


LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!
LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!
"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
VILTA' ED INDIFFERENZA. E SE ACCADESSE A NOI ?!?
ERRORI DI STATO
OMICIDI DI STATO
TORTURA DI STATO
INNOCENTI IN ATTESA DI GIUDIZIO
ENZO TORTORA, UOMO PER BENE
PARLIAMO DI GIUSTIZIA E GIUSTIZIERI. L'ITALIA IN MANO AI MAGISTRATI.
“TINTINNAR DI VENDETTE”. Manette facili, voglia di riflettori e vendette della politica. Ecco come è stata minata la fiducia nella giustizia. Nel volume il giornalista Guido Dell’Aquila riordina tutti i discorsi ufficiali in tema di giustizia di Oscar Luigi Scalfaro, un giurista che è stato giudice, un uomo politico che ha scritto la Costituzione e infine Presidente della Repubblica e del CSM dal 1992 al 1999 in un settennato di scontri politici acutissimi, che non hanno risparmiato né la sua persona né l’istituzione da lui rappresentata. Ne emerge sia la denuncia senza mezzi termini e in tempi non sospetti degli errori e dei vizi di certa magistratura troppo disinvolta con l’uso delle manette e davanti ai riflettori delle tv; sia l’incapacità dell’organo di autogoverno della categoria di perseguire dall’interno abusi e sbagli.
Quando toccò al lui essere sfiorato dal sospetto eccoti il discorso di Oscar Luigi Scalfaro del 3 dicembre 1993 trasmesso a reti unificate, che passò alla storia per la celebre frase «Non ci sto». In quell'occasione respinse le accuse di aver usufruito di fondi neri nel periodo in cui era stato ministro dell'Interno.
Chi è il cattivo magistrato? Quello che vince un concorso truccato, quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo il magistrato Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica.
Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».
Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini».
Così anche per il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano con nota del 27 novembre 2009. “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione, che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare. E' indispensabile che venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia".
Il libro è una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?».
C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche. Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino». Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.
Eppure nell’estate 1945, a guerra finita, l’allora 27settenne Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica italiana, sostenne con altri due colleghi la pubblica accusa al processo che vedeva imputati per «collaborazione con il tedesco invasore» l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i fascisti Arturo Missiato, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno, Raffaele Infante e Domenico Ricci. Dopo tre giorni di dibattimento fu chiesta per i sei la condanna a morte, eseguita il 23 settembre al poligono di tiro di Novara (in veste di pubblico ministero Scalfaro ottenne un’altra condanna capitale, che tuttavia non fu eseguita a causa dell’accoglimento del ricorso in cassazione del condannato Stefano Zurlo, ricorso suggerito, a quanto sostenne Scalfaro, da lui stesso).
La vicenda è nota: la fucilazione «firmata» da Scalfaro venne raccontata nei dettagli da "Il Giornale" nel 1996. Ed è anche noto che, successivamente alla rivelazione del "Il Giornale", Scalfaro stesso iniziò a manifestare dubbi sulla fondatezza dei processi, definendoli influenzati dal clima incandescente dell’epoca e dall’emozione popolare: in un’intervista rilasciata a Pierangelo Maurizio per Kosmos nell’ottobre 2006, Oscar Luigi Scalfaro ammise di «non aver elementi per rispondere» alla figlia di uno dei condannati, Domenico Ricci, che gli chiedeva di esprimersi sulla innocenza o colpevolezza del padre: «Lo interrogai - disse Scalfaro -. Era colpevole? Non so». Da notare che Scalfaro conosceva bene la famiglia Ricci, abitando nella stessa palazzina al piano di sopra, in corso Torino, a Novara. Domenico Ricci, brigadiere di pubblica sicurezza, quando venne fucilato aveva 48 anni. Lasciò la moglie e quattro figli, tutti minorenni. Lui e gli altri cinque non vennero uccisi alla prima maldestra raffica dell’inesperto plotone di esecuzione e sui corpi si accanì poi un gruppo di donne.
Fino a qui è (quasi) tutto noto. Ora, però, la cronaca ci riconsegna un’altra tessera di Storia. Dopo la morte di Scalfaro, la figlia Anna Maria (che oggi ha 78 anni) e il nipote Douglas Ruffini (40 anni) hanno deciso di rendere note le lettere inviate alla famiglia dal carcere di Novara da Domenico Ricci. Il quale, nell’ultima straziante pagina, scritta un’ora prima dell’esecuzione capitale, giurava di morire «innocente».
SONO STATO CONDANNATO A MORTE. NON HO PIÙ FORZA, IL PIANTO MI ASSALE.
Novara 29.6.1945
Cara Moglie. Con il cuore straziato debbo darti la dolorosa notizia, l’esito del
mio processo è stato doloroso per me e per voi tutti, sono stato condannato alla
pena di morte ciò che non mi sarei mai aspettato e che non meritavo [...]. Io ho
fato ricorso in cassazione e mi auguro che venga accettato e così con l’aiuto di
iddio che io prego sempre mi venga tramutata la pena se vi è possibile fatelo
sapere anche a Francesco a Firenze se anche lui può fare qualcosa di bene, ti
raccomando nel dare notizia a mia madre, se è ancora in vita, di essere
prudente. Cara moglie ti chiedo di inoltrare domanda di grazia presso il Luogo
Tenente del Re Principe di Piemonte esponendo tutti i casi pietosi e le
condizioni della nostra famiglia e i quattro figli che noi abbiamo e la nostra
casa sinistrata e che per quello fui costretto a trasferirmi nell’Italia
settentrionale su ordine per mezzo di una circolare del ministero d’interno e
anche per la fame che si soffriva mia e i nostri bambini, insomma pensate voi.
Nella domanda mettete anche che nei quattro giorni del dibattito nessuna accusa
specifica è stata fatta a carico mio né di omicidio né di rapina e ne di furto
solo perché ero brigadiere e dicevano che avrei comandato io dopo Martino ciò
che non è nulla vero. Cara moglie fatti coraggio che iddio aiuterà gli innocenti
quello che ti raccomando i nostri quattro figli, per me più nulla ti dico tanto
tu immagini quello che io soffro, però pregando iddio e sperando nella sua bontà
divina mi sorreggo ancora per qualche giorno, se qualcuno di voi potesse venire
a trovarmi potrei sorreggermi qualche ora di più, non ho più forza di scrivere
il pianto mi assale. Vi bacio affettuosamente a tutti, tanti, tanti a Gina,
Anna, vostro marito e padre. Domenico. Pregate per me addio.
TI RACCOMANDO LE BAMBINE. SONO LE COSE PIÙ CARE PER ME.
Novara 23.7.1945
Moglie carissima questa è la terza lettera che scrivo senza avere ancora una tua
risposta perché? Scrivi subito e dammi tue notizie e dei bambini, fammi sapere
anche se hai fatto qualcosa a Roma, per me, domanda di grazia per me a S.A.R. o
al Vaticano. Io attendo vostre notizie, anche di mamma è ancora in vita mi
auguro di si è digli che preghi per me. Ti raccomando le bambine guardale e
tienile di conto che sono le cose più care per me, anche te fatti coraggio e
spera nella grazia d’iddio perché solo lui è giusto, solo in questo luogo ho
imparato a conoscere gli uomini e per questo che da questo momento ammiro le
bestie. Cara moglie tutto quello che sta passando la nostra famiglia la sventura
più grande di questo mondo lo dobbiamo al Sig. Lucchini l’uomo più cinico di
questo mondo in tutta Novara non ho avuto nessuna imputazione a carico mio, solo
quella di lui, spero che il nostro buon Gesù pregherà secondo il merito, vedi se
puoi fare una capatina qui a novara insieme con qualcuno dei parenti il mio
desiderio di rivedervi è tanto che qualche giorno finirò al manicomio. Vanda che
cosa fa si è impiegata? Scrivetemi subito perché io non ho più forza a
resistere. Vi bacio a tutti caramente, tanti, tanti a Ginotta, Vanda, Anna, più
a tutti i parenti tuo affezionatissimo marito. Domenico Ricci. Scrivi, scrivi,
baci.
SPERIAMO IN DIO CHE UN GIORNO. IO POSSA TORNARE DA VOI.
Novara 3.8.1945
Moglie Carissima, ho ricevuto una lettera scritta da Renzo, la quale mi da
vostre buone notizie, assicurandomi che godete tutti ottima salute, medesimo
posso dirvi di me fino ad oggi e speriamo in Dio che prosegua anche per
l’avvenire, e venuta a trovarmi mia sorella Aurelia anche loro stanno bene.
Osvaldo non è ancora tornato dalla Germania e non sanno notizie speriamo che
presto anche lui possa tornare fra i suoi cari. Cara Assunta fammi sapere se
Romolo e arrivato a Roma essendo che il collegio non c’è più a Gallarate e si è
trasferito a Roma. Lui è partito quindici giorni indietro quindi spero che sia
fra voi ti prego di stargli attenta come pure alle altre e speriamo in Dio che
anche io un giorno, potrò ritornare fra voi. Ho fatto la domanda di grazia
vedila anche voi a Roma di fare qualche cosa presso il ministero di Grazia
giustizia. Cara Moglie fammi sapere qualche cosadei miei parenti e di mamma se è
ancora viva oppure no scrivi spesso e fammi sapere tutto.
LA MIA SALUTE È BUONA. E COSÌ VOGLIO AUGURARMI PER VOI.
Novara 3.8.1945
cara sorella e cognato La mia salute è buona e così voglio Caugurarmi anche per
voi, oggi ho scritto anche a mia moglie, non so come mai che loro non mi danno
notizie scrivete anche voi a loro e ditegli che mi scrivano e mi danno loro
notizie, io dubito che assunta non stà bene dato che lei era già stata operata
per il fegato e adesso che aveva bisogno di tranquillità invece tutto al
contrario,ma la bontà d’iddio aiuterà anche lei, come spero che aiuterà anche a
me e tutti i miei cari [...]. Inviovi tanti baci a tutti tuo affezionato
fratello e cognato.
MI MANTENGONO LE PREGHIERE. CHE FACCIO TUTTO IL GIORNO.
Novara 6.8.1945
Carissimi tutti, ho ricevuto la vostra in data 1˚ agosto sono lieto nel sentirvi
che godete buona salute, anche io fino a questo momento non posso lamentarmi fin
quando dura, speriamo Iddio e preghiamolo di cuore che la faccia durare sempre.
Cara sorella vi ringrazio che avete dato comunicazione alla mia famiglia di
quanto io desideravo, sarà solo difficile che potranno venire per mezzo che le
comunicazioni sono poco comode, e poi credo, anzi sono convinto che assunta è
molto malata tu sai che è stata operata per il male di fegato e quindi avrebbe
avuto bisogno di tranquillità, pazienza il destino ha voluto così, però iddio
vede e provvede anche per lei. Mi dite fra una quindicina di giorni verrete a
trovarmi, puoi immaginare quale gioia è per me, speriamo però che sarò ancora in
vita, poi mi dici di aiutarmi per far si che non vengo malato come vuoi che mi
tiro su qui dentro? Mi mantengono le preghiere che faccio tutto il giorno, state
tranquilli e coraggio. Spero di rivedervi ancora.
QUANDO VIENI, PORTA UN PO’ DI TABACCO.
Novara 31.8.1945
Carissimi tutti, la mia salute fino ad oggi è discreta, mentre per voi voglio
augurarmi che sia ottima. Carissimi non potete immaginare quale e quanto sia
stato il dispiacere sapervi a Novara e non potervi vedere, potete immaginare con
quale ansia attendevo per poter abbracciare Osvaldo dopo lunghi anni che non
sapevo più notizie. Cara sorella adesso i colloqui sono ogni quindici giorni
perciò puoi venire quando vuoi, se vieni non dimenticare la carta d’identità se
no non ti rilasciano il colloquio. Cara sorella, io non ho notizie da casa, ti
prego se tu sai qualche cosa di farmelo sapere, poi ti prego anche di scrivere a
mia moglie edirgli che mi rimandano un po di soldi, perché io sono senza e debbo
vivere con il solo vitto del carcere, e digli pure che scriva io non ho ancora
ricevuto una lettera scritta da assunta quindi pensate. Cara sorella i soldi
fatteli spedire te e poi quando vieni me li porti tu stessa. Quando vieni vedi
se puoi portare un po di sigarette o tabacco con cartine e qualche scatola di
fiammiferi. Saluti e baci a tutti arrivederci a presto.
QUI COMINCIA A FARE FREDDO. E IO NON Ò ROBBA INVERNALE.
Novara 19.9.1945
Carissimi tutti. Rispondo alla vostra lettera sono lieto nel sentire che godete
ottima salute, anche di me posso assicurarvi medesimo fino ad ora, quando venite
a trovarmi? Cara sorella questa lettera fammi la cortesia di darla a mia moglie.
Cara Moglie. Ho ricevuto la tua lettera tramite mia sorella il primo scritto che
ricevo da te, da quando sei partita da Novara, io di salute sto bene grazie
iddio, così voglio augurarmi di te e i nostri bambini e tutti i nostri parenti.
Cara moglie sono dispiaciuto che ti si è molto abbassata la vista e che ti sei
molto sciupata, non prendertela di nulla coraggio e mangia e bevi e cerca di
mantenerti bene, prega S. Rita che certamente ci fa la grazia da noi desiderata,
io la prego sempre e con fede. Cara moglie quando venite? Qui incomincia a fare
freddo e io nonò robba invernale, ora potete venire i treni ci sono tanti Roma
Milano come pure Roma Torino quindi vedete un po’ fra te e Vanda chi vuole
venire io preferisco che vieni te, ma se non sei in condizioni di viaggiare
allora fai venire Vanda, Romolo, Anna, Gina come stanno? Annarella già mi ha
scritto due volte mentre quel birbone di Romolo vuoi dirgli un po’ perché non mi
scrive? Non avrà tempo, quando scrivete anche che scrive Vanda a me non
minteressa basta che tu la firmi. La signora-Ines mi lava la biancheria tutte le
settimane e mi porta anche qualche cosa ma tu sai che non fanno perché sono
poveri. Vi bacio tanti a tutti tuo affezionatissimo marito.
MUOIO Si', MA INNOCENTE. NON DA TRADITORE.
Novara 23.9.1945
Famiglia mia carissima. È tuo marito che ti scrive e per i bambini è il papà,
non piangete fra un’ora non ci sono più in questo mondo con santa rassegnazione
passo all’altro. Coraggio iddio e S. Rita pregherà per voi. Salutatemi tutti i
miei amici. Baciatemi tutti i miei parenti. Muoio sì, ma muoio innocente, è bene
che tutti lo sappiano, la grande ingiustizia che stanno commettendo. Voi lo
farete sapere perché nessuno deve mai dire che io sia stato un traditore, ho
sempre servito la mia Patria con fede ed onore e con fede ed onore muoio. Viva
l’Italia. Vi bacio a tutti caramente e dal cielo vi guarderò a tutti iddio vi
aiuti e vi benedica tuo affezionatissimo marito e padre. Arrivederci in
paradiso, addio. Addio.
Roma 6.8.1945.
Al Sig. Capo della Polizia del Ministero dell’Interno Io sottoscritta Assunta Tenchini moglie del Brigadiere di P.S. Ricci Domenico fu Romolo condannato alla pena capitale dal tribunale di Novara, rivolgo alla S.V.I. supplichevole domanda di grazia e prego che mi ascoltiate. Mio marito è stato nella Pubblica Sicurezza per molti anni, senza mai meritare una punizione, entrato a far parte di essa dopo che il corpo dei Vigili Urbani, a cui apparteneva dal 1924, fu disciolto, egli prestò servizio prima come motociclista poi come autista. Dal 1940 prestò servizio a Rieti come capo degli automezzi della Questura e qui ebbe la promozione al grado di brigadiere. Quando Roma era già stata occupata, nel 1944, dopo che aveva avuto la casa sinistrata dai bombardamenti, il Questore di Rieti lo obbligò a seguirlo in Alta Italia. Qui fu assegnato alla questura di Novara, dove svolse da principio mansioni di carattere esclusivamente burocratico. Dopo un po’ di tempo fu iscritto d’ufficio e contro la sua volontà,alla squadra di Novara. E questa è l’imputazione per cui si condanna a morte. Ma egli non prese mai parte ad azioni di carattere vessatorio contro chi che sia e la cosa risulta anche dagli atti del suo processo. Però mio marito non ha mai avuto la facoltà di difendersi, non è stato mai ascoltato obbiettivamente. Si può condannare così a morte un uomo? Egli non è mai stato un fascista, e nel 1933 fu obbligato ad iscriversi al defunto partito. Se in questo periodo caotico egli ha seguito chi lo comandava, tenete presente, però, che è padre di quattro figli tutti minori e che non poteva lasciarli morire di fame. Il suo può essere stato un atto di grave debolezza, non giustifica però una condanna capitale. Nessuno ha avuto niente da rimproverargli, non ha fatto male a nessuno. Solo un uomo in tutta Novara l’accusa un certo Lucchini, addetto sotto i nazi-fascisti alla mensa degli agenti, e ora nominato Vice Questore della città per meriti che noi non conosciamo. Essendo egli, per caso sfortunato, il più elevato di grado presente al processo, è stata applicata nei riguardi di mio marito la sanzione più grave, benché le azioni da lui svolte nella squadra suddetta siano state nulle. Vogliate ascoltarmi, e siate giusto con lui. Non vi chiedo di assolverlo, vi chiedo di rivedere il processo alla luce di una più obbiettiva giustizia. Ascoltate la supplica di cinque innocenti che stanno per essere travolti in una sventura senza rimedio, e che solo un vostro atto di clemenza può salvare. Se ritenete mio marito colpevole, condannatelo, ma non potete condannarlo a morte così; quando solo un uomo l’accusa. Siate clemente, ascoltatemi.
(Per gentile concessione della famiglia Ricci al quotidiano “Il Giornale”)
Altro che "Le Iene portano bene". Al procuratore capo della Repubblica di Modica hanno portato solo un po' di fastidio. Il programma cult di Italia 1 si è occupato di un errore giudiziario scaturito da un caso, di cui si occupò Francesco Puleio ai tempi in cui lavorava alla procura del tribunale di Catania. Si tratta di errore giudiziario: la vicenda di Maria Columbu, una donna accusata di terrorismo per colpa di un volantino dai toni minacciosi palesemente risibili. Columbu ha trascorso 6 mesi in carcere e altri 6 agli arresti domiciliari, prima di essere prosciolta. Maria Columbu viene indagata per terrorismo, perchè in un volantino di stampo brigatista c'era il suo numero di cellulare.
Il servizio di Luigi Pelazza inizia con la presentazione di Maria Columbu che nel 2005 in Sardegna, a 39 anni, madre di 4 bambini, viene arrestata. L’accusa è pesante: terrorismo. In video si presenta una signora disabile su una sedia a rotelle. Secondo gli inquirenti avrebbe conosciuto un uomo su internet e con questo avrebbe incitato i visitatori della rete a compiere attentati alle più alte cariche dello Stato. Maria Columbu viene condannata a 4 anni carcere. Nel 2010, però è assolta con formula piena.
Maria racconta la storia: «anno 2002, bussano alla porta alle 6 di mattina. Era la Finanza. Mi dicono che sono indagata per terrorismo. Alla fine della perquisizione sequestrano i miei due computers, materiale cartaceo e questo volantino.» Mostrandolo a Luigi Pelazza.
Gli inquirenti lo considerano sovversivo, in quanto contiene una stella a 5 punte che rievoca le brigate rosse degli anni 70, ma a differenza di quei manifesti, su questo vi è anche il numero di Maria da contattare per informazioni. E’ un volantino anomalo.
«Ma vi pare – dice Pelazza - che se uno vuole fare un attentato mette il suo numero di telefono così lo possono rintracciare». Infatti il giudice che assolve Maria, nella sentenza, fa notare proprio questo. Un’altra prova che ha portato all’arresto della donna sono alcuni documenti trovati sul suo computer. Maria spiega che sul computer vi era un file scaricato da internet in cui si parlava di politica con opinioni personali, ove probabilmente si è sfogata "un pochino in modo più colorito del solito per la rabbia che avevo in corpo perché non mi sento protetta o garantita: a morte lo Stato; a morte Berlusconi". Ma non è detto che una cosa si dice e poi si faccia. Anche in questo caso il giudice che l’ha assolta l’ha creduta, tanto che nella sentenza scrive: "non è emerso durante l’attività investigativa l’esistenza di nessuna banda, neanche allo stato rudimentale". Pelazza spiega che tra i file sequestrati vi erano le istruzioni per costruire una bomba e ne spiega le indicazioni: "per prima cosa procuratevi 110 kg di plutonio dal vostro fornitore locale; suggeriamo di contattare l’organizzazione terroristica del luogo". Pelazza dice: è inverosimile, le bizzarre istruzioni terminano con un consiglio: "adesso che avete un ordigno nucleare, potete usarlo per spettacoli pirotecnici o per difesa nazionale". Il giudice che ha assolto Maria ha considerato le istruzioni: risibili, cioè ridicole ed in prigione non ci doveva proprio andare.
Luigi Pelazza spiega che le persone che finiscono in carcere ingiustamente c’è ne sono tante ogni anno.
A questo punto del servizio vi è l’intervista all’avv. Gabriele Magno dell’Associazione vittime degli errori giudiziari che spiega che secondo le statistiche dell’Eurispes negli ultimi 10 anni sono state depositate 8 mila richieste di indennizzo per ingiusta detenzione.
Ci si chiede, però, al di là dei soldi che poi paga il cittadino e non i magistrati, perché si fanno errori così grossolani.
Per questo motivo Luigi Pelazza si reca dal sostituto procuratore che ha chiesto ed ottenuto la condanna di Maria. Appunto Francesco Puleio.
Il procuratore Puleio, ha ricevuto nel suo ufficio del tribunale di Modica la
"Iena" Luigi Pelazza, con cui si è intrattenuto pochi minuti.
Pelazza: «l’intervista riguarda questa donna, non so se lei se la ricorda, si chiama Columbu Maria Antonia».
Puleio infastidito chiede che all’interolcutore: «cosa vuole».
Pelazza: «abbiamo chiesto che indagini ha fatto la Procura per chiedere la condanna di queste persone. Quando ho letto le istruzioni per fare la bomba nucleare (per prima cosa procuratevi 110 kg di plutonio), la domanda che mi son fatto è come ha fatto a credere una cosa del genere».
Puleio in palese difficoltà risponde: «guardi sono passati 7 anni».
Pelazza «Ho capito, ma l’indagine è sempre quella».
Puleio: «non credo che le cose che lei mi mostra corrispondano a verità».
Pelazza: «sono atti processuali…».
Puleio: «me li lasci guardare con attenzione e le darò una risposta esauriente».
Pelazza: «se è stato fatto un errore così gigantesco».
Puleio: «lo dice lei, questo lo dice lei…ma quale errore».
Pelazza: «la Cassazione, lo dice la Cassazione».
Poi Puleio ha messo alla porta Luigi Pelazza a causa del tono a lui poco gradito che stava assumendo l'intervista: «maresciallo li accompagna i signori? Grazie ed arrivederci».
Pelazza: «però mi scusi».
Puleio: «mi faccia avere le sue domande, le darò le risposte. Poi rimanda l’intervista ed io vorrei parlare….conoscendo le cose. Ripeto sono cose di 7 anni fa. Mio figlio andava alla seconda elementare, adesso è al liceo».
Pelazza: «un bambino di 7 anni avrebbe capito che si trattava di una bufala, no?»
Pelazza poi spiega che esce dalla Procura ed invia al procuratore capo di Modica le domande per e-mail e questi dopo circa un’ora risponde che si rende disponibile ad un’intervista, ma solo se si firma un documento (e lo mostra): spiegando che il documento contiene delle condizioni, ossia: «se l’intervista non dovesse uscire come piace a lui – dice Pelazza - questo magistrato, non sappiamo con quale potere, non ci darebbe modo di darvene conto (rivolto ai telespettatori)».
Il giorno dopo Pelazza torna in Tribunale, ma un addetto alla sicurezza ferma il cameraman all’entrata, spiegano che non può entrare su disposizione del procuratore.
Pelazza sale da solo con in tasca solo un registratore e fa presente al procuratore che: «la donna si è fatta 1 anno di carcere, lei lo sa che è così…»
Puleio: «non è così….»
Pelazza: «non ci dà la possibilità di far vedere…»
Puleio: «lei sta registrando tutto…»
Pelazza: «io sto registrando. Lei mi può anche far arrestare, peggio ancora.. »
Puleio: «no, no, non è il caso. Vede le cose vanno inserite nel loro contesto, vanno contestualizzate. Se lei si presenta normalmente così…vestito da beccamorto, può sembrare un tipo balzano. Grazie ed arrivederci».
A questo punto Puleio spinge fuori dall’ufficio Pelazza che dice: «visto che però parla, perché mi spinge? perché mi spinge? Visto che però parla solo lei….questa è la democrazia come la interpreta lei, comunque noi abbiamo registrato e questo andrà in onda. Io glielo sto dicendo, arrivederci».
Pelazza a chiusura del servizio spiega che ogni anno in Italia 8000 persone finiscono in carcere ingiustamente.
Tutto documentato dalle "Iene" con la solita telecamera nascosta, dal momento che al cameraman era stato fatto divieto di entrare in tribunale.
E così Pelazza ha documentato l'intervista (o meglio, la tentata intervista) con tanto di reazione stizzita del procuratore, che poi fa accomodare la "Iena" fuori dal suo ufficio. Il servizio, andato in onda nella puntata de "Le Iene" di mercoledì 26 ottobre 2011, è stato visto praticamente da milioni di italiani e migliaia di modicani, curiosi di capire su cosa verteva l'intervista al procuratore. Puleio non ha rilasciato queste dichiarazioni all’inviato delle Iene perché, a suo avviso, trattasi di una trasmissione irriverente e burlesca.
A tutto ciò è conseguito solo indifferenza ed insensibilità al problema: nella società civile e sui media. Anzi, proprio sulla stampa, specialmente locale, si è ossequiosamente dato risalto alla piccata rimostranza del procuratore, omettendo il contenuto del servizio. Della nota del procuratore qui si da conto in calce al resoconto del servizio, per non essere tacciati di partigianeria anti magistrati e per rendere chiaro ed asettico quanto è successo. Nota che il procuratore ha distribuito ai media. lo stesso procuratore si è sentito in dovere di giustificare l'accaduto, sottraendo tempo al suo lavoro, e perchè ha deciso di mettere alla porta Pelazza, senza rilasciare dichiarazioni sul caso in oggetto, di cui lo stesso procuratore capo di Modica scrive diffusamente nella sua nota che riportiamo di seguito in versione integrale.
"Facendo seguito a delle notizie di stampa,
desidero brevemente fare chiarezza su quanto avvenuto a proposito di un servizio
della trasmissione televisiva «Le Iene» e concernente un processo da me trattato
quale sostituto procuratore della Repubblica a Catania.
La scorsa settimana, un inviato della trasmissione si è presentato presso il mio
ufficio, chiedendomi una intervista in ordine al processo celebrato a Catania
nei confronti, tra gli altri, della signora C.M.A.
Mi sono dichiarato disponibile all’intervista, chiedendo a tale inviato –
trattandosi di una trasmissione di intrattenimento e non già di informazione –
un impegno a trasmettere l’intervista senza interruzioni o cesure e senza tagli
o manipolazioni delle dichiarazioni rese che stravolgessero o modificassero il
mio pensiero.
L’inviato mi ha risposto di non essere in grado di garantire il rispetto di tali
richieste.
Ho allora riferito al mio interlocutore che non avrei rilasciato l’intervista e
che non consentivo alla diffusione televisiva di immagini o dichiarazioni che mi
riguardassero, accettando soltanto, per puro spirito di cortesia, di rendergli
alcune dichiarazioni informali, al fine di esporre il mio punto di vista sul
reale svolgimento delle vicende processuali.
Ho così chiarito quanto segue:
La signora C.M.A. è stata processata e sottoposta alla misura degli arresti
domiciliari per i delitti di associazione con finalità di terrorismo ed
eversione e di propaganda sovversiva per avere, tra l’altro, diffuso via
internet (attraverso i siti, nella sua disponibilità, anarchyboom,
amortelostato, morteaberlusconi) materiale teso a fomentare il sovvertimento
delle istituzioni e lo scontro violento con le forze dell’ordine, nonché per
aver diffuso istruzioni per il confezionamento, con modalità artigianali ed
utilizzando materiali di facile reperimento, di ordigni esplosivi di vario
genere (bomba acida, lampadina esplosiva, pipe bomb ecc.);
Nel corso del processo, la responsabilità della signora C.M.A. per i fatti sopra
ricordati è stata valutata dapprima dai tre componenti della Sezione reati
contro l’ordine pubblico e l’eversione della Procura di Catania, quindi è stata
affermata dal G.i.p. e dal Tribunale del riesame di Catania, ed ancora dal
G.u.p. e dalla Corte di appello di Catania;
Avverso le sentenze di condanna la signora non ha mai presentato ricorso,
dimostrando con ciò di riconoscersi colpevole, ovvero di non riconoscere
l’autorità dello Stato;
Nel corso del processo, l’ipotesi delittuosa di propaganda sovversiva è stata
abrogata con legge n. 85 del 2006;
Solo dopo diversi anni, e su ricorso di un altro imputato, la Corte di
cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte di appello di
Catania;
La Corte di cassazione non ha posto in dubbio le condotte ascritte all’imputata,
ritenute certe nella loro materialità, ma ha osservato che mancava la prova
della esistenza di una struttura organizzativa di reale pericolosità. In esito
al rinvio, la Corte di appello di Catania, nel corso di un nuovo giudizio, ha
assolto l’imputata.
Non mi risulta che questi dati, da me esposti all’inviato, siano stati riportati
nel corso della trasmissione, la quale, come anticipavo, è una trasmissione di
intrattenimento, con finalità irridenti e burlesche che nulla hanno a che vedere
con la corretta informazione giornalistica".
Il procuratore capo di Modica Francesco Puleio.
Una premessa ed una considerazione va fatta: in Italia solo i programmi di intrattenimento fanno informazione (vedi Striscia la Notizia e Le Iene), poi nell’errore giudiziario o nell’ingiusta detenzione la responsabilità va sempre ripartita tra chi chiede la condanna o la misura cautelare e chi dispone l’accoglimento dell’istanza. E’ risaputo che i magistrati giudicanti spesso sono dei passacarte, proprio perché sono colleghi dei magistrati inquirenti. La colleganza non permette sgarbi. Per questo i PM sono maggiormente responsabili e non si devono coprire con le manchevolezze dei colleghi. Se poi gli imputati preferiscono, pur innocenti, di agevolarsi della prescrizione, di adottare riti alternativi e patteggiativi o di non avvalersi dell’impugnazione, un motivo ci deve pur essere. Spesso si ritiene vano il tentativo di affermare una realtà storica tanto palese da non essere attestata con una verità giudiziaria.
“Cento Volte Ingiustizia” di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone (Mursia). Cento casi di errori giudiziari, ricostruiti con l'unico intento di sollevare una riflessione approfondita su una delle più attuali e delicate questioni della giustizia. La prefazione è affidata a Roberto Martinelli. L'opera vede anche l'intervento di altri quattro addetti ai lavori: il giudice Ferdinando Imposimato; l'avvocato Carlo Taormina, docente di procedura penale presso l'Università di Tor Vergata di Roma; Severino Santiapichi, per anni presidente della Corte d'Assise di Roma, ex procuratore generale presso la Corte d'Appello di Perugia; Renato Borruso, ex magistrato della Corte di Cassazione.
Dopo 18 anni di carcere nei penitenziari più duri e difficili d’Italia, lo Stato si è accorto che sei uomini erano estranei alla strage di Via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, e li rimette in libertà senza neanche una parola di scuse. Sei uomini, alcuni comunque vicini alle cosche, altri totalmente estranei, che entrarono in carcere ragazzi e ne escono, dopo 18 lunghi anni, vecchi nell’anima e privi di ogni speranza. Uomini che, nel frattempo, hanno perso la famiglia, il lavoro e persino la dignità; uomini cui lo Stato ha chiesto di pagare un prezzo altissimo per un delitto che non solo non hanno commesso ma che, addirittura, con ogni probabilità, è stato lo stesso Stato ad ordinare. Vittime sacrificali di un sistema perverso, in cui la giustizia si trasforma sempre più in ingiustizia. Vittime di un sistema giudiziario che non paga mai per i propri errori, anche per i più gravi, e che per le proprie decisioni affrettate ed ingiuste ha prodotto, solo nel 2010, come ci dice Eurispes, ben 8000 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione. 8000 richieste che, al di là degli aridi numeri, equivalgono ad 8000 persone che hanno visto rovinata la propria vita per errori giudiziari per i quali nessun giudice o pubblico ministero pagherà mai il conto. Come nascondere l’indignazione per uno Stato che non difende i suoi cittadini e li lascia in balia delle Procure? Fa rabbrividire il giustizialismo di chi, come fosse una partita di calcio, fa il tifo per le procure a prescindere, o per chi teorizza il “meglio un innocente in galera che dieci colpevoli liberi”; cari tifosi questa bella storia raccontatela alle famiglie, ai figli, agli amici di quell’uno finito in galera ed imprimetevi bene in mente la loro risposta. Se poi vi resta tempo andate a vedere cosa è accaduto alla procura di Taranto ed alla Procura di Potenza: scoprirete un mondo diverso in cui non sempre i buoni, come nei film, indossano toghe ed ermellini. E ricordatevi che gli altri siamo anche noi.
Non c'è colore politico o condizione economica e sociale che tenga, quando si è subìto un errore giudiziario o un'ingiusta detenzione. Dal dopoguerra al 2003 quattro milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o ingiusta detenzione o prosciolti perché il fatto non sussiste. Questo enorme numero è già vicino ai cinque milioni, se esteso al tempo odierno. Per quantità si tratta dell’intera popolazione di Toscana e Umbria assieme. Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
La macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva. Meno male.
Secondo un rapporto del ministero della Giustizia, su 53 mila detenuti complessivi 16.740 sono in attesa del primo giudizio, 9.600 dell’appello, 3.200 del giudizio della Cassazione: il totale di questa popolazione carceraria "sospesa" è assai maggiore dei 22 mila detenuti perché condannati in via definitiva.
Questo succede: l’Italia è lo Stato maggiormente sanzionato dalla Corte europea. I capi d’accusa di Strasburgo: lentezza nei processi e nei risarcimenti. Ma quanto costa al “Bel Paese” la sua fatale distrazione? Parliamo in termini economici innanzitutto.
Le statistiche del ministero parlano di una media di 8000 richieste di riparazione per ingiusta detenzione l'anno, di cui ne vengono risarcite 2000. Ogni giorno di ingiusta detenzione costa allo Stato 235 euro che vengono ridotti della metà in caso di arresti domiciliari, in vista della minore afflittività. Il numero dei risarcimenti si eleva esponenzialmente a 36mila casi l'anno per l'irragionevole durata del processo (legge Pinto). Infine i casi di errore giudiziario, con revisione processuale, sono circa 100 l'anno. Ci sono molte storie limite, ma a nostro avviso è peggiore l'abuso che si fa della custodia cautelare, spesso inflitta per pericolo di fuga o di reiterazione del reato, o di inquinamento delle prove quando non ce ne sarebbe spesso bisogno. E sono molte le Corti d'Appello che condannano il Ministero dell'Economia, quindi gli stessi contribuenti, a riparare il danno.
Esempio eclatante di parte di quegli sprechi per cui il nostro Ministro dell’Economia si mette le mani nei capelli, nella ricerca costante di trovare una quadra al deficit nazionale prima che la falla nella carena diventi irreparabile e il veliero italiano inizi a sprofondare tra i pesci nelle profondità marine.
Parliamo adesso dei costi umani: per tutti la storia va sempre allo stesso modo. Alle 7 del mattino ti suonano alla porta di casa, con un mandato di perquisizione, e non puoi fare nulla. La vita ti cambia in un istante e non sei più padrone di nulla: sei entrato all’interno di un complesso sistema, che è la procedura, che è il diritto, che ti travolge e ti guida. Diventi un elemento passivo e il tuo destino viene affidato al giudizio, alle parole e all’intelletto di altre persone, spesso incapaci a ricoprire quel ruolo, nessuna di queste che ti conosce, a nessuno importa chi tu sia se non nella circostanza per cui sei imputato. Sei solo un fascicolo.
Ma sarà vero che tra le cause dei numerosi suicidi che avvengono dietro le sbarre ci sia proprio l'errore giudiziario? Molte volte è così. Il carcere fa la sua parte nelle persone psicologicamente deboli. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia, agli amici. Sono questioni che toccano tutti gli esseri umani; perché l'argomento non è strumentalizzabile a livello politico e non può non unire. E' per questo si è deciso di offrirvi un'analisi dettagliata, precisa e puntuale sugli errori commessi dalla macchina della giustizia negli ultimi anni, dal più famoso di Enzo Tortora ai tanti ragazzi messi dietro le sbarre ingiustamente. Per troverete pubblicata una storia, delle vite e dei sentimenti distrutti dalla giustizia ingiusta per cercare di dar voce, accanto ai tanti urlatori forcaioli, a chi non può parlare.
TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI?
Da "Il Secolo d'Italia" di mercoledì 8 giugno 2011
TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI? Da "Articolo 643" lo stop al carcere ingiusto e all'abuso della custodia cautelare. Anche un solo giorno di carcere può cambiare la vita di un uomo. Ricco o povero, famoso o nell'ombra, di destra o di sinistra. Non c'è colore politico o condizione economica e sociale che tenga, quando si è subìto un errore giudiziario o un'ingiusta detenzione. Lo slogan è "tutti vittime di fronte alla legge": sono oltre duemila le persone che ogni anno vengono risarcite dallo Stato per essere finite dietro le sbarre senza colpa. È di qualche tempo fa la proposta di legge targata Pdl, presentata alla Camera da Giuliano Cazzola, di istituire una Giornata della memoria per le vittime di errori giudiziari. Dal 2012, ogni 18 maggio, giorno emblematico della morte di Enzo Tortora, dovrebbero essere protagoniste quelle persone, note e meno note, le cui storie sono accomunate dallo stesso identico dramma. Perché quella perquisizione in casa alle 7 del mattino, quell'ordinanza di custodia cautelare e quei giorni da detenuto hanno cambiato per sempre la loro vita. Lo sa bene l'avvocato bolognese Gabriele Magno, presidente dal 2000 di "Articolo 643".
Dopo la Giornata della memoria per le vittime del terrorismo dedicata alle toghe, il Pdl chiede che sia istituita anche una Giornata della memoria per le vittime degli errori giudiziari. Promotore dell'iniziativa, Giuliano Cazzola. La data scelta è emblematica, il 18 maggio, giorno della morte di Enzo Tortora. Cosa ne pensa?
Magno: «Ovviamente con noi la proposta sfonda una porta aperta. Le statistiche del ministero parlano di una media di 8000 richieste di riparazione per ingiusta detenzione l'anno, di cui ne vengono risarcite 2000. Ogni giorno di ingiusta detenzione costa allo Stato 235 euro che vengono ridotti della metà in caso di arresti domiciliari, in vista della minore afflittività. Il numero dei risarcimenti si eleva esponenzialmente a 36mila casi l'anno per l'irragionevole durata del processo (legge Pinto). Infine i casi di errore giudiziario, con revisione processuale, sono circa 100 l'anno. Ci sono molte storie limite, ma a nostro avviso è peggiore l'abuso che si fa della custodia cautelare, spesso inflitta per pericolo di fuga o di reiterazione del reato, o di inquinamento delle prove quando non ce ne sarebbe spesso bisogno. E sono molte le Corti d'Appello che condannano il ministero dell'Economia, quindi gli stessi contribuenti, a riparare il danno.»
Quando e come nasce "Articolo 643", quali i casi più significativi a cui si è ispirata e qual è l'attività di intervento dell'associazione?
Magno: «L'associazione, che prende il nome dall'articolo 643 del codice di procedura penale sulla riparazione dell'errore giudiziario, nasce undici anni fa. L'occasione è stato uno studio dell'Eurispes, dove venivano fuori cifre spaventose: dal `48 al `99 erano state 4 milioni le persone che avevano subìto il carcere ingiustamente. E non c'era nessuna associazione che si occupasse del fenomeno. Certamente il caso emblematico che tutti conoscono è quello del giornalista Enzo Tortora, ma i casi sono troppi e tanti. Ma nel tempo, tappa dopo tappa, qualcosa è cambiato, in meglio, per fortuna. Prima del `99, data dell'entrata in vigore della legge Carotti, il risarcimento massimo era di 100 milioni delle vecchie lire, anche per vent'anni di carcere. E solo una persona ebbe l`indennizzo massimo: Clelio Darida, ex sindaco di Roma, guardasigilli e sottosegretario in varie fasi di governo, rappresentò il caso limite, per 90 giorni di carcere ingiusto. Con la legge Carotti, invece, si è passati dalla cifra massima di 100 milioni a 1 miliardo, quindi 500mila euro attuali, in caso di abuso della custodia cautelare. Altra data importante, per l'errore giudiziario, è stata il 2003, quando si è stabilito che non esiste un limite massimo di indennizzo, perché è entrata in auge la nuova figura giuridica del danno esistenziale. Caso emblematico è quello di Daniele Barillà, protagonista di uno scambio di persona e per questo accusato ingiustamente di essere un narcotrafficante. Dopo che l'Escobar della Brianza, così fu soprannominato dopo l'arresto, era stato condannato a 15 anni, la Corte d'Appello di Genova gli ha riconosciuto, per i sette anni e mezzo di carcere patito da innocente, il maxi-risarcimento di 4 milioni e 600mila euro per il danno esistenziale oltre a quello materiale.»
Dopo tanti anni di attività c'è un caso che l'ha maggiormente colpita?
Magno: «In realtà sono molti i casi a cui siamo affezionati. Fra i più noti a livello mediatico quello che ha coinvolto Gigi Sabani, che dopo la sua disavventura giudiziaria disse: «Ora rido, ma il dolore per quell'ingiustizia mi è rimasto. La spina riguarda il mio caso giudiziario. Un terribile errore che può capitare a tutti». Penso al musicista e compositore Lelio Luttazzi, che proprio mentre si trovava all'apice del suo successo, nel giugno del`70, fu arrestato con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti assieme all'attore Walter Chiari. Dopo circa un mese di carcere fu libero di uscire, completamente scagionato. E ancora, tra i casi più noti, quello del portiere di via Poma Pietrino Vanacore: il suo ultimo biglietto, lasciato in macchina, parlava abbastanza chiaro. Ma ci sono anche storie di gente comune, che prendiamo ugualmente a cuore, soprattutto quelle legate a episodi di violenza sessuale su donne e minori, perché in questi casi, oltre all'onta, c`è un discorso dei problemi che sorgono in carcere con gli altri detenuti. La vita di un uomo cambia anche con un solo giorno di carcere: per tutti la storia va sempre allo stesso modo. Alle 7 del mattino ti suonano alla porta di casa, con un mandato di perquisizione, e non puoi fare nulla. Per me fare questo lavoro è ormai una questione etica. Per un avvocato difendere gli innocenti è un enorme privilegio.»
E Pensa che tra le cause dei numerosi suicidi che avvengono dietro le sbarre ci sia proprio l'errore giudiziario?
Magno: «Molte volte è così, non posso escluderlo. Il carcere fa la sua parte nelle persone psicologicamente deboli. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia, agli amici. Sono questioni che toccano tutti gli esseri umani, ricchi e poveri, uomini di destra e di sinistra. Perché l'argomento non è strumentalizzatile a livello politico e non può non unire.»
E Come associazione attiva sul tema, avete mai presentato delle proposte per leggi "ad hoc" che migliorino la condizione delle vittime della malagiustizia?
Magno: «Sono due le proposte legislative più rilevanti di cui ci facciamo promotori. La prima questione riguarda l'ingiusta detenzione: la richiesta di indennizzo, differentemente dall'errore giudiziario, subisce un limite di prescrizione di due anni dalla sentenza definitiva. Questo limite ci sembra assurdo, perché si crea una prescrizione brevissima su un errore di questo o quel magistrato. E, se passano i due anni, lo Stato non pagherà più. Vogliamo che i due anni vengano sostituiti con l'inciso "in ogni tempo", per dare modo a chiunque di rivalersi. Dall'anno `89 al 2011 sono stati una sessantina i casi di magistrati "responsabili" di errore, e una metà sono stati stralciati. Altra proposta, creare una sorta di automatismo che consideri le vittime di ingiusta detenzione privilegiate nel loro reingresso nel mondo del lavoro, perché vengano riabilitate. Ad esempio, penso ai concorsi pubblici, dove la condizione delle vittime della malagiustizia dovrebbe essere equiparata, in un certo senso, a quella dei portatori di handicap. E` una questione di riabilitazione, di tornare alla vita prima di quelle.
E ancora Magno Da "Famiglia Cristiana" di martedì 1 novembre 2011.
«Negli ultimi dieci anni ci sono state 8.000 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione. E ben 2.500 sono state accolte. È un numero enorme. Ma la legge attuale non consente un adeguato risarcimento perché fissa il tetto massimo in 516 mila euro. Noi chiediamo l’abolizione di questo tetto, così come chiediamo, nel caso di errore giudiziario, che sia tolto il limite di tempo entro il quale si può avviare la causa di equa riparazione, che oggi è fissato in due anni dalla revisione del processo e dall’assoluzione».
A parlare è l’avvocato Gabriele Magno, fondatore dell’Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari. L’associazione, spiega, è nata dieci anni fa, quando lui e altri avvocati e giuristi si sono resi conto che non esisteva alcuna realtà che tutelasse le vittime della giustizia. E, oltre all’errore giudiziario e all’ingiusta detenzione, si occupa anche di una terza tipologia di problemi: l’eccessiva lunghezza dei processi. Naturalmente tutte queste associazioni tematiche che aspirano alla prima genitura ed all'esclusiva, molto attente ad non urtare la suscettibilità dei magistrati, causa del male, non fanno mai riferimento all'Associazione Contro Tutte le Mafie, colpevole di non santificare i magistrati, colpevole di non essere di sinistra e colpevole di non guardare in faccia nessuno e di dire sempre la verità, dando spazio anche a chi la ignora o la emargina.
«La lunghezza ingiustificata dei procedimenti italiani ha già portato a 38 mila ricorsi», aggiunge l’avvocato Magno. «Se il processo è troppo lungo non è più giustizia. In giurisprudenza è cosa nota: un processo deve avvenire in aula e non solo sulle carte; dev’essere immediato, cioè a ridosso dei fatti; dev’essere ragionevolmente rapido. Se no è un processo ingiusto».
Avvocato, perché l’Italia soffre da sempre di
una giustizia lenta e inceppata?
«Perché, pur avendo inventato il diritto, ci siamo dimenticati di un suo
caposaldo, che era già chiaro all’epoca dei romani: il precedente giudiziario è
vincolante. È il principio su cui si basa la giustizia americana: la Corte
Suprema emette 120 sentenze l’anno, ma tutti i tribunali e in tutti i gradi di
giudizio vi si devono uniformare».
E in Italia, invece?
«I nostri riferimenti di giurisprudenza provengono dalle leggi. Il Parlamento
legifera e il giudice deve applicare. Per farlo deve interpretare la legge. Le
sentenze della Corte di Cassazione non sono vincolanti. Fanno giurisprudenza, ma
ogni magistrato, ogni avvocato e ogni giudice trovano nella storia
giurisprudenziale tutto e il contrario di tutto. La legge, poi, arriva spesso
molto tardi rispetto al fenomeno che deve normare, e talvolta risulta inefficace
già fin dal suo nascere. Ammesso che si faccia la legge...».
Che cosa intende dire?
«Che il Parlamento spesso agisce in base a ragioni di maggioranze, di
opportunità del momento politico, di convenienza di una parte o dell’altra».
Come dev’essere la durata di un “processo
giusto”?
«I tempi sono noti: 3 anni per il primo grado, due anni per il secondo, e 1 anno
per la Cassazione, l’ultimo livello di giudizio».
E invece?
«E invece basta guardare ai ricorsi alla casistica di condanne dell’Italia alla
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per vedere quanti processi, specie civili,
durano quindici, venti, o anche oltre 25 anni. In Italia è diventato quasi
normale che si fissi l’udienza successiva di un processo civile due anno dopo,
talvolta anche tre. Come si può aver fiducia in una giustizia che lavora con
questi tempi?»
Negli ultimi anni ci sono stati alcuni casi di risarcimenti
clamorosi, di milioni di euro…
«È vero. Riguardano processi di equa riparazione per errori giudiziari (il
risarcimento nel caso del vero e proprio errore si chiama così). Ad esempio, il
“caso-Barillà”, uno dei casi storici di cui si è occupata l’associazione, ha
ottenuto il risarcimento di 4,6 milioni di euro. In quella vicenda, oltre
all’errore giudiziario, c’era il problema di 5 anni e mezzo di ingiusta
detenzione. Ma la vera novità è che per la prima volta era stato accolto dal
giudice il concetto di risarcire il danno esistenziale, ossia le conseguenze
pesantissime subite dalla vittima dell’errore che ne peggiorano definitivamente
la qualità della vita. Il danno esistenziale va ad aggiungersi agli altri: danno
morale, biologico, e via dicendo».
Qual è la vostra posizione? Che siano i magistrati in prima
persona a pagare l’errore?
«No, noi non siamo del “partito anti-magistrati”. Anzi, pensiamo che la
contrapposizione non aiuti affatto la giustizia. La nostra posizione è
equilibrata: i magistrati possono sbagliare, come tutti; non ci interessa di
punire i magistrati, ma che venga risarcita la vittima e riabilitato il suo buon
nome. Pensiamo, tra l’altro, che di fronte al rischio dell’indennizzo, il
magistrato si autolimiterebbe e porrebbe molta attenzione nel prendere certi
provvedimenti».
Non c’è il rischio di limitare l’autonomia della magistratura?
«L’ultima cosa che vogliamo è limitarne l’autonomia, che è uno dei capisaldi
della giustizia. Il magistrato è e deve rimanere autonomo».
È sempre del giudice la colpa dell’errore?
«Per la mia esperienza no. Lo è nel 50 per cento dei casi, l’altro 50 è di noi
avvocati. Sapesse quanti ne vediamo commessi dai colleghi: ricorsi dimenticati,
scelte difensive sbagliate, errori procedurali. Tanta giustizia ingiusta viene
anche da scarsa preparazione di una parte della nostra categoria».
EURISPES: RAPPORTO SUL PROCESSO PENALE. La verità che mancava sul funzionamento del processo penale in Italia.
Nell’aprile del 2007 l’Eurispes e la Camera Penale di Roma, a suggello di un accordo operativo e scientifico, organizzavano e realizzavano una indagine – la prima del suo genere – volta a verificare, secondo i criteri rigorosi della scienza statistica, che cosa accadesse davvero nelle aule giudiziarie della Capitale impegnate nella celebrazione dei processi penali ordinari. L’idea della ricerca nasceva dalla constatazione, pur tuttavia non documentata fino a quel momento, che l’esperienza quotidiana nelle aule di giustizia offrisse indicatori sul processo penale non espressi dai dati generali raccolti ufficialmente, che non spiegano in definitiva quali siano le vere ragioni del malfunzionamento del sistema. Si è, insomma, in grado di misurare con esattezza la temperatura febbrile del paziente, ma non si ha la minima idea delle cause della malattia.
È nata così l’idea di una ricerca destinata a costituire un punto di non ritorno nelle annose dispute sulle cause della durata irragionevole dei processi penali in Italia.
Ad un anno di distanza la stessa indagine è stata ripetuta con un ambizioso obiettivo: monitorare i procedimenti attraverso l’analisi di un campione statistico nazionale e comparare i risultati con quelli già ottenuti su Roma. Si è trattato di un impegno organizzativo davvero straordinario, che ha coinvolto ben 27 Camere Penali territoriali secondo le indicazioni di natura statistica elaborate dall’Eurispes, e con la conseguente analisi di un numero imponente di dati da analizzare: 12.918 schede, ciascuna corrispondente ad un processo penale monitorato. Una indagine innovativa, realizzata sul campo con l’obiettivo di far emergere i veri problemi che attanagliano il nostro sistema giudiziario, attraverso il monitoraggio dei processi che si sono svolti nei Tribunali di: Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese e Venezia.
Le giornate di rilevamento sono state organizzate con lo specifico obiettivo di ricostruire e rispettare nel modo più fedele l’organizzazione delle udienze nei singoli Fori considerati. Il monitoraggio ha rigorosamente seguito l’intero arco temporale delle singole udienze: tutti i rilevamenti sono iniziati con l’apertura della udienza, e si sono conclusi con la chiusura della udienza stessa. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia.
Quanto incide, nel normale corso di un processo penale, l’impedimento a comparire del difensore perché impegnato in altro processo, e quanto la mancata citazione dei testimoni per l’udienza da parte del Pubblico Ministero? Quanto incide la nullità dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, con conseguente regressione della fase processuale, e quanto l’assenza del Giudice titolare? E quanto gli errori nella notifica degli atti, o le assenze dell’interprete o dei periti, o la mancata comparizione dei testimoni pur regolarmente citati per l’udienza, a cominciare da agenti o ufficiali di Polizia giudiziaria?
Queste le domande alle quali l’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione Camere Penali Italiane ha voluto dare risposta. L’analisi comparata di alcuni dei dati principali di questa ricerca, se da un lato offre in qualche caso la conferma di una Italia “a due velocità”, sembra in realtà indicare piuttosto che la crisi strutturale del processo penale, nei suoi quasi esclusivi profili organizzativi ed amministrativi, non salva alla fine dei conti nessuna area del Paese, restituendoci una inconsueta unità del Paese nel segno di un naufragio della giustizia penale.
DATI MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, DIPARTIMENTO PENITENZIARIO. CARCERE: ICONA DELL'INGIUSTIZIA.
Dall'analisi complessiva del "pianeta carcere", compiuta in questi anni dagli eletti Radicali con visite sistematiche negli Istituti di Pena, emerge la fotografia di una situazione di vero e proprio sfascio di legalità.
Popolazione detenuta in Italia è cresciuta egli ultimi dieci anni dell’80%. A fronte di spazi e strutture rimasti sostanzialmente invariati. E quindi sempre più invivibili. Ci sono detenuti stipati in posti in cui si fa una sadica economia dello spazio: a Poggioreale dovrebbero essere in 1308, ma ci stanno in più di 2.200. Per lo più stranieri. E le cose non vanno meglio a Regina Cœli, San Vittore e negli altri istituti “metropolitani”. Ci sono quelli che stanno in edifici vincolati dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici, in stabili costruiti nel ‘700 - ‘800, decadenti e privi di spazi si socialità, di aree verdi e di qualunque struttura sportiva. Posti in cui anche l’aria sembra vecchia. Ci sono quelli che stanno nelle carceri più nuove: quelle che hanno fatto la fortuna di progettisti e architetti che potremmo definire “sperimentali”. A Padova “Due Palazzi” la pavimentazione non è mai stata finita e pochi anni dopo l’inaugurazione è stato necessario rifare l’intero sistema idraulico in quanto completamente marcito. Ad Asti i consiglieri regionali radicali del Piemonte hanno denunciato che il carcere costruito nel 1990 non è mai stato allacciato alla rete idrica: l’acqua è prelevata grazie a dei pozzi artesiani da una falda molto calcarea che danneggia tubature e caldaie…quindi docce, celle e cibo freddi. A Catania non solo non fa freddo, ma non esiste neppure il problema dell’acqua, che non c’è. Semplicemente. Mentre a Vicenza le sbarre affondano in una zona paludosa, con fognature intasate, sangue di zanzare sulle pareti e pioggia in biblioteca. Poi ci sono quelli che vivono nelle cosiddette “carceri d’oro”, costate miliardi di lire ai contribuenti degli anni ’80, progettate per fronteggiare l’emergenza terrorista, ma costruite ed aperte con qualche anno di ritardo sulla tabella di marcia della Storia. La priorità è data alla sicurezza, a scapito della vivibilità. Lontane dai centri abitati e mal servite dai mezzi pubblici. Eppure tutte le carceri hanno qualcosa in comune: hanno tutte (o quasi) bagno e cucina nello stesso locale; cambio lenzuola ogni 15 giorni; cesso alla turca o water separato dagli sguardi e dalla vita degli altri da un muretto alto appena un metro e poi decadenza e decrepitudine.
Tutte le carceri pugliesi vanno chiuse, «sono fuori legge». È quanto denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, alle luce delle visite effettuate negli istituti penitenziari della regione per verificare le condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria.
«La situazione di degrado delle condizioni igienico-sanitarie dovuta alla fatiscenza delle strutture carcerarie – si legge in una nota firmata da Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe – è stata aggravata dal grave sovraffollamento dei detenuti che ormai ha superato la popolazione detenuta prima dell’indulto, con circa 3600 detenuti, di cui 600 stranieri». Per questo motivo, il sindacato ha inviato alle Asl competenti una richiesta di intervento ai sensi dell’art.11 della legge 345/75 e successive modificazioni che prevede che «il medico provinciale (ora Asl) visiti almeno due volte l’anno gli istituti di prevenzione e di pena allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitario, l’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti» e riferisca «sulle visite compiute e sui provvedimenti da adottare al ministero della sanità e a quello di grazia e giustizia informando i competenti uffici regionali e il magistrato di sorveglianza».
Se le cose «non cambieranno – continua la nota - interverrà la magistratura ordinaria a cui nei giorni scorsi abbiamo trasmesso per conoscenza una dettagliata relazione informando della situazione anche il magistrato di sorveglianza, l’ispettorato del lavoro, il presidente della regione, i presidenti delle province, i sindaci interessati». L'attuale situazione, infatti, secondo il sindacato, «oltre ad andare contro alcune leggi costituzionali ed ordinarie che dovrebbero tutelare i lavoratori nonché la popolazione detenuta, ne offende la dignità». Durante le sue visite nei penitenziari pugliesi, il Sappe afferma di aver trovato stanze di 1,5 x 3 metri che ospitano fino a 5 detenuti, stanze per 3 posti con 7 detenuti senza acqua, cubicoli stretti e maleodoranti con il bagno a vista, sezioni detentive in cui cadono pezzi di intonaco, muri scrostati, precaria assistenza sanitaria, mancanza di medicinali, cucine fuori legge, sezioni detentive scarsamente illuminate che emanano cattivi odori dovuti all’umidità, al fumo, al cibo, nonché detenuti affetti da diverse patologie, che vivono in maniera promiscua, mancando letti, materassi, lenzuola e coperte.
Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato.
I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».
Purtroppo Stefano non è da solo a morire di carcere. Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall’Associazione Contro Tutte le Mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di cui 56 per suicidio.
Le condizioni inumane della vita carceraria, ovvero la consapevolezza di essere innocente, spinge chi, spesso è un povero cristo senza sponsor e senza difesa, a scegliere la via più breve verso la libertà. Tutto questo nell’indifferenza di chi addita in altri le proprie colpe o collusioni.
Sui network nazionali spesso si fanno battaglie per i canili lager, per difendere i diritti degli animali. Ma un’informazione foraggiata e politicizzata si dimentica di illuminare le nefandezze perpetrate dal sistema sugli umani. Così come non si capisce il silenzio o la diplomazia delle associazioni tematiche.
Gli ultimi dati ministeriali disponibili ci parlano di 64.595 detenuti, a fronte di una capienza sui 205 istituti di 43.186 unità. Ben 21.409 detenuti in più stipati uno sull’altro, come cavie.
Il dato allarmante, che mette all’indice il sistema giudiziario, è che solo il 48,5 % di questi ha subìto condanna (31.363). Il resto, si badi bene, è formato da persone presunte innocenti (33.232)!!
Ma un dato salta agli occhi. Se da un lato gli italiani in carcere presunti innocenti sono il 47 %, per gli stranieri il dato balza al 58 %.
Indigenza è sinonimo di difesa inadeguata, quindi il parallelismo: povero = colpevole.
Ai ben pensanti, giustizialisti e garantisti a senso unico, è bene rammentare un fatto: uno stato di diritto ad elevata civiltà giuridica deve pretendere “pena certa e riabilitativa in giusto processo”.
Solo così si può dare rispetto a quelle istituzioni che lo pretendono senza meritarlo.
"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra il comandante delle guardie del penitenziario e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.
Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.
In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.
Abusi e violenze sui detenuti, un dossier infinito…
Oltre al G8, i casi più eclatanti e "politici" sono il pestaggio nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000, le botte e gli inni fascisti al Global forum di Napoli nel 2001. In entrambi i casi governava il centrosinistra. Federico Aldrovandi 17 anni, muore durante un controllo di polizia a Ferrara. Sotto processo ci sono quattro poliziotti. Aldo Bianzino, arrestato per possesso di marijuana, non uscirà vivo dal carcere di Perugia. L’inchiesta è stata archiviata. Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato. I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».
Storie di pestaggi, di abusi, di violenze usate per estorcere notizie. Ma anche di soprusi su "diversi" e luogo di numerose morti "misteriose". Il carcere italiano è anche questo: la sospensione dello stato di diritto avviene spesso.
Analizzando la situazione penitenziaria degli ultimi anni si ottiene un dossier infinito che evidenzia testimonianze, accertate, di "maltrattamenti" e casi di tortura. Quella tortura assente nel codice penale, considerata erroneamente dalla maggior parte della popolazione un affare lontano. Non è così. Il film della tortura in Italia passa per tre istantanee: il pestaggio contro i detenuti al carcere di San Sebastiano (Sassari) nel 2000, la repressione del movimento no global a Napoli, il 17 marzo 2001 e a Genova tra il 20 e 22 luglio dello stesso anno. Tutto senza soluzione di continuità tra governi di centrosinistra o centrodestra.
Lunga è la lista di persone che si sarebbero suicidate in carcere o morte per "cause naturali". Solo la testardaggine dei familiari o l’inchiesta di qualche pm hanno permesso di riaprire casi che hanno portato alla condanna di agenti di polizia penitenziaria. Qualche esempio. Il 4 febbraio 2008 un internato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario "Filippo Saporito" di Aversa muore "suicida" in circostanze ancora da definire. All’età di 17 anni gli era stata diagnosticata una "schizofrenia paranoidea". "Come fa un paziente schizofrenico - sostiene la madre - a impiccarsi con tutta tranquillità, di notte? Dove stavano le guardie?". Si attendono ancora gli sviluppi. Intanto ad Aversa i "suicidi" non si sono arrestati.
Uno dei casi più eclatanti è quello di Marcello Lonzi. L’11 luglio 2003 il giovane, 29 anni, viene trovato morto, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l’autopsia la morte sarebbe avvenuta a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. La madre, pensando a un violento pestaggio, sporge denuncia: "Ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un manganello. Non sono i segni di una caduta". Il caso è stato archiviato. Con tanti dubbi. Non molto differenti le circostanze della morte di Aldo Bianzino, non sopravvissuto alla prima notte di fermo per possesso di marijuana. Anche in questo caso l’inchiesta è stata archiviata.
Ma i casi raccolti dall’associazione Antigone sono tantissimi. La formula legale è sempre la stessa: "Gli accertamenti medico-legali hanno dimostrato che il decesso era avvenuto a seguito di violenze perpetrate da persone accanitesi contro di lui con calci, pugni e corpi contundenti, sì da procurare lesioni letali".
Episodi di "semplice" maltrattamento sono invece ancor più numerosi. Tra i soggetti più colpiti gli immigrati. "Mettiti in ginocchio, prega la Madonna e bacia la bandiera italiana", sono gli ordini diretti a B. M., detenuto marocchino, da un agente di polizia penitenziaria rinviato a giudizio per violenza privata. L’episodio risale al marzo 2006 nella casa circondariale di Nuoro. A Biella, all’interno del carcere, nel 2002 è stata trovata una "cella liscia" dove i detenuti sarebbero stati perquisiti e poi colpiti con violenti getti d’acqua sparati da un idrante. Nel fascicolo aperto dalla magistratura si parla di abusi e pestaggi, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. In tutto vi sono a tutt’oggi cinquantanove persone indagate. Denunce analoghe a Palermo, Firenze, Forlì, Frosinone, Lecce e Milano. Qui, a San Vittore, O. R., meglio noto come Mohamed l’egiziano, considerato la "mente" dell’attentato dell’11 marzo a Madrid 2006, ha denunciato per maltrattamenti, abusi, torture e umiliazioni: come le richieste di "pregare per loro", "insulti a Dio, al Corano e all’Islam", oltre a minacce di "stupri alle donne musulmane".
In base alle convenzioni internazionali c’è però una differenza tra il "maltrattamento", anche grave, e la "tortura". "Sono questi tre elementi a distinguerli - spiega Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura - la gravissima sofferenza inflitta, la volontà di infliggerla e la finalizzazione". E a Genova e a Napoli c’era una volontà politica, una cabina di regia. "Durante le giornate genovesi non si tratta di abusi di una o più mele marce, bensì emerge un quadro in cui la struttura nel suo complesso si è caratterizzata in questo tipo di funzionamento", sostiene Palma. Le testimonianze gli danno ragione: dita intenzionalmente divaricate fino a determinare la rottura dei legamenti fino all’osso, persone ferite picchiate sulla ferita stessa e altri trattamenti inumani e degradanti inflitti ai manifestanti.
Una volontà di infliggere sofferenza motivata dal volere umiliare e punire la persona detenuta. Le situazioni a Napoli nel marzo 2001 (esecutivo Amato) sono state descritte con modalità analoghe: polizia e carabinieri caricano il corteo e trattengono 80 persone anche prelevandole dal pronto soccorso. Gli arrestati, condotti nella caserma Raniero, subiscono lesioni. Così come il sistematico pestaggio avvenuto il 3 aprile 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari è una punizione collettiva ai detenuti che avevano "osato" protestare per la mancanza di viveri e acqua. "Tutto ciò mi fa dire che questi tre episodi vanno al di là dei pur gravissimi casi di pestaggi individuali", aggiunge Palma che poi conclude: "Anche se comunque non vanno sottovalutati, in quanto anch’essi indicativi di una cultura pericolosa".
NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE
La Terza Sezione Penale della
Corte di Cassazione (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08) ha stabilito che
non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente
imputato poi assolto.
I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni
provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la
riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia
cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo
(legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in
sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi
la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta,
cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di
assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali
diverse, la riparazione dello stesso danno".
(IN)GIUSTIZIA: 5 MILIONI GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI
Secondo un calcolo compiuto dall’Eurispes nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 5 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.
Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
Sui giornali si parla di storie di uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva.
"Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada".
Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione.
L’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela. E se la storia dell'errore giudiziario potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. Nel nostro ordinamento non esiste una norma che "indennizza l’ingiusta imputazione. Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare". Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. Nel "giro" si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora.
Giusta pena in giusto processo, ma dai resoconti giornalistici sul caso Stroppiana, il delitto della logopedista Marina di Modica, qualcosa non quadra. Nessuno osa criticare la sentenza. La Cassazione ha condannato Paolo Stroppiana per un delitto in cui si nota: niente arma, niente corpo, niente movente.
La Cassazione ha condannato un imputato per omicidio preterintenzionale che: o doveva essere assolto con formula piena; o doveva essere condannato per omicidio volontario e soppressione od occultamento di cadavere. Non esiste in diritto una via di mezzo !!!
Ilaria Cavo ha scritto “Il cortocircuito”. I casi di errori giudiziari sono un fenomeno reale e in forte crescita nelle aule dei tribunali italiani. Imprenditori, politici, star dello spettacolo e molto più spesso comuni cittadini sono vittime di frequenti errori, omissioni o banali equivoci con conseguenze però tragiche per le loro vite: nella maggior parte dei casi, per la lentezza della burocrazia italiana, saranno costretti a un calvario di anni o addirittura decenni alla fine del quale in molti casi saranno riconosciuti innocenti. Ilaria Cavo ci racconta le storie di alcune di queste persone, vicende spesso drammatiche, a volte tanto assurde da apparire grottesche, come quella di Elvio Zornitta, sospettato ingiustamente per anni di essere il famigerato Una bomber, o quella di Carlo Rossi, un normale responsabile amministrativo, arrestato per corruzione e poi assolto dopo una via crucis durata quindici anni.
“Il cortocircuito. Storie di ordinaria ingiustizia”, di Ilaria Cavo. In carcere da innocenti. Dal dj arrestato per un’intercettazione male interpretata al carabiniere infiltrato tra i pusher e accusato di spaccio. Marcello parla al telefono. Dice: “Vengo, prima passo a prendere Maria”. Si riferisce a un’amica che si chiama Maria, ma chi intercetta la conversazione si convince che stia parlando di marijuana. E, quando Marcello parla di “bibite”, pensa stia discutendo di dosi di stupefacenti. Peggio ancora quando informa un amico di stare trasportando delle “casse”: si tratta di altoparlanti per una serata musicale, ma chi intercetta collega la frase allo spaccio, immaginando che stia trasportando casse di droga. Per colpa di quelle telefonate, di quelle parole normalissime diventate segnali di colpevolezza, Marcello Maganuco ha passato due anni in galera. Prima nel carcere Malaspina di Caltanissetta, dove è entrato il 6 giugno 2001, poi ad Agrigento, da cui è uscito soltanto il 13 maggio 2003.
Troppe assurdità.
Questa storia assurda di mala-giustizia la racconta Ilaria Cavo, brava giornalista di Mediaset che per conto del programma Matrix si è occupata di celebri casi di cronaca nera. È contenuta, assieme a un’altra decina di simili situazioni, nel libro “Il cortocircuito. Storie di ordinaria ingiustizia”. Le vicende contenute nel volume riguardano per lo più casi che non hanno attirato su di sé l’attenzione dei media. Sono passati abbastanza in sordina. E forse per questo sono ancora più sconcertanti. Così come fa restare allibiti ciò che è capitato a Marcello Maganuco. Tutto succede perché i carabinieri di Gela, durante un’indagine su un traffico di droga in città, s’imbattono in una telefonata che G.M., presunto spacciatore, ha fatto a Marcello. Gli chiede un numero di telefono, quello di S.G., considerato dalle forze dell’ordine uno dei personaggi di spicco dell’organizzazione criminale su cui stanno indagando. Perché G.M. chiama Marcello? Perché Marcello lavora nelle discoteche, fa il deejay e il pr, incontra tantissima gente, organizza serate, trasferte in pullman, liste per entrare nei locali. Ha la sola responsabilità di conoscere due sospetti. Si limita a fornire un numero di cellulare, scandito cifra dopo cifra come emerge dall’intercettazione. Da quel momento, però, le sue parole al telefono sono ascoltate con attenzione e alcune conversazioni vengono considerate equivoche. Così Marcello viene arrestato e sconta due anni di custodia cautelare in attesa del processo. Che lo assolve da ogni accusa. Il suo calvario giudiziario, però, non è terminato. A causa della galera, Marcello - oltre a perdere due anni di vita - ha ritardato la maturità. Nei giorni dell’arresto avrebbe dovuto sostenere l’esame. A patto che entrasse in aula, davanti a tutti i compagni, con le manette ai polsi. L’umiliazione era troppo grande, ha rifiutato di sostenere il colloquio. Per guai come questi e per 24 mesi di ingiusta detenzione, ha chiesto un risarcimento allo Stato: 516 mila euro. La prima volta li ha richiesti nel 2005, ma la Corte di appello di Caltanissetta glieli ha negati. Motivo? Se l’hanno tenuto due anni in gabbia per niente è colpa sua. Colpa delle telefonate “ambigue”, considerate un “comportamento gravemente colposo”. Dunque uno telefona e anche se sono gli investigatori a capire male, la responsabilità è tutta sua. Marcello ha fatto ricorso, nel febbraio 2009 la Corte di cassazione gli ha dato ragione. Ma niente: nel dicembre dello stesso anno la Corte d’appello di Caltanissetta si è opposta di nuovo il risarcimento. Contando che la sua trafila è iniziata nel 2001, Maganuco è in ballo da circa 9 anni.
Nessun risarcimento.
Succede a
quasi tutti i protagonisti del libro della Cavo. Finiscono in galera
ingiustamente, qualche giudice riconosce gli errori dei suoi colleghi - dopo
tempi d’attesa lunghissimi - ma poi lo Stato, per i motivi più vari, rifiuta di
pagare dazio. Intanto, la vita di queste persone ne esce a pezzi. Altro caso
stupefacente è quello di Carlo Rossi, geometra di Feltre. Lui ha scontato solo 4
giorni di carcere - comunque troppi, visto che immotivati - ma la sua vicenda
processuale è durata dal 1995 al 2005, anno in cui è stato riconosciuto
innocente. Vanno poi aggiunti ulteriori tre anni di visite al tribunale per
farsi riconoscere un risarcimento, negato.
Che ha fatto Carlo Rossi? Ha cercato di far risparmiare soldi alla Ulss (unità
sanitaria locale) di Belluno, per la quale lavorava. “Con la fusione delle unità
sanitarie locali di Agordo, Cadore e Belluno in un’unica Ulss, come responsabile
dell’economato, mi sono reso conto che uno stesso prodotto (in questo caso le
strisce per l’esame del diabete) veniva acquistato a prezzi differenti, a pochi
chilometri di distanza”, spiega Rossi. Il quale decide di svolgere un’asta tra
fornitori per abbassare il prezzo. E ci riesce: spunta una cifra che dimezza la
spesa a carico della struttura sanitaria. Ad aggiudicarsi la fornitura è la
ditta Boehringer, e qui cominciano i guai. M.S., referente commerciale
dell’azienda, è intercettato mentre parla con Rossi di prezzi e offerte. Poi,
mentre spiega ad altri di conoscerlo. Chi ascolta i nastri ne deduce che il
geometra sia colpevole di abuso d’ufficio. O di corruzione (il capo
d’imputazione viene cambiato tre volte, cosa che non favorisce certo la difesa).
Non c’è traccia di soldi che provino la corruzione. L’azienda che Rossi avrebbe
favorito ne risulta danneggiata - aveva già contratti a cifre molto più alte,
non si capisce perché avrebbe dovuto farseli cancellare - e non si riscontrano
reati. Eppure il geometra prima finisce dentro per quattro giorni. Poi deve
affrontare un iter impressionante, fino ad essere scagionato. Dopo oltre dieci
anni di caos, sapete che ha ottenuto Rossi? Un risarcimento? Macché. Una
richiesta di 38 euro da pagare per i diritti di cancelleria da parte del
Tribunale di Belluno. Altra storia allucinante è quella di Gian Mario Doneddu.
Sessanta anni, maresciallo dei carabinieri, ha ottenuto notevoli riconoscimenti
internazionali (uno pure dal generale Dalla Chiesa) dopo una sfolgorante
carriera da infiltrato. Sembrava destinato a un grande successo professionale,
finché nel 1997 viene condotto in carcere. Si trova all’estero, per un incarico
prestigioso. Rientra immediatamente, dunque non c’è dubbio che voglia scappare,
ma viene richiesta la custodia cautelare (poi revocata). Accade che un
collaboratore di giustizia, ex spacciatore, lo accusa di aver approfittato del
suo ruolo di infiltrato per intascare droga. L’indagine riguarda vari colleghi,
alcuni dei quali effettivamente colpevoli. Ma lui non c’entra. Viene coinvolto
perché il suo nome è erroneamente inserito nel verbale d’interrogatorio del
pentito. Una trascrizione sbagliata. Doneddu affronta un iter giudiziario durato
11 anni: nel 2009 viene scagionato. Gli serve un tempo infinito per dimostrare
che non c’entrava, per ottenere le registrazioni degli interrogatori in cui il
suo nome non compare e la sua posizione appare chiara: è innocente. Farà ricorso
per chiedere un risarcimento, ma nel frattempo gli hanno stroncato la carriera.
Leggendo le storie come la sua, e come le altre raccontate da Ilaria Cavo, viene
da pensare una cosa sola: la riforma della giustizia è da fare. Subito.![]()
“Cento volte Ingiustizia”, libro di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone.
Cento casi di errori giudiziari, ricostruiti con l'unico intento di sollevare una riflessione approfondita su una delle più attuali e delicate questioni della giustizia. La prefazione è affidata a Roberto Martinelli.
L'opera vede anche l'intervento di altri quattro addetti ai lavori: il giudice Ferdinando Imposimato; l'avvocato Carlo Taormina, docente di procedura penale presso l'Università di Tor Vergata di Roma; Severino Santiapichi, per anni presidente della Corte d'Assise di Roma, ex procuratore generale presso la Corte d'Appello di Perugia; Renato Borruso, ex magistrato della Corte di Cassazione.
L’idea di raccogliere in un volume cento storie di cittadini travolti dalla macchina della giustizia, nasce dal caso della piccola Miriam Schillaci, la bambina uccisa da un tumore che un medico aveva scambiato per violenza sessuale commessa dal padre. L’errore diagnostico indusse il giudice a sbagliare nel ritenere il genitore colpevole, e il giornalista a sbattere in prima pagina un “mostro” innocente.
Medico, magistrato e giornalista sono i rappresentanti delle tre corporazioni alle quali il cittadino affida la tutela della salute, della libertà e dell’onore. Per questo, quando queste categorie professionali cadono in errore, le conseguenze finiscono per avere un’incidenza maggiore sulla vita della gente.
Nel processo penale vige il libero convincimento del magistrato. Il suo giudizio è sovrano, prescinde dall'imponderabilità delle prove e degli indizi, dalle opinioni contrastanti dell'accusa e della difesa. Quel principio consente un'interpretazione dei fatti il più delle volte attendibile e verosimile, ma mai veritiera al punto di essere considerata del tutto aderente alla realtà storica. Il tentativo di far coincidere verità giudiziaria e realtà storica è la causa di molti errori giudiziari. Obiettivo del giudice è far emergere l’effettivo svolgimento dei fatti, affinché tra questo e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. In caso di conflitto tra le due verità (storica e processuale) il giudice è tenuto comunque a seguire soltanto quella processuale. Anche se intuisce la verità reale, il magistrato deve tener conto delle risultanze del processo che possono anche portare lontano dall'effettivo svolgimento dei fatti. Di qui la possibilità di cadere in errore. Trasformando un pronunciamento di giustizia in una chiave che apre le porte a un vero e proprio dramma.
Nell'emettere la sentenza, il giudice fonda il suo convincimento su elementi che gli provengono comunque da altri soggetti: i verbali, le sensazioni personali del testimone, i vuoti di memoria, l'interesse inconscio dell'imputato a nascondere uno spicchio, anche infinitesimale, di verità. Si arriva così alla formulazione di un verdetto che si allontana dalla verità, intesa come ricostruzione asettica dell'evento che ha dato origine al processo. Quando questo divario assume proporzioni macroscopiche e irreversibili, si finisce per commettere un errore giudiziario: un innocente si ritrova in carcere, condannato da una sentenza che lascia in libertà il vero colpevole del reato.
Le cronache riferiscono che l’errore è un’ipotesi che si verifica sempre più frequentemente. Le statistiche confermano che in carcere finisce un gran numero di innocenti. Le assoluzioni hanno toccato punte altissime. Si è tentato di creare una legge che regolasse la responsabilità del giudice che sbaglia. Ma il Parlamento ha approvato norme che prevedono la responsabilità dello Stato-giudice e non del singolo magistrato.
Fortemente voluta da un largo schieramento politico, nata da un referendum che provocò tante lacerazioni nel tessuto sociale del paese, la legge sulla responsabilità del magistrato ha finito per tradire le aspettative di coloro che credevano di poter ottenere una giustizia più sollecita, più corretta, più efficiente.
Fu il caso Tortora a mettere in moto il meccanismo della consultazione popolare. La vicenda umana del popolare presentatore, accusato di essere un camorrista e uno spacciatore di droga e poi scagionato, fu la bandiera che i promotori del referendum usarono per far cadere la barriera che il codice civile poneva alla chiamata in giudizio del magistrato responsabile di gravi errori commessi nella gestione del suo potere. Anni dopo l’entrata in vigore della legge, si rivelano esatte le previsioni di coloro i quali avevano manifestato scetticismo sull’effetto deterrente che le nuove norme avrebbero potuto avere sulla corporazione dei giudici. Il legislatore ha voluto salvaguardare l’autonomia del giudice, la sua libertà di applicare la legge, la sua indipendenza. Probabilmente c’è riuscito e lo ha fatto in un momento in cui tutti questi valori sono posti in discussione. Ma non ha realizzato quel regime di tutela del danneggiato pari a quella che altri paesi europei hanno introdotto nei loro ordinamenti.
E la gente lo ha capito: la giustizia continua a funzionare male come nel passato; i giudici continuano a sbagliare, senza curarsi troppo dei loro errori. Anche perché sanno che nel peggiore dei casi c’è un assicurazione che paga. Alcuni sbagliano in buona fede, altri meno. Alcuni perché non hanno strumenti adeguati e strutture idonee, altri perché si ritengono baciati dal dogma dell’infallibilità.
Ogni anno il gran numero di assoluzioni ripropone il tema della “giustizia-ingiusta”. La percentuale degli imputati assolti si aggira di media intorno al 40 per cento. Ma perché solo una piccola parte di questi si rivolge allo Stato per essere risarcita? Paura, sfiducia nelle istituzioni, voglia di dimenticare? Difficile rispondere. Ogni storia ha un suo risvolto che non consente interpretazioni generalizzate.
Non tutti gli assolti erano innocenti. Molti, forse, erano colpevoli e la giustizia li ha scagionati perché non è riuscita a dimostrarne la colpevolezza. Non tutte le assoluzioni presuppongono errori dei magistrati. Di certo la stragrande maggioranza di queste persone aveva probabilmente diritto a un risarcimento del danno subìto per essere stata ingiustamente sottoposta a un procedimento penale. Ma ha taciuto, si è tirata in disparte, ha preferito chiudere i suoi conti in perdita con la giustizia e mettere una pietra su un’esperienza triste e disarmante.
Luciano Rapotez - una delle più celebri vittime di errori giudiziari - sostiene che dal giorno in cui è nata l’Italia repubblicana, gli innocenti perseguitati dalla giustizia sono stati cinque milioni. Non tutti hanno subìto il carcere, ma tutti sono stati coinvolti in vicende che non li riguardavano. Da oltre quarant’anni Rapotez combatte per far valere il proprio diritto a essere risarcito. Fu accusato, innocente, di aver assassinato un orefice, la sua amante e la cameriera. Diventò “il mostro di san Bartolomeo” e scontò tre anni di carcere. Assolto, ha fatto causa allo Stato, ma i tempi della giustizia sembrano eterni: “Aspettano la mia morte - dice - ma non intendo dargliela vinta”.
Non tutti hanno la sua tenacia e la sua forza d’animo: i dati più recenti rilevati nelle corti d’appello e relativi ai procedimenti in corso sono disarmanti per la loro esiguità. le cause promosse contro lo Stato per responsabilità civile del giudice, ingiusta detenzione ed errore giudiziario sono state poche. Come dire che solo una persona su cento ha avuto il coraggio di farsi avanti per avere giustizia. Se da una parte la legge sulla responsabilità del giudice ha fallito il suo scopo, se non si è dimostrata uno strumento valido a garanzia del cittadino, dall’altra c’è una qualche resistenza anche nel chiedere l’indennizzo per ingiusta detenzione. L’istituto è stato introdotto dal nuovo processo penale e consente all’imputato che ha subìto un periodo di carcerazione preventiva ingiusta, di ottenere un risarcimento.
L’indennizzo prescinde dalla responsabilità del magistrato che ha convalidato il provvedimento restrittivo della libertà. È una sorta di riparazione dell’errore fisiologico, del rischio imprevedibile di ogni processo. Al momento dell’entrata in vigore del nuovo rito penale, rappresentò una novità assoluta della nostra legislazione, che conosceva fino ad allora soltanto l’istituto dell’errore giudiziario. Quest’ultimo presupponeva invece una sentenza di condanna e una successiva revisione del processo. Il caso più clamoroso è rimasto quello di Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo per aver ucciso il fratello che si scoprì, dopo qualche anno, essere vivo e vegeto.
Di certo la giustizia che sbaglia non paga. Non pagava prima del referendum, non ha pagato dopo la legge sulla responsabilità civile dei giudici, non paga ora. È una realtà che Enzo Tortora aveva intuito prima di morire. Per il suo calvario di presunto colpevole nel processo alla Nuova camorra organizzata, aveva citato in giudizio lo Stato per ottenere un risarcimento di cento miliardi. Una richiesta assurda, pensarono in tanti. In realtà, la sua fu solo una provocazione, un modo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su un problema reale che tanti anni dopo resta ancora irrisolto.
Proprio Tortora fu una delle prime vittime di errore giudiziario provocato dalla testimonianza di alcuni pentiti. Erano ancora gli anni Ottanta e i collaboratori di giustizia non erano riconosciuti come fonte di prova nel processo penale. Dopo le testimonianze dei Buscetta, dei Mutolo, dei Contorno, il Parlamento ha riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia e la quasi immunità per tutti i delitti commessi prima di quello che i giudici definiscono “ravvedimento operoso”. La nuova legge è stata interpretata da due sentenze della Suprema Corte, che hanno di fatto scardinato il sistema garantista che proteggeva l’imputato dalle possibili verità di comodo, imponendo al magistrato un controllo diretto e puntuale su ogni affermazione del collaborante. Fino al 1992 la Cassazione aveva sempre sostenuto l’esigenza che ogni affermazione di un pentito dovesse trovare riscontro nei fatti. Tutto ciò comportava un impegno assai gravoso per la pubblica accusa. Trovare riscontri su storie di mafia lunghe decenni e raccontate “a puntate” risultò impossibile. Di qui il nuovo corso della giurisprudenza che ha facilitato il compito dei magistrati, introducendo il principio secondo il quale la concordanza tra due testimonianze parallele equivaleva al riscontro. Un’assurdità bella e buona, che la giurisprudenza riconoscerà cambiando di nuovo il corso della giustizia, quando si accorgerà che i pentiti parlano tra loro, studiano le carte dei processi, hanno avvocati in comune, al dibattimento danno prova di capacità mnemonica fuori dall’ordinario.
Uno degli ultimi casi in cui si è parlato di errore è il processo Pacciani. La pubblica accusa, dopo aver sostenuto con ostinazione e fermezza - e poi ottenuto - la condanna dell’imputato, ha fatto macchina indietro e ne ha chiesto l’assoluzione. Il processo era durato sette mesi e trenta udienze dibattimentali e si era concluso con una condanna all’ergastolo per quattordici dei sedici omicidi commessi dal “mostro di Firenze”. Senza disporre nuove indagini e basandosi solo sulla lettura della sentenza di condanna, la procura generale ha rimesso in discussione il castello probatorio costruito a carico dell’imputato. A questo punto si è verificato un fatto senza precedenti: nel momento stesso in cui la corte d’assise d'appello stava per decidere, la procura della Repubblica - che aveva sostenuto la colpevolezza di Pacciani - ha disposto e annunciato pubblicamente l’arresto di un presunto complice del principale imputato. Per tutta risposta, la corte ha assolto Pietro Pacciani dando vita a un mostro giuridico a due teste, in cui il nuovo arrestato rischia di diventare complice di un innocente. Un mese dopo la stessa procura ha annunciato l'arresto di un terzo complice, reo confesso. A questo punto si apre uno scenario nuovo e dagli sviluppi imprevedibili. Resta il fatto che all'interno della vicenda si sia insinuato un tipo di errore assolutamente inedito, su cui giuristi e addetti ai lavori disserteranno a lungo.
“Toghe che sbagliano”, libro di Claudio Defilippi e Debora Bosi, propone le storie di innocenti reclusi, abbandonati e mai risarciti, con la beffa finale data dal fatto che nessuno ha mai pagato per questi errori giudiziari. Claudio Defilippi, avvocato del foro di Milano, già procuratore onorario presso la Procura di Reggio Emilia, è patrocinante presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. Professore presso la Scuola di specializzazione dell’Università di Pisa, è autore di varie pubblicazioni in materia di diritti umani e responsabilità dello Stato. Debora Bosi, avvocato del foro di Parma, è autrice di testi giuridici in materia di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e al Comitato per la prevenzione della tortura di Strasburgo.
Un libro che apre uno squarcio nel sistema giudiziario italiano, confermando che la sintesi dei mali della giustizia italiana è tutta qui, nei casi proposti. Casi per i quali nessun pubblico ministero ha mai pagato. Casi per i quali nessun giudice ha mai pagato. Casi sui quali, dopo, segue spesso il silenzio delle istituzioni. Casi che rasentano l’assurdo giuridico. Sono casi di mala-giustizia sconvolgenti, per i quali gli autori pongono una domanda retorica: «Quale risarcimento lo Stato dovrebbe concedere al cittadino vittima di un errore giudiziario e sottoposto al 41 bis, ossia il carcere duro?»
Da Enzo Tortora a Daniele Barillà fino a Domenico Morrone, quindici anni in galera da innocente e una causa allo Stato lunga e ingarbugliata per essere finalmente e degnamente risarcito. Ingiuste detenzioni mostruose per le quali l’Italia è il Paese più condannato in Europa, ed errori giudiziari grotteschi. Questo è un libro che narra devastanti abbagli, vite stroncate e mai riparate. Ma è anche un libro che racconta gli ingranaggi rotti della macchina giudiziaria, contro cui gli autori, tra i pochi avvocati esperti in processi di revisione, si sono scontrati per anni: «I giudici possono rigettare, de plano, senza alcun contradditorio, le richieste di revisione, pertanto il sistema impedisce, come oggi prevede la legge, il diritto pieno alla prova». Se sei innocente e finalmente, dopo anni, hai le prove, resti dentro. Grottesco, ma tutto dannatamente vero.
IL DIRITTO DI DIFESA: UGUALE PER TUTTI ???
Gli strumenti di difesa. Gli interrogatori di garanzia??
In Italia ogni giorno c’è un innocente che viene incolpato
ingiustamente ed un colpevole che riesce a farla franca. E’ in questo dilemma
che si opera. In virtù di esso, chi conosce bene la Giustizia in Italia, è
abituato a conoscere l’uomo nei momenti più tristi della sua vita: o perché è
accusato di aver commesso un crimine o perché lo ha subito. In entrambi i casi,
l’uomo della strada deve difendersi in giudizio e quindi si prepara ad andare
incontro al calvario giudiziario, che comporta il rischio di un crollo non solo
economico, ma anche sociale, familiare e psicologico.
Quanti dicono: “Se sei innocente non hai nulla da temere” sono, a dir poco,
ingenui o ignoranti, se non addirittura in malafede, perché la realtà nei nostri
tribunali è ben diversa, posto che non basta avere ragione, ma occorre
ottenerla. Sorprende l’incredulità o l’indifferenza di quei politici che prima
fanno compiere la riforma del codice penale e di procedura penale ai penalisti,
senza il supporto di veri esperti, e poi s’indignano quando le storture della
procedura penale li colpisce direttamente o da vicino. Consideriamo un attimo lo
strumento tecnico del cosiddetto “interrogatorio di garanzia” davanti al
Gip (ma un’analoga riflessione la possiamo fare, ancor prima, tra l’avviso di
garanzia e l’interrogatorio davanti al Pm). L’arresto in flagranza o il fermo,
tecnicamente misure temporanee e precautelari, sono richieste dalla Pg e dal Pm
e convalidate dal Gip, ovvero la custodia cautelare è disposta dal Gip su
richiesta del Pm. Per questi istituti fa seguito il cosiddetto “interrogatorio
di garanzia”, ma garanzia di cosa? Per chi?
L’arresto è la cosa più grave che può capitare ad una persona, perché lo priva della sua libertà personale e gli fa crollare addosso, in un attimo, tutte le certezze di una vita. Ora, una riforma penale dotata di senso umanitario e disposta secondo una giustizia amministrata in conto del popolo (non solo in nome), disporrebbe l’interrogatorio di garanzia prima dell’arresto, non dopo. Difatti, se il Gip dispone l’arresto oggi, ben motivandolo a pena di invalidità, come può il giorno dopo fare marcia indietro? Non sarà invece psicologicamente interessato (perché predisposto, anche in perfetta buona fede) a cogliere di più gli elementi di colpevolezza che quelli d’innocenza?
Il risultato di chi entra dal Gip con una situazione penalmente rilevante e ne esce con un aggravio di responsabilità (secondo il Gip, ovviamente), può essere causato: uno, dal meccanismo bizzarro dell’interrogatorio di garanzia, come suddetto; due, dalla psicologia del reo, ove questi non è consapevole (anche in buona fede) che determinate condotte corrispondono a determinate fattispecie di reato; tre, dalla “devastazione psicologica” del reo, il quale, tratto in arresto e finito sulla gogna mediatica deve fare i conti con lo stigma della colpevolezza (anziché dell’innocenza) fino a prova contraria. Per la persona accusata ingiustamente di un crimine, non contano tanto i provvedimenti giudiziari (se pur gravi e devastanti), quanto il fatto che nessuno sembra più disposto a credergli, da qui il rischio psicopatologico che col tempo tende ad accettare lo stigma della colpevolezza (ed a comportarsi di conseguenza), pur essendo innocente. Questo fattore trae in inganno molti periti psichiatri e giudici, se non sono esperti di criminologia. Togliere la credibilità al reo è il principale indizio del complotto. Ora, capita spesso che una persona quando è raggiunta da un avviso di garanzia grida al complotto; ma chiunque volesse incastrarlo, come primo atto, farebbe di tutto per togliergli l’attendibilità anche e, soprattutto, sui giornali, con articoli telecomandati.
Nei nostri tribunali, periodicamente, si lede, nei confronti dei più deboli, il diritto costituzionale dell’art. 24 al diritto di agire e di difendersi.
Si dichiara nullo il mandato dato dagli analfabeti con crocesegno autenticato dal proprio avvocato.
L’autentica del difensore vale per tutti, meno che per loro.
E’ stato sostenuto che “è inesistente, per difetto di forma, la procura alle liti con crocesegno in calce al posto della firma” (Cass. civ., II, 14 maggio 1994, n. 4718).
In questo caso la Corte di Cassazione dà interpretazione incostituzionale degli art.83 c.p.c., 110 c.p.p. e 39 att. c.p.p., che, violando l’art 3 (diritto di uguaglianza), differenzia l’autenticazione della sottoscrizione data dal difensore tra scolarizzati e analfabeti.
A questo si aggiunge l’impedimento ai soggetti con disabilità motorie di essere parti o testimoni in processi in cui hanno interesse.
Molti dei nostri uffici ed aule giudiziarie hanno delle barriere architettoniche insormontabili per i portatori di handicap. Questi soggetti deboli non possono stanziare o accedere in luoghi di giustizia aperti al pubblico, in quanto mancanti di accessi, bagni e panche idonei a loro.
A tutto questo si aggiunge la vergogna del "Patrocinio a spese dello Stato" ( legge 217/90 - 134/2001 – T.U. 115/2002)
Cos’è ?
Al fine di essere rappresentate in giudizio nei processi penali, civili ed amministrativi, sia per agire che per difendersi, le persone non abbienti possono chiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato, usufruendo dell’istituto del “Patrocinio a spese dello Stato”.
A quali condizioni di reddito può essere richiesto?
Per essere ammessi al Patrocinio a spese dello Stato è necessario che il richiedente sia titolare di un reddito annuo imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 9.723,84, rivalutati annualmente secondo dato Istat. Se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l'istante. Eccezione: si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi. Nel solo ambito dei procedimenti penali, la regola che impone la somma di tutti i redditi prodotti dai componenti della famiglia è contemperata dalla previsione di un aumento del limite di reddito che, a norma dell'art.92 del T.U., è elevato ad euro 1.032,91 per ognuno dei familiari conviventi.
La norma al fine di rendere immediato il diritto di difesa, a nullità assoluta prevede il riscontro all’istanza di ammissione a gratuito patrocinio, notificato all’interessato, entro 10 giorni dalla richiesta. La domanda contiene altresì, in autocertificazione a pena di reità, la dichiarazione di essere in possesso dei requisiti richiesti, quindi non devono essere allegati i documenti che ne attestino la veridicità, come per esempio la dichiarazione dei redditi.
La nomina del difensore, secondo la legge, avviene dopo l’ammissione al gratuito patrocinio.
Invece nella prassi i termini non sono rispettati, si impone l’illegittima allegazione di documenti e l’illegale nomina preventiva del difensore d’ufficio, iscritto nell’apposito elenco. La nullità palese, nonostante le nullità assolute, è sempre respinta. Inoltre, per impedire l’accesso, nei requisiti di ammissione si indicano limiti di reddito inferiori a quelli previsti dalla norma. Non solo delle citazioni a giudizio presso il Giudice di Pace si omette ogni riferimento al diritto di accesso al beneficio.
Il gratuito patrocinio dovrebbe essere la tutela per il diritto di difesa dei più poveri e per questo motivo la parte politica di riferimento, secondo le loro enunciazioni, dovrebbe essere la “sinistra”.
Guarda caso, però, fu proprio il governo “D’Alema” con la legge del 2001 a prevedere l’obbligatorietà della scelta del difensore iscritto nell’elenco tenuto dal Consiglio dell’Ordine.
In questo modo il povero non può più scegliersi l’avvocato di fiducia pagato dallo Stato, quant’anche non sia iscritto nell’elenco, com’era prima, ma gli viene imposto un avvocato che a tutti gli effetti è un avvocato di ufficio.
Impedimenti all’accesso e scarse affinità elettive con i “difensori di ufficio” sono le cause delle soccombenze dei poveri nei giudizi in cui sono parti o imputati.
Gli effetti della lesione del diritto di difesa si appalesano dai dati del Ministero della Giustizia: il 61,2% della popolazione carceraria “E' PRESUNTA INNOCENTE”; L'81,7 % E' INDIGENTE.
L’ART.6,
L.217/90, E L'ART.96, L.115/02, A PENA DI NULLITA’ ASSOLUTA, PREVEDE IL RISCONTRO POSITIVO O
NEGATIVO DELL’ISTANZA DI AMMISSIONE AL GRATUITO PATROCINIO, NOTIFICATO AL
RICHIEDENTE ENTRO 10 GIORNI DALLA DOMANDA.
LA DOMANDA, SECONDO L’ART. 5, L.217/90, MODIFICATO DALLA L.134/01, E L'ART.79, L. 115/02, E’ SENZA ALLEGAZIONE DI DICHIARAZIONE DEI REDDITI, MOD. 740 O ALTRO.
LA
NOMINA DEL DIFENSORE, SECONDO L’ART.9, L.217/90, E L'ART.80, L.115/02, AVVIENE DOPO L’AMMISSIONE
AL GRATUITO PATROCINIO.
INVECE
NELLA PRASSI I TERMINI NON SONO RISPETTATI, qui si nota ben 7 mesi, dal 10/03/03
al 22/10/03; SI IMPONE L’ILLEGITTIMA
ALLEGAZIONE DI DOCUMENTI E L’ILLEGALE NOMINA PREVENTIVA DEL DIFENSORE
D’UFFICIO, ISCRITTO NELL’APPOSITO ELENCO.
ESEMPIO
N.1
Tribunale di Taranto
Ufficio del Giudice delle
indagini preliminari
DECRETO
DI AMMISSIONE AL PATROCINIO A SPESE DELLO STATO (ART. 6 legge 217/90)
N.PM 760/01
N. GIP 3313/01
N. MOD. 27 -108/03
GIP DR
Michele ANCONA
Esaminata l'istanza in atti presentata da GIANGRANDE Antonio
Nato ad Avetrana il 02/06/63
Residente
in Avetrana via Manzoni n.51
Domiciliato in Avetrana via Piave 127
In data 10/03/03 nel procedimento in epigrafe
Vista la documentazione allegata.
Ritenuti sussistenti i
presupposti di legge.
Visto l'art.1 legge 217/90, ritenuto che la documentazione prodotta è incompleta (fotocopie mod.740 prive di fogli e firma)
NON
AMMETTE
Al
beneficio del patrocinio a spese dello stato
Dispone che il presente provvedimento sia notificato al PM, all'avvocato
ed alla parte
Taranto il 22/10/03
ESEMPIO
N.2
N. 10337/03 R.G.Dib.
N. 760/01
R.G.N.R.
IL TRIBUNALE DI TARANTO
Sezione
distaccata di Manduria
In composizione monocratica
nella persona della dott.ssa Fulvia MISSERINI,
decidendo sull'istanza ex arto 78 D.P.R. 115/02 presentata da GIANGRANDE Antonio (nato ad Avetrana il 2.6.1963) depositata in Cancelleria il 25.10.2003, volta ad ottenere l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato;
esaminata la documentazione e le dichiarazioni allegate all'istanza stessa;
rilevato come l'istanza e gli allegati contengano le generalità dell'interessato e dei componenti il suo nucleo familiare, l'autocertificazione da parte dell'interessato atte stante la sussistenza delle condizioni di reddito, il certificato di famiglia dell'istante e il codice fiscale dello stesso e dei famigliari conviventi, e la dichiarazione di impegno a comunicare le variazioni di reddito rilevanti ai fini della concessione del beneficio;
ritenuto
che l'istanza non contenga
l'indicazione del Difensore onde poterne verificare l'iscrizione nell'elenco
predisposto dal Consiglio dell'ordine degli avvocati di Taranto ed il periodo
richiesto sei
anni - dalla
legge;
P.T.M.
riserva ogni decisione
all'esito della verifica del requisito della indicazione del Difensore. Manda la
Cancelleria per quanto di competenza.
Manduria, lì 4 novembre 2003
A
DECORRERE DAL 01/07/2001 L’ART.3, COMMA 1, DELLA LEGGE 29 MARZO 2001, N.134,
PREVEDE CHE IL LIMITE DI REDDITO PER ESSERE AMMESSI AL GRATUITO PATROCINIO
E’ DI € 9.296,22 (£18.000.000)
INVECE PRESSO LE PROCURE SI INDICA ANCORA IL LIMITE SBAGLIATO DI € 5.815,3 (£11.260.000)
ESEMPIO
N.1
che la difesa tecnica nel processo penale è obbligatoria;
che ciascun soggetto sottoposto ad indagini ha diritto di nominare non più di due difensori di fiducia, la nomina dei quali è fatta con dichiarazione resa all'A.G. procedente ovvero consegnata alla stessa dal difensore o trasmessa con raccomandata;
che al difensore competono le facoltà e i diritti che la legge riconosce all'indagato a meno che essi siano riservati personalmente a quest'ultimo e che l'indagato ha le facoltà ed i diritti attribuiti dalla legge, tra cui in particolare: presentare memorie, istanze, richieste e impugnazioni; ottenere l'assistenza di un interprete se straniero; conferire con il difensore anche se detenuto; ricevere avvisi e notificazioni; togliere effetto, con espressa dichiarazione contraria, all'atto compiuto del difensore prima che in relazione allo stesso sia intervenuto un provvedimento del giudice; richiedere a proprie spese copia degli atti depositati; presentare istanza di patteggiamento; rendere dichiarazioni alla Polizia Giudiziaria od al Pubblico Ministero; presentare istanza di oblazione nei casi in cui è consentito dalla Legge; avere notizie sulle iscrizioni a suo carico;
che vi è obbligo di retribuzione del difensore d'ufficio ove non sussistano le condizioni per accedere al patrocinio a spese dello Stato di cui al punto che segue, e che, in caso di insolvenza si procederà ad esecuzione forzata;
che ai sensi 'e per gli
effetti di cui alla L.30.8.1990 n.217 potrà essere richiesta l'ammissione al
patrocinio a spese dello Stato qualora ricorrano le condizioni previste dalla
citata legge ed in particolare che secondo l'art. 3 della legge stessa;
1.
può essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato chi è titolare di un
reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante
dall'ultima dichiarazione, non superiore a lire otto
milioni nell'anno 1990 e dal 2000 a lire 11.260.000;
2.
se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito
ai fini del presente articolo è costituito dalla somma dei redditi conseguiti
nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia ivi compreso l'istante.
In tal caso, i limiti indicati al comma 1 sono elevati di lire 2
milioni
per ognuno dei familiari conviventi con l'interessato;
3. ai fini della determinazione dei
limiti di reddito indicati nel comma 1 si tiene conto anche dei redditi
che per legge
sono esenti dall'IRPEF o
che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta ovvero all'imposta
sostitutiva;
4.
si tiene conto del solo reddito personale nei procedimenti in cui gli
interessi del richiedente sono in conflitto con
quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi.
Taranto, lì 06/03/2002
che la difesa tecnica nel processo penale
è obbligatoria;
che ciascun soggetto sottoposto ad
indagini ha diritto di nominare non
più di due difensori di fiducia, la nomina dei quali è fatta con
dichiarazione resa all' Autorità procedente ovvero consegnata alla stessa dal
difensore o trasmessa con raccomandata;
che al difensore competono le facoltà e i
diritti che la legge riconosce all'indagato a meno che essi siano riservati
personalmente a quest'ultimo e che l'indagato ha le facoltà ed i diritti
attribuiti dalla legge, tra cui in particolare:
che vi è obbligo di retribuzione del
difensore nominato d'ufficio ove non sussistano le condizioni per accedere al
patrocinio a spese dello Stato di cui al punto che segue, e che, in caso di
insolvenza, si procederà ad esecuzione forzata;
che
ai sensi e per gli effetti di cui alla L.30.8.1990 n. 217 potrà essere
richiesta l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato qualora ricorrano le
condizioni previste dalla citata legge ed in particolare che
secondo l' arto 3 della legge stessa:
1. Può essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato chi
è titolare di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul
reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a
lire otto milioni nell'anno 1990
e dal
2000 a lire 11.260.000.
2. Se l'interessato convive con il coniuge o
con altri
familiari, il reddito ai
3.
Ai fini della determinazione dei limiti di reddito indicati nel comma l si
tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall'[RPEF o
che
sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta, ovvero ad imposta
sostitutiva.
4.
Si tiene conto del solo reddito personale nei procedimenti in cui
gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri
componenti il nucleo familiare con lui conviventi.
Manda alla Segreteria per gli adempimenti di competenza.
Taranto lì 23 OTT 2002
ESEMPIO N.3
N.
4373/02
R.G.n.r. Mod.21
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto
AVVISO
ALL'INDAGATO DELLA CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PRELIMINARI EX ART. 415 BIS C.P.P.
INFORMAZIONE EX ART. 369-BIS c.P.P.
AVVERTE
EX ART 415 bis C.P.P.
Il
predetto indagato: l) che le indagini sono concluse; 2) la documentazione
relativa alle indagini espletate è depositata presso la segreteria di questo
P.M.; 3) che ha facoltà, così come il difensore, di prenderne visione ed
estrarne copia; 4) che entro il termine di 20 gg. ha facoltà di
"presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa
alle investigazioni del difensore, chiedere al Pubblico Ministero il compimento
di atti di indagine,
,
nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di
essere sottoposto ad interrogatorio.
Invita altresì la
persona indagata ad eleggere il domicilio per le notificazioni relative al
presente procedimento, ai sensi dell’art.16l c.p.p., con l'avvertenza che le
stesse hanno l' obbligo di comunicare ogni mutamento di tale domicilio e che le
successive notificazioni, in caso di mancanza,
insufficienza o inidoneità della dichiarazione o della elezione, verranno
eseguite nel luogo in cui è stato notificato il presente atto che deve
intendersi quale informazione di garanzia ex arco 369 e 369 bis c.p.p. per la
persona e per- i reati su indicati con l'avvertimento:
a)
che la difesa tecnica è obbligatoria nel processo penale;
b)
che ciascun soggetto sottoposto ad indagini ha diritto di nominare non più
di due difensori di fiducia la nomina dei quali è fatta con dichiarazione resa
all'Autorità procedente ovvero consegnata alla stessa difesa o trasmessa con
raccomandata;
c)
che al difensore competono le facoltà e i diritti che la legge
riconosce all'indagato a meno che essi siano riservati personalmente a
quest'ultimo e che l'indagato ha le facoltà ed i diritti attribuiti dalla legge
tra cui in particolare: di presentare memorie istanze, richieste e impugnazioni;
ad ottenere l'assistenza di un interprete se straniero: a conferire con il
difensore anche se detenuto; di ricevere avvisi e notificazioni; di togliere
effetto, con espressa dichiarazione contraria, all'atto compiuto da difensore
prima che, in relazione allo stesso sia intervenuto un provvedimento del-
giudice; di richiedere a proprie spese copia degli atti depositati; di
presentare istanza di patteggiamento; di rendere dichiarazioni alla Polizia
Giudiziaria ed al Pubblico Ministero; di presentare istanza di oblazione nei
casi in cui è consentito dalla legge; di avere notizie sulle iscrizioni a suo
carico;
d)
che la legge gli garantisce il diritto al silenzio e che ha facoltà
di presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa
alle investigazioni del difensore ex art. 327 bis c.p.p., chiedere al Pubblico
Ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per
rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio;
e)
che ha facoltà di nominare un difensore di fiducia e che in assenza sarà
assistito da quello
sopra nominato gli di ufficio;
f)
che ha l'obbligo di retribuire il difensore di ufficio ove non ricorrano
le condizioni per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato e che, in caso
di insolvenza, si procederà ad esecuzione forzata;
g)
che può presentare istanza di ammissione al patrocinio a spese dello
Stato, giusto il disposto dell'art. 3 della legge 217/1990, se risulta titolare
di un reddito imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a
lire 11.260.000 ivi compresi i redditi che per legge sono esenti da IRPEF o soggetti a ritenuta alla fonte,
tenendo conto che:
l. ai fini della
determinazione del predetto limite di reddito si sommano i redditi del coniuge e
dei familiari conviventi conseguiti nel medesimo periodo;
2. se convivente con
coniuge ed altri familiari il suddetto limite di reddito viene elevato di lire
2.000.000 per ognuno degli elementi conviventi;
3. ai fini della
determinazione del livello di reddito di cui sopra non si tiene conto dei
redditi dei componenti del nucleo familiare conviventi con l'istante nei casi in
cui i suoi interessi sono in conflitto con quelli degli altri componenti del
nucleo familiare convivente;
Manduria
con sub
Taranto,
lì 28-4-2004
ESEMPIO
N.4
PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il
Tribunale di Brindisi
AVVISA
che, in caso di mancata
presentazione senza che sia stato addotto legittimo impedimento, potrà disporsi
a norma dell'art. 132 c.p.p. l'accompagnamento coattivo.
Si informa la persona
sopraindicata, in quanto può avervi interesse quale persona sottoposta alle
indagini. ai sensi degli artt.369 e 369 bis c.p.p., che questo Ufficio sta
procedendo ad indagini in ordine alla ipotesi di reato formulata nel capo di
imputazione.
e, pertanto, si invita
ciascuna persona sottoposta alle indagini a: ;
.
dichiarare od eleggere domicilio per le notificazioni nei modi di legge
con avvertimento che vi è obbligo di comunicare ogni mutamento del domicilio
dichiarato od eletto e che in mancanza, insufficienza od inidoneità della
dichiarazione o elezione le successive notificazioni verranno eseguite nel luogo
di notifica del presente atto;
ed inoltre la si avvisa:
che la difesa tecnica nel processo penale è obbligatoria;
che ha facoltà di nominare un difensore
di fiducia n elle forme di legge;
che in mancanza di nomina
di un difensore di fiducia sarà assistito dal difensore di ufficio nominato ai
sensi dell'art.97,comma 2° c.p.p. (secondo le indicazioni e osservati i criteri
fissati dal Consiglio dell'Ordine Forense di Brindisi).
che vi è obbligo di retribuzione del difensore nominato d'ufficio e, in caso di insolvenza si procederà nei suoi confronti ad esecuzione forzata;
che, qualora ne ricorrano le condizioni (in particolare qualora sia titolare di reddito imponibile ai fini IRPEF risultante dall'ultima dichiarazione non superiore a €.5.815,30 a partire dal 21.12.2000, data di entrata in vigore del D.L. n.285/00; se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito sarà costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente il nucleo familiare e i limiti sopra indicati elevati di €.1.032,68 per ciascuno dei familiari conviventi) potrà essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato così come previsto dall'art.98 c.p.p., dal R.D. 30/12/1923 n.3282, dalla L.30/7/1990 n.217 e successive modificazioni, dal D.M. 8/11/2000 e dalla L.6/3/2001 n.60
che ha diritto di intervenire nel procedimento con 1'ausilio dell' assistenza e rappresentanza offerta da difensori, consulenti tecnici di parte ed investigatori privati per l'esercizio dei diritti e delle facoltà attribuiti dalla Legge, quali quelli di cui agli articoli da 60 a 73, da 96 a 108;'109,116, 119, 121, 122, 123, 128, 132, 141 bis, da 143 a 147, da 148 a 171, da 172 a 176, da 177 a 186, da 244 a 265, da 266 a 271, da 272 a 325,335,349,350, 352, 354 355,356,357, 360,362,363,364,365,366,367,369,372,373,374,375,385,386,387,388, 389, 390,391, 392 anche in rif. ai titoli I e II del libro III c.p.p. (artt. da 187 a 243), 393,396,401, da 405 a 415 bis, 447 del codice di procedura penale; 162 e 162 bis codice penale; nonché dalla L. 7/12/2000 n.397;
che comunque, quale persona sottoposta ad indagini:
ESEMPIO N.5
PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il
Tribunale di Taranto
AVVISA

ESEMPIO N.6
PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il
Tribunale di Brindisi
AVVISA

ESEMPIO
Proc.PeD.D.2188/02
R.G. mod 21
bis
Il sottoscritto Ufficiale
di Polizia Giudiziaria …., Visti gli atti del procedimento a carico di:
IMPUTATA
- del delitto di cui all'art. 612 c.p., per avere minacciato un ingiusto danno a M.R., profferendo al suo indirizzo la seguente frase:" Se non la smetti ti faccio cedere io e fino alla fine di scapuzzù lu cueddu {ti taglio la gola)".
Fatti avvenuti in Avetrana
in data 15/6/2002.
vista l'autorizzazione del
Pubblico Ministero in data 27/11/2002 visto l'art.20 D.Lvo 28 agosto 2000
n.274
CITA
. S.C.,
A
COMPARIRE all'udienza che sarà tenuta dal Giudice di Pace di Manduria
il giorno
14/07/03, alle ore 08.30 e seguenti.
AVVERTE CHE
- non comparendo, senza addurre legittimo impedimento, sarà giudicato in contumacia;
- il fascicolo relativo alle indagini preliminari è depositato presso la segreteria del PM e che le parti
ed i lo difensori hanno facoltà di prenderne visione ed estrarre copia;
- ha la facoltà di nominare un difensore di fiducia, qualora non vi abbia già provveduto nelle forme
di rito (art.96 CPP).
persona offesa dei reati predetti è il sig.:
. M.R..
Quali fonti di prova:
-Denuncia - querela sporta da M.I R.;
-esame di M. R. che potrà confermare il contenuto
della querela presentata alla PG il 17/07/02
CHIEDE
L'ammissione delle fonti di prova come sopra indicate, ed in particolare:
a. l'aequisizione agli atti del dibattimento della querela suddetta;
b. l'ammissione di prova testimoniale con il teste sulla seguente circostanza: contenuto della querela;
Avetrana, 22/5/2003
N.B.
La citazione
va
notificata a cura della PG all’imputato, al suo difensore ed alla parte
offesa almeno 30 giorni prima dell'udienza.
La citazione deve
essere sottoscritta, a pena nullità,
da un ufficiale di PG
La citazione a
giudizio va depositata nella
segreteria del PM unitame1lte al fascicolo co1ftene1lte la documentazione
relativa alle indagini espletate, il corpo del reato e
le cose pertinenti
al reato, qualora non debbano essere custodite altrove.
OGGETTO: - Relata di notifica.
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IMPEDIMENTO ALL'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO PRESSO IL TAR PER LE VITTIME DI UN CONCORSO TRUCCATO
La Commissione di Lecce, presso il Tar, ha rilevato una mancanza di fumus, con un improprio e sommario giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili, riconosciuti meritevoli dalla giurisprudenza.
La Commissione di Lecce, composta da magistrati del TAR, ha deciso il diniego, inibendo il proseguo presso l'ufficio del ricorso principale, dall'esito scontato.
Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendogli, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.
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CRITERI DI VALUTAZIONE |
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VIOLAZIONE DEI CRITERI. NULLITA' OGGETTIVE: COMPONENTE MANCANTE (PROFESSORE UNIVERSITARIO) E TEMPO INSUFFICIENTE (180 MINUTI PER APRIRE 60 BUSTE E LEGGERE 30 COMPITI DI ALMENO 4 PAGINE, OLTRE CHE PER CONSULTARSI E ESTENDERE IL GIUDIZIO) |
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DOMANDA LEGITTIMA DEL 8 LUGLIO 2009 |
DINIEGO ILLEGITTIMO DEL 7 AGOSTO 2009 |
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DATA DI RICEZIONE |
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IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI
Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata. Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.
Scherzi della politica e dell’informazione: ipocriti e codardi. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si era mossa foglia. Ogni tentativo era andato a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che avevano il comune obiettivo di abbattere Berlusconi. Ricordate? Toccare i giudici era considerato un attentato alla Costituzione. Poi all’improvviso, quando meno te lo aspetti, cioè il 2 febbraio 2012, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. L’idea, cioè l’emendamento alla legge comunitari 2011, è della Lega, ma coperti dal segreto l’hanno sostenuta in massa a destra come a sinistra, come probabilmente addirittura da alcuni esponenti dell’IDV. Quei furbetti del governo Monti, per bocca del Guardasigilli, hanno fatto la parte degli indignati perché anche a loro i pm fanno un po’ paura. Prima hanno chiesto al parlamento di votare contro. Poi, smentiti dalla loro maggioranza Pd-Pdl, si sono augurati, sempre per bocca della ministra della Giustizia Severino, che il Senato bocci la legge. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente dal governo dei professori e da una parte della sinistra che dopo averli usati in chiave antiberlusconiana adesso li scarica. Ma hanno poco da urlare, le toghe. Non si capisce perché possano essere toccati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non i loro. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 avevano (invano) deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori e per dolo o colpa semplice. Sulla responsabilità civile la Camera vota in linea con l'Europa, facendo passare un emendamento della Lega che prevede la possibilità di fare ricorso contro giudici solo nel caso agiscano con dolo o colpa grave. Una posizione sacrosanta, che garantisce il giusto processo e tutela i cittadini e, questa l'indicazione dei vertici Ue, può sanare un grave difetto di sistema della giustizia italiana che allontana gli investitori stranieri. Ecco perché migliorare il processo civile può significare più competitività e non solo più "civiltà" (basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, senza contare gli errori giudiziari.
Sì alla responsabilità civile dei magistrati. La Camera ha approvato l'emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini votando contro il parere del Governo. A scrutinio segreto voluto dalla Lega, l'emendamento è passato con 264 sì e 211 no. Immediata la reazione delle opposizioni. Il leader Idv Antonio Di Pietro ha invocato il ricorso ai "forconi" da parte degli italiani, mentre il futurista Italo Bocchino ha definito il voto di Montecitorio "la vendetta della Casta" nei confronti della magistratura. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati ha usato toni assai aspri criticando la decisione dei deputati.
Si sa. In Italia i magistrati dovrebbero applicare la legge, e spesso non ci riescono, ma vorrebbero anche emanarla.
Cosa dice l'emendamento - La norma prevede che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave (non semplice colpa come per i comuni mortali, compresi i medici, gli ingegneri, ecc.) nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto". "Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto - si legge nel testo presentato dal deputato Pini - deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonchè se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea".
Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, semmai si acclamerà l'errore da parte di un suo collega (sic), mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.
Solo 4 condanne - "Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici", ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave. "Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte".
La posizione del governo - Il governo, come scritto, si era detto contrario all'emendamento leghista ribadendo però "l'impegno ad affrontare il tema della responsabilità dei magistrati nel quadro di una discussione organica ed in tempi rapidi, in una logica di insieme nella debita sede e in maniera organica". Lo ha ribadito il ministro per le Politiche comunitarie Enzo Moavero prima del voto, spiegando che "la legge comunitaria mal si presta ad affrontare tematiche di respiro più ampio rispetto al mero recepimento di normative. La sentenza della Corte di Giustizia Ue richiamata dall'emendamento - ha aggiunto - si riferisce a questioni di diritto europeo".
Con l’approvazione dell’emendamento è finita con Antonio Di Pietro a gridare contro una «maggioranza trasversale piduista» e l’Associazione nazionale magistrati a denunciare una «norma incostituzionale» contro la quale il sindacato delle toghe è pronto alle «più estreme forme di protesta». A partire dallo sciopero. A far infuriare l’ex pm e l’Anm, il via libera dell’Aula di Montecitorio all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile dei magistrati modificando la “legge Vassalli” del 1988, che finora ha consentito al cittadino, in caso di errore grave delle toghe, di rivalersi esclusivamente sullo Stato. I sì sono stati 264, i voti contrari si sono fermati a 211. Uno l’astenuto: l’ex ministro prodiano Giulio Santagata (Pd). Un esito che ha scatenato la caccia al franco tiratore con accuse incrociate tra Pdl e Pd. In mezzo il governo, in realtà il vero sconfitto: in Aula Enzo Moavero, ministro per gli Affari europei, aveva espresso parere contrario al provvedimento. Moavero prende la parola perché Pini presenta l’emendamento all’interno della legge comunitaria 2011. Motivazione: la sentenza della Corte di giustizia europea del 24 settembre 2011 che ha condannato l’Italia, «uno dei pochissimi Stati occidentali che non permette ad un cittadino che ha subìto un’ingiustizia o un danno» di ricorrere contro le toghe. Moavero, però, commette l’errore di schierare l’esecutivo contro l’emendamento. Meglio affrontare la materia, spiega, «in una logica di insieme, nella debita sede e in maniera organica». Un autogol perché di lì a poco Gianfranco Fini accoglierà la proposta della Lega di votare a scrutinio segreto: si tratta, spiega il presidente della Camera, di un tema che «incide sull’articolo 24 della Costituzione». Protetti dal segreto, i deputati si liberano dal vincolo dell’obbedienza al governo e l’emendamento passa addirittura con 26 voti in più della maggioranza richiesta. È il finimondo: Dario Franceschini, capogruppo del Pd, accusa il Pdl di aver disatteso gli impegni. «Non possiamo veder rispuntare la vecchia maggioranza», rincara la dose il segretario, Pier Luigi Bersani. Attacchi che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, bolla come «ingiustificati». I numeri gli danno ragione: sulla carta l’ex maggioranza (più i Radicali e l’intero gruppo Misto) disponeva di 227 voti. Lo stesso Pdl, inoltre, scontava 55 deputati assenti e 12 in missione. Conclusione: il testo non sarebbe potuto passare senza i franchi tiratori di Pd e Terzo polo. Una ricostruzione sposata da Di Pietro, che infatti denuncia l’esistenza di «cinquanta traditori che hanno votato in modo difforme dai loro gruppi. E cinquanta è un numero troppo grosso perché siano tutti di un solo gruppo: vanno cercati tra quanti si erano dichiarati contro l’emendamento Pini. Ovvero Pd, Udc, Fli e Idv». Fatto sta che il governo, incalzato dall’Anm che parla di «ritorsione contro la magistratura», non ci sta e invoca un intervento del Senato per correggere la norma. «Prendo atto della volontà del Parlamento. Confido però che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento», avverte Paola Severino, ministro della Giustizia, che dice no a «interventi spot». E Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, risponde all’appello: «La norma si potrà correggere. I magistrati aspettino a scioperare». Parole che non piacciono ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, che in Aula ha difeso l’emendamento: «Non vogliono questa norma? Ne scrivano una migliore. Ad esempio un disegno di legge organico al quale possa essere assicurata una corsia preferenziale. Il governo dia seguito alla pronuncia di una larga parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo». Il Guardasigilli è nel mirino del Pdl, dove non sono passate inosservate le sue ultime nomine. Dopo la scelta di due esponenti di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell’Anm, per le poltrone di capo di gabinetto e capo degli ispettori di via Arenula, Filippo Grisolia e Stefania Di Tomassi, il consiglio dei Ministri potrebbe rimuovere Franco Ionta dal vertice del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al suo posto, Severino è pronta a proporre la nomina di Giovanni Tamburino, presidente del tribunale di sorveglianza del Lazio. Negli anni Ottanta, Tamburino è stato tra i fondatori del “Movimento per la giustizia”, altra corrente di sinistra delle toghe.
LA STORIA
Il Partito Radicale, il Partito liberale italiano e il Partito socialista italiano, presentavano nel 1987 la richiesta di tre referendum per ottenere la responsabilità civile dei magistrati, come risposta ai sempre più frequenti problemi della giustizia.
Tra i principali protagonisti che in quegli anni si battevano per la riforma della giustizia vi era Enzo Tortora, conduttore televisivo accusato sulla base di alcune dichiarazioni di pentiti di essere colluso con la camorra e il traffico di stupefacenti, rivelatesi successivamente false. La lunga detenzione del conduttore, e la successiva elezione nelle liste Radicali che sosteneva le sue battaglie politiche, contribuiva ad alimentare la discussione pubblica nel paese e nei mezzi di comunicazione circa la situazione della giustizia italiana.
L'appello radicale per la riforma della giustizia veniva sottoscritto anche da molti magistrati: «L’otto novembre gli italiani sono chiamati ad esprimersi su due aspetti particolarmente rilevanti della crisi della giustizia. Di fronte a insensibilità politiche e a resistenza corporative, i referendum sulla giustizia rappresentano un’occasione unica offerta ai cittadini per riaffermare fondamentali principi dello stato di diritto, abolire anacronistici privilegi e irresponsabilità e rivendicare improrogabili riforme. Lo strumento referendario restituisce così la parola ai cittadini. Non è più accettabile che i magistrati che, per colpa grave, abbiano danneggiato un cittadino non siano chiamati a risponderne dinnanzi ad un loro collega. Introducendo la responsabilità civile dei magistrati per colpa grave (grave negligenza, grave imperizia, gravi omissioni) non si intacca ma si riafferma la loro autonomia ed indipendenza. Abrogando i poteri istruttori della commissione inquirente per i reati dei ministri si eliminano inammissibili impunità. Noi voteremo SI ed invitiamo a votare SI perché anche politici e magistrati rispondano, come ogni cittadino, di fronte alla legge».
I referendum abrogativi dell'8 novembre 1987 si conclusero con una netta affermazione dei «si».
Dopo la scelta degli italiani circa la responsabilità civile dei giudici, il Parlamento approvava la cosiddetta «legge Vassalli» (votata da Pci, Psi, Dc), che, secondo i Radicali, si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sullo stesso, ma solo entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio.
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totale |
percentuale (%) |
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Iscritti alle liste |
45 870 931 |
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Votanti |
29 866 249 |
65,10 |
(su n. elettori) |
Quorum raggiunto |
|||
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Voti validi |
25 896 355 |
86,70 |
(su n. votanti) |
|
|||
|
Voti nulli o schede bianche |
3 969 894 |
13,30 |
(su n. votanti) |
|
|||
|
Astenuti |
16 004 682 |
34,90 |
(su n. iscritti) |
|
|||
|
|
|
Voti |
% |
||||
|
RISPOSTA AFFERMATIVA |
SÌ |
20 770 334 |
80,20% |
||||
|
RISPOSTA NEGATIVA |
NO |
5 126 021 |
19,00% |
||||
|
bianche/nulle |
|
3 969 894 |
|
||||
|
Totale voti validi |
|
25 896 355 |
100% |
||||
|
|
|
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LA LEGGE
"Art. 11 C.P.P. (Competenza per i procedimenti riguardanti i magistrati).
1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge.
2. Se nel distretto determinato ai sensi del comma 1 il magistrato stesso é venuto ad esercitare le proprie funzioni in un momento successivo a quello del fatto, é competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello determinato ai sensi del medesimo comma 1.
3. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato sono di competenza del medesimo giudice individuato a norma del comma 1".
"Art. 30-bis C.P.C. (Foro per le cause in cui sono parti i magistrati). Le cause in cui sono comunque parti magistrati, che secondo le norme del presente capo sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale.
Se nel distretto determinato
ai sensi del primo comma il magistrato è venuto ad esercitare le proprie
funzioni successivamente alla sua chiamata in giudizio, é competente il giudice
che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello individuato
ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale con riferimento alla
nuova destinazione".
"Spostamenti di
competenza per i procedimenti penali nei quali un magistrato assume la qualità
di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o
danneggiata dal reato.
|
Dal distretto di |
Al distretto di |
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ROMA |
PERUGIA |
|
PERUGIA |
FIRENZE |
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FIRENZE |
GENOVA |
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GENOVA |
TORINO |
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TORINO |
MILANO |
|
MILANO |
BRESCIA |
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BRESCIA |
VENEZIA |
|
VENEZIA |
TRENTO |
|
TRENTO |
TRIESTE |
|
TRIESTE |
BOLOGNA |
|
BOLOGNA |
ANCONA |
|
ANCONA |
L'AQUILA |
|
L'AQUILA |
CAMPOBASSO |
|
CAMPOBASSO |
BARI |
|
BARI |
LECCE |
|
LECCE |
POTENZA |
|
POTENZA |
CATANZARO |
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CAGLIARI |
ROMA |
|
PALERMO |
CALTANISSETTA |
|
CALTANISSETTA |
CATANIA |
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CATANIA |
MESSINA |
|
MESSINA |
REGGIO CALABRIA |
|
REGGIO CALABRIA |
CATANZARO |
|
CATANZARO |
SALERNO |
|
SALERNO |
NAPOLI |
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NAPOLI |
ROMA |
Il testo vigente dell'art. 4 della legge 13 aprile 1988, n. 117, recante: "Risarcimento di danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati", come modificato dalla legge 420/98 , é il seguente: "Art. 4 (Competenza e termini).
1. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato deve essere esercitata nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Competente é il tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
2. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell'ambito del quale si é verificato il fatto che ha cagionato il danno. La domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro due anni che decorrono dal momento in cui l'azione é esperibile.
3. L'azione può essere esercitata decorsi tre anni dalla data del fatto che ha cagionato il danno se in tal termine non si é concluso il grado del procedimento nell'ambito del quale il fatto stesso si é verificato.
4. Nei casi previsti dall'art. 3 l'azione deve essere promossa entro due anni dalla scadenza del termine entro il quale il magistrato avrebbe dovuto provvedere sull'istanza.
5. In nessun caso il termine decorre nei confronti della parte che, a causa del segreto istruttorio non abbia avuto conoscenza del fatto".
Il testo vigente dell'art. 8 della citata legge 13 aprile 1988, n. 117, come modificato dalla legge 420/98, é il seguente: "Art. 8 (Competenza per l'azione di rivalsa e misura della rivalsa).
1. L'azione di rivalsa deve essere promossa dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
2. L'azione di rivalsa deve essere proposta davanti al tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
3. La misura della rivalsa non può superare una somma pari al terzo di una annualità dello stipendio, al netto delle trattenute fiscali, percepito dal magistrato al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta, anche se dal fatto é derivato danno a più persone e queste hanno agito con distinte azioni di responsabilità. Tale limite non si applica al fatto commesso con dolo. L'esecuzione della rivalsa quando viene effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, non può comportare complessivamente il pagamento per rate mensili in misura superiore al quinto dello stipendio netto.
4. Le disposizioni del comma 3 si applicano anche agli estranei che partecipano all'esercizio delle funzioni giudiziarie. Per essi la misura della rivalsa é calcolata In rapporto allo stipendio iniziale annuo, al netto delle trattenute fiscali, che compete al magistrato di tribunale; se l'estraneo che partecipa all'esercizio delle funzioni giudiziarie percepisce uno stipendio annuo netto o reddito di lavoro autonomo netto inferiore allo stipendio iniziale del magistrato di tribunale, la misura della rivalsa é calcolata in rapporto a tale stipendio o reddito al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta".
LA POLIZZA ASSICURATIVA DI 145, 50 EURO ANNUE
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour - Roma
Dichiarazione da sottoscrivere da parte di chi aderisce all'assicurazione
Responsabilità Civile e Tutela Legale
(si prega di scrivere in stampatello)
Il sottoscritto_________________________________________________________________________________
Nato a __________________________ il _________________ Residente in ______________________________
Prov._______ Via __________________________________________________ n° ________ C.a.p. __________
Eventuale recapito per l'invio della corrispondenza, se diverso dalla residenza:
Città ____________________________________________________ Prov. __________ C.a.p. _______________
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Nota: si raccomanda di aggiornare ad ogni variazione sia la residenza sia il recapito della corrispondenza
Lo scrivente, dichiara di aderire ai contratti di assicurazione unici e collettivi stipulati dalla A.N.M. per la Responsabilità Civile del Magistrato (Legge 117/88), per la Responsabilità Amministrativa e Contabile e per la Legge 24/03/01 n° 89 e per la Legge 626/94, nonché per la Tutela Legale e si impegna a corrispondere i relativi premi annuali:
a) quanto al periodo intercorrente dalla data del versamento alla prima scadenza anniversario di polizza, prende atto che la stessa scadrà il 15/04 di ogni anno. Dichiara che ha provveduto a versare il relativo premio a mezzo di c/c postale n° xxxxxxxx intestato all'Associazione Nazionale Magistrati – Gestione Assicurazione Responsabilità Civile - Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour – Roma.
Nota: il premio viene stabilito in Euro 145,50= complessivi (polizza di Responsabilità Civile e polizza di Tutela Legale -non è possibile sottoscrivere le polizze separatamente) per le adesioni che avverranno nel periodo 15/04-15/10 di ogni anno, mentre è pari ad Euro 72,75= per le adesioni che avverranno nel periodo 16/10-14/04 di ogni anno. La Copertura assicurativa decorre dalla data del versamento.
b) quanto alle annualità successive corrisponderà il premio il cui importo e le cui modalità di versamento verranno comunicati ad ogni scadenza anniversaria.
Il Sottoscritto dichiara altresì di aver ricevuto il testo delle condizioni tutte di assicurazione e di accettare il contenuto delle medesime.
_______________________ , li _____________________ ______________________________ firma
CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA: I MAGISTRATI RESPONSABILI ANCHE PER COLPA SEMPLICE
Sussiste la responsabilità dei magistrati per colpa semplice secondo la Corte di Giustizia europea.
Il rapporto tra i cittadini e tra i cittadini e gli organi dello Stato è regolato dalla legge.
L’art. 3 della Costituzione esplicita che tutti hanno pari obblighi e diritti di fronte alla legge, senza che vi siano immunità ed impunità per nessuno. Solo al Presidente della Repubblica è riconosciuta la mancata responsabilità dei suoi atti.
Analizzando l’ambito del rapporto di prestazione di servizi manuali o intellettuali si denota che il lavoratore subordinato, che con colpa reca danno a qualcuno, è sottoposto alla legge penale, civile e disciplinare. Lo stesso dicasi per il lavoratore autonomo o il professionista. Il medico che sbaglia diagnosi o cura, risponde di omicidio o lesioni colpose e ne paga le conseguenze civili e deontologiche. L’ingegnere, l’architetto, il geometra, che per colpa sbaglia i progetti e causa dei crolli, risponde di omicidio o lesioni o disastro colposo e ne paga le conseguenze civili, ecc. ecc.
L’avvocato, il commercialista, il notaio, l’assicuratore ecc, che per colpa reca danno al suo cliente, paga le conseguenze civili e deontologiche.
Al dirigente pubblico, o al funzionario pubblico, o all'amministratore pubblico, o addirittura al Presidente del Consiglio dei Ministri, o ai singoli Ministri e sottosegretari, che per colpa recano danno ai cittadini, la Corte dei Conti chiede la rivalsa per il risarcimento del danno riconosciuto.
Da quanto detto pare che la legge sia uguale per tutti. Ad una attenta analisi della realtà ci si accorge, però, che la legge è uguale per tutti, meno che per i magistrati.
I magistrati sono liberi di incarcerare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per ingiusta detenzione, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per sequestro di persona.
I magistrati sono liberi di condannare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per l’errore giudiziario, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per calunnia e diffamazione.
Al cittadino, che per anni ha subito ingiustamente e per accanimento un procedimento penale che lo ha visto prosciolto, ovvero da vittima del reato ha visto il reato prescritto per inerzia, non c’è risarcimento riconosciuto, ne vi è abuso od omissione d’atti d’ufficio a carico dei magistrati. Lo stesso dicasi per il cittadino che è impedito alla giustizia civile per l’annosità dei processi.
C’è stato un referendum, approvato dalla quasi totalità dei cittadini italiani, che formalmente ha stabilito la responsabilità civile dei magistrati. Ossia: i magistrati che sbagliano devono risarcire i danni.
Invece, il rappresentante eletto dal popolo, ma lontano dagli interessi dei cittadini, con l’art. 2 della legge n. 117/88 ha previsto:
«1. Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.
2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.
3. Costituiscono colpa grave:
a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;
b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
b) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
c) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».
Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria».
Ad una lettura attenta della norma si palesa la volontà di non perseguire alcun Magistrato, specie se a decidere sul comportamento del singolo è la stessa corporazione di cui esso fa parte.
Se, come da molti è considerato, il magistrato è dio in terra, infallibile e perfetto nelle sue azioni, mai incorrerà nel dolo o colpa grave, tanto meno sarà ammissibile la semplice colpa, dalla legge esclusa, così come è per i comuni mortali. Secondo la conformità del pensiero dominante, l’appello accolto o il ricorso cassato non sono frutto di errori giudiziari penali risarcibili, ma oneri a carico dell’innocente, perseguito ingiustamente.
Per il diniego di giustizia, poi, secondo il modo di pensare conforme di gente codarda e collusa, l'impedimento è oggettivo. Non è responsabilità di chi amministra la giustizia, ma è colpa dello Stato, quindi del cittadino, che fa mancare all’apparato la sussistenza economica, ovvero è colpa degli utenti, che in massa, si rivolgono alla magistratura per chiedere giustizia.
I magistrati devono meritarlo il rispetto e non pretenderlo. L’art. 3 della costituzione non prevede cittadini unti dal signore, al di sopra della legge. Non è certo l’azione di rivalsa del Presidente del Consiglio dei Ministri, non superiore ad un terzo dello stipendio del responsabile, di cui all’art 13 della stessa legge, ad equilibrare gli interessi in campo.
L’azione di rivalsa opera solo in caso di indennizzo per ingiusta detenzione ed errore giudiziario, casi in cui rientra l’operatività della legge. Per tutto il resto non opera l’indennizzabilità dello Stato e ricade sulle spalle del cittadino.
Nel procedimento C-173/03, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa
Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione, contro Repubblica italiana.
La sentenza, di seguito acclusa, si inquadra in un risalente filone nell’ambito del quale il giudice comunitario da decenni ribadisce la responsabilità degli Stati per mancato rispetto del diritto comunitario da parte di tutte le loro istituzioni, in qualsiasi forma perpetrata. In questo caso la Cassazione italiana aveva dato torto alla società Traghetti del Mediterraneo, ricorrente per il risarcimento nei confronti della Tirrenia, non avendo tenuto conto della disciplina comunitaria relativa agli aiuti di Stato. Nel fare ciò la Cassazione aveva inoltre rifiutato di sollevare questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 234. Ed è questo forse un punto rilevantissimo nella sentenza pur densa di motivi interessanti (tra cui quello del colpo inferto alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati.
Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
<Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale.
Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler>
A questo punto non si può pretendere che il cittadino, già tartassato, debba subire e tacere. Almeno che ci rimanga il diritto di lamentarci, se non, addirittura, di ribellarci.
LA RESPONSABILITA’ DISCIPLINARE E CIVILE DEI MAGISTRATI
LA SENTENZA 13 GIUGNO 2006 DELLA GRANDE SEZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL LUSSEMBURGO: LA LEGGE 117/88 VIOLA I PRINCIPI DELL'ORDINAMENTO COMUNITARIO, NELLA PARTE IN CUI LIMITA ARBITRARIAMENTE L'AMBITO DELLA RESPONSABILITA' CIVILE DEI MAGISTRATI.
CONVINTA ADESIONE DEI PRIMI AUTORI DELLA DOTTRINA.
La più autorevole, fra le conferme alle nostre tesi, non può che provenire dalla recentissima Sentenza 13 giugno 2006 resa dalla più alta magistratura esistente nell'ordinamento comunitario europeo, vale a dire dalla Grande Sezione della Corte di Giustizia U.E. del Lussemburgo.
La pronunzia, integralmente pubblicata su www.aziendalex.kataweb.it/, oltre che (sempre integralmente) sui settimanali giuridici ""Diritto e Giustizia"" fasc. 29/2006, pagg. 105 segg., e ""Guida al Diritto"", fasc. nr. 4 / 2006 <>, pagg.30 - 39, si caratterizza per l'affermazione, netta e categorica, dei seguenti principi di diritto, assolutamente dirimenti a favore della dimostrazione della fondatezza delle tesi qui sostenute:
I. Gli Stati membri dell'U.E. rispondono a titolo extracontrattuale del danno patito dai singoli, in conseguenza di violazioni manifeste del diritto comunitario compiute dagli organi giurisdizionali, quand'anche tali violazioni derivino dall'attività di interpretazione delle norme o di valutazione dei fatti e delle prove;
II. Per stabilire quando una violazione del diritto comunitario debba ritenersi manifesta "" si valuta, in particolare, alla luce di un certo numero di criteri quali il grado di chiarezza e precisione della norma violata, il carattere scusabile o inescusabile dell'errore di diritto commesso, o la mancata osservanza, da parte dell'organo giurisdizionale di cui trattasi, del rinvio pregiudiziale ai sensi dell'art.234, terzo comma, del Trattato C.E., ed è presunta, in ogni caso, quando la decisione interessata interviene ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte in materia "" (così il punto 43. della sentenza 13 giugno 2006); su questo punto, inoltre, il massimo giudice europeo conferma le precedenti sue statuizioni, rese a partire dalla sentenza 19 novembre 1991, cause riunite C - 6 / 90 e C - 9 / 90 ricorrenti ""Francovich ed altri"", e poi dalla sentenza 5 marzo 1996 cause riunite C - 46 / 93 e C - 48 / 93, e in ultimo dalla la sentenza 30 settembre 2003 causa C - / 224 / 01 ricorrente ""Kobler"";
III. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave ""inescusabile"" del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto comunitario.
I primi commenti della dottrina si registrano in termini di grande interesse ed enfasi.
IMPUNITOPOLI PER I FUNZIONARI PUBBLICI. FUNZIONARI PUBBLICI: IMPUNITA' ED IMMUNITA'.
Le persone in carcere per droga sono il 15%; quelli per reati contro il patrimonio il 31; quelli per i reati contro la persona il 15%. Marginali sono le aliquote riguardanti delitti come l' associazione mafiosa (3%) e infinitesimali quelli per i reati dei 'colletti bianchi', conferma della compresenza di due codici distinti.
C'era una volta la lotta alla corruzione. Lotta dura, simboleggiata da Mani pulite.
Lotta che ha sconvolto l'Italia della politica e dell'impresa nella metà degli anni Novanta.
Memorabile l'immagine di quell'industriale che usciva dal carcere milanese di San Vittore, borsa Vuitton in alto, simbolo di ricchezza e del suo potere. Aveva resistito poche ore alle manette. E giù una confessione-fiume sulle mazzette da lui girate a questo o quell'uomo politico. Purché si aprissero dietro lui le porte della prigione, in vista del processo.
Ma, dopo le sentenze, quanti corruttori o corrotti hanno veramente pagato?
Quanti gironi infernali hanno dovuto attraversare prima di riavere la libertà definitiva?
La sensazione che pochissimi fossero gli sfortunati era diffusa. Ora c'è la certezza. La legge non è uguale per tutti.
Nell'arco di vent'anni, dal 1983 al 2002, compreso quindi il periodo di Tangentopoli, solo il 2 per cento ha scontato pene in carcere, mentre il 98 per cento l'ha fatta franca. O perché è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni) o perché sono state riconosciute misure alternative (servizi sociali: tra due e tre anni). E soprattutto perché nell'87 per cento dei casi la sentenza è stata mite: sempre meno di due anni.
Sono cifre rese pubbliche da una ricerca condotta dall'ex pm Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani pulite, ora giudice di Cassazione, e Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all'Università dell'Insubria (Como e Varese). Ricerca riversata nel libro "La corruzione in Italia", editore Laterza. Due anni per un lavoro tutto sui numeri, tratti dal Casellario giudiziale centrale. Una miniera di dati che inizialmente dovevano dar vita a una smilza analisi destinata a una rivista specializzata di diritto. Ne è venuto fuori invece un volume di 373 pagine, ricco di grafici e tabelle. Dentro, un inedito censimento sulle tangenti "made in Italy". Con risultati choc.
Ad esempio, solo due condanne a Reggio Calabria (in vent'anni!). Ancora. Nessuno riesce a immaginare che la Finlandia, il paese più "virtuoso" in Europa, secondo le statistiche di Transparency International, possa registrare condanne per corruzione quasi uguali a quelle dell'Italia. Che invece, sempre secondo Transparency International (classifiche elaborate sulla base di indici di "percezione"), è al penultimo posto, davanti al fanalino di coda Grecia, la più corrotta.
A proposito di risultati. I due autori bacchettano i corpi di polizia che «tendono a privilegiare l'attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria», ossia trascurano le indagini delle procure. Per questo annotano: «Non riteniamo di poter correlare alla (loro) attività la massiccia emersione della corruzione negli anni '92-94».
Un'altra delle sorprese che balzano all'occhio leggendo "La corruzione in Italia" riguarda la distribuzione del sistema mazzettaro sul territorio: «Intere aree geografiche del nostro paese, almeno stando al numero delle condanne per corruzione e concussione (l'estorsione del pubblico ufficiale, ndr) passate in giudicato, non sembrano essere state neppure sfiorate dal fenomeno Tangentopoli».
Partiamo dai più bravi. Al primo posto, l'area della Corte d'appello di Milano (882 casi), seguita da quella di Torino (568), Napoli (538) e Lecce (poco meno di 500). Stupiscono Genova (137) e, soprattutto, Firenze, «interessata a malapena da Mani pulite». Nel Meridione c'è invece atmosfera da "grande freddo", con l'eccezione, come si è visto, di Lecce e Napoli, dove «la macchina giudiziaria sembra aver funzionato efficacemente». Se a Reggio Calabria, però, quanto a condanne, c'è il deserto, non meglio se la cavano altri distretti meridionali. Come L'Aquila, Potenza, Salerno e Campobasso, per nulla toccati dalle «inchieste per corruzione». Stesso clima dal fronte di altre città della Sicilia e della Sardegna: Catania, Caltanissetta e Cagliari. Ma come, tutto lo Stivale è pervaso da un'atmosfera tale da «rovesciare un intero sistema politico con una risonanza mediatica senza precedenti» e laggiù non succede nulla? Secco il commento di Davigo-Mannozzi: «La repressione della corruzione in Italia tra il 1983 e il 2002 è avvenuta a macchia di leopardo». Colpendo solo alcuni distretti e «lasciando completamente indenni altri».
Andiamo allora a vedere che cosa succede nel profondo Sud. Come si spiega la vicenda di Reggio? Non si può certo credere che quella fosse una zona franca. Tanto più che l'ex sindaco Agatino Licandro, dimessosi nel '92, quindi nel pieno di Mani pulite, ha raccontato nel libro "La città dolente" «i particolari del patto del disonore con nomi, fatti, circostanze, e citando tutti i documenti necessari per trovare riscontri e prove». Come mai ci si imbatte in un numero così modesto di fatti di corruzione? Non solo in Calabria, ovviamente, ma anche nelle altre regioni appena nominate.
Cerchiamo allora di capire, dati alla mano, se vi è uno stretto intreccio tra corruzione e criminalità organizzata. Con una premessa. Quello della corruzione è un "mercato illegale", come gli altri tipici mercati illegali, dal traffico di droga al gioco d'azzardo. Nelle zone ad alta densità mafiosa è anch'esso sotto il controllo delle singole associazioni espressione del territorio, vale a dire la 'ndrangheta in Calabria, Cosa nostra in Sicilia e così via. Pertanto non è un caso se ci sono funzionari pubblici a libro paga delle organizzazioni.
Insomma, pochi casi vengono accertati. Rappresentano la punta dell'iceberg, quella che spunta dall'acqua. Ma il grosso continua a rimanere sotto, nella montagna sommersa.
FUNZIONARI PUBBLICI: NON LICENZIATI PUR CONDANNATI.
Sintesi delle osservazioni sulla gestione disciplinare prodotte dalla Corte dei Conti con Delibera n. 7/2006/G, da cui si evince una palese immunità ed impunità.
In questo paragrafo vengono sintetizzate le valutazioni, inerenti ai profili gestionali critici e a problematiche situazioni consolidatesi negli uffici controllati:
a) i continui mutamenti organizzativi, originati da prescrizioni normative e/o amministrative e caratterizzati da un sostanziale disinteresse per le sorti di una funzione naturalmente “tipizzata”, come quella disciplinare, pregiudicano il principio di continuità della azione disciplinare e tendono a disperdere specializzazioni professionali nella difficile materia;
b) analoghi effetti produce la forte mobilità di dipendenti nel settore disciplinare;
c) nelle istituzioni scolastiche questi fenomeni si accentuano perché la nuova organizzazione, basata su criteri autonomistici, convive con l’arcaica e disefficiente struttura consultiva “piramidale”. Quest’ultima è titolare di un anomalo potere di codecisione, che viene implementato da una frequente utilizzazione interdittiva di sanzioni proporzionate all’illecito;
d) risulta ancor più lenta e difficoltosa, rispetto alle precedenti indagini compiute da questa Corte, la capacità di evadere le notizie istruttorie. Il fenomeno riguarda soprattutto i casi più problematici, ove si intuisce una tendenziale riottosità ad illustrare compiutamente le disfunzioni amministrative e le loro conseguenze;
e) la tempistica delle vicende penali permane ipertrofica e allontana nel tempo la definizione disciplinare dei reati;
f) la tempistica dei procedimenti disciplinari - sia pure con le eccezioni e particolarità evidenziate in relazione – presenta margini di miglioramento rispetto ai valori rilevati nelle precedenti indagini. Essa rimane tuttavia assolutamente problematica se rapportata ai tempi tassativi previsti dalla legge, il cui mancato rispetto invalida la legittimità formale delle sanzioni disciplinari. Il fenomeno si acuisce e tende a concentrarsi nelle istituzioni scolastiche;
g) tendono ad accentuarsi – soprattutto nelle istituzioni scolastiche – i problematici rapporti, già accertati nelle precedenti indagini, tra le cancellerie penali e gli uffici disciplinari, da ascriversi prevalentemente al comportamento delle prime ma - talvolta – anche alla inadeguatezza dei funzionari degli uffici disciplinari ad interagire con procure e tribunali;
h) si sono verificate situazioni di mancata applicazione delle pene accessorie inerenti al rapporto di impiego;
i) sono state intercettate alcune situazioni di mancata apertura del procedimento disciplinare, con conseguente impunità del soggetto condannato in sede penale per reati rilevanti;
j) le situazioni di ritardo e le disfunzioni amministrative, inficianti la regolarità formale dei procedimenti, induce i funzionari responsabili a minimizzare le sanzioni, in modo da prevenire i ricorsi degli interessati e gli esborsi pecuniari conseguenti;
k) anche per le sospensioni cautelari il complesso “diritto vivente”, risultante dalle eterogenee disposizioni, normative e dagli andamenti giurisprudenziali, produce l’effetto secondo cui, al centro delle valutazioni della amministrazione più che la esigenza cautelare rimane la preoccupazione degli effetti economici della sospensione stessa;
l) quanto alla tempistica della funzione cautelare emerge che tra la data del fatto illecito e l’adozione del provvedimento decorre un tempo medio superiore a due anni;
m) i complessi meccanismi giurisdizionali e amministrativi illustrati nella relazione provocano la frequente permanenza in servizio di condannati per reati gravissimi. Queste situazioni sono talvolta accentuate dagli apparati amministrativi competenti;
n) alcune pronunce, soprattutto di carattere arbitrale, presentano notevoli profili problematici, aggravando situazioni di disparità ed effetti, anche patrimoniali, negativi per l’amministrazione;
o) emerge una sensibile dissonanza tra le pronunzie penali e quelle dei giudici del lavoro anche in termini ermeneutici della legge n. 97/01. Su tale fenomeno si riverbera, probabilmente, la natura del rapporto di lavoro pubblico “privatizzato”, dietro la cui controversa connotazione semantica si nasconde un coacervo di interessi concreti diversi da quelli del rapporto di lavoro privato;
p) permane, rispetto alle precedenti indagini, la eterogeneità delle sanzioni disciplinari in ordine ad analoghe tipologie criminose. Su tale fenomeno incidono, tra l’altro, la presenza di irregolarità formali nel procedimento disciplinare ed i condizionamenti ambientali;
q) si consolidano fenomeni elusivi della funzione disciplinare, quali i passaggi ad altra amministrazione, alcuni dei quali con esiti di recidiva particolarmente gravi;
r) nell’esercizio della mobilità non risultano prassi di verifica, da parte della amministrazione ricevente, dei requisiti di moralità del dipendente trasferito;
s) le procedure di arbitrato e conciliazione, applicate alle condanne più gravi, consentono di negoziare interessi ontologicamente indisponibili, privando i reati più gravi di appropriate sanzioni.
MAGISTRATURA: FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI ???
CI SONO TESTIMONIANZE, OLTRE AL DOSSIER SINTETICO DEL PRESIDENTE DR ANTONIO GIANGRANDE
INSABBIAMENTI IN ITALIA.
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SIG.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI
E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA
Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.
Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996
Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;
autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;
ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;
da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.
PREMESSO CHE
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:
Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;
Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);
Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);
Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);
Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);
Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);
Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);
Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;
Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);
Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.
Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.
Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.
Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.
Dr Antonio Giangrande
RICORSO ALLE ISTITUZIONI CONTRO GLI INSABBIAMENTI
Illustre Presidente del Consiglio dei Ministri,
Illustre Ministro della Giustizia,
tenga conto che
il Dott. Antonio Giangrande, da Presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto, con sede in Avetrana (TA), alla via Piave, 127, e da Presidente di Taranto dell’Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati, dal 10 aprile 2001 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Giustizia per ben 36 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Giudiziari di Taranto, Potenza e Bari circa gli insabbiamenti delle denunce presentate.
Per posta: il 10/04/2001, il 23/04/2002, il 27/05/2002, il 26/09/2003, il 22/04/2004, il 26/04/2008.
Per fax: il 26/09/2002, il 23/10/2002, il 09/02/2003, il 28/07/2003, il 06/11/2003, il 22/01/2004, il 05/04/2004, il 04/06/2004, il 31/07/2004, il 02/08/2004, il 15/01/2005, il 4-8/02/2005, il 11/02/2005, il 16/05/2005, il 09/01/2006, il 01/02/2006, il 18/05/2006, il 15/06/2006, il 22/06/2006, il 10/08/2006; il 07/09/2006, il 28/04/07, il 31/05/07, il 27/12/07.
Per E-mail il 23/10/2002, il 31/01/2005, il 23/08/2005, il 18/05/2006, il 28/04/07, il 31/05/07.
Altresì, tenga conto che
il Dott. Antonio Giangrande, Presidente Nazionale dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto, con sede in Avetrana (TA), alla via Piave, 127, dal 2 agosto 2004 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Funzione Pubblica per ben 8 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Ministeriali interpellati circa gli insabbiamenti dei ricorsi presentati.
Per posta: il 24/02/2005.
Per fax: il 02/08/2004, il 24/02/2005, il 16/05/2005.
Per E-mail il 09/08/2004, il 24/02/2005, il 23/08/2005, il 18/05/2006.
Consideri che
il Presidente della Repubblica, U.G. 551/2003 prot. SGPR 25/02/2003 0022081 P, UAG 197/2006 prot. SGPR 28/06/2006 0075602 P, più volte ha investito del problema il Consiglio Superiore della Magistratura, a cui è conseguito un naturale insabbiamento.
Altresì consideri che
in risposta alla interrogazione parlamentare presentata al suddetto Dicastero dal Senatore Eupreprio Curto di Alleanza Nazionale, membro della Commissione Antimafia e Giustizia, si accusavano infondate le lamentele del Dr. Antonio Giangrande circa gli insabbiamenti attuati dalle Procure dei Distretti di Corte d’Appello di Bari, Lecce e Potenza, per una sola archiviazione pretestuosa adottata dai magistrati di Potenza nei confronti dei loro colleghi Tarantini, senza aver tenuto conto dei tanti procedimenti penali a carico delle suddette Procure, debitamente provati, i quali non sono stati, ancora, archiviati.
Pensi che
il precedente Sottosegretario alla Giustizia On. Luigi Vitali, anziché rispondere al Dr. Antonio Giangrande come la legge gli impone, ha diffidato pubblicamente il medesimo di continuare ad alluvionare il suddetto parlamentare con le segnalazioni di malagiustizia.
Contempli che
a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti Umani ha aperto un procedimento, n. 11850/07, GIANGRANDE contro ITALIA, per l’insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e ricorsi amministrativi. La maggior parte di questi insabbiamenti è avvenuta presso le Procure della Repubblica di tutta Italia, senza che sia conseguita l’obbligatoria azione penale, o l’obbligato perseguimento per calunnia, ovvero l’accusa di mitomania, nei confronti del Dr. Antonio Giangrande ed altri denuncianti, nonostante che alcuni esposti contenessero l’accusa di associazione mafiosa per avvocati e magistrati.
Accerti che
nel combattere le omissioni e gli abusi a favore di chi all’Associazione si rivolge, il Dr Antonio Giangrande ha ricevuto come unico risultato ritorsivo mafioso la condanna all’indigenza, per impedimento all’accesso alla professione forense, essendo stato bocciato per 10 volte all’esame truccato svolto a Lecce, e la persecuzione per reati inesistenti. A questo si aggiunge la risposta del suo capo di gabinetto che, in data 25/01/2006, prot. 201/4244 (G), gli dice di attendere l’esito istruttorio dei procedimenti ministeriali attivati molti anni prima, tenuto conto dei tempi biblici burocratici attuati da chi è comodo con il suo stipendio, al contrario di chi è disgustato da questo sistema e che è stufo di questa vita.
Premesso ciò le chiedo di notiziarmi su che fine hanno fatto gli esposti presentati dal Dr. Antonio Giangrande, considerato che per l’istruttoria attivata da tempi lontani non si è ancora addivenuti ad assumere gli importanti e fondamentali atti probatori. Tenga conto che il Dr. Antonio Giangrande ormai ha 45 anni, è indigente e combatte da 10 anni da solo una battaglia di giustizia, provata e circostanziata, a riprova che non è tanto incapace a ricoprire il ruolo di avvocato che gli spetta, ma al contrario è scomodo per giudici ed avvocati per la tutela dei diritti dei più deboli.
La saluto con rispetto.
Dott. Antonio Giangrande, Presidente ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
IL MISTERO USTICA
Il 27 giugno 1980, alle 21 circa, i radar
cessavano bruscamente di registrare la traccia dell'Itavia 870, un Dc-9 in volo
tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone di cui 13 bambini. L'aereo sembrava
scomparso, ma dopo alcune ore, spese in frenetiche quanto false ricerche, si
raggiungeva la certezza che era caduto in mare a nord dell'isola di Ustica.
Nessun superstite tra gli 81 passeggeri.
Perché dico subito "false" ricerche. Ora ve lo spiego. Comincia così......e
continua su
IL MISTERO MATTEI
Lunedì 27 ottobre 2008, nel palazzo dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piazza Adriana 3 in Roma, si è svolto un convegno dedicato a Enrico Mattei nel 46° anniversario della sua morte, dal titolo: La straordinaria 'vicenda Mattei' fra oblio e occultamento.
Questo in occasione dell’inizio del master dell’'Istituto Enrico Mattei Alti Studi in Vicino e Medio Oriente presieduto dal prof. Moffa, che è ormai noto per la sua instancabile ricerca della verità storica di contro alle "verità storiche rivelate" del politicamente corretto, strumentalizzate a fini di controllo del pensiero.
In quella sede vi era il magistrato Enzo Calia, autore dell'inchiesta sull'attentato aereo di Bascapé in cui morì Mattei.
E' la prima volta che il pubblico ministero Enzo Calia parla diffusamente della sua inchiesta, archiviata nel 2005 ma con importante risultato certo: quello in cui morì Mattei fu attentato e non "incidente", come ufficialmente ripetuto per decenni dopo il 1962.
Cominciamo dalle fondamenta, che è allo stesso tempo cronaca dei nostri giorni, l'economia mondiale in crisi, la rovina di tantissimi lavoratori e famiglie, i timidi o difficili tentativi di reazione del capitalismo industriale produttore di ricchezza reale, ai contraccolpi borsistici della finanza transnazionale.
Una dialettica oggi forte e eclatante, dopo che alla svolta del secolo il rapporto fra capitale industriale e capitale finanziario ebbe raggiunto il gap di 1 a 10, ma vecchia quasi quanto il capitalismo e già esistente al tempo di Enrico Mattei: figura eccezionale – il fondatore e presidente dell'ENI - di capitalista di stato, sostenitore del sistema misto pubblico-privato, produttore come pochi capitani d'industria italiani di "ricchezza reale" per il benessere e lo sviluppo del suo paese: a cominciare, ma non solo, dalla metanizzazione dell'apparato produttivo nazionale.
IL MISTERO MORO

Sono stati - e sono destinati a restare - i 55 giorni più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi soltanto rievocare il caso Moro vuol dire preparasi ad entrare in un ramificato tunnel di segreti e interrogativi, di domande senza risposta e di inconfessabili trame.
Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso.
Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplificare il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito. Aldo Moro, presidente della DC, per almeno vent’anni personaggio centrale della politica italiana, viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che – per la prima volta dal 1947 - sancisce l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo.
Per rapirlo la sua scorta, composta da cinque uomini, viene sterminata. Il gruppo armato che s’impadronisce di Moro afferma di volerlo processare, per processare tutta la Democrazia Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale. I 55 giorni in cui Moro sarà detenuto in un "carcere del popolo" apriranno infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana, mentre i brigatisti finiranno col dimostrarsi – con i loro documenti miopi e vetusti - completamente avulsi dalla realtà storica del paese.
La fine di Moro è nota: il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo ucciderà, "eseguendo la sentenza", così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR. Quel colpo di pistola, con tanto di silenziatore, risulta assordante ancora oggi.
Cinque diversi procedimenti giudiziari con più di una decina di sentenze, una sesta inchiesta avviata (" Il Moro sesties"); i particolareggiati racconti dei brigatisti rossi ("pentiti" o dissociati); il lungo lavoro di una commissione parlamentare d’inchiesta (la commissione Moro); l’impegno di un altro organismo parlamentare (la commissione stragi); almeno una ventina di libri. Eppure l’ombra di Aldo Moro continua a muoversi nelle segrete stanze del potere con il suo fardello di misteri, di punti non chiariti, di dubbi ed interrogativi.
Anche se il tempo passa e ci allontana sempre più da quei tremendi 55 giorni, il caso Moro continua a rappresentare il nodo dei nodi dei misteri d’Italia.
Sommersi dallo stillicidio di notizie – spesso contraddittorie – che da quasi un quarto di secolo ci vengono propinate con ossessiva regolarità, è sempre più facile giungere ad una conclusione: nell’affaire Moro la volontà di attacco allo Stato di un manipolo di terroristi si è perfettamente intrecciata con la capacità di quello stesso Stato di gestire l’intera, tragica vicenda a proprio vantaggio.
A distanza di tanti anni ancora non sappiamo: quanti brigatisti parteciparono all’assalto di via Fani; se tra loro ci fossero elementi esterni; se quell’attacco fu, in qualche modo, teleguidato; dove Moro fu custodito; cosa effettivamente il prigioniero raccontò ai suoi secondini; chi decise effettivamente di ucciderlo e, soprattutto, perché; che fine hanno fatto "le rivelazioni integrali" (il famoso memoriale Moro).
Non sappiamo neppure se quella delle forze dell’ordine chiamate a liberare il prigioniero fu solo clamorosa inefficienza oppure occulta connivenza con i sequestratori. Sappiamo però che sia gli uomini dei servizi segreti, sia quelli della P2 nel caso Moro ebbero un ruolo per certi versi determinante.
L’eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate dall’On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa accadde in quella primavera del 1978.
Dice Galloni: "Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati all'interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di questo".
Altre inquietanti testimonianze intervengono a a dissipare la nebbia disinformativa.
La testimonianza di Francesco Fonti raccolta da Riccardo Bocca.
Il pentito della 'ndrangheta Francesco Fonti rivela come, dietro richiesta di parte della Democrazia cristiana, cercò la prigione di Aldo Moro durante il suo rapimento: dai contatti con il Sismi a quelli con la banda della Magliana e Cosa Nostra. Fino all'incontro con il segretario Dc Benigno Zaccagnini.
Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da "L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre 2009, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive. Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici). E sempre Fonti decide di rivelare all’espresso un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane, pubblicato da “L’espresso” del 22 settembre 2009.
"Il mattino del 20 marzo 1978 si presenta nel mio appartamento a Bovalino, sulla costa jonica in provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano che in quel momento è al vertice della famiglia di San Luca: "Sebastiano ti vuole incontrare immediatamente", dice Giuseppe. E sono parole che non prevedono repliche. Sebastiano non è soltanto il mio capo, ma anche uno degli uomini più potenti della 'ndrangheta. Dunque non discuto e obbedisco, ritrovandomi poco dopo seduto al tavolo ovale del suo salone. Sono preoccupato, non so cosa aspettarmi, ma lui non perde tempo: "Ciccio, hai visto questa brutta storia di Aldo Moro?", dice. "Ecco, dobbiamo intervenire. Devi salire di corsa a Roma. Devi individuare, tramite i nostri paesani e i contatti che hai con questi cazzi di servizi segreti, dove si nascondono i brigatisti che hanno rapito il presidente".
Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese), ma anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.
Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della 'ndrangheta. Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.
Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto. Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente".
Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti. Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me. "Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all'agente Pino".
La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona". Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.
A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei carcerieri di Aldo Moro. "So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini". Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente. Ci vediamo il 25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a quello?", conclude con un'altra risata.
Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo. Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti. Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un 'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo. Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: "Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli", dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c'entra con Moro".
A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l'intervento di Giovannone). "Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto. In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.
È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato. Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.
Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l'onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio'. Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica. Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone"). È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade. Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in contatto tramite Pino".
La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro. Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe politica. Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell'organizzazione), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte. Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. "Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco, "e troverete i carcerieri di Aldo Moro". "Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato. "Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.
Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica. I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: "Moretti, c'è la solita lettera". Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell'Interno". Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.
“Doveva morire”. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta.
Libro di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato.
Il caso Moro è una tragedia per la quale non tutti hanno pagato le loro colpe. Perché il suo sacrificio e quello dei cinque uomini della scorta non sia vano, scrivono gli autori, occorrono ulteriori indagini e l'istituzione di una commissione d'inchiesta internazionale, formata da giuristi indipendenti. Dopo decenni, nonostante il tempo abbia portato a naturale declino molti dei motivi ispiratori di quella triste stagione, resta a noi la sensazione di un cammino incompiuto della democrazia nel nostro Paese. Un Paese che non sa fare i conti con il proprio passato cammina a rilento, circondato da troppe ombre e da troppi fantasmi.
«Vede, a coloro che lo hanno fatto uccidere non posso stringere la mano….perchè uno può dire li perdono e io nel profondo li ho perdonati. Ma quando li vedo, attraverso la strada e vado dall'altra parte». Nella breve intervista posta a conclusione del libro-inchiesta scritto dal giudice Ferdinando Imposimato e dal giornalista Sandro Provvisionato, Eleonora, moglie di Aldo Moro, lo statista democristiano sequestrato e assassinato dalle Br, non pronuncia mai i nomi dei "quattro stupidi mascalzoni" le cui "perverse mire" hanno causato la morte di un innocente. Ma quei nomi ricorrono nelle oltre 350 pagine di minuziosa ricostruzione di uno dei grandi misteri mai compiutamente risolti della storia italiana del dopoguerra. I nomi non sono solo "di quei poveretti" che gli hanno sparato, ma anche e soprattutto dei dirigenti DC, Andreotti e Cossiga in testa, che nulla fecero, meglio tutto misero in atto per impedire l'apertura di un canale di trattative per liberare l'amico di Partito, simbolo non solo del gruppo dirigente democristiano, ma responsabile dell'apertura al Pci, del tentativo di cancellare " il fattore K " ovvero l'esclusione pregiudiziale dei comunisti da qualsiasi ipotesi di governo o di maggioranza.
" Doveva morire ". A partire dal titolo, il libro di Imposimato e Provvisionato indica con nettezza una tesi. Aldo Moro è stato volutamente abbandonato al suo destino dal gruppo dirigente DC e non per la superiore " ragion di stato ", ovvero la volontà di non cedere al ricatto terrorista. La sua morte dopo il sequestro, a giudizio degli autori, non aveva alternative "per stabilizzare la situazione interna e salvare milioni di italiani dal comunismo". Non solo: l'allora ministro degli Esteri conosceva troppi segreti, dall'organizzazione paramilitare Gladio allo scandalo Lockheed, dai finanziamenti occulti della Dc all'affare Montedison fino ai veri burattinai di quel processo di destabilizzazione che tenne sotto scacco per troppo tempo il nostro Paese, passato sotto il nome di strategia della tensione.
Libro di parte, dunque. Imposimato è uno dei magistrati incaricati dell'indagine poi arenatasi per l'incomprensibile decisione di avocare l'inchiesta alla procura generale, togliendo ogni capacità investigativa ai giudici istruttori. E' lui "la voce narrante" dell'inchiesta, cucita dalle abili mani di un cronista di razza, Sandro Provvisionato, responsabile degli speciali del Tg 5 e con alle spalle una lunga carriera e dodici anni trascorsi all'Ansa, da praticante fino a capo della redazione politica. La tesi non è perciò frutto di un generico anatema, ma la puntigliosa ricostruzione dei cinquantacinque giorni del sequestro e dei fatti che precedettero e seguirono il tragico evento. Un'inchiesta densa di fatti, documenti, testimonianze che fanno da supporto all'ipotesi istruttoria. Il filo da dipanare si presenta con tale groviglio che non tutti i nodi si sciolgono al termine della disamina. Ci sono parti, soprattutto relative al coinvolgimento di servizi segreti di altri paesi o ai legami del terrorismo internazionale, che si fermano sulla soglia di ipotesi, sia pure plausibili. Sono invece le pagine dedicate alla ricostruzione del sequestro che si presentano con un impianto di indiscutibile robustezza.
Una particolare citazione merita il capitolo delle occasioni mancate, ovvero delle opportunità di giungere alla prigione dove era tenuto Aldo Moro o all'arresto di carcerieri e complici. Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage di via Fani, i poliziotti bussano alla porta di via Gradoli, dove vivono il capo delle BR Mario Moretti e la sua compagna Barbara Balzerani, due dei brigatisti che componevano il commando di via Fani. Gli agenti non ottengono risposta e se ne vanno. La base brigatista verrà scoperta trentadue giorni dopo il rapimento. La prigione di via Montalcini viene ufficialmente trovata solo nel 1980. Ma l'Ucigos, struttura di servizi alle dirette dipendenze del ministro degli interni, c'era arrivata due anni prima raccogliendo significative testimonianze degli inquilini rimaste senza esito. Infine l'incredibile vicenda dell'appartamento di Via Monte Nevoso 8 a Milano, forse la ricostruzione più completa e ricca di documentazione tra le molte proposte di questi anni sul caso. Nello stabile i carabinieri fanno irruzione il primo ottobre 1978, a ridosso della nomina del generale Dalla Chiesa a capo dei reparti speciali antiterrorismo. Nel blitz vengono catturati i brigatisti Nadia Mantovani, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma soprattutto viene trovato il memoriale Moro. Tutto? No, perché a dispetto di cinque giorni di attento scandaglio, ai militari stranamente sfugge una parte dei manoscritti, celata dietro un pannello in cartongesso che verrà rimosso dodici anni dopo dai nuovi inquilini. Dietro quel fragile paravento verranno fatte trovare le carte più scottanti del memoriale, le risposte dello statista DC alle domande scritte di Moretti. Guarda caso, quelle domande riguardano proprio i misteri prima ricordati, da Gladio in poi, che rendevano crudelmente improponibile il ritorno alla libertà di Aldo Moro.
Il duro j'accuse contro i dirigenti DC alla guida del governo in quei giorni drammatici, Andreotti e Cossiga in testa, è condotto con rigore documentale. «Nella storia del delitto Moro la prudenza è d'obbligo- scrive Imposimato nelle conclusioni- Occorre evitare di passare da una verità di comodo a una scarsamente dimostrata. Ma occorre anche evitare l'errore opposto: pretendere prove matematiche e assolute, granitiche per dimostrare un fatto. La verità non è facile da scoprire, ma non è possibile chiudere gli occhi di fronte a una storia che ha nei documenti occultati e fortunosamente ritrovati il suo fondamento indiscutibile. Con l trascorrere degli anni e l'acquisizione di nuove prove – afferma Imposimato – e soprattutto dopo il lavoro di redazione di questo libro mi appare chiara una cosa: il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estranea l'appoggio della Raf e l'interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa. Ma ha rappresentato il punto di convergenza di interessi disparati. In questa operazione perfettamente riuscita, sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia (Ferracuti, criminologo che tracciò il profilo del Moro non più Moro dentro il covo delle Br), del Kgb (l'agente Sokolov presentatosi a Moro come studente borsista), la mafia (Pippo Calò che si interessò con i suoi contatti con la Banda della Magliana per scoprire il covo) ed esponenti del governo (Cossiga ministro dell'interno ed Andreotti presidente del Consiglio), gli stessi inseriti nel comitato di crisi. Tutti questi dopo il 16 marzo 1978, hanno vanificato le opportunità emerse per salvare la vita di Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo».
IL MISTERO SULLA MASSONERIA
Massoneria,
politica e criminalità. L’importanza dell’inchiesta di De Magistris, e la
dimenticata inchiesta Cordova
Premessa.
L’inchiesta portata avanti da De Magistris probabilmente tocca quello che a
nostro parere è il problema più grosso del nostro stato, da decenni: i rapporti
tra criminalità organizzata, politica e finanza.
Analizzare il sistema massonico, e capire tutte le implicazioni che comporta
questa istituzione, le interferenza con la società, con la giustizia, ecc., è
una cosa impossibile da fare nelle poche righe di un articolo di un blog.
Sarebbe un po’ come voler spiegare il funzionamento del mondo in poche righe. Il
nostro scopo quindi è solo fornire alcuni spunti di riflessione per permettere
poi un ulteriore approfondimento a chi lo vorrà fare, rimandando ad altri libri
o testi.
Alcuni dati.
In
massoneria sono iscritte in Italia circa 50.000 persone, tra iscritti ufficiali
e non ufficiali (c.d. all’orecchio perché il loro nome non compare nelle liste
ufficiali). Questo numero immenso di persone è costituito prevalentemente da
militari, imprenditori, professionisti, docenti universitari, politici. In altre
parole buona parte dell’inteligencia italiana e delle persone che ricoprono
incarichi di potere.
In
particolare il mondo bancario, finanziario e imprenditoriale ha legami
fortissimi con la massoneria. Oltre ai già citati Agnelli, De Benedetti, e molti
presidenti della Banca d’Italia, troviamo Volpi, Joel, Toeplitz, Stringher,
Caltagirone, De Bustis (che apparterrebbe agli illuminati, secondo il libro di
Pinotti), secondo alcune voci Consorte, Fiorani e tanti altri.
D’altronde, per capire i buoni rapporti tra massoneria e cariche ufficiali dello
stato, basti pensare che Prodi alla riunione di apertura del GOI (Grande oriente
d’Italia) ha mandato un messaggio di augurio e benvenuto, di cui vale la pena
riportare il testo: “La repubblica e il
Governo vi salutano,
Mentre l’ex
Presidente della Corte Costituzionale e della RAI Baldassarre ha presenziato di
recente ad una riunione del GOI, intervenendo sul tema della tripartizione dei
poteri dello stato.
In altre parole: i legami tra alte cariche dello stato e massoneria sono
fortissimi ed indiscussi. Sono poco pubblicizzati e poco dichiarati, questo si.
Ma sono ufficiali.
Ogni tanto poi spuntano collegamenti con la massoneria deviata, addirittura da personaggi insospettabili. Pannella infatti tentò di candidare nelle sue liste nientemeno che Licio Gelli, il capo della famigerata P2 al fine, si presume, di fargli avere l’immunità parlamentare. Ma la sua spiegazione ufficiale fu che lo candidava perché in cambio Gelli prometteva di rivelargli i suoi segreti. Una spiegazione delirante, che Pannella dette addirittura in commissione parlamentare. Ma che dimostra come il potere politico vada a braccetto in tranquillità con personaggi che hanno cospirato contro lo stato, e commissionato delitti di ogni tipo, stragi comprese, fino a portarli dentro al parlamento.
La massoneria come istituzione mondiale.
La
massoneria è un fenomeno mondiale, organizzato cioè su scala mondiale. Il
vertice del Grande Oriente, in tutto il mondo, si trova nella corona inglese.
Sono appartenuti alla massoneria quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti, e
personaggi come Gheddafi e Arafat, presidenti Francesi, Re Del Belgio, di
Olanda, e via discorrendo. Ovverosia i vertici del mondo.
E’ una creazione della massoneria – come, perché, e in che misura, sarebbe un
problema tutto da studiare e approfondire – l’ONU, ma anche
Fu una
creazione massonica il cosiddetto gruppo Bilderberg, e lo fu anche la cosiddetta
commissione Trilaterale.
Per capire il problema che potenzialmente può crearsi, in virtù di questa
fratellanza tra esponenti di spicco di ogni parte del mondo, si cita spesso
l’episodio del Britannia, del 1992; in quell’anno, sul Piroscafo Britannia,
della Corona inglese, si riunirono alcuni vertici della finanza e della politica
mondiale, tra cui Draghi e Prodi e si decise che sarebbero state privatizzate
alcune aziende italiane. Passarono in mani straniere dopo questa riunione
Si spiega probabilmente così – in virtù del legame massonico mondiale - la presenza della Banca d’Inghilterra (i cui vertici sono nominati dalla Corona Inglese) nella BCE con il 17 per cento delle quote (nonostante non sia un paese dell’area Euro); e si spiega così perché molte banche italiane effettuano investimenti ingenti in azioni di Chase Manhattan Bank, Barclayrd, Morgan Stanley, ecc., tutte legate direttamente o indirettamente alla Corona Inglese per mezzo di un complicato gioco di scatole cinesi, creando dei conflitti di interessi spaventosi. La massoneria ha diverse sfaccettature. Esistono migliaia e migliaia di logge, e decine di istituzioni massoniche o paramassoniche (organizzate cioè come la massoneria, senza potersi chiamare ufficialmente con questo nome). Abbiamo il Grande Oriente, la più diffusa a livello mondiale. Poi abbiamo i Rosacroce, I cavalieri di Malta, i Templari, l’Opus Dei e chissà quante altre magari sconosciute. Tutte queste istituzioni sono caratterizzate dal segreto per quanto riguarda il loro funzionamento interno, e dal fatto di trasformarsi, spesso, in veri e propri comitati di affari, anche illeciti.
Queste istituzioni sono diverse tra di loro, e talvolta sono in conflitto. Ma molto spesso collaborano e cooperano. Basti ricordare che Gelli apparteneva contemporaneamente alla P2, che tecnicamente era una loggia del Grande Oriente, ma era iscritto anche ai Cavalieri Di Malta e ai Templari, per sua stessa ammissione.
Le logge massoniche coperte.
In teoria la massoneria è un istituzione in cui si entra per fare un percorso iniziatico di conoscenza e approfondimento dei temi principali dell’esistenza. Questo è senz’altro vero per alcuni o molti dei suoi iscritti e per numerose logge. In teoria poi la lista degli iscritti dovrebbe essere pubblica, essendo vietate dal nostro ordinamento le associazioni segrete. Ma in realtà esiste il fenomeno delle logge massoniche coperte, o segrete, dove si iscrivono uomini politici che non vogliono rivelare la loro appartenenza alla massoneria; e a queste logge si affiliano anche boss mafiosi come Inzerillo, Bontate, Riina, Bagarella, Lo Piccolo, Mandalari (il commercialista di Riina) che certamente non entrano in questa istituzione per una sete di conoscenza e approfondimento della ricerca interiore.
La ragione
dell’esistenza delle logge coperte la spiega il Gran Maestro Di Bernardo, a pag.
396 del libro: “Le logge coperte sono
sempre esistite. La loro funzione era quella di salvaguardare persone di
particolare importanza istituzionale, politica e finanziaria, proteggendole da
pressioni indebite da parte di altri fratelli”.
Un esempio chiarirà meglio la questione. Se un capo camorra deve costruire un grosso immobile al nord, qualora sia affiliato alla massoneria, chiederà aiuto ai “fratelli” del nord. Che, per il solo motivo di avere davanti un fratello, lo aiuteranno in questa impresa. Se deve riciclare denaro sporco, sono ancora una volta le collusioni con un banchiere massone che consentiranno questo riciclaggio. E il legame massonico è la spiegazione dell’espansione della mafia negli stati dell’Unione Europea. Considerando che la massoneria è una fratellanza “mondiale” non sarà difficile per un mafioso trovare appoggi in Russia, in America, o alle Cayman. Così come non è difficile, per massoni appartenenti alle varie mafie, entrare in collegamento tra loro e stringere patti di alleanza; di qui nascono i patti di alleanza tra mafia, ‘ndrangheta e camorra. Ecco il motivo per cui quando un magistrato inizia ad indagare sulle cosiddette logge massoniche coperte viene regolarmente silurato, fisicamente e/o lavorativamente.
Il
problema centrale della massoneria. Il giuramento massonico.
Ora, qui sta
il nodo centrale del problema massoneria, tra gli iscritti alla massoneria
esiste un giuramento di fedeltà che li porta ad aiutarsi l’un l’altro.
Questo è il nodo cruciale del problema massonico: è possibile che un pubblico
ufficiale o un funzionario statale siano servitori dello stato ma,
contemporaneamente, prestino fedeltà ad un’istituzione non statale?
Il tema, ovviamente, è tutto da approfondire, perché ovviamente i più alti esponenti della massoneria negano che il loro giuramento di fedeltà prevalga sulle leggi dello stato. Ma, francamente, quando in una loggia coperta operano mafiosi, esponenti dei servizi segreti, imprenditori, e politici, c’è perlomeno da dubitare di queste affermazioni di lealtà allo stato.
Occorre
inoltre tenere presente una cosa che pochi sanno; all’interno la massoneria ha i
propri tribunali, organizzati in tre gradi proprio come avviene nell’ordinamento
giudiziario italiano.
La massoneria si configura quindi come un vero stato nello stato. Potremmo dire
uno stato al di sopra dello stato. O perlomeno, per usare le parole della 32
Commissione parlamentare antimafia, “le
logge coperte … sono in grado di determinare gravi interferenze nell’esercizio
di funzioni pubbliche”.
Il legame della massoneria con i servizi segreti
C’è un dato
importante poi che non bisogna trascurare: i servizi segreti sono quasi sempre
stati diretti da appartenenti alla massoneria, con tutte le conseguenze del
caso. E’ documentalmente accertato che furono diretti per quasi 30 anni da
appartenenti alla massoneria, oggi non si sa poiché mancano elenchi di iscritti
recenti. Ma non a caso è coinvolto nell’inchiesta di De Magistris l'odierno capo
della sezione calabrese del Sismi, oltre a vari politici.
Per qualche decennio i servizi segreti non rispondevano, insomma, al Governo, ma
a Gelli. Ed è probabilmente per questo – per la presenza dei servizi segreti
deviati - che in tutti i fatti giudiziari più gravi di questi ultimi anni,
quando erano presenti i servizi segreti, i testimoni sono morti in modo
misterioso e sempre con le stesse tecniche (suicidi in ginocchio; incidenti
stradali; infarti improvvisi).
Diciamo “probabilmente” perché il dubbio è sempre un obbligo, quando si tenta di ricostruire un sistema di potere senza avere prove documentali certe (cosa peraltro estremamente facile quando chi deve indagare è legato a quel gruppo di potere e per non tradire il giuramento fatto non indaga). Tuttavia è un fatto che nei principali episodi stragisti dell’Italia di questi ultimi decenni (solo per far qualche esempio: Italicus, Ustica, Moby Prince, Piazza Fontana; Strage di Bologna; strage di Via D’Amelio e strage di Capaci) i servizi segreti deviati erano sempre coinvolti in vario modo; e i testimoni sono sempre morti nello stesso identico modo: con una tecnica che oltre ad essere sempre uguale, è indizio dell’intervento di persone che adottano tecniche sofisticate (ecco il significato dell’espressione “menti raffinatissime” usata da Falcone riguardo al suo attentato all’Addaura). Ciò indica che probabilmente c’è un filo conduttore tra tutte queste stragi. E questo filo conduttore probabilmente lo si troverebbe nello logge massoniche deviate.
Conclusioni.
In conclusione: le logge massoniche coperte sono il collante che lega tra di
loro criminalità, finanza e politica. Il giuramento massonico, e i vari legami
che in queste sedi si creano, sono la spiegazione dell’espansione della
criminalità organizzata in tutti i campi della vita sociale e politica. Ai
vertici della finanza, della politica, dell’imprenditoria, ci sono molto spesso
persone legate, direttamente o indirettamente alla massoneria. E i servizi
segreti deviati sono stati, da sempre, il braccio armato della massoneria
deviata.
Ma su queste logge è impossibile indagare, perché, appunto, chi tocca questi
fili muore, o viene delegittimato.
Per questo motivo è importante seguire da vicino, per tutti noi che ci occupiamo
di queste vicende, le vicende di De Magistris, Woodcock e Forleo. Perché,
consapevolmente o inconsapevolmente, hanno toccato i vertici del potere. Hanno
toccato cioè quel filo sottile che lega politica e criminalità, ove risiede la
spiegazione della maggior parte dei disastri che affliggono il nostro paese da
decenni.
Approfondimenti.
Gli interrogativi suscitati dal fenomeno massonico sono molti e andrebbero
approfonditi ben oltre quello che è lo spazio di un blog come questo.
- In che rapporto sono le logge coperte con quelle ufficiali? Le logge ufficiali dichiarano spesso l’illegittimità e la criminalità di queste logge coperte. Ma al di là delle posizioni ufficiali, i singoli iscritti in che rapporti sono tra loro? E i tribunali massonici, valgono anche per le logge coperte, oppure solo per quelle ufficiali? In altre parole: le logge coperte in che misura partecipano alle attività e sono collegate con le logge ufficiali?
- Dall’essere iscritti in massoneria derivano spesso le proprie fortune e i propri legami; come si comporta allora un funzionario dello stato quando si troverà a dover scegliere tra far prevalere il giuramento di fedeltà allo stato e quello alla massoneria? Cioè quando si troverà a dover scegliere tra il violare la legge, o perdere d’un colpo la fortuna che gli è arrivata attraverso i canali massonici?
- Il giuramento massonico è compatibile con il giuramento che un servitore dello stato fa, nei confronti dello stato stesso?
- In che misura l’appartenenza alla massoneria di alte cariche dello stato, è in grado di interferire nelle corrette relazioni tra stati? Questo tema vede un vivace dibattito tra teorici del complotto, che vedono la massoneria come un’organizzazione sovranazionale che decide spesso le sorti dell’umanità; e coloro che negano l’esistenza di questo complotto, di queste collusioni tra alti vertici delle istituzioni. Eppure queste collusioni possono essere intraviste.
Riportiamo le parole di Di Bernardo, Gran Maestro degli Illuminati: “Le concordanze ci sono sempre al vertice. A un certo livello ci sono sempre state, segretamente. Quando si parla di questo filo segreto si parla di un dialogo sottile, profondo, che esiste tra persone di qualità. Sono queste convergenze a evitare – in caso di crisi o conflitti – i danni maggiori le situazioni irreparabili E’ chiaro che, alla base della piramide, troviamo il prete e il massone che si comportano come Don Camillo e Peppone. Ma i vertici, poiché sono vertici illuminati, si toccano sempre. Questo vale per tutto. E io ritengo che siano non solo fortunati, ma beati, coloro che – sia pure per un singolo istante della loro vita - possono vedere queste connessioni ideali tra i vertici”.
IL MISTERO PEDOFILIA
RACCAPRICCIANTE. Quanto ha recentemente svelato la maxi-inchiesta di Torre Annunziata sulla pedofilia via Internet, va al di là di ogni immaginazione. Centinaia, forse migliaia, di piccoli seviziati. Bambini stuprati, uccisi e filmati. Il turpe traffico, con diramazioni internazionali e basi in tutta Italia, è stato scoperto grazie anche all’aiuto di Telefono Arcobaleno. Tutto ha avuto inizio il 27 settembre 2000 quando la procura di Torre Annunziata, ha inviato sei ordini di cattura in Italia, per acquisto di immagini pedo-pornografiche, e tre in Russia, per la produzione e la vendita del materiale pedofilo. L’Italia ha appreso con sgomento che con sette milioni si può vedere uccidere un innocente, uno per spiarlo nudo, ecc. Ora si pensa, con orrore, alla tremenda fine che hanno potuto fare alcuni dei tanti giovanissimi scomparsi e, intanto, si cercano in tre città, Civitavecchia, Vercelli e Catania, alcuni bimbi dei filmati degli orrori.
Un numero incredibile di bambini che scompaiono.
L’allarme, tuttavia, era stato lanciato da tempo. Un numero incredibile di persone sparisce ogni giorno nel nulla, soprattutto giovanissimi. Molti di loro si trovano, di altri non se ne sa più niente. E’ come se si fossero volatilizzati, spariti. Nel mondo spariscono ogni anno molte migliaia di persone. Ogni anno in Italia sono dichiarati scomparsi oltre 2000 minori. Alcuni di loro tornano a casa da soli, altri vengono ritrovati dalle forze dell'ordine, altri ancora non hanno mai fatto ritorno. Secondo le cifre del Ministero dell'Interno, solo nel 1996, sono stati dichiarati scomparsi 2391 minori. Di questi, 1912 hanno riabbracciato le loro famiglie. Al marzo '98 i minori dichiarati scomparsi erano 1419, di cui 796 sono stati rintracciati dalle forze dell'ordine. Che fine fanno i tanti di cui si perderà ogni traccia?
Per farsi una pallida idea di quanto è grave il fenomeno basti sapere che, nel 1997, “Il Giornale” (15 Marzo 1997) titolava un lungo pezzo: “Dal ’90 quadruplicati i ragazzi spariti”. Oggi sono molti di più. Un calcolo, anche approssimativo, è impossibile. Il quotidiano, tra l’altro, denunciava: “Cresce il numero dei giovani, soprattutto tra i 15 e i 18 anni, che svaniscono nel nulla. Le piste: droga, sette religiose, voglia d’avventura e mercato degli schiavi” e, come vedremo, altro ancora. Nel mondo la situazione è molto più allarmante. Solo negli Stati Uniti ogni giorno scompaiono 2200 bambini. Tra questi “desaparecidos” tanti sono, anche, i bambini al di sotto dei dieci anni. E’ un problema grave, molto sentito in Europa, ne fanno fede la “Raccomandazione” (n.R-79-6) in relazione alle “Missing Persons” stabilita dal Council of Europe e la pubblicazione della Oxford Up. “The dictionary of national biography: missing person”.
Se molti di
questi giovani vengono ritrovati, di altri non se ne saprà più nulla. Alcuni di
loro finiscono nella rete della prostituzione, della pornografia, della
pedofilia, altri nel sottobosco criminale dei devoti di Satana. Il giornale “La
Stampa” (8/2/87) riporta la notizia di una sètta satanica che reclutava bambini.
Ecco quanto scrive il quotidiano: “La sètta, “Gli scopritori” (Finders), fondata
a Washington da un ‘santone’ che oggi ha 66 anni, Marion Pettie, si serve dei
piccoli per i suoi riti demoniaci, imperniati sul sacrificio di animali e, si
sospetta, anche su pratiche sessuali. ...La scoperta dell’organizzazione, sorta
dai resti di una comune di hippies degli Anni Sessanta, ha sconvolto la capitale
e tutti gli Stati Uniti”.
Pedofilia e satanismo.
Ciò che più lascia sconcertati di questa sètta è che, secondo Ted Gunderson, dirigente dell’FBI di Los Angeles fino al pensionamento nel 1979 e, da allora, investigatore privato e consulente per la sicurezza, è, a quanto scrive la rivista “Nexus. New Times”, n. 23 (edizione italiana), la sua affermazione: “La mia conferenza relativa ai ‘bambini scomparsi’ documenta che i Finders (Scopritori, ndt) di Washington, DC, sono un’organizzazione di facciata della CIA; si tratta di un’operazione coperta coinvolta nel traffico internazionale di bambini”. Egli, commenta Uri Dowbenko, autore dell’articolo sulla citata rivista, si riferisce ad un rapporto del Servizio Dogana U.S.A. che asserisce che il caso della sètta Finders deve essere chiuso per il motivo che è “un affare interno della CIA”.
Uri Dowbenko scrive ancora nel n. 23 di “Nexus”: “Bambini scomparsi, violenze sessuali su di essi e pedofilia a livello mondiale puntano tutti verso il coinvolgimento di una rete organizzata di criminali di alto livello che controllano di nascosto il sistema legale. L’ex agente del FBI ed investigatore privato Ted Gunderson si trova d’accordo. Egli sostiene che - esiste una considerevole sovrapposizione di vari gruppi e organizzazioni, tuttavia la forza trainante è rappresentata dal movimento del culto satanico odierno- ”.
La drammatica testimonianza di una giovane vittima.
Paul Bonacci, è un giovane recluso al centro correzionale di Lincoln, in isolamento, perché più volte minacciato di morte, per via di accuse gravissime rivolte dal giovane ad insospettabili uomini di potere. Lo psichiatra che lo ha sottoposto a perizia, Beverly Mead, ha dichiarato che il ragazzo è sano di mente e, a suo parere, dice il vero. Bonacci racconta: “Ero nelle mani di un gruppo denominato Namba (North American man – Boy Love Association) che mi portava in riunioni a New York o a Boston. All’età di 9 anni, fui portato in un hotel con altri 5 ragazzi e ci hanno costretti ad avere rapporti sessuali mentre ci filmavano. In seguito mi obbligarono ad avere rapporti con bambini.
Solo nel 1986 sono riuscito a slegarmi dal gruppo. (…). Nell’estate del 1985, Larry King (leader del progetto repubblicano di aiuti alla comunità di colore americana, ndr) mi portò, insieme ad un altro ragazzo, Nicholas, di Aurora, nel Colorado, in California per girare un film. …c’era un ragazzo in gabbia. (…). Ci fecero spogliare e indossare dei vestiti tipo Tarzan e ci obbligarono ad avere rapporti con il ragazzo nella gabbia. Ci dissero di picchiarlo. (…). Arrivò un uomo e iniziò a sbattere il ragazzo come se fosse una bambola. Prese una pistola, gliela puntò in testa e sparò… (Bonacci poi fa i nomi di alcune delle persone che hanno abusato sessualmente di lui, ndr) Alan Bair, Peter Citron, Larry King, Harry Anderson, il deputato Barney Franks, a Washington. (…). …nel 1984 mi portarono al ranch South Fork, a Dallas, nel Texas, in corso la Convention Repubblicana e Larry King organizzava dei party-pedofili” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, in “Avvenimenti”, 17 luglio 1991).
Paul Bonacci fu testimone di accadimenti ancora più spaventosi e prosegue il suo racconto con rivelazioni shoccanti: “Sono stato testimone del sacrificio umano di un bambino di pochi mesi. Era la ricorrenza del tempo della nascita di Cristo e, in questo rituale annuale, tutti cantavano per pervertire il sangue di Cristo. Con un pugnale uccisero e fecero a pezzi il bambino; poi riempirono una coppa col suo sangue mescolandola ad urina e ci obbligarono a bere dalla coppa mentre loro cantavano: ‘Satana è il Signore…’ ” (DeCamp J., The Franklin Cover-up, AWT, Inc. Lincoln, Nebraska 1992).
Le indagini della Commissione Franklin.
Le persone
legate a King, leader del progetto Repubblicano di aiuti alla comunità nera
tramite la “Credit Union” e il “National Black Repubblican Council”, erano
dedite a “rapimenti di bambini da impiegare nella prostituzione, produzione di
snuff-film (film con morti in diretta) e party-pedofili. Dopo l’avvio delle
indagini della Commissione Franklin, numerosi ‘incidenti’ hanno allontanato la
data del processo contro di lui. Dan Ryan, socio di King, è stato trovato
strangolato nella sua macchina. Bill Baker… partner del vice-presidente del
‘National Blak Repubblican Council’ nel business della pornografia, è stato
ucciso con un colpo alla nuca. Curtis Tucker… si è ‘gettato’ da una finestra
dell’Holiday Inn. Charlie Rogers, amante di King, si è ‘fatto saltare’ la testa
con un colpo di pistola. Bill Skaleske, ufficiale del Dipartimento di Polizia di
Omaha che dirigeva le indagini su King, è stato trovato morto… Joe Malek, altro
socio del mercante di bambini e proprietario del Peony Park, dove si svolgevano
i party dei pedofili, è stato trovato morto, ucciso da un colpo di pistola: la
polizia ha archiviato il caso come suicidio. Molti testimoni sono restii a
presentarsi… Mike Lewis, 32 anni, incaricato di proteggere le vittime-testimoni,
è stato trovato morto per un attacco di diabete. La commissione Franklin si è
poi definitivamente arenata quando l’investigatore incaricato delle indagini,
Gary Caradori, è morto in un misterioso incidente aereo, dopo aver informato il
suo ufficio di avere informazioni sensazionali: ‘è dinamite…’ “ (Giovanni
Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.)
Quanto ho raccolto in questo dossier, in relazione a certe efferatezze orripilanti, è, tuttavia, solo la punta di un iceberg di impensabili proporzioni. Nell’incredibile indifferenza dei mass media le stragi di innocenti continuano. A Los Angeles, in 22 comuni della contea, gli inquirenti stanno investigando su un gran numero di casi di pedofilia a sfondo rituale. In più parti del mondo si conoscono casi di bambini sacrificati a Satana. Ecco una terribile conferma: “Satana ha preso piede anche in Sudafrica con tutti i raccapriccianti aspetti del suo culto, quali il sacrificio di bambini sgozzati sull’ ‘altare’ del principe delle tenebre... riunioni orgiastiche dove giovanissimi sono obbligati ad avere rapporti sessuali con cani o caproni, i simboli più oleografici di Lucifero” (“Corriere della Sera”, 20 maggio 1990).
inchieste insabbiate.
Le indagini vengono, quasi sempre, insabbiate, vi è come una congiura del silenzio, coperture misteriose. Ted Gunderson, per quanto riguarda gli Stati Uniti, ha affermato: “Ho quattro testimonianze particolareggiate di tre detenuti coinvolti in rituali satanici e una di un sacerdote dello Utah, che mi hanno confermato l’esistenza di cinquantamila-sessantamila casi annuali di sacrifici umani. (…). Sono stati ritrovati numerosi cimiteri in tutto il Paese, con decine di cadaveri non identificati e nessuno ha indagato a fondo…” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).
I crimini satanici sono in espansione in tutto il mondo. Per quanto concerne l’Inghilterra, Dianne Core, responsabile dell’Istituto Childwatch (Associazione di assistenza e protezione dei minori), ha denunciato connubi dei satanisti con lobby politiche che tendono a coprire le loro efferatezze. La dott.ssa Core ha, tra l’altro, affermato: “Purtroppo non abbiamo ancora individuato il vertice della gerarchia che controlla il satanismo in Gran Bretagna. …godono di protezioni ad altissimo livello”. Pedofili satanisti sono presenti anche a Londra. Il “Corriere della Sera” del 18 marzo 1990, denuncia: “Londra. Bambini torturati e violentati nel corso di riti satanici, feti estratti a forza dal ventre di madri minorenni e immolati... Ai confini della realtà suonano, infatti, i racconti di bambine e adolescenti offerte agli alti sacerdoti di una sètta e ai loro adepti per essere violentate. Una volta gravide, le piccole verrebbero costrette ad abortire e il feto di quattro mesi sacrificato per la purificazione dei satanisti che ne berrebbero il sangue o se ne ciberebbero. ...Un’inchiesta condotta da 66 gruppi di ricerca della ‘Società nazionale per la prevenzione della crudeltà contro i bambini’ nel Regno Unito conferma l’esistenza di tali pratiche...”.
Feti mangiati in una cena satanica.
L’inglese Dianne Core, il 19 gennaio del 1998, alla cerimonia di fondazione del “Tribunale Internazionale Martin Luther King” denunciò che in Inghilterra nel mese di Aprile sarebbe iniziato un processo per stupro nei confronti di una giovane della quale disse: “Fu violentata da quando era piccola fino all’età di 15 anni. Quando raggiunse la fecondità, fu messa incinta otto volte; ogni volta fu fatta abortire al quarto mese e i feti furono messi nel congelatore, quindi mangiati in una cena satanica a cui lei fu obbligata a partecipare”. Il rapporto tra pedofilia e satanismo è stato più volte provato. Diverse inchieste giornalistiche e molti responsabili di centri di protezione per l’infanzia hanno lanciato il messaggio che, più frequentemente di quanto si creda, il racket della prostituzione dei minori e della pedofilia sono gestiti da sètte sataniche. Telefono Arcobaleno, l’associazione contro la pedofilia il cui direttore è il parroco di Avola (Siracusa), don Fortunato Di Noto, ha scoperto e denunciato un sito satanista che mostra terribili foto di sacrifici umani a Satana e le vittime sono giovanissimi. Di Noto ha affermato: “Si aveva il sospetto che il satanismo fosse in qualche modo legato alla pedofilia e ai sacrifici umani. Ma non si erano ancora rinvenuti siti così crudeli da ostentare le foto di sacrifici umani anche su soggetti minorenni. Le immagini a quanto pare non sono risultato di fotomontaggio” (“Gazzetta del Sud”, sabato 1 Luglio 2000).
In Inghilterra un bambino ha fatto rivelazioni allucinanti. Il quotidiano “Il Giorno” (15/9/90) scrive: “Nei suoi racconti confusi emergono truculente storie di uccisioni di neonati, di tombe aperte di notte, di cannibalismo e di riti misteriosi con diavoli e fantasmi e bambini costretti a bere pozioni misteriose prima di venir violentati e chiusi in gabbia. Le rivelazioni erano state fatte dal piccolo e da sua sorella in marzo, con l’aiuto di bambole e disegni”. Misfatti, che sembrerebbero godere di protezioni ad alto livello.
Lobby politiche di alto livello e pedofilia.
Il giornalista Maurizio Blondet, nel corso di un’intervista (apparsa su “Teologica”, settembre/ottobre 1996), mi disse: “Certi personaggi praticano strani riti su un’isola vicino a Washington. Sono personaggi di alto livello, si riuniscono, in notti di luna piena, e celebrano dei riti molto particolari. Naturalmente nessuno vuole indagare su questo perché si tratta di gente molto potente. Sono cose che si sussurrano. Allo stesso modo in certi ‘entourage’ politici di alto livello si dice, molto sottovoce, che vengano stuprati dei bambini. Il tutto avviene in un sottofondo rituale di magia nera. Non sono persone comuni che fanno queste cose, si tratta di gente che ricopre altissime cariche, funzionari del Pentagono, etc.”.
Orrori su orrori, che si intersecano in quella terra buia degli adoratori del diavolo. Ecco quanto scrive ancora “Il Corriere della Sera” (28/7/90): “Orrore a Londra dopo la scoperta di un mercato di pellicole per pedofili con riprese dal vero” e più avanti “Scotland Yard teme che almeno venti bambini, scomparsi senza lasciare traccia negli ultimi sei anni, abbiano fatto una fine orribile. Una squadra speciale è stata formata per indagare nel lurido mercato dei video pornografici ‘snuff’ destinati a pedofili sadici. La parola ‘snuff’ in gergo significa ‘morire, spegnersi’ e in questi video le piccole vittime sono riprese dalle telecamere mentre sono torturate e uccise dopo avere subito violenze sessuali. La polizia è convinta che almeno sei bambini siano morti in questo modo a Londra e nella contea del Kent. L’Inghilterra... ha appreso con orrore che in seno alla società circolano mostri pronti a filmare i tormenti, l’agonia e la morte di bambini per soddisfare il piacere perverso di tanti altri mostri pronti a pagare dieci milioni per una copia del film”.
I misteri del Belgio.
E’ una tragedia immane, che dilaga sempre di più ovunque. Le stime esatte delle giovanissime vittime sono impossibili e non esistono dati certi sull’entità del fenomeno, tuttavia, non meno di 250 milioni di copie di videocassette sono commercializzate in tutto il mondo, solo negli Stati Uniti sono stati venduti 20 milioni di video. Film sempre più ‘forti’, spesso, con torture seguite dalla morte del bambino. Ogni anno, nel mondo, un milione di minori di 18 anni è vittima dei commerci più turpi, che vanno dal sesso perverso nelle sue più svariate forme: prostituzione, turismo sessuale, pedofilia, pornografia, sadismo, etc., fino all’omicidio. Fatti orribili accadono in ogni parte di questo nostro pianeta. Sono recentissime le efferatezze compiute in Belgio. Fatti che, giorno dopo giorno, emergono identici a quelli appena narrati. Orrori, come quelli che sarebbero stati compiuti dal pedofilo criminale Marc Dutroux, ribattezzato il <<mostro di Marcinelle>>. Fatti truci e sconvolgenti, che la dicono lunga sulla diffusione di questo raccapricciante fenomeno.
Nei video del Dutroux “si vedrebbero - scrive la ‘Gazzetta del Sud’ del 23 novembre 1996 - bambine violentate fino ad essere uccise. La denuncia è stata fatta ieri durante le manifestazioni organizzate a Parigi in occasione della prostituzione minorile e a dare l’incredibile notizia è stata la signora Sophie Wirtz, a capo della sezione belga del ‘Movimento del nido’ “. Più avanti altri fatti terribili: “Non si è ancora toccato il fondo dell’orrore in questa tragedia - ha detto la signora Wirtz - da due anni continuiamo a dire che le cassette video che fanno vedere la morte in diretta di bambini circolano in Belgio e temo che nell’affare Dutroux ci si orienti proprio verso questo genere di nefandezze”. La Wirtz afferma che, dall’inizio dei fatti accaduti in Belgio, le video cassette di pornografia minorile sequestrate sarebbero 600. La presidente del “Movimento del nido”, nell’intervista pubblicata dal quotidiano, spiega che la pedofilia: “non è un rapporto affettivo anzi è l’espressione del dominio sul bambino e lo stadio estremo di questo dominio è proprio la morte”. Parole che bruciano come fuoco.
Nell’affare Dutroux c’è di tutto: pedofilia, omicidi, necrofilia, snuff-film e personaggi dell’alta società belga, del mondo dell’alta finanza, della politica, etc. Questa è almeno l’opinione dei cittadini belgi. E’ anche strano che ad oggi l’inchiesta non abbia portato ancora a nulla circa i complici del Dutroux, anzi, sembra essersi arenata. Sono tanti i misteri. Dutroux aveva già ricevuto nell’89 una condanna di 13 anni di carcere per aver sequestrato e violentato, a più riprese, due minorenni nel 1985 e la sua compagna Michèle Martin è stata condannata a sei anni di carcere per analoghe imputazioni. Ma i due non hanno scontato totalmente la pena, avendo ottenuto la grazia direttamente dal re. Si mormora anche che le piccole vittime sono molto di più di quanto è stato detto. Così, mentre in Belgio oltre 350 mila persone manifestavano in piazza contro il mostro di Marcinelle e i tanti misteri che circondano quei crimini, in Svizzera calava il più stretto silenzio sul magnate elvetico arrestato, in Sri Lanka, con l’accusa di aver violentato mille e cinquecento bambini.
La sètta Anubis e il caso Dutroux.
La zia di una delle due ragazzine assassinate da Mark Dutroux, il mostro di Marcinelle, ha fatto gravi dichiarazioni: “Il mercato dei video porno che coinvolgono minori ha tentacoli in tutta Europa, in Olanda, in Germania e in Svizzera”. Mostruosità di un mondo che abusa dei bambini in ogni modo possibile, li stupra, li sevizia, li uccide brutalmente. Non è estraneo a questa efferatezza il revival dei culti satanici, che sono tornati in auge. Dal quotidiano fiammingo “Der Standaard”, si è appreso con stupore, che almeno quattro poliziotti farebbero parte della sètta satanica “Abrasax”, sospettata di aver comprato bambine, dal killer-pedofilo Dutroux, per i loro riti. Si è arrivati a questa sconcertante scoperta grazie ad una lettera (un “buono di comando” si è detto) trovata durante una delle perquisizioni successive alla scoperta dei corpi di Julie e Melissa, nella casa di Bernard Weinstein, sepolto vivo dallo stesso Dutroux. In questa lettera firmata “Anubis” si chiedeva a Weinstein di “non dimenticare di ricordargli che la grande festa si avvicina e noi attendiamo il regalo per la grande sacerdotessa”. Evidentemente Weinstein doveva “ricordare” la promessa a Dutroux.
In più è stato trovato, anche, uno strano documento, nel quale, si faceva presente la necessità di trovare il prima possibile “otto vittime da uno a 33 anni”. “Anubis” è, al secolo, Francis Desmedt che è anche “gran maestro” della cosiddetta “vieille religion”, una specie di associazione internazionale di streghe. E la grande sacerdotessa ha anche lei un nome? Certo, si chiama Dominique Nephtys, anche lei un pezzo da novanta della “chiesa belga di Satana”. Chi sono gli altri membri di questa sètta satanica rimasti segreti? E su quali protezioni hanno potuto contare? Le indagini si presentano subito difficili e lascia stupiti il fatto che viene cacciato il giudice anti-pedofilo Connerotte. Il magistrato non indagherà più su Dutroux. La Corte di Cassazione ha, infatti, deciso di togliere l’inchiesta al giudice istruttore Jean Marc Connerotte, che era diventato un eroe popolare. Alla notizia seguono manifestazioni e scioperi a catena. Una donna, mentre i manifestanti urlavano: “Justice pourrie” (giustizia marcia) ha gridato: “Oggi i bambini sono stati uccisi per la seconda volta”.
il console pedofilo.
Personaggi insospettabili continuano a fare scempio dei bambini e, spesso, rimangono impuniti. Recentemente il console aggiunto israeliano a Rio de Janeiro, Arie Scher, è stato accusato di pedofilia e traffico di minorenni è ed fuggito dal Brasile rifugiandosi in Israele. Scher sarebbe riuscito a scappare dal Brasile prima che le forze dell’ordine riuscissero a diffondere le sue generalità ai posti di frontiera. La polizia brasiliana ha raccolto, tra l’altro, le dichiarazioni di una ragazzina di tredici anni. La bambina “avrebbe partecipato a varie festicciole ‘a luci rosse’ nell’appartamento del console nell’elegante quartiere di Ipanema. La stessa ragazzina appare nuda, abbracciata al diplomatico, in una foto tra le numerose sequestrate nell’appartamento. Secondo la polizia, Scher e il suo complice, il professore di ebraico George Schteinberg, mantenevano nove siti Internet di pornografia e pedofilia” (“Gazzetta del Sud”, 7 Luglio 2000).
La caccia ai bambini in Belgio.
Ma c’è di peggio. il settimanale "Diario" (anno V numero 15. Da mercoledì 12 aprile a martedì 18 aprile 2000) pubblica un servizio davvero pauroso: “Dopo la terribile denuncia dell'eurodeputato Olivier Dupuis al congresso radicale, 'Diario' è andato a vedere che c'é di vero riguardo ai minori inseguiti e uccisi a fucilate per divertimento”. L'inchiesta dal titolo: "La caccia ai bambini in Belgio" è firmata dal giornalista Gianluca Paolucci. Ecco un piccolissimo brano di quanto si legge: “Place Fontenas, pieno centro di Bruxelles, a due passi dalla Grand' Place e dai caffé alla moda... Il percorso che ha portato a PLace Fontenas è partito da Roma, dove, durante il congresso del Partito radicale, l'europarlamentare belga Olivier Dupuis ha lanciato una serie di affermazioni che hanno letteralmente gelato la platea. Ha raccontato che nel suo Paese c'é stato un periodo nel quale alcuni bambini venivano costretti a subire violenze di ogni tipo, dove alcuni di questi bambini venivano perfino uccisi, come conigli, durante delle partite di caccia ‘alle quali partecipano nobili, finanzieri, notabili e funzionari dello Stato’ “.
Personaggi insospettabili nel revival delle sètte sataniche.
Nella nostra società il satanismo è un pericolo dilagante di cui, spesso, non se ne parla abbastanza, oppure lo si fa nel modo sbagliato. Gli adoratori del diavolo sono in aumento anche a Roma. Il quotidiano “Avvenire” del 5 settembre 1996 scrive: “un’altra sètta satanica è stata scoperta a Roma. Tremila adepti, 5 milioni per iscriversi...”. Il fatto che più “lascia stupiti - dissero gli inquirenti - è l’apparente insospettabilità di molte delle persone indagate...”. Si è anche appreso che: “sembra, che la congregazione contasse anche l’affiliazione di noti nomi del mondo dello spettacolo...”. In Inghilterra spariscono, ogni anno, circa centomila giovani. Scotland Yard, a Londra, deve occuparsi ogni giorno della sparizione di ben 2500 teenagers. I più vengono rintracciati, di alcuni non se ne saprà più nulla. Il giornalista Alfio Bernabei riporta altri fatti terribili accaduti a Londra: “Carni di bambini e di feti umani sono state mangiate da uomini e donne che hanno preso parte a riti cannibalistici in Inghilterra in questi ultimi anni nel quadro di un sinistro revival di cerimonie sataniche. Alcuni bambini sono stati sacrificati su altari dopo aver subito torture e sevizie sessuali...” (”L’Unità”, 9 agosto 1990). Sembra un’umanità impazzita.
Millecinquecento persone sparite in sei mesi.
Negli Stati Uniti questi orrori sono ancora più frequenti. E’ Modesto, “la cittadina californiana che detiene il record nazionale Usa di chi sparisce nel nulla”. “Non è chiaro perché, ma questo fazzoletto di California a est di San Francisco, detiene il record per il più alto numero di persone sparite nel nulla in America. I mancanti all'appello sono ben 1.500, soltanto negli ultimi sei mesi. Il fenomeno è davvero preoccupante, enorme: negli Stati Uniti, ogni anno, viene compilata una lista di circa 100 mila nomi” (“Diario della settimana”, n.17. Da mercoledì 28 aprile a martedì 4 maggio 1999). Gli investigatori, almeno per alcuni di questi casi, puntano il dito sul mondo variegato e misterioso delle sètte sataniche. Questo è anche il pensiero di Fay Yager, dirigente il “Centro per la difesa dei bambini” (Children of the Underground). Il giornalista Giorgio Medail, nella trasmissione televisiva “Arcana”, trasmessa su Canale 5 (1989) affermava che negli Stati Uniti, secondo fonti attendibili, ogni anno vengono uccisi nel corso di riti satanici 50.000 persone, per lo più giovanissimi.
Bambini sacrificati a satana.
L’ex direttore dell’FBI di Los Angeles, Ted Gunderson, che ha dedicato molti anni ad indagare sui legami tra le sparizioni dei bambini e i riti satanici, affermò, in una puntata della trasmissione “Arcana”, che le vittime vengono torturate e poi uccise. Gunderson, tra l’altro, denuncia: “Durante le mie indagini, ho scoperto che esistono organizzazioni che rapiscono bambini per poi utilizzarli per sacrifici umani durante feste sataniche. Questi fatti coinvolgono, ai più alti livelli politici, avvocati, giudici, gente di potere... Sì, questi gruppi satanici sono indubbiamente coinvolti nel traffico di droga, nella prostituzione minorile, nella pornografia e nella produzione di “snuff-film”... Ho raccolto testimonianze di bambini di otto, nove anni. Avevano disegnato cose orribili: gente, fuoco, un bambino nel fuoco, feticci satanici, bambini torturati. Come può un bambino immaginare cose simili se non le ha vissute?” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).
L’inchiesta del Washington Times.
Il perché questi orrendi crimini, nella stragrande maggioranza dei casi, restano impuniti e si fa poco a livello di indagini sarebbe dovuto al fatto, sempre secondo Gunderson, che manca la volontà politica. La legge non è severa, perché questi gruppi hanno protezioni ad alto livello. Negli USA si “discute su due scandali legati alla prostituzione infantile: droga-party con la partecipazione di bambini ed uccisioni in diretta per produrre snuff-film, che hanno coinvolto politici... molto vicini alla Casa Bianca. I servizi segreti, che dipendono direttamente dal presidente, sono intervenuti insabbiando le indagini, le vittime sono finite in prigione e i testimoni sono scomparsi e morti in strani incidenti o suicidi” (Ibid.). Il giornalista Paul Rodriguez del “Washington Times”, dopo una lunga e delicata indagine affermò: “Sono riuscito a provare che personaggi legati alla Casa Bianca e ai servizi gestivano una rete di ragazzi di vita, ho trovato molti documenti che provano il coinvolgimento di Craig Spence - probabile ex agente della Cia, legato agli ambienti dei servizi della Casa Bianca, ex direttore dello staff di George Bush e figura chiave nello scandalo Iran-Contras - nell’organizzazione di party gay e di pedofili. Dalle prove emerge il nome di un altro deputato, Barry Franks. Ci abbiamo lavorato in quattro per oltre un anno e le informazioni raccolte sono agghiaccianti. L’FBI è stato estromesso dalle indagini e del caso si sono occupati i servizi segreti che dipendono direttamente dalla Casa Bianca. E tutto ciò è molto strano. La rete criminale aveva legami sia con esponenti repubblicani che democratici e si estendeva da New York alla Pensilvania, dal Nebraska alla California. Il reclutamento dei ragazzi avveniva in molti modi, alcuni venivano rapiti per strada e poi detenuti in fattorie particolari. E’ un business imponente, prendono i bambini scappati di casa, negli istituti di adozione, nei campeggi...” (Ibid.).
Rodriguez
editorialista del “Washington Times”, ha svolto indagini per alcuni mesi, prima
di sparare in prima pagina del suo giornale articoli di fuoco su una rete di
ragazzi “di vita” che coinvolgeva deputati e vip legati a Ronald Reagan e George
Bush. “Sesso in vendita in un appartamento di un deputato”, “Il servizio segreto
insabbia l’inchiesta sui prostituti dei vip”, “Ragazzi di vita portati in un
tour di mezzanotte alla Casa Bianca”: questi i titoli del Washington Times”.
(Ibid.). Dopo alcuni articoli Rodriguez mollò misteriosamente l’indagine.
Pezzi di ricambio umani.
Vi è,
addirittura, anche un mercato di “pezzi di ricambio” umani. Vengono inviati ai
possibili clienti veri e propri cataloghi di organi, che dovrebbero servire o
come feticci umani per riti satanici o, in altri casi, per corroborare il
traffico internazionale clandestino dei trapianti. “Centinaia di minorenni,
maschi e femmine, spariscono ogni anno. Molti finiscono all’estero, nel mercato
delle adozioni clandestine. Molti finiscono nel circuito della pedofilia e della
pornografia” (“Visto”, 8/11/1996). Così ha denunciato la parlamentare Rosario
Godoy de Osejo, fondatrice di un “Comitato per i bambini scomparsi” e prosegue:
“Ho il sospetto che la ragione della scomparsa possa essere il prelievo di
giovani e sani organi da vendere nei paesi ricchi. Se le cose stanno così, è
facile capire che fine fanno questi bambini una volta ‘esportati’ “. Fatti
allucinanti.
Piccole cavie da cui espiantare organi.
Non è, infatti, neppure una “leggenda urbana” quella del supermarket degli organi di giovani cadaveri, ma una realtà agghiacciante. La “Gazzetta del Sud” di Venerdì 25 Agosto 1995, al proposito, scriveva: “L’Onu ha denunciato, in forma ufficiale, il traffico di bambini che si svolge, con queste finalità, in alcuni paesi. (…). La commissione delle Nazioni Unite ha esaminato, in questi ultimi tempi, un numero imprecisato di testimonianze, documenti scritti e anche video, forniti dalle organizzazioni per la protezione del fanciullo, dai quali risulterebbe che i reati, da sempre negati energicamente dai paesi interessati, vengono commessi… Un portavoce della commissione si è rifiutato di fare il nome dei paesi sospetti”. Eric Sottas direttore di “Torture International” ha ricordato fatti orribili, come i 1395 giovani malati, spariti, in Argentina, dall’ospedale psichiatrico di La Colonia Montes de Oca, vicino Buonos Aires, come ha denunciato, con documentazione ineccepibile, la giornalista investigativa francese Marie Monique Robin. Sottas ha anche rammentato il ritrovamento, nelle celle frigorifero della camera mortuaria della Facoltà di Medicina, dell’Università di Barranquilla, Colombia, di numerosissimi corpi, dai quali erano stati espiantati organi destinati a corroborare il traffico dei trapianti.
Un pozzo di orrori che sembra non avere mai fine. “Anche Baby Doc, l’ex dittatore di Haiti, si sarebbe arricchito commerciando cadaveri freschi e organi congelati. Coloro che ricevevano gli organi da trapiantare erano cliniche statunitensi e istituti americani universitari o di ricerca. (...). Anche in Guatemala vi è stato un traffico di bambini venduti agli USA per trapianti (‘Corriere del Ticino’, 6 marzo1987. ‘Gente’, 20 marzo1987) mentre quanto accaduto in Honduras è stato confermato dalle agenzie di stampa (Agenzie ATS, ANSA, APP, e ‘Corriere del Ticino’, 5 gennaio 1987). In Colombia i bambini vengono rapiti mentre giocano sulla strada, portati in laboratori dove vengono loro estirpati gli occhi e poi rimessi in libertà dopo opportuna medicazione (Agenzia AGI-EFE, giugno 1987). In una colonia tedesca del Cile alcune sperimentazioni mediche, soprattutto manipolazioni genetiche, sarebbero praticate su bambini e adolescenti... (‘Libération’, 7 dicembre 1987)” (Milly Schar-Manzoli, Manuale di difesa immunologica, Meb, Padova 1988).
Cadaverini da smembrare o da mangiare.
Dagli Stati Uniti ci arrivano notizie di “interesse scientifico” semplicemente assurde. Ecco quanto pubblicava il quotidiano “La Repubblica” (del 23 novembre 1994) in merito alla “tecnica” messa appunto da ricercatori dell’Università dell’Indiana (USA): “Un cuore nuovo? Meglio rinnovare il vecchio organo, evitando il trapianto… La possibilità ora c’è: le cellule del cuore dell’embrione. Impiantate nel muscolo cardiaco adulto, si moltiplicano e, poi, si saldano con le vecchie, portando all’organo malato la forza e la longevità delle cellule giovani. E per ridurre ulteriormente i rischi di rigetto, quasi a zero, le cellule nuove potrebbero essere prelevate dal figlio del ricevente, un embrione creato in provetta col seme del paziente e l’ovulo della madre. Nella impossibilità di adottare tale sistema – che è in assoluto il più valido – si può ripiegare sull’ovulo di un’anonima donatrice, in modo che le cellule siano per metà geneticamente identiche”. Se qualcheduno non lo avesse ancora capito, la raccomandazione “scientifica” è che, se si vuole dare più tono al proprio cuore invecchiato, occorre soltanto generare un figlio e poi ucciderlo per farsi innestare le sue giovani cellule nel proprio vecchio cuore. Da inorridire.
Ma non è tutto, si possono anche integrare le diete e con grande giovamento, con feti abortiti. Increduli? Ecco quanto scrive P. Andrea nel suo “Onan il grande peccato ieri e oggi” (Salus Infirmorum, Padova – Edizioni Pater, L’Aquila, 1996) citando il quotidiano “Avvenire” del 5 maggio 1995: “Feti abortiti usati come integratori alimentari per garantire ‘pelle morbida e un corpo più forte’. Cadaverini utilizzati in cucina per farne ‘zuppe ottime per la salute’. Sembra essere questa l’ultima ‘novità’ dietetica in voga in Cina, almeno a quanto rivelato, nei giorni scorsi, da un’agghiacciante inchiesta pubblicata dal quotidiano di Hong Kong Express Extra…”.
Se è pur vero che il sistema mediologico non serve a far sapere la realtà, ma a creare un rumore di fondo omologante (la logica omologante presiede alla globalizzazione del mondo) in cui tutti pensino allo stesso modo e a far credere alla gente che viviamo in un mondo trasparente, pulito, dove non c’è nulla da nascondere, di tanto in tanto, tuttavia, nella baraonda delle notizie, appiccicate alla rinfusa sui quotidiani, energono fatti tremendi: “Piccole cavie. Gran Bretagna, 28 bambini uccisi per sperimentare un ‘nuovo trattamento’ “. Ecco quanto pubblica “Il Manifesto” del 9 Maggio 2000. In breve l’agghiacciante notizia: “Neonati prematuri alla stregua di porcellini d’india, utilizzati per sperimentare un nuovo ventilatore da incubatrice: tutto questo è accaduto in Gran Bretagna, in un ospedale del nord del paese. Risultato: 28 bambini deceduti, altri 15 con danni cerebrali permanenti, su un totale di 122 bambini sottoposti al ‘nuovo’ trattamento. Questo tremendo bilancio emerge dal rapporto di una speciale commissione d’inchiesta ordinata dal ministro della sanità britannica, per indagare sui fatti avvenuti nel North Staffordshire Hospital di Stoke-on Trent tra il 1989 e il 1993”.
Chi indaga sui traffici di organi muore.
Nel maggio 1996 il giornalista francese Xavier Gautier de “Le Figaro” viene trovato impiccato alle Baleari, nella sua residenza estiva. Una morte avvolta nel più fitto mistero. Gli investigatori spagnoli, poi, parleranno di suicidio. Gautier, prima di partire per le vacanze, aveva lavorato ad una lunga inchiesta su un presunto traffico di organi dalla Bosnia ad una nota clinica dell’Italia del nord.
L’ex ministro per la Famiglia Antonio Guidi aveva avvisato: “Il fenomeno è mondiale. Ma l’Italia, così com’è stata ed è un luogo di passaggio delle droghe, adesso è un punto di transito di bambini a rischio... Arrivano dai Paesi in guerra dell’Est, da quelli poveri dell’Africa. Parecchi di loro - chi può individuarne il numero? - sono destinati ad essere carne di riserva per i ricchi. Piccoli depositi di organi per i figli di chi ha denaro”. Guidi alla domanda se alcuni di questi bambini venivano mutilati, per conseguenti trapianti in Italia, aveva risposto: “In Italia, no. E’ impossibile. Ma attraversano le nostre terre come uccelli migratori, il cui destino è di essere abbattuti” (”Il Giornale”, 4 settembre 1995).
Le accuse fatte all’Italia.
Eppure
l’Italia, scrive Giangiacomo Foà, è stata denunciata “dall’autorevole quotidiano
La Nacion di Buenos Aires che in un articolo di fondo si fa eco delle accuse di
don Paul Baurell, professore di Teologia dell’Università di San Paolo, e delle
denunce fatte il primo agosto 1991 a Ginevra da René Bridel, rappresentante
nelle Nazioni Unite dell’Associazione internazionale giuristi per la difesa
della democrazia. (…). All’articolo di fondo de La Nation ha fatto eco O Globo
di Rio che ci definisce ‘i maggiori importatori di bimbi brasiliani’. Il
corrispondente di O Globo a Roma afferma: ‘L’Italia è il più importante
compratore di bambini…’. (...). Anche in Perù la stampa ci accusa. Da mesi il
quotidiano La Repubblica di Lima denuncia, con nome e cognome, coniugi italiani
che sono arrivati in Perù per comprare bambini di pochi mesi o di pochi anni.
Negli ultimi tempi avremmo ‘importato’ 1.500 piccoli peruviani, molti dei quali
- secondo la stampa di Lima - sarebbero stati poi assassinati per asportare i
loro organi per trapianti” (”Corriere della Sera”, 7 settembre 1991).
Quello dei bambini rapiti, schiavizzati, violentati, costretti a prostituirsi, immolati a Satana o uccisi per espiantare i loro organi è un orrore su scala planetaria. Eppure si continua a fare poco o nulla. Giornali e televisione non denunciano il problema in tutta la sua reale gravità. Ne parlano poco e male, di tanto in tanto. I pericoli per i giovanissimi, come si è visto, vengono da più fronti, non ultima è la constatazione che, sul nostro pianeta, aumentano sempre di più le sètte dedite al culto del diavolo. Lo stesso Guidi aveva avvertito: “Alle soglie del 2000 si sta addirittura registrando un aumento di riti ‘religiosi’, mi raccomando le virgolette, che prevedono anche il sacrificio umano di bambini” (”L’Italia settimanale”, 15 settembre 1995).
IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE
Il mostro di Firenze: quella piovra insinuata ai vertici dello stato. Una strage di stato mai chiamata come tale.
Di Prof. Paolo Franceschetti - 17 dicembre 2007 - http://paolofranceschetti.blogspot.com/
Premessa.
Ho deciso di scrivere questo articolo dopo la vicenda del perito nella vicenda
Moby Prince, sfuggito per miracolo alla morte; qualche giorno fa l’uomo, dopo
essere stato narcotizzato da 4 persone incappucciate ed è stato poi messo in un
auto a cui hanno dato fuoco. Si è salvato per un pelo, essendosi risvegliato in
tempo dal narcotico. L’incidente è identico a molti altri capitati a testimoni
di processi importanti della storia d’Italia. Non tutti però sanno che gli
stessi identici incidenti sono capitati a molti dei testimoni nella vicenda del
mostro di Firenze.
Nella vicenda del mostro di Firenze è stato scritto tanto. E i dubbi sono tanti.
Pacciani era davvero colpevole? C’erano veramente dei mandanti che
commissionavano gli omicidi? Pochi si sono occupati invece di un aspetto
particolare di questa vicenda: i depistaggi, le coperture eccellenti, le morti
sospette.
La vicenda del mostro, in effetti, per anni è stata considerata come un giallo in cui occorreva trovare il serial killer. In realtà la vicenda può essere guardata da una prospettiva assolutamente diversa, cioè quella tipica di tutte le stragi di stato italiane: l’ostinato occultamento delle prove affinché non si giunga alla verità, grazie al coinvolgimento della massoneria e dei servizi segreti; l’inefficienza degli apparati statali nel reprimere queste situazioni; l’impreparazione culturale quando si tratta di affrontare questioni che esulano da un nomale omicidio o rapina in banca e si toccano temi esoterici.
Ripercorriamo quindi le tappe della vicenda per poi trarre le nostre
conclusioni. Con la dovuta avvertenza che il nostro articolo non è volto a
individuare nuove piste; non vogliamo discutere se Pacciani fosse o no
colpevole, se il mostro fosse uno solo o fosse un gruppo organizzato, se dietro
ai delitti del mostro ci sia
Il processo Pacciani.
Dal 1968 al 1985 vengono uccise otto coppie di giovani nelle campagne di Firenze. In 4 di questi duplici omicidi vengono prelevate delle parti di cadavere, seni e pube in particolare. Ricordiamoci questo particolare del pube, perché lo riprenderemo in seguito. La vera e propria caccia al mostro comincia dopo il terzo omicidio, quando si capisce che dietro ad essi c’è la stessa mano. Dopo errori giudiziari, e vicende varie, si arriva all’incriminazione di Pietro Pacciani nel 1994.
Appare chiaro che Pacciani è colpevole, o perlomeno che è gravemente coinvolto in questi omicidi. Gli indizi infatti sono gravi, precisi e concordanti: in particolare lo inchiodano il ritrovamento di un bossolo di pistola nel suo giardino, inequivocabilmente proveniente dalla pistola del mostro (una Beretta calibro 22); l’asta guidamolla della pistola del Mostro, inviata agli investigatori avvolta in un pezzo di panno identico a quello poi trovato in casa Pacciani; e soprattutto un portasapone e un blocco da disegno, di marca tedesca, che verrà riconosciuto come appartenente alla coppia tedesca uccisa dal mostro. C’era poi un biglietto trovato in casa sua, con scritto “coppia” e un numero di targa corrispondente a quello di una coppia uccisa. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali poi fecero il resto, mostrando che Pacciani mentiva, celando agli investigatori diverse cose importanti.
Eppure il processo fa acqua da tutte le parti. Tante cose, troppe, non quadrano in quel processo. Non quadra il movente, perché Pacciani – benché violento e benché in passato avesse già ucciso, per giunta con modalità che a tratti ricordano quelle di alcuni delitti - non sembra il ritratto del serial killer. Non quadrano alcuni particolari (ad esempio le perizie stabiliranno che l’uomo che ha sparato doveva essere alto almeno un metro e ottanta, mentre Pacciani è alto molto meno. Inoltre durante il processo alcuni dei suoi amici mentono palesemente per coprirlo, sembrando quasi colludere con lui. Perché mentono?
In primo grado Pacciani verrà condannato. In secondo grado verrà assolto. L’impianto accusatorio, in effetti, era abbastanza fragile. Però proprio il giorno prima della sentenza di secondo grado, la procura di Firenze riesce a trovare nuovi testimoni (quattro) che inchiodano Pacciani e soprattutto riescono a spiegare il motivo di alcune incongruenze. Due di questi testimoni infatti sono infatti complici di Pacciani e, autoaccusandosi, svelano che in realtà quei delitti erano commessi in gruppo. Ma la Corte di appello di Firenze decide di non sentire questi testimoni, e assolve Pacciani. La sentenza verrà annullata dalla Cassazione, ma nel frattempo Pacciani muore in circostanze poco chiare. Apparentemente muore di infarto, ma Giuttari, il commissario che segue le indagini per la procura di Firenze, sospetta un omicidio.
Il caso Narducci.
Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché
si riapre però dobbiamo fare un passo indietro.
Il 13 ottobre del 1985 viene trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane
medico perugino, Francesco Narducci. Il caso viene archiviato come un suicidio,
anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non
crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del
Narducci nei fatti di Firenze.
Il cadavere
riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985.
Altri, numerosi e gravi indizi, nonché le testimonianze della gente che quel
giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere
ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo
sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul
caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le
procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo
convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto
era iscritto alla massoneria il padre del medico morto e il medico stesso. E si
scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di
Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti
di cadavere.
Le indagini
portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del
mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di
cadavere per alcuni riti satanici.
In particolare, il Lotti confessa che questi omicidi venivano pagati da un
medico. E con un accertamento sulle finanza di Pacciani verranno trovati
capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.
Mentre per
occultamento di cadavere, sviamento di indagini e altri reati minori (che
inevitabilmente andranno in prescrizione) vengono rinviate a giudizio il padre
di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco
Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato
Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica,
Depistaggi
e coperture eccellenti.
In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro
depistaggi, nonché tutte le mosse tipiche che vengono attuate quando occorre
depistare.
In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di
appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne
ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei
colpevoli.
Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta). Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia. Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche vengono querelati anche se le querele verranno poi ritirate.
Vengono
fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non vengono informati gli
inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro la polizia
di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti
di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la
procura di Firenze.
Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro
indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.
Su Narducci
c’era un fascicolo da tempo, ma il fascicolo venne smarrito, e ritrovato dopo
anni privo di varie parti.
Così come scomparvero misteriosamente molti reperti che erano stato acquisiti
durante le indagini, come la famosa pietra a forma di piramide trovata sulla
scena di uno dei delitti.
Il dossier
era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde.
In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero
misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti
fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei
mandanti plurimi e delle messe nere.
Morti
sospette.
Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio. E poi la solita mattanza di testimoni.
Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento della Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta verrà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso venne archiviato come suicidio.
Mentre lo psicologo Maurizio Antonello verrà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.
Renato
Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, che viene
trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli
casi di suicidi in ginocchio, che non fanno certo l’onore delle nostre forze di
polizia subito pronte ad archiviare il caso come suicidio nonostante l’evidenza
dei fatti.
Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani (il primo è anche amante di Milva Malatesta) trovati morti carbonizzati nell’auto.
Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto.
Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria: Ustica, soprattutto, e poi nel caso Clementina Forleo, di cui ci siamo già occupati.
Milva Malatesta e il suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince poche settimane fa. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti deviati.
Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore di infarto nel 1983.
Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994
e venne considerato un caso di lupara bianca.
Il proprietario dell'albergo-ristorante dove, secondo Giuttari e stando ai racconti di Pacciani, si tenevano le messe nere, che muore di infarto.
E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti altri di cui si non si saprà mai nulla.
Un discorso
a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò
una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi,
dandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa
vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con un
porta asciugamani a cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella
casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay.
Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione –
soprattutto - l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso
Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica
Conclusioni
La verità sul mostro di Firenze non si saprà mai. Non si sapranno mai i nomi dei mandanti, perlomeno non di tutti. In realtà, in questa vicenda molte cose sono chiare, molto più chiare di quanto non sembri a prima vista. Leggendo attentamente i fatti e i documenti è possibile farsi un’idea della vicenda, e delle motivazioni che spingono alcune delle persone coinvolte. Ma non è mio intendimento fare ipotesi, smontare tesi o costruirle. Non mi interessa poi così tanto capire se Pacciani era il vero mostro o fu solo incastrato. Se Narducci era il mostro, o se erano altri. Se Pietro Toni, il procuratore che chiese l’assoluzione di Pacciani e definì“aria fritta” l’ipotesi dei mandanti sia in mala fede oppure se gli sia sfuggito un “leggerissimo” particolare: che una simile mattanza di testimoni e di occultamenti presuppone un’organizzazione dietro tutto questo. E che a fronte dei depistaggi, delle sparizioni di fascicoli, dei tentativi di insabbiamento, l’ipotesi del mandante isolato diventa fantascientifica, perché in tal caso si impone di presupporre che tutti gli investigatori che si sono occupati delle vicende del mostro siano impazziti o si siano messi d’accordo per fregare Pacciani e gli altri e che tutti i testimoni siano morti per delle coincidenze.
Atteniamoci quindi ad un dato di fatto. Quando in un indagine importante compare il binomio massoneria – servizi segreti, questo binomio indica che sono coinvolti dei mandanti eccellenti, al di là di ogni immaginazione. Ancora una volta la massoneria deviata riesce a mostrare tutta la sua forza, riuscendo a tacitare ogni tipo di delitti, purché siano coinvolte persone a loro legate. Non solo colpi di stato, stragi e altro, ma addirittura delitti come quelli del Mostro di Firenze. Il che porta a concludere che anche i morti legati alla vicenda Mostro di Firenze, che non sono solo le sedici vittime ufficiali, ma anche tutte le altre (i testimoni soppressi brutalmente e gli omicidi non individuati ufficialmente) possono essere considerati una strage di stato. L’ennesima strage compiuta con la connivenza di pezzi dello stato, resa possibile sia dalle complicità ad alto livello, sia dall’ignoranza degli organi investigativi, dalla loro impreparazione riguardo al modus operandi e alla struttura delle logge massoniche deviate e in particolare delle sette sataniche.
Ancora una volta viene in evidenza poi la totale inutilità delle norme giuridiche e processuali. Finché un PM che avvisa un indagato commetterà un reato minimo; finché l’occultamento di prove o di un fascicolo agli inquirenti, subirà un pena minima, destinata tra l’altro ad andare in prescrizione; finché l’operato dei servizi segreti rimarrà sempre impunito in nome del cosiddetto segreto di stato; finché il tempo massimo per le indagini preliminari, anche in reati così complessi, continueranno ad essere due anni; finché avremo questo sistema, insomma, la macchina giudiziaria sarà sempre paralizzata nel perseguimento di questo tipo di delitti, cioè i delitti che vedono coinvolti, a vario titolo, i colletti bianchi nel coprirsi a vicenda i reati da ciascuno di loro commessi.
Finisco questo articolo riportando le parole di un mio amico di infanzia, ufficiale dei carabinieri di un paese della Toscana. Mi ha detto: “Certo Paolo che dietro ai delitti del mostro di Firenze ci sono alcune sette sataniche legate a logge deviate della massoneria. I fatti di Perugia parlano chiaro. Noi spesso sappiamo chi sono e cosa fanno certi personaggi. Ma abbiamo l’ordine di non indagare. Vedi… Un tempo, se toccavi il tasto mafia – politica e indagavi su questo filone, o scrivevi un pezzo di giornale, morivi. Oggi la politica ha capito che è inutile uccidere per questo, perché i magistrati si possono trasferire, i reati vanno in prescrizione… insomma ci sono altri mezzi per insabbiare un’inchiesta. Ma il tasto delle sette sataniche, e dei coinvolgimenti eccellenti in queste sette, non si può toccare, altrimenti si muore. Pensa che ogni anno, in Italia, spariscono migliaia di bambini. Oltre ai dati ufficiali della polizia di stato, ce ne sono molti altri, Rom, immigrati clandestini, ecc. che non compaiono nelle statistiche. E questi bambini finiscono nel circuito delle sette sataniche, che sono collegate spesso al circuito dei sadici e pedofili, che pagano cifre astronomiche per video ove i bambini muoiono veramente”. E mi ha anche detto i nomi di alcune persone coinvolte, tra l’altro chiaramente ricavabili dal fatto di essere proprietarie dei luoghi in cui si svolgevano questi riti.
Questo mio amico non sapeva, all’epoca, che ero coinvolto anche io in vicende che riguardavano la massoneria deviata e raccontò queste cose con tranquillità, davanti alla mia fidanzata dell’epoca, mentre eravamo seduti in un bar. Tempo dopo, quando lo venne a sapere, e gli feci delle domande, negò di avermi mai dato quelle informazioni. Ma, lo ripeto, quello che importa non sono i nomi. Non è se Tizio o Caio sia coinvolto, e in che cosa sia coinvolto. Anche perché il singolo nome talvolta può essere il frutto di un errore, di un tentativo di screditare qualcuno. E francamente a me non è questo che fa paura. Ciò che fa paura è la vastità delle connivenze; il fatto che per delitti di questa gravità ed efferatezza ci possano essere coperture eccellenti e che la macchina della giustizia sia paralizzata. Il fatto che gli organi investigativi siano impreparati quando si affrontano vicende che sfiorano l’esoterismo e i servizi segreti deviati.
Eppure la vicenda del Mostro di Firenze dovrebbe interessare tutti, non solo gli amanti dei gialli, dell’horror e dell’esoterismo. 18 vittime ufficiali che potevano essere nostri amici, nostri partner, o potevamo essere noi; decine di vittime nella mattanza dei testimoni e delle persone coinvolte; centinaia di famiglie inconsapevoli coinvolte nella vicenda, che escono distrutte, alcune perché vittime del mostro, altre perché sospettate di essere familiari di un mostro. Il vero mostro in questa vicenda, non è solo chi ha ucciso ma anche tutte le persone che hanno coperto la verità, che in virtù dei loro legami con la massoneria deviata o con pezzi deviati dello stato hanno coperto, colluso, e taciuto. Il vero mostro è la massoneria deviata, che come una piovra si è insinuata in tutti i punti vitali dello stato. Il mostro di Firenze è solo uno dei suoi tentacoli.
IL MISTERO MOBY PRINCE

Il Derby della morte. Di
Sandro Provvisionato – tratto da “
Moby Prince. A diciassette anni dalla tragedia, ecco riemergere uno scenario da brividi: su quella rotta stavano transitando otto navi militari fantasma cariche di esplosivi provenienti dalla base Usa di Camp Derby…
Si delineano nuovi
sconcertanti scenari per la tragedia del Moby Prince, il traghetto sulla rotta
Livorno-0lbia che appena uscito dal porto alle 22:27 del 10 aprile 1990, entrò
in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, provocando la morte di 140 persone
bruciate vive perché rimaste per un'ora senza il minimo soccorso.
Il legale di parte civile, l'avvocato Carlo Palermo, ex magistrato (nel 1985 sfuggi a Trapani ad un attentato mafioso in cui una donna ed i suoi due bambini persero però la vita) avrebbe scoperto prove mai esaminate nel corso delle numerose inchieste che si sono succedute negli anni attorno alla vicenda che, per il muro di omertà che la circonda ed i suoi risvolti internazionali, è stata definita “'Ustica del mare".
Secondo il legale, che difende gli interessi di una parte dei familiari delle vittime, ben sette navi militari americane più una francese quella notte, poco dopo le 22, stavano trasportando ingenti quantità di materiale bellico, compreso esplosivo, proveniente dalla base americana di Camp Derby. Un trasporto da considerarsi eccezionale, data la pericolosità del materiale imbarcato, un'operazione segreta che non risulta autorizzata dalla prefettura di Livorno, come prevedono la legge italiana e le norme sulla sicurezza portuale, e da considerarsi quindi assolutamente illegale.
Ecco spiegato perché le autorità americane si sono sempre rifiutate di consegnare ai magistrati livornesi le foto satellitari rilevate quella notte. Ed ecco perché, con ogni probabilità, i soccorsi furono scientemente ritardati, proprio per dar modo alle navi della morte di lasciare la scena della tragedia.
Una tragedia che a questo
punto assumerebbe davvero i contorni della strage. E che solleva nuovi pesanti
interrogativi sulla funzione della base americana di Camp Derby, sul suo ruolo
strategico e sul contenuto dei suoi depositi.
Se la scoperta dell'avvocato Palermo sarà accettata e verificata dalla magistratura livornese, un passo avanti potrà essere compiuto sulla strada della ricerca della verità del più grande disastro navale mai avvenuto in acque italiane negli ultimi 100 anni.
Dal canto suo, dopo anni di inerzia e di inchieste sbagliate (per trovare le cause della sciagura si parlò di un banco improvviso di nebbia, ma anche di disattenzione del comandante della Moby Prince, un ufficiale esperto come Ugo Chessa), la procura di Livorno sembra essersi svegliata dal letargo investigativo, acquisendo tutta l'attività informativa del Sisde, il servizio segreto civile.
Resta da chiedersi perché, per un atto così semplice, siano dovuti trascorrere ben 17 anni.
DA MOSTRO A INNOCENTE, STORIE DI CALVARI.
La scarcerazione di sei condannati all'ergastolo per la strage di via D'Amelio, a diciannove anni dall'eccidio che uccise Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, per lo Stato italiano che nel 1992 fu dilaniato dalle bombe mafiose rappresenta allo stesso tempo un successo, una sconfitta e un mistero ancora aperto. È un successo, perché dimostra che le istituzioni (in questo caso la Procura e la Procura generale di Caltanissetta) hanno la capacità e la forza di ritornare sui passi sbagliati, e di tirare fuori di galera chi stava scontando una pena ingiusta. Anche quando i condannati sbagliati non hanno nomi importanti, ma anzi fanno parte di un girone sociale molto vicino a quello dei reietti. È però anche una sconfitta, perché per arrivare al riconoscimento dell'errore (che probabilmente poteva essere individuato anche nel corso dei processi) ci sono voluti troppi anni e soprattutto un mafioso, Gaspare Spatuzza, che dopo un decennio di prigione s'è «fatto pentito» e ha deciso di raccontare una nuova verità, decisamente più credibile di quella giudiziaria, nonché definitiva, ricostruita fino a quel momento. Fosse rimasto in silenzio, gli innocenti avrebbero finito i loro giorni in cella e l'Italia sarebbe rimasta con una falsa verità sulla fine di Paolo Borsellino. Una fine sulla quale la riapertura del processo aggiunge un ulteriore, inquietante mistero. Perché a questo punto non si tratta più soltanto di scoprire come mai l'erede di Giovanni Falcone fu ucciso con tempi, modalità e conseguenze che facevano e fanno sospettare interessi e regie che vanno oltre gli esecutori e mandanti mafiosi. Ora bisognerebbe scoprire perché le indagini dell'epoca, basate fra l'altro su tre falsi pentiti che fecero arrestare e condannare almeno sette innocenti, presero quella direzione. Fu solo un clamoroso errore investigativo oppure un depistaggio orchestrato ad arte? E in questo secondo caso, per conto di chi? Per coprire che cosa? Domande rimaste senza risposta, anche dopo la liberazione di chi è stato condannato ingiustamente.
Dal 18 luglio 1994 e fino al 28 ottobre 2011 è stato uno degli ergastolani accusati della strage di via d'Amelio. Ha attraversato l'inferno di Pianosa, che lui chiama la discoteca perché "si ballava dalla mattina alla sera per le sevizie", è rimasto in isolamento al 41 bis, ha perso il suo lavoro al Comune come spazzino, portando addosso il marchio di essere uno dei mafiosi che ha preparato l'attentato al giudice Borsellino. Gaetano Murana, scarcerato con altri cinque, compie 54 anni il 4 novembre: il suo primo compleanno da uomo libero dopo 18 anni in cella. Si racconta nella sua prima intervista a “La Repubblica”. Ha il viso scavato, adesso porta gli occhiali e ha le mani gonfie e rosse di chi ha maneggiato tanti detersivi per tirare a lucido le troppe celle in cui ha vissuto. Al polso l'unico "souvenir" che gli ricorda gli anni trascorsi in galera: un orologio Swatch di plastica, l'unico ammesso.
Da dove cominciamo signor
Murana, dall'inizio o dalla fine?
«La
conclusione dei miei giorni in carcere è assolutamente la parte più bella. A
Voghera ho lasciato l'infinita tristezza per una falsa verità che non mi
appart