «non sarebbero emerse telefonate utili alle indagini».
In merito alla vicenda, la gip di Milano, disse in tv, durante la trasmissione Annozero: «Sono stata vittima di tentativi di delegittimazione e discredito da parte di soggetti istituzionali, che non appartengono al mio ufficio, e anche da appartenenti alle forze dell’ordine».
I delitti contestati dalla Procura della Repubblica di Potenza agli indagati, ai quali è stato notificato un invito a comparire che vale anche come informazione di garanzia, sono:
- nei confronti dei magistrati Alberto Sattacaterina e Antonio Negro e dell’ufficiale dei carabinieri Pasquale Ferrari, quello di abuso d’ufficio in concorso fra loro, in danno di Clementina Forleo;
- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina e del tenente Pasquale Ferrari, quello di omissione di atti d’ufficio;
- nei confronti del magistrato Alberto Sattacaterina, quello di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
http://www.comincialitalia.net/interna.asp?id_tipologia=3&id_articolo=6085
Due magistrati ed un ufficiale dei Carabinieri sono stati interrogati dal pm di Potenza in qualità di indagati per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta su una denuncia contro il gip di Milano.
Due magistrati in servizio a Brindisi – Antonio Negro e Alberto Santacatterina – e il tenente dei Carabinieri Pasquale Ferrari sono stati interrogati oggi dal pm di Potenza, Cristina Correale, in qualità di indagati per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta su una denuncia presentata contro il gip di Milano, Clementina Forleo, per fatti commessi in danno dell’ufficiale dell’Arma.
Sono stati interrogati, nell’ordine, Santacatterina (per circa tre ore), Negro (per due ore) e Ferrari (altre due ore).
L'accusa di abuso d’ufficio riguarda tutti e tre gli indagati e si riferisce alle indagini (coordinate da Santacatterina) su presunte minacce giunte al padre di Forleo, tempo prima che quest’ultimo e la moglie morissero in un incidente stradale.
Ferrari presentò una denuncia contro il gip di Milano, dopo una conversazione telefonica con il magistrato, secondo l’accusa con tempi e in modo tale che ad esaminarla fosse poi Negro;
Santacatterina e Ferrari sono accusati anche di omissione di atti d’ufficio per la mancata acquisizione di alcuni tabulati telefonici riguardanti il padre del magistrato in servizio a Milano;
Santacatterina, infine, deve rispondere anche di falsità ideologica perchè, nel provvedimento in cui chiese l'archiviazione di un’inchiesta su presunte minacce subite sempre dal padre di Forleo, diede atto di aver acquisito ed esaminato i tabulati telefonici che invece, secondo l’accusa, non furono mai acquisiti.
All’uscita, gli avvocati dei tre hanno detto che i loro assistiti hanno risposto alle domande «in un clima sereno e di correttezza». L’avvocato di Santacatterina, Gildo Ursini, ha sottolineato che «in ogni caso si tratta, nel complesso, di un’esperienza non piacevole».
E CHIEDERE SCUSA ? Uliwood party di Marco Travaglio su l'Unità, 2 aprile 2008
Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni.
Da un anno due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa. E da Potenza giungono notizie analoghe sul cosiddetto «caso Forleo».
La Procura lucana, cui si era rivolta la gip di Milano, ipotizza un complotto architettato contro di lei da due pm e da un tenente dei Carabinieri di Brindisi. Nella primavera-estate del 2005, mentre Clementina intercetta lo sgovernatore Fazio e i furbetti a colloquio con i loro protettori politici, i suoi genitori vengono minacciati di morte con telefonate (o semplici squilli notturni) e lettere anonime, poi si vedono incendiare la tenuta agricola e la villa in campagna, infine perdono la vita in un incidente d’auto. Senza ipotizzare l’incidente doloso (alla guida c’era suo marito, salvo per un pelo), la Forleo ha denunciato da tempo alla Procura di Brindisi gli inquietanti episodi che l’hanno preceduto. Per scoprire chi ne siano gli autori, occorreva acquisire i tabulati telefonici non solo dei genitori della giudice, ma anche dei numeri chiamanti e soprattutto mettere sotto controllo il telefono di casa dei minacciati (gli squilli, non attivando il traffico commerciale, nei tabulati non risultano).
Ma il pm Alberto Santacatterina chiede ai carabinieri solo i tabulati, senza intercettazioni. E quelli fanno ancora meno: si limitano ad acquisire i tabulati di casa Forleo, non quelli fondamentali - delle chiamate in entrata. Lei chiama il tenente Pasquale Ferrari - lo stesso incaricato della sua tutela in Puglia - per sollecitarlo a fare il suo dovere. Telefonata burrascosa («si vergogni di indossare la divisa», avrebbe detto la giudice), che l’ufficiale segnala al procuratore di Brindisi, dottor Giannuzzi. Questi però l’archivia subito a «modello 45» (notizie non costituenti reato): un innocuo sfogo personale e nulla più. Intanto la Procura ha chiesto pure l’archiviazione sulle minacce ai genitori. Il gip però respinge la richiesta, ordinando indagini più approfondite. Che però non vengono fatte e il caso finisce definitivamente in archivio. Così si comincia a dire che Clementina, avendo denunciato ad Annozero «tentativi di delegittimazione da soggetti istituzionali e forze dell’ordine», è una pazza visionaria: s’è perfino inventata le minacce ai genitori. Il Csm, per la gioia di un Parlamento ancora sotto choc per l’ordinanza Unipol-Antonveneta, apre una pratica per trasferirla: per avere screditato integerrimi colleghi e ufficiali «con accuse infondate».
In realtà erano fondatissime, ma qualcuno ha fatto in modo di ridicolizzarle. È, appunto, il presunto complotto su cui lavora la Procura di Potenza, orchestrato «al solo fine di dare una lezione» alla Forleo. Occhio alle date. L’8 giugno 2007 il procuratore Giannuzzi archivia il caso della telefonata al tenente. Il 20 luglio la gip chiede alle Camere di poter usare le intercettazioni sulle scalate anche contro alcuni politici e finisce nella bufera. Il 14 agosto, mentre Giannuzzi è in ferie, il tenente Ferrari presenta una denuncia scritta contro la Forleo, ancora per la telefonata: guardacaso, proprio quand’è di turno per le questioni urgenti (per quelle ordinarie bisogna attendere la ripresa autunnale) il pm Antonino Negro, amico dell’ufficiale e del pm Santacatterina.