CHI SONO GLI ESTORTORI ??

"L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. L'Italia delle truffe e dell'evasione fiscale, ma anche delle tante tasse, tributi e contributi e se non basta, inoltre delle cartelle pazze. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


Tassati e mazziati. Perché in Italia si pagano più tasse che in qualunque altro paese europeo? Il nostro fisco nasconde dietro il paravento dell’evasione la grande inefficienza nella gestione della spesa pubblica. La presentazione e le recensioni di Tassati e mazziati, saggio di Giuseppe Bortolussi edito da Sperling & Kupfer. Ogni mattina il signor Rossi fa colazione guardando le notizie in TV, poi si lava e si rade e, scendendo, butta la spazzatura. Va al lavoro in macchina e, prima di rientrare, passa al supermercato. Dopo cena, se resta a casa, si beve un amaro. Se si fermasse a contare quante tasse ha pagato nel corso della giornata, probabilmente non riuscirebbe a prendere sonno. Ci sono quelle più note: l'IVA, la tassa rifiuti, le accise sulla benzina e sugli alcolici, il bollo auto, il canone RAI, più le varie addizionali IRPEF comunali e regionali. Tasse, tasse, e ancora tasse. Odiose, e soprattutto troppe. Quanti soldi transitano dalle nostre tasche verso le casse dello Stato? Dove vanno a finire? Oltre ai balzelli più conosciuti ci sono imposte più o meno nascoste: più di un centinaio, che fanno del nostro sistema fiscale uno dei più complessi, opprimenti e meno trasparenti al mondo. In questo volume, Giuseppe Bortolussi smonta tutti i falsi miti della spesa pubblica in Italia e spiega le ricadute del nostro sistema tributario su cittadini e imprese; affronta senza mezze misure i temi dell'evasione e della pressione fiscale proponendo la soluzione federalista come uno dei modi in cui sarà più facile svelare i "giochi di prestigio" del mago Stato, l'abile illusionista, che fa sparire ben il 51% dei nostri guadagni, ci impone di pagare due volte gli stessi servizi (è il caso del miracoloso Project Financing...) e nasconde dietro il paravento dell'evasione la grande inefficienza nella gestione della spesa pubblica. Tasse, tasse e ancora tasse. Tutti dicono che sono troppe. Ma quasi tutti ignorano che, oltre a quelle visibili, si pagano una quantità incredibile di imposte nascoste: dai fondi pensione, al project financing (con cui "finanziamo" due volte le opere pubbliche), dalle "tasse sulle tasse", come l'Iva sulle accise della benzina, a quelle che cambiano nome (ma non sostanza). Un libro che intende smontare tutti i falsi miti sulla fiscalità in Italia e spiegare le ricadute concrete sulle «tasche» di cittadini e imprese. E affronta in questa chiave i temi più caldi: l'evasione, la reale pressione tributaria, il federalismo fiscale. E così, come spiega l’autore, segretario della Cgia di Mestre, in questo Tassati e mazziati, gli onesti arrivano a versare nelle casse pubbliche il 51 per cento di quello che guadagnano, grazie all’infinita fantasia dello Stato italiano. Bortolussi racconta “i giochi di prestigio del mago Stato, abile illusionista” che oltre a Irpef, l’Irap, l’Iva riesce a far pagare anche le “tasse sulle tasse”. E se poi quei servizi che lo Stato dovrebbe assicurarci come contropartita della tassa, sono scadenti? Bisogna rifornirsi dai privati, ovviamente, pagando due volte. E il rischio è che “Il circuito perverso che si è creato tra spesa pubblica inefficiente, evasione fiscale e tassazione occulta rischia di disgregare le basi stesse della nostra democrazia”.

NON CI RESTA CHE PIANGERE....

La Massoneria appoggia Monti. Esclusivo: parla il Gran Maestro.

CHE COS'E' "IL GRANDE ORIENTE D'ITALIA".

"La Massoneria del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l'elevazione morale e spirituale dell'uomo e dell'umana famiglia. La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo. La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione. La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l'uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica. Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale. La Massoneria afferma l'alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale. I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta. Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino. La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l'ordine liberamente e democraticamente costituito della società. I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l'erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell'Ordine. Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.

E come in ogni altro tema sociale affrontato, troviamo sempre essa: la Massoneria.

Comunque la pensiate......

"Il curriculum di Mario Monti è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi".

Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, la principale loggia massonica, con una intervista ad Affaritaliani.it appoggia il nuovo governo. E sull'esecutivo Berlusconi ha un giudizio poco lusinghiero: "Quando sento dire da Tremonti che con la cultura non si campa... c'è qualche cosa di sbagliato". Un buon punto di partenza è il ritorno alla meritocrazia: "Se vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti del primo Parlamento e poi vado a vedere quelle di oggi... l'Aula non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro".

Come valuta la lettera aperta a firma del Venerabile Maestro Gioele Magaldi, leader del Grande oriente democratico (corrente eterodossa del Grande oriente d'Italia) che fa le congratulazioni al "fratello Mario Monti"?

"Sono convinto che certi personaggi si sveglino la mattina in cerca di notorietà. Non bisogna dare corda a questo individuo, che tra l'altro è stato espulso dal Grande Oriente. Cui prodest? Solo a Magaldi che è in cerca di visibilità. Come diceva Troisi: non ci resta che piangere".

Che cosa ne pensa di Mario Monti?

"Il curriculum è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi. Certo poi un governo va valutato sulla base delle opere che riesce a realizzare".

E' la persona di cui oggi l'Italia ha bisogno?

"Questo lo sapremo solo dopo che avremo visto i fatti. La massoneria non si occupa di politica del quotidiano. Si occupa dei grandi valori, dei grandi temi".

Ci spieghi meglio...

"Ancora ai tempi della Grecia antica un tale Aristotele disse che l'uomo è un 'animale politico', ma non certo perché è iscritto a qualche partito o perché ha una tessera. Semplicemente perché vive nella polis, nella società e quindi si fa carico dei problemi che riguardano la dignità e la libertà della persona. I grandi problemi della società erano i suoi problemi e sono quelli della massoneria".

In quest'ottica come valuta il governo Berlusconi?

"Beh, quando sento dire, da Tremonti, un ex ministro dello scorso governo, che con la cultura non si campa. Questo è una offesa, una violenza. Se non hai un ancoraggio ideologico, se non hai un sogno come puoi vivere. Da vecchio mazziniano dico che il problema è sempre l'educazione. Quando a Mazzini gli chiesero che cosa fosse la Repubblica lui disse che 'è una idea, non è una forza di governo o di partito che vince o che perde, è un progetto di educazione morale'".

L'Italia ha bisogno di meritocrazia?

"Assolutamente sì. E' un concetto che condivido. Anche se la meritocrazia significa anche la capacità di sapersi elevare, non solo di fare carriera in una azienda o in una professione. E' qualcosa di più ampio".

Secondo lei in politica ci sono troppo persone che non hanno i requisiti per sedere in Parlamento?

"Se considero la composizione del primo Parlamento e vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti e poi vedo quelle di oggi... Il Parlamento non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro. Lei sa chi era Alfredo Baccarini?".

No, devo ammetterlo, non lo conosco.

"Alfredo Baccarini è stato il più grande ministro dei Lavori pubblici che l'Italia abbia mai avuto. Era un uomo che quando il governo non manteneva il programma si dimetteva. E quando morì un giornale francese scrisse: 'E' morto povero, il più grande encomio che si possa fare ad un uomo politico'".

Ancora una volta, non ci resta che piangere, come dicevano Troisi e Benigni, anche dal ridere.

Francamente ci ha lasciato tutti per un attimo senza parole. Letteralmente. Perché, vedere un ministro che - mentre cerca di spiegare agli italiani quali "sacrifici" dovranno affrontare - scoppia a piangere, lascia davvero sconcertati. Poi lo stupore svanisce e rimane la domanda, anche un po' stizzita: ma perché diavolo piange la Fornero? Le risposte - come ci dimostrano i commenti dei nostri lettori - sono tra le più disparate. Chi si arrabbia, chi se ne frega, chi prova tenerezza. Eppure c'è un sentimento che si ripete in continuazione: lo sconforto. Che si rimanga inteneriti o incavolati neri, c'è uno scoramento di fondo perché: se nemmeno chi detta una via d'uscita crede in essa, dove vogliamo andare? Se proprio chi chiede agli italiani di fare sacrifici, lo fa senza speranza, vien da chiedersi: ma a chi siamo in mano? E, soprattutto, che fine faranno i nostri soldi? E questo fa arrabbiare praticamente tutti.

Il sondaggio - Il Corriere della Sera ha fatto un sondaggio: "E il ministro piange, via ha commosso o irritato?". Inizialmente il risultato mostrava una certa solidarietà verso il 'ministro sofferente': circa il 60% dei votanti si dichiarava commosso. Eppure, questa volta, nemmeno i lettori del Corriere hanno resistito a lungo. Così persino lo sponsor ufficiale del governo Monti è riuscito a difendere l'indifendibile e il risultato si è letteralmente ribaltato nel giro di poche ore. Segna circa il 60% di irritati contro circa il 40% dei commossi.

La manovra era necessaria e senza alternative, altrimenti «lo Stato entro breve non avrebbe potuto più pagare né stipendi nè pensioni» e quindi per l'Italia sarebbe stata la bancarotta. Mario Monti, al debutto televisivo da presidente del Consiglio, fa subito una premessa: «Sono qui per spiegare, non per far piacere a lei», ha detto a Bruno Vespa tramite il quale ha voluto completare il suo personale "road show" per illustrare - questa volta direttamente agli italiani - la gravità della situazione economica del nostro paese e i conseguenti sacrifici che il suo governo ha dovuto imporre. Ma gli italiani, si è detto convinto il premier, «certamente capiranno».

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». Presentando la manovra - ha affermato nello stesso salotto dove Silvio Berlusconi firmò il famoso "contratto con gli italiani" - «ho invitato tutti a considerare che questa operazione di rigore, equità e crescita chiedeva sacrifici. Ma l'alternativa non era quella di andare avanti come niente fosse, ma quella di correre il rischio che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni. Non abbiamo da guardare molto lontano: la Grecia è la rappresentazione di che cosa sarebbe potuto accadere in Italia». Il premier ha ammesso che si è trattato di una operazione tutt'altro che indolore anche per lui stesso ammettendo che l'intervento più sofferto è stato quello sulle pensioni più deboli: «La cosa che mi ha fatto più soffrire - ha rivelato - è quando ho visto che per fare una cosa corposa bisognava chiamare a contribuire anche i pensionati e quelli con livelli molto bassi con il blocco dell'inflazione. A quel punto ho capito che bisogna chiamare a contribuire anche quelli dello scudo fiscale».

Per Monti, quindi, la reazione dei sindacati è più che comprensibile: «In passato ci sono stati scioperi, anche generali, per molto meno. Francamente capisco la protesta ma invito anche tutti a pensare cosa sarebbe accaduto al lavoro e alle pensioni senza questo intervento. Con i mezzi che ci erano dati abbiamo comunque fatto molta più redistribuzione di quanto non si sia mai fatto. Gli italiani capiranno e noi spiegheremo le nostre decisioni».

«Decisioni per domare i mercati». Decisioni che servono anche a «domare i mercati: questi - spiega - sono una bestia feroce e oggi sono imbizzarriti. Certamente - assicura - noi lavoriamo per i cittadini e non per i mercati, ma non possiamo non tenerne conto perché il loro funzionamento è essenziale». Talmente tanto che Monti lascia intendere come la manovra approvata sia, di fatto, quasi il "minimo sindacale" richiestoci. Blindando il testo. Pur non annunciandola apertamente il premier ha di fatto evocato più di una volta la fiducia soprattutto quando ha fatto sapere che se «il Parlamento è sovrano, il tempo è però poco e i margini per eventuali modifiche sono pochissimi».

Ma nel futuro dell'Italia a guida Monti non ci sono solo sacrifici: «Il mercato del lavoro - ha infatti detto - sarà il nostro prossimo cantiere e la concertazione sarà essenziale. Le prossime iniziative riguarderanno lo sviluppo, le liberalizzazioni, misure che non chiedono sacrifici, ma modificano la struttura per togliere ingessature all'economia italiana».

«Misure impopolari ma indispensabili». Ha spiegato che le misure, anche quelle più impopolari come l'aumento della benzina e la reintroduzione dell'Ici, sono state «indispensabili», ma ha anche assicurato che l'Irpef non verrà toccata. Ma già si sentono gli effetti di questa manovra pesante: l'Italia - ha detto - d'ora in poi siederà al tavolo europeo e internazionale «da protagonista e non da osservatore distratto.

Silvio Berlusconi amava arrivare all'ultimo minuto, Mario Monti invece approda in via Teulada 75 minuti prima della diretta. Non tanto per marcare la discontinuità, quanto per incontrare i vertici Rai. E una volta seduto sulla poltroncina bianca di Porta a Porta il premier ricorda il Cavaliere per un istante soltanto. Quando si rivolge al padrone di casa con un «se mi permette, dottor Vespa...» seguito da un brusco «non sono qui per fare un piacere a lei». Per il resto, il paragone è impossibile. Lontani i tempi del «contratto con gli italiani», il premier è venuto a dire ai cittadini - in prima serata e in un format tv ideato dopo le polemiche che hanno preceduto l' intervista - che senza «i sacrifici pesanti» il treno Italia sarebbe deragliato. «L'alternativa era il rischio Grecia, il non poter pagare stipendi e pensioni». Monti non cerca l'applauso e nemmeno lo trova. Il momento è cruciale e le misure proposte «non fanno piacere a nessuno», tantomeno a lui. «Gli scioperi? Capisco le reazioni». Arrivando in Rai gli avevano chiesto se era emozionato. E lui: «No». Gessato grigio e cravatta a pallini biancocelesti, incappa subito nel bello della diretta. «Normalmente io guardo lei?», domanda a Vespa in fuorionda. E il conduttore: «Me e le telecamere, aiuta la conversazione». E quando il giornalista gli fa notare che ha perso «solo» nove punti di gradimento, il premier si sbilancia: «Dovevo farla più pesante, la manovra?». I partiti lavorano agli emendamenti, ma Monti avverte che il decreto è pressoché blindato. In Parlamento terrà «occhi e orecchie spalancati», perché le forze che lo sostengono non provino a cambiare troppo i contenuti pur tenendo fermi i saldi: «Il tempo è poco e il margine di flessibilità è pochissimo». Metterà la fiducia? «È prematuro affermarlo, ma le ho spiegato qualcosa di più importante - e qui il "prof" bacchetta lo studente Vespa - cioè che non modificheremo la struttura». La cosa che più lo ha fatto «soffrire» è aver dovuto toccare le pensioni più basse. «Ci siamo sentiti molto in difficoltà - ammette -. Lì ci siamo convinti che era il caso di chiamare a contribuire anche chi aveva usufruito dello scudo fiscale». La ministangata «sarà fatta», lo dice Monti e lo ribadisce Grilli a Ballarò, aggiungendo che gli «scudati» che non verseranno la tassa dell' 1,5 per cento perderanno l'anonimato. Sull'Ici il viceministro apre a una proroga per le prime case e, sulle pensioni, Elsa Fornero spera che, se si troveranno i soldi, si possa «alzare il tetto per garantire l'indicizzazione» agli assegni più bassi. Per due volte Monti loda la sua «piccola squadra» e promette una futura ribalta anche a quei ministri rimasti in ombra, «fiero e orgoglioso» com'è di aver scelto uomini e donne «di straordinaria qualità». Respinge le critiche dei cattolici per i mancati sgravi alla famiglia, fa capire quanto sia arduo dover fare «equilibrismo» tra Pd e Pdl e conferma che non alzerà l'Irpef. Scherza su Vespa «ministro dell' Economia» e rivendica di aver riportato l'Italia «nel salotto buono» del mondo. Quanto ai costi della politica «siamo solo all'inizio», prepara nuove sforbiciate Monti. E annuncia una «task force aperta anche ai contributi dei giornalisti». Solo sul finale concede uno squarcio della sua vita privata. La mamma lo ammoniva a «tenersi alla larga dalla politica» e la moglie lo rimprovera ogni sera per essere rientrato tardi nell'appartamento presidenziale: «Non credo sia interamente contenta per gli orari che faccio». È forse l'unico sorriso, l'unico momento in cui Monti si rilassa dopo aver tenuto, per mezz'ora, i gomiti puntati sui braccioli della poltroncina.

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». E allora……?!?

Pensioni, d’oro, pensioni baby, pensioni privilegiate, stipendi a statali nullafacenti e irrispettosi che causano disservizi a catena. Sprechi e foraggiamento ai media per tacitare verità scomode. Di che parliamo. Di truffa legalizzata, se non di che cosa?

Proprio il 9 dicembre 1011 un servizio di Mingo su “Striscia la notizia” denuncia uno spreco colossale: Pagato, ma non lavora da sei anni. Mingo intervista un signore.

Mingo «Innanzitutto complimenti, perché lei mette la faccia nel dire questa cosa che a noi sembra incredibile. Cioè lei percepisce uno stipendio senza lavorare.»

Persona «Sì, sì, esattamente così.»

Mingo «He sì. Lei fa il segretario comunale.»

Persona «Sì, sì, e questo è il mio lavoro… segretario comunale.»

Mingo «E cosa consiste, detto in parole povere.»

Persona «Intanto, come dice la parola, lavoro nei Comuni. Lavoro nei Comuni e mi occupo di coordinare i vari servizi dei Comuni…»

Mingo «Certo…»

Persona «Presto consulenza, soprattutto giuridica ai vari organi….»

Mingo «Certo…»

Persona «E anche ho anche il compito ingrato, qualche volta di vigilare su..su…sull’attività del Comune…»

Mingo «Del Comune….. Mi spiega perché sta a casa e percepisce lo stipendio.»

Persona «E guardi. E’ semplice. Circa 15 anni fa…»

Mingo «Sì….»

Persona «La legge è cambiata. Prima ci assegnavano le Prefetture. Il Ministero tramite le Prefetture ai comuni. Da circa 15 anni è stato stabilito che il segretario debba essere di fiducia del Sindaco o del presidente della provincia…»

Mingo «Haaa….»

Persona «Quindi che succede. Quando il Sindaco si scegli il Segretario di sua fiducia, quello che già lavora se ne deve andare…»

Mingo «Ho capito. Percependo lo stesso lo stipendio….»

Persona «E certo…..»

Mingo «Lo stipendio, vogliamo ricordare di…»

Persona «Duemila e seicento euro.»

Mingo «Mi scusi. Da quanti anni lei percepisce lo stipendio e non lavora.»

Persona «Lo devo dire…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Lo dico…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Da sei anni netti.»

Mingo «Haaa….mi scusi però, perché ha scelto di dirlo a Striscia.»

Persona «Beh…intanto, perché questo problema non coinvolge soltanto me, ma possiamo dire, centinaia di persone…»

Mingo «In Italia…in tutta Italia…»

Persona «Sì, nel nostro paese, evidentemente, e poi perché il fatto che il mio destino personale, professionale, familiare debba essere affidato a persone sulle quali, in qualche modo, dovrei esercitare anche un minimo di controllo, per quanto non mi faccia piacere»

Mingo «Certo….»

Persona «E’ un’aberrazione che non mi sta bene, che danneggia me e danneggia soprattutto i cittadini per le ricadute di illegalità che questa situazione comporta. »

E non è tutto.

Tira una brutta aria, sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti intende mettere mano agli stipendi dei parlamentari: una sforbiciatina da 5mila euro a politico che sta infiammando i corridoi dei Palazzi romani. "Non è necessario attendere l’esito dell’indagine della commissione Istat per equiparare le retribuzioni dei parlamentari italiani alla media Ue: basta riferirsi semplicemente a quanto accertato dall’Europarlamento nella sua indagine del luglio 2008 che aveva fatto uno studio approfondito per arrivare a una media dei compensi fino ad allora attribuiti dai singoli Paesi". In una intervista all’Adnkronos il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini, replica duramente alle indiscrezioni, apparse oggi su alcuni quotidiani, che parlano di una rivolta in parlamento a causa dell'emendamento "taglia-stipendi" che scatterebbe per decreto qualora la commissione guidata dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini non finisse il proprio lavoro entro fine anno. La norma, contenuta nel decreto "salva Italia" licenziato dal premier Mario Monti, prevede la riduzione - già a partire dal gennaio 2012 - delle indennità ai parlamentari equiparandole a quelle percepite dai politici negli altri Paesi dell'Eurozona. Una presa di posizione che, a detta del Tgcom, non piace affatto ai nostri politici. Da Montecitorio e da Palazzo Madama fanno sapere che la norma violerebbe "l'autonomia del Parlamento". Lo stesso Dini va a riesumare una indagine disposta dall’Europarlamento due anni fa: la ricerca serviva a fissare la retribuzione degli eurodeputati come risultante dalla media delle retribuzioni dei parlamentari dei singoli Paesi. "La verità - ha spiegato il parlamentare del Pdl - è che le retribuzioni onnicomprensive nette (quindi non solo l’indennità, ma anche la diaria e i compensi accessori), dei deputati e senatori italiani sono già oggi, anche in virtù delle riduzioni già decise nei mesi scorsi, al di sotto della media delle analoghe retribuzioni dei colleghi europei". Per Dini questo dovrebbe bastare. Secondo i numeri riportati da Repubblica, l'indennità di un deputato ammonta a oltre 11.700 euro, cifra calcolata al netto della diaria. Si tratta di circa 6mila euro in meno (per essere precisi 5.339 euro) rispetto alla media delle retribuzioni percepite nel Vecchio Continente. A questi numeri il governo Monti sta guardando come modello al fine di riuscire a tagliare i costi del parlamento. La prima bocciatura ai tagli è stata decisa dalla commissione Affari costituzionali che ha espresso parere negativo sul settimo comma dell'articolo 23. Stesso copione anche a Palazzo Madama. "Quell'intervento, giusto nel merito, lede l'autonomia del parlamento - ha spiegato il senatore questore Benedetto Adragna a Repubblica - Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà un emendamento correttivo. Puntiamo all'equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue".

Un nuovo trucchetto della Casta, che come titola Libero in edicola, martedì 3 gennaio 2012, "frega pure Monti". Perché? Perché la Casta si è salvata gli stipendi d'oro. Era stata infatti creata una commissione che, come spiega il vicedirettore Franco Bechis, "entro il 31 dicembre avrebbe dovuto stabilire se e come tagliare i trattamenti economici di deputati, senatori, politici degli enti locali, giudici, dirigenti e boiardi di Stato". Peccato che questa commissione abbia già rinunciato alla titanica impresa, poiché "troppo delicata". Eppure la faccenda non pare così complessa: Libero ha completato i calcoli che erano stati delegati alla commissione in poche ore. Nel Sistema parlamentare italiano c'è una tessera che consente loro di salire e scendere liberamente da aerei, treni, navi, di non pagare il pedaggio autostradale. Un privilegio che non ha nessun collega europeo: in Francia i parlamentari hanno una tessera che permette loro di fare più di 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e sei fuori dal collegio. Come se non bastasse l'onorevole italiano usufruisce anche di 258 euro di rimborso mensile per le spese telefoniche e di 41 euro per la dotazione informatica. Fino al 31 dicembre 2011 la nostra Casta usufruiva di un vitalizio dopo solo due legislature, al compimento del 50esimo anno: resta l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione calcolata con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni d'età.  In Italia il vitalizio è stato di 2.486 euro mensili per due legislature. La Casta percepisce anche un'indennità di residenza, una somma assegnata al parlamentare per mantenersi fuori dalla città di residenza: sotto questo aspetto gli italiani non sono primi, perché la somma che percepiscono i colleghi tedeschi è più alta: 3900 euro invece dei 3500 degli italiani. Da qualche tempo questa ricca indennità viene decurtata in base alle assenze: non solo quelle nelle sedute dell'aula ma anche delle commissioni. Si possono tagliare gli stipendi dei parlamentari italiani? Per la Commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che i nostri deputati e senatori guadagnano più dei colleghi europei in termini di stipendio, però costano di meno in termini di assistenti (i cosiddetti portaborse) e spese aggiuntive. Lo dice il rapporto della Commissione. Per la Commissione è impossibile fare una media. L'organismo che aveva avuto l'incarico dal governo Berlusconi e dalle presidenze di Camera e Senato, confermato dall'esecutivo Monti, doveva rendere il suo verdetto entro il 31 dicembre 2011 e lamenta il poco tempo a disposizione. La media comunque è complessa: in Italia l'indennità parlamentare lorda per i deputati è di 11.283 contro i 7.100 euro della Francia, i 2.813 della Spagna, 8.500 nei Paesi Bassi, 7.668 in Germania. A cui si aggiunge in Italia una diaria da 3.500 euro. Sono però minori le spese accessorie, in particolar modo quelle dei collaboratori: rientrano per i deputati nostrani fra le spese di segreteria e rappresentanza, 3.690 euro al mese. Mentre per esempio in Francia un deputato può spendere fino a 9.100 euro al mese per i collaboratori, in Germania sono pagati dal Parlamento per un totale di 14.700 euro, in Austria sono dipendenti della Camera. Per la Commissione comunque i dati raccolti sono «del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Insomma insufficienti per capire se e quanto tagliare. Quindi «nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito a essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa».

Si potrebbe dire, però, che rapportati allo stipendio di altri boiardi di Stato, il Parlamentare non percepisce tanto, in riferimento alla carica ricoperta. Dà fastidio il fatto la loro tracotanza ed indifferenza nei confronti del cittadino che li elegge e che dovrebbe rappresentare. Provate a mandare un e-mail per chiedere un intervento istituzionale su un problema singolo o collettivo: lettera morta.

L'indagine di Mario Sensini su “Il Corriere della Sera”. Più di sedicimila euro al mese: il record dei parlamentari italiani. Le tabelle pubblicate dalla Commissione Giovannini. Al secondo posto i francesi con 13.500. Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca. Contro i 13.500 di un deputato francese, i 12.600 di uno tedesco, i poco più di 10 mila euro che guadagna un rappresentante della Camera olandese, i 9.200 di un deputato belga, gli 8.650 di un austriaco, per non parlare dei 4.630 euro che costituiscono il «misero» appannaggio di un deputato spagnolo. Le tabelle che mettono a nudo i privilegi della politica italiana sono lì, appena pubblicate dalla Commissione Giovannini sul sito della Funzione pubblica: gli eletti del Bel Paese costano da un minimo del 20 per cento fino al 400 per cento in più rispetto ai colleghi. Dati che parlano chiaro, ma che rischiano di servire a ben poco. Deputati e senatori italiani, insomma, si mettono in tasca il 60% in più rispetto alla media europea. Ma quella media resta pur sempre un calcolo «a spanne», come ammette la stessa Commissione, e su queste basi sarà molto difficile, anzi praticamente impossibile, far scattare la mannaia sui costi della politica italiana. La norma voluta da Giulio Tremonti e attesa dai presidenti di Camera e Senato sembrava molto semplice, stipendi parametrati alla media europea, ma in realtà rischia di rivelarsi inapplicabile. Quell'articolo del decreto di luglio 2011, come scrive la stessa Commissione, presenta infatti «aspetti di ambiguità e talvolta di contraddittorietà». E il gruppo di lavoro guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, composto da esperti di chiara fama, compreso un rappresentante di Eurostat, è letteralmente impazzito per tirarne fuori qualcosa di sensato. Senza riuscirci. Non solo per i tempi strettissimi che sono stati concessi alla Commissione, o perché la richiesta di una proroga è stata rifiutata da Palazzo Chigi, che ha ricordato come il termine ultimo per la consegna del lavoro sia quello del 31 marzo 2012. Alla Commissione ci sono volute intere settimane per arrivare a definire che cosa debba essere considerato nel «trattamento economico omnicomprensivo» cui fa riferimento la legge per le cariche apicali della pubblica amministrazione. Altre settimane di lavoro, confronti, discussioni, per dare un senso alla definizione, invece, del «costo» relativo al trattamento economico omnicomprensivo che la legge prescrive di calcolare per i parlamentari. Poi c'è stato il problema dell'individuazione degli organismi «omologhi» a quelli italiani che in molti casi negli altri Paesi non ci sono (solo 16 istituzioni sulle 31 considerate dalla legge italiana perché fossero parametrate a quelle europee, hanno dei corrispondenti più o meno simili), la definizione del concetto di retribuzione (la legge italiana fa riferimento al lordo, ma come si sa a parità di retribuzione lorda le tasse e contributi fanno una differenza abissale), poi quello della ponderazione sul Pil (già, ma di quale Pil, se a prezzi correnti o a parità di potere d'acquisto la legge non lo dice), ed infine la raccolta dei dati. Spesso non ufficiali, e che sono arrivati attraverso i canali diplomatici solo a partire dal 13 dicembre scorso. Fatto sta che dopo tre mesi di riunioni a spron battuto, la Commissione Giovannini ha alzato le braccia e si è arresa. Ha pubblicato il rapporto entro il 31 dicembre 2011 come prevede la legge. Ma le conclusioni sono disarmanti: «La Commissione considera i dati contenuti del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Se qualcuno pensa di tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei vertici dell'amministrazione pubblica usando questa strada, dice in sostanza la Commissione, si sbaglia di grosso. «Di fatto è stato chiesto alla Commissione di condurre in pochi mesi lo studio degli assetti istituzionali e organizzativi di sei Paesi, più l'Italia, con un dettaglio mai realizzato in letteratura e visto l'utilizzo a fini legali dei risultati, con l'esigenza di raccogliere dati di elevata qualità, inconfutabili e pienamente comparabili». Considerati tutti i limiti, non deve stupire la conclusione del rapporto Giovannini. «Nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito ad essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa». Abbiamo scherzato? Può darsi. «Le difficoltà finora incontrate dovrebbero far riflettere il legislatore sull'effettiva applicabilità della norma di riferimento della quale (non a caso) non si trova alcuna analogia negli altri principali Paesi dell'Unione europea», si legge nel rapporto della Commissione. Insomma: per andare avanti servono dei correttivi alla legge. Così, in attesa delle mitiche «medie» ci si deve così accontentare di una paio di tabelle riferite al trattamento economico e previdenziale dei deputati e dei senatori italiani ed europei, ma piene zeppe di note a margine e farcite di formulette matematiche. Oltre a questo, il rapporto della Commissione non si spinge. Non servirà a tagliare gli stipendi dei nostri parlamentari, ma se non altro offre all'opinione pubblica un paio di conferme, verificate scientificamente, e scontatissime. Su base omogenea, quindi senza contare la spesa per i collaboratori, e dunque considerando soltanto l'assegno materialmente incassato, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. Se si considera anche il contributo per portaborse e uffici stampa gli italiani sono battuti solo dai francesi, ma con una differenza fondamentale. In Italia i contributi per i collaboratori (3.690 euro per i deputati, 4.180 per i senatori) sono erogati formalmente ai gruppi politici di appartenenza, sotto la voce spese di rappresentanza, ma poi da questi vengono girati ai rispettivi titolari. Molto più semplicemente in Francia c'è una linea di credito offerta dal Parlamento per pagare i collaboratori, che se non viene utilizzata, deve essere restituita. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi, spesso, il collaboratore del deputato o del senatore è già un dipendente stipendiato dell'istituzione di appartenenza. Anche sul trattamento previdenziale dei nostri parlamentari c'era qualche vago sospetto, che la Commissione Giovannini puntualmente conferma. Almeno fino al 31 dicembre scorso, quando è scattato il meccanismo del contributivo pro rata, gli italiani primeggiavano in Europa. Dopo cinque anni di mandato il vitalizio maturato era di 2.486 euro al mese, in Francia di 780 euro. Tre volte di meno. Maturato, per giunta, con una contribuzione previdenziale superiore: oltre il 10% dello stipendio contro l'8,6% versato dai parlamentari italiani.

Anche Carmelo Lopapa ha pubblicato la sua inchiesta su “La Repubblica”. L'indennità mensile (lorda) è la più alta d'Europa. Ma il "costo complessivo" del parlamentare in altri paesi, quali Francia e Germania, è ben superiore. Difficile, dunque, anzi "impossibile" decidere chi guadagna di più e chi meno. E soprattutto "fare una media". La Commissione per il livellamento retributivo, guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, rinuncia però a quell'obiettivo. L'organismo (composto anche da quattro accademici) incaricato dal governo Berlusconi  - confermato da Monti - e dalle presidenze di Camera e Senato di confrontare i compensi tra le cariche elettive e gli organi istituzionali di sei paesi Ue, pubblica dunque i risultati della sua attesa comparazione. La relazione, nelle 37 pagine depositate il 31 dicembre 2011, si limita a fotografare la "giungla" retributiva dei parlamentari nei sette paesi presi in esame: Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio. Giovannini ha chiesto però una proroga al 31 marzo per completare il lavoro su organi costituzionali e enti pubblici. "Nonostante l'impegno profuso - si legge nelle conclusioni - la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie".

INDENNITÀ
Supera gli 11mila euro, a Berlino e Parigi 7mila 

In nessun paese europeo un parlamentare percepisce un'indennità lorda mensile pari a quella del deputato (11.283 euro) e del senatore (11.550 euro) italiano. E quella costituisce solo una delle cinque voci che - si legge nella relazione - compongono il "costo" del parlamentare (diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato). Nel caso della Spagna, l'indennità in senso stretto (2.813 euro) è addirittura quasi quattro volte inferiore. Si avvicinano solo i Paesi Bassi con 8.503 euro. Tra i grandi paesi, Francia e Germania viaggiano tra i 7.100 e i 7.668. Ma si parla di lordo. E in Italia dopo le ultime (ripetute) decurtazioni, l'indennità netta è di poco superiore ai 5.000 euro. In ogni caso, fanno notare i professori della commissione, è difficile fare dei confronti perché diverso è anche il livello di tassazione tra paese e paese (per esempio in Francia tocca il 20 per cento sui 7.100 euro lordi). Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ieri dettava la sua ricetta: "Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno da sindaco di una grande città: 4.200 euro al mese". 

DIARIA 
3500 euro per spese di soggiorno, solo in Germania si spende di più
La diaria mensile o "indennità di residenza" non costituisce una prerogativa italiana. Per di più, il budget assegnato al deputato e al senatore per le spese di mantenimento fuori sede non costituisce un record continentale. A ricevere una cifra forfettaria più alta per le spese di soggiorno a Berlino è per esempio il parlamentare tedesco: 3.984 euro. Ma il collega italiano con 3.503 euro segue a ruota. Da qualche mese, alla Camera e al Senato questa ricca indennità accessoria (che non fa differenza tra chi soggiorna a Roma per l'attività parlamentare e chi vive e risiede comunque nella capitale) viene decurtata in proporzione alle assenze: non solo quelle nelle sedute d'aula, ma anche nelle sedute di commissione. Ed è il motivo delle recenti polemiche esplose per i frequenti casi di deputati presenti solo per firmare il registro e poi dileguarsi. In Francia il deputato non percepisce affatto la diaria, ma gode di alloggi a tariffe agevolate in residence di proprietà dell'Assemblea. A Madrid sì, ma ammonta a 1.800 euro, mille in meno poi se il deputato è eletto nella capitale. Trattamento simile nei Paesi Bassi, non prevista in Belgio.

PORTABORSE
4000 euro: meno che in altri Paesi, ma da noi non va giustificata
La commissione Giovannini le chiama "spese di segreteria e di rappresentanza". E accorpa sotto questa unica voce il budget messo a disposizione da Camera e Senato per i parlamentari al fine di consentire a deputati e senatori di avvalersi di collaboratori e di segreterie nei territori di origine e a Roma. Ma il confronto con gli altri cinque paesi messo nero su bianco dalla commissione Giovannini finisce per conclamare l'anomalia tutta italiana. L'anomalia consiste in questo caso non nell'importo - inferiore e in qualche caso di molto rispetto ad altri paesi quali Francia e Germania - ma nella modalità: forfettaria. Vale a dire che il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore. L'Europarlamento da sempre gestisce il budget assegnando al deputato il collaboratore richiesto, ma pagandolo direttamente. Avviene così anche in Germania (dove il fondo per la segreteria lievita a 14.712 euro) e in Belgio, si legge nella relazione. In Francia, se il deputato non utilizza la linea di credito da 9.138 euro in tutto o in parte, viene restituita.

BENEFIT
Treni, aerei, navi e autostrade solo a Roma non si pagano
Il monte benefit è la vera "babele" che fa del parlamentare - quello italiano soprattutto - un privilegiato. La relazione Giovannini lo certifica. La "libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea" consentita dall'apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi. In Francia, i deputati dispongono di una carta ferroviaria, più 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e 6 fuori dal collegio. In Germania, solo tessera ferroviaria e rimborso per i voli domestici con rimborso a piè di lista. In Spagna, è prevista una diaria da 150 euro per ogni giorno di viaggio all'estero e 120 per viaggio interno. Nei Paesi bassi, treno di prima classe e rimborso chilometrico da 0,37 euro al km ma solo se non esistono mezzi pubblici che consentano al deputato di tornare a casa. Tutta un'altra storia. Il parlamentare italiano usufruisce anche di 258 euro mensili di rimborso per spese telefoniche (in Francia 416 euro, nei Paesi Bassi 33 euro appena) e di 41 euro per dotazione informatica. La Spagna però offre Ipad e telefoni portatili di servizio.

VITALIZI
Ue, tutti con le pensioni: ma in Italia c'è un superassegno
Fino al 31 dicembre 2011, i parlamentari italiani usufruivano di vitalizio dopo almeno due legislature, al compimento del cinquantesimo anno. Resta ora come allora l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature). In Italia, fa notare la relazione Giovannini, dopo 5 anni di mandato il vitalizio finora è stato pari a 2.486 euro mensili, con un versamento pari all'8,6 per cento dell'indennità lorda. In Francia, dopo cinque anni di mandato, il vitalizio minimo è pari a 780 euro a fronte di un versamento del 10,5 per cento dell'indennità legislativa, se ne ha diritto a 60 anni. In Germania, l'età alla quale il deputato matura la pensione è stata innalzata gradualmente dai 65 ai 67 anni. In Spagna la pensione è un beneficio di carattere integrativo ed è pari alla differenza tra la pensione che il deputato riesce a maturare nella vita lavorativa e la pensione massima raggiungibile in quel paese. Integrazione che può essere richiesta se il mandato è stato almeno di 11 anni.

"Salvate le persone, non le banche", diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all'imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l'obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.

La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre 2011 dal governo di Mario Monti, ex presidente dell'università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell'abitazione (l'80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall'aumento dell'Iva di due punti).

Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenteranno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all'anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l'obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l'evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro "adeguata riduzione". Si affida alla buona volontà dei banchieri...

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l'aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all'anno. E' difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l'età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l'aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un'altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.

E lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all'anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L'anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l'intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l'individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi "di sistema" (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell'immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall'amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all'anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all'anno.

Non c'è un conflitto d'interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C'è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C'è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c'è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c'è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto "salva Italia". Di sicuro è anche un decreto "salva banche". Potremmo chiamarlo decreto "ad bancam".

ITALIA E SISTEMA DI POTERE: UN POZZO SENZA FONDO

Tutte le Manovre 2011: un riepilogo per non perdersi.

5 Dossier per 5 Manovre. Abbiamo pensato di riepilogare in uno speciale tutte le Manovre approvate e pubblicate nel 2011, con l'indicazione dei principali provvedimenti e novità introdotte da ciascuna. Decreto Sviluppo 2011, Manovra Correttiva 2011, Manovra Bis di Ferragosto, Legge di Stabilità 2012 e infine la Manovra Monti.

Vista la proliferazione di Manovre elaborate nel 2011 dal Parlamento, ci è sembrato utile raggrupparle in ordine cronologico, con tutti i riferimenti normativi e le principali novità introdotte da ognuna di esse.
Ad ogni Manovra abbiamo dedicato un Dossier informativo che raccoglie tutta la rassegna stampa, la normativa e gli approfondimenti sul tema.

Riepilogando abbiamo le seguenti Manovre:

1.     Decreto Sviluppo 2011

2.     Manovra Correttiva 2011

3.     Manovra Bis di Ferragosto

4.     Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

5.     Manovra Monti – Decreto Salva Italia

Decreto Sviluppo 2011

DL del 13 maggio 2011 n. 70 - Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 110 del 13 maggio 2011. Convertito, con modificazioni, dalla Legge 12 luglio 2011 n. 106

Il Decreto Sviluppo 2011 (DL n. 70 del 13.05.2011) come modificato dalla legge di conversione del 12 luglio 2011, n. 106, è entrato in vigore il 13 luglio 2011 con tutte le sue novità introdotte nel corso dell'esame parlamentare. La legge di conversione del decreto sviluppo conferma l'impianto del testo originario, che contiene una miriade di norme che puntano soprattutto alla semplificazione degli oneri burocratici a carico di imprese e cittadini. Tra le modifiche di carattere generale l'abrogazione delle norme sulla concessione del diritto di superficie per il demanio marittimo, mentre per quel che riguarda il fronte fiscale le novità principali sono relative alle procedure di riscossione coattiva. Grazie all'entrata in vigore della manovra di rientro, però, le nuove disposizioni relative all'atto unico di accertamento e riscossione entreranno in vigore solo dal 1° ottobre.

Le novità immediatamente operative riguardano, invece:

Le altre principali novità riguardano:

·        aumento tasse catastali per le visure dal 1° settembre.

Manovra Correttiva 2011 - Manovra Finanziaria

Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98 recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 155 del 6 luglio 2011. Convertito, con modificazioni dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111.

La manovra di riallineamento dei conti comprende un nutrito pacchetto di disposizioni fiscali destinate ad incidere in maniera significativa soprattutto sui lavoratori autonomi. Una manovra pesante, del valore di oltre 40 miliardi, approvata in 10 giorni dal varo del decreto alla legge di conversione. L’impatto sui conti è destinato a farsi sentire fin da subito e ancora una volta il settore fiscale è chiamato a fare la parte del leone. Nella miriade di norme, infatti, molte sono le novità che non risparmiano nessun settore.

Disposizioni tutte già in vigore grazie all’approvazione sprint del provvedimento.

Per quel che riguarda il pacchetto fiscale la novità di maggior rilievo la previsione del taglio del 5% delle agevolazioni fiscali per l'anno 2013, e del 20% a partire dal 2014, qualora entro il 30 settembre 2013 non siano adottati provvedimenti di riforma del sistema per un suo complessivo riordino, in grado di garantire 4 miliardi di risparmi per il 2013 e 20 miliardi dal 14 in poi. Interessati ai tagli lineari potrebbero essere tutte le agevolazioni fiscali contenute nell'articolo 21, comma 11 - lett. a) della legge 196/2009), senza eccezione alcuna. Previsti tagli, quindi, sia per le famiglie che per le imprese se non interviene una legge di riordino. Rivisto, poi l'aumento del bollo sui conti titoli che ora viene scaglionato in base al valore del deposito. Novità anche per l'addizionale sulle stock option, mentre per quel che riguarda il nuovo regime per i contribuenti minimi con la mini aliquota del 5% è stabilito che la durata può superare anche i cinque anni, ma il regime è valido non oltre i 35 anni di età del beneficiario. Riviste in parte anche le disposizioni in materia di ammortamenti. Alcune di queste misure entreranno in vigore solo il prossimo anno, mentre fin da subito scatta l'obbligo di pagamento del contributo unificato per i ricorsi di fronte alle Commissioni tributarie, come pure la possibilità di chiusura agevolata delle liti pendenti.

Ecco le principali disposizioni:

Di seguito, invece, le novità operative dal 2012:

Manovra di Ferragosto o Manovra Bis 2011

Decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 188 del 13 agosto 2011. Convertito dalla Legge 14 settembre 2011 n. 148.

La manovra di Ferragosto (d.l. 138/2011), in vigore dal 13 agosto 2011, è aggiuntiva rispetto a quella di luglio, per anticipare il pareggio di bilancio al 2013. L’intervento si è reso necessario a seguito delle sollecitazioni europee, e soprattutto della banca centrale europea. Fisco protagonista della manovra-bis. Dopo i tanti ripensamenti e le riscritture del provvedimento, è proprio quello delle entrate il settore destinato a garantire il valore aggiunto necessario per centrare l’obbiettivo del pareggio di bilancio fin dal 2013. Se i tagli in molti casi sono più che altro una dichiarazione d’intenti, come, in particolare, per quel che riguarda l’abolizione delle province, la stretta sulle entrate è un dato certo e ineludibile. Un insieme di disposizioni, peraltro, che si inseriscono nel solco tracciato già con la manovra del 2010. Ma se lo scorso anno per l’applicazione delle nuove disposizioni erano stati previsti tempi lunghi, quest’anno il clima è completamente diverso. Con la manovra-bis le novità sono tutte già in vigore, a partire dal ritocco dell’Iva, e con gran parte di queste occorrerà fare i conti già in sede di acconto.

Di seguito le principali novità in campo fiscale:

Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

Legge 12 novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012, ex legge finanziaria) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. Approvata in via definitiva dal Parlamento il 12 novembre 2011 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale 14 novembre 2011, n. 265.

Approvata in tempi record per la crisi politica, la Legge di stabilità è destinata comunque ad entrare il vigore dal 1° gennaio 2012. Nessuna anticipazione delle misure, quindi, rispetto ai tempi originariamente previsti, tranne la riforma degli Ordini che dovrà essere operativa entro agosto 2012. In ogni caso saranno necessari decreti attuativi. In vigore da gennaio, invece, il taglio della burocrazia e le semplificazioni per le srl, mentre per la possibilità di avviare società tra professionisti appartenenti a ordini diversi occorrerà attendere un apposito decreto del ministero della Giustizia.

Di seguito le principali novità per professionisti e imprese:

Manovra Monti "Salva Italia".

Una manovra, quella approvata dal Consiglio dei Ministri il 4.12.2011, che come suggerisce il Presidente Mario Monti “salva l’Italia” e che si è resa necessaria per affrontare la crisi finanziaria gravissima che ha investito l’area Euro e più specificatamente il debito italiano. Complesso il pacchetto di interventi che il Governo ha messo a punto e che, nonostante l’emergenza, dà il via ad una serie di riforme strutturali dell’economia italiana. In tutto la manovra ammonta a 30 miliardi di €, per il triennio 2012-2014. Di questi 30 miliardi, 20 saranno destinati alla correzione dei conti pubblici e 10 a promuovere la crescita. Si ricorda, inoltre, che il testo della manovra – sotto forma di D.l. - dovrà essere firmato dal Presidente della Repubblica per poi passare al Parlamento, l’obiettivo è ottenere il via libera definitivo entro Natale.

Principali provvedimenti:

Manovre, nel 2011 interventi per 75 miliardi. I più imponenti di sempre. In 20 anni finanziarie per 460 miliardi. Se si dovessero guardare gli interventi correttivi dei conti, questa sarebbe la peggior crisi degli ultimi vent'anni, peggio di quella di inizio Anni 90. Il governo Berlusconi Quater e il governo di Mario Monti, insieme, sono destinati a varare manovre finanziarie pari a quasi 75 miliardi di euro in un solo anno. La cifra supera di gran lunga l'intervento messo a punto dal governo Amato nella crisi del 1992, un 'correttivo' da 48 miliardi (96 miliardi di vecchie lire), ma con impatto immediato sui conti, diversamente da quanto avviene per le manovre di oggi, che sono cambiate e hanno un impatto triennale.

DECRETO BERLUSCONI-TREMONTI DA 54,2 MILIARDI. Il decreto Berlusconi-Tremonti varato a inizio settembre 2011 aveva un valore di 54,2 miliardi, con impatto sul 2013. A questo vanno aggiunti i 20 miliardi della 'correzione' del nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti. Per un totale per il 2011 di 74,2 miliardi di euro.

IN 20 ANNI MANOVRE PER 460 MILIARDI. Nel complesso, negli ultimi 20 anni, i conti pubblici hanno subito una correzione per quasi 460 miliardi di euro. Dopo la manovra del 2011, la seconda per entità è quella varata da Amato nel 1992, seguita da quella di Tommaso Padoa-Schioppa nel 2006 (oltre 35 miliardi). Mentre nel 1996, l'anno dell'eurotassa per centrare l'ingresso nell'euro, la manovra varata valeva 32 miliardi (62.500 miliardi delle vecchie lire).

Ecco una tabella che riepiloga l'entità degli interventi per anno governo e ammontare in miliardi di euro.

1991 Andreotti 29 miliardi di euro
1992 Amato 48
1993 Ciampi 16
1994 Berlusconi 25
1995 Dini 16
1996 Prodi 32
1997 Prodi 13
1998 D'Alema 7
1999 D'Alema 8
2000 Amato 0
2001 Berlusconi 17
2002 Berlusconi 20
2003 Berlusconi 16
2004 Berlusconi 24
2005 Berlusconi 27
2006 Prodi 35
2007 Prodi 15
2008 Berlusconi 13
2009 Berlusconi 11
2010 Berlusconi 13
2011 Berlusconi 74

2011 Monti 20

Queste manovre non ledono l’evasione fiscale: sia perché non si incentiva la volontaria e trasparente denuncia dei redditi con la detrazione assoluta di ogni spesa sostenuta, per obbligare il contribuente a chiedere la fattura o la ricevuta fiscale, sia perché pari a cento versato al fisco si ottiene zero in servizi.

Ergo si paga per sostenere le sanguisughe pubbliche, ed al cittadino, questo non gli va giù.

Allora i politici cosa fanno: si tirano fuori, nominano un capro espiatorio che si assume la responsabilità della stangata, per poi farlo fuori e ripresentarsi immacolati alle elezioni. Sempre loro; sempre quelli uguali a se stessi da oltre 20 anni, sempre quelli, i quali hanno provocato il dissesto.

E gli italiani, coglioni, a rivotarli.

Iniqua, insostenibile, atroce, punitiva. Ma anche urgente, necessaria, senza alternative. Fra le molteplici definizioni e gli aggettivi che sono stati affibbiati alla manovra varata dal governo Monti forse manca quello più importante: inutile. Sebbene solo in pochi lo ammettano, voce ormai serpeggia fra gli economisti non allineati al pensiero dominante e gli osservatori più attenti: l'Italia si trova nel famigerato cul de sac, dal quale non è possibile uscire se non cambiando completamente paradigma. Uno dei postulati del paradigma della crescita è infatti il rapporto debito/pil. In un paese dall'economia sana – sempre ragionando nell'ottica della crescita - questo rapporto non dovrebbe essere superiore allo zero, e il debito non dovrebbe crescere con ritmi superiori al prodotto interno lordo. In Italia questo rapporto si aggira attorno all'1,2, ovvero il debito è circa il 120 per cento del pil. Inoltre il nostro debito sovrano è soggetto a forti speculazioni: quello che viene contratto in tempo di crisi, attraverso l'emissione di bond e obbligazioni, ha degli interessi a dieci anni che si aggirano attorno al 7 per cento. Il pil invece è praticamente fermo, ovvero l'Italia non cresce.

Ecco, in questa situazione – sempre nell'ottica dominante - si può intervenire un due modi: agendo sul debito o sulla crescita. La manovra Monti agisce sul debito: cerca cioè di tagliare il più possibile le spese per chiudere in attivo il bilancio statale e ripagare parte del debito (una parte minima a dire il vero) sperando così che con il diminuire del debito calino anche gli interessi da pagare su di esso. Ma così facendo egli va a colpire direttamente sia le risorse dello stato che le tasche degli italiani, che saranno più poveri e spenderanno meno. Dunque gireranno meno soldi, ancora meno ne entreranno nelle casse dello stato ed il bilancio tornerà in passivo. La crescita non ripartirà ed il debito aumenterà ancora.

Scrive acutamente nel suo blog il giornalista Paolo Barnard, “Mario Monti si troverà con un cane che si morde la coda, e mentre da una parte darà un colpo per raddrizzare il cerchio, dall’altra il cerchio picchierà sul muro storcendosi di nuovo”. È una situazione, quella attuale, dalla quale non si esce se non a patto di una radicale cambiamento di vedute. Per questo motivo sono fiorite, sul web come sulla carta stampata, moltissime proposte di contromanovre, che provano a vedere la situazione da altri punti di vista, e che nel cercare i soldi necessari al bilancio statale mettono al centro le esigenze dei cittadini piuttosto che quelle del mercato.

Il governo Passera-Monti decida di fornire garanzie statali sulle passività delle banche, garanzie pagate con soldi pubblici, che permetteranno agli istituti di credito di pagare più serenamente compensi milionari ai propri manager, senza che nessuno evidenzi un vergognoso conflitto d’interessi è francamente inaccettabile. Ci può spiegare il Primo Ministro secondo quale logica i conti delle banche italiane necessitano dei soldi di pensionati e famiglie se, tanto per citare un esempio, Banca intesa per il 2010 ha distribuito 1,3 miliardi di euro in dividendi ai propri soci e pagato poco meno di 4 milioni di euro come compenso al proprio amministratore delegato? Qual è la ratio che sta alla base della decisione di reintrodurre una tassa sulla casa di abitazione, bene per il quale la maggioranza degli italiani ha fatto sacrifici immani, non prendendo in considerazione ipotesi come quella di toccare grandi patrimoni, abolire i rimborsi elettorali e i finanziamenti pubblici dei partiti, eliminare tutti i “privilegi” della politica, non parlando demagogicamente solo dei costi, equiparare i livelli dei gettoni di presenza nei consigli comunali, spesso diversissimi tra Città e Città?”

Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant'anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?

È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell'ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni. Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell'«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l'anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.

Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l'apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell'Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell'Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.

Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l'anzianità «a regime» (campa cavallo...) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi...), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli...

ICI, QUELLI CHE NON PAGANO: anche Confindustria, partiti e sindacati, gli esentati.

Sull'Ici è guerra di tutti contro tutti. Dopo le accuse alla chiesa cattolica i cui immobili - anche quelli adibiti ad attività di lucro - sono esentati dalla tassa sugli immobili, si è allungata la lista delle associazioni che non pagano. Dalle tante chiese e confessioni - sinagoghe e moschee in testa - ai partiti politici. In questo caso aggirare la legge è semplice: basta intestare l'immobile a una fondazione e il gioco è fatto. Per non parlare di ambasciate, consolati e sindacati. Il patrimonio della Cgil, per esempio, è stimato che si aggiri intorno alle 1.000 unità, anche se è difficile districarsi tra sigle e sottosigle, tra Filcams, Fillea, Fisac, Spi, Fgil. La Cisl conta sedi in ogni capoluogo di provincia e anche qui arriviamo a numeri a tre zeri. Idem per la Uil, che ha addirittura creato una società ad hoc per gestire il patrimonio immobiliare: la Labour Uil. Dal canto loro i confederali hanno prontamente rispedito le accuse al mittente: «Tutte le strutture sindacali, a ogni livello, pagano regolarmente l'Ici in base alla legislazione vigente», hanno messo nero su bianco in un comunicato congiunto. «Cgil, Cisl e Uil», hanno ribadito, «possono attestare l'avvenuto pagamento dell'Ici con i relativi bollettini a disposizione di tutti gli organi di informazione, a dimostrazione della trasparenza dell'attività sindacale».

È partita la caccia a chi non paga l'Ici. Si allarga il fronte politico di chi vorrebbe maglie più strette per far pagare le tasse anche alla Chiesa. Da "Il Corriere della Sera" si apprende che il presidente della Cei Bagnasco ha mostrato disponibilità «a valutare la chiarezza della norma». Ma allo stesso tempo l'Avvenire passa al contrattacco segnalando che non soltanto i beni ecclesiastici sono esentati dal pagamento delle tasse sugli immobili. In effetti l'elenco è lungo, e comprende tutti gli edifici di proprietà di organizzazioni internazionali e Stati esteri (compreso però il Vaticano), così come le fondazioni culturali e liriche, le Camere di Commercio, le università, le scuole. Anche i musei, ma a patto che non comprendano attività commerciali come book-shop o caffetterie (il che li esclude praticamente tutti). Sono poi esentate tutte le associazioni impegnate nel sociale, e in questo novero finiscono anche le attività ricreative, come buona parte dei 5.500 circoli Arci.

Ma torniamo ai beni ecclesiastici. Secondo stime dell'Anci aggiornate al 2007 - quando ancora esisteva l'Ici sulla prima casa - l'esenzione vale 400 milioni di euro l'anno, al netto dell'inflazione e della rivalutazione degli estimi catastali prevista dalla manovra. Come è noto, solo i luoghi di culto, di pertinenza religiosa o che svolgono funzioni di assistenza ai bisognosi sono esentati dalla legge. Ma da più parti sono stati sollevati dubbi sul rispetto delle norme. Al punto che lo stesso Bagnasco ha chiesto che vengano sanzionati gli eventuali abusi. Il controllo «fiscale» sui beni della Chiesa spetterebbe alle amministrazioni, che però su questo fronte fanno poco o nulla. Secondo alcune rilevazioni, addirittura il 20% del patrimonio immobiliare italiano farebbe capo alla Chiesa. Il catasto comprenderebbe 100mila fabbricati, con un valore di circa 9 miliardi di euro. Le stime di settore parlano di circa 115mila immobili, quasi 9mila scuole e oltre 4mila tra ospedali e centri sanitari. Solo a Roma ci sono 23mila tra terreni e fabbricati, 20 case di riposo, 18 istituti di ricovero, 6 ospizi. Ma di questi quanti realmente dovrebbero essere tassati?

I Radicali da anni, spesso come voce solitaria, segnalano l'anomalia dei beni di proprietà della chiesa sfruttati a fini commerciali e tuttavia esentati dall'Ici. Il consigliere comunale di Milano Marco Cappato ha presentato un'interrogazione per conoscere quali sono i beni della Chiesa, i controlli fiscali eseguiti e con quale risultato: «Non ho ancora ricevuto risposta - spiega al Corriere della Sera - nell'attesa ho chiesto conferma del trattamento riservato ad alcuni beni ecclesiastici chiedendo se fossero esentati. Ed ottenuta risposta positiva, abbiamo provveduto noi a fare una piccola verifica». Il segretario dei Radicali Mario Staderini si è presentato in alcuni studentati e convitti ecclesiastici chiedendo una stanza per qualche notte. Ha così scoperto che in qualche caso, dietro la parvenza di una struttura religiosa, si celava un vero e proprio albergo, con tanto di tariffe perfettamente in linea con i costi del mercato. Il tutto filmato da una telecamera nascosta.

Per Avvenire bisognerebbe diffidare dalla «Fissazione radicale». Come spiega il direttore Marco Tarquinio, quella in corso è un'offensiva contro la solidarietà: «I promotori della nuova campagna anti-Chiesa, che ha risposto acremente agli appelli del mondo cattolico per misure fiscali pro famiglia e anti evasione, vogliono in realtà tassare la solidarietà». Il giornale dei vescovi ribadisce che l'esenzione compensa il welfare erogato dalle strutture ecclesiastiche. «Chiunque altro risponderebbe con una serrata dimostrativa di almeno sette giorni delle proprie attività - aggiunge Tarquinio -. Ma una settimana senza carità cristiana l'Italia non se la merita e non se la potrebbe permettere, soprattutto oggi. E i cattolici, poi, non sanno nemmeno come si fa una serrata».

In un altro articolo appare invece una breve elencazione degli «esenti meno noti», ossia «partiti, circoli culturali e sindacati». Tesi poi ribadita anche da alcuni esponenti politici di primo piano, come Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo alla Camera del Pdl: «Esistono esenzioni fiscali per le attività non lucrative - prosegue - di cui beneficiano non solo le confessioni religiose ma ad esempio anche i sindacati e la vasta galassia dell'associazionismo». Avvenire cita il caso dei circoli di volontariato che diventano ristoranti: «Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve allegramente? Prima di entrare vi fanno pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l'Ici». In un duello che inevitabilmente riporta la memoria ai tempi di don Camillo e Peppone, il quotidiano dei vescovi passa poi ad elencare «le case del popolo, così come i partiti politici».

Quindi anche il Partito Radicale, che da anni è l'alfiere della caccia all'esenzione, non pagherebbe l'Ici? «Non è affatto vero - replica Staderini - per la nostra sede noi paghiamo eccome, anche 2-3mila euro all'anno». È ancora più preciso il tesoriere del Pd, Antonio Misiani: «La normativa vigente prevede che i partiti politici siano soggetti al pagamento dell'Ici, salvo diversa deliberazione delle amministrazioni comunali». Che però vengono gestite dai partiti medesimi. Ugualmente sollecitate, tutte le sigle sindacali hanno provveduto a fare lo stesso comunicato: «Paghiamo regolarmente l'Ici». Su un patrimonio che del resto, restando solo alle organizzazioni confederali, sfiora quota diecimila immobili.

Quelli che pagano meno dei preti. Un po' di chiarezza la fa Franco Bechis su Libero. Non pagano le tasse, o le pagano appena appena, ma non sono evasori. Sono decine di migliaia i privilegiati del fisco italiano che non troveranno mai l’esattore alla loro porta con la cartella in mano per reclamare il dovuto. C’è la Chiesa italiana, è vero, con tutti i suoi ordini religiosi e associazioni in qualche modo collegate. Come lei tutte le Chiese riconosciute in Italia, che certo pesano numericamente assai meno Ma ci sono anche partiti, movimenti e associazioni politiche nazionali e nelle loro ramificazioni territoriali. Ci sono i sindacati nazionali, le loro associazioni di categoria, le loro ramificazioni territoriali. Ci sono le associazioni di promozione sociale, una voce dentro cui finisce davvero di tutto: dall’Arci, agli alcolisti anonimi, a Italia Nostra, alla comunità di Sant’Egidio, al Movimento delle casalinghe, a Legambiente, alle associazioni dei consumatori, fino al Touring club italiano. Ci sono tutti gli enti non commerciali, un mare indistinto dove ci si riesce a infilare con una certa facilità. E naturalmente il mondo delle Onlus. Nemmeno la commissione presieduta da Vieri Ceriani che ha censito tutte le agevolazioni fiscali italiani è riuscita fino in fondo a quanto ammonti questo variegato mondo del no-tax. Per alcune voci i calcoli sono stati fatti, per altre lasciati in bianco: a occhio e croce lo sconto fiscale complessivo ammonta ad almeno una decina di miliardi di euro, e piccola parte è quella rappresentata dalla Chiesa italiana.

Ora la polemica sui beniamini del fisco è tutta centrata sull’Ici. Non la paga nessuna chiesa per fabbricati destinati al culto e relative pertinenze. Ma già su questa ultima formula ogni comune e commissione tributaria fa un po’ come vuole. Ci sono regioni che non hanno ammesso all’esenzione (per decisione della commissione tributaria) la casa del parroco, le stanze di un monastero dove vivevano le suore, in un caso perfino la stanza del vescovo. A Milano la chiesa paga l’Ici per gli oratori parrocchiali, che sembrerebbero esenti. A Roma e in altre città invece non paga. Stessa cosa per i cinema parrocchiali: in qualche posto si paga, in altri no. Eppure l’esenzione è pienamente sfruttata da enti laicissimi, come l’Arci e le associazioni di promozione sociale, che a differenza della Chiesa spesso riservano manifestazioni e servizi solo ai possessori di una tessera di adesione annuale a pagamento. È certo che l’Ici non venga pagata dai partiti e movimenti politici. In qualche caso nemmeno dalle fondazioni politiche che stanno nascendo come funghi. Sui sindacati qualche incertezza interpretativa in più c’è. La Cgil, poi la Cisl e la Uil hanno giurato di pagare su tutti i loro immobili ad ogni livello territoriale e funzionale. Dicono di essere pronti a mostrare i bollettini, ma non li mostrano. Solo la Cgil per la sede nazionale dovrebbe pagare 71.387 euro di Ici. Attendiamo con ansia copia della ricevuta di versamento al comune di Roma. Altro modo di verificare non c’è, perché i sindacati sono i meno trasparenti di tutto questo mondo no-tax. L’unica verifica possibile è sulle società controllate. I Caaf Cgil spesso hanno immobili di proprietà e pubblicano i loro bilanci. A leggerli, sembrano dare torto alla Cgil nazionale. Ha immobili il Caaf Cgil Puglia, e in bilancio indica 1.756 euro di Ici pagata. Però è l’unico. Perché hanno immobili anche i Caaf Cgil di Sardegna, Calabria, Lombardia e Mantova. Ma nessuno di loro indica in bilancio un euro di Ici pagata: tutte le altre imposte (scontate, scontatissime), invece ci sono. Non c’è solo l’Ici però: partiti e sindacati hanno sconti o esenzioni fiscali anche sulle principali tasse sul reddito, e per loro non entra nell’imponibile nemmeno l’attività commerciale temporaneamente esercitata durante manifestazioni, congressi, happening e così via. Godono di regime fiscale privilegiatissimo per tutte le donazioni a loro rivolte. Sono esentati da tutte le tasse di concessione governativa, hanno uno sconto dell’80% sulla Tosap per tutte le loro manifestazioni, del 50% delle imposte comunali sulla pubblicità e sui diritti alle pubbliche affissioni. Così come è scontato del 50% ogni tipo di attività promossa con il patrocinio di un ente territoriale (che certo non si nega mai a un partito o a un sindacato). Ben più anomala dell’Ici è invece l’agevolazione fiscale di cui gode il Vaticano insieme a tutti gli enti controllati su tutte le imposte principali: 3.400 dipendenti godono dell’esenzione totale Irpef sulle retribuzioni, sul Tfr e dell’esenzione totale contributiva. Si tratta di dipendenti che fanno lavori comuni, non strettamente collegati all’attività di culto. Amministrativi, dipendenti della farmacia vaticana, segretari di ufficio, dirigenti dell’Apsa o di Propaganda Fide, medici e amministrativi di ospedali e strutture di proprietà vaticana. Non sono cittadini stranieri, ma quasi tutti italiani con residenza a Roma e provincia. Ma ricevono busta paga dove il lordo è identico al netto. E avranno pagata lo stesso la pensione senza avere mai versato un contributo.

Se solo le nostre tasse corrispondessero a servizi pubblici e meritocrazia....saremmo tutti più contenti a pagarle, anzichè evaderle o eluderle.

A PROPOSITO dI SPRECHI PARLIAMO DELLa «macchina» pubblica.

Un’inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”.

Sei miliardi di euro sottratti all'Erario. In tre anni hanno provocato un «buco» nel bilancio dello Stato pari a 6 miliardi e 250 milioni di euro, quasi un terzo della manovra da 20 miliardi già varata dal governo di Mario Monti per il 2012. Sono i dipendenti pubblici accusati di danno erariale, dopo essere finiti sotto inchiesta per reati che vanno dalla corruzione alla truffa, dall'omissione in atti d'ufficio all'abuso. Ma anche per semplici «negligenze» nello svolgimento delle proprie mansioni. Funzionari e impiegati che sfruttano il lavoro dei propri colleghi e nella maggior parte dei casi riescono ad arricchirsi. Complessivamente, 14.327 persone che tra il 2009 e il 2011 sono state «segnalate» dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti e per molte di loro è scattata anche la denuncia penale. Si tratta di una minoranza, ma capace di mandare in crisi il bilancio. Soltanto nell'ultimo anno sono state 883 le «ispezioni» effettuate dai finanzieri, 4.148 le «segnalazioni» per una «perdita» quantificata in un miliardo e 841 milioni di euro. Il settore della spesa sanitaria rimane in cima alla lista degli sprechi e delle ruberie, ma molti altri sono i campi dove la «cattiva gestione» si mescola all'illecito. Uno è certamente quello delle case popolari, amministrate spesso con l'obiettivo di favorire parenti, amici e potenti. E poi c'è il mercato delle consulenze, con amministrazioni locali che addirittura sostituiscono i dipendenti con «esperti» ingaggiati all'esterno e pagati con parcelle da capogiro. E proprio sull'attività di controllo nel settore della spesa pubblica che - al pari dell'evasione fiscale - si concentrerà l'attenzione investigativa della Finanza anche nel 2012 come ha ribadito nella sua direttiva il comandante generale Nino Di Paolo, proprio alla luce dei risultati ottenuti.

Le case vuote e i «senzacontratto».

A Catania il direttore dell'Ente Case Popolari aveva assegnato un negozio a suo figlio - che non ne aveva diritto - e non si è preoccupato di allegare neanche la richiesta, tantomeno di riscuotere il canone. Del resto sono moltissimi gli alloggi che aveva concesso a parenti e amici e alla fine ha provocato un danno di 42 milioni di euro. Grave è anche il «buco» causato da 21 tra amministratori comunali e responsabili di un altro Istituto case popolari che hanno consentito a numerosi inquilini di prendere possesso degli immobili, ma non hanno mai stipulato con loro un contratto di locazione e alla fine non hanno potuto pretendere neanche un euro. C'è anche il caso di un ente con 83 milioni di affitti non riscossi e lì per cercare, inutilmente, di recuperarli è stata autorizzata una consulenza legale che ha provocato un ulteriore esborso di tre milioni di euro. Altri problemi sono stati riscontrati dai finanzieri al momento di censire gli appartamenti lasciati vuoti. In un caso si è scoperto che c'erano 50 alloggi popolari pronti da anni e mai utilizzati: il mancato introito verificato è stato di due milioni di euro, da sommare alle spese di ristrutturazione per renderli nuovamente abitabili dopo anni di abbandono. Numerose indagini sono state avviate pure sulla «cartolarizzazione» degli stabili perché al momento della cessione è stato determinato un prezzo molto inferiore al valore di mercato. Fatti i conti, l'ammanco complessivo per il 2010 e il 2011 è stato di 170 milioni di euro con 70 persone denunciate alla Corte dei Conti e 34 alla magistratura ordinaria.

Il record del primario e le Tac private.

I casi più frequenti di «danno» sono quelli dei medici che lavorano per il Servizio sanitario nazionale e senza autorizzazione svolgono anche attività privata. Negli ultimi due anni, denunciano i finanzieri, «le verifiche per le prestazioni mediche "intramoenia" hanno consentito di scoprire un danno pari a 172 milioni di euro e di deferire ai giudici contabili 190 dipendenti, mentre nei confronti di 71 è scattata anche la denuncia penale». Il record di quest'anno spetta a un primario che ha svolto oltre 3.500 visite presso il proprio studio privato senza naturalmente dichiarare i relativi ricavi. Alcuni suoi colleghi di una Asl che percepivano le indennità di esclusiva, uscivano per andare a visitare i pazienti, ma per giustificare le assenze presentavano falsi contratti per attestare che andavano a insegnare.
Il «sistema» è stato sfruttato in maniera costante in Calabria: i finanzieri hanno denunciato alla Corte dei Conti 115 medici e 25 impiegati della Asp di Catanzaro contestando loro un danno complessivo di 12 milioni di euro. Il meccanismo di illecito riguarda la «Alpi», vale a dire l'attività libero professionale intramuraria. Chi l'accetta può svolgere lavori esterni soltanto in casi particolari e con il «visto» del dirigente. E invece si è scoperto che nessuno effettuava i controlli e questo ha consentito al personale ora finito sotto inchiesta di lavorare fuori e di svolgere l'attività privata addirittura all'interno di una clinica che non aveva le autorizzazioni per alcune prestazioni che invece venivano effettuate. Altrettanto grave è il caso di tre medici che dichiaravano sul foglio presenza di essere al lavoro, mentre facevano visite nei propri studi privati dall'altra parte della città o addirittura in un'altra provincia. La «segnalazione» delle Fiamme Gialle ai giudici contabili riguarda incassi «in nero» per 200 mila euro, ma è stata presentata anche una denuncia penale per truffa. Stesso reato è stato contestato ad alcuni specialisti che utilizzavano Tac e risonanze magnetiche delle strutture pubbliche per i propri pazienti privati.

I medici del lavoro e le «ispezioni».

Truffa, falso e concussione sono gli illeciti addebitati ad alcuni dottori che lavoravano in una struttura ispettiva sull'igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro e avevano accettato consulenze da quelle stesse aziende che dovevano tenere sotto controllo. Onorario concordato: mezzo milione di euro, oltre a docenze e corsi di formazioni pagati a parte.
Al momento appare inspiegabile il comportamento del direttore sanitario di un ospedale che, come viene sottolineato nella relazione della Guardia di Finanza «ha autorizzato personale sanitario dipendente all'esercizio dell'attività libero professionale intramuraria ambulatoriale presso strutture private non accreditate, pur avendo a disposizione spazi realizzati ad hoc utilizzando un finanziamento pubblico di quasi 700 mila euro».

I consulenti legali.

Il caso più eclatante è certamente quello di un Comune che - nonostante potesse contare su un ufficio legale interno - aveva affidato incarichi esterni per un'attività che, come hanno riscontrato le Fiamme Gialle, era «seriale, superflua e svolta soltanto formalmente». Questo non ha comunque impedito un esborso di ben 21 milioni di euro. Nel dossier si evidenzia come quello dei lavori affidati a personale non dipendente sia ormai un vero e proprio «sistema» che consente agli alti funzionari di gratificare amici e parenti con un danno per il bilancio da centinaia di milioni di euro e soprattutto a discapito di quegli «esperti» interni che potrebbero svolgere perfettamente le stesse mansioni.

Scurriculum, le carriere misteriose di amici e amanti senza alcun merito. Una rassegna impietosa, e a tratti ironica, di eclatanti casi di raccomandazioni in uffici pubblici e delicati ruoli dirigenziali: mediocrità al potere, mentre l'Italia affonda nelle classifiche della competitività globale. L'Italia degli Scurriculum, di quei tanti personaggi che pur non avendo titoli adeguati sono stati piazzati dalla politica a fare i manager di imprese pubbliche, di Asl, di istituti di ricerca statali o di municipalizzate, potrebbe riassumersi tutta nella trascrizione di un interrogatorio dell'inchiesta Tarantini, l'imprenditore delle escort di Arcore e delle mazzette sulle protesi. Al pm Digeronimo l'ex direttore generale dalla Asl di Taranto racconta di aver incontrato un politico pugliese al pronto soccorso di Massafra. "Gli ho chiesto come mai fosse lì e fosse così preoccupato - fa mettere a verbale il direttore generale - e lui m'ha risposto che la figlia aveva avuto un incidente automobilistico. Allora l'ho rassicurato: guarda oggi dentro ci sta proprio il primario di ortopedia. E lui: è per questo che sono preoccupato, quello ce l'ho messo io là e so come ho fatto". Sembra una barzelletta, ma come in tante altre storie raccontate nel libro "Scurriculum, viaggio nella demeritocrazia", è solo uno dei tanti esempi che dimostrano come l'Italia sia sempre più una Repubblica fondata sulla mediocrità, una "mediocracy". Cioè un sistema che seleziona e promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese, ma al partito. Al leader. Al segretario.

E' proprio questo il filo conduttore di Scurriculum (Aliberti editore). Il saggio scritto dal giornalista Paolo Casicci e da Alberto Fiorillo di Legambiente, con la prefazione di Gian Antonio Stella: mostrare come, a forza di spintarelle, raccomandazioni, tanti onesti gregari dall'esperienza professionale leggera e dalle amicizie pesanti, in virtù del tocco magico della politica, siano stati trasformati in straordinari manager e capitani d'impresa che hanno a che fare col domani del Paese e con l'oggi di tutti noi: con la salute, il trasporto pubblico, la spazzatura, la cultura, l'istruzione, il lavoro, l'ambiente... Una corte di vassalli che ha l'unica funzione di soddisfare le esigenze del principe (e ovviamente le proprie) a scapito della collettività. Come scrive Gian Antonio Stella nella prefazione, infatti, "da noi vige un sistema, ignobile e suicida, che mortifica i più bravi costringendoli spesso a regalare la loro intelligenza ai Paesi stranieri e premia al contrario quanti hanno in tasca la tessera giusta o il telefono del deputato giusto. Un errore che ha infettato la società italiana rendendola sempre più debole e incapace di stare al passo di un mondo che cambia a velocità immensamente superiore alla nostra".

E infatti via via Scurriculum dipana una galleria degli orrori: storie esemplari raccolte in altrettanti curricula, che spiegano come un ex calciatore dilettante o un insegnante di francese in pensione possano guidare due importanti enti di ricerca, come il dentista fidanzato con la Brambilla possa essere tra i boiardi che decidono le sorti della Formula1 a Monza, o come un cacciatore e un ultrà possono governare due aree protette, una nazionale e una regionale. Dal mazzo si può pescare ancora la carriera di Massimo Zennaro, portavoce e direttore generale dell'ex ministero della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini. L'uomo è famoso per avere inventato l'esistenza di un tunnel costruito tra il Cern in Svizzera e i laboratori del Gran Sasso, lungo il quale i neutrini avrebbero superato la velocità della luce. Oggetto che gli è valso a lungo gli sfottò della Rete (e l'incredulità della stampa straniera). Laureato in Scienze politiche, un precedente di semplice "comunicatore" al Comune di Milano, Zennaro scala il ministero praticamente senza curriculum. Ed è ancora lì, dirigente all'istruzione, con il nuovo governo. La conclusione degli autori? "Ci resta la dignità della denuncia. O una moratoria contro i 'figli di'".

Senza parlare poi de LA CASTA DELLE STELLETTE.

Pensioni, case, indennità: ecco la casta con le stellette, secondo “Il Giornale” ad un capo di Stato maggiore spettano un milione di liquidazione e 15mila euro al mese. Ed ai vertici di Esercito, Carabinieri e Finanza va anche un bonus di 409mila euro. La casta per definizione è quella dei politici e anche i giornalisti che li criticano non sempre possono lanciare la prima pietra, ma nell’Italia dei privilegi pure i generali e gli ammiragli non scherzano. Gli alti ufficiali sono tanti, troppi, secondo qualche fonte il 30% in più del necessario, per un esercito volontario che verrà ridotto di ulteriori 40mila uomini. I capi di stato maggiore tirano i remi in barca con una liquidazione che sfiora il milione di euro e 15mila euro di pensione. Non solo: i vertici delle forze armate, compresi Carabinieri e Finanza, godono di una speciale indennità pensionabile di 409mila euro lordi, che in tempi di vacche magre salta agli occhi. Oggi lo Stato sta pagando oltre 4 milioni di euro per questa indennità ad personam. La chiamano S.I.P. e non ha niente a che fare con la vecchia compagnia telefonica. Nel 1981 il primo a godere della speciale indennità pensionabile era stato il capo della polizia. Nel corso degli anni si sono aggiunti il comandante della guardia forestale ed il direttore generale delle carceri. Le stellette hanno brontolato chiedendo, per certi versi a ragione, uguali diritti e così la SIP è stata garantita anche al comandante generale dei carabinieri, a quello della Finanza ed ai capi di stato maggiore delle Forze armate che sono 4 (Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), oltre che al segretario generale e direttore degli armamenti. Un generale a tre stelle non arriva a 6.500 - 7.000 euro al mese, meno della metà di tanti alti dirigenti dello stato. Nel momento in cui viene nominato capo di stato maggiore, con la responsabilità su decine di migliaia di uomini, forse è giusto garantirgli un’indennità di carica. Anche se 22.755 euro in più al mese per 13 mensilità «rivelati » in una proposta di legge che addirittura voleva allargare il privilegio ai vice, non sono bruscolini. Dalla precedente gestione della Difesa non siamo riusciti ad ottenere le cifre esatte, ma secondo le fonti de il Giornale e di stampa stiamo parlando di 409mila euro lordi che corrispondono ad oltre 250mila euro netti. L’aspetto più controverso è quel termine «pensionabile». In pratica la speciale indennità viene poi riconosciuta per calcolare la pensione. Dalla Difesa scrivono che «si tratta di indennità (...) soltanto parzialmente pensionabile istituita per eliminare o quantomeno attenuare il grande divario all’epoca esistente con i vertici delle Forze di Polizia». Fonti de Il Giornale, però, sostengono che la SIP è quasi totalmente pensionabile, a parte una decurtazione che si aggirerebbe sul 10%. In definitiva le stellette che sono state ai vertici delle Forze armate si godono una pensione che si aggira sui 15mila euro. «Le responsabilità che hanno assunto sono elevatissime e quindi non mi sembra scandaloso - sostiene una fonte de il Giornale nelle Forze armate che conosce i conti - Invece è scandaloso il tentativo di estenderla anche ad altri» come i vicecomandanti ed i vicari. In Italia i generali delle Forze armate sono 425. Negli Stati Uniti gli alti ufficiali sono 900, ma comandano 1 milione e 400 mila uomini, sette volte più di noi. Secondo una fonte de il Giornale che conosce il problema generali ed ammiragli potrebbero essere anche il 30% in più del necessario, compresi i carabinieri. Per non parlare della Finanza e degli altri corpi di sicurezza della Stato. E dei privilegi garantiti a 44 alti ufficiali, che beneficiano di appartamenti da 600 metri quadrati compresi di battitura tappeti e lucidatura dell’argenteria. La spesa per lo Stato sarebbe di 3 milioni e mezzo di euro l’anno. Non è un caso che nel piano di tagli in via di preparazione sia prevista una drastica riduzione degli alti ufficiali. Non solo: La Difesa sta studiando un taglio di almeno 40mila uomini su 190mila, che dovrebbe presentare entro fine anno al nuovo ministro, Giampaolo Di Paola. Per la prima volta è stato nominato al vertice un ammiraglio ancora in servizio, anche se oltre l’età prevista per la pensione. Proprio Di Paola è il fautore del nuovo «Modello di Difesa» che prevede la riduzione degli organici a circa 120/140mila uomini. Le spese del personale assorbono il 62% delle risorse della Difesa (quasi 9 miliardi di euro). L’obiettivo è arrivare ad un costo del 50% senza tagliare le unità operative. Nelle missioni all’estero, comprese quelle di guerra come in Afghanistan, sono impegnati fra 10 e 12mila uomini. Il problema è che i tagli hanno ridotto all’osso l’addestramento ed il prossimo anno potrebbero esserci 3mila volontari in meno da arruolare per mancanza di soldi. «Già adesso i bandi per ufficiali e sottufficiali hanno numeri sempre più ridotti. Si rischia che le forze armate diventino ancora più “vecchie”» spiega una fonte de il Giornale sottolineando l’altra faccia della medaglia rispetto ai tagli. Per snellire la Difesa bisogna sicuramente continuare sulla strada della chiusura degli enti inutili. Interi reparti esistono più o meno sulla carta. Dal 2008 il programma di dismissioni che dovrebbe portare alla vendita di 200 caserme, 3.000 alloggi e 1.000 installazioni va avanti a rilento. Spesso molti degli immobili sono occupati da abusivi o gravati da incredibili intoppi burocratici, anche se le norme per la dismissione si stanno sbloccando. Gli accorpamenti necessari riguarderanno la logistica, ma sacrifici, secondo il capo di stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, coinvolgeranno «soprattutto le strutture di comando e supporto alle categorie dirigenziali ». Anche sulla sanità militare si addensano critiche. Centinaia di posti letto e camici con le stellette dispersi in tutta Italia si occupano sempre più di certificazioni di invalidità. L’ufficiale medico può esercitare all’esterno, ma se gli chiedono di andare in prima linea in Afghanistan spesso marca visita. Un’altra realtà controversa è l’ausiliaria. Quando il militare raggiunge i limiti di età, o dopo 40 anni di contributi, può fare domanda per questo istituto, che dura 5 anni. In pratica serve a garantirgli «il 70 per cento degli incrementi di stipendio riconosciuti al pari grado in servizio». Un ufficiale in ausiliaria può venir richiamato nella provincia di residenza, ma capita per una piccola minoranza. Ai tempi della guerra fredda serviva alla mobilitazione generale in caso di conflitto, ma oggi l’ausiliaria è un po’ desueta. Dalla Difesa fanno notare che da quest’anno fino al 2014«l’istituto è di fatto sterilizzato» perché gli stipendi dei militari sono bloccati. Non durerà per sempre, si spera, ed in ogni caso l’ausiliaria pesa nell’ultimo bilancio della Difesa per 326,1 milioni di euro, con un incremento minimo dello 0,7%. Soldi che secondo alcuni, nelle Forze armate, sarebbe meglio utilizzare per stipendi più adeguati al personale in servizio e realmente operativo.

Nessuno parla dei COMMESSI PARLAMENTARI.

L’altra Casta. Reportage de “Il Giornale”. Commessi da 9mila euro I privilegi della Camera. Intorno agli onorevoli c'è la tribù degli addetti: dai tecnici agli stenografi. Tre volte più numerosi dei deputati. Alla Camera sono 1.642, quasi tre per ogni deputato. E da questo numero sono esclusi i collaboratori degli onorevoli, per i quali i parlamentari hanno un contributo a parte (fino a 3.690 euro al mese). Sono le comparse di Montecitorio, l’ingranaggio sotterraneo della Camera che non si vede, o che s’intravede in qualche seduta movimentata, quando un braccio nero arriva ad agguantare un eletto del popolo che si sta avventando su un altro eletto del popolo. Sono questi i cosiddetti commessi parlamentari, o assistenti, ma l’infinita varietà di mansioni dell’alveare Camera propone ben 19 servizi e 7 uffici della segreteria generale, con incarichi che vanno dall’operatore tecnico al segretario, appunto, che vanta uno stipendio superiore a quello del presidente della Repubblica (28.152 euro lordi mensili). La spesa complessiva di Montecitorio per stipendi e pensioni dei 1.642 nel 2010 ha superato il mezzo miliardo di euro, 508 milioni 225mila euro. Tutto ruota intorno alla Casta, ma per muovere l’onorevole tribù c’è appunto quest’altra Casta quasi tre volte più numerosa, che a ben guardare costa alle casse pubbliche non meno della dorata schiera dei politici. Il bilancio consuntivo 2010 della Camera dice che per gli stipendi del personale (ascensoristi, commessi seda-risse, stenografi, consiglieri eccetera) la spesa è stata di 256 milioni 128mila euro. Questo significa che il guadagno medio di un dipendente è di 155mila 985 euro lordi l’anno, 6mila euro al mese netti di media. Uno stenografo sfiora i 260mila euro l’anno. Per fare un paragone, le controverse indennità parlamentari si sono fermate a 94 milioni 545mila euro. Non è solo una questione di grandi numeri. Entrare alla Camera, anche nei ruoli meno prestigiosi come appunto quello di commesso con il compito di sorvegliare la seduta di assemblea, implica portare a casa uno stipendio base, alla prima assunzione, di 2.618 euro netti. Dopo 15 anni di lavoro la busta si gonfia: 5.613 euro. A fine carriera, dopo 35 anni, il supercommesso arriva a guadagnare 9mila 400 euro. La paga di circa cinque operai. E a proposito di fine carriera va segnalato che anche per i dipendenti, fino alla settimana scorsa, sono valse regole, se non favolose come quelle dei deputati, eccezionali rispetto ai comuni lavoratori italiani: gli assunti prima del 2009 potevano andare in pensione anche a 57 anni con 35 di contributi, oppure molto prima se gli anni effettivi di servizio alla Camera erano stati almeno venti. Le nuove norme stabilite dall’ufficio di presidenza lo scorso 14 dicembre 2011 impongono anche per l’altra Casta la pensione a 65 anni, con sistema contributivo. In men che non si dica però, nello stesso giorno,l’associazione dei consiglieri della Camera ha recapitato al presidente Fini e ai parlamentari una lettera, non ancora resa nota alla stampa, per rendere consapevole «l’intera rappresentanza parlamentare» che «uno slittamento dell’età di pensionamento» anche «di dieci anni» anche per «i dipendenti prossimi al pensionamento» non rispetterebbe il requisito «dell’equità». Si segnala quindi che la «burocrazia parlamentare non appare assimilabile a nessuna delle categorie di pubblico impiego». Pur consapevoli della necessità «di fare ogni sforzo per favorire il consolidamento dei conti pubblici», i consiglieri rivendicano «la dignità e la qualità professionale della burocrazia parlamentare» e il loro «ruolo centrale» nel «sistema democratico». Una qualità professionale che, comunque sia, è pagata benissimo. Un consigliere caposervizio (che gode di un’indennità di ruolo di 1.198 euro mensili) può arrivare a guidare un servizio e avere uno stipendio fino a 23.825 euro lordi al mese, praticamente superiore a quello di un parlamentare. Le pensioni dei dipendenti valgono oltre 200 milioni di euro. E a questa voce compaiono anche 110mila euro di «assegni integrativi », 145mila euro di contributi socio- sanitari ai pensionati e 390mila euro di oscure «pensioni di grazia », di cui una rapida ricerca storica consente di trovare traccia nei registri finanziari del regno di Napoli ( XVIII-XIX secolo).I contributi previdenziali a carico dell’amministrazione hanno sfiorato nel 2010 i 47 milioni di euro,di cui quasi 11 milioni versati all’Inpdap e 36 milioni di «integrazione al fondo di previdenza del personale».

EVASORI O TARTASSATI?!?

PARLIAMO DI ESTORSIONE ED USURA LEGALIZZATA: LE CARTELLE ESATTORIALI.

Milioni di italiani ricevono richieste assurde di soldi, spesso per multe e bollette già pagate o non dovute. Un Moloch di Stato che non ascolta ragioni e ti pignora la casa per pochi euro. Sul “L’Espresso” il dossier.

Un grande falò di cartelle esattoriali sotto la Mole Antonelliana. Parte da Torino la rivolta fiscale contro Equitalia. Sono pronti a migliaia per la prima class action, proprio come nei film americani, che porterà davanti al giudice quello che definiscono il nuovo sceriffo di Nottingham: il fisco impazzito. Non difendono certo gli evasori e le frodi. Anzi, denunciano i metodi della società pubblica che riscuote tasse, contributi Inps, Iva, multe e canone Rai per conto dello Stato. Nel 2006 fu armata dal governo per scucire il dovuto ai più incalliti nemici del fisco, ma sta diventando l'incubo di un'altra categoria: artigiani senza più commesse, commercianti oberati di debiti, famiglie monoreddito stremate dai conti di casa. Secondo i dati diffusi per la prima volta, i 18 milioni di cartelle inviate solo nell'ultimo anno e i 40 milioni fra solleciti, notifiche e avvisi di pagamento colpiscono con la stessa rudezza furbi e imbroglioni, ma pure cittadini con colpe veniali e magari pronti a pagare. Gente che si vede trattare dagli sceriffi di Equitalia come ricercati. E che sfinita si sta ribellando.

Tutta Italia ne ha parlato. In galera per una settimana per aver omesso di versare 134 euro di contributi Inps. Siamo il Paese dove i grandi evasori fiscali quasi mai finiscono dietro alle sbarre, dove in Parlamento siedono liberi deputati e senatori condannati per mafia, dove le pene sono più teoriche che effettive, fatta eccezione per i poveracci e gli sbadati. Lo sa bene l'artigiano trentino che per una micro evasione contributiva rischiava di passare il Natale in carcere, benché certo non sia un delinquente.

Cosa era accaduto? L'uomo, in passato titolare di una ditta individuale, nel 2006 omise un versamento contributivo da 134 euro. Una cosa di poco conto insomma che poteva essere sanata con il pagamento e una piccola sanzione. Per qualche ragione ciò non avvenne e quella che era una bagatella si trasformò in un procedimento penale. All'inizio del 2010 l'artigiano venne processato e l'8 febbraio del 2010 fu condannato in contumacia a tre mesi e 300 euro di multa. Non beneficiò della sospensione condizionale forse perché aveva avuto un'altra condanna simile: un mese per un altro mancato versamento di contributi Inps da 68 euro. Per quella prima condanna l'uomo - padre di famiglia con moglie e una figlia piccola - aveva intrapreso un percorso di "riabilitazione" seguito dall'Ufficio esecuzione pene esterne. Al passaggio in giudicato della seconda condanna - quella più pesante a 3 mesi - all'artigiano venne notificato un ordine di esecuzione pena con sospensione di 30 giorni per permettergli di ricorrere al medesimo servizio. L'uomo però, che in quel momento non era seguito da un avvocato, ha erroneamente creduto che gli avvisi si riferissero sempre al primo procedimento, per cui era già seguito dall'Ufficio esecuzione. Certo l'artigiano ha commesso una grave leggerezza, pagata cara. Infatti, ha ricevuto una telefonata da parte dei carabinieri che gli dovevano notificare degli atti. Dopo aver salutato moglie e figlia convinto di dover solo ritirare una carta, ha scoperto in caserma che per lui si stavano aprendo le porte del carcere. Solo a questo punto è stato chiesto l'intervento di due avvocati di fiducia, ma la "frittata" era ormai fatta.

Il consigliere regionale Alberto Goffi è una specie di Robin Hood che viaggia per Torino su una jeep verde con il numero di cellulare sulla fiancata. È lui che ha chiamato a raccolta questo popolo e ha ingaggiato un duello inedito fra due soggetti pubblici: il locale ufficio di Equitalia Nomos e l'Osservatorio messo in piedi dalla Regione Piemonte, che gli fa le pulci. Un duello che potrebbe allargarsi a macchia d'olio in tutto il Paese. E così in mezzo a chi le tasse non le paga davvero, nasconde capitali all'estero, distrugge le multe e con le bollette riempie i cuscini, c'è sempre più gente come Anna: dopo la crisi della Fiat per mandare avanti l'azienda che faceva componenti per auto ha congelato i versamenti Inps. Aveva un debito da 300 mila euro, che nel frattempo è salito a più di un milione. E non si ferma. La rata da 37 mila euro al mese non la reggeva. Così, adesso che gli ordini sono tornati a salire e avrebbe lavoro per un decennio, sta licenziando e chiuderà baracca: "L'interesse annuale è più alto del debito, così io pago ma non finisco mai. Mi hanno portato via tutto, mobili, macchinari, auto e casa. Mi resta l'orologio che mi regalò mio marito e ho paura che me lo sfilino dal polso. Secondo lei, se volevo evadere mi intestavo tutto?". C'è Francesco, 46 anni, licenziato, bimba a carico. S'è visto ipotecare il mini-appartamento per non aver pagato il canone Rai. C'è Giorgio, 39 anni, cassintegrato: "Il mutuo mi mangia tutto e quelle vecchie multe di quattro anni fa si sono trasformate in un incubo: il debito è triplicato, paghiamo ogni mese e non scende mai". E c'è Giovanni, 60 anni, che fornisce macchinari alle carceri. Stavolta è lo Stato che ha smesso di pagarlo e così lui non ha potuto versare i contributi Inps per i tre dipendenti. Solo che adesso quello stesso Stato è pronto a mettergli all'asta la casa.

Nell'ottobre 2009 Equitalia mandò un preavviso di ganasce fiscali addirittura al Radio Soccorso di Torino, che trasporta i malati di cancro. Il tutto per un debito di 3.058 euro su una vecchia tassa rifiuti. "Una cosa è la caccia ai delinquenti, che ogni anno nascondono allo Stato 120 miliardi di tasse e vanno presi. Altra cosa è infierire su questi poveracci per fare cassa", dice Goffi.

Ecco il punto. Dal 2009 l'Agenzia delle Entrate ha diminuito le "commesse" per Equitalia: meno riscossioni con la forza, più disponibilità a trattare con i presunti evasori per ottenere in via bonaria e in tempi più rapidi il dovuto. In questo modo l'Agenzia incassa direttamente oltre il 67 per cento dei crediti, lasciando alla società di riscossione circa un caso su tre. E così Equitalia si concentra sempre di più su multe, canoni, Tarsu e ritardi di pagamento o sui piccoli imprenditori soffocati dalla recessione. Applicando le stesse ipoteche e pignoramenti previsti per chi evade, anche per poche centinaia di euro. L'effetto pratico è bizzarro: l'evasore consapevole, mimetizzato dietro off shore e conti esteri, senza case da sequestrare né auto da bloccare, se la cava spesso con un concordato. Mentre il cittadino che ogni anno compila il modello Unico, ma non ha i quattrini per saldare, si vede spogliato di tutto. Emblematico il fenomeno della case ipotecate spesso per pochi spiccioli. A "L'espresso" Equitalia ha fornito un primo quadro nazionale. Si parla di oltre 616 mila ipoteche iscritte dal 2007 al 2010. E sarebbero già tante. Eppure Federcontribuenti ripete che il dato non è attendibile e che in Italia le ipoteche sarebbero già oltre un milione e mezzo. "Basta leggere i dati della Provincia di Torino trasmessi alla Regione. Oggi in un territorio di 2 milioni di abitanti ci sono almeno 39 mila ipoteche attive. Impensabile che in Italia siano poco più di 600 mila, soprattutto se si considera che nelle grandi città come Roma e Napoli il fenomeno è storicamente più diffuso", spiega Goffi.

A dimostrare che i provvedimenti non scattano solo nei confronti degli evasori veri, c'è il boom di ricorsi da Roma a Milano. Centinaia di persone si sono trovate l'ipoteca per debiti inferiori ai mille euro, magari per vecchie multe. A chi s'è presentato allo sportello di Equitalia la risposta è stata sempre la stessa: "Noi applichiamo la legge". Lo ripetono tutti. Dal responsabile comunicazione dell'Equitalia, al direttore generale. Peccato che la Cassazione l'abbia smentito, dichiarando illegittima l'ipoteca della casa per meno di 8 mila euro. Equitalia ha preso atto e ha subito promesso di cancellare senza oneri per il contribuente le ipoteche irregolari iscritte dal 2007. Eppure finora non è accaduto nemmeno questo, in un rimpallo su chi debba sborsare i quattrini necessari. C'è pure il caso di chi, come Gianni di Milano, artigiano nel settore del mobile, s'è visto mettere all'asta la sua quota di casa che divideva con la moglie. Il 50 per cento è finito in mano a un estraneo che, pochi giorni dopo, ha cominciato a presentarsi a casa a tutte le ore: "Mi diceva questo: o ti ricompri da me la tua quota al doppio del prezzo o vi rendo la vita impossibile. Per me è cominciato un incubo". "Questi sono problemi che stanno emergendo e su cui è necessaria un riflessione sia a livello politico, sia di sistema", ammettono ai piani alti dell'Agenzia delle Entrate. Che vi sia un abuso lo conferma l'avvocato Carmelo Calderone. Siede in quasi tutte le commissioni tributarie d'Italia, da Trieste a Messina, e da tempo denuncia le storture del sistema: "La vessazione è evidente. Nell'ultimo triennio Equitalia nel Lazio ha attuato l'ipoteca al 69 per cento dei proprietari raggiunti da una cartella. È così che la bandiera della presunta lotta all'evasione sventola fiera sui tetti degli immobili ormai diventati di Equitalia".

Il fatto è che per sopravvivere la piovra di Stato Equitalia deve fare budget. E per riuscirci non guarda in faccia nessuno. Al Capone e la vecchietta con 500 euro di pensione che non è riuscita a pagare la tassa immondizie per loro sono la stessa cosa. "Lo dice la legge", ripetono ai call center. È vero, è una società pubblica (51 per cento di proprietà della Agenzia delle entrate, 49 dell'Inps). Un baraccone all'italiana con 8 mila dipendenti, come un ministero, che ha raccolto i rami secchi del vecchio sistema di riscossione privato abrogato nel 2005 dal ministro Vincenzo Visco. Per mandarlo avanti l'unico introito sono proprio le cartelle esattoriali. Su ogni debito contestato, alla società spetta il cosiddetto aggio, ovvero un interesse del 9 per cento. Una specie di gabella che si calcola sull'importo già maggiorato dalle sanzioni e non sul debito reale che il cittadino ha contratto. Significa che più cartelle spediscono, più notifiche mandano, più avvisi recapitano e più incassi fanno.

Di gente tartassata così ce n'è a migliaia. E l'incubo che grava sul Paese ha i numeri di una catastrofe finanziaria. Basta guardare una cartella esattoriale per capire che il sistema è destinato a esplodere, col debito che aumenta anche di quattro o cinque volte. In un caso documentato, un piano di ammortamento datato 18 dicembre 2009 partiva da circa 350 mila euro. Contributi in ritardo perché l'impresa doveva scegliere fra licenziare a Natale metà dei dipendenti o sospendere l'Inps in attesa di tempi migliori. L'hanno fatto decine di migliaia di aziende del Nord. Per Equitalia è evasione fiscale. Così ha fatto i conti e l'importo iscritto a ruolo è salito a oltre 544 mila euro, poi a 726 mila con gli interessi di mora. In più, su ognuna di quelle cartelle, la società si porta a casa il famoso 9 per cento: 25 mila euro calcolati sull'importo iscritto a ruolo, cioè già gonfiato. A questo punto l'imprenditore accetta di rateizzare e il calcolo riserva l'ultima amara sorpresa: il debito sale a 828 mila euro.

Senza tirare in ballo le migliaia di cartelle "pazze", multe mai ricevute che riappaiono dieci anni dopo con importi cinque volte superiori, capita anche che la contravvenzione annullata dal giudice di pace prosegua comunque il suo iter di riscossione. E che Equitalia ti mandi la cartella esattoriale. Nessuno è tenuto a informarla che quella sanzione sia ormai illegittima. E l'unico che resta fregato è il contribuente. L'importo cresce anche del 120 per cento e, se non viene coperto entro i fatidici 60 giorni, scatta il blocco dei beni. L'avvocato Antonella Nanna della Federconsumatori è in prima linea nel denunciare le storture del sistema. Dal Lazio alla Toscana, da Napoli a Trento sono migliaia le segnalazioni: "Un nostro associato aveva ottenuto l'annullamento di una cartella esattoriale con liquidazione delle spese processuali a suo favore, eppure s'è visto notificare un fermo all'auto", racconta. Un altro, con tanto di sentenza favorevole della commissione tributaria che prevedeva il rimborso di somme che aveva già versato a Equitalia, non ha ottenuto la restituzione dell'importo perché non era possibile stabilire chi dovesse risarcirlo.

E così la rivolta torinese è ormai una rivoluzione nazionale. Dal Veneto alla Lombardia, dalla Toscana alla Puglia, le storie sono tutte simili e drammatiche. Un circolo vizioso, secondo il presidente dell'Api torinese Fabrizio Cellino, il primo industriale italiano a schierarsi apertamente contro Equitalia. "Nelle regioni produttive del Nord oggi pesa perfino più della crisi economica: se un artigiano o un commerciante è in difficoltà, magari perché proprio lo Stato ritarda i pagamenti, Equitalia pignora e segnala la posizione alla centrale rischi. Il debito aumenta e molti chiudono. O finiscono nelle mani degli usurai. Mentre lo Stato non paga mai", spiega. La loro proposta al ministro Giulio Tremonti è una moratoria che consenta ai vessati di uscire dal gorgo dei debiti, per ripartire con la caccia all'evasione quando le regole saranno più eque.

Che il problema esiste, l'Agenzia delle Entrate lo sa. Tanto che ha varato il cosiddetto "bon ton" del fisco. Il gran capo Attilio Befera, che è anche presidente di Equitalia, è dovuto ricorrere a una severa lettera di richiamo per riportare a modi più civili il comportamento dei suoi segugi. Non che gli evasori meritino il guanto di velluto, ma la mossa indica il bisogno di cambiare il clima tra erario e contribuenti, soprattutto in vista della nuova battuta di caccia che si aprirà a breve: tra il 2011 e il 2013 all'Agenzia tocca di scovare 20 miliardi di euro che oggi le sfuggono e riportarli a casa. E se per l'Agenzia il sistema funziona meglio non si può dire che Befera abbia ottenuto grossi risultati con Equitalia, anch'essa con un obiettivo ambizioso: aumentare le riscossioni di un miliardo entro il 2012 (oggi è a quota 8).

Mentre da un lato il mastino di Giulio Tremonti sul fronte del fisco si preoccupa di bon ton, dall'altro si rafforzano i poteri del braccio operativo di Equitalia. Già superiori a quelli della stessa Guardia di finanza. Arrivano, notificano, pignorano, sequestrano, ipotecano, bloccano i conti senza nemmeno la necessità di un giudice che firmi. Ma non è finita. Dal 2011 la società ha anche un'altra arma: quella di agire direttamente sul contribuente infedele con indagini finanziarie che fino a oggi erano riservate all'Agenzia e relegate alla procedura penale, e rispetto alle quali il contribuente godeva di garanzie e tutele. Gli esattori potranno eseguirle in via amministrativa e guardare così nei conti correnti e negli investimenti di chiunque.

Nel 2008 è nato pure il Fondo giustizia, che incamera tutti i denari bloccati da un provvedimento giudiziario e finora depositati nelle banche. Si tratta di 1,7 miliardi, che Equitalia dovrà investire come fosse un gestore finanziario (incassando un aggio del 5 per cento sull'utile). Sempre per il ministero retto da Angelino Alfano, la Spa guidata da Befera dovrà recuperare i crediti delle spese processuali e le sanzioni pecuniarie maturate alla fine di un processo. Fra i pezzi grossi di Equitalia vige la regola del silenzio. A Torino l'amministratore delegato Nicola De Chiara non riceve giornalisti. Al centralino puoi chiamare decine di volte, che tanto nessuno ti passa nessuno. L'unico modo per parlarci e andarci di persona. Ma niente contatto diretto. "Parlate con Roma", rimbalza la segreteria. Eppure, fuori microfono, qualcuno che ammette gli errori c'è. Una mail riservata, partita dagli uffici milanesi, invita a osservare una coincidenza quanto meno bizzarra: mentre Equitalia continuava ad accumulare ipoteche sulle case nei mesi dello scudo fiscale, buona parte dei capitali che rientravano dai conti dei veri evasori all'estero (pagando solo il 5 per cento del dovuto) è finita proprio sul mercato immobiliare. Vale a dire che, oltre a portarsi in Italia milioni di euro con meno di un ventesimo di quello che versano i contribuenti trasparenti, quei soldi sono spesso serviti ad accaparrarsi, sottocosto, ville e appartamenti messi all'asta da Equitalia. Un trend che al quartier generale dell'Agenzia delle entrate a Roma osservano a distanza: "C'è anche un aspetto positivo: quegli evasori rientrati dovranno pagare le imposte e noi ora sappiamo dove sono. E possiamo controllarli". Peccato solo che molte di quelle case le ha perse gente che i redditi li aveva almeno dichiarati.

Le inique cartelle: ancora il dossier del “L’Espresso”.

Milioni di italiani ricevono cartelle esattoriali per multe non pagate, contributi non versati e tasse evase. Equitalia è diventata un carro armato fiscale che, solo nel 2010, ha recuperato 8,9 miliardi di euro. Ma gli errori sono tanti e molte le ingiustizie. Spesso a rimetterci sono i cittadini che hanno piccoli debiti col fisco. Restano indenni i "grandi" evasori, che hanno il patrimonio in società off-shore all'estero.

Sotto la direzione di Attilio Befera e la strategia del ministro Giulio Tremonti, che si serve della struttura per raccontare in Europa che lui la lotta all'evasione fiscale la fa davvero, Equitalia è diventato un pervicace tartassatore di cittadini (molti) ed evasori fiscali (alcuni). Si stimano in 18 milioni le cartelle esattoriali che ogni anno l'ente controllato dall'Agenzia delle Entrate (51 per cento) e dall'Inps (49 per cento) invia alle famiglie italiane. Sono dati comunicati dall'ente ma contestati da osservatori e associazioni consumatori.

In quella massa di ingiunzioni ci sono contestazioni sul tenore di vita dichiarato, errori formali sul "730", multe stradali non pagate, ma anche contributi previdenziali non versati da parte di aziende medio-piccole oggi sull'orlo della chiusura. Le contestazioni sono di diversa natura e l'onere della prova - capovolgendo il percorso del diritto naturale - spetta sempre al cittadino contestato. Chi riceve la "cartella" deve dimostrare in fretta di aver ragione, recuperare pezzi di carta vecchi anche dieci anni perché dopo 60 giorni scattano le sanzioni fiscali, cui poi si sommano gli aggi, le more, le percentuali quotidiane di crescita della cifra dovuta. Una multa da 38 euro dieci anni dopo è una cartella esattoriale da 363,53 euro.

Spesso la notifica della contestazione di Equitalia avviene a indirizzi sbagliati, non c'è la firma dell'interessato, eppure la macchina fiscale non si ferma e aziona gli strumenti straordinari di cui è stata dotata: fermo amministrativo dell'auto con cui si circola e si lavora (le ganasce fiscali), ipoteca su un pezzo della prima casa, sulla casa intera, blocco o prosciugamento dei conti correnti, richiesta al datore di lavoro del quinto di stipendio. I poteri di Equitalia sono ampi, probabilmente smisurati, tanto che l'ex ministro Vincenzo Visco, che l'ha inventata unificando quaranta riscossori privati presenti in Italia sotto un unico tetto pubblico (Riscossione spa), oggi dichiara: "Così cattiva io non l'ho mai pensata".

La struttura nel 2010 ha recuperato, contro i 3 miliardi e 800 milioni di euro del 2005, 8,9 miliardi (è il 130 per cento in più), ma sconta una buona quantità di errori e un buon numero di ingiustizie. Si segnalano "liti temerarie" che i giudici iniziano a sanzionare, possibilità di difese negate, restrizioni da applicare a una sola persona (la porzione del parcheggio di casa sequestrato) allargate invece all'intero condominio (parcheggio pignorato a tutti), appartamenti ipotecati nonostante il proprietario l'avesse venduto e in generale un atteggiamento da "carro bestiame" nei confronti del cittadino chiamato a rispondere della presunta evasione: lo si può quotidianamente verificare negli uffici delle varie Agenzie delle Entrate e della stessa Equitalia.

In questa inchiesta vi proponiamo la storia di un imprenditore romano a cui sono state messe sotto sequestro quattro case e sono stati bloccati tutti i conti con le relative carte di credito per non aver pagato multe stradali che non avrebbe mai dovuto ricevere (gestisce un servizio di limousine con autista), quindi i racconti dell'avvocato torinese Alberto Goffi, consigliere udc della Regione Piemonte, ormai alfiere della battaglia anti-Equitalia, e ancora il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che su una radio romana arringa gli ascoltatori sui guasti delle ingiunzioni fiscali. Infine, ascolterete i pareri del presidente e dell'avvocato della Federconsumatori, l'associazione che segue più da vicino i cittadini colpiti da Equitalia.

E' dalla scorsa primavera che attorno all'ente di Befera - i suoi metodi, le sue funzioni - si è levato un forte dibattito. Ci sono stati assalti a sedi di Roma, Genova e Torino e nel Nord-Est un esattore è stato sequestrato. La Lega Nord ha addossato a Equitalia la sconfitta al Nord nelle ultime elezioni amministrative e ha ottenuto di non far pagare le multe per le quote latte ai produttori della sua base. Il ministro Tremonti ha accolto alcune proteste togliendo a Equitalia il controllo delle sanzioni stradali (dal 2012 torneranno ai Comuni) e la possibilità di ipotecare la prima casa per debiti inferiori ai 20mila euro.

Attilio Befera ha imposto un fermo all'attività a rischio mediatico e ha bloccato le interviste complesse (anche al sito delle inchieste di Repubblica.it, che gli aveva offerto la possibilità di spiegare). L'ex manager privato diventato primo consigliere di Tremonti vuole portare a termine la riforma che dal primo ottobre trasformerà le sedici Equitalia territoriali in tre macrostrutture dotate di un ulteriore potere straordinariamente oppressivo: trascorsi sessanta giorni dal debito riconosciuto dall'Agenzia delle entrate non ci sarà bisogno di formare una cartella esattoriale per far partire la contestazione formale. Il debito sarà subito contestabile.

Come racconta l'avvocato Alberto Goffi (l'UDC piemontese che da tempo denuncia gli abusi dell'agenzia), l'implacabile macchina da guerra Equitalia porta dentro di sé diversi conflitti d'interesse. La presidente di Equitalia Nomos (la struttura sovrintende Torino e provincia, in attesa di essere inglobata in Equitalia Nord) è Matilde Carla Panzeri. Già funzionario della Banca d'Italia, oggi la Panzeri è presidente di una società pubblica che cura il recupero dei crediti dello Stato e degli enti locali. Ha quindi possibilità di accesso alle informazioni sullo stato patrimoniale dei torinesi, sulla solvibilità degli imprenditori della provincia e - tra l'altro - negli ultimi quattro anni la Panzeri attraverso i suoi dirigenti ha firmato 43mila ipoteche sulle case di Torino e il suo hinterland. La manager, però, dal 2008 è anche presidente di una società privata, la Npl spa (sede a Milano), che cura per statuto l'acquisizione di immobili, la riscossione di crediti in sofferenza, il finanziamento terzi, ed è leader nella cartolarizzazione dei crediti bancari. Solo la disponibilità dei dati pubblici, si comprende, è un chiaro vantaggio per una società privata, in questo caso la sua Npl (Non Performing Loans).

Alcune inchieste giornalistiche e di magistratura hanno già messo in evidenza come spesso nei consigli di amministrazione delle sedici società satellite di Equitalia (oggi in via di scioglimento) vi siano ex politici che controllano come nel collegio di riferimento i controlli fiscali non siano troppo serrati. L'inchiesta della Procura di Napoli sulla P4, poi, sta rivelando come il braccio destro di Giulio Tremonti, il deputato pdl Marco Milanese (per il quale il pm John Woodcock ha chiesto l'arresto), ha usato anche la società pubblica di riscossione per sistemare uomini a sè vicini. Tra questi, Guido Marchese, commercialista del sindaco di Voghera Carlo Barbieri (Pdl). Marchese è stato figura di riferimento in Equitalia Esatri (la struttura che cura la riscossione a Milano e provincia). Entrambi, il sindaco di Voghera e il suo commercialista Marchese, oggi sono agli arresti domiciliari per corruzione (l'inchiesta, appunto, su Milanese).

E spulciando negli elenchi del personale di Equitalia, si scopre che dal 2008 vi lavora Flavio Pagnozzi, figlio del segretario generale del Coni, Lello. Più o meno nello stesso periodo, ai servizi legali del Comitato Olimpico è stato contrattualizzato Marco Befera, figlio di Attilio. Potrebbe sembrare un caso di "assunzioni incrociate".

Alberto Goffi, eletto in Piemonte nelle file dell'Udc, viaggia esponendo sulla propria auto un numero di telefono per raccogliere le segnalazioni contro l'agenzia di riscossione. La denuncia: "Chiudono più aziende per colpa del fisco che a causa della crisi economica".

La denuncia di Federconsumatori: multe raddoppiate in sei anni. Il presidente Rosario Trefiletti interviene e contesta i comportamenti di Equitalia. "E' assurda - dice - la cauzione da versare per i ricorsi al giudice di pace".

Antonella Nanna, avvocato di Federconsumatori, individua i difetti del sistema: "Gli Italiani sono spesso costretti a doppi ricorsi per le inefficienze di comunicazione tra gli enti e l'agenzia di riscossione".

Il presidente del Palermo, promotore di una class action contro l'agenzia di riscossione, raccoglie le testimonianze dei contenziosi con Inps e Agenzia delle Entrate. Un radioascoltatore: "E' assurdo, vanto un credito con il Comune di 60mila euro, ma mi bloccano i pagamenti per un debito di 5mila con l'ente previdenziale".

Prigionieri delle multe. Business da 4 miliardi.

Cartelle pazze e ricorsi inutili, così Equitalia va all'assalto di case, auto e conti correnti. Per il 2011 i Comuni hanno messo a bilancio entrate straordinarie prevedendo 14 milioni di contravvenzioni.

Le multe stradali, ormai, sono un pezzo della crisi economica, il più odioso. Ed Equitalia, il riscossore, viene vissuto come un nuovo problema sociale. Gli 8.094 comuni italiani, a forza di impiantare nuove telecamere agli incroci e chiedere ai 165 agenti che nel Paese riscuotono per gli enti pubblici di iscrivere ipoteche su case private hanno messo in conto tre miliardi e novecento milioni per il 2011.

Sono gli incassi previsti dalle contravvenzioni. Una necessità di sopravvivenza, assicurano i sindaci che non possono più contare sull'Ici, tassa federalista abolita dal centrodestra. Ma questa montagna di multe, 14 milioni, sta piegando le spalle dei cittadini-automobilisti. Sono un milione e mezzo, ormai, gli immobili con un'ipoteca giudiziale iscritta al registro immobiliare, 426 mila le ipoteche degli ultimi tre anni. E una parte consistente delle iscrizioni dipende dalle contravvenzioni stradali entrate a ruolo.

PIÙ MULTE CHE RESIDENTI
A Roma lo staff del sindaco Gianni Alemanno ha annunciato con fierezza che nel 2010 l'Ufficio contravvenzioni ha comminato tre milioni e 631 mila multe: 731 mila in più dell'anno precedente, 1,3 multe per residente. Le telecamere sulle corsie preferenziali romane hanno avvistato 2000 infrazioni al giorno, altre 2000 multe sono arrivate quotidianamente per l'invasione delle zone a traffico limitato. Il Campidoglio incasserà 190 milioni di euro, nonostante in campagna elettorale Alemanno avesse annunciato che i vigili romani avrebbero smesso di fare verbali.

Perché le amministrazioni delle città aumentano il livello delle multe? Perché si costruiscono bilanci sulle sanzioni stradali? In tutta Italia (Equitalia-Gerit è riscossore in sedici città) la questione è bollente. A Mantova, 48 mila abitanti, le contestazioni sono state 66 mila per 3,7 milioni di incassi. Ad Alcamo, provincia di Trapani, si fanno 6 mila multe ogni anno per 600 mila euro di proventi. A Firenze le sanzioni da autovelox sono state centomila in più e il sindaco Matteo Renzi si è ritrovato 52 milioni di euro a budget dopo averne preventivati 42. Analizzando i bilanci comunali si scoprono manovre correttive fatte in nome della multa: se al 30 giugno un municipio è sotto la previsione, nei restanti sei mesi accende le telecamere e raggiunge il tetto. Il neo agente delle riscossioni Gerit, che in nove province italiane è subentrato a Montepaschi, sta dimostrando di avere corazza e armi per scatenare una guerra delle ingiunzioni mai vista prima. Sono diciotto milioni le cartelle (di ogni genere) inviate solo nel 2010, quaranta milioni gli atti firmati nello stesso anno nei confronti di chi non ha pagato l'Inps, la tassa sulla spazzatura, ha sbagliato il "730" o deve rispondere di contestazioni stradali.

Novantun euro è il valore medio della multa comminata in Italia, ma al momento in cui arriva la cartella esattoriale già ne costa duecento grazie a interessi, more e aggio applicati immediatamente (l'aggio è il guadagno di Equitalia, il 9 per cento della cifra contestata). Un divieto di sosta non pagato nel 2001, 38 euro, e passato indenne da ogni contestazione avanzata, dieci anni dopo è una cartella da 363,53 euro. Un aumento del mille per cento.

È possibile difendersi da questo diluvio di multe stradali? Ha un senso affrontare la lunga strada del ricorso oggi? No, in questa fase espansiva di Equitalia-Gerit e delle sue sorelle minori non c'è difesa. E la questione è ben più ampia rispetto alla potenza riscossoria degli agenti delle tasse. Spiega Carla Rufini, giudice di pace a Roma: "Il cittadino è stretto tra il contribuito obbligatorio, i ritardi abissali degli uffici giudiziari e il nuovo codice della strada. Non può che perdere". Infatti, i ricorsi nell'ultimo anno sono crollati: la gente ha compreso che non servono a nulla. A Roma le opposizioni in Comune contro le multe ingiuste sono passate da 350 mila a 261 mila. A Milano quelle avanzate ai giudici di pace sono quasi scomparse. A Napoli erano un terzo del lavoro dei giudici, in questo scorcio del 2011 sono diventate un quinto. Contributo obbligatorio, nuovo codice della strada. Tutte scelte del governo in carica per togliere - è già accaduto con la class action spompata - potere al cittadino-automobilista. Il contributo unificato per attivare un ricorso al giudice di pace è stato istituito nel gennaio 2010: si chiedono almeno 41 euro per una multa che può valerne 38. Meglio rinunciare. Con il nuovo codice stradale il giudice di pace può concedere la sospensiva a un'azione di riscossione solo se all'udienza sono presenti entrambe le parti. "Il Comune e la prefettura di Roma non si presentano mai", spiega l'avvocato Riccardo Galdieri. Il giudice non può sospendere e l'azione della Gerit inesorabilmente procede. C'è un terzo aspetto, ed è tutto romano. In queste settimane le cancellerie di via Teulada hanno aperto le buste dei ricorsi inviati per posta nel 2008: un ritardo di 27-28 mesi. E poi, causa triplicazione del lavoro e mancata sostituzione dei giudici pensionati, duecentomila sentenze depositate non sono mai diventate pubbliche. Le più vecchie hanno 19 mesi.

GANASCE ALL'AMBULANZA
Ogni giudice di pace sul territorio italiano si muove con modalità proprie. L'avvocato Giuseppe Ceppaluni racconta di un suo assistito colpito in autostrada dai flash di tre autovelox, uno dopo l'altro: a Pontecorvo, a Cassino, infine a Frosinone. Tre foto, tre verbali distinti. Bene, il giudice di pace di Frosinone ha fissato l'udienza a ottobre 2010. A Cassino si è andati a maggio 2011. A Pontecorvo processo nel 2015. Nel frattempo, in attesa che si consumi l'udienza di Pontecorvo o si aprano le lettere-opposizione degli automobilisti romani, Equitalia-Gerit ha messo ganasce elettroniche ad auto e furgoni, ha pignorato box e tinelli. È accaduto, ancora, che un multato romano, uscito vivo e vittorioso dagli archivi di via Teulada, abbia raggiunto lo sportello del riscossore agitandogli la sentenza favorevole e ricevendo risposte liquidatorie: "Ci muoviamo solo su indicazioni ufficiali del nostro cliente, il suo atto non ferma la nostra azione". Sono 4.500 i clienti pubblici di Equitalia e il Comune di Roma, nella fattispecie, nel 50% dei casi non si costituisce davanti al giudice di pace e nel 100% non viene avvisato della sentenza.

Le storie che si raccolgono nei tribunali civili e di pace, negli uffici a difesa di consumatori e contribuenti, agli sportelli dei riscossori rendono visibile il concetto di "giustizia impossibile" rispetto a una sanzione stradale. "Un nostro associato aveva ottenuto dal giudice l'annullamento di una cartella esattoriale, gli hanno notificato lo stesso il fermo dell'auto", racconta Claudio Faielli, presidente della Federconsumatori Lazio. "Ho in mano un giudizio civile definitivo che da tre anni intima alla Gerit di restituirmi 770,45 euro non dovuti", racconta Emilio Colombino, direttore del canale Nuvolari su Sky, "da tre anni mi rimpallano tra l'Agenzia delle entrate e Gerit. Ho desistito". Il notaio Pacifico Spagnoletto rivela: "Mi sono dovuto occupare di ipoteche iscritte su beni immobiliari che non erano più nella proprietà del multato". A Roma immobili da un milione sono stati vincolati per 500 euro di debito, a Napoli una cautela giudiziale da 4 mila euro ha fatto saltare una transazione su un appartamento da 400 mila. Ancora il notaio Spagnoletto: "Equitalia nelle trascrizioni commette errori e spesso non controlla gli atti che sottoscrive: per mettere un'ipoteca sul posto auto di un protestato ha vincolato l'intero parcheggio di dieci persone". "La tensione è alta, prevedo una pioggia di ricorsi", dice il legale. All'Agenzia delle Entrate assicurano che controlleranno i casi segnalati "e se avremo sbagliato interverremo". Giorgio, 39 anni, cassintegrato, racconta: "Il mutuo si mangia tutto lo stipendio e le multe di quattro anni fa sono il mio incubo: debito triplicato, pago la rata ogni mese e la quota non scende mai". Sono molti i casi di persone mai avvertite dell'atto di ipoteca sulla casa. I funzionari dell'Agenzia: "Il sistema delle notifiche ha problemi, ma non dipende da noi. Equitalia spesso è vittima del contorno istituzionale che non funziona". Le poste, i comuni, le prefetture, le cancellerie dei giudici di pace.

C'è una protesta nel paese contro la riscossione aggressiva? E come è stata organizzata? Il consigliere regionale Udc Alberto Goffi, sceriffo anti-Equitalia, viaggia per Torino con il numero del cellulare sulla fiancata della jeep. Racconta: "Sono figlio di un artigiano che ha vissuto il dramma dello Stato esattore in casa e insieme al presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, ho deciso di organizzare una class action contro Equitalia Nomos".

ERRORI E VESSAZIONI
Ci sono aree del Nord-Ovest e del Nord-Est dove la Gerit è vissuta peggio della crisi. Solo a Torino, focalizza il consigliere Goffi, sono 45 mila le ipoteche sulla prima casa e 75 mila le ganasce alle auto. "Nei primi mesi del 2010 i depositi della città sono stati riempiti in due giorni e mezzo". In quel periodo Equitalia minacciò di fermare l'ambulanza di Radio soccorso di Torino: trasportava malati di cancro. A Roma hanno agganciato il mezzo di una disabile. L'avvocato Carmelo Calderone siede in molte commissioni tributarie e dice: "La vessazione è evidente, nell'ultimo triennio Equitalia ha attuato l'ipoteca al 69 per cento dei proprietari raggiunti da una cartella esattoriale". L'avvocato Antonella Nanna, esperta in contravvenzioni e riscossioni coatte: "In circolo ci sono multe già pagate che i colpiti saldano una seconda volta per sfinimento". Chiosa Goffi: "Equitalia ha più poteri della Finanza, può aggredire il quinto di stipendio e i conti correnti. Sotto Tremonti è diventata potente e dal prossimo luglio, con la riforma che le consentirà di rendere subito esecutivi i debiti dell'Agenzia delle Entrate, sarà invincibile".

Ogni giorno quattro siti "anti" allargano amici su Facebook mentre la Federcontribuenti sabato scorso ha organizzato, in un albergo vicino alla stazione Termini di Roma, la manifestazione nazionale "contro le vessazioni di Equitalia". Il presidente Carmelo Finocchiaro: "Sono al di fuori di ogni controllo, la legge ha eliminato qualsiasi compito di verifica sui concessionari". In Sardegna i comitati contro hanno già inscenato proteste a Cagliari, Nuoro, Sassari. L'associazione NoiConsumatori vuole inoltrare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'uomo. A Genova gli indisponibili del movimento studentesco autunnale hanno fatto irruzione nell'ufficio dell'assessore comunale al Bilancio, Franco Miceli, simulando un pignoramento: gli hanno spostato mobili e sedie nel corridoio, libri e cancelleria. Hanno lasciato questo volantino, prima di fuggire: "Volevamo farle provare, assessore, cosa si sente a stare nei panni di chi si vede.

Ma non è tutto. Il dr Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, fino a quando gli è stato permesso di esercitare la professione forense, ha presentato presso il Giudice di Pace di Manduria una richiesta di risarcimento danni a favore dei cittadini contro il Comune di Avetrana, in quanto l’Ente li aveva diffamati ed arrecato danno economico per la tutela, contestando loro l’evasione fiscale in cartelle di pagamento. Credito attestato essere inesistente. Il giudice rigettò con sarcasmo la particolarità della richiesta. Peccato che in altri fori molte associazioni dei consumatori hanno ottenuto numerose condanne al risarcimento del danno esistenziale e personale provocato ad alcuni cittadini vittime di cartelle pazze.

Sulla scia del fenomeno denunciato è scandaloso quanto succede a Taranto.

L’avv. Patrizio Giangrande, fratello del presidente Antonio Giangrande, e l’avv. Giancarlo De Valerio vincono la causa contro Equitalia Spa per risarcimento danni, sulla base di ipoteche su immobili emesse da detta società senza alcun avviso e per importi milionari attinenti presunti crediti, risultati inesistenti. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento di svariate migliaia di euro liquidati in via equitativa. La cosa scandalosa è che, purtroppo, sono migliaia i casi in cui avvengono invii di cartelle talvolta recanti debiti anche estinti e con scadenze decennali. Il sistema permette al Fisco di effettuare sequestri di immobili o fermo amministrativo di auto, senza aver verificato, come nel caso di causa, la effettiva esistenza debitoria applicando interessi e spese che spesso superano l’importo del debito stesso, stranamente somme non calcolate come usuraie.

Allucinante è il fatto che gli avvocati, in virtù della sentenza di condanna, recatisi unitamente all’ufficiale giudiziario per rendere ad Equitalia il torto subito ed eseguire il pignoramento presso la loro sede a Taranto, gli è stato comunicato dalla stessa Equitalia spa che non intende pagare, ritenendo i beni e i fondi insequestrabili.

Pazzesco è che solo il Quotidiano di Puglia, alla pagina interna su Manduria, a firma di Gianluca Ceresio, si è occupato della vicenda che interessa tutti i cittadini, non solo tarantini, per la disparità di trattamento dei diritti lesi. 

1 .Origini del fenomeno

Il fenomeno ebbe origine nell’anno 1998, allorché l’allora Ministero delle Finanze emanò milioni di cartelle esattoriali sbagliate, procurando non pochi problemi  ai contribuenti italiani.

Questo increscioso inconveniente,scaturito dal tentativo dell’Amministrazione Finanziaria di procedere alla modernizzazione e alla informatizzazione del servizio del sistema fiscale italiano,fu denominato dalla stampa specializzata e dall’opinione pubblica “ FENOMENO DELLE CARTELLE PAZZE”.

Fu Padre Rastrelli, nella trasmissione televisiva "Cara Giovanna" andata in onda il 17 febbraio 1998 su RAI UNO, che ha sensibilizzato l'opinione pubblica sul dramma delle Cartelle esattoriali errate emesse dalla Pubblica Amministrazione, denunciando un numero di  un milione e cinquecentomila "CARTELLE PAZZE" iscritte a ruolo nell'anno 1998.  

Tutto il paese si ribellò. E per primi scesero in campo le associazioni di categorie facenti capo alla difesa dei contribuenti italiani che, insieme a Padre Rastrelli, organizzarono la più grande manifestazione degli ultimi tempi avutasi nei confronti del Ministero delle Finanze.

Il 9 marzo 1998 incrociarono le braccia tutti i dipendenti del Ministero delle Finanze e lo stesso giorno furono ricevuti dall’allora in carica Segretario Generale del Ministero Dott. Giuseppe Roxas.

Ad "oras", il Ministero delle finanze fu costretto a emettere e pubblicare la famosa circolare n. 77/E del 1998 con la quale si sospendeva la riscossione delle Cartelle pazze per il 1998. Di tutto ciò i mass media diedero ampio risalto.

Si precisa che per errate iscrizione a ruolo devono intendersi:• LE  CARTELLE ESATTORIALI MAI NOTIFICATE! • I DEBITI PRESCRITTI O NULLI! • I TRIBUTI O MULTE GIA' PAGATI O CONDONATI! • GLI ATTI ESECUTIVI GIA' ANNULLATI CON RICORSO/SGRAVI! • I CREDITI NON RISCOSSI NEI TERMINI E SENZ'AVVISO DI INTIMAZIONE.

2. Il fenomeno nell’anno 2003

A distanza di alcuni anni, bisogna prendere atto che tutto ciò non è servito a niente.

Infatti il Ministero delle Finanze successivamente ha dato attuazione ad un programma accelerato di smaltimento delle dichiarazioni dei redditi dal 1994 al 1998 che prevedeva, come termine ultimo di lavorazione delle dichiarazioni, il 31 dicembre del 2000.

Ciò, ha comportato, nei  due anni successivi (2003 e 2004), un invio di 20 - 25 milioni di cartelle esattoriali relative a tributi erariali. Secondo una stima degli stessi funzionari del Ministero delle Finanze, circa il 40% delle cartelle lavorate hanno  presentato errori sostanziali per cui è riesploso nuovamente il fenomeno delle "CARTELLE PAZZE .

Il fenomeno colpì venticinque milioni di italiani  ed ebbe un’eco talmente clamorosa da indurre anche il Presidente della Repubblica Italiana di allora a denunciare pubblicamente le mostruosità del fisco italiano, arrivando a definire il 740 del 2003 come "lunare".  

Le richieste di pagamento dell'amministrazione Finanziaria riguardavano i redditi del 1999 e comportavano  interessi esorbitanti, tanto da raggiungere  percentuali fino al 244%.  Trattavasi, come si può facilmente arguire,  di inutili vessazioni che minavano la fiducia tra cittadini, Amministrazione dello Stato e lavoratori, i quali oltre a sobbarcarsi a responsabilità non proprie, hanno prodotto dei carichi di lavoro tanto enormi quanto non produttivi per la Pubblica Amministrazione avendo generato, in modo indotto, danni all'erario per aver effettuato la loro prestazione professionale inutilmente.

E’ stato all’uopo ritenuto innanzitutto che le sanzioni non andavano pagate, dal momento che tale comportamento comportava una violazione dello statuto del contribuente ( la sanzione deve essere proporzionata al presunto errore). Ed inoltre venne manifestata la necessità di costituire un'Authority che oltre a vigilare possa anche sanzionare i responsabili di simili errori.

Il problema,tra l’altro, riguarderebbe, oltre ai semplici contribuenti, anche le società. E’ stato, inoltre sostenuto da Associazioni di categoria che avevano anche auspicato l’apertura di uno sportello del contribuente, che dietro il fenomeno delle cartelle pazze poteva ipotizzarsi una manovra Finanziaria occulta in quanto, cifre alla mano, o il contribuente pagava la sanzione ingiusta oppure per dimostrare la propria estraneità doveva  comunque sborsare almeno 20,66 euro per marche da bollo.

Se queste cifre venivano moltiplicate per i milioni di avvisi pervenuti ai cittadini, il conto era presto fatto. Le medesime associazioni preannunciavano anche l'avvio di un'azione di responsabilità nei confronti del ministero dell'Economia e delle Finanze sia per la mancata costituzione di un tavolo permanente di confronto con le associazioni dei contribuenti e dei consumatori, obbligata tra l'altro dal Parlamento, sia per mancata vigilanza sulle Agenzie delle Entrate, responsabili del fenomeno, e sui concessionari alla riscossione.

Le giustificazioni addotte dalla Agenzia delle Entrate sono state quelle di minimizzare il fenomeno, rassicurando i contribuenti  che se ci fossero stati errori in misura molto limitata, si sarebbe, comunque,  proceduto all' annullamento. E’ stato precisato che il  rischio di errori  potrebbe essere stato determinato dal fatto che nel ' 99 non funzionava il modello F24  e questa potrebbe essere una fonte di errori perché non c' era un controllo automatico. Ma, è stato sottolineato ancora,  nel 2000 esisteva già un filtro, ovvero gli avvisi preliminari.  Ovvero c' era un sistema di controllo telematico, in modo tale che se risultavano irregolarità veniva inviata una lettera ai contribuenti che regolarizzavano o meno la propria situazione .

Inoltre è stato fatto  notare che  dai call center delle Finanze non risultavano telefonate e lamentele sul ' 99. E se ci fossero state milioni di cartelle, credo  che l’Amministrazione lo avrebbero,comunque, saputo . L’agenzia delle Entrate ha precisato, inoltre, che l’anno 1999  era il secondo anno del telematico.

Non  era ancora entrato in vigore il Mod  F24 e la trasmissione da parte delle banche avveniva con la delega azzurra. Ma nel 2001, quando sono state liquidate le dichiarazioni del ' 99, un buon 70-75% di dichiarazioni erano già state definite. Quelli di cui trattasi erano, dunque ruoli di chi non aveva pagato oppure, avendo ricevuto la comunicazione, il contribuente non si era attivato . Quindi, se ci sono stati errori, concludeva l’Agenzia delle Entrate,  essi sono stati limitati:  4-5% di errori commessi dai contribuenti o dall' amministrazione o da tutti e due. Comunque veniva data ampia assicurazione che le situazioni sarebbero state esaminate caso per caso e ,qualora fossero scaturiti errori, questi sarebbero stati immediatamente annullati attraverso l' autotutela.

3. Il fenomeno nell’anno 2007.

L’amara esperienza in materia vissuta dall’Amministrazione Finanziaria negli anni  1998 e 2003, probabilmente non è servita a nulla se anche nel 2007 si è ripetuto lo stesso fenomeno. Ecco cosa scrivono alcune agenzie giornalistiche:

A) FISCO/CONTRIBUENTE.IT: ONDATA CARTELLE PAZZE, COLPITI IN 630MILA. Notificate 1,5 mln cartelle esattoriali, il 42% sono errate.

Roma, 11 aprile 2007. (APCom) - Su 1,5 milioni di cartelle esattoriali notificate in questi giorni agli italiani per multe automobilistiche, Ici, diritti camerali, Tarsu, Irpef, Iva, Inps e redditi soggetti a tassazione separata ben il 42% sono 'pazze', cioè sbagliate, perché gli importi non sono dovuti.

La denuncia arriva da ' CONTRIBUENTI.IT' (Associazione contribuenti italiani) attraverso 'Lo Sportello del Contribuente' che rileva che il fenomeno ha colpito 630 mila cittadini in regola .il fisco. "Purtroppo - sottolinea l'Associazione - solo 18mila su quasi 630mila cartelle pazze sono state individuate dagli agenti della riscossione prima della spedizione". Il fenomeno delle “cartelle pazze”, spiega 'Lo Sportello del Contribuente, si registra in tutta Italia e la punta dell'iceberg è a Roma con 54.600 “cartelle pazze” seguita da Napoli con 53.900, Milano con 52.100, Genova con 47.600, Torino con 44.900, Palermo con 43.700, Bologna con 41.100 e Bari con 34.500. Chiude Campobasso ed Isernia rispettivamente con 15.100 e 6.200 avvisi.

Ciò che più allarma Lo Sportello del Contribuente è che tra le vittime figurano anche i minorenni, i disabili e persone decedute. "Basta con il continuo reiterarsi di queste inutili vessazioni poste in essere in dispregio di norme costituzionali, tributarie e statuto dei diritti del contribuente che minano la fiducia tra fisco e contribuente, generando, in modo indiretto, danni all'erario - afferma Vittorio Carlomagno presidente di CONTRIBUENTI.IT - il governo deve immediatamente prendere dei provvedimenti e fermare questo odioso fenomeno e malcostume".

B) Fisco: Contribuenti.It, Nuova Ondata Di Cartelle Pazze (ASCA)

Roma, 11 aprile 2007 - Nuova ondata i "cartelle pazze", per circa un milione e mezzo di contribuenti, di cui il 42% sono sbagliate. "Le cartelle notificate in questi giorni per multe automobilistiche, ]CI (Londra: ICI.L - noti, ie) , diritti camerali, Tarsu, IRPEF, IVA, INPS e redditi soggetti a tassazione separata e, tra queste, ben il 42% sono pazze, perche' gli importi non sono dovuti".

La denuncia arriva da CONTRIBUENTI.IT - Associazione Contribuenti Italiani attraverso "Lo Sportello del Contribuente", secondo la quale il fenomeno delle "cartelle pazze", cioe' sbagliate, ha colpito 630 mila di cittadini in regola con il fisco.

C) LA PADANIA 13/04/2007 Questo fisco ha le cartelle che si merita... gianmarco gallizzi.

Roma - Da oggi il Fisco nazionale ha qualche nemico in più, 630mi1a per l'esattezza. è infatti questo il numero allucinante di quanti hanno ricevuto in questi giorni cartelle esattoriali non dovute. Multe automobilistiche, Ici, diritti camerali, Tarsu, Irpef, Iva, Inps e redditi soggetti a tassazione separata: l'elenco delle notifiche "pazze", perché relative appunto a debiti inesistenti, è lungo e secondo CONTRIBUENTI.IT, l'associazione dei contribuenti italiani, la percentuale di errore sarebbe pari al 42% su un totale di un milione e mezzo di cartelle. Un'ingiustificata enormità.

Il fenomeno non fa discriminazioni geografiche, tutte le grandi città sono state colpite. II picco a Roma con 54.600 cartelle, poi Napoli (53.900), Milano (52.100), Genova (47.600), Torino (44.900), Palermo (43.700), Bologna (41.100) e Bari ( 34.500). Chiudono la classifica Campobasso ed Isernia rispettivamente con 15.100 e 6.200 avvisi.

Tra le vittime anche disabili e perfino persone decedute. La solerzia con cui si sono mossi gli agenti della riscossione ha permesso di bloccare soltanto 18mila cartelle sbagliate  su un totale che arriva – come detto – a 630.000.

«Basta con il continuo reiterarsi di queste inutili vessazioni poste in essere in dispregio di norme costituzionali, tributarle e statuto dei diritti del contribuente che minano la fiducia tra fisco e contribuente, generando, in modo indiretto, danni all'erario», ha tuonato lo stesso presidente di CONTRIBUENTI.IT, Vittorio Carlomagno.

«Il Governo deve immediatamente prendere dei provvedimenti e fermare questo odioso fenomeno e malcostume». In effetti, se è possibile considerare quasi fisiologica una percentuale (minima) di errore nell'invio delle cartelle esattoriali, non si può fare a meno di indignarsi di fronte a numeri di tale portata.

E dice bene il presidente Carlomagno, sono proprio queste odiose vessazioni (perché in altro modo non è proprio possibile chiamarle) che incrinano quello che dovrebbe essere un rapporto di totale e cieca fiducia tra Erario e contribuenti. In questo momento, l'unica cosa cieca è invece la furia di chi, oltre a piegare la testa e pagare fino all'ultimo centesimo ogni tassa e imposta, si ritroverà a fare conti, non dovuti, con la "perfetta" macchina da soldi dell'Erario che - evidentemente cieca anch'essa - non guarda in faccia nessuno quando c'è da raccogliere. Sì, siamo tutti disposti a pensare che di errore si tratti e non certo di volontà di nuocere, ma per il contribuente poco importa finché il risultato è il medesimo.

E se la massiccia dose di tolleranza nei confronti delle Istituzioni di cui è ricco il nostro dna spinge a chiudere spesso un occhio di fronte all'insipienza di alcuni addetti poco diligenti nel proprio lavoro, di certo l'errore assolutamente imperdonabile ora sarebbe quello di non porre rimedio in modo rapido e completo alla questione. La pazienza dei contribuenti non è eterna.

D) LA PADANIA 14/04/2007 Divina: «Sospendere subito l'invio delle cartelle pazze».

Il senatore leghista Sergio Divina torna sul caso delle "cartelle pazze" con un'interrogazione al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Al titolare dei dicastero di via XX Settembre Divina ha chiesto «quali iniziative si intendano assumere nell'immediato per ovviare ai pesanti disagi prodotti ai contribuenti - anche in termini di danni economici - con l'arrivo a domicilio di migliaia di cosiddette "cartelle pazze" e se il ministero non ritenga urgente emettere un provvedimento di sospensione della riscossione per le cartelle pazze già emesse e bloccare l'inoltro di quelle non ancora inviate ai contribuenti». L'esponente della Lega Nord ha chiesto inoltre «se ci sia l'intenzione di esaminare caso per caso gli errorî commessi procedendo all'annullamento delle cartelle errate, se non si ritiene necessario attivare lo Sportello del Contribuente dell'Agenzia delle Entrate, e di istituire immediatamente un tavolo di consultazione permanente tra le varie associazioni dei contribuenti ed il Governo, così come approvato dalla Commissione Finanze della Camera nel 2003».

E) Noi Consumatori - Una nuova ondata di cartelle pazze.

PASQUA 2007: AMARA SORPRESA PER I CONTRIBUENTI, LA CAMPANIA INVASA DA ALTRE 300 MILA CARTELLE PAZZE E NUOVE MINACCE DI FERMI AUTO ED IPOTECHE, AVV. ANGELO PISANI DENUNCIA ILLEGITTIMITA' METODI DELLA GESTLINE E CHIEDE RISARCIMENTO PER DANNI DA FESTIVITA' E VACANZE ROVINATE, OLTRE DANNI ESISTENZIALI E BUON NOME . PER I NOTIFICATORI GESTLINE IL 90% DEI CONTRIBUENTI SONO IRREPERIBILI 0 SCONOSCIUTI, PER NOI CONSUMATORI LE NOTIFICHE SONO VIRTUALI.

Una nuova ondata di cartelle pazze -per tasse automobilistiche palesemente prescritte del 1998/99- inviate sotto forma di "sollecito pagamento della GESTIine", con inammissibili ed ingiustificate minacce di azioni esecutive quali ; I) iscrizione ipoteca nei registri immobiliari ed espropriazione immobiliare; II) ) iscrizione di fermo amministrativo su veicolo o altri beni mobili ( nonostante l'illegittimità della medesima procedura stabilita ormai anche dal Consiglio di Stato); III) pignoramento presso terzi di stipendi, pensioni, provvigioni etcc; IV °) accesso alla sede/abitazione per la ricerca, il pignoramento e l'asporto di beni per la successiva vendita; per presunti e fantasiosi mancati pagamenti di carichi di ruolo prescritti, mai notificati, non specificati e comprendenti anche spese illegittime, tipo diritto di notifica di 5,56 euro quando i solleciti s'inviano con posta semplice del costi di 0,25 centesimi di euro, si stanno abbattendo sulle teste di ignari contribuenti campani da parte della solita GESTLine spa Gruppo Riscossione, che, pur di far quadrare i propri bilanci e proseguendo nel suo discutibile operato, dimenticando norme sulla trasparenza, correttezza e buona fede ed ignorando lo Statuto dei diritti dei Contribuenti, continua a perseguitare i cittadini cercando di ottenere pagamenti non dovuti, addirittura già versati oppure oggetto di sentenze o di sgravio, per non parlare di quelli prescritti o mai notificati, in un territorio dove secondo i notificatori di GESTIine tutti i contribuenti sarebbero sconosciuti o irreperibili.

Dopo le azioni giudiziarie del movimento NOI Consumatori, che ha ottenuto numerose condanne della stessa GESTLINE al risarcimento del danno esistenziale e personale provocato ad alcuni cittadini vittime di cartelle pazze, afferma l'Avv. Angelo Pisani, ancora una volta diffidiamo il Concessionario delta Riscossione ad attenersi alla normativa vigente ed a non proseguire nell'invio di tali cartelle pazze e nella minaccia di ipoteche, pignoramenti e fermi dei veicoli che terrorizzano i contribuenti e violano il loro diritto di difesa, pregiudicando anche le festività e vacanze pasquali di cui chiederemo il debito risarcimento .

Il movimento Noi Consumatori, invita tutte le vittime della solita persecuzione ed i contribuenti italiani che vengono raggiunti da cartelle pazze a denunciare l'accaduto alla Procura della Repubblica ed a chiedere alla magistratura la condanna della concessionaria tributi per ottenere il risarcimento dei danni personali, alla salute, da vacanza rovinata e patrimoniali subiti, avvalendosi, nel caso, del modulo scaricabile gratuitamente dal sito dove è pubblicata una sezione speciale dedicata alle ipoteche e fermi con tutta la documentazione necessaria per far valere i propri diritti.

L'avv. Pisani, quindi, invoca l' intervento preventivo della Procura della Corte dei Conti e detta Procura detta Repubblica di Napoli, promuovendo una raccolta di firme per la richiesta d'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla scandalosa persecuzione dei cittadini e per una proposta di legge popolare di modifica della normativa sulla riscossione. DIRITTI VIOLATI, il giorno di Pasqua in piazza contro i metodi ed abusi GESTIine, Una moratoria Onu dette persecuzioni bancarie ed assicurative in tutta Italia. Questo l'obiettivo detta fiaccolata prevista per giorno di Pasqua, domenica 8 aprite, nelle strade di Napoli. L'iniziativa, organizzata e patrocinata da NOICONSUMATORI.IT, per lanciare un segnale provocatorio al Parlamento e al Governo perché rafforzino l'impegno a presentare un a giusta legge di riscossione tributi, proponendo all'assemblea generale dette Nazioni Unite, la risoluzione di moratoria universale delta persecuzione del contribuente. Per sottolineare visibilmente l'appello, le cartelle pazze saranno ingredienti del falò dove saranno bruciate te prove dello scandalo in corso.

F) ilGiornale.it - Scoppia il caso cartelle pazze e l'opposizione chiede lumi –

Redazione - domenica 08 aprile 2007 - Maretta ad Anzio per 20mila bollette spedite ai cittadini per presunti mancati pagamenti di tasse comunali. Di fronte alla segnalazione di diverse «cartelle pazze», bollette di messa in mora relative a multe o imposte già regolarmente pagate, il centrosinistra ha presentato un'interpellanza urgente per chiedere lumi. Già dodicimila i residenti di Anzio che hanno ricevuto la lettera della Centro servizi europeo di Roma (Cse), incaricata dal Comune di richiedere «crediti inesigibili» come vecchie quote di tasse comunali o multe automobilistiche che risultano non pagate.

Gran parte cittadini, invece, sarebbe in grado di dimostrarne il pagamento. In difficoltà invece quanti hanno pagato le multe automobilistiche ma ne hanno gettata la ricevuta, e adesso rischiano, se non «regolarizzano» entro dieci giorni penali fino al 300 per cento. Proprio sulla scadenza tassativa e sull'impennata, considerata «da strozzinaggio», delle quote richieste in caso di ritardi sono al centro dell'interrogazione rivolta all'assessore alle Finanze Patrizio Placidi da parte del centrosinistra.

Nel documento si mette in evidenza anche come le lettere «per posta semplice» della Cse richiedano di regolarizzare il pagamento di tributi «dichiarati inesigibili dal concessionario per la riscossione, la società Gerit Spa». Dunque, se «a tutt'oggi la società incaricata per la riscossione dei tributi è la Gerit», le nuove cartelle possono «determinare una confusione delle procedure amministrative tra la Cse e la Gerit stessa a danno dei contribuenti». Di fronte alla richiesta di un consiglio urgente da parte dell'opposizione, il vicesindaco e assessore alle Finanze Placidi ha comunque difeso l'iniziativa dell'amministrazione. Pur «scusandosi» con quanti sono in regola e garantendo che a questi «sarà rilasciata una comunicazione scritta di chiusura pratica». Placidi, ricordando che «comunque l’ amministrazione avevamo il dovere di richiedere questi arretrati» ha reso noto di aver ottenuto dalla Cse «l'attivazione di un conto corrente posta che consentirà ai contribuenti di regolarizzare la posizione tributaria», prevedendo anche la possibilità di rateizzare i pagamenti.

4. Il comunicato di Equitalia s.p.a.

Sull’insorgenza del fenomeno delle cartelle pazze è prontamente intervenuta la Società Equitalia s.p.a. (la società pubblica facente capo all’Agenzia delle entrate che ha rilevato dal 1 ottobre 2006 tutto il sistema di riscossione)minimizzando l’episodio, e sostenendo che il margine di errore delle cartelle di pagamento delle tasse e delle imposte iscritte a ruolo è molto basso, si aggira intorno al 3%-5% del totale.

Di fronte ai timori dei cittadini per nuove ondate di avvisi più o meno "pazzi" Attilio Befera amministratore delegato di Equitalia  spa spiega che su circa 6 milioni di cartelle inviate nei primi 100 giorni di quest'anno, quelle che contengono errori si aggirano tra 180.000 e 300.000. Estendendo la stima all'intero anno le cartelle inviate complessivamente dovrebbero aggirarsi in-torno a quota 20 milioni, con un margine di errore pari a 500.000 unità ben al di sotto del 3%, grazie agli strumenti che Equitalia sta mettendo in campo proprio allo scopo di ridurre gli sbagli. Si tratta, quindi, di cifre ben più contenute rispetto ai numeri che recentemente hanno alimentato le polemiche. Errori che, precisa Bef'era, non sono riconducibili alla società di riscossione, in quanto la società «non è responsabile della bontà del credito ma si occupa esclusivamente di eseguire l'attività della riscossione».

Quando si parla di errori, quindi, nella maggior parte dei casi «si parla di errori compiuti dall'ente creditore, per esempio il singolo Comune, e non dalla società di riscossione». Tuttavia Equitalia ha deciso di agevolare i contribuenti con un numero verde speri mentale: 800.422.687, per ora in funzione a Roma e gratuito per il cittadino.

VADEMECUM DEL CONTRIBUENTE

A:PREMESSA

Come si può rilevare dalla rassegna stampa sopra riportata non vi è dubbio che i cittadini sono inviperiti. I Comuni in cui si è verificato il fenomeno attaccano  le nuove Società concessionarie partecipate da Equitalia spa ,(su cui deve ricadere tutta la responsabilità di gestione, avendo proceduto di recente alla nomina dei nuovi amministratori o, come molto spesso è accaduto, alla riconferma degli stessi,nonostante la cattiva gestione precedente) ,mentre quest’ultime si difendono o scaricando sugli enti impositori le responsabilità del fenomeno o minimizzando il fenomeno stesso.

Una cosa è certa:una valanga di  avvisi di pagamento, di  cartelle esattoriali ,di iscrizione di ipoteche,di fermo macchine e di procedure presso terzi per multe vecchie e "sepolte “, sta facendo infuriare migliaia di cittadini avvelenando i rapporti tra le stesse amministrazioni.

Ci sono persone che si sono viste preannunciare il "Fermo Amministrativo" dell'auto per contravvenzioni già pagate da anni o per sanzioni ormai prescritte. Tanti e  tali sono i casi anomali, tale e tanta è la rabbia che si respira , ogni giorno agli Uffici Tributi e  Contravvenzioni dei Comini interessati, che hanno sollecitato incontri e chiarificazione ai vertici dei  Gruppo Riscossione competenti, le società controllate dallo Stato che hanno  sostituiti,  dal 1 ottobre 2006, i vecchi concessionari.

In particolar modo gli Enti impositori si chiedono  perché i nuovi Gruppi di riscossione hanno atteso così a lungo per emettere gli atti esecutivi su ruoli di cui già si sapeva l'esistenza e, soprattutto, perché stanno  arrivando tutti insieme tenendo conto che  detti atti contengono richieste non dovute. Si è anche ipotizzata l’ipotesi che i nuovi gestori dell’azione esecutiva si siano accorti che migliaia di ruoli stavano per diventare automaticamente inesigibili, mandando in riscossione tutto quello che avevano in archivio, senza verificare nulla sulla posizione debitoria di ciascun contribuente.

È sempre più chiaro che il meccanismo del sistema riscuotitivo, basato esclusivamente su procedure  massive (Fermo macchine,iscrizioni ipotecarie e procedure presso terzi) messe  in piedi nel corso degli anni producono risultati infernali.

Nemmeno un'amministrazione prussiana sarebbe in grado di gestire i milioni di atti procedurali che ogni anno raggiungono i contribuenti italiani. I cittadini si infuriano. Gli uffici soli subissati di proteste.

I ricorsi sono centinaia di migliaia.

I nuovi agenti della riscossione emettono montagne di cartelle di pagamento.

Gli errori in questa mole imponente di lavoro, sono inevitabili.

L'assurdo è che i cittadini, anche quando hanno ragione, anche quando hanno già pagato, anche quando la muta è prescritta.

Anche quando sono in attesa della sentenza di un giudice devono sbattersi da un posto all'altro per vedere riconosciuti i loro diritti.

Sono contribuenti. Ma qualcuno, evidentemente, li considera solo pecore da tosare.

B: LE PROCEDURE ESECUTIVE, COME DIFENDERSI

Cartelle esattoriali e accertamenti esecutivi. Quando arrivano a casa bisogna prima di tutto chiedere la sospensione che può avvenire per via giudiziale, amministrativa ed in taluni casi dall’agente della riscossione. 
Cartelle pazze. Procedere immediatamente con un’istanza in autotutela, la quale non sospende i termini per il ricorso: se non interviene lo sgravio della cartella entro 30 giorni, occorre procedere con il ricorso in commissione tributaria per evitare che il titolo diventi definitivo.
Ipoteca sulla prima casa. Se il debito è inferiore a 20.000 euro, l’immobile è adibito a prima casa, e se la somma è contestata in giudizio, non può essere iscritta ipoteca. Se vi è una procedura esecutiva in corso possono essere solamente usate le normali procedure previste per l’opposizione all’esecuzione, ma che difficilmente portano alla sospensione della vendita.
Centrale rischi. Dal 1 ottobre 2011, nel termine di 60 giorni dalla notifica senza opposizione e degli ulteriori 180 giorni prima dell’esecuzione forzata, non si esclude che si possa comunque iscrivere ipoteca con comunicazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia, con evidenti conseguenze pregiudizievoli per gli imprenditori che hanno degli affidamenti in corso con gli istituti di credito.
Enti locali. Dal 1 gennaio 2012 sono gli stessi Comuni a procedere alla riscossione delle loro entrate tributarie e patrimoniali. I Comuni potranno procedere mediante: riscossione spontanea; riscossione coattiva.
Ganasce fiscali. Una novità introdotta dalla Legge n. 106/2011 riguarda l’esonero del contribuente dalle spese di cancellazione del fermo. L’articolo 7, comma 2, lettera gg-octies della Legge n. 106/2011, infatti, prevede che «in caso di cancellazione del fermo amministrativo iscritto sui beni mobili il debitore non è tenuto al pagamento di spese né all’agente della riscossione né al pubblico registro automobilistico gestito dall’Automobile Club d’Italia».

LE PROCEDURE DI ISCRIZIONI IPOTECARIE

Va innanzitutto, sottolineata una certa superficialità, in generale, nell'applicazione dei mezzi di riscossione che appaiono assolutamente coercitivi nei confronti dei cittadini. Il più delle volte l’agente della riscossione,  che ha sostituito il vecchio concessionario,  provvede, all'iscrizione ipotecaria sulla base di titoli mai notificati nei modi e nelle forme previste dalla normativa vigente ed incorrendo anche in una condanna del giudice di pace, come è successo alla Gest line di Napoli, come da sentenza depositata il 28.11.2005.

In questo caso i quattro contribuenti, l'attore principale della causa e i tre intervenuti nel giudizio,  hanno ottenuto oltre al pagamento, da parte della Gest line, delle spese per la cancellazione delle ipoteche e quelle relative alle spese di giudizio, anche il risarcimento del danno esistenziale e il turbamento della vita, essendo risultata la nullità delle notifiche delle cartelle esattoriali perché non sono state eseguite regolarmente.

Com’è noto, L'art. 50, comma 1, del dpr 302/73 prevede infatti che il concessionario, decorso il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale, possa procedere a espropriazione forzata dei beni del contribuente inadempiente. Il secondo comma dell'art. 50 stabilisce, poi, che se l'espropriazione non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella, l'espropriazione stessa deve essere proceduta dalla notifica di un avviso che contiene l'intimazione ad adempiere l'obbligo risultante dal ruolo entro cinque giorni.

Qualora viene rilevato l’irregolarità e l’inesattezza nella notifica della cartella di pagamento e del successivo avviso di intimazione,che comportano la  nullità delle iscrizioni a ruolo,  ne discende anche la nullità dell'iscrizione ipotecaria.

Va poi controllato il comportamento dell’Agente della riscossione  che ha effettuato l'iscrizione ipotecaria  primo atto dell'esecuzione immobiliare (e non la vendita), se lo stesso sia in contrasto con l'art. 76 del dpr 603/1973.

Detta norma, da interpretare in modo estensivo , dispone che non si possa procedere a esecuzione immobiliare per un credito inferiore a 1.500 euro (ora aggiornato a 8 mila euro dall'art. 3, comma 40, lettera b-bis, della legge 248/2005 comprensivo di interessi e spese.

Se ciò accade ai  contribuenti compete il risarcimento dei danni di tipo esistenziale e morale per condotta lesiva da parte dell’Agente della riscossione di pubblico servizio, nei confronti di interessi legittimi dei cittadini . Nei casi su indicati sottoposti appare evidente che i contribuenti abbiano dovuto dedicare tempo alla vicenda chiedendo spiegazioni all’Agente della riscossione  senza apparente esito e dovendosi rivolgere a un legale per la tutela dei propri interessi.

C: LA FUNZIONE E IL CONTENUTO DELLA CARTELLA DI PAGAMENTO.

La cartella di pagamento, in misura ancora maggiore rispetto a quanto avveniva in passato, riveste oggi  un'importanza fondamentale nella procedura di riscossione dei tributi. Infatti oltre che mezzo per portare a conoscenza il debitore di quanto deve pagare - quindi con funzione di atto puramente comunicativo operante in via amministrativa - assume,  la funzione di atto di messa in mora e quindi con funzione parallela a quella del precetto nell'esecuzione forzata ordinaria.

Come è noto il ruolo è l'insieme dei nominativi dei soggetti debitori e delle relative somme da essi dovute. Si tratta quindi di un atto collettivo, in quanto riferito ad una molteplicità di intestatari. La cartella di pagamento, invece, scinde la posizione del singolo da quella degli altri contribuenti, rendendo autonomo il rapporto giuridico. Tramite l'invio della cartella, l'interessato ha conoscenza dei dati contenuti nel ruolo ed a lui relativi.

In sostanza, la stessa cartella deve contenere gli elementi che facciano comprendere i fatti costitutivi della cartella medesima e la motivazione della richiesta. Ciò è quanto mai importante ai fini della sua legittimità essendo la cartella il principale strumento con cui il concessionario notifica al contribuente l'avvenuta iscrizione a ruolo di una richiesta di imposta, interessi e sanzioni a suo carico.

Prima del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, la cartella di pagamento era come la semplice rappresentazione cartacea del titolo esecutivo. Nell'ipotesi di mancato pagamento, si procedeva alla notifica dell'avviso di mora, al quale si connettevano effetti del tutto analoghi a quelli che, nell'ordinario processo di esecuzione, conseguano alla notifica dell'atto di precetto il quale contiene l'invito al debitore ad adempiere l'obbligazione, come essa risulta dal titolo esecutivo, entro un termine assegnato che non può essere inferiore a dieci giorni, con avvertimento che in mancanza si darà avvio all'esecuzione forzata.

L’avviso di mora, in modo abbastanza simile, indicava l'esatto importo del debito (capitale, interessi, sanzioni), dell'indennità di mora e delle spese, con invito ad effettuare il versamento entro cinque giorni dalla notificazione. L'atto produceva i propri effetti per centottanta giorni, trascorsi i quali occorreva emettere un nuovo avviso.

L'attuale normativa (art. 25 del DPR 29 settembre 1973, n. 602, nella versione riformata) prevede che la cartella "assorba" al suo interno l'avviso Dal 1 ° luglio 1999, se il contribuente non effettua il, pagamento delle somme indicate sulla cartella entro il termine di 60 giorni dalla notifica della stessa non sarà più necessario notificare l'avviso di mora, in quanto, come sopraccennato, la cartella già contiene l'intimazione ad adempiere.

Il nuovo art. 50 del D.P.R. n. 602/73 delega, quindi, l'istituto dell'avviso di intimazione ad una funzione residuale. È prevista infatti la sua notifica solo nel caso in cui l'espropriazione non sia iniziata entro in anno dalla notifica della cartella di pagamento. Il nuovo documento contiene quindi l'intimazione ad adempiere il pagamento, entro 5 giorni dalla notifica stessa, dell'obbligo risultante dal ruolo e perde efficacia trascorsi 180 giorni dalla predetta notifica.

Al riguardo è da evidenziare come con D.Lgs. n. 193/2001 è stato previsto che anche la notifica di tale atto possa essere effettuata con le modalità di cui all'art. 26 del D.P.R. n. 602/73 e quindi con raccomandata o messo notificatore oltre che con l'ufficiale della riscossione.

Per quanto riguarda la nuova cartella di pagamento si rimanda alle “ MODIFICHE AL MODELLO DELLA CARTELLA DI PAGAMENTO” Provvedimento del 13/02/2007 - art. 1 Agenzia delle Entrate - Titolo del provvedimento:Modifiche al modello della cartella di pagamento, ai sensi dell'articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. Testo:in vigore dal 21/02/2007 con effetto dal 25/03/2007- Sollecito di pagamento   Il sollecito di pagamento o avviso di intimazione, è l’atto indispensabili per procedere alle successive incombenze procedurali.

Questo atto, tuttavia sta confondendo le idee ai contribuenti. l. Primo problema: il sollecito è un avviso "amichevole'', non un provvedimento, e, contro un avviso non e possibile presentare ricorsi. Cosa farà allora? Le strade sono due. La prima è ignorarlo e attendere gli atti veri e propri che invece sono ricorribili.

Nel frattempo si potrà  predisporre la difesa.

Sul retro del foglio, ad esempio; c'è il numero di Cartella Esattoriale di cui si sollecita il saldo.

Se questa, ad esempio, fu notificata in modo illegittimo (a un portiere, a un vicino di casa, a un familiare non convivente), un futuro ricorso avrebbe ottime probabilità d i vittoria.

La prova e la copia della notifica va chiesta all’Agente della riscossione competente.

L'altra strada ovviamente è pagare: se si è coscienti di avere torto e di non avere appigli per un eventuale ricorso, rinviare è, inutile.

D: IL  PREAVVISO DI FERMO.

Il preavviso di fermo è l'atto con cui l’ Agente della riscossione  avverte il contribuente che è pronta (in genere entro 20 giorni) a imporre il "fermo amministrativo" di un veicolo a fronte di un debito scaduto (per una multa non pagata o altro).

Centinaia di contribuenti stanno ricevendo preavvisi per contravvenzioni di otto o nove anni fa.

Cosa stia accadendo e perché non è chiaro: gli uffici,come abbiamo visto nelle premesse,  si rimpallano le responsabilità. E' chiarissimo invece che il tempo è tutto.

Se la cartella esattoriale da cui si fà discendere il fermo è stata notificata, rispetto alla data del preavviso, più di cinque anni prima, si potrà chiedere il blocco della procedura.

Idem se la notifica non fu fatta all'interessato.

Ma il cittadino non può fermare da solo la macchina burocratica. In , questo caso, può farlo solamente rivolgendosi ai Comuni,in caso di contravvenzioni al codice stradale e di tributi di loro competenza, oppure all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate del luogo,  per i tributi erariali, previa acquisizione di un appuntamento.

Sempre che la richiesta sia fondata, i citati uffici provvederanno ad emettere  il discarico del provvedimento. Va sottolineato che se la cartella viene notificata cinque anni dopo la notifica della multa o del verbale di accertamento delle infrazioni  da cui discende oppure è avvenuto il pagamento, bisogna sempre chiedere il discarico della partita all’Ufficio competente.


5x1000: BENEFICI, MA NON PER TUTTI

Il trucco del 5x1000: beneficio, ma non per tutti.

Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2010 si è previsto per il 2010 la possibilità per i contribuenti di destinare una quota pari al 5 per mille dell'Irpef a finalità di interesse sociale. Associazioni ed enti pronti a rimpinguare le loro misere casse con l'adesione di cittadini seguaci delle loro attività. Sarebbe bello se non fosse tutto un trucco, così come ha constatato l'Associazione Contro Tutte le Mafie, che avrebbe investito quei contributi nei suoi siti web: d'inchiesta www.controtuttelemafie.it e di promozione del territorio www.telewebitalia.eu .

L’Agenzia delle Entrate ha imposto la presentazione delle richieste di ammissione al beneficio entro il 7 maggio 2010 e solo in forma telematica, nei modi e nelle forme previste dall’ufficio. Per farlo vi è l’obbligo dell’abilitazione ai servizi telematici.

Dal 23 aprile al 7 maggio ci sono 14 giorni, di cui solo 10 lavorativi.

In questi 10 giorni, molti richiedenti hanno provato ad inoltrare la richiesta, ma il sistema non ha riconosciuto la password e il pincode dell’anno precedente.

I contatti telefonici con l’agenzia (a pagamento) sono stati impediti dalla lunga lista d’attesa, (fino a 70 contribuenti).

La richiesta del nuovo pincode e password è rimasta disattesa nei termini, se non riceverla dopo 12 giorni dall’istanza. Le comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate non hanno alcuna data, per cui inutile contestare il ritardo, non avendo prova, né te la fornisce il servizio postale, che interpellato sull’apposizione della data di ricezione, ti dice: “noi non mettiamo alcuna data, altrimenti i ritardi dell’Agenzia delle Entrate ricadono su di noi”. In questo modo gli enti pubblici fanno ricadere le colpe sui contribuenti, che non possono provare il disservizio.

Comunque, se pur in palese ritardo, la richiesta del beneficio non si può inoltrare, in quanto avere il pincode e la password non basta. Dopo tutto il casino, nel momento in cui attivi i servizi telematici,  ti comunicano sul portale web dell’Agenzia che bisogna rivolgersi ad un incaricato terzo abilitato (a pagamento). Cosa che a saperla, si sarebbe potuta fare dall’inizio, senza aver percorso tutta la trafila burocratica inutile.

Risultato: in tempi ristretti e per i disservizi dell’Agenzia delle Entrate non tutti hanno potuto accedere al beneficio. Ed è solo una semplice istanza.

Il problema è che la prassi si ripete ogni anno e nessuno vi pone rimedio, mentre i contribuenti ignari pensano di aver donato una quota di tasse alla loro associazione, mentre i contributi, in realtà, vanno ad altri sodalizi.

Nonostante un'interrogazione Parlamentare nessun ristoro vi è stato per il diritto leso.

GIOCHI D’AZZARDO LEGALIZZATI

PARLIAMO DI GIOCO D’AZZARDO DI STATO

Slot, gratta e vinci, poker on line, bingo, lotterie: sarà l'anno record per le scommesse legali, con 72 miliardi di giocate. Gestite dai grandi gruppi ma anche dalla malavita. Inchiesta de “La Repubblica”. Un popolo di santi, poeti. E giocatori: scommettitori seriali, professionisti delle lotterie, pokeristi. Per vocazione e per necessità: obbligati a giocare d'azzardo dalla fragilità dei tempi. Sempre inclini all'"economia del vicolo" - la fantasia, lo spirito di adattamento, la tentazione a rilanciare - per ribaltare la sorte. E non soltanto perché siamo italiani: "Il mondo è ormai troppo complesso per essere affrontato solo con il ragionamento. Oggi bisogna indovinare". Ma non si tratta di uno scacco alla razionalità. Al contrario, significa alzare la posta: affrontare la sfida della modernità vuol dire anche armarsi di strumenti razionali per dominare il caso. Stare al gioco, tirare il dado, ma conoscerne esattamente le facce. Se serve, qualche volta persino truccarlo.

Intervista al professore di Filosofia presso la University of California di Los Angeles.  Professor Bodei, perché l'azzardo ci attrae così tanto? "Perché richiama la fortuna. E la fortuna ci coinvolge già nascendo. Si nasce in un certo posto e in un certo tempo. Per tutta la vita siamo costretti a navigare su rotte non tracciate e ad affrontare l'incertezza. Ecco perché da sempre l'uomo ha elaborato strategie per prevedere il futuro: dalla lettura dei segni premonitori alla divinazione, fino, in età moderna, al calcolo". Come popolo siamo straordinariamente sedotti dall'azzardo. C'è un rapporto tra intelligenza collettiva e propensione al gioco? "C'è una stretta correlazione tra l'incertezza e il gioco. Quanto più c'è incertezza tanto più si punta a vincere il superenalotto. L'incertezza del futuro porta a un oscillamento continuo tra paura e speranza. Se avessimo vite più sicure ci sarebbe più razionalità in giro. Invece, l'incremento del gioco è un dato di fatto". Sta dicendo che l'azzardo è il destino della contemporaneità? "Dico che il futuro è percepito in modo più incerto che in passato, che il caso gioca un ruolo forte, e che tutto ciò porta gli individui a rischiare di più. Si sta realizzando quanto diceva John Maynard Keynes: che "l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre". Sono state inattese la caduta del muro di Berlino, le guerre nella ex Jugoslavia, in Cecenia, le guerre del Golfo. O la crisi economica che, per effetto della globalizzazione, ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. A lungo abbiamo considerato la storia guidata da una logica di necessità. Oggi la prospettiva è cambiata: il futuro sembra aver riconquistato la sua natura di assoluta contingenza, di luogo nel quale si manifestano forze che sfuggono al controllo degli uomini". Nonostante tutti gli strumenti di previsione a disposizione? "Il paradosso è proprio questo. Ci sono settori nei quali la casualità diminuisce: nella medicina, ad esempio. Ma nei macrosettori l'azzardo pesa moltissimo e impedisce previsioni a lungo termine. Riguardo alla crisi economica, non è forse stato il gioco ad alto rischio delle Goldman Sachs e dei Lehman Brothers, degli hedge fund e dei subprime, a determinare le conseguenze più rovinose? Anche i sistemi capitalistici più sofisticati sono sottoposti a elementi irrazionali. Lo aveva intuito Max Weber a proposito della Borsa: un sistema perfetto, basato sul gioco d'azzardo. Sensibile alla paura, però: l'effetto-panico può farla crollare". Il caso è oggi il fondamento delle grandi narrazioni. Il cinema di Pedro Almodóvar ne è l'emblema. In letteratura ce lo ricorda Paul Auster: la vita è fatta di una serie di circostanze fortuite. E molti altri aspetti della cultura si muovono in formato random. L'azzardo è la metafora più giusta dei nostri tempi? "L'età moderna si apre con le enunciazioni di Machiavelli di situazioni "fuori di ogni umana congettura", di una fortuna che agisce oltre ogni possibile previsione. E il gesuita Baltasar Gracián, nel Seicento, scrisse un "Oracolo manuale o arte di prudenza" per evidenziare che, se una volta ragionare era l'arte suprema, quando i tempi si fanno complessi non resta che indovinare. E' vero: molti scrittori sottolineano che il mondo è esposto a una serie di casualità. Se non avessimo incontrato quella persona, se non avessimo fatto quel gesto, dicono, le nostre vite sarebbero cambiate. E' un ragionamento che in letteratura funziona. Lo trovo affascinante persino applicato alla storiografia, quando utilizza questo approccio congetturale: se nella battaglia di Maratona del 490 a. C. tra greci e persiani avessero vinto i persiani, il razionalismo greco, cioè la nostra civiltà, sarebbe stato soffocato sul nascere, le religioni orientali si sarebbero imposte. Però nella vita che senso ha ragionare così? Siamo quello che siamo esattamente perché abbiamo incontrato quella persona, compiuto quell'azione". E dunque? Non possiamo far altro che subire il caso? "Il caso non è un'entità metafisica. Le situazioni si possono ancora spostare, e cambiare, grazie al "dado truccato" suggerito da Max Weber. Mi spiego meglio. Se io lancio un dado la probabilità che esca, poniamo il 3, è di un sesto. Questa è la probabilità oggettiva, perché il dado ha sei facce. Weber ha mostrato che se spostiamo il centro di gravità di un dado verso il 3 aumentiamo le probabilità che esca quel numero. Quello spostamento di baricentro corrisponde all'intervento umano, perché tra necessità e caso c'è uno spazio largo, che può essere modificato. E più interveniamo, più le cose cambiano". Cioè, dobbiamo barare? "Più che barare, per piegare il caso alla nostra volontà dobbiamo fare dei calcoli basati su criteri di probabilità soggettiva, cioè prendere in considerazione il maggior numero di fattori possibili. Faccio un esempio. Se sto per aprire un negozio, e voglio avere successo, posso cercare di ridurre l'incertezza aumentando la quantità di informazioni in mio possesso: sui concorrenti, sulle caratteristiche del territorio, sulla gente che vi abita, su ciò che vendo. La conoscenza è un limite al caso. L'ignoranza, invece, ne incrementa il potere. Lo aveva già detto Aristotele: il caso non è altro che espressione della nostra ignoranza". Il caso si può razionalizzare? "Si può interpretare e controllare. Il matematico Condorcet, a fine Settecento, sosteneva che l'istruzione abbassa l'incertezza. Ecco perché fu tra i più attivi promotori della scuola gratuita e aperta a tutti. Vale la pena ricordarlo ai tempi del ministro Gelmini: perché acuire ed espandere l'intelligenza, promuovendo l'istruzione, è porre un argine al dominio del caso". Più siamo informati, meno siamo in balia dell'azzardo? "Più conosciamo, più il futuro diventa plausibile. Per questo è nata la statistica. E il calcolo delle probabilità, con Pascal. Fu un giocatore d'azzardo, Chevalier de Méré, a indurlo a contattare il matematico Pierre de Fermat. Ed è curioso sapere che Pascal è l'inventore del termine "roulette", che indicava non tanto il gioco in sé, ma la curva cicloide tracciata dalla pallina, girando". Il gioco è il tentativo di esorcizzare l'ignoto attraverso le regole. E come la mettiamo con la sfortuna? "Da razionalista, penso che la iella non esista. Certo, ci sono individui dall'aspetto così sinistro, come quelli rappresentati nei film di Totò, da provocare effetti negativi. Mia madre aveva un cugino ebreo che si era fatto prete. Viveva in Sardegna, e a quei tempi la vista di un prete suscitava nei maschi un gesto scaramantico. Un giorno, camminando insieme, incrociammo un signore che ebbe quella reazione davanti a lui. "Toccati in testa, che è la stessa cosa", gli disse mio cugino. Ecco: di fronte alla superstizione, dovremmo toccarci per prima cosa la testa. E ragionare". C'è nella letteratura russa un campionario di ufficiali che impugnano una pistola e, per similitudine con la roulette, si giocano la vita. C'è un rapporto tra azzardo e nichilismo? "Ho in mente anch'io, in Dostoevskij e in Tolstoj, quei personaggi mezzi ubriachi, sul davanzale della finestra con la pistola in mano, che fanno la roulette russa. La verità è che meno la vita vale, più ci si lascia andare al caso. Bisogna avere l'intelligenza di modificare il caso, e non restare marionette nelle mani della fortuna". Anche la fede è un fatto di fortuna? "Ci sono forti relazioni tra religione e caso. La Provvidenza, che "prevede e provvede", è una conferma di aver fatto la volontà di Dio. E non è un caso che i giochi d'azzardo nascano nel Seicento, in un momento in cui la fede nella Provvidenza si erode. Lo stesso Pascal, per l'esistenza di Dio, non usa prove ma una scommessa: dobbiamo scommettere che Dio c'è, tanto non abbiamo nulla da perdere. Oggi l'equazione è identica: più cresce l'incertezza più giochiamo d'azzardo; più cresce la sicurezza, meno siamo propensi a farlo. Ma se allo stato attuale guardiamo al futuro scommettere è un obbligo".

Dimenticate il giocatore con le fiches in una mano e il sigaro nell'altra, che aspetta la mossa dell'avversario tra i fumi di una bisca. L'azzardo è sempre più donna, e la partita inizia al supermercato e si chiude in fila all'ufficio postale. Un giocatore su tre è una signora, una pensionata che ha 'grattato' per la prima volta con le amiche al bar davanti a un cappuccino o una giovane mamma con il figlio in braccio di fronte alle slot. "Oggi le donne sono un terzo del totale: su circa 1.200.000 giocatori patologici, l'ipotesi è che la febbre del gioco abbia colpito più di 400.000 donne", dice Fulvia Prever, psicoterapeuta dell'associazione And (Azzardo e Nuove Dipendenze), che a Milano gestisce il primo gruppo in Italia per sole giocatrici. Ma chi sono queste donne per cui l'azzardo non è più un gioco? "L'età varia dai 30 agli oltre 60 anni, il livello di scolarizzazione è medio-basso, ma non mancano i casi di giocatrici di buona estrazione con passati brillanti e presenti di miseria e marginalità. Ci sono giovani mamme che si ritrovano alle sale slot dopo aver portato i figli a scuola, casalinghe di mezza età, ma anche professioniste e soprattutto pensionate". Ma da quando l'azzardo porta i tacchi? In principio fu un cavallo. In una nota pubblicità, una donna adagiata su un destriero ricordava che anche al gentil sesso piacciano i cavalli. E non si trattava di equitazione, ma di scommesse. Primo tentativo della gigantesca macchina del marketing dei monopoli di stato di sfondare il muro tradizionalmente maschilista delle sale da gioco. Poi ci fu il color pastello, con cui vennero dipinte le sale da gioco per renderle più accoglienti, accompagnato da un'illuminazione più calda e dalla possibilità di consumare qualche bevanda. Ma la vera rivoluzione è stato portare l'azzardo nel regno delle casalinghe: Bingo piazzati al posto dei vecchi mercati rionali, Gratta e vinci alle Poste, biglietti della Lotteria con il resto della spesa. Geniale. Il gioco si vende come una lavatrice o, meglio, come un pacchetto di caramelle. Perché le puntate sono bassissime, mica roba da casinò. E poi "giocare è facile", lo dice pure Claudio Bisio. "Il gioco più diffuso tra le donne è il Bingo, perché è una sorta di Tombola camuffata, ha un'aura familiare, rassicurante", spiega la psicoterapeuta. D'altronde basta fare un giro fuori da questi templi delle meraviglie: a qualsiasi ora, dalle 7 del mattino alle 2 di notte, più della metà degli astanti sono gentili signore di mezza età o più.. "Questi luoghi hanno la parvenza di un ritrovo sociale, dove scambiare due chiacchiere", continua la dottoressa Prever. Altro che due chiacchiere, una volta dentro il livello di concentrazione è altissimo e le giocate si susseguono a ritmo serrato. Ma almeno per quell'ora non si pensa ad altro che al numero che deve uscire. "Se l'uomo lo fa per sfida, competizione, questi giochi assecondano un meccanismo tipicamente femminile: più che un interesse per la vincita, per la donna giocare significa alienarsi, trovare solidarietà con altre persone che come lei inseguono un sogno, in un luogo dove dimenticare e staccare dalle preoccupazioni quotidiane". Una professionista milanese, 34 anni, con un figlio piccolo, spiega così la sensazione che prova al tavolo da gioco: "Il Bingo mi dà quella leggerezza di rapporti che non trovo altrove, mi fa evadere, mi anestetizza, mi pare di stare in una bolla, tutto il resto fuori...". Un'altra giocatrice compulsiva, lombarda, 60 anni e una relazione di coppia deludente, dice del gioco: "Almeno lì non devi essere una pin-up per sfondare, siamo tutti uguali, solo le vincite sono al centro dell'attenzione". E se non è il Bingo, è la macchinetta al bar sotto casa. Lo sa bene Lisa, romana di 66 anni, che alle slot ha dedicato 35 anni della sua vita: "Ho iniziato con i numeri ritardatari al Lotto, poi sono passata alle slot dopo l'ufficio. Una volta andata in pensione, con tutto quel tempo libero a disposizione, è stato un disastro. E poi dove ti giri ti giri, al supermercato o in tabaccheria, è un immenso campo da gioco. Mi sono giocata tutta la liquidazione... ho rubato persino ai miei nipoti quando non avevo più soldi. Il gioco era tutto, non mi interessava neanche più andare dal parrucchiere o lavarmi". Da 5 anni in recupero nelle strutture dei Giocatori Anonimi, è stata salvata dalla figlia che l'ha portata lì in cambio di 10 euro per giocare. Oggi vive una vita "normale", anche se, dice, "dentro di me ho una bestia che tengo dormiente".Stefania invece ha iniziato il folle inseguimento del jackpot sulla soglia della quarantina, la separazione dal marito, un lutto in famiglia e, senza nemmeno accorgersene, si è ritrovata giù nel tunnel del gioco: "Il mio calvario è iniziato con un paio di euro alle slot in pausa caffè. Non sapevo nemmeno giocare, ma per imparare e autodistruggermi è bastato un attimo. Avevo perso ogni dignità, per me non esisteva più nessuno, nemmeno i miei figli". Oggi che di anni ne ha 55, e inizia a vedere la luce grazie a un gruppo romano di Giocatori Anonimi che l'ha accolta da qualche mese: "Lì siamo tutti uguali, nessuno ti giudica. Non vedo l'ora che arrivi il giorno in cui ci troviamo, quelle stanze per me sono un miracolo". Sì, perché l'azzardo non è uno scherzo, ma può diventare una vera patologia, riconosciuta come tale anche dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Tanto che sia le strutture pubbliche, che quelle del privato sociale, hanno attivato una rete di servizi ad hoc. "Le donne fanno molta più fatica ad arrivare ai servizi, spesso per l'impossibilità di poterne parlare in famiglia", spiega la psicoterapeuta Fulvia Prever, "inoltre le giocatrici rappresentano una sfida maggiore per il terapeuta, perché impiegano più tempo degli uomini a passare le barriere della trasgressione, ma quando avviene, è in modo esasperato". Come per il fumo e l'alcol, le donne ci arrivano dopo, ma poi ne diventano consumatrici incallite. "Per non parlare di un'altra popolazione femminile sommersa, ancora più silente: quella delle donne straniere, colf sudamericane, badanti dall'Est Europa che spesso perdono tutto e rischiano di entrare in un giro di piccola prostituzione per recuperare il denaro". Non è difficile vederle fuori dalle sale Bingo, ad offrirsi in cambio di pochi soldi per una nuova giocata.  "A partire dalla metà del decennio scorso, le donne sono diventate un preciso obiettivo di marketing, attirate da un'offerta sempre più ampia, creata appositamente per un target femminile", spiega Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta nazionale Antiusura, che sottolinea come la nostra legislazione non limiti ma, anzi, incentivi l'estensione del gioco: "Se dieci anni fa la spesa era di 10 miliardi di lire, oggi l'azzardo è il terzo investimento finanziario nazionale". Ma a chi conviene che sempre più donne abbassino la leva delle slot? Alle casse dell'erario no di certo. "Non c'è alcun interesse pubblico nel mantenere l'economia del gioco, anzi l'azzardo è una delle componenti strutturali del debito pubblico", chiosa Fiasco. "Si è assistito a una costante defiscalizzazione, passando da un'aliquota che superava il 30 per cento a inizio anni Duemila, al 14 per cento di oggi". Insomma, la spesa aumenta ma il guadagno per lo Stato diminuisce; eppure l'Italia, con meno dell'1 per cento della popolazione mondiale, assorbe il 23 per cento della spesa planetaria di gioco d'azzardo, ovvero 61,5 miliardi su quasi 260 miliardi di euro (dati 2010). Nel frattempo le possibilità si moltiplicano. Oggi si può tentar la sorte comodamente dal proprio salotto, senza che i vicini vedano o che i figli possano giudicare: non serve nemmeno alzarsi dal divano, basta accendere la tv e sintonizzarsi sul nuovissimo canale 63 del digitale terrestre interamente dedicato al gioco. Meglio delle televendite. Ma la prossima frontiera saranno i giochi online: e se le casalinghe italiane per il momento non hanno troppa destrezza con la tecnologia, non c'è da temere. A Londra (dove l'uso di Internet e la banda larga sono ben più diffusi) è già attivo il primo centro di cura pubblico dedicato alle donne che si sono bruciate le tasche e la vita per una puntata online.

Fino a pochi anni fa il gioco d'azzardo era confinato in una nicchia ai margini della legge. Oggi l'Italia assomiglia a una gigantesca bisca di Stato. Solo negli ultimi dieci anni, tra lotterie, new slot, jackpot e scommesse di ogni tipo, ci siamo giocati più di 400 miliardi di euro. Una cifra pazzesca: più di un quinto di tutta la montagna di debito pubblico accumulato dall'Italia in 150 anni di storia. E mentre la recessione sconvolge l'economia mondiale, il business del gioco legale non conosce crisi, anzi è in continua crescita: nel 2011 le puntate degli italiani sono arrivate a superare la quota record di 6 mila milioni al mese e l'anno si dovrebbe chiudere con un totale di oltre 72 miliardi. Il poker cash, che è solo l'ultima trovata on line, è fresco di legalizzazione, eppure già raccoglie poco meno di un miliardo al mese. Un mercato spaventosamente liquido, diviso tra pochi grandissimi concessionari e decine di migliaia di imprese minori, con regole davvero speciali. La più vistosa è che le tasse sono molto basse. E nell'ultimo decennio i governi di ogni colore hanno fatto a gara per ridurle. Quindi l'affare è sempre più ricco, ma l'indebitatissimo Stato italiano si accontenta, a conti fatti, di un settimo della torta. Mentre la Guardia di Finanza svela che l'illegalità è diffusissima. E i magistrati più attenti avvertono che scommesse illecite e giochi anche leciti rappresentano "la nuova frontiera della criminalità mafiosa". C'era una volta un divieto generale, con rare eccezioni: totocalcio, lotto e scommesse regolari sui cavalli. Dalla fine degli anni '90 è iniziata la liberalizzazione. All'italiana. In Svizzera, prima di aprire 22 nuovi casinò, il governo ordinò un'indagine epidemiologica per studiare i danni del gioco. In Italia, come avverte una ricerca del Censis sostenuta dal Codacons, "non c'è stato anno, dal 1997 in poi, in cui l'esecutivo non abbia introdotto nuove offerte di gioco d'azzardo pubblico". Senza analisi né precauzioni. Da Berlusconi a Prodi, dai decreti di Bersani alle manovre di Tremonti, tutti i governi hanno continuato a regalare nuovi spazi alle piccole e grandi imprese del gioco organizzato, spesso ben agganciate ai partiti. E nell'illusione di togliere acqua alle scommesse illegali (un business stimato in circa 20 miliardi all'anno), i politici hanno ridotto le tasse a un'aliquota media al 13,5 per cento, che crolla a una microscopica "imposta unica del 3 per cento" per i giochi di carte on line, il nuovo settore in turbo-accelerazione. Il risultato è che le puntate degli italiani hanno fatto il botto: dai 15 miliardi del 2003 si passa agli oltre 61 del 2010, con almeno 72,5 miliardi previsti per l'anno in corso (vedi l'interattivo). Le entrate fiscali però restano ferme o addirittura calano. E i super profitti dell'azzardo di Stato vengono privatizzati. Tirando le somme, dal 2003 al 2006, quando gli italiani si erano giocati la bellezza di 103,7 miliardi, lo Stato ne aveva recuperati 23,6, cioè quasi un quarto. Nel successivo quadriennio 2007-2010 le puntate sono raddoppiate (oltre 205 mila milioni), ma le entrate fiscali sono sprofondate a un sesto del totale (32,6 miliardi). Anche perché i giochi di maggior successo, caso strano, sono i meno tassati. Nonostante la crisi e lo stratosferico debito pubblico italiano. Il fiume straripante di denaro privato sta modificando l'identikit di intere categorie. I tabaccai ormai incassano, in media, quasi metà dei ricavi dalle lotterie d'ogni tipo. E il mercato è dominato dalle macchinette diffuse in decine di migliaia di bar: sui 48,3 miliardi giocati da gennaio ad agosto di quest'anno, ben 27,2 sono stati ingoiati da "new slot" e "videolotterie (vlt)". L'agenzia specializzata Agicos informa che "in Italia sono attivi 320 mila apparecchi elettronici e almeno 30 mila vlt, con altre 27 mila già autorizzate". "Per spesa pro capite siamo già i primi al mondo", spiega il direttore Fabio Felici, "e con l'asta di fine anno supereremo quota 400 mila". Il che equivale a una macchinetta mangiasoldi ogni 150 abitanti: come avere un mini-casinò in ciascun condominio. Il gioco legale è un mercato chiuso: si entra solo per concessione dei Monopoli di Stato (in sigla, Aams). Sul gradino più basso e più affollato si collocano, secondo i dati di Agipronews e Agicos, "circa 5 mila imprese con 120 mila lavoratori". In cima alla piramide, una decina di grandi concessionari. I big sono due: Lottomatica, controllata dal gruppo De Agostini, che con l'acquisto per 4 miliardi dell'americana G-Tech è diventata leader mondiale. E Sisal che, tramite una holding lussemburghese, fa capo a tre fondi, i britannici Apax e Permira e l'italiano Clessidra di Claudio Sposito, ex amministratore della Fininvest. Le due società quotate sono entrate anche in Confindustria con una neonata federazione di categoria che, informa Massimo Passamonti, "riunisce il 75 per cento delle imprese del settore, che raccolgono l'80 per cento delle giocate". Insomma, fuori la Fiat, dentro il Superenalotto e il Gratta e vinci. Lottomatica ha raccolto solo in Italia giocate per 20,6 miliardi nel 2010 (versandone cinque di tasse) e altri 14,4 nel primo semestre 2011. Per l'intero gruppo, il margine di profitto prima delle tasse (ebidta) è balzato a 1,3 miliardi in 18 mesi. Sisal si è accontentata di 7,1 miliardi di giocate nel 2010 e altri 3,8 tra gennaio e giugno scorsi, con guadagni netti per 265 milioni nello stesso anno e mezzo. Al terzo posto tra i colossi c'è la Snai, radicata da anni nelle scommesse sportive (ippica e calcio). Proprietari sono i veneti di Palladio finanziaria e la Investindustrial di Andrea Bonomi. Insieme hanno scalato pure la Cogetech. Le grandi imprese tengono a sottolineare che gran parte delle puntate tornano ai vincitori: ogni gioco ha le sue quote (e aliquote fiscali), ma la media dei premi è del 71 per cento. L'effetto è una colossale redistribuzione invisibile: l'anno scorso 44 miliardi sono usciti dalle tasche dei perdenti per entrare in quelle di ignoti vincitori. La massa degli esercenti, sempre in media, si divide l'8 per cento della raccolta lorda. Il resto viene spartito fra lo Stato e i concessionari. La nuova gara per le new slot, bandita dopo anni di proroghe, potrebbe garantire spazi per gli austriaci di B-win, i tedeschi di Merkur, gli spagnoli di Cirsa e Codere o i greci di Intralot. Ma per ora i colossi stranieri occupano piccole nicchie del fortunatissimo mercato italiano. Dove non mancano assetti proprietari che i magistrati definiscono "opachi" e "molto sospetti". L'esempio più chiacchierato è la B-plus, erede della Atlantis, che controlla circa il 30 per cento delle new slot. Nel silenzio delle autorità, fu un'inchiesta de "L'Espresso" a svelare che faceva capo, tramite società caraibiche, a due figli di Gaetano Corallo, amico del boss Santapaola e condannato (ma non per mafia) nel processo sulle scalate ai casinò. I figli però giurano di non aver alcun rapporto con il padre. Ed escludono che i legami con parlamentari di An abbiano favorito la concessione statale. Al primo posto nel neonato business del poker cash, ora, compare la società Pokerstars: è uno dei tre siti on line che in aprile sono stati banditi dalle autorità statunitensi, per presunte frodi da 3 miliardi di dollari. Dall'estero, i manager ribattono che le accuse dell'Fbi sarebbero infondate. Mentre i Monopoli di Stato osservano che Pokerstars non ha mai violato la legge in Italia. Al centro del sistema legale c'è proprio la rete telematica dell'Aams: un super contatore nazionale, a cui non dovrebbe sfuggire neppure una puntata. In realtà i trucchi abbondano: dalle macchinette scollegate alle doppie schede, dalle sale gioco abusive ai siti fuorilegge. Tra gennaio e settembre di quest'anno la Guardia di Finanza ha eseguito 4.484 interventi. Il bilancio? Ben 5.091 multe, 2.691 apparecchi sequestrati, 1.100 punti-scommesse chiusi perché fuorilegge. Nel 2010, a 6.095 controlli corrispondevano 6.295 violazioni, con sequestri di 3.746 macchinette e di 1.918 sale giochi abusive. Per i furbi il guadagno è doppio: tasse azzerate e nessuna percentuale da redistribuire con le vincite. Almeno fino al 2005, secondo un'indagine della Corte dei conti, anche i grandi concessionari avrebbero beneficiato dei buchi della rete di controllo statale. Sommando le sanzioni per migliaia di apparecchi scollegati, la procura era arrivata a contestare supermulte per 98 miliardi di euro. In teoria i processi sono ancora aperti. Ma i portavoce delle grandi aziende annunciano che "gli importi sono stati molto ridotti o azzerati dai ricorsi delle difese". L'Organizzazione mondiale della sanità classifica già dal 1992 il "gioco compulsivo" (o "ludopatia") tra le patologie che andrebbero curate come la dipendenza da droghe, alcol o fumo. Secondo il Censis, la sindrome più grave colpisce "almeno 105 mila italiani", mentre una ricerca del Cnr di Pisa stima un totale di "tre milioni di soggetti a rischio". Un problema ignorato dai politici, nonostante la mole di notizie allarmanti pubblicate dai giornali. Tra i tanti casi, c'è l'imprenditore veneto che porta la sua fabbrica alla bancarotta per debiti di gioco; la signora toscana ricoverata d'urgenza per un delirio da overdose di slot machine; l'invalido di Napoli che rapina il bar dove si era giocato la pensione; il nonnino derubato e ridotto in fin di vita da un maniaco del casinò. I ricercatori rimarcano che le nuove tecnologie rendono le puntate accessibili da ogni bar o dal computer di casa a tutte le ore. Con pesanti ricadute sui giovanissimi: secondo uno studio di Nomisma, il 5 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni è "in situazioni di criticità", soprattutto per le scommesse on line. Tra i "giocatori patologici", secondo studi inglesi, i tentativi di suicidio sono il quadruplo della media. E tra gli assistiti dal centro specializzato di Campoformido (Udine), il primo in Italia, "uno su dieci risulta vittima di usura".

In questi anni pochissimi parlamentari, concentrati tra centro e sinistra, hanno proposto disegni di legge per combattere la "dipendenza da gioco". Il governo ha sempre avuto altre urgenze. Solo nell'ultima manovra il ministro Giulio Tremonti ha varato le prime sanzioni contro gli esercenti che non vietano ai minorenni di giocarsi il futuro: multe massime fino a 20 mila euro e chiusura del locale da 10 a 30 giorni. E con lo stesso decreto di luglio il ministro ha istituito tre nuovi giochi di Stato. Il 5 novembre 2007, al boss palermitano Salvatore Lo Piccolo e a suo figlio Sandro, vengono sequestrati dei pizzini molto strani: resoconti in codice di attività economiche coperte da una cifra misteriosa, "(323)". Quella sigla, dimostrano le indagini, nasconde gli interessi di Cosa Nostra nel calcio-scommesse. E in gennaio un imprenditore siciliano, Giovanni Botta, viene arrestato come prestanome del clan Lo Piccolo nella gestione di sale (legali) per puntate sportive. A quel punto confessa di aver gestito anche l'azzardo illegale: toto nero e scommesse clandestine. Il gioco organizzato, secondo la procura nazionale antimafia, è "la nuova frontiera della criminalità mafiosa". Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta non si limitano a imporsi anche in questo ricchissimo mercato con i metodi di sempre: estorsioni, usura, rapine, sequestri, attentati, ferimenti e omicidi. Oggi l'emergenza, scrive il pm Diana De Martino in un'allarmante relazione in gran parte inedita, è che i clan finanziati dai superprofitti della droga e del crimine organizzato "si stanno strutturando sotto forma di imprese normali, in apparenza pulite", capaci di beneficiare delle "rendite monopolistiche" garantite dalla privatizzazione delle concessioni statali. E soltanto inchieste difficili, con lunghe intercettazioni e preziose confessioni di pentiti, possono dimostrare che dietro queste aziende d'oro ci sono i boss e i capitali mafiosi. Il contagio riguarda tutta Italia. Solo per l'ultimo anno giudiziario, il dossier dell'Antimafia elenca decine di casi. Il clan dei Casalesi, secondo l'accusa (29 arresti), era arrivato a controllare la società Betting 2000, che era la numero uno a livello nazionale per volume di scommesse sportive. Tra Campania e Lazio il loro imprenditore-prestanome, Renato Grasso (vedi box a pag. 41), beneficiava di un "monopolio di fatto nel noleggio di new slot e videolotterie", grazie a patti territoriali con decine di boss della camorra. Finora solo questa inchiesta ha portato al sequestro di patrimoni per 150 milioni di euro e di sale bingo sparse da Brescia a Lucca, da Frosinone a Padova. Nell'area di Santa Maria Capua Vetere il clan Amato-Belforte imponeva con "ronde armate" i propri apparecchi mangiasoldi, ovviamente scollegati alla rete dei controlli fiscali, e s'impadroniva delle vincite (parola d'ordine: "Facciamo scoppiare la macchinette") spiando le giocate al computer. Tra Caltanissetta e Catania (dieci arresti) i clan Madonia e Santapaola controllavano i videopoker attraverso due reclutatori di imprenditori incensurati: Carmelo Barbieri e Antonio Padovani, un colletto bianco che secondo i magistrati antimafia si era costruito "una porta d'accesso privilegiata per il rilascio delle licenze dei Monopoli di Stato". A Reggio Calabria un ricchissimo imprenditore, Gioacchino Campolo, titolare della società Are, sarebbe diventato "il re dei videopoker" grazie all'appoggio di due famiglie della 'ndrangheta federate al clan Libri. I magistrati gli hanno sequestrato opere d'arte di straordinario valore, tre aziende e la bellezza di 260 immobili tra Roma, Parigi, Taormina, Milano e la Calabria. Da Lecce è partita l'inchiesta, per un giro milionario di scommesse illegali via Internet, sulla Goldbet Sportwetten, in teoria austriaca, in realtà controllata da soci e amministratori italiani. La Goldbet aveva una rete con 500 agenzie in tutta la Penisola: 50 sono risultate controllate dal boss pugliese Saulle Politi. In provincia di Modena il clan Schiavone, corrompendo due agenti di custodia, è riuscito a gestire dal carcere duro due bische clandestine, mascherate da circoli privati, che fruttavano ai Casalesi 200 mila euro al mese. Altre inchieste sulle catene criminali che uniscono usura ed estorsioni al gioco illegale, riciclando denaro anche tramite vincite pilotate, coinvolgono imprese mafiose attive da Roma a Siracusa, da Gallipoli a Palermo. Ma il denaro sporco non ha confini, per cui le filiali abbondano anche in Lombardia, Veneto o Emilia Romagna. Tra le inchieste più recenti spicca l'indagine della Procura di Napoli sul clan D'Alessandro. Sotto osservazione c'è un mare di "puntate anomale" su circa 150 partite sospette di calcio e altri sport. Tra i fermati, a fine settembre, spuntano due manager di Intralot Italia (che si è dichiarate parte lesa), intercettati mentre vantavano rapporti con i boss di Castellammare con frasi del genere: "La gente con cui sto io, mannaggia la marina, ha trenta omicidi per uno". Dopo anni di lassismo, il ministro Giulio Tremonti ha inserito nella manovra salva-bilancio del luglio 2011 le prime misure antimafia. Niente concessioni alle società con dirigenti "condannati o anche solo indagati per associazione mafiosa e riciclaggio". E per il futuro, i candidati alle licenze statali dovranno indicare tutti i "proprietari effettivi" con quote superiori al 2 per cento. Secondo le grandi aziende con azionisti trasparenti, il nuovo decreto è "un primo segnale importante", ma non risolutivo: se un'azienda italiana è controllata da una società estera, che magari fa capo alla classica off shore esotica, la proprietà resta anonima. Perfino le condanne del passato, in Italia, sembrano pesare poco e insegnare nulla. Il colmo è che in questi mesi è tornato sotto inchiesta perfino il casinò di Sanremo, che negli anni '80 fu al centro di due clamorose scalate affaristico-mafiose. La nuova indagine, partita da due croupier che rubavano soldi gonfiando i cambi di fiches, ha scoperto un giro di tangenti divise tra porteur (reclutatori di clienti) e almeno un dirigente del casinò. Che prima dell'arresto aveva "continui rapporti" con un fiduciario del clan Zaza: l'ala della camorra con i primi alleati storici di Cosa Nostra.

Il gioco del lotto è un gioco d’azzardo, e probabilmente il gioco a premi più diffuso in Italia. Il gioco è disciplinato dalla legge n. 528 del 2 agosto 1982 e dal DPR n. 560 del 16 settembre 1996. La sua gestione è affidata all'Ispettorato Generale per il Lotto e le Lotterie, Direzione Generale delle Entrate Speciali, che ha sede presso il Ministero delle Finanze. La gestione della raccolta delle giocate e dei pagamenti delle vincite è affidata in concessione a Lottomatica. Si devono indovinare da 1 a 5 numeri su 90.

Si può scommettere di indovinare, su una ruota, su più ruote o su tutte le ruote:

l'ambata, o estratto semplice, ovvero un solo numero (l'ordine di estrazione non conta);

l'estratto determinato, ovvero un numero e la posizione in cui viene estratto;

l'ambo, ovvero due numeri;

il terno, ovvero tre numeri;

la quaterna, ovvero quattro numeri;

la cinquina, ovvero cinque numeri.

Si possono giocare fino a 10 numeri sulla stessa scheda. La vincita è pagata a quota fissa e dipende da quanti numeri si sono indovinati, da cosa si è giocato e da quanti numeri sono stati messi in gioco.

Nella seguente tabella viene indicata la vincita lorda che si ottiene giocando 1 euro su 1 ruota e indovinando tutti i numeri in gioco.

Numeri giocati

Numeri indovinati

Vincita lorda (euro)

Probabilità di vincita

1

1

11,23

1 su 18

2

2

250,00

2 su 801

3

3

4500,00

1 su 11 748

4

4

120 000,00

1 su 511 038

5

5

6 000 000,00

1 su 43 949 268

La tabella mostra anche che da un punto di vista matematico il gioco del lotto è un gioco definibile "non equo", laddove per gioco equo si intende un gioco che paga al vincitore una vincita pari alla posta giocata moltiplicata per l’inverso della probabilità di vincita.

Il Superenalotto è un gioco d'azzardo a premi gestito dalla Sisal, introdotto per la prima volta in Italia il 3 dicembre 1997, in sostituzione del gioco dell’Enalotto.

Come l'Enalotto, è stato legato strettamente alle estrazioni del lotto componendo la combinazione vincente con il primo numero estratto dalle seguenti ruote, in un ordine qualsiasi: Bari, Firenze, Milano, Roma, Napoli e Palermo. Qualora il primo numero estratto in una delle ruote suddette fosse stato uguale ad un precedente primo estratto, si considerava valido ai fini del gioco il secondo numero di tale ruota e così via. La combinazione vincente è completata anche dal cosiddetto "numero Jolly", ovvero il primo estratto (o il secondo o il terzo e così via in caso di uguaglianza) della ruota di Venezia, e dal "SuperStar", il primo estratto sulla ruota nazionale.

Il Superenalotto (a differenza, ad esempio, del Lotto) è un gioco a vincita variabile, nel senso che il Montepremi (più eventualmente il jackpot del concorso precedente) di ogni concorso viene suddiviso nelle 5 categorie di vincita e spartito in modo equo tra i vincitori delle singole categorie. Pertanto la vincita dipende dal montepremi e dal numero di altri vincitori della stessa categoria.

La probabilità di vincita delle categorie più alte è quasi nulla: nonostante ciò il gioco ha attirato, fin dal 1997, moltissimi giocatori, attratti dalle cifre milionarie messe in palio ad ogni concorso. Si tratta di un gioco d'azzardo che propone una speranza matematica di vincita remota ed infinitesimale: una vincita col punteggio di 6 al SuperEnalotto si colloca a 1 su 622.614.630.

Il vero vincitore di un tale business è chi lo gestisce, ossia lo Stato, i suoi concessionari e tutti coloro che ne fanno la pubblicità. Inoltre a tanti guadagni corrisponde equivalente pubblicità, sui giornali, e in televisione. Più si guadagna, più è facile da promuovere.

E’ una vera e propria “tassa” autorizzata, tra l’altro anche cara. Le lotterie furono inventate dagli imperatori romani che avevano bisogno di liquidità e non potevano tassare ulteriormente i cittadini. Quindi hanno inventato un intelligentissimo modo per “spremerli” senza che questi ne fossero consapevoli.