Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità
tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con
professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di
mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha
voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono
propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande

TUTTO TORINO
I TORINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
Quello che i Torinesi non avrebbero mai potuto scrivere.
Quello che i Torinesi non avrebbero mai voluto leggere.
di Antonio Giangrande
MAI DIRE INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE: “MESSI A TACERE PERCHE’ RICERCAVAMO LA VERITA’….”
In questo campo, io Antonio Giangrande, mi sono imbattuto quando svolgevo l’attività forense. Professione che fatta da me in modo etico, ha portato gli operatori della giustizia ad adottare atti di ritorsione, che mi impediscono di proseguirla. La mia testimonianza sui casi di malagiustizia da me affrontati, o di cui sono venuto a conoscenza, hanno indotto i magistrati a far chiudere i miei siti web e di processarmi per diffamazione a mezzo stampa. Ad oggi, nonostante che a giudicarmi siano gli stessi magistrati criticati, nessuna sentenza di condanna ha sporcato la mi onorabilità. E quantunque fosse stato il contrario, sarebbe comunque salva la mia dignità. Il tutto ben illustrato nel dossier ingiustizia a parte. Perché il potere ti dice: subisci e taci. La Mafia ti distrugge la vita, lo Stato di uccide la speranza. In Avetrana, una mia cliente, alla morte del padre, quale unica erede, riceve centinaia di milioni di lire. Il fratellastro, che da tempo non aveva rapporti con loro, al fine di impossessarsi dell’eredità, promuove il procedimento d’interdizione per dichiarare incapace d’intendere e volere la stessa sorella. Contestualmente, presenta esposto penale, ritenendola vittima di circonvenzione d’incapace a seguito di condotta di un’altra parente. Il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, non nuovo ad abusi giudiziari, in violazione degli artt.257 e 322 c.p.p., sequestra tutti i beni, compresi quelli di sostentamento, senza notifica del decreto per poter opporre richiesta di riesame. Inoltre attiva, d’ufficio, altro procedimento d’interdizione. Nei tre procedimenti, 1 penale e 2 civili d’interdizione, per anni si impedisce il diritto di difesa all'interdicenda, perché non gli viene nominato un difensore d’ufficio, né gli viene nominato il curatore-tutore provvisorio per la nomina del difensore di fiducia. Si abbandona l’interdicenda e la si sente dopo anni, anziché dopo giorni, in procedimento d’interdizione, in udienza pubblica, alla presenza di decine di spettatori divertiti. Il sottoscritto, suo difensore, pur con regolare abilitazione al patrocinio legale, operando nell’interesse dell’assistita nei molteplici mandati extragiudiziari, sol perché è Praticante Avvocato con patrocinio legale, viene indagato per esercizio abusivo della professione e per gli effetti anche di circonvenzione d’incapace, nonostante non fossi io il denunciato dal fratellastro, e lo viene a sapere dal fascicolo del P.M., segretato per le indagini in corso, ma alla mercé pubblica del procedimento d’interdizione. Tutti gli atti richiesti al sottoscritto sono stati consegnati senza sapere di essere indagato e senza la presenza del difensore. Non si indaga in suo favore, per accertare la regolare abilitazione con il patrocinio legale, né viene sentito su fatti e circostanze. Al sottoscritto gli viene impedito di nominare un difensore, in quanto gli si impedisce l’accesso al gratuito patrocinio, perché gli viene comunicato il limite di reddito di lire 11.260.000, anziché lire 18 milioni. Così come fanno altre Procure per altri accusati. Inoltre per 3 rituali richieste di accesso al gratuito patrocinio non viene dato riscontro, nemmeno per il diniego. Il PM, ricevendo la prima richiesta, invia al GIP parere negativo, che diniega, ma non comunica. Il PM, ricevendo la seconda richiesta, inviata al GIP tramite carabinieri, la fa sparire. Il giudice del Tribunale di Manduria, nell’udienza del 4 novembre 2003, rigettando la terza richiesta impone la nomina illegale preventiva dell’avvocato, nominandolo ella stessa, in violazione della legge, che stabilisce la scelta dell’avvocato, da parte dell’imputato, solo ad ammissione avvenuta al gratuito patrocinio. Il giudice viene sostituito per altri motivi ed il successore, nonostante le illegalità e gli abusi, rigetta l’istanza di annullamento e rinvio al GIP degli atti processuali. Insomma, dopo anni è stata impedita la difesa, per una condanna scontata. Al sottoscritto indagato non gli si impedisce di reiterare il presunto reato, perché continua a lavorare per la persona offesa dallo stesso reato, abbandonata da tutti, e continua a lavorare per altri. In violazione dell’art.50 c.p.p. non si indaga sui veri responsabili, oggetto di denuncia. Inoltre, in udienza di interdizione, il Giudice, alla richiesta del sottoscritto di attivarsi, affinché l’interdicenda potesse esercitare il suo diritto di difesa, lo sbatté fuori fisicamente a spintoni, sbattendogli dietro la porta, sfiorandoli la spalla. Questo nonostante fosse stato il Giangrande stesso a portare la donna in udienza, cosa che avrebbe dovuto fare, invece, il fratello o l'autorità giudiziaria. Ad istigare il Giudice era il legale del fratellastro, che nella stessa udienza, derideva il sottoscritto, sua controparte, per essere praticante, fino a farlo cacciare dall’aula, affermando, che i Praticanti possono solo esercitare presso i Giudici di Pace. In sede di udienza preliminare, il GUP, anziché effettuare reale udienza preliminare con contraddittorio delle parti, si limita a ratificare tout cour la richiesta di rinvio a giudizio, senza dare modo di interloquire. In tale sede, pur denunciando la nullità degli atti di indagine, le cause di non procedibilità, ovvero le cause di giustificazione, il GUP, non sente ragioni. L’avvocato nominato d’ufficio per il sottoscritto, non si presenta nemmeno. L’avvocato nominato in udienza in sua sostituzione, non se ne frega niente del suo assistito. Egli è silente e inattivo. L’interdicenda, addirittura, in udienza era assente e non rappresentata per la mancanza di nomina del difensore o del curatore-tutore giudiziale provvisorio. Con questo stato di cose si è impediti, inoltre, ad essere interrogati, a conoscere gli atti del P.M. e a costituirsi nei termini, decadendo dal diritto di chiamare testi e produrre prove a discarico. La stessa cosa è nel proseguo presso il Tribunale di Manduria, dove è disattesa l’ennesima istanza di accesso al Gratuito Patrocinio e dove è impedita la nomina dell’avvocato di fiducia. Lo stesso Presidente della Camera Penale, iscritto nell’elenco degli avvocati del gratuito patrocinio, rifiuta il mandato. L’interdicenda abbandonata da parenti ed Istituzioni, impedito l’aiuto del sottoscritto e ritenuta capace da tutti, improvvisamente, viene allontanata dalla sua casa e ricoverata coattivamente presso un ospedale, presumibilmente, psichiatrico. All’uscita essa entra in uno stato di depressione senza soluzione di continuità. Non si poteva non presentare alla procura di Potenza le denunce penali contro i magistrati. Invece la Procura di Taranto dichiara in udienza che non esistono denuncie presentate presso di loro, né presso altre Procure. Dichiarazioni mendaci confermate dalla Procura di Potenza. La Procura di Potenza si affretta ad archiviare la denuncia del 02/09/03. Lo stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, denunciato, per ritorsione alle battaglie di legalità, impedisce l’accesso al gratuito patrocinio al Giangrande per due procedimenti civili. Nel primo procedimento civile era controparte lo stesso Consiglio dell’Ordine, dichiarato contumace, e l’INPS; nel secondo procedimento civile era controparte l’INPS. La seconda causa è stata tenuta da un avvocato, che per 10 anni non ha svolto fedele patrocinio, chiedendo ed ottenendo, sistematicamente, il mero rinvio, rasentando la soccombenza e decadendo dal diritto di chiamare i terzi garanti in causa, i quali erano titolari della esattoria comunale e per questo delegati dall’INPS ad incassare le somme richieste per i contributi previdenziali. Esattori che, sembra, non hanno versato al delegante le somme percepite. In seguito alla doverosa e necessaria estromissione dell’avvocato, avendone le qualità, si è attuata la difesa personale da parte dell’istante, ex art.86 c.p.c., così come è stato fatto per l’altro procedimento, fino a che non è scaduto il patrocinio legale, con conseguente indigenza e mancanza di difesa. COMUNQUE IN DATA 14 LUGLIO 2009 SI E’ PRONUNCIATO IN APPELLO IL NON LUOGO A PROCEDERE PER ANTONIO GIANGRANDE E LA CONDANNA DI CIRCONVENZIONE D’INCAPACE ED ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE E’ DECADUTA.
Questo a Taranto, nel Sud dell’Italia. Ed al Nord?
Che fine ha fatto la professoressa Borgna? Questo si chiede Alessandro Barbaglia della “Tribuna Novarese”. Tutto comincia così con una domanda che la testata torinese “Cronaca Qui” nel gennaio 2009 fa risuonare dalle proprie colonne. Che fine ha fatto? Rapita? Confinata all’ospizio? Fatta interdire da avidi parenti con l’intenzione di spartirsene l’eredità? O forse semplicemente ricoverata in una struttura adatta ad accogliere le esigenze di un’anziana 83enne resa sorda dagli anni o dai ricordi di una vita difficile, molto difficile? Le ipotesi in quel gennaio freddo sulla stampa si fanno roventi. Anche fantasiose. Salta fuori pure una lettera (autentica) firmata dai vicini di casa della professoressa che racconta quanto sia stato anomalo quel ricovero forzato eseguito per far sparire la vecchia professoressa di latino e greco definita “donna lucida e sempre presente e sé stessa, eppure è stata caricata a forza su un’ambulanza, legata e portata via: era evidente che c’era qualcosa di poco chiaro”. Ma chi è la signora Borgna? E perché ricordare oggi questa vicenda torinese e passata? Perché quella domanda, quella che poneva ai lettori “Cronaca Qui”, ha aperto un vortice di strane vicende fatte anche di minacce ed intimidazioni che ha allargato le proprie spire fino a coinvolgere un’assistente sociale novarese che si è interessata del caso, ha proposto una chiave di lettura della vicenda drammaticamente differente da quella che i giudizi ed i tutori legali stavano seguendo ed è stata radiata dall’ordine professionale con gravi accuse: aver rivelato a terzi informazioni sul conto della propria cliente; aver contattato la persona interdetta senza autorizzazione; aver effettuato attività professionale senza aver ricevuto compenso ed incarico. Radiata perché ha fatto il suo lavoro. Inoltre questa storia vede imputata un’altra donna finita in questo ciclone: la badante della professoressa Borgna accusata di circonvenzione d’incapace. Ma cosa è successo? Che storia e cosa si nasconde dietro il mistero della scomparsa professoressa Borgna e della radiazione dell’assistente sociale novarese? Proviamo a ricapitolare la vicenda, proprio con lei, l’assistente sociale Luigia Padalino, specializzata tra l’altro, in psichiatria forense. «Inizia quasi tutto per caso – spiega – Una mattina di oltre un anno fa quando mi sono imbattuta nella lettura di alcuni articoli del giornale “Cronaca Qui”. Si raccontava della sparizione, o del ricovero forzato, di un’anziana professoressa, la signora Borgna e delle accuse rivolte alla badante della donna: circonvenzione d’incapace. In quegli articoli c’era qualcosa che non mi convinceva, le modalità con cui la donna era stata prelevata dalla sua abitazione sembrava una deportazione: polizia, finanzieri ed infermieri che l’hanno addirittura legata. Tutto ciò per una pacifica donna di 82 anni.» in realtà, secondo gli atti, la donna era stata interdetta un anno prima e affidata ad un tutore. «Già, anche questo era un elemento anomalo: il nuovo tutore legale era l’avvocato che accusava la badante di circonvenzione d’incapace: mentre sulle capacità mentali della donna ci sono lettere lucidissime inviate poco prima del sequestro ad un amico di vecchia data. Una persona interdetta non potrebbe scrivere lettere tanto precise». Insomma la questione la incuriosisce e cosa fa? «Mi occupo di malagiustizia e malasanità, anche in forma privata e gratuita: quando ho letto la storia della professoressa ho inviato una mail al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli chiedendogli di non sottovalutare il caso, presentava anomalie, mi ricordava altre vicende simili e drammatiche in cui donne anziane, e molto ricche come la Borgna, erano state fatte internare dai parenti per potersi spartire l’eredità». E lei a Caselli fa presente questa ipotesi? «No, assolutamente no, chiedo solo di prestare attenzione al caso perché poteva presentare anomalie». La mail parte ad inizio gennaio, due giorni dopo l’assistente novarese viene convocata in procura. A Torino. «Mi sono stupita molto, nemmeno credevo l’avrebbero letta quella mail, e invece nel giro di pochi giorni mi convocano, mi interrogano e mi chiedono cosa sapessi di quella storia. Il bello è che io non sapevo nulla, richiamavo l’attenzione della Procura al caso. È a quel punto che ho la conferma che tutta quella situazione è anomala: perché la procura di Torino ha voluto sentirmi? Cosa supponeva potessi sapere? Perché è scattata sull’attenti appena ho nominato il caso della ricca professoressa fatta interdire e poi ricoverare con la forza? Qui inizi il gorgo del mistero. L’assistente sociale incontra la badante della professoressa Borgna, accusata di circonvenzione di incapace ai danni della Borgna, e la versione dei fatti che la donna fornirà sarà sconcertante. «La badante era accusata in sede penale sulla base di un’unica prova: nel suo appartamento era stato ritrovato un testamento a firma della Borgna a lei favorevole. L’avvocato dell’accusa, nonché tutore della Borgna, non ha dubbi: la badante è colpevole. Senza averla mai ascoltata, altrimenti avrebbe appreso dell’altro, di un complotto ordito da persone vicine alla Borgna nei confronti della professoressa: in una lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri, la donna racconta di persone che le si aggiravano in casa e le sottraevano mobili, oggetti preziosi e documenti … E’ per quello che la Borgna aveva chiesto alla badante di conservare il testamento: per evitare che sparisse! La Borgna collezionava mobili antichi, oggi in casa sua non ce ne è più nemmeno uno. Dove sono finiti?» questa è una sua tesi? «Questo è quanto si evince dal racconto della badante e dalla lettura della lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri di Torino e mai considerata quel che succede poi è un “giallo”. Con regolare assunzione d’incarico svolgo tre indagini sociali per conto della badante sollevando interrogativi inquietanti corredandole di documenti e testi che nessuno aveva considerato arrivando però alla sbrigativa conclusione che la badante fosse responsabile di qualcosa. Tre indagini sociali che finiscono negli atti processuali contro la badante, privati degli allegati dei documenti dei testi». E il processo ha preso in considerazione le sue indagini? «Il processo non è ancora iniziato (la prima udienza è fissata per oggi ) ma l’accusa invia le perizie, prive degli allegati fondamentali, all’ordine degli assistenti sociali che mi ha sospeso per un anno sostenendo che, per stenderle, avevo agito in maniera deontologicamente scorretta. Un bavaglio che ha messo a tacere me e tutti quelli che, anche con intimidazioni, come dimostrato dalle mie indagini sociali, tentavano di presentare la vicenda sotto altre vesti, cercavano di sollevare dubbi sulle monolitiche verità che erano state assunte: la colpevolezza della badante, il corretto internamento della Borgna, l’affidamento del suo patrimonio ad altri. Ho cercato di fare il mio lavoro, di cercare la verità, forse ho toccato tasti o interessi che non andavano nemmeno sfiorati…». Mentre il processo sulla colpevolezza della badante è ancora tutto da dibattere, l’assistente sociale, Luigia Padalino, scusate il giro di parole, paladina della giustizia: è radiata dall’Ordine. “NESSUN COMMENTO, MA LA SANZIONE POGGIA SU MOTIVAZIONI SERIE”. La storia di Luigia Padalino è complessa e scivola in temi per cui le colonne del giornale rischiano di essere strette. Dall’ordine degli assistenti sociali di Torino, organo da cui è partita al sospensione annuale nei confronti dell’operatrice novarese, sulla questione c’è un riserbo totale. «E’ impensabile- ci spiega Povero Graziella, segretaria dell’ordine- che si possano fare commenti ad una sospensione che è un atto ufficiale e notificato su cui incide il segreto professionale e la tutela della privacy». Quindi per capire cosa ha spinto l’ordine ad assumere il provvedimento disciplinare contro Padalino, che bisogna fare? «Chiederlo a lei e attenersi agli atti. È chiaro però che se l’ordine ha deciso per la sospensione, non ha agito in maniera sconsiderata: è in possesso di atti e ragioni che lo giustificano e lo motivano chiaramente. Tutti atti e ragioni di cui non si può sapere nulla. All’interessata tutto è stato spiegato e tutte le carte che la riguardano le sono state consegnate. Se la signora dovesse avere qualcosa da ridire è libera di impugnare il provvedimento davanti al consiglio nazionale, ma noi non siamo tenuti a dare ulteriori spiegazioni».
Già! Peccato che il potere non può tacitare una verità inconfessabile e censurata dai media.
Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze? A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare. Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici. Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti. L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca. La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono. La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano. E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finchè la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre). Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una organizzazione truffaldina. Ancora anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi». A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro. Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione. Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari. Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini». Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia». Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente». Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno. Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre. E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani). Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli. Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte. Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano. Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti. Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania». Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni. Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani. Questa inchiesta sulla Crosignani e sulla Mariani è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perchè forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara.
PADANIA: PO’ LENTONIA? BARBARIA? NO, LADRONIA!
“TERRONI FUORI DAI MARONI”
Sembra l’inno di vittoria di Roberto Maroni a discapito di Bossi e del suo entourage. Per il potere si passa sui corpi di figli ed amici: uguale come sempre; uguale come tutti. Italiani……Lo scorso Natale 2011, quando il cerchio magico picchiava duro contro Roberto Maroni accusandolo di volersi prendere la Lega, l'ex ministro dell'Interno chiese un incontro alla moglie di Umberto Bossi. Lei, la signora Manuela Marrone, è indicata come fulcro del clan di Gemonio nonché vera leader del Carroccio. Alla fine, il faccia a faccia non si fece. La Manuela snobbò la richiesta di Bobo.
I rapporti tra i due sono gelidi da tempo. L'ultima volta che si videro fu nel 2010, a casa Bossi, quando Maroni si presentò per portare il regalo di Natale a Umberto. Poi, il nulla. Solo frasi riportate e tanto veleno, con la signora pronta a ripetere al marito: attento a Roberto, vuole prendere i soldi della Lega e farsi un altro movimento. Gli stessi concetti venivano ripetuti al leader da Rosi Mauro e dagli altri esponenti del cerchio magico. Anche per questo Bobo ha deciso di non forzare la mano diventando capogruppo alla Camera al posto di Marco Reguzzoni. Per dimostrare di essere disinteressato ai quattrini (a Montecitorio il gruppo padano può gestire alcuni milioni di euro) lasciò campo libero al trevigiano Gianpaolo Dozzo, "accontentandosi" della testa del rivale Reguzzoni. In più, nonostante il passo indietro di Umberto e del Trota, pare che la famiglia del fondatore non voglia mollare. Tanto che all'inizio ha giustificato a Bossi senior lo scandalo dei rimborsi elettorali come una vendetta di Bobo, forte degli agganci con la magistratura e i servizi segreti che ha coltivato da responsabile del Viminale. E la base lo sa. La polemica è nata dalla contestazione di alcuni militanti in via Bellerio. "Traditore, traditore". Così i militanti hanno urlato a un'auto con i vetri oscurati che usciva dalla sede della Lega. I manifestanti pensavano che a bordo di quella macchina ci fosse Roberto Maroni. L'ex ministro dell'Interno, in lizza per la leadership del Carroccio e da tempo rincorso dalle voci sulla sua presunta volontà di voler scalzare Bossi, non si trovava però a bordo di quell'automobile. Il volantino - I militanti della Lega Nord, presenti fin dalla mattina di giovedì 5 aprile 2012 davanti a Via Bellerio per manifestare il loro sostegno a Umberto Bossi, hanno anche poi distribuito dei volantini sui quali era riportato un brano del Vangelo di Matteo e sul quale vi erano le foto del Senatùr e di Maroni, accostate a quelle di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Ossia una doppia versione del Gesù (Bossi e Berlusconi) e del Giuda (Maroni e Fini). Chiarissimo il testo che accompagna l'immagine: "Il traditore aveva dato loro un segno dicendo: 'quello che bacerò è lui, arrestatelo'. Subito si avvicinò a Gesù e disse: 'Salve rabbi'. E lo baciò".
Invece l’epilogo: vergogna padana, anziché orgoglio padano. Ma è proprio per la ricorrenza dell’orgoglio padano a Bergamo del 10 aprile 2012, armati di scope e ramazze, le camicie verdi chiedono di fare pulizia. "Sono giorni di passione, di dolore. Ma anche di rabbia e di onta perché trattati da partito di corrotti". Con queste parole Roberto Maroni sintetizza il clima che si respira nella Lega, sottolineando "l'orrore per le accuse di collusione con la 'ndrangheta e con la mafia". Il ritornello è uno solo: "Bisogna fare pulizia, chi sbaglia paga e chi ha preso i soldi li dovrà restituire". E così l'ex ministro, chiedendo di anticipare il congresso federale a giugno, snocciola uno ad uno i passi indietro, prima quello di Umberto Bossi e poi quello di Renzo Bossi. E tra la folla che fischia i nomi del figlio del Senatùr, quello di Francesco Belsito e quello di Rosi Mauro, Maroni annuncia: "Giovedì l'ex tesoriere sarà espulso e ci penserà la Lega a dimettere il presidente del sindacato padano che finalmente sarà guidato da un padano vero". Ed ecco dove si voleva arrivare: fuori i terroni dalla lega. Ed ai terroni ben gli sta di rinnegare le loro origini e di calpestare la dignità ed onore loro e della loro terra. Non solo loro rubano e la colpa la danno a “Roma Ladrona”. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ospite di Ballarò su RAI 3 sbotta: ma questi padani alla fonte del Po cosa bevono: acqua o grappa?? Esce il vero volto dei “duri e puri” polentoni: come se fosse cosa di cui vantarsi. Maroni gioca in casa a Bergamo, con la platea piena dei suoi sostenitori. Gli altri: epurati.
"Da oggi si cambia", dice Maroni elencando le sue regole per una nuova Lega Nord: "Uno: i soldi alle sezioni e ai suoi militanti. Seconda regola: meritocrazia. Terza regola: largo ai giovani. Quarto: fuori chi viola il codice padano". Ma soprattutto - il più amato dei triumviri lo ricorda spesso - "la Lega non è morta e riparte da qui. Basta con la caccia alle streghe, con i complotti, con le scomuniche, con le fatwe e con i cerchi, ora è importante l'unità del movimento". E il Senatùr rincara la dose: "Vogliono dividerci per colpirci. Bisogna smettere di dividersi: crea varchi per il nemico, che è il centralismo romano". Bossi arriva a chiedere persino un giuramento "su chi deve dirigere la Lega, perchè non ci siano più discussioni nè divisioni". Poi aggiunge: "Il cerchio magico non esiste. Ora dobbiamo essere tutti uniti: noi non scompariremo, basta fare il gioco degli altri". Per quanto riguarda l'inchiesta, il leader della Lega è convinto che "le cose sono organizzate: è una specie di complotto. Quello che è avvenuto è il tentativo di distruggere la Lega. Non possono farla sparire per decreto e fanno il ragionamento: se togliamo i soldi del finanziamento...". E, dopo aver ricordato come Belsito è arrivato al Carroccio, Bossi commosso si è scusato con il popolo padano: "A me spiace non solo per la Lega ma anche per i miei figli. Chiedo scusa perché i danni sono stati fatti da chi porta il mio cognome". Si passa sui corpi di figli ed amici. Bah!
E insomma pare che Maroni si sia preso la rivincita di quando nel 1994, a un passo dall’espulsione, fu costretto ad un umiliante autodafe’, tanto da far dire alla Pivetti, allora ancora in auge, che sembrava un “rieducato di Pol Pot”. L’esibizione del feticcio Bossi sul palco di Bergamo costringendolo a umilianti pubbliche scuse è però al tempo stesso un segnale di forza e di debolezza. Il segnale di forza consiste appunto nell’esibizione del feticcio, a mo’ di burattino. Il segnale di debolezza risiede nel fatto che Maroni, per aspirare al comando, deve esibire il feticcio, per ottenerne, anzi estorcerne, l’investitura di fronte ai militanti. Insomma Maroni ammette implicitamente che non ha la forza, o la voglia, prendere il partito manu militari dimostrando, alla fin fine, di non aver capito la genesi dei problemi della Lega che risiedono, tra le altre cose, nel personalismo del partito, la cui transizione passa per investitura dall’altro, come in una monarchia, e non in una elezione dal basso. Il “cerchio magico” quale espressione della corte del principe ne è la conseguenza diretta, e il sostituire il despota rincoglionito con un sovrano sognante, non cambia i termini della questione, perché il sovrano necessita comunque di una corte e al “cerchio magico“ ben presto si sostituirà una “confraternita maronita“. Inoltre la questione è anche pericolosa per lo stesso Maroni. Basta guardare il povero Alfano, che dopo essere stato nominato, ha scoperto che gli manca quel quid per diventare effettivamente il leader del partito, nonostante gli innumerevoli guai del suo predecessore. Purtroppo per Maroni questa concezione è insita nella Lega fin dalle sue origini. Il “padroni a casa nostra” sottintende che il problema non e’ l’organizzazione della casa, ma il suo padrone, nella visione leghista. E così anche il loro tanto gabellato federalismo non è altro che una somma di centralismi regionali, che non intaccano i problemi della cosa pubblica della sua organizzazione, gestione ed efficienza, e infatti appena si sono assisi sulle cadreghe locali hanno cominciato a comportarsi come tutti gli altri.
Umberto Bossi e Roberto Maroni sono saliti insieme sul palco a Bergamo per la serata dell'orgoglio leghista e sono stati accolti dal coro "Lega" scandito dalla base. Insieme a loro, anche Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, oltre al segretario provinciale di Bergamo, Cristian Invernizzi e il presidente della Provincia, Ettore Pirovano. I giovani padani si sono presentati con simboliche scope di colore verde, simbolo della pulizia che vogliono fare dentro al partito. "Sono giorni di passione - ha detto Maroni - di dolore ma anche di rabbia per l'onta che abbia subito per essere considerati un partito di corrotti, per Umberto Bossi che non si merita quello che è successo. Ho provato anche orrore per le accuse di collusione con la 'ndrangheta e la mafia. Da stasera noi ripartiamo con le nostre straordinarie battaglie. La Lega non è morta e non morirà mai. La Lega è potentissima, non ci sono cerchi che tengano". Il partito, ha aggiunto, dimetterà Rosy Mauro e venerdì espellerà Francesco Belsito. «Mi spiace che Rosi Mauro non abbia accolto la richiesta del nostro presidente, ma se non si è dimessa ci penserà la Lega a dimetterla - ha annunciato l'ex ministro dell'Interno - Così finalmente - precisa - forse potremo avere un vero sindacato padano, guidato da un padano vero». Maroni ha parlato poi del leader storico: "Umberto Bossi non si merita quello che è successo. Conosco Umberto da 40 anni e non c'entra niente". "Dobbiamo anticipare entro giugno il congresso federale per dare una guida salda alla Lega", ha proseguito. Poi è intervenuto Umberto Bossi che ha detto: "Siamo capaci di ripartire e siamo stati vittima di un complotto", ha detto l'ex segretario. "Penso che quando ci presenteremo davanti al Padreterno - ha insistito - ci chiederà quanto volte siamo stati capaci di ripartire. Questo vuol dire Pasqua: ripartenza. Siamo vittime di una specie di complotto, come è possibile che nessuno si è accorto che l'amministratore, come dicono ora alcuni, era vicino a famiglie mafiose". "'Non e' vero che Maroni sia un traditore, bisogna che si smetta di divedere la Lega: questo crea varchi per il nemico che è il centralismo romano. La cosa principale che dobbiamo decidere questa sera è un giuramento su chi deve dirigere la Lega, perché non ci siano più discussioni né divisioni", ha detto ancora. Ma un'ammissione importante il leader leghista l'ha fatta, scusandosi per il figlio Renzo: "Chiedo scusa perché danni sono stati fatti da chi porta il mio nome".
Intanto, dopo voci di imminenti dimissioni di Rosi Mauro da vicepresidente del Senato, è stata la stessa esponente leghista a smentire nella serata del 10 aprile 2012 a “Porta a Porta” di Bruno Vespa questa possibilità. «Perché dovrei? - ha detto nel corso della registrazione di 'Porta a Porta' - Innanzitutto voglio spiegare come stanno le cose e dire la verità, e poi vedremo -ha aggiunto - In questi giorni - ha proseguito - mi sono accorta del potere che ha l'informazione e ho il diritto di difendermi. Lo farò parlando in Aula in Senato. Non ho nulla da nascondere e ho tutte le prove per rispondere alle accuse». Rispondendo poi a una delle principali contestazioni ha sostenuto: «La Lega Nord non ha mai dato un euro a Rosy Mauro, ha fatto donazioni solo a Rosy Mauro in qualità di segretaria del Sindacato Padano. La direzione del partito era informata». Quanto all'accusa di essersi comprata una laurea in Svizzera con i soldi della Lega, la senatrice ha spiegato: «Non mi ha mai sfiorato l'idea». Mauro ha poi smentito che Pierangelo Moscagiuro sia il suo compagno. «Questa - ha risposto - è un'altra nefandezza, qui mi hanno colpito anche nella vita privata. E' assurdo ed è inconcepibile». Allo stesso modo ha negato di essere identificabile con "la Nera" delle intercettazioni telefoniche. «Altro non è che l'infermiera svizzera che segue Umberto Bossi da quando è stato male" e i "29 mila euro di cui si parla saranno i mesi che dovevano pagarle». Cosi Mauro smentisce tutto: la relazione con Pier Mosca, la laurea comprata in Svizzera, il nomignolo che le hanno dato. "Pierangelo Moscagiuro è il mio caposcorta, non è il mio compagno. Questa è un’altra nefandezza. Tutti questo è assurdo e inconcepibile. Questo lo vedremo in altre sedi". Così la vicepresidente del Senato, a Porta a Porta. "Questa vicenda ha fatto male a molte persone. Uno stillicidio e mi ha fatto male", ha aggiunto l'esponente leghista. Rosi Mauro ha ribadito che Moscagiuro "è il mio caposcorta, non è in aspettativa e non è stato assunto dal Senato". L'Italia ha scoperto dell'esistenza di Pier Moscagiuro, l'ex poliziotto diventato cantante (dal singolo Kooly Noody con Enzo Iachetti fino alle esibizioni sul palco in stile Elvis Presley) e soprattutto finito a libro paga della vicepresidenza del Senato. E Franco Bechis, in un articolo su Libero, ricordava anche i pettegolezzi che hanno coinvolto i due amanti: "E' sulla bocca di tutti il racconto di un giorno in cui i due, chissà come, fecero scattare l'impianto anti-incendio dalla stanza della vicepresidenza mettendo a soqquadro l'intero Senato". La hit di Pier Mosca è diventata un tormentone. Kooly Noody è cantata in duetto con Enzo Iachetti e fa parte dell'album "Tra dire e tradire". Il testo vorrebbe essere una sorta di denuncia sociale. Ma Pier Mosca risulta soprattutto uno dei beneficiari dei compensi girati del tesoriere Belsito. Nell'interrogatorio di Nadia Dagrada, segretaria amministrativa della Lega, viene fuori che al poliziotto sarebbero arrivati circo 60 mila euro per pagarsi diploma e laurea in Svizzera.
Sempre la Dagrada lo definisce "amante" della Mauro. Poi la Mauro risponde sulla laurea farlocca: «Io ero asina a scuola. Mai sfiorata dall’idea di prendermi la laurea in Svizzera. Mai avuto contatti con la Svizzera». E anche sui presunti pagamenti a suo favore: «Mai avuto spese mediche pagate. Assolutamente no, è ridicolo». L'esponente leghista, poi, spiega che il nomignolo "La Nera" sarebbe un enorme malinteso: "Non sono io, sarà facile verificare che si tratta dell’infermiera svizzera che ha in cura Bossi da quando è stato male. Infermiera che si chiama Nera. E credo che quei 29mila euro siano la somma che dovevano da mesi a quell'infermiera". Insomma un nome proprio scambiato per un soprannome. "Da giovedì scorso ad oggi mi sono sentita messa in croce. Io non ho fatto niente, non ho niente da nascondere", ha concluso la Mauro.
Ed hanno ancora il coraggio e la faccia tosta di parlare, anziché coprirsi il viso dalla vergogna.
Alla manifestazione della Lega a Pontida erano presenti moltissimi cosiddetti padani, come se la Padania fosse uno stato e Ponte di Legno la capitale. Ciò nonostante la propaganda leghista si diverte a celebrare rituali e ad invocare la secessione. Lungi da noi l’idea di crederci, rimane comunque il fatto che tale invocazione, è musica per il popolo padano. Ma è veramente padano questo popolo o è invece per lo più, il popolo dei figli dei meridionali cresciuti in Padania?
Paradossalmente, non sono pochi i leghisti di origine meridionale (come lasciano intuire i loro cognomi) che, dopo aver vissuto il razzismo sulla loro pelle, a loro volta discriminano i nuovi arrivati.
Aljarida (in arabo “il giornale”) è un interessante periodico mensile free press, realizzato a Milano e giunto al suo secondo anno di pubblicazione. Interessante per varie ragioni: ricco di notizie sul territorio e le dinamiche dell’immigrazione (ma sempre senza retoriche ideologiche), informato sul dialogo culturale che intercorre fra le due sponde del Mediterraneo, e opportunamente scritto in due lingue: italiano e arabo. Ma la ragione per cui vi parlo di Al Jarida è anche un’altra: un articolo intitolato “Tutto il mondo è Paese”. Nell’articolo, che si può leggere sul numero di giugno 2010 della rivista, si spiega l’origine – araba in certi casi , “meridionale” in altri – dei cognomi di alcuni deputati leghisti. In sostanza, spiega l’articolo, quando nel 1492 i Mori vennero cacciati dalla Spagna (Al Andalus, l’Andalusia) alcuni fuggirono nella Repubblica di Venezia e in particolare in una città che faceva parte del suo territorio, Brescia. Così, i cognomi di molti bresciani hanno origini arabe. Per esempio quello dell’on. Gibelli, deputato della Lega Nord e Vice Governatore della Regione Lombardia non ha origini celtiche bensì arabe: molti Mori fuggiti dalla Spagna si rifugiarono infatti sulle montagne del bresciano e Gibelli deriva dalla parola araba giabali che significa appunto “montanaro”. L’articolo su Aljarida contiene anche altre stimolanti informazioni, fra cui una riguardante il nuovo Presidente della Regione Piemonte, il leghista Roberto Cota: il suo cognome sembra derivare dall’arcaico albanese kota, termine diventato un cognome molto diffuso nel meridione d’Italia e sopratutto in Puglia e che – particolare curioso – in albanese significava “inutile, cosa da poco”. Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Per noi è veritiera quest’ultima tesi, e molti dirigenti leghisti ne sono una prova. Il governatore del Piemonte Cota ne è una dimostrazione vivente, lui figlio di un avvocato di San Severo di Puglia, così come l’europarlamentare Speroni, pugliese anche lui e che dire della signora Bossi cofondatrice della Lega ma siciliana doc. Per non parlare poi dei diversi amministratori leghisti nei comuni, nelle province e nelle regioni, che sono nati o hanno genitori meridionali.
Diteci voi quindi se questo non è altro che razzismo dei razziati, che vi ha indotto a diventare meridionali leghisti, per una storia sottaciuta ai più e falsata nei giudizi della gente comune. Dalla rabbia verso un sud che non vi ha garantito benessere e occupazione, ai pregiudizi della gente del Nord, verso questo meridione inetto, assistenzialista, lamentoso e scarsamente produttivo. Dallo sfruttamento delle vostre braccia da parte degli industrialotti del nord, alle scritte sui ponti padani inneggianti all’eruzione dell’Etna. Capiamo che per sopravvivere a tale barbarie, non vi restava altro che emulare lo stile padano, al fine di non rimanere vittime di voi stessi, per il resto dei vostri giorni. E da qui, che le generazioni figli dei meridionali, hanno assunto verso il loro sud uno spirito ostile, credendo fino in fondo ai pregiudizi e a quel disprezzo leghista verso il povero meridione. Siete diventati i più spietati nemici del sud, ignorando però le ragioni storiche, sociali, culturali ed economiche che hanno reso il sud perdente verso il nord. Cari figli nostri del sud se solo conosceste la vera storia meridionale, il leghismo diventerebbe una barzelletta da raccontare in una serata goliardica con gli amici. Ma non preoccupatevi, se non l’hanno fatto i libri di storia, lo faremo noi il vero racconto del sud e dell’unità d’Italia armata. Vi racconteremo a puntate dai mille in poi. Per adesso cari Cota e c. cercate di liberarvi del razzismo dei razziati…..al resto ci pensiamo noi.
Tratto dal libro di Pino Aprile, Terroni, che vi invito a leggere: “Una mia cugina, dopo sei mesi al Nord, tornò per le ferie estive. Era cambiata: vestiva in modo più appariscente, esibiva un accento non suo, roteava stizzosamente le spalle, il mento puntuto e alto. Parlava malissimo dei meridionali, con astio rovente e ridicolo. «Ma cosa fanno di così terribile?» le chiese mia madre, incuriosita. Lei tacque per lo stupore, si guardò intorno, come a cercare una risposta. Era sorpresa, o ci parve, dalla stupidità della domanda: c’era bisogno di una ragione per parlar male dei meridionali? Così, poverina, se ne uscì con una frase, lei settentrionale da sei mesi, che la bollò per sempre, in famiglia: «Sporcano i monumenti». Cosa le fosse accaduto, lo capii molto più tardi. Quella mia cugina è leghista.”
E voi? quante “cugine leghiste” avete conosciuto? Io purtroppo un bel po', rinnegati/e che dopo una settimana che sono al nord parlano con accenti ridicoli ed usano i loro intercalari. Ebbene, mi chiedo se hanno il coraggio di dire ai loro genitori che si vergognano delle loro origini e della loro famiglia. E' vero, sarà perchè una volta non si "affittava casa ai terroni" e oggi "non si affitta casa agli stranieri", ma questa Lega, ha uno strano rapporto con quelli che chiamano con orgoglio 'terroni'. Prima li insulta in campagna elettorale, ma poi li sposa (vedi a casa Bossi), gli mette i soldi del partito in mano (vedi Belsito, nato a Genova, ma calabrese di origine) e ci fa affari e magari cerca anche qualche voto o accetta di 'mettersi a disposizione' (vedi mister 19mila voti Angelo Ciocca, eletto in regione Lombardia, non indagato dall'antimafia ma pizzicato in compagnia a Pavia di tale Pino Neri, oggi a processo a Milano per associazione a delinquere di stampo mafioso). Vedi magari anche quel "gamma" di Lecco, primo leghista eletto in un consiglio comunale nei primi anni '90 che, secondo le parole di un collaboratore di giustizia, spesso si incontrava col boss Franco Coco Trovato. Lo chiamiamo "gamma" perchè su di lui c'è aperta una indagine dell'antimafia di Roma, anche se l'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli ha candidamente ammesso di rispecchiarsi in quel personaggio tratteggiato nel libro "Metastasi" di Gianluigi Nuzzi. Sui terroni ci faranno le campagne elettorali insultandoli, ma poi li frequentano. E qualcuno frequenta pure quelli sbagliati... Ma secondo loro è un complotto dei poteri forti perchè si sono messi all'opposizione, e non una indagine partita dalle denunce di un militante indispettito dall'uso fatto dei soldi arrivati al partito dopo i rimborsi. Saperlo... che uno degli indagati della vicenda Belsito, avrebbe tra l'altro, stando alle indagini, favorito il clan calabrese della 'ndrangheta dei De Stefano...Fortuna che ci sono meridionali onesti, ma quelli evidentemente sono quelli di cui la Lega Nord non tiene conto.
Rosy Mauro, la leghista terrona che rinnega le origini meridionali. Rosy Mauro nata il 21 luglio 1962 a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, cresciuta nella provincia di Lecce a Squinzano e diplomata in ragioneria, nel 1980 si è trasferita a Milano per lavoro; ha iniziato l'attività sindacale in azienda nelle file della UIL a 21 anni. Nel 1990 è stata eletta segretario organizzativo del Sindacato Autonomista Lombardo. L'11 novembre 1999 è nominata Segretario Generale del Sindacato Padano. La prima uscita, nel ' 90: "Vedete? Sono pugliese e leghista. Il Carroccio non ce l' ha con i meridionali". L' ultima uscita: "Mi iscrivo alla Guardia nazionale di Erminio Boso. Il Nord se ne va: diventa indipendente". Rosy Mauro fa la sindacalista ma soprattutto la leghista. La chiamano "la pasionaria del Carroccio": perchè corre, scrive, parla, si agita, si indigna, si arrabbia. Sempre in nome di Bossi. "Rosy è un vulcano", dicono gli amici. "Rosy è un vulcano", confermano i nemici. Per svegliare dal letargo la Lega milanese, Bossi l'ha appena nominata segretario cittadino. E così lei si ritrova con il triplo incarico: leader locale del movimento, consigliere comunale, attivista del Sal (il sindacato filo Lega). Schizza da una sede all'altra. Con un pensiero fisso: "Rilanciamo il "porta a porta" come facevamo una volta". Ma ora è proprio lei, la pasionaria, che fa tremare il Carroccio.
Per una strana storia di amicizie e di rifiuti. Rosy Mauro viene da Squinzano, nel Leccese: il padre lavorava in campagna e la madre alla Manifattura tabacchi. Arriva a Milano, entra in un'azienda metalmeccanica, si iscrive alla Uil. Ma il vero amore arriva nel' 90: si chiama Bossi. Prima si avvicina "in modo carbonaro", poi fa il grande passo: "Lasciai la Uil, delusa da Benvenuto, e abbracciai la Lega. Il primo obiettivo? Fare un sindacato regionale. Autonomista. Senza ordini da Roma". Guida le varie campagne leghiste, è dappertutto. Eccola, anni fa, ripresa dalle telecamere mentre fischia e urla contro il sindaco di Bologna Walter Vitali al congresso della Lega. Un putiferio. Tanto che lo stesso Bossi perde la pazienza: "Stavolta abbiamo esagerato". Nel febbraio del' 94 si fanno le liste per la Camera: Rosy Mauro, a sorpresa, non c'e'. Deve accontentarsi del consiglio comunale. E sempre con Bossi. Anche al processo Cusani. Anche in vacanza: la foto in piscina con il senatur, a Ponte di Legno, fa il giro dei settimanali. Si incatena davanti a Montecitorio per tre giorni e tre notti "per ricordare che il referendum sulle trattenute sindacali è stato calpestato". Passano quindici giorni e ricompare a Pontida: si iscrive alla Combat guardia nazionale. Diventa "legionaria" del senatur: "Saremo pronti a difendere la libertà del Nord. Ma anche a proteggere Bossi, perchè è il bersaglio numero uno: meglio vigilare prima che piangere dopo". l ritratto che i maligni fanno del Senatur Umberto Bossi, in questi mesi di crisi leghista culminati nell'indagine sui fondi "distratti" dal tesoriere Belsito dai rimborsi elettorali del partito, è quello di un uomo "stritolato" tra due donne di ferro: la moglie Manuela Marrone e quella che, sempre i "maligni", chiamano la "badante" del leader leghista. Due padane (la firma della Marrone compare sull'atto fondativo della Lega nel 1984, mentre la Mauro vanta un lunga militanza politica culminata nella vicepresidenza del Senato), ma anche due donne del sud: la Marrone per il padre siciliano e la Mauro per essere brindisina, di San Pietro Vernotico.
Strano destino, quello del leader padano circondato da donne meridionali.
La moglie - Descritta come schiva ma decisa, raramente ha rilasciato interviste o fatto dichiarazioni. A qualche congresso è salita sul palco, ma sono stati episodi sporadici. Il suo impegno è tutto per la scuola Bosina di Varese, che, spiega il sito dell’istituto, lei «maestra di scuola elementare di lunga esperienza» ha fondato nel 1998. Sulla scuola nel 2010 ci sono state alcune polemiche per un finanziamento di 800 mila euro dal Governo. Di lei s'è parlato anche quando Gianfranco Fini, in rottura con Berlusconi e i suoi alleati, la definì una "baby-pensionata", in quanto destinataria di un assegno dal 1992. Sarebbe lei a indossare i pantaloni in casa Bossi, sopratutto da quando il Senatur è stato colpito dall'ictus dell'11 marzo 2004. E, secondo i ben informati, ci sarebbe lei dietro la nascita del cosiddetto "cerchio magico", ossia quel gruppo di fedelissimi che da qualche anno circonda Umberto Bossi e della quale Rosy Mauro è primo esponente. Come sarebbe stata lei a premere per l'avvio della carriera politica del primogenito Renzo Bossi, "Il Trota", approdato nel 2010 al Consiglio regionale della Lombardia.
La "badante" - Nel 1980 si trasferisce a Milano per lavoro e inizia l'attività sindacale nelle file della UIL. Dieci anni dopo viene eletta segretario organizzativo del Sindacato Autonomista Lombardo. L'11 novembre 1999 è nominata Segretario Generale del Sindacato Padano. Consigliere comunale a Milano, dove è eletta nel 1993 col sindaco lumbard Marco Formentini, nell'aprile 2005 entra nel Consiglio regionale della Lombardia attraverso il listino (cioè senza prendere voti di preferenza) del Presidente Roberto Formigoni. Nel 2008 il grande salto a Roma, dove è eletta al Senato nella circoscrizione Lombardia e viene addirittura nominata vicepresidente dell'aula di Palazzo Madama. Epico l'episodio del dicembre 2010 quando, irritata per le richieste dell'opposizione utilizzare il voto elettronico per ogni emendamento al ddl gelmini, ha disposto votazioni a raffica, suscitando le proteste dei senatori del centrodestra e perdendo il controllo dell'aula. Dopo il via libera a quattro emendamenti del centrosinistra, la seduta veniva sospesa e le votazioni riprendevano più tardi con presidente Renato Schifani a tenere le redini dell'aula di Palazzo Madama. Negli ultimi anni è stata una presenza costante in tutte, o quasi, le foto del Senatur.
Leghisti terroni. In Svizzera vincono gli slogan anti italiani. Forse questo signore non lo conoscete ancora. Ve lo presento. Si chiama Giuliano Bignasca. A dispetto del nome italianissimo, italiano non è. E' svizzero. E non è uno scherzo. Anzi. Contro gl'italiani ce l'ha assai. E su slogan fortissimamente anti-italiani ha fondato la sua campagna elettorale nel Canton Ticino. E già. Perché il Giuliano è il dux della Lega Ticinese. Che, udite udite, ha appena ottenuto un trionfo alle elezioni cantonali. Il successo è fondato su slogan e parole d'ordine che noi italiani conosciamo bene. Perché son gli stessi sui quali i primitivi lumbard hanno fondato la loro politica razzista, egoista e localista. Anti-italiana. Insomma. A farla breve. Il Giuliano sta alla Svizzera come l'Umbèrt sta all'Italia. Così si comprendono perfettamente valori e spessori della creatura in questione. C'è però una cosa che, nello squallore generale, mi fa davvero morir dal ridere. Che quando gli sfascioleghisti longobardi se la prendono coi terùn se la prendono, ovviamente, con noialtri. Ma quando il Giuliano se la prende coi suoi, di terùn, se la prende coi longobardi nostrani. In una parola. Coi leghisti. Buffo, eh? Molto, ma molto prima di quanto si potesse immaginare, la storia sta dimostrando definitivamente che il mondo è una gran palla. Nel senso che è rotondo. E così non è poi tanto facile individuare esattamente se noi stiamo a nord. A sud. O magari al centro. Perché la verità è che stiamo tutti a nord di qualche sud. E, naturalmente, stiamo tutti a sud di qualche nord. Da questa verità elementare dovrebbe discenderne un'altra, che purtroppo tanto elementare probabilmente non dev'essere, se così tante creature, in ogni parte del mondo, non riescono a comprenderla. Ossia che, in realtà, in quella gran clessidra che è il tempo umano siamo tutti, ma proprio tutti, piccolissimi granelli di sabbia che si ritrovano mischiati. Sballottolati diqquà e dillà. Disù e digiù. Che importanza può avere il vicino che il destino mi mette accanto, a condividere un pezzo di strada? Anzi. Siamo talmente tanto mischiati ed appiccicati. Le cose del mondo son così tanto interconnesse tra di loro. Che solo chi non ha capito proprio niente può essere convinto che sia possibile distinguere, con una linea. Una frontiera. Magari un dialetto. Il destino di coloro che, nella storia, camminano gomito a gomito. Davvero può essere ragionevole pensare che il destino del granello di sabbia che mi sta accanto non c'entra nulla con me.
Davvero può essere ragionevole pensare che la sua sofferenza, come la sua felicità, siano qualcosa di staccato. Di avulso. Di indipendente? Ecco. Il Giuliano è l'esempio vivente di quanto il mondo sia rotondo. E di quanto giri, giri, giri senza posa. Da oggi, se vorrete, all'ennesimo imbecille insulto che faranno alla nostra meridionalità potrete rispondere con un altrettanto «terùn sarai tu». Tanto potete stare tranquilli. Un altro nord si trova sempre. Per tutti.
I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio. Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.
Conformità per conformità, l'omologazione appare su "Il Giornale". Allora, Salvini, le è piaciuto Benvenuti al sud? «Francamente mi aspettavo di più. Soprattutto di ridere e sorridere di più. Invece molte gag e alcuni passaggi mi sono sembrati un po’ scontati. Comunque, complessivamente è un film gradevole». Non sarà Renzo Bossi, il figlio di Umberto detto il Trota, con il quale il regista napoletano Luca Miniero avrebbe voluto assistere alla proiezione del suo film campionissimo d’incassi (vicino a 16 milioni e lanciato verso i 20) ma, quanto a uscite hard e sbandate antimeridionaliste anche Matteo Salvini non scherza. Trentasettenne, europarlamentare nonché capogruppo leghista in consiglio comunale a Milano durante un raduno a Pontida venne colto a cantare «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…». «Un coro da stadio dopo una birra di troppo», minimizzò lui. Che però, pur smentendo qualsiasi relazione tra i due fatti, qualche giorno dopo si dimise da deputato e optò per il seggio di europarlamentare a Bruxelles. Al primo spettacolo del pomeriggio la sala non è pienissima. Ma a sentire le risate, il pubblico sembra divertirsi. Anche Salvini si lascia andare a qualche risolino. Nella parte iniziale del film, Alberto (Claudio Bisio), direttore dell’ufficio postale del paesino brianzolo, è intriso di pregiudizi e cultura leghista. La moglie Silvia (Angela Finocchiaro) fa parte della squadra di Rondinelle, le ronde al femminile, che perlustra quartieri immacolati. «Ma sì, ci può stare un po’ di presa in giro – accetta Salvini – anche se certi passaggi sono un po’ troppo caricaturali. I brianzoli vengono dipinti come gente che pensa al gorgonzola e all’aiuola di casa. Forse si poteva pensare a qualcosa di più elaborato. Ecco: diciamo che la storia è tagliata giù con il falciot».
Però il giubbetto antiproiettile che Bisio indossa nel viaggio verso il Cilento ci può stare… «Diciamo che i numeri dimostrano che quando si va a Napoli e dintorni non si vive proprio in perfetta tranquillità», ammicca Salvini. «Detto questo, purtroppo la cronaca ci dice che i pirla e i delinquenti abbondano anche a Milano. Il giubbetto antiproiettile potrebbe essere dato in dotazione in tanti posti». Il Bisio cripto-razzista non scandalizza Salvini. Anzi, in alcune gag l’europarlamentare ha ritrovato un pezzetto della sua esperienza di deputato. Soprattutto quando arriva al sud e non capisce una parola… «Ricordo la difficoltà dei miei primi tempi a Roma, nei negozi, al ristorante. Restavo sbigottito». Quindi, nel film non c’è nulla che l’abbia particolarmente irritato. «Guardi, ho visto anche Cado dalle nubi di Checco Zalone, dove in un certo senso c’è il procedimento inverso, un pugliese che emigra a Milano e s’imbatte in alcuni ambienti leghisti, dipinti in modo un po’ gretto. Quello che conta è ridere da tutte e due le parti, anche dei propri difetti». Però. «Però, non c’è bisogno di andare a Napoli per trovare un po’ di sole. Da milanese, se vado a Recco trovo il sole, il mare.
E anche la focaccia». Non dirà che non è mai andato in vacanza al sud: «Quando avevo quattro o cinque anni sono stato in Calabria e in Sicilia. Adesso alcuni amici mi hanno decantato e invitato in Salento. Non escludo di andare a verificare di persona. Una città che invece non è tra le mie priorità turistiche è proprio Napoli». Già, i napoletani puzzano. «Quello era e rimane un coro da stadio. Noi abbiamo la nebbia. Se dovessi scegliere le mie mete meridionali punterei sempre sulla Sicilia e la Puglia». Il regista Luca Miniero ha detto che «quelli del Nord sono bravi a fare i razzisti solo da lontano». «Grammaticalmente, razzismo significa sentirsi superiori agli altri. Penso che non ci sia nessuno così stupido da ritenersi superiore. Ma quelli che vengono considerati luoghi comuni spesso sono fatti facilmente riscontrabili». Per esempio? «Beh, s’infervora Salvini: «Il numero dei falsi invalidi nelle province della Campania, l’assenteismo per malattia, il numero esorbitante di dipendenti pubblici: tutti fatti comprovati. Qui il razzismo non c’entra. E poi solo a Napoli esiste un movimento che si chiama Disoccupati organizzati». Meglio organizzati che sbandati. Comunque, a proposito di pregiudizi, pensa che anche a lei qualche volta potrà capitare di ricredersi? «Ho sbagliato tante cose e altre ne sbaglierò ancora», concede Salvini. «Per esempio, a Milano molti dei migliori militanti leghisti, vengono dalla Puglia o dalla Calabria. Ciò che fa la differenza non è il luogo di nascita di una persona, ma il modo di ragionare che non dipende solo dalla latitudine. Detto questo, non cambierei Milano, la sua cultura e la sua filosofia del vivere per niente al mondo». Qualcuno dei militanti leghisti di origine meridionale potrebbe venir buono per il seguito, Benvenuti al nord.
Salvini teme che vengano rispolverati i soliti luoghi comuni dei «nordisti razzisti e un po’ polentoni». Ma lui un’idea ce l’ha: «Lo ambienterei a Chiavenna in Valtellina. Ma va bene anche a Bergamo o a Varese, dove la Lega ha il 40 per cento». A proposito di Benvenuti al nord, il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo ha respinto il set di una commedia in cui Abatantuono è un imprenditore ostile agli extracomunitari. Ma dopo che una tromba d’aria allontana tutti gli immigrati della zona e l’economia locale entra in crisi perché i pomodori marciscono nei campi e le fabbriche rallentano la produzione, la faccenda si complica. Il film si girerà a Bassano del Grappa, ma a Treviso c’è chi si lamenta per i mancati introiti. «Non so bene quali siano i veri motivi della decisione del sindaco di Treviso», premette Salvini. «Certamente, respingere la produzione di un film importante può penalizzare l’economia locale.
Ma credo che, ormai, città come Treviso o come Verona, sempre dipinte come culle di razzismo, siano stanche di essere usate per alimentare questa fama». Già, i razzisti stanno tutti al nord. Tornando a Bisio, come si spiega il successone di Benvenuti al sud? «È una parodia, una favola che può mettere di buonumore. Però non mi sembra un capolavoro. Ecco, diciamo che Amici miei è un’altra cosa».
CHI DI SPADA FERISCE, DI SPADA PERISCE. I Media: Lega Nord Padania Ladrona. Giornali e tv ne parlano: Non solo Roma ladrona, ma anche Padania ladrona.
IL CASO. Bufera sulla Lega, il tesoriere va via. "Denaro pubblico alla famiglia Bossi". Le accuse dei magistrati: truffa ai danni dello Stato e finanziamento illecito ai partiti. "Elementi di opacità nella tesoreria del Carroccio fin dal 2004". Al lavoro le Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria. Contatti con la 'ndrangheta. Maroni: "Adesso facciamo pulizia nel partito". Il resoconto di Emilio Randacio su “La Repubblica”. Soldi pubblici gestiti "nella più completa opacità" da almeno otto anni, tanto da far sorgere il sospetto che siano andati a coprire le spese personali, cene, alberghi e viaggi dei figli di Umberto Bossi - tra cui Renzo, 'il Trota', sovvenzionato anche per la campagna elettorale - e della senatrice Rosy Mauro, ma anche la ristrutturazione della villa di Gemonio del leader del Carroccio. Fondi che sarebbero stati "sottratti" alla casse della Lega pure per prendere il volo verso la Tanzania e Cipro con investimenti su cui ora la magistratura vuole vederci chiaro. Così come vuole analizzare a fondo quei rendiconti elettorali, pare truccati, che hanno tratto in inganno i presidenti di Camera e Senato, cioè coloro che li hanno certificati dando il via libera a finanziamenti, come l'ultimo da circa "18 milioni di euro", irregolari.
Dopo le presunte tangenti del caso Boni (Davide, il presidente leghista del consiglio regionale lombardo), arriva un'altra batosta che colpisce al cuore il Carroccio. Questa volta a finire nelle maglie della giustizia è Francesco Belsito, diventato non solo sottosegretario nell'ultimo governo di Silvio Berlusconi, ma tesoriere della Lega. Belsito si è visto piombare negli uffici milanesi di via Bellerio - crocevia di tre inchieste: una di Milano, una di Napoli e una di Reggio Calabria - la guardia di finanza e i carabinieri del Noe. Nell'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, è accusato, assieme agli imprenditori Stefano Bonet (già in affari con l'ex ministro Aldo Brancher) e Paolo Scala, di appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato. Belsito è arrivato in serata nella sede della Lega in via Bellerio a Milano e ha presentato le dimissioni. Il passo indietro era stato auspicato da diversi esponenti del partito, dopo le perquisizioni e la notizia delle indagini, a cominciare dall'ex ministro Roberto Maroni. Che commenta: "E' una buona notizia, adesso bisogna andare fino in fondo e fare pulizia dentro il partito, cominciando dalla nomina di un nuovo amministratore capace di aprire tutti i cassetti". Dopo le dimissioni non sono state avanzate, per ora, ipotesi riguardo a una sostituzione o alla nomina di un commissario: sarà il consiglio federale a deliberare sulla questione.
"Visto che è stato tirato in ballo il nome di Umberto Bossi mi sento di escludere in maniera assoluta ogni suo coinvolgimento", è stato invece il commento del governatore lombardo Roberto Formigoni.
Sulla stessa lunghezza d'onda l'ex premier Silvio Berlusconi: "Chiunque conosca Umberto Bossi e la sua vita personale e politica, non può essere neanche lontanamente sfiorato dal sospetto che abbia commesso alcunchè di illecito. E in particolare per quanto riguarda il denaro della Lega, del movimento al quale ha dato tutto se stesso. Perciò esprimo a Umberto Bossi la mia più affettuosa vicinanza". "Altro che Roma ladrona. Alla fine i nodi vengono sempre al pettine - ha invece commentato Felice Belisario, presidente dei Senatori dell'Italia dei valori - La Lega, che si è sempre messa sul piedistallo dell'integrità morale, adesso si ritrova nei guai fino al collo". Due i filoni su cui i pm del capoluogo lombardo da tempo, anche in seguito alla denuncia di un militante della base leghista, hanno acceso i riflettori: il primo riguarda i fiumi di denaro finiti nelle casse del partito fondato da Bossi presentando rendiconti, questa l'ipotesi, "irregolari"; il secondo la "distrazione" di parte di quei fondi, alla fine dello scorso dicembre, da parte del tesoriere, non si sa in base a quali poteri statutari, per acquisire tramite la Banca Aletti (dove la Lega ha un conto corrente) quote in un fondo Krispa a Cipro e quote in un fondo in Tanzania per circa "6 milioni". Operazioni, queste, avvenute per gli inquirenti con la complicità dei due imprenditori. E proprio uno dei due imprenditori è anche complice di Belsito nella vicenda, autonoma rispetto a quella sull'andirivieni dei finanziamenti pubblici alla Lega, che riguarda la Siram, multinazionale che si occupa di energie rinnovabili e servizi ambientali, anch'essa perquisita dalla guardia di finanza. Dai primi accertamenti, fra il 2010 e l'anno scorso, i due avrebbero architettato una maxi truffa che, grazie a un giro di fatture false, avrebbe consentito al colosso di usufruire in modo indebito di un credito di imposta pari al 40 per cento dei costi sostenuti per l'attività di ricerca e sviluppo. E Belsito in questo caso si sarebbe speso come "procacciatore d'affari" in virtù delle sue relazioni politiche, perché anche sottosegretario. Ma il capitolo che ha provocato un terremoto in via Bellerio, dove i militari hanno sequestrato carte e pc in vari uffici - compresi quelli di Daniela Cantamessa, una delle segretarie di Umberto Bossi, e di Nadia Dagrada, dirigente amministrativo e responsabile del settore gadget, acquisendo anche documentazione sul Sindacato padano, fondato da Rosy Mauro - è quello, come si legge nel decreto di perquisizione, che riguarda la gestione della tesoreria del partito "avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004". Una "gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito", soldi pubblici provenienti dal 4 per mille dell'Irpef o sotto forma di rimborsi elettorali, che, come emerge da una serie di intercettazioni riportate in un'informativa del Noe (a coordinare le indagini è il 'capitano Ultimo', lo stesso che catturò Totò Riina), Belsito avrebbe anche usato per contribuire alle spese per gli svaghi dei figli del Senatur, ma anche in parte per la moglie di Bossi e per Rosy Mauro (non sono indagati): cene, alberghi e viaggi. E la ristrutturazione della villa di famiglia a Gemonio: in un'intercettazione si sente dire che quelle spese vanno a finanziare "i costi della famiglia". In sostanza ci sarebbe stata una sorta di viavai di denaro e il tesoriere, che è stato anche nel consiglio di amministrazione di Fincantieri, avrebbe a volte anche versato sui conti della Lega soldi "in misura superiore ai redditi da lui percepiti" - altro punto di indagine su possibili fondi neri - o prelevato in banca somme in contanti, come i 95mila euro del dicembre 2010 con giustificazione "alimentare la cassa del partito". E poi ancora quei 6 milioni sottratti per essere dirottati negli investimenti in Tanzania e a Cipro e che Belsito dice di aver restituito alla Lega ma su cui gli inquirenti, che hanno sentito numerosi testimoni, tra cui pare anche la stessa segretaria di Bossi, vogliono far luce. Così come vogliono fare chiarezza sui rendiconti per le spese elettorali finiti alla presidenza di Camera e Senato per il via libera ai rimborsi. Sull'ultimo, quello alla base dei 18 milioni erogati ad agosto, ci sono seri dubbi: si riferisce al 2010 e - scrivono i pm negli atti - "vi è la prova della falsità".
L'INCHIESTA. Triangolazioni sospette per milioni. E con Belsito spunta la 'ndrangheta. E' a Reggio Calabria uno dei tre filoni dell'inchiesta sul tesoriere leghista. Giri di fatture e compravendite sospette con società in tutta Italia e un faccendiere in rapporti con il potente caln dei De Stefano. Il reportage di Giuseppe Baldessarro su “La Repubblica”. Il terremoto giudiziario nella Lega arrivato con l'avviso al tesoriere Belsito e il blitz nella storica sede milanese di via Bellerio, è partito seguendo un sospetto personaggio calabrese. Su Belsito sono ben tre le inchieste aperte: Milano, Napoli, Reggio Calabria. A lui la Dda di Reggio è arrivata seguendo gli affari di Romolo Girardelli, un procacciatore di business in odore di 'ndrangheta. Girardelli, o meglio "l'ammiraglio", come lo chiamavano nell'ambiente, nel 2002 era stato indagato per associazione di stampo mafioso. Gli investigatori lo ritengono vicino ai vertici del clan "De Stefano", famiglia potentissima della città dello Stretto con interessi in Liguria e Francia. Il faccendiere fin dal 2002 è legato a Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale, braccia economiche della cosca. Il Pm reggino Giuseppe Lombardo e gli specialisti della Dia gli stavano dietro da tempo, nella speranza di mettere le mani sul tesoro della "famiglia". Una pista buona, che ha poi portato a scoprire anche i rapporti tra la presunta testa economica dei De Stefano e il tesoriere della Lega. Girardelli, secondo l'inchiesta, di affari ne aveva procacciati anche a Belsito, all'imprenditore Stefano Bonet e all'avvocato Bruno Mafrici. "L'ammiraglio", oltre che broker era socio di fatto di Belsito in una immobiliare con sede a Genova. Ma non è tutto, perché gli inquirenti hanno ricostruito una serie di passaggi milionari tra grandi società che si occupavano di consulenza e ricerca. Affari per diversi milioni di euro che consentivano utili sotto forma di crediti d'imposta. Giri di soldi e di "regali" che coinvolgono direttamente il tesoriere della Lega e alcuni altri manager di grandi aziende. C'è ad esempio il caso della Siram che "acquista" servizi per circa 8 milioni dalla Polare del gruppo Bonet (di cui Giradelli è responsabile della sede genovese). La Polare poi è in affari con la Marco Polo da cui compra consulenze per 7 milioni. Ed è attraverso quest'ultima che la stessa cifra torna nuovamente a Siram. Un triangolo strano per i magistrati reggini, che ritengono che nei diversi passaggi alcune centinaia di migliaia di euro restino impigliate in diverse mani. Tra queste quelle di Belsito. L'inchiesta accerta che gli vengono liquidate circa 250 mila euro in due trance.
Un caso analogo è quello che coinvolge Siran, Polare e Fin.tecno.
Sono 8 gli indagati dell'inchiesta che si muove su tre diversi filoni. Quello reggino che riguarda gli interessi della 'ndrangheta, quello milanese legato a Belsito al riciclaggio e all'appropriazione indebita e quello napoletano dove ha sede una delle società coinvolte nel giro. Le ipotesi di reato sarebbe la truffa allo Stato per i falsi crediti d'imposta e il finanziamento illecito dei partiti oltre che riciclaggio di denaro su conti esteri.
Tre procure contro Belsito: "Soldi pubblici ai Bossi". I pm di Milano, Napoli e Reggio Calabria accusano il tesoriere Belsito di aver truccato i bilanci. Viaggi per i figli e Rosi Mauro, fondi per il Trota e per la casa di Gemonio. Il resoconto di Luca Fazzo ed Enrico Lagattola su “Il Giornale”. Spericolati investimenti, false fatturazioni, denaro che viaggia estero su estero, bilanci truccati, fondi neri destinati al vertice del partito, pericolosi (e per nulla padani) legami con la ’ndrangheta. È un uragano giudiziario quello che ieri si abbatte sulla Lega Nord. Il Carroccio finisce nel fuoco incrociato di tre Procure: Milano, Napoli e Reggio Calabria. La sede del partito, in via Bellerio, viene perquisita dalla Guardia di finanza (che porta via documenti del Sinpa, il sindacato di cui è segretaria Rosi Mauro), così pure la segretaria personale di Umberto Bossi, Daniela Cantamessa. Undici gli indagati, dalla Lombardia alla Campania, dal Veneto alla Calabria. E su tutti spicca il nome di Francesco Belsito, il tesoriere del partito, che si è dimesso ieri sera. Il cassiere del Carroccio è sotto inchiesta per appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e finanziamento illecito. È lui, secondo i magistrati, ad aver «gestito nella più completa opacità la tesoreria della Lega fin dal 2004». È ancora lui, spiegano i pm, ad alterare la contabilità del partito. Ed è sempre Belsito a impiegare i soldi pubblici sfilati alle casse del Carroccio «per le esigenze personali dei familiari del leader della Lega Nord». Umberto Bossi non è indagato. Ma l’ultimo siluro è per il Senatùr. L’inchiesta della Procura di Milano - coordinata dai pm Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano e condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria- parte da alcune operazioni sospette che riguardano gli investimenti di Belsito, denunciate da un militante leghista il 23 gennaio scorso, e prende di mira proprio gli investimenti del Carroccio in Tanzania e a Cipro. Denaro che, secondo gli inquirenti, non si sarebbe in realtà fermato nel continente africano né nell’isola del Mediterraneo, ma avrebbe preso la strada di ritorno per tornare nella disponibilità del tesoriere.
L’indagine milanese si incrocia con quelle dei carabinieri del Noe, coordinata dalla Procura di Napoli, e della Dia di Reggio Calabria. Dal Noe negli uffici milanesi arriva un documento che «fornisce elementi inequivocabili sul fatto che la gestione della tesoreria della Lega Nord è avvenuto nella più completa opacità fin dal 2004 e comunque, per ciò che riguarda Belsito, fin da questi ha cominciato a ricoprire l’incarico di tesoriere». «Egli - si legge negli atti - ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato e ha effettuato pagamenti e impieghi anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero». Quali? Nelle intercettazioni telefoniche, viene fatto riferimento ai «costi della famiglia». La famiglia di Umberto Bossi. «Tali esborsi- insistono i pm- vengono effettuati per esigenze familiari del leader della Lega Nord», in «contanti o assegni o contratti simulati». Cene, alberghi, viaggi per la moglie e i figli del Senatùr, per Rosi Mauro, e per la campagna elettorale di Renzo Bossi (consigliere regionale in Lombardia dal 2010), per ristrutturare la villa di Gemonio. La truffa allo Stato viene contestata perché «il rendiconto della Lega è inveritiero, non dà conto della reale natura delle uscite, né della gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito». E non è un dettaglio da poco. Perché i rimborsi elettorali vengono calcolati in base alla validazione del rendiconto da parte degli organi di revisione del Parlamento. E per il bilancio 2010 (ritenuto truccato dai pm) lo scorso anno al Carroccio sono stati riconosciuti rimborsi per 18 milioni di euro. Da Pontida a Dodoma (capitale della Tanzania), esisterebbe un link. Ed è qui che entra in scena un secondo indagato: Stefano Bonet. Di chi si tratta? Bonet è un commercialista tuttofare, sotto inchiesta oltre che a Milano anche a Napoli ( pm John Woodcock e Vincenzo Piscitelli) e Reggio Calabria (pm Giuseppe Lombardo). È Bonet a intrattenere i rapporti con la Siram spa, colosso dei servizi energetici con sede nel capoluogo lombardo, controllata dai francesi di Veolia e Edf, che nell’inchiesta svolge un ruolo chiave. Dai fondi neri creati da Siram attraverso Bonet, e in parte ceduti allo stesso Bonet, provengono probabilmente i fondi occulti della Lega. Nell’inchiesta la Siram viene definita «la lobby di Giovanni Pontrelli»,il suo direttore generale, che avrebbe versato a Belsito 250mila euro. Tra gennaio e febbraio 2010, le società Polare e Marco Polo Tecnhology- di cui Bonet era amministratore - realizzano «movimenti circolari di denaro fittiziamente giustificati con fatture relative a costi per investimenti in ricerca e sviluppo ». Più precisamente, «la Siram aveva versato alla Polare una somma di 5 milioni di euro dei quali era rientrata in possesso attraverso pagamenti effettuati ad altre società, tutte legate al “gruppo Bonet”». Quei soldi, per il commercialista, sarebbero arrivati grazie al «patrocinio politico» di Belsito, sponsor di un fantomatico «progetto Sirio ». In cambio il tesoriere della Lega ottiene che l’investimento a Cipro venga effettuato tramite Bonet su un conto gestito da Paolo Scala (indagato), che a Larnaka fonda la Krispa Enterprises. Tra il 27 e il 28 dicembre 2011, da uno studio milanese, Belsito fa partire i soldi destinazione Cipro: ma invece del milione e duecentomila euro concordati ne spedisce il quadruplo, quattro milioni e otto. «Devono essere semplicemente parcheggiati, poi andranno dove devono andare », si legge in una intercettazione. Scala e Bonet ne parlano allarmati qualche giorno dopo. E Bonet rivela che i soldi sono del «gruppo», cioè della Lega. Scala: «Non so cosa sia, lui (Belsito, ndr ) mi ha detto che escono da lui». Bonet: «Devono essere del gruppo quelli».«Dobbiamo andare a fare un po’ di giri per andare a creare quelle strutture necessarie per andare a segregare questi importi e per pilotare gli investimenti. Non è che domattina viene fuoriuna fogna e andiamo a finire tutti... ». Infatti.
Secondo di Matteo Pandini su “Libero Quotidiano” qualcuno dice che la Lega è cambiata nel 2000, quando decise di riappacificarsi col Cavaliere. Di sicuro è mutata dall’11 marzo 2004 in poi, quando Umberto Bossi rischiò di morire. È da quella mattina che sulla scena piomba la famiglia del Senatur. Gli inquirenti che ieri hanno perquisito la sede di via Bellerio parlano di «gestione opaca» proprio a partire da lì. Dal 2004 è salita sul ponte di comando Manuela Marrone. È la maestra di origini siciliane che ha sposato il capo lumbard il 12 gennaio 1995 a Palazzo Marino, con la benedizione di un commosso Marco Formentini. Con l’ex ministro in ospedale, parecchi scommettevano sullo sgretolamento del movimento. È andata diversamente. Il fortino di via Bellerio ha retto perché il potere non è scivolato lontano da Gemonio. “La Manuela” ha tutelato il marito tagliando i contatti col mondo, a eccezione di pochi privilegiati. È in quelle fasi drammatiche che nasce il cosiddetto cerchio magico, ovvero il gruppo di fedelissimi in stretto contatto con il leader e i suoi familiari. All’inizio ne fa parte pure Giancarlo Giorgetti, il segretario della Lega Lombarda con cui i rapporti si sono poi raffreddati. Stesso discorso per Roberto Cota.
Marco Reguzzoni, allora presidente della Provincia di Varese, era uno dei pupilli della signora Bossi e lo è tuttora. Rosi Mauro, l’anima del sindacato padano (Sinpa), è nelle grazie di Manuela e scala in un amen le gerarchie del partito, fino a quando – con Umberto che torna sulla scena – gli s’appiccica nelle uscite pubbliche. Nel 2007 acquista casa davanti alla villa del Senatur a Gemonio. Bossi sta male a marzo, dicevamo. A novembre dello stesso anno il Parlamento europeo assume come assistenti di Francesco Enrico Speroni e Matteo Salvini il fratello del capo padano, Franco, e il figlio primogenito di Bossi, Riccardo (il pilota di rally avuto con Gigliola Guidali). Nella Lega spunta per la prima volta un’accusa sanguinosa e collegata al suo capo: nepotismo. Nulla, in confronto ai veleni delle ultime ore. Nell’informativa del Noe si parla di denaro che sarebbe stato utilizzato dai familiari del leader e dai suoi strettissimi collaboratori (tra cui la Mauro) per alberghi, cene, viaggi. C’è la ristrutturazione della villa di Gemonio e la campagna elettorale del Trota. Una storiaccia. E che - se confermata - sarebbe ben più grave dell’affaire Montecarlo che investì Gianfranco Fini.
Pochi anni fa erano state le disavventure scolastiche di Renzo a riempire i giornali. Prima viene bocciato a 15 anni. Poi rifà due volte la maturità. Nell’ultimo caso decide di presentare ricorso. È il leader ad annunciare in un comizio: «Renzo ce l’ha fatta». Non si sa dove. In Italia o all’estero? «Quando stava male mio padre, avevo i giornalisti che mi aspettavano fuori da scuola. Da lì decisi di non dare più certe informazioni» spiegò il Trota a Libero nell’ottobre 2010. Il mistero rimane, anche perché il diploma non s’è mai visto.
Nel 2005, ancora ragazzino, aveva fatto la prima apparizione pubblica con papà. Si affacciò dalla casa di Carlo Cattaneo, in Svizzera, per urlare alla piazza: «Padania libera!». Da lì iniziò a essere sempre più presente. Non solo nei comizi. Pure a Roma.
Nei vertici di governo. A casa Berlusconi. Quando il Corriere gli dedica una paginata, la madre s’inalbera perché non lo vuole così esposto. Bossi smorza: «Lui mio delfino? Al massimo è una trota». Nasce il nomignolo. Nel 2010, però, Renzo finisce al Pirellone incassando quasi 13mila preferenze. Nel frattempo il cerchio magico cambia ma prospera. Vi fanno parte anche il capogruppo a Palazzo Madama Federico Bricolo e, naturalmente, il tesoriere Francesco Belsito. I rapporti nel movimento si fanno sempre più tesi. È gelo soprattutto con Roberto Maroni. La famiglia lo accusa di volersi prendere la Lega sfilandola a Umberto. Renzo nega l’esistenza del cerchio: «Qualche giornalista ha la sindrome Tolkien» dice a fine 2010. Nel novembre 2011 cambia idea: «Non esistono più né cerchisti né maroniani, è tutto a posto». Nel frattempo, alcuni vecchi amici di Umberto faticano addirittura a parlargli, tanto è impenetrabile il cordone di sicurezza che lo circonda. Per esempio, si raffreddano i rapporti con Bruno Caparini, il padre del deputato Davide e che ospita il segretario a Ponte di Legno. Il Trota, approdato al Pirellone, è sempre più al centro della scena. I militanti s’arrovellano: era giusto candidarlo? Di sicuro sono fioccati veleni, con l’assessore lombardo Monica Rizzi accusata di aver fatto confezionare dossier per attaccare altri padani e favorire l’ascesa del rampollo. Il Trota gira con un suv Bmw (intestato a lui) e su un’Audi A5 che risulta di una concessionaria comasca. Vive tra Gemonio e Milano. Spesso si fa vedere a Brescia e sul lago di Garda. Ha frequentato anche alcune vippine da tv. È amicone di Valerio Merola. All’ultimo congresso di Varese l’hanno fatto risultare militante anche se non lo era. Condizione che ne avrebbe dovuto impedire la candidatura alle regionali. Il fratello Roberto Libertà, studente d’Agraria, vive a Gemonio e spesso bazzica una cascina ristrutturata a Brenta, Varese. Eridano Sirio, il più piccolo, è ancora lontano dai riflettori. C’è curiosità per i legami tra Belsito, il tesoriere che ha lasciato l’incarico ieri sera, e la famiglia. Gli inquirenti hanno dato un occhio pure alla Pontida Fin, cioè lo scrigno della Lega. Contiene gli immobili del partito. Tempo fa, all’amministratore unico Ugo Zanello arrivò la richiesta di trasferire le proprietà a una fondazione. Nel luglio 2010, con la Lega al governo, spuntano 800mila euro di finanziamento per la scuola Bosina di Varese, quella della signora Marrone. È lei che, col passare del tempo, è sempre più indigesta alla base. Soprattutto, non la sopportano i militanti che guardano a Maroni. Però, quando a settembre il berlusconiano Panorama spara un articolo che descrive i malumori nei confronti della signora (definita «terrona», mentre la Mauro è «la badante»), tutta la Lega s’inalbera. Ieri sono stati perquisiti anche gli uffici del sindacato padano, che in serata ha parlato di «fraintendimento». Si fa un gran chiacchierare di una sede in Sardegna: sarà vero? Dal canto suo, la Marrone incassa ma resta nell’ombra. In pubblico non parla mai.
Neanche con i media di partito. Quelli che, nel febbraio 2011, erano stati affidati alla supervisione di Renzo Bossi. Papà ne fu felice. I professionisti che ci lavorano e i militanti, un filo meno.
Eccola qui, la vera Lega di Daniele Sensi.
I figli degli immigrati? «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Il piano svuota carceri? «Lo facciamo noi con un mitragliatore dal balcone». Napolitano? «Un terrone del cazzo, gli ci vorrebbe un colpo in testa». E' il gruppo su Facebook 'Padani si nasce', a cui aderiscono anche i parlamentari Reguzzoni, Rondini, Fugatti, Mura, Pittoni e Stiffoni. Eros Domenico è un militante leghista. Il suo profilo Facebook è una profusione di foto di cene e di manifestazioni del Carroccio. Maglietta col Sole delle Alpi addosso, ama ritrarsi al fianco di Matteo Salvini o ai piedi di una qualche statua dell'Alberto da Giussano. Ha un'opinione su tutto: sul piano "svuota carceri" («mi trasformo in cecchino con un bel mitragliatore sul balcone e via con lo show»); sulle origini meridionali di Giorgio Napolitano («Napoli merda, Napoli colera») e sui due cittadini senegalesi uccisi martedì scorso a Firenze: «Meglio così, due in meno da mantenere». Sempre su Facebook, ha fondato "Padani si nasce, cuore leghista", gruppo - chiuso e riservato - dell'orgoglio padano. Ne fa parte anche Giovanna, bresciana, «casalinga, moglie e mamma», immagini di Topolino, Bambi e Winnie The Pooh sul proprio profilo pubblico. Sulla cittadinanza ai figli degli immigrati ha le idee chiare: «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Quanto ai loro genitori invece si chiede: «Perché, quando aprono la porta, c'è una puzza strana che fa schifo?». Opinione condivisa da Remo, un odontotecnico di Mantova: «Sapessi che odoraccio quando vengono da me, sono peggio della capre», mentre Anna Paola prova a rispondere: «Puzzano perché non si lavano dopo che fanno l'amore, per non parlare della loro puzza naturale, che è nauseabonda. Tempo fa ho sentito dire in televisione che il loro sesso ha un odore disgustoso, indelebile, che non va via neanche se lo lavi con un sapone speciale». Appartiene al gruppo anche "Maestra Marzia", insegnante di una scuola elementare che sul web amministra un blog di filastrocche, ninne nanne, esercizi di scrittura ed altro materiale didattico «utile agli alunni in caso di assenze prolungate per malattia». Una maestra modello, che sulla propria bacheca condivide foto di «pasticcetti in cucina» e di Topo Gigio, ma che nel gruppo "Padani si nasce", da quando il presidente Napolitano ha definito «una follia» negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati, non si dà pace: «Non si trovano 3000 miseri euro per un ingranditore utile ad un mio alunno ipovedente, mentre si pagano almeno tre volte tanto i facilitatori linguistici per gli alunni cinesi che si rifiutano di ripetere anche la più semplice parolina di italiano. Cosa mai potranno invece dare i cinesi che sia di utilità comune?». Con soluzioni agli sbarchi di "clandestini" che vanno dal «napalm» a «una bella bomba, così saltano in aria», "Padani si nasce" è qualcosa di più di un semplice gruppo leghista di area. O almeno è il solo che possa vantare tra i propri membri tanti nomi eccellenti. Tra gli altri: il presidente del gruppo parlamentare della Lega Nord alla Camera Marco Reguzzoni; i deputati Marco Rondini e Maurizio Fugatti; i senatori Roberto Mura, Mario Pittoni, Piergiorgio Stiffoni e Michelino Davico; gli assessori della Regione Lombardia Daniele Belotti e Monica Rizzi; l'assessore alle politiche agricole della Regione Veneto Franco Manzato; il vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli; l'europarlamentare Claudio Morganti; il segretario provinciale della Lega Nord di Milano Igor Iezzi, più una sfilza di sindaci e amministratori locali. Tutti iscritti ad un gruppo che per mettere a tacere quel «vecchio di merda» e «terrone del cazzo» di Napolitano propone «un colpo in testa» e, per ritorsione, «un attentato alle Coop». Un gruppo esplicitamente razzista («mischiare le razze non ha mai portato bene») e omofobo («dovremmo equiparare i gay ai pedofili così Vendola la finisce di fare il ricchioncello per strada») che, a fronte dei reati commessi da cittadini stranieri, vorrebbe «dare una ripulita», «aprendo la caccia con i pallettoni per cinghiali, almeno li traforiamo per bene». Con un trattamento di riguardo per gli immigrati malati di TBC («con loro usiamo la fiamma ossidrica, così non ne rimane nemmeno una cellula»), e per i rom: «Mettiamoli nelle stufe a legna, in modo da farne carburante alternativo». Perchè «i rom», spiega Luca, bresciano, amorevoli foto dei suoi bambini in bacheca, «ladri, stupratori e assassini nascono, ladri, stupratori e assassini moriranno: personalmente adotterei per loro le stesse politiche usate dal Führer». «Anziché stanziare fondi per l'integrazione dei rom, L'Unione Europa dovrebbe finanziare l'apertura dei forni», rilancia Alessandro, consulente aziendale nel comasco. Mentre Giovanna – quella appassionata di Topolino, Bambi e Winni The Pooh - euforica applaude: «Evvai! Che bello vederli bruciare!».
«Roma ladrona vuole i soldi dei lavoratori del Nord per tenere viva la vecchia pratica assistenzialista. Ad ogni giro ritornano, come nel gioco della roulette...», disse una sera all’Ansa Umberto Bossi, correva l’anno 2003. «Voglio essere cattivello... non tutti sanno che c'è una insegnante che è andata in pensione nel '92 a 39 anni: è la moglie dell'onorevole Bossi»: lo rivela Gianfranco Fini a Ballarò del 25 ottobre 2011.
La Lega Nord per l'Indipendenza della Padania, meglio nota come Lega Nord o più semplicemente Lega, è un partito politico nato come federazione di vari movimenti autonomisti regionali, tra i quali, in particolare, la Lega Lombarda e la Liga Veneta. I bersagli dei loro strali sono gli extracomunitari e i meridionali. Le accuse contro questi sono fondate su assiomi che delineano una mancanza di cultura o che sono frutto di una cultura distorta. Gente che si sente dura e pura e autoctona, ma, spesso, nelle sue fila vi è gente proprio di origine meridionale ed extracomunitaria. I loro territori non hanno radici storiche e culturali degne di nota, per cui l’odio verso gli altri è la loro linfa vitale e il programma politico si tramuta in calunnie e diffamazioni. Originariamente sostenitrice del federalismo, dal 1996 la Lega Nord ha proposto la secessione delle regioni settentrionali, indicate collettivamente come Padania.
Successivamente ha riproposta il progetto di uno Stato federale, da realizzarsi attraverso il Federalismo fiscale e la devoluzione alle regioni di alcune funzioni esercitate dallo Stato. Propone altresì di aumentare il peso politico delle regioni del Nord Italia, ritenuto non adeguato al peso demografico ed economico delle stesse, nonché di promuovere e valorizzare le culture e le lingue regionali, per fare dell’Italia una “Babele”. La Lega è formata da più Leghe: ognuno con i propri campanili e le loro differenze, che alla minima occasione si fanno notare e che sono foriere di odio interno. A riguardo un articolo di Carlo Puca su “Panorama” del 18 gennaio 2011 rende bene l’idea. “Roberto Calderoli, dentista, già ministro per la Semplificazione e leader dei cosiddetti «bergamaschi» (che poi tutti bergamaschi non sono: per esempio Gianna Gancia, la sua compagna, è presidente della Provincia di Asti). È normale, dunque, che in una Lega divisa in correnti più di quanto si racconti i «varesotti» siano in stato d’allerta. Il loro leader è il già ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quando Bossi abbandonerà la vita politica, il Carroccio avrà un problema enorme: trovare il nuovo leader. Tenere assieme i bergamaschi con i varesotti, i piemontesi con i veneti, i lombardi con gli emiliani sarà assai complicato. E non soltanto per le diversità su base territoriale: i nordisti sono divisi tra loro pure all’interno delle singole zone d’influenza. In Emilia-Romagna, dove il partito è in forte crescita, una riunione di partito è addirittura finita in rissa. Erano in discussione le candidature al consiglio comunale. Figurarsi cosa mai accadrà nel prossimo giro per il Parlamento…Date le premesse, per sedare gli animi certo non basterà Renzo «Trota» Bossi, il figlio che il Senatùr vorrebbe (addirittura!) ministro. Men che mai basterà l’altro figlio di Bossi, Eridano Sirio Bossi. Insomma: non basterà il feticcio di un cognome, seppur pesante, a salvare la Lega da una prevedibile diaspora.”
CARROCIOPOLI: Bossi, un mare di bugie.
La presentazione e le recensioni di "Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere", saggio di Eleonora Bianchini edito da Newton Compton. Un'inchiesta appassionata che ridisegna il ventennio leghista dagli anni del "celodurismo" all'ossessione del federalismo fiscale. I lati oscuri di un partito pieno di contraddizioni: minacce di secessione che si alternano ad abili mosse politiche per acquisire un peso sempre maggiore nel governo del nostro Paese; vilipendi alla bandiera, diti medi alzati e pernacchie in TV che fanno da contrappunto a raffinate strategie orchestrate nei palazzi e nelle ville del potere. Ma come ha fatto questo movimento, da sempre spina nel fianco della democrazia italiana, a ottenere un simile consenso? Eleonora Bianchini, con una prosa secca e incisiva, mette al muro il partito del Carroccio, svelando i falsi moralismi di chi grida contro "Roma ladrona", ma chiude un occhio sugli scandali finanziari della "Padania ladrona". «Il nostro popolo», affermava Bossi, «è pronto ad attaccare. Si dice che il Paese stia andando a fondo, ma io conosco un solo Paese, che è la Padania. Dell'Italia non me ne frega niente». Ma una volta scoperti i verdi scheletri nell'armadio anche il leghista duro e puro potrebbe vacillare. Una giornalista ricostruisce la storia e le dinamiche del consenso del Carroccio. Rivelando come il partito di Bossi abbia due volti. Uno al nord, dove continua a far sognare un federalismo che non farà mai.
uno a Roma, dove pensa solo a divorare posti di potere. L'ultima, in ordine di tempo, è la proposta di un consigliere comunale di Padova di non finanziare la locale maratona perché "vincono sempre neri in mutande". Ma alle dichiarazioni shock, partite da esponenti di ben altro rilievo, la Lega Nord ha ormai abituato gli elettori: forse persino assuefatti, visto che se ne sentono quasi tutti i giorni.
Dagli anni delle minacce di secessione, della caccia ai terroni e dei riti celtici si è passati al federalismo fiscale e alla lotta all'islam e all'immigrazione (clandestina e non solo). E in un paese che non ha memoria e che dimentica troppo in fretta, il lavoro di Eleonora Bianchini ("Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere" - Newton Compton) prova a mettere in ordine gli eventi. Quasi un manuale per leggere la Lega Nord attraverso tutta la sua storia.
"L'espresso" ha parlato con l'autrice, giornalista e blogger che lavora tra l'altro per il network Blogosfere.
Perché la Lega non dovrebbe far leggere il tuo libro, come recita il titolo?
"Il mio lavoro ricostruisce la storia del partito in questi anni: le origini, le parole d'ordine, gli slogan, le dichiarazioni, le promesse.
Un elenco di fatti, niente invettive preconcette. E questo li ha fatti innervosire: il loro quotidiano, "la Padania", lo ha subito definito "un libro che esercita mistificazioni politiche", ma senza entrare mai nel merito dei fatti concreti che sono stati raccolti".
Iniziamo da Alberto Da Giussano e la Padania...
"Pochi ricordano che Alberto da Giussano è stato copiato dalla biciclette Legnano, perché a Bossi piaceva il logo. Quanto alla Padania, i suoi confini sono stati scelti a tavolino e nella storia della Lega sono anche risultati piuttosto "elastici" per non lasciare fuori nessun potenziale elettore. Adesso però la Padania esiste davvero nella mente dei sostenitori e, nei primi anni del movimento, queste immagini hanno aggregato molto i leghisti e contribuito a costruire un'aura intorno alla dirigenza".
Dal partito di lotta al governo. Come è cambiata la Lega Nord?
"Il cambiamento è stato enorme, da quando è iniziata la corsa al potere e alle poltrone: lo scandalo di Credieuronord, la conquista delle regioni per avere le banche, la parentopoli interna. L'approccio al potere è simile a quello di tutti gli altri partiti che la Lega critica e di cui ha invece preso i peggiori difetti. Anche in tv, c'è stata la lottizzazione della Rai in pieno stile Prima repubblica. Intanto sono cambiati anche i nemici: dalla guerra ai "terroni" si è passata a quella agli islamici".
Terroni, islamici, immigrati, rom. Le dichiarazioni shock e i suggerimenti a bruciare, impallinare o altro in questi anni non sono mancate. Qualcuno le definisce folklore.
"La Lega ci ha assuefatto. Ormai ci siamo abituati a fare spallucce su affermazioni aberranti, quando in altri paesi non avverrebbe lo stesso: alla Lega invece viene perdonato tutto. Sono le famose "sparate" che servono per coltivare il consenso "di pancia" al Nord mentre a Roma si pensa solo a lottizzare e a conquistare fette sempre maggiori di potere".
Passiamo dalla parole ai fatti. Come governa la Lega?
"A livello locale si devono riconoscere degli esempi dignitosi. A livello nazionale invece si usa lo specchietto per le allodole del federalismo per occupare posti di potere a Roma e nelle istituzioni centrali. Nessun leghista ha mai risposto, concretamente, ad alcune domande semplicissime su questo ipotetico federalismo: quanto costerebbe? Quali direttive avrebbe? Chi lo paga? Se fosse davvero il provvedimento che dice la Lega, in cui tutti guadagnano e nessuno paga, sarebbe un sogno. Invece serve solo a mantenere in vita un sogno in periferia per occupare poltrone al centro".
La Lega sembra essere il fenomeno editoriale di questo Natale.
Tanti libri ne parlano e sono tutti testi molto critici.
"Il partito di lotta che diventa partito di governo fa emergere tutte le sue contraddizioni e con queste arriva il disincanto nei confronti del movimento. Ormai le due facce della Lega non si possono più coniugare tra loro: il partito non è né duro e puro né un alieno della politica i Palazzo, tutt'altro".
Però i consensi almeno fino a oggi, sembrano in crescita.
"Il mito del federalismo fiscale attrae voti perché promette di abbassare le tasse al nord. Finché il federalismo non viene attuato, resta un immaginario Sacro Graal di benessere. Infatti viene sempre rimandato".
Aveva negato di essere stato iscritto al Pci. Aveva escluso che il figlio prendesse soldi dalle Coop padane. Aveva smentito gli affari poco limpidi del partito. Un libro-inchiesta rivela: era tutto vero. Si intitola "Umberto Magno, l'imperatore della Padania" la biografia non autorizzata del leader della Lega Nord che è uscito in libreria il 2 dicembre 2010 per Aliberti (480 pagine). E' un'accurata inchiesta di Leonardo Facco, giornalista che ha conosciuto la Lega (e Bossi) da molto vicino, avendo tra l'altro lavorato per quattro anni al quotidiano "la Padania". L'autore parte dagli "albori della Lega", quando un giovanotto della provincia di Varese senza un lavoro riesce a coagulare attorno all'idea autonomista – non senza screzi e fatti poco chiari – prima alcune decine di amici, poi centinaia e infine migliaia di persone pronte a dare il loro consenso a un progetto politico sempre in bilico tra il federalismo e la secessione.
Bossi è la Lega e la Lega è Bossi, secondo Facco, nonostante la malattia abbia ridotto il senatùr all'ombra di quel personaggio movimentista del passato recente. Per dimostrarlo, l'autore racconta fatti, episodi, ricordi personali, con tanto di documentazione (sono quasi 400 le note bibliografiche). «Bossi», sostiene l'autore, «è il responsabile principale della trasformazione della Lega in un soggetto politico partitocratico, dove agli scandali si uniscono le truffe perpetrate ai danni, in primis, dei militanti e simpatizzanti. I crac delle Cooperative Padane, del Villaggio in Croazia e della banca padana rappresentano l'epitome del modo di fare politica del "lumbard", circondato da sempre di yes-men (and women) in carriera». Nel libro ci sono diversi fatti inediti, mai conosciuti e-o raccontati: dalla strana busta paga del figlio primogenito a spese dei militanti ignari, fino alla famosa questione della militanza comunista del giovane Umberto: da lui sempre negata, ma ora provata da un documento scoperto in una vecchia sezione del Pci. E poi si va dai tempi in cui elogiava "Mani pulite" alla sequela di condanne penali incassate dai leghisti odierni. Un capitolo, infine, è dedicato alla vita privata di Bossi che «ama la famiglia tradizionale» ma, secondo l'inchiesta di Facco, non sembra negarsi svaghi al di fuori di essa. «E' un'inchiesta che dovevo a me stesso perché ho un passato da leghista, ho creduto in questo movimento e sono stato anche sul Po, alla metà degli anni '90», dice l'autore. «Era giusto scrivere questo libro adesso, in cui la Lega si sente particolarmente forte e pensa di fare il pieno di voti.
Bisogna che tutti gli elettori sappiano chi è il padrone del partito che pensano di votare: un cialtrone, né più né meno».
Ma non è tutto. Due pentiti scrivono la storia di Carrocciopoli, così come ripreso da Alessandro Da Rod sul Riformista.
Due libri coinvolgono i due alti esponenti del partito. Il già titolare della Semplificazione è accusato di furto ai danni della Lega emiliana nel periodo caldo delle cooperative padane. Il già Ministro della Giustizia e viceministro delle Infrastrutture invece sarebbe il candidato “Gamma” favorito dalla malavita calabrese.
Due pentiti. Due libri. Un camion di letame sulla Lega Nord di Umberto Bossi. Non c’è dubbio che giovedì 2 dicembre del 2010 non passerà alla storia del Carroccio come una giornata qualunque. Perché presentare nello stesso giorno due libri come Umberto Magno, l’imperatore della Padania di Leonardo Facco e Metastasi di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, significa scoperchiare l’intero vaso di Pandora di via Bellerio, svelando ciò che il Carroccio ha sempre cercato di nascondere: problemi interni, finanziamenti ai figli di Umberto Bossi, intercettazioni scomode e quant’altro. Il primo è il più pesante. Facco, leghista della prima ora, ex giornalista della Padania, ha riportato in 480 pagine tutta la vita del Senatùr, raccontandone misfatti, debolezze sessuali e di potere. Nel secondo i due cronisti di Libero, non hanno incentrato il loro libro sui rapporti tra la ’ndrangheta e la Lega Nord, ma hanno comunque inserito in un capitolo una storia scomoda per i leghisti. Quella di “Gamma”, leghista di Lecco che ha iniziato a fare carriera nel suo feudo grazie anche all’aiuto dei voti della malavita organizzata. Ex ministro della Giustizia, dirigente di una certa importanza, nessuno ha osato dire il suo nome, ma l’unico che ha alzato la voce per replicare alle illazioni è stato Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture. Negli ambienti del Carroccio, si vocifera che ci sia una cosa che accomuna i due libri in uscita in questi giorni nelle librerie. Entrambi, in un modo o nell’altro, vanno a colpire, oltre al Senatùr, i due esponenti che in questi mesi hanno perso più posizioni di potere all’interno del partito. Da un lato Castelli, dall’altra Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione. È utile ricordare che il leghista lecchese fu l’unico questa estate a rilasciare un’intervista al Giornale in cui raccontava pubblicamente dei problemi interni al partito. Come allo stesso tempo accadde a Calderoli, finito sulla graticola per l’affare Brancher, il ministro breve del Federalismo, anche lui comparso su svariati quotidiani per difendersi dalle bordate che gli arrivavano dagli uffici di via Bellerio.
Sarà un caso, ma in mesi così difficili per la Lega Nord, tra cerchi magici, colonnelli, varesini e veneti, nel libro di Facco ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più sul potente ministro dell’Interno Roberto Maroni. In realtà c’è ben poco, se non un richiamo al caso Antonveneta, passando per spedizione in Serbia e la storia dei finanziamenti alla sua portavoce Isabella Votino. Quisquilie se messe in relazione ai file alla Wikileaks che riguardano Castelli e Calderoli. Perché se il primo viene di fatto associato alla malavita organizzata dal pentito Giuseppe Di Bella, sul secondo vengono persino pubblicati i documenti che testimonierebbero un presunto furto ai danni della Lega emiliana nel periodo caldo delle cooperative padane. Partiamo dal ministro per la Semplificazione. A pagina 311 di Umberto Magno, Sacco racconta la storia delle “Coop made in Padania Scrl” creatura bossiana organizzata per finanziare il partito, finita in disgrazia quasi come Credieuronord. Presidente delle Coop in un primo momento era proprio Calderoli. E attraverso le parole di Mario Morelli, ex consigliere di amministrazione della catena di supermercati, Facco ripercorre tutti i disastri dei calderoliani, tra dentifrici in esubero, immobili pagati uno sproposito, flop economici e conti lasciati in sospeso. «Bossi, Calderoli e altri padani - si legge nel libro - pensavano che un pizzico di coraggio, un tantino d’inventiva, un po’ di voglia di fare mischiata all’improvvisazione fossero elementi sufficienti per il successo». In realtà la vicenda, oltre ad avere tratti grotteschi, tra cui quello di 24 milioni di buste di deodorante con il sole della alpi rimaste invendute, finì molto male. Morelli, infatti, a cui fu data la presidenza dopo l’addio di Calderoli nel 1999, si ritrovò di fronte in poco tempo un debito di circa un miliardo di lire e un’azienda sull’orlo del fallimento. «Una mattina - racconta Morelli - Calderoli mi convocò nel suo ufficio chiedendomi di sostituirlo in quell’incarico. Motivò la sua richiesta col fatto che questo incarico incideva negativamente sul rapporto politico che aveva con Bossi». Del resto, quando Morelli parlò della situazione al Senatùr, Bossi non la prese affatto bene. «Mi rispose con parole di fuoco - ricorda Morelli - indirizzate contro il mio predecessore Calderoli: tuoni, fulmini e saette». Non solo. Il caso scottante è che al fallimento delle Coop è conseguita la protesta di chi quei soldi li aveva versati nelle tasche di Calderoli. Emblematica la lettera di Genesio Ferrari, ex segretario della Lega emiliana che chiede indietro i dieci milioni di lire versati anche grazie all’aiuto dei militanti: «Il tutto si è risolto in una bolla di sapone». Quanto a Castelli, si è già scritto molto. Ma il dato è comunque pesante, perché nel ’90 ci fu il boom di voti per i leghisti. Il pentito Di Bella, vicino al boss della 'ndrangheta, Coco Trovato, racconta a Nuzzi e Antonelli che la parola d’ordine tra le ’ndrine di Lecco era votare “Lega”: Gamma era il loro uomo di riferimento.
LE GRANE GIUDIZIARIE DELLA LEGA. CANDIDATI AL PARLAMENTO: ELEZIONE 13 APRILE 2008. CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO.
Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez.
Lega Nord (8)
Bossi Umberto: Condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; condannato in via definitiva per istigazione a delinquere e per oltraggio alla bandiera; indagato e imputato in altri procedimenti penali. Il 16 dicembre 1999 la Cassazione l’ha condannato a 1 anno per istigazione a delinquere, per aver incitato i suoi, in due comizi a Bergamo nel 1995, a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza». Tremaglia, suo futuro collega ministro, l’aveva denunciato. Altra condanna definitiva nel 2007 a 1 anno e 4 mesi (poi commutati in 3.000 euro di multa, interamente coperti da indulto) per vilipendio alla bandiera italiana, per aver dichiarato nel 1997: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Niente sospensione condizionale della pena, che però è coperta da indulto (che cancella anche quelle pecunarie fino a 10 mila euro): insomma, Bossi non pagherà nemmeno un euro. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato, per aver detto, sempre nel 1997, durante un comizio: «Il tricolore lo metta al cesso, signora... Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Nel 2002 la Camera ha negato ai giudici l’autorizzazione a procedere, ritenendo le espressioni rientranti nella libera attività parlamentare e dunque coperte da insindacabilità; ma nel 2006 la Consulta ha annullato la delibera di Montecitorio, disponendo che Bossi sia processato come un comune cittadino. Il Senatùr è invece uscito indenne dal lungo processo per resistenza a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ’96, la sede leghista di via Bellerio a Milano: condannato a 7 mesi in primo grado e a 4 in appello, Bossi s’è visto annullare con rinvio la seconda condanna dalla Cassazione, che ha disposto un nuovo processo d’appello. E qui, nel 2007, è stato assolto.
Ancora aperto, invece, il processo di Verona per le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996: Bossi, con altri quarantaquattro dirigenti leghisti, deve rispondere in udienza preliminare di attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, nonché di aver costituito una struttura paramilitare fuorilegge.
Ma, almeno in questo caso, rischia poco o nulla: allo scadere dell’ultima legislatura, la maggioranza di centrodestra ha riformato i primi due reati (punibili ora solo in presenza di atti violenti), in modo da assicurarne la decadenza al processo di Verona. L’ennesima legge ad personam. Una volta tanto non per il Cavaliere, ma per il Senatùr. Il procuratore di Verona Guido Papalia, però, tiene duro sull’accusa residua di associazione paramilitare. Allora, nel 2007 la Camera regala l’insindacabilità ai deputati imputati, tra i quali Bossi, Calderoli e Maroni, quasi che la Guardia Padana fosse un’«opinione». A quel punto Papalia ricorre nuovamente alla Consulta con un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, come ha già fatto contro un analogo provvedimento impunitario adottato dal Senato per salvare Gnutti e Speroni.
Bragantini Matteo: Nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 3 anni d'interdizione dall'attività politica, per istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nell’agosto-settembre 2001 la Lega Nord di Verona aveva organizzato una campagna (“Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”) contro la comunità Sinta di Verona. Nelle motivazioni, i giudici di primo grado scrivono che Bragantini e i suoi 6 coimputati, fra i quali l’attuale sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, hanno “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato… un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”. Il 30 gennaio 2007, la Corte d’appello di Venezia riduce la pena da 6 a 2 mesi, assolvendo i leghisti dall'istigazione all'odio razziale, confermando la condanna per la propaganda razzista e i risarcimenti ai sette Sinti (2500 euro per ciascuno) e all’ente morale Opera Nomadi (8 mila euro), costituitisi parte civile. Bragantini è ricandidato alla Camera per la Lega Nord nel Veneto1.
Brigandì Matteo: Arrestato e condannato in primo grado il 24 novembre 2006 a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Torino per truffa aggravata ai danni della Regione Piemonte (a cui dovrà risarcire 255 mila euro): avrebbe, in veste di assessore regionale al Legale, aver architettato un raggiro ai danni della Regione per regalare 6 miliardi di lire pubblici all’amico imprenditore Agostino Tocci, titolare di una concessionaria di auto di lusso, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni del 1994 e del 2000.
Calderoli Roberto: Indagato a Milano per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Giampiero Fiorani. Il quale sostiene di averlo foraggiato per garantirsi l’appoggio politico della Lega durante il suo tentativo di scalata alla Banca Antonveneta: con il suo sottosegretario Brancher, l’allora ministro delle Riforme si sarebbe spartito 200mila euro. Salvo per prescrizione nel processo per i tafferugli con la polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano (resistenza a pubblico ufficiale), Calderoli è scampato al processo in corso a Verona per le camicie verdi (attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, struttura paramilitare fuorilegge) grazie a una legge ad personam e all’insindacabilità regalatagli dal Senato (contro cui però la Procura ricorrerà alla Consulta).
Caparini Davide: Salvo per prescrizione nel processo per resistenza a pubblico ufficiale nel processo sui tafferugli con la polizia durante una perquisizione nella sede leghista di via Bellerio a Milano.
Castelli Roberto: Indagato per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze facili al ministero della Giustizia durante il secondo governo Berlusconi, s’è salvato grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 gli ha regalato l’immunità totale per i suoi presunti reati ministeriali, negando l’autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Roma. Per gli stessi fatti la Corte dei Conti l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di 98.876,96 euro e gliene ha contestato un altro di circa 400 mila euro.
Maroni Roberto: Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della sede leghista di via Bellerio a Milano. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati da una riforma legislativa ad hoc, varata dal centrodestra nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il terzo.
Stefani Stefano: Indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, ha ottenuto la richiesta d’archiviazione del procedimento perché la Procura non ha potuto usare le intercettazioni indirette che facevano sospettare qualcosa di poco chiaro nella vicenda dei finanziamenti pubblici al quotidiano «Il Giornale d’Italia». In pratica, come molti suoi colleghi parlamentari, anche Stefani è un miracolato dalla legge Boato che – prima della sentenza della Consulta del 2007 – rendeva inutilizzabili le intercettazioni in cui compariva la voce di un eletto dal popolo.
Scandalo Lega. Giulietto Chiesa su “Il Fatto Quotidiano”: Come dicono gli oratori prolissi: sarò breve. Questa faccenda della Lega Nord mi fa venire in mente due o tre cose (tra le tante). La prima è che là dentro, nel Palazzo, il più sano ha la rogna. Voglio dire che l’intreccio delle complicità e dei ricatti reciproci fa sì che ci sia un dossier per ognuno. E che, all’occorrenza (se qualcuno rompe l’omertà) questo fascicolo vedrà la luce. Nel caso specifico la Lega, espulsa dal potere, rompeva le scatole al nuovo potere della troika. Così adesso sappiamo di quale tempra fosse forgiato quel cosiddetto “partito”. Lo sapevano tutti, lassù, nel Palazzo. Adesso è uscito il dossier. Ed è cominciata la caccia a quel serbatoio di voti che se ne va in libera uscita. Naturalmente bastava guardare quelle facce, quei gesti, quella volgarità becera, quell’ignoranza che trasudava da ogni gesto di quegli “eletti del popolo” che divennero perfino ministri del governo italiano, per capire dove eravamo arrivati. Ma ve li ricordate i giornalisti, e i politici, che nei talk show, s’inchinavano di fronte al ludibrio? Ve lo ricordate il Presidente della Repubblica che stringeva le mani a uno che si era appena pulito il culo con la bandiera tricolore, e che sputava sulla Costituzione Repubblicana?
La seconda cosa che mi viene in mente, appunto, è la straordinaria ipocrisia del sistema politico e informativo italiano. Che adesso, dopo avere espulso Bossi, gli tributa gli onori di grande leader rinnovatore. Perché lo fanno? Perché erano suoi complici nel degrado. Lo salutano rendendogli gli onori, come in un simbolico ammainabandiera. Pensano al loro tramonto, incerti se sarà nel silenzio o se dovranno scappare inseguiti dai forconi.
SCANDALO LEGA NORD: LA REAZIONE DEI LEGHISTI. Come fossi un appassionato di antropologia, analizzo la reazione allo scandalo dei leghisti (dirigenti, militanti, simpatizzanti e semplici elettori). Le risposte sono in continuo mutamento, anche in considerazione del procedere dello scandalo e del susseguirsi di notizie, ma si riescono comunque ad intravedere delle macro categorie . Ecco quelle che ho intravisto finora:
il complottista, per lui è tutto un complotto ordito dal potere imperante che, a pochi giorni dalle elezioni amministrative (ma guarda che caso!!!), tenta di colpire la lega in quanto unica opposizione. Non crede a quanto scritto dai magistrati, ma considera quest'ultimi "soldati" al servizio dei potenti. Bossi è solo un eroe sognatore e per questo viene colpito. E i poteri forti del complotto? Il governo Monti, il Sud, Roma, gli alieni, i puffi, cambia poco. Ogni complottista trova il giusto colpevole. La cosa importante è urlare a voce alta al complotto, cercando magari anche le prove per smascherare i complottisti;
l'incredulo, sono due giorni che, faccia sgomenta e smorfia di dolore scolpita sulla bocca, il nostro leghista continua a ripete: non ci credo, non è possibile. E' lì che turbina le mani dinanzi al viso, come a scacciare la dura verità. Ma è troppo difficile accettare questa verità. Troppo difficile. Per questo si rifugia in un limbo nel quale non deve porsi domande. Un limbo di incredulità nel quale non servono domande o risposte. Basta non credere alla cosa per non porsi il problema. Semplicemente non accetta la questione;
il camicio verde, è un pò che "il Bossi" lo contesta sottovoce (anche perchè in lega, almeno fino a ieri, chi contestava il "capo" a voce alta veniva accompagnato rapidamente alla porta). Almeno da quando ha smesso di parlare di fucili, secessioni, indipendenze ed altre amenità. Lui è un soldato. E un soldato è fedele alla bandiera, non al generale. Morto un generale se ne fa un altro. Fosse per lui, la secessione partirebbe domani mattina. Ma non spreca energie a dire "ve lo avevo detto che il Bossi si era rammollito". No. Risponde alla scandalo aizzando i suoi per partire alla guerra contro tutto e tutti;
il duro e puro, per lui, se qualcuno ha sbagliato, deve pagare. Fosse anche il Trota. Per lui la lega è una fede. E come per le religioni, o si crede o non si crede. Bossi deve mettersi "di fianco" (non da parte, si badi bene), ma la lotta continua. Difficile fargli notare che fino a ieri, quelli come lui dicevano che "Bossi è la lega e la lega è Bossi". E quindi, se cade il "capo", deve cadere pure la lega. Lui è duro e puro. Lui è un leghista col membro sempre in tiro. Scandalo o non scandalo, va dritto per la sua strada;
il caritatevole/compassionevole, per lui l'Umberto non è da mettere in discussione. E' la malattia che l'ha reso facile vittima del "cerchio magico". E' la malattia che non gli ha fatto capire quanto accadeva intorno a lui. E i veri delinquenti, quelli del cerchio magico, ne hanno approfittato. Inutile fargli notare che fino a ieri Bossi guidava la lega e, quella che oggi agli occhi dei caritatevoli è descritta come una malattia così invalidante per il suo intelletto, aveva già colpito il Senatur;
il barbaro sognante, finge di essere triste, ma è da un pezzo che sogna una lega guidata da Maroni. Ma bisogna essere cauti. Il rischio di prendersi del Giuda è altissimo. Ecco perchè reagisce in modo anonimo allo scandalo. Si, ogni tanto butta lì qualche frase del tipo : bisogna fare pulizia, ricominciare; ma lo fa cautamente. Tanto ormai, lo scettro della lega è in mano a chi ha gli occhiali rossi e i baffetti da impiegato del Catasto anni '50;
il veneto, lui è il più contento. Lui vuole solo la Serenissima e il Leone di San Marco e con i lombardi spocchiosi ha poco da spartire. Tosi o Zaia, basta che si torni in Veneto a sbraitare frasi sconnesse sull'indipendenza. Lo scandalo serve solo a rincarare la dose:basta con 'sti lombardi che se la tirano e ci considerano solo dei contadinotti ignoranti che spussano anca se coi sghei;
il lombardo, esattamente complementare al veneto, il lombardo però ha una carta in più. Finora la lega nord era "lombardocentrica" e questo scandalo può far perdere potere in lega alla Lombardia. Maroni non è che lo esalti (nonostante le apparenze, Bobo è troppo berluschino), ma almeno è varesotto. Bisogna serrare i ranghi intorno a Bobo. E i veneti fa mia i barlafus!
la pasionaria Giovanna "Brambilla" D'arco come la pulzella d'Orleans, anche la "sciura Maria" ha le visioni. E le sue visioni hanno il volto dell'Umberto di 20 anni fa, lontano anni luce da quello sofferente di oggi, con lo spadone dell'Alberto in mano, ad indicare la strada. Lo scandalo? Niente è più importante della missione dell'Umberto. Se davvero ha rubato, poco importa.Lui è la guida, il condottiero, il sogno di libertà. Lui può anche rubare. Lui ha quasi dato la vita per la Lega e niente e nessuno potrà metterlo in discussione. E poi c'è la battaglia di Lepanto da rievocare.....;
il "solato", sono 20 anni che si dedica anima e corpo al sogno leghista. Sono 20 anni che si beve tutte le promesse urlate dal palco di Pontida. Ha investito anche soldi nella lega. Ha creduto a tutto. Ora deve affrontare la dura realtà. L'hanno fottuto. L'hanno fregato. Gli hanno dato una "sola" colossale. Una "sola" lunga più di 20anni. E con chi se la deve prendere? Ma non è arrabbiato con Bossi. E con se stesso che se la prende. Si copre il viso. Non basta dire "per me la Lega non rappresenta più niente". Non basta strappare la tessera del partito. E' della sua vita che sta parlando. E lui alla Lega ci ha creduto davvero. Si è preso del razzista, dell'ignorante, del barbaro, dello xenofobo. Si è pure messo le corna celtiche sul prato di Pontida. Come può ora dimenticare tutto? Si odia;
il nostalgico depresso, che bei tempi quelli. Le lacrime gli solcano il viso, scivolando lentamente però. Non sono lacrime di disperazione. Sono lacrime di nostalgia. Più salate. Più lente. Più dolorose e profonde. Quante "polentate" a cantare contro "Roma Ladrona", quanto orgoglio addentando la salamella appena cruda o carbonizzata, mentre si cercava di ricordare quella canzone cantata dagli alpini. Quanta vita trascinata via dal tempo. Quanti sogni, quante speranze. Il futuro è cupo. Meglio allora prendere un bicchiere di rosso corposo, solo un pò legnoso, e tentare di fermare le lacrime asciugandole con i ricordi. Il futuro è nel passato. Un passato che non tornerà. Per questo si deprime. Quant' era verde (padano) la mia valle....Molte altre "figure" si stagliano nell'orizzonte dello scandalo, e molte altre reazioni si paleseranno.
Nessuno però ancora ha detto le paroline magiche che noi non leghisti vorremmo sentire: I SOLDI CHE HAN RUBATO, SONO SOLDI ITALIANI E VANNO RESTITUITI.
PARLIAMO DI MASSONERIA
La Massoneria. Erede di misteriose società segrete avvolte nella leggenda, come il Priorato e i Rosacroce, è considerata un’organizzazione di sicura esistenza anche oggi. Non è ben chiaro, però, se questa società sia da vedersi come un’erede di quelle del passato, o piuttosto come un altro volto della medesima organizzazione, perseguente sempre gli stessi scopi, ma con rituali differenti. L’origine della Massoneria sembra da collocarsi in età moderna, quando, nel 1717, la Grande Loggia dei Massoni di Londra rese pubblica la sua esistenza. Ma ci sono diverse prove che la società esistesse già precedentemente: nel 1646 l’antiquario Elias Ashmole fu iniziato alla Massoneria, mentre una poesia di Henry Adamson del 1638 vi fa riferimento. Ma ci sono anche teorie che ne fanno risalire la fondazione all’epoca antica e che costituiscono la “Leggenda della libera Muratoria”. Essa si basa su documenti pubblicati nel 1800, che collegano la Massoneria alla costruzione del Tempio di Salomone, considerato il primo Gran Maestro. L’origine della società si fa anche ricondurre ai Templari, essendo stati ritrovati simboli massonici su pietre tombali in loro castelli. Quindi, ancora una volta, l’Ordine del Tempio, che dovrebbe essere stato il supremo difensore della fede, viene messo in relazione con un gruppo dalla religiosità discutibile. I massoni, infatti, credono in una suprema divinità, che però non si specifica chiaramente se sia un dio cristiano oppure no, visto che vengono accolte persone di tutte le religioni. Nel 1738, papa Clemente XII emanò una bolla in cui proibiva ai cattolici di aderire alla Massoneria, situazione che cambiò solo nel 1976.
La Massoneria prevede un rigido rituale, a cui deve attenersi chi vuole accedere ai diversi gradi, il cui simbolismo è riassunto in alcune Tavole illustrate, nelle quali sono sempre presenti i simboli fondamentali, riconducibili alla geometria e all’architettura: il Libro Sacro, la squadra, il compasso. L’aspirante al Primo Grado è detto Apprendista e deve essere bendato, indossare un abito di lino, con un cappuccio e un cordone intorno al collo (possiamo scorgere un’analogia con il cordone usato nella cerimonia d’iniziazione dei Templari). L’apprendista deve anche giurare di non rivelare mai i segreti che gli verranno svelati, altrimenti incorrerà in una terribile pena: aver la mia gola tagliata, la mia lingua strappata alla radice, e il mio corpo sepolto nelle ruvide sabbie del mare al limite della bassa marea. Sembra che questa minaccia non sia mai stata messa in atto, ma serve comunque a definire il sapere della Massoneria come esoterico.
La Tavola del Primo Grado comprende una rappresentazione del Sole e della Luna, a sottolineare l’importanza del concetto di dualismo che governa l’universo. Di rilievo sono le due colonne, corinzia e dorica, che rappresentano il passaggio dell’Apprendista verso un altro stato, e che pare siano quelle del Tempio di Salomone, chiamate Jachim (lo spirito attivo e creativo, ed anche la conoscenza) e Boaz (lo spirito passivo e riflessivo, ed anche l’ignoranza), i due giganti che sorreggono le colonne d’Ercole.
Nella Tavole del Secondo Grado, a cui accede chi è diventato Compagno, le colonne sono cave e possono contenere documenti segreti (ci viene in mente l’abate Saunière che a Rennes-le-Château forse trovò delle pergamene in una colonna cava). Vi è, inoltre, la rappresentazione della scala di Giacobbe che sale verso il cielo (anche nella chiesa di Rennes troviamo un richiamo a Giacobbe tramite le parole sul timpano d’entrata Terribilis est locus iste).
Le Tavole del Terzo Grado, con cui si diventa Maestro, mostrano la simbologia che accompagna uno strano rituale: viene mimato l’assassinio da parte di tre cospiratori dell’architetto del Tempio, Hiram Abif, e l’iniziato riceve tre colpi, simbolici, sul capo. I simboli che si ritrovano sulle Tavole si addicono ad un fatto di sangue: una bara e il “Teschio” ossia un teschio su due femori incrociati.
Ci sono tantissimi luoghi nel mondo dove è possibile trovare nell’architettura simboli massonici. Ad esempio la cappella di Rosslyn in Scozia, già sito prediletto dai cercatori del Santo Graal: due colonne sembrano essere quelle del Primo Grado, un’immagine di una testa ferita ricorda l’uccisione di Hiram, una scultura sembra rappresentare un Templare che amministra riti massonici. Sembra che i massoni abbiano partecipato alla progettazione di intere città, come Washington D.C., progettata seguendo viali diagonali, che formano triangoli e che sono allineati secondo eventi astronomici. Il viale diagonale principale, infatti, è la Pennsylvania Avenue, che pare allineata secondo tale evento: la sera del 10 agosto il sole tramonta esattamente alla fine del viale, mentre mezz'ora più tardi nello stesso punto tramonta una costellazione che include quella della Vergine. Intorno a questa costellazione c'è un triangolo rettangolo formato dalle stelle Regolo, Arturo e Spica, che ricalca quello formato da Pennsylvania Avenue, il Mall (vasto viale diretto ovest verso il fiume) e una linea che passa lungo il Monumento a Washington. Innegabile è l'influenza della Massoneria nella storia degli Stati Uniti, essendo massoni gran parte dei firmatari della Dichiarazione d'Indipendenza ed essendo lo stesso Washington membro della Loggia Alexandria. Il monumento a Washington è costruito sul modello di un obelisco egiziano, simbolo molto usato dalla Massoneria; una statua dedicata al presidente Garfield mostra uno zodiaco; il Gran sigillo degli Stati Uniti (quello che si vede sul dollaro) raffigura una piramide sormontata dall'Occhio-che-Tutto-Vede. Anche molte associazioni universitarie utilizzano un simbolismo massonico: il più lampante esempio è la confraternita Teschio e Ossa di Yale, della quale fecero parte molti politici e personaggi in vista, tra i quali George H. W. Bush e George W. Bush. Esiste una città vicino a noi che sembra nascondere tra le sue vie ed i suoi monumenti chiari riferimenti massonici, Torino.
Il capoluogo torinese è notoriamente considerato un “città magica”, dove proliferano le sette e i sedicenti maghi. Torino sarebbe, infatti, un omphalos primordiale, un centro d’irradiazione di energia tellurica e spirituale, sorgendo su un nodo geomantico, cioè in un punto d’intersezione tra correnti enrgetiche dette leys (le stesse dove potrebbero essere sorti i luoghi di culto delle civiltà antiche, specialmente quelli dedicati alla Dea Madre). Torino farebbe, dunque, parte di un doppio triangolo magico, i cui vertici sarebbero altre città magiche del mondo: Lione, Praga, Londra e San Francisco. A Torino sono segnalati da chi si diletta di magia ed occultismo 33 punti magici, negativi e positivi. Il punto di maggiore positività si situa in piazza Castello, dove si trova la meridiana astrologica sulla prima colonna di destra del Duomo e la cancellata della Piazzetta Reale su cui sono rappresentati i Dioscuri, simboli dell’opposizione tra luce e tenebre, Sole e Luna, secondo un dualismo caro ai massoni. Il punto di maggiore negatività sarebbe Piazza Statuto, rivolta ad Ovest, dove si eseguivano le condanne capitali. Nella storia di Torino è anche rilevante il legame con l’Egitto, i cui simboli si ritrovano in alcuni rituali massonici: la città sembra, infatti, aver dato asilo al principe eretico Eridano, che avrebbe scelto questo sito per fondare una città nel XV secolo a. C., perché il Po gli ricordava il suo Nilo. Anche il nome stesso della città potrebbe essere di origine egizia, ricollegandosi al culto del Toro sacro di Menfi. La chiesa della Gran Madre di Dio (indicata come uno dei luoghi del Santo Graal) si dice sia stata costruita sulle rovine di un antico tempio di Iside. Vi è, inoltre, in Piazza Solferino, un’opera d’arte palesemente ispirata dal simbolismo massonico, la Fontana Angelica. Essa era stata progettata per essere collocata davanti al Duomo, mentre nella posizione attuale ha perduto parte del suo significato simbolico, non essendo rivolta ed est. Le statue rappresentano due figure maschili, l’Autunno e l’Inverno, che si possono identificare con Jaquim e Boaz. Essi versano l’acqua da due otri, uno a forma d’Ariete, l’altro d’Acquario. L’acqua rappresenta la conoscenza, mentre l’Ariete è il Vello d’Oro cercato dagli Argonauti, ma anche la trasformazione della materia verso la perfezione (la Massoneria è considerata depositaria di segreti alchemici); l’Acquario, invece, rappresenta l’Era dell’Acquario a cui deve tendere l’umanità. Le due figure maschili, però, possono anche rappresentare la divinità egizia Osiride, e allora quelle femminili, la Primavera e l’Estate sarebbero la sua compagna Iside. Se poi ci si pone di fronte alla fontana si vedrà che tra l’Autunno e l’Inverno si apre un varco: quello che l’iniziato deve attraversare per giungere alla vera conoscenza. Ecco che una città dalle antiche tradizioni di magia è stata eletta da una società segreta come luogo privilegiato per esprimere i propri riti e forse svelare i propri segreti all’attento osservatore.
La Massoneria in Italia. Essa visse stentatamente fra le persecuzioni fino alla occupazione napoleonica. Si ha notizia dì qualche Loggia in Firenze, Napoli, Torino, Cremona e Milano. Il 5 marzo 1805 si costituì in Milano il primo Supremo Consiglio d'Italia, ad opera dei fratelli massoni Francesi di 33° Grado, appartenenti alla Armata Napoleonica, e furono eletti a Sovrano Gran Commendatore il Viceré d'Italia Principe Eugenio Beauharnais e Gran Cancelliere il Principe Gioacchino Murat. Nel 20 giugno dello stesso anno si formò il Grande Oriente d'Italia, pure in Milano col quale si fusero le Logge Francesi del Grande Oriente e della Divisione Militare del Regno d'Italia. Nel 1806 furono pubblicati gli Statuti della Franca Massoneria in Italia ed i Rituali dei primi tre Gradi; nel 1809 la Costituzione Generale del Grande Oriente in Italia; nel 1812 una nuova edizione degli Statuti, da cui derivano gli Statuti generali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, stampati in Napoli; nel 1820 ed ancor oggi in uso.
Dal 1806 al 1808 si ebbero nell'Italia settentrionale più di 30 Logge, composte dai migliori elementi della società del tempo, tra i quali il filosofo Romagnosi, Vincenzo Monti, ed il musicista Paganini. Nei documenti ufficiali Napoleone era chiamato " Potentissimo Fratello Protettore dell'Ordine".Nel 1808 si costituì il Grande Oriente di Napoli con Gioacchino Murat Gran Maestro; l'anno successivo fu fondato il Grande e Supremo Consiglio per le due Sicilie dei Potentissimi Grandi Ispettori Generali, con sede in Napoli e Murat Sovrano Gran Commendatore. Il Colletta riferisce che nel 1813 la Massoneria meridionale contava 94 Logge. Caduto Napoleone, il Supremo Consiglio di Milano si sciolse, mentre continuò il fervido lavoro segreto delle Logge nell’Italia meridionale. Dopo il 1848 sembra che vi fosse in Torino uno Supremo Consiglio, che però non fu molto attivo fino al 1862; nel 16 dicembre di quell'anno si costituì in Torino un Concistoro del 32° Grado, che funzionò fino al 1866, anno in cui si ebbe un Supremo Consiglio per l'Italia, che continua il suo lavoro ancora nel 1883. Nel 1861 la Massoneria funzionava ancora in Napoli, ove la Loggia "Sebezia" assumeva il titolo di Gran Loggia Madre per affermare la sua diretta discendenza dal Supremo Consiglio di Napoli; a Palermo si creavano altre due Massoneria, una delle quali si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino nel 1867, è l'altra nel 1862 eleggeva alla carica di Sovrano Gran Commendatore Giuseppe Garibaldi.Divenuta Firenze capitale del Regno, nel 1864 molti membri della Supremo Consiglio di Torino vi si trasferirono; ivi veniva fondato nel 1869 un nuovo Supremo Consiglio, che nel 1872 si trasferiva a Roma. In tale data veniva nominato Sovrano Grande Commendatore Giorgio Tamayo. Nel 1863 la situazione della Massoneria italiana era la seguente: un Supremo Consiglio a Torino con a capo il Generale Milbitz, un Supremo Consiglio a Firenze con a capo Francesco De Luca, un Grande Oriente a Napoli, un Supremo Consiglio a Palermo. Una ispezione del Potentissimo Fratello Albert G. Goodall del Supremo Consiglio di Boston dichiarava illegittimi i Supremi Consigli di Palermo e di Firenze, e regolare il solo Supremo Consiglio di Torino, cui spettò di partecipare al Congresso di Losanna del 1875. Circa nel 1869 il Grande Oriente di Napoli si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino, nel 1875 auspice Giuseppe Garibaldi si fondevano i Supremi Consigli di Roma e di Torino, creandosi un nuovo Supremo Consiglio per l'Italia con sede a Roma, al quale aderiva nel 1876 il Supremo Consiglio di Palermo. Ma varie vicende, specie per il fatto di dover trasferire la sede a Roma, rompevano l'accordo; però nel 1879, per iniziativa di alcuni Supremi Consigli esteri tutti i fratelli italiani di 33 Grado, convocati a Roma, creavano il Supremo Consiglio per l'Italia ed il nuovo Sovrano Gran Commendatore nella persona di Giorgio Tamayo. Però la Massoneria piemontese si tenne ancora in disparte, cessando di essere regolare. La fusione completa avveniva poi nel 1887 per opera di Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia in Roma: morti nel 1895 il Riboli di Torino è nel 1897 il Tamayo di Roma, veniva nominato Sovrano Gran Commendatore della Massoneria italiana il Lemmi, che tenne la carica fino alla sua morte, avvenuta nel 1906. Dopo il 1860, parallelamente al Rito Scozzese, e sul tipo della Massoneria francese, si era formata in Italia una Grande Loggia Simbolica, che non riconosceva Gradi superiori al 3°. Ne furono Grandi Maestri Costantino Nigra, Giuseppe Garibaldi, Francesco De Luca, e il Marchese Cordova. Adriano Lemmi si adoperò perché il Rito Scozzese ed il Rito Simbolico si riunissero, delegando i due poteri ad un Grande Oriente d'Italia per la sovranità sulle Logge; il patto potè dirsi perfetto nel 1882 quando Adriano Lemmi, già Sovrano Gran Commendatore, fu eletto anche Gran Maestro del Grande Oriente. Morto Adriano Lemmi nel 1906, gli succedevano come Gran Maestro Ettore Ferrari e come Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori, il quale aveva come Luogotenente Saverio Fera. Nel 1908 la Massoneria si divise in due a causa di un conflitto sorto, essendo un gruppo di Deputati al Parlamento stato minacciato di espulsione per non essersi schierato con sufficiente energia circa un progetto di Legge sulla laicità dell'insegnamento. In sostanza, si contestava la inopportunità dell'intervento ed il diritto del Gran Maestro E. Ferrari di imporsi sulla coscienza dei massoni Deputati in questioni politiche e religiose che non toccavano direttamente l'Ordine. Perciò il Supremo Consiglio, quale tutore della regolarità delle Rito Scozzese, minacciò di demolizione il Grande Oriente. Il Sovrano Gran Commendatore A. Ballori in un primo momento si schierò contro E. Ferrari, ed in secondo tempo si alleò a questi avendo contro di sé tutto il Supremo Consiglio, lasciò la carica al Luogotenente Saverio Fera. Questi creò allora secondo gli Statuti Scozzesi una Gran Loggia Nazionale d'Italia, di cui venne nominato Gran Maestro. Si ebbero così due Massonerie, che dalle rispettive sedi furono dette Piazza della Gesù (Fera) e di Palazzo Giustiniani (Ballori). Una ispezione allora a nome dei vari Supremi Consigli Esteri ed a mezzo del Potentissimo Fratello Belga De Paepe riconobbe regolare la prima, tale decisione venne confermata dalla Conferenza di Washington del 1912; così nel mentre la Massoneria regolare di Piazza del Gesù rimaneva federata con le 56 Potenze massoniche di Rito Scozzese, quella di Palazzo Giustiniani rimaneva collegata con alcuni Grandi Orienti irregolari, fra i quali il Grande Oriente di Francia e la Gran Loggia Simbolica di New York. Morto Saverio Fera, furono Gran Maestri della Massoneria Scozzese Italiana i Sovrani Gran Commendatori Leonardo Ricciardi, William Burgess e Raoull Vittorio Palermi. La posizione delle due Massoneria venne definitivamente regolata dalla Conferenza di Losanna del 1922 il delegato di Palazzo Giustiniani non venne ricevuto, perché ritenuto irregolare, e Raoul Vittorio Palermi, delegato di Piazza delle Gesù, fu nominato Presidente della prima Sezione, ottenendo il riconoscimento da parte di tutti i Supremi Consigli rappresentati alla Conferenza, della sua regolarità. Tra il 1919 ed il 1922 le due Massoneria presero posizione contro i movimenti estremisti, che avevano fatto piombare il Paese nell'anarchia. Giunto al potere Benito Mussolini, con un programma costruttivo di disciplina nazionale, tanto il Palermi, che Domizio Torrigiani Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, gli resero pubblico omaggio, e malgrado il divieto fatto ai fascisti di essere massoni, tutti gli uomini più eminenti delle fascismo erano iscritti a Logge dell’una o dell'altra parte. A causa del delitto Matteotti e del discorso del 3 gennaio 1925, la Massoneria assunse verso il regime un atteggiamento di aperta sfiducia: mentre però il Torrigiani si chiuse in una rigida opposizione, il Palermi cercò di salvare il salvabile; ma nulla potè conseguirne, infatti fu promulgata la legge 20 novembre 1925 contro le Società Segrete. Ma la Massoneria non era morta: gruppi di massoni si tenevano in contatto nelle varie città. Alla fine del conflitto bellico le Logge servirono a far divampare la Sacra fiamma massonica che, sopita ma non spenta, brilla di luce antichissima: essa potrà e dovrà di nuovo riverberarsi nella vita italiana, riportare il contributo dello splendore dello Scozzesismo alla ricostruzione della Patria ed al suo ritorno nel Consesso delle Nazioni.
Torino capitale, covo di massoni. La città incarna le ragioni del laicismo contro quelle della chiesa. Dopo la fine del sogno rivoluzionario quarantottino, a decine di migliaia gli esuli della libertà vanno a Torino, nuova e impensabile capitale italiana. Impensabile è la parola giusta: da sempre la classe dirigente torinese ha avuto il francese come eloquio privilegiato, esclusivo per le buone occasioni. Non è un caso che Cavour abbia fatto esercitazioni di italiano prima di affrontare i dibattiti in Parlamento. Torino diventa la capitale morale d’Italia facendo proprie le ragioni del mondo civile contro quelle della barbarie medioevale, incarnate dalla Chiesa cattolica. Non solo: Torino diventa Gerusalemme. Il Paragone non sembra ardito a Roberto Sacchetti: "Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Era stata forte e diventava grande - bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano le nozze. La Mecca d’Italia diventava la Gerusalemme". A Torino, nuova capitale morale e religiosa d’Italia, si trasferiscono, e non può che essere così, tutti i liberal-massoni (Free-Mason, Franc-Maçon, Libero-Muratore, liberalismo e Massoneria sono nell’Ottocento praticamente sinonimi) del resto d’Italia. I regnanti sardi offrono ai "fratelli" italiani un’accoglienza tanto calorosa da riservare loro (a tutto discapito dei locali) alcuni dei posti più prestigiosi nelle università, nei giornali, nella diplomazia, nello stesso Parlamento. Ecco come il siciliano Giuseppe La Farina, una delle più eminenti personalità massoniche emigrate a Torino, racconta l’accoglienza riservata agli esuli in una lettera alla "carissima amica" Ernesta Fumagalli Torti, spedita il 2 giugno 1848. "Arrivati appena a Torino - scrive - stavamo spogliandoci, quand’ecco il popolo preceduto da bandiere venire sotto le nostre finestre, e farci una dimostrazione veramente magnifica. Mi affacciai alla finestra, ringraziai; fui salutato con mille prove ed espressioni d’affetto. La mattina seguente, dopo essere stati da’ ministri, ritorniamo a casa; e dopo un momento, chi viene a visitarci? Tutta la Camera de’ Deputati col presidente. Onore insigne, che i parlamentari non sogliono concedere né anco ai propri re". L’accoglienza "regale" offerta alla generosa emigrazione italiana, permette ai Savoia di incassare un importante obiettivo politico: li rende preziosi e credibili alleati degli stati che contano. Offre garanzie ai liberali - protestanti e massoni di tutto il mondo - che sono intenzionati a fare sul serio. Che hanno davvero deciso di rompere con la tradizione cattolica del proprio stato e della nazione cui quello stato appartiene. I Savoia per amore di regno e quindi per furto - come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi - diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola.
L’anima massonica del regno sardo, e in particolare del Parlamento subalpino, viene mai apertamente alla luce? No, perché l’associazione è pluri-scomunicata e perché il primo articolo dello Statuto vincola i parlamentari all’ossequio della fede cattolica definita religione di stato. L’11 novembre 1848, però, un brillante intervento del deputato Cavallera rende palpabile la "fraternità" quasi come l’aria che si respira. Si sta discutendo di sollevare le finanze dello stato, esauste per la campagna militare, ricorrendo all’esproprio e alla vendita dei beni delle corporazioni religiose. Contrario alla proposta Cavallera fa un discorso brevissimo, allusivo, singolare e sintomatico insieme, che dopo un primo momento di sconcerto suscita la generale ilarità. Ecco le poche battute del curioso intervento. Gli ordini religiosi - osserva il deputato - sono nati in Italia dove esistono da "più di dodici secoli". Bisogna dedurne che "necessariamente corrispondono ad un bisogno reale della società (rumori) [chiosa degli Atti del Parlamento subalpino]; e per conseguenza se si volessero abolire, altre se ne dovrebbero sostituire; infatti i moderni che vollero abolire i frati, vi sostituirono un’altra specie di frati: e cosa sono i circoli politici, se non vere fraterie? (Sorpresa e scoppio generale di risa prolungate). Perciò posto che non si sa stare senza frati, ai moderni preferisco gli antichi (Segue ilarità e mormorio di voci diverse)".
Da tanto alto lignaggio e nobiltà si arriva a delle bassezze assurde.
Si auto-annulla una multa,indagato viceprefetto. Secondo “Libero Quotidiano”, alla guida senza assicurazione e libretto di circolazione fa ricorso contro la contravvenzione. Poi firma di suo pugno l'archiviazione. Ha fatto tutto da solo il viceprefetto di Torino Roberto Dosio: ha preso una multa, ha fatto un ricorso e lo ha accolto cancellandosi la contravvenzione. Tutto nei suoi poteri. Ma per il pm di Torino, Andrea Paladino è abuso d'ufficio: non avrebbe dovuto giudicare se stesso. E così è stato denunciato. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il 27 di maggio, durante un normale controllo, la Polizia stradale fa due contravvenzioni al vice prefetto, trovato alla guida dell’auto del padre senza tagliando dell’assicurazione e sprovvisto del libretto di circolazione: 78 euro il totale da pagare. Lui però il 14 giugno presenta ricorso eccependo "ragioni di sicurezza e emergenza, come previsto dall’art. 4 della legge 689 del 1981". Ragioni alle quali a sua volta si oppone la Polstrada sostenendo che l'occasione non rientrava nell'applicazione di quella legge. Il 28 settembre però la sorpresa: il ricorso, accolto e archiviato, porta in calce proprio la firma del vice prefetto intestatario delle multe. Poco dopo scatta la denuncia della Polizia stradale. A quanto si apprende l'uomo si sarebbe giustificato dicendo di aver trattato il suo ricorso "con gli stessi criteri usati per gli altri cittadini".
Il viceprefetto: "Mi sono tolto la multa ma è stata una scelta trasparente". Dosio ha accolto il suo stesso ricorso, per due contravvenzioni al codice della strada: "Ero io che in quel momento avevo la delega e dovevo decidere. Potevo disturbare il mio superiore per una mia questione personale, ma non sarebbe stato corretto". Ha detto a Sarah Martinenghi di “La Repubblica”.
Viceprefetto Roberto Dosio, lei è indagato per abuso d'ufficio per una vicenda davvero insolita: dopo essersi preso due multe, ha fatto ricorso a se stesso. E da solo ha estinto le contravvenzioni.
Non è un po' strano?
«Mi rendo conto, ma del resto ero io in quel momento che avevo la delega e doveva decidere sui ricorsi. Ho ritenuto che non ci fosse nulla da nascondere...»
Ma non poteva trovare un'altra soluzione?
«Io ho ritenuto che fosse giusto agire così. L'ho fatto proprio perché non c'era nulla da nascondere: è stata una scelta di stile e trasparenza».
Può spiegarsi meglio?
«Beh, avrei potuto far passare 210 giorni dalla presentazione del ricorso, avrei potuto attendere il periodo di ferie di un collega, o disturbare il mio superiore per una mia questione personale.. ma non sarebbe stato corretto. Non volevo ricorrere a sotterfugi. Ho seguito la procedura operando una scelta di trasparenza, coerenza e responsabilità».
Scusi, ma è legittimo archiviarsi una multa? Posto che il ricorso sia fondato, ovviamente...
«E' una cosa pienamente legittima perché il potere di archiviazione deriva dalla titolarità stessa dell'ufficio attribuita direttamente dal Prefetto. Io avevo il potere di firma».
Veniamo invece al merito del ricorso: perché erano ingiuste quelle multe?
«Io quel giorno ero a casa, ho ricevuto una telefonata e sono dovuto uscire per andare a firmare delle memorie davanti al giudice di pace. Ho preso l'auto di mio padre, non sapevo fosse priva di documenti».
Secondo la Polizia Stradale le ragioni di "emergenza e sicurezza" che lei ha addotto non contemplano il fatto di non aver avuto assicurazione e libretto.
«L'interpretazione della prefettura prevale su quella dell'organo accertatore: i fatti attestano che mi stavo spostando per necessità inerenti al servizio che vengono comunemente ritenuti sufficienti per invocare le esimenti dell'articolo 4. Non ritengo che ci siano estremi penali».
Però la procura l'ha indagata per abuso d'ufficio. Che idea si è fatto di questa vicenda?
«Credo che di fondo possa avere infastidito la linea garantistica che ho seguito nella direzione dell'ufficio, affinché le motivazioni dei cittadini potessero essere valutate in profondità e secondo legge. Nella realtà ho coniugato trasparenza e legalità individuando una linea di equilibrio rispetto ai Giudici di Pace, notoriamente meno restrittivi della Prefettura. E ho evitato di appiattirmi sulle interpretazioni notoriamente restrittive degli organi accertatori. Il cittadino deve potersi fidare della Prefettura e del fatto che le giuste motivazioni vengano accolte».
PARLIAMO DI MAGISTRATI.
INTERDIZIONE GIUDIZIARIA: INCAPACI O RICCHI DA SPOLPARE?!?
Luigia Padalino: «Messa a tacere perché ricercavo la verità».
ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.
Il procuratore chiedeva tangenti. Arrestato Marabotto: 30% su false consulenze.
Giuseppe Marabotto era scampato a un primo processo per un serio reato (aveva rivelato a un indagato che il suo telefono era sotto controllo). Chiacchierato da molti anni e divenuto procuratore di Pinerolo, ha costruito in una tranquilla periferia giudiziaria un regno personale e il malaffare perfetto per chi, come lui, si sentiva impunito stando dalla parte della legge: 11 milioni di euro sottratti allo Stato sotto forma di consulenze fiscali seriali ed inutili ai fini di azioni giudiziarie. Si sapeva dal 2005. Si sa anche che i commercialisti e consulenti della procura restituivano a un suo collettore il 30 per cento. «Ci sono spese da sostenere» veniva detto loro. In tre hanno confessato.
Pesanti le accuse: corruzione, associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato.
Il magistrato, che in questi anni da indagato è riuscito prima a farsi trasferire alla Corte d’appello di Genova e ad andare poi in pensione, è stato arrestato e portato da Torino nel carcere di Pavia insieme al commercialista Ruggero Ragazzoni. Gli altri due ammanettati di giornata, il professionista Mario Emanuele Florio e il ginecologo, medico legale anche per pm torinesi e collettore delle tangenti, Dario Vizzotto, sono stati destinati al carcere di Opera. Ma il secondo a sera era ancora in procura, a Milano, interrogato su richiesta del suo legale (Mauro Anetrini). Tirava aria di confessione.
Le 106 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Stefania Donadeo danno conto della «palingenesi» del procuratore e del giro di commercialisti che aveva radunato: 27 sono indagati, tre notissimi a Torino (Alberto Ferrero, già candidato per Forza Italia alla presidenza della Provincia) e i due arrestati, Ragazzoni storicamente vicino alla sinistra, tutti e due ex revisori dei conti del Comune di Torino. Con la regia esterna di Vizzotto, Marabotto costruiva terne di consulenti per moltiplicare l’ammontare delle risibili consulenze contabili: migliaia fra il 2001 e il 2005. Solo in due anni intermedi fece controllare, si fa per dire, 375 società del Pinerolese. Lo Stato pagava (30 mila euro, più Iva, a botta) e il procuratore archiviava. L’importante è che girassero carte e soldi.
Questo scandalo è stato bloccato nel 2005 da alcuni pm torinesi: un’ispezione ministeriale aveva registrato l’«anomalia», sicché il procuratore fu costretto a iscrivere alcuni dirigenti di società nel registro degli indagati malgrado non avesse in mano niente e ad inviare gli atti, in alcuni casi, ad altri uffici giudiziari per competenza territoriale. A Torino si accorsero dell’«irritualità» di quei fascicoli e misero in moto la procura milanese. Un giudice e un pm di Pinerolo hanno messo a verbale i loro sospetti. Perquisizioni, avvisi di garanzia, e nient’altro. Sino al settembre scorso, quando, dopo una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate alla procura torinese su uno studio di commercialisti che evadeva le imposte, emerse che quei professionisti avevano deciso di pagarle solo sul 70 per cento delle parcelle, quanto restava loro.
Marabotto a uno dei suoi: «Ho già preparato una lettera al Comando generale della Guardia di Finanza dicendo che è vergognoso che vadano a fare indagini che riguardano compensi, e che quindi chiamano in causa il modo di agire della Procura... che vengano affidate a persone talmente incompetenti... per cui lo stesso procuratore deve spiegare a un deficiente di maresciallo come stanno le cose». Le intercettazioni svelano il mondo particolare di Marabotto che faceva arrestare gente spessa - in questo caso dei marocchini con un negozio di abbigliamento a Pinerolo - e poi ne diventava amico. Tanto che questi gli propongono di comprare una collina in Marocco. Il denaro non gli mancava. E si sentiva al sicuro. Donatella Giovannini, fra i professionisti che hanno rivelato il sistema Marabotto, ha rivelato che il procuratore aveva detto a Vizzotto: «I soldi li ritiri tu, così in galera ci vai tu».
Arrestato per corruzione l'ex procuratore di Pinerolo Giuseppe Marabotto. Negli anni '80 era stato protagonista di diverse indagini sul mondo del calcio. Ospite fisso per stagioni al "Processo" di Biscardi, nel 1986, quando era sostituto procuratore a Torino, è stato titolare della seconda inchiesta calcistica su un giro di scommesse illegali che, sul piano sportivo, portò alle penalizzazioni dell'Udinese in serie A, di Perugia, Lazio e Vicenza in B nonché alla squalifica di 27 calciatori.
L'inchiesta della procura di Torino che ha portato al provvedimento per lui e altre tre persone è iniziata diversi mesi fa. Le Fiamme Gialle si erano concentrate su un giro di consulenze (pagate in tutto una dozzina di milioni di euro in tre anni) che Marabotto affidava a un gruppo di professionisti: gli accertamenti sulle aziende di Pinerolo venivano condotti "a modello 45", vale a dire senza notizia di reato. Quando trapelò la notizia dell'inchiesta, l'allora procuratore spiegò che il suo modo di procedere poteva permettere all'Erario di recuperare cospicue somme di denaro.
Nel 2006 il magistrato era finito nelle intercettazioni telefoniche disposte dai pm di Napoli per l'inchiesta su Calciopoli. Aveva - secondo l'accusa - chiesto aiuto al direttore generale della Juventus Luciano Moggi per il buon esito di un'ispezione negli uffici di Pinerolo, disposta dall'allora ministro della Giustizia Castelli. Una interpretazione che Marabotto aveva respinto con sdegno e stupore: "Macché imbonire - si era difeso -, la mia era una telefonata scherzosa con la quale presentavo Moggi a un ispettore ministeriale, sfegatato tifoso bianconero, un ispettore venuto a Pinerolo per controllare dati informatici, non certo per esaminare il mio operato".
Sul piano disciplinare il caso è stato archiviato dal plenum del Csm, ma Armando Carbone, l'uomo che nell'86 truccò gran parte delle partite allora sotto inchiesta, due anni fa davanti ai magistrati di Napoli ha messo a verbale: "Grazie all'inchiesta di Marabotto negli anni '80 è stato affossato il sistema di Italo Allodi per consentire a Luciano Moggi di diventare il nuovo burattinaio del calcio. Marabotto indagò a senso unico zittendomi ogni volta che parlavo della corruzione di Juventus e Torino. Insieme al sostituto Laudi, prestato all'ufficio inchieste della Federcalcio, Marabotto fu strumento di Moggi nello scandalo dell'86". Di tutto questo si parlerà nel processo in corso a Napoli, dove Carbone è teste per l'accusa.
Amore tra magistrati ed avvocati, vietato e punibile, ma solo se si viene a sapere e il CSM interviene.
L’imparzialità nei giudizi resi rende la credibilità dei magistrati granitica. Se poi si scopre che negli uffici giudiziari vi sono legami sentimentali risaputi tra avvocati e giudici, che influenzano o potrebbero influenzare le attività delle parti in causa e dei loro colleghi, la credibilità va a farsi benedire. Sì, però, basta non farlo sapere in giro.
E' per incompatibilità ambientale nei confronti di due donne giudici di Torino la prima pratica aperta dal Csm di nuova nomina, il cui vicepresidente è, casualmente, un torinese, l'ex deputato udc Michele Vietti. Il procedimento riguarda le gip Fabrizia Pironti e Sandra Casacci, fidanzate ufficialmente, e da diversi anni, rispettivamente con gli avvocati del foro subalpino Fulvio Gianaria e Renzo Capelletto.
La normativa giudiziaria vigente prevede l'incompatibilità ambientale in casi di questo genere. La vicenda delle due donne magistrato impegnate sentimentalmente con legali torinesi, per la verità, non è affatto una novità sotto la Mole. Anzi, anche il precedente Csm, il cui vicepresidente era Nicola Mancino, aveva avviato nei loro confronti un procedimento per incompatibilità: la pratica, tuttavia, non si sa per quale motivo, era rimasta inevasa. Il nuovo Consiglio di Palazzo dei Marescialli, dunque, ha deciso di portare a termine quell'istruttoria e ha deciso di convocare il procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena. E domanderanno pure anche perché il caso, essendo annoso, non sia stato risolto prima.
Un problema di incompatibilità è stato sollevato, ma ristretto nell'ambito degli uffici della giurisdizione torinese, nei confronti di un'altra giudice, la dottoressa Alessandra Vecchione, moglie dell'ex comandante del Reparto investigativo dei carabinieri, Nicola Fozzi. Era evidente, l'incompatibilità, in quel caso: il marito arrestava, la moglie avrebbe potuto trovarsi a giudicare quegli indagati. Questo intreccio investigativo-giudiziario-matrimoniale è stato risolto questa volta dall'Arma, che ha trasferito l'ufficiale al Reparto operativo, non più incompatibile con l'ufficio della moglie gip.
Il giudice torinese Sandra Casacci e l’avvocato Renzo Capelletto vivono la loro storia sentimentale da 31 anni. Una vita. L’hanno sempre fatto alla luce del sole. Il nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, targato Michele Vietti, che solo per un caso è torinese e avvocato anch’egli, ha appena aperto la sua prima pratica disciplinare. L’ha aperta nei confronti del giudice Casacci per incompatibilità ambientale. Il suo compagno, Capelletto, è amareggiato: «Mi spiace per Sandra - racconta - Stiamo insieme da tanto, non ci siamo mai nascosti. Sono stato anche presidente degli avvocati di Torino e nessuno ha mai potuto dire che ci siano stati contatti tra la mia attività di avvocato e la sua di giudice. Il vero problema è che Sandra, dopo una vita di lavoro, sta per diventare capo del suo ufficio e forse questo dà fastidio a qualcuno».
Il Csm ha aperto un’altra pratica contro un giudice torinese. Questa volta si tratta di Fabrizia Pironti, legata per anni sentimentalmente all’avvocato Fulvio Gianaria, uno dei legali più conosciuti e stimati del foro torinese. «Della mia vita privata preferirei non parlare - dice l’avvocato - ma una cosa la dico: in tutto questo tempo non ho mai partecipato a un processo che avesse come giudice la dottoressa Pironti. E così i miei colleghi di studio. È la differenza tra la sostanza e il formalismo».
La pratica aperta dal Csm mette il dito in una piaga. Nei tribunali italiani non ci sono solo coppie formate da giudici e avvocati, ma anche giudici e giudici sono incompatibili in certi ambiti. Oppure parenti, affini. La legge dice, fino al secondo grado. «Abbiamo aperto questa pratica perché ci è arrivata una segnalazione - si limita a dire il vicepresidente del Csm, Vietti - È una pratica nuova, verificheremo».
A Palazzo dei Marescialli è stato convocato il procuratore generale del Piemonte Marcello Maddalena che dovrà spiegare se esiste una situazione di incompatibilità dei suoi due giudici. E, nel caso esista da tempo, perché non è stata risolta prima. Dovrà spiegare, insomma, come mai l’amore ha trovato spazio tra le aule austere e i faldoni dei suoi uffici giudiziari.
Scandalo riportato da tutti i giornali.
Pagati dai carrozzieri: in cambio davano le radio per arrivare prima sugli incidenti.
C’era da guadagnare per tutti. I vigili urbani incassavano tangenti tra i 300 e i 500 euro a settimana. Dipendenti e titolari dei carri attrezzi anche 2 mila al giorno. Uno di questi si è addirittura comprato un mezzo da 100 mila euro. Tutto grazie alle ricetrasmittenti portatili Tetra che 7 agenti della polizia municipale avevano ceduto a chi con l’autosoccorso aveva tutto l’interesse ad arrivare prima sul luogo dell’incidente stradale per accaparrarsi il lavoro.
Arresti domiciliari per 6 civich (mentre una vigilessa è stata graziata perché gravemente malata), mentre 16 persone, tra autisti, titolari e dipendenti di società che gestiscono il pronto intervento stradale, hanno l’obbligo di firma.
Da quanto tempo gli agenti mettevano in atto il reato di peculato e corruzione? Questa non è l’unica domanda aperta, parallelamente c’è un altro filone di indagini che riguarda la fuga di notizie. Prove schiaccianti invece - intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, videoriprese - a conferma di un sistema a prova di bomba. Archiviati i vecchi apparecchi facilmente intercettabili con un comune scanner, le nuove radio Tetra funzionano solo se autorizzate da password in dotazione alla centrale della polizia municipale. Per essere informati in tempo reale su una collisione stradale è dunque indispensabile possedere una di queste radio. I vigili arrestati le avevano consegnate in cambio di mazzette che potevano fruttare anche 2 mila e 500 euro al mese.
Una spesa più che tollerabile per quei privilegiati che potevano battere la concorrenza grazie alle indicazioni ricevute.
Ad insospettire la polizia municipale sulle irregolarità sono stati proprio gli oggetti del profitto facile. Le radio digitali Tetra. Dotate di Gps - meccanismo che consente l’individuazione via satellite - risultavano presente in aree dove non sarebbero dovuto essere. In zone, cioè, diverse da quelle dove lavoravano i civiche che le avevano in dotazione. Da verifiche e controlli incrociati gli inquirenti si sono accorti che le cose non quadravano.
Più che una “semplice” Tangentopoli, la vicenda degli arresti domiciliari ai vigili urbani per le mazzette sugli incidenti stradali è una “spy story”. Dove salta fuori di tutto: persino il sesso, il gioco d’azzardo, la cocaina. E, ovviamente, le “talpe”, le spie che con le loro informazioni cercano di proteggere i colleghi nei guai.
Sesso nel retro. Il giorno dopo la bufera, il mondo dei carristi è in fibrillazione. Nelle carrozzerie e nei bar frequentati dagli autisti non si parla che dello scandalo. E in molti, a quanto pare, sanno più di quanto è contenuto nelle 85 pagine dell’ordinanza di custodia. «Uno di quei vigili lo conoscevo - racconta Pino (nome di fantasia) - e conoscevo il titolare della carrozzeria a cui prestava la radio. All’inizio, il patto tra i due era semplice: il civich, quando sapeva di un incidente, chiamava il carrista, e in cambio gli facevano usare il letto che di solito serviva agli autisti che facevano la notte.
Il vigile aveva un’amante, e quando voleva appartarsi andava lì». Qui invece non si parla di sesso, ma di mazzette da 500 euro alla settimana. «Briciole, se si pensa che arrivando sempre per primo un autista poteva fare 2mila euro al mese più il fisso». E qualcuno, a quanto pare, di soldi aveva davvero bisogno. «Uno di quelli beccati (gli autisti conoscono i nomi di tutte le persone coinvolte pur non avendo letto l’ordinanza ndr) si è fatto dei debiti grandi così. Ha preso la piccola ditta del padre, ha incominciato a comprare carri, auto di grossa cilindrata e ha continuato a giocare d’azzardo. Per forza che non ce la faceva a pagare i creditori. E ha dovuto escogitare qualcosa». Di un altro, invece, uno degli indagati dice alla sorella, in una intercettazione del 20 maggio, «ha il vizio del gioco o c’ha un altro vizio perché con 2500/2600 euro lui e la mamma non riescono a vivere». E specifica, parlando con la moglie «se abbiamo capito questo qua tira di coca».
Stalking e vendetta. Uno degli argomenti più dibattuti è quello relativo a Sabina Torrente, la vedova di Angelo Laurino, uno dei martiri Thyssen, finita suo malgrado nell’inchiesta. La Torrente, ex amante di Gaetano Spinapolice, un benzinaio indagato, nell’ordinanza è indicata come attuale compagna di Plinio Paduano, uno dei vigili agli arresti. Il 6 giugno, Spinapolice denuncia Paduano ad un vigile della quinta circoscrizione. E i giudici ritengono che il benzinaio sia mosso da «motivi legati a sentimenti di gelosia». «Ma quale gelosia - ribatte il benzinaio -. Per me se la può prendere e se la può sposare. L’ho fatto per difendere il mio lavoro. Io ho una mogie stupenda e con la Torrente c’è stata una piccola esperienza sentimentale finita dopo qualche mese. Se ho deciso di denunciare il vigile è perché lui non voleva smettere, nonostante glielo avessi chiesto in tutti i modi, di fare quel lavoro nella mia stazione di servizio. Quando ho visto che incominciava a incattivirsi e continuava a fare determinate cose, con la mia famiglia ho deciso di denunciarlo». Spinapolice, che dice di «non aver percepito una lira» nell’affare delle radio, è stato denunciato dalla donna per stalking. «Ha detto che le ho danneggiato la macchina e bruciato il campanello di casa - ricostruisce Spinapolice -. Ma per dire cose del genere ci vogliono le prove, e in tribunale vedremo se le ha. Io intanto l’ho querelata per calunnia e diffamazione». Le denunce per atti persecutori, spiega Spinapolice, sono arrivate «dopo che io ho denunciato il vigile». Un caso? «A me viene da pensare che la signora Torrente ha avuto una relazione con questo vigile qua, il vigile è venuto a sapere che io avevo preso una certa decisione e si sono messi d’accordo per farmi del male».
Caccia a “Orso Grigio”. E d’altra parte è proprio nelle conversazioni tra lo Spinapolice e la Torrente che salta fuori la “talpa”. O la spia, se preferite: “Orso grigio”. Costui è stato identificato dagli investigatori come un ex sottufficiale della polizia municipale di nome A.M. ma non figura tra gli indagati. Fatto sta che, quando ci si rende conto che il terreno sotto i piedi comincia a scottare, Orso Grigio è colui che si attiva per capire se esista una inchiesta giudiziaria in corso. Addirittura, riferendosi al linguaggio criptato per cui la radiolina era definita «zia», spiega - scrive il gip nell’ordinanza - «che non avendo i due zie in comune, il ricorso al termine zia poteva essere pericoloso». Ecco la conversazione dell’8 maggio. Nino: «lo dico “orso grigio” non mi fai dire i cognomi, no». Sabina: «Orso grigio?». Nino: «Sìììì è quello che lavorava al comando...». Il 12 maggio, l’uomo risalta fuori, indicato con il cognome - che qui ci limitiamo a puntare ndr- in un’altra telefonata tra i due. Sabina: «...perché purtroppo sono colleghi e i colleghi il culo se lo riparano uno con l’altro... fai attenzione... perché M. non è un santo. M. lo avrà fatto prima di lui... attenzione eh...». Nino: «...no no, me lo ha detto anche mio cognato».
Complicità. E a dire il vero il discorso del coprirsi le spalle a vicenda ingenera più di un dubbio negli inquirenti. E se le “mele marce” di Chiamparino fossero di più? Conversazione del 19 aprile tra i “carristi” P. e S. Dice S.: «Se ti fermano tranquillamente digli che te l’ha prestata un vigile e poi vengo io con lui, non è un problema. Hai capito?». P. assente. E S. ribadisce: «Perché mi ha avvisato lui di dire così». “Lui” è il vigile urbano che aveva ceduto la radiolina. Davvero era sicuro che, con questa scusa, i suoi colleghi, in caso di controllo, non avrebbero fatto storie? O ci sono altre possibilità.
Ma non è la sola inchiesta che mina la credibilità nelle istituzioni.
C’è il furto sensazionale, poi le incredibili trattative per rientrare in possesso della preziosa refurtiva. Il furto è quello messo a segno nella palazzina di caccia di Stupinigi, la notte tra il 18 e il 19 febbraio del 2004: spariscono nel nulla mobili di inestimabile valore storico-artistico. Le trattative, invece, sono quelle avviate da due uomini in divisa: il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera, nome in codice “Arciere”, e il sovrintendente della polizia Riccardo Cavuoti. Per la Procura di Torino, durante la delicata fase di recupero della refurtiva i due uomini in divisa diventano complici degli autori del furto, una banda di nomadi sinti. Ecco perché, adesso, i sostituti procuratori Andrea Padalino ed Enrico Arnaldi di Balme inseriscono i nomi di Ravera e Cavuoti nell’avviso della conclusione delle indagini preliminari.
Sono accusati, Ravera e Cavuoti, di estorsione e falso in atto pubblico. Nei documenti in possesso della Procura si legge che «a seguito del furto dei preziosi beni contenuti nella palazzina di caccia di Stupinigi, avvenuto ad opera di Daniele Decolombi, Adriano Decolombi, Claudio Decolombi, Renato Di Maio e Carlo Cerutti, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera dapprima informava Adriano Decolombi e Daniele Decolombi dell’esistenza di una ricompensa per il recupero dei beni pari a 500mila euro e, successivamente, nel corso della trattativa instaurata con Adriano Decolombi, redigeva una annotazione di servizio in cui attestava falsamente che “fonte confidenziale ha riferito che per il ritrovamento della merce gli attuali possessori, che in ogni caso stanno organizzando la spedizione dei manufatti nei paesi arabi, hanno chiesto la somma di 500mila euro”.
Un’annotazione di servizio identica a quella contemporaneamente redatta dal sovrintendente della polizia stradale della sottosezione di Saluzzo, Giuseppe Cavouti. «Autonome e parallele annotazioni di servizio, destinate ai rispettivi superiori gerarchici», che avrebbero quindi costretto la Fondazione dell’Ordine Mauriziano e la società assicurativa Axa a consegnare agli autori del furto la somma di 250mila euro. Insomma, Arciere e Cavuoti mettono in pratica un piano geniale, diabolico: contattano i sinti e li informano, falsamente, dell’esistenza di una ricompensa di 500mila euro per il recupero dei mobili; poi riferiscono alla Procura che gli autori del furto pretendono proprio la somma di 500mila per la restituzione dei preziosi beni. Ma perché l’avrebbero fatto? «Per ottenere plausi e riconoscimenti a ogni costo», aveva spiegato il giudice per le indagini preliminari Silvia Bersano Begey nell’ordinanza di misura cautelare emessa nei confronti dei due indagati nel marzo del 2008. Ma invece dei plausi e dei riconoscimenti è arrivata l’iscrizione nel registro degli indagati.
Arciere è accusato anche di truffa ai danni dello Stato per aver chiesto rimborsi spesa per missioni mai eseguite. Dichiarava, falsamente, di essere al lavoro. In realtà, se ne stava comodamente seduto in poltrona, nella sua abitazione di Piscina.
Concorsi universitari truccati? O viziati da favoritismi e raccomandazioni, e dunque esami finti, perché se ne conosce sempre in anticipo il vincitore? Dopo giorni di polemiche e j’accuse, si muove la Procura della Repubblica. Le dure prese di posizione di due professori universitari pubblicate sulle colonne de «La Stampa» hanno convinto il procuratore aggiunto Francesco Saluzzo, che coordina il pool di magistrati impegnati sui reati contro la pubblica amministrazione, ad aprire un fascicolo giudiziario. I due cattedratici sono Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, e Roberto Alonge, ex preside della facoltà di scienze della Formazione, ordinario di Storia del teatro. La prossima settimana saranno sentiti in procura come «persone informate sui fatti», ovvero testimoni della pubblica accusa. Tutto è cominciato nelle scorse settimane. La procura della Repubblica aveva aperto un fascicolo sulla base di un circostanziato esposto presentato su un concorso da ricercatore (nel settore dell’ingegneria aerospaziale) al Politecnico. L’ha firmato Luciano Demasi, «cervello migrato» all’università di Washington, a Seattle. Il pm Cesare Parodi ha aperto un fascicolo penale, su cui c’è il massimo riserbo: si sa soltanto che alcuni protagonisti della querelle sono stati sentiti a Palazzo di Giustizia. Di quel concorso s’è fatto al Politecnico un gran parlare.
E, al di là di quello specifico episodio, al Poli come all’Università s’è allargato lo sguardo alla situazione generale dei concorsi. Finché sono arrivati, da Palazzo Nuovo, i coraggiosi j’accuse di Alonge e Bertinetti. «In tanti anni di Università - ha detto il preside di Lingue a “La Stampa” - non ho mai visto nessuno vincere un concorso solo in base ai suoi meriti». Roberto Alonge ha firmato su «La Stampa» quasi un’invettiva: «Che i concorsi siano truccati, lo sanno tutti». «Un maestro sfrutta per anni un allievo: gli fa fare esami, gli fa seguire tesi di laurea, si fa sostituire da lui a lezione. Quando, dopo anni di sfruttamento, arriva un concorso, può il maestro non far vincere il proprio allievo, anche se al concorso s’è presentato un altro più bravo?» E Bertinetti: «I meriti possono essere tanti o pochi: ma senza un professore che lo porta, nessuno sale in cattedra». Hanno denunciato un malcostume che fa a pugni con l’etica, o sono anche a conoscenza di reati? Probabilmente i magistrati li hanno chiamati nei loro uffici per saperlo.
Non si sa se Saluzzo e Parodi già indaghino su altri concorsi, al di là di quello del Politecnico, ma probabilmente a Bertinetti e ad Alonge, che appartengono a un altro ateneo, chiederanno se intendono passare da generiche accuse al sistema al resoconto di specifici episodi. Per intanto, ieri Alonge ha ribadito «che il difetto sta nel manico: è la legge stessa a costituirsi a difesa dell’arbitrio, e ad essere costruita in modo tale da consentire la massima discrezionalità». E Bertinetti, sibillino: «Sarò ben lieto di illustrare anche negli uffici giudiziari quali sono i meccanismi concorsuali».
PARLIAMO DI MALASANITA'. MULTATI PERCHE’ TROPPO EFFICIENTI !!! IL PRIMARIO: IO FUORILEGGE E ME NE VANTO.
«Ora che l’Ispettorato del lavoro ha sanzionato le Molinette per eccesso di attività, mi aspetto che multi chi prende lo stipendio e non fa nulla». Il professor Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato finito nel mirino del ministero del Lavoro per la vicenda degli infermieri sfruttati, è caustico, come sempre.
Come giudica la sanzione alle Molinette?
«Non mi sono mai posto il problema di essere fuorilegge. Ogni giorno, qui, abbiamo a che fare con persone in condizioni gravi, e più di me il collega Rinaldi, primario in Cardio-rianimazione. Non trattiamo merci, curiamo esseri umani. Il nostro dovere è dare il massimo delle garanzie, il massimo dell’impegno. Se non abbiamo rispettato la legge, allora la legge va cambiata».
Anni fa, professore, lei sfilava in corteo teorizzando il «lavorare tutti per lavorare meno». Cosa è cambiato nelle sue convinzioni?
«Nulla. La regola è ancora valida: lavorare tutti».
Non è così, alle Molinette?
«Ci sono pochi che lavorano molto e molti che lavorano poco».
Troppo vago. A chi si riferisce?
«Se nei reparti come il mio sovente non c’è un attimo di tregua, ci sono ambulatori che chiudono alle 16, con gli infermieri che vanno a casa tutti i pomeriggi a quell’ora. Io dico: prendiamo un po’ di quegli infermieri e li trasferiamo nei reparti dove l’attività è più pesante, dove i turni sono massacranti, come dice il sindacato».
Anche gli infermieri non sono merce, professore. Se si oppongono un motivo ci sarà.
«E’ ovvio che questi infermieri devono essere incentivati a stare nei reparti più difficili. Innanzitutto economicamente. Lavorare in centri come il mio, o come la Cardiochirurgia, dà grandi soddisfazioni oltre a richiedere sacrifici».
Qual è l’ostacolo?
«Spesso lo stesso sindacato. Qui alle Molinette, in particolare, ci sono abitudini e convinzioni consolidate. Come sostenere che tutti gli infermieri sono uguali e tutti devono ricevere lo stesso in busta paga. Il che è sbagliato, e non va nell’interesse dei cittadini. La verità è che stiamo andando verso l’appiattimento di questo Paese, stiamo scadendo, ci serve una scossa. Se il messaggio che passa, anche attraverso le multe dell’Ispettorato, è “non si deve lavorare troppo”, povera Italia».
Nel frattempo?
«Nulla. Continuiamo a garantire gli interventi a tutti i pazienti che si rivolgono a noi. A dare le risposte che dobbiamo dare. Non siamo un centro estetico: qui, molto spesso, si vive o si muore».
Il ministero del Lavoro ha inflitto alle Molinette una condanna da 110 mila euro per troppo impegno. Il sindacato infermieri aveva denunciato il principale ospedale del Piemonte per i turni di riposo saltati e i troppi straordinari nelle sale operatorie del Centro trapianti di fegato e della Cardio-rianimazione: «Sfruttamento puro», ha accusato Nursing Up. L’Ispettorato ha compiuto una verifica accurata e ha dato ragione ai dipendenti, condannando il direttore generale dell’ospedale a pagare una cifra enorme per lo scandalo. Poco importa che il centro trapianti di fegato diretto dal professor Mauro Salizzoni sia al top in Italia per numero di interventi. Il primo ad aver raggiunto e superato, già nel 2002, i mille trapianti. Un fiore all’occhiello della Sanità pubblica. Poco importa che alcuni giorni fa otto persone siano state strappate alla morte grazie a una maratona di 15 ore in camera operatoria.
Il record qui diventa paradosso. Ma il direttore generale, Giuseppe Galanzino, non ci sta: «Il mio compito è far funzionare al meglio l’ospedale, garantire ai malati un centro di prim’ordine. Se mi chiedono di ridurre l’attività delle camere operatorie, firmo le dimissioni e me ne vado».
Il confronto è fra due diritti legittimi: quello degli infermieri al rispetto di un contratto, quello di un direttore generale (e di un primario) alla gestione di un reparto efficiente. Su un punto credo che entrambi concordino: a chi giova una maxi-multa al direttore generale?
PARLIAMO DI INGIUSTIZIA.
IL CASO STROPPIANA. Il delitto della logopedista Marina di Modica.
14 aprile 2011. Questo è il resoconto del Corriere della Sera.
"Nel suo ultimo giorno da uomo libero parla come un detenuto. «Quando esco, divento un vero pensionato. Mi sono fatto tutti i calcoli: ho 54 anni, ne ho versati 30 di contributi. Finalmente avrò una vita davanti, spero lunga: mio nonno è morto che ne aveva 88, mio papà ne festeggia novanta tra qualche giorno». La voce si rompe quando scivola su quel compleanno al quale non potrà assistere, ma è questione di un attimo. Paolo Stroppiana, il filatelico che ride, il von Bulow di Torino, cerca di riprendere i panni del personaggio enigmatico che ha portato come una corazza per quasi tre lustri. Solo che oggi è difficile. Oggi la sua storia, quella del delitto di cui è accusato, esce dalla dimensione romanzesca che tanto ha allietato le serate dei salotti cittadini orfani delle trame di Fruttero e Lucentini, e si fa vita vera. Presenta il conto, tutto in una volta. Dopo una assoluzione e tre sentenze di condanna, due volte riformate, la Corte di cassazione ha confermato l'ultimo verdetto che lo scorso gennaio gli aveva assegnato 14 anni di carcere per l'omicidio preterintenzionale di Marina Di Modica. Aveva 39 anni, quando scomparve la sera dell'8 maggio 1996. Era figlia di un professore universitario, cattedratico di Chimica e presidente dell'Accademia delle scienze, faceva la logopedista. «Ore 18.30. Cena Paolo per francobolli». Marina era una donna ordinata, segnava tutto su una agenda. Stroppiana all'inizio negò di essere lui, quel Paolo. Un filatelico ben conosciuto, figlio della borghesia torinese, che lo aveva ripreso con sé dopo gli anni dell'estremismo nero in Terza posizione. Poi cambiò versione, raccontando di avere disdetto all'ultimo l'incontro con la donna. Non c'è il corpo, non c'è l'arma, non c'è un movente. La storia è questa. Un canovaccio che ha diviso opinioni e anime, compattando una procura convinta di avere un colpevole e poche prove contro di lui. Stroppiana affronta il tempo sospeso che manca alla ratifica dell'ultima sentenza con una normalità ostentata. Alle 9 del mattino esce di casa, fresco di rasatura, e sale in macchina diretto nell'alto Novarese. Deve far vedere ad alcuni clienti le novità del catalogo Bolaffi, istituzione cittadina per la quale lavora dal 1990. Una tappa a Romagnano Sesia, un'altra a Omegna, infine il pranzo in una trattoria di Crodo. Insieme a lui c'è il figlio Federico, che ha 23 anni. La sua presenza è un segno di resa, per entrambi, perché hanno tante cose da dirsi, perché al ritorno a Torino sentono che dovranno salutarsi. Dietro di loro, due Volanti e altrettante moto della Polizia, una specie di corteo presidenziale che lo segue a distanza. «Non ho mai pensato di scappare, mai. E sinceramente, spero che la sentenza della Cassazione sia definitiva. Non ce la farei a ricominciare un altro processo. In questi anni passati a fingere una vita normale non ho mai potuto coniugare un verbo al futuro. Non ho comprato casa, non ho fatto un mutuo, non ho fatto un figlio con la mia nuova compagna. Avevo sempre la borsa con i vestiti nel bagagliaio, ogni momento era buono il carcere. Basta, adesso basta. Quando sarò fuori, potrò almeno vivere come un ragazzino, fare programmi, costruire qualcosa». Il verdetto della Cassazione sta per arrivare, manca poco. «Spero di diventare nonno in carcere, mio figlio mi ha promesso dei nipotini. Non si stupisca, la mia non è rassegnazione. Giusto o sbagliato non importa, ci sarà sempre un colpevole che la fa franca e un innocente condannato. È solo che sono stanco, molto stanco». Lo status di piccolo mistero cittadino aveva anche solleticato il suo ego. Ma lentamente, come una goccia cinese, era divenuto un peso insostenibile. «Quindici anni, con addosso il marchio di questa storia. Spero che una volta fuori mi lascino stare». Sul marciapiede trova il maresciallo che lo aspetta. Dottore, gli dice, è arrivato l'ordine di tradurla in questura. Stroppiana abbraccia il figlio. Un sorriso. «Andiamo». Certe volte anche la prigionia può essere una liberazione."
14 aprile 2011. Questo è il resoconto de La Stampa. "La Corte di Cassazione di Roma ha confermato la condanna della Corte d'Assise d'Appello di Torino, a 14 anni di carcere, per Paolo Stroppiana, il filatelico torinese accusato del delitto di Marina Di Modica. Per lui, in serata, si sono aperte le porte del carcere. Fra meno di un mese, l'8 maggio, saranno 15 anni che la logopedista torinese è scomparsa, lasciando dietro di sé lo scontrino di un paio di calze nuove e un'agenda piena di enigmi. Su quelle pagine gli inquirenti trovarono gli indizi per le loro indagini, in un mondo senza cellulari: un appuntamento per fare valutare dei francobolli. C'è finito così nell'inchiesta Paolo Stroppiana, 52 anni, filatelico alla Bolaffi. In mancanza di un cadavere, di un'arma e di un movente, c'è rimasto per le troppe bugie, per gli alibi che si sono rivelati falsi, per le contraddizioni sue e di fidanzate e amanti. Sullo sfondo, un chiacchierato un passato da neofascista, le pruriginose abitudini sessuali, la scomparsa, anni prima, di una collega, Camilla Bini. Ma soprattutto è rimasto inchiodato al processo grazie all'ostinazione dei famigliari della vittima, il padre Gaetano e la sua compagna, Marina Ferrero, il fratello Marco, assistiti dall'avvocato Gian Paolo Zancan, che hanno sollecitato la ripresa delle indagini che languivano, ma soprattutto si sono opposti nel 2004 all'archiviazione. E' cominciata la lista dei processi e delle sentenze: in primo grado 21 anni per omicidio volontario, nel gennaio del 2006, ridotti a 16 in secondo grado, a luglio 2008. Nel gennaio del 2010 la nuova sentenza della Corte d'Appello, dopo che la Cassazione aveva ordinato di ripetere il processo: 14 anni per omicidio preterintenzionale. Per l'accusa, sostenuta dal procuratore generale Vittorio Corsi, potrebbe essere stato fatale uno strangolamento durante un rapporto sessuale. “Una sentenza illogica e irragionevole” per gli avvocati difensori, Aldo Albanese e Mauro Ronco. Tutto si è giocato su un appuntamento segnato sull'agenda della vittima per quell'8 maggio 1996 “Cena Paolo x f.bolli”. Quei francobolli ritrovati in soffitta in una vecchia scatola di latta per biscotti, spariti anche loro con Marina. Paolo Stroppiana ha sempre sostenuto che l'appuntamento fosse stato annullato."
Giusta pena in giusto processo, ma dai resoconti giornalistici qualcosa non quadra. Nessuno osa criticare la sentenza. La Cassazione ha condannato per un delitto in cui si nota: niente arma, niente corpo, niente movente.
La Cassazione ha condannato un imputato per omicidio preterintenzionale che: o doveva essere assolto con formula piena; o doveva essere condannato per omicidio volontario e soppressione od occultamento di cadavere. Non esiste in diritto una via di mezzo !!!
IL CASO FRANZONI
«Io non ero stressata. Era come se questo giudice avesse vissuto con me, fosse stato lì quella mattina. Voleva farmi uscire pazza, così se ne lavavano le mani.
La realtà è un’altra. Pretendo giustizia. Loro non sanno che cos’è la giustizia!
Voi (giornalisti) mi avete triturato assieme agli altri. Vogliamo raccontare barzellette? Vogliamo raccontare favole? E quel bastardo dell’assassino dov’è?
Lotterò per avere giustizia perché lo faccio per il bambino, che è più importante di tutto il resto. Mi è stato tolto un figlio atrocemente e sono ormai 6 anni che vivo con questo dolore reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta.
Il deposito delle motivazioni rinnova in me la profonda delusione per una giustizia che non ha il coraggio di dire: forse sto sbagliando.
L’atteggiamento della giustizia rende sempre più difficile la ricerca della verità. E’ giusto aver indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti solo dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quelle del vero colpevole.
Continuerò per tutta la vita a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti.
Quello che mi fa arrabbiare di più è come si possa motivare la sentenza cercando di leggere, o di inventare addirittura, la figura di una donna stressata che ha perso il lume della ragione fino ad arrivare a commettere un omicidio tanto atroce. Questo non c’è nelle carte del processo».
I DUBBI:
GLI ZOCCOLI.
Secondo il RIS l’assassino li ha indossati con i piedi sporchi di sangue. Per la
difesa possono essersi macchiati quando Anna Maria ha soccorso il figlio.
IL PIGIAMA.
Per l’accusa lo indossava l’aggressore di Samuele, ma lo stesso perito nominato
dai giudici dice che non c’è certezza.
I TEMPI.
Poco verosimili. Anna Maria avrebbe ucciso nei 4 minuti in cui l’altro figlio
era fuori a giocare. In questo brevissimo tempo si sarebbe ripulita dal sangue,
quindi, avrebbe accompagnato Davide allo scuolabus e, una volta tornata, in tre
minuti sarebbe riuscita a preparare il depistaggio ipotizzato dalla Corte.
IL MOVENTE.
La mamma di Cogne viene descritta come un soggetto con problemi psichici e allo
stesso tempo un’assassina lucida e spietata. Nonostante ciò, non le viene
concessa la semi infermità.
L’ARMA.
I giudici sostengono che Anna Maria abbia usato un mestolo o un pentolino e
fanno tre ipotesi: l’ha lavato e rimesso a posto, ma i Ris non hanno trovate
tracce; l’ha fatto uscire dalla casa nascosto in un calzino, ma era troppo
grande; l’ha fatto uscire nello zainetto, che ha una traccia ematica
all’esterno, ma non ci sono macchie all’interno.
Ritengo che le motivazioni della condanna di Annamaria Franzoni siano «al di qua di ogni ragionevole dubbio» e non «aldilà di ogni ragionevole dubbio», oltre che ispirate alla frase del Manzoni nella Storia della colonna infame: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per vedere quella che si desidera». Difatti, con questa sentenza la giustizia e il diritto sono stati dimenticati. La sentenza commette una serie di sviste e di travisamenti, ne cito sette:
1. Contiene troppi «forse» e troppi verbi al condizionale, si riferisce a congetture prive di riscontri.
2. Ritiene che l'arma del delitto sia un mestolo o un pentolino, nonostante risulti evidente dalle ferite sulla testa di Samuele che la parte terminale dell'arma avesse tre canali e angoli vivi e rettilinei.
3. Ipotizza senza riscontri oggettivi quale sia stato il movente dell'omicidio, il modus operandi, le circostanze che hanno prodotto il crimine, come e dove sia stata nascosta l'arma del delitto.
4. Ipotizza che la Franzoni dopo l'omicidio abbia immediatamente «rimosso», ma che, prima della «rimozione», abbia avuto la lucidità, l'organizzazione mentale e le capacità cognitive e previsionali di ideare e coordinare i vari depistaggi.
5. Ha dimenticato che la Franzoni alle 8.20 era alla fermata dell'autobus distante 330 metri dall'uscio di casa e che, quindi, con certezza assoluta, doveva essere uscita entro le 8.16 e non alle 8.18 come invece ritiene: è il classico errore di forzatura.
6. Individua la prima telefonata d'allarme alle ore 8.28 mentre la telefonata è iniziata alle 8.26 e 30 secondi: classico errore di spostamento del tassello.
7. Si basa sulla perizia del tedesco Herman Schmitter, costata a noi italiani almeno 50mila euro, una perizia che reputo inadeguata: quella perizia che ha sentenziato che l'assassino indossava il pigiama mentre uccideva il bambino mentre, secondo le mie analisi, l'assassino non lo indossava assolutamente.
L'illogicità fondamentale della sentenza, ma nascosta e invisibile, è il presupporre che se l'assassino non fosse la Franzoni dovrebbe essere un soggetto introdottosi con la premeditazione di uccidere il bambino e non, invece, come le scienze dell'investigazione criminale e l'analisi della scena del crimine fanno ritenere: un assassino che si è introdotto in camera da letto per fare un'offesa ai Lorenzi approfittando dell'uscita della Franzoni, che poi ha perso il controllo perché si è visto riconosciuto da Samuele che non si aspettava di trovare sul letto matrimoniale.