


GIUDICANTI, INGIUDICATI !!!
"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
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COSI' SI DIVENTA NOTAI |
COSI' SI DIVENTA MAGISTRATI |
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COSI' SI DIVENTA AVVOCATI |
COSI' SI DIVENTA PROFESSORI |
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MAGISTRATI, LA GIUSTIZIA: ROBA LORO
FALSE RIFORME. LA IRRESPONSABILITA' DELLE TOGHE
AVVOCATOPOLI IN ITALIA
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
PROFESSIONI: ANTITRUST CONTESTA A 12 CONSIGLI DEGLI ORDINI DEGLI AVVOCATI POSSIBILI INTESE RESTRITTIVE DELLA CONCORRENZA
Avviata istruttoria nei confronti degli Ordini di Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari. Secondo l’Autorità con i loro comportamenti porrebbero ostacoli all’ingresso nel mercato dei servizi legali da parte degli avvocati qualificati in un altro Stato membro dell’Unione. Contestata infrazione al diritto comunitario.
L’Antitrust ha avviato un’istruttoria per verificare se dodici Ordini degli avvocati stiano ostacolando l’esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Secondo l’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, le prassi seguite dagli Ordini al centro dell’istruttoria (Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari) sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario. L’istruttoria è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l’abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario. Secondo le due denunce, gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli ‘avvocati stabiliti’, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione. I comportamenti degli Ordini, che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione, sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l'Autorità intende affiancare con l'utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi.
Dunque, faro Antitrust su 12 Ordini degli avvocati per possibili intese restrittive della concorrenza. L'Authority ha avviato infatti un'istruttoria "per verificare se 12 Ordini degli avvocati stiano ostacolando l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell'Unione europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza". Per l'Autorità le prassi seguite dagli Ordini al centro dell'indagine (Roma, Milano, Chieti, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari) "sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario".
Sono gli abogados, avvocati che hanno conseguito il titolo per l'esercizio della professione in Spagna. Sino al giugno 2009 l'omologazione era automatica, in virtù delle direttive della Comunità europea. Poi il Consiglio nazionale forense ha imposto un giro di vite e molti Ordini hanno chiuso le porte in faccia agli abogados. Ma dalla parte degli abogados c'è anche la sentenza n.28340 del 22 dicembre 2011, pronunciata dalla Corte di Cassazione a Sezioni unite. La sentenza dice che l'unica condizione richiesta per l'inserimento nella sezione speciale degli avvocati comunitari-stabiliti è «l'iscrizione nel Registro generale del Collegio degli abogados di Barcellona». Dunque, abogado, visto che (sino al 31 ottobre 2011) in Spagna non era previsto un esame di Stato per ottenere l'abilitazione alla professione.
L'istruttoria, spiega l'Antitrust, è stata avviata dopo due segnalazioni, fatte da un avvocato che aveva ottenuto il titolo in Spagna e dall'Associazione italiana avvocati stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario. Secondo le due denunce, gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all'iscrizione nella sezione speciale dell'albo dedicata agli 'avvocati stabiliti', in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia da un decreto legislativo del 2001. Il decreto - spiega l'Authority - consente l'esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione "è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d'origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l'avvocato può iscriversi all'albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione". I comportamenti degli Ordini, conclude l'Autorità, "che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell'Unione, sono peraltro oggetto di valutazione anche della commissione europea, che l'Autorità intende affiancare con l'uso dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi".
L'esodo nasce dalla difficoltà di superare l'esame di abilitazione, assolutamente ostico. L'esame resta uno scoglio difficile da aggirare. La fuga verso la Spagna è iniziata nel 2005 ed è diventata fenomeno di massa dopo che la direttiva n.36 della Comunità europea ha sancito il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali all'interno dei paesi membri. Ma nel gennaio del 2009 un'altra sentenza, la cosiddetta «Cavallera» emessa dalla Corte di Giustizia, ha rimescolato le carte. Perché in quella sentenza si respingeva il ricorso presentato da un italiano laureato in ingegneria che dopo avere omologato il suo titolo di studio in Spagna, chiedeva di essere automaticamente inserito nell'albo italiano degli ingegneri, senza sostenere l'esame. Il rigetto del ricorso non era sfuggito al Consiglio nazionale forense, che cinque mesi dopo, il 25 giugno 2009, con una circolare impose una stretta sull'iscrizione degli abogados, invitando i vari ordini degli avvocati a verificare che gli aspiranti avessero maturato, all'estero, un'esperienza professionale adeguata. E gli abogados finirono sulla graticola.
I Consigli dell'ordine mantennero potere discrezionale ma molti seguirono le indicazioni del Cnf. Iniziò allora un'altra migrazione, quella verso Ordini più "favorevoli".
Avvocato e abogado. Le differenze sono minime, non incidono nell'esercizio della professione e spariscono dopo tre anni. L'abogado viene iscritto nella sezione speciale e deve lavorare d'intesa (devono firmare entrambi) con un legale iscritto all'albo ordinario italiano. Dopo tre anni, l'abogado può chiedere all'Ordine di essere integrato nell'albo ordinario. Ma, se non vuole aspettare, al rientro dalla Spagna può sottoporsi alla prova attitudinale (al Cnf) per ottenere l'immediato riconoscimento del titolo: non più abogado, subito avvocato.
CHI DIFENDE I CLIENTI DAI LORO DIFENSORI ?!?
I più si iscrivono all'università inseguendo un immaginario fatto anche di benessere, che spesso non coincide con la realtà. Solo il 35 per cento dei laureati superano l’esame di abilitazione. Di questi, se va bene, la maggior parte arriva a mille euro al mese e senza previdenza.
Si iscrivono all’università pieni di sogni, con l'idea di avviarsi alla professione di Perry Mason, per difendere gli interessi dei buoni e combattere le ingiustizie del mondo. Un mestiere, l’avvocato, fortemente legato all´idea di un benessere economico e di un affermato ruolo sociale. Di nobili intenti, manco a parlarne. Ottenuta la laurea, si scontrano, invece, con una realtà ben diversa: soldi pochi, fatica tanta. Ben oltre i 30 anni sono costretti a vivere con l’aiuto dei genitori.
Guai poi a non essere omologato all’andazzo. Guai ad essere fuori dal coro. Denunciare abusi ed omissioni del sistema giudiziario ti mette contro tutti e tutto. Deontologia domestica vuole rispetto tra colleghi e con i magistrati. Ossia: omertà o complicità.
Ogni anno i giovani laureati in legge, usciti dall'università, si iscrivono nel registro dei praticanti: dopo due anni di gavetta, sfruttati e non remunerati, con evasione fiscale e previdenziale perpetrato dai dominus a loro danno e coperta dalle autorità di controllo tributario, tenteranno di dare l'esame di abilitazione finale per poter esercitare la professione. Solo il 35 per cento di loro supera però quell'esame. Uno sbarramento importante, che tuttavia non è sufficiente ad evitare che la categoria sia in costante esubero, con la drammatica conseguenza di una crisi sempre più forte del settore dell'avvocatura.
Sistema vetusto e chiuso. Nessun adeguamento alla innovazione o allo standard europeo. Nessun rinnovamento all'approccio forense delle questioni. Sottomissione alla magistratura. Senso snaturato della mansione del difensore. Non vi è diversificazione delle competenze ed attenta e sistematica tutela dei diritti lesi.
Le giovani leve omologate e la lobby al Parlamento fanno sì che il vecchio avanza e nulla si rinnova.
Quindi, meno lavoro per tutti, meno guadagni, grandi difficoltà ad avviare un proprio studio, e una concorrenza spietata che va spesso a discapito della deontologia professionale, è il quadro a tinte fosche che negli ultimi anni sta caratterizzando il panorama forense, e che viene tratteggiato con sempre maggiore preoccupazione sia dagli Ordini che dalle associazioni di categoria. In attesa di riforme fatte dagli stessi avvocati per limitare la concorrenza, come l'inserimento del numero chiuso all’università di legge, o gravami sul concorso di abilitazione, in un mondo di "imprenditori di se stessi", la categoria cerca da sempre di correre ai ripari.
Una forma collaudata dagli albori dell’istituzione dell’albo degli avvocati è il controllo sulle abilitazioni: gente fidata, con natali degni, omologata e conforme al sistema.
Il Concorso indetto dal Ministero della Giustizia è definito dai più: “un concorso truccato”. Così come quello per la Magistratura ed il notariato.
1. Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.
2. Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.
3. Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.
4. Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.
5. Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.
6. Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale.
7. Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.
8. Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati locali. Nomina vietata dalle norme.
Rispetto a un tempo ci sono meno praticanti intesi nel senso "tradizionale" del termine. L'iter all'università, la pratica da un dominus per imparare il mestiere, e l'avvio del proprio studio, è cambiata. Oggi, come prima, il "privilegio" di trovare un avvocato di grido disposto ad "assumere" o insegnare, è spesso concesso a pochi, fortunati e spesso "figli di".
Senza un dominus degno ti tale ruolo che ti insegna a mettere su lo studio, ci troviamo di fronte a tanti giovani abbandonati a se stessi: non hanno i soldi per iscriversi alla cassa forense, non conoscono forme di assicurazione e di prevenzione, oppure non se le possono permettere. Si privilegiano dunque altre strade rispetto alla pratica, come le scuole forensi. Da solo non ce la fai, sei allo sbaraglio. La soluzione migliore è unire le forze e aprire uno studio con altri colleghi. Divisione dei costi. Gestire uno studio significa anche affrontare difficoltà che non ti aspetti, devi acquisire nozioni anche di marketing e di contabilità. Però ti dà il sapore di fare l'avvocato davvero.
«Oggi 90 mila avvocati dichiarano redditi sotto ai 15 mila euro in Italia - spiega l'avvocato Massimo Gotta presidente dell'Aiga (associazione italiana giovani avvocati) di Torino - con un guadagno medio che si aggira intorno ai 1000 euro al mese. I giovani avvocati non si iscrivono alla cassa che prevede assistenza e previdenza anche in caso di infortunio o di morte, perché è costosa e obbligatoria solo oltre un certo limite di reddito». Senza soldi i giovani avvocati «non investono in libri e codici, e si crea una situazione di concorrenza dove i clienti si accaparrano per cifre ben al di sotto dei limiti tabellari». Ma la conseguenza si fa sentire: «Questa è una professione che si impara per mimesi, sul modello del dominus: la deontologia, ad esempio, si apprende proprio negli studi».
E’ questo modus operandi fondato sull’omologazione e non sul merito che conforma le menti dei futuri avvocati, a tutela degli interessi corporativi e personali. Giovani avvocati destinati a diventare semplici “azzeccagarbugli” e non avvezzi e strenui difensori della legalità.
Oggi tanti avvocati, da una parte criticano le norme sulla mediazione, dall'altra parte diventano mediatori o addirittura soci delle imprese di conciliazione e mediazione, tanto bistrattate in apparenza, poi sostenute dietro le quinte.
Lettera di Pietro Ichino (giuslavorista, avvocato, giornalista, parlamentare PD) al Corriere della Sera.
"Caro Direttore, mentre la riforma dell’avvocatura muove i primi passi in Parlamento e gli avvocati fanno — legittimamente— sentire il loro fiato sul collo ai politici, sarebbe bene che gli utenti incominciassero a fare altrettanto. Il disegno di legge in discussione al Senato, dedicato alla promozione degli interessi economici di chi già appartiene al ceto forense, non affronta neppure di striscio quello che a me sembra il problema cruciale: il conflitto di interessi in cui l'avvocato si trova ogni volta che gli si aprono davanti due o più strade per la difesa del cliente e la strada più vantaggiosa per quest'ultimo non è la più vantaggiosa per l'avvocato stesso. Nella maggior parte dei casi, il cliente non è in grado di controllare efficacemente le scelte del difensore, come il paziente non è in grado di controllare le scelte del medico. Glielo impedisce la netta asimmetria informativa che caratterizza qualsiasi rapporto professionale: il professionista è colui che sa, il cliente è tale proprio perché nella materia specifica non sa. Per esempio, fra la transazione e il ricorso all’autorità giudiziaria, o a un arbitrato, la scelta dell’avvocato può essere dettata più dalle sue prospettive di guadagno che dall’interesse effettivo del cliente, il quale nella maggior parte dei casi non è in grado di valutare con piena cognizione i vantaggi dell’una o dell’altra scelta. Lo stesso accade nel rapporto tra medico e paziente, quando si tratta di scegliere tra diversi possibili mezzi diagnostici o protocolli terapeutici, di cui alcuni siano i più lucrosi per il terapeuta ma non i più appropriati nel caso specifico.
Mettiamoci nei panni di una persona che si è affidata a un avvocato e che si trova a nutrire un dubbio sull’adeguatezza o correttezza del suo operato. Oggi quella persona, se si rivolge a un altro avvocato per averne un parere e un consiglio, si sentirà rispondere che, a norma del codice deontologico forense, senza il consenso del primo legale la pratica non può neppure essere aperta, a meno che il rapporto con lui venga chiuso e la sua parcella interamente pagata: una norma che di fatto protegge l’avvocato incompetente o disonesto dalla «concorrenza» di quello competente e onesto. In questi casi il rapporto con il difensore può diventare, per il cliente, una trappola pericolosa. Anche perché litigare con il proprio avvocato è assai disagevole: a verificare la congruità dell’onorario per l’opera da lui svolta sarà un Consiglio dell’Ordine composto interamente da avvocati, comprensibilmente più propensi alla solidarietà con il collega-elettore che non alla sensibilità per le ragioni del cliente. È ben vero che nella grande maggioranza dei casi sono l’onestà e la correttezza dell’avvocato a garantire il cliente meglio di qualsiasi possibile forma di controllo dall’esterno del rapporto professionale. Ma anche l'avvocato più onesto e più competente può sbagliare ed essere tentato di non riconoscerlo; e anche nel ceto forense, come in tutti gli altri, qualche incompetente, qualche rapace e qualche disonesto c’è. Se la funzione essenziale dell’Ordine consiste nel garantire l’affidabilità dell’avvocato, la nuova legge destinata a disciplinare la materia non può eludere il problema del conflitto di interessi nel rapporto professionale.
Un modo per affrontarlo — sulla scorta delle esperienze che si offrono nel panorama internazionale—è innanzitutto quello di consentire a ciascun avvocato di rendere, con le dovute garanzie di riservatezza, una second opinion sul merito di qualsiasi pratica, nonché un parere sull’operato dell'altro avvocato che la segue, anche quando il rapporto tra quest’ultimo e il cliente è tuttora in corso. Ancor più efficace, poi, sarebbe l’attivazione da parte del Consiglio dell’Ordine, in ogni distretto, di un servizio gratuito, aperto a chiunque intenda controllare l’opera del proprio legale e svolto congiuntamente da un avvocato e da un magistrato competenti per materia, con garanzia di rigoroso segreto su tutto quanto viene loro sottoposto. A chiedere queste innovazioni non dovrebbero essere soltanto le associazioni degli utenti, ma prima ancora gli avvocati stessi (chi scrive è uno di loro): al prestigio della categoria non giova certo l'immagine di casta chiusa e avida, cui in passato hanno contribuito i comportamenti non irreprensibili di alcuni suoi membri, coperti di fatto da quella che poteva apparire come benevola indifferenza dei Consigli dell’Ordine."
I legali non sempre sono infallibili.
Qualche volta non sono neanche onesti del tutto. Ma proteggersi dagli errori non è sempre facile.
Avvocati che prendono risarcimenti destinati ai clienti senza informarli, errori professionali che minano il diritto alla giustizia degli assistiti, parcelle da capogiro.
Centinaia di persone si sono rivolte a Mi Manda Rai Tre lamentando sfiducia nei propri difensori.
In studio il racconto di quattro storie esemplari.
La prima è quella di un avvocato che ha riscosso indebitamente l’assegno di risarcimento da sinistro autostradale di un ragazzo invalido al 100%; il legale è stato condannato alla restituzione della somma, ma risulta nullatenente ed è quindi impossibile ottenere i soldi.
Il secondo caso riguarda un avvocato che ha avviato, con ritardo, il processo esecutivo nei confronti di un soggetto condannato ad un risarcimento danni. Ha dato così il tempo al condannato di spogliarsi di tutti i beni.
Nella terza storia un avvocato ha commesso un errore di notifica, a causa del quale un processo è stato rinviato di sei mesi; il legale peraltro non ha messo a conoscenza il cliente di questo problema.
Nella quarta storia due coniugi della Provincia di Firenze si sono rivolti all’Ordine degli Avvocati per contestare una parcella. Sono stati convocati per una conciliazione durante il periodo pasquale, mentre erano in vacanza per qualche giorno. Richiedono un nuovo incontro ma non ottengono nessuna risposta; intanto arriva l'atto di precetto ed il decreto ingiuntivo della notula.
A cosa servono gli Ordini se non tengono ordine tra i loro iscritti, pretendendo il rispetto delle regole deontologiche?
Era una domanda lecita dopo la scelta dell'Ordine degli Avvocati di non muover foglia contro i neo-colleghi imputati della truffa all'esame di Catanzaro, quando copiarono in 2.295 su 2.301 lo stesso tema.
E legittima dopo la scoperta che l'Ordine dei Medici non si era mai accorto (in venti anni) che Girolamo Sirchia aveva al Policlinico una segretaria pagata non dall'ospedale ma da un'industria farmaceutica fornitrice.
Ma è una domanda obbligata oggi dopo la lettura di "La zona grigia/Professionisti al servizio della mafia"; edizioni «La Zisa». In cui Nino Amadore, del Sole 24 Ore, ricostruisce le ambiguità e i silenzi dei vari Ordini nei confronti degli associati coinvolti in faccende di mafia, camorra, 'ndrangheta.
Colletti bianchi che, a sentire il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, sono indispensabili ai criminali: «Cosa Nostra gode purtroppo di una vasta rete di fiancheggiatori nell'ambito di una certa borghesia mafiosa, fatta di tecnici, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici e della burocrazia».
Come potrebbero certi padrini potentissimi ma semi- analfabeti investire nell'edilizia in Lussemburgo, nell'acquisto di un pacchetto azionario alle Cayman o nell'acquisto di 12 miliardi di metri cubi di gas dall'azienda ucraina Revne per «un valore di mercato di tre miliardi di euro» senza «un'accorta analisi fatta da gente preparata, che conosce i mercati »?
Come potrebbero appropriarsi degli appalti pubblici senza la complicità di architetti, ingegneri, commercialisti, funzionari regionali e comunali ben decisi a regolarsi sul loro lavoro come le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano?
Amadore ricorda, tra gli altri, il caso del tributarista coinvolto nella «operazione Occidente» che vide l'arresto di 46 persone appartenenti in parte al giro di Salvatore Lo Piccolo. «Accusato di aver riciclato il denaro delle 10 famiglie mafiose si è difeso: "Ho solo fatto il mio lavoro di consulente, di certo non vado a chiedere la fedina penale di tutti i miei clienti". » Tema: i suoi «probiviri» non han niente da dire?
Sempre lì torniamo: «quando» un Ordine può intervenire? Nel caso del processo per il riciclaggio del «tesoro » (stima: 150 milioni di euro) di Vito Ciancimino, il libro segnala come i professionisti condannati siano stati due: il tributarista palermitano Gianni Lapis e l'avvocato internazionalista romano Giorgio Ghiron. Cinque anni e 4 mesi a testa. Ma se Lapis è stato subito sospeso dall'Ordine di Palermo, Ghiron risulta, molti mesi dopo la sentenza, ancora al suo posto. O così dice il sito dell'Ordine di Roma. Come mai? Il destino personale dell'uomo, va da sé, non c'entra: se è innocente lo dimostrerà in Appello. Auguri. Ma resta il tema: perché, come sostiene il presidente dell'Ordine dei Medici Annibale Bianco, un Ordine dovrebbe attendere la sentenza in Cassazione per censurare un iscritto? Che ce ne facciamo di una sanzione supplementare se c'è già una sentenza che magari espelle il condannato dalla professione?
Se un Ordine non serve a tenere ordine «al di là» degli iter giudiziari, a cosa serve? A organizzare belle cene in compagnia?
MAGISTROPOLI IN ITALIA
Giorgio Napolitano il 27 aprile 2010 parla da garante dell'autonomia e indipendenza della magistratura, nella sua doppia veste di presidente della Repubblica e del Csm, evidenziando nel suo intervento tutti gli abusi e le omissioni di un apparato elevato a casta impunita, composto, però, da semplici funzionari dello Stato: «La magistratura non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali. Non vanno assecondate chiusure corporative, dissimulate insufficienze professionali, tollerati casi di inerzia o cattiva conduzione degli uffici. Fare attenzione a non cedere a esposizioni mediatiche o a sentirsi investiti di missioni improprie ed esorbitanti oppure a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici, che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dei singoli magistrati, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale».
La riforma della giustizia "è necessaria, perché è un'emergenza grave, in quanto le indebite ingerenze della magistratura su altri poteri dello Stato costituiscono una vera emergenza democratica". Così Silvio Berlusconi intervenendo a Mattino 5 del 24 dicembre 2010.
In un dispaccio del 2008 pubblicato da Wikileaks Spogli, l’ex ambasciatore Usa a Roma, sottolinea che “sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano”.
Una testimonianza allucinante. Nemmeno uno può più dire: nessuno tocchi la Magistratura.
E il giudice si tolse la toga "Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi".
Su “Il Giornale”: Per 42 anni al servizio dello Stato, 80mila sentenze e mai un giorno d’assenza. Sei volte davanti al Csm per le critiche alla corporazione: "Sempre prosciolto".
Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».
Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.
Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».
Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.
Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto - ragiona - provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».
Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».
Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura.
Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».
Perché
ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da
bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a
qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue
antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi
e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva
c’era: Giovanni Falcone».
Il
magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato
perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli
non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a
istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma
guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro,
utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di
sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo
al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico
in non più di 10 grammi».
Per
quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli
forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non
tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a
occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i
Pm, si adeguano».
Ci sarà
ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando
entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di
un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in
fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo
dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale.
Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore,
manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza
che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di
periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».
Sono
sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la
nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi
esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non
hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione
per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre
che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le
sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi.
In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere
chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».
Può fare
qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono
di tiro - con costi miliardari, parlo di lire - i 300 metri dell’autostrada di
Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già
avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di
esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500
o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di
esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si
accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso
rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini
gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel
1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti
ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici
dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi
esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver
trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a
influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che
su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità
esplosiva?».
Prego.
Sono rassegnato a tutto.
«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico
impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno
Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di
Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine
e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai
nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché
nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti
nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel
Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da
88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un
po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».
Ormai
non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra
figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per
l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo.
Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000
campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era
sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava
trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del
delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione
delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai
sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non
contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una
possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati.
Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I
guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo
reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul
gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti,
una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte
genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».
Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi
sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo
dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un
passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del
delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una
persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma
il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».
Si
riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel
cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a
disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in
movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno
bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto
passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui
sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da
sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di
ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La
segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi
per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone
e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero,
viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario
di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che
infatti è un ex poliziotto».
Un
sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le
manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che
mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a
tacere».
Che cosa
pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita
pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le
intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non
riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo
fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia
cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato.
Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del
giudice».
Come mai
la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose,
precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei
casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo
giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo
medievale Guglielmo di Occam».
In un
ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo
per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per
cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è
stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio
dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston.
Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che
proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato
volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».
Ma
perché si commettono tanti errori nelle indagini?
«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo
acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e
un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato.
I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera.
Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia,
accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne
assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali
inconcludenti».
E si
ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al
lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica
sulla voracità dei periti».
No, no,
non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello,
incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo
essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un
reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non
poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se
mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di
fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati
computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro.
Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».
In che
modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo
parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce
inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello.
Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono
scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».
E per le
altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La
regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le
risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che
forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una
domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una
palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di
Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di
accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah
Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in
onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».
Ci
provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e
poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò
dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di
persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la
testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono
Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».
Ma in
mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42
anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della
carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo
con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere
rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro.
Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».
Non è
stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da
basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per
quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».
Gli
chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già
morto».
Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno
dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano,
Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno
Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e
impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o
quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché
funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli
eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai
visti in faccia».
Si dice
che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe
processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano
sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale
non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80
si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti
espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».
Quanti
sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui
gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta
Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».
Perché
ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare
i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».
MAGISTRATURA: LOTTA ALL’ILLEGALITA’, LOTTA DI POTERE, O POTERE DI INTIMIDAZIONE PER L’ESERCIZIO DEL POTERE POLITICO?!?
Facciamo nostra l’analisi di Jimmomo (Federico Punzi) su Legno Storto. Ogni anno lo stesso vigoroso discorso, e se il capo dello Stato non ravvisasse con preoccupazione delle pesanti anomalie nei comportamenti di certi magistrati, non sentirebbe l'esigenza ogni anno di ripetere raccomandazioni così specifiche ai giovani magistrati. Nelle aperture dei loro siti internet ("Basta scontri tra politica e toghe") i giornali mainstream di fatto nascondono il monito del presidente, che è tutto rivolto all'indirizzo dei magistrati (leggere per credere). Napolitano il 21 luglio 2011 è stato eloquente, a parole, ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è latitante. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.
Per il presidente della Repubblica «alla crisi di fiducia in atto» nel sistema-giustizia concorre «anche un offuscamento dell'immagine della magistratura, sul quale non mi stanco di sollecitare una seria riflessione critica». Esorta i giovani magistrati a «ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non cedere a fuorvianti "esposizioni mediatiche", a non sentirsi investiti di "improprie ed esorbitanti missioni", a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale». Atteggiamenti evidentemente diffusi anche secondo il capo dello Stato, se sente il bisogno di mettere così caldamente in guardia le nuove leve della magistratura.
«L'affermazione e il riconoscimento del ruolo dei magistrati - prosegue Napolitano - non può prescindere dal rispetto dei limiti che, di per se stesso, tale ruolo impone. Il magistrato deve assicurare - in ogni momento, anche al di fuori delle sue funzioni - l'imparzialità e l'immagine di imparzialità su cui poggia la percezione che i cittadini hanno della sua indipendenza e quindi la loro fiducia». Non solo imparziali nelle loro funzioni, dunque, i magistrati devono anche apparire imparziali, è il monito di Napolitano, perché ne va della loro stessa indipendenza e credibilità.
«Vanno perciò evitate - ammonisce il capo dello Stato - condotte che comunque creino indebita confusione di ruoli e fomentino l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura. Ciò accade ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà».
Ma Napolitano rileva delle anomalie e degli abusi anche nell'uso delle intercettazioni e della carcerazione preventiva, raccomandando caldamente, «nell'avvio e nella conduzione delle indagini», di «applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti. Il discorso vale, in specie, per le intercettazioni cui non sempre si fa ricorso - come invece insegna la Corte di Cassazione - solo nei casi di "assoluta indispensabilità" per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio». Dunque, raccomanda di «evitare l'inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti o chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti stessi», così come invita «a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l'apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l'applicazione di misure cautelari».
Napolitano con le sue raccomandazioni e i suoi moniti traccia un identikit molto preciso, che corrisponde perfettamente a Woodcock e Ingroia. Ma viene palesemente preso per il culo, visto che ciò nonostante proprio i magistrati che più di tutti eccedono nei comportamenti che si sforza di stigmatizzare vengono premiati e onorati.
Il Corriere della Sera ne parla. Rischia il trasferimento d'ufficio per incompatibilità «ambientale» o «funzionale» il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, titolare dell'indagine sulla cosiddetta P3, su Finmeccanica e su altre delicatissime vicende. Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto una pratica sul pranzo, a dicembre 2010, nell'abitazione dell' avvocato Luigi Fischetti in cui erano presenti, oltre a Capaldo, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il suo allora consigliere politico Marco Milanese, il deputato del Pdl per il quale i giudici di Napoli hanno chiesto alla Camera l'autorizzazione all'arresto. L'apertura della pratica, affidata alla Prima commissione, è stata sollecitata da consiglieri togati che fanno capo ad Area, il cartello elettorale delle correnti di sinistra di Magistratura democratica e dal Movimento per la giustizia. Durissima la reazione di Capaldo. «È da oltre un anno che resisto a tentativi diretti a delegittimarmi e a impedirmi di portare avanti, insieme con altri colleghi, inchieste molto scomode. E non voglio credere alle voci di corridoio le quali sostengono che quanto sta accadendo ruota intorno alla poltrona del futuro procuratore della Repubblica di Roma», ha aggiunto la toga, ritenuto da molti il candidato naturale alla successione dell'attuale procuratore, Giovanni Ferrara. «Sono sereno», ha aggiunto Capaldo. «Mi fa piacere che il Csm si stia interessando a una vicenda emblematica di una clamorosa strumentalizzazione massmediatica: mi auguro che sappia trovare la forza di individuare le gravi responsabilità di chi manipola la verità per conquistare illegittimamente fette di potere». Accuse gravi, che rischiano di scatenare un'altra bufera. E di cui c'è traccia anche in un colloquio con «L'Espresso». «È un attacco, attraverso la mia persona, anche al mio ufficio. L' aumento dell'attività della Procura di Roma, che ha svolto molte inchieste importanti colpendo santuari politici, economici, finanziari e criminali - ha sottolineato -, ha fatto convergere su noi i riflettori dei mass media. È possibile che in ambienti collegati ai soggetti colpiti dalle nostre inchieste si stia cercando di delegittimare il nostro lavoro». Quanto al pranzo con Tremonti e Milanese, «nulla di illecito: solo i malpensanti possono credere che si sia parlato di fatti giudiziari. È diritto di un magistrato e di un ministro potersi incontrare, se non fanno cose illecite». Capaldo ha detto di non sapere che al pranzo avrebbe partecipato Milanese, peraltro all'epoca non ancora indagato» da Roma. Il procuratore aggiunto non ha rinunciato a qualche frecciata ai colleghi di Napoli riguardo alle indagini su episodi avvenuti nella Capitale: «È importante la competenza perché non è solo un fatto burocratico, ma è un primo aspetto di legalità. Il nostro Paese - ha osservato - difetta di legalità e la magistratura deve dare l'esempio di una legalità complessiva. Svolgere indagini per cui non si è competenti è una forma di violazione alla norma. Una forma di illegalità». E aggiunge che se le inchieste di Roma appaiono sulla stampa «è per l'importanza oggettiva delle inchieste e non per il clamore, un po' provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». Il procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, si dice convinto che il collega non si riferisca alla procura partenopea: «Nel caso mi sbagliassi, preferisco non aggiungere altro per evitare clamori provinciali».
Stefano Zurlo su Il Giornale. Questa volta il velo di silenzio è caduto. La guerra di potere che normalmente si combatte nelle ovattate stanze della magistratura italiana è arrivata alla superficie. L’ingorgo delle inchieste che si incrociano e si sovrappongono fra Roma, Firenze, Napoli, Perugia ha scosso le palline nel bussolotto. Sono in palio almeno tre poltrone di lusso: quella di procuratore nazionale antimafia e quelle di procuratore capo a Roma e Napoli. Per piazzale Clodio si combatte una partita durissima e dunque Giancarlo Capaldo, candidato naturale alla successione di Giovanni Ferrara, esce allo scoperto con una dichiarazione più affilata di un coltello: «Non voglio credere alle voci di corridoio le quali sostengono che quanto sta accadendo ruota intorno alla poltrona del futuro procuratore di Roma». Capaldo è nel mirino dei pm di Napoli che indagano sul cosiddetto «sistema Milanese». E Napoli, dopo la cacciata di Agostino Cordova, è un feudo di Magistratura democratica e delle cosiddette toghe rosse. Si sa, tutte le indagini di per sé sono ineccepibili e l’azione penale è obbligatoria. Ci mancherebbe. Ma la politica giudiziaria aiuta a capire, il mosaico del potere della magistratura e la sua incredibile, quasi surreale, suddivisione in correnti e sottocorrenti che si combattono aspramente e si spartiscono il potere, serve come una lente d’ingrandimento per comprendere quel che avviene nel backstage dei palazzi di giustizia. E nelle zuffe, di solito «secretate» dai protagonisti, fra toghe nere, rosse e azzurre. Con successivo intasamento, a colpi di ricorsi, dei vari Tar.
Ci sono inchieste che accelerano all’improvviso, altre che dormono sonni profondi, com’è stata quella sui Grandi eventi e la cricca finché è rimasta nelle mani della Procura di Roma, altre che convergono sullo stesso obiettivo. E ci sono indagini che corrono fra squilli di tromba, dipingono scenari tenebrosi, ma al dunque si perdono in niente senza partorire nemmeno il classico topolino. Esagerazioni?
La lunga inchiesta che il Giornale ha condotto, nel silenzio generale, sui «rovinati da Woodcock» dovrebbe insegnare qualcosa. Il Giornale ha intervistato un catalogo intero di personaggi, volti noti e noti e facce sconosciute, indagati, azzoppati o arrestati dai giudici di Potenza su richiesta del Pm John Henry Woodcock. Dall’ex sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi, al principe Vittorio Emanuele di Savoia a Ernesto Marzano, fratello dell’ex ministro Antonio e via elencando. Il quadro: vite rovinate, carriere troncate, affetti dispersi come la cenere portata via dal vento. Un disastro che si è ripetuto in anni diversi, lungo piste investigative diverse e con modalità diverse, ma sempre con gli stessi, sconcertanti, risultati sul piano giudiziario: lo zero assoluto. È mai possibile che imprenditori incensurati siano stati intercettati per mesi e mesi, indagati per corruzione e associazione a delinquere, qualche volta blindati in cella, per poi essere puntualmente prosciolti? Attenzione: prosciolti e non assolti, perché il più delle volte altri pubblici ministeri, dopo aver letto i fascicoli ereditati da Woodcock per competenza, hanno semplicemente chiesto l’archiviazione e non se la sono sentita nemmeno di chiedere ad un Gip il processo per questo o quell’indagato. Un’anomalia che è difficile trasformare in una successione precisa di numeri, e un’anomalia le cui responsabilità vanno naturalmente suddivise fra l’ufficio della procura e quello del Gip di Potenza che ha firmato gli arresti, ma un’anomalia che alla fine è passata inosservata. Non è stata valutata e non è stata pesata: resta solo nei racconti, di parte ma drammatici, di chi è stato investito da quel ciclone e nella tempesta ha perso molto se non tutto.
Oggi Woodcock si è trasferito a Napoli, epicentro delle grandi inchieste italiane, e da Napoli prosegue sempre, fra standing ovation e consensi acritici, il suo lavoro di scavo, concentrato negli ultimi tempi su quel mistero dei misteri chiamato P4. Vedremo: ma le indagini finite nel nulla a Potenza, come certe malinconiche incompiute del Sud, e le dichiarazioni di Capaldo - che pure sono da accogliere con cautela vista la sua delicata posizione - dovrebbero servire a far decollare una riflessione seria. Senza i veli dell’ipocrisia. La magistratura non può continuare ad esercitare un potere enorme senza contrappesi. Gli errori devono essere puniti e chi sbaglia deve pagare. Senza che questo provochi riflessi condizionati o venga letto come il solito intervento a piedi uniti della politica. Qualcosa nell’apparto giudiziario non funziona e, senza retorica, le storie che abbiamo messo in fila lo dimostrano. Il Csm, l’Anm e i parlamentini vari di cui abbonda la corporazione dovrebbero prenderne atto. Arrossire. E battere un colpo.
Di Woodcock parla il suo vecchio Procuratore Generale in un servizio di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su Il Giornale. Una requisitoria spietata. Che porta per una volta idealmente alla sbarra Henry John Woodcock, uno che di solito è più a suo agio se sta dall’altra parte. Il 19 marzo 2007, di fronte al Csm, il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, viene chiamato a dire la sua sul clima avvelenato nel palazzo di giustizia lucano. E il Pg non si fa pregare. I suoi strali sono per il procuratore capo Giuseppe Galante, che si dimetterà poco dopo, per il pm Vincenzo Montemurro e per il gip Alberto Iannuzzi. Ma soprattutto, per Woodcock. Descritto come poco attento all’altrui privacy, ma anche all’altrui libertà, e molto, troppo attento a conquistare visibilità. A costo di crearsi una struttura autogestita.
Sul punto, un «fatto gravissimo», Tufano è tanto diretto quanto duro. «Il dottor Woodcock - attacca - si è creato una procura dentro la procura, un’enclave impenetrabile di pretoriani suoi, fatti di vigili urbani e di polizia stradale. Un’enclave impenetrabile allo stesso procuratore. Porte chiuse. Fedelissimi che danno conto solamente a lui». Per Tufano l’utilizzo dei vigili urbani è «uno schiaffo alle forze dell’ordine», perché «è come se le investigazioni le dovesse fare una polizia privata, sua, per sfiducia nei confronti di carabinieri, gdf e polizia». E a titolo di esempio degli effetti della «procura privata» di Woodcock, Tufano ricorda il Savoiagate: «Quando c’è stato il caso Savoia, il procuratore Galante non sapeva assolutamente niente». A dirglielo a giochi praticamente fatti è Woodcock, secondo Tufano, che ricorda il pm rivolgersi a Galante in corridoio in questi termini: «Procurato’, allora l’arrestamm a stu fetentone do Re?».
Quanto ai rapporti con le forze dell’ordine, rammenta ancora il Pg, Woodcock nelle sue inchieste ha indagato molti pezzi grossi dell’Arma, aprendo un fronte di scontro con i carabinieri. Sono finiti indagati o arrestati (in inchieste poi archiviate) il generale Stefano Orlando, poi passato al Sisde, l’ex comandante generale dell’Arma Guido Bellini, il comandante provinciale Blangiardo. «Woodcock - continua Tufano - ha intercettato perfino i carabinieri, ma a livello di capo di Stato maggiore regionale, Improta, e del comandante provinciale. E li ha intercettati mentre la mia procura generale, insieme ai carabinieri, faceva un’inchiesta delegata proprio sulla procura della Repubblica. Un fatto estremamente grave di cui ho dato conto nelle mie relazioni», conclude il Pg. Che snocciola l’ultimo motivo di contrasto tra procura e Arma. Un’indagine durata 18 mesi, «il massimo delle proroghe», a carico del comandante provinciale Polignano, che «aspirava a diventare comandante dell’aliquota carabinieri». Nel fascicolo «quasi niente», però «gli hanno bruciato la candidatura». La storia finisce «come finiscono tante cose della procura di Potenza, con un’archiviazione», dice Tufano, ricordando che persino per «firmare lo stampato di accoglimento» il gip Iannuzzi ci ha messo altri sette mesi».
Già, Iannuzzi. Il rapporto tra Woodcock e questo gip, dice Tufano, è «un grumo che deve essere chiarito». Troppo automatico il passaggio dalle richieste all’ordinanza. «C’è la richiesta di un arresto e c’è un gip che la concede, e questo gip è Iannuzzi», ricorda il Pg a proposito dell’arresto (poi annullato) del presidente della camera penale di Basilicata Piervito Bardi, «e lì c’è un copia-incolla che io ho già denunciato pubblicamente (...), perché la libertà della gente è sacra».
Altra vicenda significativa è la «sequenza» del Savoiagate. «Il 29 maggio parte questa richiesta di 2.200 pagina, 30-40 faldoni (...) e in 17 giorni il giudice Iannuzzi esamina 30-40 faldoni e scrive un’ordinanza di 2.300 pagine. In 17 giorni. Tutto è possibile. Se però si confrontano ordinanza e richiesta, si vede ancora una volta che è il copia/incolla del cd-rom. Tra questo sostituto e Iannuzzi passa il cd-rom... ».
Proprio nel Savoiagate Tufano individua molte anomalie nell’operato di Woodcock. Il Pg rivela un retroscena nella vicenda dell’ex portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, finito in manette per iniziativa del pm potentino. Per Tufano Woodcock l’ha infilato ad arte nel tritacarne dell’inchiesta. «Quella - mette a verbale nell’audizione a Palazzo dei Marescialli - è una vicenda particolarissima. Le telefonate che riguardavano questo signor Sottile, poche, si fermano nel maggio di un anno prima. A quel punto, il pm avrebbe dovuto raccogliere queste cose, iscrivere il Sottile e mandare le carte a Roma». Ma Woodcock no. «Lo iscrive un anno dopo - insiste il Pg - per immetterlo nel calderone Savoia, lo arresta prima, poi mandano le carte a Roma». E l’affaire Savoia, prosegue il procuratore generale, contiene «un altro aspetto grave», ossia quello dei «poveracci che non c’entrano niente con le indagini ma che si ritrovano con i nomi sui giornali, con il trucco». Un «trucco» che consiste nel mettere nella richiesta anche elementi poco attinenti all’indagine, e poiché la richiesta del pm quando arriva al gip «viene trasfusa direttamente e diventa ordinanza», il gioco è fatto. E i «poveracci», spiega Tufano, «vanno sui giornali per cose che non hanno niente a che vedere con l’indagine e si generano degli effetti terribili, negativi: famiglie lacerate, reputazioni distrutte». Qualche esempio? «Caso Savoia: vanno nella richiesta di misura cautelare i colloqui della moglie di Fini, ci va a finire D’Alema, come colui che avrebbe portato i soldi all’estero. Bruno Vespa, la Saluzzi. Persino Piero Grasso, il procuratore antimafia».
In 36 mesi, 129 anni di intercettazioni e 7 milioni di euro di spesa. È nota la passione per l’ascolto di Woodcock, ma il Pg rivela un «fatto grave»: «Ha intercettato i colloqui tra i difensori e i loro difesi», nascondendo cimici in una saletta. Altro dettaglio inquietante: 30 faldoni di «atti di risulta», in gran parte intercettazioni telefoniche tra privati, mandati al macero da Woodcock finirono in una discarica «dove chiunque avrebbe potuto prenderle e leggersele».
Tufano si fa infine qualche domanda sulla «spinta ad avere notorietà» di Woodcock, oltre che sulla «disinvoltura per la libertà delle persone, Vip in questo caso» che il pm manifesta. Il riferimento è alla richiesta, nel 2002, dell’«autorizzazione per la cattura di due deputati», Angelo Sanza di Fi e Antonio Luongo dei Ds. La Camera «ovviamente» rigettò, ricorda Tufano, ma «se fosse dipeso da Woodcock sarebbero dovuti andare a finire in galera». Sul mancato arresto di Luongo il Pg ha un altro aneddoto al vetriolo, che riguarda la richiesta di archiviazione per il deputato, in cui Galante, Montemurro e Woodcock, scaricano la «colpa» del nulla di fatto sull’innovazione legislativa, con l’entrata in vigore della Pecorella. «Ma se il Riesame in tutti quei casi ha detto “qua addirittura non c’è nemmeno la motivazione”, se la Cassazione ti dice che non c’è niente, tu vuoi dare la colpa del fatto che non c’è niente alla legge?». La passione per i Vip del pm anglonapoletano torna nelle parole del Pg quando questi ricorda al Csm che nel 2003 Woodcock indaga «Sergio D’Antoni, Franco Marini, Flavio Briatore, Tony Renis, Umberto Vattani, Anna La Rosa e Gasparri». «Ho letto che c’è stata archiviazione - chiosa Tufano - ma lui chiede, per esempio, la cattura di Tony Renis, e i domiciliari per Anna La Rosa. Il gip Romaniello gliele rigettò, ma se fosse stato per lui queste persone erano meritevoli di cattura».
In tempi in cui la magistratura si può accanire contro un Premier e questo, anziché intervenire sulle anomalie del sistema, personalizzando, accusa qualcuno di loro di essere sovversivo e comunista, ci si chiede cosa accadrà al povero cristo. Specie se ci si ostina ad ignorare l'ipotesi del "Difensore Civico Giudiziario" con poteri della magistratura a tutela dei cittadini.
La Casta, com’è stata chiamata quella dei magistrati, difende se stessa con la giustizia «domestica» e corporativa. Quella del Csm, dove si celebrano i processi promossi dai titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il Procuratore generale della Cassazione. Nell’ultimo decennio in Italia la media dei magistrati colpiti dalla rimozione dall’ordine giudiziario per gravi illeciti disciplinari, è di 1,3 ogni anno. Tra il 2000 e il 2007 la sanzione più grave è stata applicata 6 volte, nel triennio 2008-2010 ha riguardato 7 toghe. Nel 2008 le sanzioni disciplinari di vario grado hanno colpito meno dello 0,5 per cento dei magistrati.
Per il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, che ne ha parlato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che l’altissimo numero degli esposti di privati cittadini, dice l’alto magistrato, «è la testimonianza più evidente dell’insoddisfazione, largamente diffusa, per il “servizio giustizia”». Delle 1.382 denunce arrivate lo scorso anno alla Procura generale ne risultano 573 di privati, anche se per Esposito in realtà sono molti di più per un errore di classificazione. Le cause intentate dai cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari, negli ultimi 10 anni sono costate allo Stato italiano circa 400 milioni di euro. Quello dei ritardi nel deposito delle sentenze è un problema enorme. Ed Esposito denuncia: «Non siamo più in grado neanche di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo (legge Pinto, ndr.». La Corte europea di Strasburgo ci ha condannato per 475 casi di ritardi nel pagamento dei risarcimenti: si è passati da quasi 4 milioni di euro del 2002 agli 81 del 2008.
Ma perché i magistrati che sbagliano non pagano mai?
Il nodo riguarda tutti noi, comuni cittadini prigionieri di una casta, quella dei magistrati, che rifiuta di autoriformarsi per conservare privilegi, potere e una immunità che non ha pari al mondo. Quando un chirurgo sbaglia ad amputare una gamba viene cacciato sui sue piedi. Se un pm o un giudice sbaglia, clamorosamente ed evidentemente, nulla accade. Le loro incapacità e lentezze causano drammi personali e danni ingenti alla nostra economia, tenendo lontano dal mercato investitori stranieri e scoraggiando i nostrani. Negli ultimi sette anni, su 1.010 magistrati finiti sotto processo disciplinare, 812 sono stati assolti, 126 sono stati ammoniti, 38 censurati, 22 multati e soltanto 6 rimossi. Nessun ordine professionale ha una casistica di autointervento sui propri iscritti così blanda.
Che un magistrato sia infallibile, sempre in buona fede e comunque in sé, è una leggenda da sfatare. Sono uomini come tutti, con i loro limiti e convinzioni. Il Giornale pubblica una serie di storie raccolte da Stefano Zurlo che i giornali gazzette delle Procure si guardano bene dal raccontare. Sciatteria. Errori plateali. E, in qualche raro caso, anche comportamenti da valutare col metro del codice penale. Per scoprire vizi e difetti della magistratura italiana - di una minoranza, sia chiaro - bisogna leggere le carte delle sentenze sfornate dalla sezione disciplinare del Csm, il tribunale dei giudici italiani. Le storie che Stefano Zurlo ha raccolto, una settantina, compongono il libro "La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana", Piemme editore.
C’è quella del Giudice (Leggi qui) che organizza una sorta di raid punitivo contro l’agenzia di viaggi che gli aveva venduto un viaggio inesistente da 1300 euro per l’Egitto; o (leggi qui) che scarcera l’ergastolano con la più sorprendente delle motivazioni: è depresso; o (leggi qui) che ubriaco minaccia i carabinieri; o (leggi qui) che dimenticano i detenuti, in cella o ai domiciliari, per mesi; o quella delle toghe che, in vena di goliardate, spalmano barattoli interi di Nutella nei bagni del tribunale; o (leggi qui) che non paga il conto al ristorante e in risposta alle proteste del gestore manda i carabinieri; o (leggi qui) che chiede l'elemosina sotto il tribunale e che pur giudicata incapace di intendere e volere resta al suo posto; o (leggi qui) che fa ipnotizzare un imputato per saperne di più.
C’è il giudice del copia e incolla, specializzato nel riprodurre per pagine e pagine le memorie scritte dagli avvocati (leggi qui). Senza ritegno. C’è il magistrato che concede ad un detenuto, e non è una barzelletta, il permesso di incontrare la figlia per il compleanno, ma firma l’atto dodici volte in dodici mesi (leggi qui). Poi non contento si supera: dà a un altro carcerato l’ok per far visita al fratello in punto di morte; solo che qualche tempo prima l’aveva autorizzato a partecipare al funerale dello stesso fratello, risorto dunque per l’occasione. Senza memoria. E c’è la toga che pensa di essere sul set di un qualche film sgangherato, dove il copione è infarcito di parolacce e insulti (leggi qui). Frasi offensive che lui indirizza agli stimati colleghi, invitandoli a «non prenderlo per il c...» e chiedendo infine un’inverosimile «perizia “anofonica” perché ormai non si è più sicuri neanche nell’intimità del cesso». Sono alcune delle storie trattate dalla Sezione disciplinare del Csm e raccolte nel libro. Storie incredibili, accadute in Italia negli ultimi anni e spesso chiuse dal tribunale dei giudici con sentenze di assoluzione. Oppure con condanne all’acqua di rose.
Non solo “sti signori” sono impuniti per motivi di colleganza e di casta, ma, addirittura è impedito parlarne. Su “Panorama” e su “Il Giornale” la testimonianza di una giornalista. “Non sono ancora le 9 quando in casa di Anna Maria Greco, la cronista de "Il Giornale" «colpevole» di aver scritto un articolo intitolato La doppia morale della Boccassini, suonano alla porta. Tranne la figlia che si sta preparando per uscire, gli altri dormono tutti. Ad alzarsi è il marito. L’uomo non fa in tempo ad aprire, che in un attimo quelli hanno già imboccato la strada per la camera da letto. Manco si trattasse di dover scovare un pericoloso latitante pluricondannato, i carabinieri si presentano in cinque. Devono subito localizzare la giornalista e notificarle l’ordine di perquisizione disposto dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani nell’ambito dell’indagine a carico del membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura Matteo Brigandì, accusato di abuso d’ufficio per aver passato, proprio a lei, un fascicolo riservato. Anna Maria non è indagata di nulla. Ha solo scritto un articolo riguardante un procedimento disciplinare a carico di Ilda Boccassini risalente al 1982 quando, la principale accusatrice di Silvio Berlusconi per il caso Ruby, fu costretta a difendersi davanti al Csm dopo essere stata beccata in atteggiamenti amorosi con un giornalista di "Lotta continua". Anna Maria non è indagata, eppure le rivoltano la casa: setacciano stanza per stanza, smontano cassetto per cassetto, controllano foglio per foglio. Alla fine della perquisizione le porteranno via il suo pc personale, le agende, i documenti, ogni singolo foglio con la sigla “Csm”, come se non fosse normale trovarne nella casa di una cronista che da vent’anni si occupa di giudiziaria. «La cosa più grave – racconta Anna Maria a "Panorama.it" mentre è ancora in attesa di firmare il verbale della perquisizione assistita dal suo avvocato – è che si sono portati via pure il pc di mio figlio, al quale io non ho mai nemmeno avuto accesso. Speriamo che almeno quello ce lo restituiscano in fretta». Eh già, perché magari è proprio nel computer del figlio 24enne che Anna Maria avrebbe potuto nascondere il fascicolo incriminato, a meno che non l’abbia occultato nella redazione romana del Giornale perquisita anch’essa in mattinata. «Io quel fascicolo l’ho visto, ma non ce l’ho. E comunque non sapevo che si trattasse di carte segrete dal momento che riguardano un procedimento risalente all’’82 conclusosi, come ho anche scritto nel mio articolo, con un’assoluzione per la Boccassini. Dov’è il segreto?» . La Greco, che in tutta la sua carriera non ha mai subito una perquisizione domiciliare, non nasconde rabbia e sorpresa. Da una parte è ancora scossa per quanto accaduto poche ore prima in casa sua, dall’altra si sente delusa e amareggiata perché a “denunciarla” su un giornale è stata proprio una che fa il suo stesso mestiere. Anna Maria non fa nomi, ma è semplice capire a chi alluda. Il giorno dopo la pubblicazione del suo articolo, infatti, su "Repubblica" Liana Milella svela la presunta fonte dello scoop del Giornale sulla Boccassini, ossia lo stesso Brigandì oggi accusato d’abuso d’ufficio. «Qui siamo davanti a un fatto clamoroso: una giornalista che, invece di tutelare un principio cardine del nostro lavoro come la copertura delle fonti, arriva a fare una cosa del genere. Dovrebbe vergognarsi». Nessun attestato di solidarietà, dunque, da chi per mesi si è battuto contro il bavaglio alla libera informazione? «Macché solidarietà! Da altri sì, non certo dai colleghi di Repubblica». A parte scovare il fascicolo che le avrebbe passato Brigandì, secondo la Greco, dietro la doppia perquisizione ordinata oggi in casa sua e al Giornale, c’è una chiara intenzione intimidatoria nei confronti di chi esercita questa professione. «Da oggi il mio lavoro diventerà ancora più difficile di quello che è normalmente, – spiega la cronista - occuparsi di giustizia, e in particolare della condotta dei magistrati, è sempre più rischioso. Anche quando hai in mano fatti e documenti certi che comprovano delle responsabilità a loro carico, devi muoverti in punta di piedi». Secondo la Greco, invece di essere una casa di vetro, trasparente agli occhi dei cittadini, la giustizia è sempre più una casa di piombo, «se nemmeno dopo 30 anni dalla chiusura di un procedimento a suo carico, la gente ha diritto di sapere cosa ha fatto un magistrato, che democrazia è? Perché non si dovrebbe parlare oggi di un fatto che può essere d’interesse per l’opinione pubblica dal momento che quel magistrato si sta occupando di un’indagine che riguarda la privacy di una persona? Perché – si chiede ancora Anna Maria mentre aspetta solo che la lascino andare a casa e riprendere il suo lavoro – i cittadini non dovrebbero sapere certe cose?».”
«I carabinieri - ha spiegato la giornalista - mi hanno detto che dovevano procedere a una perquisizione personale e, di fronte a una donna carabiniere, ho dovuto spogliarmi integralmente. Non si tratta quindi semplicemente di una consegna degli abiti, come sostenuto dalla procura, ma di una procedura molto imbarazzante. Confermo altresì, come scritto nel mio articolo, di non essere stata toccata. Mi chiedo - ha concluso - se sia normale che una giornalista venga costretta a rimanere nuda di fronte a un'esponente delle forze dell'ordine senza nemmeno essere indagata. Lascio il giudizio ai lettori».
Fughe di notizie. Fughe inarrestabili. Fughe senza colpevole. È così che va la giustizia italiana da quando la giustizia fa notizia. Dal primo ciak di Mani pulite. Certo, allora gli arresti si susseguivano sul nastro della procura, al quarto piano, e qualche volta il Gabibbo arrivava sotto casa prima dei carabinieri e prima delle manette. Oggi gli spifferi portano sui giornali frammenti di verbali in tempo reale, notizie che servono a far discutere, ma non aggiungono un grammo all’inchiesta, intercettazioni che poi, a bocce ferme, riservano sorprendenti riletture. La contabilità degli incendi mediatici, quella non la tiene più nessuno. Figurarsi. Già nell’ormai lontanissimo 1995, un’epoca fa, gli avvocati del Cavaliere, contestavano 130 fughe non ortodosse. Numeri che oggi, se aggiornati, verrebbero polverizzati. Numeri che, naturalmente, nessuno dentro i palazzi di giustizia ha mai preso sul serio. Perché le Procure spesso considerano la fuga un episodio deplorevole, ma non un reato, così come invece è, specie se commesso da un loro collega. E perché le poche indagini aperte sono davvero, per dirla con il linguaggio della magistratura, atti dovuti. Atti dovuti e nulla più. Atti senza futuro. Gli avvocati del Cavaliere, ma non solo loro, hanno depositato nel tempo diverse denunce, a Milano, e anche a Brescia, competente per i reati compiuti dalla magistratura di rito ambrosiano. In un caso e nell’altro i risultati sono stati nulli.
Ed è inutile contestare, tanto il potere in Italia è nelle mani della magistratura, non nelle mani del popolo. Ed infatti, a seguito della perquisizione del 1 febbraio 2011 presso l’abitazione di Anna Maria Greco e presso la redazione de "Il Giornale" disposta dalla procura di Roma attinente alla pubblicazione di documenti interni al Csm riguardanti il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, la Federazione nazionale della stampa aveva commentato in una nota: “Oggettivamente, non se ne può più. Nello scontro politica-magistratura non possono essere chiamati a pagare i giornalisti se danno notizie, ancorché su di esse e sulla loro valenza in termini di interesse pubblico, ciascuno possa avere opinioni diverse. La perquisizione di oggi a carico della collega de 'Il Giornale' Anna Maria Greco appare, allo stato, assolutamente incomprensibile, oltreché, nei fatti, pesantemente invasiva". "Le notizie 'riservate', non escono mai con le proprie gambe. - aggiungeva la nota FNSI - Ma se si volesse prendere a prestito una espressione del moderno linguaggio politico-giudiziario, si potrebbe dire che si va a cercare presunte colpe, neanche meglio precisate, nell''utilizzatore finale'. Cosi non si può andare avanti. Ai giornalisti è chiesto, tanto più in questa fase di scontro politico e istituzionale dai toni esasperati, di alzare l’asticella della responsabilità, per non fare la fine dei vasi di coccio. Ma occorre misura e rispetto, da parte di tutti". Critica sulla vicenda, per altri profili, anche l'Unione Camere Penali. "Si possono esprimere ampie riserve, non solo estetiche, in merito allo 'scoop', strumentale e bacchettone, del 'Giornale' sulla dottoressa Ilda Boccassini, che segna l'ennesimo episodio di imbarbarimento dello scontro in atto, cosi come si possono anche avanzare fondati interrogativi - afferma una nota della Giunta UCPI - sulla necessita di custodire come il terzo segreto di Fatima gli atti dei procedimenti disciplinari dei magistrati risalenti a trenta anni fa, ma non ci si può esimere dal registrare anche l'inusitato spiegamento di mezzi processuali con cui, ancora una volta, la magistratura reagisce quando viene coinvolto un collega". "Mentre tante Procure leggono sonnacchiose sui quotidiani gli atti dei propri processi, di cui per legge e vietata la pubblicazione, quando viene interessato un magistrato scattano prontamente i sigilli alle stanze di un organo costituzionale e si perquisiscono con altrettanta solerzia quelle di un giornale, anch'esso avamposto del diritto di manifestazione e diffusione del pensiero, difeso dalla Costituzione", commentano i penalisti. "Se ce ne fosse stato ancora bisogno, abbiamo avuto la riprova", conclude la nota UCPI, "di quanto sia discrezionale non solo l'esercizio dell'azione penale, ma anche le sue stesse modalità, con buona pace del principio di eguaglianza che tutti invocano".
“Così strozzano la magistratura”, il titolo di un’inchiesta del “L’Espresso” a firma di Emiliano Fittipaldi.
Raccomandazioni a iosa. Concorsi illegittimi. Promozioni politiche. Familismo esasperato. E pressioni della massoneria... Un giudice del Tar denuncia, con nomi e cognomi, i comitati d'affari del sistema giustizia.
Alessio Liberati è stanco di combattere. Ma ha giurato di non mollare, e con questa intervista sembra volerlo dimostrare a tutti. Per cominciare ai suoi nemici, che ormai sono davvero tanti. Liberati fa il magistrato da dodici anni. Prima in terra di 'ndrangheta, a Locri, dove faceva il giudice penale, poi alla Corte d'appello di Catania. "Oggi lavoro al Tar Toscana, e da due anni sono impegnato nella politica sindacale interna. Ne ho viste di tutti i colori, ho denunciato fatti assai strani agli organi preposti, ma non mi hanno dato ascolto. Allora faccio quello che non ho mai fatto prima: parlare con un giornale". Ora ha deciso di metterci la faccia. Prima ha fondato l'Ami, una nuova associazione che coinvolge, tutti insieme, giudici, pm, magistrati amministrativi e contabili. Ora a "L'espresso" fa una lunga lista di nomi e cognomi, di storture e scorrettezze che, dice, "stanno minando la credibilità dei massimi organi della giustizia amministrativa. Consiglio di Stato in testa". E che pochi vogliono vedere. La battaglia del magistrato inizia nel 2007, quando viene bocciato al concorso per passare dal Tar al Consiglio di Stato: "Ponevo dei dubbi sui titoli di uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, che a mio parere non aveva i requisiti per partecipare al bando. Più una serie di gravi errori procedurali. Ho fatto ricorso, e così è cominciato il mio inferno". Naturalmente si è pensato che avesse vestito i panni del Torquemada solo per ripicca, per vendetta. Ma lui replica così: "Pochi giorni fa è uscita la sentenza del Tar. Che su Giovagnoli non è entrata nel merito, ma ha dichiarato che il concorso è di fatto illegittimo". Il concorso "illegittimo", però, non è stato annullato, e Liberati ha avuto un risarcimento beffa: mille euro. "Ora la palla passa alla presidenza del Consiglio, che potrebbe intervenire facendo chiarezza sul più importante concorso della giustizia amministrativa. Ma da Palazzo Chigi tutto tace". Sarà una coincidenza, ma dopo il ricorso comincia per Liberati una lunga via Crucis. Da accusatore ad accusato. Azioni disciplinari e pressioni non si contano: "Il nostro organo di controllo ha disposto il monitoraggio di tutte le e-mail, in cui denunciavo fatti gravi per verificare se siano lesive del prestigio della categoria. L'ex presidente del Consiglio di Stato Paolo Salvatore ha aperto un procedimento disciplinare contro di me".
I rimproveri, chiamiamoli così, sono tanti: "In primis mi dicono di aver diffuso un verbale non pubblico nel quale un mio collega poneva dubbi sul caso Giovagnoli.
Poi sostengono che abbia diffamato e irriso Carmine Volpe, un magistrato che ha chiesto un'invalidità di servizio per una patologia alla schiena". La storia merita di essere ascoltata. E Liberati la racconta così: "Secondo Volpe, l'ernia gli era venuta perché alzava fascicoli troppo pesanti sul lavoro. L'invalidità inizialmente gli è stata negata, poi lui ha fatto ricorso al Tar che gli ha dato ragione. Io, in un dibattito pubblicato on line su una mailing list dedicata ai giudici amministrativi, mi sono "complimentato" con lui. Visto che avevo scoperto che nel frattempo aveva corso una frazione, tre chilometri, di una maratona di beneficenza". Chissà se si tratta dello stesso Carmine Volpe che qualche tempo fa ha fatto di meglio, chiudendo la mezza maratona Roma-Ostia, 21 chilometri, in un'ora e 44 minuti. "C'è stata anche un'interrogazione parlamentare, ma il governo non ha mai risposto. Il paradosso è che mentre io sono sotto inchiesta per aver denunciato i rischi della giurisdizione domestica (cause di giudici che possono essere decise da colleghi che lavorano nella porta a fianco), Volpe è entrato a far parte dello staff del ministro Raffaele Fitto ed è stato promosso presidente di sezione del Consiglio di Stato".
La terza accusa, così come la racconta Liberati, suona paradossale. Il magistrato ha ricevuto una lettera anonima sulla sua scrivania che parlava, letteralmente, di sentenze truccate, giudici indagati, arbitrati usati come ricompensa e raccomandazioni: "I fatti erano specifici, e ho mandato la missiva al Consiglio di presidenza per eventuali accertamenti. Loro non hanno fatto nessuna istruttoria, ma hanno aperto una pratica disciplinare contro di me. Dicendo che, spedendola acriticamente, ho fatto implicitamente mie le accuse dell'anonimo".
Torna l'accusa di fondo: la sua campagna è mossa dall'invidia perché ha perso il concorso, sostengono i suoi detrattori. Ai quali risponde: "Legittimo pensarlo, per carità. È vero, è andata male, anche se ero primo per titoli. Ma non ce l'ho con nessuno. Chiedo solo trasparenza e chiarezza per uno dei concorsi pubblici più importanti del Paese, per il massimo organo della giustizia amministrativa. Ricordo che sono consiglieri personalità come il ministro Franco Frattini, Antonio Catricalà, Nicolò Pollari".
E allora, visto che c'è, Liberati ne racconta un'altra ancora, quella sul cosiddetto concorso delle mogli: "Qualche tempo fa due colleghi, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti, e Salvatore Mezzacapo hanno partecipato alle nomine della commissione del concorso al Tar a cui partecipavano le rispettive consorti. Sarebbe stato opportuno che i due si astenessero dalle pratiche, e invece hanno partecipato anche alla votazione con cui fu nominato presidente aggiunto del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, presidente della commissione di quel concorso. Le mogli hanno vinto...". Non si tratta di fatti e comportamenti difficili da accertare, eppure tutto tace. De Lise l'anno scorso è diventato presidente al posto di Salvatore. Entrambi sono finiti nel mirino di Liberati, che ne ha pagato il fio. Oltre le tre azioni disciplinari in corso, infatti, contro il giudice rompiscatole ne sono state aperte altre, però rimaste, per sua fortuna, solo sulla carta. Ecco com'è andata.
"Notai che il nome e la corrispondente data di nascita del presidente di un'associazione dei magistrati di Palazzo Spada, Filoreto D'Agostino figurava in un elenco di massoni pubblicato da un sito Web. Ho chiesto così di verificare l'eventuale iscrizione di magistrati alle logge (come si sa, il vincolo di obbedienza che si deve ai "fratelli" è incompatibile con incarichi in magistratura). Anche in questo caso, fatti non difficili da accertare, ma non è successo niente, anzi hanno aperto un'istruttoria contro di me, dicendo che la lettera poteva essere lesiva dell'onore della categoria". Ancora: "Un'altra pratica è stata intentata quando mi accusarono di aver offeso Salvatore e De Lise su Internet. Non so di cosa si trattasse, visto che lo stesso De Lise mi negò l'accesso agli atti. Certo, ho ricordato, nella solita mailing list per addetti ai lavori, che Salvatore è stato indagato nel 2008 per concorso in corruzione in atti giudiziari e abuso d'ufficio. E ho pubblicato le intercettazioni della cricca che riguardavano De Lise. Ma non ho offeso proprio nessuno". Poi non se n'è fatto niente. Nel frattempo esplodeva l'inchiesta su Angelo Balducci e la Protezione civile, e spuntavano i nomi dell'ex presidente del Tar Lombardia Pier Maria Piacentini e dei giudici contabili Antonello Colosimo e Mario Sancetta.
Ormai fedele al suo ruolo, Liberati ha aperto un ennesimo fronte, stavolta con altri magistrati: gli incarichi esterni ("Un consigliere prende in media 130 mila euro lordi l'anno, ma alcuni vi aggiungono lavori extra da decine di migliaia di euro che non sarebbero rimborsabili"), l'assenza di trasparenza, gli arretrati pazzeschi della giustizia amministrativa. E sempre con nomi e cognomi. Accuse fondate? Non dovrebbe essere difficile verificarlo. Intanto però Liberati si sente deluso: " Sto pensando di andare a lavorare all'estero. Ma vada come vada, non potrò esimermi dal fornire alle procure competenti gli elementi che, per difendermi, ho raccolto sui rapporti tra magistrati amministrativi, comitati d'affari, politica e massoneria. Non è coraggio, è la mia coscienza che me lo impone".
I Papponi in Toga. L’appetito dell’ultracasta. I giudici del CSM sono 27 e ci costavano 29 milioni di euro l’anno. Ne hanno chiesti al governo 35 milioni. Far tintinnare le manette conviene, così da un’inchiesta di “Libero”.
L’unico a tirare la cinghia è il suo presidente, Giorgio Napolitano, che per la prima volta nella storia ha ridotto la spesa per il Quirinale. L’esempio del Capo dello Stato non ha contagiato però Nicola Mancino e i giudici che lo affiancano nell’organo di autogoverno della magistratura. Non hanno alcuna intenzione di mettersi a dieta, anzi. Dopo avere sfondato già nel 2008 e nel 2009 le previsioni di spesa costringendo il Tesoro a mettere una pezza da due milioni di euro, ora mettono le mani avanti chiedendo al Governo ben 35,3 milioni di euro contro i 28,6 previsti nel bilancio pubblico.
La cifra poi lieviterebbe di un altro milione e mezzo nel biennio successivo e sarebbe davvero difficile spiegare perché tutte le amministrazioni dello Stato debbono contrarre la spesa pubblica e i giudici no. Anche se raramente una richiesta che arriva dalle toghe viene cestinata da chi la riceve. Un po’ come ha raccontato l’ex democristiano (poi passato al Pdl), Giuseppe Gargani in un suo libro ricordando l’approvazione parlamentare delle due leggi del 1966 e del 1973 che stabilivano gli scatti automatici di carriera e di portafoglio dei magistrati: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». Il costo del Csm riguarda un numero assai più ristretto di magistrati: quelli eletti in consiglio e quelli segretari contabili, ma anche lì la politica non si è mai permessa brutti scherzi. Anche il rigidissimo ministero del Tesoro, poi divenuto ministero dell’Economia, ha chiuso spesso almeno un occhio sui bilanci del Csm, che quasi mai hanno rispettato le previsioni iniziali, sfondando ogni capitolo di spesa, compreso quello tenuto in assai considerazione degli stipendi dei magistrati lì eletti.
È accaduto anche con il
documento contabile ufficiale: quello relativo al 2008 e pubblicato sulla
Gazzetta ufficiale il 14 ottobre 2009. Nicola Mancino & c avevano in budget 5,9
milioni di euro alla voce “spese per compensi e altri assegni ai componenti del
Csm”, e cioè le sole indennità e rimborsi spese per i membri togati e non togati
del consiglio superiore.
Quel tetto di spesa è stato sfondato di 318.776 euro, e a consuntivo se ne sono
pagati 6 milioni e 272 mila euro. Cifra assai simile a quella che spende
l’organo di autogoverno della magistratura per la formazione delle toghe. Una
voce fra le meno sondate e che porta a pagare le spese di convegni come quello
che sui processi in tv (con gettoni di presenza essenziali pagati a Giovanni
Floris o Aldo Grasso) o come quello con protagonisti non troppo diversi (di
scena ancora Floris) su come tenere riservate le indagini durante l’istruttoria:
sono sicuramente i giornalisti gli esperti della materia.
CORTE COSTITUZIONALE E CONSIGLIO DI STATO: ORGANI DI GARANZIA ??
Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari.
Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento".
Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta".
La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra).
Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».
Da “Il Giornale” poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”.
Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina.
Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili».
Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro».
E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili.
Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.
Parliamo ora del Consiglio di Stato e di casta.
Le ovattate stanze di Palazzo Spada ne hanno viste di tutti i colori, così non sorprende che davanti al nuovo scandalo che ha travolto il Consiglio di Stato nessuno abbia fatto una piega. La storia recente è costellata di indagini e manette: nel 2003 un consigliere fu condannato (in primo grado) a tre anni per concussione, nello stesso anno un collega finiva alla sbarra accusato di ricettare tesori archeologici, nel 2007 un terzo membro è stato arrestato per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. I 13 anni che i pm di Milano hanno chiesto per Nicolò Pollari sono stati commentati con un'alzata di spalle, nonostante l'ex capo del Sismi, messo in Consiglio dal governo Prodi, sia stato definito addirittura come il "regista di un sistema criminale" che ha coperto la Cia nel sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar.
Pollari non si è dimesso dall'incarico. Niente di nuovo: persino il presidente supremo Paolo Salvatore, quando nel 2008 finì indagato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, preferì rimanere incollato alla sua poltrona.
Nessuno si sognerebbe mai di lasciare una delle cariche più ambite d'Italia, rifugio dorato per generali, ex ambasciatori, prefetti e trombati eccellenti della politica. All'organo "di rilievo costituzionale", che ha la doppia funzione di dare pareri legislativi al governo e fare da appello al Tar, non è facile accedere: il 25 per cento dei posti è riservato ai vincitori del concorso, stessa quota è appannaggio di Palazzo Chigi, mentre il 50 per cento è destinato ai magistrati del Tar con circa trent'anni di anzianità alle spalle. Una volta entrati nella casta dei consiglieri, il gioco è fatto. È difficile quantificare il loro lavoro in maniera oggettiva, ma quasi sempre chi viene nominato dal governo viene inserito nelle sezioni che danno pareri ai ministeri, mentre sembra consuetudine che i magistrati di lungo corso si dedichino alle sentenze, più delicate.
Il consigliere Antonio Catricalà, di sicuro, se ne sta con le mani in mano. Oggi è ufficialmente presidente di sezione fuori ruolo, ma da tempo immemore non entra a Palazzo Spada, avendo preferito fare il capo di gabinetto, il consigliere giuridico e il segretario generale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Poi capo dell'Authority per la concorrenza e il mercato (Antitrust) e guadagna 477 mila euro annui, a cui aggiunge quelli percepiti come presidente di sezione. Un extra da "ottomila euro al mese", ammette a "L'espresso" con onestà intellettuale. Sembra incredibile ma accumulare due stipendi è un suo diritto. Non solo: chi è "prestato" ad altre istituzioni conserva sia il salario base sia l'indennità giudiziaria, la voce legata ai rischi di essere un giudice. La intasca anche chi, di fatto, fa un altro mestiere.
E dire che ci si rivolge a lui, quale presidente dell'AGCOM, per ripristinare la legalità circa gli abusi di lobby e caste e loro accesso tramite concorsi pubblici truccati. Risposta: siamo incompetenti.
Il doppio trattamento è un privilegio di altri undici "fuori ruolo": da Salvatore Mario Sechi, consigliere del presidente della Repubblica, a Alessandro Botto dell'autorità di vigilanza dei Lavori pubblici, dal vice segretario della presidenza del Consiglio Luigi Carbone al braccio destro del ministro Sacconi, Caro Lucrezio Monticelli. Che spiega: "Prendo 8300 euro netti come consigliere, ma solo la parte accessoria dello stipendio di capo di gabinetto. Quant'è? Circa 4 mila euro netti al mese". Pure Franco Frattini è un consigliere, che non consiglia da un pezzo, visto che passa da lustri da un incarico politico all'altro. Il ministro degli Esteri ha rinunciato allo stipendio parlamentare, ma la carriera "fantasma" a Palazzo Spada continua ad andare a gonfie vele: è stato promosso, due settimane fa, presidente di sezione. Ruolo che farà lievitare la sua busta paga.
Fare un giro nello splendido Palazzo Spada è illuminante. Il Consiglio di Stato è un Eden spesso semivuoto, dove 84 consiglieri (più dieci fuori ruolo) beccano in media 130 mila euro l'anno lordi e i 21 presidenti, quasi un quinto del totale del personale, si intascano secondo dati ufficiali circa 14 mila euro lordi al mese. Gli scatti d'anzianità arrivano puntuali ogni due anni. Un monte stipendi che allo Stato costa oltre 14 milioni l'anno, senza contare le spese per le otto auto blu, a disposizione dei vertici, tutte a noleggio Consip. Macchine, sussurra qualcuno, che spesso fanno avanti e indietro portando solo i documenti che i magistrati firmano da casa: i consiglieri hanno dentro la sede solo un "appoggio" e un armadietto, e spesso lavorano dal loro salotto facendosi vedere solo nei giorni d'udienza. "Palazzo Spada è piccolo", si giustificano. Non è tutto: per far funzionare la macchina circa 25 milioni vanno nella busta paga di 324 dipendenti, un esercito tra dirigenti, distaccati e personale di ruolo. In pratica, l'organismo pesa sulle casse dello Stato una quarantina di milioni di euro, a cui vanno aggiunte le spese di gestione e bollette varie.
Entrare nella casta del Consiglio di Stato attraverso il concorso pubblico è il sogno di molti, e il casting dovrebbe essere davvero accurato. Negli ultimi tre anni ce l'hanno fatta solo in cinque.
Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.
Nel 2008 un consigliere del Tar trombato si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo. Intanto Giovagnoli si è subito iscritto al gioco preferito dei suoi colleghi più anziani, quello degli incarichi multipli: da gennaio fa il dopolavorista come docente per la Ita spa, un'attività da 48 mila euro l'anno. Giuseppe Barbagallo per 30 mila euro lavora invece come giudice all'Organizzazione internazionale del Lavoro, mentre Francesco Bellomo prende 35 mila euro dalla società "Diritto e Scienza a.r.l.". Roberto Chieppa guadagnerà 7.200 euro per 8 lezioni alla Trentino School of Management, Ermanno De Francisco arrotonda di 40 mila l'anno facendo il consulente del dipartimento per gli Affari giuridici.
Paradossali i casi di Umberto Maiello e Francesco Riccio: hanno ruoli interni che per legge gli consentono l'esenzione parziale dal lavoro, ma hanno il tempo per l'attività all'Agcom il primo (35 mila euro per il 2009) e all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori (3 mila euro al mese fino al 2011, poi si vedrà) il secondo.
La lista è infinita, e delle due l'una: o fanno poco a palazzo Spada e hanno molto tempo libero oppure, se dedicano qualche ritaglio di tempo al secondo incarico, le altre amministrazioni pubbliche li pagano assai generosamente. Di sicuro dentro la casta non si dice di no a nessuno. Nemmeno a Carlo Deodato, il capo di gabinetto del ministro antifannulloni Renato Brunetta. Che somma lo stipendio da consigliere, gli 80 mila euro per l'incarico al ministero e i 28 mila l'anno come tecnico di supporto del "commissario straordinario per la gestione dell'emergenza idrica del Simbrivio". L'anno passato aveva garantito, come si legge in un verbale del 9 luglio scorso, "che non avrebbe mai più chiesto ulteriori proroghe". La proroga è stata invece chiesta, votata con scrutinio segreto e, a maggioranza, autorizzata.
PROCESSO AI MAGISTRATI: LA CASTA DELLE CASTE.
Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite.
Fannulloni? Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l'autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato. Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l'hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un'autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. Da una inchiesta de “L’Espresso” si rileva tutto ciò.
I modelli virtuosi. Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento. Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti. Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo. A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l'Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno. Ma anche nel tribunale penale di Roma c'è stata una razionalizzazione.
Profondo nero. E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c'è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c'è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d'appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia. La radiografia della catastrofe è stata presentata dal Ministro della Giustizia. L'arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l'appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini. Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l'appello: il che significa l'impunità assicurata per un'infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano 'tecnicamente inefficienti'. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell'arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?
Senza qualità. Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c'è una massa di magistrati 'senza qualità'. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell'informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato dal segretario di Magistratura Democratica, la corrente 'rossa' delle toghe ma anche quella storicamente più impegnata sul fronte dell'efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio. Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l'allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?
Carriera garantita. Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all'incarico che svolgono. Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l'organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella seguente) sono tra le più alte d'Europa. Il premio c'è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: nell’ultimo anno si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 'puniti' l'anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. "Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo. Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l'indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse". Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano 'Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato'". L’odierno sistema di valutazione ha un solo limite: l'esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale. "In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un'azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici 'laici': "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa. Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell'Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di 'Repubblica'? La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l'arretrato in sospeso è diventata esemplare.
Nei palazzi di giustizia si sente spesso una lamentela, comune tra pm e avvocati. I capi non denunciano i fannulloni. I capi non organizzano il lavoro. I capi non aggrediscono l'arretrato. Quella dei dirigenti è l'altra grande questione, fondamentale per risollevare la produttività. Finora la managerialità non pesava nella designazione: si diventava procuratori e presidenti per anzianità e accordi tra le correnti sindacali.
Il peso dell'arretrato È chiaro, da soli i magistrati non potranno mai risolvere tutto l'handicap. Una ricerca del ministero indica l'impresa come impossibile. Per rianimare le Corti d'appello ci vorrebbero 134 nuovi giudici, tutti Stakanov, tutti preparatissimi e capaci di dare subito il massimo. Senza nuove regole organizzative, però, ogni rinforzo sarebbe inutile. Nella Corte d'appello penale, l'anticamera della prescrizione e quindi la discarica dei processi, servirebbero 32 mesi di lavoro solo per smaltire l'arretrato. Ma con poche regole di buon senso si potrebbe invertire la rotta. Ad esempio la standardizzazione dei fascicoli. Avete mai messo le mani nei faldoni di un processo? Spesso somigliano alle valige di fine vacanza: sciogliendo i lacci esplodono, rivelando una confusione profonda. Quando l'incartamento passa da un pm al suo sostituto, ci vogliono ore solo per trovare il bandolo della matassa. Invece, basterebbero pochi schemi condivisi per non sprecare tempo. Ma la rivoluzione può arrivare anche da un uso integrato dell'informatica: creare procedure a misura di rete. A Milano fino a dieci anni fa nelle udienze civili a turno uno degli avvocati scriveva a mano il verbale. Oggi nella stessa città usando il Web per uno solo dei passaggi del processo civile si sono guadagnati 60 giorni: il decreto ingiuntivo telematico ha fatto risparmiare due mesi di meno ad avvocati, cittadini e tribunale. Cosa ci vuole ad estenderlo a tutta Italia?
Autonomia e corporativismo. Alla politica l'efficienza non interessa. E c'è la resistenza 'culturale' di una parte consistente dei magistrati. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro 'La questione immorale' alle "colpe dei magistrati". Racconta tra l'altro del programma informatico che aveva creato per coordinare le agende dei protagonisti del processo ed evitare quei rinvii che sfiancano la giustizia. Un'iniziativa che invece di procurargli una medaglia venne accolta con disprezzo dal Csm. "Quel programma è ancora lì ma nessuno lo usa. E ho capito che il processo penale è quello che è per via delle leggi stupide, delle leggi ad personam, della carenza di uomini e mezzi, ma anche, e in chissà quale percentuale, per via dell'incapacità organizzativa dei magistrati e dei dirigenti degli uffici".
E ai governi i giudici fannulloni sono sempre piaciuti: "La politica offre uno scambio ai meno produttivi: io non minaccio i tuoi privilegi, tu non minacciare me", sintetizza il professor Guarnieri. Perché un modello di efficacia la magistratura italiana lo ha creato e imposto nel mondo. Una squadra che lavorava sette giorni su sette, con processi avviati in fretta e una percentuale di condanne irripetibile, un elevato livello di informatizzazione e una produttività mai eguagliata. Si chiamava pool Mani pulite. Lo detestavano politici, imprenditori e grand commis. Lo detestava una fetta consistente degli stessi giudici. Ed è proprio per evitare che quel modello venisse riprodotto ancora oggi si varano riforme su riforme, destinate a distruggere ogni speranza di giustizia.
Busta paga togata. Proiezione retribuzione mensile magistrati con le nuove valutazioni quadriennali di professionalità
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QUALIFICHE |
VECCHIE QUALIFICHE |
ANZIANITÀ |
STIPENDIO |
LORDO INCLUSE INDENNITÀ |
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Magistrato ordinario in tirocinio |
Uditore dopo 6 mesi |
1 |
2.037,24 |
3.429,92 |
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Uditore dopo 6 mesi |
2 |
2.037,24 |
3.429,92 |
|
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Magistrato ordinario |
Magistrato di Tribunale |
3 |
2.858,12 |
4.830,06 |
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Magistrato di Tribunale |
4 |
2.858,12 |
4.830,06 |
|
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Magistrato ordinario dalla prima valutazione di professionalità |
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
5 |
3.966,65 |
6.006,30 |
|
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
6 |
3.966,65 |
6.006,30 |
|
|
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
7 |
4.204,65 |
6.244,30 |
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|
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
8 |
4.204,65 |
6.244,30 |
|
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
9 |
4.442,65 |
6.482,30 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
10 |
4.442,65 |
6.482,30 |
|
|
Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
11 |
4.680,65 |
6.720,29 |
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Magistrato di Tribunale dopo 3 anni |
12 |
4.680,65 |
6.720,29 |
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Magistrato ordinario dopo un anno dalla terza valutazione di professionalità |
Magistrato di Corte di Appello |
13 |
5.877,04 |
7.950,53 |
|
Magistrato di Corte di Appello |
14 |
5.877,04 |
7.950,53 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
15 |
6.148,28 |
8.221,77 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
16 |
6.148,28 |
8.221,77 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
17 |
6.419,53 |
8.493,02 |
|
|
Magistrato di Corte di Appello |
18 |
6.419,53 |
8.493,02 |
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Magistrato di Corte di Appello |
19 |
6.690,78 |
8.764,27 |
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Magistrato ordinario dalla quinta valutazione di professionalità |
Magistrato di Cassazione |
20 |
8.074,23 |
10.181,57 |
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Magistrato di Cassazione |
21 |
8.074,23 |
10.181,57 |
|
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Magistrato di Cassazione |
22 |
8.262,01 |
10.369,34 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
23 |
8.262,01 |
10.369,34 |
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Magistrato di Cassazione |
24 |
8.449,78 |
10.557,12 |
|
|
Magistrato di Cassazione |
25 |
8.449,78 |
10.557,12 |
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Magistrato di Cassazione |
26 |
8.637,55 |
10.744,89 |
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Magistrato di Cassazione |
27 |
8.637,55 |
10.744,89 |
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Magistrato ordinario alla settima valutazione di professionalità
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
28 |
10.343,59 |
12.504,25 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
29 |
10.343,59 |
12.504,25 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
30 |
10.563,67 |
12.724,33 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
31 |
10.563,67 |
12.724,33 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
32 |
10.783,74 |
12.944,40 |
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|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
33 |
10.783,74 |
12.944,40 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
34 |
11.003,82 |
13.164,48 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
35 |
11.003,82 |
13.164,48 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
36 |
11.223,90 |
13.384,56 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
37 |
11.223,90 |
13.384,56 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
38 |
11.443,97 |
13.604,63 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
39 |
11.443,97 |
13.604,63 |
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Magistrato di Cassazione F.D.S. |
40 |
11.664,05 |
13.824,71 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
41 |
11.664,05 |
13.824,71 |
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|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
42 |
11.884,13 |
14.044,78 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
43 |
11.884,13 |
14.044,78 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
44 |
12.104,20 |
14.264,86 |
|
|
Magistrato di Cassazione F.D.S. |
45 |
12.104,20 |
14.264,86 |
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|
Magistrato con funzioni apicali di legittimità |
Primo Presidente della Corte di Cassazione |
|
16.628,45 |
18.854,71 |
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio 2009, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana poi si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

Ma per la poltrona le toghe bloccano la giustizia. Giudici contro giudici. Uomini di legge che - forse per la prima volta - si sentono a loro volta vittime di una ingiustizia. Perché non hanno ricevuto il posto che volevano, che forse meritavano, anzi, che certamente meritavano. Oppure - altra ingiustizia! - perché vengono sfrattati dalle poltrone che occupavano da anni, a volte da decenni, e che ambivano ad occupare ancora. Colpa, in ogni caso, del Consiglio superiore della magistratura. Contro le decisioni del Csm piovono centinaia di ricorsi dei giudici che si sentono traditi dall’organo di autogoverno, cioè proprio dall’organo che dovrebbe tutelarne libertà, autonomia, diritti. E che, nel loro caso, ha clamorosamente fallito. Così dicono.
Nella dura lotta tra giudici per le poltrone che contano, è sempre accaduto che qualche magistrato sconfitto imboccasse la strada - consentita dalla legge - del ricorso alla magistratura amministrativa: prima il Tar del Lazio, poi il Consiglio di Stato. Ma ora è diventata moda, alluvione, prassi costante. Non c’è quasi delibera del Csm che non venga impugnata da chi si è visto scavalcare per un posto di procuratore o di presidente di tribunale. Ricorsi, controricorsi, richieste di sospensiva, appelli incidentali, e poi su su fino all’ultimo gradino, la richiesta al Colle, l’istanza al Presidente della Repubblica affinché si scomodi a stabilire chi diamine ha il diritto di andare a dirigere la procura di Dronero o Roccacannuccia. Una montagna di carte e di ricorsi che intasa la già malconcia giustizia amministrativa. Ma, nelle intenzioni dei ricorrenti, tutto questo accade a fin di bene, nell’interesse non tanto del singolo appellante ma in quello superiore della giustizia. In questi giorni il Csm si è dovuto occupare di un’altra infornata di ricorsi. Una lettura istruttiva, quella dell’ordine del giorno. Vi si intravedono drammi di uomini ormai non più giovani, ombre di lotte fratricide, di rancori antichi e nuovi, di manovre correntizie. C’è il giudice Michelino Ciarcià, che fece domanda per presiedere il tribunale di Sciacca, e venne bocciato. Rifece domanda per il tribunale di Gela, e fu bocciato pure lì, e ora impugna tutto quanto. Col giudice Carminantonio Esposito il Csm è stato ancora più spietato: né il tribunale di sorveglianza di Firenze, né quello di Bologna, e nemmeno quello più modesto di Potenza sono stati ritenuti alla sua portata. Poteva Carminantonio Esposito non fare ricorso? Non poteva.
Così, uno dopo l’altro, dal Nord al Sud (soprattutto) i giudici sconfitti si ribellano e nella marea di opposizioni contestano la «discrezionalità» delle delibere pronunciate dal Consiglio superiore della magistratura e gli avanzamenti di carriera che - dicono - terrebbero conto più dell’area politica di appartenenza che del curriculum. E insieme a loro si ribellano quelli che il Csm vuole costringere a lasciare una sedia che occupano ormai da troppi anni. Lo prevede una legge, che - come si è ammesso da destra e da sinistra - ha posto fine al malvezzo di procure e tribunali occupati a vita come satrapie, con i loro titolari che diventavano parte integrante e inamovibile del potere locale. Eppure c’è chi non si rassegna. A volte, si intuisce, perché la poltrona è importante. Più spesso perché lo è così poco da divenire una sinecura. Ci sono giudici che trovano intollerabile l’idea di lasciare dopo anni il tribunale di Oristano, il tribunale dei minori dell’Aquila, una sezione del tribunale di Frosinone. E fanno ricorso al Tar.
Conoscono la legge, e non si arrendono con facilità, a costo di trasformarsi in stakanovisti del ricorso. Il giudice Vincenzo Serpotta, non avendo alcuna intenzione di mollare il posto di procuratore aggiunto a Catania, inanella quattro ricorsi uno dietro l’altro. Il dottor Domenico Platania (che pure vorrebbe andare a fare il procuratore a Ragusa, e per questo ha presentato un altro ricorso) si rivolge addirittura al Quirinale perché nel frattempo il Csm gli vuole togliere la seggiola di procuratore a Modica. E via di questo passo.
Come vanno a finire, questa valanga di ricorsi? Male, quasi sempre. Ma intanto si è prodotta una valanga di carta, si è intasata ancora un po’ la giustizia, e come effetto collaterale si è lasciata ancora un po’ a bagnomaria una sede giudiziaria che magari aspettava da tempo il nuovo capo, che finalmente l’ha visto arrivare e che però non sa se il capo resterà lì davvero o verrà spodestato prima o poi da una sentenza del Tar del Lazio. Una delle cariche più importanti della Repubblica, quella di primo presidente della Cassazione, è rimasta per mesi e mesi in balia dei ricorsi incrociati. E negli ultimi mesi, una dopo l’altra, due poltrone di uffici giudiziari importanti - quella per la Procura generale di Venezia e per la Corte d’appello di Brescia e per un posto di procuratore aggiunto a Catania - sono tornate senza titolare sicuro dopo che il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso degli sconfitti, ha annullato le nomine faticosamente varate dal Csm.
10 giugno 2009. Angelino Alfano, Ministro della Giustizia parla, alla rubrica “Punto di vista” del Tg2 della RAI, di nomine lottizzate ai vertici degli uffici giudiziari; "un planning, all'interno del quale si dice: a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente due procuratori aggiunti da un'altra parte". Parole che provocano una bufera al Csm.
Tre consiglieri di sinistra - i togati Giuseppe Maria Berruti (Unicost), Ezia Maccora (Magistratura democratica) e il laico dei Ds, Vincenzo Siniscalchi - si dimettono dalla Commissione per gli incarichi direttivi, di cui sono stati presidenti, a tutela della "dignità" del Consiglio e ritenendo di essere stati accusati da Alfano del compimento di reati. Un fatto tanto più grave visto che ad accusarli è proprio il "loro" ministro, i cui rapporti con il Csm dovrebbero essere improntati alla leale collaborazione.
Dopo le dimissioni dei tre consiglieri del Csm in polemica con le dichiarazioni del ministro della Giustizia riguardo alla presunta«lottizzazione» degli incarichi, il Guardasigilli Alfano ha precisato: «Lo hanno fatto non dimettendosi dal Csm, ma dalla Commissione incarichi direttivi che a luglio sarebbe scaduta comunque. Mi sto battendo per evitare che i vertici degli uffici giudiziari, cioè i procuratori e i presidenti di Tribunale vengano lottizzati. Cioè non è possibile che si faccia un planning, all'interno del quale si dica : a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente, siccome non ha avuto un procuratore, spettano due procuratori aggiunti da un'altra parte. Questi sono meccanismi che orami sono rifiutati anche in politica. Penso che invece a guidare le procure debbano andare i migliori, senza bisogno di controllare prima di mandarli a guidare un ufficio giudiziario qual è lo spillino della corrente che hanno affisso sulla giacca».
TOGHE MASSONICHE
Può un magistrato venir meno al vincolo di fedeltà giurato, pena la morte, per entrare in massoneria? E quali prove possono addurre quei giudici o pm che affermano di esserne usciti? Qui sentiamo alcuni esperti e passiamo in rassegna le carriere di tante toghe che sicuramente quel patto di sangue lo avevano sottoscritto. Molti sono ancora in servizio. E rivestono ruoli apicali.
Dai tribunali massonici “ordinari” fino alle regole inconoscibili delle Logge coperte o non riconosciute. Con una serie di misteri non ancora svelati.
Che il giuramento massonico non sia uno scherzo, ma un impegno tremendamente serio, lo confermano tanto i diversi testi “sacri” conservati nelle Logge, quanto i massimi studiosi delle regole muratorie, e non solo in Italia.
Qual è, allora, la punizione per chi viene meno?
Stando alle regole ufficiali, esistono tribunali massonici che partendo dal livello regionale, in tre gradi di giudizio, emettono la sentenza. Il peggio che può capitare ad un affiliato di livello medio-basso è il provvedimento di espulsione. E' il caso, ad esempio, delle infinite beghe all'interno del Grande Oriente d'Italia sede napoletana, con tanto di accuse reciproche di furti, appropriazioni indebite, truffe.
Il tribunale massonico è peraltro venuto alla luce nel corso dei diversi procedimenti penali (quelli della magistratura ordinaria, naturalmente) che hanno visto massoni coinvolti, come nel caso della Loggia Spinello.
Tutto questo riguarda i comuni mortali, le decine di migliaia di ragionieri, avvocati, impiegati e funzionari pubblici che troviamo regolarmente negli elenchi. Ma come funziona per i vip, quasi sempre iscritti in logge coperte o, come abbiamo visto, in obbedienze di più recente fondazione ma riconosciute all'estero e comunque avvolte dal più fitto mistero? Cosa succede, insomma, ad un confratello di altissimo grado che viene meno al giuramento? Qual è il castigo per colui che, dopo aver avuto accesso al sancra sanctorum dei segreti - anche personali, giudiziari o economici - dei confratelli, decide di infrangere il patto di sostegno incondizionato ai confratelli o, peggio, di rivelare ciò che ha appreso nelle alte sfere delle super logge?
«In questi casi - spiega un noto consulente delle Procure - non esistono regole conosciute. Ciò che a noi risulta sono solo i giudizi dei tribunali massonici ufficiali». Ed è proprio lungo questo vago confine che si rincorrono le ipotesi - molte presenti anche sul web con tanto di circostanziate ricostruzioni - su alcuni stranissimi “incidenti” o improvvisi e inspiegabili “suicidi” degli ultimi anni. Si tratta, in tutti i casi che qui ricorderemo, di personalità non ufficialmente iscritte alla massoneria, ma sulla cui vicinanza o appartenenza alle Logge sono stati spesso avanzati dubbi.
Cominciamo da Lorenzo Necci che, grazie alla militanza nel Pri - il partito che si richiama al padre della massoneria Giuseppe Mazzini e che contava tra le sue fila il maggior numero di confratelli - e all'amicizia personale con Ugo La Malfa, da figlio di un ferroviere era diventato numero uno delle Ferrovie di Stato, dal cui portone principale era uscito lasciando nelle casse un buco da miliardi di euro. A maggio 2006 Necci muore senza un perchè, in ospedale, dopo essere stato investito dalla Range Rover di un piccolo artigiano locale mentre si recava in bicicletta al campo da golf nella zona di Ostuni, dove trascorreva i week end. Senza che nessuno avverta la necessità di chiedere l'autopsia. Ha portato con sè, fra gli altri, tutti i segreti del colossale buco nero di denaro pubblico denominato “Treno ad Alta Velocità”, che proprio in quegli anni stava arrivando all'attenzione della magistratura.
26 novembre. Siamo sempre nel 2006, anno maledetto. L'imprenditore televisivo Giorgio Panto si leva in volo, come fa abitualmente quasi tutte le settimane, con il suo elicottero verso l'isola di Crevan, nella laguna di Venezia. Un percorso conosciuto a menadito per un pilota, come lui, superesperto. Non ci sono condizioni meteorologiche avverse ma all'improvviso il cielo è squarciato da una fiammata. L'elicottero si schianta in laguna. Perde così la vita l'uomo che aveva osato sfidare il centro-destra italiano. Fino al punto da sancire la vittoria, alle politiche di quell'anno, del centrosinistra di Romano Prodi. Con i 92.079 voti raccolti dalla lista autonoma di Panto, infatti, la destra di Silvio Berlusconi avrebbe ottenuto il premio di maggioranza, vincendo le elezioni. Era vicino alla massoneria, Panto? Non ci sono elementi sicuri per affermarlo. A parte l'amicizia con i redattori della rivista Il Piave, cui collabora regolarmente Licio Gelli.
Meno di un anno dopo - siamo a luglio 2007 - ancora una morte, improvvisa e del tutto inspiegabile, di una personalità molto in vista. Dopo essere rientrato da una mattinata di udienza al tribunale di Prato il re degli avvocati milanesi, Corso Bovio, rientra tranquillamente nel suo studio di via Podgora a Milano. E' di umore normalissimo. Saluta i collaboratori e si chiude nella sua stanza. Pochi minuti dopo si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola in bocca. Questa la versione ufficiale, l'unica, su un caso che avrebbe meritato, per le tante stranezze, ben altri approfondimenti. Era iscritto alla massoneria, il principe del foro Corso Bovio, sui cui manuali hanno studiato intere generazioni di giornalisti italiani? Non appare in alcun elenco ufficiale. Ma di sicuro lo era la sua famiglia, a cominciare dal nonno Giovanni Bovio, illustre giurista e senatore della repubblica, cui è intitolata una fra le più importanti logge del Grande Oriente d'Italia che ha sede a Napoli, la città dove Corso Bovio era nato nel 1948. Difensore di personaggi come Marcello Dell'Utri, Paolo Berlusconi e, più recentemente, Stefano Ricucci, secondo indiscrezioni, pubblicate dal Sole 24 Ore all'indomani della sua scomparsa, Bovio custodiva un archivio “esplosivo”, dal quale sarebbe stato possibile riscrivere la vera storia del capitalismo italiano. Dopo il sequestro da parte della Procura milanese, su quelle carte, da allora, è caduto il silenzio.
Gli italiani lo hanno capito da tempo, a reggere davvero le sorti del Paese non sono né le banche né le istituzioni democratiche e nemmeno la magistratura: sono i massoni - regolari o, quasi sempre, appartenenti a logge coperte - che proprio in quei tre ambiti sono capillarmente infiltrati. A confermare questa consapevolezza arriva, da ultimo, il sondaggio lanciato sul sito della Voce, al quale hanno partecipato 466 lettori: un piccolo ma significativo campione, secondo il quale (56,8%) sono sempre loro, i confratelli, a detenere saldamente le leve del potere. E tutto attraverso quel vincolo di segretezza che, dopo l'iniziazione, si può cancellare solo con la morte.
Lo dicono, chiaro e tondo, le parole stesse del giuramento: «prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra».
Chiaro, no? Come la mettiamo, allora, con quei confratelli che rivestono ruoli apicali in settori nei quali è richiesta la loro facoltà decisionale? Basta insomma, per fare un esempio, che qualche magistrato se la cavi dicendo frasi del tipo «La massoneria? Io l'ho lasciata da tempo...», senza poterlo in alcun modo provare? E come si comporterà se l'imputato - o, più spesso, l'avvocato di quest'ultimo - è un grembiulino come lui?
Cominciamo dal primo quesito. Giuseppe De Lutiis, uno fra i più autorevoli studiosi di eversione e di poteri occulti, consulente di numerose Procure della repubblica, non ha dubbi: «dalla Massoneria si esce solo nel caso in cui si venga espulsi. Altrimenti si rimane “in sonno”, una condizione comunque revocabile in qualsiasi momento». Aggiunge un altro consulente, più volte fin dagli anni ‘80 al fianco dei pm in indagini sulle Logge segrete: «accade con una certa frequenza che un massone in sonno decida di rientrare tra i confratelli attivi, anche perchè spesso la scelta dell'“assonnamento” è dovuta all'assunzione di cariche pubbliche. Il suo ritorno viene vissuto come una festa: non solo non occorre rifare tutti i complessi rituali dell'iniziazione, ma spesso riceve in dono il passaggio ad un grado superiore rispetto a quello che aveva lasciato. Questo indica che dalla massoneria non ci si può “dimettere”: loro lo vivono come un battesimo, che non prevede alcuna possibilità di “sbattezzarsi”».
Tutto ciò riguarda le Logge regolari, con tanto di elenchi depositati, mentre sulle eventuali “norme” vigenti fra i massoni coperti non è possibile azzardare ipotesi. Di sicuro, il giuramento non viene meno nè potrà essere mai svelata l'identità dei confratelli. Quali siano le “punizioni” per chi trasgredisce, si può a questo punto solo immaginarlo.
E' sulla base di questa premessa che siamo andati a cercare chi sono, dove sono ora e cosa fanno alcuni magistrati sulla cui originaria affiliazione massonica non ci sono dubbi. I 37 nomi che qui di seguito proponiamo, infatti, sono presi per buona parte dagli unici elenchi (comprensivi delle Logge coperte) che siano mai venuti alla luce: quelli sequestrati nel ‘92 dall'allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova. Altri nomi li abbiamo invece ricavati dall'elenco ufficiale dei massoni pubblicato nel 2008 dalla Voce, che non include la consistente fascia di vip affiliati ad obbedienze cosiddette “non regolari”, ma assai più potenti e generalmente riconosciute da Logge estere.
Sulla cima della piramide ci sarebbe in questo periodo, per fare un esempio, la “Gran Loggia Italiana Massonica”, i cui adepti, che si definiscono «un gruppo di Fratelli Massoni provenienti da varie Obbedienze, (G.O.I., Piazza del Gesù, Gran Loggia Regolare d'Italia, Gran Loggia Massonica Italiana, Logge di San Giovanni, Gran Loggia della Repubblica di San Marino)», adducono a fondamento della loro scelta la risibile motivazione di poter affiliare anche le esponenti del gentil sesso (facoltà ampiamente prevista da una delle due principali obbedienze regolari, vale a dire la Gran Loggia d'Italia di Palazzo Vitelleschi).
Fondata ad Arezzo nel marzo 2002, la nuova compagine non poteva che essere benedetta da Licio Gelli in persona. Nessun problema, se non fosse per un piccolo particolare venuto a galla in un articolo della Nazione di fine 2006: la donazione fatta dal venerabile e dai suoi confratelli ai poveri del Sacro Cuore di Arezzo. Racconta al quotidiano il parroco, don Angelo Chiasserini: «Quello che valuto è la finalità dell'iniziativa, che è di beneficenza. E' stato Tiberio Terzuoli, gran maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale, a contattarmi, spiegandomi successivamente che all'iniziativa avevano contribuito anche Gelli e Giuseppe Sabato, sovrano della Gran Loggia Massonica Italiana». Che di lì a poco si sarebbe invece ribattezzata Gran Loggia Italiana Massonica.
Ma chi è Giuseppe Sabato il “sovrano”? Non sarà per caso lo stesso rampante manager di Banca Esperia, la holding finanziaria che fa capo a Silvio Berlusconi? Impossibile affermarlo con certezza, visto il segreto assoluto che vige nella neo-Loggia aretina. Di sicuro, però, oggi a dominar la scena sotto i cappucci sono i maghi dell'alta finanza. Come accade a Napoli, dove dominus incontrastato della Loggia Bovio è il commercialista Giovanni Esposito, assurto nell'olimpo supermassonico dell'Arco Reale, rito di York. «Il baricentro - dice ancora il nostro esperto - ai livelli medio-alti si sta spostando dalle Logge coperte a queste consorterie non riconosciute dalle obbedienze tradizionali, ma gemellate con compagini estere come la Loggia Montecarlo, che ha sede nel Principato di Monaco».
Se questi sono ora gli assetti finanziari “globalizzati” dei confratelli, non meno interessante sarebbe definire quali e quanti magistrati vestono oggi il grembiule sotto la toga. Missione quasi impossibile, dal momento che a scoprire le carte dovrebbero essere i loro stessi colleghi, come in perfetto isolamento fece Cordova nel ‘92 e come, intorno al 2000, aveva provato a fare a Napoli un altro pm-coraggio, Luigi De Ficchy, attuale procuratore capo a Tivoli e all'epoca impegnato nell'inchiesta sulla Loggia deviata Spinello, naufragata nelle nebbie della procura capitolina. Mentre i circa mille faldoni dell'inchiesta Cordova marciscono ancora nei sotterranei di piazzale Clodio, a Roma.
E' tradizionalmente considerato l'approdo su cui vanno a dissolversi le inchieste giudiziarie più scottanti, quelli che chiamiamo - e che probabilmente resteranno - i misteri di Stato. E la sua fama leggendaria di porto delle nebbie il tribunale di Roma non ha mancato di alimentarla, con vicende come quelle che hanno investito, per fare solo qualche esempio, magistrati quali il gip Renato Squillante o, anni addietro, il piduista Carmelo Spagnuolo. Ma quali sono realmente oggi gli assetti in quella enclave giudiziaria e, soprattutto, nella sua Procura? A rivelare particolari inediti è il consulente delle Procure Antimafia Gioacchino Genchi, vicequestore, esperto informatico e per anni al fianco dell'allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Le rivelazioni, che emergono dalla sua lunga esperienza sul campo, esplodono nelle pagine del monumentale “Il Caso Genchi” scritto col giornalista Eduardo Montolli edito da Aliberti.
Più volte nel libro ricorre la figura di Giancarlo Elia Valori, potentissimo grand commis di Stato, l'uomo che De Magistris riteneva di aver individuato come il grande vecchio della massoneria transnazionale. Frequentissime le conversazioni telefoniche fra lo stesso Valori ed il procuratore aggiunto della capitale Achille Toro, lo stesso inquirente che decide di non astenersi quando si tratta di sequestrare l'archivio Genchi, benchè nei tabulati delle conversazioni di Valori fosse presente tante volte il suo stesso nome. E benchè - ricorda Genchi - da quei tabulati risultassero le tante telefonate fatte proprio da Toro e dalla sua famiglia all'indagato numero uno di Why Not, l'avvocato di Valori e parlamentare Pdl Gianni Pittella. Valori: l'uomo che aveva ammesso a Palazzo San Macuto di aver presentato il generale Peron a Licio Gelli... Notizie su un altro procuratore aggiunto della capitale arrivano dall'ambiente degli avvocati e riguardano Giancarlo Capaldo. In particolare le attenzioni di alcuni settori forensi si appuntano sulla notizia che l'alto magistrato è fratello di Pellegrino Capaldo, il potente banchiere, vicino all'Opus Dei, da sempre in prima fila per sostenere i politici impegnati nell'operazione Grande Centro per far rinascere una balena bianca di stampo affarista. «Stupisce perciò - sbotta un avvocato - che indagini delicate come quelle sull'Operazione Sofia, finalizzata ad un analogo obiettivo, fossero state affidate proprio al pm Capaldo».
Eppure, provando a scorrere le carriere delle toghe messe a nudo dal mastino di Palmi, Agostino Cordova, più qualche nome venuto fuori in elenchi recenti, le sorprese non mancano. Ecco allora qui di seguito, in ordine alfabetico, alcuni esempi significativi fra i tanti magistrati che avevano giurato fedeltà alla massoneria.
ABBADESSA Lorenzo - Classe 1939, nato a Napoli (dove gli Abbadessa sono conosciuti come influente famiglia di medici), dal 2006 si è iscritto all'albo degli avvocati e risulta avere lo studio a Soverato, perla costiera della provincia di Catanzaro. Con la qualifica di “Magistrato” lo si ritrova invece negli elenchi dei massoni aggiornati a tutto dicembre 2007 e pubblicati dalla Voce nel 2008. Lorenzo Abbadessa è attualmente responsabile, proprio a Catanzaro, della Procura generale della repubblica presso la Corte d'Appello, in via Falcone e Borsellino.
ALIBRANDI Tommaso - Nato a Roma l'8 agosto del 1933, è iscritto negli elenchi ufficiali della massoneria aggiornati a tutto il 2007 con la qualifica di “Magistrato al Consiglio di Stato”. Negli anni ‘90 era stato invece attivo presso la Corte dei Conti. Nel ‘93 il suo nome è fra gli indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla telefonia dal pm della capitale Guglielmo Muntoni (giudice Maria Cordova) insieme - fra gli altri - a Carlo De Benedetti, al costruttore Mario Lodigiani e all'ex ministro Paolo Cirino Pomicino. In quegli anni Alibrandi era stato capo dell'ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali, presidente del Tar della Val D'Aosta nonchè ex “uomo ombra” dell'allora ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì. Di provata fede Pri è anche Alibrandi (già senatore del partito di Giorgio La Malfa), che nel 2003 ritroviamo in pista fra i promotori della resuscitata Voce Repubblicana. Dal 2008 esercita la professione di conciliatore bancario.
ARIOTI Alfredo – Un Alfredo Arioti nato a novembre del 1941 compare con la dicitura esplicita di “magistrato” negli elenchi ufficiali degli iscritti alla massoneria di Perugia a tutto dicembre 2007. Si tratta dello stesso Alfredo Arioti Branciforti presente nell'organico della magistratura italiana come “nato a Palermo il 26 novembre 1941”. Il che risulta fra l'altro dal suo curriculum pubblicato da E-Campus, formazione universitaria a distanza, nel quale viene specificato che «dopo essere stato uditore presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Roma, veniva nominato Pretore in Valle D'Aosta a Donnaz». Nel 1969 «si trasferiva a Perugia, dove svolgeva le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale». Dal 1981 Arioti è «Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Perugia. In tali funzioni esplicava numerose e delicatissime inchieste anche nei confronti di varie organizzazioni terroristiche quali Brigate Rosse, NAR, Prima Linea, Ordine Nuovo, talchè subiva un attentato terroristico, perpetrato da una organizzazione eversiva, concretizzatosi in esplosioni di colpi di arma da fuoco nei confronti della sua abitazione». Al Csm Arioti aveva dichiarato di essersi allontanato dalla Massoneria fin dal 1992, dopo che per ben due volte l'organo di autogoverno lo aveva dichiarato non idoneo a funzioni superiori proprio a causa di quella affiliazione, che gli aveva fra l'altro fatto meritare consistenti avanzamenti all'interno del sodalizio muratorio. Ne dava notizia, nel 2004, il bollettino di Magistratura Democratica, senza peraltro precisare quali prove avesse addotto il magistrato a riprova del suo allontanamento dalla massoneria, visto che il nome compare ancora negli elenchi 2007. Di Alfredo Arioti si sono comunque più recentemente occupate le cronache locali. E' accaduto nel 2008, quando il coordinatore Pdl Fabrizio Cicchitto (piduista) lo voleva come candidato a sindaco di Perugia; poi il diretto interessato preferì restare in magistratura - ci informa la Nazione il 19 novembre - e non se ne fece nulla.
ARMANI Giuseppe - Classe 1937, nato a Reggio Emilia, Armani è ancora presente in quanto “Magistrato” negli elenchi degli affiliati 2007, benchè abbia da tempo lasciato la toga. Il suo nome venne alla luce già col sequestro Cordova nei primi anni ‘90 insieme a quelli di una ventina fra giudici, pretori e pubblici ministeri, tutti poi sottoposti al giudizio del Csm. Dedicatosi in seguito prevalentemente agli studi giuridici, Armani è autore di libri sulla Costituzione in uso negli istituti superiori. Nel 2006 ha pubblicato a Bologna un volume nel quale vagheggia l'idea di un'Italia laica e liberale.
CASOLI Giorgio - Compare negli elenchi 2007 pure Giorgio Casoli di Perugia, nato il 12 settembre del 1928. Anche il suo nome era rimbalzato alle cronache (e al Consiglio Superiore della Magistratura) dopo i sequestri del ‘92. Intrapresa la carriera come pretore ad Assisi e a Perugia, è a Milano come giudice di Corte d'Appello negli anni del terrorismo; passa poi in Cassazione dove diventa presidente di sezione. Di qui comincia anche la carriera politica: sindaco di Perugia dall'80 all'87, lo stesso anno entra a Palazzo Madama col Psi, dove siede nella giunta delle immunità parlamentari e nella commissione giustizia; sarà poi sottosegretario alle Poste nel governo presieduto da Giuliano Amato. Casoli torna alla ribalta nel 1996, quando conferma ai pm milanesi molte delle accuse lanciate dalla superteste Stefania Ariosto, cui è legato da antica amicizia. Soprannominato dagli amici “il Pertini dell'Umbria”, è considerato oggi in area Pd, dopo l'avvicinamento di qualche anno fa al Partito Popolare.
D'AGOSTINO Luciano - La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D'Agostino, classe 1955, è pm a Locri. «Sono sconcertato - dichiara ai giornali - queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Anche nel caso di D'Agostino assistiamo alle affermazioni - peraltro senza prove - su una presunta uscita dalla massoneria, proprio come si fa per dimettersi da un Cral: «prima di prendere servizio a Lamezia Terme avevo scritto alla loggia Luigi Ferrer di Napoli, regolare del Grande Oriente d'Italia, per segnalare che ritenevo l'esercizio di funzioni giurisdizionali non compatibile con l'appartenenza alla massoneria. Da allora non ho avuto alcun rapporto con i massoni». Basta la parola. Sapeva che era una Loggia coperta?, gli chiede il cronista del Corriere della Sera. E lui: «Un grande oratore del GOI ha detto che è una loggia coperta. Nel breve periodo in cui ne ho fatto parte, non lo era». Non riesce a convincere il Csm, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l'appartenenza alla massoneria è lesiva dell'imparzialità dell'ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D'Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l'altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale. Dal 2007 è tornato a Locri, dove attualmente è giudice per l'udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al tribunale di Salerno. L'accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l'affidamento ad una ditta dell'incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D'Agostino era in servizio alla Dda di Catanzaro.
DI BLASI Salvatore - Attualmente giudice al tribunale civile di Milano, Di Blasi era fra le toghe iscritte alla massoneria dell'elenco Cordova. Nel 2001 aveva assunto anche il delicato incarico di presidente di sezione in seno alla Commissione Tributaria della Lombardia. In questo periodo il giudice Di Blasi si sta occupando invece della vicenda Innse, la fabbrica milanese del legno a rischio chiusura.
FRANCIOSI Nicolò - Anche lui presente negli elenchi Cordova del lontano ‘92, oggi il giudice Franciosi, napoletano, classe 1942, è consigliere della Corte d'Appello a Milano. Nel 2003 fa parte della terna giudicante che respinge la richiesta avanzata dai legali di Cesare Previti di ricusazione dei giudici nel processo Imi-Sir. Turbolente le vicissitudini del giudice Franciosi dinanzi al Csm per quell'antica affiliazione: dopo la sanzione disciplinare fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Strasburgo condanna al risarcimento in favore di Franciosi, non il Csm, ma lo Stato italiano, reo di scarsa chiarezza sulle norme che regolano l'appartenenza alla massoneria nel caso di un magistrato. Il Consiglio Superiore, però, nel 2002 respinge la richiesta avanzata da Franciosi di revisione della sentenza di sanzione e, due anni dopo, dice no anche all'inserimento della sentenza europea nel suo fascicolo personale.
LA SERRA Renato - Ecco un magistrato-confratello di cui si sono praticamente perse le tracce. Le ultime notizie che lo riguardano risalgono al 1998 quando, nell'ambito dell'inchiesta a carico dell'ex procuratore generale di Roma Vittorio Mele e del ras della sanità pugliese Francesco Cavallari, vennero a galla i viaggi generosamente offerti dall'imprenditore agli amici in toga, compresa la leggendaria trasferta a Parigi cui prese parte anche l'allora pretore di Trani Renato La Serra. La sua affiliazione alle Logge, emersa negli elenchi Cordova del ‘92, gli era costata, due anni dopo, una sanzione disciplinare dinanzi al Csm.
MAESTRI Angelo Massimo - Classe 1944, originario della provincia milanese, è in servizio alla Corte d'Appello del tribunale di Palermo. Un caso, il suo, analogo a quello di Nicolò Franciosi: dopo la scoperta dell'affiliazione attraverso il sequestro Cordova, riceve la sanzione disciplinare dal Csm, che sarà confermata anche in Cassazione. Nel 2004 la Corte di Strasburgo condanna lo Stato italiano a risarcire Maestri con 10 mila euro. I problemi, nella carriera di Maestri, però, sono stati anche altri: il suo trasferimento da La Spezia (dove era stato per lunghi anni pretore) a Palermo, era stato infatti disposto nel 2001 dal Csm, che lo accusava di aver ricevuto fidi bancari di consistente importo senza garanzie. Situazione che, sommata alle contestazioni per la affiliazione massonica, non solo determinò il trasferimento, ma anche la destinazione dell'ex pretore “ad un organo collegiale”.
MARSILI Mario - Carriera brillantissima per il genero del Venerabile Licio Gelli, del quale aveva sposato la figlia Maria Grazia. Venuto allo scoperto come massone in sonno nella P2 dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, il dottor Marsili si è gettato alle spalle l'onta di quello scandalo, ottenendo perfino una promozione dal Csm (nell'89), fino a balzare nel ruolo apicale che riveste oggi: sostituto procuratore generale al tribunale di Roma. Una Procura del resto, quella di piazzale Clodio, che per anni aveva visto al vertice un altro pisuista di fama, il massone Carmelo Spagnuolo. Prima giudice istruttore ad Arezzo, poi alle sezioni giudicanti del tribunale di Perugia, Marsili ebbe solo un piccolo incidente di percorso nell'84, quando fu sottoposto a procedimento penale dinanzi al tribunale di Verona (per accuse relative alla sua carriera di piduista) e, per questo, gli fu sospeso lo stipendio. In seguito all'assoluzione, riprese la sua escalation nei ranghi della giustizia italiana. Tanto che furono affidate proprio a Marsili le indagini sull'eversione nera di stampo neofascista, comprese quelle a carico di Mario Tuti e l'inchiesta sulla strage dell'Italicus. Come sono andate a finire, lo sappiamo.
MEZZATESTA Michele - No, non era un'affiliazione massonica qualsiasi, quella del magistrato Michele Mezzatesta, nei primi anni ‘90 presidente del tribunale fallimentare di Palermo. Perchè alla stessa Loggia del capoluogo siciliano facevano capo anche fior di mafiosi (fra cui il “ragioniere” di Cosa Nostra Pino Mandalari e Salvatore Greco, fratello del “papa” Michele Greco), politici ed affaristi. “La pietra entra grezza ed esce levigata”, si leggeva all'ingresso di quel tempio, cui gli inquirenti erano arrivati seguendo le tracce di un narcotrafficante agrigentino. La questione si è riaperta in qualche modo nei mesi scorsi, dopo che i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno chiesto all'Aisi, attuale sancta sanctorum dei Servizi segreti italiani, di visionare gli archivi sulla strage di Capaci. In compenso Mezzatesta non figura più nei ranghi della magistratura italiana.
MONDELLO Fabio - Consigliere di Corte d'Appello a Roma, dopo il clamore seguito al ritrovamento del suo nome fra i massoni del sequestro Cordova, nel ‘96 Mondello finisce nuovamente nei guai a causa di un processo che lo vede imputato insieme all'allora presidente di Cassazione Filippo Verde per aver usufruito di viaggi offerti dalla Canon ad alti esponenti del ministero di via Arenula, dove i due magistrati avevano prestato servizio nei primi anni ‘90. Il nome di Mondello rimbalzò contemporaneamente anche nell'ambito di un altro scottante procedimento, quello che vide coinvolto il gip della capitale Renato Squillante e l'avvocato Attilio Pacifico. In seguito alla condanna in primo grado riportata a Perugia per la vicenda Canon, Mondello ha lasciato la magistratura.
MONTI David - Un caso davvero spinoso, quello di David Monti, il cui nome è legato all'inchiesta, condotta quando era pm ad Aosta, denominata Phoney Money ed incentrata su traffici intarnazionali che coinvolgevano massoni, alti prelati e pezzi dello Stato. Correva l'anno 1996 e nessuno si ricordava più che il nome di David Monti era negli elenchi sequestrati da Agostino Cordova. Anche Monti, all'epoca, aveva fatto ricorso alla solita scusa: «la mia iscrizione alla massoneria? Una semplice curiosità giovanile». Sarebbe interessante sapere come ha fatto il magistrato (e con lui diversi altri colleghi) a cancellare il complesso rituale dell'affiliazione ma, soprattutto, a rinnegare il giuramento di sangue fatto dinanzi ai confratelli. Una bella letterina di dimissioni, come al circolo del golf? Di sicuro Monti ha proseguito senza impedimenti la sua carriera nell'ordinamento della magistratura italiana. Ed oggi è gip a Firenze.
MONTI Mauro - Classe 1947, riveste attualmente l'alta carica di sostituto procuratore aggiunto al tribunale di Bologna, la città dove è nato. Dopo la scoperta del suo nome negli elenchi sequestrati da Cordova, di Mauro Monti le cronache non si erano più occupate. Tornano a farlo ad agosto 2009 quando, su richiesta dello stesso Monti, il tribunale accoglie le istanze avanzate in appello dai difensori di Saverio Masellis e Francesco Cardamone, esponenti del clan dei casalesi accusati per aver gestito bische clandestine nel riminese. Risultato: per i due la sentenza di condanna è stata annullata e gli atti tornano al gup.
NANNARONE Paolo - I problemi cominciano fin dall'83, perchè il nome di Nannarone è già lì, negli elenchi della Loggia Propaganda 2, insieme a quelli di altri magistrati. A differenza dei colleghi, Nannarone viene assolto dal Csm. E benchè lo si ritrovi nuovamente negli elenchi Cordova del ‘92, il magistrato continua la sua carriera senza problemi; quello stesso anno presiede al tribunale di Perugia (dove ha svolto la gran parte della sua attività) la Corte d'Appello che proscioglie il finanziere “a un passo da Dio” Pierfrancesco Pacini Battaglia, difeso dall'attuale parlamentare di An Giulia Bongiorno. Nel ‘96 ritroviamo Nannarone a capo della Corte d'Assise chiamata a pronunciarsi sul delitto del giornalista Mino Pecorelli. Ritenuto incompatibile, sarà sostituito dal collega Giancarlo Orzella. Nel 2000, sempre a Perugia, pronuncia una storica sentenza: i clienti delle prostitute non sono punibili per favoreggiamento. Classe 1939, lasciata la magistratura Nannarone è oggi nell'organigramma di vertice della Banca Popolare di Cortona.
PINELLO Francesco - Classe 1932, presidente del Tribunale di sorveglianza di Palermo, nel 2005 fa parlare di sè per il regime di semilibertà concesso al pluriomicida del Circeo Angelo Izzo, tanto che l'allora guardasigilli Roberto Castelli decise di inviare gli ispettori in Sicilia. In precedenza il nome di Pinello era balzato alle cronache negli elenchi massonici del ‘92, che gli costarono un procedimento disciplinare del Csm a suo carico.
PONE Domenico - In quegli elenchi del ‘92 c'era anche Domenico Pone: una cosa da poco rispetto alla scoperta, avvenuta nel lontano 1983, della sua contemporanea affiliazione alla P2, proprio mentre prestava servizio alla suprema Corte di Cassazione. Segretario, all'epoca, di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, Pone rappresenta uno fra i pochissimi casi di magistrati rimossi dall'ordinamento giudiziario per appartenenza alla Loggia fondata da Licio Gelli.
RESTIVO Nicola - E' giudice per le indagini preliminari a Perugia, Nicola Restivo. Una delle ultime operazioni che portano la sua firma risale a maggio 2009, quando convalida il sequestro di biomasse trasportate illecitamente nelle campagne umbre. Nel 2007 un altro blitz, questa volta a carico di operatori assenteisti nella locale azienda ospedaliera. Nel ‘92, quando era procuratore capo a Perugia, il suo nome rimbalzò fra quelli dei massoni nelle liste Cordova. Il che, come abbiamo visto, non ha intralciato la sua brillante carriera.
RINAUDO Antonio - Anche la iscrizione di Rinaudo alla massoneria viene a galla con gli elenchi del ‘92. In servizio a Torino (la città in cui è nato nel 1948) come pubblico ministero, si è occupato dell'ex giocatore della Juve Michele Padovano, sotto accusa per un presunto traffico di droga col Marocco. Nel 2006 le intercettazioni a carico di Luciano Moggi disposte dalla Procura partenopea portano alla luce la frequentazione assidua fra l'ex plenipotenziario del calcio italiano ed il pm Rinaudo, fra cene con signore e scambi di regali natalizi. Ai magistrati napoletani che lo interrogano sulla sua possibile affiliazione alle Logge, Moggi risponderà: «Massone io? Mai»...
ROMAGNOLI Riccardo - E' in servizio al Tribunale civile di Roma il dottor Romagnoli, che a gennaio dello scorso anno ha pronunciato una storica sentenza riguardante Poste Italiane. Nel 1996, a seguito del ritrovamento del suo nome negli elenchi massonici del ‘92, a Riccardo Romagnoli il Csm inflisse la perdita di due anni d'anzianità. Il che scatenò la vibrata protesta del Grande Oriente d'Italia.
ROMANO Guido - E' presidente del Tar della Calabria, il magistrato Guido Romano. La sua affiliazione - il nome era presente negli elenchi del ‘92 - non ha dunque turbato una carriera piena di soddisfazioni professionali. La decisione dell'allora guardasigilli Giovanni Conso di deferire al Csm i magistrati massoni, fra i quali Romano, fu aspramente criticata dal gran maestro Eraldo Ghinoi.
SALEMI Guido - Consigliere di Stato, giudice al Tribunale superiore delle acque pubbliche e componente della Commissione tributaria centrale. Queste le attuali qualifiche di Guido Salemi, che al Consiglio di Stato ha pronunciato nel corso degli anni numerose e rilevanti sentenze. La sua iscrizione in massoneria venne alla luce con gli elenchi del ‘92.
SCARAFONI Stefano - Fra quelle carte c'era anche il nome di Stefano Scarafoni. Romano, classe 1961, all'epoca giudice al Tribunale di Tolmezzo, Scarafoni doveva essersi iscritto giovanissimo alla massoneria. Oggi è in servizio come magistrato fra i più attivi alla sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli.
SERGIO Ferdinando - Il suo nome - al pari di quelli dei colleghi Domenico Pone, Guido Romano e Paolo Tonini - venne fuori in una lettera sequestrata nella villa di Licio Gelli in Uruguay. Dalla missiva emergeva che il venerabile avrebbe finanziato con 25 milioni di vecchie lire la campagna elettorale di quei quattro magistrati, quando nel ‘77 erano stati eletti ai vertici della Anm.
SERIANNI Vincenzo - Originario di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, fino al 2001 è stato presidente di Corte d'Appello a Milano. Presente negli elenchi del ‘92 (quando presiedeva una sezione giudicante al Tribunale di Torino), l'anziano magistrato calabrese, classe 1929, risiede da anni nella zona di Casale Monferrato, dove frequenta il locale Rotary e presiede la Giunta esecutiva alla Camera di Commercio.
SPINA Antonio - Ad aprile ‘95 il Csm gli commina la sanzione disciplinare per l'affiliazione alla massoneria, venuta alla luce con gli elenchi del ‘92, mentre Spina esercitava la funzione di pretore a Sciacca, in Sicilia. Attualmente non risulta presente nei ranghi della magistratura.
TONINI Paolo - Il nome di Tonini era compreso nella lista dei magistrati trovata nella villa sudamericana di Gelli (vedi Ferdinando Sergio). Da tempo Tonini è passato nei ranghi accademici come docente di Diritto processuale penale, che insegna all'Università di Firenze. In tale veste organizza incontri patrocinati dal Csm per la formazione e il tirocinio delle nuove leve in magistratura.
TRAPANESE Mario - A lungo presidente di sezione al Tribunale di Ancona, dopo il ritrovamento del suo nome negli elenchi del ‘92 fu deferito - insieme ai colleghi-confratelli - alla sezione disciplinare del Csm dall'allora ministro Conso. Origini napoletane, l'anziano magistrato si dedica oggi, sempre ad Ancona, a sostenere le sorti di un'associazione benefica, la Lega del Filo d'Oro.
VELLA Angelo - Ha fatto epoca, nel 1990, la decisione di Palazzo dei Marescialli, che aveva bloccato la promozione di Vella a presidente di sezione del Tribunale felsineo per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria. Un parere che scatenò le ire di Francesco Cossiga. Nel 1974 il giudice Vella si era occupato della strage dell'Italicus. In anni più recenti, almeno fino al 2001, è stato membro della Corte di Cassazione.
VITALI Massimo - Era sostituto procuratore a Brescia ai tempi della strage di Piazza della Loggia e proprio a lui, insieme ad altri due colleghi, furono affidate le indagini su una tragica vicenda della quale ancor oggi si cerca una verità. La affiliazione di Vitali alla Massoneria verrà alla luce solo con gli elenchi del ‘92. Cosa fa ora? Classe 1946, originario di Grosseto, Vitali è in servizio. Sempre a Brescia. Come consigliere di Corte d'Appello.
Una annotazione finale: diamo per scontato che tutti i magistrati qui elencati e le centinaia di colleghi iscritti alla massoneria svolgano il loro lavoro con diligenza e professionalità. Quello che il cittadino (vittima, imputato, parte offesa, imprenditore a rischio fallimento) ha il diritto di sapere è che restano legati fino alla morte a quel giuramento. Che la massoneria non è un gioco di società dal quale si esce a piacimento. E che violare quel patto ha significato, per molti, perdere la vita.
TOGHE ASSENTEISTE
Brunetta: «La giustizia? E' una cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati, lavorano poco»
«Non ho nulla contro i magistrati, mi sono anche simpatici», tuttavia «la giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati». Così il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, torna a spiegare la sua proposta di introdurre i tornelli negli uffici giudiziari. Intervenendo a Porta a porta del 27 ottobre 2008, alla quale ha partecipato anche il presidente dell'Anm, Luca Palamara, Brunetta ha spiegato: «I tornelli servono ad una organizzazione scientifica del lavoro, così da misurare la produttività e l'efficienza. È noto che i magistrati lavorano poco. Nei tribunali ci sono caos, confusione e ritardi».
«Non ce l'ho con i magistrati, ma non possono esistere della aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini - dice Brunetta in una lettera pubblicata dalla Stampa - La fine dell'anarchia giudiziaria, dal punto di vista dell'organizzazione degli uffici è solo un primo passo perché i costi della giustizia che non funziona sono insopportabili, sia in termini di spesa pubblica, sia di civiltà collettiva. Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, i cittadini e l'economia del Paese. Abbiamo avviato l’operazione trasparenza sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione.
Come sono andate le cose nel comparto della giustizia? Non lo so, non lo sa nessuno, perché quei dati non sono mai arrivati. Hanno risposto alcune amministrazioni centrali, ma la trasparenza è stata rifiutata dall’insieme degli uffici periferici. Non abbiamo dati relativi alle presenze dei magistrati, ma neanche dei cancellieri e dell’altro personale amministrativo, che sono tutti dipendenti pubblici. Che sia chi amministra la giustizia a sottrarsi alla trasparenza non è un bell’esempio.
I tempi della giustizia italiana (penale, civile, amministrativa) sono scandalosamente lunghi, al punto da esporci a fondati e preoccupanti rilievi internazionali. Una giustizia che viaggia con i tempi italiani non merita di chiamarsi giustizia. Di questo, naturalmente, non portano la responsabilità solo i magistrati, essendoci colpe enormi del legislatore. Ma sono responsabili anche i magistrati. Per esempio: la legge è chiarissima, stabilendo che le motivazioni delle sentenze si depositano contemporaneamente o pochi giorni dopo la lettura del dispositivo, e solo in casi eccezionali entro tre mesi. La regola, di fatto, è che le motivazioni arrivano dopo molti mesi, e talora dopo anni. Nessuno paga, perché i tempi che riguardano i cittadini sono perentori (quindi obbligatori), mentre quelli cui devono attenersi i magistrati ordinatori (vale a dire che sono solo indicativi). Non credo sia tollerabile.
Dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali. Nel solo tribunale penale di Roma quasi l’80% dei rinvii è dovuto ad errori procedurali commessi dagli uffici, il che meriterebbe un serio controllo di produttività, con premi a chi lavora bene e sanzioni per chi lo fa come capita. Ogni volta che si solleva il tema la risposta dei magistrati è: servono più soldi. Ma noi abbiamo più magistrati e spendiamo più della media europea. Spendiamo troppo, non troppo poco, ma spendiamo male, come dimostra il capitolo informatizzazione: ci sono 7000 server al servizio della giustizia (ne basterebbe il 10%) e 169 sale dedicate (ne basterebbero 29). Tutto questo non solo è costato per gli acquisti, ma costa ogni anno, in servizi di assistenza e manutenzione, un occhio della testa. E non funziona, perché la telematica richiede integrazione dei sistemi, non moltiplicazione dei centri autogestiti ed autoreferenziali. E integrazione vuol dire scientificità dell’organizzazione con relative responsabilità manageriali e di gestione che, nei nostri palazzi di giustizia, semplicemente non esistono. Ognuno per sé, magari in buona fede, ma in totale disorganizzazione.»
TOGHE PAZZE
NON ESISTE L'ESAME PSICOFISICO - ATTITUDINALE PER I MAGISTRATI
Perché Berlusconi non può auspicare un esame di idoneità mentale per i magistrati? Perché Veltroni deve ravvisarvi «uno scarso senso dello Stato»? Che risponde, di serio, l’Associazione magistrati?
Una vera risposta non c’è.
In genere si ricorda che viceversa esistono professioni cariche di responsabilità anche mediatica (chirurghi e medici su tutti) ma poi si glissa. Andrebbe rispolverata la casistica raccolta da un ex consigliere del Csm, laddove si ricorda che i magistrati italiani non vengono sottoposti a esami psichiatrici (né prima né durante) come appunto è obbligatorio per altri professionisti.
Se un giudice è pazzo, posto che ce ne si accorga, pazienza: deciderà della libertà altrui.
Nella casistica si raccontava del giudice che si vide respingere una denuncia perché ritenuto infermo di mente: concluse tranquillamente la sua carriera.
C’è il caso del giudice che in piena udienza si alzava gridando «Ho i ceci sul fuoco».
C’è quello fissato sull’incostituzionalità dell’ora legale:andava alle udienze solo in base all’ora solare.
C’è la storia del consigliere d’Appello arrestato perché aveva compiuto atti osceni con un ragazzo adescato al cinema: il Csm lo prosciolse riconoscendogli una totale incapacità di intendere e di volere, ma riprese servizio.
Volersi occupare di questo tuttavia ha già pronta l’accusa: vogliono chiudere i giudici in manicomio. Basterebbe a casa loro.
Ci sono pazzi e pazzi, anche tra i magistrati. Come scrive Filippo Facci sulla casta in toga che, a differenza di altre caste, sfugge all’esame dell’idoneità mentale, di casi psichiatrici ve ne sono svariati oltre a quello citato nella rubrica: dal giudice che abbandona l’aula perché «signor presidente, ho i ceci sul fuoco» e che giudica incostituzionale l’ora legale, al consigliere d’appello sorpreso nel bagno di un cinema a fare sesso con un ragazzo ma assolto dal Csm perché ha sbattuto la testa sulla porta della toilette «e ciò lo avrebbe reso - scrive Mauro Mellini nel libro La fabbrica degli errori edito da Koinè - per un certo tempo incapace di intendere».
È di qualche giorno addietro la storia del giudice di La Spezia indagato per aver tagliato le gomme all’auto di una collega per questioni di parcheggio: un po’ come quel pretore di Nicosia che litigò coi carabinieri per il «posto riservato» ai magistrati, che in realtà non esisteva. Sempre in Liguria, anni fa, due magistrati finirono sotto accertamento per il tiro al bersaglio, con rivoltelle, sui fascicoli riposti in archivio. Quanto ai pm «pistoleri», le cronache rimandano a due episodi: un gip arrestato in Sicilia per aver fatto sparare a un professore universitario reo d’aver bocciato la nipote quattro volte di seguito e un pm di Milano «ammonito» per aver estratto minacciosamente la Beretta in faccia a un avvocato e per aver sparato in aria al culmine di un litigio nel traffico.
Uno, dieci, troppi casi. A un sostituto sono stati contestati atti di libidine su un handicappato mentre un giudice marchigiano, senza motivo, non si è recato in tribunale per tre mesi, finendo con l’essere dichiarato incapace di intendere e di volere. In Calabria un giudice ha picchiato e insultato un guardalinee in un campionato dilettanti, un altro è stato beccato mentre tirava calci in una serie minore sotto falso nome perché colpito da squalifica per ingiurie. Tra i casi celebri - alcuni riportati ne La giustizia dimenticata di Massimo Martinelli, di prossima uscita con Gremese - quello della donna in toga sorpresa a fare regate transoceaniche nonostante fosse in congedo per malattia: «Le ferie erano concordate. E il ritorno mediatico che c’è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura».
Scalpore fece la storia di quel giudice accusato di eccesso di retorica nei dispositivi delle sentenze: i riferimenti andavano da Virgilio a Polifemo, dal mago Houdini a Kafka, da Cicciolina a Montesquieu passando per Aristotele, Bach, Madonna (la popstar), la legge delle dodici tavole e buon ultima la Sibilla Cumana. La denuncia al Csm parlava di motivazioni infarcite di citazioni stravaganti e bizzarre, spesso al limite del grottesco, ritenute «superflue, non pertinenti». Un magistrato di Rimini ha prodotto un’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale a forma di piece teatrale. La stravaganza non è estranea nemmeno alla toga di origini sarde che, per fare un dispetto ai colleghi, ha imbrattato con «abbondanti strisciate di Nutella» le pareti del bagno dell’ufficio. Ammonito. Il Csm si occupò anche di un giudice pugliese accusato di ossessionare con le sue avances segretarie e cancelliere del tribunale. E un’eccessiva inclinazione per i piaceri della carne costò il trasferimento per incompatibilità ambientale a una toga marchigiana accusato di perseguitare l’amante e suo marito, arrivando a dichiarare la sua relazione extraconiugale in diretta tv.
C’è poi il pretore piemontese che, stando al Csm, finì sospeso perché «pronunciava a breve distanza di tempo sentenze radicalmente contrastanti sul medesimo oggetto del contendere» con «motivazioni emozionali e metagiuridiche». Pescando a caso spunta l’incredibile vicenda del magistrato chiamato dal Csm a giustificare comportamenti «confusi e deliranti». L’interessato affida la sua difesa a 13 cartelle scritte in stile Ionesco. Un passaggio: «Sentivo l’incombenza di un pericolo che soverchiava il mio destino (di coda di lepre da buttare innanzi alla muta), e toccava la sicurezza dello Stato... mancai poi il suicidio, giacché caddi sui piedi. Tornai così in servizio con nuove funzioni». Il Csm decise di non decidere. Il magistrato restò in servizio, anni dopo si tolse la vita. E che dire di quel pm di Ancona che per dimostrare la sua tesi accusatoria è arrivato a sottoporre a «seduta ipnotica un testimone al fine di recuperare ricordi rimossi». Poi capita che la politica parli di toghe impazzite e di test. C’è chi scomoda Woodcock, il pm dei vip, e come Gasparri di An finisce in tribunale. E chi come Andreotti è stato perseguito per aver dato del folle al magistrato Mario Almerighi: «È pazzo, dica quello che vuole, mi procura solo divertimento».
TOGHE CORPORATIVE
CSM, 1.282 GIUDICI SOTTO PROCESSO
È il numero dei procedimenti disciplinari in 10 anni. 290 condannati, 156 dimessi prima della sentenza.
I numeri: oltre mille segnalazioni all’anno contro i magistrati alla Procura generale della Cassazione. Solo il 10% va alla disciplinare.
Le accuse: molti giudizi sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti. Poi ci sono i comportamenti delle toghe.
C’è qualche nome noto, coinvolto nelle più recenti burrasche giudiziarie, come Luigi de Magistris (condannato) e Henry John Woodcock (assolto). E qualche altro meno noto ma importante (procuratori in carica, giudici di processi delicati o che hanno appassionato l’opinione pubblica), molti dei quali assolti, ma alcuni condannati; per esempio i magistrati del tribunale di sorveglianza di Palermo che concessero la semilibertà al «mostro del Circeo» Angelo Izzo facendolo tornare a Campobasso dove uccise di nuovo, ai quali è stato inflitto un «ammonimento ».
Infine c’è un elenco di nomi quasi mai balzati all’onore (o al disonore) delle cronache.
E’ il piccolo esercito di toghe finite sotto processo davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: il «tribunale» che giudica gli illeciti commessi al di fuori di eventuali reati. E’ l’organo di giustizia interno all’ordine giudiziario e al suo autogoverno, spesso finito a sua volta sotto processo perché di manica troppo larga.
L’idea che le toghe si autoassolvano fa ormai parte del «comune sentire» anche se i magistrati (ma pure qualche osservatore esterno) la considerano soprattutto un luogo comune. Fatto sta che un diverso sistema, come la collocazione della Disciplinare fuori dal Csm, è uno dei temi sul tavolo quando si parla di riformare la giustizia, come di questi tempi. E scavare tra qualche cifra può forse aiutare a comprendere il problema.
Fino alla riforma varata nel 2006, che comincia a far vedere i suoi effetti soltanto adesso, doveva andare sotto processo disciplinare (avviato dal procuratore generale della Cassazione o dal ministro della Giustizia) «il magistrato che manchi ai suoi doveri o tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario ».
Formula forse troppo vaga che però, con un andamento un po’ ondivago da un anno all’altro, nell’ultimo decennio 1998-2007 ha portato davanti alla Sezione del Csm 1.282 magistrati (punta massima nel 2006, 153, e minima nel 2007, 87) su un numero complessivo di toghe italiane che oggi è arrivato a 9.000; ma bisogna tener conto dei casi in cui uno stesso giudice o pubblico ministero è stato giudicato più volte.
Degli oltre 1.200 casi giudicati, i condannati sono stati 290 (in media 29 all’anno), cioè il 22 per cento. Ma in questa valutazione bisogna considerare un altro dato: i 156 «imputati» che hanno abbandonato l’ordine giudiziario prima della sentenza, interrompendo così il procedimento. Comunque la percentuale dei condannati è quella, mentre la media dei colpevoli nei processi penali dopo i tre gradi di giudizio arriva a circa il 40 per cento.
Le sanzioni inflitte dalla Disciplinare vanno dalla più lieve (l’ammonimento) alla più grave (destituzione dall’ordine giudiziario) passando per misure intermedie come la censura e la perdita dell’anzianità.
La maggior parte delle condanne sono alla pena minima, ma il consigliere «laico» dell’attuale Csm e della Sezione disciplinare Michele Saponara commenta: «Anche sanzioni lievi, o addirittura certe assoluzioni, pesano sulla carriera del magistrato perché finiscono nel fascicolo personale e vengono considerate quando c’è la valutazione di professionalità per le promozioni o altro. Quindi un semplice ammonimento può avere conseguenze pesanti per chi lo subisce».
Saponara non è un «laico» qualunque. E’ un avvocato che ha dato battaglia in processi movimentati (difendeva Previti nei dibattimenti «toghe sporche», coimputato Berlusconi) ed è stato parlamentare di Forza Italia. Non può essere sospettato di «tenerezza» nei rapporti con i magistrati, e dopo due anni passati a giudicare le toghe spiega: «Direi che il funzionamento è fisiologico, e sinceramente non vedo grosse storture nel sistema. Certo, si può pensare come sostiene qualcuno di aumentare la componente "laica" rispetto a quella "togata" (attualmente è di un terzo, 2 su 6, secondo la proporzione che la Costituzione stabilisce per il Csm), ma non cambierebbe molto. Spesso mi ritrovo ad essere il più buono al momento del giudizio, perché conosco il sistema giudiziario e mi rendo conto che ci sono molte componenti dietro il comportamento di un magistrato incolpato». I numeri di coloro che finiscono sotto processo disciplinare (e quel 20 per cento o poco più di condannati) sono il risultato di un lavoro che parte da cifre molto più vaste. Ogni anno alla Procura generale della Corte di Cassazione, il «motore» dell’azione disciplinare verso i giudici, arrivano oltre mille segnalazioni; dagli uffici giudiziari (con la riforma i procuratori generali locali sono obbligati a segnalare gli eventuali illeciti, pena finire loro stessi sotto procedimento disciplinare, dal ministero all’esito delle ispezioni, da semplici cittadini. E ancor più ne vengono «lavorate», scartando quelle infondate o da archiviare dopo una semplice istruttoria. Nel 2007 ne sono arrivate 1.307, ne sono state definite 1.479 (smaltendo un po’ di arretrato) e alla fine è stata esercitata l’azione disciplinare davanti al Csm solo in 103 casi. Nel 2008,(secondo i dati del 15 dicembre), sono state definite 1.457 posizioni (su 1.361 sopravvenute) e s’è avviato il procedimento per 99 magistrati.
«La Disciplinare è uno dei cardini dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura — spiega il sostituto procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, che ne ha fatto parte da "togato" del Csm — giacché è preposta non solo a giudicare la deontologia e sanzionare comportamenti scorretti, ma anche a garantire i singoli magistrati da iniziative infondate. Il problema, semmai, è che nel settore disciplinare finiscono problemi che hanno a che fare con la valutazione della professionalità, dove ci sarebbe molto da innovare».
Buona parte dei giudizi davanti al Csm sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti, (ritardi, spesso, pretestuosamente giudicati fisiologici dalle toghe per le difficoltà strutturali degli uffici giudiziari). Ma le più recenti sentenze hanno stabilito una soglia di quei ritardi, oltre la quale la sanzione arriva anche se non viene acclarata l’indolenza del magistrato.
Poi ci sono i comportamenti, dentro e fuori i processi, sanzionati secondo un elenco di casi espressamente previsti dalla legge del 2006, con la «tipizzazione» degli illeciti. «Forse questa riforma— dice Elisabetta Cesqui, componente "togata" del Csm per Magistratura democratica, nonché membro della Disciplinare—ha lasciato scoperte delle aree di comportamenti che invece andrebbero sanzionati, ma è ancora presto per valutarne gli effetti. Conviene sperimentarla. Non si può dire che quello attuale sia un sistema che funziona alla perfezione, ma per lo meno è trasparente rispetto ad altri casi di giustizia domestica. E che sia domestica, nel nostro caso, lo stabilisce la Costituzione. A volte si commette l’errore di caricare il settore disciplinare di troppe attese, dovute al mancato funzionamento della responsabilità civile del giudice e di altri problemi che invece dovrebbero trovare soluzioni nei meccanismi della giustizia ordinaria».
Questo è lo scandalo maggiore in Italia. Non è possibile che un magistrato giudichi in modo esclusivo un collega per abusi od omissioni, insabbiamenti od accanimenti giudiziari. Ogni avvocato è a conoscenza dell’esito scontato degli esposti rivolti al CSM in riferimento al comportamento irrituale adottato da alcune “toghe” locali, come lo è per le denunce penali presentate presso i colleghi degli stessi. Esposti e denunce non scevri di ritorsioni. Per questo è indispensabile una figura istituzionale di tutela dei diritti del cittadino. Istituzione con poteri giudiziari, che non sia un magistrato. Con la nuova Istituzione, saranno sempre i magistrati ad indagarsi ed a giudicarsi, ma, intanto, il “DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO” verifica ogni atto adottato nel procedimento contestato dal cittadino, controllando se l’atto stesso sia stato attinente alla legge. Se così non fosse, il procedimento contestato con i rilievi sollevati passerebbe alla competenza di altro distretto giudiziario.
Caso esemplare per dimostrare l'opera di insabbiamento di una categoria che si eleva al di sopra della legge, rendendosi impunita ed immune.
Giudice del tribunale di Milano sorpreso a fare sesso con un quattordicenne nella toilette di un cinema: assolto perché tre anni prima aveva sbattuto la testa. No, non c’è niente da ridere. Di questi tempi, con un premier indagato a Milano per sfruttamento della prostituzione minorile senza che vi siano agli atti prove certe di un suo rapporto intimo con una diciassettenne, occorre ripensare a certe storture della giustizia. Ecco perché alcuni componenti del Csm hanno sentito il bisogno di rispolverare a “Il Giornale”, a firma di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica, una storiaccia a luci rosse su un magistrato milanese sporcaccione. Gli atti dei tre gradi di giudizio del processo a carico di un ex giudice di corte d’appello e gli approfondimenti svolti dal giornalista Stefano Livadiotti (nel libro scritto nel 2009 «Magistrati l’ultracasta») e prim’ancora dall’ex parlamentare radicale Mauro Mellini (nel pamphlet «il golpe dei giudici») ci consegnano uno spaccato indecente della casta in toga. La vicenda si sviluppa lungo un quarto di secolo, partendo dalla metà degli anni Settanta. La toga in questione si ritrova in un cinema di periferia della Capitale. Per sua sfortuna, in sala, tra gli spettatori, c’è un poliziotto fuori servizio che si precipita nella toilette quando sente urlare «zozzone, zozzone». Era successo che la «maschera» aveva sorpreso il giudice e il ragazzino chiusi in bagno. Quest’ultimo, preso a verbale, confermerà le avances dell’adescatore che, a suo dire, si era avvicinato alla sua sedia, gli aveva sfiorato i genitali riuscendo successivamente a convincerlo a procedere oltre in bagno, in cambio di denaro. E qui, stando al processo, si sarebbe consumato un rapporto orale. Il giudice finisce dritto in cella. Nega ogni addebito, ma finisce alla sbarra per atti osceni e corruzione di minore. Contestualmente la Disciplinare del Csm che lo sospende dalle funzioni. La condanna, a sorpresa, è però di lieve entità: un anno appena. «Atteso lo stato del costume» l’approccio sessuale viene considerato dai giudici solo «contrario alla pubblica decenza». In appello il reato diventa «atti osceni». Ma poiché - scrive Livadiotti - il primo «approccio col ragazzino è avvenuto nella penombra e l’atto sessuale si è poi consumato nel chiuso del gabinetto» i giudicanti del giudice imputato arrivano a sostenere che «il fatto non costituisce reato». Il Nostro viene condannato ad appena 4 mesi, ma la Cassazione lo premierà ancor di più annullando la sentenza «senza rinvio», limitatamente al delitto di corruzione di minorenne «a seguito dell’estinzione del reato in virtù di sopravvenuta amnistia». Il Csm si adegua alla Supreme Corte revocando la sospensione dal servizio. Ma la sezione Disciplinare, guidata dal numero due di Palazzo dei marescialli, Vincenzo Conso, è pronta al miracolo. Durante l’istruttoria si fa presente che il medico curante del giudice ha sostenuto di aver sottoposto la toga imputata a intense terapie... tre anni prima «a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto del capo contro l’architrave di una bassa porta. Si trattava di ferite trasversali da taglio all’alta regione frontale» dice il sanitario. Tre anni prima? E che c’entra con quanto avvenuto tre anni dopo? Non è chiaro nemmeno perché sia stato chiamato a testimoniare un notaio la cui sorella era stata la dolce metà del giudice: «Il loro fidanzamento è stato ineccepibile dal punto di vista morale». Per i più che comprensivi componenti del Csm, infatti, «ciò che colpisce e stupisce, in questa dolorosa vicenda, è che l’episodio si staglia isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intere esistenza fatta di disciplina morale, studi severi, impegno professionale». Isolato ed estraneo. Per cui le spiegazioni di quel rapporto orale sono due: un raptus o una devianza sessuale. Si propende per la prima ipotesi, anche perché, prendendo a prestito quanto riferito dagli psichiatri, «l’episodio in esame non solo costituisce l’unico del genere ma esso, anzi, ponendosi in contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici» che iniziati tre anni prima «si trovano in piena produttività» tre anni dopo. Traducendo: la vecchia botta in testa, con un ritardo di oltre mille giorni, è stata fatale. «Ha svolto un ruolo di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità - osserva il Csm - fino all’organizzazione della sindrome nell’episodio de quo». Il giudice è diventato scemo in ritardo e solo per un po’, perché è subito tornato normale. «Proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco dai fattori contingenti e condizionanti - prosegue il Csm - hanno favorito il completo recupero della personalità nella norma, com’è testimoniato dai successivi 8 anni di rinnovata irreprensibilità». S’è trattato di un banale incidente di percorso. L’imputato può tornare a giudicare? Certo. Perché «trattasi di episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità». Il giudice sporcaccione va assolto. Non è punibile, udite udite, perché ha agito «in stato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto». Transeunte. Dopodiché è tornato sano come prima, ha ripreso servizio, e stando a quanto racconta l’ex radicale Mellini «è stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di Cassazione conseguendo però tale qualifica con un ritardo di molti anni». Ciò ha comportato un cumulo di scatti d’anzianità sullo stipendio di consigliere d’appello. E per il «principio del trascinamento» il giudice si è ritrovato «a portarsi dietro, nella nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto grazie a tali scatti e a essere quindi pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali. Questi ultimi, grazie al principio del galleggiamento, hanno ottenuto un adeguamento della loro retribuzione al livello goduto dal giudice». Fatti due conti, l’onere per lo Stato di questo «marchingegno» ha sfiorato i 35 milioni di euro di oggi. Tanto è costato l’incontro nel wc, transeunte parlando.
OMESSE LE INFORMATIVE AL CSM CONCERNENTI I PROCEDIMENTI PENALI A CARICO DI MAGISTRATI
INFORMAZIONI CONOSCIUTE DALLA STAMPA
(CSM. Circolare n. 13682 del 5 ottobre 1995)
Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 28 settembre 1995, ha approvato la circolare in oggetto, che di seguito si riporta:
“Con deliberazione n. 151/91 in data 13 gennaio 1994 il Consiglio Superiore della Magistratura ha richiesto ai Procuratori Generali ed ai Procuratori della Repubblica:
a) di dare immediata comunicazione al Consiglio, con plico riservato al Comitato di Presidenza, di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio;
b) prescindendo dall’obbligo di informazione previsto dall’art. 129 disp. att. c.p.p. di informare di loro iniziativa il Consiglio, oltre che dei fatti cui il procedimento si riferisce e del suo inizio, anche del suo svolgimento, nelle varie fasi e nei diversi gradi, salvo che sussistano e vengano comunicate ragioni che possono rendere inopportuna la immediata comunicazione, per il positivo sviluppo delle indagini e/o per la sicurezza delle persone;
c) di trasmettere di loro iniziativa i provvedimenti più rilevanti e quelli conclusivi nelle diverse fasi e nei vari gradi dei procedimenti e dei processi a carico di magistrati.
Con la deliberazione in data 17 maggio 1995, concernente lo svolgimento di ispezioni ed inchieste ministeriali, il Consiglio ha ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità in linea di principio del segreto investigativo e della rimessione alla valutazione del magistrato procedente della sussistenza di specifiche ragioni per il mantenimento del segreto anche nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza.
Si sono dovute constatare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni ed il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione della indagine preliminare.
Quasi mai gli uffici del pubblico ministero provvedono ad una informativa sui fatti cui il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi delle fasi e gradi del procedimento, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi di indicazioni utili al Consiglio.
Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano nel medesimo tempo fatte ai titolari della azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l’esigenza di pronta informazione del Ministro di Grazia e Giustizia e del Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione.
Tale stato di cose impedisce al Consiglio di svolgere le proprie funzioni e si traduce in uno spreco di attività di comunicazione, richiesta, sollecitazione, ecc..
8 ANNI PER LE MOTIVAZIONI: IL CSM NON SOSPENDE PINATTO.
IL PG DI CALTANISSETTA, BARCELLONA: "SONO ESTEREFATTO".
La decisione del Csm di non sospendere in via d'urgenza il giudice Edi Pinatto, il magistrato che ha impiegato otto anni per depositare le motivazioni della sentenza del processo di mafia "Grande Oriente" quando era in servizio al Tribunale a Gela, lascia "allibito ed esterrefatto" il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, perché, spiega il magistrato, il "corporativismo non può arrivare fino a questo punto" e "non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
"È dal 2002, da quando sono scaduti i termini per la presentazione della motivazione di quella sentenza - afferma il Pg Barcellona, competente sui giudici di Gela, in un'intervista, che scrivo continuamente al Csm, chiedendo provvedimenti disciplinari nei confronti del giudice Pinatto.
Una lettera all'anno per sei anni, e per sei anni il Consiglio superiore della magistratura mi ha puntualmente risposto che avrebbe provveduto e invece...". "E invece - aggiunge il Pg Barcellona - siamo qui a distanza di sei anni dalla prima lettera ad assistere ad una decisione, come quella di venerdì scorso, che lascia allibiti ed esterrefatti.
Il corporativismo del Csm non può arrivare fino a questo punto. Non si può soprassedere a colpe e responsabilità ben chiare".
IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI
Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata. Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.
Scherzi della politica e dell’informazione: ipocriti e codardi. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si era mossa foglia. Ogni tentativo era andato a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che avevano il comune obiettivo di abbattere Berlusconi. Ricordate? Toccare i giudici era considerato un attentato alla Costituzione. Poi all’improvviso, quando meno te lo aspetti, cioè il 2 febbraio 2012, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. L’idea, cioè l’emendamento alla legge comunitari 2011, è della Lega, ma coperti dal segreto l’hanno sostenuta in massa a destra come a sinistra, come probabilmente addirittura da alcuni esponenti dell’IDV. Quei furbetti del governo Monti, per bocca del Guardasigilli, hanno fatto la parte degli indignati perché anche a loro i pm fanno un po’ paura. Prima hanno chiesto al parlamento di votare contro. Poi, smentiti dalla loro maggioranza Pd-Pdl, si sono augurati, sempre per bocca della ministra della Giustizia Severino, che il Senato bocci la legge. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente dal governo dei professori e da una parte della sinistra che dopo averli usati in chiave antiberlusconiana adesso li scarica. Ma hanno poco da urlare, le toghe. Non si capisce perché possano essere toccati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non i loro. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 avevano (invano) deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori e per dolo o colpa semplice. Sulla responsabilità civile la Camera vota in linea con l'Europa, facendo passare un emendamento della Lega che prevede la possibilità di fare ricorso contro giudici solo nel caso agiscano con dolo o colpa grave. Una posizione sacrosanta, che garantisce il giusto processo e tutela i cittadini e, questa l'indicazione dei vertici Ue, può sanare un grave difetto di sistema della giustizia italiana che allontana gli investitori stranieri. Ecco perché migliorare il processo civile può significare più competitività e non solo più "civiltà" (basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, senza contare gli errori giudiziari.
Sì alla responsabilità civile dei magistrati. La Camera ha approvato l'emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini votando contro il parere del Governo. A scrutinio segreto voluto dalla Lega, l'emendamento è passato con 264 sì e 211 no. Immediata la reazione delle opposizioni. Il leader Idv Antonio Di Pietro ha invocato il ricorso ai "forconi" da parte degli italiani, mentre il futurista Italo Bocchino ha definito il voto di Montecitorio "la vendetta della Casta" nei confronti della magistratura. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati ha usato toni assai aspri criticando la decisione dei deputati.
Si sa. In Italia i magistrati dovrebbero applicare la legge, e spesso non ci riescono, ma vorrebbero anche emanarla.
Cosa dice l'emendamento - La norma prevede che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave (non semplice colpa come per i comuni mortali, compresi i medici, gli ingegneri, ecc.) nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto". "Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto - si legge nel testo presentato dal deputato Pini - deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonchè se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea".
Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, semmai si acclamerà l'errore da parte di un suo collega (sic), mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.
Solo 4 condanne - "Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici", ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave. "Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte".
La posizione del governo - Il governo, come scritto, si era detto contrario all'emendamento leghista ribadendo però "l'impegno ad affrontare il tema della responsabilità dei magistrati nel quadro di una discussione organica ed in tempi rapidi, in una logica di insieme nella debita sede e in maniera organica". Lo ha ribadito il ministro per le Politiche comunitarie Enzo Moavero prima del voto, spiegando che "la legge comunitaria mal si presta ad affrontare tematiche di respiro più ampio rispetto al mero recepimento di normative. La sentenza della Corte di Giustizia Ue richiamata dall'emendamento - ha aggiunto - si riferisce a questioni di diritto europeo".
Con l’approvazione dell’emendamento è finita con Antonio Di Pietro a gridare contro una «maggioranza trasversale piduista» e l’Associazione nazionale magistrati a denunciare una «norma incostituzionale» contro la quale il sindacato delle toghe è pronto alle «più estreme forme di protesta». A partire dallo sciopero. A far infuriare l’ex pm e l’Anm, il via libera dell’Aula di Montecitorio all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile dei magistrati modificando la “legge Vassalli” del 1988, che finora ha consentito al cittadino, in caso di errore grave delle toghe, di rivalersi esclusivamente sullo Stato. I sì sono stati 264, i voti contrari si sono fermati a 211. Uno l’astenuto: l’ex ministro prodiano Giulio Santagata (Pd). Un esito che ha scatenato la caccia al franco tiratore con accuse incrociate tra Pdl e Pd. In mezzo il governo, in realtà il vero sconfitto: in Aula Enzo Moavero, ministro per gli Affari europei, aveva espresso parere contrario al provvedimento. Moavero prende la parola perché Pini presenta l’emendamento all’interno della legge comunitaria 2011. Motivazione: la sentenza della Corte di giustizia europea del 24 settembre 2011 che ha condannato l’Italia, «uno dei pochissimi Stati occidentali che non permette ad un cittadino che ha subìto un’ingiustizia o un danno» di ricorrere contro le toghe. Moavero, però, commette l’errore di schierare l’esecutivo contro l’emendamento. Meglio affrontare la materia, spiega, «in una logica di insieme, nella debita sede e in maniera organica». Un autogol perché di lì a poco Gianfranco Fini accoglierà la proposta della Lega di votare a scrutinio segreto: si tratta, spiega il presidente della Camera, di un tema che «incide sull’articolo 24 della Costituzione». Protetti dal segreto, i deputati si liberano dal vincolo dell’obbedienza al governo e l’emendamento passa addirittura con 26 voti in più della maggioranza richiesta. È il finimondo: Dario Franceschini, capogruppo del Pd, accusa il Pdl di aver disatteso gli impegni. «Non possiamo veder rispuntare la vecchia maggioranza», rincara la dose il segretario, Pier Luigi Bersani. Attacchi che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, bolla come «ingiustificati». I numeri gli danno ragione: sulla carta l’ex maggioranza (più i Radicali e l’intero gruppo Misto) disponeva di 227 voti. Lo stesso Pdl, inoltre, scontava 55 deputati assenti e 12 in missione. Conclusione: il testo non sarebbe potuto passare senza i franchi tiratori di Pd e Terzo polo. Una ricostruzione sposata da Di Pietro, che infatti denuncia l’esistenza di «cinquanta traditori che hanno votato in modo difforme dai loro gruppi. E cinquanta è un numero troppo grosso perché siano tutti di un solo gruppo: vanno cercati tra quanti si erano dichiarati contro l’emendamento Pini. Ovvero Pd, Udc, Fli e Idv». Fatto sta che il governo, incalzato dall’Anm che parla di «ritorsione contro la magistratura», non ci sta e invoca un intervento del Senato per correggere la norma. «Prendo atto della volontà del Parlamento. Confido però che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento», avverte Paola Severino, ministro della Giustizia, che dice no a «interventi spot». E Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, risponde all’appello: «La norma si potrà correggere. I magistrati aspettino a scioperare». Parole che non piacciono ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, che in Aula ha difeso l’emendamento: «Non vogliono questa norma? Ne scrivano una migliore. Ad esempio un disegno di legge organico al quale possa essere assicurata una corsia preferenziale. Il governo dia seguito alla pronuncia di una larga parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo». Il Guardasigilli è nel mirino del Pdl, dove non sono passate inosservate le sue ultime nomine. Dopo la scelta di due esponenti di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell’Anm, per le poltrone di capo di gabinetto e capo degli ispettori di via Arenula, Filippo Grisolia e Stefania Di Tomassi, il consiglio dei Ministri potrebbe rimuovere Franco Ionta dal vertice del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al suo posto, Severino è pronta a proporre la nomina di Giovanni Tamburino, presidente del tribunale di sorveglianza del Lazio. Negli anni Ottanta, Tamburino è stato tra i fondatori del “Movimento per la giustizia”, altra corrente di sinistra delle toghe.
LA STORIA
Il Partito Radicale, il Partito liberale italiano e il Partito socialista italiano, presentavano nel 1987 la richiesta di tre referendum per ottenere la responsabilità civile dei magistrati, come risposta ai sempre più frequenti problemi della giustizia.
Tra i principali protagonisti che in quegli anni si battevano per la riforma della giustizia vi era Enzo Tortora, conduttore televisivo accusato sulla base di alcune dichiarazioni di pentiti di essere colluso con la camorra e il traffico di stupefacenti, rivelatesi successivamente false. La lunga detenzione del conduttore, e la successiva elezione nelle liste Radicali che sosteneva le sue battaglie politiche, contribuiva ad alimentare la discussione pubblica nel paese e nei mezzi di comunicazione circa la situazione della giustizia italiana.
L'appello radicale per la riforma della giustizia veniva sottoscritto anche da molti magistrati: «L’otto novembre gli italiani sono chiamati ad esprimersi su due aspetti particolarmente rilevanti della crisi della giustizia. Di fronte a insensibilità politiche e a resistenza corporative, i referendum sulla giustizia rappresentano un’occasione unica offerta ai cittadini per riaffermare fondamentali principi dello stato di diritto, abolire anacronistici privilegi e irresponsabilità e rivendicare improrogabili riforme. Lo strumento referendario restituisce così la parola ai cittadini. Non è più accettabile che i magistrati che, per colpa grave, abbiano danneggiato un cittadino non siano chiamati a risponderne dinnanzi ad un loro collega. Introducendo la responsabilità civile dei magistrati per colpa grave (grave negligenza, grave imperizia, gravi omissioni) non si intacca ma si riafferma la loro autonomia ed indipendenza. Abrogando i poteri istruttori della commissione inquirente per i reati dei ministri si eliminano inammissibili impunità. Noi voteremo SI ed invitiamo a votare SI perché anche politici e magistrati rispondano, come ogni cittadino, di fronte alla legge».
I referendum abrogativi dell'8 novembre 1987 si conclusero con una netta affermazione dei «si».
Dopo la scelta degli italiani circa la responsabilità civile dei giudici, il Parlamento approvava la cosiddetta «legge Vassalli» (votata da Pci, Psi, Dc), che, secondo i Radicali, si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sullo stesso, ma solo entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio.
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totale |
percentuale (%) |
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Iscritti alle liste |
45 870 931 |
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Votanti |
29 866 249 |
65,10 |
(su n. elettori) |
Quorum raggiunto |
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Voti validi |
25 896 355 |
86,70 |
(su n. votanti) |
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Voti nulli o schede bianche |
3 969 894 |
13,30 |
(su n. votanti) |
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Astenuti |
16 004 682 |
34,90 |
(su n. iscritti) |
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Voti |
% |
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RISPOSTA AFFERMATIVA |
SÌ |
20 770 334 |
80,20% |
||||
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RISPOSTA NEGATIVA |
NO |
5 126 021 |
19,00% |
||||
|
bianche/nulle |
|
3 969 894 |
|
||||
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Totale voti validi |
|
25 896 355 |
100% |
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LA LEGGE
"Art. 11 C.P.P. (Competenza per i procedimenti riguardanti i magistrati).
1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge.
2. Se nel distretto determinato ai sensi del comma 1 il magistrato stesso é venuto ad esercitare le proprie funzioni in un momento successivo a quello del fatto, é competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello determinato ai sensi del medesimo comma 1.
3. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato sono di competenza del medesimo giudice individuato a norma del comma 1".
"Art. 30-bis C.P.C. (Foro per le cause in cui sono parti i magistrati). Le cause in cui sono comunque parti magistrati, che secondo le norme del presente capo sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale.
Se nel distretto determinato
ai sensi del primo comma il magistrato è venuto ad esercitare le proprie
funzioni successivamente alla sua chiamata in giudizio, é competente il giudice
che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello individuato
ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale con riferimento alla
nuova destinazione".
"Spostamenti di
competenza per i procedimenti penali nei quali un magistrato assume la qualità
di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o
danneggiata dal reato.
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Dal distretto di |
Al distretto di |
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ROMA |
PERUGIA |
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PERUGIA |
FIRENZE |
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FIRENZE |
GENOVA |
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GENOVA |
TORINO |
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TORINO |
MILANO |
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MILANO |
BRESCIA |
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BRESCIA |
VENEZIA |
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VENEZIA |
TRENTO |
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TRENTO |
TRIESTE |
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TRIESTE |
BOLOGNA |
|
BOLOGNA |
ANCONA |
|
ANCONA |
L'AQUILA |
|
L'AQUILA |
CAMPOBASSO |
|
CAMPOBASSO |
BARI |
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BARI |
LECCE |
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LECCE |
POTENZA |
|
POTENZA |
CATANZARO |
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CAGLIARI |
ROMA |
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PALERMO |
CALTANISSETTA |
|
CALTANISSETTA |
CATANIA |
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CATANIA |
MESSINA |
|
MESSINA |
REGGIO CALABRIA |
|
REGGIO CALABRIA |
CATANZARO |
|
CATANZARO |
SALERNO |
|
SALERNO |
NAPOLI |
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NAPOLI |
ROMA |
Il testo vigente dell'art. 4 della legge 13 aprile 1988, n. 117, recante: "Risarcimento di danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati", come modificato dalla legge 420/98 , é il seguente: "Art. 4 (Competenza e termini).
1. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato deve essere esercitata nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Competente é il tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
2. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell'ambito del quale si é verificato il fatto che ha cagionato il danno. La domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro due anni che decorrono dal momento in cui l'azione é esperibile.
3. L'azione può essere esercitata decorsi tre anni dalla data del fatto che ha cagionato il danno se in tal termine non si é concluso il grado del procedimento nell'ambito del quale il fatto stesso si é verificato.
4. Nei casi previsti dall'art. 3 l'azione deve essere promossa entro due anni dalla scadenza del termine entro il quale il magistrato avrebbe dovuto provvedere sull'istanza.
5. In nessun caso il termine decorre nei confronti della parte che, a causa del segreto istruttorio non abbia avuto conoscenza del fatto".
Il testo vigente dell'art. 8 della citata legge 13 aprile 1988, n. 117, come modificato dalla legge 420/98, é il seguente: "Art. 8 (Competenza per l'azione di rivalsa e misura della rivalsa).
1. L'azione di rivalsa deve essere promossa dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
2. L'azione di rivalsa deve essere proposta davanti al tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
3. La misura della rivalsa non può superare una somma pari al terzo di una annualità dello stipendio, al netto delle trattenute fiscali, percepito dal magistrato al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta, anche se dal fatto é derivato danno a più persone e queste hanno agito con distinte azioni di responsabilità. Tale limite non si applica al fatto commesso con dolo. L'esecuzione della rivalsa quando viene effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, non può comportare complessivamente il pagamento per rate mensili in misura superiore al quinto dello stipendio netto.
4. Le disposizioni del comma 3 si applicano anche agli estranei che partecipano all'esercizio delle funzioni giudiziarie. Per essi la misura della rivalsa é calcolata In rapporto allo stipendio iniziale annuo, al netto delle trattenute fiscali, che compete al magistrato di tribunale; se l'estraneo che partecipa all'esercizio delle funzioni giudiziarie percepisce uno stipendio annuo netto o reddito di lavoro autonomo netto inferiore allo stipendio iniziale del magistrato di tribunale, la misura della rivalsa é calcolata in rapporto a tale stipendio o reddito al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta".
LA POLIZZA ASSICURATIVA DI 145, 50 EURO ANNUE
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour - Roma
Dichiarazione da sottoscrivere da parte di chi aderisce all'assicurazione
Responsabilità Civile e Tutela Legale
(si prega di scrivere in stampatello)
Il sottoscritto_________________________________________________________________________________
Nato a __________________________ il _________________ Residente in ______________________________
Prov._______ Via __________________________________________________ n° ________ C.a.p. __________
Eventuale recapito per l'invio della corrispondenza, se diverso dalla residenza:
Città ____________________________________________________ Prov. __________ C.a.p. _______________
Via _____________________________________________________________________ Numero Civ. ________
Nota: si raccomanda di aggiornare ad ogni variazione sia la residenza sia il recapito della corrispondenza
Lo scrivente, dichiara di aderire ai contratti di assicurazione unici e collettivi stipulati dalla A.N.M. per la Responsabilità Civile del Magistrato (Legge 117/88), per la Responsabilità Amministrativa e Contabile e per la Legge 24/03/01 n° 89 e per la Legge 626/94, nonché per la Tutela Legale e si impegna a corrispondere i relativi premi annuali:
a) quanto al periodo intercorrente dalla data del versamento alla prima scadenza anniversario di polizza, prende atto che la stessa scadrà il 15/04 di ogni anno. Dichiara che ha provveduto a versare il relativo premio a mezzo di c/c postale n° xxxxxxxx intestato all'Associazione Nazionale Magistrati – Gestione Assicurazione Responsabilità Civile - Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour – Roma.
Nota: il premio viene stabilito in Euro 145,50= complessivi (polizza di Responsabilità Civile e polizza di Tutela Legale -non è possibile sottoscrivere le polizze separatamente) per le adesioni che avverranno nel periodo 15/04-15/10 di ogni anno, mentre è pari ad Euro 72,75= per le adesioni che avverranno nel periodo 16/10-14/04 di ogni anno. La Copertura assicurativa decorre dalla data del versamento.
b) quanto alle annualità successive corrisponderà il premio il cui importo e le cui modalità di versamento verranno comunicati ad ogni scadenza anniversaria.
Il Sottoscritto dichiara altresì di aver ricevuto il testo delle condizioni tutte di assicurazione e di accettare il contenuto delle medesime.
_______________________ , li _____________________ ______________________________ firma
CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA: I MAGISTRATI RESPONSABILI ANCHE PER COLPA SEMPLICE
Sussiste la responsabilità dei magistrati per colpa semplice secondo la Corte di Giustizia europea.
Il rapporto tra i cittadini e tra i cittadini e gli organi dello Stato è regolato dalla legge.
L’art. 3 della Costituzione esplicita che tutti hanno pari obblighi e diritti di fronte alla legge, senza che vi siano immunità ed impunità per nessuno. Solo al Presidente della Repubblica è riconosciuta la mancata responsabilità dei suoi atti.
Analizzando l’ambito del rapporto di prestazione di servizi manuali o intellettuali si denota che il lavoratore subordinato, che con colpa reca danno a qualcuno, è sottoposto alla legge penale, civile e disciplinare. Lo stesso dicasi per il lavoratore autonomo o il professionista. Il medico che sbaglia diagnosi o cura, risponde di omicidio o lesioni colpose e ne paga le conseguenze civili e deontologiche. L’ingegnere, l’architetto, il geometra, che per colpa sbaglia i progetti e causa dei crolli, risponde di omicidio o lesioni o disastro colposo e ne paga le conseguenze civili, ecc. ecc.
L’avvocato, il commercialista, il notaio, l’assicuratore ecc, che per colpa reca danno al suo cliente, paga le conseguenze civili e deontologiche.
Al dirigente pubblico, o al funzionario pubblico, o all'amministratore pubblico, o addirittura al Presidente del Consiglio dei Ministri, o ai singoli Ministri e sottosegretari, che per colpa recano danno ai cittadini, la Corte dei Conti chiede la rivalsa per il risarcimento del danno riconosciuto.
Da quanto detto pare che la legge sia uguale per tutti. Ad una attenta analisi della realtà ci si accorge, però, che la legge è uguale per tutti, meno che per i magistrati.
I magistrati sono liberi di incarcerare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per ingiusta detenzione, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per sequestro di persona.
I magistrati sono liberi di condannare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per l’errore giudiziario, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per calunnia e diffamazione.
Al cittadino, che per anni ha subito ingiustamente e per accanimento un procedimento penale che lo ha visto prosciolto, ovvero da vittima del reato ha visto il reato prescritto per inerzia, non c’è risarcimento riconosciuto, ne vi è abuso od omissione d’atti d’ufficio a carico dei magistrati. Lo stesso dicasi per il cittadino che è impedito alla giustizia civile per l’annosità dei processi.
C’è stato un referendum, approvato dalla quasi totalità dei cittadini italiani, che formalmente ha stabilito la responsabilità civile dei magistrati. Ossia: i magistrati che sbagliano devono risarcire i danni.
Invece, il rappresentante eletto dal popolo, ma lontano dagli interessi dei cittadini, con l’art. 2 della legge n. 117/88 ha previsto:
«1. Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.
2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.
3. Costituiscono colpa grave:
a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;
b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
b) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
c) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».
Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria».
Ad una lettura attenta della norma si palesa la volontà di non perseguire alcun Magistrato, specie se a decidere sul comportamento del singolo è la stessa corporazione di cui esso fa parte.
Se, come da molti è considerato, il magistrato è dio in terra, infallibile e perfetto nelle sue azioni, mai incorrerà nel dolo o colpa grave, tanto meno sarà ammissibile la semplice colpa, dalla legge esclusa, così come è per i comuni mortali. Secondo la conformità del pensiero dominante, l’appello accolto o il ricorso cassato non sono frutto di errori giudiziari penali risarcibili, ma oneri a carico dell’innocente, perseguito ingiustamente.
Per il diniego di giustizia, poi, secondo il modo di pensare conforme di gente codarda e collusa, l'impedimento è oggettivo. Non è responsabilità di chi amministra la giustizia, ma è colpa dello Stato, quindi del cittadino, che fa mancare all’apparato la sussistenza economica, ovvero è colpa degli utenti, che in massa, si rivolgono alla magistratura per chiedere giustizia.
I magistrati devono meritarlo il rispetto e non pretenderlo. L’art. 3 della costituzione non prevede cittadini unti dal signore, al di sopra della legge. Non è certo l’azione di rivalsa del Presidente del Consiglio dei Ministri, non superiore ad un terzo dello stipendio del responsabile, di cui all’art 13 della stessa legge, ad equilibrare gli interessi in campo.
L’azione di rivalsa opera solo in caso di indennizzo per ingiusta detenzione ed errore giudiziario, casi in cui rientra l’operatività della legge. Per tutto il resto non opera l’indennizzabilità dello Stato e ricade sulle spalle del cittadino.
Nel procedimento C-173/03, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa
Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione, contro Repubblica italiana.
La sentenza, di seguito acclusa, si inquadra in un risalente filone nell’ambito del quale il giudice comunitario da decenni ribadisce la responsabilità degli Stati per mancato rispetto del diritto comunitario da parte di tutte le loro istituzioni, in qualsiasi forma perpetrata. In questo caso la Cassazione italiana aveva dato torto alla società Traghetti del Mediterraneo, ricorrente per il risarcimento nei confronti della Tirrenia, non avendo tenuto conto della disciplina comunitaria relativa agli aiuti di Stato. Nel fare ciò la Cassazione aveva inoltre rifiutato di sollevare questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 234. Ed è questo forse un punto rilevantissimo nella sentenza pur densa di motivi interessanti (tra cui quello del colpo inferto alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati.
Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
<Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale.
Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler>
A questo punto non si può pretendere che il cittadino, già tartassato, debba subire e tacere. Almeno che ci rimanga il diritto di lamentarci, se non, addirittura, di ribellarci.
LA RESPONSABILITA’ DISCIPLINARE E CIVILE DEI MAGISTRATI
LA SENTENZA 13 GIUGNO 2006 DELLA GRANDE SEZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL LUSSEMBURGO: LA LEGGE 117/88 VIOLA I PRINCIPI DELL'ORDINAMENTO COMUNITARIO, NELLA PARTE IN CUI LIMITA ARBITRARIAMENTE L'AMBITO DELLA RESPONSABILITA' CIVILE DEI MAGISTRATI.
CONVINTA ADESIONE DEI PRIMI AUTORI DELLA DOTTRINA.
La più autorevole, fra le conferme alle nostre tesi, non può che provenire dalla recentissima Sentenza 13 giugno 2006 resa dalla più alta magistratura esistente nell'ordinamento comunitario europeo, vale a dire dalla Grande Sezione della Corte di Giustizia U.E. del Lussemburgo.
La pronunzia, integralmente pubblicata su www.aziendalex.kataweb.it/, oltre che (sempre integralmente) sui settimanali giuridici ""Diritto e Giustizia"" fasc. 29/2006, pagg. 105 segg., e ""Guida al Diritto"", fasc. nr. 4 / 2006 <>, pagg.30 - 39, si caratterizza per l'affermazione, netta e categorica, dei seguenti principi di diritto, assolutamente dirimenti a favore della dimostrazione della fondatezza delle tesi qui sostenute:
I. Gli Stati membri dell'U.E. rispondono a titolo extracontrattuale del danno patito dai singoli, in conseguenza di violazioni manifeste del diritto comunitario compiute dagli organi giurisdizionali, quand'anche tali violazioni derivino dall'attività di interpretazione delle norme o di valutazione dei fatti e delle prove;
II. Per stabilire quando una violazione del diritto comunitario debba ritenersi manifesta "" si valuta, in particolare, alla luce di un certo numero di criteri quali il grado di chiarezza e precisione della norma violata, il carattere scusabile o inescusabile dell'errore di diritto commesso, o la mancata osservanza, da parte dell'organo giurisdizionale di cui trattasi, del rinvio pregiudiziale ai sensi dell'art.234, terzo comma, del Trattato C.E., ed è presunta, in ogni caso, quando la decisione interessata interviene ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte in materia "" (così il punto 43. della sentenza 13 giugno 2006); su questo punto, inoltre, il massimo giudice europeo conferma le precedenti sue statuizioni, rese a partire dalla sentenza 19 novembre 1991, cause riunite C - 6 / 90 e C - 9 / 90 ricorrenti ""Francovich ed altri"", e poi dalla sentenza 5 marzo 1996 cause riunite C - 46 / 93 e C - 48 / 93, e in ultimo dalla la sentenza 30 settembre 2003 causa C - / 224 / 01 ricorrente ""Kobler"";
III. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave ""inescusabile"" del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto comunitario.
I primi commenti della dottrina si registrano in termini di grande interesse ed enfasi.
TOGHE MAFIOSE, EVERSIVE E SOVVERSIVE
DE MAGISTRIS: COLLUSIONE MAFIA, ISTITUZIONI, ECONOMIA E POTERI OCCULTI.
Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari in Calabria.
Lo ha detto Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli, in un’intervista a Sky Tg24 del 18 ottobre 2008. E ha continuato: «Senza una parte della magistratura collusa, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti».
Luigi De Magistris ha perso il 16 settembre 2008 il suo incarico da pubblico ministero della Procura di Catanzaro per assumere quello di giudice del riesame a Napoli. A chiedere il trasferimento di De Magistris era stato l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, circa presunte irregolarità da parte del pm nella gestione delle inchieste Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. Solo gli atti di quest’ultima erano rimasti a De Magistris, mentre Why not fu avocata dalla Procura generale e la delega per Poseidone gli fu tolta dall’allora procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi.
Il Csm, al termine del procedimento, accogliendo solo in parte le richieste della Procura generale, ha deciso nel gennaio scorso la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato. Al magistrato, tra l’altro, erano stati contestati due provvedimenti «abnormi»: quello con cui aveva disposto che i nomi di due suoi indagati fossero chiusi in un armadio blindato e il decreto di perquisizione nei confronti di un magistrato di Potenza, in cui si riferivano fatti «non pertinenti come la relazione extraconiugale tra due magistrati». Per i prossimi tre anni De Magistris non potrà svolgere la funzione di pm.
Si è aperto un conflitto dagli esiti imprevedibili tra i magistrati di Salerno e quelli di Catanzaro: dopo il sequestro e le perquisizioni ordinati dalla Procura di Salerno a danno dei loro colleghi della Procura Generale e della Procura di Catanzaro è, infatti, scattata un'analoga azione nel capoluogo calabrese. Ma la questione Salerno-Catanzaro è diventato un enorme e senza precedenti caso nazionale che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il vicepresidente del Csm Nicola Mancino.
Il Capo dello Stato ha chiesto alla Procura di Salerno ed a quella di Catanzaro la trasmissione di "ogni notizia e - ove possibile - ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti", le perquisizioni e il sequestro degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone, al centro dell'attuale battaglia giudiziaria, inchieste che aveva all'inizio Luigi De Magistris, poi avocate e revocate. L'iniziativa decisa dalla procura calabrese "ha introdotto - secondo una nota del Quirinale - elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari".
Il Vice presidente del Csm, Nicola Mancino, è invece citato da De Magistris per una telefonata fatta ad Antonio Saladino, il principale indagato dell'inchiesta Why Not. Oggi Mancino, dopo aver precisato che quella telefonata fu fatta da un collaboratore del suo studio, si è detto pronto a lasciare il suo incarico. "Se una campagna di stampa - ha detto Mancino - dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l'incomodo". A Mancino hanno espresso solidarietà i componenti del Csm, secondo i quali gli attacchi al vicepresidente mirano a "colpire tutti noi" ed esponenti politici dei due schieramenti.
In una intervista a "Il Foglio", del 5 dicembre 2008, il Guardasigilli definisce lo scontro tra le due procure la dimostrazione che "siamo all'implosione di un ordine giudiziario, che non solo si trasforma in potere ma pretende anche di non incontrare limiti".
Ma è nel merito della vicenda che la guerra tra le due procure è aspra e non risparmia i magistrati di Salerno, sette in tutto, in testa il procuratore Luigi Apicella, che ora sono indagati per i reati di abuso e interruzione di pubblico ufficio. L'azione giudiziaria avviata dalla procura generale di Catanzaro è, secondo il procuratore Enzo Jannelli, una reazione ad un "provvedimento eversivo e finalizzato alla destabilizzazione di una istituzione dello Stato".
Mentre negli uffici giudiziari di Catanzaro l'attività diventava così frenetica, con un susseguirsi di incontri tra magistrati e carabinieri, a Salerno la notizia del sequestro e dell'indagine è stata appresa con sorpresa. Il commento del procuratore campano, Luigi Apicella, è secco e perentorio. "Non dico nulla - ha detto - non commento. La situazione è molto delicata direi delicatissima. Non abbiamo nulla da dire".
"Siamo sgomenti e preoccupati, ciò che è in gioco è la credibilità della funzione giudiziaria". E' quanto dichiarano il presidente e il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, in merito alla 'guerra' tra le procure di Catanzaro e Salerno sul caso De Magistris.
Che sia un caso «senza precedenti» lo ha scritto il Segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nella lettera al Procuratore generale presso la Corte d'appello di Salerno. E «senza precedenti» è anche l'iniziativa di Giorgio Napolitano, che per ben due volte è intervenuto nella guerra tra Procure non in veste di Presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, garante del buon funzionamento della giurisdizione e della sua «indefettibilità» sancita dalla Corte costituzionale. Il sequestro dell'inchiesta Why not da parte dei magistrati salernitani è un caso «con gravi implicazioni istituzionali» e la successiva reazione dei magistrati di Catanzaro, che hanno sequestrato gli atti sequestrati e iscritto nel registro degli indagati i colleghi di Salerno, conferma che è in atto un «aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari». Il Capo dello Stato è «gravemente preoccupato» per il rischio, più che concreto, che il processo resti paralizzato sine die.
Il punto è che, già con il sequestro disposto dalla Procura di Salerno, gli atti di indagine rischiano di diventare pubblici prima del tempo. E questa è una delle tante anomalie di una vicenda che «ha mandato in tilt» il sistema giurisdizionale, spiegano al Colle. Si è verificato un corto circuito istituzionale per cui un processo è stato, di fatto, bloccato.
La vicenda, oltre che inquietante, è diventata surreale e grottesca. Salerno indaga sulle toghe di Catanzaro e sequestra l'inchiesta Why not (nessuna delle due Procure può proseguire le indagini); Catanzaro sequestra gli atti sequestrati e indaga sui colleghi salernitani; per motivi di competenza, l'inchiesta dovrebbe finire a Napoli dove, però, c'è Luigi De Magistris, parte offesa nel procedimento aperto a Salerno, per cui gli atti potrebbero dirigersi nella capitale... Ma se in questo bailamme ci fossero dei detenuti, che fine farebbero? A chi dovrebbero rivolgersi? Possibile che non ci fossero altri strumenti per acquisire le carte? È vero o no che Salerno aveva chiesto copia degli atti a Catanzaro e la risposta è stata negativa perché erano coperti da segreto? Oppure il rifiuto non stava in piedi?
Giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.
Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un'umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell'inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e controsequestrano accusandosi reciprocamente di reato.
Non c'è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l'accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l'intero Consiglio.
Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l'iniziativa è "un atto eversivo". Mette sott'inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. Il Presidente della Repubblica, dinanzi all'inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un'iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull'inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).
Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l'arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte. Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l'imprudenza o l'arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre.
FINANCIAL TIMES: «IN ITALIA LE TOGHE PIÙ POTENTI DELL'OCCIDENTE»
Scrive il quotidiano: in Italia «i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente», esercitando una sorta di «reggenza giudiziaria» sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo il Financial Time, è «a lungo andare, dannoso per la democrazia» e che costituisce tra l'altro «uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura».
Dizionario Garzanti della lingua italiana: «Sovversivo è colui che mira a sovvertire un ordinamento politico e sociale, essendo animato da un disordinato intento di ribellione più che da chiare idee rivoluzionarie».
E che dire di un magistrato che dichiara pubblicamente di non sentirsi obbligato ad applicare una legge dello Stato, qualora la ritenga ingiusta?
Il caso porta il nome di Adriano Sansa, presidente del tribunale dei minori del capoluogo ligure. In un commento sulla Stampa il magistrato ha confessato i turbamenti interiori prodotti dall’emendamento «blocca processi» appena varato. Chiude l’intervento con un inquietante «non so se potrò obbedire». É questa l’inevitabile conclusione di un ragionamento che parte da un assunto a dir poco partigiano: «Una sorta di padrone tiene il posto del primo ministro - scrive Sansa -, piega il Parlamento al proprio volere e si libera della giustizia. Nel complesso ci si trova di fronte a una lesione ripetuta e grave delle regole fondamentali della Repubblica». E così il magistrato non può che far suo il triplo «resistere» dell’ex procuratore di Milano Saverio Borrelli e senza giri di parole sostenere che i magistrati «non possono obbedire a leggi fatte per elevare al rango di padrone dei concittadini un solo cittadino e la sua corte di servitori». Parole gravissime per un magistrato, che però non suscitano la minima reazione nell’Anm. Va ricordato che Sansa non è nuovo a uscite del genere. In una intervista nel 2004 definì l’allora esecutivo di centrodestra uno «squallido, pessimo governo», ovvero «brutta gente».
Ma il suo non è certo un caso isolato tra i magistrati, per quanto ancora più esplicito, rispetto a una costante azione politica tesa a respingere leggi sgradite, attaccandosi a cavilli o dubbi di incostituzionalità. Per citare ancora Borrelli, fu sempre lui nel 2001 a dire pubblicamente che il tribunale di Milano avrebbe cercato di neutralizzare sul piano interpretativo i «guasti» legati alle nuove norme internazionali sulle rogatorie. Tanto che il ministro della giustizia Castelli minacciò l’invio degli ispettori a Milano per verificare se ci fossero magistrati che non applicavano la legge.
Una stagione di tensioni cominciata con Mani pulite, e che vide nel 1994 proprio il pool milanese protagonista di un fatto inedito. Quando i quattro magistrati, con Di Pietro come portavoce ufficiale, andarono davanti alle telecamere per prendere pubblicamente posizione contro il decreto Biondi sulla riduzione dei termini della carcerazione preventiva.
Ancora più recentemente, sulla stessa scia, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha sparato contro la riforma della giustizia dichiarando serenamente che anche se fosse diventata legge, per lui sarebbe cambiato poco: «Sono proprio curioso di vedere che sanzioni vorranno infliggermi».
Le polemiche del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro una parte della magistratura vanno avanti da anni. Ecco un riepilogo delle 'esternazioni' più recenti:
25 febbraio 2006 - In un comizio a Milano Berlusconi annuncia che vuole restare in politica fino alla separazione delle carriere dei magistrati e aggiunge: "Giudici e Pm fanno la stessa carriera, bevono lo stesso cappuccino, leggono la stessa 'Repubblica' e 'Unita'".
11 marzo 2006 - Dopo la richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Mills, Berlusconi dichiara:"Ogni volta che ci avviciniamo al voto, torna la giustizia a orologeria (...) Anche per quanto mi riguarda sono sicuro che non si riuscirà a dimostrare nulla di rilevante. E' tutta una cosa che si ferma a questo avvocato, l'ho giurato sulla testa dei miei figli".
21 marzo 2006 - A Sky Tg24, rispondendo a una domanda sugli imprenditori che accusa di avere scheletri nell'armadio, dice:"Tutto quello che riguarda la sinistra viene puntualmente insabbiato da quel cancro della democrazia italiana che è la politicizzazione della magistratura".
5 aprile 2006 - In un'intervista a RTL 102.5 sulla vicenda Mills, Berlusconi dice che "i rappresentanti della magistratura comunista nei miei confronti hanno svolto una persecuzione, mai fatta nei confronti di nessun altro leader politico".
16 maggio 2006 - Nel giorno delle consultazioni per la formazione del governo Prodi, Berlusconi dichiara:"Eh...la magistratura politicizzata...fa male vedere squadre di gente che inventa cose a danno dello Stato e della collettività...ma mi toglierò la soddisfazione di dire a queste persone cosa penso di loro...".
12 dicembre 2007 - Dopo la notizia dell'inchiesta della Procura di Napoli per corruzione, Berlusconi dichiara:"C'é odore di elezioni e di campagna elettorale e subito l'armata rossa della magistratura si rimette in moto".
9 gennaio 2008 - In un'intervista al Corriere della Sera, Berlusconi dice che "il problema grave è costituito da quei magistrati che usano il loro potere non a fini di giustizia ma a fini di lotta politica".
1 aprile 2008 - A Radio 24, durante la campagna elettorale, il leader Pdl dice che "per risolvere la grande palla al piede del paese, quella della giustizia, c'é bisogno di una grande riforma (...) altrimenti non si riuscirà a vincere questo potere dello Stato che, non è un caso che uso la parola potere, non è più solo un ordine".
8 aprile 2008 - In un comizio a Savona, Berlusconi dice che "il Pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente ad esami che ne attestino la sanità mentale".
16 giugno 2008 - Parlando dell'emendamento al decreto sicurezza Berlusconi dice:"I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica".
COSSIGA: TOGHE MAFIOSE E SOVVERSIVE
Signor Presidente,
mi permetto di scriverLe questa lettera aperta, da ex-capo dello Stato a Capo
dello Stato in carica: e so bene quanto siano limitati i poteri del cosiddetto
Supremo Magistrato della Repubblica, anche e soprattutto nella sua funzione
ormai soltanto, per dirla alla francese, "di tribuna e messaggio". Le scrivo
rivolgendomi soprattutto al presidente del Consiglio Superiore della
Magistratura, oltre che all'ex-presidente della Camera dei Deputati.
Da "liberale", sono per la più ampia libertà di associazione e per la più ampia libertà di critica, libertà senza le quali non vi può essere un regime di libertà. L'Associazione Nazionale Magistrati non è però un'associazione di cittadini qualunque: essa è quell'associazione - ormai diventata per debolezza delle istituzioni democratiche e della politica una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo -, che raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là ed anche fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze.
Essi costituiscono nell'esercizio e per l'esercizio delle loro funzioni un "ordine indipendente", ma non un "potere", perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il Governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all'Assemblea Costituente il "grande leader" del Partito Comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un "potere", "perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano.
Una lobby forte nella politica debole. A ben vedere infatti, si tratta, secondo il nostro ordinamento, di una categoria speciale di funzionari dello Stato, nominati per concorso - concorso che spesso è soltanto una forma di cooptazione familiare o clientelare. Siamo di fronte a una categoria molto ben pagata e in buona parte con assai poca voglia di lavorare e di rendere giustizia ai cittadini, cosa che risponderebbe alle proprie funzioni, e invece carica di molta e disordinata voglia di fare politica!
Con rispetto e amicizia. FRANCESCO COSSIGA
«Totò Cuffaro è stato condannato per un reato ridicolo». Ne è convinto il presidente emerito Francesco Cossiga, elettrizzato dallo scontro tra politica e magistratura che gli sta ispirando una lettera al presidente della Repubblica al quale chiede di abolire il Csm e sciogliere l`Anm come associazione sovversiva.
Perché definisce l`accusa a Cuffaro ridicola? «Quella vera era l`appoggio esterno alla mafia. Non l`hanno potuto condannare per quella e si sono inventati questa».
Fare favori ai mafiosi non è altrettanto grave? «In nessun Paese è reato dire a qualcuno: "tu hai il telefono sotto controllo". Ma stiamo scherzando?».
Ma le intercettazioni servivano all`indagine.
«Le intercettazioni hanno ormai il posto che avevano prima i pentiti. Ma i primi mafiosi stanno al Csm».
Sta scherzando? «Come no? Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui usci dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al`ministero della Giustizia».
E` contro i giudici anche nel caso Mastella? «Se in un altro Paese avessero arrestato quasi un intero partito e la moglie e il suocero del ministro della Giustizia avrebbero subito arrestato i giudici. Mi aspettavo che Forza Italia e Silvio Berlusconi sferrassero un duro attacco ai magistrati. Invece l`ordine di Silvio è stato: "Zitti e muti non mettiamo in imbarazzo l`amico Veltroni"».
Perché accusa di eversione Anni e Csm? «19 membri della più potente lobby politica chiedono che venga convocato il braccio secolare per censurare le dichiarazioni di un ministro e di un senatore. Per molto meno io mandai i carabinieri al Csm».
Lo scambio di favori e nomine non è da censurare? «La politica è trattativa. Alla disciplinare del Csm non trattano ("se mi condanni questo non ti assolvo quello")? Era così quando ero presidente. E credo che ora sia peggio».
Luigi de Magístris però è stato trasferito.
«Lui ha fatto un`imprudenza. Che facciamo, indaghiamo sul presidente del Consiglio di sinistra?».
FABRIS: MAGISTRATURA EVERSIVA
Sulla questione giustizia l'Udeur chiede l'intervento del Capo dello Stato.
"Chiediamo - ha detto stasera il capogruppo alla Camera, Fabris - al capo dello stato di intervenire in occasione del plenum del Csm l'8 febbraio con parole chiare perché quello che sta accadendo è di una gravità inaudita".
"Non si può - ha concluso Fabris - usare la clava della giustizia per finalità eversive come sta avvenendo in Campania da parte di un pezzo di magistratura".
TOGHE ROTTE. MAGISTRATURA, UN'ALTRA CASTA.
Un blog per i «ribelli» che propongono: non votiamo alle elezioni dell'Anm: «Magistrati, un'altra casta». L'accusa di Tinti, procuratore a Torino: «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta».
«È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all'interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l'astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C'è anche un blog (www.toghe.blogspot. com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».
LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.
I RITARDI DEL CSM — A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L'irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l'ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall'esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C'è poi la proposta - citata e criticata sempre da Fresa - di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .
LO SFOGO ONLINE — Sul
blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano -
ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d'Appello a Napoli - che se
essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po' ovunque o credono che i casi
di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno
così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito
delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono
frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si
può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è
in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio
rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare
parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico
otto) cause penali in tutto».
Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un
appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel
quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore
generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in
inaccettabile arbitrio».
L'AMMISSIONE. Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».
«COLLEGHI, NON VOTATE» — Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell'Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d'Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l'appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini - Articolo 3») appaiono in discussione.
SERIE A E SERIE B — Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l'unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la