LAUREATI E ANALFABETI ?!?!?


NELL'ITALIA DELLO SPRECO E DELL'INEFFICIENZA

PARLIAMO DI UNIVERSITA'.

Cioè dell’Università dei concorsi bloccati, della parentopoli, degli scandali dei baroni.

L’Università delle lauree vendute e dei testi falsificati.

L’Università truccata, come rivela in un bel libro della Einaudi, il professor Roberto Perotti, docente della Bocconi: l’Università che nelle classifiche internazionali finisce dietro quella delle Hawaii, che spende più di tutto il resto del mondo (16mila dollari per ogni studente contro i 7mila degli Usa) ma non dà risultati scientifici né una formazione adeguata. L’Università che, grazie alle sue inefficienze, premia le élite e, contrariamente a quello che si crede, punisce i ceti meno abbienti: solo l’8 per cento degli universitari italiani proviene dalle fasce più basse contro il 13 per cento degli Stati Uniti. Ma non erano i costosi Atenei americani il simbolo dell’anti-democrazia educativa?

Oggi l’ultima scoperta: all’Università di Como ci sono 24 docenti per 17 studenti. Un bel record, non vi pare? In sei anni le Università hanno moltiplicato i corsi di laurea: da 2444 a 5400. E non tutti utilissimi, si direbbe a prima vista. In effetti oggi si può diventare dottori, tanto per dire, in scienza dell’aiuola, in mediazione dei conflitti, in tecnologia del fitness, in scienza del fiore e in benessere animale. Manca solo il corso di laurea in raffreddore dei suini e quello in filosofia delle oche e poi il quadro sarebbe completo.

Ma poi che sbocchi danno queste facoltà? E chi le frequenta? Tenetevi forte: trentasette corsi di laurea in Italia (dicasi: 37) hanno un solo studente, a questi vanno poi aggiunti altri 66 corsi che hanno meno di sei studenti. Ma vi pare possibile? Tenere in piedi un corso di laurea e relative spese per un unico studente? O per due o tre?

A Siena hanno collezionato un buco di 145 milioni, non pagano le tasse dal 2004. Poi vai a vedere i bilanci e scopri che, per esempio, l’oculato ateneo spendeva 150mila euro l’anno per affittare alcune stanze di lusso con affaccio su piazza del Campo: inutile tutto l’anno, certo, ma nei giorni del Palio, sai che goduria...

L’Università di Siena utilizza il 104 per cento del suo bilancio per pagare stipendi. 104, avete capito bene: e per tutto il resto? Niente. Nell’ateneo toscano i tecnici sono più numerosi dei professori. E non è un caso unico: a Palermo, per esempio, ci sono 2.103 professori e 2.530 amministrativi, a Messina 1.403 professori e 1.742 amministrativi. La Federico II di Napoli, che nelle classifiche si piazza fra le dieci peggiori università d’Italia, spende il 101 per cento dei suoi soldi per il personale. L’impressione è che anche le facoltà, come la scuola, negli ultimi anni siano stati concepiti più come ammortizzatori sociali che come luoghi di formazione: non si sa se chi esce troverà un posto di lavoro. L’importante è che trovi un posto di lavoro chi resta dentro.

PARLIAMO DI SCUOLA.

L’ultimo scandalo della scuola si chiama Supplentopoli. Ogni anno 150 insegnanti accettano l’incarico e poi dicono di essere in maternità. E così la supplente dovrà essere sostituita da un’altra, sperando che anche quest’ultima non si giochi la carta della dolce attesa. Un meccanismo perverso in vigore solo in Italia, che comporta allo Stato un insostenibile spreco di denaro. Questo a sentire le testimonianze dell’Andis, l’Associazione dei dirigenti scolastici. I dati in possesso dell’organizzazione che raggruppa i presidi sono emblematici: ogni anno oltre mille tra supplenti, precari e fuori ruolo fanno ricorso ad aspettative di maternità e congedi parentali. La legge lo permette. E chi ne fa ricorso è pienamente in regola.

Un altro esempio? Per un posto vengono pagati cinque docenti mentre per sostituire un insegnante si arriva a fare 574 telefonate.

Tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro l’anno (Roma guida la classifica con 2 milioni l’anno), secondo uno studio della rivista Tuttoscuola la spesa complessiva sarebbe però addirittura di 110 milioni. Una mostruosità normativa di cui beneficiano, con modalità diverse, tutte le figure professionali impegnate nel mondo della scuola la cui gestione è regolamentata attraverso le graduatorie. Parliamo dell’esercito più numeroso nell’ambito del pubblico impiego: nel reparto istruzione lavorano infatti un milione e 300mila persone che negli ultimi 10 anni hanno determinato l’aumento del 30% dei costi, portando la spesa complessiva da 33 a 43 miliardi di euro.

Fin qui il malcostume. Poi ci sono i reati da codice penale. Come lo scandalo della graduatorie truccate a Napoli con 60 professori denunciati. Punteggi ritoccati da pirati del web in cambio di tariffe tra i 100 e i 300 euro. Un tariffario a misura dei furbetti delle supplenze che presuppone la presenza di una talpa all’interno del Provveditorato agli studi di Napoli.

LE INCHIESTE

Per trovare un insegnante 574 telefonate. Il record è detenuto, dal 2006, da una scuola di Latina. Triste primato insidiato da un istituto nel Bresciano che, per trovare una sostituta per due giorni di scuola, ha effettuato 123 telefonate, con esito sconcertante: in 77 non hanno risposto, in 42 hanno risposto e rifiutato, 3 hanno accettato (ma, essendo in maternità non hanno potuto prendere servizio).

Morale della favola (però tragicamente reale): per quei due giorni, lo Stato ha pagato ben 5 docenti; quella di ruolo assente, la supplente che ha preso il suo posto e le tre supplenti partorienti. Ultima beffa: a queste ultime, dal primo giorno dopo la scadenza del contratto, spetta per legge anche l’indennità di maternità.

Tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro l’anno (Roma guida la classifica con 2 milioni l’anno); secondo uno studio della rivista Tuttoscuola la spesa complessiva sarebbe però addirittura di 110 milioni. Un balletto di cifre sul quale lo stesso ministro Gelmini fatica a fare chiarezza: «Io vorrei analizzare i bilanci, le strutture sono reticenti nel fornire le indicazioni precise».

Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi.In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per supplenti.

Ma ad essere arrabbiati per l’andazzo sono soprattutto i tanti supplenti che ogni giorno si sottopongono a sacrifici enormi pur di essere regolarmente in cattedra: «È vergognosa l'attuale normativa che consente ai docenti non di ruolo di rifiutare la supplenza, senza neppure motivare il proprio “no”».

I capi d’istituto rincarano la dose: «A volte riceviamo risposte stravaganti del tipo: “Sono disponibile, ma solo se mi lasciate il sabato libero...”; “Va bene, ma a condizione che in classe non ci siano studenti difficili...”; “Ok, ma per arrivare in orario avrei bisogno del rimborso del taxi...” e non manca neppure quello che preferirebbe lavorare “non più di un paio d'ore al giorno” o quello “che al pomeriggio assolutamente non può”». Ma i precari non accettano generalizzazioni: «Vivere perennemente in “lista d'attesa” è già una condizione mortificante - si legge in un blog dedicato ai precari della scuola -, ma passare anche per opportunisti che cercano di sfruttare la situazione, è davvero troppo».

Le procedure per i conferimenti di supplenza da sempre hanno previsto l’invio di telegrammi ai precari a cui viene proposto un incarico temporaneo. Pur non trattandosi, quindi, di una novità, quella dei telegrammi è diventata da alcuni anni una pesante spesa per le scuole. A fronte di rifiuti di accettazione della supplenza o di assenza del docente chiamato, le segreterie devono comunque inviare telegrammi ai candidati all’incarico temporaneo (ogni supplente ha diritto a mettersi in «lista d’attesa» in 30 istituti). Il risultato fa cadere le braccia: va a buon fine solamente il 20-30% dei telegrammi. «Quando le segreterie delle nostre scuole chiamano gli aventi diritto per offrirgli un incarico temporaneo - testimoniano all’Associazione presidi -, 9 supplenti su 10 sono irreperibili; tra quelli che rispondono, invece, solo 8 su 10 accettano l’assunzione».

Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi. In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come già avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per i supplenti. Magra consolazione.

Arriva a scuola, firma il contratto, fa la cosiddetta «presa di servizio» e poi dichiara mortificata: «Sono incinta anch'io». Arrivederci e grazie. Lei, la supplente futura mamma, non metterà più piede in classe, ma lo stipendio le verrà corrisposto regolarmente. Un caso limite? Mica tanto, a sentire le testimonianze dell’Andis, l’Associazione dei dirigenti scolastici. I dati in possesso dell’organizzazione che raggruppa i presidi sono emblematici: ogni anno oltre mille tra supplenti, precari e fuori ruolo fanno ricorso ad aspettative di maternità e congedi parentali. La legge lo permette. E chi ne fa ricorso è pienamente in regola.

Le anomalie nascono invece quando - il giorno dopo l’accettazione della supplenza - la neo-supplente dichiara alla segreteria della scuola che l’ha appena assunta di essere incinta. A quel punto scatta, di fatto, lo stato di maternità che consentirà alla neo-supplente di essere pagata regolarmente senza però mai fare neppure un’ora di lezione. La supplente «futura-mamma» dovrà quindi essere sostituita da un’altra supplente, sperando che anche quest’ultima non si giochi l’asso nella manica della «dolce attesa».

Un meccanismo perverso, in vigore solo in Italia, che comporta per lo Stato un insostenibile spreco di denaro; una mostruosità normativa di cui beneficiano, con modalità diverse, tutte le figure professionali impegnate nel mondo della scuola la cui gestione è regolamentata attraverso le graduatorie. Parliamo dell’esercito più numeroso nell’ambito del pubblico impiego: nel reparto istruzione lavorano infatti un milione e 300mila persone che negli ultimi 10 anni hanno determinato l’aumento del 30% dei costi, portando la spesa complessiva da 33 a 43 miliardi di euro.

MATERNITÀ, CHE COINCIDENZA
Una realtà diventata insostenibile perfino agli occhi dei sindacati scolastici, almeno quelli meno strumentalizzati politicamente e più aperti alle novità. È il caso, ad esempio, dello Snals il cui segretario generale, Marco Paolo Nigi, condivide una riforma delle graduatorie «nell’interesse della maggioranza dei supplenti onesti, spesso penalizzati dai comportamenti scorretti di una minoranza di loro colleghi». Linea pienamente sostenuta da Sostene Codispoti, uno dei più autorevoli rappresentati del direttivo Snals, nonché segretario provinciale milanese: «Il comportamento dei supplenti che, prima firmano il contratto, e subito dopo la “presa di servizio” rivelano di esser in stato interessante, riguarda una minoranza di casi, quantificabili tra il 5-10% (tra 100 e 150 ndr) del totale delle assenze per maternità. La battaglia per una maggiore moralità nel mondo della scuola e della continuità didattica rappresentano, da sempre, priorità dello Snals. Ma ciò non può prescindere da una sostanziale riforma dei vecchi automatismi che disciplinano gli scatti in graduatoria». Proprio la direzione in cui sta andando il ministro dell’Istruzione, Gelmini.

Significativa la testimonianza di una vicepreside di un liceo fiorentino: «Quest'anno mi sono capitate due supplenti incinte. Entrambe hanno accettato l'incarico ben guardandosi dal dire che si trovavano in stato interessante. Risultato: sono entrate in aula un giorno solo e poi sono rimaste a casa in maternità a rischio. Quindi ho dovuto trovare altri due supplenti che sostituissero le supplenti in gravidanza».

Idem in una elementare di Genova. La segreteria, dopo tanto cercare, aveva trovato una supplente in Calabria che, nel giro di ventiquattr'ore è salita in Liguria: «Appena arrivata ha firmato il contratto per la presa di servizio, dichiarandosi automaticamente in maternità a rischio. Così non ha mai messo piede in classe, ma in compenso è entrata subito a libro spese della direzione didattica», racconta il dirigente scolastico.

LE INDAGINI DI NAPOLI
Fin qui il malcostume. Poi ci sono i reati da codice penale. Come lo scandalo della graduatorie truccate a napoli con 60 professori denunciati. Punteggi ritoccati da pirati del web in cambio di tariffe tra i 100 e i 300 euro. Un tariffario a misura dei furbetti delle supplenze che presuppone la presenza di una talpa all’interno del Provveditorato agli studi di Napoli. Il dirigente scolastico Alberto Bottino ha assicurato: «Faremo pulizia». Meglio tardi che mai.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=299689

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=299695 

Agli esami per magistrati abbiamo scoperto schiere di laureati che riempiono i loro temi di «ogniuno», «comuncue», «l’addove», «un’altro», «qual’è» e «risquotere». Un altro laureato tristemente celebre, Raffaele Sollecito, processato a Perugia per la morte di Meredith, nel suo memoriale scrive: «Il bagno è sporco ho chiesto che venghino a pulirlo». Ricevo il curriculum di una laureata in Scienza della Comunicazione alla Sapienza che si candida a lavorare come giornalista che comincia così: «Denoto un grande interesse per il mondo del giornalismo...». Denoto? Io denoto, tu denoti, egli denota interesse? E vuol fare la giornalista? Sempre meglio della sua collega, pure lei laureata, che ha scritto: «L’attore all’ungandosi verso la finestra...».

E dunque: laureati? O l’aureati? In questi giorni gli studenti di alcuni atenei hanno provato a inscenare proteste. Fallite. In corteo quattro gatti e un megafono, tutti gli altri in classe a studiare. Ma studiare cosa? Quanto? Come? E con che profitto? Cercheranno, nelle prossime settimane, di far montare la protesta anche qui, in facoltà. La sinistra ha voglia di Sessantotto, e il Sessantotto non partì proprio dagli atenei? Il paradosso è che quarant’anni fa la rivolta, che si rivelò sciagurata, cominciava da un principio sano: quello di cambiare un sistema universitario che non funzionava.

Ora, invece, chi scende in piazza, quel sistema che non funziona, lo vuole conservare. Ma sì, vuole conservare quest’Università, cioè l’Università dei concorsi bloccati, della parentopoli, degli scandali dei baroni. L’Università delle lauree vendute e dei testi falsificati. L’Università truccata, come rivela in un bel libro della Einaudi, il professor Roberto Perotti, docente della Bocconi: l’Università che nelle classifiche internazionali finisce dietro quella delle Hawaii, che spende più di tutto il resto del mondo (16mila dollari per ogni studente contro i 7mila degli Usa) ma non dà risultati scientifici né una formazione adeguata. L’Università che, grazie alle sue inefficienze, premia le élite e, contrariamente a quello che si crede, punisce i ceti meno abbienti: solo l’8 per cento degli universitari italiani proviene dalle fasce più basse contro il 13 per cento degli Stati Uniti. Ma non erano i costosi Atenei americani il simbolo dell’anti-democrazia educativa?

Oggi vi raccontiamo l’ultima scoperta: all’Università di Como ci sono 24 docenti per 17 studenti. Un bel record, non vi pare? Ma da qualche giorno il Giornale (e solo il Giornale, come spesso accade) sta denunciando questa strana situazione dei nostri atenei che alzano la voce per lamentarsi dei tagli, dimenticando i loro sprechi. In sei anni le Università hanno moltiplicato i corsi di laurea: da 2444 a 5400. E non tutti utilissimi, si direbbe a prima vista. In effetti oggi si può diventare dottori, tanto per dire, in scienza dell’aiuola, in mediazione dei conflitti, in tecnologia del fitness, in scienza del fiore e in benessere animale. Manca solo il corso di laurea in raffreddore dei suini e quello in filosofia delle oche e poi il quadro sarebbe completo.

Ma poi che sbocchi danno queste facoltà? E chi le frequenta? Tenetevi forte: trentasette corsi di laurea in Italia (dicasi: 37) hanno un solo studente, a questi vanno poi aggiunti altri 66 corsi che hanno meno di sei studenti. Ma vi pare possibile? Tenere in piedi un corso di laurea e relative spese per un unico studente? O per due o tre? E poi le Università si lamentano dei tagli... A Siena hanno collezionato un buco di 145 milioni, non pagano le tasse dal 2004. Poi vai a vedere i bilanci e scopri che, per esempio, l’oculato ateneo spendeva 150mila euro l’anno per affittare alcune stanze di lusso con affaccio su piazza del Campo: inutile tutto l’anno, certo, ma nei giorni del Palio, sai che goduria...

L’Università di Siena utilizza il 104 per cento del suo bilancio per pagare stipendi. 104, avete capito bene: e per tutto il resto? Niente. Nell’ateneo toscano i tecnici sono più numerosi dei professori. E non è un caso unico: a Palermo, per esempio, ci sono 2.103 professori e 2.530 amministrativi, a Messina 1.403 professori e 1.742 amministrativi. La Federico II di Napoli, che nelle classifiche si piazza fra le dieci peggiori università d’Italia, spende il 101 per cento dei suoi soldi per il personale. L’impressione è che anche le facoltà, come la scuola, negli ultimi anni siano stati concepiti più come ammortizzatori sociali che come luoghi di formazione: non si sa se chi esce troverà un posto di lavoro. L’importante è che trovi un posto di lavoro chi resta dentro.

Dunque è vero che ci vorrebbe una protesta. Ci vorrebbe un Sessantotto. Ma per rivoluzionare l’Università, non per tenerla così com’è. E invece oggi assistiamo a questo strano paradosso: si scende in piazza solo per difendere il sistema, anche quando il sistema non funziona. I riformisti nel palazzo e i conservatori nel corteo. Strano, no? Ma nelle università ci sono i nostri migliori cervelli: gente di talento, e anche di buona volontà. Non possono non capire che dietro i luoghi comuni e la lagna per i tagli si nasconde la solita difesa di privilegi, baronie, sprechi e inefficienze, quelli che hanno creato quest’Università di laureati (o l’aureati?) pieni di lacune. O forse lagune. Quelli che ti dicono: vedrete, faremo il Sessantotto e la protesta si estenderà a macchia d’occhio. Sì, a macchia d’occhio. E la gente arriverà in piazza a frottole.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=299110&START=0&2col=


NELL'ITALIA DELLA DISCRIMINAZIONE

LO STUDIO DI BANKITALIA: ALLARME PER L'ABBANDONO SCOLASTICO. "AL SUD UNO STUDENTE SU 4 SI RITIRA".

L'Italia sopra la media Ue per l'abbandono scolastico: 20% con punte del 25% nel mezzogiorno e nelle isole. A pesare sono l'ambiente familiare e l'offerta formativa.

Italia sensibilmente sopra la media Ue per quanto riguarda l'abbandono scolastico, soprattutto nel Sud. Nel nostro paese, ancora un ragazzo su cinque tra i 18 e i 24 anni aveva conseguito solo la licenza di terza media, con una incidenza di abbandono scolastico precoce tra le più elevate d'Europa, pari al 20%, che diventa drammaticamente preoccupante se, fuori dalla media nazionale, si fa riferimento solo al Sud Italia: in Campania, Sicilia e Puglia la percentuale sale al 25%, vale a dire che un ragazzo su quattro abbandona la scuola dopo la licenza di terza media.

A fronte di una media europea di abbandono scolastico del 15%, l'Italia registra infatti una media del 20% con punte del 25% al Sud e Isole e del 18% nel Nord Ovest, mentre il Nord Est è perfettamente in linea con la media Ue e il Centro addirittura al di sotto.

I dati emergono dallo studio "L'economia delle regioni italiane" e sottolineano come, anche se dovesse proseguire nel prossimo triennio il trend in diminuzione del tasso di abbandono scolastico, comunque il Sud resterebbe preoccupantemente indietro rispetto al Centro-Nord. Solo nel Centro e nel Nord Est, se gli abbandoni continuassero a diminuire, si arriverebbe a percentuali 'europee', cioè quelle previste nell'agenda di Lisbona, vicine al 10%. Il Mezzogiorno, invece, continuerebbe a registrare un'incidenza media dell'abbandono scolastico superiore al 20%, lontanissima dagli obiettivi dell'agenda di Lisbona.

Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro, spiega Bankitalia, in Italia già a quindici anni quasi il 13% dei giovani è fuori dal sistema scolastico o ha accumulato un ritardo. Il 3,7% dei quindicenni abbandona il sistema scolastico dopo aver conseguito l'obbligo, lo 0,8% senza aver completato la media inferiore: percentuali che crescono nel Sud Italia rispettivamente all'1,1% e al 5,1% e diminuiscono sensibilmente nelle regioni del Centro a 0,4% e 0,9%.

A pesare sull'irregolarità della frequenza scolastica degli alunni italiani sono sia l'ambiente familiare, sia le caratteristiche dell'offerta formativa locale. Avere i genitori laureati piuttosto che con la sola licenza media - spiega Bankitalia - allontanerebbe di circa 10 volte la probabilità di essere in ritardo o di abbandonare gli studi: purtroppo, proprio nel Mezzogiorno la quota della popolazione tra 35 e 55 anni, verosimilmente i genitori dei quindicenni attuali, che ha la sola licenza di terza media, è pari al 57%, oltre tredici punti percentuali in più rispetto al Centro Nord.

Inoltre, la presenza del tempo prolungato nella media inferiore e migliori infrastrutture ridurrebbero la dispersione scolastica e, anche in questo caso, secondo i dati dell'anagrafe sull'edilizia scolastica nelle regioni meridionali le percentuali di edifici impropriamente adattati a uso scolastico e di scuole con infrastrutture e impianti igienico-sanitari scadenti sono superiori a quelle del Centro Nord.

Tra quanti decidono invece di proseguire gli studi, le iscrizioni nei licei sono più frequenti al Centro e nel Mezzogiorno, mentre nelle regioni del Nord è maggiore la preferenza per le scuole tecnico-professionali. E ancora, l'aver completato in ritardo la scuola dell'obbligo fa aumentare di quattro volte la probabilità di iscriversi in un istituto professionale laddove i figli di genitori laureati si iscrivono nei licei in 9 casi su 10.
Il fenomeno della dispersione scolastica è marcato anche nella scuola secondaria superiore, prosegue l'indagine di Bankitalia.

In media il 18% degli studenti iscritti al primo anno non sono ammessi alla classe successiva e il 36% viene ammesso con debiti formativi, particolarmente frequenti in matematica. La non ammissione alla classe successiva è tra le principali 'motivazioni' per l'abbandono anticipato del sistema scolastico: il 3,4% di chi non passa l'anno decide di lasciare la scuola.

Anche in questo caso il tasso è più elevato nel Mezzogiorno (3,8%) e nel Nord (4,2%) e più contenuto nelle regioni del Centro (1,2%). L'abbandono scolastico e altre forme di irregolarità del percorso formativo fanno sì che il rapporto tra diplomati e iscritti iniziali sia in media del 71%. La percentuale di chi arriva alla fine della carriera scolastica è più elevata nei licei (84%) mentre è minore negli istituti tecnici (73%) e negli istituti professionali (52%), dove però alcuni giovani escono già al terzo anno con l'esame di qualifica.

http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/26/113860-allarme_abbandono_scolastico.shtml

BANKITALIA: PIU’ SI E’ RICCHI, PIU’ SI E’ BRAVI. "SOPRATTUTTO AL SUD LA SCUOLA DISCRIMINA I POVERI".

Studio dalla Banca d'Italia sui divari territoriali e familiari: I ragazzi di provenienza socio-economica svantaggiata sono meno bravi. Le differenze si attenuerebbero alla media superiore, ma i più abbienti sono portati a scegliere gli istituti migliori.

Svantaggiati dalla nascita. Gli studenti del Mezzogiorno provenienti da famiglie povere, o in condizioni economiche modeste, a scuola sono meno bravi. Un divario che incide su quello, più generale, tra Nord e Sud, e che si attenua solo alle scuole medie superiori. Lì a contare è soprattutto la scelta dell'istituto: sono più bravi gli studenti dei licei, meno quelli degli istituti tecnici (frequentati peraltro dal 70% degli studenti italiani). Ma anche in questo la provenienza socio-economica dello studente incide pesantemente, perché sono soprattutto i ragazzi che vengono da famiglie agiate a essere spinti dalla famiglia verso i licei. Sono le conclusioni alle quali arriva uno studio pubblicato dalla Banca d'Italia, condotto da Pasqualino Montanaro, che mette a confronto le principali indagini internazionali sulla scuola, da quella dell'Ocse (Pisa) alla Timss e Invalsi.

Dall'analisi incrociata delle rilevazioni, spiega Montanaro, del Nucleo per la ricerca economica della sede di Ancona della Banca d'Italia, emerge che "il livello di proficiency nel Mezzogiorno è significativamente più basso rispetto agli standard internazionali e a quelli delle regioni settentrionali, in tutti gli ambiti di valutazione considerati (comprensione del testo, matematica, scienze, problem solving), "il grado di dispersione dei punteggi è più elevato al Sud" (cioè al Sud sono molto significative le differenze), "i divari territoriali tendono a crescere durante il percorso scolastico".

Un quadro desolante, nel quale incide pesantemente la situazione economica delle famiglie. "E' ampiamente riconosciuto - si legge nello studio - che le differenti condizioni sociali e culturali, già a partire dall'età prescolare, influiscono in maniera decisiva sulle abilità cognitive, sulla capacità di esprimere se stessa, di percepire i colori, di comprendere spazi e forme, di rappresentare fenomeni di natura quantitativa".

Gli svantaggi nell'apprendimento dei meno abbienti sono evidenti soprattutto nei primi anni di scuola. Per quanto riguarda la matematica, per esempio, "in media il punteggio ottenuto da uno studente con lo status sociale più elevato supera del 25% circa quello ottenuto da uno studente con lo status sociale più basso". Peraltro in generale gli studenti meridionali sono meno bravi anche quando possono beneficiare delle più favorevoli condizioni sociali, ma "il divario Nord-Sud è più ampio nelle classi sociali più basse e ridotto in quelle più elevate".

Andando però più avanti negli studi, pesa invece soprattutto la scelta del tipo di scuola. Tutte le indagini dimostrano che sono più elevati i rendimenti degli studenti dei licei, anche se "non è chiaro se essere iscritti a un liceo o frequentare comunque una buona scuola effettivamente determini, in maniera diretta, una migliore performance scolastica, o se al contrario questa sia una semplice correlazione spuria, dovuta al fatto che gli studenti migliori tendono, per varie ragioni, a frequentare le scuole migliori, soprattutto se si tratta di licei".

Ma per gli studenti adolescenti la provenienza familiare pesa a quel punto nella scelta della scuola: "In base ai dati Pisa 2003, la probabilità di uno studente appartenente alla classe sociale più elevata di essere iscritto a un liceo è sette volte più alta di quella di uno studente con le più sfavorevoli condizioni familiari. Tali evidenze sono ricorrenti in tutte le aree geografiche".

In altre parole, quando uno studente proveniente da una famiglia povera potrebbe finalmente lasciarsi alle spalle lo svantaggio che gli deriva dalle condizioni sociali, scegliendo un liceo, invece viene spinto a scegliere una scuola professionale, perpetuando così il suo deficit di apprendimento.

http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/istat-scuola/bankitalia-indagine/bankitalia-indagine.html

CARO AFFITTI PER GLI UNIVERSITARI: ACCESSIBILI PER POCHI E A NERO.

Ogni anno sono messe a disposizione degli studenti residenze da parte delle università, delle aziende regionali e degli istituti religiosi, variabili a seconda della disponibilità. Stando ai dati del Ministero dell’Istruzione, le regioni con il più alto numero di fuorisede sono Lombardia (circa 94 mila su 200 mila totali), Lazio (circa 75 mila su 185 mila), Emilia-Romagna (circa 80 mila su 121 mila) e Veneto (circa 59 mila su 92 mila). In tutti questi casi il numero di posti letto totali messi a disposizione è nettamente inferiore a quello di chi studia fuori dalla propria regione d’origine: sono circa 10 mila per la Lombardia, circa 6.000 per l’Emilia-Romagna, 4.200 circa per il Lazio e 5.030 per il Veneto. Ci sono, poi, regioni come Valle d’Aosta e Molise, in cui non c’è alcun posto letto messo a disposizione. In nessuna delle altre regioni, inoltre, i posti letto sono sufficienti a soddisfare la domanda dei fuori sede. La conseguenza inevitabile è che si ricorre sempre più alle offerte di alloggi privati. E a riproporsi è il vecchio problema di affitti in nero e sempre più alti.

Qual è la situazione nelle regioni italiane a riguardo? In base a una ricognizione sui siti dedicati agli studenti, al vertice della classifica delle città più care c’è Roma, seguita da Milano e Firenze. Se nella Capitale il costo medio di una stanza singola è di 500 euro, variabile a seconda della zona e della metratura, a Milano e Firenze la media è di 400 euro. A seguire Bologna, che, con un costo medio (sempre in riferimento alla singola) di 350 euro, in aumento rispetto allo scorso anno, è la città universitaria più cara dell’Emilia-Romagna: città come Parma e Modena si attestano sui 300 euro. Partendo dal Nord si riscontra questa cifra anche ad Aosta, Torino, Genova (meno cara è Savona, con una media di 250 euro a singola), e, verso est, Verona e Venezia, mentre leggermente più economiche per chi vuole studiare sono Padova (costo medio singola 250 euro) e, in Friuli, Udine e Trieste, dove per avere una stanza singola si pagano mediamente 200-220 euro.

Se Firenze è la città universitaria più cara dopo Roma e Milano, le altre città toscane non si rivelano comunque convenienti: a Pisa e Siena il prezzo medio di una singola è di 300 euro. Più economiche sono Umbria, Marche, Abruzzo e Molise: per studiare negli atenei di Perugia, Ancona, Camerino, l’Aquila, Chieti e Campobasso occorrono mediamente 200 euro per una stanza singola. Più abbordabili si rivelano, infine, le città meridionali:se affitti un pò più alti si riscontrano a Napoli, dove il prezzo medio di una singola è di 300 euro, per le altre città si oscilla tra i 200 euro di Bari, Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e delle città universitarie delle isole (Messina, Catania, Palermo, Enna, Cagliari) e i 150 euro di Foggia e Lecce.

http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2008/09/05/1101735416526-universita-parte-corsa-alloggi-tanti-affitti-nero.shtml

CARO LIBRI: COLPA DEI PROFESSORI COLLUSI CON GLI EDITORI. CHE SIA "COMPARAGGIO SCOLASTICO"?!?

RISULTATO: GENITORI SVENATI E DISCRIMINATI.

L’ultima «trovata» è quella legata al peso che rovina la spina dorsale. La Divina commedia è troppo pesante? Facciamo tre volumi al posto di uno. Il testo di storia pure? Si divide in due. I libri si moltiplicano, il contenuto rimane identico ma il prezzo complessivo lievita. Per il benessere degli studenti e il malessere dei genitori che si adeguano a denti stretti.

Le furbate degli editori sono talmente disparate che non basterebbe un libro - per restare in tema - a contenerle. Ieri il Giornale ha offerto qualche assaggio sui testi rieditati nella forma e immodificati nel contenuto. Una cosa da far indignare i docenti più seri. «In effetti cambiano le briciole oppure l’ordine degli esercizi o dei capitoli – spiega Giovanni Petrone, insegnante di matematica di vecchio stampo –. Ma io dico ai ragazzi di non lasciarsi incantare. Voglio che prendano i libri usati, magari quelli del fratello maggiore, tanto la matematica non cambia. Non devono lasciarsi ingannare dalla copertina nuova. Molto però dipende da noi. È solo una questione di buona volontà. Purtroppo molti colleghi preferiscono le ultime edizioni per fare meno fatica ad assegnare gli esercizi».

Petrone non sarà certamente l’unico ad essere morigerato. Ma moltissimi professori stanno al gioco. E accettano volentieri la consultazione dei testi nuovi da questa o quella casa editrice. Così, verso la fine dell’anno, a dicembre–gennaio, ogni professore che intende cambiare il testo adottato viene subissato di testi patinati. Sei, sette per ogni materia, quando va bene. Trenta o quaranta se il docente insegna italiano e storia. Già perché accanto a un libro di grammatica, c’è quello di antologia, c’è il vocabolario, la narrativa e chi ne ha più ne metta.

Non è tutto. I libri che vengono spediti in visione, spesso e volentieri rimangono nel cassetto del professore o finiscono nel calderone della segreteria scolastica che poi non sa che farsene di tutti i testi piovuti dalle case editrici. Roba da farsi una biblioteca da offrire in comodato agli studenti meno abbienti. E che dire degli incentivi extra? Cosa da poco, certo. Ma qualche dirigente ammette che l’enciclopedia in regalo non si nega a nessuno. Non si può parlare di una vera e propria «Libropoli» ma lo sperpero di testi regalati o dati in visione e mai ritirati ricade sulle spese complessive di ogni azienda che poi si rivale sui prezzi di copertina. E sulle famiglie.

Serve oculatezza nella scelta dei testi, dunque. Lo sa bene Marco Bevilacqua, preside dell’Its Ambrosoli di Roma. «L’anno scorso si è presentata la Guardia di finanza nella nostra scuola per controllare se cambiavamo i testi annualmente e ci hanno consigliato di indirizzare i nostri professori a non sostituire i libri come fossero noccioline». Un suggerimento inappropriato per docenti che dovrebbero maneggiare il sapere meglio di chiunque altro. Eppure, molti di loro si fanno abbagliare dall’apparenza. Anziché esigere libri stampati su carta riciclata come accade in Germania o in Giappone, si fanno suggestionare dalle copertine patinate o dalle figure, dai colori. Ma le belle stampe costano e così un libro di Storia sale a 30 euro come ridere.

Il capitolo libri, dunque, sta diventando un’emergenza scolastica. Ed ecco qualche soluzione al problema. «Ogni scuola potrebbe acquistare all’ingrosso i testi e offrirli in comodato d’uso agli studenti che imparerebbero a usare con più cura i libri» suggerisce Bevilacqua. «Io preferirei una biblioteca di classe, per i compiti Internet e fotocopie risolverebbero il resto dei problemi» aggiunge Mario Rusconi.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=285593


NELL'ITALIA DEI LAUREATI CHE NON SANNO SCRIVERE

ITALIA – Dirimere un'ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque.

A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. "Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache". Luca Serianni, linguista all'università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell'ambulatorio di un dentista cui s'era rivolto per un'urgenza. "Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un dubbio..."". E il professore sudò freddo: "Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano".

Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).

E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell'ultimo dei concorsi per l'accesso alla magistratura. Preso d'assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. "Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni", commentò uno dei commissari d'esame, il giudice di corte d'appello Matteo Frasca.

Il campanello d'allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.

Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l'Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell'Indire (frequentati l'ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po', 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare dove meno te l'aspetti: ai vertici.

Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare l'abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: "Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione". Siamo sicuri che l'Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?

Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".

"La società sprintata", come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: "La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all'oralità", spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l'arte dell'argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi" d'ingresso sono crocette su questionari". La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l'informatica, ma non c'è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell'italiano". Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d'esame: "Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c'è la fila di studenti che protestano".

Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell'esame. Sugli esiti dell'idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".

"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: "Di solito comincio da virgole e apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, "esito profiquo", "le chiedo una prologa", "attendo subitanea risposta". Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. "Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere" spiega. "Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall'università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti".

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: "Quello che se potrei, quello che s'è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...". Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? "Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma".

"Non c'è alcuna sanzione sociale verso l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono". Non è una questione di stile: l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola? "Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche solo un quinto dell'élite dirigente, per De Mauro è un'emergenza nazionale: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l'italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".

http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti.html

«I PROF SANNO MENO DEGLI ALLIEVI»

Usate le domande che l'Ocse aveva rivolto agli studenti. Solo il 36% ha saputo spiegare perché lievita la pasta

L'indagine Ocse- Pisa 2006, che ha visto i nostri quindicenni piazzarsi agli ultimi posti nella graduatoria internazionale relativa alla cultura scientifica, non risparmia neppure i prof. Gli stessi test sono stati infatti proposti dal settimanale Panorama a un campione di 100 docenti di Scienze delle medie e superiori con risultati non molto diversi. Se la maggior parte dei nostri quindicenni non ha saputo rispondere alla domanda: perché si alternano giorno e notte, non pochi insegnanti di Scienze si sono trovati in difficoltà di fronte alla domanda: «Perché la fermentazione fa lievitare la pasta?». Pisa-Ocse, la vendetta: ovvero i professori di Scienze non sempre sanno rispondere alle domande destinate ai propri allievi quindicenni.

Il settimanale ha selezionato cinque test dal questionario Pisa-Ocse 2006 che ha coinvolto un campione di oltre 400 mila studenti quindicenni di 57 Paesi e li ha proposti ai professori che avrebbero dovuto mettere i ragazzi in condizione di rispondere ai quesiti. I risultati sono stati sorprendenti. Per esempio, alla domanda «Perché la fermentazione fa lievitare la pasta? », appunto, ha risposto correttamente, scegliendo l'unica opzione giusta sulle quattro proposte, solo il 36 per cento degli intervistati: «La pasta lievita perché si produce un gas, il biossido di carbonio ». Per tre domande le percentuali di risposte esatte sono state inferiori al 40 per cento. Inoltre, in due casi su cinque le percentuali di risposte esatte dei docenti delle medie inferiori sono state più alte di quelle dei loro colleghi delle superiori. «Stiamo lavorando su un piano di aggiornamento degli insegnanti», è il laconico commento del ministro Fioroni, che proprio in seguito ai risultati dell'indagine Ocse-Pisa 2006 ha deciso di varare un piano di emergenza.

L'inchiesta di «Panorama» non stupisce il presidente dell'associazione nazionale dei presidi, Giorgio Rembado. «La selezione del personale attraverso i concorsi — spiega — è sparita dagli orizzonti della scuola da moltissimi anni». «La maggior parte degli attuali insegnanti — continua Rembado — sono entrati attraverso lo scorrimento delle graduatorie per supplenti, ovvero per anzianità. E l'anzianità non è mai un buon criterio di selezione». «Fino a quando non avremo la possibilità di selezionare i docenti attraverso le competenze disciplinari e didattiche — conclude Rembado — non avremo la certezza di poter contare su un buon corpo docente». «Non penso che gli insegnanti di scienze siano così ignoranti — protesta Anna Pascucci, presidente dell'associazione nazionale dei docenti di Scienze naturali —. In queste statistiche non si sa mai chi sono le persone intervistate e che cosa si vuole sondare. Penso che si stiano amplificando dei dati sulla cui validità bisognerebbe riflettere ». «I docenti di Scienze — conclude Anna Pascucci — non sono ignoranti. Certamente hanno poco tempo per aggiornarsi: solo cinque giorni l'anno».

http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_04/professori_studenti_scienze_54e767ac-ba99-11dc-9246-0003ba99c667.shtml?fr=box_primopiano


TRACCE MINISTERIALI SBAGLIATE PER GLI ESAMI DI STATO

Tracce e scivoloni

SCUOLA: 'PARMAOK.IT', ERRORI ANCHE IN PROVE DI GRECO E INGLESE

(Adnkronos) - Dopo la 'gaffe' su Montale altri due errori nelle prove per la Maturità, in quella di greco ed in quella di inglese. A segnalarle il sito "Parmaok.it" che sottolinea nel testo per la versione di greco la mancanza di una parola, essenziale per la traduzione, ed in quello per la prova di inglese un errore nella reggenza del verbo 'to help'.

http://iltempo.ilsole24ore.com/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMDgwNjE5MTczMDQ3LnhtbCI7fQ==

MATURITA’. Il doppio errore: quello del Ministero e quello del Corriere

A un certo punto è sembrata la commedia degli equivoci. Autore primo della commedia è stato certamente il Ministero, con l’incredibile errore che ormai tutti sanno: la poesia di Montale “Ripenso il tuo sorriso” non era dedicata a una donna, ed erano quindi fuori luogo, se non proprio ridicole, le domande su un’inesistente, almeno in quel caso, “figura femminile”.

Ma bisogna stare attenti anche a correggere. Ieri, per quasi tutta la giornata, un bell’articolo su Corriere.it firmato da Giorgio De Rienzo sbeffeggiava i “sapienti” del Ministero, perché la poesia di Montale è dedicata a… Angelo Barile.

Angelo Barile? Certo, proprio lui, l’amico cui Montale mandò in prima lettura il manoscritto dei suoi “Rottami”, prima versione degli “Ossi di seppia”.

E la dedica “a K” in cima alla poesia che ci sta a fare, allora? La soluzione ormai la sappiamo tutti: la poesia non era dedicata né a una donna, né a Barile, bensì al ballerino russo Boris Kniaseff.

Ma De Rienzo se n’è accorto, e poi ha corretto il suo pezzo. Volete una prova: andate su “Google news” e mettete: Angelo Barile. Vi uscirà il pezzo in questione. Cliccate, e magicamente comparirà il pezzo senza alcun riferimento a Barile, bensì a Boris Kniaseff. Anzi, Baris Kniaseff; per essere precisi.

Al Ministero ci sono sicuramente degli ignoranti: ma un bel bagno di umiltà non fa mai male a nessuno.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=2970

ERRORI SUL TESTO PROPOSTO ALLA MATURITA', CI SONO RICASCATI. IL COMMENTO ALLA POESIA DI MONTALE.

Non è la prima volta che i testi forniti dal ministero dell'Istruzione per gli esami di maturità contengono degli "sbagli", a volte "errori tecnici", a volte "problemi di interpretazione", ma anche vere e proprie disattenzioni. 

Se quest'anno è il caso del commento alla poesia di Montale "Ripenso al tuo sorriso", già nell'edizione 2007 della maturità ci fu la segnalazione di un problema nella traccia dello scritto di italiano che riguardava Dante. In particolare, il presidente della Società Dantesca Italiana, Guglielmo Gorni spiegò che l'errore consisteva nell' aver attribuito al domenicano San Tommaso anche l' elogio di San Domenico di Guzman, quando invece ciò avviene nel canto successivo (il XII) per opera del vescovo francescano Bonaventura di Bagnoregio. Pronta la replica dal ministero della Pubblica Istruzione: "''il passo dantesco, tratto dall'XI Canto del Paradiso (vv. 43-63 e 73-87), ha inteso proporre in maniera corretta e puntuale e nel più rigoroso rispetto del testo del Poeta la figura di San Francesco d'Assisi".

Ma di errore nelle prove di maturità si è parlato anche altre volte, come nel 1987, quando ci fu un "disguido tecnico" per la prova dell'Istituto d'arte: l'errore nel testo consisteva nell'aver attribuito a Simone Martini "L'allegoria del buono e del cattivo governo" che i ragazzi dovevano commentare, quando invece si tratta di un'opera di Ambrogio Lorenzetti. Altro errore nel 2005, quando fu segnalato un errore in geografia nella seconda prova scritta dell'esame di maturità, quella riservata ai tecnici della grafica pubblicitaria, dove Urbino diventa una città dell'Umbria anziché delle Marche.

La prova scritta consisteva nel realizzare un manifesto pubblicitario e un depliant per un Festival internazionale del teatro di strada da tenere a Urbino.

Nella traccia del Ministero si indicano fra gli enti patrocinatori del festival l'assessorato alla cultura del comune di Urbino e la regione Umbria. Un altro errore, infine, risale al 1993, per la prova dedicata agli studenti in lingua slovena: temi furono tradotti in un linguaggio incomprensibile ed errato. Alcuni esempi: "diritti inviolabili" diventarono "diritti violati"; "paventarsi" fu cambiato in "spaventarsi". 

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/scuola/21295/errori-testo-proposto-alla-maturit-sono-ricascati-commento-alla-poesia-montale-corretto.htm

URBINO IN UMBRIA E IL MARTINI CHE NON C'E': 15 ANNI DI STRAFALCIONI

Prima o poi qualcuno compilerà un'antologia degli errori ministeriali

La cronaca di ieri segnala ancora un errore in greco e un massacro di strafalcioni in inglese. Sicuramente ne usciranno altri fuori, anche se una giornata come ieri resterà irripetibile nella sua disastrosa spettacolarità. Prima o poi qualcuno compilerà un'antologia degli errori ministeriali nel formulare i testi delle prove scritte per la maturità. Non manca il materiale.

Una breve rassegna a memoria. L'anno scorso la traccia su Dante attribuiva al domenicano San Tommaso (nel-l'XI del «Paradiso»), l'elogio di San Domenico che invece era fatto nel canto successivo da un vescovo francescano. Nel 2005 lo scivolone è in geografia: nel testo del tema Urbino si sposta per magia dalle Marche in Umbria. L'anno prima una lettera sbagliata della prova di greco rischiò di innescare un ricorso nazionale. Nel 2002 doppietta di nuovo in italiano: una poesia di Saba ha un testo traballante preso a caso da un'antologia, mentre a una lirica di Sbarbaro viene affibbiato un titolo inesistente. È solo colpa del nostro tempo frettoloso? No, perché nel 1993 la prova dedicata agli studenti di lingua slovena conteneva errori che rendevano il testo incomprensibile: «diritti inviolabili» diventavano «diritti violati», per fare un solo esempio. E nel 1997 un tema proposto agli istituti d'arte attribuiva «L'allegoria del buono e del cattivo governo » a Simone Martini, quando era naturalmente di Ambrogio Lorenzetti. Mi fermo qui. C'è ben di peggio.

Da anni non ho più guardato il diploma europeo che viene rilasciato agli studenti che hanno conseguito la maturità, ma da quando segnalai proprio sul Corriere gli strafalcioni di traduzione a partire dal 1999 per quattro anni e tre ministri (Berlinguer, De Mauro e Moratti) non fu cambiato niente. Solo pochi esempi. Il voto da noi è espresso in centesimi. La traduzione presentava un campionario a fantasia: per gli inglesi si usava la forma arcaica ( hundreths) al posto di quella corrente «out of 100». Per gli spagnoli si ricorreva a un «centésimas» (chissà perché al femminile) e non a «sobre 100». Il diploma è «conferito a...». In inglese traduceva con poca precisione e un grossolano errore: «conferred on» al posto di «awarded to». Il Presidente della commissione diventava «President of Board of examiner», con la soppressione dell'articolo («the»), obbligatorio davanti ai due sostantivi maiuscoli. Basta così. Non tornerò a guardare i diplomi, mi arrabbierei troppo se li trovassi uguali a quattro anni fa. Il controllo lo faccia questa volta il ministro, visto che dice di aver voglia d'intervenire.

http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_20/urbino_umbria_martini_de_rienzo_5c31053c-3e8c-11dd-ae8f-00144f02aabc.shtml


L'ITALIA DEI DIPLOMI FACILI

Lo scandalo dei diplomi illegali.

Arrestati presidi e direttori di scuole. Rapporti con la malavita organizzata. In cambio di cospicue somme di denaro le bocciature tramutate in promozioni. Undici in manette a Palermo

Titoli in vendita. Dopo quello scoperto dalla Procura di Verona a giugno del 2004, si tratta dell'ennesimo caso che vede coinvolte scuole private disposte a vendere titoli di studio anche a chi non aveva la benché minima preparazione. Quelle che lo stesso ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, in occasione della relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge sulla parità scolastica non ha esitato a definire "diplomifici".

Le storie dei diplomi falsi. A Palermo la storia dei diplomi falsi si scopre per caso. "Mi scusi, questo diploma è valido?", chiede una ragazza. "E perché non dovrebbe esserlo?", risponde l'impiegato del Csa dall'altra parte della scrivania. "Perché l'anno scorso ho sostenuto - replica la ex studentessa - gli esami di maturità e sono stata bocciata. Dopo qualche mese, la scuola mi ha invitata a presentarmi in segreteria e mi ha consegnato, appunto, questo diploma". Questo colloquio dà il via alle indagini, ormai giunta alle fasi finali, sui diplomi falsi a Palermo. Dopo le dichiarazioni della ragazza l'impiegato controlla i documenti in possesso dell'ufficio e poi informa l'autorità giudiziaria. Il riscontro effettuato consultando i registri relativi agli esami di Stato dell'anno precedente e di due anni prima, presenti in provveditorato, conferma i sospetti: la studentessa era stata effettivamente bocciata.

Nei mesi successivi, e fino a pochi giorni fa, sono saltati fuori decine di casi analoghi. Un vero e proprio diplomificio organizzato con parecchie scuole private non solo di Palermo ma, sembra, disseminate in diverse città italiane.

http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/scuola_e_universita/servizi/diplomifalsi/diplomipalermo/diplomipalermo.html


L'ITALIA DELLE RIFORME CHE NESSUNO VUOLE

Licei e università, proteste da Milano a Napoli contro la GELMINI

ITALIA – 23 OTTOBRE 2008 - Intanto, prosegue la mobilitazione contro il decreto Gelmini.

A Roma si è svolto un corteo, partito dalla Sapienza, per dire no alla riforma dell'università. Da stamattina la Facoltà di Scienze dell'Università Roma Tre è stata occupata. Presidi da oggi anche al liceo scientifico Malpighi, all'Avogadro e all'istituto Matteucci, mentre proseguono le occupazioni iniziate nei giorni scorsi.

A Palermo, il Consiglio di facoltà di Lettere ha approvato la sospensione per dieci giorni della didattica ordinaria. Nella altre facoltà, dopo la sospensione di martedì, la didattica è ripresa, anche se diversi studenti hanno disertato le lezioni.

A Torino circa mille studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una manifestazione spontanea per le strade del centro storico della città. E continuano nel torinese le occupazioni delle scuole.

A Trieste c'è stata la protesta degli studenti delle scuole superiori. Qualche centinaia di ragazzi ha ''edificato'' un muro con i libri in piazza San Giacomo.

Dal 1 ottobre 2008 ad oggi il dissenso nei confronti del decreto Gelmini si è sviluppato finora in circa 300 manifestazioni in tutta Italia, con 150 scuole e 20 facoltà universitarie occupate.

I consiglieri del Pdl del Friuli Venezia Giulia, Paolo Ciani e Piero Tononi hanno intenzione di denunciare alcuni insegnanti di scuola superiore, compreso il liceo classico Dante Alighieri di Trieste, che ieri mattina, durante le proteste in corso contro la riforma Gelmini sfociate nell'occupazione di alcuni istituti, avrebbero minacciato di bocciatura e penalizzazioni gli studenti che chiedevano il regolare svolgimento della lezione. «Per questi episodi la norma introdotta dal ministro Brunetta contempla anche il licenziamento - hanno spiegato - Siamo stati direttamente contatati da alcuni genitori che hanno denunciato l'accaduto».

http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=3.0.2622924434

http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/10/21/941848-docenti_fuori_testa_boccio_protesti_contro_gelmini.shtml

Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro la MORATTI

ITALIA - 4 NOVEMBRE 2005 - A oltre una settimana di distanza dall'approvazione dei Ddl Moratti sullo stato giuridico della docenza universitaria e sul riordino della scuola superiore, non solo le proteste degli studenti non sono cessate, ma sembra invece che, in diverse città del Paese, stiano riprendendo vigore.

A Milano da venerdì scorso gli studenti dell'Università statale continuano ad occupare la sede dell'Ateneo per protestare contro il ministro Moratti. Il senato accademico, con in primis il rettore Decleva, ha chiesto di "porre fine a un'azione illegale" perché "la sede centrale non può diventare in alcun modo un porto franco per comportamenti impropri e avventuristici", riferendosi soprattutto alle decine di "ragazzi esterni" che sono entrati in ateneo e avrebbero derubato diversa merce dai bar. La protesta degli studenti, però, continua: "Va bene non essere d'accordo con le nostre iniziative, ma non accettiamo le falsità", hanno detto, ricordando, a chi li accusava di essere poche decine, di essere oltre duecento. Questa mattina, insieme ai colleghi "più piccoli" delle scuole superiori hanno sfilato per le vie della città occupando per alcuni minuti l'anagrafe e interrompendo, sempre per breve tempo, la circolazione di alcune linee tramviarie. Gli studenti sono stati tenuti sotto controllo da un piccolo cordone di polizia e tutto si è svolto in modo tranquillo.

Una manifestazione anche a Venezia. Circa 800 studenti hanno partecipato al corteo che, attraversate le calli, ha sfilato fino al palazzo della Prefettura. Qui una delegazione è salita a parlare con il capo di gabinetto della Prefettura, illustrando le ragioni della protesta contro la riforma Moratti, ma anche contro l'intervento delle forze dell'ordine che, una decina di giorni fa, avevano sgomberato con la forza un istituto occupato. Anche qui, comunque, la manifestazione si è svolta senza incidenti.

A Pozzuoli, nel napoletano, continuano le proteste degli studenti delle scuole medie superiori. Mercoledì è stata attuata un'occupazione simbolica dell'Istituto professionale per il turismo e il commercio "Falcone" e dell'Istituto polispecialistico di Toiano. Gli studenti - circa mille - hanno bloccato con un sit in i cancelli di accesso all'istituto e bloccato l'adiacente strada con i cassonetti della spazzatura. Le proteste stanno andando avanti con assemblee d'istituto e riunioni tra i rappresentanti delle diverse scuole.

A Bari, invece, continua l'occupazione della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università. "Occuperemo a oltranza, fino ad arrivare alla completa autogestione della facoltà", dicono i manifestanti. Le lezioni dunque sono sospese e i docenti hanno sostenuto, insieme agli studenti, la protesta contro il Ddl Moratti. D'accordo con la protesta anche il presidente Corrado Petrocelli.

Singolare occupazione, infine, al liceo Tasso di Roma, dove la protesta si è intrecciata anche con alcune vicende interne all'istituto.

http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/scuola_e_universita/servizi/docentiunive/protestaconti/protestaconti.html

Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro FIORONI

ITALIA – 12 OTTOBRE 2007 - Erano in 100mila gli studenti che in 130 diversi cortei sono scesi in piazza oggi a manifestare contro il decreto Fioroni. Tra slogan, striscioni e bandiere studenti di scuole superiori e delle università hanno gridato al ministro della Pubblica istruzione , Giuseppe Fioroni, e a quello dell'Università e la Ricerca, Fabio Mussi, il loro dissenso, chiedendo a gran voce più fondi per le scuole,  abolizione dei corsi di laurea a numero chiuso e contestando il ritorno degli esami di riparazione a settembre. Qualcuno però si è fatto prendere la mano: chi ha inneggiato al Duce e chi invece ha imbrattato i muri di Napoli con insulti diretti al Papa.

130 cortei Sventolano le bandiere rosse dell'Unione degli studenti e dell'Unione universitari. Gridano "No alla riforma della scuola" e dicono "no al numero chiuso nelle università". E ancora: "Fioroni rimandato a settembre". Così i 130 cortei di studenti di superiori e università che sono scesi in piazza oggi sono andati diritti al cuore della loro protesta: il decreto del ministro dell'Istruzione che ha reintrodotto gli esami di riparazione.

Insulti al Papa "Occupiamo il Vaticano e impicchiamo il Papa". Scritte di questo genere sono apparse sui muri di via De Pretis e Corso Umberto I a Napoli. A scriverle sono stati sei minorenni, ora denunciati, tutti appartenenti all'area anarchica. I sei - quattro ragazzi e due ragazze - si sono staccati dal corteo studentesco imbrattando i muri con offese rivolte al Papa.

Macerata: "Domani a scuola accompagnati" "Le assenze da scuola dovute a scioperi saranno giustificate solo se gli studenti saranno riaccompagnati a scuola dai genitori". Il preside del liceo classico "Leopardi" di Macerata, Sauro Pigliapoco, ha scritto ai genitori degli studenti minorenni per invitarli a giustificare l’assenza dei figli presentandosi direttamente a scuola. I minorenni che oggi hanno scioperato contro il decreto Fioroni saranno riammessi alle lezioni solo se domani saranno accompagnati dai genitori.

Gli striscioni I ragazzi che oggi hanno deciso di scendere in piazza usano il linguaggio a loro più congeniale: quello degli striscioni e degli slogan da stadio. Nella capitale, la scritta "Le nostre idee faranno scuola" anticipa un camion con musica a tutto volume. Gli studenti gridano: "Ministro la scuola è nostra". E poi: "Non cambiate l’istruzione? Noi ve famo la rivoluzione". E anche: "Contro il governo della guerra per una scuola pubblica, laica, di massa".

Milano contro Fioroni e Formigoni Sono arrivati a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, e hanno gridato: "Sciopero, sciopero". Qualcuno si è fatto prendere la mano e ha iniziato a insultare il sindaco, ex ministro dell'Istruzione, e Fioroni, attuale titolare del ministero contestato. Con lo striscione "Trasforma la cultura, spezza il contratto" migliaia di studenti milanesi hanno iniziato la loro protesta contro il decreto della scuola da largo Cairoli. I partecipanti chiedono "l’abrogazione della riforma Formigoni, ennesima minaccia alla scuola pubblica", e sollecitano anche "l’annullamento delle riforme Moratti e Fioroni che continuano nella loro opera di distruzione della scuola, portando elementi nuovi non condivisi dalle componenti scolastiche per evitare di occuparsi e di risolvere i problemi reali del mondo dell’istruzione".

20mila a Roma E' partito da piazzale Aldo Moro a Roma, lo sciopero degli studenti contro la riforma Fioroni. "Siamo circa 20mila" dicono gli organizzatori. "È la manifestazione più grande degli ultimi anni - spiega Elisabetta degli studenti di sinistra - noi abbiamo richieste ben precise: più risorse in finanziaria per la didattica e l’edilizia sia scolastica sia universitaria, una legge nazionale per il diritto allo studio e il superamento della legge 264/99 che ha istituito il numero chiuso nell’università".

Studenti di destra: "Duce, duce" Anche gli studenti di destra chiedono la riforma. Ma i termini da loro usati sono destinati a creare scompiglio. Un gruppo sparuto, circa una trentina tra loro, grida: "Duce, duce" e poi "chiediamo che venga abolita la riforma della scuola prima come studenti e poi come fascisti - ha detto Giacomo della scuola Gateano Martino - ma non ci avviciniamo al corteo perché si ammazzano solo di canne".

Picchiato un manifestante romano Il clima si è scaldato a Roma, dove le forze dell'ordine in borghese hanno fermato tre ragazzi. Due di loro, minorenni, farebbero parte di organizzazioni di destra infiltrate nel corteo; mentre il terzo è un manifestante picchiato. "Stavano menando un mio amico - ha detto Andrea, il manifestante picchiato - l’ho tirato fuori dalla mischia. Ero in coda al corteo con la mia ragazza. Ho visto che erano tanti e ho cercato di proteggerlo, lui è riuscito a scappare e non so neanche dove sia adesso".

Abolire "il numero chiuso" Dall’unione universitari la richiesta di abolire il numero chiuso in tutte le facoltà. "Vogliamo accesso libero all’università - spiega Nicola - e poi magari una selezione a partire dagli anni successivi. La legge 264 prevede inoltre il numero chiuso solo in 5 facoltà perché viene applicato anche nelle altre?".

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=212732&START=1&2col=

Licei e università, ancora proteste da Milano a Napoli contro BERLINGUER

BERLINGUER: 'RAGAZZI CESSATE LE OCCUPAZIONI'

Repubblica — 06 dicembre 1997   pagina 23   sezione: CRONACA

ROMA - Ottantaquattro istituti occupati, 192 autogestiti. Altre 182 scuole che svolgono un' attività didattica inferiore al 50 per cento. In tutto 549 scuole mobilitate. E dopo le occupazioni, la polizia, le polemiche, il ministro Berlinguer lancia un messaggio agli studenti: 'Studenti - dice in sintesi - avete diritto ad esprimere il dissenso ma non considerate l' occupazione l' unica forma di protesta' . "In questi giorni - ha detto Berlinguer - si sono levate molte voci di studenti, docenti e genitori che non mettono in discussione il diritto al dissenso, ma chiedono che esso si esprima nel contesto di una regolare vita scolastica. Ho ricevuto varie espressioni di questo diffuso stato d' animo e non posso non condividerlo. Ritengo importante la partecipazione degli studenti da protagonisti alla discussione sulla scuola. Sono però altrettanto convinto che sia possibile discutere e protestare senza per ciò dover interrompere le lezioni". Le lezioni interrompono la continuità dello studio e non possono essere tollerate prevaricazioni - dice il ministro - anche se non c' è nessuna intenzione da parte del governo di adottare metodi repressivi. L' appello non è piaciuto ai ragazzi delle occupazioni: "Il ministro faccia il ministro, come lottare lo decidiamo noi", e ricordano la manifestazione che ci sarà l' 11 dicembre in varie città d' Italia.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/12/06/berlinguer-ragazzi-cessate-le-occupazioni.html


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