SARAH SCAZZI: IL DELITTO DI AVETRANA

IL RESOCONTO DI UN AVETRANESE

Di Antonio Giangrande

PREMESSA

Il Lettore scettico, disabituato al racconto dei fatti umani senza pregiudizi sociali od ideologici, ovvero conditi da ignoranza od approssimazione, si chiederà: perché leggere questo libro e non la miriade di lavori aventi lo stesso tema, stilati da più o meno autori improvvisati ed estemporanei?

Per prima cosa perché tale opera è citata più di altre nei canali d'informazione come punto di riferimento ed addirittura indicata da Wikipedia come resoconto ufficiale del "Delitto di Avetrana".

Per seconda cosa perché il lettore, assuefatto alla cultura omertosa e censoria imperante, proverà a leggere i fatti, scritti senza peli sulla penna e basati sulla conoscenza diretta: insito nello stile di Antonio Giangrande, autore della collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo" da poter leggere gratuitamente sui suoi canali web, in quanto nessun editore ha voluto pubblicare i suoi volumi.

Chi legge questo libro, aggiornato periodicamente e da scoprire fino all'ultima pagina, si immergerà nella vicenda umana con riferimento ai fatti della società italiana che fanno da corollario ai fatti di cronaca, divenuti storia.

Si inizia per dire che....ad Avetrana non è venuto alcun giornalista degno di questa qualifica. Il vero giornalista la notizia la cerca nel luogo dell'evento e la dà al pubblico: certamente non la crea. Egli riporta il fatto e poi, se è capace, dà il commento. Ad Avetrana il commento sul luogo e sull'evento (spesso frutto di pregiudizio e/o ignoranza) è diventato un fatto, oggetto di disquisizioni salottiere!!!

BUONA LETTURA.......

Perché, noi poveri mortali, ci felicitiamo delle disgrazie altrui?

La risposta la dà Anna Meldolesi su “Il Corriere della Sera”. Gli americani a volte usano l’espressione «Roman holiday», con un chiaro riferimento ai crudeli giochi gladiatori. I tedeschi hanno un termine ancora più preciso per descrivere la gioia malevola che si può provare davanti alle sofferenze degli altri. Schadenfreude. È il rovescio della medaglia dell’empatia, e probabilmente il più vigliacco dei sentimenti. In italiano non esiste una parola del genere, ma non c’è dubbio che anche noi siamo capaci di avvertire un perverso piacere quando vediamo cadere qualcuno nel fango. Tanto più se era potente e riverito prima di finire in disgrazia, e se a difenderlo non c’è rimasto nessuno. È una miscela tossica di insoddisfazione di sé, risentimento e sadismo, che a volte sporca il più nobile dei sentimenti: il desiderio di giustizia sociale.

La postura e gli atteggiamenti propri di chi codardo subisce e tace e si rivale sui suoi simili. Della serie: gli sfigati alla riscossa. Isterica rivolta morale o linciaggio puro?

Storici e primatologi testimoniano che un maschio alfa può essere deposto da una coalizione di primati di basso rango. Gli psicologi sociali, d’altronde, sanno che i gruppi possono esprimere una violenza che moltiplica i tassi di aggressività individuali. Ma il piacere per le sventure altrui è già annidato nel cervello dei singoli, in ciascuno di noi. Soprattutto in chi ha una bassa autostima, come confermano diversi lavori scientifici, l’ultimo dei quali pubblicato a dicembre su «Emotion». I neuroscienziati che lo studiano hanno adottato la parola tedesca nata dalla fusione di avversità e gioia (Schaden più Freude) e hanno appurato che la Schadenfreude è parente stretta di uno dei sette peccati capitali: l’invidia. I meccanismi cognitivi dello shakespeariano mostro dagli occhi verdi sono stati rivelati sulla rivista «Science» da Hidehiko Takahashi, con l’aiuto della risonanza magnetica funzionale. Il gruppo giapponese ha scoperto che quando si è invidiosi del successo di qualcuno si attiva la corteccia cingolata anteriore, nel circuito neurale del dolore. Quando si gioisce della sfortuna altrui, invece, si attiva lo striato, che fa parte del circuito della ricompensa. Lo stesso che dispensa dopamina e piacere quando ci concediamo vizi e svaghi gratificanti. La sventura altrui rappresenta per l’invidioso ciò che la cioccolata è per il goloso e il sesso per il lussurioso. Il nostro cervello, infatti, tratta le esperienze sociali e quelle fisiche in modo più simile di quanto si pensi. Chi ha sete chiede acqua. Chi ha freddo, un riparo. Chi non è soddisfatto di se stesso anela a sentirsi migliore attraverso la svalutazione degli altri. Ma resta il fatto che non tutti ce ne compiacciamo allo stesso modo. I soggetti studiati da Takahashi mostrano gradi variabili di attivazione dei centri dell’invidia, una volta messi di fronte a un soggetto che possiede qualità superiori alle proprie, così come dei centri della Schadenfreude quando il loro termine di paragone cade in disgrazia. Chi più soffre nella prima fase, più gioisce nella seconda.

Spesso l’invidioso ha la sensazione di non poter raggiungere con le proprie forze ciò che vorrebbe per sé e per riportare l’equilibrio nel confronto sociale deve passare per la distruzione materiale o simbolica dell’altro, come spiega la neuropsicologa olandese Margriet Sitskoorn nel suo I sette peccati capitali del cervello, pubblicato da Orme. Ma non sempre l’invidia è così sciocca o così pericolosa. A volte l’attenzione ossessiva verso le qualità e i difetti degli altri diventa una molla per migliorare. Altre volte quella che sembra invidia è piuttosto un risentimento per le ingiustizie subite. Sono celebri gli esperimenti in cui Frans de Waal ha dimostrato che sia gli scimpanzé che le scimmie cappuccine si ribellano ai trattamenti iniqui. Se gli si offre un pezzo di cocomero come premio per aver svolto un compito, gli animali sono ben contenti. Ma se si accorgono che a un altro esemplare viene data dell’uva, non sono più disposti ad accettare una ricompensa che considerano meno appetibile.

Le ingiustizie sono ovunque anche nella nostra vita: c’è chi nasce ricco e ha la strada spianata, chi lo diventa con la spregiudicatezza, chi detiene il potere o posti di responsabilità pubblica senza averne le capacità, chi non paga le tasse, chi lavora meno di noi e ottiene di più, chi non ha arte ne parte, ma ha le luci della ribalta (come i personaggi del gossip o, come nel nostro caso, i protagonisti delle cronache giudiziarie). Infastidirsi è normale, soprattutto se il fortunato ci assomiglia: magari abita nell’appartamento vicino, ha fatto la nostra stessa scuola, ha scelto la nostra stessa carriera. Insomma ci ricorda quello che avremmo potuto essere e non siamo. Ma giornali e tv hanno allargato la nostra comunità di riferimento, aumentando esponenzialmente anche il numero di confronti sociali con persone di cui spesso non conosciamo né gli sforzi né le pene. Secondo Sitskoorn, comunque, l’invidia non ha a che fare tanto con l’ingiustizia quanto, più in generale, con la disuguaglianza. Scatta soprattutto quando l’altro possiede più di noi perché è migliore di noi, anche se non sempre siamo disposti ad ammetterlo. Attenzione, ammonisce la neuropsicologa, il travestimento dell’invidia con i panni dell’ingiustizia può risultare talmente perfetto che alla lunga finiamo noi stessi per crederci.  

Una lettera di scuse. L’ha scritta Barbara Palombelli inviandola idealmente a Sarah Scazzi. Barbara Palombelli durante il Tg5 delle 20 del 17 ottobre 2010 ha letto con voce fuori campo una lettera di scuse indirizzata a Sarah Scazzi per l’eccesso mediatico. Secondo alcune voci di redazione, il direttore del Tg5 Clemente Mimun non avrebbe però gradito.

“Cara piccola Sarah, occhi da cerbiatto”. Così comincia la lettera. Mentre scorrono le immagini di quello che è diventato un accanimento mediatico, la voce della giornalista invita a un pentimento generale, che coinvolga tutti, a partire dagli addetti ai lavori. “Noi che, senza conoscerti, ti abbiamo incontrato nei telegiornali e sui giornali, ti abbiamo mangiata proprio come l’umidità di quel pozzo. Un pezzettino al giorno, piano piano, senza sprecare nemmeno una briciola della tua tragica favola”. “Tu, principessa che sei finita sfigurata e putrefatta dopo quaranta giorni in un pozzo, tanto che il professor Strada, che ti ha sezionato e analizzato, ti ha nascosto persino alla tua mamma”, continuava la giornalista che collabora con le reti Mediaset con i toni dolci di una madre che ha guardato “e giudicato con sospetto i manifesti horror, gli stessi che sono su tutti i muri delle stanze delle nostre figlie”. Palombelli poi conclude: “Ora che stai uscendo di scena per lasciare spazio ai tuoi assassini e alla rivelazione del male, in cui hai vissuto forse senza saperlo oppure sì, ora che tutta l’Italia partecipa all’indagine nazionale su di te che non ci sei più, ora è proprio arrivato il momento di pregare, pregare per te e per noi, per il nostro lavoro, per voi che state vedendo queste immagini. Non ti dimenticheremo. Sarah, perdonaci se puoi…».

I toni usati non sarebbero piaciuti al direttore del Tg5, Clemente Mimun che dopo l’edizione avrebbe avuto una discussione con la Palombelli. E, secondo quanto si apprende da fonti della redazione, Barbara Palombelli avrebbe lasciato il Tg5. Mediaset però smentisce e chiude il caso con queste parole diffuse alle agenzie: ”Barbara Palombelli non può avere lasciato il Tg5 per il semplice motivo che non fa parte della testata di Clemente Mimun”. La giornalista lavora infatti per Videonews, la testata Mediaset che produce tra gli altri Domenica Cinque, Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque e Matrix, programmi dove Barbara Palombelli si esprime come commentatrice.

La lettera di scuse di Barbara Palombelli, un mea culpa a nome della categoria dei giornalisti, letta al Tg5 delle 20 di domenica, non è piaciuta al direttore Clemente Mimun. Che era allo stadio, ma è stato informato in diretta. E si è arrabbiato. Perché non era quello che le aveva chiesto. La Palombelli ha fatto di testa sua. «Non ha capito le indicazioni» spiegano al Tg5. C'è stata, tra i due, una discussione accesa. La Palombelli, che collabora con la testata Videonews e non con il tg, se n'è andata stizzita. Rottura non si sa quanto insanabile. «Se capiterà, la utilizzeremo ancora», spiega Mimun. Ma dovrà capitare.

“Cara Sarah Scazzi tu che sei finita sfigurata e putrefatta, tanto che il medico legale ti ha dovuto nascondere allo sguardo di tua madre Concetta."

Nel carosello mediatico del delitto perfetto, siamo ormai alla follia.

Una lettera quella di Barbara Palombelli piena di descrizioni horror, sanguinose, quasi violente sulla condizione del corpo di Sarah dopo morto. Necrofilia e giornalismo direi. Una macabra lettera, poesia nello spettacolo del delitto di Avetrana, che ha lo scopo di far giungere al pubblico le scuse tardive di un comitato di giornalisti che ha toppato sotto ogni punto di vista. Le prime lucide e logorroiche analisi sulla scomparsa di quella quindicenne con i poster dei gruppi rock dark appesi alle pareti della camera da letto. Una lettera macabra che descrive nei dettagli il corpo maciullato di Sarah, decomposto dall'acqua, mangiato dalla terra. Una lettera in cui la giornalista Barbara Palombelli invoca le scuse per Sarah, dal momento che lei come tanti altri "vampiri", le si sono gettati sopra il corpo innocente. Come nei clichè dei film horror, Barbara Palombelli scrive una lettera a Sarah Scazzi. Un colpo ad effetto scenico, che arriva nella giornata delle lettere, quella dell'amica di Sabrina ad un redattore del TG5 e le lettere di Cosima Spagnolo alla figlia Sabrina. Lettera che giunge dopo le polemiche che hanno investito la giornalista Barbara Palombelli e i suoi coattori nelle trasmissioni televisive, quelle che cercavano di scavare nella vita di Sarah Scazzi, considerandola una bad girl.

Scrive Barbara Palombelli: "Principessa che sei finita sfigurata e putrefatta tanto che il medico legale ti ha nascosto agli occhi di tua madre il corpo mangiato come l'umidità di quel pozzo..."

Durante la fase delle ricerche, c’è stata una morbosità eccessiva: a quale altra persona sono stati pubblicati i diari di scuola, dalle frasi da adolescente ai disegnini? A chi è capitato vedere pubblicate le confessioni private fatte con le amiche? Frasi del tipo. “Ho litigato con mia madre, mi mancano mio fratello e mio padre”? E poi i differenti profili di Facebook, proposti, raccontati, analizzati come terribili prove del reato, diventati subito terreno di congetture maligne. Gli adulti conosciuti in chat, la sua passione per Marilyn Manson, la sua cameretta ripresa in ogni angolo e mostrata nei collegamenti tv…

Non le è stato risparmiato niente.

Invece Sarah non aveva un amante trentenne, non era scappata al Nord in “fuga volontaria”, non si era affiliata segretamente alla setta satanica del luogo. Quella sua vita di ragazza di oggi, che frequenta Facebook e Internet, anche se la mamma non le ha dato il permesso di avere un computer in casa, è una vita normale, come quella di tanti nostri figli e amici. Una vita che avrebbe dovuto rimanere custodita, protetta e non esposta alle mille insinuazioni malevole dei retroscena quasi sempre inventati. Frutto della fantasia (anche banale) di tanti pseudo giornalisti.

Stringe il cuore due volte la storia di Sarah. Perché è un esempio da manuale di privacy violata di una ragazzina, che faceva le cose che fanno tanti adolescenti. Viveva di sogni, si sfogava con gli amici in Internet e quei suoi pensieri sono diventati pubblici e anzi sono stati usati. I cronisti hanno intervistato persino una sua simpatica amicizia scolastica, un ragazzino ripreso solo dai jeans sdruciti. “Sì mi veniva dietro”. Pensiamo con terrore se una volta toccasse a noi avere contatti con i cronisti, magari ai nostri figli che scrivono su Facebook e lasciano le loro foto e le loro sciocchezze dappertutto e non sanno che un giorno potrebbe esserci l’orco dell’interesse pubblico che mangia in due bocconi la loro vita, chiudendo lo spinoso caso di cronaca nera, con quattro supposizioni da strapazzo.

Ma che razza di giornalismo si pratica oggi in Italia? Non ci sarebbe da vergognarsi e da chiedere scusa? L’ha fatto Studio Aperto, diretto da Giovanni Toti. Rendiamogli merito. Sarebbe bello che questo diventasse un coro: “Scusa Sarah. Il mondo che hai lasciato, troppo presto, era molto brutto!!!"

Eppure, non è finita qui, perché dopo il ritrovamento del cadavere è andata pure peggio. Il caso s’è risolto praticamente in diretta, a “Chi l’ha visto”. A quella drammatica notte sono seguite ore e ore di dirette, per giorni, per mesi, per anni....

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, autore del libro sul delitto di Sarah Scazzi, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, senza intenti diffamatori si chiede e chiede agli avvocati in causa ed a tutta la stampa: come è possibile che a presiedere la Corte d'Assise di Taranto per il processo di Sarah Scazzi, in violazione al principio della terzietà ed imparzialità del giudice, sia il giudice Cesarina Trunfio, ex sostituto procuratore di Taranto, già sottoposta del Procuratore Capo di Taranto Franco Sebastio e collega dell’aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero. Ex colleghi facenti parte del collegio che sostiene l'accusa nel medesimo processo sul delitto di Sarah Scazzi dalla Trunfio presieduto? Qualsiasi decisione finale sarà presa, sarà sempre adombrata dal dubbio che essa sia stata influenzata dalla colleganza funzionale e territoriale.

Gli avvocati e la Stampa non potranno mai dare una risposta. Ma la risposta arriva dallo scrittore Massimo Prati, attraverso il suo blog. Un solo avvertimento, non fidatevi di quei  giornalisti che dicono da sempre di saper tutto ma che, se non riportano parole di altri, dimostrano di essere ben poco preparati sul caso Scazzi. Un esempio? Nel Corriere del Mezzogiorno un giornalista nazionale, venerato a Taranto, scrive che la procura, a sorpresa, ha depositato in tribunale una collanina con attaccato uno scoiattolino. "Chissà di chi è?" - si chiede il giornalista - "la famiglia Scazzi non l'ha mai vista addosso alla figlia... sarà mica che appartiene a chi l'ha gettata nel pozzo?". Quindi l'intenzione qual'è? Far sospettare di una ragazza mora, magari figlia dell'occultatore ufficiale, e far pensare al lettore distratto che "l'ha persa" mentre era intenta ad aiutare il padre (come sostiene la procura)? Ma no, quella frase è stata scritta tanto per dire e senza secondi fini, come d'altronde quella in cui si chiede: "Chissà da quanto era in quell'anfratto, forse c'era già da prima che vi fosse gettata Sarah?". Beh, il buon giornalista si tranquillizzi e mi permetta, dato che è una questione di libera e seria informazione, di rispondergli che non serve indagare, che la collanina con lo scoiattolino è caduta nel pozzo lo stesso giorno in cui si è occultato il corpo di Sarah. Forse la famiglia della piccola vittima non conosceva lo scoiattolino, anche se fatico a crederlo dato che lo conosco io, ma il ciondolo è immortalato attorno al collo di Sarah in diverse fotografie. Forse, dico forse, il giornalista si è distratto e non ha capito che la procura sa bene di chi è quella collanina, che l'ha inserita agli atti per creare un nuovo gioco di magia. Serve per far credere ai giudici sia stata strappata durante l'aggressione. Quindi non uno strangolamento improvviso, come sostiene il Misseri reo-confesso, ma una vera e propria esecuzione premeditata partita in auto al momento in cui, oniricamente, la ragazzina è salita sotto l'impulso dell'indice di sua zia. Mi sbaglio? Lo vedremo presto. Per intanto devo dire che non è l'unico appunto che devo fare al giornalista. C'è un filmato sul Corriere del Mezzogiorno, sempre a sua firma, in cui si vede un bell'albero di fico e si sente una voce dire essere quello in cui è stato portato il corpo della ragazza per essere violentato. Mi scuserà se sono inopportuno, ma volevo informarlo che la versione accettata dalla procura non prevede più alcun vilipendio di cadavere. Il dottor Galoppa, nell'incidente probatorio e penando non poco (secondo quanto denunciato da Michele Misseri), è riuscito a far dire al suo assistito che quell'evento era tutta un'invenzione della sua mente malata.

Inoltre, altra cosa che non pare vera presente nel filmato, l'albero segnalato dal Misseri nella confessione è, parole sue, a cinquanta/cento metri dalla casa, e quello che in video ci viene mostrato è attaccato ai muri della masseria. In ogni caso il filmato è un buon filmato, specialmente nella sua parte finale quando viene inquadrato l'ex pozzo in cui la piccola fu gettata. Ed è buono perché ci mostra, tramite vecchie bottiglie di plastica e terra smossa, come la gente, che parla-parla-parla e sovente sparla, pensi davvero a Sarah. Non un fiore, non un biglietto con su scritto una frase a ricordo è presente nel punto in cui la piccola è stata ritrovata. Certo, Sarah riposa al cimitero di Avetrana, come Melania Rea riposa a Somma Vesuviana e Yara Gambirasio a Brembate. La differenza sta nel fatto che al chiosco della Pineta un fiore ed un pensiero ci sono sempre, che a Chignolo d'Isola, pur se confinati a lato del campo per volere del sindaco, un fiore ed un pupazzo ci sono sempre, mentre in contrada Mosca ci sono bottigliette di plastica. So che il luogo è isolato, ma mi aspettavo che chi chiede con veemenza giustizia per Sarah, parlo di chi abita in zona e tanto reclame fa in televisione dell'amore che portava a quel piccolo scricciolo quando era in vita, un minimo di sforzo lo avesse fatto. Visto che si spendono soldi in bombe carta da gettare in casa Misseri, mi aspettavo se ne spendessero anche per qualche litro di benzina ed un fiore da lasciare nel luogo in cui per quarantadue giorni la piccola è rimasta sepolta. Ma tant'è che i soldi mancano, sarà la congiuntura economica e l'aumento della "verde" a frenare le spese, e chi si è riunito di fronte alla caserma dei carabinieri per apostrofare ad assassina la signora Cosima Serrano, ha finito gli spiccioli e non ha tempo per fare una piccola colletta. E neppure il sindaco ha qualche centinaia di euro da investire in una lapide a ricordo, lapide che in pochi vedrebbero (visto che nessuno ci va in contrada Mosca) e non servirebbe a dar lustro mediatico alla cittadinanza. Quindi si può dire che manca la volontà di ricordare Sarah quando non se ne ha un ritorno di immagine, o economico, ma non manca l'intenzione di incamerare qualche spicciolo entrando a processo come parte lesa. Caro il mio sindaco, avrebbe dovuto incamerare soldi querelando chi ha venduto libri o montato trasmissioni tv parlando di Avetrana come di un paese di orchi e mostri, non credo che i suoi concittadini si siano rivisti in quelle parole e non credo che abbiano giovato a far ricordare al resto degli italiani la sua cittadina in maniera sana e amena. Pazienza, lasciamo il giornalista ed il sindaco e concentriamoci sul processo che presto sparerà i primi mortaretti. Tutti son contenti di essere in tribunale. I legali delle imputate, degli imputati e delle parti civili (molti di coloro sono di seconda o terza scelta per abbandono dei precedenti difensori), che non vedono l'ora di far domande ai testimoni; i procuratori, che tanto han fatto per arrivare al giudizio in Assise; le parti civili, a partire dal sindaco per arrivare alla badante rumena che ha chiesto un minimo di indennizzo per quanto subito. Quattro milioni di euro per essere stata additata da Sabrina Misseri quale possibile complice dell'ipotetico rapitore. Certo, la sua memoria va e viene, infatti non ricorda neppure di essere stata lei la prima a sospettare, la prima a dire che non si fidava della cugina di Sarah, additando in tal modo chi poi l'avrebbe additata. Per cui se fosse una partita di calcio il risultato sarebbe uno ad uno e la palla tornerebbe al centro. Ma qui non si tratta di pallone, qui si tratta di business, quindi quattro milioni di euro alla badante che poi si porterà in Romania la palla d'oro con cui s'è giocato.

Un vero affare se il giudice la accontenterà. Ed a proposito del giudice c'è da constatare che la separazione delle carriere avrebbe fatto del bene a questo processo. Per carità, fino a prova contraria il presidente della Corte, la dottoressa Maria Ausilia Cesarina Trunfio, è un buon giudice che non sarà influenzabile dal contesto in cui "vive ed opera". Il problema è che ad ogni istanza difensiva non accolta, ad ogni ulteriore chiusura alla Difesa, ci potrebbero essere polemiche. Questo perché "vive ed opera" a Taranto da più di vent'anni e negli anni novanta era lei stessa un sostituto procuratore di quella città, al pari del dottor Buccoliero per fare un paragone attuale, ed ha lavorato gomito a gomito, tutti i giorni, anche con chi tutt'ora in procura vi lavora. E, per fare un esempio, nell'anno appena passato coi i procuratori ha avuto frequentazioni. Lei ed il dottor Argentino il 28 aprile 2011, dalle 15.30 alle 17.30, hanno parlato agli studenti della sezione di Taranto della facoltà di giurisprudenza (con sede centrale a Bari), sul tema: "L'esame incrociato: insidie e strategie". E l'esame di cui si parla riguarda i testimoni e gli indagati, quindi sia l'uno che l'altra hanno una identica veduta su come lo si deve fare, combacerà con quanto crede la Difesa? Ma non pensate "male", tutto andrà per il meglio. Al limite, se qualcosa non andrà come deve andare (sia per la Difesa che per l'Accusa), se ne riparlerà in Corte d'Appello, il secondo kolossal della serie (e sarà un successo pazzesco). In ogni caso non vi preoccupate di nulla e continuate i preparativi. La poltrona che non fa sudare l'avete? I pop corn, le noccioline, le patatine e le bibite? Presto che è tardi, mancate solo voi, lo sceneggiatore ha già consegnato i copioni e gli attori saranno nuovamente in postazione il prossimo martedì mattina...A proposito del citato “Il Corriere della Mezzogiorno”. si riporta "Vita e morte dell’informazione". Intervista a Nazareno Dinoi su “Cronaca Nera”.

Dinoi, lei vive a Manduria e come giornalista ha curato gli articoli di cronaca nera sulla drammatica storia di Sarah Scazzi ad Avetrana. È il direttore de “La Voce di Manduria” e collabora per il “Corriere del Mezzogiorno”. Qual è stato il suo primo pezzo pubblicato sul caso?

Il mio primo articolo su Sarah Scazzi l’ho pubblicato il 29 agosto, tre giorni dopo la sua scomparsa.

La notizia l’avevo avuta il giorno prima, ma parlando con i carabinieri decisi, sbagliando, di aspettare ancora.

Vivendo a Manduria, vicino ad Avetrana, ha potuto respirare anche le sensazioni della popolazione: qual è stata la sua prima impressione, e quale, invece, l’idea che si è fatto in seguito?

L’impressione che ho avuto subito è stata quella che poi si è purtroppo avverata. Nessuno in quel paese, me compreso, ha mai creduto ad una fuga volontaria nonostante le voci iniziali del possibile coinvolgimento di facebook, delle chat e della volontà di fuggire della ragazza. Tutti eravamo convinti del peggio. Un aspetto alquanto strano, questo, che meritava di essere approfondito sin da subito. Solo dopo si è capito che tutti quanti siamo stati manipolati dalla famiglia Misseri che è stata la prima, dai primissimi istanti della presunta scomparsa di Sarah, ad infondere pessimismo sulla sua sorte.

Che cosa significa, per i cittadini di Avetrana, da un punto di vista socio-antropologico, un delitto in una cittadina così piccola e così lontana finora dai fatti di cronaca?

L’abnorme interesse dei media su una comunità così piccola, così distante dai grandi eventi mediatici, difficile da raggiungere persino geograficamente, ha prodotto un’iniziale eccitazione con forte desiderio di partecipare al circo dell’informazione “all inclusive”. Nessuno di noi cronisti, per molti giorni, ha mai avuto difficoltà a raccogliere impressioni, racconti, aneddoti, persino spunti investigativi dagli avetranesi. Dopo, però, la macchina si è guastata e la gente ha cominciato a vederci come degli intrusi; e aveva ragione perché in troppi abbiamo approfittato, anche con l’inganno, della loro disponibilità.

Perché il turismo macabro dell’orrore, e quello squallido voyeurismo, ad Avetrana?

Voglio subito sfatare quello che è stato marchiato come una prerogativa tutta avetranese e del Sud più in generale. Il turismo dell’orrore è sempre esistito laddove si sono consumate le peggiori tragedie a danno di giovani vittime. Casalecchio di Reno, Cogne, Erba e Parma, e prima ancora Vermicino. Anche in quei casi non sono mancati gli altarini con fiori, dediche e orsacchiotti bianchi e gite di gruppo o familiari in visita nei luoghi dell’orrore.

Quale “vuoto” di umanità, relazioni, cultura c’è alla base di questo fenomeno, secondo lei?

Assodato che il voyeurismo noir non predilige latitudini, mi diventa più difficile dare una lettura antropologica del fenomeno. Forse tutto si spiega con il bisogno dell’essere umano di sentirsi partecipe del dolore altrui: più insopportabile è la perdita per gli altri, più ci interessa conoscerla da vicino, studiare i particolari, provare a rendere tangibile quella sensazione di sofferenza che si prova da semplice spettatore. O molto semplicemente per dire: “io sono stato lì”. In quest’ultimo caso giocano un ruolo fondamentale la televisione, le immagini, l’informazione in generale.

In uno dei suoi articoli, si legge che “tutti ci siamo fatti travolgere dall’eccitante ebbrezza del giallo di Avetrana dimenticando la piccola Sarah”. Qual è il modo migliore per ricordare Sarah, allora: costruire e intitolarle un canile come ha pensato il fratello Claudio, cercare verità e giustizia, fare un passo indietro dal punto di vista mediatico e giornalistico…

Bella domanda che merita più risposte. Ribadisco: ci siamo fatti travolgere dall’eccitazione del giallo dimenticando la vittima. Noi operatori dell’informazione, forse per la prima volta nella storia dei grandi omicidi, abbiamo avuto a disposizione una grande quantità di materiale da raccontare.

Dai primissimi giorni abbiamo avuto accesso alle cose più personali, intime di Sarah. Abbiamo potuto raccogliere i ricordi della madre, del padre, gli zii, le cugine, le amiche, i professori. Siamo stati abbondantemente serviti, al limite della liceità, da una mole di dati investigativi spesso imbarazzanti. La prima volta che sono andato a casa Scazzi ho trovato le porte incredibilmente aperte e un’insperata disponibilità della famiglia. Io con altri colleghi siamo entrati nella stanza di Sarah quando c’erano ancora i suoi odori, tutte le sue cose sparse sulla scrivania, persino i jeans che il 26 agosto aveva tolto per indossare il costume da bagno. Conservo ancora le foto e un breve filmato video con il cellulare di quei pantaloni-feticcio rivoltati e gettati disordinatamente e in fretta sul suo lettino. Noi giornalisti, prima ancora degli investigatori, abbiamo avuto tra le mani i diari di Sarah, i suoi quaderni di scuola, le lettere piegate nei libri. I dirigenti della sua scuola hanno permesso la pubblicazione dei suoi diari, delle schede di ammissione, hanno fatto fotografare le scritte che Sarah lasciava sui banchi e sui davanzali dell’aula. Abbiamo tutti coscientemente violato il suo mondo ma pur avendo la possibilità di raccontarlo abbiamo preferito parlare del giallo, del pericolo di facebook, delle insidie di internet, del traffico d’organi, dei sospetti sui familiari, delle cose peggiori della loro vita privata. Nessuno di noi si è preoccupato, se non in minima parte e solo dopo la scoperta della sua morte, del dramma di quella ragazzina vissuta da sola nell’indifferenza di tutti. Sarah, abbiamo scoperto dopo, era un piccolo fantasma passato inosservato persino agli abitanti di una comunità dove si conoscono tutti. Qualcuno dei nostri intervistati, allora, aveva inventato ricordi di lei pur di apparire o di rendersi utile. Tutti abbiamo trascurato il vero dramma di questa storia che è l’abbandono: la mamma di Sarah, Concetta, abbandonata dalla sua famiglia che l’aveva ceduta agli zii diventati secondi genitori, la stessa Sarah abbandonata dal padre che aveva deciso di vivere lontano da lei e abbandonata anche dalla madre divenuta schiava di un credo in Geova che segna l’isolamento suo e della sua bambina dal resto del mondo. Sarah non ha mai potuto festeggiare un compleanno, un capodanno, un Natale, una festa di cresima, un ferragosto, una notte di San Lorenzo. Per questo persino il carattere non dolce della cugina Sabrina diventava un piacere per la povera ragazzina che adorava vivere con la famiglia che l’ha uccisa. L’idea del fratello Claudio di intitolare un canile a Sarah sarebbe stata buona se fosse stata gestita da altre persone.

In un suo articolo, lei ha insistito molto sulla figura di Ivano Russo. Di lui si racconta che, nonostante la confidenza con Sarah, il giorno della scomparsa della quindicenne, Ivano non la cercò mai al cellulare quando gli fu detto che Sarah era scomparsa. Qual è il suo parere su questo aspetto?

Prima che lo zio di Sarah, Michele Misseri, confessasse il delitto, noi giornalisti e credo anche gli inquirenti, eravamo convinti che Ivano sapesse la verità. Credo anche che in quel periodo il suo mandato di cattura fosse già pronto. Per il resto credo che la sua posizione sia tuttora oggetto di forte interesse da parte della procura.

A proposito di Concetta, la mamma di Sarah, lei l’ha descritta come una “madre distratta, prigioniera della sua fede a Geova”. Io credo però che le espressioni del viso, la “poca loquacità” di un essere umano, il suo essere anche un po’ defilato e riservato, non siano condannabili. Forse la affettività e la anaffettività, non possono essere decodificate, non possono equivalere a un modo di comportarsi standardizzato, o assoluto. Credo che pensare in questo modo, cioè attribuire una natura distratta a una madre da una posizione esterna, per giunta attraverso la telecamera, sia il prodotto di una “sovrastruttura sociale” di cui noi stessi siamo vittime. Lei che ne pensa?

Personalmente non ho mai condannato Concetta per l’assenza di lacrime. Anzi, come dicevo prima, dopo Sarah è lei la seconda vittima di questa triste storia: da un’infanzia fatta di abbandoni ha trovato un matrimonio sbagliato che l’ha lasciata sola con la figlia e ora con la figlia ha perso anche ogni seppure minimo legame che aveva con le sue sorelle e il fratello naturale che, di fatto, si sono tutti schierati con la famiglia Misseri. Dopo tutto questo, non le si può fare una colpa se non è capace di piangere. Io ho vissuto con lei tutti i momenti delle ricerche ed ero con lei la terribile notte in cui fu trovato il corpo della figlia gettato nel pozzo. E’ stata l’unica volta che ho visto le lacrime sul suo volto, erano lacrime senza pianto, senza singhiozzi, eppure l’immagine di lei che seguiva le notizie dei telegiornali della notte e quelle che le davamo noi era quella del dolore puro, indimenticabile.

In quale modo “La Voce di Manduria” ha trattato l’argomento del giallo di Avetrana e come hanno reagito i lettori de “La Voce di Manduria”, anche sul vostro sito?

Il sito “La Voce di Manduria” ha trattato costantemente l’argomento con almeno due notizie al giorno. I lettori si sono comportati nella maniera scontata: inizialmente hanno gradito poi, dai commenti che lasciavano, hanno cominciato ad esprimere giudizi negativi dicendoci di chiudere il sipario. Nonostante tutto, ancora oggi, le notizie su Sarah sono le più lette con una preferenza costante di almeno tre volte in più rispetto alle altre.

Qual è dal punto di vista mediatico e giornalistico l’aspetto più squallido della vicenda, secondo lei? L’errore da non commettere mai più?

L’aspetto più squallido è stato il mercato di immagini, di interviste e di documenti dell’inchiesta ad opera di personaggi tuttora, diciamo, “oscuri” e lo sfruttamento televisivo che si è fatto e si continua a fare: troppi esperti da talk show che si inventavano i fatti hanno fatto perdere credibilità alla notizia. A mio avviso sono questi gli errori da non commettere più insieme a quello di non violare l’intimità di una ragazza morta perché era sola.

Già. Da quale pulpito viene la predica!

Ma Nazareno Dinoi non è quello che ha pubblicato su “Il Corriere del Mezzogiorno” e “Il Corriere della Sera” - "Il ritrovamento di Sarah in 71 foto: la sequenza dell’orrore". Foto raccapriccianti che hanno suscitato tanto disdegno anche tra i suoi colleghi? Da ricordare anche che Nazareno Dinoi ha pubblicato su "Puglia Press", un periodico gratuito, l'articolo della mia condanna, Dr Antonio Giangrande, l'autore del presente libro e, cosa più importante, presidente nazionale della Associazione Contro Tutte le mafie, riconosciuta dal Ministero dell'Interno. La notizia passata da soggetti operanti in ambienti giudiziari e forensi manduriani e tarantini, (forse dei giuda) che avevano tutto l'interesse a denigrare la persona e l'operato di chi si batte contro ogni illegalità ed ingiustizia, riportava l'epilogo in primo grado di un procedimento per abusivo esercizio della professione forense e l'indebito percepimento dell'onorario per l'opera prestata. Da sempre Antonio Giangrande si batte contro l'abilitazione forense truccata ed ogni concorso pubblico manipolato e contro gli insabbiamenti delle denunce scomode. Il Dinoi è stato tanto scrupoloso nel dare la notizia della condanna, foriera di ingenti danni, ma non ha dato la notizia del successivo proscioglimento in appello: la procura di Taranto ben sapeva del patrocinio legale risultante dagli elenchi depositati presso l'albo degli avvocati, ciò nonostante ha proceduto, così come ha proceduto per i reati di diffamazione a mezzo stampa, di cui mai, però, è conseguita condanna, in quanto gli articoli incriminati erano stati stilati da altri autori e pubblicati su siti web di altri proprietari. Il tutto facilmente verificabile. Il Dinoi non ha mai pubblicato questa notizia; come non ha mai pubblicato la notizia che il giudice che ha emesso a Manduria la sentenza poi appellata è stata denunciata per anomalie su questa e su altre sentenze; come non ha mai pubblicato le denunce di malamministrazione e di malagiustizia, le pretestuose archiviazioni delle quali sono state oggetto di attenzione addirittura dai giornali del Sud Africa. In loco si pensa bene di tacitare ogni voce libera contro chi denuncia gli abusi e le omissioni dei magistrati e chi tacita, spesso, appartiene proprio alla categoria dei giornalisti.

Bene. Nonostante tutto, come ben si legge, per amore di verità io non censuro, dando a tutti una visibilità immeritata.

Se altri usano la censura o addirittura l'omertà nel nome di una omologazione o conformità alla cultura imperante, faranno i conti con la propria coscienza e con la propria professionalità.

Ciò non basta. Ci si può fidare di quello che dice la tv? La risposta negativa, sembra ovvia in questi ultimi tempi. Sempre più ci troviamo di fronte a servizi giornalistici falsi, e non pertinenti alla realtà. Immagini di catastrofi già accadute anni prima, che vengono riproposte per casi recenti.

Questi giochetti non vengono poi fatte da reti minori, ma bensì da Tg di riferimento per milioni di italiani. Gli ultimi episodi scandalosi, riguardano il famoso affondamento della nave Costa Crociera. In primis i Tg misero in onda immagini che erano già di dominio pubblico su you tube da un paio di anni. Per marciare ancor sopra questa assurda storia, gli autori di varie trasmissioni pseudo-informative, hanno cominciato a costruire delle vere e proprie soap sui passeggeri della nave e la loro triste e sfortunata avventura. L’intento era quello di conquistare il pubblico emozionandolo. L’ultima storia in ordine di tempo è quella della ragazza che a causa dell’affondamento della nave, pare abbia perso il suo bambino che portava ancora in grembo.

Dapprima, questa fantomatica mamma è intervenuta telefonicamente in trasmissioni quale Pomeriggio cinque. Il suo avvocato ospite di Lorella Cuccarini, si è dimostrato disgustato dei circa 11mila euro proposti come risarcimento, in quanto la vita umana non ha prezzo. Tutto andava per il meglio, finchè gli spettatori non hanno segnalato a Striscia la Notizia, la non pertinenza della foto mostrata dagli autori Rai al pubblico italiano. Quei due signori nella foto non erano gli sventurati passeggeri della Costa Crociera. Dietro front di avvocato e Lorella Cuccarini allora, la vera mamma verrà mostrata a Domenica Cinque. Macchè!! Anche qui vedendosi immischiati in “brutte acque”, lasciano perdere e non mandano in onda il Finto scoop. Sfortuna vuole che qualche talpa passi il filmato già registrato da Domenica cinque (avvenuto prima della messa in onda di Striscia che rivelava il finto scoop) alla trasmissione di Antonio Ricci. Poco cambia quindi se la Panicucci non abbia mostrato quell’intervista falsa, già bella e preparata per la domenica. La Tv invece di fare passi indietro e non mostrare i servizi falsi una volta beccati, dovrebbe cominciare a lavorare sulla fonte ed a mostrare al pubblico italiano soltanto la realtà…La storia era stata pubblicata da tutte le agenzie di stampa. Ma chi si è presentato a reclamare in tv il proprio dramma, a quanto pare, sul Concordia non c’è mai salito. Francesco Specchia su Libero ci racconta di un servizio di Striscia la Notizia in cui si mette in dubbio la veridicità della storia. E si ricorda che a mandare in onda due figuranti è stata proprio la Rai:

Accade che, il 5 febbraio scorso (2012), la Cuccarini intervisti via telefono, appunto, Cristina della suddetta coppia - i sedicenti Cristina & Gabrieli sposini in crociera sfuggiti al destino mortale della nave Costa -. Gli ascolti s’impennano, Lorella si commuove. Ma Striscia la Notizia s’accorge che la foto degli sposi usata dalla Rai di sfondo all’intervista è falsa. Palesemente falsa. Al punto che i due ragazzuoli, sotto diversa identità, sembrano essere, invece gli stessi - un po’ più invecchiati - concitati ospiti del legal show "Verdetto Finale" con Tiberio Timperi, guarda caso su Raiuno. Figuranti ad uso di viale Mazzini, parrebbe di prim’acchito. L’avvocato dei due meschini, Giacinto Canzona - un nome, un programma - che all’inizio in diretta s’era indignato contro la mala società che permette gli aborti sulle navi Costa senza risarcirli mai abbastanza, riconosce spudoratamente che Cristina e Gabriele, sì, è vero, non sono proprio quei Cristina e Gabriele; e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”.

Su questa falsa riga scoppia il caso della giornalista ‘postina’ che recapitava le lettere di Salvatore Parolisi all’amante. La notizia shock data il 15 febbraio 2012 dalla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’. La vicenda è finita nelle carte dell’inchiesta della procura di Teramo sull’omicidio di Melania Rea. «Un fatto imbarazzante per la nostra categoria», l’ha definita Federica Sciarelli quando ne ha dato notizia. Increduli i parenti della giovane mamma di Somma Vesuviana, presenti in collegamento video. Con tanto di carte della procura in mano la trasmissione ha svelato che «una giornalista Mediaset» avrebbe fatto da ‘postina’ tra Salvatore Parolisi (in carcere con l’accusa di aver ucciso sua moglie) e l’amante, la soldatessa Ludovica. Le missive sarebbero state intercettate dalla direzione del carcere di Ascoli e, ha assicurato la Sciarelli, sarebbero regolarmente arrivate a destinazione. Ma l’aspetto ancor più inquietante è che la ‘postina’ avrebbe recapitato la missiva quando a Salvatore era stato fatto esplicito divieto di avere contatti con l’esterno e soprattutto con la sua amante. «Cara (nome giornalista, non reso pubblico), la busta bianca chiusa non è per voi», scrive Parolisi nella lettera mostrata da Rai3, «ma tu sai a chi mandarla, mi raccomando che arrivi a destinazione, assicurati che sia li». E nella lettera alla soldatessa Parolisi scrive: «ti ho mandato questa lettere tramite (nome della giornalista) perché sul mio verbale di accusa non posso avere nessunissimo contatto con te. Se riceverai questa lettera mi raccomando non lo dire a nessuno e non fidarti di nessuno». Poi Parolisi consiglia a lei di fare lo stesso: «metti in una busta sigillata la lettera che sarà per me». La giornalista e un suo collaboratore sono stati anche intercettati e la Procura ha scoperto che i due, che lavorano per «una trasmissione Mediaset» avrebbero redatto una finta lettera, spacciandola per una missiva di Parolisi alla loro redazione «e poi letta in trasmissione la sera del suo arresto». Incredulo lo zio di Melania, il signor Gennaro, che ha notato che la lettera spedita da Salvatore a Ludovica era datata 23 marzo, ovvero 4 giorni dopo l’arresto. «Salvatore si preoccupava addirittura di scrivere alla sua amante…» ha detto sconcertato. «Adesso mi viene il dubbio che Salvatore non abbia mai amato Melania…», ha commentato invece il fratello della vittima, Michele, «è sotto gli occhi di tutti… che intrallazzi che ha fatto e che faceva. Non si può accettare che dica ‘amo ancora mia moglie’ quando invece si preoccupava di scrivere ancora alla sua amante. Non è giusto e non accetto che lui continui a dire che ama Melania». Ma nella lettera spedita a Ludovica c’è anche una frase che lascia sconcertati. Salvatore scrive alla sua donna: «ho tante ammiratrici che mi scrivono ah ah ah». Sempre ‘Chi l’ha visto?’ nella puntata ha rivelato che nel corso delle indagini è emerso che il caporal maggiore frequentasse siti di trans (video e foto con contenuti pornografici) sia dal pc di casa che da un personale che portava in caserma. «Si tratta di siti che a Melania non avrebbero fatto piacere», ha commentato il fratello, «era una persona di sani principi e se lo avesse scoperto avrebbe sbattuto il marito fuori casa». E’ possibile che la donna si fosse accorta di quello che stava accadendo e si fosse arrabbiata? Potrebbe essere stato proprio questo il movente del delitto? Dal pc fisso sono stati estratti 145 indirizzi di posta elettronica di cui 5 visibili ed attivi e altri 140 cancellati e recuperati attraverso tecniche di ‘data carving’. «Dalla cronologia di navigazione Explorer normale non emergono siti di particolare interesse», si legge nella relazione dei carabinieri, «mentre dalla navigazione ‘in private browsing’ emergono siti di trans» con immagini molto forti. Anche le foto sono state allegate alle carte dell’inchiesta. «Non abbiamo alcuna intenzione di vederle», ha detto il fratello, «anche se possiamo immaginare il genere..». Sciarelli ha ricordato che nei mesi prima gli avvocati Biscotti e Gentile (difensori anche della Famiglia Scazzi) che difendono Parolisi avevano diffidato i giornalisti a parlare di questa vicenda. «Le carte sono qui», ha detto la giornalista. «Queste sono cose che dice la procura». Infine l’amarezza del fratello di Melania: «Salvatore aveva tante cose da fare: chattare con le trans, telefonare all’amante, tutte cose che riguardavano la sua seconda vita che noi non conoscevamo.

Nei momenti successivi alla scomparsa di mia sorella invece di cercare sua moglie tornò in caserma… Andare a cancellare tutto questo gli avrebbe fatto molto comodo». Già. Proprio quella Sciarelli fa la predica a Mediaset e poi sputtana Parolisi ed i suoi avvocati censori. Quella giornalista che ha dato in diretta alla madre la notizia del ritrovamento del corpo di Sarah. La notizia della morte di Sarah viene data in diretta tv alla madre Concetta che era collegata in diretta dalla casa dello zio - l'assassino di Sarah - da Avetrana. Era il 6 ottobre 2010. Era la quarta puntata del programma Chi l'ha Visto? dedicata al caso della scomparsa della 15enne di Avetrana. E poi la svolta. Sarah strangolata e violentata dallo zio. In studio arrivano le prime notizie: i carabinieri sono alla ricerca di un corpo. La conduttrice si trova davanti ad una situazione «terribile»: così Federica Sciarelli definisce la puntata del suo programma “Chi l'ha visto” che ha seguito in diretta i tragici sviluppi della vicenda di Sarah Scazzi, mentre la madre della ragazza era in collegamento. «Le notizie si susseguivano in modo concitato: in un primo momento - racconta la conduttrice - abbiamo cercato di non dire nulla, anche perchè ci auguravamo che si trattasse della solita battuta di ricerca da parte degli investigatori. Poi a un certo punto la situazione è andata fuori controllo perchè alla madre arrivavano le telefonate di altri giornalisti. Allora la mia unica preoccupazione è stata accompagnare in qualche modo la madre di Sarah a casa. Eravamo infatti in collegamento con l'abitazione dello zio: se fossimo stati a casa di Sarah ce ne saremmo andati via noi. Ho cercato anche di allentare la tensione mandando in onda un lungo pezzo di ricostruzione della vicenda, è stato veramente difficile». A chi sottolinea il ruolo invasivo della diretta tv di fronte alla tragedia, la Sciarelli replica: «Se ho sbagliato mi dispiace. La direzione di Raitre ha deciso di mandarci in onda fino a Linea notte, facendo saltare “Parla con me”, ma del resto sarebbe stato assurdo e irrispettoso mandare in onda un programma di satira registrato, che sarebbe stato inevitabilmente fuori tono. Siamo il programma degli scomparsi: dal primo momento abbiamo sostenuto che quello di Sarah non era stato un allontanamento volontario, avremmo preferito che fosse stata trovata viva». Già nel 2008 Chi l'ha visto? seguì in diretta la notizia del ritrovamento dei corpi dei fratellini di Gravina: «Allora però - spiega la conduttrice - avemmo la notizia subito prima della messa in onda. E il padre venne a saperlo mentre era in carcere. Quella di ieri è una situazione che non ci era mai capitato e forse mai ci capiterà più nella vita».

Già, davvero dispiaciuta!

E che dire di Cogne e del Caso Franzoni. La morte tragica del piccolo Samuele ed una responsabile mediatica e giudiziaria. Anna Maria Franzoni condannata a 16 anni: pochi per un omicidio; tanti per una inferma di mente; troppi per una innocente.

Per gli articolisti telematici in principio fu la villetta di Cogne. Esattamente il 30 gennaio 2002 le agenzie battevano la notizia di un bambino di tre anni rinvenuto in casa con la testa fracassata. Iniziava così uno dei casi di cronaca nera più discussi del recente passato italiano. Una tragedia familiare che portò in carcere la mamma Annamaria Franzoni. Ma anche un omicidio che cambiò la storia della televisione e il ruolo dell'opinione pubblica. Un plastico della casa faceva per la prima volta il suo ingresso a Porta a Porta. Vespa si tramutava nella signora in giallo e nascevano i due schieramenti: colpevolisti e innocentisti. Ogni telespettatore si sentiva una via di mezzo tra un Ris di Parma, un giudice e un avvocato. E ancora: lacrime della mamma in tv, annuncio della nuova gravidanza, avvocati di grido esperti tanto in diritto quanto in comunicazione, psicologi e psichiatri, giudici e tuttologi. Tutti insieme nell'arena. Un processo mediatico che, volente o nolente, fondava un genere. Il grande fratello del delitto. L'horror fiction. Seguirono poi Erika e Omar, Meredith kercher, Chiara Poggi, la strage di Erba, Sarah Scazzi, Melania Rea, ecc.. Plastici sempre più dettagliati, completi di auto o bicicletta da spostare all'occorrenza in strada o nel garage per meglio mostrare la presunta dinamica della tragedia. Fino all'ultimo, discusso modellino, quello della Costa Concordia, con tanto di "giallo". Vespa è stato accusato da alcune testate giornalistiche di un supposto favoritismo di cui avrebbe beneficiato la trasmissione ottenendo una riproduzione in scala della nave dalla Costa Crociere che lo avrebbe così negato a Vigili del Fuoco e sommozzatori impegnati nelle difficili operazioni di recupero. Ma Porta a Porta ha replicato di aver chiesto alla società un modellino della nave, ricevendo un rifiuto, e di essersi perciò rivolta a un artigiano che ha fornito una copia perfetta della nave per una cifra molto modesta. Chi di plastico ferisce...

Cogne è un punto di non ritorno. O, quanto meno, un rilevantissimo punto di svolta. Ecco cosa significò, dal punto di vista della comunicazione, il delitto di Cogne, all'indomani della cui gigantesca copertura mediatica si può davvero dire che nulla sarebbe stato più come prima. La tragica vicenda del piccolo Samuele Lorenzi dette inizio a un processo, fino a quel momento sconosciuto, di serializzazione dei programmi televisivi, che cominciarono a gemmare puntate su puntate su quell'unico evento, colorandosi di tinte sempre più noir (e splatter). La tv del dolore si fondeva così con il talk show, dando vita a una sorta di nuovo format di successo, fondato su una cronaca vera (e nera) che si convertiva in serial e veniva sceneggiata come un reality show. Tanti furono infatti i talk show che abbracciarono questa formula pulp di grande impatto emozionale (e un po' ossessivo), dal Maurizio Costanzo show a Matrix, per non parlare di trasmissioni pomeridiane come Buona Domenica e tante altre. Ma a fare da insuperabile laboratorio fu (e chi se lo dimentica più?) il Porta a Porta di Bruno Vespa, che ritornò su quel delitto per svariate decine di serate, conseguendo alcuni dei picchi di audience più alti della sua storia. Lo stesso salotto per antonomasia di un certo giornalismo che aveva fatto contribuito in Italia a creare e promuovere la «politica pop» (come l'hanno chiamata Gianpietro Mazzoleni e Anna Maria Sfardini) si inventava, di fatto, una formula di infotainment nella quale ogni alchimia equilibrata tra le parti saltava, e la dose di informazione veniva travolta da quella dell'intrattenimento (morboso e grandguignolesco). Il caso Cogne divenne, nella «versione di Vespa», un' autentica palestra di (discutibile) innovazione del modo di fare tv. Fu proprio in quell'occasione che venne brevettato un «accessorio scenografico» destinato a notevole fortuna: il famoso (o famigerato, a seconda dei punti di vista) plastico, che riproduceva la villetta dove venne consumato l'infanticidio, antenato di futuri modellini per tragedie successive (dall'omicidio di Avetrana alla nave Concordia). E fu allora che a vivisezionare, da ogni immaginabile (e pure inimmaginabile) punto di vista, quei fatti così tristi, si formò una «squadra speciale» di criminologi, psicologi, opinionisti che avrebbe dato vita a una sorta di compagnia di giro pronta a macinare ospitate su ospitate, e a sbarcare, come una truppa d'occupazione, in altri palinsesti e programmi. L'invenzione di una tradizione (televisiva): quel giornalismo popolare (e con punte trash) che, da noi (a differenza di quanto accaduto in altre nazioni), non si era mai tradotto in carta stampata, trovava il proprio perfetto habitat nel piccolo schermo. Non più informazione spettacolo, ma qualcosa che andava persino oltre: informazione spettacolista, potremmo dire, prendendo a prestito il termine da uno che se ne intendeva come l'intellettuale situazionista Guy Debord. Un «prodotto informativo» che dal tubo catodico rimbalzava sul web, dove i siti si riempivano delle discussioni accanite e feroci tra colpevolisti e innocentisti rispetto alla posizione di Annamaria Franzoni. Dalla tv generalista alla «comunicazione personale di massa» dei blog, insomma, Cogne ha fatto scuola.

E già, perché, non c'è niente da dire, il delitto, in termini di interesse del pubblico, paga sempre. Rotocalchi popolari e tribune televisive si avventano come sciacalli sulle carcasse di uomini e cose (delitti di Erba, Cogne, Novi Ligure, Avetrana, ecc. o affondamento della Concordia.) La cronaca nera impone mode di lunga durata, facendo leva sulla propensione nazionale alla tuttologia e sui corollari geografici che la accompagnano: razzismo, pressapochismo e distacco al nord, dietrologia al centro, fatalismo al sud. Ennio Flaiano, come al solito, aveva capito tutto: “Due anni fa, se non sbaglio, affondò un piroscafo nello scontro con un altro piroscafo. Noi per un mese – e anche due – ogni sera abbiamo parlato, tecnicamente, del disgraziato evento. Pur non avendo una diretta conoscenza della navigazione oceanica (i nostri spostamenti per mare si limitavano al tratto Napoli-Capri) noi sapevamo tutto: quali luci i due piroscafi avrebbero dovuto tenere accese (lo scontro accadde di notte), che intervallo passa tra un segnale di sirena e l’altro in caso di nebbia, come si naviga in alto mare, che differenza passa tra stazza, volume e tonnellaggio…” (Gli esperti” da “Le ombre bianche” è un intervento pubblicato nel 1958 sul Corriere della sera.) In televisione a quei tempi nessuno si sarebbe mai sognato di allestire circhi, arene e teatrini sulle disgrazie altrui, e così restavano i caffè, che erano luoghi di ritrovo, circoli di conversazione e sale da gioco, come in certi bar di città cantati dal giovane Gaber. E se non c’erano disastri navali, si poteva sempre contare sulle esondazioni del Po, su incidenti aerei e ferroviari, uxoricidi. Ci si improvvisava esperti di qualsiasi cosa. La televisione di oggi funziona allo stesso modo: un bar analogico o digitale. Se si desse lo spazio necessario a veri conoscitori dei fatti su cui si sproloquia, basterebbero pochi minuti e si potrebbe passare ad altro. E invece no, i veri esperti si lasciano a caso, nell'indifferenza generale. Ogni compagnia di giro della tv ha i suoi personaggi fissi ed amicali, interpretabili di volta in volta da figure intercambiabili, indistinguibili, probabilmente estratte a sorte da un elenco di amici e iscritte a un apposito registro di collocamento. Non manca mai lo psicologo vestito in maniera informale, tanto presuntuoso quanto benestante, abile nello spacciare sesquipedali banalità per affermazioni provocatorie e straordinariamente intelligenti. Poi c’è il criminologo, abbigliato come un ragioniere del catasto se uomo, come una professoressa dei film di Pierino se donna: più misurato ma non meno apodittico dello psicologo, diventa una belva se qualcuno si azzarda a contraddirlo. Ovviamente c’è anche un prete, con perle di saggezza da sciorinare alla bisogna: quando apre bocca nessuno osa contraddirlo, soprattutto nel primo canale. E qualche giornalista più narciso degli altri, specializzato nel cosiddetto “costume”. Seguono alcune figure minori, ma non meno scenografiche, in presunta rappresentanza della gente comune, o meglio dell’idea, sempre straordinariamente bassa, che autori e funzionari hanno della gente comune: il cantante degli anni ’60, la soubrette in disarmo con le ultime cartucce da sparare (magari un décolleté), la reduce di qualche reality con minigonna inguinale d’ordinanza e il fancazzista professionista con velleità da playboy. Che noia, che barba.

Il processo di primo grado, però non è che l'inizio di un cammino ancora lungo e pieno di sorprese, a cominciare dall'esposto che l'avvocato Taormina consegna alla guardia di finanza di Roma a nome dei Lorenzi e in cui viene fatto il nome di quello che secondo la difesa sarebbe il vero assassino. Poco dopo la procura di Torino apre un fascicolo, il cosiddetto 'Cogne bis', in cui si ipotizza la creazione di false prove nella villetta e in cui figurano 11 indagati, fra cui i Lorenzi e il loro legale. Del caso principale si torna a parlare quando l'avvocato Taormina presenta il ricorso in appello. Il secondo grado di giudizio si apre il 16 novembre 2005 in una delle maxi aule del tribunale di Torino di fronte a una corte presieduta da Romano Pettenati e a una platea di curiosi che per ben 22 udienze, tanto è durato il dibattimento, ha fatto la fila fin dall'alba davanti al Palagiustizia, improvvisando addirittura una distribuzione di numeri per non perdere la priorità d'arrivo. Di tanto in tanto, in aula, aperta al pubblico ma non a fotografi e cineoperatori per decisione della Franzoni, arrivano anche una rappresentanza del comitato nato proprio per sostenere l'innocenza dell'imputata. La battaglia inizia già dalla prima udienza, quando il pg Vittorio Corsi chiede una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune trasmissioni televisive perché la Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di ''stato crepuscolare orientato''. Annamaria era stata interrogata qualche giorno dopo l'inizio del dibattimento e ancora una volta ai giudici aveva ripetuto la sua innocenza. Qualcuno pensava che il caso si sarebbe risolto in una manciata di ore. Un bimbo di tre anni era stato ucciso, in casa, in presenza della madre, una donna che non stava molto bene visto che la notte precedente aveva chiamato il 118 per un malore di poco conto. Eppure, con il passare dei giorni, il delitto di Cogne si trasformò nel ''giallo'' di Cogne, appassionò il pubblico dividendolo in colpevolisti e innocentisti, ebbe la sua robusta dose di colpi di scena e si chiuse solo dopo sei anni e quattro mesi, il 21 maggio 2008, quando la Cassazione rese definitiva la condanna a sedici anni di carcere (ridotti a tredici per l'indulto) per Annamaria Franzoni. Il piccolo Samuele muore nel lettone dei genitori, la testa fracassata da 17 violenti colpi inferti con un'arma mai trovata, il 30 gennaio 2002. Ci vuole un mese e mezzo (le manette scattano il 14 marzo) prima che Anna Maria venga arrestata. E subito si scatena la bagarre attorno agli elementi messi insieme dalla procura: il pigiama della donna inzuppato di sangue, le macchie sugli zoccoli, gli otto minuti passati dalla Franzoni fuori casa per accompagnare l'altro figlio allo scuolabus. Ogni discussione, in aula e fuori, si avviterà, fino all'ultimo giorno, attorno a questi e ad altri pochi elementi. Anna Maria, nel marzo del 2002, ha come difensore l'avvocato Carlo Federico Grosso, tratti e modi da antico gentiluomo torinese, ex vicepresidente del Csm, che la fa liberare nel giro di due settimane: mancanza di indizi, scrivono i giudici del tribunale del riesame.

Ed è solo il primo dei tanti stravolgimenti di fronte che scandiranno la storia dell'inchiesta. ''Per individuare l'assassino la procura di Aosta deve avere uno scatto di fantasia'', dice Grosso. Ma la procura di Aosta non molla la presa sulla Franzoni, ricorre in Cassazione e vince: il 10 giugno la Suprema Corte annulla l'ordinanza del riesame. E' in quel frangente che la famiglia di Annamaria chiama in aiuto Carlo Taormina, uno dei personaggi più in voga del momento: avvocato in processi clamorosi, docente universitario, parlamentare, grande frequentatore dei talk-show in tv, uomo dalle dichiarazioni roboanti e aggressive. L'opposto di Grosso (che, in pochi giorni, lascia la difesa della mamma di Sammy). Il 19 settembre, il riesame-bis stabilisce che l'ordine di cattura di Anna Maria è valido, che gli indizi ci sono, ma ormai la donna può attendere i processi in assoluta libertà. L'appuntamento con il giudice è il 19 luglio 2004. Taormina sceglie il giudizio abbreviato, si decide sulla base delle carte raccolte dalla procura, per sciogliere l'enigma al gup Eugenio Gramola basta un'udienza: Anna Maria è colpevole, sono 30 anni di carcere. Parte il contrattacco. Al grido di ''troveremo l'assassino'' Taormina raduna una squadra di collaboratori e, dopo un sopralluogo a Cogne il 28 luglio, compone una denuncia sulla plausibile colpevolezza di un vicino di casa.

Ma è un boomerang. Le carte arrivano alla procura di Torino, che ipotizza un inquinamento della scena del delitto: nasce l'inchiesta Cogne-bis, che anni dopo si chiude con una marea di proscioglimenti e la sola condanna della Franzoni a due anni per calunnia. Il 16 novembre 2005 scocca l'ora del processo d'appello. In teoria è un rito abbreviato, ma la Corte accontenta la difesa riaprendo il dibattimento e la causa si allunga a dismisura: si ascoltano nuovi testimoni, si rifà la perizia psichiatrica e Taormina trasforma ogni udienza in uno show. L'indomabile professore trova però un degno contraltare nella placida e sottile ironia del presidente, Romano Pettenati, e nell'austerità del pg Vittorio Corsi. Il tutto in un'aula stracolma di pubblico, tanta gente che non perde una battuta e soprattutto non stacca gli occhi dalla Franzoni per vedere se piange o se guarda il marito. Taormina polemizza su ogni virgola e il 20 novembre 2006, dopo l'ennesima protesta, lascia il processo. Al suo posto viene nominato un legale d'ufficio, Paola Savio. ''Sulle prime pensavo a uno scherzo'', confessa. E' un'avvocatessa giovane dall'aria mite, ma presto, con l'aiuto del collega Paolo Chicco, prende in mano la situazione. La strategia dei Franzoni cambia di nuovo, ora è più misurata, più centrata sul dolore e sulla commozione. Il pg Corsi non è da meno: ''Annamaria è una bimba che ha commesso un grosso guaio in un momento di debolezza, ammetta ciò che ha fatto e tutti le vorremo bene lo stesso''. La sentenza viene pronunciata il 27 aprile 2007: la mamma di Sammy è di nuovo colpevole ma questa volta merita le attenuanti e la pena è ridotta a sedici anni. Ed è la sentenza che, tredici mesi dopo, viene confermata dalla Cassazione. E' la sera del 21 maggio 2008. Già nella notte per Anna Maria si aprono le porte del carcere.

Certo per i magistrati e per i giornalisti ci sono dubbi, ma per la storia i dubbi permangono. L’arma del delitto non è mai stata trovata così come presumibilmente nemmeno il colpevole dell’ omicidio. Questo processo e questo delitto segnano l’inizio di un’attività mediatica negli omicidi più particolari ed efferati che l’Italia abbia mai avuto. L’avvocato Taormina, che per un certo periodo di tempo ha difeso la mamma di Cogne ha spinto perchè il caso di Anna Maria Franzoni fosse portato in televisione alla luce del pubblico giudice che si è diviso tra chi sosteneva una tesi colpevolista e chi invece sosteneva una tesi innocentista. Grazie alla trasmissione Porta a Porta, condotta da Bruno Vespa poi, il caso ha avuto una risonanza mediatica enorme quasi fosse una telenovela. L’omicidio di Samuele è diventato così un evento che ha coinvolto ogni famiglia italiana nel privato. Il viso della Franzoni e la sua persona sono stati esposti mediaticamente fino al 2008 anno in cui è stata confermata la sentenza che l’ha vista colpevole dell’omicidio del suo bambino e che le sta facendo tutt’ora scontare una pena nel carcere di Bologna. Durante le indagini, alcune prove sono state manomesse altre invece sono state montate nel tentativo di scagionare l’unica indagata, ma non solo, celebre è diventata la frase della Franzoni che di fronte ai Carabinieri venuti a casa sua per interrogarla poco dopo la morte del figlio implorava il marito di farne un altro come se la morte del piccolo Samuele non fosse altro che un cambio di bambino o un capitolo della propria vita da eliminare.

Sono le 8.28 del 30 gennaio 2002: al 118 di Aosta arriva la telefonata di una mamma disperata, che chiede aiuto per il suo bambino che "vomita sangue". Comincia così uno dei casi di cronaca più discussi e controversi, che in dieci anni di polemiche, perizie e colpi di scena, ha continuato ad appassionare l'opinione pubblica. Quella mamma è Anna Maria Franzoni, e il suo bambino il piccolo Samuele Lorenzi. Ucciso, secondo il processo, proprio dalla madre. Mentre l'autopsia accerta che il bambino è stato colpito alla testa da un corpo contundente, da subito i riflettori vengono puntati sulla mamma del bambino, Anna Maria Franzoni, e l'Italia torna a dividersi ancora una volta tra innocentisti e colpevolisti, trasformando la vicenda di Cogne in un caso giudiziario lungo e difficile, sul quale nel corso di questi anni si sono espressi esperti e non, di ogni genere e valore, e dove non sono mancati neppure anonimi "investigatori" che con lettere e perfino cartoline hanno hanno suggerito agli inquirenti la loro personale verità.

Il primo arresto di Anna Maria
A dare ragione a chi è convinto che Anna Maria, che da sempre si proclama innocente, sia colpevole arriva, il 14 marzo 2002, l'ordinanza di arresto firmata dal gip di Aosta, Fabrizio Gandini. L'accusa è di omicidio volontario e la mamma di Samuele viene rinchiusa nel carcere di Torino, dove rimane fino al 30 marzo, quando viene scarcerata su decisione del Tribunale del riesame che accoglie il ricorso presentato dal legale di Anna Maria, Carlo Federico Grosso. Per il Tribunale gli indizi non sono sufficienti, ma la decisione viene a sua volta annullata il 10 giugno dalla Cassazione, che rimanda tutto ad un nuovo collegio giudicante del Tribunale della libertà che questa volta, il 4 ottobre sempre del 2002, dichiara valido l'ordine di custodia per la Franzoni. Prima che il provvedimento diventi definitivo, il gip aostano, però, lo ritira per cessate esigenze cautelari. La donna resta indagata a piede libero.

Arriva l'avvocato Taormina
A difenderla, ora c'è però un altro avvocato. E' Carlo Taormina che il 25 giugno 2002 la famiglia Franzoni include nel collegio difensivo, provocando l'uscita di scena polemica di Carlo Federico Grosso. Intanto, l'8 aprile 2002, Annamaria a Novara incontra i periti incaricati di accertare se la donna, al momento dell'omicidio, fosse capace di intendere e di volere. La perizia stabilirà che Anna Maria è sana di mente e che lo era anche al momento dell'omicidio.

Prima condanna a 30 anni
Il 19 luglio 2004 il gup di Aosta, Eugenio Gramola, condanna la mamma di Cogne a trent'anni di carcere, il massimo della pena previsto con il rito abbreviato scelto dalla difesa. Per Annamaria , che nel frattempo ha avuto un nuovo figlio, Gioele, non si aprono però le porte del carcere. Insieme al marito Stefano Lorenzi e ai due figli si rifugia nel paese natale, protetta dalla famiglia che non ha mai smesso di credere nella sua innocenza.

La controaccusa ai vicini di casa
Il processo di primo grado non è che l'inizio di un cammino ancora lungo e pieno di sorprese, a cominciare dall'esposto che a fine di luglio l'avvocato Taormina consegna alla Guardia di Finanza di Roma a nome dei Lorenzi e in cui viene fatto il nome di quello che secondo la difesa sarebbe il vero assassino. Poco dopo la procura di Torino apre un fascicolo, il cosiddetto "Cogne-bis", in cui si ipotizza la creazione di false prove nella villetta e in cui figurano 11 indagati, fra cui i Lorenzi e il loro legale. Del caso principale si torna a parlare il 2 novembre, quando l'avvocato Taormina presenta il ricorso in appello. Il secondo grado di giudizio si apre il 16 novembre 2005 in una delle maxi aule del tribunale di Torino di fronte a una corte presieduta da Romano Pettenati e a una platea di curiosi che per ben 22 udienze, tanto è durato il dibattimento, ha fatto la fila fin dall'alba davanti al Palagiustizia, improvvisando addirittura una distribuzione di numeri per non perdere la priorità d'arrivo. Di tanto in tanto, in aula, aperta al pubblico ma non a fotografi e cineoperatori per decisione della Franzoni, arrivano anche una rappresentanza del comitato nato proprio per sostenere l'innocenza dell'imputata.

La perizia psichiatrica: "Vizio parziale di mente"
La battaglia inizia già dalla prima udienza, quando il pg Vittorio Corsi chiede una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune trasmissioni televisive perché la Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di "stato crepuscolare orientato". Annamaria era stata interrogata qualche giorno dopo l'inizio del dibattimento e ancora una volta ai giudici aveva ripetuto la sua innocenza. Nuovi sopralluoghi, perizie neurologiche e tecniche, interrogatori colpi di scena caratterizzano anche il processo d'appello che si protrae per oltre un anno e mezzo. Nella maxi aula 6 del Tribunale torinese, il pubblico non manca mai, ogni volta si presenta con la speranza di poter cogliere nei gesti o negli atteggiamenti della mamma di Cogne qualche indizio che possa anche solo alimentare il gossip.

Taormina rinuncia, arriva l'avvocato Savio
L'ultimo colpo di scena quando il legale Carlo Taormina, nel novembre 2006, rinuncia al mandato in aperta contestazione con la corte e con quella che per lui, come ha ripetuto più volte, è "una sentenza già scritta". D'ora in avanti sarà un avvocato d'ufficio a occuparsi del processo, l'avvocato Paola Savio, che dopo qualche mese da legale d'ufficio diventa avvocato di fiducia e impronta la sua difesa al massimo fair play, tanto che lo stesso presidente della Corte, Pettenati, prima di ritirarsi in Camera di consiglio per la sentenza, sottolinea: "E' stata una fortuna che il sistema informatico abbia scelto lei quel giorno in cui la signora era stata abbandonata dalla difesa".

Già. Meglio un avvocato di ufficio che un agguerrito e preparato avvocato di fiducia: Cose già viste, anche ad Avetrana.

Confermata la condanna di primo grado
Il procuratore generale, Vittorio Corsi e l'avvocato Savio si confrontano per due udienze ciascuno. Il primo, al termine di una requisitoria durata diverse ore, nella quale, uno dopo l'altro, analizza tutti gli elementi clou del processo, dall'arma del delitto, al pigiama, dagli zoccoli al calzino mancante, al ruolo che la famiglia Franzoni ha svolto negli anni in cui si è dipanata la vicenda, chiede, per Anna Maria la conferma della sentenza di primo grado, 30 anni, non senza prima averla invitata a confessare ed aver invocato la pietas della Corte. Alla pietas del procuratore generale risponde l'avvocato difensore che in due giornate di arringa ribatte punto per punto alle affermazioni dell'accusa e al termine chiede l'assoluzione piena per la sua cliente. Qualche giorno dopo è di nuovo il pg a replicare, conferma la sua accusa e chiede ad Annamaria il coraggio della confessione, mentre la difesa il coraggio lo chiede alla corte. Dicendosi certa dell'innocenza della cliente, appellandosi al "ragionevole dubbio" in processo in cui non ci sono ne arma né movente, chiede alla corte il coraggio di dubitare.

Anna Maria in lacrime davanti ai giudici
La parola fine tocca però ad Anna Maria. Tra le lacrime, la mamma di Cogne, che quel 30 gennaio 2002 chiedeva aiuto per il figlioletto ferito, ora con la voce rotta, ha chiede giustizia. «Siate giusti nel giudizio - ha detto - non ho ucciso mio figlio, non gli ho fatto niente». La corte però decide diversamente e dopo oltre 9 ore di Camera di Consiglio la condanna a 16 anni per l'omicidio del figlio (13 con l'indulto).

Anche la Cassazione respinge: condanna confermata
Contro la sentenza, i legali presentano ricorso in Cassazione che la suprema corte però respinge il 21 maggio 2008 confermando la sentenza emessa poco più di un anno prima dalla corte d'assise di Torino. Anna Maria Franzoni aspetta la sentenza a Ripoli Santa Cristina, sull'Appennino tosco-emiliano, a casa di un'amica. E a casa la raggiungono i carabinieri per notificarle l'arresto e trasferirla in carcere a Bologna.

Prosegue il turismo dell'orrore nella villetta
E non accenna a diminuire il turismo macabro a Cogne. La processione di gente nella casa di Montroz continua ancora oggi, magari in forma più contenuta. E' ancora l'allora sindaco Osvaldo Ruffier, memoria storica della comunità, a trovarsi a dover indicare il percorso da seguire per raggiungere la villetta di Annamaria e Stefano Lorenzi. «Quella vicenda resterà per noi una ferita incancellabile - afferma l'ex sindaco -. Dopo dieci anni va registrato che ci sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica che, credo, non si interromperà mai». Il tempo, come racconta l'allora sindaco, ha contribuito a fare decantare la vicenda ma dalle sue parole si capisce che ci sono ancora ferite aperte: «chi ha vissuto la vicenda non potrà mai archiviare le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine alla vicenda. A noi resta la macchia».

Cogne ha neve, gelo. E indifferenza. Il sindaco Franco Allera, primo cittadino dal 2010, geometra, è il progettista della «Villetta di Cogne», come ancora la chiamano, anzi, la rivendicano i turisti. «Sembra che il tempo non passi più, siamo ancora lì», dicono al bar «Centre», piccolo locale nella piazza del paese. Si ferma un'auto di una coppia a due passi del municipio. Lui chiede: «Scusi sa indicarmi la "villetta di Cogne"?». E un altro turista fa tintinnare la porta del tabaccaio, a qualche passo dal bar, e brucia il tempo del saluto con la sua impellente richiesta: «Avete una cartolina della "villetta"? Sa, quella...». Risposta: «So, so... No, non ne esistono». Il turismo macabro non ha limiti. Cogne come Avetrana. La «Villetta» in quel prato ripido in cui sbucano dalla neve rovi di rose selvatiche con bacche color del sangue è un po' meno sola, ma è una casa lasciata alla sua tragica testimonianza. Lasciata lì, non venduta, né affittata. Ad aprirla ogni tanto ci pensava «nonno Mario», il papà di Stefano Lorenzi, morto a fine agosto 2010. Hanno costruito due case appaiate e gemelle appena sopra e una grande di legno brillante e imponenti muri in pietra a fianco. C'è un grande cartello giallo dell'Immobiliare che l'ha costruita: si vende e si affitta. Ma dove Samuele fu ucciso con un oggetto mai scoperto (forse un cristallo di quarzo) tutto pare fermo al 2002. Solo il vento è riuscito a strappare sul lato nord i sigilli del sequestro. Sono spariti anche dalle ante di legno che proteggono gli «occhi» voluti da Anna Maria. Sulle altre finestre e sulle porte i fogli dell'autorità giudiziaria sono ancora lì, incollati da un largo e resistente nastro isolante marroncino. La «Villetta di Cogne» è in frazione Montroz. Guarda dall'alto il capoluogo e la prateria di Sant'Orso. Nessuno sa se sia ancora nei sogni di Anna Maria, forse lo è negli incubi. La mamma di Sammy, in carcere a Bologna, non vuole parlare con nessuno. Si è perfino chiusa nel bagno della sua cella per non incontrare il deputato Melania Rizzoli del Pdl che sta raccogliendo testimonianze per un libro sulle donne in prigione. Il suo avvocato torinese, Paola Savio, che ha tentato in tutti i modi di spegnere i riflettori sul «caso Cogne», mantiene la riservatezza di sempre. E dice: «Non verrà mai un giorno in cui Anna Maria smetterà di professare la sua innocenza».

Anna Maria in carcere riceve soltanto il marito Stefano, da sempre convinto della sua innocenza, e i suoi figli, Davide, che il mattino del delitto accompagnò allo scuolabus e Gioele, nato l'anno dopo. La Cogne tanto amata diventò un «paese di invidiosi» per Anna Maria proprio mentre aspettava il suo terzo figlio. Ne parlava nell'area verde dell'agriturismo della sua famiglia, a Monte Acuto, sull'Appennino bolognese. E lanciava le accuse, i suoi sospetti sui vicini. Si sentiva tradita dal paese che l'aveva accolta e l'aveva sorretta nei giorni della morte di Samuele. Un paese che si spaccò, che fu dilaniato da fronti contrapposti, che diventò a lungo un set tv.

Sindaco nel 2002 era Osvaldo Ruffier: «La gente adesso è indifferente, allora era un tumulto. Anche per Anna Maria è finita, a breve uscirà pure dal carcere. Donna tosta, sa? Eravamo in buoni rapporti anche se Stefano era un consigliere di opposizione. Subito fu la solidarietà, la compassione ad abbracciare quella famiglia, poi cominciarono a fare nomi di vicini e altri come coinvolti nell'omicidio. E allora Cogne si offese. Fu la frattura». E quello di oggi, Allera: «L'imperativo è uno solo, dimenticare e passare oltre. è stato un dramma della follia, una terribile vicenda umana. La giustizia ha fatto il suo corso e Cogne ha ritrovato il suo equilibrio». Dimenticare. Anche il parroco don Corrado Bagnod, che celebrò i funerali di Samuele, non spende parole: «Buongiorno, arrivederci».

La cittadina di Cogne troppo presto ha preso le distanze con i media e con Anna Maria Franzoni. Cosa nasconde la riservatezza di quella gente. Forse niente. Ma ad Avetrana quella stessa riservatezza per i media e per i forestieri è diventata omertà. Sono convinto che dietro il delitto di Cogne ci sia una verità storica non riconosciuta dalla verità processuale e mediatica. Ciò si evince da alcuni dati inconfondibili: manca il movente, manca l'arma del delitto, manca la confessione; la difesa aveva accennato di sapere chi era l'autore vero del delitto, annunciando di poterlo rivelare a tempo debito, ma poi non si è fatto più niente; la difesa insiste su indizi e macchie di sangue in posti della villetta che farebbero pensare ad una fuga precipitosa, ma queste prove non sono state abbastanza approfondite; si sa che la Franzoni non aveva un buon rapporto con Cogne, i cui abitanti, sbrigativamente, puntano il dito contro di lei quale unica indiziata, salvo poi non sapere un bel nulla del perchè del delitto; il sindaco o l'ex sindaco di Cogne affermavano che tutto era chiaro; si accennava che il probabile omicida è una persona di cui molti avrebbero paura. Si dice che la Franzoni potrebbe coprire il secondo figlio quale esecutore materiale del delitto. Si dice che la madre potrebbe aver dimenticato. Si parla persino di amanti della Franzoni. Forse qualcuno voleva rapire il piccolo Samuele e alle strilla di questi l’ha ucciso ed è scappato di corsa. Qualcuno ha fatto allusione anche a possibili interconnessioni politiche legate all’impegno amministrativo del padre dell’ucciso presso il Comune di Cogne. Si accenna anche a screzi continui con i vicini. Ma il fatto più inquietante è una intervista rilasciata da un familiare della Franzoni poche settimane dopo il delitto del piccolo Samuele, che parlava chiaramente di eventi che non possono essere resi pubblici.

Su “Oggi” Carlo Taormina a Giangavino Sulas afferma: è questa l’arma del delitto di Cogne? L’hanno cercata per anni. Dovunque. Hanno rivoltato come un guanto la villetta di Cogne. Hanno scavato in giardino. Hanno setacciato i terreni sottostanti. Hanno scandagliato i corsi d’acqua. Niente. I processi si sono chiusi in Cassazione il 21 maggio 2008 con la condanna definitiva di Annamaria Franzoni, senza l’arma che, la mattina del 30 gennaio 2002 aveva ucciso Samuele Lorenzi. Medici legali, carabinieri del Ris, periti, consulenti e magistrati si sono persi in mille ipotesi: dalla piccozza al martello, dal pentolino al sabò (lo scarpone valdostano), dal mestolo al moschettone da alpinista. L’hanno cercata invano con tale e tanta cocciutaggine che un giorno, qualche mese dopo il delitto, Giorgio Franzoni, il padre di Annamaria, esasperato ma con una buona dose di cinismo si fece intercettare da una microspia piazzata nella sua auto mentre diceva: «Sotterriamo una martellina dopo averla immersa nell’acido muriatico e gliela facciamo trovare. Così la smettono di cercarla». Oggi però la possibile arma che uccise il bambino di Cogne compare nello studio romano di piazza Cavour di Carlo Taormina, l’avvocato che ha difeso la Franzoni dal giugno 2002 al 20 novembre 2006, quando in Corte d’Assise d’Appello, a Torino, annunciò: «Lascio la difesa perché qui la sentenza è già scritta». «E se fosse questo l’oggetto con il quale è stato colpito a morte Samuele?», sorride e sogghigna Taormina mentre da un cassetto della scrivania tira fuori una pinza da elettrauto. «I miei medici legali, ai quali la feci esaminare, sono stati chiari: “È compatibile con le ferite sulla testa del bambino”. Ma io non ci credo perché a farmela trovare è stata una veggente. Questi personaggi sono dei ciarlatani, ma quella volta quella signora insistette tanto che alla fine mi convinse…». Scusi avvocato, quando quella volta? E chi è questa signora? Insomma, da dove salta fuori questa pinza e da quanto tempo la tiene nel suo studio? La storia che potrebbe addirittura portare a una richiesta di revisione del processo sul delitto di Cogne nasce negli studi di Telelombardia una sera del dicembre 2011 durante la trasmissione Iceberg condotta da Marco Oliva. Per poi approdare a Domenica 5 del 5 febbraio 2012, il talk chow di Canale 5 condotto da Federica Panicucci  Si parla della scomparsa di Yara Gambirasio. Va in onda un’intervista a una veggente che dichiara di sapere tutto sul destino della ragazza di Brembate Sopra. Il conduttore chiede a Taormina che cosa ne pensi. «Buffonate », sbotta con la sua solita feroce schiettezza il penalista, che subito dopo però aggiunge: «Anche se a me, anni fa, è capitato un episodio… ». E qui inizia la clamorosa rivelazione: «Una signora insistette tanto sostenendo di avere avuto una visione durante la quale era sicura di avere individuato l’arma con la quale era stato ucciso Samuele. Mi convinse, dopo tante insistenze, ad accompagnarla a Cogne ed effettivamente sul greto di un torrente che scorre sotto la casa dei Franzoni trovammo uno strano oggetto». Fine della trasmissione.

Il giorno dopo chiamiamo Carlo Taormina: «Scusi avvocato, ma quell’oggetto l’ha fotografato?». «No. Io ho l’oggetto. Lo tengo nel mio studio». Andiamo da Taormina ed ecco da un cassetto comparire una pinza, grande e pesante, con i beccucci rotondi in cima. Classico strumento di elettricisti, elettrauto, periti elettrotecnici. Sembra nuova. «Vede, impugnata così, diventa un oggetto snodabile che può aver lasciato quella scia di macchie di sangue sulle pareti della stanza del delitto», dice l’avvocato. «E la forma arrotondata del manico è compatibile con le ferite. Me l’hanno detto i medici legali». Quando l’ha trovata? «Nel settembre 2004. C’era appena stata la sentenza di primo grado con la condanna a 30 anni per la Franzoni. Una signora di Parma che sosteneva di essere una veggente, diciamo solo il nome, Wanda, moglie di un noto imprenditore, cominciò a telefonarmi: “Le faccio ritrovare l’arma che ha ucciso Samuele”. Non le diedi retta finché un giorno mi disse: “Ho sognato il posto dove è stata nascosta. Se andiamo a Cogne la troviamo”. Alla fine cedetti. Partimmo accompagnati dalla mia scorta. In base a quanto diceva di aver visto durante il sogno, la donna iniziò la ricerca del nascondiglio lungo il torrente che scorre sotto la villetta dei Franzoni. Lo individuò dopo due ore e allora, io, lei e gli agenti della scorta iniziammo a cercare l’arma. Passarono altre due ore e proprio uno dei poliziotti, in una specie di piccolo anfratto, trovò questa pinza. “È questa l’arma che ha ucciso Samuele”, disse la donna. Be’, lo ammetto, ne fui impressionato ». Perché non la consegnò agli inquirenti? «Non rientrava nei miei compiti. Io ero il difensore della donna accusata del delitto. Ero tenuto solo alla sua difesa e al segreto professionale. Mi limitai a consegnarla ai miei medici legali. Avuta la loro risposta, decisi di tenerla e seguire gli sviluppi dell’inchiesta e del processo di secondo grado». Perché non la fece analizzare? Su quella pinza si potevano scoprire impronte digitali o genetiche di qualcuno. Forse temeva che potessero diventare la prova provata della colpevolezza della Franzoni? «Questo lo insinua lei. Le prove contro Annamaria dovevano trovarle gli inquirenti, non io. E non le hanno mai trovate». Perché non la consegna adesso, la pinza? «No. Dopo che uscirà il servizio su Oggi, la butterò via».

Con Carlo Taormina non c’è molto da discutere. Però, se quella pinza ha massacrato Samuele, negli spazi fra le ganasce potrebbero ancora essere custodite tracce di materiale biologico. Ma può davvero essere l’arma del delitto? L’abbiamo chiesto all’uomo che più di chiunque altro ha esaminato le ferite che hanno provocato la morte del bambino di Cogne. Francesco Viglino, medico legale e docente universitario, fece due autopsie: il 31 gennaio e il 4 febbraio 2002. L’8 giugno dello stesso anno consegnò la relazione conclusiva del suo lavoro alla Procura di Aosta. Sulle ferite, nella perizia sostiene: «Per quanto si evince dalla morfologia delle lesioni rilevate… si è potuto ipotizzare che le stesse siano state prodotte da corpo contundente che presenta le seguenti caratteristiche: facile e agevole impugnabilità; rigidità; di buona consistenza; dotato di margini acuti, rettilinei e spigoli vivi». E prosegue: «Tale condizione consente di rilevare una superficie di impatto del corpo contundente assai ristretta, come appunto, quella di uno spigolo o di una grossa punta». E conclude: «Ciò detto circa le caratteristiche delle lesioni, dovendo ipotizzare quale possa essere stato il mezzo che le ha prodotte, non può essere identificato in un mezzo ben preciso ma può essere compreso in una vastissima gamma di strumenti idonei a ledere. Ad esempio manganelli o bastoni o mazze per ciò che concerne le armi proprie, martelli, soprammobili, strumenti per l’uso domestico, quali armi impropriamente usate». Chiediamo a Viglino perché nella sua relazione non parli di pinze: «Avrei dovuto enumerare decine di oggetti. Il problema è la forma delle ferite: sono a coda di rondine. Queste pinze, impugnate al rovescio, potrebbero essere l’arma del delitto perché provocherebbero lesioni con le caratteristiche che ho detto». Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, allora cercò di scoprire quale fosse l’arma non solo dalla forma delle ferite ma dalla scia di macchie di sangue sulle pareti della stanza: «E conclusi», ci dice oggi, «che doveva essere un oggetto maneggevole e con un manico abbastanza lungo. Un oggetto che facesse “l’effetto aspersorio” trascinando il sangue dal basso verso l’alto. Questa pinza ha un manico che può provocare questo effetto. E anche alcune delle ferite sono compatibili con le punte della pinza rivolte verso il basso. Ma mi chiedo: perché saltano fuori adesso?». 

A proposito del delitto di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio e gli autogol della giustizia e del giornalismo italiano. Vi ricordate il caso di Giusy Potenza, antesignano del delitto di Avetrana?

Giusy Potenza viene uccisa a Manfredonia con una grossa pietra. Il suo corpo è ritrovato il pomeriggio successivo all'omicidio sulla scogliera, vicino allo stabilimento ex Enichem. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Il caso scuote la città del Gargano che viene assediata nei giorni successivi dalle tv nazionali e locali in cerca di risoluzioni per quello che diviene un caso di cronaca nazionale. È stato un periodo di tensione e terrore, quello che si è consumato a Manfredonia, sessantamila abitanti, una quarantina di chilometri da Foggia. Per mesi questa fetta del Gargano è stata sotto shock per la tragica fine di Giusy, uccisa a colpi di pietra da Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni, che 40 giorni dopo (il 23 dicembre 2004) venne arrestato dalla polizia e che confessò l'omicidio: l'uomo, un cugino del padre della ragazza, ha ammesso di aver colpito la vittima con una pietra perché tra loro c'era una relazione e lei minacciava di raccontare tutto a sua moglie se l'avesse lasciata. Il ricordo della povera Giusy è ancora vivo in tutta la comunità accusata a suo tempo di omertà come tutte le comunità che subiscono vicende analoghe. Una vicenda drammatica con molti colpi di scena seguitissima da stampa e tv. Speciali tv sono stati dedicati al caso dalla solita Rai Tre con il programma “Ombre sul giallo”, ideato, scritto e condotto da Franca Leosini.

Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Intanto l’8 ottobre 2011 per quel delitto il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione “famiglia” della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita (Floriana) Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione.

Le ragazze accusate malamente in vario modo si rammaricano del fatto che i giornali e le tv pronti ad infierire con accanimento mediatico su di loro, nel momento in cui vi è stata per loro stesse una sentenza di assoluzione, omertosamente i medesimi giornalisti hanno censurato la notizia, tacitando gli errori dei magistrati.

Sono loro a gridare con una testimonianza esclusiva al dr Antonio Giangrande, scrittore (autore anche del libro in elaborazione su Sarah Scazzi, già pubblicato sul web) e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. In sintesi il loro pensiero conferma un tema ricorrente identico a sé stesso: povero territorio e poveri protagonisti della vicenda, vittime sacrificali di un sistema mediatico che nell’orrore e nella persecuzione ha la sua linfa. Si inizia con uno strillio del citofono, con le forze dell’ordine che ti cercano. In quel momento ti casca il mondo addosso. E’ un uragano che ti investe. Ti scontri con procuratori della repubblica innamoratissimi della loro tesi di accusa, assecondati dal Tribunale della loro città e sostenuti da giornalisti che pendono dalla loro bocca o che si improvvisano investigatori. E l’opinione pubblica, influenzata dalla stampa, ti odia fino ad augurarti la morte. «Dalla sentenza che ha acclamato la nostra estraneità ai fatti, nessuno ci ha cercato per ristabilire la verità e per renderci la nostra dignità e la nostra reputazione. Chi è schiacciato dal tritasassi della giustizia, anche se innocente, è frantumato per sempre». E’ il pensiero di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, ma possono essere le affermazioni di migliaia di innocenti che da queste vicende ne sono usciti distrutti.

Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda?

Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutti come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e accusate di essere state responsabili indirettamente della sua morte.

Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.

L'omicidio Giusy Potenza: le tappe.

Dal delitto all'arresto del cugino, al coinvolgimento delle due ragazze di Manfredonia per favoreggiamento della prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Giusy Potenza viene uccisa il 12 novembre del 2004 a Manfredonia con una grossa pietra da 4 chili. Il suo corpo è ritrovato nei pressi dello stabilimento ex Enichem e di una scogliera il pomeriggio successivo all'omicidio. Dopo un mese e mezzo di continue voci sulla presenza di un branco e su presunte frequentazioni poco raccomandabili della ragazza, arriva la confessione di Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni cugino del padre. Il 23 dicembre il presunto omicida, sposato e padre di due figli di 2 e 8 anni, racconta agli inquirenti di aver cominciato dalla fine dell'estate precedente una relazione segreta con la giovane studentessa. Il pomeriggio dell'ultimo incontro, dopo aver avuto un rapporto sessuale in auto, l'uomo avrebbe detto a Giusy di essere intenzionato a mettere fine alla relazione.

Il 6 maggio 2005 le indagini hanno una svolta. Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Le due, residenti a Manfredonia e incensurate, avrebbero mentito agli inquirenti per non far sapere di essere implicate in un giro di prostituzione in cui avrebbero trascinato anche Giusy Potenza. Il sospetto di un loro coinvolgimento esisteva da tempo: le due ragazze avevano infatti sostenuto di aver trascorso a casa il pomeriggio dell'omicidio, mentre alcuni testimoni le avevano notate proprio davanti al negozio Bernini, dove Giusy si era recata per comprare dei dischi poco prima che si perdessero le sue tracce. Particolarmente importante la testimonianza di un uomo, secondo il quale le due giovani avrebbero fatto prostituire Giusy in sporadiche occasioni con clienti procurati da loro e con la promessa di dividere gli incassi. In ogni caso, secondo gli inquirenti, le due ragazze non sarebbero coinvolte nell'omicidio, di cui sarebbe unico responsabile Giovanni Potenza.

Poi, il 30 maggio, un nuovo colpo di scena. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. La rabbia innescata dal desiderio di vendetta lo ha spinto a entrare nel bar Olimpia di via Gargano, a Manfredonia, poco distante da casa sua: ha ordinato una birra, si è avvicinato con calma al bancone, ha estratto il coltello, ha urlato: «È ancora vivo questo qua?». Poi ha colpito, una volta sola, alla pancia, forse lo ha fatto seguendo un copione criminale maturato con il passare dei giorni, forse è stato un raptus scattato all'improvviso: fatto sta che in pochi istanti di lucida follia, Carlo Potenza, 37 anni, ha tentato di vendicare la figlia Giusy, la quindicenne massacrata il 12 novembre 2004 a Manfredonia, riducendo in fin di vita Pasquale Mangini, 41 anni, il padre di Filomena Rita, 19 anni, una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver spinto la minorenne alla prostituzione, una storia affiorata nel corso di ulteriori indagini avviate dalla polizia. Potenza è uscito dal bar subito dopo aver colpito, ha tentato di fuggire ma è stato bloccato e arrestato dalla polizia; il ferito è stato trasportato in ospedale: è stato ricoverato nel reparto di chirurgia d'urgenza e poi in rianimazione. I medici lo hanno operato, le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. L'uomo viene ferito all'addome, Carlo Potenza è arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Il giorno successivo altre due persone vengono arrestate con l'accusa di concorso in tentato omicidio: si tratta di due pescatori, amici del padre di Giusy, che lo avrebbero accompagnato nei pressi del bar e lo avrebbero aspettato fuori. Subito dopo il ferimento avrebbero preso in consegna il coltello e lo avrebbero nascosto mentre Potenza si dava alla fuga. Potenza era stanco delle voci del paese sulla figlia, diffuse sia durante la fase delle indagini ma anche successivamente al fermo del presunto assassino. Incontrò Mangini nel bar Olimpia dove quest’ultimo stava bevendo una birra e lo colpì con un grosso coltello da cucina. Poi uscì dal bar e consegnò l’arma a due amici pescatori, Antonio Varrecchia e Biagio Piemontese. Poco dopo giunsero i poliziotti del Commissariato che lo arrestarono e lo sottrassero al linciaggio della folla. Potenza, anche lui pescatore come il presunto assassino della figlia, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari in una località segreta, lontano da Manfredonia. Da quel momento Carlo Potenza è tornato a vivere a Manfredonia, sempre ai domiciliari presso la casa dei suoceri.

Infine, il 24 ottobre 2006, l’ennesimo lutto: la madre di Giusy, Grazia Rignanese, peraltro in attesa di 7 mesi di un figlio, si è tolta la vita impiccandosi. Non ha retto al dolore per la perdita tragica della figlia e a tutte le altre tragedie.

La ragazza avrebbe reagito male minacciando di riferire tutto alla moglie del pescatore e agli altri familiari. A quel punto la vittima sarebbe uscita dall'auto e, forse per il buio e la pioggia, sarebbe caduta accidentalmente giù per la scogliera profonda 8 metri, ferendosi. L'uomo l'avrebbe aiutata a risalire ma la ragazza avrebbe ripetuto le minacce. In un impeto d'ira, il pescatore le avrebbe fracassato la testa con un grosso sasso, lasciandola esanime sotto una pioggia battente. A incastrare Giovanni Potenza, dopo 40 giorni di indagini, è il confronto tra il suo Dna, abilmente prelevato dagli investigatori, e quello del liquido seminale ritrovato sul corpo della vittima. Una prova che conferma quanto detto dalla ragazza a un suo coetaneo il pomeriggio dell'omicidio in un negozio di dischi, parole alle quali gli investigatori, in un primo tempo, non avevano dato peso. I familiari della ragazza, attraverso il loro legale, sostengono la presenza di altre persone al momento dell'omicidio (smentita dagli investigatori) e negano la relazione di Giusy con l'uomo, di cui peraltro in paese nessuno sembrava essere a conoscenza. Anche dai tabulati telefonici non arrivano elementi che confermano il rapporto. I risultati definitivi dell'autopsia poi sostanzialmente confermano quanto ipotizzato dagli inquirenti in un primo momento: nessuna violenza sessuale e omicidio d'impeto.

8 ottobre 2011. La corte d’appello di Bari ha assolto Filomena Rita (Floriana) Mangini e Sabrina Santoro, le due ragazze accusate e condannate in primo grado a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione di Giusy Potenza, la 15enne di Manfredonia uccisa da un cugino del padre il 13 novembre 2004 a colpi di pietra. In primo grado l’accusa sosteneva che le due ragazze dividessero tra loro i guadagni delle prestazioni di Giusy con i clienti (da 10 a 30 euro), visto che, secondo l’accusa, procacciavano i clienti alla giovanissima. In un secondo momento decadde l’accusa di sfruttamento e restò in piedi solo quella di favoreggiamento. Le dichiarazioni di un amico di Giusy non sono state ritenute credibili in appello, così come dai tabulati telefonici è emerso che non ci fossero contatti tra le due imputate e la ragazzina. Il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione famiglia della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione. Indagando sull’omicidio della minorenne (l’assassino è stato condannato a 30 anni in via definitiva), Procura foggiana, agenti del commissariato e squadra mobile scoprirono che Giusy si prostituiva per pochi euro, da 10 a 30 euro a secondo della prestazione. E lo faceva - diceva l’accusa che non ha retto al vaglio dibattimentale - perchè Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini le procacciavano i clienti e spartivano i guadagni, vicenda per le quali le due imputate furono arrestate e poste ai domiciliari il 6 maggio del 2005 (l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’omicida inizialmente ipotizzata dal pm fu poi archiviata), per poi tornare libere dopo due mesi. Già la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007, aveva in parte ridimensionato l’impianto accusatoria: escluse che le due imputate avessero indotto Giusy a prostituirsi e l’avessero sfruttata: furono comunque condannate a 4 anni a testa «solo» per favoreggiamento della prostituzione (e non anche per induzione e sfruttamento). Per questo reato, dopo innumerevoli rinvii, si è celebrato e chiuso in un’unica udienza il processo d’appello a Bari davanti alla «sezione famiglia». Il sostituto procuratore generale chiedeva la conferma della condanna, richiesta ribadita dagli avvocati Raul Pellegrini e Flora Torelli costituitisi parte civile per conto dei familiari di Giusy; i difensori, gli avv. Francesco Santangelo e Mario Russo Frattasi, hanno replicato parlando di accuse prive di riscontri, basate su voci e sulla testimonianza di un cliente di Giusy che tra indagini e processo di primo grado aveva cambiato innumerevoli versioni, dicendo tutto e il contrario di tutto. L’accusa contro Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini poggiava su due testimonianze, essenzialmente. C’era un coetaneo della vittima al quale la minorenne confidò, un mese prima dell’omicidio, d’essere entrata in un giro di prostituzione per soddisfare gli uomini e d’averlo fatto su proposta delle due imputate. E c’era soprattutto un manfredoniano di 34 anni (all’epoca dei fatti) che avrebbe avuto rapporti a pagamento con Giusy, dalla quale fu indirizzato - sostenevano inquirenti e investigatori - dalla Mangini e dalla Santoro («vuoi fre...? C’è quella ragazza lì...» l’invito che gli avrebbero rivolto le imputate, sempre smentito da queste ultime). La difesa replicava che le due imputate conoscevano Giusy solo per essere amiche della sorella maggiore, ma non la frequentavano e tantomeno ne «gestivano» la prostituzione; i tabulati telefonici dimostravano che non c’erano contatti tra la vittima e le imputate, pure «obbligatori» se le due amiche fossero state coinvolte nel presunto giro di prostituzione; il presunto cliente di Giusy aveva detto tutto e il contrario di tutto, negando prima, ammettendo rapporti a pagamento con la vittima, accusando le due imputate e poi facendo marcia indietro. Non è nemmeno certo che Giusy si prostituisse, altro argomento battuto dagli avv. Santangelo e Russo Frattasi per chiedere l’assoluzione delle due sipontine: vero che lei lo aveva confidato ad un amico, ma Giusy non sempre era credibile; e lo stesso presunto cliente ne aveva dette tante da renderlo assolutamente inattendibile e incredibile.

E’ stato scritto un libro sul delitto di Giusy Potenza: "Non ce lo dire a nessuno" di Innocenza Starace. Diario dell'avvocato di Giusy Potenza. Il libro comincia così: “Chiamo per conto di un amico, una giovane uccisa si trova vicino allo stabilimento ex Enichem”. - È un giorno di novembre piovoso quello in cui la telefonata, ovviamente anonima e inquietante, giunge al commissariato di Manfredonia. I poliziotti corrono e rinvengono il corpo di una giovinetta con il volto sfigurato e privo di alcuni denti. I jeans abbassati fino alle ginocchia. La ragazzina non aveva le scarpe e indossava una maglia gialla dal collo alto. Le braccia rivolte all’indietro. Il viottolo dove il corpo è disteso è di terra battuta e procede parallelo alla statale che porta alle spiagge di ciottoli bianchi di Mattinata e alle scogliere dei lidi di quella frazione di Monte Sant’Angelo dal breve nome di “Macchia”. Un luogo appartato, anche se vicino ci sono masserie frequentate da pecorai. Resti di biancheria intima, disseminati qua e là sull’erba, ne fanno intuire l’uso e la gente che lo frequenta quando cala la sera. Il corpo avrà presto un nome: Giusy. È la figlia quindicenne di Grazia Rignanese e Carlo Potenza, di cui era stata denunciata la scomparsa il giorno prima dai genitori, pazzi di terrore e rabbia. Inizia il giallo più sconcertante che abbia mai vissuto questa terra garganica, già insanguinata da faide e violenze. I suoi figli, però, seppur spesso presi da incomprensibili attacchi di violenza, mai si erano macchiati del sangue di una ragazzina innocente. In queste pagine vi è quella storia. È un diario cronaca perché registra i fatti, documenta le vicende, riporta gli atti giudiziari e le testimonianze raccolte negli interrogatori e nella fasi processuali; ma registra anche ciò che lo sguardo della donna avvocato, cittadina di Manfredonia, mamma di due ragazze, educatrice scout, non può fare a meno di vedere. Nella vicenda di Giusy si può entrare in modi diversi. Con la curiosità morbosa dei media o con il legittimo dovere di far luce sulla verità. Con i “lo avevamo sempre detto” della folla anonima e numerosa, sempre presente ad ogni cambio e colpo di scena o con il grido “vendetta e non giustizia” del nonno. Con la rabbia composta ma all’improvviso furente e aggressiva del padre o con il silenzio assordante del suicidio della mamma, ancora più assordante per la morte con lei del bimbo che ha un nome ma non viene al mondo. Con lo sguardo dolce e ammiccante di Michela e il suo prendersi cura, nell’abisso della tragedia, dei capelli di chi le sta accanto: “posso farti i capelli?” Io ci sono entrata perché coinvolta come avvocato di parte. La famiglia mi ha dato fiducia, abbandonandosi totalmente a me. Ci sono entrata al punto tale da capire che la ragione vera da trovare in questa storia non è solo quella della morte di Giusy, ma la ragione per cui si può morire a quindici anni in una città come Manfredonia (ma è solo Manfredonia?) che guarda a se stessa e ai suoi giovani voltando lo sguardo dall’altra parte. Dalla posizione privilegiata di chi è catapultato in una vicenda drammatica e complessa, tragica nel suo apparire e nel suo evolversi, mi è stato permesso di avere uno sguardo più profondo. Di quello sguardo il libro non priva il lettore, il quale può scegliere, una volta terminato la lettura, con la sentenza, di ritenere la vicenda conclusa. Oppure può ricominciare, pagina dopo pagina, a rileggere la storia e le domande vere che quel corpo trovato di fronte all’orizzonte, lasciano aperte. A queste domande ho dato forma non per futura memoria di Giusy ma per il futuro dei ragazzi che a quindici anni hanno molte domande, molti sogni, molti problemi. Ma non sempre hanno la fortuna di trovare le persone giuste.-

Torno a ripetere. Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda? Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutte come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e sono state responsabili indirettamente della sua morte. Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.

«Oggi 15 gennaio 2011 alle ore 15, visti la situazione venutasi a creare, i comunicati non corrispondenti alla verità e il coinvolgimento di persone che nulla hanno a che vedere con il grave fatto accaduto, si  chiede l’assoluto silenzio stampa per dar modo agli inquirenti e alle forze dell’ordine di svolgere l’attività investigativa con maggior serenità e tranquillità». Ancora più conciso il comunicato del sindaco che «invita gli organi di informazione ad abbandonare il suolo pubblico occupato e la cessazione delle attività finora svolte sul territorio». Sembra la giusta presa di posizione della famiglia di Sarah Scazzi o del sindaco di Avetrana. La comunità, a causa dell’evento delittuoso, ha subìto grave danno d’immagine per colpa di un certo modo di fare informazione. Invece no. Da questi nessuna ribellione contro i gossippari. Nonostante l’attacco mediatico sia stato meno strumentale e pregiudizievole ai danni di Brembate di Sopra, senza comparire come avevano fatto per l’appello del 28 dicembre, Fulvio Gambirasio e Maura Panarese si affidano a un comunicato. Appongono le loro firme e lo consegnano al sindaco Diego Locatelli che lo legge in una conferenza stampa organizzata nella sala consiliare. Ancora più conciso il comunicato del sindaco del 16 gennaio 2011 che invita la stampa, le troupe televisive in particolare, ad abbandonare il suolo di Brembate di Sopra. Dopo di che è la volta di un dipendente della Lopav-Pima, una ditta di coperture di Ponte San Pietro. I titolari sono stati blindati in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli per traffico di droga e riciclaggio. Si era parlato di rapporti di lavoro fra Fulvio Gambirasio e la Lopav e che il rapimento della figlia potesse essere interpretato come una ritorsione nei suoi confronti. Una ipotesi che non si era mai concretizzata. Alcune trasmissioni televisive, «Chi l’ha visto?» e «Quarto grado», hanno però irritato i dipendenti della Lopav che hanno fissato la loro protesta in un comunicato. In una trentina si sono presentati alla conferenza stampa. «Sono in corso attività ed indagini giuridiche nei confronti dell’amministratore della società Lopav-Pima (attualmente detenuto nel carcere di Bergamo). In attesa di verificare i fatti e la sussistenza di eventuali reati la società è gestita da un commissario straordinario nominato dal Tribunale. I dipendenti che lavorano per la società Lopav-Pima sono 110, l’indotto è di circa 250 persone. Siamo stati dipinti come “mafiosi, corrotti e persone non oneste”». E ancora: «In realtà siamo padri di famiglia, lavoriamo per guadagnare il nostro pane onestamente per le nostre mogli, i nostri figli e continuiamo a farlo con la dignità insegnataci dai nostri genitori. Il sistema mediatico sta creando un mostro inesistente allo stato dei fatti. Chiediamo il diritto e il rispetto di lavorare con tranquillità, senza dover essere additati da chiunque si avvicini ai nostri mezzi. Voi fate il vostro lavoro, con dignità e professionalità. Noi vorremmo fare altrettanto. Concedeteci questo sfogo: perché ogni volta che torniamo a casa la domanda dei nostri figli è “ma è vero papà che sei mafioso?”. Ditemi voi cosa possiamo rispondere. Vi ringraziamo ma è doveroso tutelare il nostro lavoro, i nostri figli e le nostre famiglie». Brembate di Sopra come Avetrana: stessa malasorte a causa di una giustizia inefficiente e di una informazione approssimativa.

SARAH SCAZZI: Resoconto

Cosa differenzia i casi di persone scomparse è nella definizione mediatica dell’atteggiamento delle comunità, che nulla sanno circa modi, tempi e circostanze delle sparizioni: al nord si parla di riservatezza, nel sud di omertà. Certo è che se qualcuno sa, il modo in cui vengono trattati i testimoni, incentivano questi a non dire nulla di quanto loro conoscenza. Andirivieni dagli uffici giudiziari, spese, oneri e perdita di giornate lavorative con risibili rimborsi. Mancata tutela con sputtanamento mediatico e probabili ritorsioni. Eventualità di coinvolgimento con accuse e sospetti infondati.

Cosa accomuna i casi di Ottavia de Luise e Elisa Claps a Potenza, il caso dei fratellini Ciccio e Tore a Gravina di Puglia, di Sarah Scazzi di Avetrana e di Yara Gambirasio di Brembate di Sopra: l’inadeguatezza se non il fallimento del sistema investigativo. Ritardi ed errori delle indagini e delle ricerche. Per Ottavia, Elisa e Sarah si indicò la fuga volontaria come motivo della scomparsa. Per Ciccio e Tore e per Yara si incarcerarono degli innocenti: il padre Filippo Pappalardi per Ciccio e Tore e il marocchino Mohammed Fikri, il primo extracomunitario a portata di mano, per Yara.

Mai che si parta da dei punti fermi nelle ipotesi: intra familiare o extra familiare. Intrafamiliare significa motivi passionali o di interesse economico. Extrafamiliare significa spasimanti respinti o diverbi con soci o vicini di casa, raptus o serial killer, pedofilia, ratto per espianto organi o schiavitù, sette sataniche. L'adottare la tesi della fuga volontaria per ragazzi al di sotto dei 18 anni, significa mancare il dovere di riportare a casa fanciulli che per legge sono incapaci e, comunque, non poter adottare gli strumenti investigativi (quali le intercettazioni, le perquisizioni, i fermi giudiziari), riservati ai reati più gravi, come il rapimento e l'omicidio.

Palesi e fondate critiche sulla conduzione delle indagini, per quanto riguarda Sarah, sono a firma di Giorgio Sturlese Tosi su Panorama del 9 dicembre 2010.

Gli italiani, è storia vecchia, sono tutti allenatori della nazionale di calcio. Ma da qualche tempo sono diventati anche un popolo di investigatori. Le serie televisive e i grandi gialli, trattati in tutte le trasmissioni, hanno svelato i segreti di ogni tecnica investigativa e, al bar come al mercato, uomini e donne discettano con competenza di autopsie, luminol, guanti di paraffina e dna. Le indagini sulla morte di Sarah Scazzi vengono ormai seguite con più attenzione e trasporto delle serie tv sui Csi americani. Ma proprio dal confronto con i delitti più celebri e le crime fiction più apprezzate emergono alcuni aspetti dell’inchiesta sul caso Scazzi che lasciano perplessi. E il pubblico, sempre più preparato, segue con sconcerto l’evolversi dell’inchiesta. A cominciare dalle prime mosse dei carabinieri, dopo la denuncia di scomparsa del 26 agosto.

La prima pista falsa, seguita per troppe settimane. All’inizio, e per settimane, fu battuta la pista dell’allontanamento volontario. Si scoprì, con stupore, che Sarah aveva creato più profili su Facebook mentre una frase banale, che tradiva un adolescenziale desiderio di andarsene da Avetrana, fu interpretata come la prova che si trattasse di una messinscena.

Le intercettazioni, disposte solo in settembre. In quasi tutti i casi di scomparsa le prime attenzioni degli investigatori si concentrano sulla cerchia familiare. Ma fra agosto e settembre nessuno pensò d’intercettare le telefonate e le conversazioni delle persone legate alla vittima. Concetta Serrano, madre di Sarah, disse subito: «Indagate anche sulla famiglia, pure su di me». Ma nel mirino finì il padre di Sarah, Giacomo. Non i Misseri, nella cui casa Sarah trascorreva gran parte delle sue giornate. Solo il ritrovamento del cellulare di Sarah da parte di Michele Misseri, il 29 settembre, ha portato a una svolta nelle indagini.

Le ricerche a vuoto, ma qualcosa si poteva sospettare. Inutili anche le battute condotte sul territorio da decine di volontari e dai carabinieri. Il cadavere di Sarah verrà scoperto solo grazie a Misseri, unico regista dell’inchiesta. Eppure, era noto in paese che l’uomo, nel giorno del delitto, aveva lavorato in quel campo di contrada Mosca.

La scena del delitto, isolata alcuni giorni dopo la confessione. È la prima regola di ogni indagine. Ma il garage dove sarebbe avvenuto il delitto è stato setacciato dai tecnici della scientifica solo alcuni giorni dopo la confessione di Misseri. Lo stesso è accaduto per la casa di via Deledda, più recentemente indicata come il luogo dove sarebbe stata uccisa Sarah. Nessuno, in procura, aveva pensato di mandarvi gli esperti del Ris.

L’ambiguità della traccia telefonica. Impossibile anche tracciare gli spostamenti del cellulare di Sabrina, cugina di Sarah e oggi principale sospettata. Nella guerra di perizie, già iniziata tra accusa e difesa, persino il fatto che il suo telefonino abbia agganciato il ripetitore vicino al pozzo dove è stato trovato il cadavere, un dato apparentemente di univoca interpretazione, è in realtà motivo d’incertezza: perché i periti della procura ritengono che a seconda di circostanze del tutto casuali i cellulari di Avetrana possano agganciare la zona di Nardò (dove si trova il pozzo) e viceversa.

Gli interrogatori, un po’ troppo incalzanti. Quasi tutti gli interrogatori di Michele Misseri sono stati condotti con sollecitazioni incalzanti, che sembrano volerlo condurre verso una strada precisa. Ma le otto versioni rese fin qui dall’indagato hanno avuto fondamentalmente l’effetto di renderlo poco credibile.

L’arma del delitto, non ancora scoperta. Insolito è stato anche l’approccio che gli inquirenti e i carabinieri del Ris hanno avuto con la Seat Marbella di Misseri, l’auto utilizzata per il trasporto del cadavere, che è stata sequestrata e custodita per giorni nel cortile della caserma dei carabinieri. I tecnici inizialmente ne hanno ispezionato il bagagliaio, senza però tenere conto di una cintura in cuoio. Soltanto dopo che Misseri l’ha indicata come arma del delitto (ma poi è stato smentito dall’autopsia) quella cintura è stata portata in laboratorio.

I possibili complici: ci sono, oppure no? Anche le modalità dell’occultamento del cadavere sono avvolte nel mistero e i periti non sono ancora riusciti a stabilire se Michele abbia fatto tutto da solo o se qualcuno l’abbia aiutato a calare il corpo di Sarah nel pozzo.

Le visite dei familiari in carcere. Del tutto particolare appare poi l’autorizzazione concessa dalla procura alla moglie e alla figlia di Misseri, Cosima e Valentina, di visitare Michele e Sabrina. Tanto più considerando che uno accusa l’altra e che il resto della famiglia si è da subito schierato con la ragazza. Un’interferenza che rischia di compromettere l’intero quadro testimoniale.

L’autopsia incerta. Di nessun aiuto è stata la prova scientifica per eccellenza: l’autopsia. Luigi Strada, consulente tecnico dalla procura, non è riuscito a stabilire se a strangolare Sarah sia stato suo zio Michele, un contadino abituato a lavorare nei campi, oppure sua cugina Sabrina, una ragazza di 22 anni. Il medico legale deve ancora completare la sua analisi, tuttavia il corpo di Sarah è già stato sepolto.

L’ora del delitto, ancora non stabilita. Neanche questa è certa. L’assenza di tracce di un «cordon bleu» ingerito da Sarah prima di uscire di casa, rilevata dal Ris, stravolge l’intera ricostruzione del delitto fin qui fatta da Misseri e sposta di oltre un’ora il momento del decesso.

Le ricostruzioni, che lasciano molte incertezze. Condotto una seconda volta in contrada Mosca, Misseri ha ripetuto i gesti compiuti per gettare Sarah nel pozzo, allo scopo di dimostrare di avere fatto tutto da solo. Ma gli inquirenti, non avendo di meglio e forse inclini alla teoria del «dove sta il più sta il meno», gli hanno fatto sollevare prima un robusto carabiniere e poi un grosso masso che si trovava a portata di mano. Non solo, il consulente Strada, nel tentativo di far ripetere l’esecuzione a Michele Misseri in carcere, non avendo a portata di mano una cintura né una corda, ha utilizzato «un foulard arrotolato a mo’ di fune». Che, nelle sue rudi mani, ha evidenziato l’incertezza dei movimenti di zio Miche’.

Il segreto istruttorio, violato per due mesi. Nonostante quanto prevede la legge, gli audio dei verbali di interrogatorio, i filmati dei sopralluoghi, i tabulati telefonici e i risultati delle perizie sono finiti sui giornali, in televisione e sul web. Tardivo, e inutile, il sequestro della procura di tutti gli atti ormai di dominio pubblico.

Ecco, in sintesi, le diverse versioni fornite da Michele Misseri agli inquirenti sull'uccisione della nipote Sarah Scazzi, avvenuto il 26 agosto 2010.

6 OTTOBRE 2010, MISSERI 'UNO': Michele Misseri si imbatte in Sarah che, alla ricerca della cugina Sabrina, entra nel garage dello zio, dove lui sta sistemando il trattore. L’uomo tenta un approccio sessuale con la nipote, che respinge le avances. Michele l’aggredisce alle spalle e con una corda la strangola. Nasconde il cadavere, poi lo colloca nel bagagliaio della sua auto, si dirige nelle campagne di Avetrana, denuda la salma e si lascia andare a un rapporto sessuale completo. Depone di nuovo il cadavere in auto e, infine, lo getta in un pozzo. L’uomo non chiama mai in causa la figlia Sabrina.

15 OTTOBRE 2010, MISSERI 'DUE': Sarah arriva in casa Misseri e la cugina Sabrina la trascina nel garage con la forza, avendo la stessa Sabrina ed il padre concordato di darle una lezione per intimorirla ed evitare che la ragazza diffondesse in paese la notizia delle attenzioni sessuali riservatele dallo zio, delle quali anche Sabrina era venuta a conoscenza. Mentre quest’ultima tiene per le braccia la cugina, Michele Misseri avvolge una corda intorno al collo di Sarah e la strangola. Sabrina, nel momento in cui vede la cugina accasciarsi, impaurita molla la presa e si allontana. L’uomo poi fa sparire il cadavere gettandolo nel pozzo. Alcuni giorni dopo, tramite il suo legale, Michele Misseri fa sapere di voler ritrattare la precedente confessione nella parte relativa agli atti sessuali sul cadavere.

4 NOVEMBRE 2010, MISSERI 'TRE': Sabrina e Sarah si incontrano per andare al mare e litigano, forse per gelosia nei riguardi di un amico comune, Ivano Russo. Sabrina trascina nel garage Sarah: la discussione degenera e lei strangola la cugina con una cintura trovata in garage. Sabrina sale a casa ed informa il padre Michele, che stava dormendo. L'uomo rassicura la figlia, che si allontana con l’amica Mariangela. Michele Misseri carica la salma di Sarah in auto, si dirige in campagna, abusa sessualmente del cadavere e, infine, lo getta nel pozzo calandolo con una corda.

19 NOVEMBRE 2010, MISSERI 'QUATTRO': Michele Misseri conferma sostanzialmente l’ultima versione, ma ritratta le presunte avances alla nipote e l’abuso sessuale del cadavere.

VIGILIA DI NATALE 2010, MISSERI CINQUE: Michele Misseri scrive due lettere alle figlie Sabrina e Valentina, scagionando di fatto la secondogenita e scusandosi per averla accusata ingiustamente ma senza spiegare i motivi delle precedenti accuse. È proprio in una lettera di poche righe inviata alle figlie Valentina e Sabrina (quest’ultima detenuta in carcere perchè accusata di concorso in omicidio) che Michele Misseri fa riferimento al fratello Carmelo: «mi hanno detto – scrive testualmente – che se non faccio quella confessione dovevano arrestare la mamma e zio Carmelo io per non mettere altri innocenti o dovuto fare la falsa».

16 FEBBRAIO 2011. MISSERI SEI. L’ultima confessione, sarebbe contenuta in una lettera che Michele Misseri avrebbe consegnato, o forse spedito, al suo difensore di fiducia, l’avv. Francesco De Cristofaro del foro di Roma. La circostanza è stata riferita nella trasmissione di Rai Uno “La vita in diretta”La missiva, secondo quanto riferito nella trasmissione tv, sarebbe stata scritta il 16 febbraio. Misseri vi avrebbe raccontato che quel maledetto 26 agosto Sarah sarebbe entrata nel garage mentre lui era adirato perchè non partiva il motore del trattore. L’uomo avrebbe invitato bruscamente la nipote ad andar via, la ragazzina non gli avrebbe dato retta e Misseri, preso da un raptus d’ira, avrebbe strangolato la nipote con una corda. Il corpo esanime sarebbe caduto sul compressore. Era stato proprio Michele Misseri, in una lettera inviata mesi fa alla figlia maggiore Valentina, a parlare di un compressore, scrivendo che Sarah vi avrebbe battuto la testa cadendo dopo essere stata strangolata.

LA CRONISTORIA

26 agosto 2010 ore 14,30, Sarah, 15 anni, per la legge incapace di intendere volere, esce di casa per andare al mare con sua cugina. 400 metri più in là, da Sabrina, sua cugina, non è mai arrivata. Non aveva soldi ne indumenti di ricambio: solo un asciugamani e il telefonino. Dopo un’ora la denuncia ai carabinieri. I 5 carabinieri di Avetrana si sono subito attivati per le ricerche ed a comunicare il fatto al Magistrato di turno Mariano Buccoliero. Questi apre un fascicolo contro ignoti: «sottrazione consensuale di minore», in quanto si pensa ad una fuga.

27 agosto, stranamente, è iniziato il circo mediatico senza pari, con tv e giornali nazionali e locali. Cose mai viste con scandalosa violazione della privacy, dell'immagine e della reputazione delle persone e del segreto istruttorio. Con una regola fondamentale: mai parlar male dei giornalisti e dei magistrati. Le tv nazionali in modo morboso e strumentale, nei tg e con trasmissioni dal pomeriggio alla notte e dal lunedì alla domenica e con ospiti pseudo esperti per tutte le stagioni sponsor di se stessi e delle loro idee, tanto da influenzare l'opinione pubblica a secondo gli sviluppi successivi e indurla a seguire il caso come una fiction con indici di ascolto elevati. Solo La7 è rimasta sempre muta, salvo che intervenire quando l'audience raccomandava di farlo. Le tv locali, dopo un disinteresse iniziale dovuto alla scarsa attenzione da sempre prestato alla provincia, sono state costrette a dedicare spazi di cronaca sulla vicenda, ovvero a tenere spazi di approfondimento con invitati pseudo esperti mai di Avetrana. Inizialmente tutti hanno pensato alla fuga della ragazza. La madre mai. Tante associazioni si sono improvvidamente avvicinate alla famiglia con i più disparati scopi, tra cui l’associazione “Famiglia Ristretti”, ed un suo sedicente membro, Valentino Castriota di Trepuzzi, nominato portavoce, ovvero l'associazione "Penelope", sodalizio di familiari di persone scomparse. L’Associazione Contro Tutte le Mafie, con competenza e notorietà, invece no. Il suo presidente, dr. Antonio Giangrande è rimasto attivamente dietro le quinte per non essere accusato di sciacallaggio.

4 settembre, il procuratore di Taranto Franco Sebastio, per imprimere una svolta alle indagini e cambiarne evidentemente il passo, si è voluto rendere conto personalmente della situazione. Il capo della procura ha così presieduto nella caserma dei carabinieri di Avetrana una riunione alla quale hanno preso parte il pm titolare dell’inchiesta, Mariano Buccoliero, il comandante provinciale di Taranto dei carabinieri, col. Giovanni Di Blasio, e altri ufficiali dell’Arma. L’ipotesi di reato cambia: “sequestro di persona”, movente ed esito sconosciuto. Cambiano gli strumenti d'indagine: ricerca a tappeto della ragazza o del suo corpo con l'ausilio di elicotteri e cavalli; perquisizioni presso le abitazioni di alcuni ragazzi del posto; accertamenti tecnici su schede telefoniche e computer. In tale occasione solo sulla Gazzetta del Mezzogiorno a firma di Carlo Bollino c’è un appunto condivisibile: Come si è indagato finora? "Che nessuno ce ne voglia ma sappiamo tutti molto bene che per venire a capo di un mistero i primi giorni di indagine sono quelli decisivi. Mentre ricordiamo invece come troppo spesso taluni gialli siano rimasti irrisolti per anni proprio a causa degli errori di valutazione commessi nelle fasi iniziali. E qui basti citare il delitto di Elisa Claps (spacciato per mesi come fuga volontaria) o la scomparsa dei fratellini Gravina Ciccio e Tore, cercati per settimane ovunque tranne che intorno al luogo nel quale erano stati visti per l’ultima volta, e trovati proprio lì - purtroppo ormai morti - solo due anni dopo. Nessuno ce ne voglia, ma apprendere che la scomparsa di Sarah possa essere stata considerata nella prima fase dalla procura solo come fuga volontaria, ci allarma. L’iscrizione nel cosiddetto «modello 44» del reato di «sottrazione consensuale di minore», potrebbe aver infatti impedito agli investigatori per giorni (i primi, quelli cruciali) di effettuare intercettazioni telefoniche e ambientali, inutili (e proibite) per la scappatella di un’adolescente ma decisive per un sequestro di persona. Sappiamo che i 5 carabinieri in servizio alla stazione di Avetrana nelle 48 ore successive alla denuncia (le prime, quelle decisive) hanno cercato con ogni sforzo di ritrovare le tracce di Sarah, ma erano appunto solo in cinque o poco più. Ora finalmente l’aria sembra cambiata, si vede uno spiegamento di forze imponente, e molti investigatori sono rientrati appositamente dalle ferie. Resta un dubbio: non sarebbe stato meglio che tutto questo fosse avvenuto sin dalla prima ora?" Da allora non si è più capito se l’intervento massiccio delle Forze dell’Ordine nelle ricerche e gli interventi istituzionali di Napolitano e Mantovano siano intervenuti per il circo mediatico smosso, ovvero è stato il contrario. Fatto sta che le ricerche si sono concentrate sul territorio di Avetrana o zone limitrofe, (giustificabili in caso di omicidio con la ricerca del corpo, ma inutili se si tratta di sequestro di persona, con la vittima, forse, portata addirittura all’estero), e le indagini si sono arenate.

7 settembre, l’Associazione Contro Tutte le Mafie propone a tutti i media di divulgare la possibilità di contattare il suddetto sodalizio, riconosciuto dal Ministero dell’Interno perché iscritto presso la Prefettura di Taranto, per rendere notizie utili alle indagini, rimanendo anonimi. La viltà e il pregiudizio ha reso vano il tentativo. Come la prima genitura degli scoop e la volontà di censurare l'Associazione Contro Tutte le Mafie, dannosa per il sistema.

9 settembre, l'Associazione Contro Tutte le Mafie su tutti i media denuncia lo sciacallaggio mediatico a danno di Sarah. Adottando improvvidamente la tesi della fuga volontaria, dal primo giorno in Tv e sui giornali hanno evidenziato, storcendone il significato, tutti gli elementi atti a dimostrare l’intento della fuga. E il libro (letto per il compito in classe), e il calendario (segnato per data in procinto dell'inizio della scuola), e i profili Facebook (diari collettivi pubblici come li hanno tutti, compreso i media che ne sparlano), e le chat (come fanno tutti i ragazzi), e il diario, e le schede (tante secondo le promozioni), e le confidenze con amici e cugini (voglia di fuga: Sarah, come tutti i pari età, ha contrasti con i genitori e ha voglia di evadere da una realtà falsa e bigotta, che sente stretta). I Media hanno fatto apparire Sarah come una poco di buono.

10 settembre, in base alle indagini svolte il dr Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie viene fuori una incredibile verità. Vi è una forte rassomiglianza tra il portavoce della famiglia e il presenzialista sui servizi di Striscia la Notizia. Fatto che, se risultasse vero, farebbe riconsiderare molti fatti in modo diverso. Per il bene di Sarah e per dare una svolta alle indagini è stato avvisato il Maresciallo Cocciolo di Avetrana. Contestualmente sono stati avvisati i media per approfondire la segnalazione, perchè, dati i precedenti e i non buoni rapporti con la magistratura tarantina, la stessa potrebbe essere stata ignorata. A conferma dei dubbi, il giorno dopo i familiari sono stati chiamati in Caserma dai carabinieri. In seguito è stato tolto l’incarico al portavoce designato. "Blustar Tv" l'11 settembre coglie lo scoop e dipinge il soggetto come noto alle forze dell'Ordine. Questi, sulla stessa emittente, il 12 settembre, dichiara che è intervenuto su incarico della redazione di "Mattino 5" di Canale 5, emittente in cui ci sono le sue comparsate ed accusa qualcuno di aver speculato sulla ragazza, vendendo i diari di Sarah a "Panorama". Gli altri giornali e TV, invece, hanno pensato bene di censurare la loro gaffe, avendo collaborato o utilizzato il portavoce per battere la concorrenza. Strano come gli inquirenti non l'abbiano scoperto, tenuto conto che, a loro dire, le indagini erano svolte principalmente sulla famiglia e sulle persone che vi gravitavano intorno.

12 settembre, l'apoteosi della disinformazione. In diretta su Rete 4 alle 21 si trasmette "Quarto Grado". Lì ci si impegna a far apparire Sarah come una ragazza ribelle e una "poco di buono" ed Avetrana come paesino brutto, arretrato ed omertoso.

13 settembre, la mamma di Sarah, la sig.ra Concetta Serrano Spagnolo Scazzi, accusa pubblicamente gli inquirenti ed investigatori di incapacità e impreparazione e l'utilizzo di strumenti investigativi obsoleti.

29 settembre, Michele Misseri, padre di Sabrina e Valentina e zio di Sarah, fatalmente trova il cellulare della ragazza scomparsa in un uliveto di un amico sulla strada che da Avetrana porta a Torre Colimena e poi svincola per Porto Cesareo-Nardò, lungo la “Tarantina”, in zona “Tumani”. A suo dire, lo trova proprio lui, il giorno dopo aver lavorato lì ed essere ritornato per cercare un cacciavite perso il giorno prima e vicino al ciglio della strada, in una zona battuta a tappeto, (a loro dire) dalle Forze dell’Ordine incaricate per le ricerche e dalla protezione civile. «Ho visto la mascherina del telefonino affiorare dalla cenere del cumulo più vicino alla strada. Ho visto anche la catenina che si era staccata a causa del fuoco, il lucchettino, le linguette delle lattine della Red Bull. E’ quello di Sarah mi sono detto subito. L’ho preso in mano e ho telefonato a casa per chiedere se mi sbagliavo. Sì, papà è di Sarah, mi ha detto Valentina. Lascialo lì, torna e avvisiamo i carabinieri. Lo so che questo fatto può far pensare male la gente. Molti possono chiedersi: ma come proprio a lui doveva capitare di trovare il cellulare di Sarah, allora lo zio nasconde qualcosa, ha a che fare con la scomparsa della nipotina?».

6 ottobre, ore 22,35. Il dramma si chiude con l’epilogo più imprevisto ed infausto. Era il più sospettabile eppure quello apparentemente al di sopra di ogni dubbio. Lo zio di Sarah, Michele Misseri, che per colmo di coincidenza aveva ritrovato il telefonino dell’adorata nipote, ma che sembrava avere un alibi di ferro per il giorno della sua scomparsa, ha infine confessato: «L’ho uccisa io». Convocato sin dalle prime ore del mattino presso la caserma dei carabinieri di Taranto insieme alla figlia Valentina e alla moglie Cosima, sorella di Concetta, madre di Sarah, Michele Misseri è stato interrogato per l’intera giornata. Poi d’improvviso decine di pattuglie hanno lasciato la caserma e la voce è iniziata a circolare tra i giornalisti giungendo alla madre di Sarah, Concetta, mentre si trovava in diretta negli studi di «Chi l’ha visto». Notizie prima contraddittorie poi via via sempre più dettagliate, pur se prive di ogni ufficialità. Infine l’annuncio: lo zio di Sarah ha confessato l’omicidio indicando in un pozzo a ridosso di un casolare di campagna in località «Mosca» tra San Pancrazio e Avetrana (in direzione di Erchie), il luogo in cui si trova il corpo della nipotina. La svolta nelle indagini grazie ad una frase sfuggita alla figlia Sabrina e intercettata dalle cimici della procura. La ragazza, durante una discussione con la madre avvenuta tra lunedì 27 e martedì 28 settembre, avrebbe manifestato i suoi sospetti proprio sul padre: «Lui se l’è portata», avrebbe detto la ragazza, forse alludendo al fatto che Sarah sarebbe stata vista salire sulla macchina del padre. Il giorno dopo Misseri ritrova curiosamente il telefonino della nipote. La fine atroce di un incubo in cui è stata vittima una ragazzina e la sua comunità. Sarah, vittima sacrificale di un gesto insano e da attacchi mediatici tesi a giustificare una sua fuga a causa del paese brutto, retrogrado ed omertoso. Scarnificata fin dentro i suoi più reconditi segreti per buona pace dei media e di una società civile affamata di pettegolezzo, che gode dei guai altrui, pronta a dare giudizi gratuiti e non richiesti fondati su prove artefatte.

7 ottobre, la redazione di "Studio Aperto" di Mediaset, prima ed unica, ha fatto ammenda e chiesto scusa a Concetta e soprattutto a Sarah per come è stata dileggiata dai media. Nessuno chiederà mai scusa ai ragazzi di Avetrana, sottoposti illegalmente a perquisizione, e a tutti quei protagonisti della vicenda, familiari ed amici, vittime della gogna mediatica. Così come anche alla comunità, che ha subito l'orda di giornalisti appostati in un vicoletto in cerca di scoop, pronti ad intervistare miratamente le persone più umili e meno scolarizzate.

8 ottobre, Interrogatorio di Garanzia. Michele Misseri interrogato risponde al gip Martino Rosati, al procuratore aggiunto Pietro Argentino, al pm Mariano Buccoliero, e poi al suo avvocato Michele Galoppa. D’un fiato. «Che volete, confermo quanto detto. L’avevo già toccata un’altra volta, e lei mi aveva respinto. Successe all’ingresso di casa mia, dopo aver allontanato mia figlia con la scusa di prendere un bicchier d’acqua. L’avevo palpata. Anche per questo ero nervoso quel giorno, perché temevo che parlasse, più di quanto non aveva già fatto con mia figlia. Così l’ho invitata a entrare nel garage, le ho detto che non doveva parlare di quelle cose, che non si fa così con uno zio, poi le ho detto ‘guarda che io ti voglio bene’, le ho messo una mano sulla spalla, l’ho tirata a me, lei… aveva i pantaloncini corti… non ho retto e l’ho toccata addosso. Allora lei si è spaventata, si è voltata e ha preso il telefonino dicendo ‘E mo’ basta! Ancora! Ti faccio vedere!’. E così ho staccato la corda dal muro, la prima che capitava, e l’ho rincorsa…». Fa una pausa e aggiunge: «Manco se ne è accorta, sino a che non aveva la corda attorno al collo. E allora era troppo tardi…». Ricostruisce il tragitto in auto con il cadavere nel bagagliaio fermandosi a 300 metri da casa, la chiamata di sua figlia sul cellulare di Sarah, che lui interromperà spegnendolo. E poi la violenza sessuale consumata nel campo, una volta spogliata la povera Sarah (‘l’ho spogliata per bruciare i suoi vestiti e non lasciar tracce, poi mi son lasciato prendere la mano’), e quindi l’occultamento del cadavere nella cisterna. «L'ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già morta». È la confessione di Michele Misseri, che ha ammesso di avere ucciso la nipote quindicenne Sarah Scazzi. L'omicidio è avvenuto il 26 agosto 2010 nel garage della casa dell'uomo. Prima di occultare il cadavere gettandolo in un pozzo, l'assassino lo ha denudato e successivamente ha bruciato i vestiti. Ha strangolato la nipote adolescente (come confermato dall'autopsia) dopo aver perso la testa per il rifiuto opposto dalla ragazza alle sue ripetute attenzioni morbose. Il corpo di Sarah è stato poi gettato in una sorta di cisterna piena d'acqua in un podere tra Avetrana e San Pancrazio Salentino, di proprietà della famiglia Misseri, dove è stato trovato in stato molto avanzato di decomposizione. «È trascorso troppo tempo da quando Sarah è stata uccisa e gettata nel pozzo - spiega il professor Luigi Strada, direttore dell'istituto di medicina legale dell'Università di Bari. - Per questo motivo ho fatto alcuni prelievi e alcuni tamponi per chiarire l'aspetto della violenza sessuale. Per quanto riguarda il resto, confermo che sul collo della ragazza abbiamo trovato segni di strangolamento». A una precisa domanda sull'aspetto del corpo di Sarah, il medico aggiunge: «Il volto è sfigurato, sul corpo ci sono segni di putrefazione avanzata. La permanenza nell'acqua ha danneggiato i tessuti, Sarah è irriconoscibile. Per questo ho consigliato, anzi quasi obbligato, la madre a non vederla. Le ho spiegato che la cosa migliore è mantenere il ricordo, l'immagine di sua figlia com'era in vita». Il telefonino era privo di batteria ma aveva all'interno la scheda Sim, contrariamente a quanto si era saputo. L'uomo lo aveva tenuto nascosto nel suo podere vicino al luogo in cui aveva gettato il corpo della ragazza. Successivamente lo aveva abbandonato per circa un'ora vicino a un supermercato presso la caserma dei carabinieri di Avetrana con l'intento di farlo ritrovare. Poco dopo Misseri ha deciso di riprenderlo nascondendolo nuovamente nel suo podere. Poi il 29 settembre la messinscena del ritrovamento. «L'ho sognata queste sere Sarah, due, tre volte di seguito: mi diceva zio coprimi, ho tanto freddo. L'ho sognata così tante volte che ora vorrei morire: non ce la faccio più, basta. - È cominciata così la confessione fiume di Michele Misseri, 57 anni, lo zio, l'assassino di Sarah Scazzi.- Quel giorno - ha spiegato in sintesi, - ero nel mio garage, come sempre. Aggiustavo il trattore che aveva avuto un problema. Ero molto arrabbiato, nervoso perché non riuscivo a metterlo in moto. Saranno state le 14,30 e ho visto Sarah che si è affacciata alla porta del garage. - L'ingresso è venti passi dalla porta di casa: si può accedere o dalla strada oppure direttamente dall'appartamento. - Sarah si era affacciata dall'alto, il pantaloncino e la maglietta rosa, l'infradito, l'asciugamano. Mi ha detto che aspettava Sabrina, era leggermente in anticipo. Mia figlia era ancora in casa, l'amica Mariangela non era ancora arrivata in macchina. Le ho fatto segno di scendere. Non so che cosa mi è scattato, all'improvviso Sarah mi intrigava, è successo tutto in un momento. - Ha provato a toccarla, da dietro, probabilmente le ha sfiorato un seno. Sarah ha reagito immediatamente. Forse lo ha colpito, tanto che il medico legale ha visitato anche Misseri riscontrandogli un ematoma sul braccio che potrebbe essere frutto di quella colluttazione.- A quel punto ho perso la testa.- Ha afferrato una corda che era lì in quella cantina maledetta, dove lui passava le intere giornate, tanto che le ragazzine della strada la chiamano la casa dei fantasmi, "perché è sempre buio e lui è sempre lì sotto, fa una paura". - Ho preso quella corda e ho stretto. Sarah è morta». "Non ha sofferto" spiega il procuratore capo Franco Sebastio. Non è una consolazione. Misseri ha giurato che era la prima volta, che mai in precedenza aveva provato ad abusare della nipote. Il fratello Claudio ha raccontato in televisione che sapeva di precedenti molestie. Ai carabinieri non lo ha mai detto. Così come non ci sono segnali in questo senso sui diari di Sarah, dove invece la ragazza appuntava tutto. C'è però un particolare che aveva messo in allarme gli investigatori. Lo aveva raccontato mamma Concetta il 29 settembre: "Sarah mi ha raccontato che lo zio le aveva regalato cinque euro in due occasioni, non chiedendole nulla in cambio, ma facendole promettere che non avrebbe raccontato nulla né a me né alla zia". Gli investigatori hanno immediatamente obbligato Concetta a non raccontare a nessuno questo elemento, soprattutto con sua sorella, perché avrebbe potuto compromettere le indagini. Concetta ha tenuto il segreto.  «Poco dopo - ha ricostruito ancora l'assassino - questione di minuti, si è affacciata mia figlia Sabrina. Lei era in casa, non ha visto niente. Mi ha chiesto di Sarah, mi ha detto se la vedi dille che la stiamo cercando. È andata via. Sarah era accanto a me, morta. Poco dopo l'ho caricata in macchina, l'ho messa dietro, con una coperta e sono andato verso i terreni a San Pancrazio. - In questo passaggio ci sono due degli elementi che lo hanno inchiodato: ai carabinieri aveva raccontato di essere rimasto tutto il giorno ad aggiustare il trattore. E invece un testimone, un suo parente, ha raccontato di averlo visto in auto intorno alle 17 e soprattutto i tabulati telefonici hanno dimostrato che era nella zona di Nardò alle 16,45. - È vero. Con la macchina sono andato nel campo verso San Pancrazio. Sono arrivato, non mi ha visto nessuno. Ho tirato fuori Sarah, l'ho spogliata: ho abusato di lei, è stato un attimo era nuda e l'ho presa. Soltanto in quel momento mi sono accorto di cosa avevo fatto. - Ha bruciato i vestiti, buttato il corpo nella fossa-cisterna da una fessura strettissima. - L'ho coperto con i filari del vigneto e sono andato via. - Misseri l'aveva fatta liscia. Aveva lasciato poche tracce, difficilmente gli investigatori sarebbero arrivati a lui. Poi, il ritrovamento del telefonino. - In quel periodo l'avevo portato sempre con me. Tre giorni prima del 29, se non sbaglio, lo avevo messo in una campagna nella speranza che lo trovaste voi. Niente. Allora ho pensato di darvelo io». Perché? La risposta è arrivata dalla relazione del Rac, il Reparto analisi criminologiche dei carabinieri: i tecnici dell'Arma hanno delineato già nel pomeriggio di martedì, quando Misseri era solo un sospettato, il profilo di chi avrebbe potuto far ritrovare il cellulare, parlando di un assassino pentito, non di un criminale che si era macchiato di un delitto in prenda a un raptus e che inconsciamente voleva essere scoperto. "Vi ho detto tutta la verità, ve lo giuro. Se volete vi porto anche in quel posto". Sono le 10 e cinque della sera. Il procuratore e il comandante Giovanni Di Blasio saltano su un auto in borghese. Davanti c'è Misseri. Arrivano in campagna, la pozza, "scoprite, scoprite lì", insiste lo zio. Basta accendere una luce e chinare la testa per vedere un pezzo di una vita, quel che resta di Sarah.

9 ottobre, è giunto il momento. L’ultimo addio a un piccolo angelo, a Sarah Scazzi, I funerali si sono svolti alle ore 16.30 presso lo stadio di Avetrana per contenere l'immane folla. Più di dieci mila persone. In paese, ma come nel resto d’Italia, si respira un clima di profonda tristezza. In paese, ma come nel resto d’Italia, si respira un clima di profonda tristezza, ma soprattutto di rabbia e dolore, per una fine talmente ingiusta e così violenta. E’ una storia sconvolgente. Nessuna avrebbe mai osato immaginare tanto. Eppure è successo, eppure Sarah è in quella bara bianca. La salma è giunta presso la camera ardente, allestita nell'auditorium Caduti di Nassiriya di Avetrana. La piccola è stata accolta da infiniti applausi, da tante lacrime. Il Consiglio comunale ha proclamato il lutto cittadino. I funerali con  rito cattolico, la liturgia della parola e il rito delle esequie, con nulla osta arcivescovile per una ragazza non battezzata e l'autorizzazione della madre Concetta, Testimone di Geova. Migliaia di persone e una bara bianca. Tutti hanno partecipato al dolore: le telecamere tv e le penne dei giornalisti hanno raccontato la rabbia del popolino che gridava “morte all’orco”. Quelli che prima hanno dileggiato Sarah, pensando che fosse scappata di casa, poi l’hanno santificata. Ipocrisia all’ennesima potenza. Sarah è stata ammazzata una volta e violentata dai media per 42 giorni. La Sensitiva Rosemary Laboragine aveva preannunciato tutto! "Non avrei potuto salvare Sarah, ma se mi avessero creduta almeno non sarebbe rimasta così tanto tempo lì... sono indignata! ..non ho mai chiesto nessun compenso, ne mai lo farò per questi casi e tantomeno pubblicità, non ne ho bisogno ..me la sono sempre pagata; io e Francesca Palazzotti, appena mi apparve il flash che era stato lo zio ..abbiamo chiesto aiuto a molti che potevano fare qualcosa e non ci hanno aiutate". Esordisce con queste parole dal suo profilo Facebook la sensitiva Rosemary Laboragine, che aveva in tempi non sospetti espresso le sue sensazioni negative riguardo il caso di Sarah. Nelle interviste rilasciate ai media infatti, la donna aveva più volte dichiarato che la quindicenne ragazza pugliese non si era allontanata volontariamente da casa, ma era stata vittima di una violenza, secondo le sue visioni. A confermare il tutto il 9 ottobre è il direttore della testata giornalistica “La Voce di Manduria”. «Vedo la ragazza con gli occhi chiusi, vicino a lei ci sono delle foglie e dell’acqua…». Questa era l’immagine dei flash che lampeggiavano nella mente della sensitiva di Padova, Rosemary Laboragine. E questo noi scrivevamo il 3 settembre scorso. In seguito la stessa veggente, che sin dall’inizio si è appassionata al caso di Avetrana, ci aveva riferito che altre visioni indicavano la zona dove si trovava la ragazza morta: «nelle campagne tra Avetrana e Erchie». E così è stato. Sull’epilogo della storia, Carlo Bollino, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, è ancora l’unico ad essere controcorrente nell’omologazione generale: la magistratura si osanna, non si critica. Egli si chiede, e noi con lui, con un articolo pubblicato l’11 ottobre 2010: «Se gli investigatori ci hanno messo 42 giorni per venire a capo del giallo, «Saetta» conosceva la verità da subito. Il cagnolino che Sarah accudiva in strada, e che per ricambiare l’affetto la seguiva ovunque, per giorni è rimasto accucciato davanti al garage dell’orrore: attendeva invano che uscisse la padroncina, evidentemente dopo avercela vista entrare. Qualche vicino di casa notandolo gli aveva portato da mangiare, ma l’animale rifiutava il cibo: «Soffre anche lui per la scomparsa di Sarah», dicevano in tanti. Se si fosse prestata maggiore attenzione all’insistenza con la quale quella bestiola restava in via Grazia Deledda, forse il luogo del crimine si sarebbe scoperto prima. Nei manuali del buon investigatore probabilmente non è spiegato che anche i cani a volte possono parlare, ma in quello della logica è certamente scritto che il primo luogo da controllare debba essere lo stesso in cui la persona scompare. E invece, sorprendentemente, si viene a sapere che il garage (e la sua auto), e la casa di Michele Misseri verso la quale Sarah era diretta, non sono mai stati perquisiti. Almeno non prima che l’uomo confessasse il crimine. Lo avevamo scritto, ma speravamo di sbagliarci, e invece fatalmente per Sarah Scazzi si è ripetuto lo stesso identico copione già visto per Elisa Claps e per Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina: cercati ovunque tranne che nel posto più ovvio, cioè l’ultimo nel quale erano stati. Nelle indagini sulla tragica fine della ragazzina di Avetrana si continua a parlare di punti oscuri, ma nella confusione che sin dal primo giorno caratterizza questa storia finiscono per confondersi anche i misteri, ignorando quelli veri e coltivandone altri fasulli. La mancata perquisizione nel garage dello zio di Sarah è certamente un’anomalia, e lo sarebbe stata anche se Saetta, il cagnolino che seguiva la ragazza scomparsa, non lo avesse indicato dormendoci davanti. In quello che si è scoperto essere poi il luogo del delitto, non potevano non trovarsi tracce di Sarah, e se la procura ne avesse ordinato un controllo sin dal primo giorno il giallo sarebbe ormai bello e chiarito. E invece le esitazioni (e i ritardi) accumulati all’inizio dell’indagine continuano a mostrare i danni provocati. La sparizione di Sarah Scazzi venne rubricata per la prima settimana come «sottrazione consensuale di minore», insomma una fuga volontaria al seguito di qualche adulto, e questo aveva impedito nei giorni più caldi dell’indagine di ordinare intercettazioni telefoniche e ambientali. Eppure, registrare i discorsi tra Michele Misseri, la moglie e la figlia a poche ore dalla scomparsa di Sarah servirebbe oggi ad allontanare dalla cugina l’orribile dubbio di sapere, ma di aver taciuto. Allo strazio provocato dalla morte della migliore amica, e all’orrore di scoprire che ad ucciderla è stato il padre, per questa giovane donna si aggiunge ora il supplizio del sospetto collettivo. Molto più difficile da sconfiggere proprio perché basato sul nulla. Nella ricostruzione del delitto fornita da Michele Misseri ci sono ancora molti punti da chiarire e tante contraddizioni, probabilmente su alcuni aspetti mente, eppure nulla di tutto questo consente al momento di mettere in dubbio la sua personale colpevolezza, né lascia aperti spazi per collocare Sabrina e sua madre (che si trovavano insieme) sulla scena del delitto. Basterebbe ricordare che la tragedia si è consumata in appena 12 minuti (proprio grazie al tempestivo allarme lanciato da Sabrina) e che mentre Sarah veniva strangolata Sabrina la chiamava al cellulare, e non si è mai visto che la testimone di un omicidio provi a telefonare alla vittima. Nei 42 giorni precedenti al suo arresto, molti in famiglia hanno potuto sospettare di Michele Misseri, e forse persino Concetta, la mamma di Sarah, alludeva a suo cognato, quando implorava gli investigatori di indagare tra i parenti. Ma sospettare è cosa completamente diversa dal sapere, e soprattutto è penalmente irrilevante. E allora invece che concentrarsi nello sforzo di verificare se Sabrina abbia dubitato oppure no di suo papà, bisognerebbe chiarire altri aspetti di questo giallo. A cominciare dalla batteria del telefonino di Sarah, dall’asciugamano e dal suo zainetto: dove sono finiti? Misseri avrebbe detto di averli bruciati. Ma la plastica di uno zaino non scompare nel fuoco, al massimo si trasforma. E un telo da mare per quanto carbonizzato non si dissolve nel nulla, proprio come il costume da bagno o i sandali infradito che la ragazzina indossava al momento della sua scomparsa. Dove sono finiti questi brandelli di verità? E dove è finita la corda con la quale Michele Misseri ha detto di aver strangolato la nipote? E dove il cartone con il quale ne ha coperto il cadavere?» Nessuno si aspetta che i nostri investigatori abbiano l'affilato intuito del tenente Colombo (anche se spesso ne imitano la trasandatezza), nè che abbiano le fulminee deduzioni dei protagonisti del telefilm Csi. Però nemmeno ci aspettiamo che siano maldestri e imbranati come l'ispettore Clouseau della Pantera Rosa. Le indagini sulla scomparsa di Sarah Scazzi sono l'ennesimo episodio di approssimazione e scarso acume investigativo a cui assistiamo. L'aspetto più vistoso di questo torpore è il fatto che lo zio della ragazza aveva detto 10 giorni dopo la scomparsa di aver trovato la sim del telefonino della nipote per terra, davanti all'autoscuola, ma di non ricordarsi bene dove l'aveva messa. «Domani la cerco», ha detto ai poliziotti, che si sono accontentati della promessa. Questo semplice dettaglio avrebbe dovuto far rizzare le orecchie agli investigatori per due ragioni: primo, perchè già di per sè sembrava un ritrovamento anomalo e poi perchè non si capisce come facesse lo zio, noto per la poca dimestichezza coi cellulari, a sapere che quella sim era di sua nipote. Già questo avrebbe dovuto indirizzare le indagini, tanto più che gli inquirenti sanno che - come affermano i criminologi - gli assassini non professionisti spesso vengono presi dalla smania di uscire allo scoperto e, seppur velatamente, di confessare. Michele Misseri aveva cominciato a farlo, peccato che le orecchie degli investigatori fossero foderate e impermeabili e così si sono perse almeno tre settimane a inseguire gli amici della ragazza e a scavare su internet nella speranza di trovare tracce, se non addirittura l'adescatore misterioso nascosto nelle pieghe di Facebook. Solo quando Misseri, praticamente confessando, ha detto di aver trovato anche il telefonino della nipote, quelle aquile degli inquirenti lo hanno messo sotto. Imbattibili. L'FBI ha già chiesto i loro curriculum. «Mi sa che ho trovato la scheda del telefonino di Sarah…». Così disse Michele Misseri ai due poliziotti che aveva di fronte nel salotto di casa sua. Era passata una settimana, al massimo dieci giorni, dalla scomparsa di sua nipote Sarah Scazzi, il 26 di agosto. «Come la scheda di Sarah? E che scheda è?» chiese uno dei due agenti. «Non lo so, non la trovo più. Forse Vodafone o Wind, non so». «Dove l’hai trovata?» chiese a quel punto Sabrina. «Era per terra davanti all’autoscuola qui dietro». «E dove l’hai messa?». «Non so più dov’è perché l’ho messa nel fazzoletto e poi non l’ho più trovata. L’avrò persa in campagna o magari giù, in cantina..». «Allora cercala» fu l’obiezione di tutti. «Domani la cerco, sì». E rivolto a sua figlia Sabrina Misseri disse di nuovo: «Domani andiamo a cercarla assieme in cantina con la torcia, andiamo a controllare…». Uno dei poliziotti (in servizio tutti e due nella provincia di Taranto) informò un suo superiore, ma la questione alla fine rimase senza seguito, uno dei tanti rivoli perduti di questa storia. Del resto né Sabrina né Michele aggiornarono più i due agenti sull’annunciato controllo in cantina e la faccenda finì presto, fra i tanti dettagli dimenticati del caso Scazzi. Michele non era nemmeno lontanamente sospettato, aveva zero dimestichezza con i telefoni cellulari, chissà che scheda avrà raccolto… pensarono i suoi interlocutori. Le attenzioni, in quei giorni, erano tutte per gli amici della ragazzina scomparsa, per eventuali malintenzionati conosciuti via chat, per sconosciuti rapitori, semmai per il maniaco occasionale. Insomma: si sentirono tutti autorizzati a scartare quell’informazione. E invece già allora Michele Misseri stava cercando di fare quello che avrebbe poi tentato a più riprese: farsi scoprire, offrire la pista giusta a chi indagava. Ci provò in quell’occasione, poi di nuovo nelle settimane successive abbandonando il cellulare di Sarah in diversi punti di Avetrana, finanche presso un supermercato vicino alla caserma dei Carabinieri: «Ma purtroppo nessuno l’ha notato» dirà poi lui nella confessione. Ci provò fino al 29 settembre, Michele: alla fine, visto che la gente sembrava ignorare quel benedetto cellulare, fece finta di trovarlo lui (con la scheda inserita, ma senza batteria) e, finalmente, le indagini presero la sua direzione. Della batteria non c’è traccia. Lui racconta di averla buttata in un campo, ma finora nessuno l’ha trovata, come nessuno ha ancora rintracciato il punto esatto in cui lo zio-mostro di Sarah dice di aver «bruciato tutto»: i vestiti, lo zainetto, le scarpe, le cuffiette e tutto ciò che Sarah aveva con sé quando lui la uccise nel suo garage-cantina, strangolandola. La mise in macchina e la portò in campagna dove la violentò per poi spogliarla e buttarla in fondo a una cisterna piena d’acqua piovana.

15 ottobre, il Colpo di Scena. Sabrina Misseri, la cugina 22enne di Sarah Scazzi, è in stato di fermo perché, come scrive la Procura in un comunicato stampa, «gravemente indiziata di delitto». Ad accusarla è il padre, Michele Misseri, già reo confesso che con due dichiarazioni successive, a sorpresa, l’ha tirata in ballo. Fino all’ultima accusa da choc: «Sabrina teneva Sarah mentre io la strangolavo». Sabrina si è sempre professata innocente, ma gli inquirenti hanno comunque firmato il fermo e condotto la ragazza in carcere a Taranto. Le accuse mosse contro Sabrina sono di concorso in omicidio e sequestro di persona. Un nuovo e sconvolgente colpo di scena. I Ris erano tortati a casa di Michele Misseri per ispezionare l'auto con la quale era stato presumibilmente trasportato il corpo di Sarah e il garage dove si sarebbe consumato l'omicidio. «E' un movente intrafamiliare, un fatto che si è sviluppato all’interno della famiglia»: lo ha detto il procuratore della Repubblica Franco Sebastio, in conferenza stampa. Secondo l'accusa il movente sta nelle molestie sessuali che Michele Misseri aveva compiuto nei confronti di Sarah. Sabrina ne era venuta a conoscenza probabilmente proprio dalla stessa Sarah. Sarah Scazzi è stata costretta con la forza a scendere nella rimessa dove è stata uccisa, questo secondo gli investigatori. Sabrina Misseri non avrebbe dunque indotto la cuginetta a scendere, ma avrebbe collaborato col padre a trascinarla giù. Frammenti che potrebbero essere delle cuffiette del cellulare di Sara sono stati trovati tra i resti degli effetti personali e degli abiti che Michele Misseri ha bruciato in campagna. «Le cuffiette - ha detto il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Giovanni De Blasio, nella conferenza stampa – non sono state trovate nel garage. E' stata trovata anche la batteria del telefonino di Sarah. Il recupero è stato possibile sulla base delle dichiarazioni fatte dallo zio Michele Misseri, in un luogo diverso da quello dove l’uomo ha bruciato gli abiti della piccola Sarah e diverso anche da quello nel quale è stato trovato il corpo.» In questo modo si rafforza l’ipotesi del fratello di Sarah che ha ribadito con forza in più occasioni che il giorno precedente all'omicidio, Sarah, la sorella, e Sabrina, la cugina, avevano litigato proprio per le avances che Michele Misseri avrebbe rivolto alla ragazzina.

17 ottobre, l'inimmaginabile. Nasce il tour del macabro alimentato dal tourbillon mediatico. Diritto di cronaca non è assalire mamma Concetta dal ritorno dall'obitorio dove vi era Sarah, o attaccare Valentina, che porta il ricambio in carcere a sua sorella Sabrina Misseri, o intervistare miratamente tutti i meno colti nelle vie per dimostrare che Sarah voleva scappare da un paesino retrogrado ed omertoso, o sentire gli pseudo esperti pagati a gettone nei salotti televisivi, che smentiscono sè stessi a secondo l'evolversi delle circostanze. Il turismo dell'orrore visita i luoghi dello scempio: la fossa dove Sarah è stata per 42 giorni; la casa della vittima; la casa dell'orco; il cimitero. Tutti a verificare se la verità soggettiva del giornalista, esposta con gli occhi di chi pensa di scendere da Marte su Avetrana a dettare etica, morale, cultura ed emancipazione, corrisponda alla realtà. Si è aspettato il "giornalista" non omologato alla menzogna o al clamore, anticonformista e fuori dagli schemi. Ad Avetrana non è mai arrivato. Avetrana, Italia. Questa è l'informazione. Intanto Avetrana non sarà più la stessa. Se prima era la città dell'Avvocato più giovane d'Italia e il paese dell'autore del libro "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", ora sarà il luogo dove vi è stato il delitto mediaticamente più seguito dall'umanità.

19 novembre. L’incidente probatorio. Michele ha detto che il 26 agosto, quando è sceso in garage, chiamato da Sabrina, ha visto Sarah per terra con una cinta al collo, le ha toccato gli occhi e la bocca, ma la ragazzina era già morta ed era fredda, ma non si ricorda l'orario. E ha poi detto di avere sentito Sarah ancora più fredda quando l'ha portata nel pozzo. «Prima di buttarla nel pozzo ho preso la mano di Sarah e l'ho guidata, le ho fatto fare il segno della croce».  Michele Misseri parla. Nell'aula del carcere c'è un silenzio irreale. Lui accarezza il Tau, il simbolo francescano che gli ha regalato il cappellano del carcere e che si è portato in udienza, legato a un dito. «Io voglio bene a mia figlia» dice. «Ma deve prendersi le sue responsabilità». Parla, Michele Misseri. Conferma tutto. Consegna alla procura la prova che incastra sua figlia Sabrina mentre lei lo ascolta dal fondo dell'aula, a tratti soffoca le lacrime. È finito così, quasi a mezzanotte, l'incidente probatorio fissato nel carcere di Taranto per lo zio di Sarah Scazzi. Le tensioni del mattino, l'ipotesi che lui potesse bloccarsi e non dire una parola, sapendo di essere in presenza di Sabrina, si sono rivelati timori ingiustificati: si è dissolto tutto con la prima domanda. Misseri non ha fatto scena muta. Al giudice Martino Rosati ha ripetuto più o meno la versione del suo ultimo interrogatorio, quello del 5 novembre. Quindi la versione data davanti al gip sarebbe questa: a strangolare la sua nipotina quindicenne Sarah Scazzi il 26 di agosto non è stato lui, ma Sabrina, con una cintura, in cantina. Lui ha soltanto fatto sparire il cadavere buttandolo nel pozzo, in cui poi è stato ritrovato. Ha fatto tutto questo per coprire sua figlia «perché io sono ormai vecchio mentre lei ha tutta una vita davanti». E sua moglie Cosima «non ha mai saputo niente». Ci sarebbe un solo dettaglio sul quale la versione di Michele Misseri risulterebbe diversa rispetto al racconto del 5 novembre: gli abusi sessuali su Sarah, sia da viva sia da morta. Lo zio di Sarah stavolta ha negato le molestie del giorno dell'omicidio, quelle della settimana precedente e anche lo stupro sul cadavere. «Non l'ho violentata», «io le volevo bene», «non l'ho mai nemmeno sfiorata, la creatura», ha ripetuto a più riprese al gip Michele Misseri a conferma di quanto il suo avvocato Daniele Galoppa aveva anticipato da tempo. Un particolare, questo, che secondo avvocati e consulenti di Sabrina la dice lunga sulla sua credibilità: prima confessa la violenza sul corpo della ragazzina ormai senza vita, poi il suo legale annuncia che la ritratterà, dopodiché lui viene interrogato e non la ritratta affatto e, adesso, Misseri torna sull'argomento per negarla. Perché ha raccontato la violenza se non è vera? «Perché era meglio per tutti, soprattutto per Sabrina» dice lui.  Francesca Conte ed Emilia Velletri, le due avvocatesse della ragazza, hanno cominciato ad interrogare Misseri alle otto e mezza di sera. Una raffica di domande per cercare di smontare la sua versione e rivelare i passaggi di una strategia processuale che punta a scaricare su Sabrina l'omicidio. «Sono soddisfatta, così cade il movente» dice Francesca Conte riferendosi alla ritrattazione della violenza, che era uno dei reati sui quali si fondava il movente della prima ora, poi superato da quello della gelosia. Se il racconto di Misseri fosse creduto, per lui rimarrebbe in piedi soltanto l'accusa di occultamento di cadavere e dal suo orizzonte scomparirebbe il rischio del carcere a vita, potrebbe perfino sperare in una libertà non troppo lontana. Le sue dichiarazioni sono importanti perché varranno come prova al processo ed è per questo che i magistrati e gli avvocati (c'erano anche i legali della famiglia Scazzi) hanno colto ogni sfumatura. C'è stato un momento, in cui Misseri è sembrato in difficoltà. Quando il giudice Rosati lo ha incalzato: «Possibile che nei 42 giorni prima di trovare il cadavere lei e Sabrina non avete mai parlato di quello che era successo?». Intanto Sabrina resta in carcere.

22 novembre 2010. Le motivazioni del Tribunale del riesame sulla sua ordinanza di rigetto del ricorso avverso alla misura cautelare nei confronti di Sabrina Misseri. Nelle 54 pagine di motivazioni dell'ordinanza emessa il 13 novembre, il Tribunale, ripercorrendo gli atti investigativi, allo stato degli atti, ha sostenuto che Michele Misseri è credibile, anche perché il solo movente dell’uccisione di Sarah è quello della gelosia che Sabrina nutriva per Ivano Russo, il cuoco che temeva di perdere proprio a causa della cugina 15enne. I giudici hanno quindi scartato il movente sessuale, «ovviamente riconducibile alla sola persona di Michele Misseri, il quale ha escluso che la figlia fosse venuta a conoscenza dell’episodio, unico, in cui aveva toccato i glutei della nipote». Il Tribunale del riesame quindi cambia il punto del movente dell’omicidio di Sarah Scazzi e, sposando integralmente le dichiarazioni del padre dell’estetista avetranese, la inchioda a responsabilità ben precise. Infatti il Tribunale riporta alcune affermazioni dell’amica di Sabrina, Stefania De Luca: «In qualche circostanza ricordo che Sabrina ha manifestato il suo disagio - riportano le motivazioni - perché si sentiva eccessivamente robusta e poteva non piacere ad Ivano, che preferiva la cugina».  "Ciao mi chiamo Sarah, in questo periodo sono molto legata ad 1 ragazzo che ha 27 anni, io ne ho solo 15 ma lui è dolcissimo con me e mi coccola sempre, si chiama Ivano, e lui piace anche a mia cugina Sabrina (…)". Era il 27 luglio quando Sarah Scazzi si raccontava, come si stesse mandando un sms, nel suo diario segreto. Non sapeva di raccontare quello che secondo i giudici del Riesame è il movente del suo omicidio: la gelosia di sua cugina nei confronti di Ivano. «Sarah era una sorta di sorella minore di Sabrina, ma questo contesto di normalità è mutato allorchè Sarah da bambina da coccolare era diventata una rivale da controllare» scrivono i giudici Massimo De Michele, Alessandro de Tomasi e Benedetto Ruberto nelle 54 pagine di motivazioni con le quali hanno spiegato il perché Sabrina Misseri deve rimanere in carcere. I giudici sostengono che a carico della Misseri ci siano tutti gli elementi della carcerazione preventiva: "Sabrina è un´assassina" che ha agito d'impeto, anche se non è da escludere la preterintenzionalità dicono i giudici. Che sostengono che la ragazza sia in grado in inquinare le indagini (con la manipolazione dei media, con le pressioni ai testimoni, le false piste offerte agli investigatori "ha offerto un abile e scaltro depistaggio"), di fuggire ma anche e soprattutto di uccidere ancora. Ma soprattutto i giudici non hanno alcun dubbio che Sabrina abbia ucciso sua cugina Sarah con le modalità raccontate dal padre Michele nel suo ultimo interrogatorio. I giudici parlano di "riscontri esterni" alle dichiarazioni di Misseri che arrivano dal racconto di Mariangela e degli altri amici, dai tabulati telefonici e dai racconti della stessa Cosima e di sua sorella Concetta. Tutti piccoli elementi che portano, secondo i giudici, Sabrina ad aver ucciso Sarah tra le "14:28:26 (orario in cui la Scazzi ha inviato lo squillo di conferma) e le 14:35:37" quando Sabrina risponde a un messaggio dell'amica Cimino che ha ricevuto alle 14:31 e 44 secondi. I giudici ritengono inoltre solidissimo il movente, e cioè la gelosia per Ivano. Movente che viene supportato anche in questo caso dai racconti dei testimoni ma soprattutto dal diario della stessa Sarah, che Sabrina aveva tenuto nascosto agli inquirenti per alcuni giorni. Proprio il giorno dell'omicidio Sarah scriveva: "Oggi ho avuto il dolce risveglio con il trapano, ieri sera poi sono uscita un po' con Sabrina e la sua amica Mariangela, siamo andate in birreria x una red bull veloce, poi siamo tornate a casa e Sabrina come al solito si è arrabbiata xk dice ke quando c'è Ivano sto smp con lui, e ti credo almeno lui mi coccola a differenza sua, potexi avere 1 fidanzato così! Mah, vabbè tanto ci sono abituata…".

LA POSIZIONE DI SABRINA - La forte attrazione, scrivono ancora i giudici, «nutrita dalla Misseri per Ivano e il conseguente sentimento di gelosia provato, che vedeva coinvolta la vittima, non lascia dubbi sul movente dell’uccisione della 15enne di Avetrana». «Con dolo intenzionale, plausibilmente d'impeto nel senso che, sebbene non sia possibile escludere aprioristicamente una premeditazione (...)». E' la gelosia il movente del delitto di Sarah Scazzi. Sabrina Misseri – secondo il Tribunale del Riesame di Taranto – era infatti “fortemente innamorata, anzi ossessionata” da Ivano Russo che “temeva di perdere ad opera” della cugina. Ma la “goccia, ovvero il punto di rottura che ha fatto scattare” in Sabrina “una forma di rancore nei confronti” della cugina si è verificata quando Sarah riferì al fratello Claudio la confidenza, che le fece la cugina su un “rapporto sessuale interrotto” avuto con Ivano. A carico di Sabrina Misseri il Tribunale del riesame ha ravvisato tutte le esigenze cautelari che ne giustificano la permanenza in carcere: il «concreto pericolo di fuga», il rischio di inquinamento delle prove e quello che la giovane «commetta delitti della stessa specie per cui si procede». Secondo il tribunale, l’attività di depistaggio comincia con «il messaggio delle 14.35.37 inviato alla Cimino (Angela Cimino, una cliente di Sabrina che in precedenza le aveva fatto una telefonata cui non aveva ricevuto risposta) al fine di suscitare nei terzi un’apparente normalità». Vengono poi ricordati, a titolo di esempio, i colloqui con un’altra sua cliente, Anna Pisanò, «alla quale veniva intimato (stai zitta, non dire niente) di non rivelare ai Carabinieri l’umore della Scazzi la mattina del giorno della scomparsa».E' emerso che la sera della scomparsa della 15enne, Sabrina Misseri andò in birreria "per dimenticare". "Sono in birreria per dimenticare" disse, mentre si cercava Sarah, a Miriam e Tony, una coppia di fidanzati che avevano sentito dei rumori che venivano dal palazzetto dello sport di Avetrana. Ma Sabrina li prese in giro dicendo che i rumori non potevano avere a che fare con la sparizione della 15enne. Questi particolari sono stati raccontati da Anna Pisanò, madre di Miriam. Quella sera, secondo la donna, Sabrina disse anche che gli autori del 'rapimento' di Sarah erano 'quelli di San Pancrazio'. Anna Pisanò ha anche parlato di un'altra corda conservata a casa di Emma Serrano, sorella di Cosima e zia di Sabrina Misseri. "Era a casa sua in una busta prima della scoperta del corpo" di Sarah, ha detto la donna. Emma l'aveva trovata in bocca a un cane e l'aveva conservata. Anna Pisanò è la supertestimone della procura, la donna che ha anche raccontato dello sfogo di Sabrina la sera del ritrovamento del cadavere (la ragazza, ora accusata dell’omicidio assieme al padre Michele Misseri, si sarebbe vantata di non aver ceduto agli interrogatori: «sono stata più brava di papà»). Davanti agli ufficiali di polizia giudiziaria che la interrogano per oltre tre ore racconta anche: «Io chiesi a Concetta perché la sorella non avesse portato la corda ai carabinieri, e lei mi rispose che, per il momento l’avrebbero tenuta loro e che, se avessero ravvisato la necessità, l’avrebbero consegnata agli inquirenti». Ma sempre la stessa teste racconta anche che dopo un po' di tempo «sempre prima del ritrovamento del cadavere di Sarah chiesi a Concetta se avessero consegnato la corda ai carabinieri, ma lei mi rispose che la corda era ancora nella disponibilità di Emma». Chi mente in questa storia, chi dice il vero e soprattutto perché dietro la morte e la scomparsa di questa ragazza ci sono tanti misteri e tante bugie? Un sospetto depistaggio nelle ore immediatamente successive al delitto di Sarah Scazzi. Sarebbe emerso anche questo nel racconto di Mariangela Spagnoletti, l’amica di Sabrina Misseri accusata dell’omicidio della cugina. Con la ragazza è stato ascoltato anche Alessio Pisello, l’amico ventisettenne, che quel pomeriggio aveva partecipato alle ricerche della minorenne scomparsa. Mariangela e Alessio hanno confermato che erano insieme, intorno alle 15,30, quando incontrarono Sabrina e la madre Cosima Serrano. Dalla ragazza ricevettero un preciso invito: «Mi stavano dando informazioni su quello che dicevano i carabinieri… infatti mi ha detto: dici ai due ragazzi di vedere verso la zona dove noi andavamo al mare», racconta Mariangela al pm nell’interrogatorio del 19 ottobre. In effetti così fecero i due amici, spostandosi da Avetrana sino al mare. «Abbiamo girato verso il Villaggio Aurora, quelle zone là (della spiaggia che frequentavano con Sarah), perché avevano detto di vedere quelle zone», completa il racconto Mariangela ricordando poi il successivo incontro con Sabrina quando erano già le 20. Di questo, ma non solo, avrà riferito la testimone chiave le cui dichiarazioni (secretate come le precedenti) contrastano con quelle di Sabrina a partire dalla sua presenza in strada (e non sulla veranda), quando Mariangela la vide sconvolta prima di salire in macchina pronunciando le famose parole, «l’hanno presa ... l’hanno presa».  Sarah Scazzi avrebbe confidato all'amica Francesca "di farle compagnia perché aveva paura della cugina Sabrina". Lo ha rivelato il papà di Francesca, Donato, intervistato dal programma Pomeriggio cinque, che ne dà notizia in un comunicato. In particolare, "una volta uscite da scuola, che avevano perso il pullman e Sabrina voleva accompagnarle - ha detto l'uomo - Sarah disse a mia figlia vieni con me e fammi compagnia". Ma non finisce qui. Secondo Donato, Cosima e Sabrina temevano che Sarah abbia potuto raccontare qualcosa all’amica. Non a caso, il 4 settembre, alcuni gironi dopo la scomparsa della piccola, le due erano andate a casa di Francesca e l’avevano incitata a salire in macchina. Ma la ragazzina, impaurita, chiamò il padre e a qual punto le due donne fecero finta di nulla.

LA POSIZIONE DI MICHELE - «Può ragionevolmente affermarsi che sono il disagio morale e il dolore infinito provati che hanno determinato la confessione progressiva e graduale di Michele Misseri», sottolinea il Tribunale del Riesame. I giudici spiegano che Michele Misseri, durante gli interrogatori nei quali ha fornito versioni differenti del delitto prima di arrivare a quella definitiva, ha patito un grande 'travaglio'. «Le differenti versioni – si legge nell’ordinanza – non sono sintomatiche di inattendibilità bensì espressione del travaglio necessario per giungere, riferendo la verità dei fatti, ad abdicare all’impegno assunto con la figlia di tenerla immune da ogni responsabilità». Ad avviso dei giudici, se «Misseri fosse realmente il turpe assassino della nipote, volenteroso di restare impunito per quanto fatto», «non è davvero comprensibile perché, invece di rimanere in attesa dell’evoluzione delle indagini (che verosimilmente non avrebbero condotto a nulla) e al contempo di far sparire qualunque traccia che potesse ricondurlo ai fatti, abbia conservato il telefono cellulare e le chiavi di casa di Sarah; si sia spontaneamente offerto agli inquirenti facendolo ritrovare; e, quindi, abbia confessato l’omicidio facendone ritrovare il corpo». Così come, «laddove si voglia ritenere che cerchi l’impunità accusando calunniosamente la figlia, non si capisce in alcun modo perché non lo abbia fatto immediatamente». Secondo il tribunale, la spiegazione è che Misseri – uomo dalla «personalità assolutamente mite» – si era impegnato con la «figlia prediletta» a tenerla «immune da ogni responsabilità». Una tesi sostenuta da «riscontri estrinseci di natura oggettiva», come il fatto che Misseri «non è stato autonomamente in grado di riproporre azioni di strangolamento compatibili con l’impronta-solco riscontrata sul collo della Scazzi», e «riscontri individualizzati», come le dichiarazioni di alcuni testimoni. La confessione di Michele Misseri è un unico discorso, secondo i giudici del Riesame, «alla cui conclusione definitiva costui perviene attraverso un percorso ben preciso connotato da logica e razionalità». Secondo i giudici, inizialmente il suo obiettivo è stato quello di far trovare il cadavere della nipote per un fatto di coscienza, tant’è che lo stesso contadino di Avetrana, nel corso del suo interrogatorio dice: «Perché non me lo potevo tenere dentro, io mi sono scaricato quella sera quando siamo andati là, e siamo andati al pozzo, da allora mi sono scaricato un po’». Michele Misseri era un uomo provato che lottava da giorni e settimane contro questo enorme peso che si portava dentro, tant’è che alla figlia Valentina in più di un’occasione aveva riferito di sognare Sarah che nel sonno gli chiedeva di coprirla perché aveva freddo. Ma lo stesso Michele ha deciso, secondo i giudici del Riesame, autonomamente di addossarsi integralmente la responsabilità dell’omicidio così evitando conseguenze negative per la figlia alla quale, «immediatamente e di sua esclusiva iniziativa», aveva assicurato l’impunità. «È dunque l’istinto immanente - scrivono ancora i giudici del Riesame - ad ogni genitore che lo ha determinato ad assumere questo suo primo comportamento». Questo fatto, secondo il collegio giudicante, è da ritenere spontaneo e non concordato neanche con la figlia Sabrina.

LA POSIZIONE DI COSIMA - Cosima Serrano, la madre di Sabrina Misseri, ha mentito quando ha affermato di non essere in casa la mattina del 26 agosto, il giorno dell'omicidio di Sarah Scazzi, uccisa nel primo pomeriggio. Così affermano i giudici del Tribunale del riesame. Nell'ordinanza infatti si legge che «la presenza di Serrano Cosima all'interno della abitazione la mattina del 26.8.2010 (costei ha sempre negato questa circostanza affermando di essere andata a lavorare nei campi e di essere rientrata per l'ora di pranzo, dopo le 13.00) è confermata oggettivamente dall'acquisizione di documentazione bancaria da cui risulta che costei, alle ore 12.18, aveva effettuato il versamento di due assegni bancari sul proprio conto corrente acceso presso la Banca di credito cooperativo di Avetrana». «In tal senso - prosegue il Tribunale del riesame - convergono anche le dichiarazioni rese in data 2.11.2010 dal funzionario di banca Milizia Angelo Carmelo che ha affermato di ricordare perfettamente tale circostanza, negata dalla ricorrente (Sabrina Misseri) e dalla stessa Serrano, ma che conferma il racconto del Misseri».

LA POSIZIONE DELL’ACCUSA. E' “plausibile ipotizzare”, a carico del professor Luigi Strada, il medico legale che ha eseguito l’esame autoptico sul cadavere della quindicenne Sarah Scazzi, i reati di “abuso di ufficio” e “consulenza infedele” per essersi comportato scorrettamente danneggiando il diritto di difesa di Sabrina Misseri, la giovane in carcere con l'accusa di aver ucciso la cugina minorenne. Lo scrive il tribunale del riesame di Taranto nelle motivazioni della conferma della custodia cautelare a carico di Sabrina Misseri. Il tribunale ritiene che debba essere trasmessa alla Procura di Taranto la richiesta dei pubblici ministeri di approfondire le indagini sulla condotta tenuta da Strada, in base a quanto segnalato nelle “note critiche sulla relazione tecnica di autopsia sul cadavere di Sarah Scazzi” depositate dalla difesa di Sabrina Misseri e firmate dal dottor Enrico Risso, consulente medico del collegio difensivo dell’indagata. Proprio Risso aveva prospettato – rileva il Tribunale del riesame – “una compromissione del diritto di difesa della Misseri posto in atto attraverso un comportamento del prof. Strada malizioso e non accompagnato da correttezza”. Strada, in particolare, avrebbe depositato gli esiti autoptici senza avvertire il consulente della difesa e, dunque, non consentendo a Risso “di esaminare la documentazione in parola”. Risso più volte gli aveva chiesto di essere tempestivamente avvertito del deposito delle risultanze peritali, e Strada si giustificò dicendo di “aver lavorato tutta la notte a seguito delle forti pressioni ricevute dalla Procura di Taranto”. Il riesame ritiene che sia necessario approfondire quanto denunciato da Risso nelle sue note. Se quanto sostenuto dal consulente della difesa di Sabrina Misseri non dovesse risultare vero, sarà lui – allora – ad essere indagato “per calunnia”.

Michele Misseri, oltre che del delitto di Sarah Scazzi e della violenza sessuale ai danni della giovane, risponde anche di sottrazione di cadavere (articolo 411 Codice penale) e non solo del meno grave reato di occultamento, come finora si è detto. Per il primo reato è prevista la misura detentiva, per il secondo no.

15 gennaio 2011. La ritrattazione di Michele Misseri. Ecco il testo integrale della lettera che Michele Misseri ha inviato alla figlia Sabrina per Natale e pubblicata su “Repubblica”. Un'altra missiva l'ha spedita all'altra figlia Valentina. Sono scritte in un italiano incerto, ma il contadino di Avetrana il 15 gennaio 2011 ne ha riconosciuto la paternità davanti ai legali di Sabrina nell'interrogatorio in carcere. "Cara Sabrina, sono io che scrivo, papà. Perdonami se ti ho dato la colpa, ma io non volevo, sono stato costretto a fare la falsa perché io mi sono sentito ricattato. Stavano scrivendo la verità però mi hanno detto che se non faccio quella confessione dovevano arrestare la mamma e zio Carmelo. Per non mettere altri innocenti in mezzo ho dovuto fare la falsa. So che è difficile chiederti perdono, io so che sei innocente. Tutte le sere dico la preghierina per te e per Sarah e io per te e per Sarah ho due pesi sopra lo stomaco che sono così pesanti che non ci riesco più a sopportarli. Spero che finisca tutto in fretta. Ho richiesto ai giudici e ai miei avvocati che a gennaio mi interroghino per l´ultima volta. Sabrina ti chiedo un favore, se vuoi fare colloquio con papà devi fare una domandina e anche io faccio una domandina, così ci fanno fare un colloquio".

25 gennaio. Cosima Serrano al contrattacco. “Cosima Serrano, la madre di Sabrina Misseri, ha mentito quando ha affermato di non essere in casa la mattina del 26 agosto, il giorno dell’omicidio di Sarah Scazzi, uccisa nel primo pomeriggio”. E’ quanto affermano i giudici del Tribunale del Riesame di Taranto. Nell’ordinanza infatti si legge che “la presenza di Serrano Cosima all’interno della abitazione la mattina del 26.8.2010 (costei ha sempre negato questa circostanza affermando di essere andata a lavorare nei campi e di essere rientrata per l’ora di pranzo, dopo le 13:00) è confermata oggettivamente dall’acquisizione di documentazione bancaria da cui risulta che costei, alle ore 12:18, aveva effettuato il versamento di due assegni bancari sul proprio conto corrente acceso presso la Banca di Credito Cooperativo di Avetrana”. “In tal senso – prosegue il tribunale del riesame - convergono anche le dichiarazioni rese in data 2.11.2010 dal funzionario di banca Milizia Angelo Carmelo che ha affermato di ricordare perfettamente tale circostanza, negata dalla ricorrente (Sabrina Misseri) e dalla stessa Serrano, ma che conferma il racconto del Misseri”. Ma non sarebbe riconducibile a Cosima Serrano, la moglie di Michele Misseri, la grafia sui documenti firmati in una banca ad Avetrana il 26 agosto 2010, il giorno della scomparsa e dell’uccisione di Sarah Scazzi. E’ quanto, secondo indiscrezioni, avrebbe stabilito il consulente nominato dalla Procura. Un accertamento che escluderebbe la presenza di Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, l’agricoltore accusato insieme a sua figlia Sabrina dell’omicidio, nell’istituto di credito intorno a mezzogiorno, due ore prima della probabile morte di Sarah. Cosima Serrano allora passa al contrattacco e denuncia tutti. Per ora la querela è toccata al dipendente della banca di Avetrana che aveva giurato di averla vista al suo sportello il giorno della scomparsa e uccisione di Sarah Scazzi. La moglie di Michele Misseri è intenzionata a fargliela pagare anche al suo datore di lavoro il quale sostiene di non ricordare se quel giorno era andata a lavorare nella sua azienda agricola. A ricevere l’incarico delle denunce, è l’avvocato Francesco De Jaco, del foro di Lecce, il cui nome s’inserisce nel ricco carnet dei legali che a vario titolo si stanno occupando del giallo di Avetrana. «Abbiamo querelato il bancario – spiega l’avvocato De Jaco – e stiamo valutando di fare la stessa cosa con il proprietario dell’azienda agricola dove la signora Cosima Serrano ha lavorato in quel periodo». Secondo il difensore della mamma di Sabrina, la sua assistita «quel giorno è andata in campagna a lavorare» mentre il suo datore di lavoro «ha detto un mucchio di bugie che la giustizia saprà riconoscere e far pagare».  Le due circostanze, il versamento degli assegni in banca e la sua presenza in casa la mattina del 26 agosto, rafforzerebbero la tesi dell’accusa secondo cui la donna sarebbe stata testimone della lite scoppiata la mattina tra Sabrina e Sarah e ripresa nel pomeriggio con l’uccisione della più piccola. La perizia calligrafica sul modulo di versamento dei due assegni, però, ha escluso che a firmare sia stata Cosima. L’impiegato, interrogato dai magistrati, si era detto invece sicuro di averla vista. Convinzione, questa, che gli costerà una denuncia per calunnia. Chissà se mai una querela sarà presentata da Cosima contro i media che l'additano e i magistrati che sospettano di lei, come l’artefice e regista della morte di Sarah e con Valentina, l’altra figlia, dei seguenti depistaggi. Intanto Michele Misseri continua a scrivere alle sue figlie. Un’altra lettera, la quarta, il contadino di Avetrana l’avrebbe scritta il 16 gennaio alla figlia Sabrina. Le missive di identico contenuto ribadiscono la ritrattazione di quanto già confessato ed affermano l’innocenza di Sabrina. Allo stato degli atti non si capisce come un soggetto inattendibile possa essere creduto solo quando fa comodo all’accusa e su tale assunto possa essere fondata la motivazione che inchioda una presunta innocente ad una misura detentiva. Accusa che si fonda anche su testimonianze contraddittorie e su una discutibile acquisizione delle fonti di prova. I magistrati che indagano sull’omicidio di Sarah Scazzi sarebbero venuti in possesso (con estremo ritardo) di un secondo telefonino della quindicenne, uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana. La notizia è pubblicata dal Nuovo Quotidiano di Puglia e dal Messaggero. Il telefonino sarebbe stato consegnato agli inquirenti dal fratello di Sarah, Claudio, quando è stato ascoltato durante le festività natalizie. Purtroppo le vicende e le anomalie inerenti al caso Scazzi non cessano di finire. Giunge inoltre notizia dalla stampa che sia scomparso il diario di Sarah dalle prove custodite in Procura. Pare che nella Procura di Taranto, mentre riordinavano tutti i dettagli ed i documenti pertinenti alla giovane ragazza, si sono accorti che mancava un diario, scomparso nel nulla. Tutti sono rimasti interdetti e non sanno dare spiegazioni in merito a questa strana scomparsa, di un elemento anche abbastanza importante. Ci si domanda chi possa averlo preso e come sia possibile che in Procura possa scomparire nel nulla un documento, durante un processo anche abbastanza importante. I diari si Sarah dovrebbero essere cinque, elementi fondamentali ove lei scriveva tutta la sua vita. Che probabilmente se analizzati potrebbero nascondere delle prove fondamentali per il caso. Pare che manchi proprio il diario che in precedenza fu sottratto alla giovane vittima dalla cugina Sabrina.

3 febbraio. La revoca di Daniele Galoppa. Daniele Galoppa non è più l'avvocato di fiducia di Michele Misseri. È stato il contadino di Avetrana, in carcere dal 7 ottobre 2010 per l'omicidio della nipote Sarah Scazzi, a revocare la nomina al penalista grottagliese, che lo aveva seguito dalla drammatica notte tra il 6 e il 7 ottobre, quando Misseri decise di confessare, facendo ritrovare il corpo della 15enne. Galoppa fu estratto a sorte dal call center degli avvocati d'ufficio. Nei giorni precedenti Galoppa aveva più volte ripetuto di essere disponibile a restare quale difensore di fiducia di Michele Misseri solo se quest'ultimo avesse continuato il percorso di verità e giustizia. Attività d’indagine questa, però, di pertinenza propria dei magistrati, che ai sensi dell’art.358 cpp  hanno l’obbligo di provare l’innocenza o la colpevolezza dell’indagato. Il difensore deve solo difendere. Forse per questo Cosima e Valentina non vedevano di buon occhio un avvocato ossequioso con la magistratura e avverso alla posizione di Sabrina, tant’è che hanno consigliato la nomina di un altro avvocato, il penalista romano Francesco De Cristofaro. L'avvocato De Cristofaro ha sostenuto che «il fatto che il signor Misseri mi abbia voluto nominare suo difensore non piace ad alcuni personaggi che prestano servizio permanente effettivo in questa immensa quanto arbitraria aula mediatico-giudiziaria. Mi limito – aveva aggiunto l'avv. De Cristofaro - ad informare tutti coloro che hanno osato o in futuro oseranno seminare gratuite insinuazioni sulla rigorosa fedeltà al mandato conferitomi dal signor Misseri, che avranno modo di spiegarsi meglio nelle sedi giudiziarie».

23 febbraio. Dopo sei mesi dal fatto, nuovi arresti. I carabinieri del comando provinciale di Taranto, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi, hanno arrestato Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele Misseri, l'agricoltore di Avetrana, che ha confessato il delitto chiamando in correità la figlia Sabrina. L’arresto è avvenuto 6 mesi dopo il presunto reato e il giorno dopo la visita a Taranto del Generale dei Carabinieri. Il Generale di Corpo d’Armata Maurizio Scoppa, Comandante Interregionale Carabinieri “Ogaden”, che guida il comando di vertice dell’Arma con sede a Napoli e giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo e Molise, è giunto nella caserma di Viale Virgilio nella prima mattinata, dove è stato accolto dal Comandante Provinciale, Col. Giovanni Di Blasio, alla presenza di tutti gli ufficiali dei reparti operanti in provincia e di una folta rappresentanza di Comandanti di Stazione e militari di ogni ordine e grado. In quella sede, così come riportato nei tg locali, il generale si è soffermato sul caso di Sarah Scazzi e sullo scandaloso trattamento riservato alla vicenda dai media ed in particolare quello riservato alla vittima nei giorni antecedenti il ritrovamento del suo cadavere. I giornali dopo pochi minuti l’arresto già ne avevano notizia e ne hanno dato il resoconto. Gli arrestati sono accusati di concorso in soppressione di cadavere. La misura della custodia cautelare in carcere è stata adottata per esigenze probatorie ed ha una durata di 30 giorni. Al fratello e al nipote di Misseri il gip Martino Rosati ha imposto nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere anche il divieto di parlare con i propri legali sino all'interrogatorio di garanzia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il 26 agosto 2010, giorno del delitto, il corpo di Sarah venne trasportato dal garage dell'abitazione di Michele Misseri, in via Deledda 20 ad Avetrana, nelle campagne del paese in contrada Mosca e nascosto in un pozzo in un podere appartenuto agli stessi Misseri. A far ritrovare il cadavere fu Michele Misseri, nella sua prima confessione del 6 ottobre 2010. Per gli inquirenti, la prova del tentativo di Michele Misseri di coprire i due parenti che lo avrebbero aiutato nel sopprimere il cadavere di Sarah sarebbe nelle telefonate dell'uomo al fratello Carmine e al nipote, detto «Mimino » contenute nei verbali degli interrogatori. Le due telefonate sono proprio del 26 agosto 2010, giorno dell'uccisione della quindicenne. Alle 15.08, poco dopo l'omicidio di Sarah, Michele Misseri telefonò al fratello Carmine, ma su che cosa si siano detti quel giorno i due hanno riferito cose molto diverse. «Mi ha detto che Sarah non si trovava», ha raccontato Carmine in una deposizione, riferendosi a quella telefonata. Michele invece ha sempre detto di non ricordare quella frase e di aver riferito al fratello che, se lo avesse cercato la moglie, avrebbe dovuto rispondere che era andato in campagna perché «erano scappati i cavalli», motivando questo col fatto che aveva litigato con la consorte. Ma Michele non aveva litigato con la moglie e nessun cavallo era fuggito dalla proprietà di famiglia. La telefonata di Michele Misseri al nipote è delle 18.28 del 26 agosto, peraltro chiamando sull'utenza della moglie di «Mimino». «Per caso da sopra la Riforma (una zona di Avetrana) è passata qualche macchina sospetta che c'era Sarah dentro?» avrebbe chiesto Michele al nipote, secondo il racconto dell'agricoltore. «No, di qua non è passato nessuno» sarebbe stata la risposta. Ma se il nipote, ragionano gli inquirenti, davvero non fosse stato al corrente della scomparsa di Sarah, perché parlare di una presunta auto sospetta con a bordo la quindicenne? In quel momento, Sarah era morta da più di quattro ore e il cadavere era stato già nascosto nel pozzo di contrada Mosca.

Ma a seguito dell’interrogatorio di garanzia, l'attesa svolta in seguito ai nuovi arresti nel caso Scazzi non c'è stata. I magistrati della Procura della Repubblica di Taranto speravano che Carmine Misseri e Cosimo Cosma "cantassero" davanti al gip Martino Rosati, permettendo loro di chiudere definitivamente il cerchio attorno all'omicidio della quindicenne di Avetrana. Ma i due uomini hanno fermamente respinto l'accusa di avere aiutato il congiunto a sbarazzarsi del corpo di Sarah Scazzi - secondo l'accusa uccisa  da Sabrina, la figlia di Misseri. Nell'ordinanza del Gip Martino Rosati che li ha mandati in carcere, Carmine Misseri, 51 anni, e Cosimo Cosma, 45, sono accusati di concorso in soppressione di cadavere in base all'art. 411 del codice di procedura penale che fa distinzione di pena tra chi occulta un cadavere in modo temporaneo e chi lo sopprime facendolo sparire per sempre. Secondo quanto scrive la Procura, al pozzo di contrada Mosca, la gelida tomba in cui i resti mortali di Sarah avrebbero dovuto essere consegnati per sempre all'oblio, c'erano pure il fratello e il nipote di zio Michele. E la tesi della Procura è sostenuta da clamorose intercettazioni telefoniche ed ambientali raccolte dai carabinieri in questi lunghi mesi di indagini.

Per Carmine Misseri, fratello di Michele, le indagini sulla morte di Sarah Scazzi destavano preoccupazione. Una deduzione che gli investigatori hanno elaborato dalle intercettazioni ambientali effettuate sull’auto di Carmine. L’uomo parlando con sua moglie non nasconde una certa apprensione sullo svolgimento delle indagini, soprattutto quando scopre che il nipote di Michele, Cosimo Cosma (figlio di una sorella di Michele e Carmine), si trova a Taranto presso la caserma dei carabinieri per essere interrogato.

Ecco cosa dice Carmine Misseri alla moglie Lucia il 16 novembre 2010, (atti pubblicati da tutti i giornali), temendo che Cosma possa aver detto qualcosa di compromettente:

CARMINE: Cosma ha aiutato zio Michele a buttare la … bambina nella cisterna… Sarah Scazzi

LUCIA: Avevo capito bene allora io… ho capito…

CARMINE: Adesso non sappiamo, non è che lo hanno trattenuto… boh…

LUCIA: Io non vengo più

CARMINE: Nemmeno io…

LUCIA: Però della telefonata ha dichiarato pure lui che ti ha chiamato a te…

CARMINE: e va be’ e lui che cazzo ne sa che mi ha chiamato scusa… sa

LUCIA: Lo hai detto tu?

CARMINE: Eh “lo hai detto tu”… che se stavano parlando quella sera…

LUCIA: Ah, cazzo come escono le cose, hai visto!

CARMINE: …quando stavamo parlando quella sera quando disse: “perché ti hanno interrogato?” E io dissi: “no, per il fatto che quello mi ha chiamato per i cavalli”, che Mimino disse…

LUCIA: E hai parlato pure dei cavalli…

CARMINE: Quando andò la prima volta lui disse “ tutti e due noi teniamo la telefonata a quell’orario”… però se ha parlato dei cavalli e loro hanno… è giusto pure quello che ho dichiarato io.

LUCIA: Quando gli piace a loro scavano … se lo ha aiutato sono cazzi amari per tuo nipote … quello si mette guai sopra guai

LUCIA: Che ha detto?

CARMINE: Ha detto niente… lui a Taranto sta, lo hanno chiamato nuovamente.

LUCIA: Mannaggia e adesso ti chiamano a te nuovamente.

CARMINE: e va bene ho chiamato per i cavolfiori… se lo tengono sotto controllo hanno visto quello che ho detto

LUCIA: Ma si fissano sai

CARMINE: Adesso lo hanno chiamato nuovamente. A Taranto ha detto che sta… “mi devono interrogare oggi”… portava una voce brutta… dice: “io a Taranto sto”.

LUCIA: E adesso ti chiamano a te nuovamente.

CARMINE: per questa chiamata?

LUCIA: No, no...

CARMINE: Ah, si adesso mi chiamano nuovamente… che me ne fotto io… prendo l’avvocato e dico “andiamo”… eh… ha detto: “io a Taranto sto”, va bene, me’… se tengono il numero sotto controllo hanno visto che l’ho chiamato per cavolfiori… per mangiare, insomma per altro

LUCIA: Mannaggia …., ma perché lo hai chiamato, vaffanculo!

CARMINE: Si, ma non fa niente Lucì… che mica l’ho chiamato per caso… cazzo, non hanno chiamato lui e adesso mi chiamano nuovamente a me… adesso mi chiamano nuovamente

LUCIA: Non avresti dovuto chiamarlo proprio per oggi...

CARMINE: Sapevo poco che stava a Taranto...

LUCIA: E vaff….., ti ho detto di lasciarlo andare… (…)

CARMINE: Speriamo che la finiscano al più presto… allora sai quando mi chiameranno a me… venerdì

LUCIA: Si, che come...

CARMINE:… venerdì Michele non deve dire, non deve fare la confessione di fronte alla figlia… e venerdì mi chiamano a me… poi vedi.

LUCIA: Se dice: “come mai questo numero proprio oggi ti ha chiamato nuovamente?

CARMINE: Però se lo tengono sotto controllo hanno visto quello che ho detto, babba.

LUCIA: Ma vaff….., quando si fissa...

CARMINE: Hanno visto quello che ho detto… menchia… hanno visto quello che ho detto...

LUCIA: Non hanno visto proprio niente quelli. Stanno reinterrogando tutti sul percorso di quel giorno.

CARMINE: E adesso mi chiamano nuovamente pure a me allora… perché quel giorno Lucì mi ha chiamato quello stronzo

LUCIA: Tu ti preoccupi?

CARMINE: No… nemmeno per un cazzo...

LUCIA: Però (incomprensibile) sta pizza… loro uccidono e a noi ci devono rompere le scatole… dice che Valentina la andò a prendere l’avvocato Russo o dalla stazione o con l’aereo… fino ad adesso hai fatto il bravo e non chiamarlo mai… ehi, proprio oggi...

CARMINE: Ehi, non ti preoccupare, se lo tengono sotto controllo hanno sentito cosa ha detto, hanno sentito… tutto hanno sentito quello che ha detto. Se avessi preso quei discorsi allora mi avresti potuto dire… ma hanno sentito il discorso e stai tranquilla… non ti mangiare la testa.

LUCIA: Ha bestemmiato?

CARMINE: No.

LUCIA: Mimino…

CARMINE: No, niente ha detto. (incomprensibile) no “che io a Taranto sto, che mi devono interrogare oggi”…. quell’altro, sa che sta così, è recidivo e tutte cose, e non si mette l’avvocato?

LUCIA: Ma se quello abita da quelle parti, no?

CARMINE: Eh, la cellula non deve prendere per forza da là…»

Significativo per gli inquirenti anche il passaggio intercettato in cui la stessa signora Lucia ricorda di aver fornito un falso alibi al marito: “Guarda porto un rancore verso quella famiglia (quella di Michele Misseri, n. d. r)… che mi hanno messa nei guai e meno male che ho detto che stavi con me quel giorno”. Secondo la procura e il gip qualcuno ha aiutato Michele. I due sono proprio Misseri jr e Cosma. Il primo riceva la telefonata alle 15,08 da parte del fratello, quel 26 agosto. Lui racconterà che gli aveva chiesto che "qualora mi avesse chiamato la moglie Cosima, avrei dovuto dirle che ci trovavamo insieme alla masseria Cuturi perché erano scappati i cavalli che erano rinchiusi in un recinto". Una bugia, secondo gli investigatori che sostengono che in quella telefonata Michele gli chiedesse aiuto. A dimostrarlo, dice il giudice, un'intercettazione ambientale del 9 novembre quando Carmine parlando con la moglie diceva: "Bucco (ndr, il pm Buccoliero) mi ha chiesto, quando ti ha telefonato cosa ha detto?", "che erano scappati i cavalli"... Io lo avevo imparato a memoria".

Il gip cita espressamente una frase di una intercettazione ambientale in cui la moglie di Carmine Misseri, Lucia Pichierri, dice al marito: ''....e meno male che ho detto che stavi tu con me quel giorno''. E in un'altra occasione due giorni dopo aggiunge: ''...ti ho salvato le chiappe...le tue...''.

Il primo ad essere interrogato è stato Cosimo (Mimino) Cosma. "Si è dichiarato innocente - ha riferito uscendo dal carcere il suo difensore di fiducia, l'avv. Raffaele Missere di Torre Santa Susanna (BR) - non ha scaricato la responsabilità su nessuno, non conosce la responsabilità di altri nè in ordine alla soppressione del cadavere nè in ordine ad altri fatti di reato". In parole povere, non sa nulla neppure sulla fase dell'uccisione di Sarah. Per il legale, anche un paio di telefonate 'sospette', citate nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, fatte dalla moglie di Cosma al marito sul cellulare, mentre loro hanno sempre detto di essere rimasti a casa per tutto il pomeriggio, avrebbero una spiegazione. La moglie di Cosma, ha spiegato, spesso chiama il marito quando non lo vede perchè "credo abbia dei dubbi sulla fedeltà" dell'uomo. E poi la casa in campagna in cui vive la coppia ha degli spazi coperti che "non consentono, se una persona sta in casa, di capire se l'altra sia nelle vicinanze".

Il legale ha criticato la motivazione tecnica dell'ordinanza di custodia cautelare (che ha una durata di 30 giorni). Ha chiesto al gip la sostituzione o la revoca del provvedimento e comunque ha depositato ricorso al Tribunale del Riesame. Alla trasmissione RAI “Pomeriggio Sul 2” del 24 febbraio 2011, lo stesso legale si è soffermato sul metodo della Procura sull’uso del “Tintinnio di manette” per costringere qualcuno a confessare colpe proprie o altrui. Anche Carmine Misseri non sarebbe stato da meno nel respingere le accuse. Il fratello non lo avrebbe mai coinvolto nell'operazione di nascondere il cadavere di Sarah nel pozzo, anche se dalle intercettazioni ambientali su Carmine e sua moglie emergono continue apprensioni sull'evolversi dell'inchiesta e soprattutto su quello che Michele Misseri avrebbe potuto riferire nei vari interrogatori agli inquirenti.

Apprensioni, dunque, preoccupazioni ma non timori, avrebbe cercato di spiegare l'indagato, perchè lui, Carmine, non avrebbe da temere nulla. Anche il suo legale, l'avv. Lorenzo Bullo di Manduria (TA) (che non ha voluto fare alcun commento all'uscita dal carcere), ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame, ma non ha presentato alcuna istanza al gip che ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il giorno dell’arresto su Porta a Porta Bullo rilevava l’inutilizzabilità delle prove acquisite e criticava l'operato della procura al di là delle norme procedurali. In sostanza, sul capitolo d'inchiesta riguardante la soppressione del cadavere di Sarah bocce ferme e posizioni immutate anche dopo gli ultimi arresti.

Dubbi sono sollevati da Cristina Bassi su “Panorama”. I nuovi arresti del fratello e del nipote di Michele Misseri sono avvenuti quasi quattro mesi dopo la confessione del presunto assassino. E sei mesi dopo l’omicidio di Sarah Scazzi. L’accusa di «soppressione di cadavere», diversa da quella più comune di «occultamento», permette le misure cautelari come il carcere, se necessarie. Ma in questo caso viene il dubbio che la decisione sia un tentativo (tardivo) di ottenere una confessione.

Gli inquirenti hanno infatti spiegato che Cosimo Cosma e Carmine Misseri sono finiti in carcere sulla base di intercettazioni e contraddizioni nelle testimonianze e perché esiste una «eccezionale intensità del pericolo di inquinamento delle prove». Hanno persino negato ai due arrestati di vedere i propri legali fino all’interrogatorio di garanzia, per impedire che concordino la versione. Ma dal 26 agosto a oggi non avrebbero avuto tutto il tempo di inquinare e concordare? Nella vicenda di Avetrana, nonostante l’eccezionale attenzione mediatica, non è la prima volta che si ha l’impressione che gli inquirenti brancolino nel buio.

Il 7 ottobre 2010, dopo la prima confessione di Misseri, il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, dichiarò in conferenza stampa che il caso era chiuso «al 95 per cento». Da allora è successo di tutto, Misseri ha chiamato in causa la figlia Sabrina e le carte in tavola si sono rimescolate. Ci sono forti dubbi anche sulla scena del delitto. Sarah potrebbe essere stata uccisa in casa Misseri e non in garage, come ha invece detto zio Michele. E se comunque il garage è la scena dell’omicidio, i sopralluoghi fatti lì con gli inquirenti (come si vede nei video e come ha sottolineato un servizio di Chi l’ha visto?), affollati e senza misure precauzionali come copriscarpe né cuffie, l’hanno irrimediabilmente inquinata. Il caso è più che mai aperto.

E che dire della porta che dall'interno della casa collega l'interno del garage: un po' si può aprire; un po' è impedisce l'accesso.

2 marzo. Avvocati interdetti. Il gip del tribunale di Taranto Martino Rosati ha emesso l'interdizione dall'esercizio della professione di avvocato a carico di Vito Russo, il legale di Sabrina Misseri. La procura aveva richiesto per lo stesso avvocato l'emissione di un ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari per tentato favoreggiamento, minacce a teste, falso ideologico ed altro. Anche l'avvocato Emilia Velletri, moglie di Vito Russo e componente del collegio difensivo di Sabrina, è indagata per falso in sottrazione, uno dei reati contestati al marito. I carabinieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato la misura interdittiva. Sono state effettuate perquisizioni, una a casa dei due legali ed una presso lo studio, dove sarebbero tra l'altro stati copiati "importanti" file dai computer dello studio legale. Un'altra perquisizione è stata effettuata presso l'abitazione di una terza persona alla quale sono stati sequestrati i file audio delle indagini difensive che gli stessi avvocati Russo e Velletri hanno compiuto a favore di Sabrina. Gianluca Pierotti è stato nominato difensore di fiducia da parte degli avvocati Emilia Velletri e Vito Russo. In pratica, secondo l'accusa, come riportata da “La Repubblica” l'avvocato Russo con le menzogne e le minacce ha tentato di intimidire il teste Ivano Russo, facendogli dichiarare che a fargli la corte non era Sabrina, ma l'amica Mariangela Spagnoletti, e che per questo motivo la stessa Spagnoletti accusava Sabrina, per la quale si è ipotizzato il movente della gelosia. Secondo il gip, l'avvocato - per assicurare alla ragazza l'impunità, minacciò il giovane - persona già sentita dal procuratore generale e dal pubblico ministero - rivolgendogli queste parole: "Gli inquirenti stanno preparando un provvedimento di fermo nei tuoi confronti. Se tu mi rendi queste dichiarazioni possiamo contrastare". Lo stesso avvocato, in concorso con la moglie, Emilia Velletri, altro difensore di Sabrina, sempre mentre sentiva Ivano, decise di sospendere l'atto, strappando il relativo verbale e cancellando la registrazione audio dicendo che quanto dichiarato dal ragazzo poteva essere controproducente per Sabrina. Inoltre, il legale indagato per aver minacciato il giornalista di 'Matrix' Salvatore Gulisano, facendogli sottoscrivere una dichiarazione con la quale affermava falsamente di non aver mai sentito dire all'avvocato frasi lesive della reputazione dell'avvocato Francesca Conte, con la minaccia in caso contrario di far passare guai allo stesso giornalista e alla sua redazione. Francesca Conte aveva assunto la difesa di Sabrina Misseri, che poi le fu revocata e fu presa da Russo. Sempre Russo con il collega Gianluca Mongelli erano stati iscritti nel registro degli indagati il 6 dicembre 2010 con l'accusa di favoreggiamento e tentativo di alterazione del testimone; sospettati di aver fatto pressione sul fratello di Michele Misseri, Carmine - che lo ha raccontato ai magistrati - per convincerlo a cambiare avvocato. Non è chiaro se la misura dell'interdizione si riferisca a quelle accuse. L'episodio risale al 16 ottobre 2010 quando dallo studio Mongelli venne inviato in carcere a Misseri un telegramma, firmato proprio dal fratello Carmine, con il quale lo si invitava a nominare un legale di fiducia al posto di Daniele Galoppa, dopo 'scaricato' da Misseri. Secondo la procura il tentativo era finalizzato a far cambiare versione a Misseri, in modo tale da scagionare Sabrina. Il tentativo naufragò, ma Galoppa fu revocato e con lui tutta la squadra di esperti cui partecipava anche la criminologa Roberta Bruzzone. Non solo: a Russo venne contestato anche di aver fatto inviare a Sabrina dal suo cellulare un sms ai familiari subito dopo il fermo. Inoltre, ci sarebbero nei suoi confronti sospetti sui tentativi di condizionare la testimonianze delle persone sentite sul caso. Inoltre gli inquirenti dopo mesi tornano sul presunto luogo del delitto. Accertamenti tecnici sono stati effettuati da parte dei carabinieri nell'abitazione della famiglia Misseri, in via Deledda 20 ad Avetrana. Al centro dell'ispezione una piccola macchia di colore rossastro con un leggerissimo gocciolamento sulla porta che dall'abitazione conduce al garage. E' questo particolare l'oggetto dei rilievi svolti da parte dei carabinieri in casa Misseri ad Avetrana. Lo hanno riferito i legali della famiglia Scazzi, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, poichè l'accertamento, disposto dalla procura della Repubblica di Taranto, è conseguenza del sopralluogo compiuto in casa Misseri il 14 febbraio 2011 dagli stessi legali di parte civile e coordinato dal consulente di parte, generale Luciano Garofano. I legali di parte civile avevano consegnato una relazione sull'esito del sopralluogo sottolineando la presenza della macchia su una porta. Particolare sfuggito agli inquirenti. "Riconoscendo che può trattarsi di qualsiasi cosa - hanno detto i due legali - è preciso dovere nostro non lasciare nulla di inesplorato in un caso di omicidio così grave. Pertanto abbiamo relazionato alla procura quanto rilevato, chiedendo rispettosamente l'accertamento della natura di questa macchia nel contraddittorio tra le parti". Anche il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto fa dei rilievi. A Daniele Galoppa viene contestata la sovraesposizione mediatica, a Vito Russo e Emilia Velletri anche l'accaparramento di clientela. Per Russo si aggiunge anche la violazione delle norme di correttezza e decoro. In seguito agli eventi su esposti l'avv. Russo e l'avv. Velletri potrebbero lasciare la difesa di Sabrina Misseri. Sicuramente, questi, non hanno l'opportunità, riservata a Galoppa, Biscotti e Gentile, (per questi la sovraesposizione mediatica mai contestata), di presenziare nei talk show televisivi, non invitati da quei media poco inclini a dare spazio alle tesi difensive o a sposare la tesi dell'innocenza di Sabrina o Cosima, ovvero sentire rimostranze contro gli atteggiamenti della procura di Taranto e del GIP Martino Rosati. 

L'avvocato Vito Russo, difensore di Sabrina Misseri, «ha mostrato di esercitare il suo mandato difensivo con assoluto disprezzo delle fondamentali regole professionali». Così il gip del tribunale di Taranto Martino Rosati motiva l'ordinanza interdittiva. Una scelta di comportamento nell'esercizio dell'attività professionale, scrive ancora il giudice, «pervicacemente improntata alla spregiudicatezza». Il gip, a conclusione dell'ordinanza, invita anche Russo a rivedere i suoi comportamenti per non incorrere in provvedimenti più gravi. «La dimensione pubblica acquisita dalla vicenda - scrive Rosati riferendosi all'omicidio di Sarah Scazzi - nonchè la correlata notorietà assunta dal Russo permettono di confidare che egli, rimeditando sulla sua sciagurata scelta comportamentale, rispetti tale divieto e si attenga volontariamente, in avvenire, da qualsiasi comportamento analogo per cui egli è indagato. Nessuno meglio di lui, in ragione della sua qualità professionale - conclude il gip - è consapevole del fatto che un eventuale violazione di tale divieto lo esporrebbe al serio rischio di una più grave limitazione cautelare». Sulla faccenda bisogna fare chiarezza. Bisogna discernere l’intimidazione giudiziaria per inibire la corretta difesa, dal depistaggio del difensore con azioni di reità. Dalle accuse presentate c’è un po’ di tutto: si contesta anche l’aver chiesto di nominare un avvocato di fiducia al posto di Galoppa, legale d’ufficio, e aver scartato atti che non erano utili alle indagini difensive. A riguardo l’art. 96 c.p.p. recita che l’indagato-imputato ha diritto alla nomina del difensore di fiducia. In questo caso Galoppa è stato nominato dalla Procura. Cioè contro cui doveva battersi. Se l’art. 358 c.p.p. prevede che il P.M. deve svolgere indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale ed altresì svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta ad indagini, per l’avvocato l’art. 88 c.p.c. prevede il dovere di lealtà e correttezza. Lo stesso giuramento è indicativo: "Giuro di adempiere ai miei doveri professionali con lealtà, onore e diligenza per i fini della giustizia e per gli interessi superiori della Nazione". Fine di giustizia è difendere il proprio cliente contro tutti: accusa e parte civile. Come il medico ha l’obbligo di salvare la vita umana, l’avvocato ha l’obbligo di salvaguardare la libertà umana da errori od accanimenti giudiziari. Senza incorrere in azioni illecite. Bene. Escludere atti non compiuti, prevedibilmente sfavorevoli alla difesa, comporta corretto esercizio di difesa, in caso contrario sarebbe infedele patrocinio. Infedele patrocinio è commesso, per esempio, da chi nelle comparsate in tv sbandiera da avvocato la missione di ricerca della verità. Missione, questa, propria della procura, con i mezzi destinati a ciò dallo Stato. Se si adottano atti per indurre alla falsa testimonianza, allora si parla di reato punito dall’art. 377 c.p. (intralcio alla giustizia, che ha preso il posto della subornazione). A riguardo l’avv. Francesco De Jaco, legale di Cosima Serrano, concorda. All'indomani dell'interdizione dalla professione di avvocato di Vito Russo, già legale di Sabrina Misseri, in carcere con l'accusa di aver ucciso la cugina 15enne Sarah Scazzi, parla il suo avvocato. É Franco De Jaco, del foro di Lecce, che già rappresenta Cosima Serrano, moglie e madre dei presunti assassini Michele e Sabrina. Le accuse rivolte al suo assistito sono gravi, ma - ha detto De Jaco il 3 marzo su TRnews - stiamo già dimostrando che il provvedimento si basa su dichiarazioni completamente false. I reati contestati a Russo sono: favoreggiamento, induzione a rendere false dichiarazioni e soppressione di atti. Vito russo avrebbe distrutto i documenti delle dichiarazioni rese da Ivano Russo, amico di Sabrina Misseri e della vittima Sarah Scazzi, in sede di indagini difensive, ovvero le parole che il giovane di Avetrana ha reso alla sola presenza dei legali di Sabrina, Vito Russo e sua moglie Emilia Velletri. Non è stato distrutto nulla ma se così fosse, non sarebbe comunque reato - spiega De Jaco -. La Procura ha agito legittimamente su input ricevuti da qualcuno. Verso quel qualcuno De Jaco procederà con la querela per calunnia. Però guai a farlo sapere in giro. I media hanno pensato bene di non dare spazio a queste dichiarazioni, ospitate solo in una tv, il cui editore e lo stesso avvocato sono accomunati nella battaglia per la realizzazione della "Regione Salento". 

10  marzo. Carmine e Mimino non dovevano essere arrestati. Tornano in libertà per "carenza di esigenze cautelari" Carmine Misseri e Mimino Cosma. Arrestati il 23 febbraio con l’accusa di aver aiutato Michele Misseri - di cui sono rispettivamente fratello e nipote - nell’occultare il cadavere di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa il 26 agosto 2010. Lo ha deciso alle 21, dopo quasi sette ore di camera di consiglio, il tribunale del riesame, accogliendo il ricorso formulato dagli avvocati Lorenzo Bullo (per conto di Carmine Misseri), Raffaele e Serena Missere (per conto di Mimino Cosma). Mimino Cosma ha detto: "Mai mi sarei aspettato di finire in carcere per questa storia. E' stata una esperienza iniziata in maniera terribile perché terribile era l'accusa di aver gettato in un pozzo una ragazzina che ha l'età di mio figlio. Spero che ora sia tutto finito". L’udienza al riesame era stata aggiornata dopo che gli avvocati Raffaele e Serena Missere avevano eccepito sulla mancata consegna alla difesa delle intercettazioni ambientali tra Mimino Cosma e la moglie Maria Ferrara depositate dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero direttamente in aula. I legali di Mimino Cosma avevano denunciato la violazione del diritto di difesa. Si tratta di intercettazioni compiute a novembre nelle quali Cosma e la moglie Maria Ferrara commentano l’inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi e gli interrogatori cui sono stati entrambi sottoposti dai carabinieri quali persone informate sui fatti. I loro colloqui vengono captati da una cimice piazzata nell’auto della coppia. Per i legali di Cosma non solo sono irrilevanti ai fini dell’accertamento della verità - ed in effetti non c’è davvero nulla riguardo il reato ipotizzato - ma sono anche parziali in quanto la Procura non ha provveduto al deposito di tutte le intercettazioni, come previsto dal codice, ma soltanto di quelle ritenute rilevanti ai fini investigativi, impedendo così alla difesa di valorizzare invece i colloqui favorevoli agli indagati. Gli avvocati Missere hanno lamentato anche la mancata trasmissione del verbale relativo all'incidente probatorio del 19 novembre scorso, in cui Michele Misseri fornì la sua ultima versione dei fatti confessando di aver nascosto da solo il corpo della nipote quindicenne, senza aiuto di alcuno. L’annullamento degli arresti costituisce una pesante battuta d’arresto per una inchiesta che sembrava vicina alla sua definizione.

“Sono stato in carcere 16 giorni da innocente. Ora sono felice, ma spero che finisca tutto al più presto. Mi devono spiegare perchè è accaduto tutto questo. Non avrei mai fatto quello che mi contestano, occultare il cadavere di una bambina”. Sono le prime parole – riferisce l'avv. Raffaele Missere – pronunciate dopo la scarcerazione da Cosimo Cosma, detto Mimino, 43 anni. “E' stata – ha aggiunto Cosma – una esperienza terribile. Sono stato diversi giorni in isolamento senza televisione, senza giornali. Spero che sia fatta giustizia”. Ad accogliere Cosma, che è uno dei nipoti prediletti di Michele Misseri, c'erano la moglie e il figlio di 15 anni, che era stato compagno di classe di Sarah Scazzi. Cosimo Cosma, il nipote del presunto omicida della 13enne di Avetrana, Sarah Scazzi, interviene dopo la scarcerazione. "Certo per me è la fine di un incubo", tuttavia "non credo che Michele possa aver ucciso Sarah" dice a Quarto grado su Rete Quattro. Poi torna sul giorno del delitto: "Io quel giorno - spiega - stavo a casa con la mia famiglia. Dormivo". "In questo momento sto bene - prosegue Cosimo - Non mi spiego neanche perché‚ mi hanno arrestato. Non so chi ha ucciso Sarah. Ho saputo che mi scarceravano da una guardia che mi ha detto di preparare le mie cose perché ero libero. Ora sono felice". "Io quel giorno - spiega - stavo a casa con la mia famiglia. Dormivo. Non sono mai andato a trovare Michele in carcere. Per come conoscevo io Michele non credo proprio che possa aver ucciso Sarah. Era tutto casa e lavoro. Michele non si è mai confidato con me". Come mai allora è stato sospettato? "Mia moglie è molto gelosa e alcune sue frasi purtroppo hanno forse tratto in inganno gli inquirenti e mi hanno danneggiato. Sarah la conoscevo bene perché andava a scuola con mio figlio. Era una ragazza dolce e timida. Quando ho sentito della sua morte ho provato terrore. Come si fa a buttare una ragazza in un pozzo? Come si fa! Se avessi visto davvero Michele mentre cercava di occultare il cadavere di Sarah glielo avrei impedito".

«È la fine di un incubo. Non ho fatto niente, sono innocente. Non odio nessuno ma provo rancore per Michele. Non doveva farmi quella telefonata». Lo ha detto Carmine Misseri, fratello di Michele, in un'intervista a Matrix. Nell'intervista Carmine Misseri racconta della mattina dell'arresto. «Non me l'aspettavo proprio. All'alba hanno suonato i carabinieri: mia moglie ha risposto al citofono, i carabinieri sono saliti, mi hanno fatto cambiare e mi hanno portato a Taranto. E solo lì ho capito che mi stavano arrestando. Quel giorno ho pianto, ero preoccupato e avevo paura di non esser creduto». Quanto al fratello Michele, Carmine Misseri aggiunge: «In quei giorni, dopo la scomparsa di Sarah, Michele era tranquillo. E allora gli credevo. Ora non gli credo più».

Intanto al posto dell’avv. Vito Russo ed Emilia Velletri per la difesa di Sabrina Misseri viene nominato Nicola Marseglia, già dominus di Lorenzo Bullo. L’Avv. Lorenzo Bullo, difensore di Carmine Misseri è stato praticante dell’avv. Nicola Marseglia, oggi difensore di Sabrina Misseri.

Inoltre l’amministrazione di Avetrana adotta una delibera in cui si annuncia la costituzione di parte civile nel processo e la contestuale nomina dell’avv. Pasquale Corleto, principe del foro di Lecce.

Intanto lo stesso giorno del 10 marzo Cosima Serrano e la sorella Emma, moglie e cognata di Michele Misseri, si sono recate nella caserma dei carabinieri di Avetrana per sporgere denuncia nei confronti della mamma e la sorella di Cosimo Cosma, nipote dei Misseri. Le due donne che sono assistite dall’avvocato leccese, Franco De Jaco, contestano alcune dichiarazioni rese dalle parenti durante la trasmissione televisiva «Porta a Porta» di due giorni prima. In quell’occasione sia la madre che la sorella di Mimino avrebbero ipotizzato il coinvolgimento nel delitto di Cosima Serrano e della figlia Sabrina.

Qualche giorno dopo, giustappunto il 19 marzo ancora Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, ha depositato ai carabinieri della stazione di Avetrana una querela per diffamazione nei confronti della giornalista Mariella Boerci e della società editrice 'Anordest', che ha pubblicato il libro della Boerci 'La bambina di Avetrana' inerente all'inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi. Lo ha riferito il legale di Cosima Serrano, l'avvocato Franco De Jaco. Nella querela Cosima Serrano chiede anche il sequestro del libro su tutto il territorio nazionale. Secondo la donna, conterrebbe valutazioni diffamatorie sulla famiglia Serrano e anche alcuni dialoghi frutto di invenzione.

23 marzo. La verità di Cosima. Per ristabilire la sua verità, oltre alla presentazione delle querele, dopo mesi di silenzio Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e madre di Sabrina, è tornata a parlare pubblicamente. Lo ha fatto in tre interviste del 23 marzo, una al quotidiano La Stampa con Maria Corbi (forse l'unica che ha difeso Sabrina e Cosima), una al programma di canale 5 Matrix e una al programma Quarto grado su Rete 4.

Cosima è la zia di Sarah, la sorella della madre. Su di lei si è sempre vociferato che non potesse non sapere quello che è accaduto quel 26 agosto in casa sua, quando la piccola Sarah è stata strangolata e uccisa. Il venticello calunnioso soffiato da tutte le tv, che però, queste sì, non sono state investite dalle querele. Non solo, si è anche ipotizzato che Cosima in qualche modo abbia avuto un ruolo attivo nella vicenda, ma la sua posizione finora è sempre rimasta pulita e non è mai stata indagata. Per questo Franco De Jaco si definisce "Legale" e non "Difensore". La donna, poi, ha sempre sostenuto la completa innocenza di sua figlia Sabrina (in carcere perché accusata dal padre) ed è convinta che l’assassino sia suo marito Michele. Per giorni il tam tam delle notizie ha parlato di un suo imminente arresto. E lei, rassegnata al destino che le sta portando via tutto, si era accorciata i pantaloni e preparata la borsa nonostante non sia mai stata nemmeno indagata. Quel tutto che un branco di iene è pronto a divorare. Tutti ricordano l’immagine di lei che tira dentro al garage il marito Michele, e tutti hanno interpretato quel gesto come quello di una donna che comanda con arroganza. E lei vuole partire proprio da questo. Tante volte seduta da sola sul divano di casa sua ha sentito opinionisti definirla in tutti i modi per quel gesto e lei avrebbe voluto difendersi. «Quando scrivono e dicono delle cose devono essere certi», dice con la voce bassa.

Allora Cosima, iniziamo da quel gesto.

«Io l’ho fatto per difenderlo, perché non volevo che parlasse delle cose dette in caserma altrimenti si sarebbe trovato nei guai. I carabinieri sempre ci dicevano che non dovevamo parlare».

Chi è Cosima Serrano?

«Certamente non sono come mi hanno descritta, sono una donna e una moglie come tante altre, forse più di altre. Ho sempre cercato di dare il meglio al marito e ai figli e alla casa. Ho lavorato non molto, moltissimo e ancora oggi lo faccio».

Come è la sua vita oggi?

«Peggio di così è impossibile con tutto il dolore e tutte le calunnie che devo sopportare».

L’hanno definita una donna misteriosa, con dei segreti da proteggere...

«Non so che ci sia di misterioso. Certamente non sono una pettegola, non sono una che si ferma con le vicine, non ne ho mai avuto il tempo, ho sempre lavorato. Di quel maledetto giorno io non ricordo tanto l’ho sempre detto. Il problema è che molti ricordano il falso, non la verità. Per esempio hanno detto che sono andata in banca mentre ero al lavoro. E se non ci fosse stata quella firma falsa a scagionarmi sulla ricevuta della banca io adesso sarei in prigione. Io quelle poche cose che ho detto sono la verità E quando ho detto non ricordo è veramente perché non ricordo».

Cosa ricorda?
«Quando stavo andando a riposarmi dopo pranzo Sabrina era già a letto. Ricordo solo lo squillo del messaggio e che poi Sabrina ha detto “devo avvisare Sarah che dobbiamo andare al mare” e poi lo sbattere della porta e ancora Sabrina che chiede al padre se era arrivata Sarah. In quel momento ho pensato “finalmente posso dormire”. E poi mi sono svegliata quando mi ha chiamata Sabrina».

Lei cosa ha pensato subito dopo la scomparsa di sua nipote?

«Il primo pensiero è stato “forse l’hanno investita mentre veniva e l’hanno portata all’ospedale”. Non ho mai pensato a un rapimento».

Gli investigatori cercano di spostare l’omicidio di Sarah dal garage alla casa e qui entra in ballo la famosa porta, che dalla casa porterebbe al garage e dove hanno trovato una macchia che comunque pare non sia di sangue.

« Io non ho mai pulito quella porta perché sono tranquilla. Altrimenti lo avrei fatto non le pare? Sono 7/8 anni che non è mai stata aperta. Non so come l’abbia chiusa Michele, ma so che non c’era la maniglia e c’erano bidoni di olio, vasetti della salsa vuoti davanti. La tenevamo chiusa perché mettendo in moto il trattore il fumo arrivava fino a dentro, alla dispensa. Se fosse successo qualcosa in casa lo avrei sentito. Se avessi sentito litigare, avrei detto smettetela».

E in casa si sentono le cose che accadono in garage? Se qualcuno urla?

«Io sono sempre con la televisione accesa, anche di notte, e quindi è difficile sentire qualcosa dal garage».

Sarah secondo la ricostruzione degli inquirenti veniva verso casa vostra dalla parte delle scuole e in questo caso arrivava prima al portone di casa che al garage. Si è mai chiesta perché è andata a garage dallo zio invece che suonare al citofono?

«Il campanello del citofono è accanto al mio letto. Io mi lamentavo spesso perché mi disturbava quando suonava a quell’ora. Forse ha visto la porta del garage aperta e si è affacciata aspettando che Sabrina uscisse, avrà sentito le urla di mio marito che gridava contro il trattore che era rotto».

Cosa le ha raccontato suo marito?
«Lui dice che quel giorno stava arrabbiatissimo per il trattore e Sarah gli ha chiesto “zio perché urli? perché sei arrabbiato?” Lui le ha detto “vattene che è meglio”, ma Sarah ha continuato a fare domande. Allora lui l’ha spostata di peso e poi le ha buttato la corda (al collo, ndr)».

Hai mai avuto un sospetto su suo marito?

«Se non avesse fatto ritrovare il corpo non ci avrei mai creduto, mai e poi mai».

E quando ha ritrovato il cellulare di Sarah?
«Ho pensato che era una cosa stranissima. Proprio lui lo doveva trovare? Se fosse stata Sabrina avrebbe fatto ritrovare il cellulare? Invece quando mio marito lo ha trovato ha subito chiamato la figlia per chiedergli come era fatto il cellulare di Sarah e lei ha spiegato come era. Se fosse stata Sabrina a uccidere Sarah gli avrebbe detto: “papà ma sei pazzo?».

Lui le ha spiegato perché lo ha fatto?

«Dice se una cosa non ti capita non ci credi, non sa spiegare perché lo ha fatto. Lui dice che non aveva il coraggio di consegnarsi, se avesse saputo che fosse stata Sabrina, invece avrebbe chiamato i carabinieri. Mi ha detto che si voleva far prendere per questo ha consegnato il cellulare».

Lei subito dopo la confessione di Michele aveva giurato di non volere vedere più suo marito neanche da morto. Invece non è andata così. E in molti pensano che lei ci vada per fare pressioni in modo che ritratti le accuse su sua figlia.

«Se Sabrina fosse colpevole sarei stata la prima io ad andare dai carabinieri. Avevo giurato che non sarei mai andata a trovarlo, è vero. Se avessi voluto coprire Sabrina, come dicono, però sarei andata subito per tranquillizzarlo. E non l’ho fatto. Quando poi ho saputo il motivo per cui ha accusato sua figlia allora mi sono detta: “Non lo abbandonerò”. E poi lo vedo indifeso, ho capito che il suo è stato un gesto da folle e ho pietà per mio marito. Quando ci si sposa si dice nel bene e nel male in ricchezza e in povertà».

E i motivi per cui ha accusato Sabrina ce li può spiegare?

«Meglio di no. Comunque tutto quello che so, che mi ha riferito mio marito l’ho detto ai carabinieri».

In molti dicono che tra suo marito e sua figlia ha scelto sua figlia
«Non è stata una scelta. Io so che non è stata lei».

Secondo gli inquirenti Sabrina avrebbe auto il movente della gelosia nei confronti della cuginetta per le attenzioni di Ivano.

«La gelosia? Ma scherziamo? il più grande castigo per Sarah sarebbe stato quello di escluderla, di non farla più venire a casa».

Sabrina cosa dice?
«E cosa deve dire? E’ arrabbiata con il padre non capisce perché deve rimanere in galera. Se fosse colpevole starebbe più tranquilla. Come il padre che si è liberato la coscienza per Sarah facendola trovare e poi ha chiesto perdono alla figlia che ha accusato ingiustamente. I chili che sta perdendo in carcere mia figlia li sta prendendo mio marito».

Quale delle tante versioni di suo marito pensa che sia quella vera?

«Il racconto vero è quello della prima sera. Quando ha iniziato a parlare, conoscendo mio marito, ha detto tutta la verità. Lui non è tipo da dire mezza verità e mezza bugia».

E’ crollato?

«Si».

Aveva già provato a molestare Sarah?
«Io in casa non mi sono accorta mai di niente, non so se le cose che ha detto sono vere o se le ha dette per incolparsi di più».

Negli ultimi tempi suo marito era cambiato?

«Nei miei confronti era molto cambiato, si arrabbiava subito con me, mai con le figlie però».

Sarah si sarebbe potuta salvare?

«Forse. Se mi avessero detto dei soldi che gli regalava mio marito, cinque euro, lui che non dava mai un centesimo a nessuno. Mi sarei allarmata, mi sarei preoccupata e avrei fatto delle domande. Per tanti anni quando una persona non da mai un centesimo e poi fa regali dicendo di non dire niente...».

Le manca Sarah?
«Manca ed è come se non mancasse, come se non fosse morta. Forse perché non sono ancora andata al cimitero, perché non l’ho vista da morta, me la vedo in casa».

Si sente in colpa?

«Non so» (piange).

Torniamo a quello che hanno detto della vostra famiglia, che Michele veniva trattato male, che mangiava avanzi da solo.

«Michele da solo ha mangiato parecchie volte come del resto io. Quando non lavoravamo mangiavamo tutti insieme. Gli avanzi? Li abbiamo mangiati tutti, a volte cucinavamo di più in modo che restasse per il giorno dopo. Sono state dette tante calunnie».

A un certo punto hanno arrestato suo cognato e suo nipote.

«Altri innocenti in galera».

Come passa la sua giornata? E’ vero che non le danno più lavoro?

«Già c’è poco lavoro figurati se lo vengono a dare a me».

Cosa si augura?

«Della mia vita non mi importa, spero che Sabrina possa rifarsi una vita».

Lei non è mai andata sulla tomba di Sarah perché?

«Perché per me pensarla sotto terra è un dolore troppo forte. Vado e rimango in macchina. Quando verrà Sabrina andrò da Sarah con lei. Sarah è come se fosse sempre in casa, la vedo mentre passa veloce in corridoio in cucina, in camera di Sabrina. Io l’ho sognata due volte sempre dietro il cancello che suonava “Sono io zia, apri, apri”. Ci penso sempre soprattutto quando sono sola a casa sul divano. Sono libera ma è come se fossi in galera anche io».

Cosima a "Matrix", su Canale 5, aggiunge: ''Michele mi dice 'non so cosa mi sia successo, non so perchè…purtroppo se non ti capita non ci credi'. Io molte volte gli chiedo: 'Ma ti rendi conto?' E lui mi risponde: 'Se non ti capita, non ci credi': per esempio, il fatto che ha fatto passare tanti giorni, dice che non aveva il coraggio di consegnarsi, mentre dice che se fosse stata Sabrina i carabinieri li avrebbe chiamati quel giorno stesso, mentre per lui non ha avuto il coraggio. Molte volte voleva andare da un signore, un amico, una brava persona, però, mentre andava poi tornava indietro, non ce la faceva da andare a dire 'portami dai carabinieri che ho fatto tutto questo'''. ''Michele dice che si voleva far prendere, non aveva il coraggio di consegnarsi, però si voleva far prendere, anche quando diceva 'mi sento che Sarah la devo trovare io', aspettava che qualcuno andasse a dirgli 'ma perchè dici così ? Tu sai qualcosa?'… Mi ha detto che si voleva far prendere, portami dai carabinieri che ho fatto tutto questo'. Mio marito è una persona umile, indifesa e poi quando ho saputo il motivo per cui ha accusato Sabrina allora ho detto: non lo abbandonerò''. E sull'innocenza della figlia Sabrina: ''Per quale motivo Sabrina doveva uccidere Sarah? Come dicono, la gelosia? Ma Sarah sarebbe stata più castigata a non farla venire a casa. Ammazzarla non era niente. Il castigo più grande sarebbe stato non farla uscire con lei. Sui 'famosi' 5 euro che Michele dava a Sarah, Cosima racconta: ''E' qui che mi sto smacellando il cervello in questi mesi: forse si sarebbe potuta salvare proprio per quei 5 euro, se quando l'ha detto alla mamma, questa (Concetta, ndr) fosse venuta da me, o da Michele o da Sabrina a dire 'come mai ha dato questi soldi e ha detto di non dire niente'?. Perchè lui non ha mai dato soldi, mai''. Sulla nipote Sarah: ''Manca ed è come se non mancasse, è come se non fosse morta, non lo so, forse perchè non sono ancora andata al cimitero, non lo so. La bara l'ho vista, ma non l'ho vista nella bara. Al cimitero ci sono andata con mia sorella due o tre volte però non sono scesa, non sono entrata; eppure prima ci andavo due o tre volte alla settimana perchè ci sono mio padre e mia madre, però ora no, non ci sono ancora andata dentro. Sarah la vedo sempre bella, sorridente, camminare veloce in casa, che va in cucinino, che va nella stanza di Sabrina. Ho dei momenti di cedimento quando sono seduta e sono sola, quando non sto facendo niente: quelli sono i momenti in cui si pensa di più. E penso a Sarah e non riesco a credere che sia morta, anche se sono passati tanti mesi''. Cosima parla anche di ciò che è stato detto e scritto in questi mesi a proposito della sua vita familiare: ''E' stato detto mio marito dormiva sulla sdraio, che veniva maltrattato, che mangiava avanzi: non è vero. Da solo ha mangiato parecchie volte come anch'io ho mangiato parecchie volte da sola… quando non lavoravo mangiavamo assieme… quelle sono tutte calunnie che hanno detto. Gli avanzi? Li abbiamo mangiati tutti del giorno prima: se li mangia una sola persona sono avanzi, ma se li mangiano tutti non sono avanzi''. ''Ora sono tornata a lavorare in campagna e faccio il lavoro ai ferri, ma per molti mesi è come se fossi stata agli arresti domiciliari: con tutti i giornalisti fuori casa non potevo uscire. Oggi io spero solo per Sabrina, che quando uscirà possa lavorare; la mia vita ormai non è che mi importa tanto, per l'età che ho, Sabrina ha 35 anni in meno e ce ne vuole ancora''.

Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e mamma di Sabrina, un mese dopo aver aperto le porte di casa alla troupe di Quarto Grado per filmare la porta d’ingresso del garage, sempre il 23 marzo rompe ancora il silenzio e lo fa con Remo Croci sempre su "Quarto Grado". La donna, che anche il giorno prima ha visitato in carcere marito e figlia, ha le idee chiare: sul delitto della nipote Sarah. “Se gli investigatore fanno bene i conti degli orari di quel 26 agosto, capiranno bene che Sabrina non avrebbe mai potuto compiere l’omicidio”Lei si dice sempre più convinta dell’innocenza della figlia: “E’ in carcere ingiustamente perché l’ha accusata mio marito, ma lei non centra nulla. Quando i carabinieri sono giunti a casa per il sopralluogo nel garage, furono loro ad aprire la porta che era bloccata: c’erano attrezzi e recipienti di olio a terra si vedeva bene che la porta era chiusa da molto tempo”. Cosima aggiunge anche che, se qualcuno avesse gridato dal garage, chi era a casa non l’avrebbe potuto sentire e comunque aggiunge: “Avrebbero potuto fare le prove quando sono arrivati a fare i sopralluoghi e potevano verificare che dal garage all’abitazione non si sente nulla”. Nel salone vicino alla cucina Cosima ci mostra la posizione dove suo marito Michele abitualmente riposava: “Dormiva sempre il pomeriggio su questa sdraio e appoggiava i piedi su questa piccola seggiola”. Cosima conclude: “Ora non parlerò più finché mia figlia non tornerà libera”.

Ricordiamo che Cosima, più volte indicata come “custode dei segreti di famiglia“, non è mai stata indagata. Al momento, mentre le indagini proseguono, le uniche due persone accusate del delitto di Sarah Scazzi sono lo zio Michele e la figlia Sabrina.

Nonostante la promessa di non parlare più fino alla liberazione di Sabrina, Cosima rilascia l'ennesima intervista. «Qualcuno in famiglia deve essere forte. Se nessuno si vuole prendere le responsabilità, qualcuno se le deve prendere: a casa mia è successo che me le sono dovute prendere io». Inizia con queste parole l’intervista esclusiva di Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, accusato insieme con la figlia Sabrina dell'omicidio di Sarah Scazzi, a Massimo Giletti e trasmessa nel corso della puntata di 'Domenica In - L'Arena' su Rai1 il 3 aprile 2011. Cosima ha poi spiegato le ragioni del mutato rapporto con il marito: «C'è stato un pomeriggio che eravamo andati a lavorare nei campi, nel vigneto con il trattore, e gli ho detto di fare questo lavoro e lui subito si è arrabbiato: “qui ti stavo aspettando”, mi disse. Mi ha detto una parolaccia. Mi ha detto: “se continui a parlare ti tiro pure una pietra” e da quel momento lì mi sono sentita molto offesa. Io tutte le altre volte mi sono portata sempre indietro. Quella volta decisi di no. Era già accaduto ma quella volta mi sono rifiutata di piegarmi, ed è per questo che avevo iniziato a dormire sola. Anche lui si deve prendere le responsabilità quando sbaglia o quando non ha ragione, deve dire “ho sbagliato”, ma non è successo. Non l’ho mandato io - ha ribadito Cosima, riferendosi al fatto che Misseri non dormisse più con lei - per lui contava molto l’apparenza, l’essere buono e bravo fuori casa e anche con le figlie - ha proseguito Cosima, spiegando il carattere del marito - una volta ho litigato con mio marito per dire: è possibile che sempre io devo litigare con le figlie perché arrivano tardi o non rispondono al cellulare? Lui mi disse: se magari le rimprovero poi non mi vogliono più bene. Con le figlie è sempre stato un bravissimo padre, le ha sempre accontentate. Con me no, ha fatto sempre diciamo “il duro”, quando aveva qualcosa da dire me la diceva». E per spiegare per quale motivo avesse fatto rientrare il marito nel garage, il giorno del ritrovamento del cellulare di Sarah (gesto immortalato dalle tv ed eletto ad icona per personificarne il carattere), Cosima ha chiarito: «Quel gesto era gesto minimo di protezione. Sempre per proteggerlo. La mattina aveva fatto ritrovare il cellulare, la mattina l’hanno interrogato un’altra volta. Io sapendo che quando siamo andati dai carabinieri hanno detto: “quello che dite qui non deve uscire fuori”, mentre là c’era un casino di giornalisti e lui stava parlando. Gli ho detto “'Michè non parlare troppo”, allora siccome insistevano ho detto: “mettiti dentro che quando se ne vanno esci”. Era per non farlo parlare con i giornalisti, per non fare dire quello che aveva detto ai carabinieri», ha concluso Cosima. L’avvocato De Iaco, legale della moglie, ha chiarito: «Il gesto fu spiegato anche dalla figlia perché i carabinieri avevano sollecitato a non parlare con i carabinieri». In un periodo di disaccordo in cui l’armonia familiare era alterata da questi screzi tra coniugi iniziati con la minaccia della pietra, Michele Misseri, secondo quanto riferito dalla moglie, dormiva sulla sedia sdraio e non in camera da letto non per consuetudine, ma per questioni circostanziali di un piccolo arco temporale. Lo stesso avvocato della donna ha chiarito: «Ero a conoscenza di questo gesto. Io suggerivo di raccontare come era la vita familiare e la signora mi diceva che sono cose che succedono solo da noi e che se no sembrava che volesse accreditare la versione contro il marito. La signora Cosima ha rappresentato la caratteristica del marito e ha voluto spiegare perché il marito dormiva sulla sdraio». Poi sui rapporti con la sorella Concetta Cosima afferma: «A mia sorella Concetta non ho da chiedere scusa di niente. Perché lei pretende scuse per la verità, ma di quale verità parla? Mia figlia Sabrina è innocente, io sono convinta della sua innocenza, mentre per le colpe di mio marito lei mi aveva già abbracciato e perdonato. Non ho motivo di chiedere scusa a mia sorella, si è fatta plagiare da chi l’ha circonda. Noi volevamo bene a mia nipote, era una di famiglia, ancora non realizzo che sia morta tanto da non riuscire ad andare al cimitero, sapendo che non può essere lì..., mi fa male sapere che sia morta per responsabilità di un componente della mia famiglia, ma Sabrina è innocente, di questo ne sono sicura, e mia sorella non ha motivo di credere che ci sia una premeditazione da parte di qualcuno di noi, finanche, mia. Come faccio ad andare da mia sorella se ci ha presi tutti per colpevoli. Anche per rispetto. Secondo me si sta facendo plagiare adesso. Se fosse stata veramente Sabrina non l’avrei coperta. Prima se n’è andata Sarah, poi mio marito, poi Sabrina, poi mia sorella. Si sono persi in troppi». Alla domanda “Chi ha fatto fuori l’avvocato Galoppa”, Mimina risponde con un disarmante: «Bohhhh, chiedetelo a Michele, lui guarda la tv a poi decide tutto da solo, sicuramente non è stata Valentina, che non vedeva il padre da dicembre, mentre l’avvocato è stato ricusato a febbraio, a noi andava bene, l’ho chiesto a mio marito, ma ormai fa tutto da solo». 

6 aprile. L’esame del DNA. Dopo quasi 6 mesi e mezzo da quel 29 settembre 2010, data del ritrovamento del telefonino, è stato disposto dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dal sostituto, Mariano Buccoliero. Gli inquirenti hanno ritenuto necessario prelevare campioni salivari per estrarre da essi tracce del Dna delle persone, al fine di compararlo con quello trovato su mezzi e attrezzi sequestrati nel garage di casa Misseri, e sul telefonino di Sarah Scazzi. Secondo indiscrezioni, i carabinieri del Ris avrebbero isolato un Dna completo e tracce con Dna parziali, ma le notizie non sono state confermate agli avvocati delle persone sottoposte all'esame, che hanno accompagnato i rispettivi clienti nella caserma di Avetrana. L’inchiesta doveva essere alle battute finali. E invece ha ripreso vigore con l'esame del Dna a cui sono stati sottoposti famigliari e amici di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto 2010. Sarah il 4 aprile avrebbe compiuto 16 anni. Nella caserma di Avetrana sono stati convocati Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e madre di Sabrina, entrambi in carcere per l'omicidio; Carmine Misseri, fratello di Michele, e Cosimo Cosma, suo nipote; Ivano Russo, l’amico di cui Sarah e la cugina Sabrina si erano invaghite e per il quale avrebbero litigato, e altri familiari. Ha sorpreso proprio la presenza di Ivano Russo, che era finito sulla lista dei sospettati in un primo momento ed era, per così dire, uscito di scena dopo la confessione di Michele Misseri. Gli inquirenti hanno individuato il movente del delitto nella gelosia che Sabrina Misseri nutriva, o meglio avrebbe nutrito, nei confronti di Sarah Scazzi, che negli ultimi tempi si era avvicinata ad Ivano fino ad oscurare la cugina del cuore. Ha rifiutato di sottoporsi al tampone salivare Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, in quanto non era stata data alcuna comunicazione al suo difensore, avv. Raffaele Missere, e nell’invito a comparire era indicata semplicemente la convocazione nella caserma di Avetrana “per questioni di giustizia”. Carmine Misseri e "Mimino" Cosma sono stati arrestati per concorso in soppressione di cadavere e poi scarcerati per disposizione del tribunale del riesame. I tamponi saranno confrontati con alcune tracce biologiche trovate su attrezzi sequestrati nel garage della famiglia Misseri e nei pressi della cisterna dove fu gettato il cadavere della ragazzina, oltre alle tracce trovate sul telefonino. «Sono turbato per il processo mediatico che si sta attuando in questo momento. Io non sono indagato, io sono un testimone». Lo ha detto alla 'Vita in diretta' su Rai 1 del 8 aprile 2011 Ivano Russo, amico della quindicenne Sarah Scazzi, uccisa il 26 agosto ad Avetrana (Taranto), e di sua cugina Sabrina, in carcere perché accusata, insieme con il padre, Michele Misseri, dell’omicidio della ragazzina. Ivano si è sottoposto spontaneamente alla prova del Dna, così come richiesto dagli investigatori, che stanno compiendo accertamenti sul cellulare di Sarah. “Pensi che ci siano tracce del tuo Dna sul cellulare?”, gli è stato chiesto. «Non lo so - ha risposto- Penso che magari manipolandolo qualche giorno prima, allora ci possa essere. Sono sicuro - ha anche detto Ivano - che non sarò mai indagato perchè non sono stato io». Cosa ti ha fatto più male in questi sette mesi, a parte ovviamente la morte di Sarah? «Se avessi capito prima che c’era gelosia, se è stata Sabrina, forse avrei potuto fare qualcosa. Non mi sento responsabile dell’uccisione di Sarah - ha detto Ivano - ma moralmente ti abbatte tanto perché, se mi fossi accorto di qualcosa avrei potuto aiutare Sarah, ma anche Sabrina. L'altra cosa che ha fatto più male in questi mesi è che si insinuano cose che fanno star male. La mia vita - ha detto Ivano - è cambiata tanto. C'è pressione mediatica, la gente mi riconosce. In questo periodo mi guardano con sospetto. Io ci sto male, io non sono indagato. I dubbi sono nati perchè sta lì, il padre l’ha accusata e io cerco di allontanarmi un attimino per capire. Se è realmente colpevole della scomparsa di Sarah, ha tradito anche me. Io spero che non sia stata lei e che ne esca pulita» Perché - gli è stato anche chiesto nel corso della trasmissione - non hai cercato Sarah sul suo cellulare nelle ore successive alla sua scomparsa? «Che si era intensificato il rapporto telefonico con Sabrina testimonia il fatto che io, proprio per informarmi del fatto di Sarah, andavo a telefonare a Sabrina, che era quella più vicina alla cugina quindi cercavo di tenermi informato tramite Sabrina e sapevo che il cellulare di Sarah era spento», ha risposto Ivano. «Ognuno - ha aggiunto il giovane - ha il suo carattere. Reagisce in maniera diversa. Io ho pensato di comportarmi così perchè trovavo inutile andare a chiamare Sarah. Con Sabrina c'era un’amicizia, però negli ultimi tempi ho capito che non bastava e io ho cercato di allontanarla». Ti eri accorto che Sarah era innamorata di te? - gli è stato anche chiesto. «Sarah - ha raccontato il giovane - è sempre stata una ragazza timida e vedendo questa differenza di età non mi mostrava questo». «Rispetto ai prelievi effettuati non ci è stata fornita alcuna spiegazione - ha spiegato l'avvocato De Iaco - non sappiamo a cosa serva il Dna delle persone convocate, né dove siano state trovate le tracce da comparare». E se Cosimo Cosma, nipote di Michele, ha rifiutato di sottoporsi all’esame ritenendo che la convocazione avrebbe dovuto essere notificata anche al suo legale Raffaele Missere, Cosima Serrano (che pure ha una posizione diversa non essendo indagata) non ha avuto alcun tentennamento. «La mia cliente rispetta totalmente la richiesta della Procura - ha spiegato il suo legale – perché non ha nulla da nascondere e perché ritiene che ogni ulteriore indagine sia utile per accertare la verità, ovvero la non colpevolezza della figlia Sabrina. Inoltre a “La Repubblica” Cosima Serrano racconta di non aver mai disfatto la valigia. Quella che aveva preparato, pronta nel caso in cui dovessero portarla in carcere. "Hanno preso tutti, non vedo perché non potrebbero prendere me".

8 maggio. Il presunto testimone. Il mistero di Avetrana si è arricchito di un nuovo personaggio. Un supertestimone che avrebbe avvalorato l’ipotesi della Procura che Sarah Scazzi sia stata uccisa in casa. L’uomo sarebbe un fioraio del paese, ma ha rifiutato di confermare la testimonianza davanti ai giudici. A svelare la presunta identità del testimone è stata la tv pugliese “Telenorba”. L’inviato Francesco Persiani, che indicava Giovanni Buccolieri come il testimone, nel procedere all’intervista all’interno del suo locale commerciale, è stato cacciato dallo stesso fioraio in malo modo.

Il fioraio avrebbe visto Sarah che cercava di scappare dalla casa degli zii, ma invano perché trattenuta da qualcuno dentro l’appartamento. Secondo le indiscrezioni l’uomo avrebbe raccontato questa versione per la prima volta a una sua commessa, prima di decidere di collaborare con le autorità. Decisione che ha ritrattato. Da Telenorba si apprende: “A lei avrebbe raccontato che il pomeriggio dell’omicidio, intorno alle 14:00, avrebbe visto Sara uscire dalla villa dei Misseri, agitata o addirittura gridando, e che qualcuno della famiglia dello zio Michele l’avrebbe inseguita e riportata in casa con la forza. Il racconto di Buccolieri coincide, a quanto pare, con i riscontri tecnici e scientifici dei carabinieri, che anticiperebbero l’ora dell’omicidio di circa 30 minuti e sposterebbero il luogo dal garage all’abitazione.”

Anche in quest’occasione giornalisti di dubbia deontologia e preparazione si sono sbizzarriti a dare patenti di moralità al paese. E ciò non avviene, come già avvenuto sulle reti nazionali in virtù di pregiudizio o ignoranza, ma addirittura anche su un quotidiano tarantino. Annalisa Latartara (Corrieredelgiorno.com, 6 maggio 2011 20:30. Titolo: caso Scazzi, un uomo accusato di false dichiarazioni al pm. Indagato un testimone chiave): «Sicuramente in questa storia non è l’unico ad aver assunto un atteggiamento reticente considerando l’omertà diffusa ad Avetrana e anche i tentativi di depistare le indagini sull’assassinio della povera Sarah Scazzi.» Tutto ciò è scritto su un quotidiano che, guarda caso proprio in tema di omertà e censura, mai ha pubblicato le notizie riguardanti l’Associazione Contro Tutte le Mafie che denunciava casi di malagiustizia ed illegalità.

Organi di stampa cartacei e televisivi della città di Taranto che in tema di omertà e censura sono maestri. Hanno ben taciuto la notizia che il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio nazionale antimafia e d’informazione e d’inchiesta, con sede legale proprio in Avetrana, nell’inerzia della politica e dell’associazionismo locale, ha prodotto un film documentario su quella città per stabilire una verità storica sull’immagine del territorio, così distorta dai media con un marchio negativo indelebile. Il Trailer è pubblicato sulla pagina di Avetrana di Tele Web Italia. Il documentario è essenziale per far conoscere il paese per quello che è. Questo perché in Italia ogni volta che si pronuncia il nome di Avetrana, inevitabilmente scatta il commento: «ahh, il paesino omertoso dove hanno ucciso Sarah Scazzi !!!».

Molto meglio si sono comportati i giornali Manduria Oggi e la Voce di Manduria.

Per questo bisogna discernere i fatti: supertestimone reticente, come sostiene la procura, o vittima di un terribile equivoco come si sforza di far credere lui? A otto mesi dall’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa e gettata in un pozzo nelle campagne di Avetrana dove viveva con la madre, ecco un altro giallo. Quello di un fioraio che il pomeriggio dell’uccisione della ragazza avrebbe visto l’assassino che la inseguiva. “Era solo un sogno, un brutto sogno”, ha ripetuto l’uomo agli inquirenti che lo hanno interrogato non credendogli. “L’effetto della suggestione di quei giorni in cui televisioni e giornali non parlavano d’altro”, insiste ancora oggi il commerciante. Un racconto troppo ricco di particolari per essere frutto della fantasia onirica, sostengono invece i due magistrati, Pietro Argentino e Mariano Buccoliero che sono convinti della malafede del testimone. Lui ora non intende più ricordare quel sogno che lo avrebbe turbato, non vuole più parlarne soprattutto con i giornalisti ai quali concede solo poche battute. “Magari i sogni servissero a risolvere il caso”, si lascia sfuggire con un sospiro mentre sposta i vasi da uno scaffale all’altro del negozio gestito con la moglie. “Sfortunatamente per me ogni giovedì pomeriggio vado a Leverano per caricare la merce”, dice il fioraio a Nazareno Dinoi, direttore della Voce di Manduria e inviato del Corriere del Mezzogiorno, ricordando quel giovedì del 26 agosto quando Sarah fu uccisa. Quel viaggio nella città dei vivai fu reale, “il resto è stato tutto un sogno”, ribadisce l’uomo rimettendo i vasetti al posto di prima. Percorreva via Kennedy in direzione mare quando da un incrocio che s’interseca con Via Grazia Deledda ha visto Sarah fuggire da qualcuno o più di uno che la inseguiva. Un sogno di quelli che sembrano veri che confida alla moglie, poi a qualche parente e così, di bocca in bocca, l’indiscrezione è arrivata ai carabinieri che hanno voluto sentire con le proprie orecchie. Questa, almeno, è la sua versione perché un’altra lo vuole prima collaborante ma poi, al momento della conferma, l’improvvisa retromarcia con la storia del sogno equivocato. “Se avessi visto qualcosa l’avrei detta da subito”, commenta il fioraio chiedendo di essere lasciato in pace. E’ visibilmente scosso per quel sogno che lo ha sconvolto “ed ha sconvolto anche i magistrati”, conclude a bassa voce quasi a nascondere le parole.

La stampa riporta che il fioraio non abbia comunque firmato il verbale della sua testimonianza e che sia stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza. Il suo legale è l’avvocato Giovanni Scarciglia di Avetrana.

Per ora l’avvocato del testimone, Giovanni Scarciglia in attesa di un eventuale nuovo interrogatorio del suo assistito si trincera dietro il segreto istruttorio e spiega solo che il suo assistito «si sente fiducioso nella giustizia perché prima o dopo le verità vengono a galla».

A riguardo c’è anche l’intervento di Tonio Tondo sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 12 maggio 2011. “Giovanni Buccoliero, 42 anni, fioraio di Avetrana, arriva puntuale, alle 16.15, al negozio di via Kennedy. «La mente mi ha ingannato» dice con un filo di voce. Per un attimo trema Buccoliero. «Siamo persone semplici e timide, è una sorpresa trovarsi sotto i riflettori, è la prima volta e non sappiamo come comportarci con voi giornalisti» aggiunge la moglie Giuseppina.

«Sarah l’ho vista in sogno a ottobre, subito dopo il ritrovamento del corpo nel pozzo», rivela il fioraio. La scena o la visione, riferita al primo pomeriggio del 26 agosto, giorno della scomparsa di Sarah, è nitida e annunciatrice di altre sorprese: Sarah che tenta di uscire, anzi di scappare, dalla casa dei Misseri in via Deledda, e una persona che la blocca per riportarla dentro. Questa ipotesi, se trovasse riscontro, porterebbe alla quadratura del cerchio che la procura sta cercando da mesi: la scena del delitto collocata nella abitazione e non nel garage come ha detto Michele Misseri nella prima rivelazione per allontanare i sospetti dalla figlia Sabrina, anche lei in carcere come il padre, e dalla moglie Cosima che ha sempre negato coinvolgimenti nell’omicidio.

Buccoliero è considerato in paese una brava persona. «Tutto lavoro e famiglia» dicono i vicini. Il “Girasole”, in effetti, è un bel negozio e Buccoliero, che vende fiori a metà Avetrana, ha inventato anche il servizio a domicilio: composizioni di ogni tipo e grandezza, piante, bouquet per spose e prime comunioni, centro tavola, consegne in occasioni di compleanni e anniversari. Giovanni si muove in continuazione, sempre puntuale e preciso negli incontri con i clienti: conosce ogni buco e ogni famiglia della cittadina. Facile trovarlo in una strada periferica o in un vico del centro storico. E’ così tutto l’anno, escluso una settimana d’estate quando marito e moglie partono per una vacanza low cost nelle Americhe o in Europa, in base alle offerte via internet. Un uomo affidabile e attendibile. Che Giovanni, quindi, abbia potuto vedere la scena di Sarah sul pianerottolo della villetta dei Miseri, alle 14.30 del 26 agosto, non meraviglierebbe nessuno ad Avetrana. Che tutto questo l’abbia sognato in una visione notturna è un’altra storia che pochi tra i suoi compaesani ritengono plausibile. «Eppure è andata proprio così - sottolinea il fioraio -. E così l’ho raccontata a mia moglie per prima, poi a un amico e alla commessa».

Qui nascono i primi misteri. La commessa, Vanessa, che da due mesi è in Germania con il marito, secondo la famiglia Buccoliero, avrebbe raccontato la storia ai suoi genitori. Vanessa è figlia di Anna Pisanò, la cliente di Sabrina, aspirante estetista, che la mattina del 26 agosto era nella casa dei Misseri e notò la profonda tristezza di Sarah. Ora Anna Pisanò nega con decisione che la figlia abbia raccontato in famiglia la storia del fioraio alle prese con i sogni. «Se ce l’avesse detto l’avremmo portata subito dai carabinieri. Vanessa non ci ha riferito nulla ed è veramente strano che dai Buccoliero vengano queste notizie. Noi stimiamo Giovanni e la moglie, ma questo non significa accettare tutto quello che dicono. E se fosse stato l’amico a parlare? Oppure l’altra commessa che va al negozio quando c’è molto lavoro?». Anna e suo marito fanno parte della congregazione dei Testimoni di Geova, come Concetta, la mamma di Sarah. Avetrana assiste a queste storie con incredulità. Che realtà e visioni facciano ormai parte di una fantasmagoria martellante, fino ad incarnarsi nella vita collettiva e a scuoterla, tanto da confondersi l’una con l’altra, potrebbe essere possibile. Sarah però fa parte della comunità concreta e palpitante. Non è una semplice memoria nè oggetto di sogni inconcludenti. Ad Avetrana si vota. Veleni e schizzi di fango sono inevitabili. Qualche sera fa Giacomo Scazzi, papà di Sarah si è presentato dal candidato del centrosinistra, Conte: «Ci hanno riferito che in caso di vittoria sposterete la tomba di Sarah». Pronta e dura la smentita. Le tragedie non si digeriscono, il loro compito è di unire le comunità. Ma Sarah chiede la verità perché tragedia e verità vanno insieme. Non vuole sogni, ma parole del cuore.” 

Versione del sogno che il fioraio ha confermato il 12 maggio ai microfoni di Pomeriggio 5 a Barbara D’Urso. A riguardare il testimone ci sarebbe, secondo il Corriere del Mezzogiorno del 12 maggio, anche un’intercettazione telefonica in cui la madre della commessa del suo negozio, a cui per prima aveva raccontato il presunto sogno, lo esortava a dire quello che aveva visto anche ai magistrati. Cosa che poi ella stessa smentisce.

Sempre su La Voce di Manduria del 14 maggio, a firma di Nazareno Dinoi, i fatti indicati si integrano di ulteriori indiscrezioni fatte trapelare chissà come e chissà da chi. Nel sogno che avrebbe fatto il fioraio Giovanni Buccolieri, è Cosima Serrano, moglie e mamma di Michele e Sabrina Misseri, entrambi in carcere con l’accusa di omicidio volontario, a prendere per i capelli la nipote Sarah Scazzi e trascinarla in macchina, sequestrandola, per portarla a casa in via Deledda da dove la ragazza tentava di fuggire. Nella macchina con Cosima ci sarebbe stata anche un’altra donna, probabilmente Sabrina. Che si sia trattato di un sogno, però, non ne sono convinti i magistrati che indagano l’uomo per falsa testimonianza e reticenza. D’altra parte lo stesso fioraio ad ottobre, subito dopo il ritrovamento del corpo di Sarah in fondo al pozzo in contrada Mosca, aveva raccontato questa scena ad una sua ex commessa come se fosse realmente accaduta. La stessa cosa Buccolieri aveva confermato e sottoscritto ai magistrati che, avendolo saputo da terze persone, lo avevano convocato ad aprile 2011 in procura. Salvo ripresentarsi nello stesso ufficio due giorni dopo dicendo di non essere più sicuro di aver vissuto realmente quelle scene che potevano essere «frutto di un sogno perchè fortemente suggestionato dai racconti delle televisioni e dai giornali».

Questa è la trascrizione dell’incredibile sogno fatto da Giovanni Buccolieri, il fioraio di Avetrana indagato per false dichiarazioni al giudice che a metà di aprile 2011 aveva raccontato l’episodio ai magistrati per poi ritrattarlo tutto dicendo che si trattava di un sogno e non di realtà. Dopo il lungo racconto del testimone, le considerazioni del giudice Martino Rosati.

IL “SOGNO DEL FIORAIO” (Interrogatorio davanti ai pubblici ministeri)

«(… ) Dopo aver finito il pranzo ho salutato mia moglie ed i bambini e sono andato via. Sono quindi sceso dalla scala che direttamente mi porta all’esterno dell’abitazione; potevano essere circa le 13:20. (… ) Sono entrato quindi nel mio furgone ed ho percorso diverse vie di Avetrana sino a raggiungere il luogo dove effettuare lo consegna commissionatami. Ricordo di avere percorso via Verdi (…). Ricordo di avere quindi svoltato in via Umberto I. Nella circostanza, al momento della svolta, ovviamente ho dovuto rallentare all’incrocio con via Umberto I, quasi a passo d’uomo. In quel momento in via Umberto I, a circa 3-4 metri dall’incrocio, ho visto l’autovettura “Opel Astra SW”, di colore azzurro-grigio, vicino alla quale si trovava Cosima Serrano, che si rivolgeva alla nipote Sarah Scazzi, dicendole con tono minaccioso: “mo’ ha ‘nchianà’ intra la machina”,  facendo al suo indirizzo un gesto altrettanto perentorio con il braccio e con l’indice della mano rivolto all’indirizzo di Sarah. Ricordo che Sarah, che conoscevo di vista, era molto turbata e con lo testa chinata. Ricordo anche non solo che Cosima era all’esterno dell’auto, che intimava a Sarah quello che ho già detto, ma anche che lo sportello posteriore destro dell’auto di Cosima Serrano era aperto.

DOMANDA DEGLI INQUIRENTI: I finestrini del suo furgone come li aveva? Erano aperti o chiusi?

RISPOSTA: il finestrino lato guida era sicuramente aperto. Non ricordo se l’altro fosse anche aperto. Voglio precisare che il mio mezzo non è fornito di aria condizionata.

DOMANDA: Di che colore è il suo furgone?

RISPOSTA: il mio furgone è di colore bianco.

DOMANDA: Quale era lo posizione di Sarah sulla strada?

RISPOSTA: Sarah si trovava sul marciapiede destro di via Umberto I, dal lato dell’abitazione della sig.ra Emma Serrano (sorella di Cosima), con direzione via Martiri d’Ungheria, con le spalle quasi appoggiate al muro delle abitazioni.

DOMANDA: Qual era la posizione della sig.ra Cosima Serrano?

RISPOSTA: Cosima Serrano, come ho già detto, si trovava vicino alla sua macchina, non sul marciapiede, ma sulla strada.

DOMANDA: Lei già conosceva l’autovettura di Cosima Serrano?

RISPOSTA: La macchina era quella di Cosima Serrano perché la conoscevo. Voglio precisare che ho notato che nella parte posteriore dell’auto vi era verosimilmente il copri-vano bagagli leggermente sollevato. Preciso, altresì, di avere notato all’interno dell’auto di Cosima, nella parte posteriore, una sagoma che si abbassava. Mentre superavo lo macchina di Cosima ho notato che Cosima era ancora all’esterno dell’autovettura e Sarah che, invece, stava entrando dentro attraverso lo sportello posteriore destro. Ho quindi proseguito per la mia strada recandomi a Leverano.

DOMANDA: Può chiarire meglio le caratteristiche della sagoma di cui ha parlato sopra?

RISPOSTA: Posso dire che la sagoma che ho notato apparteneva ad una persona di sesso femminile e di robusta costituzione.

DOMANDA: Perché lei dice di sesso femminile?

RISPOSTA: Dico di sesso femminile perché ho notato i capelli che erano più lunghi di quelli che porta un uomo e soprattutto erano legati e raccolti all’indietro e di colore scuro.

DOMANDA: Ricorda l’abbigliamento di Cosima Serrano?

RISPOSTA: Ricordo che Cosima era vestita di scuro. Ricordo che quando le sono passato accanto con il furgoncino ho incrociato il suo sguardo ed ho notato che lo stessa ha avuto un sussulto di sorpresa spalancando repentinamente gli occhi. (…)

DOMANDA: Dopo aver assistito a tale episodio che cosa ha fatto?

RISPOSTA: Ho proseguito per Leverano, giungendovi circa un’ora prima dell’apertura del mercato floreale, anche se sull’orario non posso essere preciso. Di solito i tempi di percorrenza sono da 20 a 25 minuti. (…)

DOMANDA: Dell’episodio a cui ha assistito, ne ha parlato con altre persone?

RISPOSTA: Ricordo che di questi fatti ne ho parlato con mia moglie, con una mia ex operaia, di nome Vanessa Cerra.

DOMANDA: Quando ha riferito di questo episodio a sua moglie e alla sig.ra Cerra Vanessa?

RISPOSTA: Ricordo di avere parlato di questi fatti a mia moglie ed alla mia operaia Cerra Vanessa dopo il ritrovamento del corpo della piccola Sarah. Tale ritrovamento mi ha fatto pensare sui fatti a cui avevo assistito ed ai quali fino ad allora non avevo dato una grossa importanza, atteso che tutti pensavamo, come anche si diceva in TV, che Sarah era stata rapita per strada. Successivamente, dopo aver appreso dalla televisione che Michele Misseri aveva fatto ritrovare il cadavere di Sarah, ho iniziato a pensare a quello cui avevo assistito tanto che ho sentito la necessità di parlarne con mia moglie e con lo mia operaia Vanessa, con la quale avevo instaurato un ottimo rapporto di amicizia e con la quale mi confidavo.

DOMANDA: Dello stesso episodio ne ha parlato con qualcun altro? E se sì, quando?

RISPOSTA: Ho riferito tali circostanze anche al mio amico Galasso Michele. A questi avevo detto però, raccontando i fatti, che non ero certo che si fosse trattato di un fatto reale o di un sogno. Tale racconto è avvenuto sempre dopo il ritrovamento del cadavere di Sarah e dopo averne parlato con mia moglie e lo mia operaia Vanessa. Intendo precisare che, quando ho saputo del ritrovamento del cadavere di Sarah, ho anche fatto mente locale alle dichiarazioni rese dai due fidanzatini, avendole sentite in TV, che all’epoca raccontavano di aver visto Sarah intorno alle 14:25 - 14:30; ho quindi compreso che l’orario che indicavano era assolutamente incompatibile con i fatti a cui avevo assistito e che certamente gli stessi avevano visto Sarah molto prima.

DOMANDA: Perché lei è certo che i fatti si riferivano al 26.08.2010?

RISPOSTA: Sono certo che i fatti a cui ho assistito si riferivano al 26 agosto 2010 perché li ho chiaramente associati al giorno della scomparsa di Sarah.

DOMANDA: Quando ha raccontato l’episodio alla Cerra, quest’ultima quale reazione ha avuto?

RISPOSTA: Quando ho raccontato i fatti a Cerra Vanessa, la stessa mi esortava a raccontarli ai Carabinieri. Io le dissi che non mi sentivo di fare questo per evitare che le mie dichiarazioni, in quel momento delle indagini, potessero creare più confusione che chiarezza, anche se dentro di me avevo il dubbio se andare dagli investigatori o meno. Ogni notte pensavo ai fatti ed ero macerato dal dubbio se potesse essere utile che io riferissi i fatti ai Carabinieri. (…) Ricordo che, dopo che Cerra Vanessa era stata ascoltata dall’Autorità Giudiziaria, verso lo fine di ottobre, ebbi un colloquio con la stessa che mi raccontava quello che le avevano chiesto gli inquirenti, che stavano ascoltando tutti i residenti di via Grazia Deledda, nella circostanza, mi esortò nuovamente a raccontare quello a cui avevo assistito ai Carabinieri. Io le dissi, come le avevo già ribadito, che avevo paura che le mie dichiarazioni potessero pregiudicare le indagini in corso e che comunque avrei deciso successivamente se recarmi o meno dagli inquirenti. (…)

DOMANDA: Ci indichi con precisione che cosa ha riferito a sua moglie? E quando?

RISPOSTA: Dei fatti che ho raccontato a voi e sopra meglio descritti ho riferito a mia moglie solo il momento in cui avevo visto Cosima gesticolare verso Sarah e dirle perentoriamente: “mo’ ha ‘nchianà’ intra la machina”. Anche a mia moglie, forse per tranquillizzarla le ho detto che non ero certo se i fatti raccontati erano il ricordo di un sogno oppure la realtà.

DOMANDA: Quando ha raccontato i fatti su descritti a Vanessa e a sua moglie, erano entrambe presenti, ovvero il racconto è stato fatto in tempi diversi?

RISPOSTA: Non ricordo se quando ho raccontato i fatti fossero entrambe presenti oppure ciò è avvenuto in tempi diversi. Posso dire che in qualche occasione in cui abbiamo parlato di tali fatti stavano insieme. Posso dire che dell’argomento ne abbiamo parlato in più occasioni.

DOMANDA: Lei è proprio certo di aver raccontato di detto episodio alla Cerra dopo il ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi oppure ciò è avvenuto verso lo fine di settembre del 2010 e cioè, prima del ritrovamento del cadavere di Sarah?

RISPOSTA: Non posso escludere che io abbia riferito i fatti alla Cerra anche prima del ritrovamento del cadavere di Sarah. In merito non posso essere più preciso. lo ricordo, come già detto, di aver parlato dei fatti dopo il ritrovamento del cadavere. Evento questo che mi aveva portato a meglio riflettere su quello che avevo visto e che sopra vi ho detto.

DOMANDA: Invitandola a ritornare con la memoria al momento in cui ha notato Sarah Scazzi e Cosima Serrano, può dire se lo ragazza, quando è stata da lei notata, era ferma oppure correva?

RISPOSTA: Quando ho visto lo ragazza, la stessa era ferma. (…)

Ecco cosa scrive in proposito il gip Martino Rosati nell’ordinanza di arresto di Cosima Serrano e la figlia Sabrina Misseri:

«E’ un’allegazione, questa del sogno, offensiva per l’intelligenza degli inquirenti, ma, prim’ancora, per la memoria della piccola Sarah e per il dolore dei suoi più stretti congiunti. Le alternative, invece, alla luce di quella verbalizzazione, possono essere soltanto tre: o che i magistrati abbiano verbalizzato in maniera infedele; o che Buccolieri abbia detto il vero; ovvero che egli abbia affermato, in tutto od in parte, il falso. Escludendo la prima, sempre per rispetto alle persone offese ma anche alla dignità degli indagati, rimane da scegliere tra le altre due.

Ebbene, l’allegazione dell’evidente pretesto del sogno, se valutata insieme al lungo tempo durante il quale Buccolieri ha evitato di parlare con gli inquirenti ed all’assenza di altri elementi di riscontro obiettivi alle sue parole, non può che minare dall’interno la credibilità di tale racconto, rendendolo fragile e necessario di robusti sostegni esterni.

Fin quando questi non ci sono, ed in attesa che le indagini sul punto facciano il loro corso, esso non è sufficiente a fondarvi una valutazione di gravità indiziaria.»

A tal fine si allunga la lista delle persone iscritte nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla morte della quindicenne Sarah Scazzi. Gli ultimi in ordine di tempo sono Antonio Colazzo e Anna Scredo, cognati del fioraio Giovanni Buccolieri, l'uomo che avrebbe raccontato di un presunto tentativo di sequestra da parte di Cosima Serrano nei confronti della nipote e che poi ha ritrattato dicendo di aver sognato tutto.

Per l'episodio Buccolieri è indagato per false dichiarazioni, mentre i suoi parenti sono accusati di favoreggiamento personale. Infatti, i due si sarebbero accordati sulle risposte da dare ai pm durante le audizioni come persone informate sui fatti.

Il 20 maggio 2011 i coniugi, Anna Scredo e Antonio Colazzo, cognati del fioraio Giovanni Buccolieri, si recavano a Taranto per essere interrogati. Una cimice montata sulla loro auto intercettava una conversazione. I due che sanno il motivo della convocazione, concordano ciò che dovranno dire ai magistrati.

Anna istruisce il marito Antonio: «Dico: "è stato sempre una persona corretta, non ha mai… anche da fidanzato... nemmeno ... hai capito? ...Tu non sai niente, non hai mai sentito niente prima». Antonio: «Che ne so». Anna insiste: «...soltanto parole, dì "io tramite mia moglie, ho saputo che lo hanno portato un giorno in caserma" ...solamente questo ...poi sempre tramite mia moglie, mi ha detto che era per un sogno". Poi se dicono "mi puoi raccontare i particolari del sogno?", tu dici (incomprensibile) anche perché non mi sono più visto con lui". Capito?». Antonio: «Io, i particolari non li so perché ho dato sempre per scontato che è un sogno». Anna: «Che è un sogno: "non è che pensiamo che può essere la realtà ...poi si sa ho detto che Antonio (incomprensibile) non si ricorda, non è che .., capito?».  L’accusa per Buccolieri e cognati è sostenuta in base a quanto dichiarato da Donato Massari, il 42enne di Avetrana padre di un’amica di Sarah, che quel 26 agosto si è imbattuto nella Opel Astra station wagon condotta da Cosima Serrano. «Ho visto con certezza il 26 agosto, tra le 14 e le 14.20, l’auto di Cosima Serrano in via Michelangelo Buonarroti, quasi all’incrocio con la via per il Mare. L’auto - mette a verbale l’uomo - percorreva la strada ad alta velocità, quasi rischiando di provocare un incidente stradale». Secondo gli inquirenti, e soprattutto stando alla ricostruzione del fioraio, Cosima e Sabrina inseguivano Sarah che probabilmente era scappata dall’abitazione degli zii, per essere raggiunta ad alcune centinaia di metri di distanza dove Cosima avrebbe costretto la nipote a salire sull’auto. Pochi giorni dopo, per ben due volte, Cosima e Sabrina si presentarono a casa Massari per chiedere informazioni sul furgone blu visto dall’operaio quel giorno e sulle sembianze del conducente del mezzo. 

Naturalmente al paradosso non c’è limite. Enrico Risso, medico legale genovese e consulente della difesa di Sabrina Misseri, da quanto riportato dal Secolo XIX sempre del 14 maggio, è stato arrestato dopo una notte brava tra alcol e prostitute e dopo avere reagito in maniera violenta contro la polizia. Risso è stato fermato a Sestri Ponente all’ingresso della Fincantieri, dopo che in via Sampierdarena una giovane cittadina romena aveva segnalato a una pattuglia della polizia di essere stata malmenata «da un uomo sulla quarantina», poi fuggito su un’auto. Di fronte ai poliziotti, come detto, Risso ha reagito, opponendo resistenza. Non solo: l’etilometro ha dimostrato che nel suo sangue circolava troppo alcol, dunque per lui è scattata un’altra denuncia.

17 maggio. La Cassazione sulla carcerazione di Sabrina Misseri bacchetta i giudici di Taranto: "Michele Misseri inattendibile, caso da riesaminare".

Queste in sintesi le motivazioni con cui è stata annullata una delle ordinanze di carcerazione della figlia Sabrina. La Suprema Corte, che non sostiene l'estraneità della ragazza all'omicidio, bacchetta i giudici che non hanno verificato le dichiarazioni e i comportamenti del contadino e approfondito tre aspetti: le dichiarazioni della sua amica Pisanò, la retrodatazione dell'orario del delitto e il movente delle gelosia. Le sette differenti versione fornite da Michele Misseri in relazione all'omicidio della nipote quindicenne, Sarah Scazzi, sono "tra di loro incompatibili e sovente contrapposte" e ciascuna "porta con sé una totale o parziale, ma sempre significativa, quota di ritrattazione e, con essa, un grave segnale di inattendibilità". Questo uno dei passaggi delle motivazioni, depositate in base alle quali  la Cassazione ha annullato con un rinvio una delle ordinanze di carcerazione di Sabrina Misseri, ordinando al Tribunale del Riesame di Taranto di rivalutare tutto il materiale indiziario e di rispondere a tutte le obiezioni della difesa di Sabrina. La prima sezione penale, pur ricordando che questa decisione non comporta "la rimessione in libertà" di Sabrina, ha disposto infatti un nuovo esame in quanto l'ordinanza del 18 gennaio 2011 ha adottato "la scelta dell'opzione interpretativa sfavorevole all'indagata" senza prendere in alcuna considerazione la "possibilità di letture divergenti e di adeguate risposte alle obiezioni difensive". La Cassazione, nell'accogliere il secondo ricorso presentato da Coppi (il primo presentato da Russo e Velletri è, invece, stato dichiarato inammissibile) dice che non siamo "in presenza di una chiamata in correità che rimane ferma nel suo nucleo essenziale (abbiamo commesso l'omicidio insieme e in questo modo), arricchendosi di dettagli su aspetti collaterali. Si tratta invece di versioni tra di loro incompatibili e sovente contrapposte" che denotano "un grave segnale della inattendibilità" dello zio Michele. In particolare, i supremi giudici, con la sentenza depositata, bacchettano i giudici che hanno confermato la custodia in carcere di Sabrina, non sostenendo l'estraneità della ragazza all'omicidio di Sarah, ma criticando aspramente la circostanza di aver dato retta al racconto di Michele Misseri senza "alcuna verifica dei comportamenti da lui effettivamente tenuti" e soltanto riscontrando il suo racconto con le sue stesse dichiarazioni mentre il procedimento di verifica deve essere "compiuto dall'esterno". La Suprema Corte, inoltre, accogliendo le obiezioni sollevate dalla difesa di Sabrina sui metodi usati dai magistrati nell'interrogatorio di Michele Misseri, rileva che non è stato tenuto nel debito conto la "suggestionabilità" dell'uomo, il quale, ricorda la Cassazione, aveva già ricevuto dal Gip il richiamo "a non mentire". Per la Cassazione, inoltre, il Tribunale del Riesame non ha dato sufficienti spiegazioni agli altri tre elementi in base ai quali, oltre alle dichiarazioni accusatorie del padre Michele, è stata incarcerata Sabrina: le dichiarazioni della sua amica Pisanò, la retrodatazione dell'orario del delitto e il movente delle gelosia. Su questo punto, la Cassazione non ritiene che il movente della gelosia per Ivano Russo sia stato l'elemento scatenante il delitto. Anzi, quello della gelosia non è neppure "un indizio" a carico di Sabrina: "obiettivamente esile", è stato definito. "Il solo movente, per il carattere di ambiguità che è ad esso intrinseco, non è comunque mai di per sè assimilabile ad un grave elemento indiziario - aggiunge la Cassazione - e intanto può fungere da aspetto rafforzativo del quadro probatorio in quanto gli altri elementi siano precisi e convergano a un unico significato". Questi principi della Cassazione, ricorda la stessa sentenza della Suprema corte, sono già stati affermati nella famosa sentenza su Giulio Andreotti, difeso, anche lui come Sabrina Misseri, dal professor Franco Coppi, che, dunque, se ne è 'servito' anche per il 'giallo di Avetrana'. In più, ritengono i giudici, è necessario approfondire meglio l'ipotesi del movente sessuale che potrebbe aver spinto Michele Misseri a uccidere la nipote. In proposito la Cassazione osserva che questo movente è stato ritenuto falso dal Tribunale del Riesame di Taranto, interpretando alcune dichiarazioni di Sabrina Misseri ad un amico, che devono essere nuovamente analizzate come la ritrattazione dello stesso Misseri in quanto "inattendibile". Per quanto riguarda le dichiarazioni con le quali Sabrina esprimeva incredulità questo tipo di movente, la Cassazione osserva che "a seconda del contesto, questa opinione (di Sabrina) potrebbe addirittura validamente essere spiegata con atteggiamenti di incredulità favorevoli alla tesi della innocenza della ragazza". La Cassazione ricorda anche che il tribunale del Riesame "non ha fornito giustificazione congrua sulla piena attendibilità della ritrattazione delle dichiarazioni auto-accusatorie del Misseri". Nonostante tutto ciò, però, Sabrina, pur proclamandosi innocente, resta in carcere. «Cosima - replicano gli avvocati della famiglia Scazzi Nicodemo Gentile e Walter Biscotti - è un fortino da espugnare». Il “fortino” Cosima. La definiscono così da sempre in tutte le sedi Nicodemo Gentile e Valter Biscotti, gli avvocati della famiglia di Sarah. «L'impacciato silenzio e le goffe risposte con le quali Michele Misseri tenta di giustificare il ruolo e i movimenti della moglie in questa ferale vicenda sono indice certo che la verità ancora non è stata pienamente raggiunta e che probabilmente Cosima rappresenta il 'fortino' da espugnare se si vuole raggiungere la vera ricostruzione dei fatti». E su queste dichiarazioni la stampa scandalistica ci marcia. Certo è che nessuno legalmente a questi signori gli chiude la bocca, in quanto non è permesso diffamare chicchessia, specie se i diffamati non sono nemmeno indagati. Purtroppo spesso, però, cane non mangia cane e in questa vicenda ce ne sono a branchi e a pagarne le spese è la comunità di Avetrana. «Sarebbe stato bello - ha detto Cosima Serrano al Tgcom (e ripreso da tutta la stampa) a proposito di quanto stabilito dalla Cassazione - ma ci speravo poco visto che già due volte la richiesta di scarcerazione era andata male. E se volessero arrestare anche me, lo facciano pure. Tanto il carcere di Taranto lo hanno già sistemato, finirò con mio marito e mia figlia». Sulle lettere scritte dal marito Michele in carcere, Cosima ha aggiunto: «Quelle lettere sono come un testamento. Se un testamento deve essere rispettato, lo stesso vale anche per le lettere». L'avvocato di Cosima, Franco De Jaco, è intervenuto successivamente con una nota. «Diffidiamo Mediaset a mandare in onda dichiarazioni non autorizzate e dalle quali la signora Serrano prende assolutamente le distanze in quanto in contesti non coerenti. La signora Cosima - ha aggiunto De Jaco - ha accolto serenamente il verdetto della Cassazione e confida che il tribunale del Riesame possa finalmente dare alla propria figlia una speranza per il suo futuro». 

Questa storia, con l'attenzione mediatica eccezionale, sembra un reality show. I protagonisti e gli inquirenti sembrano pedine. I giornalisti e gli pseudo commentatori e pseudo esperti influenzano le scelte ed alimentano i dubbi del pubblico, dando in pasto all'opinione pubblica la privacy e la reputazione del malcapitato di turno. I telespettatori ed i lettori sembrano indicare volta per volta chi deve essere arrestato e condannato, ergendosi a giudice in base alle prove presentate dai media e passate illegalmente da fonti investigative-giudiziarie-forensi. Processo da bar o di piazza, al di là delle norme di rito e quindi senza garanzia di imparzialità e giustizia.

Dall'inizio della vicenda sembra che la "nominata", predestinata ad essere "eliminata", sia Cosima Serrano e si fa di tutto affinchè ciò avvenga, nonostante le "eliminazioni" intermedie". Non mancano tentativi di eliminare l'intera Avetrana, nonostante la reticenza dei suoi amministratori alla tutela dei cittadini, ma sarebbe troppo: sarebbe "game over".

23 maggio. L’avviso di garanzia per Cosima. A forza di evocare la colpevolezza di Cosima, è arrivato l’avviso di garanzia. L'avvocato Franco De Jaco, legale di Cosima Serrano, ha reso noto a Chi l'ha visto? che la sua assistita ha ricevuto un avviso di garanzia per «concorso in omicidio, sequestro di persona e soppressione di cadavere» di Sarah Scazzi. «È un atto dovuto in riferimento alle perizie genetiche in programma il 25 maggio», ha spiegato l'avvocato della moglie di Michele Misseri e madre di Sabrina. Proprio il giorno prima la Serrano era stata in tv, a Domenica 5: «Non soffro la solitudine, soffro per il motivo per il quale sono sola. Sabrina non ha fatto niente e non è giusto che stia dove sta, mentre Michele, se ha fatto quello che ha fatto, è giusto che stia dove sta», aveva detto. Sul verdetto della Cassazione, Cosima Serrano aveva affermato che «è come se si fosse girata la palla… Finalmente hanno visto che era tutto contro Sabrina e che le cose a favore di Sabrina erano state messe da parte. Sicuramente usciranno anche le cose a favore di Sabrina. Io, quel giorno quando sono arrivata a casa, se non fossi stata a casa avrei avuto anche io dei dubbi, non so, ma siccome io l’ho vista a letto, io ho sentito il messaggio, io l’ho sentita quando è uscita sbattere la porta – spiega – Possono dire quello che vogliono. Quello era e quello è. Abbiamo speranza, crediamo nella giustizia, nella vera giustizia, però, non nella giustizia costruita – dice – Spero che si proceda adesso affinchè Sabrina torni al più presto libera. Libera però, libera. Non agli arresti domiciliari, perché non ha fatto niente e non è giusto che sia condannata per una cosa che non ha fatto». Sul fatto che la Cassazione dice che il movente della gelosia di Sabrina nei confronti di Ivano è un movente esile, la madre della ragazza sottolineava: «Anche un bambino lo capirebbe – commenta – Sarah era una sorella per Sabrina, ma una sorella vera non la puoi mandar via, in quella casa ci deve stare. Invece, se Sarah le dava fastidio, sia per Ivano sia per altri motivi, la poteva mandare via in qualunque momento». La Cassazione, in buona sostanza ha bacchettato la procura di Taranto, assieme al Gip ed al tribunale del riesame del posto, ricordando loro che l’art. 358 c.p.p. obbliga il PM a svolgere accertamenti per dimostrare la colpevolezza, ma altresì l’estraneità dell’accusato riguardo i fatti contestati. Sempre a Domenica 5 Alessandra Mussolini ha reiterato imperterrita e senza ostacoli la sua fustigazione sulla famiglia Misseri e evidenziando la correità dei suoi membri. Questo nell’indifferenza di De Jaco, che non ha minacciato querele né per la Mussolini, né per i responsabili del programma. Stesso tono e parole che Alessandra Mussolini ha usato anche nell’ennesima puntata di “Pomeriggio Cinque” del 20 ottobre 2010, quando era invitato Andrea, l’ex fidanzato di Sabrina che non ha evitato le telecamere e si è mostrato per difenderla contro l’accusa di omicidio volontario. La Mussolini che urla: «Sarah Scazzi è da giorni sotto terra e Michele e Sabrina Misseri e tutta la famiglia continuano a mentire, ci vorrebbe un passaggio in carcere per tutti». La curiosità morbosa di Barbaro D’Urso, anziché tacitare la Mussolini va oltre e inizia a chiedere ad Andrea non solo da quanto tempo il loro amore è finito, ma anche se si amavano ancora o se è rimasto dell’affetto. Dopo la pubblicità Andrea non è più stato in collegamento, assalito dagli altri giornalisti ha scelto di andare via, mentre la D’Urso ha confidato che dietro le quinte, qualcuno le ha chiesto il perché non avesse insistito con le domande per sapere, magari, chi dei due aveva lasciato l’altro e così via… Ma questo cosa c’entra con Sarah?

Si tratta dunque di una confronto tra i DNA di tutti i componenti della vicenda fino ad ora tutti possibili indagati, ma nessun reale assassino: Michele Misseri, Sabrina Misseri, Cosima Serrano, Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Ivano Russo. L'indagine, diversamente da quello che il bombardamento mediatico vorrebbe farci credere, non sembra essere giunto a nessuna svolta decisiva, sta solo facendo il suo corso. Lo stesso avvocato di Cosima Misseri, Franco De Jaco, ha spiegato che se la Procura avesse considerato la donna "responsabile dei reati contestati anche a Sabrina e agli altri parenti sarebbe già stata fermata"; in merito alle perizie del 25 maggio fa sapere "non saranno nemmeno presenti perché assolutamente tranquilli". Lo stesso legale di Ivano Russo, Enzo Tarantino, ha fatto sapere che si tratta solo di "un avviso di accertamenti tecnici irripetibili"; "questo gli dà la possibilità di nominare consulenti di parte, anche se non è obbligatorio. Ciò non significa che il mio assistito è indagato".

Il gioco delle parti. A questo punto non si spiega perché per Cosima c’è un avviso di garanzia, perché indagata per atto dovuto, e per Ivano un avviso di accertamenti tecnici irripetibili, avendo per quest’ultimo lo stesso risultato dall’esito dell’esame del DNA.

Tante cose in questa vicenda non vanno: inchiesta approssimativa e sotto influenza mediatica; tutti dentro (in carcere) compresi gli avvocati, se possibile, affinchè qualcuno canti; nessun rispetto per le persone; ritardi nelle indagini e nelle ricerche; ecc... Insomma un processo indiziario in cui si va a tentoni, con persone detenute, e in cui gli indizi non sono affatto gravi, precisi e concordanti!!!

«Tutti questi mesi sono stati difficili e dolorosi, ma la cosa che mi fa più male è avvertire l'odio della gente. Essere costretta alle visite in carcere alla propria figlia e al proprio marito. Sono circostanze e momenti dolorosi e molte volte insopportabili». Lo afferma in un’intervista Cosima Serrano a  “Il Corriere della Sera” del 24 maggio. Certe notti qualche scugnizzo di paese passa per via Deledda e tira una sassata: lì, proprio sotto il patio, a sfasciare le ultime lampadine di Mimina. Qualcuno le scrive pezzo di m... sulla fiancata della Opel Astra. Lei sospira e dedica sofferenze e angherie cristianamente sopportate «al buon Dio», dice: «Come penitenza per ciò che ha fatto Michele». Brutte cose. Giusto per tacitare coloro i quali pretendono la cattiveria all’indifferenza, che a Brembate per Yara Gambirasio è citata come riservatezza, mentre ad Avetrana è bollata come omertà.

Certe notti pare che l'inverno non passi mai anche se il calendario certifica che è primavera, in quella villetta al civico 22 che è diventata la casa della morte e dell'orrore nell'immaginario degli italiani; sembra che tutti i lorsignori in toga della città a un'ora da qui ce l’abbiamo solo con te e che tutti i tuoi compaesani ti guardino come un'assassina. Certe notti il corridoio è troppo lungo, la stanza da letto troppo fredda, il tinello troppo vuoto.

Si è mai sentita perseguitata ingiustamente, signora?

«Sa, ormai mi sono abituata a sentire tante cattiverie contro di me! Gliel’ho detto, l'ingiustizia di cui sono vittima la offro al Signore».

Eccola qui, Cosima Mimina Misseri, zia di Sarah, mamma di Sabrina, moglie di Michè, il povero mostro a confessioni alternate. Eccola nel suo giorno più lungo, coi cronisti e le tv di nuovo a premere al cancello: perché se la Cassazione le apriva il cuore alla speranza facendo a pezzi l'inchiesta, che ha fatto a pezzi la sua famiglia («Mi sento come se fosse girata la palla, adesso usciranno cose anche a favore di Sabrina», ha detto a Domenica Cinque), è arrivato quest'avviso di garanzia che certo sarà «un atto dovuto», come sostiene il suo avvocato Franco De Jaco, e tuttavia non è bello leggersi indagati per concorso in omicidio, sequestro di persona e soppressione del cadavere della piccola Saretta; il domani, poi, è in mano al Padreterno. Perché per molti Mimina resta quella che «comandava in casa», quella che «non poteva non sapere», una deviazione noir del familismo amorale che i sociologi si dilettano a descrivere nel nostro Sud. Ciclicamente si leva tra Taranto e Avetrana un vento di voci e vocine, «la arrestano, stavolta la arrestano proprio». Lei non può far altro che tirar giù le serrande. Se è innocente come dice, qualcuno dovrà pur risarcirla, un giorno o l'altro.

Dalla morte di Sarah sono passati quasi nove mesi, quali sono stati i momenti più difficili?

«La morte di Sarah, sicuramente, e poi l’avere appreso dell'accusa a Sabrina da parte di Michele. Quell'accusa che fa rimanere mia figlia in carcere innocente».

Mi riferivo alla vita di tutti i giorni...

«Tutti questi mesi sono stati difficili e dolorosi».

Cosa fa più male?

«Avvertire l’odio della gente. Essere costretta alle visite in carcere alla propria figlia e al proprio marito. Sono circostanze e momenti dolorosi e molte volte insopportabili».

Come immagina il suo futuro?

«Il mio futuro è finito...».

...dicevo: ad Avetrana o lontano da Avetrana?

«...è finito in qualunque luogo io vada. Ho perso una nipote che amavo come una figlia, per mano di mio marito. Ho una figlia in carcere ingiustamente. Cosa vuole che mi interessi il mio futuro?».

Che cosa conta allora per lei, adesso?

«Ciò che conta oggi è che un futuro ce l'abbia Sabrina. Per il resto non posso sapere cosa accadrà».

Da mamma: se Sabrina uscisse prosciolta da questa storia, cosa dovrebbe fare per ricostruirsi una vita?

«Certamente la sofferenza di questi mesi e le accuse ingiuste di cui è tuttora vittima hanno inciso sul suo carattere. Ma sono convita che non debba fare nulla di diverso da ciò che faceva prima di questa drammatica esperienza».

E com'era Sabrina, prima?

«Una brava ragazza e una onesta lavoratrice».

Da moglie: cosa prova oggi quando va in carcere a trovare suo marito?

«Oggi ho compassione per Michele. Ma non posso perdonargli ciò che ha fatto a Sarah e a Sabrina».

Ha qualche rimorso verso Sarah?

«Rimorsi non posso averne in quanto non ho fatto nulla perché si realizzasse un evento così triste».

Pensa almeno che avrebbe potuto fare qualcosa per cambiare il corso degli avvenimenti?

«Forse, se avessi saputo per tempo che Sarah prendeva soldi da Michele e che Michele le aveva detto di non dire niente, mi sarei chiesta perché».

E dunque?

«Mi sarei potuta allarmare e quindi avrei potuto allarmare mia sorella Concetta e Sarah stessa».

Signora, lei è rimasta in quella casa... senza più Michele e senza più Sabrina. Quanto pesa la solitudine?

«Ho la fortuna di avere mia sorella Emma che mi sostiene e mi aiuta».

Ha mai paura?

«Paura? Vede, c'è anche qualche altra cosa che mi sostiene e mi aiuta».
Cosa?

«La convinzione che la giustizia, quella vera e non costruita, riconoscerà Sabrina innocente. Ridandole fiducia nel futuro».

D’altrocanto, però, anche Anna Pisanò si sente tradita dalla giustizia. Nazareno Dinoi sulla Voce di Manduria del 25 maggio e sul Corriere del Mezzogiorno riporta le sue parole. «Sono delusa dalle parole dei giudici della Cassazione che non danno credito alla mia testimonianza» . Anna Pisanò, che non si aspettava un simile trattamento dalla corte suprema che annulla con rinvio l’ordinanza del tribunale del riesame di Taranto sull’arresto di Sabrina Misseri, usa parole forti per descrivere il suo stato d’animo: «Mi sento offesa, se lo avessi saputo prima non mi sarei messa in mezzo a questi casini» .

È pentita di averlo fatto?

«Secondo lei? Chi me l’ha fatto fare? Se me lo permettessero andrei personalmente a Roma per parlare con questi giudici. Gli parlerei guardandoli negli occhi» .

Cosa vorrebbe dire loro?

«Direi ciò che ho visto e sentito quella sera quando Michele Misseri fece trovare corpo di Sarah nel pozzo e sua figlia piangeva disperata sulle mie spalle. Ricordo tutto di quei momenti, anche com’ero vestita io e le altre persone presenti» .

E cosa le disse Sabrina?

“Ma a che serve parlare, serve a qualcosa dirlo se poi nemmeno ti credono?»

In effetti i giudici della Cassazione danno scarsa importanza alle parole riferite a quella sera perché non sono state registrate né trascritte immediatamente.

«Questa è bella! Così avrei dovuto dire a Sabrina: aspetta prima di piangere e di parlare perché devo trovare un registratore oppure un taccuino con una penna? Le sembra normale?» .

Con l’andare del tempo, pensano i giudici, qualche particolare potrebbe sfuggire o essere distorto.

«Le ripeto che ricordo tutto di quella sera e se proprio insiste le ridico parola per parola quello che mi disse Sabrina mentre urlava “lo hanno incastrato, mio padre lo hanno incastrato”. Mi parlò in dialetto: Anna, mi disse, dopo tante ore viene quella cosa di dire la verità… di finire là… Così finisce tutto… Ma io non l’ho fatto, io non sono stupida”. E’ vero, non ho registrato e non ho preso appunti, ma subito dopo raccontai tutto a mio marito (che seduto vicino annuisce, confermando la circostanza, nda). Lo chieda a lui se non è vero, lo chiedano anche i giudici di Roma così diffidenti» .

In compenso i magistrati tarantini la ritengono attendibile.

«E meno male, già ho sofferto e soffro abbastanza. Cosa crede che non mi è costato niente tutto questo? Se non mi avessero chiamato (gli inquirenti, nda), non avrei mai tradito Sabrina che nonostante tutto non riesco ad odiare. Sono una mamma anch’io e non posso non pensare al dramma che sta vivendo, ai progetti che aveva e che sono saltati. Ma c’è di mezzo la morte di una ragazzina e tutti dovremmo offrire il nostro contributo alla giustizia» .

Anche Valentina Misseri si sfoga su “La Stampa” sempre del 25 maggio, intervistata da Maria Corbi, la giornalista che sin dall’inizio è stata l’unica che ha trattato con oggettività la vicenda ed è stata l’unica ad essere stata vicina alle donne Misseri ed a non abbandonarle come hanno fatto altri giornalisti, quando, dopo averle  usate, le hanno attaccate.

«Se quel 26 agosto fossi stata ad Avetrana, invece che a Roma, adesso sarei indagata anche io per la morte di Sarah». Sono parole amare quelle di Valentina Misseri il giorno dopo l’avviso di garanzia a sua mamma Cosima per concorso in omicidio, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Ormai è lei l’unica persona della famiglia libera da sospetti e accuse. Ma non dagli insulti. «Sono esterrefatta e schifata dalla cattiveria della gente e di voi giornalisti che avete fatto a pezzi mia sorella, poi mia madre, colpevoli senza che neanche sia iniziato il processo. Ma in Italia esiste la presunzione di innocenza fino a prova contraria?».

Una domanda amara che Valentina Misseri, sola nella sua casa romana, si fa leggendo i giornali, ascoltando la televisione. È dispiaciuta di non poter stare vicina a Cosima, perché «la vita va avanti insieme alle bollette». Ha tanta rabbia nel ricordare come tutte loro sono state insultate anche per la loro fisicità. «Ma essere grasse, avere problemi alimentari, non è un reato», sorride. «Come non lo è essere antipatiche, visto che secondo molti, che non ci conoscono, lo siamo». Valentina legge i giornali come un esercizio doloroso ma necessario. Le parole su Cosima le fanno male. «Una donna ha scritto che mia madre non ha mai provato emozione, rimpianto, rimorso per la nipotina. Ma che ne sa lei? Amavamo Sarah e lei amava noi visto che era sempre a casa nostra. Adesso chi non ci conosce scrive quello che gli viene in mente o peggio quello che la gente assetata di sangue vuole sentire. Le parole sono come pietre». E loro, le donne Misseri sono state lapidate. Valentina quando non lavora è sempre attaccata al computer, su Facebook, sui siti dei quotidiani, nel blog dove si discute del caso. «L’altro giorno ho sentito la Mussolini che diceva che siamo tutte colpevoli noi Misseri. Le avrei voluto dire che pensasse a quello che ha fatto suo nonno, alle persone che ha ucciso e fatto uccidere. Con lo stesso ragionamento potrei dire che lei è colpevole per i crimini commessi da suo nonno». Valentina è sola, addolorata: «Quando penso a Sarah e a quello che ha fatto mio padre ho un dolore fisico, al cuore. Ma Sarah deve avere giustizia, non vendetta. C’è bisogno del colpevole e non di un colpevole». «Mia sorella dicono che è antipatica, ma non è un assassina. Se avessi avuto dei dubbi non l’avrei mai difesa, perché per me sarebbe stato più facile sapere lei colpevole invece che papà. Papà è papà, è quello che mi ha cresciuto, portato a scuola. E anche mia madre non la avrebbe mai coperta. Se sbaglia una sorella o una figlia non la abbandoni ma accetti il fatto che deve pagare». Intanto anche Sabrina nel carcere di Taranto ha saputo delle novità sulla madre. «La notizia l’ha avvilita e abbattuta», ha detto Nicola Marseglia che la difende insieme a Franco Coppi. «Non riesce a darsi una spiegazione soprattutto in relazione alla decisione positiva della Cassazione di qualche giorno fa». La scorsa settimana la Suprema Corte ha annullato con rinvio una delle ordinanze del Tribunale del Riesame di Taranto che avevano confermato la detenzione in carcere di Sabrina Misseri demolendo tutto l’impianto accusatorio. Ma la procura non ne ha tenuto conto.

25 maggio. La notizia dell’arresto di Cosima. Una barbarie. Una bestialità. Ancora una volta, non un giornale nazionale, ma un giornale locale, abituato a tenere rapporti stretti con la procura di Taranto, tanto da non eccepire le sue pecche, dà sfoggio delle sue capacità. La Procura di Taranto avrebbe chiesto l'arresto di Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e madre di Sabrina, entrambi in carcere da diversi mesi per l'omicidio di Sarah Scazzi. La notizia viene pubblicata dal Quotidiano di Puglia (Taranto). La notizia, poi, è stata ripresa e riportata su scala nazionale.
Nell'articolo, a firma di Lino Campicelli, si parla di due richieste d'arresto. Oltre a quella per Cosima, la Procura avrebbe chiesto anche una nuova ordinanza di custodia in carcere per Sabrina Misseri.

Nel dare questa notizia, delle due, una: o è diffamazione commessa dal Campicelli e dal suo direttore; o è violazione del segreto istruttorio commesso dalla Procura. Nella seconda ipotesi, comunque, vi è una chiara discrasia con la pronuncia della Cassazione: più che mettere dentro Cosima, bisognerebbe scarcerare Sabrina, non sussistendone i presupposti, ma tant’è l’Italia e piena di carceri con detenuti innocenti. Tutto ciò nell’indifferenza di una società civile egoista e giustizialista (ma solo quando si tratta degli altri). E i magistrati che compiono tali nefandezze non pagano mai.

«Se è una notizia fondata, è una fuga di notizie e quindi un fatto illecito, se invece non è fondata è una calunnia, una diffamazione. Strano che lo sappiano i giornalisti. A me certo non lo dicono». Così l'avvocato Franco De Jaco, legale di Cosima Serrano commenta in diretta alla “Vita in Diretta” dello stesso giorno, senza, però, minacciare azioni di tutela concrete. Di tutt’altro piglio, invece, Maria Corbi di “La Stampa”, che in trasmissione si sforzava, invano, di convincere Mara Venier e gli altri ospiti, omologati ad accusare tutto e tutti, che, quando si parla delle donne Misseri, si tratta della vita di persone, quantunque presunte innocenti, ma sempre persone in carne, ossa e sentimenti e non di personaggi dei fumetti.

Intanto nello stesso giorno le fughe di notizie si rincorrono. Il telefono di Cosima Misseri alle 15.25 del 26 agosto 2010, proprio negli istanti in cui veniva uccisa la nipote Sarah Scazzi, si trovava nel garage della sua casa di Avetrana. Un luogo dove lei ha sempre negato di essere stata quel giorno e in quelle ore. Lo rivela, come riporta il settimanale Panorama, il rapporto dei carabinieri del Ros depositato in Procura a Taranto.

Per soli 40 secondi, un tempo breve ma sufficiente ai tecnici per rilevarlo, quel giorno il cellulare di Cosima ha agganciato un'altra cella, quella del garage, che non è stata mai captata nella veranda, nel cortile e nell'abitazione. Il garage è posto sotto il livello della strada, e secondo il rapporto in quella zona i telefonini agganciano frequenze diverse da quelle delle altre zone della proprietà. Secondo Panorama, gli inquirenti sospettano ora che la ragazza sia stata uccisa in casa, e che il suo corpo sia stato portato in garage. E gli inquirenti sanno che c'è un buco negli spostamenti di Cosima. Quel buco, rileva il settimanale, coincide proprio con il momento in cui, stando al responso delle analisi tecniche condotte sulle celle telefoniche, il cellulare della zia di Sarah si trovava in garage.

Il giorno seguente, il 27 agosto 2010, dalle 10.26 alle 10.40, i telefonini di Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri si trovavano invece in un'area rurale compresa tra Avetrana (Taranto) e San Pancrazio Salentino, una zona compatibile sia con la contrada Mosca, dove poi fu trovato il cadavere di Sarah, sia con la zona dove c'è l'albero di fico sotto il quale vennero rinvenuti i resti dei vestiti bruciati della vittima.

Come sia stato possibile per Panorama ottenere un rapporto riservato, non si sa: bravi loro e criminali chi lo ha dato. Naturalmente c’è da aggiungere che anche i cellulari di altri indagati sono stati intercettati dalla stessa cella che li poneva sempre in contrada Mosca. Gli esperti indicano questi accertamenti come poco affidabili.

26 maggio. L’arresto di Cosima. In concomitanza con la sberla ricevuta dalla Cassazione, la risposta della Procura di Taranto e del Gip Martino Rosati. Contestualmente all’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Cosima Serrano e Sabrina Misseri (quest’ultima già detenuta dal 15 ottobre 2010), il gip del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha firmato anche l’autorizzazione all’interrogatorio di Michele Misseri così come chiesto dai due legali di Sabrina, Franco Coppi del Foro di Roma e Nicola Marseglia di Taranto. All’incontro parteciperanno anche i due pubblici ministeri, Mariano Buccoliero e Pietro Argentino, su richiesta di questi ultimi. «Un fatto anomalo» , l’aveva definito Coppi che rivendicava l’autonomia nell’ottica delle prerogative di atti difensivi. «Che stiano anche loro, così nessuno potrà dire che abbiamo usato domande suggestive per l’indagato», aveva infine dichiarato il penalista noto per aver difeso il senatore vita Giulio Andreotti. In quell’occasione Michele Misseri, su cui pende ancora l’imputazione di omicidio volontario in concorso con la figlia Sabrina, soppressione e vilipendio di cadavere (contestazioni queste che alla luce degli ultimi sviluppi dell’inchiesta dovrebbero essere sostituiti con la sola soppressione del corpo), potrà finalmente riferire la sua nuova versione dei fatti affidata alle numerose lettere inviate alle figlie e al suo legale Franco De Cristofaro. In quelle missive, tutte note tranne l’ultima ancora nelle mani di Sabrina, il contadino di Avetrana smonta completamente l’ultima confessione cristallizzata nell’incidente probatorio nel corso del quale addossava ogni responsabilità dell’uccisione della nipote a sua figlia Sabrina. Versione, questa, che la procura ha sempre ignorato rifiutando qualsiasi confronto che pure l’indagato e i suoi famigliari chiedevano. Un comportamento di chiusura, da parte della Procura di Taranto, stigmatizzato anche dai giudici della Cassazione nella recente sentenza che accoglie con rinvio il ricorso contro l’arresto della ragazza presentato dai suoi legali. È stata fissata invece per il 9 giugno l'udienza del Tribunale del Riesame di Taranto sul ricorso dei difensori di Sabrina, dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza con la quale lo stesso Tribunale, in altra composizione, aveva confermato il rigetto dell'istanza di scarcerazione della ragazza deciso dal gip Rosati.

Su queste basi prettamente giuridiche è arduo dimostrare, anche per Cosima e dopo mesi, il movente, la gravità degli indizi, il pericolo di fuga, la reiterazione del reato e la pericolosità sociale. Ma tant’è. L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Martino Rosati su richiesta del procuratore aggiunto Pietro Argentino e Mariano Buccoliero, ridisegna il delitto di Avetrana. Sabrina Misseri, a cui il provvedimento è stato notificato in carcere, risponde di omicidio premeditato, sequestro di persona e concorso in soppressione di cadavere. Quest’ultima è una accusa nuova mentre l’ipotesi di omicidio diventa aggravata dalla contestata premeditazione. Il gip Rosati a Cosima Serrano contesta il concorso in omicidio, per aver assistito inerme (non impediva l’evento), mentre la figlia Sabrina uccideva Sarah, nell’abitazione di via Deledda e non più nel garage come emergeva sinora dagli atti giudiziari, e il concorso nella soppressione del cadavere. Secondo il magistrato, infatti, Cosima e Sabrina la mattina del 27 agosto si sarebbero recate in contrada Mosca per gettare il corpo di Sarah nella cisterna dove fu ritrovato quaranta giorni dopo grazie alle indicazioni date da Michele Misseri ai carabinieri. Nell’ordinanza si parla anche di Michele Misseri a cui, in questo caso, viene contestato unicamente l’occultamento di cadavere su ordine, una ipotesi di reato che sarebbe legata a quanto successo il pomeriggio del 26 agosto.

Ad accusare Cosima, secondo la procura, ci sarebbe un rapporto dei Ros secondo cui il giorno della scomparsa (e della morte) di Sarah, il telefono di Cosima Misseri alle 15.25 si trovava in garage. Secondo i militari, i telefoni della famiglia Misseri quando sono nell’abitazione agganciano una cella Umts. Cella, questa, che non viene agganciata quando i telefoni si trovano nel garage interrato vicino all’abitazione. In questo caso i segnali dei telefonini vengono ritrasmessi da una cella Gsm che non verrebbe mai captata - ma si tratta di ipotesi investigative - quando i telefoni si trovano sul piano stradale, nella veranda oppure nell’abitazione dei Misseri. I telefonini di famiglia, comunque, non sono dotati di dispositivo satellitare Gps, quindi è estremamente difficile rilevarne con precisione l’effettiva ubicazione. Ora Cosima è accusata di concorso in omicidio volontario, Sabrina di omicidio premeditato e Michele di «occultamento di cadavere in seguito a ordine». Secondo questa ricostruzione, Sarah sarebbe stata uccisa in casa da Sabrina con l’aiuto di Cosima, mentre a Michele sarebbe poi stato ordinato di sbarazzarsi del cadavere.

La costruzione del delitto familiare è l’unico modo che gli inquirenti hanno per incastrare Sabrina sulla scena del delitto. E nonostante la Cassazione con una sentenza durissima abbia bocciato il loro teorema, smontando tutte le ipotesi fatte, continuano per la loro strada. E per «sviare» la Cassazione in procura hanno lavorato per tentare di fare a meno delle parole del padre di Sabrina, Michele, che da mesi, inascoltato, sostiene attraverso delle lettere inviate alle figlie e al suo avvocato di averla accusata falsamente perché ricattato. Così hanno emesso un nuovo ordine di custodia cautelate per Sabrina dove aggravano le accuse contestandogli l’omicidio premeditato. Un giallo che continua ad aggiungere capitoli. Con un grande accusatore (e reo confesso), Michele Misseri, che ha dato in tutto sette versioni diverse del delitto. La difesa di Sabrina aspetta da tempo di poterlo interrogare in carcere, un’autorizzazione che è arrivata contestuale all’arresto di Cosima.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 27 maggio il resoconto secondo i dettami mediatici e giudiziari, che per spirito di verità non vogliamo censurare, anche se per tutti dovrebbe valere sempre il principio della presunzione d’innocenza e per deontologia dare voce anche alla difesa e non essere solo megafono dell’accusa. “Un delitto premeditato per paura di perdere il suo «Dio». Perché Sabrina Misseri, la 23enne in carcere dal 15 ottobre scorso con l’accusa di aver ucciso la cugina Sarah Scazzi, avrebbe sfogato la sua furia omicida, strangolandola con le sue mani secondo l’ordinanza, sulla 15enne in quanto divorata dalla gelosia e dall’invidia per il rapporto nato tra la vittima e Ivano Russo, il suo «Dio», come lo chiamava in alcuni sms finiti agli atti dell’inchiesta. Un delitto compiuto in casa, sotto gli occhi di sua madre Cosima Serrano, finita in carcere, a due passi da Sabrina, con l’accusa di concorso morale in omicidio volontario e concorso in soppressione di cadavere. Gli inquirenti hanno ridisegnato tutta la scena del delitto. Sarah arriva a casa Misseri attorno alle 14 e viene uccisa prima delle 14.20. Il delitto avviene in casa, al culmine di un violento litigio con Sabrina, figlio di una lita iniziata la sera prima e proseguita la mattina, che Sarah trascorre a casa della cugina. Cosima assiste, probabilmente impotente. Il cadavere di Sarah viene portato nel garage utilizzando il varco interno alla villetta di via Deledda, quindi caricato nella Seat Marbella da Michele Misseri e abbandonato, seminudo perché Sabrina Misseri nella sua furia omicida ha strappato i vestiti indossati dalla cugina, sotto un albero di fico poco distante dalla cisterna. L’obiettivo probabilmente era quello di inscenare il rapimento a scopo di violenza ma nessuno si accorge di quel corpo che la mattina dopo viene ritrovato lì dov’era stato lasciato e dunque buttato nella cisterna. Inizia così un depistaggio lungo mesi e mesi che gli inquirenti riescono a smontare con grande fatica, fino all’epilogo. «Continuiamo a lavorare per completare il mosaico di questa vicenda» ha spiegato il procuratore capo Franco Sebastio, aggiungendo che «c'è sempre la presunzione d’innocenza. Abbiamo continuato a lavorare raccogliendo una notevole quantità di nuovi elementi». Sono stati in particolare i carabinieri del Ros a fornire un impulso importante alle indagini, ricostruendo oltre 4mila sms che Sabrina e Ivano si sono scambiati nei quattro mesi precedenti il delitto, messaggi dai quali sarebbe emerso in maniera inequivocabile il movente del delitto, definito esile dalla Cassazione nei giorni scorsi, ma invece ritenuto assai solido e incontrovertibile dal gip Martino Rosati che nelle 90 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare ha anche indirettamente risposto ai rilievi della Suprema Corte. Nel provvedimento ci sarebbero anche i contenuti di alcune intercettazioni ambientali in carcere tra Cosima Serrano e suo marito Michele Misseri, colloqui dai quali, stando a quanto trapelato, sarebbero emerse le pressioni che la donna avrebbe fatto sul contadino riguardo alla versione da fornire al suo nuovo avvocato, un elemento che se confermato si inserirebbe a pieno titolo nella lunga teoria di depistaggi che ha contrassegnato questa vicenda.” Fine del resoconto giornalistico locale, megafono giudiziario.

Per sapere di più sull’arresto e per analizzare la verità contrapposta della difesa, ancora una volta ci rifacciamo al resoconto di Maria Corbi, sul “La Stampa” del 28 maggio. "Quando Sabrina ha saputo che la madre era in carcere ha iniziato a vomitare e non ha più smesso. Sta malissimo e certo non è stata meglio quando ha saputo che la mamma di Sarah, sua zia, ha chiamato Cosima «assassina». Perché? si chiede Sabrina. E la risposta è nelle 90 pagine del gip, anche se non esiste una prova, ma solo indizi.

Scrive il giudice: «Cosima Serrano non è soltanto la moglie di colui che ha fatto ritrovare il corpo della vittima e che - almeno a oggi, poiché con suo marito non si sa mai - si dichiara esclusivo autore dell’omicidio; non è soltanto la madre di colei che, invece, come sin qui detto, risulta raggiunta da una mole impressionante di indizi di colpevolezza per tale fatto. Ella è, soprattutto, per quello che interessa ai fini della ricostruzione degli eventi, la terza persona - senza contare, ovviamente, la povera vittima - presente sul luogo nel momento dell’omicidio».

Dall’esame delle celle telefoniche fatta dai Ros di Roma il gip evince che Cosima era in casa, dunque, e che alle 15,25 sarebbe scesa in garage, mentre lei ha sempre negato. Ed evince anche che Sarah era in casa Misseri perché il suo telefonino aggancia la cella che copre l’abitazione (diversa da quella del garage) alle 14,28, 14,23, 14,25, 14,28 e 13 secondi e 14 e 26 secondi. Prova del fatto, secondo il gip, che il delitto è stato consumato in casa da Sabrina. Ma il gip si dimentica di riportare che i Ros hanno spiegato chiaramente a pagina 3 della loro perizia che quella cella è compatibile «anche con il percorso compiuto dalla vittima tra la propria abitazione e quella Misseri, nonché con l’abitazione della stessa Scazzi Sarah)». Insomma secondo i Ros è ampiamente possibile che in quei momenti Sarah stesse a casa o in marcia verso casa Misseri, ipotesi che smonta la colpevolezza di Sabrina che potrebbe essere inchiodata alla scena del crimine solo anticipando gli orari di uscita da casa e arrivo a casa Misseri di Sarah. Ancora una volta il giudice sceglie l’indizio più sfavorevole all’indagata e non quello favorevole alla sua difesa, come ha invece sollecitato a fare la Corte di Cassazione.

Tornando a Cosima, la sua posizione, scrive il gip «sempre in bilico tra concorso nel reato e favoreggiamento», «si è disvelata» quando è stato chiaro che il delitto è stato compiuto a casa. Cosima quindi poteva benissimo sentire quello che avveniva in casa e anche il citofono «sicuramente suonato da Sarah al suo arrivo». Un «sicuramente» che non è supportato da testimonianze ma solo dalla logica del gip. «Dunque nella migliore delle ipotesi per lei, Cosima Serrano», ... «non può non aver assistito, per lo meno, a un’ampia parte dell’azione omicidiaria protrattasi per vari minuti (che in quel contesto sono un’eternità) e, in una simile situazione, non ha fatto nulla per impedire che siffatta condotta giungesse a termine».

Secondo il gip poi vi sarebbero «buone ragioni per sostenere che Cosima Serrano, in prima persona, non nutrisse sentimenti particolarmente benevoli verso la nipote Sarah». Un soliloquio di Misseri registrato nella sua auto inchioderebbe la donna: «Mi dispiace per la mia famiglia... se vanno (termine incomprensibile) io adesso li scoprirò... cosa vogliono dire, dicano quelli... è andata così, che vogliono fare, fanno a tua figlia... io non li credo (pausa) se uno non fosse voluto andare...».

Il gip interpreta questa folla di parole senza senso come una conversazione con Cosima a cui Michele direbbe «che vogliono fare, fanno a tua figlia». In secondo luogo, dice il gip, appare chiaro che a subire le conseguenze della sua scelta saranno i suoi famigliari. E poi la frase «se uno non fosse voluto andare» con cui Michele Misseri rivelerebbe, sempre secondo questa interpretazione dell’accusa, l’ordine di disfarsi del corpo. Il gip contesta sia a Sabrina che a Cosima il fatto che non abbiano saputo dire cosa abbiano fatto per quasi un’ora dalle 16,19 alle 17,15. In realtà le due donne hanno sempre detto di essere state in giro alla ricerca di Sarah.

E nell’ordinanza entra anche il sogno del fioraio Giovanni Buccolieri, una visione di Cosima che intima alla nipotina di salire sulla sua auto quel pomeriggio del 26 agosto. Il fioraio non ha voluto firmare il verbale che trasformava il sogno in realtà, ma gli inquirenti dicono che mente.

La nuova ordinanza nei confronti di Sabrina Misseri attinge a pieno nell’ordinanza emessa dal Tribunale del riesame in sede di appello annullata dalla Cassazione.

Niente di nuovo per lei se non la conferma del movente (la gelosia per Ivano Russo) che sarebbe confermata da cinquemila messaggini. Ma la gelosia, ha ricordato la Cassazione, non è un movente e il movente in sé non può essere prova e neanche indizio."

La stampa di Taranto e i corrispondenti locali di testate nazionali, salvo qualche rara eccezione in provincia, sono stati il megafono della procura di Taranto, sposandone in toto la strategia giudiziaria. Sono stati i primi a denigrare Avetrana; i primi a condannare senza processo i protagonisti della vicenda, iniziando proprio dalla vittima: da Sarah Scazzi. Mai una critica ai magistrati su come sono state svolte ricerche ed indagini. Critiche devolute addirittura dal supremo organo di giustizia. Poco spazio alle difese, salvo che non fossero quelle dedicate “alla ricerca della verità” (attività, questa, però, propria della magistratura).

Sin dall’inizio vi sono state indiscrezioni a danno degli indagati, frutto di fughe di notizie.

Nessuno come i giornalisti tarantini hanno violato la deontologia. Si impari da Maria Corbi de “La Stampa” come si redigono i servizi asettici e cos’è la coerenza. Ella non usa e getta.

La vicenda di Sarah Scazzi culmina con la gogna mediatica dell’arresto di Cosima Serrano, con claque a seguito, in concomitanza con la chiusura dei salotti in tv. L’arresto preannunciato per dare tempo alle troupe televisive di ritornare ad Avetrana e stazionare in via Deledda per riprendere in diretta Cosima in manette. Evento atteso da mesi. Anche i mostri, quando sono tali, meritano il dovuto rispetto.

Avetrana non è quella latrante contro Cosima. Avetrana è quella che pretende giusta pena in giusto processo, senza gogna mediatica, né tintinnar di manette.

Ancora Maria Corbi, racconta sulla “La Stampa”, l'aspetto prettamente personale della vicenda. «Che dici, mi daranno il tempo di mettere le ultime cose nella borsa?». Cosima Serrano è rassegnata da giorni, sa che la devono venire ad arrestare. «Mi vogliono prendere», diceva mercoledì 25 maggio, dopo aver letto su un giornale locale la notizia dell’ordine di custodia cautelare pronto per lei. La hanno chiamata la sfinge per quel tenersi tutte le emozioni dentro, ma adesso che sa con certezza che i carabinieri arriveranno per strapparla alla sua vita, non riesce più a celare bene il dolore, l’angoscia, la paura. «Non per me, ma per Sabrina, sarà distrutta quando lo saprà». Ha passato le ultime ore da libera con la sorella Emma, asserragliata in casa con fuori cento telecamere pronte a riprendere le manette. Sciacalli e iene in cerca di carogne. Così appena il suo avvocato Franco De Iaco le comunica che le cose stanno proprio così, che non ci sono più dubbi, lei decide di «consegnarsi». Usa proprio questo termine. «Vado io a Taranto, con la mia macchina, così risparmiano tempo e strada». E lo avrebbe fatto se l’avvocato non l’avesse trattenuta. Vuole farla finita Cosima con quella che definisce tortura: «Da giorni tutti parlano del mio arresto e io aspetto, ogni macchina che si ferma davanti a casa penso: “sono loro”. Adesso il tempo è arrivato. Non ho mai pensato di scappare, e poi dove potrei andare? Il mio posto è qui, nella mia casa con la mia famiglia». Anche se adesso quella famiglia non c’è più. Sabrina è in carcere, Michele anche. Valentina è a Roma che grida come un animale ferito quando le dicono cosa sta succedendo alla madre. «Perché, perché? Non ha fatto niente.. qualcuno deve ascoltarci, voglio parlare con il Presidente della Repubblica, con Berlusconi, con Bersani, tutti devono sapere quello che sta accadendo». Povera Valentina. Non sa che nel momento del bisogno nessuno ti aiuta, specialmente coloro che, sopravvalutati dal popolino, non sono capaci nemmeno di farlo o se ne fottono. Cosima al telefono tranquillizza Valentina, la sua pena è per le ragazze. «Tanto non mi cambierà molto in carcere, è da mesi che sono agli arresti domiciliari, non posso neanche tenere le tapparelle aperte che subito qualcuno mi fotografa, mi riprende».

Cosima parla con l’affanno, combatte con le emozioni, quelle che tanti che non la conoscono sostengono non provi. «Io sono sempre stata riservata, non è vero quello che scrivono che sono fredda. La mia vita è stata solo lavoro e famiglia, non sono abituata alle chiacchiere. Sono così addolorata che la gente mi giudichi senza conoscermi. Perché lo fanno? L’altro giorno una giornalista che non ho mai incontrato ha scritto che non provo emozioni per Sarah, che non le ho mai provate. Ma se io l’ho cresciuta quella bambina, la penso ogni giorno. Quando vado al cimitero non ho la forza di entrare, aspetto mia sorella in macchina per il dolore che provo. Ma ormai la gente ha deciso che sono una strega e vogliono bruciarmi, e per dare soddisfazione a tutti quelli che la pensano così adesso mi arrestano». Cosima è una donna pratica e in attesa dei carabinieri pensa alle cose da fare: «Devo mettere la macchina in casa, prendere i panni che ho steso, chiudere tutto». Parla lentamente Cosima, con le lacrime che si intuiscono dalla voce. Parla con Valentina che si dispera al telefono, così lontana, a Roma, impotente. «Non è giusto, non è giusto», grida. Cosima che cerca di tranquillizzarla. «A me fa male il dolore delle mie figlie, per me non importa». Cosima racconta di questi giorni incollata alla televisione ascoltando pezzo del suo futuro. «Dicevano che mi avrebbero arrestato, che avrebbero perquisito casa, e io pensavo: “Ma cosa devono cercare ancora”? Tutta questa gente che si ricorda cose non vere. C’è anche che ha detto che mi ha sognato mentre trascinavo via Sarah. Ma adesso i sogni sono prove? Me lo chiedo ma non mi arrabbio, tanto hanno deciso che sono colpevole e anche se uscirò per la gente continuerò ad esserlo. La gente non ragiona, vuole scaricare la cattiveria su qualcuno. Mi chiedono perché io difendo Sabrina e non Michele. E la risposta è facile: perché io quel giorno c’ero a casa e ho sentito le ragazze che si mettevano d’accordo per andare al mare, ho sentito lo squillo del messaggino e so che le cose che dice mia figlia sono vere. Non la difenderei mai se fosse colpevole. Io stessa la avrei portata dai carabinieri».

Cosima parla lasciando libero sfogo ai pensieri, sempre gli stessi che ogni giorno le affollano la mente. «Sono pronta», dice. «Forse è meglio che è successo perché aspettare che ti vengano a prendere giorno dopo giorno è una tortura». E la donna che si consegna al carcere, non è una sfinge, ma una mamma piena di dolore.

Nonostante ciò ti scontri con l’Avetrana che non ti aspetti.

La valvola che conteneva la rabbia degli avetranesi è esplosa quando Cosima Misseri è uscita dalla caserma dei carabinieri per essere trasferita in carcere con l’accusa di avere ucciso e soppresso il cadavere della nipote Sarah Scazzi in concorso con la figlia Sabrina, già in galera da sette mesi. Sputi, insulti, mani protratte per sfiorarla, toccarla, aggredirla. Parole di rabbia come «assassina», «maledetta», «devi marcire in galera», «Sarah vuole vendetta», rivolte alla donna che non si è scomposta mentre i carabinieri facevano fatica a proteggerla e strapparla alla folla stizzita, cattiva. Infine il lungo applauso di scherno quando l’auto con le sirene è allontanata dirigendosi a Taranto. Si sono viste anche le lacrime di donne sopraffatte dall’emozione e dalla tensione accumulata in tanti mesi di dubbi. Secondo Nazareno Dinoi su “La Voce di Manduria” del 27 maggio Tra la gente c’erano anche alcuni protagonisti della vicenda, la supertestimone Anna Pisanò, ad esempio, come anche Francesca, l’amichetta di Sarah e Virginia Coppola, la nuova fidanzata di Ivano Russo. Era presente anche Mariangela Spagnoletti, la testimone chiave dell’inchiesta, quella che sin da subito aveva fatto sollevare dubbi su Sabrina.

Alla domanda del Tg5 che le chiede se c'è giustizia per Sarah, Concetta replica: «La giustizia umana è inadempiente, purtroppo. Io spero sempre in quella divina, l'ho detto e lo ridico». Ma ora ci siamo? «Sotto certi aspetti sì, poi dobbiamo vedere in futuro», dice Concetta. Ma si aspettava che sua sorella Cosima la tradisse così? «No, per quale motivo mi deve tradire?», si domanda Concetta, che si fidava di Cosima «come una sorella». Ieri l'arresto, quelle terribili accuse di concorso in omicidio e soppressione di cadavere. E oggi, se avesse Cosima davanti cosa le direbbe Concetta? La risposta è secca: «Che è un'assassina».

Per spirito di verità bisogna dire che erano pochi i perditempo sbraitanti assiepati di fronte alla caserma dei carabinieri. Alcuni non erano nemmeno di Avetrana. Tutti, di certo, erano poco scolarizzati e, non per colpa loro, ignoranti di diritto. Facili prede dell’influenza mediatica, pronti a saltare da un carro all’altro. Identica claque festante di manifestanti di associazioni di sinistra che in Sicilia, nelle mediatiche occasioni, inneggiano alla cattura di noti mafiosi. Di tutti loro l’Avetrana onesta si vergogna. Mentre per Concetta c’è fraterna comprensione. Non una parola in più.

«Come possono degli adulti usare violenza e togliere la vita a una bambina? Cosa avrà pensato in quei momenti Sarah? Avrà gridato? A chi avrà chiesto aiuto? Ogni notte queste domande mi assalgono. Solo le belve umane possono ammazzare una ragazzina». Così Concetta Serrano Spagnolo intervistata il 28 maggio da Antonio Tondo della Gazzetta del Mezzogiorno.

Signora Concetta, c’è qualcuno che è stato leale e sincero in questa brutta storia?

Maria, la badante rumena, mi ha detto il primo giorno, dopo la scomparsa di Sarah: stai attenta Concetta, in questa vicenda è coinvolta Sabrina. Forse Sarah le aveva confidato qualcosa. Le ho risposto: stai zitta, stai sbagliando. Era assurdo pensare che Sabrina potesse tradire Sarah, che almeno a parole considerava una sorellina. Lei aveva una fiducia assoluta di Sabrina. Ricordo che nel nostro primo incontro disse: parli con Sabrina, lei sa più di me di Sarah. Sì, Sarah usciva con Sabrina. La casa di via Deledda era per lei una sorta di calamita. Mia figlia era convinta che l’amavano.

Nulla l’ha colpita? Mai ha avuto sospetti?

La sera della scomparsa di Sarah, Sabrina e Cosima vennero da me e mi dissero “apriamo il diario di Sarah, quello con il lucchetto, forse troveremo qualche pensiero utile”. Quella sera appresi la storia di Ivano e i sentimenti di Sarah nei confronti del giovane. Per me fu una sorpresa, Sabrina invece sminuì la cosa. Con il passare dei giorni, nella mia testa aumentava la confusione. Maria ritornava sui suoi pensieri. Lei era attentissima, osservava, ordinava parole e pensieri. Cosima e Sabrina la consideravano un pericolo per loro, tanto che mi dissero: Maria deve badare solo ad assistere zio Cosimo (il padre adottivo di Concetta, poi morto, ndr) e non deve impicciarsi. Il mio appello a indagare tra i parenti serviva a rompere il cerchio che mi stava soffocando. Sentivo che Sabrina nascondeva qualcosa, che a volte sviava l’attenzione, senza però pensare al peggio.

Quali sono stati i veri rapporti tra lei e le sue tre sorelle? E’ possibile che nessuna si sia schierata apertamente con lei?

Io ho vissuto da sola. Una volta adottata da Cosimo Spagnolo, sono cresciuta lontana da loro. Cosima, Emma e Dora sono state sempre unite tra di loro. Cosima e Sabrina sono gelose e invidiose per natura. Adesso addirittura me le vedo nemiche. I magistrati le indicano complici nel delitto. Mia sorella assassina, insieme alla figlia: scioccante, disumano e crudele.

Ed Emma, come si è comportata? L’abbiamo vista sempre in casa Misseri...

Emma qualche volta è venuta, poi sempre più raramente. Lei si atteggia in modo diverso. Mai un’espressione di vero dolore per la morte di Sarah. Da quando Sabrina è stata arrestata non è più venuta a casa mia. Ho perduto mia figlia e le mie sorelle non sono capaci di solidarietà autentica».

Forse c’entra la storia dell’eredità?

No, non credo proprio, sarebbe assurda una cosa del genere. Uccidere una bambina per soldi è fuori da ogni logica. Lei è cresciuta con un suo ordine interiore e con un relativo benessere, non ha fatto la bracciante, come Cosima. Forse il distacco è dovuto al fatto che le sue sorelle hanno sofferto la fame e hanno dovuto lavorare in campagna. È sufficiente questo per odiare e per arrivare ad usare violenza, fino alle conseguenze estreme, contro una bambina? Non credo. Come non credo che sia sufficiente la gelosia per spingere a gesti di male assoluto. A volte penso: forse Sarah era a conoscenza di storie, di relazioni o di episodi di degrado inconfessabili che hanno coinvolto Sabrina, forse Sabrina temeva che Sarah li rivelasse.

Concetta parla anche di Michele, «abituato a subire gli ordini, mai arrabbiato». «Michele non aveva motivi né per molestare né per uccidere». La mamma di Sarah sostiene che ciascuno deve pagare il suo conto con la giustizia in base al grado di colpevolezza. Certo, anche lui è un malvagio per aver sepolta Sarah in un pozzo. Il perdono? «Dio può perdonare. Ma il perdono arriva con il pentimento vero dei cuori. In questa storia, invece, ci sono solo bugie, reticenze, complicità nel male, mai una parola di pentimento».

Zia Cosima non nutriva sentimenti particolarmente benevoli nei confronti della nipote Sarah anche per una storia di eredità. Lo sostiene nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Cosima Serrano ed ha aggravato la posizione della figlia Sabrina, il gip del tribunale di Taranto Martino Rosati. Il marito Michele, più volte nel corso degli interrogatori ha riferito che la moglie mal sopportava la costante presenza della ragazzina a casa loro.

«Sarah, con la sua ancora acerba ma crescente avvenenza - scrive Rosati -, era anche colei che stava creando non pochi problemi alla figlia Sabrina, peraltro in un contesto di esacerbati rapporti familiari». Sarah era la figlia di sua sorella Concetta, ovvero colei che, da piccola era stata data in adozione alla sorella del loro padre, la quale era sposata con un signore piuttosto benestante. La coppia non aveva avuto figli. «Tale adozione, pertanto, aveva determinato che, alla morte dei suoi genitori adottivi, Concetta ereditasse l’intero patrimonio, impedendo, con la sua presenza, la devoluzione quanto meno della quota legittima ai fratelli di Filomena Serrano e ai loro figli, tra cui anche Cosima».

«Questa, a differenza di Concetta - scrive Rosati -, aveva avuto una vita nient'affatto agiata, trascorsa a lavorare nei campi e lontana dal marito immigrato. Peraltro, come se tanto già non bastasse, Concetta, in quanto pur sempre figlia dei suoi genitori naturali, alla morte di questi ultimi, aveva concorso con i propri fratelli alla suddivisione pure di tale asse ereditario, benché non avesse prestato alcuna assistenza alla loro madre, a differenza di quanto compiuto dalle altre sorelle».

«Tutto questo - si legge nell'ordinanza - aveva determinato contrasti mai sopiti in famiglia, come si può desumere a rigore di logica, ma come, soprattutto risulta confermato dalle parole di Valentina Misseri nel corso di una sua conversazione telefonica intercettata durante le indagini: "..mia nonna stava male e non è venuta un giorno ad accudirla però quando ha diviso l'eredità si è presentata la prima"...».

Rosati sposa la tesi dei pm: «Cosima nel rapporto tra Sarah e Sabrina rivedeva un film già visto e per lei molto doloroso: ossia la replica del suo rapporto con la sorella Concetta».

Si è detto che l’uccisione di Sarah Scazzi ha suscitato una così morbosa attenzione nell’opinione pubblica nazionale per le corde profonde (l’adolescenza, la solitudine, la ricerca di affetto, la gelosia) che da sola è riuscita a toccare, ma per quanto atroce possa essere stato il delitto, oggi il suo epilogo lo supera di gran lunga.

Eppure c’è qualcosa che al solo pensiero suscita un’angoscia pari a quella per la morte di Sarah e per lo scoprire quanto le fossero vicini i suoi assassini: è il dubbio che Sabrina e Cosima possano essere le vittime di un errore giudiziario. Ecco perché nel saperle in cella con il loro carico di infamanti accuse, c’è da augurarsi che siano davvero colpevoli.

I dubbi sollevati sono condivisi il 28 maggio dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Carlo Bollino. E’ un processo indiziario questo, di pistole fumanti non se ne vedono e a ben guardare mancano anche in questa ultima ordinanza di custodia cautelare. Ricchissima di dettagli su quello che ragionevolmente sembra essere il movente del delitto (Sabrina non era soltanto gelosa di Sarah, ma ai suoi occhi era colpevole di averne tradito la fiducia, che è ancora più grave); convincente nell’elencare le contraddizioni di Sabrina; puntuale nel ricostruire lo scenario - anche logistico - nel quale il delitto si sarebbe compiuto; accurata nel ricostruire con credibili riscontri tecnologici le posizioni dei protagonisti prima e dopo il delitto; e infine apparentemente implacabile nel concludere che poichè Sarah Scazzi il pomeriggio del 26 agosto raggiunse casa Misseri viva e ne uscì morta, i colpevoli non possono che essere coloro che in quella casa si trovavano: cioè Michele, Sabrina e Cosima. Di indizi per sostenerlo ce ne sono a fiumi, ma poiché manca una prova definitiva e schiacciante, questo teorema rappresenta la sola Verità possibile? Basta dire: «È così perché non potrebbe essere altrimenti» per convincerci della colpevolezza dell’intera famiglia? E reggerà tutto questo alla verifica del processo?

C’è un dettaglio, cruciale e irrisolto, che continua ad impedire alla ricostruzione degli eventi fornita finora dai giudici di apparire totalmente convincente. E’ quello che viene indicato come l’astuto alibi che Sabrina Misseri avrebbe orchestrato dopo aver ucciso la cuginetta, cioè lo scambio di sms tra lei e il telefonino di Sarah che in quel momento si troverebbe ormai nelle sue mani. Immaginiamo la scena evocata dalla procura: è la controra del 26 agosto, l’omicidio è appena compiuto, il cadavere della ragazzina è ancora sul pavimento di casa e sta per essere trasportato nel garage (c’era la porta interna attraverso cui trasferirlo: ora è stato provato pure questo) e Sabrina fa scattare il piano. Tra le 14:25 e le 14:28 invia due messaggini a Sarah invitandola a raggiungerla con il costume da bagno per andare al mare. E poi, digitando sul telefonino della cuginetta, fa partire uno squillo verso il proprio cellulare: segnale convenuto con il quale Sabrina fa dire a Sarah «sono arrivata». Il primo dubbio è questo: quello che a parere degli inquirenti è un alibi, si poggia in realtà sul fatto che Mariangela per prima (alle 14:23) invia un sms a Sabrina dicendole di essere pronta ad andare in spiaggia. A quel punto Sabrina le chiede se può chiamare anche Sarah, e Mariangela risponde «ok». È solo in quel momento che partono i messaggini alla cugina. Ma che alibi avrebbe costruito Sabrina se Mariangela le avesse invece risposto «no», non invitare Sarah? E ancora: perché far partire quello squillo, certificando in questo modo l’arrivo della cuginetta sotto la propria abitazione? Non sarebbe stato più logico, al contrario, tentare di allontanarla dal luogo del delitto, facendo insomma credere che fosse stata rapita lungo il tragitto?

Si può ragionare sostenendo che le mosse di Sabrina furono dettate dalla confusione e dal panico (quindi nessun piano preordinato), e che in definitiva si sono rivelate un errore. Ma in assenza di prove schiaccianti (o di una confessione autentica e liberatrice), può altrettanto correttamente sostenersi che Sabrina non orchestrò proprio nulla, che quello scambio di chiamate con la cugina fu autentico, e che di conseguenza - a questo punto senza incertezze - lei e la madre sarebbero assolutamente innocenti. Perché indispensabile presupposto della loro responsabilità è che il delitto sia avvenuto prima di quell'ultimo squillo. Se invece Sarah era ancora viva alle 14:28 non possono averla assassinata loro per il semplice fatto che non ne avrebbero avuto il tempo.

È solo un dubbio dentro una miriade di indizi che invece depongono per la loro colpevolezza. Ma fino a quando questa ombra esiste si impone per tutti (inquirenti, giornalisti e opinione pubblica) cautela e rispetto. Quindi mai più applausi all’indirizzo degli arrestati, perché anche il solo immaginare Sabrina e Cosima innocenti in carcere è molto peggio che saperle assassine.

30 maggio. La scarcerazione di Michele Misseri. In 236 giorni un orco non si è trasformato in eroe. E forse nemmeno in innocente. Michele Misseri, otto mesi dopo il suo arresto, è tornato però a casa. Alle 19,15 ha varcato da uomo libero insieme con la figlia Valentina la villetta degli orrori di via Deledda dove secondo gli investigatori sua moglie Cosima e sua figlia Sabrina hanno ucciso Sarah Scazzi. A decidere la scarcerazione è stato il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto, Martino Rosati, che ha accolto le istanze della difesa di Misseri, ma anche quella della Procura. Misseri resta indagato per l'omicidio di Sarah (oltre che per il vilipendio e la soppressione del cadavere), ma secondo la Procura non esistono più i gravi indizi. Da qui il parere positivo alla scarcerazione. Il gip ha accolto la richiesta nel giro di poche ore, lasciandogli come unico obbligo quello della firma: dovrà presentarsi ogni pomeriggio alla caserme dei carabinieri per firmare la presenza.

«Mi dispiace per la mia famiglia se vanno... Io adesso li scoprirò... Cosa vogliono dire ... è andata così, che vogliono fare. Se uno non fosse voluto andare...». Il gip riporta questa frase, tratta dall’intercettazione ambientale disposta prima della confessione di Michele, per sostenere la tesi che l’uomo «abbia ricevuto per lo meno la richiesta, se non proprio l’ordine, di recarsi da qualche parte», cioé ad occuparsi «dell’immediato trasporto del povero corpo di Sarah lontano da casa». La custodia cautelare per quel capo d’accusa, così riformulato, è di 6 mesi. E i termini di custodia preventiva sono quindi scaduti.

Michele Misseri ha trovato casa come l'aveva lasciata, assaltata da fotografi, cameraman e giornalisti oltre a tanti curiosi che si sono lasciati andare anche a qualche applauso quando è sceso dall'auto. Tra gli altri c'erano anche due sorelle e una nipote, che lo hanno visto entrare in casa, ma non sono riusciti ad avvicinarlo. Dal carcere era andato a prenderlo la figlia Valentina arrivata da Roma, dove vive, all'alba. La ragazza era stata già nella prima mattinata in carcere a trovare Sabrina insieme con la zia Emma. Nel pomeriggio, a sorpresa, ha ricevuto la telefonata dei carabinieri, che le dicevano che Michele era stato scarcerato e che qualcuno avrebbe dovuto andarlo a prendere dal carcere. "È sempre mio padre" ha confessato Valentina agli amici. La ragazza è però convinta della colpevolezza del padre e dell'assoluta innocenza sia di sua madre Cosima, sia di sua sorella Sabrina. "In galera - ripete da giorni - ci sono due innocenti ed è assurdo che i magistrati continuino a non credere né a loro né a mio padre, che ora sta dicendo tutta la verità".

«Sono sconvolta - commenta da casa sua invece Concetta Serrano, la mamma di Sarah, su “La Repubblica”. - Non me l'aspettavo che Michele tornasse libero così presto e ora non so se sono pronta per esempio per incontrarlo. Se lo avessi davanti l'unica cosa che potrei dirgli è di dire tutta la verità, perché io sono convinta che in questa storia non è ancora stata detta tutta la verità».

Le prime emozioni nella casa di via Deledda non sono stati facili per zio Michele. Ha lo sguardo fisso e un po' perso, il corpo composto in quella camicia da cowboy di campagna che ormai è diventata il feticcio di questa storia. Guarda dritto e ripete con la voce ferma: «Sono stato io. Ho ucciso io Sarah. Hanno liberato un assassino mentre in carcere ci sono due innocenti». Michele Misseri è seduto nella cucina di casa sua, la stessa dove secondo gli inquirenti è stata uccisa Sarah.

«Sbagliano, i giudici sbagliano – ripete - Io ora sto dicendo la verità e se loro mi credono, io voglio dirla di nuovo, la verità». La verità è quella delle ultime lettere, secondo Michele: Sarah l'ha ammazzata lui nel garage. È stato un raptus, l'ha stretta con la corda del compressore. «Queste immagini del paese sono incredibili: ma come hanno fatto a trattare così Cosima? Perché hanno battuto le mani se arrestavano un innocente? - insiste l'agricoltore. - E poi mi dispiace per Sabrina. Anche lei non ha fatto niente ed è in galera per colpa mia: io ora vorrei chiederle perdono, il perdono di un padre che ha rovinato la vita della figlia. Perdono, Sabrina, perdono. Sono stato io, lei con la morte di Sarah non c'entra nulla».

Frasi ripetute ossessivamente, tanto che qualcuno nella tarda serata ha chiamato un'ambulanza del 118. Il personale medico ha consigliato una visita specialistica, Misseri nella notte è stato accompagnato all'ospedale di Taranto, ma la consulenza ha escluso patologie importanti. Poche ore dopo Misseri è stato riportato nella villa di via Deledda. Pare che le sue condizioni siano buone e che nei suoi confronti non fosse stato emesso il provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio, che sembrava fosse stato assunto dal sindaco di Avetrana per disporre il ricovero in ospedale.

Le circostanze che hanno portato al trasporto in ospedale e alle successive dimissioni di Michele Misseri dalla struttura sanitaria sono abbastanza oscure. A quanto si è saputo, al suo ritorno a casa, Misseri avrebbe parlato con qualche giornalista. Poi, secondo il racconto fatto dalla figlia Valentina, interpellata al riguardo, «sono venuti i medici del 118 dicendo di aver ricevuto una chiamata, ma io non ho chiamato nessuno. Michele stava bene - ha aggiunto Valentina - era meravigliato per essere uscito dal carcere e si è sfogato, ma stava benissimo». Valentina ha detto ancora di aver chiesto perché il padre venisse portato via e di aver ricevuto dai medici la risposta che era stato il sindaco di Avetrana a disporre con un'ordinanza il ricovero.

La scarcerazione di Misseri è arrivata nello stesso giorno in cui sia Cosima, sia Sabrina non hanno voluto rispondere alle domande del gip durante l'interrogatorio di garanzia. "In questo momento non era opportuno che rispondesse" hanno detto i legali di Cosima, che hanno già annunciato ricorso al tribunale del Riesame contro l'ordinanza di custodia, che ha portato in carcere la donna. Sulla stessa linea anche i legali di Sabrina: "A questo punto non c'era alcuna utilità processuale. Non avrebbe avuto alcun senso se avesse risposto" ha detto Nicola Marseglia, uno dei difensori di Sabrina insieme con il professor Franco Coppi.

Maria Corbi de “La Stampa” ha avuto un colloquio esclusivo con Michele nell’immediatezza della scarcerazione. Torna a casa Michele e guarda la foto che all’ingresso lo mostra con la figlia Valentina il giorno delle nozze. Papà orgoglioso. Adesso Valentina lo riporta a casa dopo 8 mesi di galera, 8 mesi di continue versioni sulla morte di sua nipote Sarah: sono stato io, no è stata Sabrina, forse è stato un gioco finito male, e poi ancora: sono stato io. Un altro padre. È spaesato quando entra e muove passi lenti nella sua casa, costruita pezzo a pezzo, col il sudore del lavoro in Germania e nei campi. Piange: «Non dovevo uscire io, ma Sabrina e Cosima che sono innocenti. Se le condannano la mia morte sarà sulla tomba di Sarah». Una vita senza macchie fino a quel giorno, come dice lui, che gli è «andata via la testa», «ho sentito un calore che dalle spalle è salito alla testa» e ha ucciso Sarah. Piange Michele ingrassato in cella «come quando stavo all’estero». «A chi non mi crede quando dico che non so cosa mi sia successo dico che le cose bisogna provarle». Hai fatto tu Michele, sicuro? «Si, tutto io, lo giuro sulle ossa di mia madre». Inizia da qui ancora una volta il racconto minuzioso della sua verità. Michele vuole partire da lontano, da maggio quando è esplosa la sua crisi personale e con Cosima, racconta di quando in campagna stava per tirargli una pietra. «Lei si sfogava con me, ma io mi tenevo tutto dentro. Quel maledetto 26 agosto io stavo arrabbiatissimo perché il trattore non partiva e pensavo che tutti ce l’avevano con me, gridavo e Sarah è venuta a vedere, questo ho pensato. Io gli ho detto vattene, ma lei mi doveva dire qualcosa, allora l’ho sollevata di peso, l’ho girata per cacciarla. E quando mi ha dato un calcio sono esploso, tutta la mia rabbia l’ho messa sopra di lei. Avevo una corda sul parafango del trattore e gliela ho girata due volte al collo. Sarah aveva il telefonino in mano ed è caduto aprendosi in due. Quando l’ho lasciata lei è caduta con il collo sul compressore e quando l’ho presa da terra aveva il collo storto». Non sa dire gli orari: «Non porto orologio, proprio non so dire gli orari».

Dalla sacca che ha portato dal carcere Michele tira fuori un fascio di fogli protocolli: «Qui c’è la verità», dice. È il suo memoriale che tiene stretto, dentro c’è anche il motivo che lo ha spinto ad accusare la figlia. «Adesso non posso dirlo, perché lo devo dire al giudice». Racconta però che solo due giorni dopo l’incidente probatorio si è reso conto che Sabrina sarebbe rimasta in carcere «tutta la vita» e non come gli avevano detto: «Che stavamo due anni tutti e due e poi uscivamo». «Ma da allora nessuno mi ha più voluto ascoltare. L’ho chiesto tante volte». Il memoriale Michele lo voleva dare alla procura: «Ma dopo che ho visto quello che hanno fatto con le lettere non l’ho più dato».

Michele mima con una corda come ha fatto a seppellire Sarah nel pozzo, dice che ha detto di averla violata perché l’aveva spogliata. Piange: «Io sono cosciente che devo tornare in carcere, perché so quello che ho fatto e devo pagare. Volevo ammazzarmi prima di andare in carcere con il veleno che usavo per pompare le olive. E adesso mi ammezzerei, ma non lo faccio perché ci sono due innocenti in carcere». Quando gli hanno detto che poteva uscire ha detto di avere paura. «Ho pianto». «Sicuri?». L’avvocato Francesco De Cristofaro gli ha spiegato che sono decorsi i termini di durata massima di custodia cautelare in carcere alla luce della nuova contestazione di reato, ossia la soppressione di cadavere. Rimane indagato anche per omicidio e vilipendio di cadavere, ma venendo meno i gravi indizi di reato, vengono attenuate le esigenze cautelari. A Misseri rimane l’obbligo di firma ai carabinieri ogni giorno tra le 17 e le 18. Per la procura Michele non è un assassino. «Sono stato io», ripete invece con sicurezza Michele. Piange quando pensa alle immagini dell’arresto di Cosima con i compaesani che esultavano e sputavano come lama. «E molti li ho anche riconosciuti. Non ci ho dormito la notte Perché? Perché?». Stesse domande che si è fatto quando ha visto la gente che lo ha applaudito come un eroe che torna dal fronte: «Non sanno quello che fanno, quelli non sono applausi, dovranno applaudire Sabrina e Cosima quando usciranno». Dice che non è vero che era trattato male a casa, che «gli avanzi li mangiavamo tutti» e che ha denunciato chi ha detto «che stava meglio in cella che in casa». E poi le lettere che secondo i pm sono state scritte sotto dettatura: «Nessuno mi ha detto di scriverle perché alla vigilia di Natale mi ero arrabbiato visto che nessuno mi credeva. Non sapevo nemmeno che a Sabrina potevo scrivere». Non porterà un fiore sulla tomba di Sarah perché non se la sente Michele: «Volevo suicidarmi su quella tomba. Per me era come una figlia. Volevo tirarla fuori da quel pozzo perché due giorni dopo l’ho sognata che diceva “zio ho freddo”. Allora sono andato al pozzo, ho legato la corda a un ceppo per uscirla fuori, ma il pozzo era troppo stretto». Piange ancora Michele quando pensa a Sabrina: «Come potrò mai chiederle perdono?». Di Cosima dice: «La capirò se non vorrà più parlarmi, per colpa mia c’è andata di mezzo. E come lei anche mio fratello e mio nipote. Io ho fatto tutto da solo e cosa ci vuole a sollevare 40 chili, tanto pesava Sarah e a volte la sollevavo con una mano». Sei pentito Michele? «Sì sono pentito e ho già chiesto perdono a Dio, ma non so se me lo ha dato».

Gli strumenti di difesa. Gli interrogatori di garanzia?? Il 30 maggio 2011 si sono avvalsi del diritto di non rispondere: Sabrina Misseri, difesa dall’Avvocato Nicola Marseglia, e sua madre, Cosima Serrano, difesa dagli avvocati, Franco De Jaco e Luigi Rella, Presidente dell'Ordine degli Avvocati della Provincia di Lecce. Da notare che ci sono avvocati di Lecce, De Jaco e Rella, e ancor prima la Francesca Conte per Sabrina. Avvocati extra Foro per dare garanzia di affidabilità. Si ignora che ci sono sempre i rapporti stretti tra avvocati e magistrati di Taranto, Lecce e Brindisi. Il legame stretto che li lega è proprio l’esame di abilitazione forense che si tiene a Lecce e che abilita tutti gli avvocati dei tre Fori. Esame che varie inchieste inducono a dubitarne la legalità e i cui commissari sono gli stessi avvocati e magistrati.

Le due donne non hanno proferito parola dopo che il Gip Martino Rosati le ha interrogate successivamente alla sua ordinanza di custodia cautelare in carcere, motivata con oltre 90 pagine, da cui traspariva la sua piena convinzione della colpevolezza di entrambe.

Comunque bene hanno fatto a stare zitte ed ecco il perchè.

In Italia ogni giorno c’è un innocente che viene incolpato ingiustamente ed un colpevole che riesce a farla franca. E’ in questo dilemma che si opera. In virtù di esso, chi conosce bene la Giustizia in Italia, è abituato a conoscere l’uomo nei momenti più tristi della sua vita: o perché è accusato di aver commesso un crimine o perché lo ha subito. In entrambi i casi, l’uomo della strada deve difendersi in giudizio e quindi si prepara ad andare incontro al calvario giudiziario, che comporta il rischio di un crollo non solo economico, ma anche sociale, familiare e psicologico.
Quanti dicono: “Se sei innocente non hai nulla da temere” sono, a dir poco, ingenui o ignoranti, se non addirittura in malafede, perché la realtà nei nostri tribunali è ben diversa, posto che non basta avere ragione, ma occorre ottenerla. Sorprende l’incredulità o l’indifferenza di quei politici che prima fanno compiere la riforma del codice penale e di procedura penale ai penalisti, senza il supporto di veri esperti, e poi s’indignano quando le storture della procedura penale li colpisce direttamente o da vicino. Consideriamo un attimo lo strumento tecnico del cosiddetto “interrogatorio di garanzia” davanti al Gip (ma un’analoga riflessione la possiamo fare, ancor prima, tra l’avviso di garanzia e l’interrogatorio davanti al Pm). L’arresto in flagranza  o il fermo, tecnicamente misure temporanee e precautelari, sono richieste dalla Pg e dal Pm e convalidate dal Gip, ovvero la custodia cautelare è disposta dal Gip su richiesta del Pm. Per questi istituti fa seguito il cosiddetto “interrogatorio di garanzia”, ma garanzia di cosa? Per chi?

L’arresto è la cosa più grave che può capitare ad una persona, perché lo priva della sua libertà personale e gli fa crollare addosso, in un attimo, tutte le certezze di una vita. Ora, una riforma penale dotata di senso umanitario e disposta secondo una giustizia amministrata in conto del popolo (non solo in nome), disporrebbe l’interrogatorio di garanzia prima dell’arresto, non dopo. Difatti, se il Gip dispone l’arresto oggi, ben motivandolo a pena di invalidità, come può il giorno dopo fare marcia indietro? Non sarà invece psicologicamente interessato (perché predisposto, anche in perfetta buona fede) a cogliere di più gli elementi di colpevolezza che quelli d’innocenza?

Il risultato di chi entra dal Gip con una situazione penalmente rilevante e ne esce con un aggravio di responsabilità (secondo il Gip, ovviamente), può essere causato: uno, dal meccanismo bizzarro dell’interrogatorio di garanzia, come suddetto; due, dalla psicologia del reo, ove questi non è consapevole (anche in buona fede) che determinate condotte corrispondono a determinate fattispecie di reato; tre, dalla “devastazione psicologica” del reo, il quale, tratto in arresto e finito sulla gogna mediatica deve fare i conti con lo stigma della colpevolezza (anziché dell’innocenza) fino a prova contraria. Per la persona accusata ingiustamente di un crimine, non contano tanto i provvedimenti giudiziari (se pur gravi e devastanti), quanto il fatto che nessuno sembra più disposto a credergli, da qui il rischio psicopatologico che col tempo tende ad accettare lo stigma della colpevolezza (ed a comportarsi di conseguenza), pur essendo innocente. Questo fattore trae in inganno molti periti psichiatri e giudici, se non sono esperti di criminologia. Togliere la credibilità al reo è il principale indizio del complotto. Ora, capita spesso che una persona quando è raggiunta da un avviso di garanzia grida al complotto; ma chiunque volesse incastrarlo, come primo atto, farebbe di tutto per togliergli l’attendibilità anche e, soprattutto, sui giornali, con articoli telecomandati. E così è successo!!

1 luglio. Inchiesta chiusa, quindici gli indagati…., anzi di più!!! Notificati gli avvisi di conclusioni delle indagini a 15 persone. Michele Misseri, 57 anni, Cosima Serrano, 56 anni, Sabrina Misseri, 23 anni, Carmine Misseri, 55 anni, Cosimo Cosma, 43 anni, Gianluca Mongelli, avvocato di 38 anni, Vito J. Russo, avvocato di 38 anni, Emilia Velletri, avvocato di 41 anni, tutti di Taranto, gli ultimi due ex legali di Sabrina. E ancora, Giovanni Buccolieri, 40 anni, il fioraio di Avetrana, Anna Scredo, 39 anni, Antonio Colazzo, 39 anni, cognati del fioraio e residenti a Parma (indagati per favoreggiamento personale), Cosima Prudenzano, 50 anni, suocera del fioraio, Francesco De Cristofaro, 45 anni, avvocato romano di Michele Misseri, Giuseppe Nigro, 37 anni, amico del fioraio, e Michele Galasso, 36 anni, parente del fioraio, entrambi di Avetrana. Per la procura, Cosima e Sabrina le assassine: il delitto sarebbe stato compiuto nell'auto della zia. Michele Misseri imputato solo di occultamento di cadavere. Di seguito l’articolo di Mario Diliberto Foschini su "La Repubblica", abbastanza diffamatorio, menzoniero e razzista. Questo la dice lunga sulla professionalità dei giornalisti, che, se e quando ad Avetrana sono venuti, hanno trovato quell’ospitalità, che a Brembate, per esempio, gli è stata giustamente negata. Quei giornalisti, megafono della procura di Taranto e strumento di depistaggio dei protagonisti della vicenda, che hanno pensato bene di mai intervistare il dr Antonio Giangrande, del posto, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, esperto di questioni giudiziarie e in particolare del Foro di Taranto, che bene avrebbe spiegato il modus operandi dei magistrati di Taranto, dati i precedenti. “Quindici indagati, due assassine e una nuova scena del delitto. Sarah Scazzi è stata ammazzata in auto, trascinata da sua zia Cosima e da sua cugina Sabrina. In tanti hanno visto ma nessuno ha raccontato. E quando un uomo - il fioraio Giovanni Buccolieri - ha provato a dire la verità, ha subito ritrattato raccontando che si trattava soltanto di un sogno ottenendo la copertura della sua famiglia e di mezzo paese. Per la procura di Taranto, però, sono finite ufficialmente le indagini sul caso di Sarah. La prossima tappa sarà il processo. La ricostruzione finale è questa: Sarah è stata uccisa da Cosima e Sabrina. Lo zio Michele Misseri ha occultato il cadavere, aiutato da suo fratello Carmine e da suo nipote Cosimo Cosma. Le indagini sono state lunghe e difficili perché ci sono stati tanti silenzi e troppi depistaggi: è quelli che avrebbero provato a fare gli avvocati Vito Russo (il primo legale di Sabrina) e Gianluca Mongelli, facendo pressioni sul fratello di Michele Misseri perché cambiasse legale. Oppure Emilia Velletri, l'altro avvocato di Sabrina, che avrebbe contribuito a distruggere un verbale di Ivano Russo acquisito in sede di indagini difensive. C'è poi il ruolo di Francesco de Cristofaro, il nuovo avvocato di Michele Misseri, accusato sostanzialmente di infedele patrocinio, perché avrebbe spinto Misseri ad accusarsi di un reato (l'omicidio di Sarah), che in realtà non aveva commesso. C'è poi l'incredibile storia dei vicini e dell'omertà. Uno, il fioraio Giovanni Buccolieri, avrebbe visto quella mattina Cosima e Sabrina trascinare Sarah in auto e avrebbe taciuto la circostanza per mesi agli investigatori. Poi gli è sfuggita in un colloquio informale e quando è stato richiamato per metterla a verbale, ha raccontato che si trattava di un sogno. "Una bugia" dicono gli investigatori, che si è sviluppata anche grazie alle complicità offerte all'uomo da amici e parenti: Anna Scredo, Antonio Colazzo, Cosima Prudenzano, Giuseppe Nigro e Michele Galasso sono tutti indagati per averlo coperto.”

Invece questo è il resoconto reale estrapolato dall’atto giudiziario. Sarah Scazzi fu rapita da sua zia Cosima Serrano e Sabrina Misseri e fu strangolata nell’abitazione di via Deledda con una cintura. Lo scrivono il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Mariano Buccoliero nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato ai 15 indagati nell’inchiesta sul delitto di Avetrana.

Mesi e mesi di lavoro investigativo, fatto spesso in salita alla luce degli innumerevoli tentativi di depistaggio, sono serviti agli inquirenti per fare luce su un omicidio che ha attirato su Avetrana i riflettori mediatici di mezza Italia.

A Sabrina Misseri, in carcere dal 15 ottobre, e a sua madre Cosima, in cella dal 26 maggio scorso, sono contestati, come detto, il concorso nel sequestro di persona e il concorso in omicidio, un delitto che secondo gli inquirenti sarebbe stato determinato da un sentimento di odio e vendetta comune, scaturito da ragioni di gelosia, invidia, tradimento e dal fatto che Sarah aveva reso di pubblico dominio l’esistenza di un rapporto sentimentale e sessuale tra Sabrina e Ivano Russo.

Sono cinque gli indagati per la soppressione del cadavere delle 15enne: si tratta di Sabrina e Cosima che avrebbero ordinato a Michele Misseri di trasferire il cadavere con la sua Seat Marbella nel terreno di contrada Mosca dove si trova il pozzo-cisterno nel quale il corpo sarebbe stato calato con l’aiuto di Carmine Misseri e Cosimo Cosma, rispettivamente fratello e nipote di Michele Misseri.

Al solo Michele Misseri, che, lo ricordiamo, è stato in carcere dal 7 ottobre al 30 maggio con l’accusa di omicidio ora rubricata soltanto alla moglie e alla figlia, ora invece viene contestato il danneggiamento per aver distrutto, incendiandoli, i vestiti e lo zainetto della nipote Sarah. In concorso con Sabrina e Cosima, invece, Michele risponde di furto aggravato per l’impossesamento del cellulare di Sarah.

Esaurita la parte che riguarda direttamente la commissione del delitto, i magistrati inquirenti passano poi in rassegna la lunga teoria di depistaggi che ha contrassegnato l’indagine. Sabrina Misseri è indagata per calunnia per aver accusato, pur sapendola innocente, la badante rumena della famiglia Scazzi Maria Ecaterina Pantir, in un interrogatorio reso l’8 settembre del 2010.

Indagati per tentato favoreggiamento sono gli avvocati Vito Russo e Gianluca Mongelli che, in concorso con Valentina Misseri (non punibile in quanto avrebbe agito per favorire suoi parenti) avrebbe cercato di favorire Sabrina Misseri, difesa all’epoca dei fatti da Vito Russo e da sua moglie Emilia Velletri, portando a Carmine Misseri, fratello di Michele, il testo di un telegramma da inviare in carcere a Michele per invitarlo a nominare quale suo difensore di fiducia, per far decadere l’avvocato d’ufficio, giacché tanto era necessario per «aiutare Michele e anche per aiutare Sabrina». Il telegramma fu in effetti inviato ma il tentativo fallì perché Michele Misseri non effettuò la nomina che gli era stata suggerita.

L’avvocato Vito Russo è indagato anche per subornazione di testi perché, usando minaccia nei confronti di Ivano Russo, avrebbe cercato prima di indurlo a riferire falsamente, in un verbale redatto nell’ambito di indagini difensive, che anche Mariangela Spagnoletti, teste contro Sabrina, era innamorata di lui, e per favoreggiamento perché, avrebbe cercato di gettare discredito nei confronti della stessa Mariangela che aveva già rilasciato ai pubblici ministeri dichiarazioni rilevanti a carico di Sabrina Misseri. In concorso con la moglie Emilia Velletri, infine, Vito Russo è indagato anche per soppressione di atti veri in quanto avrebbe strappato il verbale e cancellato il relativo audio di alcune dichiarazioni rilasciate da Ivano Russo nel corso dell’interrogatorio reso loro il 31 ottobre del 2010 nell’ambito delle indagini difensive. C’è poi un altro avvocato finito nei guai ed è il professionista romano Francesco De Cristofaro, legale di Michele Misseri, indagato per infedele patrocinio perché avrebbe arrecato nocumento agli interessi della parte da lui difesa facendo pervenire lo scorso 9 febbraio alla Procura una lettera con la quale Misseri tornava ad accusarsi dell’omicidio. De Cristofaro avrebbe poi consigliato al suo cliente, per essere più credibile, di confermare di aver abusato del cadavere della nipote: «Pure che non c’è stata violenza, tu hai detto che è stata violentata...che l’ha fatta eh...nuda; devi dire lo stesso - si legge nell’avviso - e poi quando dicono perché hai detto così e poi dopo non l’hai detto più? Che me lo ha detto l’avvocato e la criminologa; di non dirlo più che non è vero».

Nell’elenco degli indagati c’è poi il fioraio di Avetrana Giovanni Buccolieri, indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero, e cinque tra suoi parenti (la suocera Cosima Prudenzano, la cognata Anna Scredo, il cognato Antonio Colazzo) e conoscenti (Giuseppe Nigro e Michele Galasso) che avrebbero avallato la tesi del sogno riguardo a quanto visto da Buccolieri il pomeriggio del 26 agosto: Sarah che viene costretta a salire sull’auto di Cosima.

I 15 indagati sono difesi dagli avvocati Francesco De Cristofaro, Massimo Saracino, Francesco De Jaco, Luigi Rella, Franco Coppi, Nicola Marseglia, Lorenzo Bullo, Franz Pesare, Raffaele e Serena Missere, Antonio Raffo, Gianluca Pierotti, Giovanni Scarciglia.

Questi si contrapporranno a agli avvocati delle parti civili. Per la famigli Scazzi la parte civile sarà rappresentata dagli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile. Per il Comune di Avetrana la parte civile sarà rappresentata al processo dall'avvocato Pasquale Corleto del foro di Lecce.

Ed ancora sono apparsi in scena Mariangela Spagnoletti ed Ivano Russo, rappresentati dall'avv. Enzo Tarantino.

Un grande circo. Tutti insieme per godere delle luci della ribalta. Ma a spese di chi ....?

A questi si aggiungono altri indagati. Hanno ricevuto un avviso di garanzia per concorso in falso la deputata del PdL Melania Rizzoli e la giornalista di "Libero" Cristiana Lodi. L’accusa è di essere penetrate in maniera fraudolenta nel carcere in cui si trovava detenuto lo zio di Sarah, Michele Misseri, per un colloquio che sarebbe poi diventato un’intervista non autorizzata. Una vera e propria frode, appunto, con la deputata che usufruisce dei suoi diritti di ispezione alle carceri per entrare nella casa circondariale, portandosi appresso la giornalista del quotidiano di Maurizio Belpietro, presentandola come una sua collaboratrice; in realtà, la Lodi era lì per ascoltare il colloquio fra la Rizzoli e Misseri, trasformandolo in un’intervista mai concessa e però regolarmente pubblicata su Libero del 15 febbraio 2011.

Inoltre, la notizia del rinvio a giudizio della giornalista di Matrix, Ilaria Cavo e dell’ex consulente della difesa di Sabrina, Raffaele Calabrese (saranno processati il 6 dicembre 2011), implicati in una compravendita di foto del garage di via Deledda trasmesse poi da Matrix.

Ancora c’è la posizione del funzionario di banca Milizia Angelo Carmelo della Banca di Credito Cooperativo di Avetrana querelato da Cosima Serrano per la questione della firma sull’assegno versato in banca.

Una querela di Cosima Serrano per diffamazione nei confronti della giornalista Mariella Boerci e della società editrice “Anordest”, che ha pubblicato il libro della Boerci “La bambina di Avetrana” inerente all’inchiesta sull’omicidio di Sarah Scazzi. Cosima Serrano ha querelato anche la madre e la cognata di Cosimo Cosma, nipote di zio Michele, per le dichiarazioni rese in due interviste mandate in onda a 'Porta a Porta'. Ecc. ecc..

L'imputazione di quattro avvocati nelle indagini per l’omicidio di Sarah Scazzi è "sconcertante e inquietante". L’Unione delle camere penali scende in campo contro i pubblici ministeri del caso di Avetrana e chiede al ministro della Giustizia l’invio di ispettori alla procura di Taranto. Lo fa nel silenzio assordante della Camera Penale e dell'intero Consiglio dell'ordine degli avvocati di Taranto, assuefatti o collusi alle anomalie del foro tarantino. Anomalie su cui vi è una coltre di omertà forense e giudiziaria e di censura mediatica.

Per l’Ucpi è “assurdo che nel medesimo procedimento si trattino questioni riguardanti il delitto e questioni relative all’indagine sul delitto stesso”. Ma "ancora più grave è che alcune contestazioni mosse a due avvocati letteralmente s'intromettono indebitamente nelle scelte e nelle strategie difensive, le quali dovrebbero, al contrario, costituire un recinto invalicabile e coperto dal segreto professionale".

C'è dunque una "grave violazione del diritto di difesa" da parte dei pm. E in particolare è “sconcertante quanto capita all’avvocato De Cristofaro, il quale per aver sostenuto l'assunzione di responsabilità del proprio assistito, da quest’ultimo reiteratamente dichiarata, si ritrova indagato per 'infedele patrocinio dai pubblici ministeri che si prefiggono l'obiettivo di provare la responsabilità di altra e diversa persona".

Secondo i penalisti, "si è verificato un 'corto circuito all’interno del quale i pm che sostengono l'accusa hanno elevato un’imputazione, per un reato riguardante in astratto le condotte del difensore che si pongono in contrasto con l’interesse del proprio assistito, che già a una prima lettura appare addirittura paradossale, poiché‚ si fonda su fatti che dimostrano in maniera lampante il contrario, e cioè che il difensore ha viceversa dato seguito alle richieste del proprio assistito.

In realtà, i pm procedenti hanno valutato come contrastante con l’interesse dell’imputato, puramente e semplicemente, una versione dei fatti da questi offerta che confligge con l’ipotesi di accusa e lo hanno fatto sulla scorta della loro ricostruzione dei fatti".

Insomma, "oltre a ergersi arbitri della formulazione dell’accusa, i pm pretendono di determinare anche l’interesse dell’imputato a sostenere l’una o l’altra tesi, e nel far questo criminalizzano l’attività del difensore, il che appare una intollerabile violazione del diritto di difesa oltre che l'espressione di una cultura apertamente inquisitoria. Con il risultato, inquietante e certamente non ignorato, che attraverso la contestazione elevata si vorrebbe determinare, allo stato, un obbligo deontologico di astensione da parte del difensore che, in consonanza con il proprio assistito, ha sostenuto una tesi avversa rispetto a quella caldeggiata dalla Procura".

Non solo: "Nel corso dell’indagine le attività difensive - lamenta l’Ucpi - sono state costantemente oggetto di controllo da parte della autorità giudiziaria, e anche di decisioni assai stravaganti quale quella di autorizzare l’espletamento di un atto di parte, come l’assunzione di informazioni, 'alla presenza dei pm procedenti oppure di imporre il potere di segretazione nei confronti di persone sottoposte alle indagini".

Tutto ciò si riverbera nell'ipotesi di affrancarsi il diritto di poter far scegliere agli imputati i difensori che più aggradano ai Pm. L'avv. De Cristofaro, per forza di cose prenderà in considerazione la concreta possibilità di rilasciare l'incarico trovandosi in una situazione di contrasto con il suo cliente, mentre per i P.M. l'operato del suo predecessore, l'avv. Galoppa era conforme se non strumentale alle loro attività.

Tutto questo lo sa bene il dr Antonio Giangrande di Avetrana, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, che nel denunciare codeste anomalie, viene perseguitato dai magistrati criticati, con il benestare della Corte di Cassazione, che non rileva affatto il legittimo sospetto che i loro colleghi tarantini possano essere vendicativi contro chi si ribella. 

29 agosto. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?».

«La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa».

Capelli ordinati tagliati da poco, viso rasato e lucido, occhiali con montatura dorata e una spavalda t-shirt modello marinaro a righe orizzontali bianche e nocciola. Così si è presentato Michele Misseri all’appuntamento con la moglie Cosima e la figlia Sabrina che nell’aula delle udienze preliminari, dall’angolo riservato agli imputati reclusi, non lo hanno degnato di un sorriso sbirciandosi di sottecchi a vicenda. Michele ad un certo punto ha avuto uno slancio tentando di avvicinarsi alle due donne separate dal vetro, ma gli agenti di scorta glielo hanno impedito. Pessima è stata anche l’accoglienza del gruppo di curiosi che lo attendeva all’ingresso del palazzo di giustizia e che non gli ha riservato certo parole dolci. «Non parlare che è meglio e fatti chiudere buttando la chiave», urlava un signore distinto mentre zio Michele scompariva schiacciato dalla morsa di giornalisti, fotografi e operatori televisivi che non gli lasciavano spazio.

Ancora più dura è stata l’accoglienza all’uscita del tribunale dove l’attesa e la calura di chi era venuto lì apposta aveva esasperato gli animi ed anche le frasi a lui indirizzate. Qui molte parole non sono ripetibili. «Devi fare la fine che hai fatto fare a Sarah», urlava un giovane condendo la frase con epiteti più colorati. Ancora peggio, ma tutte di questo tono, sono stati altri insulti che lo hanno inseguito sino alla macchina del suo avvocato.

«Michele si sente solo e abbandonato», fanno sapere le persone che lo frequentano. Di questo parlano le sette lettere che ha scritto alla figlia tra febbraio e agosto. Ieri gli avvocati di Sabrina le hanno depositate alla segreteria del GUP rendendole così consultabili tra gli atti del processo. «Tutti mi incitano ad accusare mia moglie e mia figlia, persino le forze dell’ordine», dice Michele in una delle ultime missive dove racconta dell’altarino dedicato alla nipote Sarah costruito nel garage. «Ho ritagliato da un giornale una foto di Sarah dove prego tutti i giorni visto che al cimitero non posso andare», fa sapere alla figlia a cui continua a chiedere perdono per quello che ha fatto. «Sono stato un mostro – scrive – ma adesso non è colpa mia se nessuno mi crede che sono stato io».

In un’altra lettera il contadino esprime l’amarezza perché nessuno lo vorrebbe difendere: «Anche gli avvocati hanno paura». Infine il dispiacere per ciò che ha fatto: «Mi hanno portato dove volevano loro perché sono un debole». Non tutte le lettere hanno un tono di scuse. Altre parlano semplicemente come può parlare un padre che scrive alla figlia lontana. Racconta ad esempio del sussidio di disoccupazione «che è finalmente arrivato», oppure la informa sul precario stato di salute di un parente stretto che ha paura di perdere. La parte che più interessa ai difensori di Sabrina è ovviamente quella in cui Misseri si autoaccusa scagionando la figlia.

Nell'udienza mamma Concetta, papà Giacomo e il fratello Claudio, parenti diretti della vittima, si sono costituiti parti civili chiedendo risarcimenti milionari a ciascun imputato. Il collegio difensivo delle parti civili ha chiesto complessivamente 33 milioni di euro con provvisionale di 300mila euro. La maggior parte delle richieste (27 milioni) è a carico dei tre imputati principali, quote minori (sei milioni) sono stati chieste agli altri due imputati di concorso in soppressione di cadavere e cioè il fratello di Michele, Carmine Misseri e il nipote Cosimo Cosma, detto Mimino. Dei cinque, solo Carmine mancava all'udienza di stamane.

In aula per la prima volta la famiglia si è ritrovata al completo. Da un lato, dietro un vetro, c'erano Sabrina Misseri e Cosima Serrano, arrivate insieme a bordo di un blindato della polizia penitenziaria, dall'altro invece c'era Concetta. Seduto al banco degli imputati zio Michele Misseri. È stato lui il primo ad arrivare in Tribunale questa mattina alle 9.20 scortato dai carabinieri. Ad attenderlo però c'era una folla di curiosi. "Dì la verità" gli hanno gridato i cittadini arrivati appositamente in via Marche, dove si trova il Tribunale, per veder sfilare i protagonisti del delitto Scazzi.

Mamma Concetta, maglia rosa e pinocchietto blu, ha preferito l'ingresso secondario per evitare le telecamere. Nel corso dell'udienza Sabrina ha cercato con lo sguardo il papà. I quattro dopo mesi si sono ritrovati tutti insieme in pochi metri quadrati. Michele ha provato ad avvicinarsi alla moglie e alla figlia ma è stato fermato dagli agenti di polizia penitenziaria. Gli imputati nel processo, per il quale il 29 luglio è stata formulata la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm Mariana Buccoliero, sono in tutto 13.

Michele cerca con lo sguardo la figlia Sabrina nella piccola stanza dove si svolge l’udienza preliminare. Sono separati da un vetro, lei è in jeans e maglietta bianca, molto dimagrita, la faccia pallida. Avrebbe voluto guardare il padre negli occhi e chiedergli: «Perché mi hai accusato falsamente?». E gridare la sua innocenza alla zia Concetta. Ma la richiesta dei suoi avvocati di rimessione del processo ad altra sede congela tutto, rimanda anche le dichiarazioni spontanee. Michele Misseri e la figlia non si vedevano dal 5 ottobre scorso. «Non è Sabrina», dice il padre. «Non la riconosco, ha il volto cambiato, è diversa per colpa mia», Piange Michele e va a nascondersi dietro a una colonna per non farsi vedere. Poi torna di nuovo a cercare i volti delle sue donne, di sua moglie Cosima che è impietrita, una maschera di dolore, della sua bambina. «Era lei che mi proteggeva sempre, che stava dalla mia parte, una brava ragazza. Cosa le ho fatto?». Michele sembra non reggere questa emozione. A pochi passi da lui c’è sua cognata Concetta, il cognato Giacomo, il nipote Claudio. Ma non gli parla. Eppure voleva chiedere perdono. «Volevo inginocchiarmi davanti a loro, ma poi quando tutti mi hanno aggredito qui in Tribunale, gridandomi e insultandomi, non ce l’ho fatta più. Il 26 agosto ho visto Giacomo davanti al mio garage in lacrime e anche io mi sono messo a piangere».

I legali della figlia depositano le ultime lettere che lui le ha scritto in cui ancora una volta riafferma di essere l’unico colpevole, come ricorda il professor Coppi. E Claudio, il fratello di Sarah si rivolge allo zio. «Mi ha detto “allora siamo a posto è tutto finito”», ricorda Michele. «Ma io non gli ho risposto, la verità ho detto, solo la verità, prima quando accusavo Sabrina dicevo bugie. Ma io ai medici, allo psichiatra non ho mai cambiato versione, sempre ho detto che sono stato solo io».

Quando il Gup interrompe l’udienza per decidere se sospenderla fino al pronunciamento della Cassazione sulla richiesta della difesa che vuole il processo in altra sede, Michele tenta di nuovo di avvicinarsi alla piccola stanza dove sono Cosima e Sabrina. «Non mi hanno permesso di andare, volevo abbracciarle. Ho potuto salutare con la mano Cosima ma non credo che Sabrina mi abbia visto e comunque so che mi odia e ha ragione. Come può perdonarmi per quello che le ho fatto? Lei è innocente e sta dentro, io colpevole sono fuori. E’ così lo giuro sulle ossa di mia madre».

E’ stata una lunga notte quella prima dell’udienza preliminare per Michele Misseri. «Non ho dormito e alle due di notte sono sceso in garage a pregare e a piangere. Ho costruito un altare per Sarah». Michele scende in quell’antro dove tutto è accaduto e mostra una bacheca di legno alla parete, di fronte al trattore rosso, con al centro una fotografia di Sarah. «L’ho ritagliata dal giornale, perché non ne ho trovate altre. Li, su una mensolina ha anche il libro delle preghiere e gli occhiali. Un piccolo rosario è appeso accanto alle immagini della nipote e della madonna del Rosario. «Questa notte ho pregato Sarah di fare un miracolo, di fare capire ai magistrati che dico la verità, che il colpevole è fuori». Michele racconta a Maria Corbi del “La Stampa” che qualche notte prima quando ha guardato l’immagine della nipote gli occhi si sono mossi. «Lei è ancora qua sotto, perché le anime non battezzate rimangono dove sono morte finché non è arrivata la loro ora». Misseri ricorda ancora una volta quel giorno maledetto: «Ero nervoso perché il trattore non partiva. Quando Sarah è scesa l’ho presa per le spalle e l’ho spostata. Lei mi ha dato un calcio forte dove agli uomini fa più male e io non ci ho visto più e le ho buttato la corda al collo».

Michele non vuole tornare a casa sua assediata dalla gente e dai giornalisti. Ha «fortificato» il portone, innalzandolo e mettendo delle tende, ma non basta. «Mi lanciano oggetti, l’altro giorno una tanica piena di un liquido strano, pietre grosse che possono uccidere. Le vedi? Stanno ancora là, voglio che le vedano i carabinieri. Gli avetranesi mi odiano perché vogliono che io accusi Sabrina, ma non lo posso fare perché è innocente. Se fosse stata colpevole non l’avrei mai coperta. Io non ero lucido quando ho detto quelle cose e si sono approfittati della mia debolezza».

Michele è solo: «Solo mia figlia Valentina ho. E di 8 fratelli solo uno me ne è rimasto, Salvatore, che non mi ha abbandonato. Per fortuna ci sono i gatti che mi fanno compagnia. Io sono abituato a lavorare e faccio tutto da solo, ogni giorno mi lavo i vestiti dei campi per rimetterli il giorno dopo. Non dovrei stare qui, ma in carcere. E invece ci sono due innocenti. Mi vorrei ammazzare ma non posso perché farei un altro guaio. In carcere gli agenti mi dicevano che non dovevo fare sciocchezze se veramente ero solo io il colpevole perché avevo il dovere di salvare mia figlia. E io cerco di farlo. Ma non mi credono».

Vengono alla luce una nuova lettera che Michele Misseri ha scritto il 10 agosto 2011 alla figlia Sabrina. Righe che sono state rese pubbliche nell'udienza preliminare di oggi e pubblicate in esclusiva dal Tgcom. “Cara Sabrina, sono io che ti scrivo, Papà”, così il contadino di Avetrana si rivolge alla figlia, continuando poi ad ad autoaccusarsi dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi: “Sto vivendo tristemente. Il diario che sto scrivendo si intitola proprio così ed è il mio diario della tristezza. Sto sempre male perché voi non centrate proprio niente, però io, in quei giorni che ti ho incriminato, ero troppo debole. Il mio legale per me non era un avvocato, ma un giudice. Mi hanno portato dove hanno voluto loro. A me dispiace per quello che ti ho fatto, lo so che ho sbagliato e solo adesso mi rendo conto di quello che ho fatto. Adesso sono diventato molto aggressivo, mi viene da dare le botte a tutti i turisti, che, ogni volta che devo uscire, sono come le formiche che escono da tutte le parti. L’ho detto ai carabinieri ma non fanno proprio niente. Anche loro sono contro di me. Sono preoccupato per il 26 agosto. Perché sicuramente verranno turisti e giornalisti e non potrò uscire di casa, come quando devo andare in caserma. Tanti saluti da papà. Io non mi sento più papà”.

L'ultima mossa per evitare che il rinvio a giudizio di Sabrina Misseri venga deciso in un ambiente nel quale «l'abnorme interesse mediatico» per la vicenda ha contribuito a generare «un pesantissimo condizionamento e inquinamento dell'attività inquirente e giurisdizionale»: è quella che hanno tirato fuori i difensori di Sabrina, gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia, nella prima udienza preliminare per l'omicidio di Sarah Scazzi, a poco più di un anno dal delitto. Una richiesta di rimessione per incompatibilità ambientale, con immediata sospensione del processo in corso, che i due legali hanno depositato sul tavolo del gup del Tribunale di Taranto Pompeo Carriere. Il giudice l'ha accolta, ha sospeso l'udienza rinviandola al 10 ottobre ed ha disposto, come da legge, la trasmissione della richiesta alla Cassazione. Sarà la Suprema Corte a decidere se Taranto non è la sede giudiziaria adatta per affrontare serenamente il processo per l'uccisione di Sarah.

Automaticamente, con il deposito della richiesta di rimessione, sono sospesi i termini di custodia cautelare e di prescrizione sino alla decisione della Cassazione. Sabrina, dunque, almeno per ora non tornerà in libertà; per lei i termini di custodia cautelare sarebbero scaduti il 14 ottobre prossimo. È durata un paio d'ore la prima udienza preliminare nella piccola aula al piano terra del Palazzo di giustizia, assediata da giornalisti, fotografi e cameramen ma anche dagli immancabili curiosi. Non tutti i 13 imputati erano presenti, ma i protagonisti dell'inchiesta sì. Tra i primi ad arrivare Michele Misseri, che ha affrontato la ressa passando per l'ingresso principale, accompagnato a braccio dal suo legale, Armando Amendolito; e suo nipote Cosimo Cosma, anche lui insieme al difensore, Raffaele Missere. Tra gli ultimi ad entrare in aula la famiglia Scazzi (Giacomo, la moglie Concetta e il loro figlio Claudio) e le due principali imputate e uniche detenute, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, accusate del delitto. 

La famiglia Scazzi e le due detenute sono arrivate in tempi diversi da un corridoio secondario: così è stata evitata la ressa mediatica. In aula la famiglia Scazzi si è costituita parte civile attraverso i suoi legali (gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile) depositando una richiesta di risarcimento danni di 33 milioni di euro, con provvisionale di 300mila euro: 27 milioni nei confronti della famiglia Misseri, altri sei nei riguardi di Carmine Misseri e Cosimo Cosma. Parte civile sarà anche l'ex badante romena di casa Scazzi, Maria Ecaterina Pantir (assistita dall'avv. Luigi Palmieri): la richiesta di risarcimento sarà quantificata in sede processuale. Pronte le memorie difensive dei legali di Cosma (Raffaele Missere) e Cosima (Franco De Jaco e Luigi Rella), ma non depositate perchè è arrivata la richiesta di rimessione di Coppi e Marseglia, alla quale si sono associati i legali di alcuni imputati. Il condizionamento dei media, hanno scritto i legali di Sabrina, è riferibile al Tribunale di Taranto «in ognuna delle sue componenti», ed è «talmente grave e radicato da non poter essere rimosso se non attraverso la rimessione del processo ad altra sede giudiziaria».

Coppi e Marseglia, nelle 31 pagine della richiesta, aggiungono che la prima confessione di Michele Misseri, quella in cui si accusava di tutto, dal delitto alla soppressione del cadavere di Sarah, era «pienamente lineare e perfettamente plausibile», ma è stata poi sovrastata «da un continuo e perverso scambio di umori della gente, chiacchiere di paese, fughe di notizie in merito alle indagini e incessanti commenti giornalistici su ogni particolare della vicenda» che ha finito con il diffondere la convinzione che Michele non avesse agito da solo. Tutto questo, sostengono i legali di Sabrina, ha avuto «imponenti ed immediati riflessi sull'andamento delle indagini e sulle decisioni di tutte le componenti del Tribunale di Taranto, che ne sono risultate condizionate in modo totale e assolutamente inaspettato». Sarà la Cassazione a stabilire se in questi 11 mesi di inchiesta è andata davvero così.

«Nessuno venga a dire che abbiamo chiesto la rimessione del processo per guadagnare tempo sulla custodia cautelare perchè per il codice l'istanza proposta comporta la sospensione dei termini di custodia cautelare e quindi, verosimilmente, la nostra assistita non potrà essere scarcerata a metà ottobre». Lo ha detto l'avv. Franco Coppi, difensore di Sabrina Misseri, commentando la richiesta avanzata al gup Pompeo Carriere di trasferimento del processo in altra sede per incompatibilità ambientale. «Sabrina - precisa il legale - rimane in cella fino a quando la Corte di Cassazione non deciderà. Solo dopo cominceranno a decorrere i termini, quindi non si possono fare dietrologie su questa iniziativa e non è possibile pensare di aver voluto sgraffignare 10-15 giorni per la scarcerazione». L'avv. Coppi ha parlato di «mancanza di libertà di determinazione delle parti». «Il giudice - ha proseguito - può essere serenissimo, bravo ed imparziale ma il problema è un altro. In che misura - si chiede il legale - le parti che partecipano a questo processo sono libere nella loro determinazione con una oppressione di opinione pubblica come quella che abbiamo registrato? Il problema è proprio la tenuta psicologica e nervosa di soggetti che dovranno rendere dichiarazioni e di coloro che dovranno prendere delle decisioni.

UN ANNO DI INDAGINI

Queste le tappe fondamentali dell'inchiesta relativa al sequestro e all'omicidio di Sarah Scazzi, che approda domani all'udienza preliminare:

26 AGOSTO 2010 - Sarah Scazzi, 15enne di Avetrana, esce da casa per andare al mare con la cugina Sabrina Misseri, che abita a 400 metri di distanza. Scompare nel nulla.

29 SETTEMBRE 2010 - Michele Misseri, padre di Sabrina e zio di Sarah, consegna ai carabinieri un telefonino semibruciato, che risulterà appartenere a Sarah, dicendo di averlo trovato in un podere nel quale stava lavorando nelle campagne di Avetrana.

6 OTTOBRE 2010 - Michele Misseri confessa ai carabinieri, in un interrogatorio a Taranto, di aver ucciso Sarah, strangolandola nel garage di casa dopo un rifiuto alle sue avances, e di aver abusato del cadavere in campagna. Nella notte fa ritrovare il corpo, gettato in un pozzo-cisterna. 

15 OTTOBRE 2010 - In un colloquio in carcere con i magistrati inquirenti, Misseri chiama in correità la figlia Sabrina: lui l'ha strangolata mentre lei la teneva ferma. Nel pomeriggio Sabrina viene interrogata nella caserma dei carabinieri a Manduria: alle 23 scatta il fermo per concorso in omicidio e viene trasferita in carcere. 

19 NOVEMBRE 2010 - Nel carcere di Taranto si tiene l'incidente probatorio sulle dichiarazioni di Michele Misseri: l'uomo conferma le accuse alla figlia Sabrina, ma non parla di avances alla nipote e di vilipendo del cadavere.

VIGILIA DI NATALE 2010 - Michele Misseri scrive le prime due lettere di una lunga serie, scagionando di fatto la figlia e sostenendo che in carcere ci sono “innocenti”.

23 MARZO 2011 - In una lettera inviata al suo avvocato Francesco De Cristofaro e datata 9 febbraio 2011, Michele Misseri si accusa di nuovo del delitto. Dice di aver strangolato Sarah con una corda nel garage di casa durante un raptus scaturito dal fatto che non riusciva a far partire il suo trattore. 

19 MAGGIO 2011 - La Cassazione, su ricorso dei difensori di Sabrina, annulla con rinvio il provvedimento cautelare nei confronti della ragazza. Per i giudici Misseri è inattendibile (ha fornito sette versioni con dettagli diversi) e il movente della gelosia di Sabrina per Sarah non regge.

26 MAGGIO 2011 - Su ordinanza del gip del Tribunale di Taranto, i carabinieri arrestano Cosima Serrano, moglie di Michele e madre di Sabrina, per concorso in omicidio e sequestro di persona insieme alla figlia Sabrina, alla quale viene notificata in carcere un'altra ordinanza di custodia cautelare. 

30 MAGGIO 2011 - Michele Misseri viene scarcerato dal gip su richiesta della Procura. Il giudice gli impone solo l'obbligo quotidiano di firma nella caserma dei carabinieri ad Avetrana. Michele torna a casa con l'altra figlia, Valentina.

1 LUGLIO 2011 - I carabinieri notificano l'avviso di conclusione delle indagini preliminari a 15 indagati, tra i quali quattro avvocati. Per Cosima e Sabrina le accuse di concorso in omicidio e sequestro di persona, per Michele solo di soppressione del cadavere.

29 LUGLIO 2011 - La Procura chiede il rinvio a giudizio per 13 indagati. Cosima e Sabrina sono accusate di concorso in omicidio e sequestro di persona; Michele, insieme alle due donne, al fratello Carmine e al nipote Cosimo Cosma, della soppressione del cadavere. Stralciate, per motivi procedurali, le posizioni di un fioraio, Giovanni Buccolieri (che ha indicato il presunto sequestro in auto di Sarah, dicendo poi che era stato un sogno) e di un suo amico, accusati di false informazioni al pm.

3 AGOSTO 2011 - Il Tribunale dell'appello, esaminando l'annullamento con rinvio del primo provvedimento cautelare nei confronti di Sabrina disposto dalla Cassazione il 19 maggio, conferma la detenzione in carcere per la cugina di Sarah. Nell'ordinanza si giudica inattendibile la nuova autoaccusa di Michele Misseri.

4 AGOSTO 2011 - Il gup del Tribunale di Taranto Pompeo Carriere fissa per il 29 agosto l'udienza preliminare per l'omicidio, facendola precedere da un'ordinanza dichiarativa dell'urgenza del processo. Il 14 ottobre scadono infatti i termini di custodia cautelare (un anno) per Sabrina Misseri.

5 AGOSTO 2011 - Il Tribunale di Taranto accoglie l'appello della Procura che chiedeva di contestare a Cosima e Sabrina anche il reato di sequestro di persona, richiesta rigettata in prima battuta dal gip nell'ordinanza di custodia cautelare del 26 maggio. L'applicazione della decisione del Tribunale resta sospesa in attesa di un eventuale ricorso dei difensori in Cassazione.

29 AGOSTO 2011 –Viene presentata istanza di rimessione.

Riguardo alla richiesta di Rimessione per incompatibilità ambientale presentata ai sensi dell’art. 45 ss C.P.P. dalla difesa di Sabrina Misseri per il processo sul delitto di Sarah Scazzi, il Dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie, esperto di cose giuridiche e prassi giudiziaria tarantina e nazionale afferma: «Apprezzo la richiesta fatta dall’avv. Franco Coppi, che delinea bene la sua capacità e il suo coraggio, tenuto conto che nel Distretto di Lecce e Taranto ben pochi avvocati dimostrano tali doti. Lo dimostra anche il fatto che a Roma la Camera Penale è stata pronta a difendere il loro collega inquisito a Taranto, mentre il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto ha pensato bene di non dire una parola a favore dei loro iscritti. A Taranto si parla di “Correttezza nei confronti degli “amici” magistrati”, a Roma, nei corridoi degli uffici giudiziari, si parla di “Codardia”. Bisogna tener presente che nel processo “Sebai, il killer delle 12 vecchiette” nessuno a Taranto ha avuto il coraggio di presentare rimessione per ben più gravi motivi (Foro che ha accusato e condannato dei soggetti e poi lo stesso Foro ha accusato e giudicato colui il quale li dichiarava innocenti con riscontri concreti. Creduto solo per i delitti senza colpevoli). Inoltre c’è da sottolineare che io stesso sono stato promotore a titolo personale di una istanza di rimessione, ma per legittimo sospetto, perché i magistrati di Taranto mi accusano e mi vogliono condannare per averli criticati con denunce penali e con articoli di stampa sul loro modo di amministrare la giustizia. Nessun avvocato mi ha sostenuto, anzi, mi hanno abbandonato nei processi di diffamazione a mezzo stampa quando ho chiesto la ricusazione dei magistrati denunciati. Io il 28 settembre a Roma presenzierò all’udienza sulla mia richiesta di rimessione per farmi giudicare dai Magistrati di Potenza, che ha avuto già il marchio preventivo di inammissibilità. Istanza basata sul fatto che i magistrati di Taranto siano poco sereni nel giudicare colui il quale li ha denunciati per abusi ed omissioni, senza che questi si tutelassero denunciandomi per calunnia. Si può considerare che effettivamente la mia richiesta possa essere infondata ed io essere un mitomane o un pazzo. Ma resta un fatto eclatante, e non voglio essere una “Cassandra”, ma la stessa cosa succederà a Franco Coppi. Si tenga presente che mai una istanza di rimessione è stata accolta dalla Corte di Cassazione, nemmeno per Berlusconi, o Dell’Utri, o per le vittime del terremoto dell’Aquila. L’art. 45 ss C.P.P. è una norma da sempre inapplicata perché delegittima il foro giudicante e questo in Italia non si deve fare: è lesa Maestà di chi effettivamente detiene il potere. La decisione negativa scontata che mi riguarda e che arriverà il 28 settembre, però, darà modo a me di potermi rivolgere alla Corte Europea dei Diritti Umani e presso le Istituzioni dell’Unione Europea perché in Italia, non solo non si applica una norma in vigore che danneggia i magistrati, ma si viola sistematicamente il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, anche tramite stampa, e si violano sistematicamente le norme del giusto processo.» 

5 settembre. Michele Misseri prosciolto dall’accusa di omicidio e luci della ribalta per i magistrati. Il gip del Tribunale di Taranto Martino Rosati ha firmato il decreto di archiviazione nei confronti dell’agricoltore per il reato di omicidio. Era stata la stessa procura della Repubblica di Taranto a chiedere l’archiviazione per questo reato, depositando sul tavolo di Rosati la richiesta alla fine di luglio in contemporanea con quella, consegnata al giudice dell’udienza preliminare Pompeo Carriere, di rinvio a giudizio per 13 imputati. Su zio Michele restano dunque le accuse di soppressione del cadavere (in concorso con la moglie e la figlia, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, un fratello, Carmine, e un nipote, Cosimo Cosma), danneggiamento seguito da incendio (la distruzione degli effetti personali di Sarah) e furto aggravato (il telefonino della quindicenne).

Del delitto sono accusate Cosima Serrano e Sabrina, le sole persone attualmente detenute. Con l’archiviazione, per lui, dall’accusa di omicidio, Michele Misseri può davvero considerarsi «una figura di secondo piano nel panorama istruttorio» del procedimento, così come aveva già scritto il gip Rosati nell’ordinanza di custodia cautelare firmata nei confronti di Cosima e Sabrina il 26 maggio scorso. Nel decreto di archiviazione il gip sottolinea che zio Michele non ha saputo indicare con esattezza l’arma del delitto, nè l’ha fatta ritrovare, al contrario di gran parte degli effetti personali di Sarah. L’agricoltore inizialmente aveva detto agli inquirenti di aver strangolato la nipote con una corda; poi aveva parlato di una cintura, fino a tornare ad indicare, più di recente, ancora una corda. Ma né questa né la presunta cintura sono state trovate.

Il gip fa proprie anche le motivazioni contenute nella richiesta di archiviazione depositata oltre un mese fa dalla Procura. Tra queste, il luogo presunto del delitto (la casa dei Misseri e non il garage, come indicato dallo stesso Misseri nella sua prima confessione), l’ora in cui sarebbe stato commesso il delitto (poco dopo le 14 e non tra le 14.28 e le 14.42, arco di tempo ipotizzato nella prima fase delle indagini preliminari), le frasi pronunciate da Misseri, da solo in auto, il 5 ottobre 2010, oggetto di intercettazione ambientale, nelle quali preannuncia la confessione che farà il giorno dopo ai carabinieri in caserma («Mi dispiace per la famiglia...io mò li scoprirò...») e altre intercettazioni. Michele Misseri, insomma, si sarebbe addossato la responsabilità del delitto solo per proteggere i famigliari e non avrebbero credito le lettere, scritte negli ultimi mesi, nelle quali si accusa nuovamente dell’omicidio.

«Dopo 40 giorni, avevamo un colpevole bello e pronto. Il caso dell'anno sembrava risolto, potevamo sembrare dei mattacchioni quando abbiamo deciso, avendo come unico scopo quello di accertare la verità, di andarci a complicare la vita, ma non era così».

Dopo un anno di silenzi parla per la prima volta Martino Rosati, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto, che dopo aver archiviato l'accusa di omicidio per Michele Misseri ed aver così compiuto l'ultimo suo atto nell'inchiesta sul delitto di Sarah Scazzi, ha accettato l'invito di Gazzetta del Mezzogiorno e Tg1, e racconta una esperienza umana e professionale probabilmente irripetibile.

Lunedì 29 agosto gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia, legali di Sabrina Misseri (in carcere assieme alla madre con l'accusa di omicidio e sequestro di persona) hanno presentato alla Cassazione tramite il gup Pompeo Carrieri richiesta di rimessione del procedimento, sostenendo che nel tribunale di Taranto non ci sono le necessarie condizioni di tranquillità e imparzialità a causa del condizionamento che i magistrati hanno subito e ancora subirebbero da parte dell'opinione pubblica. Una istanza che censura pesantemente l'operato dei giudici che si sono occupati dell'inchiesta, a partire proprio dal gip Martino Rosati.

«Nella richiesta di rimessione, lasciatemelo dire, vengono scritte, come peraltro è già avvenuto in altri atti prodotti dalla difesa di Sabrina Misseri, parole gravi - commenta il magistrato - parlare di annullamento di capacità critica da parte del gip, parlare di singolari reazioni del gip, incapace al pari degli altri magistrati di prendere acriticamente le distanze dall'opinione popolare.... francamente mi sembra che si sia andati oltre le legittime critiche».

Eppure il 7 ottobre, con Michele Misseri in carcere e il corpo di Sarah finalmente ritrovato, il caso sembrava davvero risolto.

«Capisco che la difesa di Sabrina Misseri, in altri suoi atti, ha definito stravaganti e frutto di capziose illazioni alcuni miei provvedimenti, ma se noi non avessimo avuto la convinzione che quello che ci diceva Michele Misseri non bastava, non ci saremmo inutilmente complicati la vita. Già nella prima ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Michele Misseri, scrissi che c'era la confessione ma che permanevano aspetti ancora nebulosi nelle sue dichiarazioni. Era una confessione che lasciava delle ombre su molti aspetti. Ecco perché duole leggere nella richiesta di rimessione che i magistrati, ma io parlo sempre per me, hanno deciso di indagare su Sabrina sull'onda del chiacchiericcio popolare o addirittura, ho letto, dei pettegolezzi pubblicati su Facebook».

Lei ieri ha archiviato l'accusa di omicidio per Michele Misseri, accogliendo la richiesta formulata dalla Procura mentre lui si continua a professare colpevole. Ma ha mai avuto dubbi su di lui?

«I dubbi che fosse davvero lui l'assassino li ho avuti sin dal momento in cui l'ho interrogato nell'udienza di convalida del fermo. E i dubbi che ho avuto io, li hanno avuti, penso, tutti coloro che erano presenti. Davanti a me, l'8 ottobre, si è presentato un uomo che, può essere una curiosità, non aveva nemmeno il coraggio di chiedere di spostarsi dal punto in cui arrivava il getto di aria fredda del condizionatore che si trovava nella stanzetta del carcere dove ci trovavamo, e congelava, fino a quando non l'ho invitato io a spostarsi. È lo stesso uomo che raccontava quelle nefandezze e che alla fine dell'interrogatorio ha esitato a porgermi la mano per salutarmi. Non è vero, come sostiene la difesa di Sabrina Misseri, che Michele aveva già parlato del movente sessuale sin dal primo interrogatorio, quello svoltosi al comando provinciale, quando fece ritrovare il corpo di Sarah. Michele Misseri ha affacciato il movente sessuale soltanto davanti a me, a seguito, me lo lasci dire, delle mie vibranti obiezioni. Lui è venuto davanti a me cercando di convincermi di aver ucciso Sarah perché il trattore non partiva. Visto che insisteva, gli dissi: signor Misseri, facciamo una cosa, cambiamo posto. Lei si mette in quello mio e mi dice se crede ad una versione simile. Lui mi guardò e allargò le braccia. Allora gli dissi, mi dica la verità, per quale ragione ha ucciso Sarah. M