LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!


NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08) ha stabilito che non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente imputato poi assolto.
I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo (legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta, cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali diverse, la riparazione dello stesso danno".

4 MILIONI GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI

EURISPES: 4 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI NEGLI ULTIMI 50 ANNI

Nel gennaio 2002 un uomo è stato assolto per non aver commesso il fatto dopo aver trascorso 16 mesi in carcere con l’accusa di violenze carnali e lesioni. L’anno prima, a febbraio, un condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso la moglie fu lasciato libero dopo sette anni dietro le sbarre. A giugno dello stesso anno un giovane di 25 anni è stato riconosciuto innocente dopo aver trascorso 6 anni e 4 mesi in carcere, come presunto omicida. Tre casi di clamorosi errori giudiziari, citati nel rapporto Eurispes sulle storie di ingiusta detenzione.

Secondo un calcolo compiuto dall’istituto di ricerca nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 4 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.

Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, chiedere e ottenere un risarcimento per in giusta detenzione. Negli ultimi anni, rivela il rapporto Eurispes, basato sulle cifre fornite dal ministero del Tesoro, i casi di indennizzi concessi sono in continuo aumento: erano 197 nel ‘92, 360 nel ‘93, 476 nel ‘94. Fino ai 738 del ‘99 e ai 1.263 del 2000. Nel ‘99 i risarcimenti hanno superato i 14 miliardi di vecchie lire, quasi il triplo rispetto al ‘92.

La media degli indennizzi per persona varia da 18 al 20 milioni di vecchie lire a domanda. Ma dipende dai casi: un ex sindaco ha ottenuto 50 milioni di vecchie lire come contributo riparatore per la sua ingiusta detenzione. A un assessore siciliano, dopo 38 giorni di carcere e 25 di arresti domiciliari, è stato assegnato un risarcimento di 250 milioni di lire.

Finora l’Eurispes registra che il pagamento più alto concesso per un errore giudiziario a un ex imputato è di 400 milioni di vecchie lire, andati a un avvocato palermitano che rimase tre mesi in carcere con l’accusa di associazione mafiosa prima di essere scarcerato. Nel maggio 2001, un uomo, in cella a Palermo per cinque anni e un mese, accusato di aver commesso quattro omicidi e di essere un affiliato alla mafia, fu risarcito con 350 milioni di vecchie lire.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’impennata di domande presentate da extracomunitari: un quarto delle richieste di risarcimento arrivate alla Corte di appello di Firenze proveniva da immigrati. A marzo 2001 due albanesi a Torino hanno ottenuto 550 milioni in due di risarcimento dopo aver trascorso un anno in carcere con l’accusa di violenza carnale.

La Procura più «generosa» con gli ex carcerati ingiustamente detenuti è Napoli: a partire dal ‘92 sono 449 i risarcimenti decisi dai giudici partenopei, quasi il 10 per cento del totale.

Le sentenze di indennizzo sono state 279 a Roma, 210 a Milano. Appena tre a Campobasso. In complesso nelle procure del Sud hanno concesso finora più della metà dei risarcimenti totali, contro il 24,4 per cento del nord e i1 21,5 per cento del centro Italia.

Ma dai dati del primo quadrimestre 2001, gli ultimi disponibili, risulta che in quel breve periodo di tempo la sola Procura di Roma ha accettato 241 domande di risarcimento, più di ogni altra Procura in quei quattro mesi: due al giorno.

http://www.ristretti.it/areestudio/giuridici/studi/eurispes.htm

GRAVINA: DA MOSTRO A INNOCENTE, STORIE DI CALVARI

Ora tocca a Pappalardi, che sembra l'ultima vittima non colpevole.

Un mostro. No, innocente. La vicenda di Filippo Pappalardi, subito accusato dell'omicidio dei due figli Ciccio e Tore, a Gravina, poi scagionato dall'evidenza delle scoperte degli investigatori fino alla revoca oggi degli arresti domiciliari, è solo l'ultimo di tanti casi che in Italia hanno visto protagonisti genitori presunti pedofili o assassini, spesso vittime di gogna mediatica e invece poi rivelati dalle indagini non colpevoli.

Il primo caso clamoroso fu quello di Lanfranco Schillaci. Insegnante di matematica a Limbiate, vicino a Milano, nell'aprile 1989 divenne un 'mostro da prima pagina': aveva portato la figlia Miriam di 2 anni all'ospedale Niguarda perché perdeva sangue, accusato di abusi e pedofilia anche dai vicini di casa, si vide allontanare la bambina dal Tribunale dei minori fino a quando, poche settimane dopo, i medici dell'ospedale decretarono che Miriam perdeva sangue perché affetta da teratoma sacro-coccigeo. Un cancro al retto che la portò alla morte il 3 giugno dello stesso anno. Anche l'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, chiese pubblicamente scusa all'insegnante per "le ingiuste sofferenze che la terrena limitatezza delle attività dello Stato vi ha così crudelmente inferto".

Nel settembre 1996 un tassista milanese di 45 anni, Marino, sulla base delle consulenze di psicologi e periti che poi si rivelarono incompetenti, fu accusato di abusi sessuali nei confronti della figlia di tre anni: il Tribunale dei minori del capoluogo lombardo prima decide per un allontanamento cautelativo dalla famiglia della piccola, poi riaffida la piccola ai genitori. Nel frattempo la separazione con la moglie, infine l'assoluzione.

Nello stesso anno un pensionato di 61 anni viene condannato in primo grado a sette anni e tre mesi di reclusione per presunti abusi sessuali e maltrattamenti nei confronti delle nipotine di 7 e 3 anni: queste si rivelarono poi 'suggestionate' dalle convinzioni a priori dei periti e dopo 18 mesi di carcere, nel 2001, il pensionato è stato assolto.

Alla fine degli anni '90 don Giorgio Govoni, parroco di S.Giorgio, chiesetta di Modena, è accusato di essere responsabile, con altri, di abusi nei confronti di 13 bambini tra i quattro mesi e i 13 anni negli anni 1996-1997 e 1998: si parla addirittura di un giro di pedofilia perpetrata nei cimiteri. Don Giorgio fu scagionato sia dalla sentenza in primo grado che dalla Corte d'Appello di Bologna, ma non fece in tempo a sentire la riabilitazione dei giudici perché morì, si dice di crepacuore per le accuse.

Ancora. A Torino, nel 2000, il professor P., insegnante di musica in una scuola media della città, viene indagato per violenza sessuale nei confronti di due alunni. Il professore fu prosciolto due anni dopo: i ragazzi si erano inventati tutto.

Nel 2001 è la volta di un altro caso clamoroso. Paola Mantovani, 44 anni, accusa alcuni albanesi di aver fatto irruzione nella villa di famiglia e di aver ucciso il figlio Matteo, bambino autistico di 14 anni. La donna però viene subito coinvolta nelle indagini, accusata dell'omicidio, infine è assolta nel 2006.

Nel luglio 2004, a Brescia, due suore che si erano sempre dette innocenti vengono assolte in secondo grado con formula piena "perché il fatto non sussiste" dall'accusa di aver commesso, tra il 1999 e il 2000, abusi sessuali nei confronti di otto bambini che frequentavano la scuola materna di un paese vicino Bergamo. Sempre a Brescia, nel 2007, dopo due anni di indagini e 120 udienze, vengono assolti dall'accusa di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di alunni della scuola materna Sorelli sei maestre, un bidello e un sacerdote: "Il fatto non sussiste".

Nel gennaio 2005, ancora a Brescia, la Corte di appello scagiona definitivamente Giuseppe R., 48 anni, accusato di aver molestato sessualmente nel 1997 il figlio di due anni e mezzo. Oltre il danno la beffa: nonostante la verità raggiunta nel frattempo il bambino era stato dato in adozione alla mamma e al suo nuovo compagno.

Nel giugno 2005, questa volta a Bologna, un pakistano di 28 anni lascia il carcere dopo un anno di detenzione per abusi sessuali nei confronti di una bambina di 11 anni poi rivelatisi inesistenti. Due mesi più tardi Elena Romani, un'hostess di Vercelli, è accusata di omicidio preterintenzionale nei confronti della piccola Matilda, la figlia di 22 mesi. Il tribunale di Novara la scagiona. Il processo ora è in appello.

Qualche mese dopo, è il febbraio 2006, don Giorgio Carli, parroco della chiesa di Don Bosco a Bolzano, accusato di violenze sessuali nei confronti di una sua parrocchiana che all'epoca dei fatti era minorenne, viene assolto e abbandona la detenzione dopo tre anni.

Arriva marzo, l'Italia è scossa dalla vicenda del piccolo Tommaso Onofri, il piccolo di 18 mesi malato di epilessia rapito a Casalbaroncolo, vicino Parma. Nei primi giorni delle indagini finisce nel registro degli indagati il padre del bambino, Paolo Onofri: gli investigatori scoprono nel pc dell'uomo centinaia di file pedopornografici. Giornali e tv lo accusano. Alcune settimane dopo il tragico epilogo: il piccolo Tommaso è stato ucciso dai rapitori la sera stessa in cui fu portato via dalla sua casa.

Infine il caso di Rignano Flaminio, piccolo paese alle porte di Roma. Nell'aprile 2007 sei persone (tre maestre, una bidella e due personaggi esterni alla scuola) vengono arrestate per violenza sessuale reiterata su bambini della scuola materna Olga Rovere, minacce, percosse, sequestro di persona, produzione e commercio di materiale pedo-pornografico. I giornali parlano di "orchi" e di "asilo degli orrori", ma già nel giro di pochi giorni, però, le prove e testimonianze contro i sei traballano e si invita alla prudenza. Il 10 maggio il Tribunale del riesame di Roma decreta la scarcerazione per tutti gli arrestati per "mancanza di gravi indizi". In ottobre, poi, la Cassazione evidenzia contro i sospettati "elementi ma non indizi gravi".

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/04_aprile/04/gravina_da_mostro_a_innocente_storie_di_calvari_clamorosi-scheda,14466225.html

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/04_aprile/04/gravina%20%20da%20mostro%20a%20innocente%20%20storie%20di%20calvari%20clamorosi%20-2-,14466230.html


MILANO: IL CASO BARILLA’

“Ho fiducia nella giustizia”, dice il protagonista del clamoroso errore cui la fiction s’ispira.

Daniele Barillà è un uomo mite, lo sguardo sereno, il sorriso aperto quasi fanciullesco, disarmante.

“Ho fiducia nella giustizia” dice, e la cosa sorprendente è che si è costretti a credergli.

Nonostante tutto, nonostante quest’uomo oggi quarantaduenne sia stato il protagonista di un clamoroso caso di errore giudiziario per il quale ha scontato sette anni di carcere e affrontato tre gradi di giudizio prima che venisse riconosciuta la sua innocenza.

Nel 1993 una Fiat Tipo color amaranto viaggia per le strade del milanese, alla guida il giovane imprenditore Daniele Barillà. D’improvviso l’auto è circondata dai carabinieri del Ros: Barillà è trascinato fuori dalla sua macchina e arrestato con l’accusa di traffico di droga.

Comincia così l’odissea giudiziaria che il regista Stefano Reali ha raccontato in L’Uomo Sbagliato, fiction di Raiuno.

Nei panni dell’imprenditore è Beppe Fiorello nuovamente alle prese con un personaggio scomodo, al centro di una vicenda che suscita rabbia e indignazione.

Tanto più visto che in questo caso i ‘cattivi’ sono proprio quelle forze dell’ordine e quella giustizia che per sua stessa definizione dovrebbe difendere gli innocenti e punire i colpevoli.

In realtà ad interessarsi del caso dell’imprenditore milanese fu un giornalista, Stefano Zullo che nel 1995 rilesse il caso Barillà, “ne parlai con il procuratore Borrelli – dice – e anche lui si disse convinto dell’innocenza di quest’uomo. Con una lettera alla procura di Livorno manifestò i suoi dubbi ma non venne ascoltato”.

La situazione si sblocca nel ’97 quando il capo dell’operazione che aveva portato all’arresto di Barillà, il colonnello Michele Riccio, venne arrestato per gravi irregolarità commesse durante varie indagini.

Furono così riaperti molti casi e anche quello di Barillà venne revisionato da Francesca Nanni una giovane PM della Procura di Genova.

“Posso dire che molti di quella ‘mitica squadra’ (di cui faceva parte anche il capitano Ultimo n.d.r.) che mi accusarono ingiustamente oggi sono in prigione – dice Barillà – mentre io sono qui, libero finalmente. Per questo credo ancora nella giustizia e nella sua capacità di correggere anche i propri errori”.

Ma non è tutta rose e fiori la vita di Barillà: “Anche oggi ogni volta che una pattuglia mi ferma vengo perquisito e mi smontano la macchina, per loro sono ancora qualcuno che è stato dentro per droga”.

Per non parlare degli enormi problemi economici che anni di carcere e il lunghissimo iter giudiziario hanno causato.

La Corte d’Appello di Genova ha infatti condannato lo Stato ad un mega risarcimento (4 milioni di euro) per gli anni che Barillà ha ingiustamente passato in prigione, ma i soldi tardano ad arrivare.

Barillà, nei lunghi anni passati in prigione è venuto a conoscenza di altri casi simili al suo?
“Tanti, e potrei fare anche i nomi ma sarebbe una mancanza di rispetto. Il vero male è questo maledetto patteggiamento. Molti, anche se innocenti, accettano pur di tornare alle loro case e poter riabbracciare i propri cari. Io potevo uscire dopo 6 mesi ma non ho patteggiato perché ero sicuro di poter dimostrare la mia innocenza. Spero con questo film di poter aiutare quelli che hanno subito la mia stessa ingiustizia”.

La ‘mitica squadra’…..
"Già! Di loro faceva parte anche il capitano Ultimo. Seguì la macchina sbagliata, al processo fu uno dei miei accusatori e la sua testimonianza risultò determinante. Quando ho incontrato Stefano Reali gli ho detto che il suo film su Ultimo ha probabilmente allungato la mia detenzione: chi poteva credere che un tale eroe avesse commesso un così grave errore?”

Sette anni di carcere, 24 prigioni diverse. Come si può sopravvivere a tanto sapendosi innocente?
“Fiducia nella giustizia e nella forza della verità. Come ha detto Zullo, l’innocenza lascia tracce proprio come la colpevolezza! Ma è stata una prova dura, un carcere ha le sue regole che bisogna imparare. Gli stupratori e chi violenta o uccide i bambini, beh quelli non hanno vita facile. Io ho trovato solidarietà e sostegno morale anche se ero un rompiscatole”.

Cioè?
“Giravo con in mano i verbali dei miei processi e dicevo a tutti che ero innocente. Qui siamo tutti innocenti – mi rispondevano – mica solo tu. Ho capito che ognuno ha i suoi guai. Lì dentro non contano le istituzioni ma l’umanità, e i detenuti sono uomini. Quando mi hanno scarcerato, dopo venti giorni avrei voluto tornare dentro, ormai era quella la mia casa”.

Si sa di tante violenze all’interno dei carceri...
“Ho visto dei pestaggi, quanto all’omosessualità non posso dire di essermene accorto. Fortunatamente io non ho subito queste violenze”.

http://www.ildue.it/Temi/Liberta/PaginaTLiberta.asp?IDPrimoPiano=1259


MILANO: I CASI MARIANI E CROSIGNANI

Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze?
A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare.

Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici.

Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti.

L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca.

La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono.

La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano.

E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finché la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre).

Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una organizzazione truffaldina.
Ancora sette anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi».

A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro.

Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione.

Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari.

Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini».

Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia».

Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente».

Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno.

Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre.

E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani).

Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli.

Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte.

Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano.

Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti.

Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania».

Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni.

Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani.

Questa inchiesta è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perché forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara.

http://www.censurati.it/index.php?q=node/3632


NUORO: IL CASO CONTENA

ERRORE GIUDIZIARIO - UNA VITA DIETRO LE SBARRE. Assolto in primo e secondo grado fu condannato nel terzo processo disposto dalla Corte di Cassazione

Riconosciuto innocente dopo 30 anni di carcere.

Il calvario dell’orunese Melchiorre Contena accusato del sequestro-omicidio Ostini. Negli anni Novanta gli ex latitanti Soru e Mongile confessarono: «I veri colpevoli siamo noi».

NUORO. L’inferno può essere fatto di sbarre che sembrano imprigionare perfino il cielo, di muri spessi e grigi e di cancelli di ferro che rinchiudono in uno spazio immobile e claustrofobico anche i sogni e il dolore. Ma l’inferno è soprattutto nella lucida consapevolezza di essere vittima del furto più atroce, quello della libertà. E di vivere l’interminabile divenire di giorni grigi, sempre uguali, al posto di qualcun altro. Questa è la storia del calvario di un uomo che ha vissuto trent’anni all’inferno prima di vedersi restituiti, in nome del popolo italiano, la dignità e l’onore. Ma è anche la storia di una donna, sua moglie, che gli ha sempre creduto e che ha combattuto con una forza sovrumana una battaglia che sembrava impossibile.

Questa è la storia di Melchiorre Contena, pastore di Orune (NU), e di sua moglie Miracolosa Goddi.

Il 18 luglio scorso la corte d’assise d’appello di Ancona ha messo fine a un incubo durato trent’anni, spazzando via l’accusa terribile di sequestro di persona e omicidio che aveva sprofondato Melchiorre Contena nel buio universo chiuso del carcere. E’ l’epilogo di una complicata e contraddittoria storia giudiziaria che ha visto pronunciarsi per quattro volte i giudici di merito e per due quelli di legittimità. Senza contare due pronunce in risposta alla richiesta di revisione del processo. La sentenza finale, quella che stabilisce che Melchiorre Contena è innocente, arriva però quando l’orologio del tempo ha scandito anche l’ultimo giorno della pena.

IL RAPIMENTO.  Tutto comincia alle 22,30 del 31 gennaio 1977. Marzio Ostini, imprenditore milanese di 38 anni, sposato e padre di un bambino di sei, torna nella sua villa “Le Querce”, nella tenuta di Armatello, a San Casciano Bagni, nel Senese. Con lui c’è il suo amministratore, Giuseppe Miscio. In casa lo attendono tre uomini armati e mascherati. Modi spicci, ruvidi, e poche parole in un inconfondibile accento sardo. Prima di andare via con l’imprenditore milanese dicono a Miscio: «Vogliamo cinque miliardi (poco meno di due milioni e mezzo di euro). E non avverta la polizia, altrimenti il riscatto raddoppia». Marzio Ostini svanisce nel buio insieme ai suoi carcerieri. Per lui comincia il tragico viaggio verso il nulla.

Il 4 febbraio il primo contatto telefonico con il padre di Marzio, il cavalier Carlo Ostini. E una nuova richiesta di riscatto: due miliardi di lire. Poi le lettere. In quella del 16 febbraio, la prova che l’ostaggio è vivo. I tempi del sequestro si bruciano con inconsueta rapidità e si raggiunge l’accordo per un riscatto di un miliardo e duecento milioni.

Il 20 febbraio il cavalier Ostini parte con una borsa piena di banconote da 50 e 100 mila lire. Ma l’appuntamento con i banditi non va in porto. Il contatto avviene il giorno dopo, alle 15,30, vicino al paese di San Quirico d’Orcia, nel Senese. Il patto è che l’ostaggio sarà liberato nelle 48 ore successive. Ma Marzio Ostini non tornerà mai a casa e il suo corpo non sarà mai ritrovato.

Le indagini si orientano subito verso gli ambienti dei pastori sardi. Inevitabile: la cadenza dei banditi era inconfondibile e poi quelli sono gli anni terribili nei quali l’Anonima sequestri ha esportato nelle dolci campagne toscane la sua feroce e cupa ossessione per il furto di uomini, seminando spore di paura. In quel clima sociale, il solo essere sardi sembra quasi essere una colpa.

Il 25 marzo del 1977, quella che risulterà la svolta nelle indagini: un giovane servo pastore di Fonni, Andrea Curreli, viene trovato in possesso di due targhe appartenenti a un’auto rubata alcuni mesi prima. Il suo comportamento alimenta molti sospetti nei carabinieri, che cominciano a pensare di avere messo le mani su uno dei componenti della banda che ha rapito Marzio Ostini.

A fine aprile, i giornali pubblicano un messaggio della famiglia del rapito che dice di essere disposta a pagare 300 milioni di lire a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili alla liberazione di Marzio. Dopo qualche giorno, Curreli si presenta spontaneamente alla stazione dei carabinieri di Montefiascone e racconta di essere stato invitato, nell’ottobre del 1976, nel podere di Melchiorre Contena, a una riunione nella quale si era pianificato il sequestro di Carlo Ostini, il padre di Marzio. E fa i nomi di tutti i partecipanti a quel summit: Melchiorre, Bernardino e Battista Contena, Marco Montalto, Giacomino Baragliu e Pasquale Delogu. Di più: dice che successivamente Baragliu e Battista Contena, ubriachi, gli avrebbero confidato di aver ucciso Marzio Ostini.

I Contena, Baragliu, Delogu e Montalto finiscono in carcere e, poco dopo, vengono arrestati anche altri due sardi: Pietro Paolo De Murtas e Gianfranco Pirrone. Sconcertante il comportamento di Curreli che, con due lettere in due occasioni diverse, ritratta tutto, ma poi davanti al giudice istruttore reitera le accuse.

Non basta: le sue versioni altalenanti vengono smentite da molte verifiche degli investigatori ed emerge che Curreli in passato era stato servo-pastore dai Contena che poi lo avevano allontanato perché inaffidabile sul lavoro. E il giovane servo pastore non aveva mai nascosto il suo rancore per i tre fratelli di Orune.

IL PENTITO. Dopo qualche mese finisce in carcere anche il pastore di Paulilatino Antonio Soru, trovato con alcune banconote provenienti dal sequestro Ostini.

Andrea Curreli, dunque, è l’unico vero pilastro dell’accusa. Per dire la verità, si rivela subito un pilastro molto fragile. Tanto che, nel corso del processo, celebratosi davanti alla corte d’assise di Siena, la sua versione frana clamorosamente. La difesa porta in udienza l’impressionante curriculum del “super accusatore”: 35 denunce per falsa testimonianza, simulazione di reato e furto. Melchiorre Contena e gli altri imputati il primo marzo del 1979 vengono assolti.

La corte d’assise d’appello di Firenze, il 21 febbraio del 1980, arriva alle stesse conclusioni: Curreli, che si è addirittura autoaccusato dicendo di essere stato il vivandiere della banda, è inattendibile e l’assoluzione per Melchiorre Contena viene confermata.

Sembra tutto finito. E invece la Cassazione riapre i giochi: accogliendo il ricorso della procura generale, rinvia il processo alla corte d’assise d’appello di Bologna che, senza neppure riaprire l’istruttoria dibattimentale, ribalta le sentenze di Siena e Firenze. Per Melchiorre Contena la condanna è a trent’anni di carcere.

In estrema sintesi, i giudici di Bologna giudicano Curreli attendibile. Eppure sulla sua credibilità ha sempre avuto fortissimi dubbi perfino il suo avvocato, Fabio Dean, diventato famoso come difensore del sulfureo gran maestro della loggia massonica P2, Licio Gelli. Nel marzo del 1985, Dean spedisce una lettera in carcere a Contena. «Ho personalmente convincimento della vostra innocenza - scrive Dean -, maturata da impressioni derivate dal palese risentimento che Curreli manifestava apertamente nei vostri confronti». E ancora: «Mi riserbo di ribadire questa mia convinzione nelle sedi più opportune, sottolineando la natura assolutamente disinteressata di questo intervento che risolve solo un mio problema di coscienza».

L’ALTRA INCHIESTA. Curreli, uscito di galera subito dopo il processo, sarà assassinato poco tempo dopo alla periferia di Roma.

Ma il caso Ostini si evolve anche in un processo parallelo. Antonio Soru di Paulilatino, Pietrino Mongile di Ghilarza e Lussorio Salaris di Borore sono sospettati fin dall’inizio di essere coinvolti nel rapimento. Nel luglio del 1986, Salaris viene ucciso nel suo podere di San Donnino, al confine delle province di Perugia e Terni. In un macabro rituale, gli assassini gli mozzano le mani. Come dire: sei stato punito perché hai rubato. Per questo delitto, il 5 dicembre 1989, vengono condannati Soru e Mongile a 27 anni e sei mesi. Secondo la corte d’assise d’appello di Perugia, Salaris sarebbe stato punito perché avrebbe tenuto per sè parte del riscatto proveniente da un sequestro di persona compiuto dai tre e avrebbe poi cercato di “vendere” i suoi due complici ai carabinieri. Che si tratti del rapimento di Marzio Ostini è confermato dal procuratore generale di Perugia Di Marco nell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1988.

Conferme clamorose arrivano prima da Antonio Soru nel 1993 e poi da Mongile tre anni dopo. I due raccontano infatti che il sequestro era stato organizzato da loro e da Salaris e che quest’ultimo aveva ucciso l’ostaggio con un colpo di piccone in testa perché aveva paura di essere scoperto. Soru e Mongile dicono anche che loro non erano d’accordo sulla soppressione dell’ostaggio e che avevano eliminato Salaris perché questi si era tenuto parte del riscatto e li aveva poi traditi. Le loro confessioni sono suffragate da robusti riscontri.

Si arriva così a due sentenze radicalmente contradditorie, a due verità insanabilmente incongruenti. E’ quello che giuridicamente viene definito conflitto di giudicati. Eppure quella della revisione del processo per Melchiorre Contena è una strada ancora lunga. Infatti, sei anni fa la corte d’assise d’appello di Ancona dice no alla riapertura del processo. Ma nel maggio del 2004 la Cassazione interviene e trasmette gli atti del processo alla corte d’assise d’appello dell’Aquila che, nel luglio scorso, dice che Melchiorre Contena è innocente.

«RISTORO MORALE». L’avvocato romano Pasquale Bartolo, che ha difeso con passione il pastore orunese, è avaro di parole. Per lui l’importante è che sia stata restituita la dignità a Melchiorre Contena e alla sua famiglia: «Con un’espressione un po’ brutta dico che Contena e quella donna straordinaria che è sua moglie hanno diritto a un “ristoro morale”. Sulla vicenda giudiziaria non voglio fare commenti perché non è mio costume farli, anche se è impossibile non fare alcune valutazioni. La prima è che i sistemi giudiziari sono ragionevolmente garantisti quando si vive il processo in maniera diretta, mentre è molto facile sbagliare quando si giudica solo sulle carte. Devo anche riconoscere alla magistratura di essere capace di censurare i propri errori. E questo, fino a qualche anno fa, era impensabile».

Ora, anche per gli altri sette imputati, si apre la porta della riabilitazione. Dopo trenta lunghissimi anni.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Riconosciuto-innocente-dopo-30-anni-di-carcere/2049579

http://lanuovasardegna.repubblica.it/dettaglio/Riconosciuto-innocente-dopo-30-anni-di-carcere/1547189/1?edizione=EdRegionale


ROMA: IL CASO SABANI

La tv piange la prematura scomparsa di Gigi Sabani.

Faceva l'imitatore, il suo umorismo era facile e popolare, una risata la strappava sempre. Gigi Sabani è stato uno di quei conduttori davanti a cui si aprivano tutte le porte, cui non mancavano le occasioni per inseguire un successo che pareva senza fine. Poi un bel giorno qualcosa si è rotto.

Nell'estate del 1996 finisce in manette... si inaugura la prima grande inchiesta di Vallettopoli. La storia finisce in niente, viene prosciolto senza nemmeno arrivare al processo.

Ancora, di fronte allo scandalo della seconda Vallettopoli, Sabani non riusciva a darsi pace: “Quando io e altri fummo sbattuti violentemente in prima pagina, senza certezze sulle eventuali responsabilità, nessuno, a parte pochi, si impegnò per difendere la nostra dignità”. Tagliato fuori dalla tv, sbalzato dal trono, Sabani subì anche la beffa del risarcimento. Tredici giorni di ingiusta detenzione patiti dal presentatore dal 18 giugno all'1 luglio del 1996 gli valsero 24 milioni di lire (più un milione e rotti per le spese processuali).

In tribunale avevano fatto i conti della serva: gli arresti domiciliari sono meno 'afflittivi' della gattabuia, il contratto con Sotto a chi tocca di Canale 5 non era ancora firmato, nel 1997 Sabani ci aveva rimesso 'solo' 250 milioni rispetto all'anno precedente e così via. Probabilmente, 24 milioni Sabani li guadagnava in una o due serate e la Corte d'appello di Roma non aveva tenuto conto che per un presentatore l'immagine è tutto e l'immagine di Sabani aveva subito un brutto colpo. Dal quale, con ogni probabilità, non si è mai più ripreso.

Aldo Grasso – Corriere della Sera 6 settembre 2007


NAPOLI: IL CASO TORTORA

Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita.

Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone.

Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.

L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.

E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.

Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna.

Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.

Nel giugno del 1984 Enzo Tortora – nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana – viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.

Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.

Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV – protetto dall’immunità parlamentare - si consegna. Resterà agli arresti domiciliari.

Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.

Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.

Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.

Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.

Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà – purtroppo – ancora molti.

http://www.misteriditalia.it/altri-misteri/tortora/


TARANTO: IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO

FAIUOLO E ORLANDI, INNOCENTI IN CELLA, ANCHE SE IL VERO COLPEVOLE CONFESSA

Pubbliche le motivazioni della sentenza con cui il gup del tribunale di Lucera (Foggia) ha condannato il tunisino a 18 anni di reclusione per l'omicidio di una 81enne, la sua quindicesima vittima

Gli imputati "ingiustamente" detenuti per gli omicidi sono: Vincenzo Faiuolo, unico ancora detenuto; sono invece liberi dopo anni di carcere Davide Nardelli, Francesco Orlandi, Giuseppe Tinelli e Cosimo Montemurro. Si è invece suicidato in carcere dopo essere stato condannato Vincenzo Donvito. Dopo questo suicidio Sebai ha deciso di collaborare con la giustizia.

La confessione del serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, è “pienamente attendibile”: lo scrive il gup del tribunale di Lucera (Foggia) Carlo Chiriaco motivando la sentenza con la quale, il 15 febbraio 2008, ha condannato Sebai a 18 anni di reclusione (con rito abbreviato) per l’omicidio di Celeste Madonna, di 81 anni, uccisa a Lucera il 25 aprile 1996.

Il tunisino è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi di anziane donne pugliesi e ha confessato di averne ammazzate altre undici, compresa Celeste Madonna. Per i delitti confessati da Sebai sono stati in carcere per anni otto imputati (sei in relazione a quattro omicidi, due per reati collegati) che, tramite i loro legali, hanno scritto al Presidente della Repubblica chiedendo la sospensione della pena “senza attendere i lunghissimi tempi della giustizia italiana” legati ai meccanismi di revisione.

Gli imputati “ingiustamente” detenuti per gli omicidi sono: Vincenzo Faiuolo, unico ancora detenuto; sono invece liberi dopo anni di carcere Davide Nardelli, Francesco Orlandi, Giuseppe Tinelli e Cosimo Montemurro. Si è invece suicidato in carcere dopo essere stato condannato Vincenzo Donvito. Dopo questo suicidio Sebai ha deciso di collaborare con la giustizia.

IL LEGALE: GRAVI ERRORI GIUDIZIARI

Per alcuni dei 15 omicidi per i quali si è accusato il serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, «ci sono degli innocenti che hanno trascorso in carcere circa 60 anni che costituiscono il più grosso errore giudiziario seriale della storia italiana». Ne è convinto l'avv.Claudio Defilippi, del Foro di Milano, che difende cinque delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna) detenute per lunghi anni «pur essendo innocenti».

Dopo la sentenza del gup di Lucera (Foggia) che ha definito «pienamente attendibile» la confessione di Sebai e lo ha condannato (con rito abbreviato) a 18 anni per un omicidio, il legale spera che per «Vincenzo Faiuolo, unico imputato ancora detenuto da dieci anni, si arrivi velocissimamente ad una sospensione della pena». «Alla luce di questa situazione paradossale – conclude – se risulterà innocente, come io credo, lo Stato risparmierà soldi per la riparazione dell’errore giudiziario che verrà intentato anche dagli altri protagonisti di questa vicenda che da anni gridano la loro innocenza».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDNotizia=206236&IDCategoria=1

La confessione del serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, è "pienamente attendibile": lo scrive il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Lucera (Foggia) Carlo Chiriaco motivando la sentenza con la quale, il 15 febbraio, ha condannato Sebai a 18 anni di reclusione (con rito abbreviato) per l'omicidio di Celeste Madonna, di 81 anni, uccisa a Lucera il 25 aprile 1996. Il tunisino è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi di anziane donne pugliesi e ha confessato di averne ammazzate altre undici, compresa Celeste Madonna. Per i delitti confessati da Sebai sono stati in carcere per anni otto imputati (sei in relazione a quattro omicidi, due per reati collegati) che, tramite i loro legali, hanno scritto al Presidente della Repubblica chiedendo la sospensione della pena "senza attendere i lunghissimi tempi della giustizia italiana" legati ai meccanismi di revisione. Gli imputati "ingiustamente" detenuti per gli omicidi sono: Vincenzo Faiuolo, unico ancora detenuto; sono invece liberi dopo anni di carcere Davide Nardelli, Francesco Orlandi, Giuseppe Tinelli e Cosimo Montemurro. Si è invece suicidato in carcere dopo essere stato condannato Vincenzo Donvito. Dopo questo suicidio Sebai ha deciso di collaborare con la giustizia.

http://unionesarda.ilsole24ore.com/mondo/?contentId=29862

Sono in carcere dal 21 maggio 1997 per un delitto che non hanno commesso. Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo scontano una condanna per l’omicidio di Pasqua Rosa Ludovico, accoltellata a morte nella sua casa di Castellaneta (Taranto) il 17 maggio 1997. Ma un’altra persona, un tunisino, si è autoaccusato di quell’orrendo crimine, ha fornito le prove della sua colpevolezza, alla fine di una lunga indagine la Procura di Taranto ha chiesto il suo rinvio a giudizio: il 14 febbraio Ben Mohamed Ezzedine Sebai affronterà l’udienza preliminare, poi potrebbe essere processato per lo stesso fatto per cui Orlandi e Faiuolo hanno sulla spalle una pena definitiva a 16 anni.

Gli avvocati dei due gridano all’errore giudiziario, ma almeno finora la richiesta di revisione è stata respinta con una motivazione che suona come una beffa: "L’istanza di revisione fondata sull’asserita responsabilità di un terzo - scrive la Corte d’appello di Potenza - è inammissibile fino a quando la responsabilità di quest’ultimo non sia stata accertata giudizialmente in modo definitivo, a prescindere, quindi, da ogni eventuale accertamento nelle more acquisito".

Chiaro? I giudici di Potenza non entrano nel merito: può pure essere che due persone siano in galera senza ragione dal 1997, ma non se ne parlerà fino a quando un verdetto irrevocabile non avrà accertato la colpevolezza di Sebai. Sebai non è un personaggio qualsiasi. Arrestato nel ‘97 per la morte di una vecchietta, sempre in provincia di Taranto, viene infine condannato all’ergastolo per l’uccisione di quattro donne anziane, rapinate e massacrate nelle loro abitazioni in Puglia. Nel 2005 la svolta. Il tunisino si autoaccusa di altri tre delitti. In particolare quello di Pasqua Ludovico per cui sono in cella Faiuolo e Orlandi. I due, catalogati dai giornalisti come balordi, hanno firmato a suo tempo una confessione scritta.

Perché l’hanno fatto? Ignoranza, paura, pressing delle forze dell’ordine? In aula ritrattano, ma ormai la macchina della giustizia è lanciata verso la condanna che arriva inesorabile. Quegli anni di carcere stridono però con le parole di Sebai: "Per quattro omicidi sono già stato condannato all’ergastolo mentre sono responsabile di altri undici omicidi. Per alcuni di questi omicidi so che sono state condannate persone innocenti". Il racconto di quel che accadde a Castellaneta è dettagliato: "Pasqua Ludovico abitava in un vicolo. La uccisi con più di una coltellata alla gola... e portai via anche una pistola calibro 6,38 e un pacchetto di munizioni. La pistola la portai a casa mia a Cerignola e la nascosi sotto terra".

I parenti della vittima confermano: Rosa aveva una pistola e delle munizioni, ereditate dal marito. La perquisizione nell’abitazione di Cerignola dà spessore al racconto dell’arabo: da un sacchetto saltano fuori una vecchia pistola arrugginita e alcune munizioni. Il tunisino viene accompagnato a Castellaneta e ricostruisce la "location" del delitto. La Procura procede, chiedendo infine il rinvio a giudizio.

Faiuolo e Orlandi restano però in cella. L’avvocato Claudio Defilippi insiste: "Sono innocenti, scarcerateli e dateci la revisione". Potenza risponde di no. Sebai è credibile, ma questo non basta. E Faiuolo può meditare sulle parole di Sebai: "Con Faiuolo sono stato detenuto a Porto Azzurro e ricordo che si lamentava sempre della sua innocenza e io mai nulla gli dissi in ordine alla mia responsabilità".

http://www.ristretti.it/commenti/2007/dicembre/6dicembre.htm


 TARANTO: IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO

Non erano colpevoli, ora chiedono 12 mln

Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento.

TARANTO – 2 maggio 2008 - Quattro imputati prima condannati e poi assolti nel processo di revisione per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, in cui morirono quattro persone, hanno chiesto complessivamente un risarcimento di 12 milioni di euro per ingiusta detenzione.

I quattro erano stati condannati con sentenza definitiva a pene comprese fra 30 anni e 11 anni di carcere. Si tratta di Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, tornati in libertà il 5 aprile del 1998 dopo sette anni di detenzione. Sta scontando la condanna a 30 anni di carcere invece, Giovanni Caforio, considerato uno degli esecutori materiali della strage. Alla revisione del processo si è arrivati dopo dichiarazioni di pentiti che hanno scagionato gli imputati.

Il primo ottobre del 1991, un commando di killer entrò nel salone da barba di via Garibaldi, uccidendo quattro innocenti. Il vero obiettivo, secondo gli investigatori, doveva essere il noto pregiudicato Antonio Martera. La richiesta di risarcimento passa al vaglio della Corte d’Appello di Potenza.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.asp?IDNotizia=201665&IDCategoria=11

Gronda ingiustizia dalla storia della strage della barberia, così come è stata rivisitata dalla Corte di Appello di Potenza. Quella Corte ha scagionato quattro innocenti, condannati come feroci killer per la mattanza dell’1 ottobre del 1991. Il punto di non ritorno della guerra di mala. Quel maledetto giorno i sicari della mala irruppero nella barberia di Giuseppe Ierone, all’imbocco di via Duomo. Spararono all’impazzata con mitra e pistole. Poi fuggirono lasciandosi alle spalle quattro morti e due feriti. Cercavano i boss rivali, invece, inchiodarono al suolo innocenti che con quella guerra tra bande non avevano nulla a che fare. Il primo di una lunga serie di tragici errori. Nelle ore successive alla mattanza, le indagini imboccarono la strada sbagliata. In carcere finirono cinque persone.

A distanza di sedici anni la Corte di Appello di Potenza ha definitivamente scritto che quattro erano innocenti. Giovanni Pedone, Massimo Caforio, condannati a trent’anni come esecutori materiali, e Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati ad undici anni come fiancheggiatori, con quel tremendo delitto non c’entravano. Ma la Corte di Potenza, nel motivare la revisione va oltre il verdetto, svelando definitivamente particolari che inducono a riflettere. Un aspetto su cui oggi si è soffermato l’avvocato Carlo Petrone che in questa brutta vicenda ha assistito Giovanni Pedone, noto con il soprannome di “fafetta”. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocenti ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre.

Collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Di Bari avevano parlato, adombrando il sospetto di un depistaggio messo in atto da un boss che a suo dire era vicino ai servizi segreti. Ma quando quelle dichiarazioni furono portate in Appello, la Corte le bollò come un tentativo di inquinamento probatorio. E fa specie leggere che quel secondo grado del procedimento cominciò e si concluse in un giorno a dispetto della complessità del caso. Come dire che se la giustizia è lenta l’ingiustizia in quel caso fu rapidissima. Così come rapidi giunsero gli arresti per il quadruplice omicidio. A spianare la strada sbagliata agli uomini della Squadra Mobile un confidente. “Quel confidente - scrivono i giudici di Potenza - fu messo in camera di sicurezza con Aiello e Bello i quali si decisero poi a parlare” .

E poco dopo i giudici aggiungono che i due “furono convinti a rendere dichiarazioni accusatorie. Questa prima fase delle indagini - scrivono ancora i giudici di Potenza- si svolse in maniera informale e ovviamente in mancanza di garanzie processuali”. A distanza di tanti anni, però, uno dei veri killer della strage è passato nella schiera dei collaboratori di giustizia ed ha ammesso le sue responsabilità. Quella confessione ha finalmente aperto un varco nel destino atroce degli innocenti. ma sul tavolo restano i sospetti di una lunga storia.

«E’ certo - ha detto questa mattina l’avvocato Petrone - che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini». Ora per gli innocenti si apre un lungo iter processuale per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione. Eloquente a tal proposito il commento di Giovanni Pedone: «I soldi mi interessano fino ad un certo punto. La mia vita è stata segnata in maniera indelebile. Mi piacerebbe vedere pagare i responsabili di questa enorme ingiustizia».

http://www.tarantosera.com/news6.asp?id=7293

Sono tornati liberi dopo essere stati in carcere per sette anni per le condanne irrogate loro per aver partecipato ad un quadruplice omicidio col quale non c'entravano per nulla, secondo le ultime acquisizioni degli investigatori.

Giovanni Pedone (condannato a 30 anni di reclusione), Massimo Caforio (condannato a 29 anni e sei mesi), Francesco Aiello e Cosimo Bello (condannati a 11 anni di reclusione ciascuno per aver favorito i presunti assassini) sono usciti lunedì sera dal carcere: la Corte di appello di Taranto ha infatti accolto la richiesta, presentata dai loro avvocati sin dal luglio '97, di sospendere l'esecuzione della pena ed ha disposto la scarcerazione dei detenuti.

Le condanne erano state inferte per il quadruplice omicidio compiuto a Taranto la sera del primo ottobre '91 in una sala da barba e divenuto noto come "la strage della barberia". Dichiarazioni di "collaboratori di giustizia" e nuove indagini avevano portato però nel giugno '97 i pm inquirenti, Nicolangelo Ghizzardi, della procura di Taranto, e Antonio Maruccia, della Dda di Lecce, a chiedere il giudizio per lo stesso fatto di altre persone: le nuove indagini avevano anche accertato che sicuramente Pedone, ma di conseguenza anche gli altri tre condannati, non c'entravano nella strage.

Di qui, la richiesta di revisione del processo e, nelle more, l'istanza di sospensione della esecuzione della pena, accolta dalla Corte col parere favorevole della procura generale. Di coloro che furono condannati per la prima volta nel '93 per la "strage della barberia" resta così in carcere solo Giovanni Caforio (fratello di Massimo Caforio), condannato a 30 anni di reclusione come Pedone e ritenuto tra gli organizzatori del quadruplice omicidio. «Questi sette anni pesano come venti. Forse le indagini all'epoca sono state troppo frettolose, sbagliare è umano, l'essenziale è ravvedersi», ha spiegato con calma ammirevole Giovanni Pedone.

«Ho trascorso sette anni in cella innocente - dice - e penso che chiunque al mio posto si sarebbe suicidato. Sapevo però che prima o poi doveva accadere qualcosa, anche se qualcuno forse da oggi non potrà più guardarsi allo specchio».

http://old.lapadania.com/1998/aprile/08/080498p14a7.htm


 TARANTO: IL CASO MORRONE

L'avvocato: l'errore più eclatante della storia giudiziaria italiana

Assolto dopo 15 anni per un duplice omicidio

Condannato per un delitto mai commesso. Domenico Morrone, 42enne di Taranto, chiederà un risarcimento tra gli 8 e i 12 milioni

Domenico Morrone (Arcieri)

 

 

 

 

TARANTO - 26 aprile 2006 - Chiederà allo Stato un risarcimento dei danni tra gli 8 e i 12 milioni di euro per aver scontato 15 anni in conseguenza di una condanna definitiva a 21 anni di reclusione per l'omicidio, compiuto a Taranto, di due studenti minorenni che non ha mai commesso. Questa la richiesta che Domenico Morrone, il quarantaduenne tarantino assolto venerdì dalla Corte di appello di Lecce al termine del processo di revisione, presenterà per l'errore giudiziario che ha subito per aver trascorso undici anni e mezzo in carcere e gli altri in semilibertà. Morrone dovrebbe tornare in libertà in questi giorni. Lo annuncia il suo legale, avv.Claudio Defilippi, del Foro di Milano, che ha difeso Morrone assieme alla collega Maria Riccio del foro di Genova.

«Chiederemo il risarcimento - spiega Defilippi - per l'errore giudiziario compiuto durante i cinque gradi di giudizio che Morrone ha subito, compresi i due rinvii della Cassazione: in base a quelle che sono le mie conoscenze si tratta del caso di errore giudiziario più eclatante della storia giudiziaria italiana. Il nostro assistito quando fu arrestato era un pescatore incensurato e non aveva mai preso neppure una multa per eccesso di velocità. Aveva, inoltre, una fidanzata, che lo ha lasciato, e ha una mamma anziana che vive in una situazione di povertà ».

Morrone, tarantino di 42 anni, era stato condannato per aver ucciso il pomeriggio del 30 gennaio 1991 due ragazzi davanti alla scuola media 'Maria Grazia Deleddà, alla periferia di Taranto. Le due vittime - Antonio Sebastio, di 15 anni, e Giovanni Battista, di 17 - furono sorprese da un sicario che sparò ripetutamente contro di loro con una pistola calibro 22. L'omicidio avvenne tra la gente con modalità efferate.

In base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri, coordinati dal pm del tribunale di Taranto Vincenzo Petrocelli, Morrone, poche ore dopo i fatti, fu sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Ad incastrarlo - secondo l'accusa - c'erano le testimonianze di alcune persone. Sia al momento del fermo sia durante i processi a suo carico, l'imputato ha sempre detto di essere estraneo ai fatti, ma nessuno gli ha creduto.

Secondo la ricostruzione accusatoria, movente del duplice omicidio sarebbe stata una vendetta per un litigio con Giovanni Battista avvenuto per futili motivi una ventina di giorni prima del delitto. Dopo il litigio Morrone era stato ferito e, poco tempo più tardi - secondo una testimonianza poi ritrattata - avrebbe minacciato di morte i due ritenendoli legati alla criminalità e responsabili del suo ferimento.

«Tutto falso», ribatte il difensore dell'imputato. «Noi - afferma - abbiamo provato che il duplice omicidio fu compiuto per vendicare lo scippo che una donna aveva subito la mattina del delitto e che, secondo quanto è stato detto nel processo, era stato compiuto dai due ragazzini poi uccisi». All'assoluzione dell'imputato hanno contribuito con le loro dichiarazioni il collaboratore di giustizia Saverio Martinese e l'ex 'pentito Alessandro Ble, che - secondo quanto riferisce l'avv. Defilippi - hanno detto nel corso del processo di revisione di essere certi che Morrone fosse estraneo ai fatti e hanno riferito di aver dedotto, proprio in base alle notizie riferite loro dal presunto autore del delitto, del quale è stato riferito il nome, che a compiere l'omicidio fu il figlio della donna che aveva subito lo scippo, proprio per vendicare l' affronto subito.

«Questo processo è stato caratterizzato da lacune immense - denuncia l'avv. Defilippi - e i giudici di merito non hanno mai tenuto conto dell'alibi che Morrone aveva, che era stato confermato sin dal primo annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione. L'imputato ha sempre detto che al momento del delitto si trovava nell'appartamento dei coniugi Masone, che vivevano sullo stesso pianerottolo dell'abitazione della sua famiglia. I Masone hanno confermato l'alibi del giovane durante il processo ma sono stati condannati per falsa testimonianza, così come è stata condannata la mamma del giovane che aveva riferito la stessa circostanza: «Queste persone - conclude il legale - sono cadute nella fossa dell' inferno solo per aver detto la verità».

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/04_Aprile/22/Taranto.shtml

Innocente per 16 anni in carcere. Processo riaperto grazie a 2 pentiti

Domenico Morrone, condannato a 21 anni per omicidio, è stato assolto

Il tribunale gli ha dato ragione due giorni fa, ma è tornato libero solo ieri. "Chiederò 10 milioni"

 TARANTO - 23 aprile 2006 - "Prima di entrare in udienza mi facevo il segno della croce e mi ripetevo: "Questa volta capiranno che sono innocente". L'ho fatto per 16 anni. Ma ogni volta, anche se le prove erano a mio favore, i giudici del tribunale di Taranto le ignoravano. Non si schiodavano dalla loro teoria a senso unico: ero io l'assassino, il colpevole. Alla fine continuavo a farmi il segno della croce, ma non credevo più di riuscire a dimostrare la mia innocenza".

Oggi Domenico Morrone ha 42 anni. Un terzo della sua vita l'ha spesa dietro le sbarre. Ingiustamente. Lo avevano arrestato nel 1991 e condannato a 21 anni, perché, secondo l'accusa, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzini davanti a una scuola media di Taranto. Non era vero. E la verità è saltata fuori solo oggi. Grazie alle confessioni di due pentiti e ad una revisione del processo, la corte d'appello di Lecce l'ha assolto. "Formula piena", gioisce lui. "Per non aver commesso il fatto" specifica l'avvocato Maria Riccio, del foro di Genova.

Per il carcere ingiusto, ora, chiederà allo Stato un risarcimento tra gli 8 e i 12 milioni. Il tribunale gli ha dato ragione due giorni fa, ma Morrone è tornato libero solo ieri. "Venerdì, per l'ultima volta, sono stato contento di dormire in carcere con i miei amici, detenuti e poliziotti - dice Morrone - uomini che hanno capito la mia storia e mi hanno aiutato ad avere coraggio. Volevo festeggiare con loro. Avremmo voluto brindare a champagne, ma non è possibile portare alcolici in cella, così abbiamo brindato con il pensiero e con gli sguardi".
Secondo i giudici Morrone aveva ucciso per vendetta. Dopo un litigio con i ragazzi, l'allora ventisettenne fu ferito alle gambe. E per vendicarsi del litigio e del ferimento li aveva ammazzati. "La sua unica colpa - dice l'avvocato Riccio - è stata di essere un uomo onesto: sgridava spesso i ragazzini, perché rubavano i motorini. Era un po' come la voce della loro coscienza e per questo loro lo odiavano e in ospedale i parenti delle vittime indicarono subito lui come il colpevole". Ma a uccidere era stato un altro.


"Da ragazzo non ho mai preso nemmeno una multa. Il mio sogno era aprire una pescheria". Oggi fa l'operatore ecologico (tre anni fa ha ottenuto la semilibertà) a 600 euro al mese e si prende cura della madre ammalata. "La verità era sotto gli occhi di tutti - ripete - ma nessuno la voleva vedere. Oggi sono libero e sono felice. Però non è una felicità piena. Continuo a chiedermi perché nessuno mi ha mai creduto? Era tanto difficile ammettere di aver sbagliato? Mi hanno umiliato. Perché?".

Per due volte la Cassazione ha rinviato il processo alla corte di appello, perché Morrone aveva un alibi credibile, ma i giudici pugliesi hanno confermato la condanna. "Siamo riusciti a ottenere la revisione del processo perché abbiamo provato che l'assassino era un altro - spiegano l'avvocato Maria Riccio e il collega Claudio Defilippi - Due pentiti hanno rivelato che ad uccidere i ragazzi era stato un ragazzo del clan, Antonio Boccuni, per vendicare lo scippo che la madre aveva subito la mattina del delitto". Boccuni è già in carcere: condannato all'ergastolo per altri delitti.

http://www.repubblica.it/2006/04/sezioni/cronaca/innocente-in-carcere/innocente-in-carcere/innocente-in-carcere.html

TARANTO 23 APRILE 2006 - I testimoni non contano. Il colpevole è lui, Domenico Morrone, pescatore che non ha mai neppure preso una multa. Deve essere per forza lui ad avere ammazzato all’uscita da scuola due ragazzini. Anzi no, non è lui, ma la giustizia ci mette quindici anni ad ammetterlo e cinque minuti per spiegarglielo. Gli chiede persino se può passare ancora una notte in carcere, per questioni burocratiche che non c’è tempo di sbrigare. Ma lui, il pescatore al di sotto di ogni sospetto, non sente neppure più quello che dice il presidente della Corte d’appello: «Sono innocente, mamma. Mi hanno detto che sono innocente», piange al telefono abbracciato ai suoi avvocati. Cinque minuti per leggere una sentenza che cancella sette processi, ma che non ridà a Domenico Morrone i suoi 27 anni del 1991. Che non gli ridà il lavoro e la fidanzata. Che lo riconsegna a quella mamma sola, anziana e povera.

La giustizia ci mette quindici anni a capire di aver tenuto in galera un innocente. Finora, fino alla deposizione di due pentiti che scagionano Morrone, pm e giudici non avevano avuto dubbi. Alle 13.50 del 30 gennaio 1991 era stato il pescatore incensurato a scaricare tutti i colpi di una calibro 22 sui fratelli Antonio e Giovanni Battista Sebastio, appena usciti dalla scuola media Grazia Deledda di Taranto. Mezz’ora dopo il sospettato perfetto era stato già arrestato mentre si trovava in casa. La pistola non ce l’aveva. Pazienza. La mamma giurava che stava riparando un acquario a casa dei vicini che confermeranno l’alibi in tribunale. Niente da fare, tutti verranno condannati per falsa testimonianza. Il «mostro» aveva il movente, una discussione in strada con il più grande dei due fratelli.

Ventuno anni di carcere, la sentenza mai cambiata. Ventuno anni che stavano anche per finire. Che erano stati scontati per più dei due terzi, tanto che Morrone godeva ormai della semilibertà e poteva uscire di giorno per andare a lavorare. Il pescatore aveva anche tentato due volte di ottenere la revisione del processo, ma non c’erano prove nuove. Anche i suoi testimoni avevano visto la loro condanna diventare definitiva. Finché la «parola» di due pentiti è stata creduta. Dal primo ottobre 2004 a oggi sono bastate poche udienze per riscrivere la storia di quell’omicidio. La lite in strada non c’entrava nulla, i due ragazzini avevano scippato una donna e il fratello della vittima, il giorno dopo, si era vendicato. Ma Morrone è riuscito a riaprire il caso solo grazie a un detenuto che gli ha consigliato di contattare un’associazione di tutela dei diritti dell’uomo. Il suo caso è stato affidato all’avvocato milanese Claudio Defilippi e alla collega Maria Riccio, del foro di Genova, che hanno iniziato la battaglia che sembrava impossibile.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=84080


LECCE: IL CASO CERVETTI

PER L’ACCUSA E’ INNOCENTE, MA RESTA IN CARCERE.

Amedeo Cervetti è in carcere per omicidio. La Procura che lo fa condannare chiede la revisione: i giudici la negano.

Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può. Da quasi sette anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato fin anche dalla Cassazione a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi.

Lui, che oggi ha ventinove anni, ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996.

Il Cervetti si è sempre proclamato innocente.

Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Dalle dichiarazioni risulta evidente che Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce, ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici.

L’avvocato Claudio DeFilippi è convinto che, se le rivelazioni del pentito fossero saltate fuori in tempo, questo ragazzo sarebbe già stato liberato. Egli denuncia: «Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti».

DeFilippi è lo stesso avvocato che difende anche coloro che da anni in carcere, in base alle dichiarazioni di Sebai, risultano essere innocenti per i delitti delle vecchiette avvenuti nella zona di Taranto e Bari. E’ lo stesso che ha difeso Domenico Morrone di Taranto, anch’egli detenuto in carcere da innocente per tanti anni.

Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso procuratore generale di Lecce che chiede la revisione del processo per il Cervetti. La Corte d’Appello di Potenza la nega.


LECCE: IL CASO DI NAPOLI

Denunciato da una banca e assolto con formula piena Luigi di Napoli, che rinuncia anche alla prescrizione.

Primo in Italia ad ottenere un decreto ingiuntivo contro una banca, era stato denunciato per truffa aggravata e falso.

LECCE  27/01/2008 - Per la prima volta in Europa era stato dichiarato il fallimento del creditore, Luigi Di Napoli, 57 anni, imprenditore, su richiesta del debitore. Sbattuto fuori di casa nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento.

Denunciato dal direttore generale di una banca è stato assolto con sentenza di non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste” pronunciata l’11 gennaio scorso dal Giudice per l’udienza del Tribunale di Lecce, dott. Carlo Cazzella l’imprenditore Luigi (detto Gino) Di Napoli difeso dall’avv. Paolo Cantelmo ed assistito dal commercialista, dott. Giovanni de Matteis .

A seguito di un’udienza nel corso della quale l’imprenditore ha chiesto che fosse messa a verbale la sua espressa rinuncia a valersi della prescrizione e della incontestabile nullità degli atti del procedimento determinata dall’interrogatorio nel quale gli è stata negata, addirittura, l’assistenza di un difensore. 57 anni, imprenditore al quale, primo in Italia, è stato rilasciato dal presidente del Tribunale di Lecce un decreto ingiuntivo anche contro le banche per la restituzione delle somme indebitamente incassate, a seguito di un ricorso da lui stesso predisposto e firmato dal suo avvocato di fiducia .

“ Prevedibile” – dichiara Gino Di Napoli - “l’isterica reazione di alcuni rappresentati del mondo finanziario che, disperati per la mancanza di qualsiasi seria giustificazione delle loro pretese e degli interessi addebitati, si sono spregiudicatamente spinti lungo le impervie strade delle denunce calunniose e delle strumentali ed estorsive – finora non adeguatamente censurate - istanze di fallimento usate come pericolose armi per conseguire profitti non dovuti. Ho pensato così di costituire un’associazione, l’A.TU.SE.B. (tel. 3934788001) a tutela degli utenti dei servizi bancari.”

La sentenza di assoluzione di Gino di Napoli conferma che il Tribunale di Lecce non si discosta, quindi dalla pacifica giurisprudenza ormai formatasi in materia di divieto e disconoscimento di efficacia dell’addebito di interessi non pattuiti e capitalizzati periodicamente. Ed anzi, occorre dire, che, accogliendo, fin dal 1999 e per la prima volta in Italia un ricorso, presentato sempre da Gino di Napoli e finalizzato all’emissione di un decreto ingiuntivo contro un istituto di credito, proprio il Tribunale di Lecce ha anticipato analoghi provvedimenti emessi successivamente anche da altri Tribunali.

Gino di Napoli non è, quindi responsabile di false annotazioni nel libro degli inventari della società amministrata ed era realmente creditore della BN Commercio e Finanza, sezione factoring del Banco di Napoli .

“ Per vocazione, passione e tradizione familiare” – continua Gino Di Napoli – “ sono stato introdotto nel settore delle attività economico-produttive fin dall’età di quattordici anni, quando provvedevo a pesare l’uva depositata nello stabilimento del compianto mio zio, Martino Federico. Successivamente ho cominciato a frequentare anche le aule giudiziarie non essendomi rassegnato a subire i frequenti ricatti di cui sono destinatari lavoratori ed imprenditori e non avendo mai perso la fiducia, perfino in momenti difficili e tragici, nell’ordine giudiziario che comprende, anche, persone di alto profilo e spessore culturale e professionale e dotate di concreta autonomia ed indipendenza dai poteri forti. Ho avuto la fortuna di avere come guida illuminata, affettuosa e paterna, per oltre otto anni, fino al tragico omicidio, un Maestro indimenticabile e per me impareggiabile, Aldo Moro, che mi ha insegnato che le battaglie giuste, specie quelle difficili, vanno sempre affrontate, poiché, alla fine, il Giudice onesto, sereno e preparato, estraneo ai comitati d’affari si trova sempre. Così, anche in tale vicenda, ho preferito farmi processare rinunciando alla prescrizione ed ai più elementari diritti della difesa, negatimi, rincresce ricordarlo, pure in altre circostanze, per evitare che restasse qualche dubbio sulla trasparenza della mia condotta e sulla storia delle battaglie che ormai quotidianamente conduco con altri imprenditori e semplici cittadini in tutt’Italia, sicuro di poter confidare sulla professionalità e sull’indipendenza dai poteri forti della gran parte dei Magistrati. Ed anche perché la pretestuosità, a tacer d’altro, della denuncia presentata contro di me e la mia innocenza erano evidenti, considerato che al denunciante, spregiudicatamente spacciatosi per mio creditore, per giunta con la minaccia di farmi fallire, è caduta, poi, la maschera abilmente indossata ed è apparso per quello che é. Cioè mio debitore, tanto che è stato condannato a pagare in mio favore quattrocentoventiseimila euro, l’importo cioè riportato sulle scritture contabili e sul decreto ingiuntivo, con provvedimento ormai definitivo ed esecutivo. Con la sentenza viene riconosciuto che non sono, quindi responsabile di false annotazioni nel libro degli inventari della società da me amministrata che era, piuttosto, realmente creditrice della BN Commercio e Finanza, sezione factoring del Banco di Napoli” .

Infatti” – prosegue Gino Di Napoli – “Il Direttore Generale mi aveva denunciato assumendo calunniosamente che il decreto ingiuntivo dell’importo di lire 656.150.200 emesso a favore della DINAUTO s.a.s. di Luigi DI NAPOLI & C. dal Presidente del Tribunale di Lecce era frutto di un’induzione in inganno del Magistrato al quale era stato esibito un estratto del libro inventari sul quale erano stati annotati crediti inesistenti. Nonostante la Magistratura salentina e la Suprema Corte abbiano sempre sostenuto la insequestrabilità del decreto ingiuntivo, il sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, dott.ssa Carolina Elia nel luglio 2003, sorprendentemente, lo sequestrava unitamente al libro degli inventari. Nel settembre 2003 il Tribunale del riesame accoglieva, con ampia e motivata decisione, il mio ricorso per l’annullamento del sequestro e la restituzione delle cose sequestrate ed ordinava al P.M. di restituirmi sia il libro degli inventari che il decreto ingiuntivo, non sussistendo neppure il fumus dei reati contestati . In realtà, come è documentato, mi ero limitato a negare, come dovrebbe fare ogni imprenditore serio ed in regola col fisco, secondo quanto stabilito dalla legge e dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, qualsivoglia validità all’addebito degli interessi non pattuiti ed a quelli capitalizzati periodicamente ed a riportare sul libro degli inventari i saldi reali. E’ più che evidente che il Tribunale del riesame si è accorto che censurabile non è la condotta di chi, come me, ha riportato sul libro degli inventari ogni annotazione depurandola da importi non dovuti come sono gli interessi non pattuiti o quelli capitalizzati periodicamente, ma quella di coloro i quali annotano come costi interessi quantunque non dovuti per abbattere il reddito e frodare il fisco. Pur tuttavia, il P.M., dott.ssa Elia richiedeva al Giudice per l’udienza preliminare l’emissione del decreto che dispone il giudizio del sottoscritto negandogli, perfino, il diritto di essere interrogato alla presenza di un difensore.

Il P.M. Elia autore della singolare richiesta di rinvio a giudizio del DI NAPOLI, non accolta dal Giudice per l’udienza preliminare che lo ha, invece assolto con la formula più ampia, è lo stesso Magistrato che, spogliatosi della veste di P.M. ed assunta, nel 2006, quella di Giudice dell’esecuzione del Tribunale di Gallipoli, ha ordinato di sbattere fuori di casa il DI NAPOLI e la sua famiglia, nonostante il Prefetto di Roma, sentiti il Presidente ed il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, avesse emesso il decreto ai sensi della normativa antiracket ed antiusura che blocca, per trecento giorni, in favore delle vittime di usura ed estorsione, quale è il DI NAPOLI, i provvedimenti di rilascio degli immobili.

Pier Paolo Calabrelli - Luigi di Napoli
http://www.comunicati-stampa.net/com/cs-24902/Denunciato_da_una_banca_e_assolto_con_formula_piena_Luigi_di_Napoli_che_rinuncia_anche_alla_prescrizione

1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.

1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.

1996Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.

2005- Non sono mai state riaperte le indagini.

1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.

Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.

1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.

1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.

1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.

2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.

Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.

Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.

Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.

2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.

2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.

12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.

12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.

Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.