
IMPARIAMO DA LORO ?!?!
CONCORSI ACCADEMICI TRUCCATI IN ITALIA
CONCORSI TRUCCATI: DIMOSTRAZIONE MATEMATICA
Del prof. Quirino Paris, University of California,
Introduzione
Nella relazione intitolata “L’Università vive il Paese” (20 settembre 2005), il professor Piero Tosi, rettore dell’Università di Siena e presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha scritto che i concorsi-truffa sono solo degli episodi nella vita dell’università italiana (pagine 10-11). Il professor Tosi ha ripetuto questa sua affermazione in una trasmissione radiofonica sui concorsi truccati il giorno 21 settembre 2005 durante la quale il sottoscritto ha sostenuto la tesi opposta, vale a dire che i concorsi truccati costituiscono un fenomeno generale del reclutamento universitario italiano. Se così non fosse, non si capirebbe la necessità di riformare ancora una volta la procedura del reclutamento universitario. A dimostrazione della mia tesi, presento in questo articolo un’analisi matematico-statistica di tutte le votazioni nei concorsi di prima fascia del settore AGR/01 (economia ed estimo rurale) tenutisi tra il 1999 e il 2003. Le votazioni per professore associato e per ricercatore mostrano un andamento identico. L’analisi matematico-statistica può essere estesa facilmente a tutti gli altri settori disciplinari, dato che in quasi tutte le votazioni per le commissioni di concorso si sono ottenuti risultati simili a quelli evidenziati nel settore AGR/01.
Concorsi di Prima Fascia in Economia Agraria
Le votazioni per i membri delle commissioni di valutazione comparativa di prima fascia del settore disciplinare AGR/01, condotte nel periodo 1999-2003, mostrano risultati strabilianti. Negli ultimi anni, i professori di prima fascia votanti in queste elezioni sono stati all’incirca un centinaio. In tutte le 27 votazioni (nel 2004 e 2005 altre votazioni mostrano lo stesso andamento), solo i quattro membri eletti hanno ricevuto un consistente numero di voti, e questi voti sono divisi tra i quattro componenti eletti secondo una distribuzione quasi uniforme. Questi risultati, ripetuti per commissione dopo commissione, suggeriscono l’ipotesi che le votazioni siano state rigidamente pilotate: non solo che esista la comunicazione a tutti i cento professori da parte del “pilota” dei quattro nomi da votare; ma anche che i cento professori ordinari (di prima fascia), pur non comunicando tra di loro, abbiano votato disciplinatamente le indicazioni del “pilota” distribuendo i loro voti in modo quasi uguale tra i quattro candidati.
Come argomenteremo dettagliatamente nel corso dell’articolo, i risultati di questo tipo di votazioni attestano la presenza di un disegno da parte di “un’unica fonte” e di un sistema di ferrea disciplina per convincere/costringere i cento professori ordinari a votare secondo le indicazioni fornite dalla “fonte unica” che ha anche determinato quanti e quali voti vadano a ciascun candidato. Dato che ciascun votante ha a sua disposizione un solo voto, i risultati si possono ottenere solo se la “fonte unica” fornisce a ciascun elettore il nome da votare e se costui esegue l’ordine disciplinatamente.
Il motivo ultimo (o primo) del pilotaggio di tutte le votazioni per le commissioni di concorso corrisponde all’obiettivo della “fonte unica” di far dichiarare idonei individui selezionati e predeterminati vincitori (inclusi figli, figlie, mogli, nipoti, fedelissimi, ecc.) prima ancora che tali concorsi siano stati banditi. Tutto questo è avvenuto e tutt’ora avviene in Italia e potrebbe costituire una violazione dell’articolo 97 della Costituzione italiana e dell’articolo 323 del Codice Penale.
La dimostrazione matematico-statistica dell’esistenza di un ferreo disegno di pilotaggio sarà fatta secondo tre distinte argomentazioni:
1. La presentazione dei risultati delle 27 votazioni in forma di istogrammi. Questa discussione fornisce una prima indicazione di tipo informale (ad occhio) della natura improbabile dei 27 eventi (votazioni).
2. La seconda argomentazione si fonda sull’indice di Gini (famoso statistico italiano che ha lavorato nei primi decenni del secolo scorso). L’indice di Gini misura il grado di concentrazione (dispersione) caratteristico di una distribuzione empirica, come è appunto la distribuzione dei voti in una elezione.
3. La terza argomentazione è la più formale dal punto di vista matematico-statistico.
Calcoleremo, infatti, la probabilità che, date le indicazioni di votare per quattro candidati (come si fa nelle liste elettorali di un partito), gli N votanti (che non comunicano tra di loro per ovvie difficoltà di collegamento) distribuiscano i loro voti in modo tale che i quattro eletti ricevano all’incirca lo stesso numero di voti.
Conclusione
L’evidenza matematico-statistica presentata in questo studio per tutti i 27 concorsi di prima fascia del settore AGR/01 (economia ed estimo rurale) tenutisi nell’arco di tempo 1999-2003 conferma l’ipotesi di un disegno preciso e di un ferreo pilotaggio delle votazioni al fine di dichiarare idonei dei già predeterminati candidati. Tra queste votazioni ci sono anche quelle che interessano i parenti e i fedelissimi dei numerosi membri di commissione che compaiono come commissari un numero di volte sproporzionato rispetto a quello di molti altri professori eleggibili.
Il dato matematico-statistico dimostrerebbe come il pilotaggio sia stato preordinato in modo evidente ai fini dell’abuso e per avvantaggiare nel percorso accademico persone di famiglia ed associati privilegiati e prestabiliti al fine di ottenere ingiusti vantaggi. Per questo motivo, il dato matematico-statistico e le formule/istogrammi che precedono servono a corroborare l’elemento soggettivo del dolo e dunque l’intenzionalità di chi ha manovrato tutto il sistema per avere commissioni ben orchestrate per suonare uno spartito ben preciso, senza mai che vi sia stata una nota stonata. La dimostrazione scientifica serve per indicare gli strumenti dell’abuso nella formazione delle commissioni che sono “mezzo” per giungere al “fine”. Sembra quindi di poter concludere con un alto grado di fiducia, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il pilota e il gruppo dei suoi compiacenti collaboratori nelle commissioni di valutazione comparativa del settore AGR/01 si sarebbero procurati ingiusti vantaggi e avrebbero causato danni ingiusti per un lungo periodo di tempo e su tutto il territorio della Repubblica Italiana.
Materiali per una sociologia dell’università
http://www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem/nuocontri_1/paris.pdf
www.dipmat.unipg.it/~mamone/univ
Non riesce proprio a farsene una ragione, l'oncologo Massimo Federico. "E' come se un calciatore avesse vinto la coppa Davis", dice. A Modena è accaduto di recente un fatto assai curioso: un professore associato in dermatologia è diventato ordinario in una prova bandita dal corso di laurea in odontoiatria. L'idoneo ha 36 anni e si chiama Giovanni Pellacani. E' il figlio del rettore, Giancarlo Pellacani (che ha anche un altro figlio docente a Giurisprudenza). Durante la seduta per la chiamata, tre professori hanno votato contro. Uno di questi è l'ex preside della facoltà di Medicina, Maurizio Ponz de Leon: "Non si è mai verificato, almeno negli ultimi trent'anni di storia della nostra facoltà, che un ricercatore riuscisse a diventare ordinario in soli 6 anni e 4 mesi dalla nomina a ricercatore. Certo, potrebbe avvenire per meriti eccezionali. Ma, come visto dall'esame del curriculum, questi meriti non esistono".
Il docente insegna da sei anni, ha un'esperienza all'estero di soli due mesi e i suoi punti di Impact factor (il riscontro dell'attività di ricerca nelle pubblicazioni scientifiche), riguardano solo la dermatologia: non il Med50, il settore, cioè, per il quale ha vinto il concorso. Altra stranezza: "Il concorso non ha visto la partecipazione di nessuno degli associati e dei ricercatori della nostra facoltà". Federico dal canto suo fa osservare che "in Italia esistono 26 professori associati" di quel settore ma nessuno ha fatto domanda. E aggiunge: "Data la delicatezza della decisione, trattandosi di un procedimento che riguarda il rettore, chiedo che la votazione avvenga dopo che la facoltà sia stata edotta delle conseguenze di una chiamata che potrebbe rientrare nel campo della presunzione di nepotismo".
Federico chiede informazioni su dodici punti e qualche settimana dopo, non ottenendo risposte, denuncia tutto alla Procura. Da allora sta perdendo ogni incarico: dalla presidenza della commissione contratti e contenzioso alla direzione della scuola di oncologia. Una convenzione con l'Istituto superiore di sanità, che ha promesso 148mila euro all'università per le ricerche da lui coordinate, è bloccata. E persino nel giornalino dell'università si evita accuratamente di parlare della pur prolifica attività di Federico e dei suoi collaboratori. Il professore, però, non molla. E pochi giorni fa è tornato a chiedere le dimissioni del rettore.
Il magnifico, dal canto suo, reagisce: ha querelato il professore ribelle, che aveva illustrato, in un incontro pubblico, le analogie tra le sue ricerche sulle sindromi familiari e "l'albero genealogico della famiglia Pellacani".
Quello di Modena è solo uno dei tanti fronti caldi della protesta contro i presunti casi di nepotismo nelle università. L'altro è la Sapienza di Roma, dove le polemiche per il mancato incontro con papa Benedetto XVI sono riuscite a far passare in secondo piano la bufera che s'era addensata sul rettore, Renato Guarini. Pochi giorni prima dell'invito del pontefice, Guarini è stato iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio: la procura di Roma indaga su un possibile scambio di favori con l'architetto Leonardo di Paola, docente di Estimo ma anche presidente della Cpc, la società che si è aggiudicata i lavori (8,8 milioni di euro) per la realizzazione del parcheggio della città universitaria.
Di Paola è anche il presidente della commissione che ha promosso Maria Rosaria Guarini, figlia del rettore, a ricercatrice in Estimo. Anche in questo caso la denuncia è partita da un docente universitario, Antonio Sili Scavalli, già autore di un'altra denuncia sull'intreccio tra cattedre e appalti.
Alla Sapienza insegna anche Tommaso Gastaldi, ricercatore di Statistica. Mesi fa previde: una rivoluzione sta per scuotere l'università italiana. "Si sta creando un incredibile fronte compatto di persone di buona volontà che va da Napoli a Siena... Possiamo veramente creare un'onda sismica... - scrisse nel suo blog, Concorsopoli". I casi di Modena e Roma mostrano che il terremoto è già in atto: è la rivolta contro il sistema di cooptazione dei professori universitari, spesso assimilato all'affiliazione mafiosa. Dopo i primi scandali di Bari, Bologna, Firenze, Siena, Macerata, Messina e le inchieste che sono seguite, la parola d'ordine è attaccare la "razza barona", la casta che manda in cattedra figli, nipoti, cugini e amanti - ma anche amici e compagni di partito, frammassoni, colleghi di cordata.
Siti come quello di Gastaldi
(che ha creato un osservatorio per segnalare in anticipo i concorsi sospetti) si
moltiplicano. Si chiamano Ateneo pulito, Malauniversitas, Università degli
orrori, Ateneo palermitano. Diari dell'indignazione accademica curati da chi non
regge più lo strapotere degli ermellini.
Il pretesto può essere anche un convegno, come quello che si terrà sabato a
Pisa, organizzato dalla massoneria toscana. Su Il Senso della misura, il blog
curato dal docente Giovanni Grasso, si fa notare che "a Roma e a Pisa
l'università si apre al mondo in modo diverso. Credete che la libertà di parola
dei massoni sarà messa in discussione a Pisa? Credete che frange estremistiche
si ricorderanno che la Toscana è stato il cuore territoriale, quanto meno, della
P2?".
Nel suo Universitopoli, Marco Lanzetta, primo chirurgo italiano ad aver effettuato un trapianto di mano, ha pubblicato invece la sentenza del consiglio di Stato che lo proclama finalmente vincitore contro l'università di Varese. "I giudici riportano la legalità nei concorsi universitari", scrive. La sua, alla vigilia della riforma del sistema concorsuale - annunciata dal ministro Fabio Mussi per le prossime settimane - è una convinzione diffusa. E così il Tar di Palermo ha restituito a Maria Rita Gismondo, microbiologa della clinica Sacco di Milano, il posto da ordinario che le era stato soffiato da docenti che, è risultato poi, avevano spacciato per pubblicazioni scientifiche dei semplici atti congressuali. Lo stesso è successo a Bari, dove alcuni docenti di Diritto si sono presentati a un concorso, vincendolo, con fotocopie "edite" da un'anonima stamperia di Benevento. Sempre a Bari è stato necessario l'intervento del Tar perché un professore di biochimica ottenesse il laboratorio che gli spettava, negatogli dall'endocrinologo Francesco Giorgino, peraltro indagato dalla procura, insieme al padre, per il suo concorso da ordinario, grazie al quale ha ereditato la direzione del reparto.
Molti docenti "arrabbiati", ora, cercano di organizzarsi in un network. Fanno il tifo per i magistrati e trovano alleati anche oltre gli atenei. Come Paolo Padoin, prefetto di Padova, che alle nefandezze universitarie dedica una sezione del suo sito Rinnovare le istituzioni, scrivendo: "Manteniamo fiducia nell'azione della magistratura che, anche se in tempi biblici, dovrebbe arrivare alla definizione delle tante azioni penali pendenti in diverse sedi universitarie. Soprattutto la vicenda di Trieste, nella quale sono coinvolti quasi tutti i big di agraria, denunciati dal professor Quirino Paris... ".
Paris, docente della University of California: è emigrato lì dopo un feroce scontro con i suoi colleghi italiani proprio sulle procedure di selezione. Ha inventato un modello matematico delle parentopoli italiane e lo ha fatto pubblicare su una rivista on line americana.
Ovunque si grida alla prova truccata. I professori scrivono ai magistrati, avvertono carabinieri e finanzieri: la vita accademica procede per via giudiziaria. Chiami un docente e ti risponde: "Non posso parlare, sono in procura". Un ricercatore romano segnala in continuazione al ministero - che le gira ai pm - le sue previsioni sui vincitori dei concorsi. "In questo momento - anticipa - ce ne sono in corso due a Roma. In uno è stato richiesto, addirittura, che i candidati presentassero solo tre pubblicazioni. Una follia: significa tagliar fuori chi vanta decine di pubblicazioni internazionali".
Il Tar di Palermo, del resto, ha già sentenziato che non si può scendere, per decenza, sotto una soglia minima di dieci pubblicazioni. A Messina, l'università dove si sono laureati molti figli della 'ndrangheta, non si riesce invece a concludere un concorso di audiologia, in gestazione dal 2002. Tra i candidati, quattro nomi eccellenti: i due fratelli Motta, figli dell'otorinolaringoiatra napoletano Giovanni, e i due fratelli Galletti, figli dell'otorino messinese Cosimo. Due di loro (uno per famiglia) sono vincitori del famigerato concorso del 1988 annullato dalla Cassazione perché sfacciatamente truccato.
A giudicarli, in commissione, saranno tre professori universitari messi in cattedra dai loro genitori. Intanto, nel capoluogo siciliano s'indaga su un altro concorso, quello di Veterinaria, per il quale un gip ha deciso di sospendere il rettore Tomasello. A Siena, invece, una docente, assistita dall'avvocato Massimo Rossi, ha fatto aprire una nuova inchiesta: le è bastato allegare alla denuncia una mail, da lei intercettata, scambiata tra i commissari di un concorso. "Non mi sono sentita in imbarazzo nell'avanzare la proposta di scorrimento della professoressa T. a professore di prima fascia. La candidata ha un curriculum serio".
In effetti, otto mesi dopo la professoressa ottiene lo "scorrimento" a professore ordinario. Ma in Italia divinare il nome del vincitore è quasi la norma: il nome dell'idoneo è deciso in anticipo dalla facoltà nel momento in cui "chiede" il posto. Tutto il resto (pubblicazione del bando in gazzetta ufficiale, elezione dei commissari, loro convocazione nella sede con relativa ospitalità in albergo, prove scritte e orali) è un'inutile messa in scena che per ogni "valutazione comparativa" costa, in media, 20mila euro alle casse dello Stato.
Mentre l'università vive la sua "Mani pulite", i concorsi languono. I posti da associati e ordinari non si bandiscono da maggio del 2006, quelli per ricercatore sono stati, nel 2007, 1188 contro i 1618 del 2006 e contro i 2514 del 2005. Ora, però, stanno per ripartire: Mussi ha stanziato 40 milioni di euro e ha varato un nuovo regolamento che dovrebbe limitare la sfera d'influenza dei commissari, sottoponendo in prima battuta tutti i candidati al giudizio di revisori anonimi. E si torneranno anche ad assumere associati e ordinari. Ma non con il vecchio sistema di concorsi, considerato "un atto di ostilità che ha devastato qualità e bilanci": la riflessione è di Pier Ugo Calzolari, rettore di Bologna, e apre un altro sito di "controinformazione" sugli scandali accademici, Scienzemedicolegali.
L'ateneo bolognese è stato il primo a tentare di reagire agli scandali con un codice etico per prevenire le assunzioni di parenti negli stessi dipartimenti, molto frequenti durante il rettorato precedente del potentissimo Fabio Roversi Monaco. In Paesi come la Nuova Zelanda o il Canada norme di questo tipo già da anni correggono i conflitti d'interesse non solo tra parenti ma anche tra amici o tra colleghi di studi professionali privati che insegnano nell'università. Lo rivendicano anche molti docenti che vogliono il cambiamento.
A Bari, per esempio, è la battaglia del magistrato (e docente di diritto canonico) Nicola Colaianni e dell'associato Carlo Sabbà, che ha fatto aprire, con le sue denunce, l'inchiesta sui concorsi pilotati a Medicina interna nella quale figurano, tra gli indagati - oltre all'ordinario di Medicina interna Giuseppe Palasciano - anche nomi eccellenti, come il milanese Pier Mannuccio Mannucci. Nel capoluogo pugliese, però, dove famiglie come i Massari o i Girone hanno fatto il pieno di cattedre e dove i baroni avevano, fino a poco tempo fa, persino i posti barca gratuiti sul lungomare, le resistenze sono ancora fortissime. Una prima bozza, però, è stata approvata a dicembre e vieta esplicitamente l'assunzione di parenti e altri docenti all'interno delle facoltà. Forse qualcosa cambierà.
«Che faccia i nomi!», protestarono i rettori quando il ministro della Salute Girolamo Sirchia osò osservare come a Medicina e Chirurgia imperassero baroni e nepotismo, «in cattedra vanno tuttora i figli e i cognati». Eppure non era difficile, basta guardarsi un po’ attorno. L’ultima viene del Tar della Sardegna, la sentenza depositata il 9 settembre ha annullato il decreto di nomina a professore associato di Roberto Puxeddu, firmato dal rettore il 7 agosto 2001, e condannato l’Università di Cagliari a 3000 euro di spese legali. I giudici, accogliendo il ricorso d’un candidato escluso, parlano di «illegittimità conseguente a difetto di imparzialità». Il fatto è che nella commissione c’erano due professori, Antonino Roberto Antonelli (ordinario a Brescia) e Alberto Rinaldi Ceroni (Bologna), che il papà di Puxeddu, Paolo, oggi ordinario nella stessa università di Cagliari, aveva promosso in un concorso bandito il 4 agosto ’88, un concorso truccato. I casi della vita: allora Paolo Puxeddu era presidente della commissione e nel frattempo è stato condannato in via definitiva a un anno per falso e abuso d’ufficio. La sentenza d’appello del Tribunale di Roma, citata dal Tar, parlava di «delirio di potere», «interessi sfacciatamente nepotistici e di rafforzamento del potere personale o della fazione di appartenenza», «feudi baronali di famiglia» e «Repubblica delle banane» ma condannati e beneficiati sono al loro posto, stanno nelle commissioni giudicatrici e si presentano pure ai concorsi di altre cattedre perché non si sa mai, con la sentenza definitiva potrebbero perdere la loro.
Storia vecchia, almeno nel campo dell’Otorinolaringoiatria, che in compenso regala ogni giorno delle novità. Nel concorso dell’88 c’erano in palio sedici cattedre e passarono figli di papà e protetti. Bisogna partire da qui, dal padre di tutti gli imbrogli, per capire cosa sta succedendo ancora adesso, come in un gioco di specchi, da Cagliari a Messina, da Roma a Napoli. Lo scandalo scoppiò solo nel ’95, al processo furono condannati cinque docenti, tre della commissione più due padri di candidati. Altri tre professori, per abuso d’ufficio e violenza privata, furono riconosciuti colpevoli per un concorso del ’92, nove cattedre. La pena più alta, un anno e otto mesi, toccò a un luminare dell’Otorinolaringoiatria, Giovanni Motta, ordinario a Napoli e definito dai giudici «despota» della specialità; alla fine vinse anche suo figlio, Gaetano Motta, tuttora ordinario alla seconda università di Napoli. Le condanne della Corte d’Appello, il 1° dicembre 2000, sono state confermate in Cassazione 5 novembre 2001. Il ministero ha chiesto un parere al consiglio di Stato che ha risposto il 20 marzo 2002: il concorso dell’88 è nullo. E allora perché non succede niente?
«Semplice: perché la Corte d’Appello deve annunciare l’annullamento a tutti e 16 i docenti promossi col trucco, solo che a febbraio non erano arrivate quattro notifiche, non li avevano trovati!», sospira il professor Giorgio Molinari, uno dei candidati bocciati nell’88. Ora ha sessantotto anni, «ero associato di Audiologia a Padova e tre anni fa me ne sono andato in pensione anticipata, sapevo che avrebbero continuato a bocciarmi e dopo l’88 non mi sono più presentato ai concorsi da ordinario, non ne potevo più di vedermi passare davanti giovincelli che non avevano un decimo dei miei titoli». I sedici promossi di allora, finché c’è tempo, stanno cercando di risistemarsi. «Gaetano Motta, per dire, quest’anno è stato membro di commissione al concorso di Audiologia a Napoli e al contempo candidato a Catania e Messina». A Messina, in particolare, è stato bandito un posto da ordinario di Audiologia a cui partecipano due dei «figli di» promossi nel famoso concorso dell’88: oltre a Gaetano Motta, il figlio di Giovanni, c’e Francesco Galletti, figlio del professor Cosimo Galletti. Ebbene, tra i commissari d’esame sono stati nominati Raffaele Luciano Fiorella (ordinario a Bari) e Alberto Rinaldi Ceroni (Bologna), promossi docenti nello stesso concorso truccato dell’88. Altri due commissari, Desiderio Passali ed Enzo Mora, furono invece promossi dai papà Motta e Galletti in un concorso precedente, nell’84, peraltro regolare. Giorgio Molinari, sempre lui, ha presentato una dettagliata domanda di ricusazione dei commissari al rettore dell’università di Messina. Respinta.
Anche Paolo Puxeddu, tuttora ordinario a Cagliari, non s’è perso
d’animo. Prima che arrivasse il Tar, il 29 gennaio 2003, si è
dimesso con annesse maiuscole da «Direttore della Scuola di Specializzazione in
Otorinolaringoiatria» per «scadenza dei termini», e al suo posto è stato
nominato il figlio Roberto, quello promosso associato dai due professori
promossi dal papà nell’88. Nel verbale del consiglio docenti della scuola di
specializzazione si legge che «il professor Alessandro Riva, proposto dal
consiglio della scuola, dichiara la propria indisponibilità», quindi interpella
un paio di candidati che rifiutano e finalmente fa il nome di Roberto Puxeddu,
«il consiglio approva all’unanimità», da verbale risulta presente anche il
padre.
A Roma insegna invece Marco De
Vincentiis, ordinario di Otorinolaringoiatria alla Sapienza,
anche lui promosso in cattedra nell’88 e figlio del professor Italo, altro papà
condannato a un anno. Anche lui rischia di perdere la cattedra ma qualche mese
fa ha vinto l’idoneità a Firenze e intanto potrebbe ottenere un altro posto
sempre a Roma, presto si riunirà il consiglio di facoltà. Nella stessa facoltà
lavora come ordinario di Audiologia anche Mario Fabiani, 55 anni, uno dei
bocciati dell’88, «mi ribocciarono nel ’92 e alla fine ho vinto l’idoneità nel
2000, non ci speravo più», sorride, «anche se credo d’essere l’unico ordinario
d’Italia che non è primario, al Policlinico Umberto I faccio ancora i turni di
notte».
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2003/10_Ottobre/08/universita2.shtml
L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra
BARI - La stanza numero 24 è quella del professore Giovanni Tatarano, ordinario di Diritto privato. Suo figlio Marco insegna lì accanto, nella stanza numero 4. Sua figlia Maria Chiara riceve gli studenti proprio di fronte a papà, nella stanza numero 12. Tutta la famiglia in un corridoio. E non come quegli altri, che si sono sparpagliati invece su quattro piani e sopra cinque cattedre. Quegli altri che si chiamano Dell'Atti, tutti parenti, tutti docenti.
Ma mai tanti e mai tanto esimi come i Massari, nove tra fratelli e nipoti e cugini, probabilmente la tribù accademica più numerosa d'Italia.
Benvenuti all'Università di Bari, benvenuti nella città dove in pochi intimi si spartiscono il sapere e il potere.
Buongiorno, dov'è la stanza del professore Girone? "Girone chi?", risponde spazientito il vecchio custode di Economia e Commercio. Girone Giovanni il Magnifico Rettore o Girone Raffaella che è sua figlia?, Girone Gianluca che è suo figlio o Girone Sallustio Giulia che è sua moglie? In ordine, stanza numero 3, stanza numero 26, stanza numero 58, stanza numero 13. E aggiunge, sempre più infastidito il custode: "Poi se vuole parlare con un altro parente stretto dei Girone, ci sarebbe pure il dottore Francesco Campobasso, associato di statistica, che è il marito della professoressa Raffaella, quinto piano, stanza numero 19".
E' cominciato così il nostro viaggio in quel labirinto che è l'Ateneo pugliese, concorsi pilotati, test truccati, esami comprati e venduti, tentate estorsioni e una Parentopoli che è ormai al di là del bene e del male. Lo scandalo sta dilagando. E a Bari, per la prima volta la razza barona trema. Sussurri, voci, grida. Si sta scoprendo un vero verminaio nell'Università dalle più antiche tradizioni delle Puglie. Facoltà dopo facoltà, dipartimento dopo dipartimento. E anche sotto la spinta di una valanga di anonimi.
Sono tanti i Corvi che volano nel cielo di Bari in queste settimane di paura. Raccontano di tutto e di tutti, spiegano in lunghe lettere (con tanto di allegati grafici e di alberi genealogici) come una mezza dozzina di clan accademici hanno allungato le mani sull'Università. "Arrivano ogni mattina sulle scrivanie dei sostituti con la posta prioritaria", confessa il procuratore aggiunto Marco Dinapoli, il magistrato che coordina le indagini sulla pubblica amministrazione. Denunce di combine nelle commissioni esaminatrici, nomi, cognomi, favori incrociati per piazzare di qua e di là consanguinei o amanti, fidanzati e generi. Ci sono inchieste aperte dappertutto. A Veterinaria e a Matematica, a Scienze delle Comunicazioni, a Cardiologia, a Ginecologia, a Genetica, al Politecnico. Ma è Economia e Commercio - dove il rettore Giovanni Girone è ordinario di Statistica - che è il cuore della razza barona barese, è in quell'edificio grigio a cinque piani il suq delle cattedre.
Sono tutte qui le grandi famiglie accademiche, tutte super rappresentate a cominciare da quella del Magnifico fino agli illustrissimi Massari, tre fratelli - Giansiro, Lamberto e Lanfranco - e poi un nugolo di figli ricercatori. Concorsi a regola d'arte, carte naturalmente sempre a posto come vuole la legge. Tanto a vincere sono soprattutto i parenti. Il preside della facoltà si chiama Carlo Cecchi e allarga sconsolato le braccia: "A me i professori me li regalano le commissioni aggiudicatrici dei concorsi: cosa posso fare io? Io non sono mai stato nelle commissioni di esami".
Senza vergogna e senza pudore una dozzina di clan accademici, anno dopo anno, si sono impadroniti dell'Ateneo. "E' come se ci fosse stata una competizione tra alcuni professori a chi riusciva a collocare più membri del proprio gruppo familiare", commenta Nicola Colaianni, ex magistrato di Cassazione, il docente di Diritto pubblico nominato dal senato accademico a presiedere una commissione d'inchiesta sui buchi neri dell'ateneo. La sua relazione finale l'altro ieri è finita dritta dritta alla procura della Repubblica.
Ci sono i clan ad Economia e Commercio e ci sono quelli al Policlinico, altro girone infernale della cultura universitaria pugliese. Clan e ancora clan, lo scambio di promesse per un posto di ricercatore o di associato, i figli e i nipoti tutti specializzandi, sempre gli stessi nomi che occupano le stesse cattedre: i Ponzio a Lingue, i Foti al Politecnico e via via tutti gli altri. Fino alle grandi famiglie dei "professori" del Policlinico. Quasi tutti hanno trovato un dottorato di ricerca o un incarico nella stessa clinica del padre o dello zio o del cugino. A Psichiatria. A Ortopedia. A Neurochirurgia. A Endocrinologia. A Chirurgia generale. Un elenco infinito. Con il 40 per cento circa dei figli dei primari nella stessa facoltà dei padri e, molto spesso, nella stessa struttura operativa. Con l'età dei "fortunati" parenti a volte molto sospetta, mediamente dieci anni più bassa di quella dei loro colleghi senza blasone.
Privilegi di casta e anche qualcosa di più. Come quell'holding che gestiva concorsi con il trucco a Cardiologia, il fondatore della scuola barese Paolo Rizzon arrestato per associazione a delinquere "finalizzata al falso e alla corruzione", secondo i giudici un componente di rango di una sorta di Cupola che "dirigeva" gli affari della cardiologia. E non solo in Puglia. O come il primario di Ginecologia e ostetricia Sergio Schonauer, indagato per avere votato una commissione che avrebbe dovuto giudicare suo figlio Luca per un posto di ricercatore nella sua stessa clinica. E' la prepotente "normalità" di questa Bari universitaria che si sente impunita, è l'intrigo alla luce del sole, l'omertà delle complicità estese.
Rettore, ma cos'è questa sua Università, una sola grande famiglia? Prima Giovanni Girone travolge con la sua mole un gruppo di giornalisti e si fa sfuggire un magnifico "vaff...", poi si scusa, minaccia la solita querela a chiunque parli o scriva dei suoi e degli altri parenti cattedratici, finalmente si placa e ci fa entrare nella sua stanza. Alle sue spalle due grandi foto, una di Padre Pio e l'altra di Aldo Moro. E alla fine Girone sospira: "I nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti. E nel caso di mia moglie e dei miei figli è stato tutto regolarissimo: quel che conta è soltanto la produzione scientifica". Così parla il Magnifico rettore dell'Università di Bari, l'ateneo delle grandi tribù.
su http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/scuola_e_universita/famibari/famibari/famibari.html