CI GOVERNANO LOBBY E CASTE ?!?!


CASTE E LOBBY FUORI AL PARLAMENTO

I milioni di Forza Italia a Dc, Mussolini e De Gregorio. I fondi ai ministri di Prodi. Le lobby trasversali e le coop. Tutta la politica euro per euro.

ITALIA Alla faccia della gratitudine. Il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani alla vigilia della storica decisione sulla cessione di Alitalia se ne è uscito con un sorprendente assist alla compagnia Air France concorrente dell'abruzzese volante Carlo Toto: "L'italianità non è indispensabile". Ci deve essere rimasto davvero male il patron di Air One ripensando a quel bell'assegno da 40 mila euro staccato a favore del futuro ministro durante la campagna elettorale del 2006. Sperava di aver trovato in Bersani un paladino dei suoi interessi imprenditoriali, ne ha ricavato invece una cocente delusione.

Ben diverso il comportamento di Roberto Ulivi, deputato di An, farmacista di professione, che ha incassato 10 mila euro proprio dalla Federazione nazionale dei titolari di farmacie (Federfarma) e altri 8 mila dalle associazioni territoriali di Firenze e Pistoia. Lui in difesa della categoria che lo aveva finanziato si è battuto come un leone, con interrogazioni e interventi contro le liberalizzazioni avviate dallo stesso Bersani per consentire la vendita di medicinali nei supermercati. "Ma quale liberalizzazione, questa è una cambiale pagata alla grande distribuzione", ha tuonato Ulivi, "in modo particolare alle Coop". Sospetti esagerati? Sta di fatto che proprio dalle cooperative Bersani riceve altri lauti finanziamenti: 35 mila euro dalla bolognese Manutencoop e 49 mila dal Consorzio nazionale servizi, sempre di Bologna.

Ecco le sorprese che spuntano sfogliando la documentazione relativa ai finanziamenti concessi da privati e aziende a uomini politici e partiti dal primo gennaio del 2006 a oggi, compresi quelli per la campagna elettorale di due anni fa. Esaminando queste carte è possibile ricostruire una mappa dei legami tra politici e imprenditori e comprendere meglio quali lobby si muovono talvolta dietro le scelte legislative e di governo. Non solo: quell'archivio di sigle e numeri custodito con tanta riservatezza dagli uffici del Parlamento (che non ne rilascia copia informatica a nessuno) aiuta a capire meglio anche i rapporti economici che corrono tra le diverse forze politiche.

Forza nani. Il tesoro che i partiti italiani si spartiscono è rappresentato anzitutto dalla pioggia dei rimborsi elettorali, introdotti nonostante il 90 per cento degli italiani, con il referendum del 1993, si sia dichiarato contrario al finanziamento pubblico dei partiti. Partecipa all'abbuffata solo chi ha superato la soglia dell'1 per cento alle elezioni e riceve un rimborso proporzionale ai voti ricevuti: 1 euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali. Complessivamente fanno 50 milioni di euro all'anno per la Camera e altrettanti per il Senato. Una legislatura costa circa 500 milioni di euro. E chi non ha partecipato con il proprio simbolo alle elezioni, dissolvendosi magari in liste più ampie per superare le soglie di sbarramento? Come si finanziano questi piccoli partiti? Ci pensano i grandi. Emblematico il caso di Forza Italia, che negli ultimi due anni ha foraggiato Azione sociale, il movimento fondato da Alessandra Mussolini nel 2004, dopo che Fini aveva definito il nonno Benito "il male assoluto del XX secolo". In due anni la Mussolini ha avuto dal Cavaliere ben 673 mila euro. Non basta: il partito di Berlusconi ha finanziato anche la Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi (220 mila euro); la Federazione dei Verdi Verdi (130 mila) apparentata alla Casa delle libertà per togliere voti agli ambientalisti di Alfonso Pecoraro Scanio; il Nuovo Psi di Gianni De Michelis (2 milioni di euro); il Partito repubblicano di Francesco Nucara (90 mila euro); i Riformatori liberali di Benedetto Della Vedova (450 mila) e gli Italiani nel mondo (700 mila euro). Il movimento del senatore Sergio De Gregorio, eletto con l'Italia dei valori di Di Pietro, è passato al centrodestra con in mano un contratto nel quale Forza Italia si impegnava a fornire sostegno economico.

I big spender. In questo clima da campagna acquisti è inevitabile che qualcuno maligni di fronte al contributo versato al partito di Lamberto Dini da un amico di Paolo Berlusconi. Si chiama Davide Cincotti e la scorsa estate era ospite nella villa del Berluschino in Costa Smeralda. Quando in autunno Dini inizia a flirtare con il Cavaliere in vista dell'approdo nel centrodestra, improvvisamente Cincotti scopre la sua passione per Rinnovamento Italiano. Al partito di Dini questo imprenditore di Battipaglia con interessi in Sardegna, dove sta per costruire un porticciolo alla Maddalena, tra dicembre e gennaio versa ben 295 mila euro. Niente male se si pensa che nella classifica dei donatori-imprenditori Cincotti è battuto solo da Giovanni Arvedi, il re dell'acciaio cremonese che ha donato a Fi 300 mila euro nel novembre scorso. E che ora annuncia a 'L'espresso': "Ho appena versato altri 300 mila euro al Partito democratico per essere equidistante".

Lobby inossidabile. Gli imprenditori dell'acciaio sono poco popolari nel Paese per la dura condizione delle fabbriche e i frequenti incidenti sul lavoro, ma sono amatissimi nel Palazzo dove cercano una sponda in entrambi gli schieramenti. La piemontese Tubosider e la ligure Transider hanno finanziato Fi rispettivamente con 50 mila e 75 mila euro, Umberto Bossi ha ricevuto un piccolo contributo dalla Oiki di Parma, mentre il gruppo Riva, mediante le due controllate Riva Fire e Ilva, ha dato a Forza Italia ben 245 mila euro e altri 98 mila al solito Bersani. Il ministro dello Sviluppo economico è un asso pigliatutto: per la campagna elettorale del 2006 da solo ha collezionato oltre 480 mila euro di contributi. Più del doppio di Marco Minniti, altra star del partito, che ha avuto come primo finanziatore la società Leat del gruppo Vitrociset con 50 mila euro.

Finanziatori bipartisan. L'associazione di categoria Federacciai è "attentissima", come recita lo statuto, "a promuovere le politiche economiche volte a risolvere le criticità del settore" e per questo ha finanziato ecumenicamente quasi tutti gli ultimi titolari del dicastero delle Attività produttive (che prima si chiamava Industria e ora Sviluppo economico). A Bersani ha dato 50 mila euro; stessa cifra all'ex viceministro di destra Adolfo Urso, mentre al predecessore di entrambi, Enrico Letta, ora sottosegretario a Palazzo Chigi, sono andati 30 mila euro. Altro assertore della tattica dell''equivicinanza' è Carlo Toto: il patron di Air One sa bene che per volare sicuro c'è bisogno di oliare sia l'ala sinistra che quella destra. Così, dopo avere finanziato Bersani, Minniti (30 mila euro) e il dipietrista Egidio Pedrini (5 mila) ha pensato bene di mettersi al sicuro anche con Fi, alla quale ha elargito 50 mila euro. Cifre più modeste, ma identica filosofia, per l'associazione dei produttori delle macchine utensili Ucimu (5 mila a Bersani, altrettanti a Urso) e per il Comitato nazionale caccia e natura, che finanzia Bersani con 15 mila euro ma non dimentica il solito Urso (12 mila) e nemmeno il berlusconiano Carlo Giovanardi, destinatario di altri 5 mila euro.

Finanziatori faziosi. Chi non teme di lasciare trasparire le proprie simpatie sono invece i farmacisti di Federfarma: oltre a Ulivi di An finanziano infatti anche Guido Crosetto di Fi (5 mila) e Maurizio Gasparri di An (10 mila). Al massimo i farmacisti si spingono ad aiutare (con 5 mila euro) un moderato di centrosinistra come Giuseppe Astorre dell'Idv. Decisamente orientato a sinistra invece il gruppo immobiliare Romeo. La società che ha gestito buona parte delle cartolarizzazioni delle case pubbliche e che ha vinto la maxi gara per tappare le buche stradali di Roma, predilige gli ex diessini, da Gianni Cuperlo a Umberto Ranieri, e Silvio Sircana, il portavoce di Romano Prodi. La cifra non è da capogiro, appena 5 mila euro a testa, e diventa ancora più piccina se confrontata con quella stanziata da Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore ed editore del 'Messaggero', che riserva le sue elargizioni esclusivamente all'Udc, il partito di Pier Ferdinando Casini, marito della figlia Azzurra. In due anni la famiglia Caltagirone ha regalato alla creatura del leader centrista 900 mila euro, frazionando i versamenti in nove tranche da 100 mila. Hanno contribuito nell'ordine Francesco, Gaetano, Francesco Gaetano e la moglie Luisa Farinon più cinque società del gruppo. Una potenza di fuoco che l'ex compagno di partito, Marco Follini, si sogna. Anche se pure lui ha un immobiliarista nella manica: il gruppo Statuto, mediante la società Colli Aminei ha donato al transfuga dall'Udc al Pd ben 70 mila euro.

Finanziatori organici. Ci sono poi gli imprenditori e i professionisti prestati alla politica che foraggiano il proprio partito. Il secondo finanziatore dell'Udc è per esempio l'europarlamentare Vito Bonsignore. Democristiano di lungo corso, poi imprenditore con il pallino delle autostrade, Bonsignore ha versato 220 mila euro all'Udc del Lazio e del Piemonte, più altri 250 mila nelle casse nazionali mediante la sua finanziaria Mec, che ha pagato anche i voli del suo padrone politico: dal primo febbraio al 31 dicembre del 2007 Bonsignore ha totalizzato voli per 200 mila euro, poco meno di mille euro al giorno. Altrettanto munifica è stata la radicale Cecilia Maria Angioletti, commercialista e amministratrice delle società del partito che ha versato 121 mila euro alla Rosa nel pugno e altri 236 mila alla Lista Pannella. L'associazione Iniziativa subalpina dell'avvocato Michele Vietti ha finanziato l'Udc piemontese con 159 mila euro, mentre l'avvocato Angelo Piazza ha pagato 142 mila euro al suo partito, lo Sdi. L'imprenditore Sergio Abramo, ex sindaco di Catanzaro per Forza Italia e candidato alla presidenza della Regione senza successo, ha versato a Fi 50 mila euro mediante la società di famiglia Sqa. Generoso si rivela pure Giuseppe Mussari, presidente del Monte Paschi di Siena, diessino di lungo corso e finanziatore dei Ds cittadini con 160 mila euro.

Contributi off shore. La palma del finanziamento più misterioso spetta invece a Maurizio Gasparri. L'ex ministro delle Comunicazioni nell'ultima campagna elettorale ha dichiarato un introito dalla Svizzera di 19 mila e 900 euro dalla società Satyricon Services. "È un versamento della società telefonica israeliana Telit", spiega Gasparri che aggiunge: "Sono in ottimi rapporti con loro e mi hanno anche nominato nel board. Non conosco la Satyricon, ma penso l'abbiano usata per logiche interne al gruppo". Tra i finanziatori di Gasparri si contano pure gli amici Alessandro Iachia e Maurizio Momi, produttori di una fiction per la Rai dal titolo politicamente coerente: 'La fiamma nel ghiaccio'. Il suo collega Ignazio La Russa invece ne ha avuti 15 mila da Tosinvest. Anche l'Udc ha un finanziatore misterioso: la lussemburghese Energex Engineering. Nel 2006 ha speso 77 mila euro per mettere a disposizione dell'Udc voli gratis. E nel 2002 ne aveva pagati altri 251 mila per la stessa causale. L'ufficio stampa del partito non sa chi sia il padrone di questa società né chi abbia usato i suoi servigi.

Tutte le Autostrade portano a Roma. Le società più generose sono le concessionarie autostradali. I manager non dimenticano che il futuro dei loro bilanci dipende dalle tariffe che saranno fissate tra qualche anno, quando magari al governo potrebbe esserci chi oggi è all'opposizione. Per questo l'approccio alla politica è assolutamente bipartisan. Autostrade del gruppo Benetton ha finanziato con 150 mila euro ciascuno Margherita, Ds, Fi, An, Udc, Lega e persino il Comitato per Prodi 2006, mentre Mastella si è dovuto accontentare di 50 mila. Per non essere da meno il concorrente dei Benetton, Marcellino Gavio, ha finanziato con diverse società del suo gruppo sia Prodi (100 mila euro), sia Forza Italia (50 mila euro) senza trascurare l'Udc: 100 mila euro.

Diamoci all'ippica. Un'altra lobby molto potente e ricca è quella dei pronostici e delle scommesse. Anche se i finanziamenti ai politici dichiarati in Parlamento sono esigui. Per quanto riguarda l'ippica, la Snai finanzia con 10 mila euro l'Udc e con 150 mila euro la Margherita. Una brusca caduta di stile si registra invece esaminando la lista dei finanziatori per la campagna 2006 compilata dal ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, destinatario di un versamento di 10 mila euro da parte della Torinese corse cavalli. Dov'è il problema? Nel fatto che la società ippica ha tra i suoi soci i familiari di Guido Melzi d'Eril, nell'autunno 2006 nominato dallo stesso ministro commissario straordinario dell'Unire, l'Unione nazionale per l'incremento delle razze equine.

Udeur a sorpresa. Tra i finanziatori di Clemente Mastella spicca Diego Della Valle, che ha dato 150 mila euro al suo amico di Ceppaloni. A dire il vero, dopo un'iniziale incertezza tra Diego e Andrea, il contributo è stato registrato a nome del fratello. Della Valle ha finanziato praticamente tutto il centro, versando 150 mila euro anche a Margherita e Udc. Mastella ha ricevuto anche due finanziamenti inattesi. Il primo viene dalla Mec del solito Vito Bonsignore (50 mila euro), europarlamentare Udc. Il secondo dalla Romed spa di Carlo De Benedetti: l'editore di questo giornale ha donato, a titolo personale, 25 mila euro al leader Udeur. Due sono invece i finanziatori che spiccano tra i pochi dichiarati da Antonio Di Pietro per la sua Idv: la Media Cisco srl (15 mila euro) di Pierino Tulli e i 40 mila euro dell'ex presidente del Treviso calcio, Ettore Setten.

Interessi Radicali. Piccolo giallo per un finanziamento del 2006 alla Rosa nel pugno dall'associazione Luca Coscioni. Che ci fa l'organismo che dovrebbe battersi per la libertà della ricerca scientifica tra i finanziatori dei partiti? La spiegazione sta in un  prestito di un milione e mezzo di euro chiesto due anni fa da Emma Bonino e Marco Pannella all'amico americano George Soros per fondare la Rosa nel pugno. Il magnate e filantropo divise a metà il prestito tra l'associazione Coscioni e i Radicali italiani. Entrambi inoltrarono alla Rosa nel pugno due contributi da 650 mila euro. Soldi tornati indietro nei mesi successivi con gli interessi quando, incassati i rimborsi elettorali, la Rosa nel pugno ha rimpinguato i bilanci dell'universo pannelliano riversando denaro non solo alla Coscioni e ai Radicali italiani (500 mila euro ciascuno), ma anche al Partito radicale (100 mila) e al Partito radicale transnazionale (572 mila).

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Chi-paga-i-partiti/2003651

Margherita 37 milioni comprensivi di fondi alle sedi regionali. Gran parte sono erogati dall'Ulivo per rimborsi elettorali

Ds 45 milioni comprensivi di fondi alle sedi regionali. Gran parte erogati dall'Ulivo per rimborsi elettorali

Forza Italia 5 milioni donazioni concentrate nel 2006, non indicati i rimborsi Udc 6,6 milioni ma un milione proviene da un prestito infruttifero contratto dal Ccd

Rifondazione 4,8 milioni con donazioni concentrate nel 2006. Rimborsi non indicati

An 600 mila poche donazioni private: i fondi vengono da Forza Italia

Lega 4 milioni con una lunga serie di aziende che la sostiene nel 2006

Comitato Prodi 2,9 milioni essenzialmente rimborsi elettorali

Rosa nel Pugno 3,4 milioni erogati soprattutto da Sdi e radicali per rimborsi elettorali

Italiani nel mondo 800 mila il movimento di De Gregorio ne ha ricevuti 700 mila da Forza Italia

Udeur 949 mila inclusi i finanziamenti a Mastella

Nuova Dc e Psi 2 milioni da Forza Italia

http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2003652/&print=true


CASTE E LOBBY IN PARLAMENTO

ITALIA – Lasciamo perdere i nomi già usciti e concentriamoci su quelli dell'ultima ora. Oltre a Madia e Ciarrapico, ecco le candidature più rumorose. Sembrano fatte con il Cencelli, per accontentare questa categoria, quella lobby, quell’altra associazione. E soprattutto per riconoscere il lavoro svolto agli amici del proprio staff.

Toghe e stellette. Sarà l’effetto indulto, ma tutti i partiti si sono precipitati a candidare militari, magistrati e prefetti. Il nome più noto, tra i militari, è senz’altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Il Pd lo sfida con il generale Mauro Del Vecchio, che si è dimesso dall’incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. E c’è un generale in corsa anche per l’Udc: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare. Con Di Pietro correrà invece Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Scendendo di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl e costretto sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell’agguato al check point «Pasta». Cinque invece i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento. Per il Pdl corrono Giacomo Caliendo e Alfonso Papa. Il Pd punta su Donatella Ferranti, Gianrico Carofiglio e Silvia Della Monica. La Sinistra Arcobaleno mette in campo Gianfranco Amendola. Tra i prefetti il più celebre è Achille Serra, un passato da deputato di Forza Italia e ora candidato Pd. Sempre con Veltroni corre poi l’ex vicecapo della polizia, Luigi De Sena. Il Pdl ha invece in lista Raffaele Lauro e Maria Elena Stasi.

Segretari e uomini di fiducia. La vera novità di questo giro di candidature riguarda il numero esorbitante di membri dello staff che i vari leader si portano in Parlamento. Riconoscimento al lavoro fatto o poca fiducia nei compagni di partito? Veltroni candida il fidatissimo vice Walter Verini, oltre a Silvio Sircana e Sandra Zampa, già nello staff di Prodi, e Piero Martino, portavoce del vicesegretario Dario Franceschini. Sicura l’elezione anche di Luciana Pedoto, segretaria particolare del ministro Fioroni. Nel centrodestra, stessa solfa: in lista, lo storico portavoce dell’ex ministro Martino, Giuseppe Moles e il capo ufficio stampa di Forza Italia, Luca D’Alessandro. Non poteva essere da meno Casini che presenta un po’ ovunque in Italia il fido portavoce Roberto Rao.

Ripescati. Sono stati personaggi di primo piano alcuni anni fa: ora si riaffacciano in altri partiti: Giancarlo Pagliarini, già ministro leghista nel primo governo Berlusconi, è capolista al Senato per La Destra. Così come capolista al Senato in Sicilia per l’Mpa, è l’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti, alla guida del Viminale nel periodo della strage mafiosa di Capaci.

Sportivi. Non  ci sono Fiona May, data per sicura con il Pdl, né la nuotatrice Alessia Filippi, già candidata alle primarie nel Pd ma troppo impegnata in vista delle Olimpiadi di Pechino. Alla fine rinuncia anche Gianni Rivera che si era presentato con l’Udc: «È un progetto fallito nella culla». Tra gli (ex) sportivi si candida solo Manuela Di Centa e i vari politici esperti del ramo da Pescante (Pdl) a Ranucci (Pd), l’uomo sulla cui spalla pianse Baresi quando sbagliò il rigore decisivo nella finale di Usa ’94.

Vittime di rapimenti e terrorismo. In Toscana, Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco di Firenze, Lando, è candidato Udc al Senato; sfiderà Mariella Magi Dionisi, vedova di Fausto ucciso da Prima Linea, capolista del Ps. Salvatore Stefio, uno dei 4 operatori rapiti a Baghdad nel 2004, si candida alla Camera in Sicilia con «La Destra». E l’ex commissario della Cri Maurizio Scelli corre con il Pdl. Anche Barbara Contini in lista per il Pdl.

Giornalisti. Il partito di Berlusconi candida il direttore di Qn - Quotidiano Nazionale, Giancarlo Mazzuca, Renato «Betulla» Farina, vicedirettore di Libero e Fiamma Nierenstein, corrispondente dal Medio Oriente per «Il Giornale». Il Pd risponde ricandidando Ricardo Franco Levi e il giornalista-blogger Mario Adinolfi. Per la Sinistra Arcobaleno si presenta Rina Gagliardi.

Imprenditori. Tutti i partiti pescano a piene mani nel mondo del lavoro. Veltroni, qui, la fa da padrone tra teorici (Ichino), imprenditori sia falchi sia colombe (Calearo e Colaninno), sindacalisti (Nerozzi). Il Pdl risponde con gli industriali Ettore Riello e Santo Versace.

Spettacolo. Non sono molti i nomi dello spettacolo presenti nelle Liste. Oltre a Barbareschi, il Pdl schiera le giornaliste-tv Gabriella Sammarco e Elisa Alloro. Nutrito invece il «Partito Rai». Oltre alle riconferme dell’ex presidente Roberto Zaccaria e di Sergio Zavoli con il Pd, correrà anche il consigliere di amministrazione Gennaro Malgieri con il Pdl. Confermato con l’Udc, Francesco Pionati.

I parenti. Diana De Feo, moglie di Emilio Fede si candida con il Pdl. Ma non è la sola parente a fare il salto in Parlamento. Con il Pd correrà la figlia dell’ex ministro Cardinale, con il Pdl si ricandida Enrico Costa, figlio del presidente della provincia di Cuneo, Raffaele. E in Sicilia 2, oltre a Raffaele Lombardo, capolista dell’Mpa, si candida anche il fratello dell’europarlamentare, Angelo di 10 anni più piccolo.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=204&ID_articolo=31&ID_sezione=434&sezione=

 ITALIA – Magistrati, militari, prefetti: alle prossime elezioni politiche i professionisti della sicurezza scendono in campo. Una pattuglia - collocata trasversalmente in vari partiti, da destra a sinistra - che si prepara a battersi per un seggio ad aprile dopo aver riposto in armadio la toga o la divisa.

MILITARI - Nutrita la pattuglia di militari in lista. Il nome più noto è senz’altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Protagonista di un clamoroso scontro con il Governo Prodi, il generale - se verrà eletto - non rischierà di incrociare a Palazzo Madama il suo ‘nemico’, il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, che non si è ricandidato. Altro nome di spicco, questa volta nelle fila del Pd, è quello del generale Mauro Del Vecchio, che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall’incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all’estero, dai Balcani all’Afghanistan. E c’è un generale in corsa anche per l’Udc di Pier Ferdinando Casini: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, ora in pensione. A completare la quaterna di generali c’è Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Correrà in Friuli Venezia Giulia per un posto al Senato con l’Italia dei Valori. Scendendo di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl. Paglia è costretto dal 1993 sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell’agguato al check point ‘Pasta’ in cui morirono tre soldati italiani.

MAGISTRATI - Sono cinque i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento e che, nei giorni scorsi, hanno ottenuto l’aspettativa dal Csm. Per il Pdl corrono Giacomo Caliendo, consigliere di Cassazione ed esponente della Corrente Unicost e Alfonso Papa, direttore generale della Giustizia Civile del ministero. Il Pd punta su Donatella Ferranti, segretario generale del Csm; Gianrico Carofiglio, pm a Bari e scrittore di libri gialli; Silvia Della Monica, ex pm a Perugia, capo Dipartimento dei diritti e delle pari opportunità del ministero guidato da Barbara Pollastrini. La Sinistra Arcobaleno mette in campo Gianfranco Amendola, ex pretore d’assalto, già parlamentare dei Verdi. Non hanno invece dovuto presentare alcuna richiesta al Csm magistrati che sono già parlamentari e che tornano a candidarsi: per il Partito Democratico è il caso di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson, Alberto Maritati; per il Popolo della Libertà, di Francesco Nitto Palma, Alfredo Mantovano e Roberto Centaro.

PREFETTI - Di alto livello anche la componente prefettizia che corre alle politiche. Qui, il più celebre è Achille Serra, che si è’ dimesso dall’incarico di Alto commissario per il contrasto alla corruzione per candidarsi in Toscana al Senato sotto le insegne del Pd. Sempre per il Pd corre poi l’ex vicecapo della polizia, prefetto Luigi De Sena, candidato in Calabria. Il Pdl ha invece in lista il prefetto Raffaele Lauro, che si è dimesso da commissario straordinario Antiracket ed Antiusura. Nel partito di Berlusconi e Fini anche Maria Elena Stasi, che ha ricoperto l’incarico di prefetto a Campobasso e a Caserta, in corsa in Campania. In lista poi anche due esponenti dei sindacati di polizia: Filippo Saltamartini, segretario del Sap, con il Pdl; Oronzo Cosi, segretario generale del Siulp, con l’Udc.

http://blog.panorama.it/italia/2008/03/10/dalle-toghe-ai-prefetti-tutte-le-divise-scese-nellarena-politica/#comments


LA CASTA DELLA POLITICA

COSTI - BENEFICI DELLA POLITICA = ASSENTEISMO

ROMA - Tagli, sprechi, razionalizzazione, austerity... Si dice, si dice, tutti ci provano e lo raccontano inseguendo il vento popolare della "casta" ma poi la realtà è un'altra: la politica costa sempre di più. Come la Camera dei Deputati, la casa dei 630 deputati e di 1.987 dipendenti che nel 2007 costeranno agli italiani un miliardo, 574 milioni e 269 mila euro, il 2,94 per cento in più rispetto al 2006.

Lo scrivono Gabriele Albonetti, Francesco Colucci e Severino Galante, i deputati questori responsabili - anche - dei conti, nell'introduzione alla legge di bilancio 2007, il preventivo dell'anno in votazione questa mattina nell'aula di Montecitorio.

E dire che, scorrendo pagine e tabelle, non è difficile trovare dove tagliare. Ad esempio i tre milioni e 300 mila euro per la ristorazione "gestita da esterni"; oppure i quattro milioni e passa per i noleggi (di cosa e perchè visto che la struttura Camera possiede già moltissimo?); i tre milioni e passa di euro per le assicurazioni: passino quelle dei dipendenti, ma i deputati - 21 mila euro lordi al mese tra indennità e contributi - se le potrebbero anche pagare; gli oltre due milioni per la "locazione dei depositi", perché non basta affittare uffici, servono anche i depositi. L'elenco dei possibili risparmi è lunghissimo. E' un lavoro che ogni capofamiglia deve fare ogni sei mesi.

Gli aumenti - Le voci che crescono di più - secondo l'analisi contabile fatta dal deputato Sergio D'Elia (Rnp) - sono "le altre indennità dei deputati", leggi i rimborsi, raddoppiate rispetto al 2006: erano 185 mila nel 2007 ma saranno 300 mila. E il "rimborso spese di viaggio dei deputati" è cresciuto del 25 per cento. Aumenta anche la spesa di locazione degli immobili" che sale del 12 per cento, un trend che continuerà anche nel 2008 e nel 2009. E poi le spese di trasporto (treni, aerei, telepass e viacard) e quelle telefoniche.

Le indennità dei deputati - Tra indennità parlamentari, d'ufficio e i rimborsi ("altre indennità"), il conto sale a 94 milioni e 580 mila euro. Nel 2006 erano circa due milioni di euro in meno. Eppure - dicono i questori - negli ultimi due anni sono state via via ridotte, raffreddate e congelate.

Rimborsi spese per 74 milioni - Viaggi, le spese di soggiorno a Roma o altrove e quelle di segreteria più altre voci legate al mandato dei 630 deputati costeranno nel 2007 74 milioni e 600 mila euro, una cifra uguale a quella del 2006.

Assegni vitalizi e rimborso spese per gli ex deputati - Si tratta delle voci di spesa legate ad ex deputati che hanno cessato il mandato. I vitalizi, tra diretti e riversibili, ammontano a 131 milioni e 200 mila euro. Lascia veramente perplessi il milione e 250 mila euro dati agli ex deputati come rimborso viaggi: gratis e biglietti dei treni e dei traghetti, parecchio scontati quelli degli aerei.

Commessi e altri dipendenti - I 1.897 dipendenti della Camera - parliamo di commessi, assistenti, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni - costeranno nel 2007 266 milioni e 915 mila euro a cui vanno sommati i 167 milioni e 500 mila euro per quelli in pensione. Insomma, solo di personale dipendente, la Camera costerà quest'anno ai cittadini 434 milioni e 410 mila euro.

181 milioni per affitti, telefono, luce, acqua, gas, cibo, cancelleria, carta igienica, stampa atti parlamentari ... - La voce "acquisto di beni e servizi" è quella su cui le forze politiche promettono di intervenire di più. Con la scure, non con il coltellino. Per gli affitti se ne vanno poco meno di 35 milioni di euro: la maggior parte degli uffici dei deputati, infatti, e dei gruppi parlamentari non sono a Montecitorio ma sparsi nel centro di Roma. Tra Camera, Senato e palazzo Chigi sono state contati 46 edifici. Tutti in affitto. Altri quattordici milioni se ne vanno in spese di "manutenzione ordinaria": il funzionamento di impianti antincendio, elettrici, audio-video, ascensori, e l'elenco è lungo una pagina. Pulizie, lavanderia e smaltimento rifiuti costano circa otto milioni di euro. Tre milioni se ne vanno per le spese telefoniche (di cui "solo" 680 mila per i cellulari) e uno per le spese postali, un fondo riservato ai deputati al netto della trasmissione degli atti parlamentari. "Beni e materiali di consumo", tra cui cibo, cancelleria e prodotti igienici "pesano" per 5 milioni e 725 mila euro. Ma la cifra che più di tutte sembra sprecata riguarda gli otto milioni e 870 mila euro per "la stampa degli atti parlamentari", tonnellate di carta che per il 90 per cento vengono gettate al macero.

Altre curiosità tra "beni e servizi" - La verità è che il preventivo del bilancio della Camera 2007 - 75 pagine di tabelle - assomiglia a un libro delle meraviglie che ogni cittadino dovrebbe poter gustare voce per voce. C'è l'aggiornamento e la formazione professionale del personale (1.780.000 euro); i corsi di lingue, internet, le consulenze professionali e le traduzioni (180 mila euro); le spese per "la comunicazione e l'informazione esterna", come l'affitto di Rai Way per accedere ai canali satellitari (4.150.000); banche dati, rilegature, ristorazione gestita da terzi, la gestione del patrimonio della biblioteca e le consulenze tecnico-professionali (54 milioni e 665 mila euro). E via con liste di servizi, lussi e privilegi. Solo per l'acquisto di giornali e altre pubblicazioni quest'anno la Camera prevede di spendere 750 mila euro. E però poi i deputati leggono per lo più la rassegna stampa.

I 14 gruppi parlamentari - Cinque dell'opposizione, otto della maggioranza, più il gruppo misto. Cinque non hanno la consistenza di deputati (20) prevista dal regolamento per essere riconosciuti. E' questo il punto su cui c'è stata più tensione durante il dibattito in aula. Al di là della loro legittimità, il loro funzionamento - sedi, personale, segreteria e contributi vari - ci costa 34 milioni e 300 mila euro. Nel 2006 erano stati spesi due milioni di euro in meno.

Tre milioni in due anni per verificare il voto - Per controllare l'andamento del voto, nel 2007 spenderemo poco più di un milione di euro. E' una delle poche voci che diminuisce: nel 2006 - l'annus horribilis dell'urna visto che il riconteggio è finito solo adesso con la conferma della vittoria dell'Unione - avevamo speso due milioni e rotti.

Commissioni parlamentari e bicamerali, giunte e comitati - Ci costeranno nel 2007 un milione e 875 mila euro, di cui 300 mila l'Antimafia, 135 mila la Commissione di vigilanza sulla Rai, 75 mila quella sui rifiuti. E' un Parlamento, il nostro, che ci tiene molto ai rapporti internazionali: per attività interparlamentari con paesi stranieri andremo a spendere tre milioni e 195 mila euro. Le missioni costano - viaggi, alberghi, interpreti - e le spese di rappresentanza pure.

Investimenti e acquisti immobili: tutto ciò che fa patrimonio - Passi per i quindici milioni e spiccioli che se ne vanno per il mantenimento degli immobili di proprietà della Camera. Sono un po' più ingiustificati i quasi due milioni spesi per "arredi, mezzi di trasporto, attrezzature d'ufficio". Dieci milioni sono spesi per software e hardware mentre solo 1.775.000 sono destinati al mantenimento del patrimonio artistico e bibliotecario.

I rimborsi ai partiti - E' una cifra da capogiro quella destinata al rimborso ai partiti per le spese elettorali, il famoso o famigerato "finanziamento pubblico ai partiti": 150 milioni di euro. Il meccanismo dei rimborsi elettorali prevede, per legge, un euro per ogni iscritto alle liste. Ai singoli partiti poi il rimborso viene retribuito in base ai voti ottenuti. Cinquanta milioni di euro sono stati distribuiti ai partiti per il rinnovo della Camera; altrettanti per il Parlamento Europeo; cifra analoga per i Consigli regionali. Il Senato grava su un altro bilancio, un altro capitolo delle spese della politica a cui va aggiunto quello di Palazzo Chigi. In tutto, euro più euro meno, il funzionamento della politica costa ai cittadini italiani qualcosa come quattro miliardi di euro ogni anno.

http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/sprechi-politica/bilancio-camera/bilancio-camera.html


LA CASTA DEI SINDACATI

IL SINDACATO OGGI: LA NUOVA CASTA

ESISTE ANCORA IL SINDACATO, NEL SENSO CLASSICO DEL TERMINE, CHE DIFENDE GLI INTERESSI DEI LAVORATORI?

ITALIA - Provate a fare una ricerca in un qualsiasi motore di ricerca e digitate la parola “sindacato”, troverete subito la definizione data Wikipedia, la grande enciclopedia online: “I sindacati sono organismi che raccolgono i rappresentati delle categorie produttive.

Esistono così sindacati dei lavoratori e sindacati dei datori di lavoro. La storia dei sindacati è però soprattutto la storia dei lavoratori (operai, contadini, impiegati) che si riuniscono allo scopo di difendere gli interessi delle loro categorie.” Quando parliamo di sindacato difficilmente pensiamo al sindacato degli imprenditori, poiché l’associazione è nei confronti dei lavoratori, in effetti i sindacati sono nati per difendere i lavoratori e non le altre categorie, i tempi poi però hanno fatto il resto.

Tralascio volutamente la parte puramente storica di questi organismi ed i collegamenti più o meno diretti coi vari partiti e mi prefisso solamente un obiettivo, parlare del sindacato ai giorni nostri.

Esiste ancora il sindacato, nel senso classico del termine, che difende gli interessi dei lavoratori?

I sindacati e le loro società ed enti controllati, sono finanziati da una parte dallo Stato e dall’altra dalle varie attività da essi svolte per un totale di circa 556 milioni di euro. Nello specifico, le entrate arrivano dalle ritenute sulle pensioni, dalle quote sulle prestazioni di disoccupazione agricola, dal tesseramento dei lavoratori in attività, dal finanziamenti statali ai patronati e sui distacchi sindacali.

Non finisce qui, altri introiti arrivano dai “privilegi” concessi in esclusiva dallo Stato di cui possono godere i sindacati, con questi intendo la presentazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche (730 e UNICO) e i redditometri sulle pensioni (RED). Gli importi sborsati dallo Stato per ogni pratica vanno dai 14 ai 29 euro, un’uscita di circa 85milioni di euro.

Se aggiungiamo poi che il cittadino che si rivolge al sindacato per la compilazione della dichiarazione paga una certa cifra, l’affare è ancor più grosso. Le cifre sopra esposte sono del 2003, possiamo solo immaginare come in 5 anni possano essersi gonfiate, ovviamente poi tutti questi soldi sono divisi soprattutto tra CGIL e CISL, i due maggiori sindacati, segue poi la UIL e una miriade di mini-sigle. Prima ho parlato di distacchi sindacali, ma cosa sono? Ebbene, quando un lavoratore decide di non lavorare più per un’azienda per prestare la sua opera in un’associazione privata qual e’ il sindacato, i contributi glieli paga lo Stato.

In generale comunque i privilegi sindacali non sono solo distacchi ma anche permessi e aspettative e, almeno nella Pubblica Amministrazione, il sindacato sembra avere una certa buona dose di libertà, tutti questi “privilegi” sono uno strumento che conferisce ai dirigenti sindacali la facoltà di svolgere la loro attività esonerandoli dell'obbligo della prestazione lavorativa. Sarà per questo che nel settore pubblico c’è un vero e proprio pullulare di sigle sindacali? Proseguiamo oltre ed arriviamo ai tesseramenti.

C’è una strana tendenza oggi giorni per quanto concerne le iscrizioni al sindacato, il 60% degli iscritti sono pensionati, molto strano davvero visto che in linea generale i sindacati sono per lo più associazioni nate per la difesa e la tutela dei diritti dei lavoratori.. con questo non voglio dire che i pensionati non debbano avere i loro rappresentati che li tutelino, tuttavia non c’è trucco e non c’è inganno ma solo un semi-inganno, la stragrande maggioranza di chi presenta la domanda di pensione lo fa attraverso i sindacati e questi li iscrivono automaticamente.

Difficile togliersi, un esempio molto personale, sono riuscita a far togliere la trattenuta dell’iscrizione sindacale degli artigiani dalla pensione di mia madre dopo sei anni e ben tre richieste di disdetta. Ovviamente, ma non ci sarebbe manco bisogno di dirlo, il rinnovo della tessere vive sul silenzio-assenso. Continuiamo nella nostra analisi, arriviamo ai beni immobili dei sindacati. Inizialmente questi beni erano di proprietà dello Stato e concessi solamente in godimento, nel corso degli anni ’70 però, come una sorta di risarcimento morale dal ventennio fascista, il governo decide di trasferirne la proprietà alla maggior parte delle associazioni sindacali (legge n. 902 del 18 novembre 1977).

Di questo provvedimento riescono però anche a godere le associazioni sindacali imprenditoriali quali Confindustria, Confartigianato, Coldiretti e Lega Coop (che per dovere di cronaca fattura tanto quanto la Sony), solo per citarne alcuni, ovviamente tali beni dovevano essere esenti dal pagamento di qualsiasi tassa o imposta.. non lamentiamoci poi se la Chiesta non paga l’Ici sui suoi immobili! I privilegi dei sindacati, se non riguardano proprio l’ente in se e per se, riguardano sicuramente i sindacalisti e le loro pensioni. La prima legge del 1974 di un certo Giovanni Mosca, ex socialista e soprattutto ex Cgil, ha fatto in modo che con una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato (o del partito, la Legge riguardava anche questi organismi), potessero venire riscattati, al costo dei soli contributi figurativi, decenni di attività a partire dagli anni ’50. Ancora una volta, e ancora ovviamente, a suon di proroghe, la Legge si protrae fino agli anni ’80 e questa piccola sanatoria compie il miracolo!

Come Gesù moltiplicò pane e pesci, qualche centinaia di casi si moltiplicarono e divennero 40mila! Ringraziano sentitamente Napolitano, Cossutta, Marini, D’Antoni, Ochetto e Del Turco solo per citarne alcuni famosi e in orbita sindacale, nonché coloro che hanno dichiarato di aver iniziato a lavorare a 5 anni (inchiesta della Magistratura). Saldo Inps per i sanati: 10 miliardi di euro, e perché si capisca meglio lo trasformo in lire, 19.362.700.000.000. Proseguendo, arriviamo al 1996, decreto n. 564 del 16 settembre, il Tiziano Treu, Ministro del Lavoro in forte odor di Cisl, prevede che per i sindacalisti in aspettativa e distaccati, oltre ai normali versamenti dei contributi a carico dell’Inps, vi sia un ulteriore versamento stavolta però da parte del sindacato, risultato: pensione doppia per 1800 sindacalisti, dei quali ben 1300 Cgil.

Da notare come per entrambe le leggi, nessun politico o sindacalista abbia sollevato una qualsiasi contestazione. Il sindacato però è anche un ottima base di lancio verso la carriera politica, non solo Marini e Bertinotti sono gli ex sindacalisti più in vista del momento, ricordiamo tra gli altri anche molti ex Ggil tra i quali il Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, Cesare Damiano titolare del Ministero del Lavoro, l'ex segretario nazionale Sergio Cofferati è l’attuale sindaco di Bologna, Ottaviano Del Turco il Governatore dell'Abruzzo, il vice Ministro per lo Sviluppo Economico è Sergio D'Antoni (ex numero uno della Cisl).

La lista potrebbe proseguire ma siccome non ho intenzione di annoiarvi, passo direttamente a dirvi che oltre a questi nomi, ce ne sono almeno un’altra dozzina che ricoprono un ruolo non proprio indifferente nelle politica italiana. Sembra dunque che tra politica e sindacato ci sia davvero feeling, in particolare sembra che la politica sia il porto di attracco della nave dei sindacalisti.

Tuttavia ci sono anche ex sindacalisti che sono passati dalla parte del nemico, ossia si sono dati al mondo dell’impresa: Mauro More ex Cgil è al vertice delle Ferrovie, Natale Forlani attuale amministratore delegato di Italialavoro; Raffaele Morese già deputato e sottosegretario al Lavoro, nominato al vertice di Confservizi, questi ultimi due entrambi ex Cisl.

A fronte di una fortissima crisi di legittimazione dei partiti tradizionali, c’è per contro una legittimazione politica da parte del sindacato che è riuscito a conquistarsi un importante ruolo nella vita politica italiana. Ultimo aspetto che voglio portare alla vostra attenzione è il sindacato come impresa. Avendo migliaia di dipendenti, il sindacato è un vero e proprio datore di lavoro, ma, udite udite, esso non è obbligato ad applicare lo statuto dei lavoratori con i propri dipendenti.

Cosa vuol dire? Che se un impiegato del sindacato non piace ad un sindacalista abbastanza influente anche solo a livello locale, può essere licenziato senza giusta causa, senza preavviso e senza eventuale reintegro. Questa è una legge parlamentare del 1990. Aziende e pubbliche amministrazioni per essere trasparenti, dovrebbero avere l’obbligo di presentare i bilanci, tuttavia i bilanci dei sindacati non sono affatto trasparenti, e per come sono le cose ora, essi non possono essere messi sotto controllo. Avete mai sentito parlare di bilanci consolidati dei sindacati? Nel 1998 un deputato ci provò a far firmare un provvedimento che obbligasse i sindacati a far luce sui loro conti, ma questo voleva dire, oltre ad portare alla luce i veri introiti, anche censire un patrimonio immobiliare che ancora nessuno sa con precisione a quanto ammonti realmente.

Ma un po’ di malizia ce la possiamo anche mettere e se facciamo uno più uno, si può anche pensare che il sindacato paga alcuni dei propri lavoratori o collaboratori, in nero, del resto se nessuno controlla, o meglio, se nessuno può controllare, ogni ipotesi potrebbe anche non essere poi così assurda. Riassunto: entrate altissime, attività monopolistiche, privilegi e belle pensioni, patrimonio immobiliare immenso (e non conosciuto), nessun obbligo di bilanci trasparenti e di adesione allo statuto dei lavoratori, trampolino di lancio per la politica, questi sono diventati oggi i difensori dei lavoratori italiani. A che punto siamo dunque arrivati? Ritengo doveroso sottolineare come certe questioni riguardino solamente i sindacalisti di un certo livello, poiché il classico rappresentante sindacale di fabbrica forse è l’unico che davvero fa il sindacalista.

In nove anni di lavoro in un sindacato ne ho viste tante di cose, soprattutto, di tutti i sindacalisti, solamente uno ho visto fare questo lavoro con vera e propria passione, perché ci crede davvero e tiene a cuore i diritti dei lavoratori. Questo organismo è una vera e propria azienda e non c’è nessun privilegio per chi ci lavora come normalissimo dipendente, anzi! Nel novero delle caste, oltre a quella dei politici per eccellenza, possiamo ormai annoverare anche questa dei sindacalisti. Esultate metalmeccanici che come me questo mese avete avuto più di 100 euro in busta paga grazie alla mediazione dei sindacati. Ringraziate nuova la casta che continuate a pagare voi (e me) senza saperlo con lo 0,226 % dell’ammontare complessivo dei contributi sociali riscossi dagli istituti previdenziali. Ringraziate la nuova casta che dovrebbe fare i nostri interessi e che nemmeno sa quant’è ricca.

Ringraziate la nuova casta che ingrandisce il buco che noi lavoratori, piccole e microscopiche imprese dobbiamo riempire con le nostre tasse, con gli aumenti della benzina, il rincaro dei mutui e del grano. La nuova casta vive di gloria di 30 anni fa’, eppure gli anni ’70 sono passati da un bel po’, come pure lo spirito per il quale sono nati.

http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=32247&idSezione=2

COSTANO QUASI 2 MILIARDI DI EURO ALL'ANNO.

Al posto di tutelare i lavoratori pensano ai soldi: privilegi, carriere, misfatti e fatturati da multinazionale. La denuncia di Stefano Liviadotti nel suo libro "L'altra casta"

Casta dopo casta si è arrivati alla fine a parlare di quella dei sindacati. Le granitiche confederazioni dei lavoratori Cgil, Cisl e Uil hanno fatturati da multinazionali, sono l'ottavo gruppo industriale per numero di lavoratori e costano al sistema-Paese un miliardo e 854 milioni di euro all'anno. A denunciarlo è Stefano Livadiotti nel suo libro "L'altra casta" edito da Bompiani nella collana Grandi Passaggi.

I privilegi del potere sono molto diffusi, praticamente ogni giorno spunta fuori una casta diversa, di recente quella dei membri della Corte costituzionale, o quella dei bidelli. Ma in che Paese viviamo?

Ci sono differenze rispetto alla casta politica. Nel mondo sindacale non si può parlare di arricchimento personale come per la politica. Parliamo di casta perché in Italia fare sindacato diventa una professione e questa è un'anomalia tutta italiana. In Italia quando inizi a fare il sindacalista lo fai per tutta la vita. "I delegati sono incentivati a rimanere nel ruolo" dice la Cgil. Il 35% lo fa da più di 8 anni ed è disponibile a farsi rivotare. Ecco perché nel sindacato non ci sono i giovani. Nel sindacato c'è un eccesso di burocratizzazione: i 3 sindacati hanno 20mila dipendenti a tempo indeterminato, come se fossero l'8° gruppo industriale. Poi c'è l'esercito dei delegati sindacali (700mila, sei volte più dei carabinieri che sono 110mila). I permessi sindacali dei delegati equivalgono a 1 milione di giornate lavorative al mese che costa al Paese un miliardo e 854milioni di euro all'anno. Per quello alla fine viene fuori il termine casta: e per dimensioni e per il fatto che a differenza dei politici non vengono votati, ma è un sistema basato sulla cooptazione.

Per fare nomi e cognomi chi sono i sindacalisti che hanno anteposto la propria carriera agli interessi dei lavoratori?

Nella passata legislatura la seconda e la terza carica dello Stato erano ricoperte da sindacalisti. Se hai la pazienza di leggerti tutte le biografie di deputati e senatori, avrebbero costituito il terzo gruppo alla Camera e il terzo al Senato. Se ci metti quanti erano i sottosegretari, i viceministri… A un certo punto c'è una stima di Cassese degli Anni '80 di 80-100mila posti occupati da sindacalisti nel 50% degli organi collegiali amministrativi.

Nel tuo libro "L'altra casta" si parla dei fatturati da multinazionale che hanno i sindacati? Ma se ci sono sempre meno iscritti, come fanno a fare così tanti soldi?

Innanzitutto perché trovano nuovi terreni di raccolta del denaro. Uno dei paragrafi è quello del 5 per mille: hanno creato una serie di Onlus e raccolgono denaro così. C'è il nuovo business degli immigrati, ci sono i Caf e i Patronati che gli fanno guadagnare dei bei soldi. E non è vero, come dicono che i Caf hanno guadagno zero. E infatti c'è la fila per accaparrarsi i contributi che lo Stato versa ai Caf. Il problema è la mancanza di trasparenza, non tanto le somme. Il sindacato non vuole che gli venga imposto di presentare un bilancio consolidato. Le proposte di legge sul tema sono rimaste tali. Non ci sono dei bilanci. L'articolo da cui nasce il libro che si intitolava "L'altra casta" diceva che la sola Cgil ha un bilancio stimato da 1 milione di euro. E forse è una stima al ribasso se l'Ugl (me lo diceva Renata Polverini che ho intervistato di recente) si attribuisce un giro di affari da 100 milioni di euro. Facendo le dovute proporzioni…

Nel tuo libro dici che grazie alla legge 30 l'occupazione è cresciuta del 13% negli ultimi 10 anni. Quella di Epifani sul precariato è davvero soltanto una crociata alla Beppe Grillo come scrivi?

Ti segnalo che è uscita un'intervista interessante sul Corriere del 9 maggio a Gennaro Delli Santi, numero 1 di Assolavoro, che dice che in media tra i lavoratori interinali 2 su 5 trovano un posto fisso. È meglio un lavoro precario o stare ai giardinetti? I dati dicono che da quando è stata introdotta prima la legge Treu e poi la legge Biagi, c'è stato un aumento dello 0,4% dall'86 al '90. Dal '90 al '95 la variazione annua è stata negativa, -1,1%. Tra il '97 e il 2006 in 10 anni secondo i dati Istat l'occupazione è cresciuta del 12,97% sono nati 2 milioni e 660mila posti di lavoro. La disoccupazione è calata di 479 unità tra le donne e di 431mila tra gli uomini. L'occupazione quindi è cresciuta. Dal libro, pagina 61, per una volta l'Italia ha fatto meglio dei partner continentali. Sono dati. Anche Pietro Ichino ha sfidato Grillo a un incontro pubblico perché i suoi esempi sul precariato non rientrano nella legge Biagi. Ma Grillo si è rifiutato.

Uno dei capitoli del tuo libro si intitola "Il fantastico mondo del pubblico impiego", vera roccaforte dei sindacati. Ci spieghi perché?

Un'anomalia importante, tutta italiana, dei sindacati è che la metà degli iscritti sono pensionati. La seconda anomalia è che una percentuale molto alta degli iscritti attivi è nel pubblico impiego. Alla Cgil il 14,9% degli iscritti è pubblico impiego, alla Cisl il 26,6% e alla Uil il 28%. Il mondo del pubblico impiego è fantastico perché il casino è tale che i dati della Corte dei conti non concordano neanche su quanti sono i pubblici impiegati: alla fine si prende per buono il dato di 3,6 milioni. Ci sono 62 travet ogni 1000 abitanti, in Germania ne bastano 39. Per farti un esempio, in Italia ci sono 1,5 milioni di agricoltori diretti, i travet che si occupano di agricoltura sono 1 milione e 200mila, praticamente uno ogni contadino. C'è un sondaggio che dice che il 70% sono troppi e sono troppe anche le famiglie che hanno un lavoratore pubblico al loro interno.

Poi c'è il problema dell'assenteismo e dei fannulloni…

Al catasto hanno un tasso di assenteismo 4 volte superiore a quello dei minatori. Questo tasso secondo i calcoli di Confindustria costa al Paese 14 miliardi e 120 milioni all'anno. Il discorso era che in Italia il pubblico impiego era una sorta di ammortizzatore sociale. Lo Stato diceva, ti assumo però ti pago poco. Non è più neanche vero però che sono pagati poco: negli ultimi anni le retribuzioni medie degli impiegati statali sono cresciute del 5% l'anno, più o meno il doppio dell'inflazione. A parità di qualifica un pubblico dipendente guadagna il 37% in più di un lavoratore privato.

Questo capitolo ha come epigrafe una frase di Sabino Cassese: "Chi vuole lavora, chi no, se ne astiene". Cioè?

È sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno ne esce una nuova. Qualche mese fa Prodi parlando di assenteismo si è indignato. In una riunione ufficiale gli hanno detto che contro l'assenteismo si potrebbe istituire un premio di presenza. Allora Prodi ha sbottato e ha detto: e allora lo stipendio cos'è? Il fatto è che il premio di presenza esiste davvero.

Poste, Ferrovie, Alitalia, scuola pubblica. Se le cose vanno male è colpa dei sindacati?

Non è nello stesso modo in tutti quanti i posti. Ma nel caso di Alitalia i sindacati da sempre hanno un fortissimo peso sulla gestione. Se tu ti guardi queste cose che fanno infuriare i piloti (i privilegi come la giornata da 33 ore, ndr), sono tutte cose che hanno un peso sul bilancio. Quest'azienda che ha bruciato 15 miliardi di euro in 15 anni (270 euro di tassa per ogni cittadino italiano compresi i neonati), nel 2007 ha perso 364 milioni in 365 giorni. I sindacati sono riusciti a fare scappare prima Lufthansa e poi il più grande gruppo del mondo Air France-Klm. Si è anche parlato di una trattativa con la russa Aeroflot che ha scritto a Prodi nero su bianco che i sindacati italiani sono peggio di quelli dell'ex Unione Sovietica.

http://liberoblog.libero.it/storie/bl7982.phtml

L 'ALTRA CASTA di Stefano Livadiotti

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro.

Non trattiamo con la calcolatrice... Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d'Italia non è l'unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l'annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c'è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev'essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l'approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. "È antisindacale", tuonò con involontario umorismo l'ex capo cislino Sergio D'Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. "È il sindacato che detta tempi e modalità", titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale 'Sole 24 Ore', all'indomani dell'accordo sullo scalone pensionistico.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l'emendamento è colato a picco.

Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l'Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che 'L'espresso' ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un'altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l'incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all'Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull'argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto.

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l'Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall'Africa al Nordamerica passando per l'Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell'indirizzare il voto degli italiani all'estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l'ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l'armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: "Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni", sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l'ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l'assegno le ha sempre curate l'amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l'Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a 'L'espresso', l'Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l'Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l'Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

Forza lavoro gratuita
È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall'Europa piove ogni anno sull'Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s'è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l'osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L'assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell'epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. "Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma", afferma l'amministratore della Cgil, "deve trattarsi di una cifra davvero impressionante". La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l'unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. "Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti", ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

SINDACALISTI POTENTI. Il più potente sindacalista italiano, il capo della Cgil Guglielmo Epifani, guadagna 3.500 euro netti al mese. I 12 segretari confederali, la prima linea di corso d'Italia, circa 2.400 euro. La Cisl e la Uil pagano poco di meno i loro numeri uno (3.430 euro per Raffaele Bonanni e 3.300 per Luigi Angeletti), ma sono più generose con i dieci segretari confederali (2.850 quelli di via Po, 2.900 quelli di via Lucullo).

La mancanza di un bilancio consolidato non consente di fare chiarezza sugli stipendi dei circa 20 mila sindacalisti a tempo pieno delle tre grandi confederazioni. Della Cgil si sa solo che ne conta 14 mila (per il 40 per cento dirigenti, qualifica che scatta a partire dal grado di funzionario) e che il costo del lavoro è pari a circa il 40 per cento del fatturato. Ma un calcolo si può azzardare sull'organico del quartier generale. Dove i dipendenti sono 178 e il costo del lavoro è pari a 9 milioni e 109 mila euro: la media fa 51 mila euro.

Quanto ai benefit, in corso d'Italia ce ne sono pochi: se si escludono i segretari confederali, gli altri dipendenti dotati di cellulare hanno un tetto di spesa di 750 euro l'anno. Più fortunati, sotto questo aspetto, i 180 dipendenti della sede nazionale romana della Cisl (nella confederazione di Bonanni il costo del lavoro è un po' più del 30 per cento del giro d'affari), che dispongono di uno sconto sui trasporti pubblici e stanno per ottenere un asilo nido.

Dove i sindacalisti godono di più che un privilegio è in un sistema di welfare molto particolare. Come quello garantito dagli enti previdenziali, da sempre riserva di caccia quasi esclusiva per ex dirigenti di Cgil, Cisl e Uil in pensione. Solo all'Inps sono a disposizione 6 mila e 222 tra poltrone e strapuntini.

SINDACATO E CARRIERA POLITICA. La Cisl ha conquistato la seconda carica dello Stato con Franco Marini alla presidenza del Senato. La Cgil s'è accaparrata la terza con Fausto Bertinotti sullo scranno più alto di Montecitorio. In Italia il sindacato è un buon trampolino di lancio. Lo conferma la pattuglia di ex sindacalisti che ha trovato posto nel governo di Romano Prodi e che ha la sua roccaforte nel ministero del Lavoro: il titolare Cesare Damiano viene dalla Cgil, così come il sottosegretario Rosa Rinaldi, mentre l'altro sottosegretario Antonio Montagnino ha un passato nella Cisl. A completare la squadra governativa ci sono poi il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero (ex delegato Fiom-Cgil) e il suo sottosegretario Franca Donaggio (ex Cgil Trasporti); il vice ministro per lo Sviluppo Economico Sergio D'Antoni (ex numero uno della Cisl); il vice ministro degli Esteri Patrizia Sentinelli (già alla Cgil Scuola); il sottosegretario alla Salute Giampaolo Patta, che viene dalla Cgil come il suo collega all'Economia Alfiero Grandi. Nutrita anche la rappresentanza parlamentare: la sola Cgil può schierare sei tra deputati e senatori: Titti Di Salvo, Teresa Bellanova, Pietro Marcenaro, Andrea Ranieri, Gianni Pagliarini e Maurizio Zipponi. Anche negli enti locali il primato è della confederazione di corso d'Italia: l'ex numero uno Sergio Cofferati ha conquistato il municipio di Bologna e Gaetano Sateriale (ex chimici e poi metalmeccanici) quello di Ferrara, mentre l'ex segretario aggiunto Ottaviano Del Turco è governatore dell'Abruzzo.

Se la politica è lo sbocco naturale, non mancano gli ex sindacalisti che si sono riciclati nel mondo dell'impresa. A partire da Mauro Moretti, ex Cgil, salito al vertice delle Ferrovie; Fulvio Vento, ex Cgil Lazio, diventato presidente dell'Atac; Natale Forlani, ex Cisl, planato sulla poltrona di amministratore delegato di Italialavoro; Raffaele Morese, anche lui ex Cisl, già deputato e sottosegretario al Lavoro, nominato al vertice di Confservizi, la confederazione tra le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/L-ALTRA-CASTA/1705468&ref=hpstr1


LA CASTA DELLE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: 47 MILIONI DI FINANZIAMENTO DI STATO PER FARE ANTISTATO

Votate alla difesa del consumatore: agguerrite, preparate, specializzate; capaci di minacciare cause contro tutto e tutti. Le associazioni dei consumatori, i cani da guardia nel mercato dei beni e servizi, per difendere il cittadino che si barcamena tra beni e servizi non guardano in faccia a nessuno. Tranne che allo Stato. Perché da Roma le associazioni sono massicciamente finanziate.

FINANZIAMENTI A PIOGGIA
Eccola un’altra casta. Diversa, ma sempre casta: 47,7 milioni di euro in cinque anni, distribuiti a pioggia a partire da gennaio 2003, da quando alle associazioni va parte del ricavato delle multe dell’antitrust. Le società sbagliano, l’Authority le punisce e quei soldi che dovrebbero andare allo Stato vanno alle associazioni dei consumatori. Cioè quelle sigle che dal 1998 fanno parte del Cncu (consiglio nazionale dei consumatori e utenti, che ha sede presso il ministero dello Sviluppo economico). Fino all’80-85% dei bilanci delle associazioni, secondo una ricerca del Sole24Ore, sono garantiti dal denaro pubblico. «In queste condizioni - ha dichiarato Palo Martinello, presidente di Altroconsumo - è difficile contestare le scelte di governo o regioni. Così si rischia di diventare la foglia di fico delle amministrazioni». Quindi la domanda è immediata: ma se i soldi li prendono dallo Stato, come faranno a fare azioni e operazioni contro tutto quello che lo Stato controlla come Poste, servizi idrici, ferrovie, smaltimento, gestione rifiuti?

UN PROGETTO PER TUTTI
I soldi pubblici servono a finanziare molte cose, sostengono i vertici delle associazioni. Quali? Siamo andati a leggere i documenti dei finanziamenti dei progetti delle associazioni del 2005 per avere un’idea. Ne abbiamo trovati 27 e la prima cosa strana è che praticamente tutti hanno un contributo standard: mezzo milione di euro. E così, a prescindere dal lavoro svolto, tutti finiscono col portare a casa la stessa cifra (12 milioni nel solo 2005). Non ci dev’essere grande comunicazione tra le varie associazioni, poi, se in un anno tre progetti diversi hanno avuto però lo stesso contenuto: la lettura delle etichette. Un milione e mezzo di euro, quindi, per insegnare a leggere. Ma i soldi basta averli, se è vero che Carlo Rienzi, presidente del Codacons ha dichiarato all’Espresso: «Stare nel Cncu non serve a niente. È una scatola per dare soldi. E per fortuna li dà».

LE ISCRIZIONI FALSE
I consumatori insegnano a non fidarsi di nessuno. Seguendo questa logica non bisognerebbe farlo neanche con loro. E forse non sarebbe poi tanto sbagliato. «Gran parte degli iscritti sono falsi», ammettono gli stessi presidenti. Tanto nessuno controlla. Così si deduce che i 300mila iscritti spacciati da qualcuno, i 100mila da qualcun altro e così via, siano solo numeri in libertà, con buona pace della tanto invocata trasparenza.

GLI INTRECCI CON LA POLITICA
Molte sigle sono nate e cresciute all’ombra di poteri politico-sindacali: Federconsumatori è strettamente legata alla Cgil, mentre Adiconsum e Adoc rispettivamente alla Cisl e Uil. Il movimento Arci ha la sua organizzazione «personale» nel Movimento consumatori, mentre la Lega consumatori è collegata alle Acli. Ma c’è anche chi ha giocato la carta della politica pura: dal Codacons è nata la Lista Consumatori, che alle politiche del 2006 riuscì a far eleggere in Calabria addirittura un senatore, Pietro Fuda. Il presidente di Adusbef, Elio Lannutti, è tutt’ora in parlamento, senatore dell’Italia dei Valori e personaggio ammiccante all’antipolitica visto che ha in programma l’uscita di un libro La Repubblica delle banche, con introduzione di Beppe Grillo. Di centrodestra è la «Casa del consumatore», il cui presidente Alessandro Fede Pellone è un ex consigliere lombardo di Forza Italia. Era collaboratore del ministro Livia Turco, Stefano Inglese, ex presidente del Tribunale dei diritti del malato e legato a Cittadinanzattiva, mentre Donatella Poretti dagli uffici dell’Aduc è passata direttamente agli scranni di Montecitorio, nelle file della Rosa del Pugno. Infine Mara Colla, già sindaco socialista di Parma, eletta alle scorse elezioni regionali con l’Ulivo, continua a tenersi stretta la presidenza della Confconsumatori. Alla faccia della libertà.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=275879


LA CASTA DEI GIORNALI

LA CASTA DEI GIORNALI, DUE AMICI E TANTI SOLDI PUBBLICI

ITALIA - Basta avere due amici al bar alla buvette di Montecitorio e diventi “Direttore di giornale”. Un VIP. I politici mettono due firme, noi le nostre tasse. Che bello vivere alle spalle dei cittadini. Ferrara, Polito, Feltri e altri 27. La banda del buco. C’è chi non arriva alla fine del mese e chi fa il giornalista assistito.

"Nel 1990 ... ci si commosse all’idea di estendere l’aiutino (con la legge n. 250) agli organi di «movimenti politici» minoritari, dotati però di almeno due parlamentari italiani o uno italiano e uno europeo: ...bastava la semplice, spensierata e disimpegnata firma di due parlamentari sotto la formale costituzione di un “movimento politico” per assicurarsi il diritto ai contributi per l’editoria.

In base alla “legge 250” e successive modificazioni e integrazioni, furono 30 testate ad assicurarsi i contributi relativi al 2001: fino al 40% dei costi medi dichiarati nei due esercizi precedenti per gli organi di partito (e fino al 30% per le cooperative giornalistiche e per le società la cui maggioranza fosse detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali) più il contributo sulla tiratura. ... Una leggina successiva alla 250 stabilì che la somma di queste due voci – rimborsi sui costi e contributi sulla tiratura – doveva venire raddoppiata sino al tetto del 70% dei costi per gli organi di partito (e del 60% per le cooperative).

Alle testate di “movimento”, per accedere a questi finanziamenti, bastava convincere due amici parlamentari a firmare una carta dove dichiaravano, pur eletti in altre liste e permanendo in altri gruppi, di appartenere al “movimento” di cui la singola testata si pretendeva organo.

Naturalmente, non fu previsto alcun controllo sull’effettiva esistenza di un “movimento” o anche solo di una sede operativa, magari costituita da una camera con o senza wc. Naturalmente, era di pubblico dominio che la vita e l’attività di quei “movimenti” rimanevano circoscritte a quella dichiarazione di comodo. Naturalmente, non c’era la necessità che i parlamentari si dimettessero dai partiti nelle cui liste erano stati eletti e nei cui gruppi alla Camera o al Senato o a Bruxelles continuavano notoriamente a militare. Non c’era nemmeno l’obbligo formale di uscirne anche solo temporaneamente, anche solo per dieci minuti.

Bastava la firma sotto la dichiarazione (fasulla) di appartenere a un movimento (fasullo). Tutti sapevano e tutti partecipavano alla farsa.

Così quelle 30 testate, nel 2003, avevano incamerato più di 46 milioni di euro. Da solo Libero, grazie alla mascherata del “Movimento Monarchico Italiano”, portava a casa 5 milioni. In virtù delle firme graziosamente concesse dagli amici Marcello Pera (senatore di Forza Italia, centrodestra) e Marco Boato (deputato dei Verdi, centrosinistra), per la sedicente “Convenzione per la Giustizia”, Giuliano Ferrara riusciva ad accaparrarsi per Il Foglio 3,4 milioni di euro.

Ancora più goffa risultava la messinscena passando dai giornali veri, che arraffavano ma arrivavano in edicola e vendevano o vendicchiavano, a giornali individuali come l’Opinione delle Libertà, totalmente sconosciuto all’opinione pubblica, se non per una sporadica presenza nelle rassegne-stampa che circolavano nel Palazzo (e una sistematica presenza nella rassegna-stampa di Radio Radicale, significativamente intitolata “Stampa e Regime”). Quella testata e il “Movimento delle Libertà per le garanzie e i diritti civili” si identificavano di fatto in una nota figura del giornalismo di destra capitolino, Arturo Diaconale, che grazie alle sue amicizie di Palazzo riuscì anche nel 2003 a farsi finanziare dagli italiani per 1,7 milioni, tre miliardi e mezzo delle vecchie lire! E che dire dei sei (sei!) miliardi delle vecchie lire strappati dal giovanissimo e rampante parlamentare napoletano Italo Bocchino, improvvisatosi editore, grazie all’antica testata e marginalissimo giornale Roma, e all’invenzione (sulla carta) del “Movimento Mediterraneo”? Altri sei miliardi di lire se li pappò, mettendo la dicitura «Movimento Pensionati» in gerenza, il decadutissimo Giornale d’Italia.

Scorrendo ancora quella lista, a parte i giornali di partito, a parte il solito milione di euro per un improbabile quotidiano napoletano, Il Denaro (movimento “Europa Mediterranea”), a parte i quasi 2 milioni per Linea del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, si scoprivano anche più modesti esborsi: 49 mila euro per Angeli, Angeli Editrice (movimento politico?); 126 mila per Aprile dei Comunisti Unitari; 28 mila per Le città che vogliamo del movimento “Andria che vogliamo”, 221 mila per Il Patto del “Patto Segni”, 92 mila per Le Ragioni del Socialismo di Emanuele Macaluso (“Movimento per le Ragioni del Socialismo”), ecc...

Governando l’ex PSI Giuliano Amato, la Finanziaria del 2000 si provò a cancellare la buffonata della firma dei due parlamentari. Dal primo gennaio del 2001, «per poter considerare una testata giornale di partito» – annunciava con soddisfazione il sottosegretario diessino alla Presidenza del Consiglio, Vannino Chiti – «bisogna che il partito cui si riferisce abbia un gruppo o nella Camera o nel Senato, superiore ai dieci parlamentari. Una volta che un gruppo è costituito, quel partito ha diritto ad un solo sostegno per il suo giornale: può fare anche quindicimila sottogruppi, ma rimane sempre un solo sostegno. Su questo la legge è precisa».

Per la verità, chiarivano subito dagli uffici del Dipartimento, «quelli che avevano già i contributi, possono continuare a percepirli ai sensi del comma 4 dell’art. 153 se si trasformano in cooperativa con quei requisiti» (Virgilio Povia, dirigente del Dipartimento, a Radio Capital, luglio 2002). Si trattava, insomma, di una “sanatoria”: quei giornali, che avevano sino ad allora ottenuto i contributi come organi di “movimenti politici” grazie alla firma senza alcun impegno di due amici parlamentari, potevano continuare tranquillamente a incassarli – e avrebbero continuato beatamente a farlo sino ad oggi – trasformandosi in cooperative fasulle, vale a dire con soci azionisti e non lavoratori."

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=2989


LA LOBBY CLERICALE

ITALIA – I vescovi cattolici? «Una lobby politica», che mette bocca su liste, candidati e programmi in barba alla laicità dello Stato. I protestanti italiani attaccano i cugini cattolici. Nel mirino la Cei, rea, secondo Paolo Naso dell’agenzia Nev, di interferire su programmi elettorali e liste «promuovendo e bocciando: benissimo l’Udc, benino il Pdl ma deve impegnarsi di più, malissimo il Pd, bene Ferrara ma alla larga dalla sua lista corsara». Il tutto, denuncia Naso, con il risultato di far parlare di laicità anche i candidati cattolici, «più per reazione che per intenzione», e con la «grave omissione culturale», tutta italiana, di escludere dal dibattito la tradizione cristiana ma non cattolica di Lutero e Calvino, rivelando l’esistenza di una «questione protestante».

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=244406


LA LOBBY DEI GAY E LESBICHE

ITALIA – Arcigay renderà pubblico il proprio atteggiamento nei confronti dei partiti e delle alleanze che si presentano alle elezioni nel corso degli Stati Generali del 1 e 2 marzo a Bologna, perché non può rimanere "inerte davanti alla composizione di due grandi partiti che si contenderanno la leadership dei rispettivi campi", e al nuovo "tentativo di ricomposizione a sinistra e d'alcune aree del centro cattolico".

Lo dice Aurelio Mancuso, Presidente nazionale Arcigay, secondo cui "il sistema politico sta mutando velocemente e questo pone delle questioni anche al movimento lgbt, (acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, e Transgender, Transessuali) soprattutto ad Arcigay". "La crisi della politica si sta  evolvendo velocemente - prosegue Mancuso - e ci pone il dovere di interpretare con coraggio il nostro ruolo di soggetto politico e sociale, distante e distinto dai partiti.

Bisogna accelerare la nostra vocazione d'essere fino in fondo lobby sociale degli e delle omosessuali". "Arcigay - sostiene Mancuso – accelererà  il suo processo di trasformazione strutturale, avviato tre anni fa, estendendo ancor di più la sua rete territoriale, impetuosamente cresciuta al punto di raggiungere ormai i 50 comitati provinciali.

Oltre che proseguire su questa strada, metteremo in campo la costruzione sociale ed economica della comunità lgbt italiana, a partire dalle grandi città, ma anche nelle medie e piccole province", per far sì' che "da una parte aumenti la consapevolezza e l'autostima, e dall'altra il peso sociale, culturale ed elettorale". "Già oggi - conclude Mancuso - possiamo orientare molti voti lgbt, nel futuro il nostro compito sarà quello di condividere direttamente con le centinaia di migliaia d'elettori gay e lesbiche programmi, liste, sostegni".

http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=78698


LA CASTA DEI MAGISTRATI

ITALIA – Il Csm s’impaluda del titolo di “organo di autogoverno della magistratura”, ed è presieduto dal Capo dello Stato, vale la pena di ricordarlo. Le sue delibere hanno dunque un’incidenza non minimizzabile, a meno di essere ormai rassegnati a vivere in un paese senza bussola istituzionale. Come probabilmente è. Quindi infischiamocene e tiriamo a campare. Non sentiamo scatti di manette e nemmeno rumore di sciabole.

Soltanto acre profumo di lobby. Perché l’atto di accusa del Csm non è che un movimento – allegro con brio- dell’operetta che si recita da tempo in Parlamento, e che sta ormai per uscire dal cartellone, la Riforma dell’Ordinamento Giudiziario. A fine luglio o il Parlamento avrà approvato la legge Mastella che restituisce alla lobby dei magistrati tutto ciò (nemmeno tanto) che la legge Castelli gli aveva tolto nella scorsa legislatura, oppure la Castelli verrà scongelata con grande scorno dell’Associazione Nazionale Magistrati (ala sindacale) e del Csm (ala costituzionale).

I magistrati dalla Mastella hanno riavuto quasi tutto quello che volevano, tranne qualche brioche, ma non vogliono rinunciare neppure a quella. Pensate infatti se Maria Antonietta, che fa la Pm e ha appena avuto un bambinello, vuole diventare giudice (terzo): la Mastella le imporrebbe di cambiare città. E il bambinello? Costretto a faticosi traslochi, ad abbandonare le primissime amicizie dell’asilo nido. Per carità! Hanno trovato un rimedio, giusto ieri. La tenera mammina potrà fare il giudice a casa sua, nel Civile, per un po’. Basta? Macché. Eppure alla lobby viene assicurata la possibilità che ogni suo associato cambi mestiere per ben quattro volte, saltabeccando senza problemi dalla funzione requirente a quella giudicante, giusto per mantenere fluida l’”articolazione” e arrotare periodicamente la lama d’acciaio dell’unità d’azione politica fra Pm e Giudici.  Ma non è sufficiente.

Il perché l’ha spiegato a suo modo uno dei pezzi da novanta della magistratura milanese, il dottor Armando Spataro, impegnato nell’inchiesta sul Sismi per il rapimento di Abu Omar, ieri al Corriere della Sera: “L’impegno di scardinare la legge Castelli era nel programma di governo, abbiamo il dovere di pretendere che quell’impegno si mantenuto”.

http://riformatoriliberali.it/2007/07/05/il-partito-dei-magistrati-non-vuole-riforme-e-minaccia-il-governo/


LA CASTA DEGLI AVVOCATI

Castelli contro la lobby avvocati

Il Guardasigilli: "A Palazzo Madama e Montecitorio uno schieramento trasversale di legali blocca le riforme"

ROMA – "In Parlamento esiste una lobby degli avvocati che spesso tende a bloccare le riforme". Parola del Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che dalle colonne di "Famiglia Cristiana" per una volta non se la prende con i magistrati ma con gli onorevoli-avvocati, accusati di affossare le riforme sulla Giustizia del governo. Una polemica che, con parole e toni più istituzionali, si coglie anche nella lettera che il ministro ha fatto recapitare lunedì mattina al Presidente della commissione Giustizia della Camera, l'avvocato forzista Gaetano Pecorella, con cui sollecita, "per ragioni di carattere politico", l'approvazione di due "sue" riforme: la mini-riforma del processo civile e la riforma della giustizia minorile.

"Purtroppo il problema della lobby degli avvocati in Parlamento esiste", dice Castelli, rispondendo a una domanda sulla presenza di 76 onorevoli avvocati, tra cui molti impegnati in processi a carico di Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Una lobby "forte e trasversale", che però non agisce, assicura il ministro, per fare leggi a favore di Berlusconi, come scrive certa stampa di sinistra, bensì per bloccare le riforme sulla giustizia, "perché porterebbero a una diminuzione dei loro interessi. Ve ne sono alcuni -chi siano Castelli non lo dice- che vogliono difendere il loro status".