
ITALIANI
POPOLO DIFETTATO O CAOS ORGANIZZATO
"L’Italia che è, che fu e che sarà.
L’Italia della Costituzione intoccabile scritta dai vincitori: illiberale, oligarchica, comunista e clericale.
L'Italia dove si impone la legalità nel basso e non si pretende dall'alto.
L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie.
L’Italia dove si è nominati e non eletti e non c’è vincolo di mandato.
L'Italia dove la giustizia è amministrata in nome del popolo e non in suo conto e nel suo interesse e dove i Magistrati non pagano per le loro colpe.
L’Italia dove di organizzato c’è solo il caos e la criminalità.
L’Italia delle Istituzioni che pretendono rispetto, ma non lo meritano.
L’Italia fondata sul lavoro, che non c’è, fatto salvo per i mantenuti e i raccomandati.
L’Italia che riconosce e garantisce i diritti inviolabili, solo dei poteri forti.
L’Italia della legge uguale per tutti, applicata per i deboli, interpretata per i forti.
L'Italia dove tutti son pronti a condannare, ma non a farsi giudicare.
L’Italia indivisibile, fatta di “Polentoni” e “Terroni”.
L’Italia della libera informazione, di parte e gossippara, che pende dalle veline giudiziarie e la notizia la fa, non la dà.
L’Italia dove a delinquere sono sempre gli altri.
L’Italia dove la mafia ti uccide, ti condanna, ti affama.
L’Italia dove devi subire e devi tacere.
L’Italia indisponente, insofferente, indifferente, dove tutti parlano e nessuno ascolta.
"Art. 1 della Costituzione: L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (I limiti stabiliti al potere popolare indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata).Un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.
l'Italia sia una repubblica democratica e federale fondata sulla Libertà e la Giustizia. I cittadini siano tutti uguali e solidali.
I rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato siano regolati da un numero ragionevole di leggi, chiare e coercitive.
Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.
Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.
Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari.
Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni.
Lo Stato assicuri ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa.
Ai disabili sia garantita l'accessibilità, l'adattabilità e la visibilità dei luoghi di transito o stazionamento.
Il lavoro subordinato pubblico e privato sia remunerato secondo efficienza e competenza.
Lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori siano confiscati tutti i beni. Lo Stato assicuri a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.
Sia libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d'informare e di essere informati, così come sia libero l'esercizio della stampa da vincoli di Albi, Ordini e collegi.
I senatori e i deputati, il capo del governo, i magistrati, i difensori civici siano eletti dai cittadini con vincolo di mandato. Essi rappresentino, amministrino, giudichino e difendano secondo imparzialità, legalità ed efficienza in nome, per conto e nell'interesse dei cittadini. Essi siano responsabili delle loro azioni e giudicati e condannati. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato.
Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico.
Il Parlamento voti e promulghi le leggi propositive e abrogative proposte dal Governo, da uno o più parlamentari, da una Regione, da un comitato di cittadini".
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
L'ITALIA CHE SIAMO: LO STEREOTIPO
COSTA CONCORDIA: UNA NAVE, UNA NAZIONE
CHI E COSA SIAMO NOI ITALIANI ?!?
PARLIAMO DELL'ITALIA DELLA TRUFFA.
Sono 17.966 i truffatori denunciati in un solo anno dalla Guardia di Finanza, che ha accertato danni erariali per 2 miliardi di euro e bloccato illeciti finanziamenti comunitari e nazionali per quasi 700 milioni di euro. «La lotta all'evasione fiscale e agli sprechi nella Pubblica Amministrazione, rappresentano le due facce della stessa medaglia», ha detto il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo, commentando i risultati dell'attività svolta a tutela della spesa pubblica e del bilancio nazionale. «Non si tratta solo di contrasto all'evasione fiscale dunque, ma anche di recupero delle risorse distolte fraudolentemente dalle finalità pubbliche cui sono destinate», ha spiegato.
In particolare, nel contrasto alle truffe perpetrate in occasione di finanziamenti comunitari, sono stati denunciati 860 soggetti che avevano percepito o richiesto, illecitamente, aiuti comunitari per oltre 250 milioni. Ai responsabili sono stati inoltre sequestrati, anche nella forma "per equivalente", quasi 100 milioni. In oltre 3 mila interventi, 10.525 persone sono state denunciate per aver fraudolentemente richiesto, a favore delle proprie imprese, finanziamenti nazionali o locali, bloccati però in tempo dalle Fiamme Gialle. In totale, ammontano a 426 milioni i fondi che sarebbero stati illegittimamente erogati.
Nel comparto della spesa sanitaria, a fronte di 2 mila interventi, sono state denunciate 2.223 persone con la scoperta di truffe ai danni del Servizio sanitario nazionale per 277 milioni. Eseguiti 858 interventi, d'iniziativa o su delega della Corte dei Conti, che hanno consentito di far emergere sprechi per oltre 2 miliardi, mentre nel comparto degli aiuti economici e dei servizi sociali di assistenza, sono stati effettuati quasi 17 mila controlli, con scoperta e denuncia di 4.358 finti poveri che avevano illegittimamente percepito i contributi.
Nel settore degli aiuti economici e dei servizi sociali di assistenza (ad esempio i contributi dei comuni per gli affitti, per le mense scolastiche, le borse di studio, le agevolazioni per le tasse universitarie per chi dichiarava di possedere redditi minimi, ecc.) sono stati effettuati quasi 17mila controlli.
Numerosi anche i casi scoperti di incompatibilità e di doppio lavoro a carico di dipendenti statali: 1.140 soggetti in capo ai quali, a fronte di compensi percepiti per 6 milioni, sono state elevate sanzioni per 13 milioni. I risultati ottenuti, aggiunge la nota del comandante generale Di Paolo, «assumono ancora maggior valenza e significato soprattutto perché saranno dedicate risorse e speciale attenzione alle indagini contro ogni forma di spreco».
Alla faccia degli onesti, commenta Filippo Facci su “Il Giornale”. Ecco chi sono gli scrocconi.
Evasori, finti poveri e falsi invalidi: un esercito di 18mila parassiti. E tra ricchi e indigenti la forbice si allarga. Non saremo un popolo di Schettini, forse, ma in compenso siamo un Paese pieno di scrocconi. I 17.966 parassiti e truffatori smascherati in un anno dai minuziosi controlli della Guardia di Finanza rappresentano un’esigua minoranza di fronte ai milioni di persone oneste che rispettano le leggi, pagamento del canone Rai compreso. Qui si tratta di professionisti dell’imbroglio, maneggioni, sanguisughe del denaro pubblico, e quindi anche del nostro. Pochi, ma sempre troppi, se si pensa altresì che tantissimi la scampano e la fanno franca. Chissà se le Fiamme gialle provano un gusto nascosto a rivelare questi dati. Sono il risultato del loro lavoro, che dunque va incoraggiato. La caccia ai furbetti non deve rallentare. Tuttavia è sempre con un misto di rabbia e di pena che si danno queste notizie, perché tra i farabutti si trovano anche tanti disperati. E non c’è nulla da esultare quando si scopre la fantasia senza freni di quanti contribuiscono ad alimentare il ritratto di una nazione di Schettini inaffidabili, di evasori, profittatori, finti poveri, finti invalidi. Un’Italia finta quanto reale. La Gdf in un anno ha denunciato 18mila parassiti. Il panorama delle truffe non conosce confini, dagli aiuti comunitari non dovuti agli illeciti finanziamenti alle imprese, dal doppio lavoro degli statali ai truffatori del sistema sanitario, da chi riscuote la pensione del genitore defunto a quanti sfruttano senza averne diritto case popolari, mense scolastiche, borse di studio, riduzioni sulle tasse scolastiche. Sono state denunciate 860 persone che, benché prive di requisiti, avevano chiesto e ottenuto finanziamenti comunitari per 250 milioni di euro. Ai boss di queste frodi all’Ue sono stati sequestrati quasi 100 milioni di euro. In compenso, altri 10.525 truffatori sono stati denunciati prima che riuscissero a intascare 426 milioni di denaro pubblico destinato a imprese in difficoltà. Gli interventi della Gdf sono stati circa tremila. Ammonta invece a 277 milioni la somma sottratta al servizio sanitario da 2.223 persone denunciate. Molto più alto, superiore ai due miliardi di euro, è il valore degli sprechi nella sanità. Qui i responsabili non sono i manolesta, ma amministratori incompetenti o corrotti. In questo campo le Fiamme gialle si sono mosse seguendo le indicazioni della Corte dei Conti che vigila sulla spesa pubblica. Il 10 per cento degli sprechi, 291 milioni di euro, sono i danni erariali connessi alla spesa sanitaria. «La lotta all’evasione e agli sprechi della Pubblica amministrazione sono due facce della stessa medaglia», dice il comandante generale della Gdf, generale di corpo d’armata Nino Di Paolo. Migliaia di controlli hanno riguardato i cosiddetti finti poveri. Ne sono stati scoperti 4.358. Gente che ha truccato il reddito proprio o familiare facendolo figurare appena superiore al minimo per sfruttare la rete di assistenza sociale pubblica. Contributi per gli affitti, mense a prezzo calmierato, borse di studio, agevolazioni sulle tasse scolastiche. Tra i furbastri non mancano 1.140 dipendenti statali con il doppio lavoro o con incarichi non compatibili con le loro funzioni. Si sono presi sei milioni di euro ma ne dovranno versare oltre il doppio (13 milioni) di sanzioni. Uno dei capitoli più odiosi riguarda i parenti di anziani defunti dei quali hanno continuato a incassare la pensione. L’ultima segnalazione al Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di finanza è giunto dall’Inpdap, l’istituto previdenziale dei dipendenti pubblici che ogni mese stacca 2.700.000 assegni di quiescenza. Il 16 gennaio scorso è scattata un’operazione in 46 province. Sono stati denunciati 79 imbroglioni e addirittura arrestate quattro persone in flagrante, cioè all’ufficio postale o al Postamat mentre incassavano i soldi di un morto. Truffe da 8 milioni di euro complessivi. Una signora, tutrice di un parente scomparso, si presentava imperterrita agli sportelli ogni mese dal 1986. Nel Messinese un’insegnante riscuoteva dal 1999 la pensione della mamma. E poi la moglie di un professionista, un avvocato di Roma, un ex vigile urbano romagnolo, un dipendente pubblico di Trapani che andava alle Poste in orario di lavoro, naturalmente senza permesso. Molti preferivano la comodità del denaro depositato su un libretto o un conto postale da prelevare con tutta calma. Un signore è riuscito anche a intestare una carta ricaricabile a un morto. E ha ottenuto pure un finanziamento a suo nome.
Pensioni ai morti e finti poveri. La nuova frontiera della truffa. Non solo i grandi e piccoli evasori fiscali. Ad intaccare il bilancio dello Stato ci si mette una miriade di finti poveri, finti invalidi, finti ciechi. La corsa a mettere le mani sul sussidio pubblico percorre l’Italia da Nord a Sud. «Due facce della stessa medaglia», afferma il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo. Impressionanti i numeri di un anno di indagini delle Fiamme Gialle: sono stati denunciati 17.966 truffatori di pubblico denaro; accertati danni erariali per 2 miliardi di euro; bloccati finanziamenti comunitari e nazionali per quasi 700 milioni; scoperte truffe al servizio sanitario nazionale per 277 milioni di euro; scoperti 4.358 finti poveri; individuati infine 1.140 dipendenti pubblici che svolgevano il doppio lavoro incassando indebitamente 6 milioni di euro. Finti poveri, ma sussidi veri. Purtroppo l’inventiva degli italiani per attingere alle casse dello Stato non ha limiti. C’è la finta cieca che dovrebbe essere accompagnata pure al mercato e invece incassava l’assegno dello Stato e intanto lavorava nel suo negozio di parrucchiera. A Forlì sono 34 i denunciati perché autocertificavano il falso e così incassavano a spese del Comune i sussidi per l’affitto di casa, la retta dell’asilo, i libri di testo o la mensa scolastica. A Savona in 26 nascondevano le loro reali disponibilità patrimoniali per ottenere l’esenzione del ticket sanitario e sussidi vari. Ad Ariano Irpino non solo pretendevano il gratuito patrocinio legale da parte dello Stato (anche qui autocertificando un reddito più basso del reale, basta compilare il modulo del tribunale...) ma spesso riuscivano a incassare dall’Inps arretrati di pensioni quantomai sospette. Morti ma assistiti dalle Asl. Il Rapporto della Finanza è un campionario di furberie. A Grottaminarda (Avellino) un benestante del luogo ha chiesto e ottenuto l’assegno per il suo nucleo familiare omettendo di autocertificare i redditi da terreni e da immobili. «Una dimenticanza», si è giustificato. A Verona, un piccolo imprenditore ha chiesto la cassa integrazione per i suoi due dipendenti, che incassavano così 900 euro al mese dall’Inps, salvo continuare a lavorare "in nero" nello stabilimento che non aveva mai cessato la produzione. Un capitolo a parte meritano le truffe sanitarie. A Frosinone, scoperto che una certa signora Rosa era ancora assistita dal suo medico curante nonostante fosse defunta sedici anni fa, è partita un’indagine a tappeto. E’ risultato che 1500 defunti erano ancora iscritti negli elenchi della Asl, 194 i medici interessati, 125 mila gli euro indebitamente erogati, 700 le ricette «impossibili» intestate a morti. A Rapallo una finta malata aveva ottenuto dall’Inail l’indennità per un presunto infortunio sul lavoro, in ditta mandava il certificato medico, e intanto si esibiva come cantante e ballerina nei locali notturni: l’hanno incastrata con le foto che orgogliosamente metteva su Facebook. Imprenditori a spese dello Stato. Nel contrasto alle truffe comunitarie sono stati denunciati 860 soggetti che avevano percepito illecitamente, o solo richiesto, aiuti per oltre 250 milioni di euro. Altre 10.525 persone sono state denunciate per avere richiesto finanziamenti nazionali o locali per 426 milioni di euro (bloccati in tempo dalla Finanza). E’ il caso di una società di Crotone che era sul punto di incassare quasi 2 milioni di sovvenzione a fondo perduto a fronte di un investimento complessivo da 2.300 mila euro. Peccato che mancasse del tutto la parte dei privati, che si erano limitati a un investimento solo cartaceo. Lo stesso aveva fatto un imprenditore turistico di Lamezia Terme che aveva ottenuto oltre 18 milioni di euro dallo Stato per la realizzazione di impianti fotovoltaici e di un albergo, e però erano falsi i certificati sullo stato di avanzamento lavori, le sue disponibilità bancarie, le fatture per l’acquisto di impianti. In compenso erano veri i trasferimenti di fondi all’estero.
L'Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, "Io ti fotto" di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell'arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l'altro - una parola più tenue non renderebbe l'idea - è un vizio che è quasi un vanto, "lo ti fotto" è una legge: di più, un comandamento. Convinti di questo, due giovani e brillanti giornalisti hanno esplorato ogni angolo d'Italia alla ricerca dei mille versanti del fottere, dai più quotidiani e apparentemente veniali ai più imprevisti e diabolici: dai meccanici e i tassisti pronti a fregare il prossimo cliente fino ai professionisti del raggiro, abili a evadere il fisco e poi a passare per moralisti, lenti a dichiarare bancarotta, lesti a scappare. E ancora: i mutui e le carte di credito patacca, le vacanze-estorsione, il fottere in rete, la carità truffaldina di Onlus inesistenti o sprecone... Per finire con il "fottere pubblico": gli appalti, le consulenze, gli espedienti micro e macro per svuotare le casse dell'Italia. Una progressiva "estensione del dominio del fottere" che rischia di coinvolgere non solo le alte sfere, i grandi criminali e i poveri diavoli, ma oramai la stessa classe media, impoverita e resa cinica dalla sensazione di esser rimasta l'unica a farsi ancora imbrogliare. In "lo ti fotto" c'è dunque di tutto e ce n'è per tutti: è un libro spassoso, scritto con una verve rara nei libri d'inchiesta, ma al contempo un reportage impietoso e allarmante: se si continua a fottere perché "tanto in Italia tutti fottono", il Paese ha i giorni contati. Il saggio racconta, in forma narrativa con passo da inchiesta, la fenomenologia del fregare: dal settore pubblico (appalti, incarichi, consulenze) all'economia intesa come finanza, sino alle sue dinamiche, ovvero un fregare “in movimento” (i trasporti) e “virtuale” (sul web). Il libro parla delle fregature quotidiane di singoli cittadini che, insieme, formano un gruppo che raggira la legge e il vivere civile con le ruberie più spinte, ai danni del prossimo. Non c'è una tesi di fondo, se non l'intento di mettere in fila dei fatti di cronaca che possono dimostrare quanto sia deleterio, sia per chi riceve sia per chi propugna, il vizio italiano di accorciare la strada e trovare una soluzione diversa al consentito per fregare se stessi e il prossimo.
Su chi sono e cosa sono gli italiani vi è una folta saggistica, anche storica. Guai però a dire che è un popolo difettato (pieno di difetti). Tutti a sentirsi orgogliosi (di cosa?); nessuno disposto a vergognarsi e, per gli effetti, disposto ad impegnarsi a migliorare. Si fa finta di niente o si creano steccati per dire che il peggio è negli altri.
Mi sforzo di dire che le differenze non sono territoriali (settentrionali o meridionali, italiani od extracomunitari, bianchi o neri), ma sociali. I ricchi e i potenti non creano differenze tra di loro. Si ritrovano tutti in luoghi esotici a mangiare caviale e bere champagne. Sono i miserabili a creare le disuguaglianze per accaparrarsi o difendere la loro misera pagnotta. E per questo sono disposti a tutto.
La grande ipocrisia vien da lontano. “I Vinti non dimenticano” (Rizzoli 2010), è il titolo del nuovo volume di Giampaolo Pansa. Ci si fa largo tra i morti, ogni pagina è una fossa e ci sono perfino preti che negano la benedizione ai condannati. E poi ci sono le donne, tante, tutte ridotte a carne su cui sbattere il macabro pedaggio dell’odio. È un viaggio nella memoria negata, quella della guerra civile, altrimenti celebrata nella retorica della Resistenza.. Le storie inedite di sangue e violenza che completano e concludono "Il sangue dei vinti", uscito nel 2003. Questo nuovo libro parte dalle vicende di molte zone dell'Italia centrale e del nord, da quelle di Ancona, di Firenze con i suoi cecchini fascisti, di Siena con gli stupri dei marocchini francesi, di Grosseto, Prato, Pistoia e Lucca. Si passa poi a Trieste, a Gorizia, a Fiume ed ai servizi segreti di Tito e al ruolo che ebbero nelle deportazioni naziste del 1945; ognuna di queste storie rivelerà al suo lettore un lato sconosciuto del nostro dopoguerra e presenterà un personaggio, molti dei quali femminili. Dalle pagine del libro affiorano le voci dei parenti delle vittime e la pietà umana di un grande scrittore. «Quando pubblicai "Il sangue dei vinti" nell’ottobre 2003, venni linciato dalle sinistre. Mi accusarono di tutte le perversioni, la prima di aver scritto il falso per ingraziarmi Silvio Berlusconi. Tre anni dopo, nel 2006, per l’uscita di un altro mio lavoro revisionista, La grande bugia, fui aggredito a Reggio Emilia da una squadra di postcomunisti violenti. Perché i nipoti dei trinariciuti dipinti da Giovanni Guareschi mi inseguivano? I motivi erano soprattutto due. Avevo dato voce ai fascisti, obbligati dai vincitori a un lungo silenzio. E avevo posto il problema del Pci e del suo obiettivo nella guerra civile: fare dell’Italia un paese satellite dell’Unione sovietica. Oggi l’Urss non esiste più, anche il Pci è scomparso. Eppure le sinistre continuano a non accettare che si parli delle pulsioni autoritarie dei comunisti italiani e del loro legame con Mosca. È per sfida che nei “Vinti non dimenticano” ho scritto le pagine che mi ero lasciato alle spalle. L’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e Fiume, guidata dal servizio segreto di Tito, con migliaia di deportati scomparsi nel nulla: un esempio di quanto sarebbe accaduto nel resto d’Italia se il partito di Togliatti avesse trionfato. Le stragi in Toscana dopo la Liberazione. La sorte delle donne fasciste, stuprate e poi soppresse. La strategia del terrorismo rosso per eccitare le rappresaglie ed estendere il conflitto. Le uccisioni di comandanti partigiani e di politici socialisti e democristiani che si opponevano al predominio comunista. I lager infernali per i fascisti da fucilare, a cominciare da quello di Bogli. E senza nascondere le nefandezze degli Alleati. Come le violenze sessuali delle truppe marocchine a Siena. O i tantissimi civili uccisi dai bombardamenti angloamericani. La verità è sempre una chimera. Ma non si può cercarla quando si è accecati dalla faziosità politica. Nei “Vinti non dimenticano” ho rifiutato ancora una volta la storia inquinata dall’ideologia. Questo mi fa sentire un uomo libero, come lo sono i miei lettori.»
Il libro di Antonello Caporale “Peccatori” testimonia una realtà che tutti conoscono, ma che hanno convenienza a non cambiare.
Chi sono i nuovi italiani e cosa sognano, chi venerano, cosa santificano? Quali regole osservano, quante volte deviano e quanti peccati commettono?
Il vaccino dal peccato è l’osmosi, il miscuglio che diventa zuppa densa, uniforme. Tutti uguali, tutti brutti e cattivi, tutti ladri. È banale, nel senso di ordinario, di consueto, di regolare.
«All’italiana» è una definizione così comune che oramai serve per illustrare le vicende tristi, o soltanto buffe. Per ricordare i nostri stravizi o l’abitudine alla devianza. Per mettere in guardia (sono italiani!) o patire insieme (siamo italiani!).
Qual è la nostra colpa e, soprattutto, dov’è la nostra colpa?
La devozione al potere, la consegna del silenzio, il nuovo perbenismo. Affari e quasi sempre preghiere. La nostra nuova vita consegnata all’Imperatore, manipolata dai sondaggi, illustrata perennemente da una telecamera.
Antonello Caporale, in questo nuovo viaggio, indaga sulle responsabilità di ciascuno, raccontando i fatti e le omissioni quotidiane di casa nostra. Specchio infranto di una società che non coltiva passioni, ma solo furbizie.
L’Italia vista dalla cima, Silvio e Veronica, e dal fondo, Noemi e le altre.
Non avrai altro Dio all’infuori di me…Dieci capitoli quanti sono i comandamenti. Traditi, violati, taciuti o, in un amen, dimenticati.
La parola chiave è divenuta la furbizia. Se si è furbi si fa carriera. Se si è furbi si fanno i soldi. E con i soldi, se si continua a essere furbi e accomodanti, cioè un poco più che intelligenti, si va al potere. E se riesci ad andare al potere poi te la spassi… La narrazione berlusconiana, così semplice e così fascinosa, ha diviso gli italiani e li ha resi nemici. Ognuno ha una colpa, e ogni colpa individuale viene compensata dalla colpa altrui. E' una sorta di livella ante mortem, una riclassificazione verso il basso del diritto e delle responsabilità.
Ciascuno con i suoi peccati e nessuno sarà condannato.
"ROBA NOSTRA": La nuova Tangentopoli italiana.
Nessuno, grazie anche a questo libro di Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera, potrà più dire di non aver saputo.
Vulpio, già inviato del Corriere della Sera, è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Non solo è stato incriminato, ma è stato anche rimosso dal giornale. Ma torniamo al libro.
Vulpio parte da una premessa che poi è l’intuizione dalla quale partono le inchieste Why Not e Poseidon, le due sottratte a De Magistris: dimenticate Tangentopoli, o almeno quella delle mazzette, quelle dei soldi sporchi che passano di mano in mano, e che magari alla fine finiscono in un cesso. Storia vecchia.
Oggi la nuova Tangentopoli si basa su fondi pubblici, soprattutto europei, che non arrivano in Italia e poi vengono spartiti, ma hanno già il timbro di appartenenza quando partono da Bruxelles. Chi prova a scoperchiare questo sistema politicamente tacito e trasversale è proprio il Pm campano, che con perfetta coscienza va incontro alla “profezia Chiaravalloti” (ex presidente della regione Calabria, premiato con la presidenza dell’Authority) intercettato mentre parla con la segretaria: “Lo dobbiamo ammazzare… no… gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e affidiamo la gestione alla camorra… Vedrai, passerà i suoi anni a difendersi”.
Il libro è un’ottima chiave di lettura per capire su cosa davvero stava indagando De Magistris prima di essere esautorato d’ufficio, e soprattutto perché fosse fisiologica una simile fine per quelle inchieste: fare luce su questi traffici di denaro pubblico avrebbe significato far saltare i piani alti della politica e della magistratura.
Vulpio ricompone pazientemente ogni singolo tassello di un puzzle che alla fine sviluppa uno scenario da golpe: magistrati che fanno parte di comitati d’affari e acquistano proprietà da costruttori che nel frattempo stanno indagando, tecnici e funzionari che collaborano con il Pm (Gioacchino Genchi, il mago delle tecnologie investigative, il maresciallo Pasquale Zacheo, insostituibile archivio vivente, il prototipo del Bellodi di Sciascia) vengono trasferiti e viene loro revocato l’incarico, il tutto in un habitat in cui la massoneria ha gli uomini giusti nei posti strategici.
Grande spazio, naturalmente, all’inchiesta regina, Why not, che ruota attorno all’uomo del destino, Antonino Saladino, amico di tutti, di tutti quelli che stanno al potere, si intende. Vulpio non dimentica di occuparsi di Toghe Lucane, l’unica inchiesta rimasta in mano a De Magistris (ma c’è tempo anche per quella), che indaga su un comitato d'affari di politici, magistrati, avvocati, imprenditorie funzionari che avrebbe gestito grosse operazioni economiche in Basilicata.
Nel libro vengono raccontati degli episodi che a prima vista non c’entrano nulla con la storia giudiziaria che si dipana tra Lucania, una volta Felix oggi Appetix, e la Calabria. Come quella dei “fidanzatini di Policoro”, in Basilicata, apparentemente morti in un incidente poi diventato duplice omicidio, causato forse dalla paura che la ragazza raccontasse di festini hard a base di coca ai quali partecipavano magistrati e politici.
Anzi, ormai è più che un sospetto.
Pagine e pagine dedicate alla “collega ideale” di Luigi De Magistris, Clementina Forleo, l’unica scesa veramente in campo per difendere il collega dalla canea che lo stava delegittimando. E l’unica, che assieme a De Magistris sta difendendo l’autonomia della magistratura, mentre altri colleghi sono sazi e soddisfatti del tacito accordo che accontenta tutti con posti al Ministero e favori amichevoli.
Carlo Vulpio racconta i fatti inediti delle devastazioni alle proprietà della famiglia Forleo in Puglia mentre Clementina si occupava di scalate a Milano: la villa demolita, il raccolto dato alle fiamme, e ultimo, lo strano incidente in cui morirono i suoi genitori.
Cose che il giudice, che secondo il Csm soffre di vittimismo, non ha mai raccontato.
E’ un libro pieno di circostanze, di date e di fatti, che si legge come un romanzo ma ha la struttura della migliore inchiesta giornalistica.
Quella che emerge è una nazione senza scrupoli, che lucra su ogni fonte di guadagno fregandosene delle leggi, della salute della gente e del territorio. Scorie tossiche nelle campagne, rigassificatori a un chilometro dai templi di Agrigento, la decadenza dei Sassi di Matera beneficiari di finanziamenti per la tutela di milioni di euro. L’annientamento di due giudici e dei loro tecnici, avviato e pianificato con precisione maniacale da politici e colleghi, e approvato senza batter ciglio da un Consiglio Superiore della Magistratura che anziché proteggerli dagli attacchi, li consegna agli sciacalli per voce di Letizia Vacca (non me ne voglia il bovino): “due cattivi magistrati”.
Il “non sapevo” oggi non è più tollerato, perché se un giorno De Magistris sarà punito dal Csm nonostante la Procura di Salerno dice che contro di lui è in atto un complotto, se la Forleo perderà la funzione di Gip per aver fatto scoprire all’Italia gli alpinisti della sinistra, questo avverrà di fronte ad una nazione cosciente, che forse allora reagirà. Ignorantia legis non excusat.
La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia. «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni». La pena, aggiunge, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa. La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini, ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandestinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini».
Ma le randellate sono riservate anche alla polizia. "La polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ambito della stessa manifestazione". A sottolinearlo il sostituto procuratore generale della Cassazione Alfredo Montagna nella sua requisitoria del 27 novembre 2008 innanzi alla prima sezione penale della Cassazione nell’ambito dell’udienza per gli scontri avvenuti a Milano, l’11 marzo 2006 a corso Buenos Aires, durante una manifestazione antifascista non autorizzata promossa dalla sinistra radicale dei centri sociali e degli autonomi per protestare contro un raduno della formazione di estrema destra "Forza Nuova". Lo ha detto in contrarietà ai suoi colleghi dei gradi di giudizio precedenti.
"Quello affermato per la Diaz deve valere anche per i cittadini" "La Giustizia deve essere amministrata - ha proseguito Montagna - con equità e non con due pesi e due misure: quel che è stato affermato per i poliziotti della Diaz, nel processo di Genova, deve valere anche per il cittadino qualunque e non solo per i colletti bianchi. Se è vero, come è vero nel nostro ordinamento che è personale il principio della responsabilità penale, questo deve valere per tutti mentre ho l’impressione che nel nostro Paese oggi, si stia allargando la tendenza ad una minor tutela dei soggetti più deboli, come possono essere i ragazzi un pò scapestrati". Montagna ha aggiunto che "non può passare, alla pubblica opinione, un messaggio sbagliato per cui sui fatti della Diaz i giudici decidono in maniera differente rispetto a quando si trovano a giudicare episodi come quelli di corso Buenos Aires". Invece i giudici hanno deciso in modo differente: per i poliziotti e i loro dirigenti assoluzione quasi generale; per i ragazzi condanne confermate per tutti.
Ma le stoccate vengono portate su tutto il sistema. "Profili di patologie emergono nel settore dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, nonché nella materia sanitaria, fornendo un quadro di corruzione ampiamente diffuso". Lo ha sottolineato il procuratore generale della Corte dei Conti, nella Relazione all'apertura dell'anno giudiziario della magistratura contabile. Il Pg ha aggiunto che "in particolare l'accertamento del pagamento di tangenti è correlato ad artifici ed irregolarità connesse a fattispecie della più diversa natura, quali la dolosa alterazione di procedure contrattuali, i trattamenti preferenziali nel settore degli appalti d'opera, la collusione con le ditte fornitrici, la illecita aggiudicazione, la irregolare esecuzione o l'intenzionale alterazione della regolare esecuzione degli appalti di opere, forniture e servizi". Comportamenti illeciti di cui e' conseguenza "il pagamento di prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato o addirittura il pagamento di corrispettivi per prestazioni mai rese".
L’Italia non crede più nelle istituzioni che dovrebbero guidarla. Il potere "esercita il comando senza obiettivi e senza principi, perde ogni rapporto con la realtà del Paese", diventa autoreferenziale e alla fine forma "una società separata", con una sua lingua, le sue gazzette, i suoi clan, i suoi privilegi. Questa "società separata ha le finestre aperte solo su se stessa", denuncia il Rapporto Italia dell'Eurispes. In realtà, sottolinea l'Istituto di studi economici e sociali, la politica non c'è più: è estinta, grazie alla tenacia dei poliburocrati, i burocrati dei due poli, ora quasi tutti in "overdose", sopraffatti dai loro stessi abusi.
È una fotografia impietosa quella scattata dal Censis nel suo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. L’Italia, secondo l’istituto di ricerca socioeconomica presieduto da Giuseppe De Rita, è un Paese apatico, senza speranza verso il futuro, nel quale sono sempre più evidenti, sia a livello di massa sia a livello individuale, «comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, prigionieri delle influenze mediatiche». Gli italiani si percepiscono, scrive il Censis, come «condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro», vittime di fittizi «desideri mai desiderati» come l’ultimo cellulare alla moda e in preda spesso a «narcisismo autolesionistico», come è testimoniato dal fenomeno del «balconing». Quella italiana sarebbe, in sostanza, una società «pericolosamente segnata dal vuoto».
"Una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio".
Così il Censis descrive la realtà italiana, costituita da una maggioranza che resta "nella vulnerabilità, lasciata a se stessa", "più rassegnata che incarognita", in un'inerzia diffusa "senza chiamata al futuro".
La realtà diventa ogni giorno "poltiglia di massa - spiega il Rapporto sulla situazione sociale del paese - indifferente a fini e obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa"; la società è fatta di "coriandoli" che stanno accanto per pura inerzia.
Una minoranza industriale, dinamica e vitale, continua nello sviluppo, attraverso un'offerta di fascia altissima del mercato, produzioni di alto brand, strategie di nicchia, investimenti all'estero; cresce così la voglia di successo degli imprenditori e il loro orgoglio rispetto al mondo di finanza e politica.
Ma "siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non in uno sviluppo di popolo": "la minoranza industriale va per proprio conto, il governo distribuisce 'tesoretti'", ma lo sviluppo non filtra perché non diventa processo sociale e la società sembra adagiata in un'inerzia diffusa.
Lo sviluppo di una minoranza non ha saputo rilanciare i consumi e la maggioranza si orienta per acquisizioni low cost e su beni durevoli, senza un clima di fiducia.
L'italiano medio dovunque giri lo sguardo sembra pensare di fare esperienza del peggio: nella politica, nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità e nella criminalità organizzata, nella dipendenza da droga e alcool, nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie, nella bassa qualità dei programmi tv.
La minoranza industriale, dinamica e vitale, non ce la fa a trainare tutti, visto che é concentrata sulla conquista di mercati ricchi e lontani, con prodotti a prezzo così alto che non possono scatenare effetto imitativo.
La pur indubbia ripresa - fa notare il Censis - rischia di essere malata se non si immette fiducia nel futuro.
La classe politica, scossa dalla ventata di antipolitica, non può fare da collettore di energie.
Solo delle minoranze "possono trovare la base solida da cui partire" e "sprigionare le energie necessarie per uscire dallo stallo odierno"; si tratta delle minoranze che fanno ricerca e innovazione, giovani che studiano all'estero, professionisti che esplorano nuovi mercati; chi ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; minoranze che vivono l'immigrazione come integrazione, che credono in un'esperienza religiosa e sono attente alla persona, che hanno scelto di appartenere a gruppi, movimenti, associazioni, sindacati.
Le diverse minoranze dovranno gestire da sole una sfida faticosa, immaginando spazi nuovi di impegni individuali e collettivi: una sfida assolutamente necessaria - per il Censis - per allontanare l'inclinazione al peggio che "fa rasentare l'ignominia intellettuale e un'insanabile noia".
Il presidente del Censis, De Rita: “Italia rassegnata e furba senza senso del peccato. Lo Stato ha perso autorità morale e sta saltando.”
Nella reazione dell’opinione pubblica ai ripetuti scandali, c’è una sorta di rassegnazione al peggio, un atteggiamento diverso rispetto all’era Tangentopoli, eppure questo approccio non stupisce il presidente del Censis Giuseppe De Rita: «Sì, in giro c’è una rassegnazione vera, ma anche furba. Chiunque di noi può ascoltare grandi dichiarazioni indignate: “Qui sono tutti mascalzoni!”. La gente ragiona così: sento tutti parlare male di tutti e anche io faccio lo stesso. Dopodiché però non scatta la molla: e io che faccio? Non scatta per l’assenza di codici ai quali ubbidire. Non scatta perché non c’è più un vincolo collettivo. Tutto può essere fatto se io stesso ritengo giusto che sia fatto».
La profondità e l’autorevolezza della sua lettura della società e del costume italiano già da tempo hanno fatto di Giuseppe De Rita un’autorità morale, una dei pochissimi intellettuali italiani che è impossibile incasellare.
«Siamo passati dal grande delitto ai piccoli delitti. Dall’Enimont al piccolo appalto. Ma questa è la metafora del Paese. A furia di frammentare, anche i reati sono diventati più piccoli e ciascuno se li assolve come vuole. E’ entrato in crisi il senso del peccato, ma lo Stato che dovrebbe regolare i comportamenti sconvenienti, non ha più l’autorità morale per dire: quel reato è veramente grave. E allora salta lo Stato. Come sta accadendo adesso. Se sei un piccolo ladruncolo, cosa c’è di meglio che prendersela col grande ladro? Se fai illegalmente il secondo lavoro da impiegato pubblico, poter dire che quelli lì erano ladri e si sono mangiati tutto, non è un alibi, ma è una messa in canto della propria debolezza. Le formichine italiane hanno fatto il Paese, ma hanno preso tutto quello che era possibile dal corpaccione pubblico. Noi che predicavamo le privatizzazioni “alte”, non abbiamo capito che il modo italico di privatizzare era tradurre in interesse privato qualsiasi cosa. Un fenomeno di massa: ognuno si è preso il suo pezzetto di risorsa pubblica. La classe dirigente della Seconda Repubblica non è stata soltanto la “serie B” della Prima, ma le sono mancati riferimenti di autorità morale. Una classe dirigente si forma sotto una qualche autorità etica. De Gasperi si era formato nell’Austria-Ungheria, il resto della classe dirigente democristiana, diciamoci la verità, si è formata in parrocchia. La classe dirigente comunista si era formata in galera o nella singolare moralità del partito. Questa realtà di illegalità diffusa ha inizio con don Lorenzo Milani. Con don Milani e l’obiezione di coscienza. Ci voleva una autorità morale come la sua per dire che la norma della comunità e dello Stato è meno importante della mia coscienza. E’ da lì che inizia la stagione del soggettivismo etico. Un’avventura che prende tre strade. La prima: la libertà dei diritti civili. Prima di allora non dovevi divorziare, non dovevi abortire, dovevi fare il militare, dovevi obbedire allo Stato e poi sei diventato libero di fare tutto questo. Seconda strada: la soggettività economica, ciascuno ha voluto essere padrone della propria vita, non vado sotto padrone, mi metto in proprio. E’ il boom delle imprese. La terza strada, la più ambigua: la libertà di essere se stessi e quindi di poter giudicare tutto in base ad un criterio personale. Il marito è mio e lo cambio se voglio, il figlio è mio e lo abortisco se voglio. L’azienda è mia e la gestisco io. Io stesso, certe volte parlando con i miei figli, dico: il peccato è mio, me lo “gestisco” io».
Il Csm, è la convinzione del capo dello Stato nella cerimonia al Quirinale di commiato dai componenti del Csm uscenti e di saluto a quelli entranti, deve «contrastare decisamente oscure collusioni di potere ed egualmente esposizioni e strumentalizzazioni mediatiche, a fini politici di parte o a scopo di "autopromozione personale"». Il 31 luglio 2010 l'inquilino del Quirinale cita «fenomeni di corruzione di trame inquinanti che turbano e allarmano, apparendo essi tra l’altro legati all’operare di "squallide consorterie"».
Per il Colle è importante «alzare la guardia nei confronti di deviazioni che finiscono per colpire fatalmente quel bene prezioso che è costituito dalla credibilità morale e dall'imparzialità e dalla terzietà del magistrato». «Già nella risoluzione adottata dal Csm il 20 gennaio 2010 - ricorda Napolitano nel discorso di saluto dei nuovi componenti del Csm - si è mostrata consapevolezza della percezione da parte dell'opinione pubblica che, alcune scelte consiliari siano in qualche misura condizionate da logiche diverse, che possono talvolta affermarsi in "pratiche spartitorie", rispondenti ad "interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici"».
Nel documento base della ‘Settimana sociale’, di Agosto 2010, la Cei definisce l’Italia “un Paese senza classe dirigente”.Nel documento è possibile leggere: “L’Italia è un paese senza classe dirigente, senza persone che per ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla nazione una visione e degli obiettivi condivisi e condivisibili”.
L’Italia è un Paese «sfilacciato», addirittura ridotto «a coriandoli», che ha paura del futuro. È dirompente la radiografia che il presidente dei vescovi italiani, ha fatto aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei.
“La verità è che ‘il Paese da marciapiede’ i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del ‘Presidente spazzino’, l’inutile ‘gioco dei soldatini’ nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone”. Questo scrive Famiglia Cristiana. Ciò svia l’attenzione dai problemi economici del Paese, e con il rischio “di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le ‘buffonate’, che servono solo a riempire pagine di giornali”.
Il Vaticano non recepisce più automaticamente, come fonte del proprio diritto, le leggi italiane. Tre i motivi principali di questa drastica scelta: il loro numero esorbitante, l'illogicità e l'amoralità di alcune norme. Lo riferisce l'Osservatore Romano all’atto di presentazione della nuova legge della Santa Sede sulle fonti del diritto firmata da Benedetto XVI, vigente dal primo gennaio 2009 e in sostituzione della legge del 7 giugno 1929.
E che dire della malattia dei politici. Poltronismo, poltronite. La malattia è presto definita: raccogliere sotto lo stesso corpo più incarichi possibili. La prima poltrona dà potere e visibilità. La seconda fiducia e tranquillità. Se casco lì, rimango in piedi qui. O viceversa.
La Prima Repubblica aveva molti difetti ma alcune virtù nascoste. Tra queste separare in modo indiscutibile la guida degli enti locali con l'impegno da parlamentare. Il divieto, contenuto in una legge del 1957 e limitato ai centri con più di ventimila abitanti e alle province, tutte, trovava fondamento nell'idea di offrire parità di condizioni ai candidati. Un deputato che fosse in corsa per fare il sindaco aveva più possibilità di captare voti. Dunque avrebbe violato la par condicio. Per anni norma osservata, e disciplina dei sensi unici assoluta. Con Tangentopoli il mercato della politica si è però ristretto. Molti presentabili sono divenuti impresentabili. Molti politici in carriera si sono ritrovati in panchina. Molti altri colleghi addirittura oltre le tribune, fuori dal gioco, alcuni dietro le sbarre.
Col favore delle tenebre, nel silenzio assoluto e nella distrazione collettiva, il 2 giugno del 2002 la Giunta per le elezioni, organo politico a cui sono affidati poteri giurisdizionali, cambia i sensi, inverte i passaggi. Chi fa il sindaco di una città che abbia più di ventimila abitanti o il presidente della Provincia non può candidarsi a deputato o senatore. Ma chi è parlamentare può. Senso inverso possibile. La cosa è piaciuta ai più: fare il sindaco-deputato è molto meglio che fare soltanto il sindaco. E se è vero che le indennità non sono cumulabili è certo che le prerogative invece lo sono. Esempio su tutte: l'immunità.
E quindi è iniziata la processione. Prima quello, poi quell'altro. Dopo di te io. E allora io. Un deputato è sindaco a Viterbo, un senatore è sindaco a Catania; una deputata è presidente della Provincia di Asti, un senatore presiede quella di Avellino. Un deputato è sindaco a Brescia, un collega è presidente a Napoli. E via così...
I più hanno trasmesso ai nuovi uffici la stessa foto di rappresentanza data agli uffici parlamentari. Quando serve siamo qui. Col tesserino. Quando non serve siamo lì. Con la fascia tricolore. E' un bel segno in questi tempi di crisi: più poltrone per tutti.
Da una ricerca emergono i difetti del “belpaese”. Italiani maleducati, arroganti e corrotti, con scarso rispetto per l'ambiente e le diversità. I più viziosi? Senza ombra di dubbio, i politici seguiti, a ruota, da sindacalisti, imprenditori e banchieri.
Inizia con in esclusiva dell'indagine, curata dal sociologo Enrico Finzi, che il 'Messaggero di “Sant’Antonio” ha commissionato ad Astra Ricerche, istituto di ricerca demoscopica di cui Finzi è presidente.
Uno zoom sui nuovi vizi dal quale emerge una radiografia 'in presa diretta' sull'Italia.
''Nell'anteprima dell'indagine pubblicata in questo numero della Rivista, si possono trovare le prime istantanee - afferma il direttore della rivista, padre Ugo Sartorio - ossia quali sono i nuovi vizi più diffusi, le cause e, soprattutto, l'identikit degli italiani più 'viziosi'''.
In testa alla classifica dei vizi ci sono i politici, secondo il 78% degli interpellati; seguono i sindacalisti al secondo posto, 40% circa, e poi i giovani, i giornalisti e gli immigrati, attorno al 35%. Tra i nuovi vizi più diffusi l'arroganza e la maleducazione, la corruzione, la disonestà, il consumismo, ma anche l'indifferenza e l'irresponsabilità.
Al primo posto, per quanto riguarda i vizi nella società, troviamo la maleducazione: ben nove su dieci abitanti del Belpaese puntano il dito contro questo vizio.
Al terzo posto, col 77% delle indicazioni, incontriamo il menefreghismo. In stretta connessione, con un valore di poco inferiore (74%), quel tipo di degenerazione etica che si traduce nella disonestà e anche nella corruzione.
Insomma, la più aspra preoccupazione della gente riguarda in generale l'imbarbarimento della vita e delle relazioni interpersonali, fondato sul trionfo dell''io isolato dagli altri' e sul venir meno dell'etica personale e collettiva.
Di diversa natura, ''ma in fondo non così dissimile'', è il quinto macro-difetto, lamentato dal 71% dei 18-79enni: ''lo scarso rispetto per la natura e per l'ambiente''.
Il 49% del campione indica come vizio più grave ''il carrierismo e la competizione senza regole e senza freni, essi stessi determinati dall'egoismo o dal considerare gli altri solo un mezzo per raggiungere i propri obiettivi. Al penultimo posto in questa triste classifica - rileva il presidente di Astra ricerche - ecco il dilagare tra gli italiani dell'immaturità e spesso dell'infantilismo.
Infine il 42% denuncia la crescita nella nostra società dell'intolleranza (a volte religiosa, a volte politica, spesso culturale, spessissimo sportiva): quell'incapacità di accettare e anzi di valorizzare la pluralità delle opinioni e dei comportamenti che rende democratica e civile, oltre che moralmente solida, qualunque civiltà.
Una fotografia, quella voluta dal 'Messaggero di sant'Antonio', che aiuta a rilevare attraverso un'ottica il più possibile imparziale i tratti di un Paese dai mille volti.
Un occhio agli italiani anche da parte straniera, e il risultato per noi non è proprio dei migliori.
Impietosa analisi del Belpaese dove regna "una dilagante impunità e uno standard di vita in declino".
"L'Italia è oggi una terra inondata da corruzione, decadenza economica, noia politica, dilagante impunità e uno standard di vita in declino".
E' l'impietosa analisi che fa del nostro Paese il Los Angeles Times in occasione delle elezioni politiche del 2008 per la scelta del "62esimo governo in 63 anni". Elezioni nelle quali gli elettori potranno scegliere fra "rei condannati" o "ballerine della tv". Il titolo dell'articolo di Tracy Wilkinson è: "In Italia il crimine paga e vi può far eleggere".
Il Los Angeles Times descrive l'Italia - un tempo "leggendaria icona di cultura" - come un Paese dove la gestione di un'impresa "è un'esperienza torbida e frustrante, a meno di non essere la Mafia, oggi il più grande business in Italia".
Un Paese dove "il sistema giudiziario raramente funziona", e "i parlamentari sono i più pagati d'Europa ma, secondo l'opinione di molti, i meno efficaci, una elite che si autoperpetua" e sembra "voler trascinare giù il Paese con sé".
Un' Italia ormai in ginocchio, con una classe politica "iper-pagata" preda dell' "immobilismo" e del "trasformismo" che sta inesorabilmente perdendo "legittimità"' tra i cittadini stanchi e disillusi. E' un quadro nero della Penisola, il Paese "peggio governato d'Europa", quello che il professor Martin Rhodes traccia nella pagina dei commenti del Financial Times.
I giornali lo dicono chiaramente: non siamo più emblema di stile, ma quintessenza della maleducazione. "Dimenticatevelo il Bel Paese. Musica rap strombazza da una radio portatile e un pallone rotola sul vostro asciugamano mentre una mamma italiana urla a suo figlio insabbiato. Questa è la vita da spiaggia, almeno alla maniera italiana" sentenzia il Sydney Morning Herald. Ma non solo: "un turista visto una sola volta viene considerato non una persona, bensì un’incombenza" (The Guardian), "nelle code ai musei ti ritrovi spinto addirittura da suore" si sostiene su travelpod.com. E ancora, "ci sono preservativi usati ovunque ad inquinare i parchi protetti" (italy.net), mentre in città "la colonna sonora simbolica dell'Italia è il ronzio del motore a due marce degli scooter che sfrecciano ignorando le regole tra il traffico impenetrabile" (New York Times).
Immagine italiana all'estero: sempre più opaca. È il quadro che emerge da una ricerca sulla stampa estera dell’Osservatorio Giornalistico Internazionale Nathan il Saggio (www.nathanilsaggio.com), reso noto dall’Agenzia KlausDavi, che ha monitorato le principali testate straniere (dal New York Times a Le Monde, dall’Herald Tribune al Der Spiegel) e i più importanti portali di informazioni turistiche sul tema "l’Italia vista dagli altri". Ne scaturisce un’analisi critica e a volte dura da parte della stampa estera che denota l’opacizzazione dell’immagine dello stile italiano all’estero.
"Che fine ha fatto la dolce vita?", il titolo di un articolo del Guardian, pare essere emblematico di questo cambiamento di percezione nei confronti del paese del sole. Da simpatici burloni, pronti ad accogliere con il sorriso gli ospiti e pieni del celeberrimo fascino Italian Style riconosciuto in tutto il mondo, gli italiani di oggi riempiono le colonne della stampa estera per maleducazione ed eccessi di arroganza e furbizia. Per strada sono sempre pronti a fischiare le ragazze, concentrati solo sul proprio aspetto fisico e gettano immondizia ovunque (The Sidney Morning Herald). Nella classifica compare la città di Viareggio, "invasa d’estate dalla solita calca italiana stravaccata sotto gli ombrelloni e sempre impegnata a far squillare i cellulari" (Times) e "meta di chi vuol esibire il proprio status" (Frankfurter Allgemeine Zeitung). Segue Rimini con le sue spiagge sovrappopolate e addirittura da evitare, secondo Liberation. Alberghi non accoglienti e infestati da ragni (Focus), valgono a Bibione la terza posizione in questa ’classificà. Chiudono Varigotti, perla della costa ligure che però è invasa da parcheggiatori e bagni abusivi (Abc), e Amalfi, dove strombazzate e insulti in auto sono la normalità (The Globe and Mail).
Questo per quanto riguarda l'Italia degli adulti. E i nostri figli ??
Cresce fra le ragazzine il fenomeno della microprostituzione: sesso a scuola e sul web per arrotondare la “paghetta”.
Ricordate, appena qualche anno fa, quando si parlava di immagini spinte che gli adolescenti facevano girare con i telefonini? Allora quel fenomeno, che era ai suoi albori, venne inquadrato in una specie di patologia “esibizionistica” imitativa fra teenagers. Capitarono anche casi di video “hard” di ragazzine, destinati all’auto-contemplazione all’interno della coppia o al ristretto giro delle amicizie più intime, diffusi, invece, sempre tramite i cellulari, ad intere scolaresche ed intercettati anche dagli allibiti genitori. Alcuni di questi episodi divennero casi di cronaca anche in Emilia, a Bologna e Modena, con povere ragazze messe in piazza in quel modo, e genitori costretti a rivolgersi ai carabinieri.
Si parlò poi di “bullismo elettronico”, quando, oltre alle scene di sesso precoce, vennero fatte circolare dai cellulari anche immagini girate a scuola di pestaggi (anche ai danni di minorati) o di “scherzi pesanti” a professori (ricordate il caso di Lecce della professoressa in perizoma, palpeggiata dagli alunni?). Ci si interrogò allora sul bisogno dei giovani di “apparire” a tutti i costi, di “visibilità” anche negativa, per esistere….
Ebbene a distanza di pochi anni, il fenomeno ha cambiato definizione e modalità: non più “esibizionismo”, non più “bullismo”, non più violenza gratuita, non più gratuita ostentazione… nel senso che le ragazzine continua a riprendersi o a farsi riprendere in situazioni “osè”, ma adesso pretendono di essere pagate. Il fenomeno si sta cioè convertendo in “microprostituzione” a scuola o tramite web. Una forma di prostituzione per così dire “under”, estemporanea, praticata per lo più fra coetanei (per questo la si chiama “micro”), ma è certo alta la possibilità che queste stesse ragazze possano diventare anche “prede” di adulti senza scrupoli, ed ovviamente più danarosi dei loro compagni di classe.
Il fenomeno è osservato ed in preoccupante espansione. Per molte ragazze sta diventando “normale” concedere prestazioni sessuali, o ritrarsi in pose erotiche tramite la webcam o gli stessi cellulari, in cambio di soldi per arrotondare la paghetta dei genitori. Paghetta che magari la crisi può aver un po’ ristretto.
Un allarma in questo senso viene dalla Lombardia, dal Comune di Milano che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione dei genitori sul problema della microprostituzione e della crescente diffusione della pornografia informatica fra i ragazzi.
“I dati sull’aumento della microprostituzione e delle frequentazioni abituali di sito pornografici da parte degli adolescenti sono preoccupanti – ha confermato l’assessore alla salute del Comune milanese, G.Paolo Landi di Chiavenna – Per questo abbiamo deciso di intervenire con iniziative di informazione e sensibilizzazione delle famiglie”. “E’ ancor più preoccupante – continua l’assessore – apprendere non solo che nei bagni delle scuole i ragazzi fanno sesso, ma soprattutto che in queste prestazioni sessuali, anche di tipo orale, non si ricerca solo il piacere, ma vengono accordate dalla ragazzine per arrotondare la paghetta, un fenomeno diffuso anche in rete con numerose ragazze che si spogliano on line con la webcam su chat erotiche”.
Sul Corriere della Sera intanto emergono storie sintomatiche come quella di Giorgia di prima media. Ha pubblicato la sua foto seminuda su Messenger, con una mano sposta la canottiera sul seno, e negli occhi una luce maliziosa che a quell’età non dovrebbe nè potrebbe avere; oppure la storia di Viviana che in cambio di un iPod offre prestazioni orali a 5 euro nei bagni del liceo. I ragazzi nelle agende dei loro cellulari si scambiano foto e indirizzi web delle loro compagne più “disponibili”, con tanto di indicazione su ciò che fanno, come lo fanno, dove, e la cifra che chiedono. “E questa è solo la punta dell’iceberg”, commenta ancora l’assessore milanese.
Gli esperti notano infatti anche il continuo abbassarsi dell’età del consumo di pornografia scaricando filmati da internet. Con la novità che questo “consumo” prima quasi esclusivamente maschile, sta ora coinvolgendo sempre più spesso anche le femmine.
Il centro e la periferia, la Milano bene e quella dei palazzoni degradati, i bambini e gli adolescenti, è un tarlo trasversale e poco rintracciabile questa sessuomania dai risvolti hard che colpisce i ragazzi milanesi. «E non è giusto far finta di niente, pensare 'non succederà a mio figlio', dimenticare la cosa come se riguardasse sempre e solo gli altri», spiega Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell’area adolescenza al Fatebenefratelli. «Sono i numeri a dimostrarlo». Otto ragazzi che per questioni di bullismo sono arrivati a raccontare a medici e psicologi le loro vicende personali e quelle dei compagni, a rivelare un giro di microprostituzione. Con loro, anche quattro ragazzine tra i 14 e i 17 anni. «I rapporti avvengono nelle scuole o nei locali — racconta l’esperto — anche tra gruppi. E mai durante l’intervallo, ma ad orari stabiliti prima, durante la fase preliminare ». Quella in cui ci si mette d’accordo.
La materia di scambio: iPhone, iPod, schede per la ricarica del cellulare, vestiti e scarpe griffate. «Le ragazze si comportano come l’ape regina che attira a sé il maschio — continua Bernardo —, sono calme e disinibite. Di solito hanno qualche anno in meno rispetto ai partner. I maschi le scelgono consultando il book virtuale». Un fenomeno sotterraneo, difficile da far emergere. «Sono nicchie, zone oscure — commenta Michela Francisetti, preside all’istituto comprensivo Pertini — ma non è questo il punto. Il problema è quello che sta dietro, il disagio di una società che fa fatica a indicare un percorso educativo, l’immagine imprecisa che le giovani hanno di sé e che i coetanei hanno di loro».
Ma non è tutto. Per avere una raccomandazione per superare i test di ammissione all'università c'è chi è disposto ad iscriversi a un partito politico e chi è pronto a pagare, ma per la maggior parte degli studenti (il 29%) non sarebbe un problema offrire una prestazione sessuale. Sono alcuni dei risultati dell'inchiesta svolta da UniversiNet.it, da anni portale di riferimento per la preparazione gratuita ai test di ammissione, consultato ogni anno da più di 250.000 ragazzi.
Si chiedeva Sant’Agostino (354-430): «Eliminata la giustizia, che cosa sono i regni se non bande di briganti? E cosa sono le bande di briganti se non piccoli regni?». Secondo il Vescovo di Ippona è la giustizia il principale, per non dire l’unico, argine contro la voracità dei potenti.
Da quando è nato l’uomo, la libertà e la giustizia sono gli unici due strumenti a disposizione della gente comune per contrastare la condizione di sudditanza in cui tendono a relegarla i detentori del potere. Anche un bambino comprende che il potere assoluto equivale a corruzione assoluta.
Certo. Oggi nessuno parlerebbe o straparlerebbe di assolutismo. I tempi del Re Sole sembrano più lontani di Marte. Ma, a differenza della scienza e delle tecnologie, l’arte del governo è l’unica disciplina in cui non si riscontrano progressi. Per dirla con lo storico Tacito (55-117 d. C.), la sete di potere è la più scandalosa delle passioni. E come si manifesta questa passione scandalosa? Con l’inflazione di spazi, compiti e competenze delle classi dirigenti. Detto in termini aggiornati: elevando il tasso di statalismo presente nella nostra società.
Friedrich Engels (1820-1895) tutto era tranne che un liberale, ma, da primo marxista della Storia, scrisse che quando la società viene assorbita dallo Stato, che a suo giudizio è l’insieme della classe dirigente, il suo destino è segnato: trasformarsi in «una macchina per tenere a freno la classe oppressa e sfruttata». Engels ragionava in termini di classe, ma nelle sue parole riecheggiava una palese insofferenza verso il protagonismo dello Stato, che lui identificava con il ceto dirigente borghese, che massacrava la società. Una società libera e giusta è meno corrotta di una società in cui lo Stato comanda in ogni pertugio del suo territorio. Sembra quasi un’ovvietà, visto che la scienza politica lo predica da tempo: lo Stato, per dirla con Sant’Agostino, tende a prevaricare come una banda di briganti. Bisogna placarne gli appetiti.
E così i giacobini e i giustizialisti indicano nel primato delle procure la vera terapia contro il malaffare tra politica ed economia, mentre gli antigiustizialisti accusano i magistrati di straripare con le loro indagini e i loro insabbiamenti fino al punto di trasformarsi essi stessi in elementi corruttivi, dato che spesso le toghe, secondo i critici, agirebbero per fini politici, se non, addirittura, fini devianti, fini massonici e fini mafiosi.
Insomma. Uno Stato efficiente e trasparente si fonda su buone istituzioni, non su buone intenzioni. Se le Istituzioni non cambiano si potranno varare le riforme più ambiziose, dalla giustizia al sistema elettorale; si potranno pure mandare in carcere o a casa tangentisti e chiacchierati, ma il risultato (in termini di maggiore onestà del sistema) sarà pari a zero. Altri corrotti si faranno avanti. La controprova? Gli Stati meno inquinati non sono quelli in cui l’ordinamento giudiziario è organizzato in un modo piuttosto che in un altro, ma quelli in cui le leggi sono poche e chiare, e i cui governanti non entrano pesantemente nelle decisioni e nelle attività che spettano a privati e società civile.
L'armistizio di Cassabile in Sicilia o armistizio corto, siglato segretamente il 3 settembre 1943, è l'atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze anglo-americane (alleati) nell'ambito della seconda guerra mondiale. In realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa senza condizioni da parte dell'Italia.
Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente detto dell'" 8 settembre", data in cui, alle 18.30, fu pubblicamente reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower e, poco più di un'ora dopo, alle 19.42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell' Eiar.
In quei frangenti vi fu grande confusione e i gerarchi erano in fuga. L’esercito allo sbando. Metà Italia combatteva contro gli Alleati, l’altra metà a favore.
La Resistenza italiana (chiamata anche Resistenza partigiana o più semplicemente Resistenza) nacque dall'impegno comune delle ricostituite forze armate del Regno del Sud, di liberi individui, partiti e movimenti che, dopo l’armistizio e la conseguente invasione dell' Italia da parte della Germania nazista, si opposero - militarmente o anche solo politicamente - agli occupanti e alla Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato dalle truppe germaniche.
Il movimento resistenziale - inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazista - fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici). I partiti animatori della Resistenza, riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra.
Ma, come spesso avviene, la storia la scrivono i vincitori e in Italia lo sport principale è l’insabbiamento e la disinformazione.
"Il sangue dei vinti" è un resoconto storico scritto nel 2003 da Giampaolo Pansa ed edito da Sperling & Kupfer.
A mezza via tra la narrazione letteraria e resoconto storico, il libro - molto contestato da parte della sinistra italiana (in particolar modo dall'Anpi) - racconta di esecuzioni e crimini compiuti da ex partigiani ed altri individui dopo il 25 aprile 1945, a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. Secondo Pansa, che non è solo a fare questa ricostruzione storica, tra i giustiziati e le vittime vi furono numerosi fascisti responsabili di gravi misfatti, militari e civili, ma anche, nel clima di guerra civile, alcuni anziani, donne e bambini che, in alcuni casi senza colpa alcuna, furono legati al fascismo, ai suoi crimini, ai suoi gerarchi, come pure l'omicidio di partigiani non comunisti e giornalisti uccisi per il loro coraggio nel denunciare le vessazioni e le violenze operate dai partigiani comunisti nel "triangolo della morte" (Bologna, Reggio Emilia e Ferrara). In questo quadro non pochi sarebbero stati i crimini animati da spirito di rivalsa, vendetta, odio di classe e calcolo politico.
Il tutto è stato insabbiato e sottaciuto negli anni.
Il libro rende omaggio a questi morti, con un'impostazione ed un linguaggio poco accademico indirizzato ai contemporanei, che ha contribuito alla diffusione ed al significativo successo editoriale dell'opera. Insomma gli italiano hanno voluto sapere quanto, fino ad allora, gli era stato sottaciuto.
Su queste basi è nata l'Italia del Trucco, ossia, l'Italia che siamo.
Appalti senza gara, treni senza bagni, traghetti con la ruggine, carrozze dei pendolari piene di pulci…
Ma anche yacht e macchine di lusso. I soldi non hanno colore, però hanno un buon sapore.
C’è un‘Italia che vince, immobile e grassa. C’è un’Italia che perde, spesso collusa e codarda.
Oliviero Beha ha scritto nel 2007 “Italiopoli”, Chiare Lettere editore. Secondo l’autore "Forse oggi in Italia siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare".
Italiopoli ci svela una classe dirigente senza qualità né coraggio intellettuale, il degrado della TV, l’economia da far-west, l’informazione a comando, un’etica ormai sbrindellata da decenni di corruzione, una complementarità imbarazzante tra destra e sinistra....
È un grido di rabbia contro ogni convenienza e opportunismo, contro i furbi e i famosi da reality; contro un Paese che ha azzerato la memoria del passato e la questione del futuro, un Paese che naviga a vista, verso la deriva.
E a proposito Sergio Rizzo, coautore con Gian Antonio Stella nel 2007 e 2008 dei libri-inchieste sul mondo politico italiano “La Casta” con aggiornamenti annuali e, successivamente, “La Deriva”, denuncia un’Italia allo sbando.
Ai due volumi è stato unanimemente riconosciuto il pregio di aver aperto un vasto dibattito sulla qualità della classe dirigente nazionale e sul suo rapporto con i cittadini-elettori.
Dalle infrastrutture bloccate da lacci e lacciuoli di ogni genere all'attività legislativa farraginosa, dai ritardi nell'informatica che ci fanno arrancare dietro la Lettonia agli ordini professionali chiusi a riccio davanti ai giovani, dal declino delle Università-fai-da-te alle rivolte di mille corporazioni, dalle ottusità sindacali ai primari nominati dai partiti: l'Italia è un Paese straordinario che, nonostante la sua storia, le sue eccellenza, i suoi talenti, appare ormai alla deriva.
Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d'oro da scuderie di cavalli. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più "virtuose" moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati "trombati" consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l'autoblu. La denuncia di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l'intera società italiana. Storie stupefacenti, numeri da bancarotta, aneddoti spassosi nel reportage di due grandi giornalisti. Un dossier impressionante, ricchissimo di notizie inedite e ustionanti. Che dovrebbe spingere la classe dirigente a dire: basta.
C'erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell'acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro. Ma all'alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quello lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell'art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: "Nun je spetta".
C'è scritto nel protocollo d'intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no. Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon: "collaboratrici scolastiche") sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro.
Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l'anno? "Ah, no, no me toca..." Mille? "Ah, no, no me toca..." Millecinque? "Ah, no, no me toca..." Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l'economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari?
Giorgio Napolitano ha ragione: "Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni".
Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l'ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell'emendamento indecente infilato nell'ultimo decreto "milleproroghe" varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale "in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato". Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l'Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l'Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). E sarebbe più facile, questo "ponte verso il Paese", se fosse stato cambiato un dettaglio del primo decreto economico del Prodi bis, che aggiungeva altri soldi ai partiti per gli elettori all'estero, decreto contestatissimo dal centrodestra salvo appunto quel dettaglio, che distribuiva 3 milioni e 691.960 euro all'Unione, a Forza Italia, all'Italia dei valori, al movimento Per l'Italia nel mondo di Mirko Tremaglia...
E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest'anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un'enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali.
Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell'antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più. Per la campagna elettorale del '96 An investì un milione di euro e fu rimborsata con 4, in quella del 2006 ne investì 8 e ne ricevette 64. E così tutti gli altri, dai diessini ai forzisti. Con qualche caso limite come quello di Rifondazione: 2 milioni di spese dichiarate, 34 incassati.
"Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni." Ecco a parole cos'hanno tagliato, se vogliamo usare l'unità di misura di Paperon de' Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente.
Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l'abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un'organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo delle Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce e dell'indignazione popolare.
Dopo la Casta ecco i Faraoni, i potenti d’Italia, o «gli eterni signori del potere pubblico» come li definiscono Aldo Forbice e Giancarlo Mazzuca in “I Faraoni”, Piemme editore. Come le mille caste del potere pubblico stanno dissanguando l'Italia. Dove stanno i Faraoni d’Italia? I due autori ne danno una mappa precisa. Gli «Intoccabili» della pubblica amministrazione (ma non solo) si annidano nei palazzi della politica, dalla presidenza della Repubblica al Parlamento, dalle Regioni alle Province, dalle comunità montane fino alle circoscrizioni comunali.
Ma Faraoni sono anche quelli del CNEL, un organismo corporativo, assurdamente costoso e altrettanto inutile, che comprende rappresentanze di tutte le parti sociali, dal Governo alla Confindustria, dalle organizzazioni sindacali a Confartigianato, Confagricoltura e Confcommercio. Oppure nella casta dei sindacati e nelle gigantesche strutture delle associazioni di categoria. Nella casta di enti, organi e autorità di sorveglianza: dal Consiglio di Stato, alla Corte dei conti, al Csm. Nella casta delle università pubbliche, dei concorsi e delle baronie accademiche. Il saggio di Forbice (vicedirettore del giornale radio Rai e conduttore su Radio1 di Zapping) e Mazzuca (ex direttore di Qn e Resto del Carlino, ora parlamentare del Pdl) denuncia come le «mille caste del potere pubblico stiano dissanguando» l’Italia.
Dopo le elezioni politiche del 2008 non è cambiato «praticamente nulla», dicono gli autori, rispetto ai tagli alle spese pubbliche promessi. Lungo l’elenco delle cose rimaste invariate nel quale figurano gli stipendi dei parlamentari, che anzi sono saliti e quelli degli impiegati, funzionari e dirigenti degli enti locali e delle Regioni. «Non solo - spiegano Forbice e Mazzucca - il ragioniere di Montecitorio ora guadagna 20mila euro l’anno più del presidente della Repubblica, il cui emolumento «congelato» dal 1999, è fermo a 218mila euro lordi. L’ex ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, «aveva stilato - ricordano i due autori - una lista di 130 enti da sopprimere, ma dopo pressioni infinite di politici, sindacati e altri amici potenti dei suddetti enti, nella Finanziaria 2008 ne furono inseriti solo 11. Col governo Berlusconi la cifra è diventata 14». Avanti dunque con le forbici, o peggio per tutti.
Macchè piramidi e bunker. ''I nuovi faraoni si nascondono in tutta la Penisola. Non stanno solo nel Palazzo ma dappertutto e dove meno te lo aspetti'': ne è convinto Giancarlo Mazzuca,che racconta il suo nuovo libro. Un viaggio nel grande apparato obeso e ingordo del sistema Italia, che si fonda su dati aggiornati e in gran parte inediti per stanare un'orgia di lobbies, privilegi e consulenze, parassitismo e auto blu sotto il sole ridanciano del Belpaese.
''Insieme ad Aldo Forbice, che conduce da quindici anni su Radio1 il seguitissimo programma Zapping, abbiamo fatto un'inchiesta sul campo'', rimarca Mazzuca, ora parlamentare del Pdl dopo aver diretto 'Il Quotidiano Nazionale' e 'Il Resto del Carlino'. Il risultato? ''Abbiamo visto e segnalato le 'castine' di regioni, comuni, sindacati e associazioni di consumatori, passando poi al setaccio enti inutili e sottoboschi che continuano a proliferare costringendo l'Italia ad avere il terzo debito pubblico del mondo ''.
''Da una parte allora -fa ancora notare Mazzuca- abbiamo le caste politiche e sindacali, già evidenziate in altri contributi e dalle inchieste di diversi giornali, dall'altra tutto un sistema di finanziamenti a pioggia spalmati per editoria, cinema e teatro. Milioni di euro buttati dalla finestra senza alcun riscontro ''.
La vita è una gara. In questa Italia le gare sono tutte truccate e a vincere sono sempre i mediocri. Ma nel nostro Paese sono proprio i mediocri che comandano, che legiferano, che diventano statisti, che amministrano, che giudicano, che insegnano, che curano, che informano. Il loro potere misura la distanza che separa il talento dal successo. Più potere, più successo, meno talento.
E’ uscito in tutte le librerie italiane un bel saggio di Antonello Caporale, intitolato “Mediocri”( Baldini-Castoldi editore) che colpisce il lettore per la sua autenticità. Si tratta di un’inchiesta svolta dall’autore che, insieme a sette ragazzi, con in tasca solo un 110 e lode, hanno girato l’Italia per scoprire i volti e i luoghi di coloro che l’autore definisce “i mediocri”, per capire, cioè, come si forma un’estesa classe dirigente che non ha i requisiti per governare e gestire il proprio Paese, ma che possiede la straordinaria capacità di impedire l’affermazione del talento nella società, in modo da annullare le capacità positive che ogni nuova generazione porta con sé.
Nel libro si evidenzia che l’Italia è piena di giovani talenti ma resta immobile e vecchia, ricca ma consegnata alla vita precaria, bellissima eppure sfregiata, accogliente però insicura. L´Italia è piena di mediocri. Organizzati per cordate, sorretti dalla corporazione, dal club dall’accesso esclusivo, o garantiti dal nome di famiglia. Meglio i parenti dei concorsi; meglio serrarsi nella difesa degli interessi delle lobby che affrontare il rischio della concorrenza.
Meglio i portaborse servili dei collaboratori svegli ed efficienti. Valori capovolti e merito taroccato. Entra solo chi si mette in fila e aspetta, docile, il suo turno. La prova del nove è davanti ai nostri occhi. Perfetti sconosciuti - grazie a mirabili carriere da Signorsì - hanno confezionato un cursus honorum che riserva loro omaggi e riverenze di Stato. Figurarsi in Parlamento. Lì la mediocrità è una virtù.
Antonello Caporale, nel suo poco pubblicizzato saggio , ha il pregio di farcelo capire con chiarezza, attraverso un’inchiesta minuziosa che ha riguardato tutta l’Italia. “…La mediocrità si organizza in reti per due ragioni essenziali: in primo luogo, da solo nessuno è mediocre. La mediocrità emerge se è possibile un confronto e se c’è competizione, almeno in potenza. In secondo luogo, le reti si rafforzano e si nutrono della mediocrità rendendola assoluta, sciolta da tutto quello che non rientra nel suo mondo di riferimento. Essa rifiuta il principio di responsabilità individuale e collettiva e le sue conseguenze sociali sono devastanti”.
“L’Italia è un paese vecchio: si vive più a lungo e si fanno meno figli. Tuttavia, la società italiana sta invecchiando non solo per motivi demografici, ma anche perché il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle élite sono infatti caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite”. Questa la fotografia scattata dal “Forum Nazionale dei Giovani” e dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, in collaborazione con Unicredit Group, nella ricerca “Urg! Urge ricambio generazionale”.
Tradotto in numeri: l’età del primo impiego fisso e stabile (cioè a tempo indeterminato)? Intorno ai 35 anni. A quanti anni si riesce a “metter su” casa e famiglia? Quaranta. Sono queste le conclusioni a cui si giunge, considerando l’indagine Cnel. Che si è focalizzata su quattro ambiti: lavoro, politica, università, libere professioni. E sono note dolenti.
L’attuale struttura del mercato del lavoro blocca i giovani sia con il precariato - che impedisce loro di avere carriere lunghe e continue - sia premiando l’anzianità lavorativa invece che la produttività e le competenze. In 10 anni, il numero di giovani dipendenti in ruoli dirigenziali è passato dal 9,7% al 6,9% e tra i quadri dal 17,8% al 12,3%. In calo anche i giovani imprenditori, passati dal 22% al 15% e i liberi professionisti, dal 30% al 22%.
La ricerca mette l’accento, in modo particolare, sul nodo precarietà: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni e nell’arco di un anno solo un collaboratore su cinque è diventato lavoratore dipendente, ma la metà di questi ha dovuto accontentarsi di un contratto a tempo determinato. Accanto al precariato, poi, si va delineando un altro fenomeno: in un anno, sono cresciuti di 200 mila unità i giovani inattivi, cioè che non lavorano e non cercano lavoro. Oltre 220 mila i giovani che in un anno hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro.
E qui emerge un altro tratto del sistema italiano. L’assunzione di posizioni di rilievo dipende dall’esperienza lavorativa, intesa semplicemente in termini di anzianità aziendale, “a prescindere dai livelli di produttività e delle competenze di ciascuno”.
E il caso dell’Università è in questo senso emblematico: i docenti giovani nell’università italiana sono merce rara. Lo studio del CNEL mostra che l’età media dei docenti universitari è di 51 anni. Ma altri dati, secondo i ricercatori, offrono in pieno “la misura della deriva gerontocratica” dell’università italiana: la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 hanno compiuto 70 anni. I giovani sono solo il 7,6% (su 61.929 docenti e i ricercatori) se si considerano quanti non hanno più di 35 anni. Di questi però la stragrande maggioranza ricopre la qualifica più bassa della gerarchia accademica: i giovani ricercatori, infatti, sono 4.374, i professori associati 311 e gli ordinari solo 21.
Il progressivo invecchiamento della popolazione accademica è un fenomeno che si è accentuato nell’ultimo decennio: mentre dieci anni fa la classe più consistente da un punto di vista numerico era costituita dai docenti con un’età compresa tra i 46 e i 50 anni, gli ultimi dati evidenziano come, ora, la classe modale sia rappresentata dai docenti 56-60enni. E un dato rimane invariato. l’assoluta marginalità degli inder35. Anzi, se possibile la rappresentanza dei giovani docenti si è andata assottigliando: nel 1997 gli inder30 erano l’1,1% del totale e i 31-35enni il 7,3%; nel 2007 le quote sono rispettivamente scese allo 0,9% e al 6,7%.
Altro capitolo: il deficit democratico ai danni dei giovani e della loro rappresentanza in Parlamento. Dal 1992 ad oggi, sottolinea la ricerca del CNEL, i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10% (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6%. È in atto una vera e propria “deriva gerontocratica’, denuncia la ricerca, perché se i 25-35enni costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, il loro peso parlamentare è meno di un terzo (5,6%). Ben diversa è la condizione di altre fasce di età: tra i 36 e i 45 anni si riscontra un rapporto equilibrato tra rappresentanza politica e incidenza sociale. Con l’avanzare dell’età il rapporto si capovolge: la fascia 46-50 anni costituisce l’8,4% della popolazione adulta ma il 20,5% degli eletti e quella 51-55 è il 7,6% della popolazione e il 20,5% degli eletti.
Perché gli under35 sono una rarità in Parlamento? Secondo la ricerca, i giovani non gareggiano ad armi pari, perché non vengono quasi mai collocati ai vertici delle liste elettorali. Risultato: nel Pd solo il 7,5% dei candidati giovani è stato eletto, nel Pdl il 16,1% ma solo per effetto della vittoria riportata. La Lega è l’unico partito nel quale questo divario anagrafico si riduce: 11,4% di eletti tra gli under35 contro il 20,1% degli over35.
Persino dove il libero mercato dovrebbe più garantire le competenze rispetto ad altri fattori il freno posto ai giovani non modera il suo effetto, infatti, secondo il rapporto del CNEL, “non poche difficoltà incontrano anche i giovani italiani che vogliono intraprendere la strada del giornalismo, della medicina, dell’avvocatura o del notariato”. “Pur con le dovute differenze, anche questi percorsi sembrano avere dei tratti comuni: in Italia non è vero che il merito premia sempre” continua lo studio “anche le persone più capaci, per riuscire a vivere del proprio lavoro, tra tirocini, concorsi e contratti a brevissima scadenza, devono pazientare fino a quarant’anni circa. Fino ad allora non possono che continuare a sperare nell’aiuto della propria famiglia”.
Ma le conseguenze non sono positive: “Il rischio è che i giovani, rassegnati a questo immobilismo sociale, continuino ad accettare la propria condizione di emarginati in una società organizzata per caste e al cui vertice si trova una gerontocrazia inamovibile”.
Partiamo dalla giustizia, cioè la garanzia del rispetto di tutti i diritti di tutti i cittadini. Un sistema al collasso.
Così è vista la Giustizia italiana all’estero dagli osservatori internazionali. Spiega Paul Betts, editorialista del “Financial Times”, con un articolo pubblicato il 10 marzo 2010 sul sito del giornale:
“L’ultimo scandalo che ha coinvolto il mondo delle telecomunicazioni italiane rappresenta un test interessante per i giudici romani (…) il caso ancora una volta solleva questioni riguardo all’approccio che il sistema legale italiano assume in queste situazioni. Mettiamo da parte il fatto che la maggior parte della documentazione riservata degli inquirenti circola per le redazioni dei giornali. Dimentichiamoci anche che le persone arrestate sono trattenute senza un processo e che potrebbero rimanere in prigione per settimane e mesi. Sebbene opinabile, è abbastanza ‘normale’ in Italia. La vera novità è che gli inquirenti hanno richiesto il commissariamento di Fastweb e Sparkle con effetto immediato(…) Non serve dire che crimini come questi devono essere perseguiti, ma lo zelo degli inquirenti non può sostituire la considerazione da parte della Corte di tutti i fatti e non solo di quelli che fanno i migliori titoli giorno per giorno. Se un crimine viene commesso, deve essere punito dopo che è stato provato, non prima che si arrivi addirittura in giudizio. E questo é ancora più importante quando ci sono migliaia di posti in ballo”.
Sono 9 milioni i processi attualmente pendenti. Il tempo medio per ottenere giustizia è di sei anni per i processi penali e di otto anni per i civili. Solo nel 2007, su 144.047 prescrizioni, ben 116.207 sono state definite in fase di indagine preliminare, ossia senza alcun esercizio dell'azione penale da parte dei Pubblici Ministeri.
Come afferma il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Alvaro Gil-Robles nel rapporto sulla sua visita in Italia del giugno 2005, «circa il 30% della popolazione italiana è in attesa di una decisione giudiziaria».
Proseguiamo con la legge elettorale, quella che regola il diritto di voto dei cittadini, uno dei fondamenti di ogni democrazia.
La Corte costituzionale, nella sentenza di ammissibilità dei referendum proposti per abrogare l'attuale legge significativamente denominata "Porcellum", ha chiaramente avvertito che qualora essa fosse chiamata a pronunciarsi sulla legge elettorale considererebbe incostituzionale una norma «che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima». (Sentenza 15/2008)
In occasione delle elezioni regionali del 2000, delle europee del 2004 e di nuovo delle regionali del 2005 si sono verificate serie violazioni della legge per quanto riguarda la raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali. Commentando lo scandalo di interi elenchi di falsi firmatari esploso alla regionali del 2005, il settimanale britannico The Economist ha scritto: «La campagna ha mostrato non solo un'allarmante indifferenza nei confronti della legge da parte di entrambi gli schieramenti, ma anche un sistema giudiziario che quasi provoca sdegno - viziato da una legislazione inapplicabile, disonestà legulèica e una indistinta separazione tra il giudiziario e l'esecutivo».
Secondo il rapporto Transparency International il grado di legalità in Italia per il 2008 si assesta ai medesimi livelli delle Seychelles (55° posto), mentre secondo i dati diffusi dall'Agenzia delle Entrate l'evasione fiscale ha raggiunto quasi un quinto del prodotto interno lordo (precisamente il 19,2% del Pil).
Alla fine del 2005 (ultimi dati disponibili Istat) su un totale di 24 milioni di lavoratori, 2 milioni e 951mila risultavano in nero e nel 2006 (ultimi dati disponibili) il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico era compreso tra un minimo del 15,3% del Pil (pari a circa 227 miliardi di euro) e un massimo del 16,9% (circa 250 miliardi di euro).
Secondo i dati diffusi dall'Alto commissariato anticorruzione, nel biennio 2006-2007 sono stati denunciati in Italia 6752 dipendenti della pubblica amministrazione per corruzione, truffa e illeciti amministrativi, la metà dei quali nel solo settore sanitario: secondo il direttore dell'Alto Commissariato, si tratta di dati che superano perfino i livelli raggiunti all'epoca Tangentopoli.
Nelle spiagge del Lazio si registra un abuso edilizio ogni 1.000 metri. Legambiente denunzia impennate della caccia di frodo e degli incendi dolosi in tutto il Paese. La gestione dei rifiuti è in mano a organizzazioni mafiose che violano qualsiasi legge a difesa del territorio e della salute. Nello spazio di un anno, tra il 2006 e il 2007, le infrazioni accertate ai danni dell'ambiente sono passate da 23.668 (65 al giorno!) a 30.124 (85 al giorno!), permettendo ai boss delle ecomafie di fatturare qualcosa come 20 miliardi di euro, pari a un quinto degli affari complessivi delle organizzazioni criminali radicate nel Belpaese.
“La Palude”, il libro-inchiesta del giornalista del Messaggero, Massimo Martinelli (Gremese Editore, 222 pagine, 18 euro) racconta gli sprechi, le assurdità e gli eccessi che paralizzano la giustizia italiana. Ma anche le isole felici, dove pochi magistrati, con pochissimi mezzi, riescono a far funzionare i loro tribunali.
Il saggio è particolarmente istruttivo ed efficace e serve ad aprire gli occhi su quanto sia ingiusta la nostra giustizia.
Il filone è quello del recente successo cominciato con “La casta” dei politici di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, proseguito con “L’altra casta”, il libro di Stefano Livadiotti sui mali del sindacato e continuato con “Roba nostra” di Carlo Vulpio, sulla collusione mafiosa tra magistratura, politica, imprenditoria, criminalità organizzata per accaparrarsi i contributi comunitari.
Questo di Martinelli sulla giustizia è addirittura più allarmante perché documenta lo sfascio del sistema giudiziario e il rifiuto di intervenire con misure semplici e banali e che farebbero oltre tutto risparmiare un sacco di soldi, di tempo, di rancori per una giustizia che non riesce a essere giusta. In poche parole il libro spiega che i mali della Giustizia sono causati dagli stessi operatori.
Dovrebbero essere i Templi della Giustizia. Invece i Tribunali assomigliano sempre di più a luoghi in cui è facile rimanere infangati e affondare nelle sabbie mobili della burocrazia e dell'immobilismo. Luoghi dove il sabato non si fa udienza e dove il ministro Guardasigilli non è libero di promuovere un segretario perché la legge prevede il concorso pubblico anche per sostituire un cancelliere. Dove le intercettazioni telefoniche costano quanto il bilancio di un piccolo Stato. Dove ci vogliono circa 1.400 giorni per recuperare un credito e magari bisogna spendere 10.000 euro di fotocopie per esercitare al meglio il proprio diritto alla difesa. Per esempio: Crack Parmalat, buco da 14 miliardi di euro. Ci sono 66 imputati e 35 mila cittadini – quelli che sono stati bruciati da fallimento - si sono dovuti costituire parte civile nella speranza di poter recuperare un giorno qualcosa dei loro investimenti andati in fumo. Il fascicolo processuale è costituito da sei milioni di pagine. Se ognuna delle parti dovesse chiedere copia degli atti, la cancelleria del Tribunale dovrebbe fotocopiare 210 miliardi di pagine. Se gli avvocati difensori chiederanno di interrogare le parti lese (com’è nel loro diritto) ci vorranno almeno trent’anni solo per sbrigare questa parte iniziale del processo.
Eppure tra eccessi, paradossi ed esagerazioni sono tantissimi i rimedi che potrebbero regalare una boccata di ossigeno alle aule di tribunale, senza bisogno di leggi, dibattiti e contrapposizioni: le notifiche via e-mail, il personale flessibile, gli atti dei processi in cd-rom, l'abolizione delle fotocopie, gli archivi consultabili via internet, gli ufficiali giudiziari "privati". Rimedi semplici, già a portata di mano, che nessuno però vuole applicare. Per fortuna in mezzo al torrente in piena c'è qualcuno che decide di nuotare per conto proprio: esiste in Italia un pugno di magistrati che è già riuscito a dare esempi di eccellenza con pochi mezzi e senza soldi. Alcuni esempi sono già famosi, come quello della Procura di Bolzano e del tribunale di Cremona. Altri sono tutti da scoprire, a Caltanissetta, a Torino, persino a Campobasso. Questi uomini di legge stanno dimostrando in silenzio che, nonostante tutto, la giustizia potrebbe funzionare. E che molto dipende da loro, da chi indossa la toga. Basta avere il coraggio di mettersi in gioco e la volontà di rimboccarsi le maniche.
Indro Montanelli lo aveva detto tantissimi anni fa. Anzi lo aveva scritto, sul Corriere della Sera, con il tratto da toscanaccio severo che ha contraddistinto tutta la sua vita: "Nella Giustizia c'è un dieci per cento di autentici eroi pronti a sacrificarle carriera e vita: ma sono senza voce, in un coro di gaglioffi che c'è da ringraziare Dio quando sono mossi solo da smania di protagonismo. Purtroppo sarà sempre così fin quando l'ingresso in magistratura sarà regolato soltanto in base ad un esame di concorso inteso ad accertare le cognizioni procedurali del candidato, e soltanto quelle". Quale fosse la radicalità delle posizioni politiche montanelliane è cosa nota; ma il suo ragionamento pur essendo soggettivo e confutabile, è utile per introdurre una domanda: quella del magistrato è davvero una professione che possono esercitare tutti? O piuttosto è mestiere per gente che ha la vocazione a giudicare e la passione per la ricerca della verità? L'argomento è delicato e difficile da trattare. Eppure talvolta si ha l'impressione che sarebbe opportuno introdurre una selezione professionale per incoraggiare verso altre strade chi cerca "solo" un lavoro ben pagato e di prestigio. In altre parole, sarebbe opportuno tutelare al meglio il rispetto della regola elementare che impone di "maneggiare con cura" i diritti fondamentali che riguardano la libertà individuale, la riservatezza delle comunicazioni private, l'onorabilità propria e dei familiari e altre cose del genere.
Le cronache quotidiane dicono che il problema esiste. Raccontano che nelle aule di giustizia si verificano errori, sviste, contrattempi, dimenticanze che, se già sono censurabili in un ufficio pubblico, in tribunale dovrebbero essere assolutamente bandite, evitate, perseguite. Oltre ad essere informati di episodi del genere con una certa frequenza, capita di ascoltare i magistrati che parlano dei problemi della giustizia. Alcune volte raccontano delle lungaggini e degli arretrati da smaltire; altre volte si lamentano: "Non c'è la benzina per l'auto di servizio, le automobili sono vecchie, i computer portatili non sono stati distribuiti a tutti, non c'è la carta per le fotocopie e nemmeno quella igienica da mettere nei bagni". Come se davvero la Giustizia dipendesse dalla disponibilità delle auto blu, oppure dalla possibilità per il giudice di turno di accendere il computer portatile nei pochi momenti in cui non è in ufficio, dove ne ha uno più grande, e a casa, dove pure la stragrande maggioranza degli italiani ne hanno uno disposizione. Eppure, negli anni Sessanta c'erano procuratori generali della Cassazione che andavano al lavoro in autobus e nei Settanta, in pieni anni di piombo, molti magistrati di procure importanti prendevano ancora il tram, anche se conducevano inchieste delicatissime. E alcuni di loro morirono proprio alla fermata, uccisi dal terrorismo politico. In quell'epoca, in cui il rischio esisteva davvero, nessuno si lamentava più di tanto.
E allora, se questo ragionamento è valido, i veri eroi della magistratura sono soprattutto quelli che fanno funzionare bene i loro uffici, nonostante tutto. Per riuscirci è necessario avere una visione particolare del mondo, essere convinti di potercela fare sempre e comunque, non lamentarsi per i piccoli inconvenienti e pensare a risolvere i grandi problemi, con la consapevolezza che annullando quelli anche gli altri scompariranno. È una questione di Dna, insomma. Alcuni sono nati per indossare la toga; altri sono diventati magistrati perché avevano conseguito una laurea inseguendo il progetto dello stipendio alla fine del mese. I primi, talvolta, lo dicono apertamente. Anche sfidando l'impopolarità tra i loro colleghi. Come Francesco Ingargiola, il giudice noto per aver presieduto la corte che ha assolto Giulio Andreotti. Conclusa la stagione dei processi eccellenti, Ingargiola è finito a Caltanissetta, a fare il presidente della Corte d'Appello. I risultati sono venuti fuori a dicembre 2007, con le statistiche delle 29 corti d'Appello italiane per il 2006. Quella presieduta da Ingargiola smaltiva 187 processi civili ogni cento che ne arrivano. Stesso merito nel penale: ogni cento processi nuovi, il suo ufficio ne smaltiva 113. Eppure a Caltanissetta, come altrove, non c'era la carta per le fotocopie, né la benzina per le auto di servizio, né i computer e nemmeno tanti soldi per fare intercettazioni e pagare consulenti. Ce l'hanno fatta da soli, dimostrando ancora una volta che anche nella delicata attività di amministrazione della Giustizia è soprattutto "questione di uomini". Perché, come spiega lo stesso Ingargiola: «Nei tribunali il problema principale è proprio questo, far lavorare e motivare i giudici; Perché se la giustizia è al capolinea non è colpa solo di leggi farraginose ma anche di molti colleghi che non lavorano a sufficienza. I processi pendenti raggiungono punte astronomiche che non dovrebbero esistere. E arriviamo al collasso».
PARLIAMO DELLA QUESTIONE SETTENTRIONALE E DI QUELLA MERIDIONALE.
Nel dibattito sull'Unità d'Italia si innesta da sempre la questione nord-sud, quella frattura di faglia economica e culturale che porta da sempre a mettere in discussione l'esistenza di un'italianità unica, che ci caratterizza tutti dalle alpi a Pantelleria. Accade, ovviamente, in modo esponenziale nell'anno del centocinquantenario. Nel nodo del contendere rientrano diverse questioni. Per citare le più note: lo status economico e politico del Regno delle Due Sicilie prima dell'annessione da parte del neonato Regno d'Italia; i metodi con cui l'unità nazionale è stata imposta alle popolazioni meridionali, delle quali una buona parte ebbe forti rimpianti per il dominio borbonico (vedasi il fenomeno del brigantaggio); i modi e i tempi con cui nel meridione il nuovo stato unitario ha affrontato la questione della proprietà terriera. Il dibattito è sacrosanto e su alcune questioni, come le brutalità delle truppe incaricate della repressione dei briganti (che sarebbe giusto chiamare lealisti), solo ora si sta facendo pienamente luce (la retorica patriottarda ha a lungo cancellato le tracce degli eccidi, così come successivamente è successo con gli eccidi commessi dai partigiani nella lotta di liberazione dal nazi-fascismo). Spesso però sia i sostenitori del Sud "oppresso" e "occupato" quanto i difensori della tradizione risorgimentale del Sud "salvato" alla garibaldina e poi giustamente "nordizzato" (per alcuni tutto ciò che continua a non funzionare semplicemente non è stato "nordizzato" abbastanza) incorrono nella stessa visione a senso unico. Per gli uni e per gli altri il Sud è in qualche modo passivo e vinto. È molto oggetto e poco soggetto. Ecco allora, anche per provocazione, proviamo a buttare li un “e se il Risorgimento fosse partito dal Sud”? Non è un ucronia fantascientifica. Semplicemente la presa d'atto che il cuore dei moti italiani del 20-21 e tutto sudista. Il germe di quello che fu il Risorgimento italiano. Il 2 luglio del 1820 una parte del reggimento di cavalleria Borbone, legato alla vendita carbonara di Noli, occupò Avellino, riuscendo ad ottenere in breve tempo l'appoggio degli ufficiali che avevano militato sotto Murat (Il generale Guglielmo Pepe in testa). Il piano degli insorti: Ottenere per il Regno delle Due Sicilie una costituzione sul modello di quella di Cadice del 1812. E non si trattò di un semplice pronunciamento militare, dietro all'esercito si muovevano i borghesi delle province (sì il Regno era pieno di piccoli borghesi attivissimi), i piccoli proprietari, i professionisti. Il 7 luglio re Ferdinando fu costretto a concedere la costituzione e il 9 gli insorti entrarono in una Napoli in festa e proiettata verso il futuro e la modernità. Come finì il sogno è noto. Le baionette austriache massacrarono le truppe di Pepe (valore ma davvero mal comandate) nelle gole dell'Antrodoco, il 10 marzo 1821. I Borbone non riuscirono a cavalcare il moto di modernità che nasceva dalle città meridionali (Ferrovie Napoli-Portici sì, libertà politiche no) e scelsero di appoggiarsi alla parte meno moderna del Regno, di non uscire dal concerto delle potenze così ben diretto da Metternich. Da quel momento in poi la possibilità di sfruttare politicamente la spinta all'indipendenza politica passò ad altre corti, nonostante tutti i tentennamenti che caratterizzeranno Re Carlo Alberto. E parte della borghesia meridionale iniziò sempre più a tifare per il "liberatore straniero". Ma anche in quel caso molti furono tutt'altro che passivi. Il che ci può far dire che molte aspettative al Sud furono disattese e tradite, ma non autorizza a pensare ad un Regno delle Due Sicilie, che nei destini italiani fu solo trascinato. Considerazioni, queste tratte da “ITALIA UNITA”, l'allegato gratuito ad “Il Giornale”, il quale racconta con dovizia di dettagli, senza censura, i primordi del risorgimento e il periodo compreso dal 1815 al 1821. Si tratteggia così un quadro originale ed affascinante, la storia della nostra unità. Un quadro che non per forza va guardato da Nord a Sud.
Il libro “Terroni” ovvero, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, scritto da Pino Aprile, è una descrizione coraggiosa nonché documentata di quello che gli italiani fecero a se stessi, del perché a centocinquant’anni dall’Unità d’Italia la differenza tra Nord e Sud si sia addirittura accentuata, marcando tale disuguaglianza in maniera indelebile. Per quanti hanno sempre creduto che questo dipendesse da un fatto puramente geografico dovranno ricredersi, così come dovranno ricredersi coloro che avevano l’errata convinzione che il Sud del nostro paese sia da sempre la parte più povera e arretrata d’Italia. Chi sono stati i veri fautori di questa diversità? Con quanta coscienza hanno perpetrato i propri ideali traendone maggiore profitto? Chi ha reso parte della nostra società così sottomessa e spesso timorosa?
Un testo che analizza il cambiamento sociopolitico di una nazione e che non teme di svelare quelle che sono le realtà scomode, tanto che persino i libri di storia le hanno da sempre taciute. “La costruzione della minorità del sud con stragi e saccheggi e leggi inique è il più grande affare di sempre per il nord”. Un linguaggio provocatorio e altamente professionale sviscera in maniera concreta i vari punti di forza di questa “messa in scena”. I Meridionali sono stati definiti per decenni facenti parte di una sottospecie in diversi dibattiti e saggi pubblicati negli anni, a riprova di come il Sud fosse un luogo con un alto indice di inferiorità. Aprile dichiara senza fare sensazionalismo come i piemontesi fecero al Sud ciò che i nazisti fecero a Marzabotto, di come nelle rappresaglie si concesse libertà di stupro sulle donne meridionali, e poi ancora di come si incarcerarono i meridionali senza accusa e senza condanna, di come l’Italia unificata impose tasse aggiuntive ai meridionali.
Queste e tante altre provocazioni lancia l’autore nei confronti di quelli che dichiarandosi fratelli, umiliarono e soggiogarono la parte più soleggiata e vivace del nostro stivale. Credevamo di sapere tutto o quasi sulla storia d’Italia e della sua unità, dei sacrifici e delle problematiche che i nostri connazionali vissero, ma Pino Aprile, ex Direttore di importanti settimanali, ci fa comprendere il contrario. Dopo aver letto questo volume nessuno potrà dire “non lo sapevo”.
Fratelli d’Italia... ma sarà poi vero? Perché, nel momento in cui ci si prepara a festeggiare i centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia. Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico.
"Terroni" è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. Come dice l’autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent’anni sono tornate una. Perché da noi non è successo?Per parodiare la famosa canzone di Giorgio Gaber, ci si potrebbe chiedere “cos’è il Nord, cos’è il Sud?”. E se il nord fosse il sud e viceversa (come insinua l’immagine di copertina del libro)? O meglio, se il sud era il nord prima di diventare quello che è ora? Una prospettiva che azzererebbe tutta la controversia italiana tra meridionali e settentrionali.
È un libro storico, che ricorda come il Regno delle due Sicilie fosse al terzo posto nel mondo dopo Gran Bretagna e Francia ed addirittura al primo in molte innovazioni tecniche e libertà civili, prima di abusi e soprusi dei ‘nordisti’. Un esempio per tutti è quello che hanno fatto di Mongiana, il più ricco distretto minerario e siderurgico dell'Italia intera, situato in Calabria. L'acciaio di Mongiana rese autonomo il Regno nella produzione di travi per la costruzione di ponti sospesi in ferro e per la cantieristica della seconda flotta mercantile al mondo, dopo quella inglese. L'arsenale di Castellamare era il più grande del Mediterraneo. L'acciaio calabrese forniva i binari per l'industria ferroviaria napoletana di Pietrarsa, dove venivano fabbricate anche motrici navali. La siderurgia calabrese fu soppressa dal governo unitario solo perché era situata nel Meridione; l'industria italiana doveva essere settentrionale. A Mongiana, quando fu chiusa, lavoravano 1.200 operai. I piemontesi saccheggiarono città, stuprarono donne, rasero al suolo e bruciarono tanti paesi, praticarono la tortura più spietata, fucilarono senza processo e senza condanna tanti contadini, incarcerarono donne e bambini, aprirono al Nord campi di concentramento e sterminio dove tormentarono e fecero morire tanti italiani del Sud squagliandoli poi nella calce viva, vennero trafugate le opere d'arte dei ricolmi nostri musei. L'impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'Unità d'Italia.
“Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio” di Guerri Giordano Bruno.
In questo libro, ricco di un'avvincente documentazione, Giordano Bruno Guerri rilegge la vicenda del Risorgimento e del brigantaggio come una "antistoria d'Italia": per liberare i fatti dai troppi luoghi comuni della storiografia postrisorgimentale (come la pretesa arretratezza e miseria del Regno delle Due Sicilie al momento della caduta) e per evidenziare invece le conseguenze, purtroppo ancora attualissime, della scelta di affrontare la "questione meridionale" quasi esclusivamente in termini di annessione, tassazione, leva obbligatoria e repressione militare. Il Sud è stato trattato come una colonia da educare e sfruttare, senza mai cercare davvero di capire chi fosse l'"altro" italiano e senza dargli ciò che gli occorreva: lavoro, terre, infrastrutture, una borghesia imprenditoriale, un'economia moderna. Così, le incomprensioni fra le due Italie si sono perpetuate fino ai nostri giorni. Alcuni briganti spiccano per doti - umane e di comando - non comuni, come Carmine Crocco, che per tre anni tenne in scacco l'esercito italiano; e così le brigantesse, donne disposte a tutto per amore e ribellione; altri rientrano più facilmente nel cliché del bandito o dell'avventuriero, ma tutti contribuiscono a dare volti e nomi a una triste e sanguinaria pagina della nostra storia, che si voleva cancellare. "Non si tratta di denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo - vero e intero - nella coscienza degli italiani di oggi e di domani".
Altro che banditi incivili e incolti: i briganti che s'opposero alle truppe savoiarde erano patrioti ribelli, contadini esasperati dall'avidità e dallo sfruttamento dei latifondisti, cittadini delusi dalla mendace propaganda garibaldina. E quella che venne combattuta tra 1861 e 1870 fu la prima guerra civile italiana. Parola del padre dell'Antistoria degli italiani. Lo storico più coraggioso, spirituale e anticonformista del nostro secondo Novecento, l'etrusco Giordano Bruno Guerri, celebra con la disorientante onestà di sempre i 150 anni dell'Unità d'Italia pubblicando Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio (Mondadori, 300 pp.,), una lettura penetrante e lucida delle vicende post-unitarie, vicende fondanti per determinare incomprensioni, ostilità e inimicizie tra le due metà della nazione. Lo storico senese ribadisce che la repressione del “brigantaggio” fu una guerra civile, insabbiata nei libri di scuola: anche Angelo Del Boca, qualche anno fa, in Italiani, brava gente? (Neri Pozza) già lamentava «non un cenno alla grande alleanza politica tra le classi dominanti del Nord e i latifondisti del Sud, a tutto danno delle classi subalterne». I briganti andrebbero chiamati con un altro nome nei libri di storia: ribelli. Tenendo presente, avverte Guerri, che è impossibile stendere una vera storia documentata del brigantaggio, perché larga parte dei documenti sono stati distrutti o censurati.
Celebrare a dovere i 150 anni dell'Unità d'Italia potrebbe significare impegnarsi a «rintracciare i documenti mancanti, forse ancora nascosti e dimenticati». Perché senza memoria e senza giustizia un popolo cresce sghembo. E non impara a rispettarsi. La storia del nostro Risorgimento è condizionata e contaminata da una retorica che ha costruito, nell'immaginario dei cittadini italiani, un passato leggendario fondato sull'eroismo e sul martirio d'una minoranza di combattenti che credevano nel Bene. Quel Bene era la fondazione dell'Italia. Le cose non stanno proprio così, e non ha senso raccontarsi favole. Serve, secondo il maestro Guerri, una «profonda opera di revisione storiografica». Perché s'è trattato d'una guerra civile: e perché a raccontarla, come sempre, è stato il vincitore. Un vincitore che ha imposto la damnatio memoriae sui vinti, riducendo i suoi massacri alla stregua di semplici operazioni di polizia. Guerri vuole che il Risorgimento sia recuperato per intero, nel bene e nel male. Perché è dall'Unità in avanti che questo ha saputo diventare un grande Paese. E cercare la verità a proposito di quanto è accaduto non può macchiare l'orgoglio della nascita di una nazione. L'Unità d'Italia non seppe integrare tradizioni, culture e lingue diverse: Guerri sostiene che l'educazione all'italianità dei meridionali sia passata per una contrapposizione rancorosa. “Noi”, portatori di giustizia civiltà e legalità, contro “loro”, i briganti. A dividere le parti, spiega lo storico senese, «una diversità radicale e radicata, non un'inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un'estraneità».
Che significava la parola “brigante”? Guerri insegna che a introdurla furono i francesi: nel 1829 i nostri linguisti la consideravano ancora un neologismo. Prima ci si serviva di parole come “bandito” o “fuorbandito”. Secondo lo storico senese, oggi chiameremmo “briganti” dei “terroristi”, o dei “partigiani”. Oppure, aggiungiamo noi, dei “guerriglieri”. La ribellione di quanti non intendevano accettare l'Italia sabauda venne battezzata, insomma, con un francesismo d'accatto: “brigantaggio”. Adottato come sinonimo di “banditismo”.
Chi era, allora, il “brigante”? Tante erano le anime dei briganti. Erano combattenti ribelli, erano lavoratori esausti, erano cittadini che rifiutavano gli anni imposti dalla leva militare obbligatoria, nel nuovo Stato, ed erano nostalgici borbonici. Erano a volte disertori, a volte delinquenti, a volte romantici. «Terra, giustizia, onore, tradizione, orgoglio, cacciata dello straniero: erano questi i concetti che invitavano i briganti alla battaglia», insegna Guerri. Secondo lo storico Del Boca invece, si trattava di «almeno 10mila soldati dell'esercito borbonico, migliaia di braccianti senza terra e paesani che rifiutavano la leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali». Tendenzialmente, erano fiancheggiati dal clero. Erano tutti molto religiosi, e molto scaramantici. Non mancavano le donne: secondo Guerri, si trattava di «partigiane ante litteram, antesignane di un femminismo istintivo e rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al focolare e ai figli. Un esercito di nomi e di storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata ingiustamente marginale». E in questo libro finalmente trattate con rispetto, e con diversa sensibilità.
Quanti erano i briganti? Erano parecchi. Guerri riferisce che nel 1861 agivano, dall'Abruzzo in giù, 216 bande. Secondo Del Boca, si trattò di 80mila gregari divisi in circa 400 bande. Guerri spiega bene la loro visione della realtà: «I briganti non si sentivano 'italiani'. I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze». E com'erano, esteticamente? Considerando i tempi atroci che si vivevano allora, la pessima alimentazione, la scarsissima igiene e il sovrumano analfabetismo, oggi ci sembrerebbero mostri: non soltanto certi contadini non si lavavano quasi mai... I briganti «immaginiamoli magrissimi, di statura bassa, membra grosse, capelli ruvidi e irti, denti guasti, scuri, mancanti. Mani come pale, grosse di calli, dita non fusellate, corte, unghie nere. I pidocchi fanno parte della vita quotidiana, come l'aria». E Guerri parla dei contadini, non di quelli che sono andati alla macchia. In quel frangente le cose peggiorano con una certa facilità.
Questa guerra venne combattuta con una legge, la Legge Pica dell'agosto 1863, con cui il governo italiano – sacrosanto ricordarlo – «impose lo stato d'assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri». Caddero, secondo le cifre che Guerri considera più attendibili, addirittura attorno alle centomila persone tra i meridionali, complici i caduti per stenti, prigionia, disperazione, suicidio. Morale della favola? «Oggi, non si può più tacere che quella conquista comportò episodi da sterminio di massa».Non mancarono episodi di violenza cieca e gratuita per mano sabauda, come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni, completi di saccheggio e stupri: nascevano per rappresaglia, costituirono un focolaio d'odio. In entrambi i casi non ci fu nessun processo. Non c'è mai stata giustizia. E qualcuno voleva non ci fosse nemmeno memoria. Rumiz, su La Repubblica, in agosto 2010, scriveva: «Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: "A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come "luogo della memoria". Ma non ci basta: vogliamo essere "città martire" e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l'esercito riconosca la sua ferocia». Pino Aprile, in Terroni, aggiunge: «Ma a Roma, i nazisti (oltre la strage delle Fosse Ardeatine) non ebbero poi il coraggio di distruggere anche il quartiere in cui era avvenuto l'attentato, come pure avevano ipotizzato. A Pontelandolfo e Casalduni si fece». Paesi che nel 1861 avevano rispettivamente cinquemila e tremila abitanti oggi ne hanno meno della metà. Questo il risultato. Economicamente, il Regno delle Due Sicilie era decisamente più ricco del Regno del Piemonte, almeno per quanto riguardava le riserve auree. Gli abitanti erano gli stessi, nel 1860: 9 milioni. Per i primi trent'anni, l'Italia del Sud fu ben sfruttata dal Piemonte, da questo punto di vista. D'altra parte, nelle terre borboniche non esistevano strade, se non in 227 comuni su 1848, e i chilometri di ferrovie erano decisamente pochi. Eppure, ad esempio, «un'infinità di progetti e decreti stabilivano la costruzione di nuove strade; quasi tutti rimasero impigliati nei lacci della burocrazia e nei contrasti tra comuni, signori, preti e quanti, tra vassalli e valvassori, si arrogassero il diritto di avere voce in ogni decisione. Il morbo è arrivato fino a noi».Guerri ricorda che la base dell'economia meridionale restava l'agricoltura, fondata sul latifondo: i piemontesi non seppero risolvere il nodo della questione agraria, determinando così una delle principali cause del brigantaggio: lo scontento abnorme dei contadini. Che sognavano, naturalmente, una equa redistribuzione dei grandi possedimenti terrieri. A qualcuno di loro Garibaldi aveva promesso terra: ma quella delle camicie rosse non era stata affatto una liberazione sociale. Niente affatto.
Tutti si ricordano una frase di Massimo d'Azeglio: «Si è fatta l'Italia, ma non si fanno gli italiani». Nessuno ricorda cosa pensava davvero l'intellettuale piemontese: «La fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso». Questa nostra amnesia racconta molto del nostro desiderio di mantenere un approccio costruttivo ed edificante, solare e dialettico, per arginare e risolvere i contrasti tra le due metà del Paese. Guerri tiene a puntualizzare che diversi tra i principali padri della patria, come Gioberti, Rosmini, d'Azeglio, Cavour, pensavano a un Regno d'Italia ben diverso, limitato a Piemonte, Lombardia, Veneto e ducati emiliani: «in pratica quella che oggi viene chiamata Padania», chiosa lo storico, ribadendo che si trattava delle regioni più piemontesi o “piemontesizzabili”. L'errore di piemontesizzare il Regno delle Due Sicilie ha determinato un secolo e mezzo di incomprensioni, risentimenti, invidie, vittimismi e gelosie. Probabilmente, peraltro, ha originato un'ondata di emigrazione di straordinaria intensità, prima verso altre nazioni o altri continenti, poi verso il settentrione. E negli ultimi 12 anni le cose non sono state così diverse, nonostante si sia fatto tutto il possibile per nasconderlo, complice la propaganda berlusconiana. 700mila cittadini dell'Italia meridionale hanno dovuto abbandonare casa, famiglia e tessuto sociale per andare in cerca di fortuna a settentrione. Laddove c'è qualcuno che sembra trattarli come creature antropologicamente differenti: e non da ieri, da sempre, ovvero da quando chiamava brigantaggio la loro ribellione.
“Non c’è nulla di più sgradito che venire maltrattati da chi si crede di aiutare. Chi non era capace di capire la differenza tra la libertà appena ricevuta e la schiavitù subita per secoli andava trattato alla stregua di una belva” (Il sangue del Sud, Mondadori 2010 – pag. 94). Con la consueta chiarezza che non cede mai al comodo semplicismo – anzi, vedremo quanto complesso sia ciò che è descritto in modo chiaro – Giordano Bruno Guerri riesce a stringere in quattro righe il movente psicologico che armò l’esercito del neonato Regno d’Italia contro quanti nelle Due Sicilie rifiutarono uno Stato unitario, cercando di sabotarlo. Non è detto che davvero si aiuti “chi si crede di aiutare”, come minimo perché l’aiuto può anche non essere considerato tale, fino alla possibilità che oggettivamente non sia tale. Già, ma cos’è – sul piano storiografico – l’oggettività?
Il fatto è che l’oggettività dell’aiuto che al Sud venne dal Nord è rappresentato come tale già nel suo sottotitolo, che è Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio: la maiuscola per Risorgimento e la minuscola per brigantaggio. Sarà stata una guerra civile, non c’è dubbio, e sarà stata anche crudelissima come tutte le guerre civili, non mancano i documenti che lo provano, ma i perdenti non avevano neppure un movimento degno di maiuscola. Non è così solo in Guerri: sfogliando la ricchissima bibliografia (pagg. 263-276) non si trova un solo Brigantaggio nei titoli, solo brigantaggio, come un fenomeno senza un’idea interna, come fatto non privo di motivi, ma senza una ratio. Ecco in cosa concorda – unanimemente – la storiografia (anche nelle sue degenerazioni neoborboniche e neosanfediste): i briganti erano in campo senza un’idea, fedeli a Francischiello e al Papa, senza dubbio, ma del brigantaggio si può dire che fu animato da queste fedeltà?
Ma leviamo pure l’elemento emotivo, e dunque retorico, della fedeltà: dietro ai briganti c’era un progetto di società capace di competere con quello espresso dalla nobiltà e dalla borghesia del Nord? L’esito della guerra civile era già tutto nella sconfitta militare subita dallo Stato Pontificio e dal Regno delle Due Sicilie, sennò come sarebbe stato possibile tanto a Mille sfessati? Ciò che muoveva Garibaldi era più forte di ciò aveva mosso Pisacane: oggettivamente Garibaldi portava aiuto, oggettivamente Pisacane no. O meglio: così parve alle genti del Sud. Quanta resistenza fu opposta alla risalita di Garibaldi da Marsala a Napoli? Calatafimi, e poi?
Il movente psicologico che armò il Nord “invasore” contro il Sud “ribelle” era tutto nella sgradevolezza del maltrattamento, che non era stato messo in conto. Il Nord capì che la soggezione e la superstizione avevano reso il Sud per sempre refrattario alla voglia di libertà, mai disgiunta dalla corrispettiva responsabilità, ma lo capì solo a Unità raggiunta, e “potremmo chiamarla la sindrome del «chi me l’ha fatto fare?»” (pag. 5). La delusione provocò una reazione spietata.
La pietas umana può essere tenuta sotto controllo solo fino a un certo punto, poi traspare, quasi sempre in favore dei perdenti: questo è molto bello e accade anche in Guerri. E tuttavia, se in questo libro i briganti trovano modo di chiarire i loro motivi, la ratio di chi li massacrò trova modo di chiarire che non ci fosse altra soluzione che il massacro, perché nel brigantaggio confluivano le trame della Chiesa e dei Borboni contro il nuovo Regno d’Italia (cfr. Cap. VIII – La Chiesa, i Borboni e i briganti – pagg. 107-122): si trattava del proseguimento del Risorgimento, la sua coda feroce e insanguinata.
“Una Unità mal condotta e peggio proseguita” (pag. 252), certo, ma “grazie all’Unità – attraverso un processo lungo, faticoso e non ancora terminato – l’Italia è diventata un grande Paese. Non lo sarebbe mai stata senza il Risorgimento” (pag. 253). Poi c’è da tenere presente – e questo è davvero inquietante – che, mentre il brigantaggio nasce come strumento di una possibile restaurazione clericale e borbonica, finisce per diventare icona, “almeno fino agli anni Sessanta del Novecento, [di] sindacalisti, contadini e braccianti alle prese con rivendicazioni, scioperi, battaglie [sicché] una certa estetica della guerriglia mise sullo stesso piano Carmine Crocco e Che Guevara [come se fosse possibile assurgere i briganti] al rango di mitici combattenti per la libertà” (pag. 260), volti a quell’emancipazione della plebe meridionale che Chiesa e Borboni non avrebbero mai permesso: esito paradossale del mito del brigantaggio, che sul piano sociale residua invece in delinquenza organizzata nelle forme della mafia, della ’drangheta e della camorra.
Guerriglieri e criminali, però, si combattono con le stesse armi.
La Cassa per il Mezzogiorno: un provvedimento pro-Sud che ha fatto straricco il Nord.
Il tassello meridionale del miracolo italiano fu messo, il 10 agosto 1950, quando nacque la Cassa del Mezzogiorno. Da un’idea del meridionalista Pasquale Saraceno, la legge 646 del 1950 fu lo strumento dell’intervento straordinario voluto dal governo di Alcide De Gasperi per modernizzare un Sud rimasto pericolosamente indietro, su cui pesava una fortissima disoccupazione. Trentaquattro anni controversi, nessuno ne ricorda solo una faccia. Impossibile guardare più ai risultati o ai fallimenti: le grandi opere e «il miracolo», oppure gli investimenti a pioggia e «lo scandalo», nei quali si possono rileggere oggi la storia della trasformazione degli uomini e del paesaggio del Sud Italia.
La Cassa può allora essere descritta attraverso tante immagini. L’acqua che arriva finalmente nelle case e lascia per sempre nel passato le donne con i secchi sulla testa, che camminavano per chilometri fino al pozzo. Le fogne, i ponti e le grandi bonifiche, con la sconfitta della malaria. Il lavoro. I contadini che lasciano la terra, e diventano operai. Le strade che piegano l’asprezza dell’entroterra: anche se l’economista Vera Lutz sostenne che poi servirono alla gente soltanto «per abbandonare i paesini del Sud». Ma ci furono anche dighe inutili che hanno fatto ritirare le spiagge: costruite a tutti i costi, per arricchire imprenditori e amministratori corrotti. Ci furono coste avvelenate dall’industria, a Gela, Taranto, Brindisi e Bagnoli, che non ha mai generato l’indotto atteso. E ci fu il grosso «affare» delle partecipazioni statali e delle cosiddette Cattedrali nel deserto.
I contrasti contraddistinguono la storia della Casmez, nella quale ci sono meriti e, insomma, i veleni del progresso. E quasi tutti i vizi del Paese. La Cassa fu sostenuta anche dalla Banca Mondiale (per lo 0,9%) e dal forte contributo della Bei (che elargì il 49,9% degli investimenti totali). Nel 1984 fu il governo di Bettino Craxi a deciderne la soppressione: la Casmez fu però sostanzialmente convertita in una erede, l’Agensud, che durò ancora fino al 1993, quando chiuse i battenti sotto il governo di Giuliano Amato. A questa data l’investimento complessivo per il Sud è calcolato in 279.763 miliardi di lire (vale a dire 140 miliardi di euro).
Raccontare la Casmez in modo neutro è stato a lungo, praticamente, impossibile. O «panegirico» o «condanna totale», spiegava Manlio Rossi Doria, affrontando quello che fu il pomo della discordia su cui si scannavano comunisti e democristiani, meridionali e settentrionali. Oggi l’analisi converge sulla bontà, oltre che sulla necessità, dei primi dieci anni di intervento. Ma anche chi la sponsorizzava ammette che, successivamente, dal 1965 in poi, quando cioè la legge 717 la prorogò imbrigliandola nella politica, la Cassa vide e permise l’inizio della «lenta agonia dell’intervento straordinario», nelle parole di un grande storico del meridione, Salvatore Cafiero. Nella prima fase la Cassa del Mezzogiorno ebbe meriti indiscussi, modernizzando il Sud con grandi opere e investimenti sull'agricoltura. La Banca mondiale pretese che si seguisse il modello della Tennessee Valley Authority, che negli anni '30 aveva gestito lo sviluppo agricolo industriale della valle del Tennessee. Negli anni '60, seguendo una diversa missione industriale, produsse 31 mila posti di lavoro nelle industrie di base, 35 mila in quelle meccaniche e di trasporto. Anche su questa divisione dei tempi, però, non tutti si trovarono d’accordo: uno studioso dell’economia meridionale come Augusto Graziani, ad esempio, ha messo in evidenza come la missione industriale non sia stata affrontata subito nel Mezzogiorno per una malcelata intesa fra politica e industria del Nord, che non voleva doppioni nel Paese. Proprio in quella modernità senza vero sviluppo, continua la storia della mai risolta "Questione meridionale". Cosicchè, dopo tanti anni, c'è chi come il ministro Giulio Tremonti, parlando di Sud, ha invocato il ritorno ad una nuova "Casmez".
La gente non aveva l’acqua nella case al Sud, «invece arrivò questo grande fatto dalla Cassa...», racconta innanzitutto un "guerriero" della questione meridionale come Gerardo Marotta. La legge che istituì la Cassa del Mezzogiorno, il 10 agosto del 1950, secondo il giurista napoletano «era quasi perfetta, aveva un difetto grave però: le concessioni». Se i primi 10 anni della Cassa del Mezzogiorno furono «gloriosi», il fondatore dell’Istituto per gli Studi filosofici non ha dimenticato il resto della storia. Ancora sospira: «Quelle valigette cariche di banconote per corrompere i funzionari di turno, con la compiacenza dei politici corrotti...». E le dighe inutili, come quella del Menta in Calabria: «Devastarono clima e paesaggio della Magna Grecia». Passa per la modernizzazione del Mezzogiorno la storia dell’appalto all’italiana. Ne paghiamo oggi le conseguenze: «La lievitazione del debito pubblico, dovuta a un magna magna che raggiunse le dimensioni del disastro». La cassa è, insomma, un capitolo della vicenda che «arriva oggi ai pali eolici». Alla memoria dell’amministrativista tornano anche «centinaia di contadini» che subirono le espropriazioni: «Li difesi e vinsi, facendo approvare una legge per tutelare i fittavoli. Scrissero con le luminarie, in un paese, "grazie Marotta"».
Trenta anni di opere, investimenti e lotte. «La Cassa fu una grande cosa per il Mezzogiorno – è la sentenza prima dei distinguo – ha fatto acquedotti, fognature in centinaia di comuni. Questa magnifica legge del 1950 prevedeva però che gli enti locali potessero evitare la gara: si potevano dare gli appalti attraverso trattative dirette in concessione». C'è una postilla storica: «Le concessioni erano regolate da una legge del '29. All’epoca si giustificò la cosa, sostenendo che il ministro ai lavori pubblici era Mussolini: con la sua 'lungimiranza' avrebbe scelto le ditte adatte». Al concessionario, continua Marotta tornando alla Casmez, «era possibile trattenere per sè la maggior parte dei soldi»: «Si precipitarono quindi nel Sud le industrie del Nord, che fecero man bassa per la costruzione delle dighe: ne spuntarono dove erano utili e non dove non lo erano. Venivano a costare anche 100 volte più del dovuto». Fu un sistema «nefasto»: «Un porco, con la protezione della politica, poteva avvicinare i presidenti delle comunità montane e ottenere le concessioni. Trafficanti venivano da tutto il Paese con le valigie piene di soldi per corrompere i funzionari della Cassa. Una volta andai là con Adriano Buzzati Traverso: uno scienziato che voleva costruire un think tank. Quando vide tutte quelle valigette, mi disse "Marotta andiamocene, questo non è ambiente per noi"».
«Inoltre a poco a poco – continua il racconto – i concessionari capirono che potevano impadronirsi anche della fase della progettazione. Andai da diversi professori universitari, per segnalare il problema: mi risposero di non fare il don Chisciotte». Colse bene il problema Pasquale Saraceno, che denunciò «il blocco sociale»: «Burocrati, politici e imprenditori corrotti, camorra e 'ndrangheta». E le industrie portate dalla Cassa, che produssero migliaia di posti di lavoro? «Mia madre era di Taranto – è la conclusione della testimonianza – hanno dato posti di lavoro, distruggendo però una città bellissima. E oggi la gente deve vedersela con il cancro».
Siamo il grande malato d'Europa, con tutti i sintomi di un malessere grave: impoverimento, incertezza del futuro, precarietà lavorativa, percezione di insicurezza sociale, smarrimento identitario. L’Italia è sfiduciata, impaurita, preoccupata. In un clima di difficoltà generale, per molti il Sud è ormai un’insopportabile palla al piede, un carico di problemi insolubili a dispetto delle colossali risorse investite: Mezzogiorno a tradimento, mangiapane a tradimento. Mentre la politica sembra aver perso la capacità di indicare una direzione, l'icona-simbolo del Mezzogiorno è divenuta la 'monnezza' campana, monumento allo spreco di colossali risorse pubbliche, all'incapacità (o alla vera e propria corruzione) delle classi dirigenti meridionali, all'attitudine a una protesta ottusa. Sempre più il Sud è percepito da molti come altro da sé, e discorsi che un tempo venivano sussurrati nei bar della provincia trevigiana oggi trovano spazio sulla prima pagina del "Corriere della Sera". Ma quanto è reale e documentata l'immagine che si propone dell'economia e della società meridionale? Quanto è vera l'opinione secondo la quale le politiche di sviluppo che si sono portate e si portano avanti al Sud sono tutte, inevitabilmente, un disastro? La verità è un'altra: spesso in Italia chiamiamo "Mezzogiorno" quello che non ci piace o non vogliamo vedere del nostro paese e le difficoltà che non riusciamo a superare. Immaginiamo che sia altro dal resto delle regioni settentrionali. Non è cosi. Risolvere i problemi del Mezzogiorno e risolvere i problemi dell'Italia richiede la stessa strategia di fondo.
Cifre e fatti alla mano, Gianfranco Viesti, professore di Economia Internazionale presso l’Università di Bari nel suo “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c'è” (Laterza) smentisce gli stereotipi e i ‘sentito dire’ più diffusi sul Sud parassita.
''In Italia c'e' un partito del Nord, fatto di poteri forti, trasversale agli schieramenti politici, che vuole condannare a morte il Mezzogiorno". Lo ha sostenuto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, intervenendo all’assemblea regionale della Cna piccole e medie imprese della Puglia."Siamo di fronte all’idea che il Sud è una palla al piede, che è il punto del degrado della storia italiana. "E la cosa peggiore che si possa fare – ha detto Vendola – è pensare di contrapporci specularmente, con la stessa logica di rivendicazione parziale, il nostro territorio come un altro territorio: la questione meridionale non è mai stata la questione delle rivendicazioni corporative di pezzi di territorio. La questione meridionale è sempre stato il problema della qualità dello sviluppo del Paese, è stato sempre il tema dell’unificazione, anzi la questione meridionale è stata l’idea dell’Europa a partire dal Mediterraneo, invece la questione settentrionale è stata un’altra cosa: è stata separazione, secessione, rottura. C’è un partito del Nord che ha qualche adepto anche al Sud. C’è un partito del Nord fatto di chiacchieroni del nulla. C’è un partito del Nord quando si considera normale che gli ammortizzatori sociali per il Nord vengano finanziati con i fondi Fas che sono i fondi per il Mezzogiorno d’Italia. C’è un partito del Nord quando si immagina che il Sud può essere raccontato come una immensa Gomorra: tutto il male c’è al Sud, tutto il bene c’è al Nord.”
IN ITALIA È IMPOSSIBILE CAMBIARE VITA: I POVERI RESTANO POVERI E I RICCHI RESTANO RICCHI.
«La mobilità sociale in Italia è ancora scarsa e l’origine familiare conta più degli studi nel successo professionale dei giovani.» È l’allarme lanciato il 5 novembre 2010 dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in una lezione magistrale alla facoltà di Economia dell’università di Ancona.
«La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia – ha detto il governatore – deve allarmarci. Studi da noi condotti mostrano come, nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuino a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello di istruzione. Il legame tra risultati economici dei genitori e dei figli appare fra i più stretti nel confronto internazionale. In Italia, - ha spiegato il governatore - c’è un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero. Nel 1998 – ha concluso Draghi – si presero misure di liberalizzazione del commercio al dettaglio; documentammo come esse favorissero in quel comparto l’occupazione, la produttività e l’adozione di nuove tecnologie. Ma l’impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto».
Il riscatto dei più poveri è un miraggio. L’Italia è un paese dove i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi. Quella che tecnicamente si chiama «mobilità sociale» è più bassa che altrove. Risultava già da parecchie analisi; ma l’ultima, dovuta a un economista della Banca d’Italia, Andrea Neri, fa sospettare che questo difetto stia peggiorando. Nel confronto tra due decenni parzialmente sovrapposti «emerge una diminuzione nel livello di mobilità osservata». Dividendo le famiglie italiane in quattro classi di reddito, solo il 13% sono riuscite a passare alla classe superiore; l’11% sono precipitate indietro, l’87% delle famiglie che erano nella prima classe, la più povera, vi sono rimaste; e addirittura il 98% di chi era nella seconda non si è mosso. Lo scarso rimescolamento è avvenuto quasi tutto tra le due classi più alte. Lungo tutto il decennio tre quarti dei più poveri (prima classe) sono rimasti poveri, e tre quarti esatti dei più ricchi (quarta classe) sono rimasti ricchi.
La scarsa mobilità sociale - effetto e causa insieme di un cattivo funzionamento dell’economia - compare spesso nelle analisi dei dirigenti della Banca. Uno degli strumenti principali per farsi avanti in una società moderna è lo studio. E’ normale che i laureati guadagnino più dei diplomati e questi più di chi ha solo fatto la scuola inferiore. Una stranezza del nostro paese, ha notato di recente il vicedirettore generale della Banca d’Italia Ignazio Visco, è che la sua struttura produttiva «assorbe laureati con fatica e li remunera peggio che in altri paesi».
C’è poco incentivo a studiare; inoltre la cattiva qualità media degli studi forse spinge le imprese, quando assumono, a guardare più alla famiglia di origine che ai voti. La speranza di salire nella scala sociale è un grande motore per l’economia. Un paese cresce meno dove contano solo la famiglia, le raccomandazioni, o la politica. Secondo uno studio recentissimo dell’Ilo, l’Ufficio internazionale del lavoro (branca dell’Onu) durante gli ultimi 15 anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri nel nostro paese sono cresciute più che negli altri principali paesi d’Europa.
PARLIAMO DELL’ITALIA DEL PROIBIZIONISMO
Una inchiesta del “L’ Espresso” parla di un Italia dei “non si può”. L'inseguimento degli italiani è arrivato fin dentro la camera da letto per bolla vergata dal sindaco leghista di Verona Flavio Tosi: "Sono vietati i rumori molesti in casa", se si abita in un condominio. Salvi i proprietari di ville isolate che possono sfogarsi sessualmente come credono. Sfonda l'uscio la nuova frontiera della lotta alla prostituzione e strappa un commento ironico a Carla Corso, leader storica delle meretrici: "Diventeremo un Paese di delatori dell'alcova". Non lo siamo già, tra medici che sono invitati a denunciare gli immigrati irregolari e occhiute ronde che scalfiscono l'idea dell'esclusiva allo Stato sull'uso legittimo della forza? Semmai aumentano le occasioni di finire fuorilegge in un'Italia dove, per una perversione lessicale, il neoperbenismo diventa sinonimo di neoproibizionismo. Ci si potrebbe consolare vantando un sentire comunitario se alla stazione ferroviaria di Warrington Bank Quay, in Inghilterra, sono stati proibiti i baci.
Si potrebbe anche rivendicare una convinta adesione atlantista se negli Stati Uniti è diventato quasi un reato essere grassi. L'occhio pubblico sul corpo privato, e noi siamo reduci dalla vicenda di Eluana Englaro, dove, senza cognizione di causa, tutti sono intervenuti in disgrazie altrui, oltre che in piena, furibonda contesa sul testamento biologico. Rispetto a quel tema cruciale, siamo anche reduci dal divieto nella Bologna di Sergio Cofferati di farsi un piercing "su parti anatomiche le cui funzionalità potrebbero essere compromesse" o dal divieto di plastiche al seno per le minorenni annunciato dal governo. Non è ancora un diktat, ma una raccomandazione quella del ministro Ignazio La Russa che ricorda ai militari il "dovere di tenersi in forma". E fa spedire a tutti, anche ai pensionandi da ufficio, un corposo (proprio il caso di dirlo) opuscolo di 74 pagine in cui vengono segnalati esercizi utili, cibi, calorie e tempo necessario per smaltirle. Una volta letto e messo in pratica, i soldati sarebbero pronti per quella che è stata denominata 'guerra del kebab', ossia l'offensiva dello storico comune di Lucca contro i "locali di etnie diverse".Mentre a Voghera, terra della famosa casalinga di Alberto Arbasino, bere e mangiare panini all'aperto è comunque all'indice, anche se si tratta di lombardissimo pane e salame: che tempi, signora mia. Nella corrente dell'ortodossia culinaria si inserisce il provvedimento della giunta Alemanno che a Roma sbarra le porte di "tutti i laboratori artigiani della capitale" dopo l'una di notte. E arrivederci al mattino per gelati, cornetti caldi, pizza e pane fresco di forno: con cari saluti a tanta consolidata iconografia cinematografica su vizi e piccoli piaceri degli italiani.
Che si stesse esagerando ce lo aveva segnalato, alcuni mesi fa, anche l''Independent' con un articolo di denuncia per l'eccesso di regole e regolette e la sarcastica conclusione per la quale stiamo "vietando tutte le cose divertenti". Lungi dal rifletterci siamo andati oltre. Dallo Stato centrale fino ai sindaci, cui il ministro Roberto Maroni ha esteso i poteri decisionali con l'intento di metterli nelle condizioni di affrontare meglio i problemi di ordine pubblico, è un proliferare di grida e codicilli che ora fanno sorridere ora gettano nello sconforto. Una deriva creativa quanto imbarazzante che deve aver allarmato persino gli alti vertici del Viminale se nella tabella riassuntiva dei 'divieti/ordini' accanto alle voci più serie hanno inserito una postilla per avvertire: "La ricerca ha evidenziato alcune ordinanze recanti una molteplicità di divieti/ordini dal contenuto più vario (asportare pizze, gettare indumenti in piscina, abbattere i cinghiali) non riconducibili alle macrocategorie considerate e, pertanto, non quantificabili".
Lo Stato-babysitter si infila sotto le lenzuola, entra nelle camere d'ospedale, controlla il tubo digerente, prende la misura del girovita, controlla l'abbigliamento (la Gelmini e il grembiule a scuola) e non ci molla nemmeno quando usciamo a prendere una boccata d'aria. Costella il nostro cammino coi segnali tondi e barrati di rosso-divieto fino all'iperbole della provincia di Trento dove "è assolutamente vietato danneggiare o rubare cartelli che recano messaggi di divieto". Pena una multa fino a 428 euro. Non sia mai che qualcuno invochi l'attenuante del 'non sapevo'. Non è scusata l'ignoranza della legge anche se ormai bisognerebbe circolare per la Penisola con accanto un manuale o procurando di portarsi appresso un azzeccagarbugli. Se mi trovo a Novara come faccio a sapere che non posso sostare con altre due persone nei giardini o nei parchi pubblici (fino a 500 euro mi costa l'imprudenza)? E guai, se non ho 70 anni, se mi siedo su una panchina di Vicenza. A Napoli (e a Bolzano, qui si fa l'unità d'Italia o si muore) non posso fumare nei parchi pubblici, dunque all'aperto, per la versione partenopea del salutismo alla californiana. Spazi comuni, benché ossigenati e passi. Se non fosse che lo Stato Onnipotente, preso lo slancio, si catapulta anche nell'automobile. Alla commissione Lavori pubblici del Senato è in discussione un disegno di legge che, se verrà approvato, vieterà il fumo per chi sta alla guida (da 148 a 594 euro di multa). Dentro l'abitacolo si è già spinto il sindaco di Eboli (Salerno) per vietare "effusioni amorose", baci compresi, sul territorio comunale (fino a 500 euro).
Se si deve trovare un riferimento primigenio, trattandosi dell'Italia, non poteva riguardare che il calcio. La sacrosanta volontà di frenare la violenza negli stadi si è poi definita in articoli che penalizzano sì i teppisti, ma coinvolgono i comuni sportivi (e che per la verità valgono nell'Europa intera). Le bandiere non possono essere più grandi di 2 per 1,5 metri, le bottiglie di plastica (anche l'acqua) devono essere aperte, serve l'autorizzazione per gli striscioni, anche quelli per innocui sfottò che fanno coreografia. Naturalmente all'origine dei provvedimenti ci sono sempre delle ragioni pedagogiche. Che spesso si scontrano col buonsenso comune. Succede, quando la logica è quella di dettare, per decreto, i comportamenti nella convinzione che i propri siano i migliori. E se le giunte leghiste o di centrodestra del Lombardo-Veneto si distinguono per zelo catechizzatore, anche quelle di centrosinistra seguono l'onda proibizionista talvolta per il calcolo bottegaio della conta dei soddisfatti. La parola d'ordine è: più sicurezza. La chiedono i cittadini, la offrono gli amministratori in una declinazione che spesso fa sfuggire il piede nell'accelerazione del realismo politico. Proibito. Proibito. Proibito. Poi le radici lunghe della consuetudine prendono il sopravvento e la fantasia dei trasgressori batte la fantasia dei legislatori. Nessuno può sostenere seriamente che la prostituzione sia stata debellata nei 78 comuni dove viene fieramente osteggiata sia sul fronte della domanda sia su quello dell'offerta. Così come dagli anni Trenta americani in poi dovrebbe essere chiaro che è una pia illusione impedire in un dato luogo e in una data circostanza il consumo di alcol (hanno deliberato in merito 83 municipi).
Di buone intenzioni sono lastricate le vie dei fallimenti. Figurarsi quando le intenzioni sono cattive, o almeno discutibili. E rispondono a logiche partitiche di consenso spicciolo. L'offensiva contro gli extracomunitari, anche se non vengono nominati, ha prodotto a Cittadella (Padova) l'ordinanza del sindaco leghista Massimo Bitonci che recita: "Non si ha diritto alla residenza se non si dimostra di avere un reddito minimo di sopravvivenza pari a 5 mila euro". La trovata ha prodotto emulazione, non solo al Nord, ma persino nella lontana Adelfia (Bari) dove un altro primo cittadino avrebbe voluto esagerare (6 mila euro), se il prefetto, che ne ha i poteri, non l'avesse bloccato. Ad Azzano Decimo (Pordenone) le donne musulmane non possono circolare col burqa. Livraga (Lodi) vanta la scoperta del concetto di sgombero preventivo: vietato "l'uso dei camper in assetto di abitazione" con la motivazione esplicita che a Milano ci sono campi rom da smantellare "e non vorremmo trovarci in casa delle brutte sorprese". Anche i divieti di bivacco, di mangiare per strada sembrano indirizzati a certi gruppi. Mentre ci sono ordinanze che tendono a tutelare precise categorie (commercianti) quando vietano di vendere oggetti ma solo in determinate strade.
Il 'decoro' è un'altra formula che giustifica limitazioni. Ne hanno fatto uso città turistiche come Venezia, Firenze, Roma dove "è vietato trasportare merce in borsoni, sacchetti di plastica e simili". Lotta all'abusivismo, tutela del patrimonio, crociate contro i lavavetri e gli accattoni. C'è davvero di tutto nella radiografia dell'Italia che emerge dallo studio delle ordinanze emanate da quando le maglie si sono allargate e i sindaci applicano il federalismo delle regole. A Padova "non si può praticare il gioco di abilità delle tre carte o delle tre campane". E chissà quanti cittadini sono stati raggirati per arrivare a tanto. Spesso i comuni più piccoli si sono rivelati anche i più originali. Il sindaco di Chivasso (Torino) Bruno Matola ha firmato l'ordinanza per non far entrare i minori di 14 anni nelle sale dove si proiettava il film 'Apocalypto', come se non ci fosse già una commissione nazionale che regola la materia. Quello di Ornavasso (Verbania) la stagione scorsa decise di multare gli artisti che si fossero presentati con mezz'ora di ritardo sul palco del festival locale. Lo si potrebbe definire diritto alla puntualità.
La stagione estiva, tra pochi mesi, darà ulteriore slancio all'estro censorio. Ereditiamo una sfilza di no che saranno reiterati, compresi quelli che sfidano il grottesco. Niente falò sulla spiaggia, accoccolati ad ascoltare il mare, come voleva la canzone dei primi amori, niente massaggi sul lettino, niente zoccoli per le antiche strade di Positano e Capri dove non si può nemmeno sedere sui gradini della piazzetta se si è stanchi, niente raccolta di conchiglie e castelli di sabbia a Eraclea (costa veneziana), niente piedi sulle panchine di Viareggio, niente raccolta di frutti di bosco all'interno del Parco del Gran Paradiso, non si possono calpestare funghi in Alto Adige.
Si finisce con l'aver nostalgia dei bei tempi andati. Quanto l'Italia era forse più povera. Ma infinitamente meno noiosa.
PARLIAMO DELL'ITALIA DELLE BELLEZZE E DELLE GENERAZIONI DIFETTATE.
L'Associazione
Contro Tutte le Mafie, ad opera del dr Antonio Giangrande, suo presidente, ha
attivato un portale web, Tele Web Italia. Unico portale web in cui si promuove
nel mondo con video ogni territorio italiano, in quanto ogni città, paese o
villaggio ha la sua peculiare bellezza e merita di essere conosciuta.
Opera resa vana dall'ottusità degli amministratori pubblici che ne beneficiano:
gli negano finanziamenti e visibilità promozionale.
"Vandali". Generazioni difettate che non valorizzano quanto hanno ereditato dai loro avi.
"Vandali". A Pompei crolla la Schola Armaturarum, l’ultimo mosaicista è andato in pensione dieci anni fa, c’è un solo archeologo per 66 ettari di scavi, un accordo sindacale vieta agli elettricisti di salire su scale più alte di 70 cm. In Sicilia, a due passi da Selinunte, dove il tempio di Apollo resta coperto per undici anni da un’impalcatura solo perché nessuno la smonta, c’è un’intera città di 5000 case abusive di cui 800 così al di fuori da ogni norma da non rientrare in nessuno dei numerosi condoni edilizi, eppure non si è mai vista una ruspa. In un’epoca in cui le scelte turistiche si fanno sul web, il portale governativo Italia.it, dopo sette anni e milioni di euro buttati, ha raggiunto il 4562° posto nella classifica dei siti internet italiani più visitati e il 184.594° di quella internazionale. Campagne e colline vengono assaltate dalla speculazione edilizia senza ricordare quanto scriveva Montanelli: «Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Sono solo tre esempi dello stato in cui è ridotta una nazione attivamente impegnata a distruggere la sua unica vera ricchezza: l’arte, i paesaggi, la bellezza. Questo libro è la denuncia appassionata di uno scempio, di cui politici e amministratori sono i principali responsabili, molti cittadini i complici e tanti altri le vittime che dovrebbero far sentire più forte la propria voce.
In un articolo pubblicato sul Corriere della sera, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, presentano il loro libro. In «Vandali» Rizzo e Stella raccontano come e perché l'Italia stia distruggendo la sua unica ricchezza.
"Non abbiamo il petrolio, noi. Non abbiamo il gas, non abbiamo l'oro, non abbiamo i diamanti, non abbiamo le terre rare, non abbiamo le sconfinate distese di campi di grano del Canada o i pascoli della pampa argentina. Abbiamo una sola, grande, persino immeritata ricchezza: la bellezza dei nostri paesaggi, la bellezza dei nostri siti archeologici, la bellezza dei nostri borghi medievali, la bellezza delle nostre residenze patrizie, la bellezza dei nostri musei, la bellezza delle nostre città d'arte. E ce ne vantiamo. Ce ne vantiamo sempre. Fino a fare addirittura la parte dei «ganassa» («Abbiamo il 40% dei capolavori planetari!», «No, il 50%!», «No, il 60%!») giocando a chi la spara più grossa. Primato che, per quanto ne sappiamo, spetta all'unica «rossa» che piace al Cavaliere, la ministra del Turismo Michela Vittoria Brambilla. Che nel portale in cinese con il logo «Ministro del Turismo» lancia un messaggio al popolo dell'Impero di mezzo e sostiene non solo che «le grandi marche di moda sono italiane» e «tutti i tifosi del mondo seguono il campionato di serie A italiano» ma anche che l'Italia «possiede il 70% del patrimonio culturale mondiale». Bum! E il Machu Picchu, i templi di Angkor, le piramidi, Santa Sofia e il Topkapi a Istanbul, il Prado, San Pietroburgo, la Torre di Londra, la cittadella di Atene, i castelli della Loira, Granada, la città proibita di Pechino, il Louvre, la thailandese Sukothai, il Taj Mahal, il Cremlino, l'esercito di terracotta di Xi'an, Petra, Sana'a e tutto il resto del pianeta? Si spartiscono gli avanzi. Un'intervista di Marcello di Falco all'allora ministro del Turismo Egidio Ariosto sul Giornale ci ricorda che nel maggio 1979 l'Italia era «il secondo Paese del mondo per attrezzatura ricettiva, il primo per presenze estere, il primo per incassi turistici, il primo per saldo valutario». Tre decenni più tardi siamo scivolati al quinto posto. E la classifica per la «competitività» turistica, che tiene conto di tante cose che richiamano, scoraggiano o irritano i visitatori (non aiutano ad esempio le notizie su «1 spaghetto aragosta: 366 euro» al ristorante La Scogliera alla Maddalena) ci vede addirittura al ventottesimo posto. Certo, è verissimo che abbiamo la fortuna di avere ereditato dai nostri nonni più siti Unesco di tutti. Ne abbiamo 45 contro 42 della Spagna, 40 della Cina, 35 della Francia, 33 della Germania, 28 del Regno Unito, 21 degli Stati Uniti. Ma questa è un'aggravante, che inchioda i nostri governanti, del passato e del presente, alle loro responsabilità. Al loro fallimento. Spiega infatti un dossier del dicembre 2010 di Pwc (Pricewaterhouse Coopers, la più grossa società di analisi del mondo per volume d'affari) che lo sfruttamento turistico dei nostri siti Unesco è nettamente inferiore a quello degli altri. Fatta 100 l'Italia, la Cina sta a 270, la Francia a 190, la Germania a 184, il Regno Unito a 180, il Brasile e la Spagna a 130. Umiliante. E suicida. Non abbiamo molte altre carte da giocare. Ce lo dicono i dati del Fondo monetario internazionale e il confronto con le nuove grandi potenze. Dal 1994 a oggi, in quella che per noi è stata la Seconda Repubblica, mentre il nostro Pil cresceva di 1,9 volte in valuta corrente, inflazione compresa, quello brasiliano si moltiplicava per 3,6 volte, quello indiano per 4,9 volte, quello cinese addirittura di 11,5 volte (...). Alla fine di gennaio del 2011 Giampaolo Visetti scriveva sulla Repubblica che «sarà il turista cinese ad alimentare la crescita dei viaggi a lungo raggio ed entro il 2015 diventerà il padrone assoluto dei pacchetti organizzati e dello shopping di lusso in Europa. Il rapporto annuale dell'Accademia cinese del turismo prevede che nell'anno in corso trascorreranno le ferie all'estero 57 milioni di cinesi (...) e il Piano turistico nazionale calcola che entro il 2015 si recheranno all'estero tra i 100 e i 130 milioni di persone, arrivando a spendere oltre 110 miliardi di euro» (...). Peccato che non ci capiscano. L'Italia, agli occhi di Pechino, rappresenta un incomprensibile caso a sé. Dieci anni fa era la meta preferita dei pionieri dei viaggi in Europa. I cinesi amano il mito dello «stile di vita», il clima mediterraneo, la passata potenza imperiale e culturale, la moda e il lusso, la natura, la varietà gastronomica che esalta la qualità dei vini. «Eravate il punto di partenza ideale» dice Zhu Shanzhong, vicecapo dell'Ufficio nazionale del turismo cinese «per un tour europeo. Poi ci avete un pochino trascurati». Al punto che «la promozione turistica dell'Italia in Cina è inferiore a quella dei Paesi Bassi». Una follia. Ma per capire la fondatezza dell'accusa basta farsi un giro sul portale turistico aperto dal governo italiano in cinese, www.yidalinihao.com. Costato un occhio della testa e messo su con una sciatteria suicida che grida vendetta. Per cominciare, le quattro grandi foto di copertina che riassumono l'Italia mostrano una Ferrari, una moto Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto di Parma. In mezzo: Bologna. Con tanto di freccette sulla mappa che ricordano la sua centralità rispetto a Roma, Milano, Venezia e Firenze. Oddio: hanno sbagliato capitale? No, come ha scoperto il Fatto Quotidiano, è solo un copia-incolla dal sito cinese della Regione Emilia-Romagna aimiliyaluomaniehuanyingni.com (...). Ma ancora più stupefacenti sono i video che illustrano le nostre venti regioni. Dove non solo non c'è un testo in cinese (forse costava troppo: i milioni di euro erano finiti...) ma ogni filmato è accompagnato da un sottofondo musicale. Clicchiamo il Veneto? Ecco il ponte di Rialto, le gondole, il Canal Grande, le maschere, i vetrai di Burano... E la musica? Sarà di Antonio Vivaldi o Baldassarre Galuppi, Tomaso Albinoni o Benedetto Marcello, Pier Francesco Cavalli o Giuseppe Tartini? Sono talmente tanti i grandi compositori veneziani del passato... Macché: la Carmen del francese Georges Bizet rivista dal russo Alfred Schnittke! La musica dell'Umbria? Del polacco Fryderyk Chopin. Quella della Campania? Del norvegese Edvard Grieg. Quella del Lazio? Dell'austriaco Wolfgang Amadeus Mozart. Quella dell'Abruzzo? Dell'inglese Edward Elgar. E via così: tutti ma proprio tutti i video che dovrebbero far conoscere l'Italia ai cinesi, fatta eccezione per quello della Basilicata dove la colonna sonora è del toscano Luigi Boccherini, sono accompagnati dalle note di musicisti stranieri. Amatissimi, ma stranieri (...). Il guaio è che da molto tempo immaginiamo che tutto ci sia dovuto. Che gli stranieri, per mangiar bene, bere bene, dormire bene, fare dei bei bagni e vedere delle belle città, non abbiano altra scelta che venire qui, da noi. Che cortesemente acconsentiamo a intascare i loro soldi, quanti più è possibile, concedendo loro qualche spizzico del dolce vivere italiano. Peggio: siamo convinti che questi nostri tesori siano lì, in cassaforte. Destinati a risplendere per l'eternità senza avere alcun bisogno di protezione. Di cura. Di amore. Non è così (...). Spiega uno studio dell'Associazione europea cementieri che l'Austria nel 2004 ha prodotto 4 milioni di tonnellate di cemento, il Benelux 11, la Gran Bretagna 12, la Francia 21 e mezzo, la Germania 33 e mezzo, la Scandinavia meno di 36 e noi 46,05, battuti di un soffio solo dalla Spagna. Solo che la Spagna ha 90,6 abitanti per chilometro quadrato, noi 199,3: più del doppio. Insomma, di territorio ne abbiamo già consumato troppo (...). Pochi mesi prima di morire, rispondendo a un lettore che gli chiedeva aiuto per salvare la riviera ligure, Indro Montanelli maledì sul Corriere questo nostro Paese che tanto aveva amato. E scrisse che le ruspe sono sempre in agguato per «dare sfogo all'unica vera vocazione di questo nostro popolo di cialtroni che non vedono di là dal proprio naso: l'autodistruzione» (...). Diamo qualche flash sullo spreco. Le gallerie della Tate Britain hanno «fatturato» nell'ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme. Il merchandising ha reso nel 2009 al Metropolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola, fermi a 39,7. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, tre in più di tutte le entrate di Pompei, il nostro gioiello archeologico. Dove i «servizi aggiuntivi» sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un ottavo che agli Uffizi, un quindicesimo che alla Tate, un ventisettesimo che al Metropolitan, un quarantesimo che al MoMa, il Museum of Modern Art. Un disastro. Per non dire di come custodiamo le nostre ricchezze (...). Dice l'Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine di Vienna che quello delle opere d'arte trafugate è il terzo business mondiale del crimine dopo i traffici di droga e di armi. Eppure tra i 69.000 detenuti nelle carceri italiane all'inizio del 2011 neanche uno era in cella per avere scavato una tomba etrusca, rubato un quadro o trattato la vendita di un vaso antico a un ricettatore straniero. Se sei ricercato per «tentato furto di una mucca», come capitò all'albanese Florian Placu, puoi restare sei mesi a San Vittore. Se cerchi di vendere all'estero la statua di Caligola non vai in carcere. Se poi trovi certi giudici, puoi perfino tenerti la merce. È successo ad Angelo Silvestri, un sub laziale denunciato per essersi «impossessato di beni culturali appartenenti allo Stato». Aveva trovato, guardandosi bene dall'avvertire la soprintendenza, 28 pezzi tra i quali varie anfore antiche e un set di preziosissimi strumenti chirurgici romani con tanto di astuccio, perfettamente integri. Il pubblico ministero chiese una condanna ridicola: sei mesi e 2500 euro di multa. «Esagerato!», pensò il giudice di Latina Luigi Carta. E il 3 maggio 2004 assolse l'imputato perché «di anfore, piatti di terracotta, crateri e vasi, manufatti di vario genere, sono pieni i nostri mari» (...). C'è poi da stupirsi se i musei stranieri, davanti alla nostra richiesta che venga restituito questo o quel pezzo ricettato, che magari loro con amore custodiscono e con amore offrono in visione a milioni di visitatori, fanno resistenza pensando che quel pezzo finirà anonimamente nel mucchio delle tante ricchezze abbandonate in qualche museo di periferia?
PARLIAMO DI INTOCCATI
L'opinione di Giorgio Bocca sulla mafia, pubblicata su “L’Espresso” del 12 agosto 2009 è una presa di coscienza, nascente da varie inchieste, morte, sepolte, resuscitate. Il grande giornalista, l'antitaliano senza peli sulla lingua, ha scatenato una reazione compatta a difesa dell'Arma sia da parte della maggioranza che dall'opposizione.
Ecco l'opinione della discordia: leggete e commentate. Sono ovvietà o calunnie??
“L'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia, Totò Riina, lo scrittore della similitudine, Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società, hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia, Totò Riina, fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale. Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri, i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio, in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.
Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie, Totò Riina, ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.
Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.
Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo, che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?
PARLIAMO DI INTOCCABILI
“Gli Intoccabili”, una meritoria inchiesta di Antonio Galdo su “Panorama” e altri libri tematici, come “La Casta” dei politici, “L’Altra Casta” dei sindacati, "L'Ultra Casta" dei magistrati, “La Casta dei Giornali” e "La Casta stampata" dei giornali, ecc. hanno fatto la radiografia del “SISTEMA ITALIA”. Gli intoccabili della società italiana. Caste e lobby che con sopraffazione ed omertà e con il privilegio dell’impunità costringono il popolo italiano a subire ed a tacere.
Se molti giovani avvocati rammentano De Magistris anche se non l’hanno mai incontrato, è per via della sua inchiesta su presunte irregolarità negli esami di avvocato a Catanzaro del 2000. Più che presunte, le irregolarità erano certe: risultò evidente, su 2.301 partecipanti all'esame, che 2.295 avevano copiato. Il problema è che De Magistris, pur indagando praticamente tutti i 2.295 candidati, non ebbe modo di dimostrarlo: il procedimento finì in nulla. I temi erano così identici l’uno all’altro che moltissimi riportavano la parola «precisamente» corretta con una barretta sulla «p» iniziale: «recisamente». Come se qualcuno si fosse corretto dettando la giusta soluzione del tema. La grande difficoltà era sui numeri: già è difficile processare un imputato, in Italia. Figuratevi 2.295.
I giovani magistrati protagonisti dell’indagine, Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli e in seguito divenuto europarlamentare) e Federica Baccaglini (poi trasferita a Padova), una soluzione l’avevano individuata: un bel decreto penale. Cioè una sentenza che colpisse gli imputati (diventati man mano 2.585 compresi i commissari di esame, avvocati, magistrati e professori universitari) almeno con una multa di 3 milioni e mezzo di lire ciascuno. Ipotesi respinta dal capo dell’ufficio Gip Antonio Baudi: troppo poco. Bene, rispose il pm delegato al caso, appena gli fu possibile riprendere la palla in mano (dopo mesi e mesi perduti): raddoppiamo a 7 milioni e mezzo. Troppi, rispose questa volta Baudi rimandando tutto indietro.
E via così, col processo che veniva spostato a Messina perché c’entravano altri magistrati e poi tornava a Catanzaro e poi si infognava in 2.585 pratiche e 2.585 ricorsi e 2.585 cavilli e 2.585 eccezioni... E intanto passavano le settimane, i mesi, gli anni... Ed eccoli là, senza vergogna: tutti immacolati a difendere qualcuno che sarà condannato per molto meno o a fregiarsi del titolo a dispetto di chi, meno furbo o fortunato, non riesce ad abilitarsi. Ma così fan tutti... O no?
L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati.
In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris.
O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
A
come ASSICURAZIONI.
Discriminazione territoriale per costi e risarcimenti. Premi annui RCA che costano più dei veicoli assicurati. Indennizzi e risarcimenti resi dopo molti mesi, senza penalizzazioni da parte dei magistrati per lite temeraria. Mancata concorrenza con impedimento di fatto del plurimandato assicurativo per agenti e subagenti. Indennizzo diretto per agevolare il monopolio di avvocati e carrozzieri.
A
come AUTOTRASPORTATORI.
L'ultimo blocco dei tir, nel dicembre 2007, è durato 72 ore con le autostrade paralizzate, gli scaffali dei supermercati vuoti e un conto, per i consumatori, di 1 miliardo di euro al giorno. Alla fine i dieci piccoli indiani, le sigle sindacali della categoria, hanno vinto la partita: una mancia natalizia di 70 milioni di euro in Finanziaria e la riforma dell'autotrasporto rinviata.
A
come AVVOCATI, i veri potenti d'Italia.
E' un'altra casta: influenti, ricchi, intoccabili, il cui accesso alla professione è uno scandalo. Un libro svela segreti e bugie dell'olimpo professionale italiano. "Non voglio un avvocato che mi dica quello che non posso fare. Lo assumo perché mi suggerisca come fare quello che voglio". Lo ha detto John Pierpont Morgan, fondatore della Jp Morgan, una delle più grosse società finanziarie al mondo. La citazione campeggia sulla quarta di copertina del libro, recentemente pubblicato da Melampo Editore, " Il Codice del Potere" di Franco Stefanoni, giornalista del settimanale economico Il Mondo. Il sottotitolo del volume parla chiaro: Avvocati d'Italia. Storie, segreti e bugie della più influente élite professionale. Pochi elementi ma sufficienti a capire di cosa stiamo parlando: gli avvocati, i professionisti del diritto. Non l'esercito di manovali di oltre 230.000 iscritti all'Ordine che bazzicano le aule di tribunale, più o meno bravi, più o meno affermati. Qui si parla degli avvocati del potere, "una prima scelta di giuristi, consiglieri, difensori, consulenti. Che affianca, corteggia e si fa corteggiare del potere economico, finanziario e politico". Una "Casta" parallela, insomma. Che ha potere, notorietà e denaro (molto), ma anche convivenze (o connivenze) pericolose. Un corpo scelto che è molto cambiato negli ultimi 50 anni, i cui membri hanno avuto ascese irresistibili e crolli disastrosi: Ma che nel suo insieme conserva un ruolo strategico nella mappa del potere in Italia.
B
come BANCHE.
Le banche, la super casta più forte della politica, della magistratura, dei partiti, delle religioni e di qualsiasi altro potere, rischiano i soldi degli altri o quelli artificialmente creati, tramite la finanza sofisticata di carta denominata future, collateral, option, siv, vanilla, senza neppure le previste autorizzazioni a battere moneta. La casta degli intoccabili banchieri, si arroga il potere di valutare i sistemi economici e la meritorietà del credito. Dalle arbitrarie decisioni di questa ristretta oligarchia, dipendono la vita o la morte delle imprese, l’occupazione o la disoccupazione, l’investimento nell’industria o nelle rendite finanziarie, le crisi economiche, le guerre, l’espansione dell’economia o la recessione. Di questi banchieri padroni dei destini del mondo che possono distruggere l’economia, scegliere chi deve vincere una guerra, manovrando flussi finanziari senza alcun controllo, con la creazione del denaro artificiale al di fuori del lavoro o della produzione, c’è da avere paura. Quando guadagnano, lo fanno per se stessi incamerando stock option e premi da risultati miliardari. Quando perdono perché crolla il castello di carta straccia fondato sulla sabbia, se ne vanno da soli (raramente vengono cacciati) con liquidazioni milionarie. Si nascondono per qualche tempo facendo vita da nababbi in qualche paradiso esotico per far decantare l’eco dei disastri, in attesa di riciclarsi di nuovo in qualche altro istituto bancario e/o finanziario, per ricominciare daccapo indisturbati a turlupinare le masse, indotte dai servili mezzi di informazione a credere alle virtù miracolistiche di facili arricchimenti, al di fuori del lavoro e dell’ingegno, dei sacrifici e del sudore derivanti dalla fatica degli uomini.
B come BENZINAI.
Nell'arco di un decennio il ministro Pierluigi Bersani ci ha provato due volte. «Con una rete più moderna la benzina può calare di almeno 70 lire al litro» diceva nel 1997. «Se cresce la concorrenza, gli italiani risparmieranno 4 euro per ogni pieno di carburante» annunciava nel 2007. Due flop. L'Italia continua a essere il paese europeo con il più alto numero di punti vendita del carburante (22.400). Risultato: la benzina, da Milano a Catania, costa più che a Monaco e a Marsiglia. E mentre l'Antitrust denuncia «le distorsioni di un mercato troppo frammentato», che si sommano al cartello lobbista delle compagnie petrolifere, all'automobilista italiano, per risparmiare, non resta che emigrare. In Italia il petrolio o il dollaro sale: il carburante aumenta. Il petrolio o il dollaro scende: il carburante non decrementa. In questo stato di cose è impossibile che si promuova la ricerca per fonti energetiche alternative.
C
come COMMERCIALISTI e RAGIONIERI.
Dopo mezzo secolo di tira e molla, il 1° gennaio 2008 è nato l'albo unico dei commercialisti e dei ragionieri: se la sono presa comoda a rimettersi insieme, dopo la scissione del 1953. Adesso che circa 100 mila professionisti che fanno lo stesso mestiere si ritrovano sotto lo stesso tetto resta da sciogliere l'ultimo nodo: l'unificazione delle due casse previdenziali. I quattrini. Intanto l'ex consigliere nazionale dell'ordine dei commercialisti, Giovanni Stella, raccoglie le adesioni al suo comitato «a tutela della purezza della professione di dottore commercialista». Dalla sua parte ci sono i sondaggi che registrano il malumore della base, con l'83 per cento degli iscritti ai due vecchi ordini che giudica la fusione «solo un accordo di vertice». Forse tra cinquant'anni, invece dell'unione delle due casse previdenziali, assisteremo a una nuova scissione. Che fine farebbe questa categoria se si semplificasse il sistema tributario e si aggravasse il sistema sanzionatorio ?? L'erario addebita direttamente sul conto del contribuente il tributo dovuto in base al risultato algebrico tra tutti i costi sostenuti e tutti i ricavi introitati desumibili dal portale assegnato dall'Agenzia delle Entrate. Il contribuente aggiorna periodicamente ogni variazione. Tutti sarebbero obbligati ad emettere documenti fiscali: per interesse e per timore dei controlli incrociati.
C Come
COMMESSI PARLAMENTARI.
L’altra Casta. Reportage de “Il Giornale”. Commessi da 9mila euro I privilegi della Camera. Intorno agli onorevoli c'è la tribù degli addetti: dai tecnici agli stenografi. Tre volte più numerosi dei deputati. Alla Camera sono 1.642, quasi tre per ogni deputato. E da questo numero sono esclusi i collaboratori degli onorevoli, per i quali i parlamentari hanno un contributo a parte (fino a 3.690 euro al mese). Sono le comparse di Montecitorio, l’ingranaggio sotterraneo della Camera che non si vede, o che s’intravede in qualche seduta movimentata, quando un braccio nero arriva ad agguantare un eletto del popolo che si sta avventando su un altro eletto del popolo. Sono questi i cosiddetti commessi parlamentari, o assistenti, ma l’infinita varietà di mansioni dell’alveare Camera propone ben 19 servizi e 7 uffici della segreteria generale, con incarichi che vanno dall’operatore tecnico al segretario, appunto, che vanta uno stipendio superiore a quello del presidente della Repubblica (28.152 euro lordi mensili). La spesa complessiva di Montecitorio per stipendi e pensioni dei 1.642 nel 2010 ha superato il mezzo miliardo di euro, 508 milioni 225mila euro. Tutto ruota intorno alla Casta, ma per muovere l’onorevole tribù c’è appunto quest’altra Casta quasi tre volte più numerosa, che a ben guardare costa alle casse pubbliche non meno della dorata schiera dei politici. Il bilancio consuntivo 2010 della Camera dice che per gli stipendi del personale (ascensoristi, commessi seda-risse, stenografi, consiglieri eccetera) la spesa è stata di 256 milioni 128mila euro. Questo significa che il guadagno medio di un dipendente è di 155mila 985 euro lordi l’anno, 6mila euro al mese netti di media. Uno stenografo sfiora i 260mila euro l’anno. Per fare un paragone, le controverse indennità parlamentari si sono fermate a 94 milioni 545mila euro. Non è solo una questione di grandi numeri. Entrare alla Camera, anche nei ruoli meno prestigiosi come appunto quello di commesso con il compito di sorvegliare la seduta di assemblea, implica portare a casa uno stipendio base, alla prima assunzione, di 2.618 euro netti. Dopo 15 anni di lavoro la busta si gonfia: 5.613 euro. A fine carriera, dopo 35 anni, il supercommesso arriva a guadagnare 9mila 400 euro. La paga di circa cinque operai. E a proposito di fine carriera va segnalato che anche per i dipendenti, fino alla settimana scorsa, sono valse regole, se non favolose come quelle dei deputati, eccezionali rispetto ai comuni lavoratori italiani: gli assunti prima del 2009 potevano andare in pensione anche a 57 anni con 35 di contributi, oppure molto prima se gli anni effettivi di servizio alla Camera erano stati almeno venti. Le nuove norme stabilite dall’ufficio di presidenza lo scorso 14 dicembre 2011 impongono anche per l’altra Casta la pensione a 65 anni, con sistema contributivo. In men che non si dica però, nello stesso giorno,l’associazione dei consiglieri della Camera ha recapitato al presidente Fini e ai parlamentari una lettera, non ancora resa nota alla stampa, per rendere consapevole «l’intera rappresentanza parlamentare» che «uno slittamento dell’età di pensionamento» anche «di dieci anni» anche per «i dipendenti prossimi al pensionamento» non rispetterebbe il requisito «dell’equità». Si segnala quindi che la «burocrazia parlamentare non appare assimilabile a nessuna delle categorie di pubblico impiego». Pur consapevoli della necessità «di fare ogni sforzo per favorire il consolidamento dei conti pubblici», i consiglieri rivendicano «la dignità e la qualità professionale della burocrazia parlamentare» e il loro «ruolo centrale» nel «sistema democratico». Una qualità professionale che, comunque sia, è pagata benissimo. Un consigliere caposervizio (che gode di un’indennità di ruolo di 1.198 euro mensili) può arrivare a guidare un servizio e avere uno stipendio fino a 23.825 euro lordi al mese, praticamente superiore a quello di un parlamentare. Le pensioni dei dipendenti valgono oltre 200 milioni di euro. E a questa voce compaiono anche 110mila euro di «assegni integrativi », 145mila euro di contributi socio- sanitari ai pensionati e 390mila euro di oscure «pensioni di grazia », di cui una rapida ricerca storica consente di trovare traccia nei registri finanziari del regno di Napoli (XVIII-XIX secolo).I contributi previdenziali a carico dell’amministrazione hanno sfiorato nel 2010 i 47 milioni di euro,di cui quasi 11 milioni versati all’Inpdap e 36 milioni di «integrazione al fondo di previdenza del personale».
C
come CONFINDUSTRIA.
''La grande impresa, pur valendo meno di voi, si vende meglio di voi. La grande industria sa fare lobby e voi non la sapete fare''. Lo ha detto il ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, Renato Brunetta, rivolgendosi ai giovani imprenditori di Confartigianato, riuniti in assemblea nazionale a Firenze il 6 marzo 2009. ''La grande industria ha un bel giornale, importante, il Sole 24 Ore. E voi, che avreste potuto fare il vostro Sole 24 Ore, perché non lo avete fatto? Voi siete dei mediani - ha detto Brunetta - pensate troppo a lavorare. Lo dico con affetto ed ironia. Però in fondo lo penso e lo pensate anche voi''. ''Fate lobby, e lobby seria. I tavoli non servono assolutamente a niente. Sono come le commissioni di inchiesta. Un tavolo non si nega a nessuno - ha aggiunto il ministro - Non è che la Confindustria ottiene qualcosa ai tavoli, lo ottiene perché è Confindustria...''
C
come CONTROLLORI DI VOLO.
Avete presente l'Enav, l'ente nazionale per l'assistenza al volo? È l'azienda più sindacalizzata d'Italia: 2.700 dipendenti, 13 sigle e una sentenza del tribunale civile di Roma per riconoscere alla società il diritto di cambiare i turni di lavoro senza passare per un voto dell'assemblea con i rappresentanti di tutte le associazioni. Qualche controllore, a proposito di sicurezza, ha la doppia tessera, non si può mai sapere, e le riunioni del comitato direttivo del Sacta (Sindacato autonomo dei controllori del traffico aereo), cinque dirigenti per cinque iscritti, di solito si fanno nella cucina della casa del presidente, dove ci scappano sempre un piatto di bucatini all'amatriciana e l'insalata di puntarelle. La moltiplicazione delle sigle nel trasporto aereo è anche un esercizio coreografico per accerchiare l'interlocutore. L’ex ministro Alessandro Bianchi, da buon democratico, ha inventato la cabina di regia del settore, ma il film della prima riunione è durato pochi minuti. Mancavano le sedie per tutti.

D come DIRIGENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.
La dirigenza della pubblica amministrazione è la casta diva, per eccellenza. E’ “diva” perché come le divinità si considera eterna, e forse lo è: si perpetua nel tempo e si estende nello spazio (della Repubblica) tramite quelle che il Premio Nobel Douglas North (1990) chiama “istituzioni”, vincoli e regole non scritte, ma più cogenti di quelle scritte. Ed è casta al quadrato: sia nel senso di rete che incide sulla politica, sulla società, sull’economia sia in quanto il precetto costituzionale di “imparzialità della pubblica amministrazione” le conferisce una corazza di verginità, che è sopravvissuta ai vari passaggi dell’evoluzione dell’Italia e della sua storia – dallo Stato liberale (nelle sua varie guise), al fascismo, al centrismo, al centrosinistra, alle varie forme di bipolarismo. Ha una consistenza di quasi 1200 dirigenti di prima fascia (un tempo venivano chiamati dirigenti generali e coloro a capo di uffici direttori generali) e circa 12.000 dirigenti di seconda fascia (un tempo chiamati primi dirigenti) nella amministrazione dello Stato in senso stretto. Se si includono settore pubblico allargato (istituti previdenziali, Ice, Aci, Cnr ed affini) e le Regioni i dirigenti di prima fascia arrivano ad oltre 5.000 e quelli di seconda fascia ad oltre 40.000. Il 60% della dirigenza ha superato i 60 anni. I due terzi vengono dall’Italia centrale, meridionale e dalle isole. Esiste una letteratura molto ampia sull’economia e sulla sociologia delle burocrazie nonché su pregi e difetti della dirigenza della pubblica amministrazione in Italia. In questa nota si intende sintetizzare il punto di vista di chi è entrato nella casta diva a 40 anni dopo una prima carriera in Banca Mondiale; non avendo mai metabolizzato le istituzioni informali che la regolano vi è rimasto un po’ come un marziano. Tanto che è stato dirigente generale in due differenti dicasteri (Bilancio e Programmazione Economica; Lavoro e Previdenza), è uscito dalla pubblica amministrazione due volte per lavorare per agenzie specializzate delle Nazioni Unite (Fao e Organizzazione Internazionale del Lavoro) e rientrato in servizio per andare ad insegnare a tempo pieno alla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa).
E
come EDITORI.
La casta della censura occulta.
La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica. L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati. Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito. Ciò avviene in proprio o con l’editore. La produzione in proprio con distribuzione porta a porta, è un’ipotesi fallimentare. L’opera non essendo sostenuta dalle istituzioni e non pubblicizzata dai media, non è acquistata da una moltitudine di utenti finali. La produzione tramite un editore può avvenire, in modo improprio con la compartecipazione alle spese, ovvero senza oneri per l’autore. Naturalmente l’editore vaglia, corregge e censura le bozze dell’opera, oltre che valutarne la commerciabilità. Spesso non è importante l’opera, ma che l’autore sia un personaggio noto alle cronache, o che sia seguito dal pubblico, per usufruire dei benefici di visibilità. Spesso si privilegiano argomenti fatui e non di approfondimento e di denuncia, perché la società contemporanea sente l’esigenza di estraniarsi dalla realtà quotidiana. L’editore, acquisendo i diritti dell’opera, la distribuisce e la vende, riconoscendo una minima parte dei proventi all’autore, per di più dopo molto tempo. Paradosso: l’impedimento alla libertà di manifestare il pensiero è posto proprio dal sistema che ne prevede l’esistenza. L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità. L’editoria, quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni. A questo punto, per manifestare liberamente il proprio pensiero, si è costretti a rivolgersi ad apparati: che conformano l’opera alle proprie aspettative; che sono omologati, in quanto foraggiati dalla politica e dall’economia ed intimoriti dalla magistratura; che hanno distribuzione esclusiva e rapporti promozionali poco trasparenti. A riguardo è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’enturage. Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti. C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale. Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog, superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario. Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva. In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero.
F come FARMACISTI.
Gli italiani, quando si tratta di pillole, non badano a spese, tanto paga quasi sempre Pantalone. Le divoriamo: la media è una al giorno per ogni cittadino. Si capisce, quindi, perché i 16 mila titolari delle farmacie difendano con le unghie i loro privilegi lasciando fuori della porta oltre 60 mila farmacisti che hanno i titoli di studio per esercitare l'attività ma non i soldi per rilevare un'azienda. È il classico meccanismo di una società chiusa, dove gli insider si barricano per respingere gli outsider. L'unica scossa è arrivata con una «lenzuolata» di Bersani che ha liberalizzato la vendita di alcuni medicinali da banco che all'estero si trovano in un qualsiasi drugstore. Le proteste della Federfarma sono arrivate fino ai tribunali civili e così è stata bloccata una seconda lenzuolata per i farmaci di fascia C. Intanto, però, i prodotti da banco costano meno.
F
come FORZE DELL'ORDINE.
ACAB è un acronimo, una sigla famosa nel mondo Ultras che in inglese suona così “All cops are bastards”, vale a dire “tutti i poliziotti sono dei bastardi". Ma è anche uno degli ultimi titoli che va ad arricchire la collana stile libero della Einaudi, un titolo forte non c’è che dire, ma perfettamente adatto al contenuto che veicola. Poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini......sono una casta a parte: legge ed ordine (law & order), i due volti della Giustizia. Per loro la legge è uno strumento, non un fine. Purtroppo il rispetto si merita, non si pretende. Le accuse a molti di loro per i più svariati reati e la distanza con i cittadini, ne hanno sbiadito l'immagine.
Questo nuovo libro, scritto dopo una lunga inchiesta sul campo da Carlo Bonini, giornalista della Repubblica, svela il background allucinante di una certa parte della polizia italiana, quella cresciuta con il mito di una destra reazionaria e violenta, quella che si è resa colpevole, a Genova e a Napoli nel 2001, di uno degli episodi più gravi dagli anni delle stragi di Stato in poi, ma anche di molto altro. Quello che emerge dal libro di Bonini è un ritratto raccapricciante, che con la forza di un linguaggio iperrealistico, tratto dalle chat che alcuni di questi”poliziotti cattivi” frequentano sul web.
ACAB: all the cops are bastards è un libro che ci deve far riflettere non solo sul ruolo della polizia, dell’organo di controllo per eccellenza, nella nostra società, ma che soprattutto ha il compito di riportare l’attenzione di un pubblico, spesso troppo distratto, su quella trama di fatti sconcertanti di violenza urbana che hanno riempito le cronache dei giornali e la storia italiana degli ultimi anni.
G
come GIORNALISTI.
I giornalisti: casta, ma da non farlo sapere. I giornalisti, ormai, la notizia la fanno, non la danno, salvo che non siano le veline dei magistrati e della loro parte politica. Una criticata politica sindacale ha ridotto la categoria a una specie di segmento del pubblico impiego: alti livelli di protezione, scarsi aumenti di stipendio e poche gratifiche per il merito. Intanto le assunzioni si fanno con il contagocce, con contratti a termine e perfino con inquadramento da metalmeccanici per il lavoro di desk. Così cambia la geografia del mestiere: a fronte di 6.331 giornalisti, attivi in redazione o pensionati, risultano iscritti alla gestione separata per il lavoro autonomo 22 mila liberi professionisti. Peccato che la maggioranza dei free lance, che all'estero hanno pari dignità rispetto ai dipendenti, siano considerati poco più che precari. Pagati ad articolo, poche decine di euro, saltuariamente. Per loro il mestiere è iniziato e finirà nel purgatorio degli ex privilegiati. Giornalismo: foraggiato dalla politica e dall’economia; intimorito e prono al cospetto dei magistrati. Il giornalista non dovrebbe correre dietro al gossip politico o giudiziario a tutti i costi e soprattutto dovrebbe ricordare che dietro la notizia ci sono persone, i cui diritti e la cui privacy meritano tutela e non giudizi affrettati e precostituiti. Specialmente quando la giustizia in Italia è quella che è. E non è anche una sostanziale incapacità dei giornalisti fare cronaca giudiziaria senza pendere dalle veline delle Procure? Non possono limitarsi a fare i postini. Il giornalista e il direttore devono dare le notizie in modo imparziale. Non può accadere che sia il magistrato, il carabiniere, il poliziotto a dare un appuntamento, consegnare qualcosa o consegnare tutto. Non è un segreto che spesso documenti riservati siano usciti dai palazzi di giustizia indirizzati a giornalisti con l'avvallo dei magistrati. Certamente cose del genere sono avvenute. Chi lo fa, però, oltre ad essere scorretto commette un reato e non è degno di fare il magistrato, specie se tale reato resta un’impunità di casta. Non bisogna mai dimenticare che in uno Stato di diritto vige il diritto al contraddittorio. Essere zerbini dei magistrati o pendere dalle loro labbra senza dare analogo spazio alla difesa dei cittadini, significa non avere deontologia, né coscienza. Con “La casta dei giornali”, libro scritto da Beppe Lopez, (Stampa alternativa editore), si attacca la torta di elargizioni statali ai giornali di partito, alle cooperative, ai grandi gruppi editoriali, citandoli uno per uno, provvidenza per provvidenza. Anche le più recenti e clamorose inchieste che hanno puntato l’indice contro la “casta” e i “costi” della politica glissano su uno dei più grossi scandali politico-amministrativi degli ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. I costi stratosferici della politica, tanto contestati e denunciati, vanno di pari passo con quelli del finanziamento pubblico ai giornali: quasi 750 milioni di euro finiscono in un anno, sotto forma di contributi diretti o indiretti, nelle casse dei grandi gruppi editoriali, organi di partiti, giornali. Lo scandalo che l'autore denuncia è clamoroso non solo per la consistenza dell'esborso dalle casse dello Stato, ma anche sul piano etico e morale, perché, secondo la tesi del libro, è stato nascosto alla pubblica opinione dagli stessi giornali percettori di rendite inconfessabili e comunque "politicamente scorrette". Con questa inchiesta alla vecchia maniera si riempie il vuoto ripercorrendo la storia, dalla primitiva legge 416 del 5/8/81 fino a oggi. Eppure un portentoso flusso di danaro pubblico, calcolato sui 750 milioni di euro in un anno, finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti – attraverso una stratificazione di norme clientelari, codicilli, trucchi e vere e proprie truffe – nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, agenzie, radio e Tv locali, ma anche di finti giornali di finti “movimenti” e di cooperative fasulle. Rimpolpando gli utili degli azionisti di grandi testate in attivo. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite e privilegi mediatici a un esercito di “amici degli amici”. Un dossier/pamphlet su un intricato caso di rapina delle risorse pubbliche e di distorsione del mercato e della vita democratica indispensabile per capire lo stato di mortificazione dell’informazione in Italia e la sua riduzione a “specchio del diavolo” della casta del Potere. Per Luigi Bacialli, autore del “La casta stampata”, (Ugo Mursia editore), i giornalisti possono criticare tutti, ma sono allergici all'essere criticati. È questo uno dei molti paradossi di un'informazione spesso supponente, chiusa e corporativa che difende i propri privilegi e, con la scusa degli attacchi alla libertà di stampa, pretende di non essere mai messa in discussione. Luigi Bacialli, convinto che la vecchia "umiltà del cronista" debba essere dimostrata non solo a parole ma con i fatti, traccia un ritratto ironico e irriverente dei giornalisti. Dal giovane praticante che vuole scrivere subito un fondo agli "invidiati speciali" che si imboscano per non partire, dal redattore che intervista un falso medico legale e procura all'azienda una maxiquerela a quello che infila un refuso dietro l'altro: ce n'è abbastanza per scendere dal piedistallo e ritrovare un pizzico di modestia, oltreché il senso della misura. Anche la categoria dei giornalisti, sostiene Bacialli, con i suoi eccessi, la sua permalosità e i suoi deliri di onnipotenza, deve volare più basso. Ritratto impietoso di una categoria di professionisti che per vizi e privilegi sembra molto simile alle altre caste.
G come GONDOLIERI.
L'eroina si chiama Alexandra Hai, una tenace tedesca che, dopo dieci anni di inutili tentativi, si è fatta assegnare la licenza di gondoliera dal TAR. Ed è diventata l'unica donna nel club, rigorosamente maschile e con il numero chiuso, dei «signori della laguna». Alex è passata dalle aule per le cause civili alla giustizia penale, perché ogni volta che gira per i canali con un cliente viene insultata e minacciata dai colleghi. La considerano un'abusiva. E non vogliono estranei in un mercato che non vale soltanto le tariffe per le passeggiate romantiche delle coppie in viaggio di nozze o il prezzo di una licenza (oltre 300 mila euro). C'è molto altro nella miniera veneziana. I gondolieri, infatti, hanno trasformato le loro cooperative in holding che controllano il traffico in laguna: trasporto merci, costruzioni dei pontili, perfino funerali. Ecco perché anche il sindaco Massimo Cacciari si è arreso con queste parole: Ho capito che a Venezia non si può governare disturbando la lobby dei gondolieri».

L come LIRICA
La Casta della Lirica Inchiesta
«La lirica in Italia è gestita da 3 agenzie. Che senso ha definire oggi un’audizione pubblica, se il mercato del lavoro è in mano per l’80% a privati? - dice Pierluigi Dilengite a Barbara Millucci su il “Corriere della Sera”. Pierluigi Dilengite, 40 anni, baritono, ha studiato con Luciano Pavarotti ed è una delle voci più promettenti del panorama operistico italiano. Ha ricoperto importanti ruoli come Germont (Traviata), Jago (Otello), e Scarpia (Tosca), lavorando con celebri direttori d’orchestra e famosi registi in tutto il mondo. - Non solo, la maggior parte dei cantanti che passano un’audizione, provengono dalle agenzie, una cosa sicuramente scorretta visto che l’ente lirico pubblico deve fare audizioni pubbliche e distribuire il lavoro in modo equo (Le 3 agenzie sono: www.stagedoor.it, www.ateliermusicale.com e www.operaart.it.). Hanno in mano il monopolio dei 13 enti lirici italiani e degli oltre 30 teatri di tradizione, che stanno lentamente morendo. Decidono loro i destini degli artisti, ma anche i cartelloni in base alla disponibilità dei cantanti che rappresentano. La Scala, il teatro italiano più popolare al mondo, è invece gestito da stranieri e nell’ultima esibizione del Don Giovanni c’erano solo 2 cantanti italiani. In Australia, come anche da altre parti ne mondo, c’è l’obbligo di far lavorare i locali. Perché non si fa una legge in tal senso?»
Dilengite ha un cachet di 7/8 mila euro a sera, ed il suo agente guadagna sul suo lordo il 10% al giorno. C’è poi la diaria. Come l’«indennità umidità» per gli spettacoli all’aperto per i concertisti, l’«indennità armi finte» per le scene che prevedono l’impiego di spade, l”indennità di lingua”, quando nel testo c’è una sola parola straniera, e l’«indennità di cornetta», che percepiscono solo i suonatori di questo curioso strumento. Ma la particolarità del melodramma italiano è che «mentre in Francia, oltre alla disoccupazione, vengono retribuite anche le prove, qui da noi il cachet include il lavoro di un mese intero. E se ti ammali e non debutti, non percepisci neanche un euro. Molti teatri poi, accreditano i compensi anche dopo due anni. In Germania, un direttore artistico se fa un buco di bilancio risponde civilmente e penalmente del danno arrecato allo stato e viene cacciato. Qui da noi, al massimo si viene spostati in altre istituzioni oppure nominati dalla politica. Il vice presidente dell’Opera di Roma è Bruno Vespa». I nostri 13 enti lirici impiegano oltre 600 dipendenti. Solo la Scala di Milano, nel 2010 aveva 915 lavoratori, al costo di 68 mln di euro, mentre l’Opera di Roma ben 742 dipendenti, per un valore di 43 mln. «Ho appena cantato in Corea, un teatro gestito solo da 10 persone e con 3 mila posti esauriti tutte le sere. Ci sarà o no qualcosa da rivedere qui da noi o dobbiamo continuare a cantarlo in versi?»
M
come MAESTRI DI SCI.
Quando siete in settimana bianca, occhio alle tariffe e agli albi professionali. Guide alpine (1.250) e maestri di sci (10 mila) si sono spartiti la montagna a colpi di leggi, regolamenti, collegi regionali e attrezzi di lavoro. Guai a sbagliare, si rischia il reato di esercizio abusivo della professione. Dove sia la differenza, poi, è una cosa tutta da dimostrare. E quando si chiede ai presidenti delle due categorie, se la cavano con questa teoria: i maestri di sci insegnano, le guide alpine accompagnano e questo basta a tenere in piedi due circuiti. Con qualche aggregato, come le guide sul Vesuvio che, per proteggere il mercato dei turisti in visita al cratere, sono state battezzate con l'aggettivo «vulcanologiche». Più elastica, invece, è la questione dei prezzi: ogni albo regionale decide le sue tariffe e un maestro a Cortina può costare anche il doppio rispetto a Roccaraso. In questo caso la categoria non è unica.
M come MAGISTRATI.
“LA LEGGE SIAMO NOI”, il libro di Stefano Zurlo, parla di loro. Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con anni di ritardo e altri che hanno fatto con l'auto di servizio migliaia di chilometri per andare in vacanza. Ci sono giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli, vanificando anni di processi. Ci sono giudici che hanno dimenticato in carcere imputati che avrebbero dovuto essere scarcerati. Tutti questi giudici sono stati processati dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Molti sono stati assolti perché, ad esempio, non si possono consegnare in ritardo le sentenze, ma c'è quasi sempre una scappatoia, un alibi dietro cui trincerarsi: troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto. Qualcuno, invece, non è sfuggito alla condanna del "Tribunale" dei colleghi.
Sono centinaia i procedimenti disciplinari che si svolgono davanti al Csm: qualcuno, riguardante le esternazioni dei magistrati del Pool, è stato enfatizzato dai media. Ma sono casi rari: della stragrande maggioranza, invece, non si sa nulla. Sono processi che vengono celebrati nel silenzio e nel silenzio si chiudono. Un magistrato impiega dieci anni per ricalcolare la pena di una condanna a otto mesi. Un altro scarcera l’imputato con centoquaranta giorni di ritardo. Un pm conduce le inchieste intercettando gli avvocati mentre parlano coi loro clienti, o mentre sono in Procura. A volte errori, a volte colpe. Ma qualcuno ne risponde? La carrellata è fitta: un catalogo di sentenze “invertite”. Sentenze sui giudici, non di giudici. Un viaggio tra i procedimenti che vedono alla sbarra le toghe. Ogni magistrato processato è ritratto in una storia: settantacinque racconti agili, che nascono dallo studio di altrettante indagini condotte dal Consiglio Superiore della Magistratura su toghe indisciplinate.
Le mancanze e i tempi elefantiaci del sistema giudiziario italiano sono noti. Ma raramente si parla dei fatti e degli atteggiamenti che ingolfano il carrozzone. Accade solo quando gravi errori giudiziari scandalizzano dalle prime pagine dei giornali. Eppure, anche in questi casi, non si sa che fine fanno i responsabili. L’inchiesta di Stefano Zurlo, sui procedimenti andati in scena a Palazzo dei Marescialli tra il 2000 e il 2008, illumina un versante sconosciuto della Giustizia italiana. Lo fa traducendo dal burocratese le indagini e le sentenze della Sezione disciplinare del Csm.
Per la delicatezza della materia, i nomi e le città di provenienza dei magistrati sono di fantasia. Ma ogni fatto riportato è tratto esclusivamente dagli atti: da qui Zurlo estrae le vicende, umane e professionali, che portano certi giudici sul banco degli imputati. E da qui, senza dover aggiungere nulla ai fatti, svela quanto sia troppo spesso «soffice e paterno» il criterio con cui il Csm giudica i “suoi”. Nella maggior parte dei casi, il verdetto è il semplice ammonimento. Poco più di una strigliata.
C’è il magistrato che impiega 495 giorni per scrivere sette cartelle di un importante provvedimento, a carico di un rettore condannato a due anni e tre mesi. Assolto. C’è chi dimentica per centocinque giorni una persona ai domiciliari. Assolto. E chi scarcera, per errore e pressapochismo, il cassiere della Banda della Magliana: due mesi di anzianità perduti. Il problema più diffuso è quello dei tempi, i dati sui giorni di ritardo riportati da Zurlo fanno impallidire. Insieme alle giustificazioni dei magistrati nel tentativo di difendersi. Centinaia di processi restano appesi per anni, i faldoni scompaiono, le sentenze non vengono depositate. E intanto si perde la percezione che ogni processo porta in sé la vicenda umana di vittime e colpevoli.
“TINTINNAR DI VENDETTE”. Manette facili, voglia di riflettori e vendette della politica.
Ecco come è stata minata la fiducia nella giustizia.
Nel volume il giornalista Guido Dell’Aquila riordina tutti i discorsi ufficiali in tema di giustizia di Oscar Luigi Scalfaro, un giurista che è stato giudice, un uomo politico che ha scritto la Costituzione e infine Presidente della Repubblica e del CSM dal 1992 al 1999 in un settennato di scontri politici acutissimi, che non hanno risparmiato né la sua persona né l’istituzione da lui rappresentata. Ne emerge sia la denuncia senza mezzi termini e in tempi non sospetti degli errori e dei vizi di certa magistratura troppo disinvolta con l’uso delle manette e davanti ai riflettori delle tv; sia l’incapacità dell’organo di autogoverno della categoria di perseguire dall’interno abusi e sbagli.
Chi è il cattivo magistrato? Quello che vince un concorso truccato, quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo il magistrato Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica.
Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».
Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini».
Così anche per il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano con nota del 27 novembre 2009. “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione, che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare. E' indispensabile che venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia".
Il libro è una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?».
C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche. Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino».
Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.
Chi giudica il lavoro dei magistrati? I magistrati. Chi paga se un giudice sbaglia? Nessuno. Toghe costosissime che percepiscono quanto un parlamentare, ma sono assunti come funzionari pubblici, con dubbi concorsi. Toghe inefficienti che impiegano anche 8 anni per scrivere una sentenza. Toghe sporche e corrotte che prendono tangenti. Toghe eversive o che insabbiano. Toghe vandali che danneggiano l'auto del collega magistrato. Toghe allo sfascio unite tutte da un unico comune denominatore: sanzioni del tutto inesistenti da parte del CSM. Gli automatismi delle carriere sono blindati da due leggi, approvate tra il 1966 e il 1973, in un clima politico che spiega tante cose. Lo ha ricordato in un libro, mai smentito, Giuseppe Gargani, all'epoca membro della commissione Giustizia alla Camera: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: "Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti". E la legge passò». L'unica correzione è stata approvata nell'ottobre del 2007 dal plenum del Csm, che almeno ha introdotto un esame, ogni quattro anni, per valutare carriera e stipendio. Quanto alla responsabilità civile, nonostante un referendum del 1987 e una sentenza della Corte di giustizia europea, non si è visto ancora un Parlamento approvare una legge chiara e rigorosa. Forse la paura è sempre quella denunciata da Gargani. Ogni tentativo di riforma per rendere questi cittadini un pò più uguali agli altri è una "lesa maestà". A loro favore schiere di giustizialisti politicizzati che usano la giustizia come arma di lotta politica. In questi ultimi anni sono usciti alcuni libri best-seller sulle varie “caste”: i più noti sono quelli di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sui politici, "LA CASTA", di Stefano Livadiotti sui sindacalisti, "L'ALTRA CASTA". A questi si è aggiunto un libro-inchiesta ancora del giornalista dell’”Espresso”, Stefano Livadiotti: “MAGISTRATI. L’ULTRA CASTA”, edito da Bompiani. Tutti i segreti di Vostro Onore e del suo Eldorado di privilegi. I meccanismi di carriera a prova di somaro. L'assenteismo da uffici del catasto. Gli stipendi, le indennità e i gettoni da nababbo. Il trucco della scala mobile mai abolita. I guadagni extra garantiti dalla politica e dalle imprese. Lo scandalo delle ferie lunghe come a scuola. Gli intrighi correntizi nelle segrete stanze del Csm, dove un mese di lavoro dura tre settimane. I verbali delle sentenze burla della sezione disciplinare, che assolve i pedofili e chi dimentica un detenuto in galera. I dati shock sulla giustizia più costosa e inefficiente del mondo occidentale. Dove toga che sbaglia non paga mai. Nome per nome, cifra per cifra, quello che nessuno ha mai osato raccontare sulla madre di tutte le caste. La più temuta. Lottizzata. E pericolosa. Vostro Onore lavora 1.560 ore l'anno, che fanno 4,2 ore al giorno. Ma, quando arriva al vertice della carriera, guadagna quasi il quintuplo degli italiani normali. Gli esami per le promozioni sono una farsa:li supera il 99,6 per cento dei candidati. Liviadotti, giornalista dell'Espresso (schierato a sinistra), dopo i sindacati mette sotto la lente di ingrandimento la casta dei magistrati e ne scopre delle belle. Come quella che il Consiglio superiore della Magistratura ha assolto persino un giudice sorpreso con un minorenne nei bagni di un cinema. Secondo la sentenza, costata allo Stato 70 miliardi di lire, era innocente perchè tre anni prima aveva sbattuto la testa. Quella dei giudici e dei pubblici ministeri - dice Liviadotti - è la madre di tutte le caste. Uno Stato nello Stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l'agenda alla politica. «Un formidabile apparato di potere» che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell'indipendenza, e facendo leva sull'immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito «a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi». Liviadotti analizza, cifra per cifra, tutta «la scomoda verità» sui 9.116 uomini che controllano l'Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all'ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari, le pensioni d'oro, la scala mobile su misura, gli orari di lavoro, «l'incredibile» monte-ferie, i benefit dei consiglieri del Csm. E, parola per parola, «le segretissime sentenze-burla» della Sezione disciplinare, per non smentire l'aurea di impunità che li circonda.
M come
MILITARI
LA CASTA DELLE STELLETTE
Pensioni, case, indennità: ecco la casta con le stellette, secondo “Il Giornale” ad un capo di Stato maggiore spettano un milione di liquidazione e 15mila euro al mese. Ed ai vertici di Esercito, Carabinieri e Finanza va anche un bonus di 409mila euro. La casta per definizione è quella dei politici e anche i giornalisti che li criticano non sempre possono lanciare la prima pietra, ma nell’Italia dei privilegi pure i generali e gli ammiragli non scherzano. Gli alti ufficiali sono tanti, troppi, secondo qualche fonte il 30% in più del necessario, per un esercito volontario che verrà ridotto di ulteriori 40mila uomini. I capi di stato maggiore tirano i remi in barca con una liquidazione che sfiora il milione di euro e 15mila euro di pensione. Non solo: i vertici delle forze armate, compresi Carabinieri e Finanza, godono di una speciale indennità pensionabile di 409mila euro lordi, che in tempi di vacche magre salta agli occhi. Oggi lo Stato sta pagando oltre 4 milioni di euro per questa indennità ad personam. La chiamano S.I.P. e non ha niente a che fare con la vecchia compagnia telefonica. Nel 1981 il primo a godere della speciale indennità pensionabile era stato il capo della polizia. Nel corso degli anni si sono aggiunti il comandante della guardia forestale ed il direttore generale delle carceri. Le stellette hanno brontolato chiedendo, per certi versi a ragione, uguali diritti e così la SIP è stata garantita anche al comandante generale dei carabinieri, a quello della Finanza ed ai capi di stato maggiore delle Forze armate che sono 4 (Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), oltre che al segretario generale e direttore degli armamenti. Un generale a tre stelle non arriva a 6.500- 7.000 euro al mese, meno della metà di tanti alti dirigenti dello stato. Nel momento in cui viene nominato capo di stato maggiore, con la responsabilità su decine di migliaia di uomini, forse è giusto garantirgli un’indennità di carica. Anche se 22.755 euro in più al mese per 13 mensilità «rivelati » in una proposta di legge che addirittura voleva allargare il privilegio ai vice, non sono bruscolini. Dalla precedente gestione della Difesa non siamo riusciti ad ottenere le cifre esatte, ma secondo le fonti de il Giornale e di stampa stiamo parlando di 409mila euro lordi che corrispondono ad oltre 250mila euro netti. L’aspetto più controverso è quel termine «pensionabile». In pratica la speciale indennità viene poi riconosciuta per calcolare la pensione. Dalla Difesa scrivono che «si tratta di indennità (...) soltanto parzialmente pensionabile istituita per eliminare o quantomeno attenuare il grande divario all’epoca esistente con i vertici delle Forze di Polizia». Fonti de Il Giornale , però, sostengono che la SIP è quasi totalmente pensionabile, a parte una decurtazione che si aggirerebbe sul 10%. In definitiva le stellette che sono state ai vertici delle Forze armate si godono una pensione che si aggira sui 15mila euro. «Le responsabilità che hanno assunto sono elevatissime e quindi non mi sembra scandaloso - sostiene una fonte de il Giornale nelle Forze armate che conosce i conti - Invece è scandaloso il tentativo di estenderla anche ad altri» come i vicecomandanti ed i vicari. In Italia i generali delle Forze armate sono 425. Negli Stati Uniti gli alti ufficiali sono 900, ma comandano 1 milione e 400 mila uomini, sette volte più di noi. Secondo una fonte de il Giornale che conosce il problema generali ed ammiragli potrebbero essere anche il 30% in più del necessario, compresi i carabinieri. Per non parlare della Finanza e degli altri corpi di sicurezza della Stato. E dei privilegi garantiti a 44 alti ufficiali, che beneficiano di appartamenti da 600 metri quadrati compresi di battitura tappeti e lucidatura dell’argenteria. La spesa per lo Stato sarebbe di 3 milioni e mezzo di euro l’anno. Non è un caso che nel piano di tagli in via di preparazione sia prevista una drastica riduzione degli alti ufficiali. Non solo: La Difesa sta studiando un taglio di almeno 40mila uomini su 190mila, che dovrebbe presentare entro fine anno al nuovo ministro, Giampaolo Di Paola. Per la prima volta è stato nominato al vertice un ammiraglio ancora in servizio, anche se oltre l’età prevista per la pensione. Proprio Di Paola è il fautore del nuovo «Modello di Difesa» che prevede la riduzione degli organici a circa 120/140mila uomini. Le spese del personale assorbono il 62% delle risorse della Difesa (quasi 9 miliardi di euro). L’obiettivo è arrivare ad un costo del 50% senza tagliare le unità operative. Nelle missioni all’estero, comprese quelle di guerra come in Afghanistan, sono impegnati fra 10 e 12mila uomini. Il problema è che i tagli hanno ridotto all’osso l’addestramento ed il prossimo anno potrebbero esserci 3mila volontari in meno da arruolare per mancanza di soldi. «Già adesso i bandi per ufficiali e sottufficiali hanno numeri sempre più ridotti. Si rischia che le forze armate diventino ancora più “vecchie”» spiega una fonte de il Giornale sottolineando l’altra faccia della medaglia rispetto ai tagli. Per snellire la Difesa bisogna sicuramente continuare sulla strada della chiusura degli enti inutili. Interi reparti esistono più o meno sulla carta. Dal 2008 il programma di dismissioni che dovrebbe portare alla vendita di 200 caserme, 3.000 alloggi e 1.000 installazioni va avanti a rilento. Spesso molti degli immobili sono occupati da abusivi o gravati da incredibili intoppi burocratici, anche se le norme per la dismissione si stanno sbloccando. Gli accorpamenti necessari riguarderanno la logistica, ma sacrifici, secondo il capo di stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, coinvolgeranno «soprattutto le strutture di comando e supporto alle categorie dirigenziali ». Anche sulla sanità militare si addensano critiche. Centinaia di posti letto e camici con le stellette dispersi in tutta Italia si occupano sempre più di certificazioni di invalidità. L’ufficiale medico può esercitare all’esterno, ma se gli chiedono di andare in prima linea in Afghanistan spesso marca visita. Un’altra realtà controversa è l’ausiliaria. Quando il militare raggiunge i limiti di età, o dopo 40 anni di contributi, può fare domanda per questo istituto, che dura 5 anni. In pratica serve a garantirgli «il 70 per cento degli incrementi di stipendio riconosciuti al pari grado in servizio». Un ufficiale in ausiliaria può venir richiamato nella provincia di residenza, ma capita per una piccola minoranza. Ai tempi della guerra fredda serviva alla mobilitazione generale in caso di conflitto, ma oggi l’ausiliaria è un po’ desueta. Dalla Difesa fanno notare che da quest’anno fino al 2014«l’istituto è di fatto sterilizzato» perché gli stipendi dei militari sono bloccati. Non durerà per sempre, si spera, ed in ogni caso l’ausiliaria pesa nell’ultimo bilancio della Difesa per 326,1 milioni di euro, con un incremento minimo dello 0,7%. Soldi che secondo alcuni, nelle Forze armate, sarebbe meglio utilizzare per stipendi più adeguati al personale in servizio e realmente operativo.
N
come NOTAI.
Quando il governo Prodi ha tirato fuori la demagogica proposta di concedere anche agli avvocati le competenze sul trasferimento degli immobili, i notai hanno avuto gioco facile nel bloccare un progetto che avrebbe creato il caos nelle compravendite. E si sono ritrovati con alleati imprevisti, come Ugo Mattei che sulle colonne del Manifesto ha sottolineato l'importanza della categoria «a presidio della certezza del diritto». Meno difendibile, invece, è il ristretto numero delle sedi (4.750) che, nel giro di alcuni anni, dovrebbero aumentare di circa 1.000 unità. Ma intanto il concorso per il notariato, celebre per la sua severità, è finito in procura: gli esami del 2004 sono al centro di un'indagine per abuso d'ufficio. E in Italia le inchieste della magistratura possono andare molto per le lunghe.

O come OMOSESSUALI.
La lobby omosessuale non è "diversa" dalle altre. Come il peggiore dei luoghi comuni, si rafforza negandolo. Più i gay ripetono «non siamo un potere forte, né occulto», più il mondo etero si convince che «sono una lobby potentissima». Così scrive "Il Giornale". Potere gay. Quando Benedetto XVI, parlando ai nunzi apostolici dell’America Latina nel febbraio 2007, ribadì il ruolo centrale del matrimonio nella società contemporanea, «che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna», lamentando come la famiglia «mostra segni di cedimento sotto la pressione di lobby capaci di incidere sui processi legislativi», l’universo gay, sentendosi chiamato in causa, rispose sdegnato che la vera lobby, semmai, era quella vaticana... Ma l’opinione pubblica ebbe confermato, ex cathedra, un sospetto magari tendenzioso ma radicato. In Italia, per ben note questioni storiche, il «potere» dei gruppi omosessuali è ancora sotto traccia. Ma nel resto del mondo occidentale, soprattutto nei Paesi anglosassoni dove i termini gay e lobby non hanno alcuna connotazione negativa, l’omosessualità, oltre che una ragione di orgoglio, pride, è anche una questione di potere, power. E’ soprattutto nel mondo degli affari e dell’economia che le quotazioni della «gay corporation» sono in costante aumento: una dettagliata inchiesta pubblicata su Corriere Economia nel marzo 2008 metteva in evidenza la straordinaria capacità da parte dei gay di «fare rete». Una lobby potente e ricca. Anzi, secondo un dossier del 2006 della rivista Tempi, ricchissima. Come fanno notare molti intellettuali, la potenza politico-economica dei gruppi gay è tale da influenzare l’intero ambito sociale, arrivando a imporre le regole del «politicamente corretto». Moda e televisione: proprio i due regni dove il luogo comune del potere gay si rafforza negandolo. Quando il direttore di Vogue Italia Franca Sozzani, intervistata da Klaus Davi, liquidò la lobby omosessuale nel mondo della moda come un «mito», tutti - ricordandosi l’indiscrezione di quel dirigente di Dolce&Gabbana secondo il quale «noi assumiamo solo gay» - hanno inteso esattamente il contrario. Così come non c’è addetto ai lavori del mondo editorial-giornalistico che non ricordi la processione di star della politica e della cultura che sfilò al teatro Manzoni di Milano quando Alfonso Signorini presentò in pompa magna il suo libro sulla Callas. Un parterre che neppure Eco, o Cacciari, o Baricco, o Camilleri - anche tutti insieme - potrebbero mai sognare. Intanto, anche da noi, sull’onda mediatica del successo di film e serial tv politicamente molto corretti e culturalmente molto queer, c’è chi sta pensando di fondare un partito «altro». Al Gay Pride, a Genova, il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ha ribadito la necessità per i gay di «entrare in politica». Sfilando in piazza per andare ben oltre il semplice concetto di lobby.
P
come POLITICI.
Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d'oro. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più "virtuose" moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati "trombati" consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l'auto blu. La denuncia di Stella e Rizzo con i libri “La Casta” e “La Deriva” di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l'intera società italiana. A livello locale un sistema oligarchico gestisce il potere in monopolio a favore dei parlamentari nominati dalla nomenclatura, che restano indifferenti alle richieste dei cittadini, osteggiando ogni tentativo di riforma sociale.
Dalle inchieste pubblicate dai media si rileva che in Parlamento da sempre troviamo parlamentari corrotti; indegni, privilegiati, spreconi, incompetenti, fannulloni, finanziati e voltagabbana. Dall’Unità d’Italia ad oggi sempre ... trasformismo.
Fregolismo spinto. Cambi di casacca a ripetizione. E record di deputati erranti. Centoventi, nel Grand Hotel Montecitorio, vagano fra un gruppo e l’altro, entrano ed escono dai partiti, tradiscono e si pentono, rilanciano e arretrano, ieri con Fini e contro Silvio, ora con Silvio e contro Fini, e domani chissà. La transumanza parlamentare ha questo di bello: è frenetica, spiazza, impazza. E siamo al record storico del viavai. Nessuna legislatura ha avuto un tasso così alto di conversioni politiche. Tutte, ovviamente, motivate da alte e nobili spinte morali. Chi diventa Fregoli «per salvare le istituzione». Chi lo fa «in nome del buon nome dell’Italia». Chi lo fa, addirittura, per motivi religiosi.
Dal 29 aprile 2008, inizio della XVI Legislatura della Repubblica Italiana, al febbraio 2011 sono già oltre 120 i deputati che soltanto a Montecitorio hanno cambiato casacca, partito, maggioranza o leader di riferimento. A metà legislatura, abbiamo già superato tutti i record precedenti, dimostrando di fatto che ai parlamentari del voto popolare non interessa pressoché nulla, perché si spostano di qua o di là a seconda della loro più bieca convenienza. Anzi, più si spostano, più aumenta il prezzo con cui vengono comprati e venduti, come in qualsiasi mercato delle vacche. Se poi aggiungiamo che il Parlamento, oltre ad aver fatto l'en plein di voltagabbane e di trasformisti come mai la Repubblica italiana ha sperimentato, come il libro di Marco Travaglio insegna, totalizza il maggior numero di pregiudicati, indagati, condannati o salvati dalla prescrizione della storia patria, quasi un centinaio, con reati che vanno dalla ricettazione alla corruzione, dalla bancarotta fraudolenta, all'associazione a delinquere, dalla corruzione in atti giudiziari all'istigazione alla prostituzione minorile, appare chiaro che di «onorevole» in quelle aule non c'è proprio più nulla.
Spesso le cronache politiche parlano di trasformismo per dire che un parlamentare cambia casacca. Si parla anche di «tradimento», o dare del venduto a chi (tanti) inscena il rituale più classico della politica tribale d’ogni tempo, il cambio di casacca.
Una volta c’era il transfuga, adesso c’è l’Anarca; un moralista del cambio di casacca, uno che ci fa la morale sopra, «nell’interesse del Paese».
Eppure sarebbe così semplice, se solo si volesse: un parlamentare eletto dal popolo per un partito resta in quello o se ne torna a casa. Ma chi lo vuole? A quanto pare nessuno!
Si parla di terremoto del terzo polo: Casini, Rutelli, Lombardo e Fini. Si parla dello sconquasso prodotto da FLI, ieri della fuga dal PSI e dalla DC “affondati” dalla Magistratura. E’ vero, come diceva Renzo Foa, «che abbiamo il vizio di chiamare voltagabbana sempre chi andrà con gli altri, e mai chi viene con noi»; ma nessuno negherà che mai come in questa tragicomica pochade italiana il va e vieni hanno esibito una repentinità da record, sciaguratamente comica, se l’Italia potesse ridere ancora.
Piegandosi ai vari stati di necessità, la nostra storia patria si è intrecciata con due malepiante: il consociativismo ed il trasformismo. Nel discorso pronunciato per l'apertura della terza legislatura Vittorio Emanuele II affermava: "E' dell'essenza dei Governi rappresentativi che vi siano opinioni e partiti diversi; ma vi sono occasioni nelle quali è talmente urgente il pericolo delle cosa pubblica, che soltanto dall'oblio delle passioni di parte e delle gare personali è possibile aspettare salute". E il 25 novembre 1883 a Napoli, Zanardelli, dopo aver ricordato il "connubio" tra Cavour e Rattazzi, rilevava che "quando nel 1876 il Governo poté passare alla Sinistra, ciò avvenne perché un parte dei deputati della Destra... aveva ingrossato le file del nostro partito".
Cambi di casacca e salti della quaglia: da uno schieramento all'altro, dunque, da noi hanno rappresentato più la regola che l'eccezione. Ma c'é una bella differenza tra ieri ed oggi. Per circa un secolo e mezzo abbiamo avuto un centro contrapposto alle estreme. Ed il centro governativo si è allargato ora a questa, ora a quella mezz'ala, lasciando le ali all'opposizione e in servizio permanente effettivo. Nell'età del bipolarismo si pensava che tutto fosse cambiato. Si sta o di qua o di là. Il centro è scomparso. Ma non è vero!
Quindi, la "transumanza" si è verificata sia nella passata sia in questa legislatura. Senza i transfughi, dopo la caduta di Prodi nell'ottobre 1998, D'Alema non avrebbe potuto salire le scale di Palazzo Chigi. Quel D'Alema che aveva assicurato che mai e poi mai sarebbe diventato Presidente del Consiglio. se non dopo essere stato incoronato dal popolo sovrano. Una promessa da marinaio, la sua, visto come sono poi andate le cose. Altro che popolo sovrano, si dovrebbe dire popolo somaro!
Ma i ribaltoni dei giorni nostri non sono giustificati dalla formazione di un qualsiasi governo alle spalle degli elettori: un fenomeno che non sarà più possibile quando la riforma costituzionale entrerà in vigore (... se entrerà in vigore!). Invece avvengono perché “previdenti” parlamentari tentano di salvare il proprio collegio elettorale facendo atto di sottomissione. Previdenti, si fa per dire.
Nella scorsa legislatura venne presentata alla Camera una proposta di legge costituzionale di modifica dell'Articolo 67 della Costituzione: una disposizione, questa, che prevedeva un divieto di mandato imperativo ormai utilizzato per le più sporche manovre da uomini politici senza scrupoli. Questa ricetta prevedeva la decadenza dal mandato parlamentare per quelli che Fini ebbe soavemente a definire "puttani della politica" perchè da destra passavano a sinistra. Un termine che oggi è rinato proprio grazie a Fini che, pur essendo presidente della Camera, ha pensato di costituire un partito (FLI) che purtroppo, per lui, si è sfaldato lentamente.
Se risultati vincitori in un collegio, recitava la pdl, sarebbero sostituiti da chi nelle elezioni suppletive si aggiudica il collegio uninominale. Altrimenti, verrebbero senz'altro sostituiti nelle circoscrizioni dai primi dei non eletti nella medesima lista.
Questa iniziativa legislativa purtroppo non andò in porto perché si trovo tra due fuochi. Il centrosinistra, beneficiario del trasformismo di quel momento, naturalmente mise il pollice all'ingiù. Mentre i liberali tutti di un pezzo gridarono alla partitocrazia e fecero quadrato attorno al divieto di mandato imperativo, non rendendosi contro che esso è ormai diventato la foglia di fico del peggior trasformismo. Un occasione perduta. Peccato. Perché chi tradisce la fiducia degli elettori merita una severa punizione.
P come PRIMARI.
Non ci voleva certo l'inchiesta Mastella per scoprire come nella sanità pubblica, che assorbe il 12,5 per cento del PIL, i posti dei primari si assegnano con le tessere di partito. Più che una regola una certezza, che gli stessi medici (80 per cento, secondo un sondaggio della Swg) considerano «decisiva» per la loro carriera. Eppure, a parte i concorsi che nessuno vuole fare, basterebbe applicare gli otto articoli del contratto di lavoro, siglato nel 2005, tutti destinati alla valutazione dei responsabili dei reparti. All'epoca si gridò al miracolo nella pubblica amministrazione, dove di solito il merito e le competenze valgono meno di zero. Peccato che quelle norme non sono mai state applicate per l'ostruzionismo delle regioni, dove i partiti non vogliono mollare la ricca torta della sanità. E dove i primari lavorano a mezzo servizio, perché oltre ai malati in corsia devono dedicarsi alle anticamere dei capipartito. Senza contare il blocco delle liste d'attesa per esami diagnostici e visite specialistiche: alla struttura pubblica, tempi inaccettabili; intramoenia a pagamento, immediati !!! Scandalo a parte è l'accertamento degli errori dei medici. Solo di recente le commissioni composte da medici hanno cominciato ad accertare gli errori dei loro colleghi.
P come PROFESSORI
UNIVERSITARI.
Il vizietto dei rettori è quello di considerarsi magnifici a vita. La regola è il limite di due mandati: poi ci sono una valanga di eccezioni. Risultato: Augusto Preti, a Brescia, in carica da 24 anni; Pasquale Mistretta, a Cagliari, da 16; Giovanni Cannata, a Campobasso, da 12; Guido Fabiani, a Roma, da 9. E così via. Per ottenere le modifiche ad personam degli statuti i rettori fanno campagne elettorali, promettendo corsi di laurea (ne abbiamo oltre 3 mila), finanziamenti e carriere ereditarie (il 40 per cento dei titolari delle cattedre sono figli di professori). L'unica cosa che nell'università, come nella scuola, non si riesce a fare è la valutazione. Nelle facoltà è bloccata in attesa di una improbabile riforma, nella scuola invece esiste un ente, l'Invalsi. Su internet ne potete leggere la presentazione, una con i progetti pilota e due pagine dedicate alla sede dell'ente: Villa Falconieri, la più antica delle residenze tuscolane, tutta fortificata. Come i feudi del nostro sistema di formazione. La casta dei baroni, come raccontano Davide Carlucci e Antonio Castaldo nel loro libro "Un paese di baroni " (Chiarelettere, 2009). Il catalogo degli orrori dei due giornalisti milanesi (l’uno de La Repubblica, l’altro del Corriere della Sera) è spaventosamente ricco di nomi e cognomi, e descrive un paese che, dalla Lombardia alla Sicilia, non ha risparmiato all’Università il cinico trattamento destinato a quasi tutto ciò che è pubblico: corruzione, spreco di denaro, nepotismo, umiliazioni e, persino, collusione con la criminalità organizzata. Il degrado dell'Università ha conseguenze evidenti sulla qualità dei nostri atenei. “Solo il 45 per cento degli iscritti all’università arriva alla laurea. Meno del Cile e del Messico. Gli scarsi risultati fanno a pugni con gli alti stipendi dei “baroni”, che certamente sono perlomeno corresponsabili di questo disastro italiano: “Un ordinario guadagna in media 5-6mila euro netti al mese, ma può arrivare, all’apice della carriera, fino a 8500 euro, contro i 4700 euro che guadagna al massimo il collega tedesco, i 5900 dei docenti francesi e i 6600 del collega inglese della Essex University”. Mentre i professori americani hanno stipendi differenti a seconda della loro produttività, quelli italiani sono pagati a secondo dell’anzianità. Nel mondo in cui si forma la classe dirigente del futuro, insomma, il concetto di merito non ha cittadinanza. Come anche quello di trasparenza. Gli autori dedicano molte pagine all’analisi dei concorsi, che testimoniano “la sublimazione dello spirito di conservazione della casta” e sono spesso pilotati (come ha appurato anche la magistratura) secondo schemi di nepotismo o di favoritismo di tipo politico, massonico o persino mafioso. Molto spesso i concorsi sono pensati addirittura con in mente i requisiti di un certo candidato, e per ostacolarne un altro in particolare (ovviamente più preparato di quello raccomandato). E ancora: a Bari si pagavano fino a 3mila euro per passare gli esami, all'Accademia di belle arti di Lecce il tasso di nepotismo è del 30%, in un dipartimento palermitano dieci docenti su diciannove sono imparentati, a Messina una cosca gestiva mezza facoltà.
S
come SINDACATI.
Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti. L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di interpretare gli interessi generali, si è dissolta e ha lasciato il posto a quella di una casta iperburocratizzata e autoreferenziale che ha perso via via il contatto con il paese reale: quello delle buste paga sempre più leggere e dei posti di lavoro dove si muore troppo spesso. Un tentativo di indagare questa realtà è rappresentato da “L’altra casta di Stefano Livadiotti. I sindacati sono oggi nel pieno di una profonda crisi di legittimità, che rischia di cancellare anche i loro meriti storici. Lo strapotere e l’invadenza delle tre grandi centrali confederali, e le sempre più scoperte ambizioni politiche dei loro leader, hanno prodotto nel paese un senso di rigetto.
T come TASSISTI.
L'ultima guerriglia urbana dei tassisti, due giorni di sciopero selvaggio, è andata in scena, nel dicembre 2008, a Roma. L'ex sindaco Walter Veltroni ha tenuto duro, ma l'accordo finale ha il sapore di una beffa per i cittadini. Le tariffe sono aumentate immediatamente del 18 per cento, mentre le nuove licenze, dopo un decennio di congelamenti, arriveranno nel corso degli anni. Scaglionate. La corporazione dei tassisti è una delle più potenti d'Italia, perfino nelle isole: a Capri, le strade sono divise in due settori (Capri e Anacapri) e nessuno può sconfinare nel territorio del collega. Nella capitale i capipopolo che guidano una decina di associazioni sindacali hanno nomi di battaglia molto significativi: er Tigre, Litighino, Agonia, Capoccione, Pasta e fagioli, Acchiappapiotte, Varichina. E guai a chi li tocca.

V come VATICANO.
La gerarchia del Vaticano come potente «lobby politica» che traduce i valori cattolici in «interessi», trattati secondo la logica dello scambio politico. Un interventismo che ha dato i suoi frutti: statalizzazione degli insegnanti di religione, inserimento degli istituti cattolici nel sistema scolastico pubblico, legge sugli oratori, restrizioni alla legge sulla fecondazione assistita, cancellazione della proposta del divorzio breve. E che ricompare nelle parole pronunciate da Monsignor Levada al Sinodo sui politici che ammettono leggi a favore dell’aborto, eutanasia e sperimentazione sulle staminali, e su quegli elettori che, votandoli, commettono peccato. Insomma: in Italia quando c’è da legiferare bisogna tener conto anche degli interessi materiali e morali del Vaticano.
PARLIAMO DELL'ITALIA DELL’EVERSIONE POLITICA-GIUDIZIARIA
Continua l'assalto giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi. I pm che indagano sul caso Ruby hanno inoltrato al gip la richiesta di giudizio immediato per il premier ritenendo "sussistere l’evidenza della prova", come si legge in un comunicato firmato dal procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Ma poi lo stesso Bruti ammette: "Le telefonate del premier sono inconsistenti". Come previsto è stata depositata la richiesta del processo immediato per concussione e prostituzione minorile da parte della procura di Milano.
Berlusconi: "Sono dei processi farsa, accuse infondatissime". E ancora: "Queste pratiche violano la legge, vanno contro il Parlamento, la procura di Milano non ha competenza territoriale nè funzionale. La concussione non c’è, è risibile, non esiste. Sono cose pretestuose, a me spiace che queste cose abbiano offeso la dignità del Paese e hanno portato fango all’Italia", Silvio Berlusconi risponde a stretto giro di posta ai magistrati di Milano. I pm "hanno una finalità eversiva", ha detto il Cavaliere. "È una vergogna, uno schifo", dice il premier. "Alla fine nessuno pagherà, alla fine come al solito pagherà lo Stato. Farò una causa allo Stato visto che non c’è responsabilità dei giudici", ha aggiunto il presidente del Consiglio. Le indagini dei giudici milanesi "hanno solo una finalità di disinformazione mediatica. Io non sono preoccupato per me, sono un ricco signore che può passare la sua vita a fare ospedali per i bambini del mondo...", ha concluso Berlusconi. Mercoledì pomeriggio del 9 febbraio 2011 Berlusconi ha riunito l'ufficio di presidenza del Pdl, che si è concluso con l'approvazione di un duro documento contro la magistratura, per una situazione che viene associata al 1994, anno in cui Berlusconi venne per la prima volta iscritto nel registro degli indagati. «L'Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà - si legge nel documento - esprime pieno sostegno al premier Berlusconi, vittima da 17 anni di una persecuzione che non ha precedenti nella storia dell'Occidente. Stabilisce inoltre di avviare tutte le iniziative politiche necessarie per difendere il diritto di tutti i cittadini ad una Giustizia giusta e di intraprendere tutte le opportune iniziative parlamentari per scongiurare un nuovo 1994 o, ancor peggio, che a determinare le sorti dell'Italia sia una sentenza giudiziaria e non il libero voto dei cittadini».«La procura di Milano - si legge ancora nel documento del Pdl - è ormai come una sorta di avanguardia politica rivoluzionaria». Per il Pdl, dunque, i pm di Milano «in spregio al popolo sovrano e ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato senza clamori e spesso con grandi sacrifici» agiscono «come un vero e proprio partito politico calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico (è il caso della richiesta di giudizio immediato del caso Ruby in concomitanza con l'annunciato Consiglio dei ministri sul rilancio dell'economia) o alla dirompenza istituzionale (è il caso dell'invito a comparire notificato all'indomani di una sentenza della Corte Costituzionale che avrebbe potuto contribuire al ripristino di un equilibrio tra poteri dello Stato)». Nemmeno il Garante per la privacy viene risparmiato dalle accuse del Pdl: «Dispiace rilevare l'assoluta inadeguatezza delle prese di posizione del Garante per la privacy rispetto al diritto costituzionale protetto che tale autorità è chiamata a tutelare». Durante la riunione, riferiscono alcune fonti citate dalle agenzie, c'è stato chi, come Stefania Craxi, voleva anticipare la data a cui far risalire l'attacco della magistratura riferendosi al '92, l'anno di Tangentopoli. Nel partito, però, si è deciso di datare l'«aggressione giudiziaria» nei confronti del centrodestra al '94. Berlusconi sostiene come ci sia «in atto una persecuzione nei miei confronti da parte dei magistrati di sinistra attraverso «processi inventati, ridicoli, grotteschi». L'elenco è ripetuto: «Da quando sono sceso in politica c'è una persecuzione con cento indagini, 28 processi, 2560 udienze e più di mille i magistrati utilizzati, con un costo per me di oltre 300 milioni di euro in avvocati e consulenti». «Ho avuto 10 assoluzioni e 13 prescrizioni e se non ho avuto le sentenze prima della prescrizione, vuol dire che le tesi dell'accusa non erano così convincenti», sostiene il Cavaliere.
Certo è che se si lamenta un potere dello stato, come può essere un Presidente del Consiglio a capo dell'Esecutivo, contro gli abusi della magistratura, cosa può dire un povero cristo. E poi non conviene nemmeno a Berlusconi fare causa ai magistrati. Soltanto l'1% delle cause intentate dal 1988 a oggi per ottenere un risarcimento dai magistrati è stato accolto. Lo ha segnalato l'Avvocatura dello Stato nel corso di un'audizione in commissione Giustizia della Camera sulla riforma della legge per la responsabilità civile dei magistrati.
“Perché attacco i pm”. Intervista de “Il Foglio” al presidente Berlusconi. “C’è un piano antidemocratico, gestito da procure spioniste e con giacobini al seguito, per liberarsi di me evitando il voto. Ma io non cedo, e al Quirinale c’è un galantuomo”. “Dalle cronache di questi giorni si capisce che i pubblici ministeri e i giornali o i talk show della lobby antiberlusconiana, che trascina con sé un’opposizione senza identità propria, si muovono di concerto: si passano le carte, non si comprende in base a quale norma, come nell’inchiesta inaccettabile di Napoli; oppure, come è avvenuto a Milano, scelgono insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle ‘vite degli altri’ che si faceva nella Germania comunista”. Quale scopo? “Lo hanno scritto su tutti i giornali il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élites boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, ‘extraparlamentare’ che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare”. “Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato ‘golpe morale’. E’ per questo che nel documento del Popolo della Libertà si parla di eversione politica. E’ un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile”. “Non ce la faranno, però, intanto perché c’è un giudice a Berlino, e io ho fiducia di trovarlo, e poi perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento, che sono i soli titolari della sovranità politica”. “I padri costituenti avevano stabilito saggiamente che prima di procedere contro un parlamentare si dovesse essere certi, attraverso un voto della sua Camera di appartenenza, che si era liberi dal sospetto di accanimento o persecuzione politica. Era un filtro tra i poteri autonomi dell’ordine giudiziario e la sovranità e autonomia della politica. Io ho già affrontato vittoriosamente decine di processi e affronterei serenamente qualsiasi altro processo. Da cittadino privato me la caverei senza problemi, con accuse così ridicole. Ma io resisto perché, come sempre nella mia storia, l’attacco al mio privato è in realtà un attacco al ruolo pubblico che svolgo, alla mia testimonianza democratica”. “Chi, come voi dite, predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata. Io, qualche volta, sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ‘andare oltre’ me, come ha detto il professor Zagrebelsky al Palasharp. E’ fatta per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà e di vita, di una élite che si crede senza peccato, il che è semplicemente scandaloso, è illiberalità allo stato puro”.
Così nacque il superpartito pm-sinistra. Nel ’90 il PDS usò i giudici anti-sistema.
La testimonianza su “Libero” di un pezzo grosso di “Magistratura Democratica”. Tutto cominciò da una paginata tragicamente profetica de "Il manifesto": una colata di piombo negli anni delle colate di fango.
«Iniziò tutto, se non mi sbaglio, da un dossier pubblicato sul quotidiano "Il manifesto" sulla questione giustizia (tra il maggio e luglio ’90, o ’91): fu preso molto a cuore dagli ultimi comitati centrali Pci/Pds. Si trattava di un report che descriveva e dettava esattamente i rapporti nascenti tra i magistrati e l’ex Partito comunista, prima erano inesistenti, anzi. Dal Manifesto si evinceva un nuovo modo per scardinare il sistema, si illustrava come, attraverso le nuove leve della giustizia, si sarebbe arrivati al potere. Una strategia che il Pci-Pds cavalcò. Perché, in quel momento c’era un buco, un vuoto di potere; e c’era un’ideologia di sinistra a cui serviva un partito...». Il “partito dei giudici”. La parole sono sdrucciole. L’accento al telefono di chi spiega, qui sopra, genesi e eziologia della forza storica che affolla le aule di tribunale è napoletano. Appartiene a un signore perbene che, sgranando i propri ricordi di magistrato in pensione da vent’anni, si rivela profondo conoscitore della Procura milanese, già pezzo grosso all’interno di Magistratura Democratica. Ovviamente, per questioni di mera sopravvivenza, l’ex pretore e piemme preferisce mantenere l’anonimato. Eppure da deluso della sinistra («Non lo sono più. Ma non posso rinnegare certo gli anni passati in Magistratura Democratica. I miei valori di sinistra rimangono, fu la loro interpretazione ad essere sbagliata») rievoca progetti e intenzioni del “partito dei giudici” che, col tempo, «si rivelarono lo specchio di ciò che poi è avvenuto...». «Per dirle: esiste un documento datato 12 marzo 1988 che riassume una riunione a Renate, nella villa di Gherardo Colombo, dove lo stato maggiore dell’Md milanese discuteva sulla riforma dell’ordinamento giudiziario (che vedrà la luce il 24 ottobre 1989) e soprattutto del nuovo ruolo del pubblico ministero...» confida il magistrato. Breve parentesi. Md è una corrente fondata a Bologna il 4 luglio 1964, che ha visto progressivamente crescere il proprio peso all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati. Nel 1969 una scissione interna ne dimezzò i risultati alle elezioni dell’Anm del 1970 rispetto alle precedenti. Gli aderenti a Md, allora, si divisero in due tronconi: il primo rimase appunto all’interno di Magistratura Democratica, il secondo, guidato da Adolfo Beria d’Argentine, confluì nel movimento “Impegno Costituzionale”, in contrapposizione con l’area che si presumeva più direttamente legata all’estrema sinistra. Chiusa parentesi. Torniamo alle riunioni in casa Colombo. C’erano tutti. Dai magistrati che in un paio d’anni daranno vita al pool di Mani pulite, giudici e pretori a - guarda caso - Nicoletta Gandus, che da presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano giudicò (nonostante una richiesta di ricusazione) il premier Silvio Berlusconi sul cosiddetto caso Mills. «La Gandus era una mia amica, conoscevo anche Oscar Magi e benissimo la Boccassini, dura ma molto brava. Ma da quando sono uscito dalla loro corporazione nessuno di loro -scusi- mi ha cagato più...», continua il nostro uomo. Tutti gli interventi di quel giorno sono contenuti in un fascicolo intitolato “I mestieri del giudice”(Etm). L’articolo più interessante fu soprattutto quello di Riccardo Targetti, allora sostituto alla Procura di Milano. «Targetti, alla luce del nuovo codice di procedura penale teorizzava la nascita del “pm dinamico”, diverso dal magistrato “statico”, che sta lì ad aspettare dietro la scrivania la notitia criminis dai carabinieri e che si occupa di micro-criminalità da strada, malavita urbana e violazioni di legge. Il pm dinamico doveva dedicarsi anima e corpo alla “contrapposizione con altri poteri, palesi e occulti, dello Stato e della società”, alle “manifestazioni di devianza dei colletti bianchi”. E lo faceva sulla base di qualsiasi suggestione poteva avere pure da canali non ufficiali». Il concetto è: se, teoricamente, il pm sogna soltanto che qualcuno commette un crimine, può indagarlo. «Teoricamente sì. Il suo potere è enorme. E preoccupa, pensando che all’interno di Md sono quasi tutti schierati a sinistra e che alla Procura di Milano quasi tutti sono di Md. Tra l’altro, anche chi non lo è si guarda bene dallo scontrarsi con la sua stessa casta». Cane non mangia cane. «Esatto ormai il pm è un poliziotto: per questo la soluzione migliore sarebbe la separazione della carriere...». Il giudice pentito ha la voce stanca, rotta dall’emozione. E, sulla strategia difensiva del premier è pessimista: «Denunciare i magistrati allo Stato? Inutile. Qualunque cosa faccia sbatterà contro un muro. D’altronde la strategia è chiara: stralciare la posizione di Berlusconi e andare a giudizio anche in un mese, comunque prima delle amministrative». Il racconto s’interrompe in un sospiro: dà l’idea d’una giustizia e d’una politica dalla tristezza infinite.
PARLIAMO DI MANI PULITE
MANI PULITE ? CAMBIARE TUTTO AFFINCHE' NULLA CAMBI.
C’è stata una stagione della nostra storia recente in cui gli Italiani hanno davvero creduto (o, per meglio dire, sperato) che qualcosa nella palude stagnante della politica nazionale potesse cambiare: questa stagione viene comunemente indicata col nome di "Mani pulite", ad indicare l’aspirazione della gente ad una diversa gestione (pulita, appunto) del potere.
Tuttavia, quella che, almeno in apparenza, fu una ventata di aria nuova, finì per diventare, come vedremo, un sistema gattopardesco per cambiare tutto in modo che nulla, in realtà, cambiasse: prova ne sia che oggi, ad anni dall’inizio di quella stagione, non solo non ci accorgiamo di alcun cambiamento, ma, se possibile, constatiamo un’avanzata dei sistemi da Basso Impero, che si sogliono attribuire, un tantino fideisticamente, alla cosiddetta "Prima Repubblica".
La cronaca continuamente ci parla di corruzione nella sanità, come in ogni altro apparato burocratico-affaristico pubblico.
Fu dunque del tutto inutile il "repulisti" messo in atto da un gruppo di magistrati, dapprima solo milanesi e poi, via via, di tutta Italia, e teso a colpire i rapporti perversi tra denaro e potere, all’interno delle pubbliche amministrazioni?
Il fenomeno fu, tuttavia, assai più articolato e complesso di una partita a "guardie e ladri": in questo inserto cercheremo di chiederci se tutte le guardie furono guardie e se tutti i ladri furono ladri. Ci chiederemo, infine, se le "Mani pulite" fossero davvero tanto più pulite di quelle che, per antitesi, dovremmo definire sporche.
L’idea che sovrintende alla nostra lettura di quel periodo è che la lotta contro la corruzione dei politici non fu fine a se stessa, ma fu evidentissimamente funzionale ad un progetto di cambiamento dello scenario politico. Insomma, quella sinistra che non sarebbe mai riuscita a governare l’Italia con i sistemi tradizionali del confronto politico e che la creazione del Pentapartito, con il governo socialista di Craxi, che garantiva la sostanziale sopravvivenza dell’asse di centro, minacciava di esiliare sempre più dai centri di potere, ottenne, con "Mani pulite", la cancellazione politica dei propri avversari e, infine, la propria ascesa al governo del Paese.
Questo non significa, naturalmente, che non vi fosse un’intollerabile corruzione nei gangli del potere politico: questa corruzione, però, toccava tutti coloro i quali di questo potere fossero compartecipi, compreso il Pci.
"Mani pulite" ebbe il grandissimo merito di colpire alcuni intoccabili, scoperchiando una fossa in cui il marcio era giunto a livelli inimmaginabili; i magistrati, però, adottarono un loro proprio criterio di intoccabilità, graziando, inspiegabilmente, intere frange della politica e del sottogoverno; e, segnatamente, l’area della sinistra ex Pci e della sinistra democristiana, i cui esponenti furono solo sfiorati dalle inchieste o, più spesso, non furono toccati affatto.
Se dobbiamo fare dei confronti, verrebbe da paragonare la stagione di "Mani pulite" a quella del "Sessantotto": in entrambi i casi, le premesse erano giustissime e del tutto trasversali all’arco politico; in entrambi i casi, la sinistra si appropriò del fenomeno, monopolizzandolo per i propri fini. E questi fini sono stati sovente funesti per l’Italia.
Chiediamoci, dunque, chi abitava davvero in quella città, grande quanto l’Italia intera, che si chiama "Tangentopoli"; e, insieme, chiediamoci se "Tangentopoli" non sia ancora la città in cui viviamo.
Non si può comprendere davvero la storia politica italiana degli ultimi anni, se non si comprende prima cosa fu, anni fa la Lega per milioni di Italiani, residenti, prevalentemente, nel Centro-Nord del Paese.
Sarebbe un errore gravissimo pensare che la Lega sia stata soltanto un partito separatista, velleitario e fracassone: quando il movimento di Bossi cominciò ad espandersi, esso rappresentò, per molta brava gente, l’unico spiraglio di luce, in uno Stato che appariva sempre più come un truffaldino nemico della gente onesta.
Tanta, tantissima gente che, fino ad allora aveva votato per partiti di centro e di destra, senza troppa convinzione, pensò che la Lega potesse incarnare quella novità di cui si sentiva un disperato bisogno, proprio in quel Nord che era stato massicciamente lottizzato dal sistema di Tangentopoli.
La Lega rappresentava, allora, la fuga della società civile dalle pastoie intollerabili della politica e della burocrazia: Bossi non officiava cerimonie risibili alle fonti del Po, non gridava che voleva la secessione. La parola d’ordine leghista era "federalismo": quella stessa parola che oggi tutti i partiti pronunciano, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Allora non era naturale affatto parlare di federalismo: Spinelli era considerato una specie di visionario. La politica romana era assolutamente centralista, e chiunque parlasse di Italia federale (o presidenziale) era guardato come un pericoloso demagogo.
Come cambiano in fretta le coscienze dei nostri politici!
Lo stesso è avvenuto per il tricolore: quegli stessi comunisti che l’hanno aborrito per decenni, al momento in cui è loro convenuto, se ne sono fatti paladini. Comunque sia, la Lega, a partire dalla metà degli anni Ottanta, rappresentò, in un certo senso, l’alternativa alla politica tradizionale, almeno per chi viveva tra l’Arno e la Valtellina.
Naturalmente, col passare del tempo, molte cose sono cambiate, nell’assetto del partito padano: alcuni se ne sono andati, altri hanno fatto carriera, è nata la Lega "di lotta e di governo": ci sono stati ribaltoni, pochade bossiane, parole dette e subito rimangiate; ciò non toglie che, senza la Lega, non sarebbe mai stata possibile l’attività dei giudici di Mani Pulite: essa funse da garante, e da protezione, per chiunque cercasse di opporsi allo status quo. Purtroppo, ad un certo punto, l’energia propulsiva leghista cominciò a diminuire: oggi, ci pare che il movimento, in virtù di alcune scelte strategiche sbagliate, stia decisamente perdendo colpi. Non basta avere molti ministri, assessori, consiglieri: se non si vuole far parte del sistema lottizzato bisogna avere dietro il popolo; e le ultime elezioni hanno dimostrato che, dietro la Lega, di popolo ne è rimasto proprio pochino.
La figura di Bettino Craxi è una di quella su cui la storia dovrà, prima o poi, esprimere il suo giudizio, che, per ora, rimane sospeso. Fu un brigante o un grande statista? Probabilmente un po’ dell’uno e un po’ dell’altro: fu un brigante perché visse in un’epoca in cui fare politica ad alto livello significava svolgere un’attività ai margini della legalità, se non oltre. Ma fu anche e soprattutto un grande statista: un politico abile ed una figura rispettata e considerata, in Italia e all’estero. Già l’aspetto imponente, tanto diverso dai piccoletti cui ci ha abituato la nostra politica, faceva la sua figura, accanto ai politici stranieri: il che, ebbe una sua importanza. Poi, Craxi ebbe sempre un forte senso dell’Italia, sia come Stato che come Nazione: non esitò ad affrontare a muso duro gli Usa, quando, a Sigonella, i nostri Carabinieri si trovarono a fronteggiare i soldati americani, nel caso "Abu Abbas".
Non si discute qui delle ragioni degli uni e degli altri, riguardo al responsabile del dirottamento dell’Achille Lauro: ci si limita a godere dell’unica volta in cui dei governanti italiani hanno saputo dire un no secco agli americani, da sempre abituati a trattarci come dei loro docili lacchè!
Insomma, Craxi fu senz’altro un uomo dotato di orgoglio e di grande personalità: il che, al di là delle posizioni politiche, ce lo rende simpatico: egli, unico, denunciò in Parlamento una situazione generalizzata di corruzione ambientale, mentre gli altri, altrettanto invischiati nelle panie di Tangentopoli, guardavano di qua e di là, fischiettando.
I governi Craxi, la storia dell’Italia di quegli anni difficili, tra crisi economica e terrorismo, furono contrassegnati da ombre profonde e luci balenanti: Craxi fu questo, un politico abile ed un sincero patriota, ma anche un maestro nel tessere lottizzazioni e nel controllare quell’enorme fonte di potere che è rappresentata dal sottogoverno. Certo, il suo partito raccolse tangenti a piene mani: e lo ha pagato, praticamente scomparendo. Craxi detenne un enorme potere, non del tutto alla luce del sole: anch’egli lo ha pagato, morendo in un Paese straniero, orgogliosamente solo e trattato come il peggior delinquente d’Italia.
Colpisce che partiti altrettanto colpevoli abbiano, in seguito, governato l’Italia; colpisce, del pari, che uomini altrettanto colpevoli, non abbiano ricevuto sul vestito nemmeno uno schizzo del fango di cui fu ricoperto Craxi. Per questo, crediamo che su Tangentopoli si dovrà tornare ancora, con gli strumenti della pacatezza, dell’equanimità, ma, anche e soprattutto del desiderio di verità.
Indichiamo, qui di seguito, la cronologia della stagione di Tangentopoli: si tratta del crudo elenco dei fatti, ma pensiamo che lo scenario sia, già di per sé, abbastanza chiaro.
17 febbraio 1992. A Milano il giudice Di Pietro fa arrestare il socialista Mario Chiesa presidente del Pio Albergo Trivulzio. Inizia la clamorosa inchiesta "Mani pulite".
5 aprile 1992. Alle elezioni politiche, la Dc scende sotto il 30%. Il Psi perde l’1,2%. Il quadripartito ottiene una risicatissima maggioranza. La Lega di Bossi ottiene oltre il 9%. Il Pds è poco sopra il 16%. Con un Parlamento così frammentato, sono inevitabili le difficoltà di costituzione del governo.
22 aprile 1992. Arresto di otto imprenditori; collaborano tutti.
24 aprile 1992. Giovanni Spadolini, repubblicano, viene eletto Presidente del Senato con i voti di Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi, Msi e Lega. Oscar Luigi Scalfaro è eletto presidente della Camera con i voti di Dc, Psi, Pli, Psdi, Verdi, Rete e Pannella. Il Pds vota Napolitano.
25 aprile 1992. Con un discorso di quarantacinque minuti teletrasmesso, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga annuncia le sue dimissioni.
28 aprile 1992. Arresto di Epifanio Li Calzi e Sergio Soave (Pds).
1 maggio 1992. Avvisi di garanzia per i parlamentari socialisti Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri.
6 maggio 1992. Arresti di Massimo Ferlini (Pds) e dei segretari cittadini e regionali della Dc, Maurizio Prada e Gianstefano Frigerio. In prigione finisce anche Enzo Papi dellaCogefar (Fiat).
13 maggio 1992. Primo avviso di garanzia al tesoriere della Dc Severino Citaristi. In Parlamento 1.014 elettori cominciano a votare per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
15 maggio 1992. La Dc decide di candidare Forlani al Quirinale. Mario Segni annuncia che i referendari non lo voteranno.
22 maggio 1992. Dopo l'ennesima fumata nera il segretario democristiano Forlani annuncia le sue dimissioni.
25 maggio 1992. Al sedicesimo scrutinio Oscar Luigi Scalfaro, settantatré anni, democristiano, diventa il nono presidente della Repubblica. Viene eletto con 672 voti di Dc, Pds, Psi, Psdi, Pli, Verdi, Rete e Lista Pannella.
3 giugno 1992. Con trecentosessanta voti di Dc, Pds, Psi, Psdi e Pri, Giorgio Napolitano diventa presidente della Camera.
18 giugno 1992. Dopo lunghe consultazioni, il socialista Giuliano Amato riceve l'incarico per la formazione del nuovo governo.
1 luglio 1992. Repubblicani, verdi e pidiessini voteranno contro la fiducia al governo Amato ma si dichiarano pronti a valutare con attenzione i singoli provvedimenti. Mario Segni annuncia il suo sì.
2 luglio 1992. Con 173 voti su 313 votanti il Senato esprime la fiducia al governo Amato.
3 luglio 1992. Craxi, a proposito del sistema delle tangenti ai partiti politici, dice alla Camera: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
10 luglio 1992. Il governo vara una manovra economica per reperire nel 1992 30.000 miliardi.
2 settembre 1992. Il deputato socialista Sergio Moroni, accusato di avere incassato tangenti su numerosi appalti, si suicida. Con una lettera al presidente della Camera dichiara di aver agito per conto del partito e denuncia il "grande velo d'ipocrisia" steso sul sistema di finanziamento dei partiti.
29 ottobre 1992. Con quattrocento voti favorevoli, quarantasei contrari e diciotto astenuti, la Camera dei deputati approva in via definitiva la ratifica del trattato di Maastricht.
14 dicembre 1992. Nelle elezioni locali in 55 comuni, fra i quali Varese e Monza, dove stravince, la Lega diventa il secondo partito nel Nord: la Dc e il Psi si dimezzano, il Pds mantiene le posizioni.
15 dicembre 1992. Primo avviso a Craxi.
16 dicembre 1992. Il Senato approva la finanziaria. La Camera approva il programma di privatizzazioni.
14 gennaio 1993. Via libera dal Parlamento per 12 autorizzazione a procedere. Tra gli inquisiti l'ex ministro dei Trasporti Carlo Bernini (Dc), il segretario amministrativo della Dc Severino Citaristi e il parlamentare socialista Sisinio Zito.
24 gennaio 1993. Craxi chiede che si apra un'inchiesta parlamentare sul finanziamento di tutti i partiti.
7 febbraio 1993. Si costituisce il faccendiere Silvano Larini che accusa Craxi e Claudio Martelli per il "conto protezione" in Svizzera.
10 febbraio 1993. Raggiunto da un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta, il ministro della Giustizia Claudio Martelli si dimette dal governo e dal Psi.
11 febbraio 1993. Travolto da "Mani pulite" Craxi rimette il suo mandato di segretario del Psi.
19 febbraio 1993. Arresto per falsa testimonianza del portavoce di Forlani, Enzo Carra: verrà condannato.
22 febbraio 1993. Arresto Top Manager della Fiat, Francesco Paolo Mattioli.
25 febbraio 1993. Raggiunto da un avviso di garanzia per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, anche Giorgio La Malfa si dimette da segretario del Pri.
1 marzo 1993. Arresto di Primo Greganti (Pci-Pds).
5 marzo 1993. Il Consiglio dei ministri vara la soluzione politica per Tangentopoli depenalizzando il reato di finanziamento illecito ai partiti e prevedendo sanzioni amministrative, con la restituzione triplicata delle tangenti e un'interdizione dai pubblici uffici da tre a cinque anni.
7 marzo 1993. Il presidente Scalfaro non fìrma i decreti dei governo in materia di Tangentopoli. Il procuratore capo di Milano Borrelli esprime a nome di tutti i giudici di "Mani pulite" un netto dissenso dai decreti varati dal governo per uscire da Tangentopoli.
11 marzo 1993. Si costituisce Francesco Pacini Battaglia, che parla di 500 miliardi di fondi neri Eni: la cosiddetta "Maxitangente".
15 marzo 1993. Avvisi di garanzia per il segretario liberale Renato Altissimo, che il giorno dopo si dimette.
25 marzo 1993. Il Parlamento approva il sistema maggioritario e l'elezione diretta del sindaco per i comuni fino a 15.000 abitanti.
27 marzo 1993. Tiziana Parenti entra nel pool.
29 marzo 1993. Mario Segni abbandona la Dc denunciando che "il tentativo di riformare questo partito dall'interno è senza speranza".
18 aprile 1993. Successo dei "sì" per tutti gli otto quesiti referendari promossi dai radicali (su Sistema elettorale Senato, Nomine Bancarie, Ministero Partecipazioni Statali, Legge Droga, Finanziamento Pubblico dei Partiti, Controlli ambientali Usl, Ministero Agricoltura, Ministero Turismo). Il referendum per il maggioritario, che riguarda il sistema elettorale del Senato, sostenuto oltre che dai radicali, anche da Mario Segni e dal Pds di Achille Occhetto, viene approvato con l'83% dei voti.
28 aprile 1993. Il primo presidente dei Consiglio non parlamentare della storia della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, presenta la lista dei ministri del suo governo. Sono 24, di cui 9 tecnici e 3 ministri dei Pds. La maggioranza si allarga anche a Pri e Verdi.
29 aprile 1993. La Camera dei deputati nega per 4 volte l'autorizzazione a procedere contro Craxi. A seguito del voto della Camera, si dimettono i tre ministri del Pds e il verde Francesco Rutelli, ministro dell'Ambiente.
4 maggio 1993. Rimpasto di governo: il presidente del Consiglio sostituisce i quattro ministri dimissionari, nominando Paolo Barile ministro per i Rapporti con il Parlamento, Livio Paladin ministro per le Politiche comunitarie, Franco Gallo ministro delle Finanze, Umberto Colombo ministro per la Ricerca scientifica, mentre Valdo Spini torna al ministero dell'Ambiente.
7 maggio 1993. La Camera vota la fiducia al governo Ciampi: 309 sì di Dc, Psi, Psdi e Pli, 185 astenuti di Pds, Verdi, Pri e Lega nord, e 60 no di missini e Rifondazione.
11 maggio 1993. Finisce in manette l'ex cassiere del Pci Renato Pollini.
16 maggio 1993. Carlo De Benedetti ammette finanziamenti illeciti per 20 miliardi.
6 giugno 1993. Crollo delle forze di governo nel primo turno delle elezioni amministrative che coinvolgono 11 milioni di elettori. La Dc tiene solo al Sud, il Psi ne esce distrutto, buon successo del Pds e della Rete, trionfo della Lega nelle prime elezioni dirette dei sindaci.
20 giugno 1993. Ballottaggio dei sindaci. Marco Formentini (Lega) vince il ballottaggio su Nando Dalla Chiesa a Milano; a sorpresa, Valentino Castellani supera Diego Novelli a Torino. Enzo Bianco sindaco di Catania si afferma di stretta misura su Claudio Fava. Quindici sindaci della Lega al Nord. Affermazione del Pds che conquista 72 comuni su 145. Clamorosa sconfitta Dc: solo sette sindaci su 61 ballottaggi.
13 luglio 1993. Giuseppe Garofano (Montedison) viene arrestato a Ginevra.
20 luglio 1993. L'ex presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari, si suicida nel carcere di San Vittore dove era detenuto dal 9 marzo per lo scandalo Eni-Sai (pm. De Pasquale). Di Pietro dichiara: "è una sconfitta". La moglie restituirà 6 miliardi di tangenti.
23 luglio 1993. Si suicida alle 9 dei mattino nella sua casa milanese Raul Gardini, anche lui coinvolto in Tangentopoli. Molti arresti tra cui Carlo Sama e Sergio Cusani per la maxitangente Enimont.
3 agosto 1993. Il Senato approva la nuova legge elettorale maggioritaria per la Camera con 128 sì, 29 no e 59 astenuti.
4 agosto 1993. La Camera approva la nuova legge elettorale maggioritaria per il Senato con 287 sì, 78 no e 153 astenuti.
24 agosto 1993. Tiziana Parenti iscrive il tesoriere del Pds Marcello Stefanini sul registro degli indagati: questo le alienerà molte simpatie a Palazzo di Giustizia.
2 settembre 1993. Arresto del presidente del tribunale di Milano Diego Curtò.
13 ottobre 1993. La Camera riduce le fattispecie di immunità parlamentare: la richiesta di autorizzazione a procedere resterà solo per l'arresto, le perquisizioni e le intercettazioni.
28 ottobre 1993. Inizia il processo Cusani.
22 novembre 1993. Alle elezioni amministrative, Orlando vince a Palermo con il 75 per cento dei voti. Tutti i candidati progressisti vanno al ballottaggio nelle grandi città. A Roma e a Napoli i missini Fini e Mussolini sono secondi. Al Nord, i candidati della Lega sono secondi a Genova e Venezia. Sparisce il centro.
23 novembre 1993. All'inaugurazione del suo supermercato Shopville, a Casalecchio, Berlusconi annuncia che pensa di entrare in politica. Dichiara che se fosse a Roma voterebbe per Fini.
4 dicembre 1993. Renato Altissimo (Pli) ammette di aver ricevuto denaro da Sama. Lo stesso farà poi Giancarlo Vizzini (Psdi).
5 dicembre 1993. Le città scelgono i progressisti. I cinque candidati delle Alleanze di progresso: Rutelli (con il 53,1%), Bassolino (55,6/o), Sansa (59,2%), Cacciari (55,4%) e Illy (53%) vincono al ballottaggio contro i candidati del Movimento sociale e della Lega.
11 dicembre 1993. Al Congresso della Lega Bossi rilancia la tripartizione dell'Italia: Padania, Etruria e Sud. E’ il momento delle cosiddette "macroregioni".
15 dicembre 1993. Ciampi dichiara che, con l'approvazione della finanziaria, il suo governo ha esaurito il programma.
17 dicembre 1993. Al processo per le maxitangenti Enimont, Forlani "non sa e non ricorda". Craxi; contrattacca "così facevan tutti" e dichiara che dal 1987 al 1990 il Psi ha incassato "contribuzioni" per 186 miliardi.
18 dicembre 1993. La Camera approva la legge finanziaria anche con il voto favorevole del Pds.
5 gennaio 1994. Umberto Bossi ammette i contributi Montedison, ma sostiene di non saper nulla dei 200 milioni dati ad Alessandro Patelli (arrestato il 7 dicembre).
2 febbraio 1994. Sama parla di un miliardo consegnato al Pci: non si sa, fisicamente, a chi.
11 febbraio 1994. Viene arrestato, per mazzette ai funzionari Cariplo, Paolo Berlusconi: verrà poi assolto in Cassazione. Berlusconi junior ammette invece le tangenti versate ad alcuni politici locali.
27 marzo 1994. Il Polo delle libertà vince le elezioni.
21 aprile 1994. Scoperta la prima tangente dello scandalo Guardia di Finanza: 80 i finanzieri arrestati ed oltre 300 gli imprenditori coinvolti.
24 aprile 1994. Cesare Romiti scrive al Corriere della Sera e ammette le tangenti Fiat.
28 aprile 1994. 8 anni a Cusani in primo grado.
13 luglio 1994. Il governo emette il cosiddetto "decreto salva ladri". Il pool (senza Borrelli) annuncia in tv le proprie dimissioni.
28 luglio 1994. Arresto lampo di Paolo Berlusconi per le mazzette alla Finanza.
3 ottobre 1994. Arresto e confessione del prestanome di Craxi, Giorgio Tradati.
21 novembre 1994. Prima iscrizione di Silvio Berlusconi nel registro degli indagati.
23 novembre 1994. Ispezione ministeriale su Di Pietro.
6 dicembre 1994. Di Pietro si dimette dalla magistratura: dice che la politica non gli interessa. Per il momento.
13 dicembre 1994. Berlusconi viene interrogato.
22 dicembre 1994. Cade il governo Berlusconi, dopo la consegna di un avviso di garanzia proprio durante il vertice internazionale di Napoli.
Gennaio-Dicembre 1995. Richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi. Condanne per tutti, o quasi, i protagonisti di Enimont. A Brescia l'avvocato Taormina sollecita indagini su Di Pietro (100 milioni ricevuti da Giancarlo Gorrini). Verrà assolto da tutto.
22 novembre 1995. Il pool accusa Berlusconi di aver finanziato illecitamente Craxi (21 miliardi).
Luglio 95. Stefania Ariosto, il teste Omega, racconta la presunta corruzione di una serie di giudici romani da parte di Cesare Previti.
12 marzo 1996. Arresto del giudice di Roma Renato Squillante.
15 settembre 1996. A La Spezia Lorenzo Necci e Pacini Battaglia finiscono in manette. Seguirà la farsa del "mi ha sbancato" e del "mi ha sbiancato", che getterà qualche sospetto sulle attività del Pool.
14 novembre 1996. Di Pietro si dimette da ministro dei Lavori pubblici e viene indagato dalla magistratura bresciana. Sarà assolto.
28 gennaio 1998. Il Parlamento vota no all'arresto di Previti.
7 luglio 1998. Condanna in primo grado di Berlusconi per corruzione.
13 luglio 1998. Craxi e Berlusconi condannati per il caso All Iberian (poi prescritti).
26 novembre 1999. Berlusconi e Previti a giudizio per la prima tranche del processo "Toghe Sporche" (Sme).
19 gennaio 2000. Craxi muore in esilio in Tunisia: ipocrisia di rito dei politici italiani e qualche manifestazione di cinismo e di poco senso della storia.
19 ottobre 2001. Berlusconi viene assolto in Cassazione per le tangenti alla Guardia di finanza.
Oggi, che Tangentopoli è il capitolo di un manuale di storia, verrebbe da pensare che da quella stagione di corrotti e corruttori siamo definitivamente usciti: nulla di più falso.
L’Italia è ancora piena di rapporti concussori: certo, non avvengono più sfacciatamente alla luce del sole.
Qualche tangente, qualche scandalo, come quello dei medici o dell’Anas, tornano sui giornali; ma la gente, ormai, si è abituata, e non ci fa più caso.
Una grande occasione è stata perduta, ed una grande speranza è rimasta delusa.
I giudici, spesso, hanno mostrato un volto troppo politico e i politici, ancora più spesso, hanno mostrato di non accettare il giudizio della magistratura: questo è un portato di Tangentopoli e della sfiduciata sensazione che pervade la gente.
La sensazione che i pesci grossi non l’abbiano pagata, e che siano ancora in sella, più forti, arroganti e corrotti che mai. Di qui a concludere che i pesci grossi non la pagano mai, il passo è decisamente breve.
Forse, tra cinquant’anni, si potrà indagare sui documenti più segreti ed oscuri di questi anni: cosa si dissero Prodi e Di Pietro, quale fu il ruolo di Scalfaro, perché Gardini si uccise…
Ma tra cinquant’anni, probabilmente, sarà troppo tardi. Anche perchè verità più scottanti sono state taciute.
Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa per reati contro lo Stato, arrestato e condannato lo ritroveremo nel 2009 indagato e riarrestato per smercio rifiuti tossici nel nord d’Italia. Il 6 dicembre 1994 l’on. Di Pietro si dimetterà clamorosamente dalla magistratura poche ore prime del rilascio, da parte della procura di Milano, dell’autorizzazione a procedere per l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione.
Di Pietro addusse l’esigenza che i veleni sul suo conto – dal “poker d’assi” di Rino Formica al dossier de “Il Sabato” che altro non è se non un duro elenco di accuse a danno del magistrato di mani pulite, dall’inchiesta del GICO sull’autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti – non danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Forza Italia nasce il 18 gennaio 1994. subito dopo le dimissioni di Di Pietro, come a fronte della grave crisi politica italiana e della fine dell’era berlusconiana, Montenzemolo lancia ufficialmente la sua Italia Futura.
Giovanni Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 qualche mese dopo lo scandalo mani pulite.
Guardando il susseguirsi delle date che si accavallano e alternano al contempo domande nascono spontanee ma anche dubbi si affacciano dal dirupo dei misteri italiani.
Gran parte del Popolo Italiano, se invitato da Santoro forse avrebbe domandato questo agli all’ex toga:
C’era forse l’intento occulto dietro l’improvviso scoppio di Tangentopoli?
Una bomba ad orologeria in Mani pulite?
Come mai tutto scoppia nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, 10 giorni dopo la firma del trattato di Maastricht dei 12 paesi membri della futura UE e dell’Euro?
La corruzione dilagava da anni, anzi, nasceva a monte della grande guerra, si confermava con Cefis e le 7 sorelle.
Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi?
Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta.
Domande mai poste, ad Annozero si è parlato di tutto, di molto, ma nulla è stato detto di quel che non fosse già di pubblico dominio o che non intaccasse altri che il premier e i suoi tirapiedi!
Un episodio fino ad oggi mai chiarito su Tangentopoli e Di Pietro.
“Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo con membri in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando. «Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso.
Tra la X legislatura, finita il 22 aprile 1992 e la XI legislatura, 23 aprile 1992 dell’era Giuliano Amato, vi è l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.
Un’inchiesta sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese, politica, con decine di faldoni di migliaia di pagine.
Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali, perchè la P2 non è stata mai davvero smantellata.
L’inchiesta di Cordova passa nelle mani del ministro dell’Interno Nicola Mancino, qui l’inchiesta si perde, si insabbia, sparisce.
Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, verrà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.
Il 23 maggio a Capaci uccidono Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, una strage. Falcone stava indagando e inseguendo un flusso occulto di soldi fino ad intravedere il circuito tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali, intelligence americana e Maastricht. Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche.
Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari. In quell’incontro i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno e su questo indagavano Falcone e questo troveremo sull’agenda rossa di Borsellino.
Giulio Tremonti, presente sul panfilo – per sua stessa ammissione – disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club”. Il club dei poteri forti, dei baroni incontrastati. Sul panfilo i erano anche i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI. Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate. L’inizio della recessione economica decisa sul panfilo della regina d’Inghilterra, territorio della massoneria indiscussa.
Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta.
Nel settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros sferra l’attacco che decreterà la fine della Lira, un attacco studiato a tavolino con i partecipanti al banchetto del panfilo.
Carlo Azeglio Ciampi all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta, come concordato, a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione. L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).
Qui, entra in gioco e si colloca Tangentopoli. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati.
Sepolto il dossier Cordova, Falcone e Borsellino e azzittito De Magistris tutto il disegno si è compiuto. Why-Not che riprendeva il filone lasciato in eredità, una scomoda eredità, da Falcone e Borsellino riprendeva le fila di quel discorso, di quell’inchiesta che svelava gli altarini dei poteri forti che ancora oggi vivono e comandano nello e all’interno dello Stato italiano.
Ma poi lo scandalo procure, Prodi che cade e l’attenzione che nuovamente viene dirottata su "altro".
Ora attendiamo un nuovo pentito o giudice o magistrato speciale, che riprenderà le redini dell’inchiesta che riparlerà della collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine altri scandali a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Abbiamo un proliferare di organi di stampa ed enti stranieri che si interessano dei fatti nostri e trovano un megafono nei nostri anti-sistema. Il nostro fare politica si è ridotto a rispondere alle sollecitazioni di questi signori.
Per quanto ancora ci faremo manipolare?
Ironia della sorte, esattamente a dieci anni dalla morte in esilio di Bettino Craxi, Antonio Di Pietro, grande accusatore dell'ex segretario socialista, scrive una lettera pubblicata sul suo sito, nella quale svela che circola, nei palazzi della politica e nelle redazioni dei giornali, un dossier su di lui. Il leader dell'Italia dei valori dice di conoscerne il contenuto: dodici fotografie che lo ritraggono, all'epoca di Mani pulite, insieme a uomini dei servizi segreti italiani e stranieri oltre che a due volti noti degli intrecci politico-giudiziari di quegli anni: Bruno Contrada allora questore di Palermo, poi ufficiale dei servizi (arrestato e condannato con infamanti accuse di collusioni con Cosa Nostra), e il colonnello Mori, il comandante dei Ros, pure lui finito poi nei guai giudiziari. Di Pietro va oltre e anticipa che da questo dossier potrebbe emergere che lui era pilotato dalla Cia (i servizi segreti americani), che entrò in contatto con la mafia nella stagione dei veleni e delle stragi, che qualcuno lo pagò per fare la sua parte nella decapitazione della Prima Repubblica versandogli somme di denaro in banche americane e neozelandesi.
Finanza, poteri economici, servizi segreti. Non è la prima volta che questi elementi vengono chiamati in causa come moventi di quel terremoto giudiziario che fu Tangentopoli: il dossier denunciato dall’onorevole Antonio Di Pietro contenente sue foto con esponenti dei servizi segreti è soltanto la punta di un iceberg. A suggerire un collegamento tra quei centri di potere e l’inchiesta milanese fu proprio uno dei politici ad inizio anni ’90 più tartassati dai procedimenti penali: il socialista Carmelo Conte, esponente di primo piano del partito socialista di Craxi, già ministro con Andreotti nell’89 e con Amato nel ’92. “Non sempre i magistrati sono i giocatori principali – diceva Conte qualche anno fa – anzi spesso possono diventare anche semplici pedine di un gioco che tende a complicarsi più che essere in via di soluzione”.
La tesi del complotto girò già in piena bufera giudiziaria e lo stesso Bettino Craxi, in un’intervista nel ’97, parlò di «verità nascoste, occultate e manipolate».
Nel suo libro “Verità collaborate”, Conte raccontava qualche episodio interessante. Nell’estate del 1990, Enrico Cuccia, il grande vecchio della finanza, volle incontrarsi col segretario del Psi per metterlo al corrente di un possibile progetto di ridimensionamento dei partiti per formare subito un governo di tecnici che mandasse a casa i politici. Si trattava di una manovra che sarebbe dovuta essere compiuta coinvolgendo anche il Pci. “L’eterno presidente di Mediobanca – riportava Il Giornale qualche anno fa – “spiegò a Craxi che i poteri nazionali erano stufi di un sistema di potere in mano ai partiti” e che “era necessaria una svolta per mettere in competizione sui mercati europei e mondiali i grandi gruppi economici e finanziari. L’episodio ebbe una svolta che determinò la condanna di Craxi e la fine del suo partito”. “Il leader socialista infatti – raccontava ancora Il Giornale - si rifiutò di portare avanti questo piano. E subito dopo la prima Repubblica sarebbe finita nelle aule di Tribunale. Per Carmelo Conte a dare il via alla stagione delle manette furono quindi i poteri economici e non i magistrati. Aiutati dai servizi segreti che ebbero un ruolo determinante in alcuni episodi della prima Repubblica, come il sequestro Cirillo”. Un’ipotesi che oggi torna d’attualità. Antonio Di Pietro dal suo blog annuncia in anticipo la pubblicazione sui quotidiani nazionali di un dossier di 12 foto che lo ritrarrebbero insieme al colonnello dei Carabinieri Mario Mori (sotto processo insieme a Mauro Obinu per aver favorito nel 1995 la latitanza del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano) e al questore della polizia di Stato Brno Contrada, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Tiziana Parenti, querelata per diffamazione da Antonio Di Pietro, aveva affermato che la Cia dette il via a Tangentopoli servendosi di Di Pietro, "vicino ai servizi segreti" e che gli 007 Usa avrebbero avuto interesse a far fuori il Psi e certa parte della Dc "perchè non più affidabili". La Parenti ha accusato Francesco Saverio Borrelli di aver "mandato avanti Di Pietro perchè facesse da cortina fumogena".
Il leader dell’Idv parla di una sorta di complotto ai suoi danni e preannuncia quale sarà, secondo lui, il teorema ipotizzato nel momento della pubblicazione del materiale da quella stampa che da sempre gli è ostile e che, secondo lui, pur di buttare ancora una volta fango sulla sua persona, già si sarebbe fatta avanti per acquistare lo scoop: “Siccome Mori è finito indagato per la nota vicenda delle agende rosse e Contrada è stato condannato per fatti di mafia, Di Pietro ha avuto a che fare, pure lui, con queste vicende. Siccome poi c’erano anche funzionari dei Servizi insieme a costoro, vuol dire che Di Pietro stava macchinando con qualche potenza straniera, se non addirittura con la mafia”. Secondo l’ex ministro delle Infrastrutture, insomma, ci troviamo di fronte al tentativo di far credere, al solo scopo di screditarlo alla vigilia di una tornata elettorale, che Di Pietro “sia stato al soldo dei servizi deviati e della Cia per abbattere la prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia”. Il tutto, anche volendo crederci, non sarebbe nemmeno lontanamente provato da dodici foto e basta. Ma un dato è certo: quello dei poteri occulti in Tangentopoli è uno spettro che ritorna.
Su più giornali si sono poste queste domande su tre fatti. Il primo: come ha fatto un giovane poliziotto della bergamasca a laurearsi tanto rapidamente e a diventare magistrato? Il secondo: come ha fatto un inesperto pm a diventare improvvisamente il più bravo e importante della storia del Paese? Il terzo: come mai, all'apice del successo e del potere, abbandonò la toga per buttarsi in politica?
La storia di Mani pulite è ancora avvolta nel mistero e piena di buchi neri. E la reazione di Di Pietro al presunto dossier che potrebbe aprire uno squarcio nell'omertà di questi anni ha il sapore della «excusatio non petita, accusatio manifesta».
«Dicono che sono stato pagato dalla Cia» ha reso noto Antonio Di Pietro nel denunciare la circolazione di fotografie che lo ritraggono, in effetti, coi vertici del Sismi e persino con un agente della Cia. La storiaccia che a suo dire vorrebbero cucirgli addosso - un intrico che l’avrebbe visto al servizio degli Usa e addirittura della mafia - appare tuttavia così improbabile che l’unico ad alimentarla, per ora, è stato oggettivamente lui, Di Pietro. Il quale, se da una parte si è prodigato nel rispondere a domande che nessuno aveva posto, d’altra parte non ha mai voluto spiegare altre vicende che appaiono molto più serie e tuttavia documentate.
Antonio Di Pietro, nel novembre 1984, era ufficialmente magistrato a Bergamo. Lo era diventato per vie decisamente inusuali dopo la sua parentesi di emigrante in Germania: dapprima aveva lavorato per il ministero dell’Aeronautica presso una postazione dell’Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e in particolare controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari - e collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai Paesi Nato; giusto in quel periodo riuscì a laurearsi con velocità e modalità non meno inusuali e questo prima di diventare poliziotto, lavorando nell’antiterrorismo con Vito Plantone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, circostanze che Di Pietro non ha mai ammesso. Non meno rocambolesco, nel 1981, era stato il suo esame da magistrato: sicché tre anni dopo, a Bergamo, eccolo destreggiarsi dopo che i suoi superiori l’avevano deferito al Csm non ritenendolo «in grado di dare tutti quegli affidamenti che vengono richiesti a un magistrato».
È proprio in quei giorni, nell’autunno 1984, che Di Pietro decise di prendersi una vacanza decisamente particolare. Va premesso, per comprendere lo scenario, che in quel periodo il Paese era ancora scosso dagli strascichi dell’eversione: nessuno aveva propriamente raccolto il testimone del defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma le più importanti inchieste sul terrorismo erano pervenute nelle mani del sostituto procuratore romano Domenico Sica. Un caso affidatogli fu quello del cosiddetto «Supersismi», sorta di servizio segreto parallelo creato dalla Loggia P2 e reo di gravissime deviazioni e commistioni col peggior mondo criminale. Capi occulti di questo organismo risultarono essere altri esponenti eccellenti del Sismi e tra questi il cosiddetto faccendiere Francesco Pazienza, inseguito da mandati d’arresto d’ogni tipo. Ma il faccendiere intanto se la rideva: inquisito anche per la bancarotta dell’Ambrosiano, dal tardo 1984, si era nascosto alle isole Seychelles. Un uomo d’affari, Giovanni Mario Ricci, l’aveva presentato al presidente dell’arcipelago Albert René con il quale il faccendiere era entrato in grande confidenza.
Ogni tanto si limitava a far spedire in Italia memoriali difensivi dal suo avvocato americano o convocava finte conferenze stampa a New York. Sica intanto gli aveva già fatto sequestrare tutti i beni e gli aveva spiccato contro sette mandati di cattura internazionali.
Il capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, venne a sapere che Pazienza era celato nell’arcipelago. Quello delle Seychelles era un regime comunista appoggiato dal Cremlino, e tentare la via diplomatica all’epoca era impensabile. Alla disperata caccia di Pazienza si ritrovarono insomma il Sismi, il Sisde (i Servizi segreti civili) e il superprocuratore Domenico Sica. Una prima missione del Sisde era fallita: due agenti erano atterrati nelle isole a bordo di un aereo dell’Eni ma avevano combinato poco o niente. La circostanza è stata confermata da Giovanni Mario Ricci, allora sporadico corrispondente dell’Ansa e uomo d’affari cui i due agenti si rivolsero. Ulteriore conferma era poi giunta dal suo avvocato Corso Bovio. Ed eccoci al centro dell’arcano.
Proprio allora, il 20 novembre 1984, Antonio Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Sole e mare a parte, non si trattava di una meta facile: il presidente René non brillava propriamente per democrazia. Tonino fece di tutto per mettersi nei guai. A bordo di una Mini-Moke a noleggio cominciò a fotografare in giro ma nascondendosi, acquattandosi; incontrò, tra gli altri, un vescovo cattolico ritenuto tra i capi dell’opposizione interna e chiese appunto informazioni su Pazienza, ascoltatissimo consigliere di René.
Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, stilò un rapporto con tanto di fotografie e ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia, organismi interessati a Pazienza. Tutte queste circostanze, più molte altre, sono confermate da atti giudiziari nonché dal racconto di Francesco Pazienza e da un libro del medesimo pubblicato da Longanesi nel 1999, «Il disubbidiente».
L’agente nordcoreano e altri due sovietici proposero tranquillamente di far fuori l’intruso spingendo la sua auto giù da una scarpata, ritenendolo appunto un agente della Cia o del Sismi. Tra l’altro, intercettandolo, avevano verificato che ogni sera Di Pietro telefonava e relazionava. Pazienza mantenne fede al suo cognome e prese tempo. Andò all’hotel San Souci, dove dimorava quello strano italiano al mare, e ne spiò le generalità: era tal Di Pietro Antonio, magistrato alla Procura di Bergamo. Così, agli agenti sempre più ansiosi di far fuori il turista ficcanaso, Pazienza spiegò che se ne sarebbe ripartito a breve, che si calmassero. Pensò comunque di architettare uno stratagemma che potesse svelargli i referenti italiani di Tonino, e con un complicato giro di telefonate fece avere al magistrato delle notizie false: ossia che lui, il ricercato Francesco Pazienza, sarebbe passato dall’aeroporto di Lugano il 13 dicembre.
Contemporaneamente diede la soffiata anche agli svizzeri - tramite i servizi segreti della Germania Orientale - di modo che potessero bloccare e identificare gli agenti italiani sopraggiunti irregolarmente per arrestarlo: se fossero stati poliziotti significava che Tonino agiva per canali istituzionali; se fossero stati agenti del Sismi, invece, no. Andò tutto come previsto: gli arresti ci furono e gli agenti fermati dalla gendarmeria svizzera furono due, un tenente colonnello e un brigadiere dei carabinieri: agenti del Sismi, si appurò. La giustizia svizzera emise anche un comunicato in cui confermava un’azione contro due appartenenti a «un servizio di informazioni dello Stato italiano (Sismi)». I due carabinieri rimasero in carcere per ventisei giorni e poi furono espulsi. L’ammiraglio Fulvio Martini, del Sismi, non fece una bella figura, e non la fece neppure il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi.
«Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini». Il magistrato, appunto, era Domenico Sica. Di Pietro ha fornito tiepidissime conferme ma non si è mai voluto soffermare sui particolari e neppure sulla sostanza. Pazienza, detenuto dal novembre 1995, ha confermato tutta la vicenda e così pure ha fatto Giovanni Mario Ricci, ma dell’intreccio si trova traccia anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado per il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano, dove si riferisce - pagine 2 e 3 - che «Il Pazienza era rifugiato alle Seychelles» e soprattutto di «irrituali indagini» di un allora «sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo». Negli atti è finito anche un rapporto, con annesse fotografie, stilato da Di Pietro alle Seychelles: il presidente della Terza sezione penale Fabrizio Poppi prese appunto ampio spunto dalle «ricerche» di quello strano magistrato.
Perché strano? Uno degli avvocati di Pazienza, Giuseppe De Gori, interpellato, è stato esplicito: «È chiaro che qualcuno ce l’ha mandato. A che titolo sennò poteva stendere un rapporto per Sica? Se era un sostituto procuratore a Bergamo, allora scriva tranquillamente che Di Pietro ha commesso un reato, non poteva né indagare né stendere rapporti. Di Pietro ha detto che l’aveva spedito alla Procura di Bergamo, ma questo non è vero. Io so solo, ed è strano, che quel rapporto finì non si sa come nelle carte dell’Ambrosiano. Non esiste una norma giuridica per cui sia ammissibile che si sia verificato ciò». L’allora capo della Procura di Bergamo, Giuseppe Cannizzo, dichiarò oltretutto, che «A me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto del genere l’avrei saputo, ero il capo della Procura. Per quanto ne so, Di Pietro era in vacanza». L’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini, a suo tempo interpellato, ebbe a confermare l’agguato contro Pazienza in Svizzera nonché l’arresto dei due suoi agenti, non escludendo un depistaggio architettato dal faccendiere; ha specificato di aver saputo della sua presenza alle Seychelles a mezzo intercettazioni telefoniche intercontinentali, ma ha detto di non aver mai saputo nulla di Di Pietro e di un suo rapporto con Sica; ha chiarito che «l’operazione Pazienza fu gestita interamente dai Servizi segreti fino al suo primo arresto, negli Stati Uniti» nel marzo 1985, ma di non aver spedito suoi uomini alle Seychelles; ha ipotizzato che Di Pietro «lavorasse anche per il ministero dell’Interno e avesse mantenuto dei legami col precedente mestiere».
Stando a Francesco Pazienza, poi, altri contatti tra lui e Di Pietro risalgono al periodo di Mani pulite. Prima si incontrarono per caso il 9 gennaio 1993, in Corso di Porta Vittoria a Milano. Ma fu un attimo. Poi, il 19 luglio 1994, decisero di vedersi e solo quel giorno Di Pietro apprese che Pazienza, dieci anni prima, gli aveva salvato la pelle. Ha raccontato il faccendiere: «Accadde un fatto strano. Di Pietro mi confidò il suo desiderio di dedicarsi presto a un’attività che non gli avrebbe consentito di avere più nulla a che fare con Mani pulite. Mi chiese se ero disponibile a dargli una mano. La mia risposta fu immediata e positiva». Questo accadeva cinque mesi prima che si dimettesse dalla magistratura. È lo stesso anno, il 1994, in cui Di Pietro fu intervistato da Gianni Minoli a Mixer (Radue) e alla domanda «Ha mai incontrato un duro come lei?» rispose «Sì, Francesco Pazienza».
Un altro «fatto strano» avvenne il 14 ottobre successivo. Di Pietro fissò a Pazienza un altro appuntamento ma quest’ultimo, mentre era in viaggio verso Milano per incontrare il magistrato, ricevette una telefonata dalla sua segretaria: i carabinieri gli stavano perquisendo l’ufficio di La Spezia.
La motivazione ufficiale era legata ai suoi presunti rapporti con la contessa Francesca Vacca Agusta, allora già latitante. «Il giorno dopo, al ritorno nel mio ufficio, diedi un’occhiata per controllare se durante la perquisizione era state mischiate alcune carte. Mi accorsi subito che tutto era al suo posto tranne il dossier sulle Seychelles: era sparito. Provvidi a informare subito il mio avvocato Scipione Del Vecchio e il titolare dell’ufficio Rino Corniola. Appresi poi che non era stato stilato, come prevede la legge, un elenco dettagliato dei documenti asportati, ma soltanto un verbale in cui c’era scritto “scatola con documenti”».
Il 17 aprile 1996 Francesco Pazienza venne convocato dalla Corte d’Appello di Milano per il citato processo sul Banco Ambrosiano. In primo grado, come detto, era stato condannato anche in base al rapporto che Di Pietro aveva steso su di lui alle Seychelles: lo si era utilizzato per sostenere che il faccendiere se la spassasse ai tropici coi soldi del Banco. Il faccendiere, per difendersi da quest’accusa, in aula raccontò parte della storia che si è appena narrata, ma priva di particolari decisivi. «Di Pietro spiava per Sica» titolò quindi il «Corriere» del giorno dopo con un tono di sufficienza, fingendo ironia. Nessuno o quasi realizzò. Tanto che Di Pietro, non poco imbarazzato, dovette ammettere ai giornalisti: «La faccenda è molto più complicata... comunque ne feci oggetto di un rapporto al pm Sica». Nulla più. Nessuno ci capì niente.
A distanza di tanti anni, però, qualcosa si vorrebbe capire: anche perché Antonio Di Pietro frattanto è divenuto un politico col marchio di fabbrica della trasparenza: non ha mai spiegato, però, come e perché si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale, spiando un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo, e a cui pure teneva il principe dei magistrati antiterrorismo, e sopra tutti, se non disturba, teneva il presidente del Consiglio dei ministri.
Si provi a ricapitolare: un giovanotto molisano ha lavorato negli ambientini dell’Aeronautica (Nato, Ufficio sicurezza, Aster, Ustaa) per cinque anni; si è successivamente laureato in soli trentun mesi, pur lavorando; è divenuto poliziotto; avrebbe lavorato per un’intelligence antiterrorismo; è divenuto magistrato, e - con una doppia bocciatura e un imminente «processino» al Csm - è poi partito per i tropici stendendo poi un rapporto per Domenico Sica, per alcuni aspetti continuatore del generale Dalla Chiesa, e su chi? Su uno come Francesco Pazienza, che racconta e mette nero su bianco - anche in un libro - storie di agenti sovietici e nordcoreani a tal punto convinti che Di Pietro sia un agente, guarda caso, da volerlo ammazzare.
Poi si appura che, pur risultando egli magistrato, le sue informazioni arrivano al Sismi e fanno scattare altre azioni del Sismi, gradite alla Cia.
Nel giorno in cui l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, conferma quanto anticipato da Antonio Di Pietro, e cioè l’esistenza di più fotografie che ritraggono i due seduti a tavola 9 giorni prima che Contrada venisse arrestato per mafia, sul doppio fronte mafia-Tonino e mafia-americani - evocato sempre da Di Pietro - da Palermo emergono novità degne di nota. Partiamo dal primo fronte. L’avvocato Piero Milio, difensore del «geometra» Giuseppe Li Pera, gran conoscitore del «sistema degli appalti» poi sviscerato nei dettagli dal pentito mafioso Angelo Siino, si sofferma sulle «irritualità investigative» che sarebbero seguite all’interrogatorio che Di Pietro fece al suo assistito il 9 novembre 1992. Per capire a quali «irritualità» faccia riferimento il legale occorre procedere per gradi, partendo dall’esame che Di Pietro fece al «geometra» in compagnia dell’allora capitano dei carabinieri del Ros, Giuseppe De Donno (quello della presunta «trattativa» fra Stato e antistato mafioso) lo stesso ufficiale che lo accompagnò a Rebibbia a parlare qualche mese dopo con Vito Ciancimino, interrogatorio che Di Pietro ha incautamente negato di avere mai svolto.
Stando a quel che risulta all’avvocato Milio le rivelazioni-bomba di Li Pera su determinati appalti al Centro e Nord Italia, confessati ad Antonio Di Pietro, non hanno avuto seguito. Semplicemente perché «con somma sorpresa dell’interessato», spiega l’avvocato Milio, Li Pera non venne più invitato ad approfondire i temi della confessione a Di Pietro né dallo stesso pm milanese né da altri suoi colleghi settentrionali ai quali il politico molisano potrebbe aver trasmesso il verbale per competenza, e nemmeno venne mai chiamato a testimoniare nei processi dedicati in tutto o in parte alle circostanze da lui riferite il 9 novembre 1992.
Quale responsabile delle commesse siciliane per l’azienda Rizzani-De Eccher, Li Pera fa presente di aver chiesto di parlare con un pm di Milano «perché, per esperienza diretta, ho avuto modo di constatare alcuni meccanismi di suddivisione degli appalti» al Nord, «specie con riferimento a quegli Enti che si occupano di autostrade: mi riferisco, in particolare, alle società Autostrade, ai consorzi autostradali (consorzio Val di Susa per l’autostrada del Frejus, consorzio Torino-Savona etc) e, principalmente, l’Anas».
In sostanza, prosegue Li Pera, «faccio riferimento alla costruzione di quelle strade di cui l’Anas ha la gestione o l’alta sorveglianza». Ma non solo. Prima di elencare a Di Pietro l’elenco degli appalti viziati dal pagamento di tangenti, da accordi fra società solo in apparenza concorrenti, dalle percentuali alle imprese riconducibili a Cosa nostra, Li Pera spiega come funzionava il «sistema delle imprese» che si «accordano fra loro in una specie di “cartello” avente lo scopo di controllare e precostituire il buon esito della gara». Ogni società, a turno, «con un sistema di rotazione» attraverso «un sorteggio a eliminazione», si aggiudicava l’appalto. Per i lavori autostradali era lo stesso, e attraverso progettisti compiacenti, si arrivava «a far lievitare ad arte il valore di un appalto a un prezzo tale che (...) gli potesse permettere di creare un surplus di guadagno tale anche da ricompensare quegli organi delle istituzioni che le hanno permesso simili operati». Li Pera fa l’elenco degli studi di progettazione puntualmente beneficiati dalle commesse, parla di «prezzario dell’Anas» che «è una specie di vangelo (...) che non corrisponde ai reali valori di mercato ma serve per creare utili non giustificati», si dilunga sugli escamotage per creare il nero e finanziare i partiti (o la mafia).
Parla per esperienza diretta, e a Di Pietro rivela: «Sull’autostrada Val di Susa (...) la mia ed altre imprese assegnatarie degli appalti pagavano una somma di circa il 7% del valore dell’appalto ai politici». Segue l’elenco dei politici pagati, dei funzionari a conoscenza della corruzione. «Poi c’è la questione dell’autostrada Roma-Napoli dove ho appreso del pagamento delle tangenti all’Anas» idem «per l’ospedale di Torino» così come molto dice sull’appalto «da 80 milioni di dollari per costruire una strada, in Tanzania, della cooperazione» con relative percentuali del 10% da versare al dipartimento del ministero degli Esteri e ai ministri africani, «dell’8% al procacciatore d’affari». Li Pera passa poi a raccontare del comitato d’affari costituito da politici di rilievo (Salvo Lima su tutti) e dagli imprenditori siciliani e di spessore nazionale.
Ascoltato come teste al processo Borsellino Ter, il 21 aprile ’99 Di Pietro s’è ricordato di Li Pera, soffermandosi sul filone siciliano del comitato d’affari. «Nel settembre ’92, mi arrivò, non ricordo se dal Ros o dal nucleo operativo di Milano, suggerimento di sfruttare un certo Li Pera per avere delle notizie ed aprire un troncone di “Mani pulite” in Sicilia. Ascoltai Li Pera e indagando sul comitato di affari indicatogli dal geometra scoprii che Salvo Lima, 15 giorni prima di essere ucciso, ricevette dall’Enimont un miliardo in Bot e Cct». Di Pietro aggiunge d’aver collaborato con Borsellino fino alla morte di Falcone e di «aver interrotto il rapporto con la Sicilia» dopo la bomba di via d’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Sarà per questo che delle precise rivelazioni di Li Pera sulle tangenti al Nord non se ne è saputo più nulla?
Passando invece al capitolo «mafia-America» evocato da Tonino, per trovare qualcosa di interessante-inquietante occorre andare a rileggere determinati atti depositati ai processi Falcone e Borsellino. Per la strage di Capaci c’è da registrare il ruolo «sinistro» ricoperto dall’Fbi che si precipitò a Palermo a raccattare le cicche delle sigarette fumate sulla collina che sovrasta Capaci da dove Brusca azionò il telecomando: il test del Dna su quei mozziconi, considerato essenziale, non è mai confluito al dibattimento. E che dire della decisione di affidare, ancora all’Fbi i reperti della strage di via D’Amelio che sono stati esaminati in un laboratorio a Roma il cui accesso è stato sempre vietato ai tecnici della nostra polizia scientifica: durante il dibattimento s’è scoperto che l’Fbi ha fatto piazza pulita di tutti i reperti «dimenticandosi» della targa dell’auto di Borsellino e soprattutto del gigantesco «blocco motore» della presunta autobomba mai rintracciato nei video girati e nelle foto scattate immediatamente dopo la strage.
Di America e americani nelle stragi del ’92 s’è poi discusso a lungo in due altre occasioni. Allorché venne riesumato il data-base di Falcone a proposito di un suo viaggio misterioso negli Stati Uniti, confermato dal funzionario Rose dell’Fbi («ma non posso dire dove e con chi il giudice si incontrò») e smentito dall’ex ministro Martelli (che in precedenza aveva sostenuto il contrario). E quando un’interrogazione parlamentare dell’allora radicale Piero Milio evidenziò come la manutenzione del tratto stradale di Capaci saltato per aria era gestito da un’azienda di Altofonte, riconducibile ai mafiosi Di Matteo e Gioè, che prese l’appalto a trattativa privata e consegnò i lavori pochi giorni prima della bomba. Le «vie» della mafia sono infinite.
«Incontrai Giovanni Falcone a fine settembre '91. Mi disse che era preoccupato per le possibili convergenze tra Cosa nostra e servizi segreti non italiani, che avrebbero provocato uno scossone, un terremoto nel Paese». L'ha rivelato l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, intervistato da Maria Latella su Sky Tg 24.
Mannino, assolto in Cassazione dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo un processo durato 17 anni, ha aggiunto che quella con Falcone fu «una conversazione privata, che si ripetè alla presenza di Peppino Gargani». «Del contenuto di quel colloquio - ha aggiunto - parlai allora con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e con il capo della Polizia Vincenzo Parisi. Fui ascoltato, ma nessuno era in grado di valutare quell'intuizione di Falcone».
«Alla fine degli anni Ottanta, erano maturate le condizioni per un mutamento di fondo: l'Italia poteva essere liberata dalla situazione instaurata, con equilibrio, nel '47 in un Paese facente parte della Nato. Con la caduta del Muro di Berlino, inevitabilmente ci sarebbero state delle conseguenze». Commentando la stagione di «Mani pulite» e le notizie sugli ipotetici rapporti tra Antonio Di Pietro ed esponenti di servizi segreti, Mannino ha detto che ritiene le dichiarazioni dell'ex pm «un'operazione di outing. Di Pietro mette le mani avanti. Su di lui, come su di me, sono circolate voci. Si tratta di capire cosa è vero e cosa è falso». «In Italia - ha aggiunto - nell'89 erano presenti tutti i servizi segreti. Si trattava di rivedere quelle presenze, di disattivarle. Cossiga fu l'unico a capire il mutamento e occorreva valutare questo passaggio. Le questioni irrisolte della Prima Repubblica ce le portiamo dietro ancora adesso. Dal disperato discorso di Craxi non c'è stata una valutazione sul finanziamento dei partiti, che da allora è quintuplicato». Infine, Mannino ha parlato della «svolta» della Dc sul fronte antimafia: «Nel congresso dell'83 il partito decise di mettere fuori dalla porta Vito Ciancimino e l'anno precedente, nel corso di un convegno sulla mafia, la Dc lanciò il chiaro messaggio che non intendeva più tollerare debolezze nei confronti di Cosa nostra e appoggiò l'operato del pool antimafia. Già nel '79 la Democrazia cristiana acquisì la consapevolezza che la mafia stava sviluppando un'azione terroristica con l'uccisione di Michele Reina (segretario provinciale di Palermo della Dc,), Piersanti Mattarella e poi Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa».
Sta di fatto che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, con una lettera alla famiglia in occasione del decennale della morte, sottolinea come Craxi abbia subito "con una durezza senza eguali" il peso della responsabilità "per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati" dal leader socialista. Ricordando anche una pronuncia critica riguardo ai processi contro Craxi: "Non si può dimenticare che la Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ritenne, nel 2002, che fosse stato violato il 'diritto ad un processo equo' per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea".
PARLIAMO DELL’ITALIA, PAESE DI VITTIME DI MALASANITA’.
Un caso di malasanità ogni due giorni. Da fine aprile 2009 a settembre 2010 ben 242 episodi, di cui 163 hanno causato la morte del paziente. I dati, allarmanti, che fotografano una situazione della sanità italiana che desta grande preoccupazione, emergono dal lavoro svolto in poco più di un anno di lavoro della commissione parlamentare sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando. I casi esaminati, inoltre, non sono tutti quelli che si sono verificati nel nostro Paese ma solo quelli finiti sotto la lente di ingrandimento della commissione per un esposto, una segnalazione o un articolo di giornale. Le 163 presunte vittime (presunte finché non si pronuncerà la magistratura) sono state causate o per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze struttura. «Gli errori della sanità italiana hanno tanti padri - spiega Leoluca Orlando, presidente della commissione parlamentare sugli errori sanitari - i medici che sbagliano, certo, ma anche le strutture, i manager e chi li nomina, ossia i politici. Il nostro obiettivo non è solo capire chi commette l’errore, ma anche il perché, ossia le anomalie strutturali e organizzative che hanno portato a quell’errore». «La politica - continua Orlando - deve fare dieci passi avanti per la salute, ossia impegnarsi di più per tutelare i cittadini, anche stanziando risorse adeguate, e dieci passi indietro per la sanità, ossia per le nomine, i giochi di potere, la spartizione delle cariche».
PARLIAMO DELL’ITALIA, PAESE DI CORNUTI.
In materia di "corna" siamo tra i primi in Europa. Cresce, infatti, anche da noi il numero delle infedeltà coniugali. La città dove si tradisce di più è Milano, seguita a ruota da Roma, e aumenta la percentuale dei 'traditori seriali' che scelgono di dare libero sfogo ai propri istinti attraverso Facebook e affini. A fotografare i nuovi costumi delle coppie Made in Italy è l'Associazione avvocati matrimonialisti italiani (Ami). Gli uomini detengono ancora il primato in tema di infedeltà coniugale ma sono tallonati dalle donne: se il 55% dei mariti ha tradito almeno una volta, lo ha fatto anche il 45% delle mogli. Sei tradimenti su dieci avvengono sul luogo di lavoro approfittando della pausa-pranzo. Nel 70% dei casi si tratta di 'scappatelle', nel restante 30% di relazioni stabili. "Nel 50% dei casi le 'corna' sono tuttavia tollerate" assicura il presidente nazionale dell'Ami, Gian Ettore Gassani che fornisce anche una sorta di identikit del fedifrago. Si è elevata di molto - osserva - l'età del traditore: la media tra uomini e donne è di 44 anni. I più inclini in assoluto a tradire il coniuge sono però i maschi cinquantenni, prigionieri della sindrome di 'Peter Pan'. Gli uomini maturi davanti alla tastiera del Pc vincono tutte le loro timidezze trasformandosi in romantici 'poeti' e implacabili seduttori attraverso le varie chat.
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