foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

TUTTO NAPOLI

I NAPOLETANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

Quello che i napoletani non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i napoletani non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

 

Da Potenza a Napoli: una storia di ordinaria stupidità tutta italiana. Magistrati "contro" che lasciano la sede giudiziaria di Potenza per ritrovarsi tutti a Napoli. Claudia De Luca, ex sostituto procuratore della Repubblica di Potenza e poi in servizio nella sede sede giudiziaria di Napoli, è stata condannata a un anno e sei mesi di reclusione per l'accusa di peculato, che gli era stata mossa nell'ambito dell'inchiesta conosciuta come "Toghe lucane". La sentenza – scrive l’Agi e tutta la stampa - è stata emessa dal giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro, Antonio Rizzuti, al termine del giudizio abbreviato che è valso alla De Luca lo sconto di pena di un terzo, e nell'ambito del quale il pubblico ministero Gerardo Dominijanni aveva chiesto una condanna ad un anno e quattro mesi. La contestazione di peculato fu mossa all'imputata dall'allora sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris, titolare di "Toghe lucane", perché lei avrebbe utilizzato il telefono di servizio per scopi personali. La De Luca, in particolare, secondo le accuse - del 2009 la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm Vincenzo Capomolla che ha ereditato Toghe lucane dal collega de Magistris - avrebbe effettuato con il cellulare di servizio 65 telefonate, nel periodo tra maggio e ottobre del 2003, al numero telefonico 899 a pagamento per un servizio di cartomanzia. Nell'inchiesta sarebbero emerse anche diverse telefonate effettuate dal magistrato allora in servizio a Potenza, sempre con il telefono del turno, su numeri strettamente personali e, in particolare, oltre 16.000 contatti nel periodo tra il 20 aprile 2005 e il 22 aprile 2007 sul numero di cellulare del marito. A queste, si aggiungerebbero altre telefonate, effettuate sempre con il cellulare del turno, ad altre persone vicine all'imputata. La De Luca è attualmente tra le persone indagate nell'inchiesta denominata "Toghe lucane bis", e destinataria di uno degli avvisi a comparire emessi dalla Procura di Catanzaro che sta conducendo l'inchiesta, relativa a presunti gravi illeciti commessi tra gli altri da alcuni magistrati in servizio in Basilicata. Nell'inchiesta "Toghe lucane bis" sono ipotizzati, complessivamente, la violazione della legge sulle associazioni segrete, l'associazione a delinquere, la corruzione in atti giudiziari, l'abuso di ufficio. "Toghe lucane bis" ha preso le mosse da un presunto complotto finalizzato a calunniare l'allora sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock (poi pm a Napoli) che, insieme al suo collega Vincenzo Montemurro, ora in servizio alla Procura di Salerno, indagavano sugli intrecci tra politici e criminalità lucana.

A tal proposito dalla stampa (Il Domani della Calabria) si viene a sapere che la Procura di Catanzaro ha notificato 13 avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di magistrati, carabinieri, poliziotti e di un ex agente segreto del Sisde, indagati nell’ambito dell’inchiesta "Toghe lucane bis". I magistrati calabresi - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - ipotizzano che negli uffici della Procura generale di Potenza si era costituita e operava una società segreta, in violazione della legge Anselmi, finalizzata a delegittimare il lavoro dell’ex pm di Potenza Henry John Woodcock (poi in servizio alla Procura di Napoli) e di altri magistrati del capoluogo lucano. I promotori della società segreta, secondo l’accusa, sono l’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano e i sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca. Con l’aiuto del colonnello dei carabinieri Pietro Gentili, e del vice questore aggiunto Luisa Fasano, reperivano notizie riservate sui magistrati della Procura che poi venivano usate per delegittimarli. Nell’inchiesta sono coinvolti anche l’ex sostituto procuratore Claudia De Luca (poi in servizio a Napoli), l’ex agente del Sisde Nicola Cervone, poi divenuto cancelliere al tribunale di Melfi (Potenza), quattro ufficiali di polizia giudiziaria (Antonio Cristiano, Consolato Roma, Leonardo Campagna e Angelo Morello), l’imprenditore Ugo Barchiesi e l’autista della Procura generale di Potenza, Marco D’Andrea. Le indagini hanno avuto inizio dopo una lettera di calunnia ai danni di Woodcock e del suo braccio destro, l’ispettore di Polizia Pasquale Di Tolla. Ad organizzare il presunto complotto, secondo l’accusa, sarebbe stato Bonomi con la complicità degli altri magistrati della Procura generale di Potenza. Nel febbraio del 2009 fu preparato un esposto anonimo con i tabulati telefonici di Woodcock e quelli dei giornalisti Federica Sciarelli e di Michele Santoro. Il tutto era finalizzato, secondo la Procura di Catanzaro, ad avviare verifiche disciplinari nei confronti di Woodcock. Già in passato la Procura calabrese, con l’ex pm Luigi De Magistris (poi sindaco di Napoli), aveva indagato su un presunto comitato d’affari del quale avrebbero fatto parte magistrati, politici ed imprenditori. I trenta indagati di quell’inchiesta chiamata Toghe Lucane, sono stati prosciolti il 19 marzo scorso.

Insomma tutti a Napoli, appassionatamente.

QUANDO I BUONI TRADISCONO. Arrestati sedici giudici: aiutavano i camorristi. Per gli inquirenti hanno venduto sentenze su decine di contenziosi tributari. Sono almeno 16 i giudici tributari, otto tra funzionari e impiegati presso Commissioni tributarie, un noto avvocato e docente universitario e commercialista, ad essere finiti in manette nel napoletano in un blitz anticamorra. La magistratura partenopea ha disposto per tre dei 16 giudici tributari la detenzione in carcere; gli altri 13 vanno ai domiciliari. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e dai finanzieri nel corso delle indagini, decine di contenziosi tributari sarebbero stati falsati dalla corruzione, risolvendosi a favore dei ricorrenti, spesso vicini alla camorra. Le accuse: associazione camorristica e riciclaggio. E soprattutto impunità grazie alla complicità dei giudici tributari. Nella notte tra il 18 e 19 marzo 2012 eseguite sessanta ordinanze di custodia cautelare: ventidue persone in carcere, venticinque ai domiciliari, tredici divieti di dimora. Sono ben sedici i giudici tributari coinvolti (tre in carcere e tredici ai domiciliari), otto tra funzionari e impiegati delle commissioni tributarie.

Coinvolti anche un garante del contribuente della Campania (ai domiciliari) e un funzionario dell’agenzia delle entrate (divieto di dimora). Sequestro preventivo di beni per ben un miliardo di euro. E le intercettazioni svelavano il fronte della corruzione con una sorta di “mercato delle sentenze”. Giudici tributari che aggiustavano le sentenze in cambio di favori, permettendo addirittura ai privati di redigere personalmente le sentenze.

In pratica con la complicità dei giudici il denaro sfuggito allo Stato e rintracciato dalla Guardia di Finanza non rientrava in cassa grazie alle sentenze truccate.

Napoli, tra orgoglio e rancore. Un affresco di Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera”.

Napoli si è ribellata e si è inorgoglita. Si è ribellata al Pd e al Pdl, a Bassolino e a Berlusconi, affidandosi a un magistrato fascinoso e controverso. E ha ritrovato un orgoglio che può prendere accenti rancorosi, come il risentimento verso il Nord «invasore e colonizzatore», embrione di una Lega Sud prossima ventura; ma può prendere anche direzioni costruttive. Se la colpa dei mali di Napoli è altrove, Napoli non può farci nulla. Ma a un numero crescente di napoletani la loro città, cosi com'era diventata, non va più bene. La amano molto, ma proprio per questo cominciano a cambiarla, partendo dai rifiuti, che non sono più per strada: non si potranno mandare per sempre in Olanda, ma intanto lo scandalo più nero è servito a scuotere la coscienza della città. Inorgoglita per due altri motivi: l'uomo che sta salvando l'Italia, profondamente napoletano, fin dal nome; e una squadra di calcio passata dalla serie C alla Champions, dove batte squadre di sceicchi e oligarchi.

L'estate in cui Aurelio De Laurentiis comprò il Napoli, mancavano pure i palloni e le maglie per gli allenamenti: il capitano Francesco Montervino andò a comprarli in un negozio di articoli sportivi a Paestum. Era il 2004, e il Napoli giocava con il Sora e la Vis Pesaro. Martedì 21 febbraio 2012, eliminato il Manchester City, toccava al Chelsea. I primi tifosi a entrare al San Paolo vi trovano trecento persone infreddolite avvolte nel sacco a pelo. Sono lì dalla notte prima. Lo stadio è presidiato per ordine del presidente, da quando si scoprì che un impiegato del Comune vi nascondeva una santabarbara. Lo spettacolo della curva B è impressionante, gli striscioni dei Napoli Club ricordano che questa non è una città ma, con Milano, l'unica megalopoli italiana, che va da Pozzuoli a Castellammare passando per Casoria, Pomigliano, Giugliano, Torre del Greco, Afragola, e spinge la sua influenza nel Lazio a Terracina, in Molise a Isernia, in Puglia a Foggia, in Basilicata a Potenza, in Calabria a Cosenza, in Abruzzo ad Avezzano: insomma, il vecchio Regno, Sicilia esclusa. Ai cancelli non si sente una parola in italiano, parlano tutti dialetto. Per il resto pare di essere a Wembley: erba verde, pioggia sottile, atmosfera solenne; chi si alza in piedi sui sedili viene ripreso dagli steward, « prego assettatevi », e proprio non si vedono i boss che entrerebbero mostrando non il biglietto ma la pistola. In realtà la pressione della violenza, forse anche della camorra sul calcio esiste, l'ha testimoniato l'inchiesta del pm Melillo che ha incriminato gli undici picchiatori dei «Bronx», drappello avanzato di una tifoseria in guerra con gli ultras del Nord: odiatissimi i veronesi, detestati i milanesi e ora anche i romani, amici solo genoani e catanesi. Allo stadio si vede male, la pista d'atletica allontana il campo e infatti si parla di spostarlo, per il sollievo degli abitanti di Fuorigrotta e per la preoccupazione dei tifosi della tribuna: «Se lo fanno a Ponticelli, a inizio partita nel parcheggio ci stanno ventimila macchine, alla fine ne restano diecimila». La tribuna autorità non è meno colorata della curva B. Avvocati e primari elegantissimi con vestiti di sartoria - «domani la porto dal mio sarto, ai Quartieri Spagnoli: una giacca 150 euro» - e il foulard nel taschino, ed energumeni con berrettino biancazzurro e sciarpa «Napoli-Chelsea io c'ero». Accolte da invocazioni le stelle locali: Gigi D'Alessio - « Giggi aviv'a vincere tu Sanremo! » -, Biagio Izzo l'attore che fa il napoletano nei cinepanettoni, il sindaco de Magistris che scatta foto coi tifosi; ma il più acclamato è Lapo Elkann, la cui popolarità a Napoli è impressionante. Al fischio d'inizio, per ultimo come le spose, arriva direttamente dagli spogliatoi De Laurentiis, «'o presidente», napoletano di ritorno, nato a Roma ma sudista d'elezione. La partita riesce spettacolare, nell'intervallo si ascolta «Tu vuo' fa' l'americano» in versione rock, alla fine curve e tribuna cantano insieme 'O surdato 'nnammurato - Oje vita, oje vita mia... -, l'allenatore sconfitto Villas Boas dichiara: «Avevamo contro lo spirito di una città, e contro una città non si può vincere». All'uscita tutti si protendono a toccare De Laurentiis ed Elkann: « Lapo vuje purtat bbuono, Lapo vuje avit'a turna' per i quarti 'e finale! ».

Puoi spegnere la sirena, i lampeggianti, anche i fari. Ma appena l'auto della polizia si affaccia, si sentono le grida: «Mariaaa! Mariaaa!». Non sono richiami d'amore. È la vedetta che avverte gli spacciatori. L'assistente Giuseppe Esposito, alla guida della volante Alfa05, e il commissario capo Lorenzo Gentile indicano il muro di lamiera tra le case, dietro cui la vedetta è appostata. In un attimo non c'è più nessuno. Tranne sei ragazzi. Sanno che la polizia non può far loro nulla. E sono talmente persi nel loro viaggio verso il nulla che non si muovono neppure. Uno si guarda il collo nello specchietto di un furgone, alla ricerca della vena giusta. A guardare la situazione economica e quella criminale, non è che i motivi di orgoglio siano tanti. Racconta il questore Luigi Merolla che, quand'era ragazzo, nella sua Bagnoli la criminalità non esisteva: lavoravano tutti all'Italsider. Ora della fabbrica sono rimaste mura sinistre e una spiaggia di detriti; e ci si deve arrangiare. Con un impiego pubblico: Napoli - tra Comune, Provincia, Regione - ha più dipendenti dell'Unione Europea. Con una bottega artigiana: l'antica economia dei bassi si è riprodotta a Secondigliano, ovunque laboratori che fanno abiti da sposa, cioccolato, borse, scarpe, ovunque insegne sgargianti di centri massaggi, «compro oro», negozi di uccelli esotici e centri per l'abbronzatura che si chiamano «Tropicana» e «Inferno giallo». Non mancano certo le storie di imprenditori di successo, anche se molti se ne vanno altrove: Luciano Cimmino della Yamamay a Gallarate, l'armatore Gianluigi Aponte della Msc in Svizzera. Ma, dopo la burocrazia, la prima fonte di manodopera e di welfare è la malavita. Spiega l'ex procuratore capo Giandomenico Lepore - incontrato nelle scuderie di Palazzo Sansevero mentre compra un Pulcinella dell'artista Lello Esposito - che i capi storici della camorra sono tutti morti o in galera, anche se qualcuno continua a comandare da Poggioreale.

Contro il racket e l'usura si è fatto molto. «Il vero carburante delle mafie è la droga». La situazione, aggiunge il questore, in teoria è pessima; in realtà quel che c'era da perdere è già stato perso, quel che c'era da rubare, rubato. Scippi e rapine in periferia sono rari; i delinquenti colpiscono al Vomero o in centro: metà Napoli rapina l'altra metà. Merolla guida una macchina da 4.300 poliziotti. La questura di Napoli è da sempre una punta d'eccellenza, questori di Napoli sono stati l'attuale capo della polizia Manganelli e un personaggio leggendario come Arnaldo La Barbera. Anche Merolla è un personaggio: molto amato dai suoi uomini, melomane - habitué del San Carlo, il teatro con la migliore acustica al mondo -, gastronomo - il maître di Ciro a Santa Brigida gli propone a colpo sicuro il sartù appena sfornato -, spiega che i dati della criminalità sono in miglioramento. Il 1982, l'anno dei 200 omicidi, è lontano. Ancora nel 2006 ci furono 14 mila rapine. Ora sono 8 mila. Le altre si fanno altrove: «Napoli è una Tortuga che esporta rapinatori». La microcriminalità è più diffusa che a Palermo: la mafia stabilizza, la camorra destabilizza. Moltissimi i reati non denunciati, in particolare furti d'auto, che il derubato spera di riavere pagando al ladro il 10% del valore. Non è una notte di sparatorie, sono anni che i camorristi non sparano ai poliziotti, «sanno che sarebbero spazzati via» dicono loro con orgoglio. È una notte in cui però si sente il respiro e il dolore di una grande città. È morta una bambina cingalese di 4 mesi, bisogna verificare che non sia stata uccisa dai genitori, ma il loro strazio dice tutto, non ci sono segni di strangolamento, è stato un rigurgito. A una ragazza hanno strappato l iPhone di mano, in corso Umberto. In piazza Mercato tre marocchini sono sorpresi mentre caricano su un furgone nove ruote rubate, vengono interrogati e portati via. Si va sui luoghi dello spaccio. In via Tertulliano a Soccavo, dove si allenava il Napoli di Maradona. Poi alle Vele, ormai semideserte, abitate abusivamente dalle ultime famiglie. Le loro gemelle di Nizza sono condomini di lusso; queste saranno abbattute, due sono già sparite, ne resterà soltanto una, in memoria di un esperimento fallito. L'assistente Esposito è in servizio da 14 anni, Gentile è appena arrivato da Roma per amore ed è contento, dice che i napoletani sono più gentili, la moglie incinta non riesce a fare un passo senza che i vicini la riempiano di premure. I commissari sono tutti laureati, parlano come giuristi, dicono «porre in essere» e «fattispecie di reato». «La gente sostiene che non facciamo nulla contro lo spaccio, ma non è vero. Meglio di noi possono lavorare quelli della Mobile, che non portano la divisa. Ma per filmare gli spacciatori ci vuole tempo. Poi devi rivolgerti al pm, che deve avere l'autorizzazione del gip. Capita di aspettare un anno per un mandato d'arresto». Dal carcere lo spacciatore uscirà molto prima. Ci avviciniamo al ragazzo che si droga davanti allo specchietto del furgone. Avrà trent'anni, ma ha un volto da vecchina. Indossa i pantaloni della tuta e un giubbotto con il cappuccio, attorno alla gamba destra ha un ferro che sostiene una frattura mai guarita. È buio, tira vento, la prima sensazione è di paura e impotenza, poi in un attimo pensi che potrebbe essere tuo figlio o tuo fratello e ti prende una pena infinita, vorresti abbracciarlo e portarlo via; ma lui ha uno scatto, in mano ha una siringa piena di sangue, i poliziotti devono aver avuto l'ordine di evitare rischi inutili, ci portano a prendere un caffè in uno dei bar di Scampia aperti la notte; ma anche il commissario capo Gentile e l'assistente Esposito hanno cambiato umore, non sono ancora diventati cinici, si sentono impotenti, non rassegnati.

Lo scandalo dei malati in barella a Napoli non ha indignato più di tanto. Al Cardarelli il «reparto barelle» esiste da tempo e resterà almeno per tre mesi. Secondo piano del padiglione C, ex reparto di oncologia. Decine di barelle, sia pure su ruote e con un materasso più spesso di quelle delle ambulanze. Altre sono nei corridoi dell'Osservazione breve intensiva e del Dea, Dipartimento emergenza accettazione. Scene consuete in molti ospedali italiani. Colpisce però l'incredibile numero di parenti, distesi sui materassini, accampati con biscotti e bottiglioni di aranciata: le guardie provano a mandare via qualcuno, ma dopo un po' tornano, accolti con sollievo dai ricoverati. A Napoli nessuno o quasi muore da solo. Chi dispone di un comodino ha portato i libri da casa. Grisham e Faletti, naturalmente. Ma anche testi di storia e filosofia. Si riflette, ci si prepara a tornare alla vita o ad affrontare l'ignoto. Vista anche una copia di Borges: «Altre inquisizioni». Pure nei Quartieri Spagnoli c'è un ospedale, la Confraternita dei Pellegrini. «Ti mando ai Pellegrini», detto nei vicoli, è una minaccia grave. «Ti faccio scolare» è una minaccia di morte, i cadaveri attendevano a lungo prima di essere inumati nella terra santa di Gerusalemme. La compenetrazione tra vita e morte è continua, mai viste tante mummie e tanti teschi come nelle chiese di Napoli. Quando c'erano i confratelli, fino a trent'anni fa, i posti letto erano 400. Ora comanda la Regione e sono 99, più qualche decina di barelle: cinque nel corridoio di cardiologia, tre in quello di chirurgia generale; è l'ora di pranzo, i malati mangiano dentro scatole di alluminio, distesi sul fianco come su un triclinio. Qualche metro più in giù, Spaccanapoli, con la casa di Benedetto Croce. Quando il filosofo morì, il 20 novembre 1952, Orio Vergani annotò in un memorabile articolo che le prime firme sul registro erano quelle incerte degli abitanti dei bassi. Quando fu sepolto Mario Merola, il 14 novembre 2006, Giuseppe D'Avanzo denunciò l'omaggio reso da Bassolino e Russo Iervolino alla «napoletaneria»: «La Napoli plebea e ormai culturalmente egemone si è come aggrappata alle spoglie di Merola per trovare ragione di se stessa, e la volontà di ripetere ancora in faccia a tutto il mondo e a tutti i napoletani spaventati: questa è Napoli e Napoli siamo noi». Oggi la città vive una fase paragonabile al '93, quando era crollato il sistema Dc dei Cirino Pomicino - tutt'ora presidente della Tangenziale - e le illusioni del bassolinismo erano intere. Anche adesso c'è un nuovo sindaco, ma i denari pubblici sono finiti, anzi il Comune fatica a trovare i soldi per gli stipendi, anche se spende per ospitare l'America's Cup. Però c'è un fervore di giovani, di volontari, di associazioni dai nomi immaginifici - Friarielli Ribelli, Fuorigrotta Moving, La Paranza - che riaprono il tunnel borbonico, gestiscono le catacombe, piantano fiori e piante. Ci sono soprattutto sempre più napoletani che non si rassegnano alla crisi, alla camorra, al degrado. Ci sono persino più motociclisti con il casco. I cantieri della metro sembrano eterni, ma ogni tanto partoriscono una stazione capolavoro dell'arte contemporanea, ieri piazza Dante, oggi piazza Borsa.

Croce amava citare un'antica definizione di Napoli: «Un paradiso abitato da diavoli». Di questa città oggi si potrebbe ripetere quel che disse Umberto Eco di Torino: «Senza l'Italia Napoli sarebbe più o meno la stessa; ma senza Napoli l'Italia non ci sarebbe». Se Torino ha fatto l'Italia a San Martino e a Mirafiori, con il Risorgimento e con l'industria, Napoli all'Italia ha dato un'identità. All'estero pensano il nostro Paese come un'immensa Napoli, il sole il mare la pizza gli spaghetti. Noi possiamo pensare a Totò, a Eduardo, a Di Giacomo, a Mimmo Paladino. Il principe di San Severo, quello del Cristo velato e degli esperimenti alchemici, ha lasciato scritto che «non è data all'umana debolezza l'esistenza di grandi virtù senza grandi vizi». A Napoli le virtù e i vizi d'Italia sono elevati a potenza. Come aveva intuito Goethe, «dov'è più forte la luce, l'ombra è più nera».

POLITICA, ISTITUZIONI E CAMORRA

Ma dove siamo???

Un reportage dalla stampa nazionale, fa inorridire coloro i quali pensavano che il marcio viene dal basso e che la mafia non è insita nelle istituzioni. La contestazione specifica del favoreggiamento esterno al sistema mafioso è interpretabile in base ai soggetti in campo, ecco perchè la disparità di trattamento. Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, è in carcere per aver divulgato notizie segrete, nel processo "talpe alla Dda di Palermo".

Le notizie sull'inchiesta della P4 "dall'interno del corpo della Guardia di Finanza sono state portate all'esterno". Lo ha detto il Procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, nel corso di un'intervista al programma di La7 'Otto e mezzo'. La posizione del generale Adinolfi è isolata? è stato chiesto al procuratore: "Per quanto riguarda i generali senz'altro - ha risposto - ma che ci siano state fughe di notizie, e molte, è un dato di fatto. Abbiamo capito che ci sono state comunicazioni". Era nelle cose, nelle contestazioni annotate sul registro del modello 21 - quello dove si iscrivono le notizie di reato e i nomi degli indagati - e nei capi d’imputazione che riguardano Luigi Bisignani e Alfonso Papa. Era nei verbali dei testimoni, tanti, che hanno fatto i nomi di talpe e gole profonde. Era addirittura scontato, ormai, vista l’accelerata data all’inchiesta sulla P4 quando erano ancora in corso accertamenti e interrogatori. Lo ha confermato il capo della Procura di Napoli, Giovandomenico Lepore: «Le notizie sull’inchiesta dall’interno del corpo della Guardia di Finanza sono state portate all’esterno». E non si è riferito alla posizione del generale Adinolfi. Non solo: «Che ci siano state fughe di notizie, e molte, è un dato di fatto. A un certo punto, molti telefoni che erano intercettati sono andati sotto silenzio tutti insieme. E abbiamo capito che ci sono state comunicazioni, anche secondo quanto hanno dichiarato i diretti interessati». Dunque, l’iscrizione dei generali Bardi e Adinolfi, ma la ricerca delle talpe non è ancora finita. Chiarimenti e spiegazioni sono arrivati attraverso le telecamere di «Otto e mezzo». Lepore non si è sottratto alla domande, e ha aggiunto che «Bisignani ha detto quello che gli interessava dire, non ha collaborato pienamente e non ha chiarito tanti aspetti che sono ancora oscuri». Quanto a Marco Milanese, il consigliere di Tremonti che si è dimesso, «non è sospettato di aver collaborato alla fuga di notizie. Ma lui poteva sapere qualcosa che è venuto fuori nel confronto, abbastanza vivace, con il generale Adinolfi». Il quale, ha aggiunto il procuratore di Napoli, «ha respinto le accuse». Quanto ad Alfonso Papa e alla qualità complessiva dell’indagine, ha ribadito: «È un’inchiesta seria». E centrale appare la posizione del magistrato fuori ruolo, oggi parlamentare del Pdl, al quale sono contestati reati ben più gravi della rivelazione di notizie segrete e del favoreggiamento. Nell’ordinanza cautelare a suo carico sono inseriti, infatti, anche alcuni episodi di concussione. E pende l’appello, presentato dalla Procura, per ciò che riguarda la contestazione di associazione per delinquere, esclusa invece dal gip a causa dell’inutilizzabilità di una parte delle intercettazioni telefoniche. Tutti i colleghi giornalisti che io interpellai mi dissero che la notizia riferita al Milanese il 15 dicembre 2010 era uscita dalla Guardia di Finanza». Tra i testimoni chiave sul filone dell’inchiesta P4 che riguarda la fuga di notizie, cioè chi ha spifferrato l’esistenza di un’inchiesta sul lobbista Luigi Bisignani quando doveva restare segreta, c’è Manuela Bravi, portavoce del ministro Tremonti. E’ lei la prima ad indicare quanto le aveva riferito il suo compagno, l’onorevole Marco Milanese, a sua volta ex GdiF e collaboratore stretto del ministro Tremonti: e cioè che dietro la soffiata Bisignani c’è una catena che parte da ufficiali locali, passa dal generale Vito Bardi (comandante interregionale per l’Italia meridionale ndr), arriva al generale Michele Adinolfi (capo di Stato maggiore, ndr) e utilizza il presidente dell’Adn-Kronos Pippo Marra come messaggero finale che a fine novembre, ma forse anche prima, avverte Bisignani di «tacere al telefono». Il filone d’indagine sulla fuga di notizie è un pezzo importante dell’inchiesta P4 perchè ricostruisce un tassello strategico della presunta rete di riferimento del lobbista Bisignani, quel circuito di uomini in divisa, dei servizi segreti e della magistratura che erano di casa in piazza Mignanelli. Sono tre al momento gli indagati per la fuga di notizie: il generale Vito Bardi, Michele Adinolfi e Pippo Marra, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Ma è assai probabile che anche altri ufficiali siano già coinvolti: nei sei verbali di Bisignani disponibili, compreso l’ultimo, quello di garanzia reso al gip Giordano, ci sono pagine intere di omissis, elementi che pm e investigatori vogliono tenere segreti. La svolta è arrivata quando il generale Adinolfi è stato messo a confronto con l’onorevole Milanese. Un confronto drammatico, in cui il consigliere di Tremonti conferma quanto aveva già detto - le talpe sono Bravi e Adinolfi - e che il capo di Stato Maggiore smentisce categoricamente con un durissimo invito al suo accusatore a ritrattare. Milanese però non ha fatto mezzo passo indietro. E ieri, già indagato a dicembre sempre a Napoli per una storia di frodi assicurative, ha lasciato l’incarico al ministero dell’Economia. «Per salvaguardare l'importante ufficio - spiega in una nota - dalle polemiche sollevate da una doverosa testimonianza, in un momento così delicato per la stabilità economica e politica del Paese».

E non basta.

Il capo della Mobile di Napoli “non ha indagato per anni su capitali illeciti” prodotti dal riciclaggio e l'usura praticati dal clan Lo Russo. Lo affermano il procuratore di Napoli Lepore e l'aggiunto Pennasilico. Pisani rivelò all'imprenditore Iorio, referente per il riciclaggio del clan Lo Russo, notizie sull'indagine. Ed era “in comprovata amicizia” con Iorio e in quotidiani rapporti con il boss Salvatore Lo Russo, suo confidente. “Mi dispiace, Pisani era anche un amico”, ha detto Lepore. Il questore di Napoli Luigi Merolla, ha messo a capo della Squadra Mobile il vice Pietro Morelli. Vittorio Pisani verrà, invece, trasferito a Roma. Questo mentre lo stesso ormai ex Capo della Mobile napoletana, Pisani, risulta indagato per favoreggiamento nell'ambito di un'inchiesta su riciclaggio e usura. A confermarlo il procuratore di Napoli, Lepore. Il reato di favoreggiamento si configura nei confronti di esponenti del clan Lo Russo (attivo nel quartiere di Miano). Oltre ad essere indagato, Pisani ha ricevuto il divieto di dimora.

Le accuse della Procura al capo della Mobile.

"Il dottor Vittorio Pisani, legato con solidi e comprovati rapporti di amicizia con Marco Iorio ed in rapporti con Salvatore Lo Russo, sui confidente, non ha esitato a rivelare a Iorio l'avvio dell'indagine da parte di questo ufficio, informandolo al contempo del contenuto di alcune annotazioni di servizio redatte dal suo stesso ufficio". Questo un brano centrale di un durissimo comunicato firmato dal procuratore di Napoli Giandomenico Lepore e dall'aggiunto Alessandro Pennasilico distribuito ai giornalisti nel corso della conferenza stampa alla Procura di Napoli sul sequestro di ristoranti e locali pubblici a Napoli nell'ambito di un'inchiesta su usura e riciclaggio del clan Lo Russo. "Cio' - prosegue il comunicato della Procura - inevitabilmente ha arrecato un serio pregiudizio alle indagini, specialmente sotto il profilo della compiuta individuazione ed acquisizione dei beni da sequestrare, essendosi sia Marco Iorio che Bruno Potenza,a sua volta informato da Iorio, immediatamente attivati per occultare i capitali, parte dei quali effettivamente già trasferiti all'estero, programmando in queste ultime settimane addirittura la vendita a prestanome delle stesse attività di ristorazione". "Ma si è anche accertato - prosegue il testo - che il dottor Vittorio Pisani era da anni a conoscenza del reimpiego dei capitali illeciti da parte di Marco Iorio e non solo non ha mai effettuato alcuna indagine, nè redatto alcuna comunicazione di notizie di reato, ma ha intrattenuto quotidiani rapporti amicali con questo ultimo, frequentando il ristorante "Regina Margherita". "Ma le indagini - prosegue il testo - hanno rivelato anche qualcosa di più grave, che attiene al comportamento tenuto proprio in relazione alle indagini in corso, da parte del dirigente della Mobile, il quale si è fortemente speso in difesa dell'amico Iorio, tenendo comportamenti decisamente contrari ai doveri connessi con l'alto ruolo ancora oggi rivestito. E mentre trasferiscono i soldi in Svizzera gli indagati cominciano anche a immaginare una strategia difensiva e - come rivelato dalle intercettazioni ambientali - si dovrebbe concretizzare nell'attribuzione delle quote occulte al nero accumulato negli anni per effetto di una mera evasione fiscale". " Diventa allora inevitabile che appaia quasi come un'anticipazione delle linea difensiva degli indagati - conclude il comunicato dei vertici della Procura di Napoli - l'intervista che lo stesso Pisani rilascia alla fine del mese di marzo 2011 dal titolo 'I professionisti evadono il fisco e riciclano i soldi in bar e ristoranti". L'opinione manifestata dal dirigente della Mobile è infatti che nel riciclaggio sono coinvolti sopratutto i medici, gli avvocati, i notai, ed i commercialisti. Non una parola sulla camorra nè su altre e reali fonti illecite". 

Una bella gazzarra chiude il pasticcio delle primarie napoletane: poco dopo le 21 della sera di martedì 25 gennaio 2011 i bassoliniani pro Cozzolino hanno occupato la sede della federazione provinciale del PD di Napoli inveendo contro il segretario Nicola Tremante. I sostenitori di Cozzolino sono molto arrabbiati per le dichiarazioni rilasciate che potrebbero causare l’annullamento del voto nei seggi sospetti di compravendita di voti invalidando così la vittoria del delfino di Bassolino. I cozzoliniani hanno insultato il segretario per le dichiarazioni rilasciate.

Questo pochi giorni prima della raffica di arresti in tutto il Paese nell’ambito di un’operazione per reati ambientali. Da tutta la stampa nomi e fatti. La ex vice di Guido Bertolaso alla Protezione Civile, Marta Di Gennaro, e il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania, sono stati arrestati dai carabinieri nel blitz coordinato dalla procura della Repubblica di Napoli. I due, ai quali è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari, sono accusati di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali. Nella stessa operazione che ha portato in manette altre dodici persone, sono anche indagate l’ex governatore Antonio Bassolino, l’ex assessore regionale Luigi Nocera e l’ex capo della segreteria politica di Bassolino, Gianfranco Nappi. Nel corso dell'operazione, coordinata dalla procura di Napoli e portata avanti dai carabinieri del Noe e dalla Guardia di Finanza, è stata accertata l’esistenza di un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani. Un accordo che ha consentito, per svariati anni, lo sversamento in mare del percolato (il rifiuto liquido prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani) in violazione delle norme a tutela dell’ambiente. Secondo gli inquirenti, infatti, il percolato veniva immesso senza alcun trattamento nei depuratori dai quali finiva direttamente in mare, contribuendo ad inquinare un lunghissimo tratto di costa della Campania, dal Salernitano fino al Casertano. Agli arresti domiciliari è finito anche Gianfranco Mascazzini, ex direttore generale del ministero dell’Ambiente. Sono invece in carcere Lionello Serva, ex sub-commissario per i rifiuti della Regione Campania; Claudio Di Biasio, tecnico degli impianti del Commissariato; Generoso Schiavone, responsabile della Gestione acque per i depuratori della Regione Campania e Mario Lupacchini, dirigente del settore Ecologia della Regione. Sequestri di documentazione sono stati messi in atto in diverse sedi istituzionali, come la prefettura di Napoli, la Regione Campania, ma anche la Protezione civile di Roma e in sedi di aziende di rilievo nazionale. L’indagine, durata fino al luglio 2010, ripartiva da quella conclusa nel maggio 2008 e nota con il nome di "Operazione Rompiballe" che aveva portato all’arresto di 25 indagati per traffico illecito di rifiuti. E' stata sviluppata mediante attività tecniche, nonchè riscontri documentali, che hanno permesso di acquisire gravi indizi di colpevolezza nei confronti di ex uomini politici, professori universitari, dirigenti della pubblica amministrazione e tecnici delle strutture commissariali che si sono avvicendati al Commissariato per l’emergenza rifiuti della Regione Campania dal 2006 al 2008.

Questa è una considerazione. Poi ne segue un'altra.

E il giustizialista Saviano ha il padre alla sbarra. Articolo di Gian Marco Chiocci - Luca Rocca su “Il Giornale”

Processo per truffa e corruzione: come medico avrebbe danneggiato l'Asl. La difesa: vittima di raggiri altrui.

L’imbarazzo dell’autore di Gomorra. Roberto Saviano, neo-icona della sinistra italiana, per qualcuno addirittura il suo prossimo leader, purtroppo per lui è alle prese coi guai giudiziari di suo padre, Luigi, medico di base alla Asl di Napoli, sotto processo per un storia di prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, rimborsi non dovuti.

I fatti risalgono al periodo 2000-2004, ma il 19 maggio prossimo il tribunale di Santa Maria Capua Vetere (presidente Raffaello Magi, l’estensore della sentenza Spartacus al clan dei casalesi) dovrà decidere se accorpare al procedimento riguardante il papà dello scrittore un secondo filone, nel quale vengono contestati reati che sarebbero stati commessi fino al 2006 e che vede alla sbarra gli stesi imputati per gli stessi reati. Luigi Saviano è imputato, insieme ad altri medici e professionisti, con l’accusa di truffa, ricettazione, corruzione e concussione ai danni dell’Asl. La vicenda, là dove si parla del ruolo dei medici di base, viene così descritta dalla procura che si è battuta per il rinvio a giudizio del genitore dell’illustre figlio e di altri coindagati: «Avevano il ruolo di stilare ricette riportanti prescrizioni fittizie di esami di laboratorio, con l’inserimento di nominativi, corrispondenti a propri ignari assistiti (che non hanno riconosciuto le prescrizioni loro attribuite) su ricettari loro assegnati». L’aggravante sta nel danno patrimoniale, «di rilevante quantità», subito dalle aziende sanitarie locali che, sempre secondo i pubblici ministeri campani, «hanno provveduto alla liquidazione di quanto richiesto». Nelle carte in mano ai magistrati si parla anche dell’esistenza di un vero e proprio «mercato di notevoli dimensioni, ad oggetto la falsificazione e la spedizione di ricette mediche che vengono scambiate con assoluta semplicità da persone che non tengono minimamente conto dei gravi danni arrecati all’Erario».

Nelle contestazioni mosse a Luigi Saviano, nero su bianco si parla del «suo ruolo in seno all’organizzazione, in particolare quello di assicurare ai gestori di tali centri un ingiusto profitto derivante da una serie cospicua di ricette riportanti prescrizioni fittizie di analisi cliniche». Su 54 pazienti interrogati «solo 9 hanno asserito di aver eseguito le diagnostiche loro prescritte, il dato è significativo per dimostrare l’intera percentuale (85 per cento) di incidenza delle false prescrizioni redatte da Saviano Luigi e portate in liquidazione» in centri riconducibili a un altro indagato. I pm hanno ascoltato anche le pazienti del «nonno di Gomorra», che hanno negato di aver mai fatto gli esami clinici che invece risultano realizzati a loro nome.

Un primo esempio. Gli accertamenti ormonali e gli esami allergici di Carmela A. non sarebbero mai stati eseguiti. La stessa donna rivela che «nel 2002 non mi sono nemmeno recata a Caserta per effettuare né prestazioni specialistiche». C’è poi Rosario A. e il suo presunto problema al ginocchio: «Io godo di buona salute in genere – dice il primo - non soffro di particolari patologie per cui debba sottopormi con frequenza a cure o ad indagini diagnostiche». Una seconda donna, Vincenza C., smentisce di aver mai effettuato «indagini ormonali» nel 2002: «Confermo che il mio medico di base è il dottor Saviano Luigi – dice a verbale -, nel corso del 2002 non solo non sono andata a Caserta per fare prestazioni specialistiche» ma «non ho effettuato alcun prelievo di sangue negli ultimi 4 anni in alcun centro della Campania». Nel 2006 l’allora legale di Saviano padre, Marina Di Siena, aveva commentato così l’iscrizione del suo assistito nel registro degli indagati: «Il dottor Saviano è stato in realtà vittima di una truffa, per un episodio che risale a un periodo a cavallo fra il terzo e il quarto trimestre del 2004». Secondo la tesi difensiva, insomma, il padre di Roberto sarebbe una parte lesa di altrui raggiri, essendo all’oscuro di tutto perché ricoverato in un ospedale di Napoli dov’era in cura per problemi infettivi. La parola passa ora al tribunale, anche se il processo sembra destinato a finire in prescrizione. Giuridica, non medica.

La lotta alla camorra ed alla illegalità non deve essere, né sembrare, lotta di parte o di facciata.

Nè deve mirare a criminalizzare una intera classe politica o a denigrare l’immagine di una regione, forte della sua storia, cultura e tradizione. I media nel nord vanno a nozze nel creare un solco incolmabile con la loro Padania.

La sinistra non si deve appropriare di una battaglia di civiltà, per il sol fatto di essere capace di fare corpo unico nella difesa della sue fazioni, delle sue posizioni, delle sue bandiere.

Ognuno di noi ha scheletri nell’armadio. Nessuno viene da Marte.

L’onestà intellettuale pretende che nessuno si erga a paladino della legalità e della ragione, sbandierando la sua presunta superiorità morale.

Noi, “Associazione Contro Tutte le Mafie”, unico sodalizio nazionale pluritematico, ben conosciamo tutte le realtà: dall'Alto Adige alla Sicilia. In loco abbiamo denunciato infiltrazioni camorristiche nella vicina provincia di Latina, con conseguente sospensione delle giunte comunali interessate.

Abbiamo scritto un libro che parla delle nefandezze italiane, taciute dai media ed impunite dalle istituzioni.

Di contro abbiamo avuto attacchi dalla mafia e dall’antimafia.

Purtroppo, a ragion veduta, non siamo di sinistra, né santifichiamo i magistrati. E questo ci penalizza.

Ma la realtà deve essere conosciuta da tutti, pur pagando, noi, un prezzo altissimo per le nostre esistenze.

Sul Magazine del  Corriere della Sera del 15 ottobre 2009, pag 78, vi è «L’intervista » di Vittorio Zincone a Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli.

Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare controcorrente sul tema Saviano è impegnativo.

Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: "A noi della squadra mobile fu data la delega per riscontrare quel che Roberto Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull'assegnazione della scorta. Ho arrestato centinaia di delinquenti - ha aggiunto il capo della squadra mobile - Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. Resto perplesso quando vedo scortate persone, che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti, che combattono la camorra da anni. 'Gomorra' ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un'immagine eroica della lotta alla criminalità" perché "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare".

All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times.

Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?

E per finire una domanda da presidente antimafia a presidente antimafia: se Don Ciotti, presidente di "Libera", non fosse appoggiato dall’apparato politico, mediatico e giudiziario di sinistra, avrebbe avuto tanta visibilità e sostegno ?

A tal proposito vi è l’intervento di Vittorio Sgarbi, critico d’arte, opinionista Tv, già parlamentare e sindaco di Salemi, in Sicilia: “sono anche uomo di parola, e di denuncia, ma senza accettare regole e senza essere iscritto al club dei professionisti dell’antimafia.

Cosicché senza avere il sostegno di Repubblica, di Annozero, di Marco Travaglio, di Rita Borsellino, di Sonia Alfano, quando io ho denunciato gli interessi della mafia della schifosa impresa dei parchi eolici, improvvisamente cresciuti nella provincia di Trapani, nessuno, dico nessuno, dei sopra citati professionisti dell’antimafia (diversamente da quanto è accaduto in Sardegna) mi ha seguito e sostenuto, con l’eccezione del sindaco di Gela, Rosario Crocetta. E sarei stato ancora più solo se un’indagine della magistratura non avesse portato all’arresto di tredici persone, tra imprenditori, politici e mafiosi, sotto il controllo di Messina Denaro, a conferma delle mie posizioni. La lotta continua e nel frattempo ho ricevuto buste con pallottole, teste mozze di maiale, cani morti e innumerevoli, quotidiane, telefonate anonime.

La premessa era necessaria per dire che anch’io, come Saviano, sono sotto scorta, nella forma più lieve della cosiddetta «tutela», assegnatami dopo le minacce e con l’obiettivo di prevenire rischi per rivendicazioni annunciate perché io sono in una posizione singolare: sono minacciato anche dall’antimafia, o sedicente tale che non mi perdona le critiche alla magistratura e in particolare a Caselli e si apposta, con evidente intenzione provocatoria e inevitabili telecamere a ogni mio incontro pubblico, non per sostenere la mia azione contro la mafia, ma per denunciare le mie critiche all’antimafia. Basterà ricordare la mia presa di posizione rispetto al suicidio del giudice Lombardini dopo essere stato interrogato nel suo ufficio a Cagliari dai magistrati di Palermo e sull’arresto di un prete, padre Frititta, mostrato in manette perché accusato di avere confessato un mafioso, e poi, naturalmente, assolto perché il fatto non sussisteva nell’indifferenza generale. Ma non è consentito criticare gli intoccabili, indicare le loro distrazioni, l’impegno straordinario su falsi obiettivi, i veri obiettivi mancanti.

Ne consegue che io mi sono trovato paradossalmente minacciato dalla mafia e dall’antimafia, non essendo, come Roberto Saviano, politicamente corretto, e cioè da una parte sola. “Gomorra”. Un libro Mondadori, una pubblicità Mondatori (la Mondadori dell’odiato Berlusconi, ndr). Niente di male ma, mentre si invoca la libertà di parola per sé, eroe minacciato, si indicano i nemici in altri, che hanno o dovrebbero avere diritto di legittima critica, o per lo meno di dubbio, e che sono accusati di non difendere il minacciato Saviano, di abbandonarlo, di far mancare «l’impegno unitario» di stare con lui, dalla sua parte e di proteggerlo.

Chi lo critica non ha nome, non merita di essere citato, è «un funzionario». Saviano scrive «Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero de Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario». Toccherà a me dire che il «funzionario» è Vittorio Pisani. Un uomo che rischia la vita. Mi sia consentito dargli parola per rispondere a Saviano: «Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Be’, giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta». Che ragioni ha Pisani di esporsi, mettersi contro tutti e dire quello che ha detto? Non c’è antipatia nella sua intervista e non c’è neppure contrapposizione politica. Semplicemente la consapevolezza che le cose che ha scritto Saviano le hanno scritte altri giornalisti, senza pubblicare libri fortunati e reclamizzati, senza fare le vittime e senza avere scorte. Il fatto è che, come alcuni, come i magistrati di Palermo, come il presidente della Repubblica, Saviano appartiene alla categoria degli intoccabili. Io invece a quella dei toccabili. Faccio e ricevo critiche e non esalto la mafia descrivendomi come un eroe minacciato dall’antimafia. Non riesco a dividere il mondo in buoni e cattivi. Non sono fiero, ma sono incazzato contro chi vede distruggere la Sicilia, la Campania, la Puglia e tace raccontando di essere minacciato. Ma Saviano ha mai visto la distruzione del paesaggio fatta nelle regioni meridionali dagli speculatori dell’eolico, crocefiggendo montagne, solo per cupidigia di denaro?

E perché ha taciuto? E perché tace? E con lui tutti gli amici di Beppe Grillo, di Travaglio, di Di Pietro, di Santoro pronti a esprimere solidarietà e a firmare appelli. Io sto con Vittorio Pisani e credo alla sua parola e al suo impegno di poliziotto. Saviano ricorderà che Montanelli fu gambizzato, che Costanzo sfuggì a un attentato, e che altri giornalisti come Walter Tobagi, o Peppino Impastato (non solo magistrati) sono stati uccisi. I giornalisti che dicono la verità sono a rischio, siamo a rischio, ma nessuno può pretendere di essere intoccabile, nessuno ha diritto di indignarsi o di fare emozioni degli affetti per una critica, né Saviano, né il presidente della Repubblica.

A meno che non aspirino e non glielo vorrei augurare a diventare come padre Pio, e a pretendere non ragionamenti, valutazioni, discussioni, ma atti di fede. Con questa logica, come chi critica il capo dello Stato, anche chi critica Saviano rischierà di essere processato per vilipendio a «professionista dell’antimafia». Sciascia laico e irriverente, resterebbe senza parole. Lui, non «intoccabile», ma toccabilissimo (dalla sinistra, ndr).”

QUANDO LA QUESTIONE MORALE E’ BIPARTIZAN.

Antonio Giangrande: “La presente inchiesta coordina varie fonti pubbliche, in calce citate, che da sole non sarebbero state esaustive della realtà dei fatti. Le contrapposizioni ideologiche delle fonti, o il mancato intervento della magistratura, ha imposto il coordinamento e  l’aggiunta delle posizioni di alcuni esponenti politici, che non risultano indagati, ma che meritano di essere conosciute. Giusto per fare un quadro politico completo ed imparziale e per svelare improbabili superiorità morali. In questo modo nessuno si sentirà discriminato. Siamo garantisti, per questo diamo la parola prima  ai protagonisti”.

Per tutti parla Mario Landolfi: «In Campania sono inquisiti Bassolino, Mastella, Pecoraro Scanio, Bocchino e sono inquisito anch’io. O c’è un’epidemia o c’è un certo protagonismo giudiziario. Protagonismo che meriterebbe maggiore attenzione».

C’è il politico che prende voti grazie al sostegno della camorra e quello che cambia in continuazione casacca, c’è l’ex ministro della giustizia e i suoi intrecci familiari e l’assessore comunale, che trucca atti pubblici per entrare nelle grazie dell’imprenditore di turno. E’ una fotografia impietosa della situazione politica di Napoli e della Campania quella scattata da Bruno De Stefano e Vincenzo Iurillo, autori de La casta della mondezza. Ma la nostra inchiesta va molto oltre, per non essere tacciati di parzialità.

Oltre 50 politici coinvolti nelle inchieste. Da Bassolino a Landolfi, il fronte bipartisan. I più importanti in ordine alfabetico.

Politici di grande rilievo, anche nazionale, sotto inchiesta per i reati più gravi. Ecco la classe dirigente della Campania. Parlamentari, amministratori, consiglieri regionali di sinistra, di centro e di destra, in una terra attraversata da una questione morale bipartisan.

I leader di una regione che dal 2000 ha speso 13 miliardi di fondi europei e sta per investirne altri 15. Una regione caduta nel baratro dell’emergenza spazzatura, la più grave catastrofe ambientale dai tempi del colera. Una regione in cui intere aree sono soggiogate da una camorra sanguinaria, che la politica ha combattuto con risultati altalenanti, oppure, nei casi peggiori, ha sfruttato scendendo a patti coi clan,. Secondo stime prudenziali sono almeno una cinquantina i politici indagati in Campania. In una regione ad alta densità criminale, la politica avrebbe dovuto produrre anticorpi più resistenti al rischio di infiltrazioni e degenerazioni nella gestione della cosa pubblica. Invece a Napoli e dintorni è accaduto esattamente il contrario. C’ è chi è accusato di truccare appalti, chi di associazione per delinquere. C’è l’imputato di omicidio colposo per non esserci accorto di una situazione di pericolo e c’è l’indagato di riciclaggio.

Luigi Anzalone.  Ex presidente della Provincia di Avellino, consigliere regionale del Pd, Anzalone è imputato in Appello per omicidio colposo plurimo in seguito alla frana della montagna di Pizzo Alvano, a Quindici, del 5 maggio ’98. Undici le vittime. In primo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. Stamane potrebbe uscire la sentenza di secondo grado.

Antonio Bassolino. Governatore della Campania, membro dell’assemblea nazionale del Pd. È imputato per truffa aggravata e frode in pubbliche forniture nell’ambito del processo sul disastro rifiuti. In uno stralcio del procedimento, relativo alle consulenze del commissariato di governo per l’emergenza spazzatura, deve difendersi da una richiesta di rinvio a giudizio per peculato e falso. Un altro procedimento, relativo alle spese dei lavori di un casale in Toscana, è stato trasferito alla Procura di Arezzo. La Corte dei conti lo ha condannato due volte in primo grado per risarcire gli sprechi della sua gestione commissariale: dovrebbe versare più di 3 milioni di euro. Su entrambe le sentenze pende un ricorso. Il presidente della Regione Campania è stato imputato con altri 25, tra cui i vertici della Impregilo nel processo sui rifiuti in qualità di commissario straordinario per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche, violazioni ambientali e truffa aggravata. Il processo è da un anno nella fase dibattimentale. Ha fatto discutere non poco la lista che annovera ben 536 testimoni e che rallenta di fatto l'arrivo di una sentenza, facilitando il sopraggiungere della prescrizione. I numerosi rinvii delle udienze si sono avuti nella prima fase del dibattimento anche per i continui cambi alla presidenza del collegio giudicante ora guidato da Adele Scaramella. Bassolino risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta sulle bonifiche ambientali. La Corte dei Conti ha invece stabilito in primo grado la responsabilità del governatore, in qualità di commissario ai rifiuti, per il progetto Sirenetta. La sentenza è stata impugnata in appello di fronte alle sezioni centrali. Giudicata eccessiva la spesa di 47mila euro per la commissione di gara per la realizzazione del call center (da molti definito fantasma) nell'ambito del progetto PanProtezione Ambiente e Natura.

Italo Bocchino. Vice capogruppo del Pdl alla Camera, candidato sconfitto da Bassolino alle regionali del 2005 in quota An, Bocchino è inquisito in Magnanapoli, l’inchiesta sul sistema Romeo per il controllo degli appalti del Comune di Napoli.

Ciro Borriello. Sindaco di Torre del Greco noto per numerosi cambi di casacca: indagato dalla Corte dei Conti per i danni derivati dalla mancata raccolta differenziata nell'ambito dell'emergenza rifiuti.

Angelo Brancaccio. Consigliere regionale dell’Udeur, ex Ds, nel 2007 è stato arrestato e in seguito rinviato a giudizio per una sfilza di reati contro la pubblica amministrazione, relativi al periodo in cui è stato sindaco di Orta d’Atella, nel casertano.

Enrico Cardillo. Ex assessore al Bilancio di Napoli, Pd. E’ in corso nei suoi confronti un processo con rito abbreviato per Magnanapoli, l’inchiesta sui presunti appalti truccati e telecomandati dall’immobiliarista Alfredo Romeo. Il pm ha chiesto una condanna a sei anni.

Luigi Cesaro. presidente Pdl della provincia di Napoli, è chiamato in causa dal pentito Gaetano Vassallo, uno degli accusatori di Cosentino. Vassallo lo ha definito “uomo vicino al clan Bidognetti” e racconta l’esistenza di un patto tra Cesaro e la camorra casalese per la realizzazione dei lavori di riconversione degli stabilimenti Texas di Aversa.

Aniello Cimatile. Il presidente della Provincia di Benevento, Pd, docente universitario, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti e sui collaudi degli impianti di Cdr. Per un breve periodo a giugno 2009 è stato sottoposto agli arresti domiciliari.

Carmelo Conte. Già ministro Psi del governo Andreotti e candidato alle politiche con Berlusconi, oggi è un leader del Pd salernitano. E’ imputato in Corte d’Appello per concorso esterno in associazione camorristica, per presunte collusioni con il clan Maiale, attivo nella piana del Sele. In primo grado è stato assolto con formula piena, ma il sostituto pg ha presentato ricorso. E’ stato invece condannato in primo grado a quattro anni e dieci mesi per aver estorto negli anni Ottanta finanziamenti per il Giornale di Napoli.

Roberto Conte. Ex consigliere regionale del Pd, a giugno 2009 è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe versato nelle mani di due galoppini del boss Giuseppe Misso 120 milioni di lire in cambio del sostegno del clan della Sanità alle elezioni regionali del 2000. All’epoca militava nei Verdi.

Nicola Cosentino Il deputato di Casal di Principe, sottosegretario Pdl all’economia. Il Gip di Napoli ne ha disposto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Cosentino è accusato di collusioni con i clan Bidognetti e Schiavone, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale sin dagli anni ‘90.

Andrea Cozzolino Europarlamentare Pd, molto vicino a Bassolino, il potentissimo ex assessore regionale all’Agricoltura è sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.

Rosetta D'Amelio. Ex sindaco di Lioni in provincia di Avellino attuale assessore alle politiche sociali della regione Campania Pd: condannata a sei mesi di reclusione per abuso d'ufficio.

Vincenzo De Luca. Sindaco di Salerno, Bersani lo ha cooptato nella direzione nazionale Pd. Due volte rinviato a giudizio nell’ambito delle inchieste sull’assegnazione dei suoli industriali liberati in seguito alla dismissione della Ideal Standard e sulla delocalizzazione dell’ex Mcm. In questa seconda tranche condivide lo status di imputato con Gianni Lettieri, presidente degli industriali di Napoli.

Ugo De Flaviis. E’ stato assessore campano all’Ambiente fino al 2004. Dopo alcune vicissitudini è tornato nell’Udeur e si è seduto affianco a Mastella in una recente conferenza stampa a Napoli. Sul versante giudiziario, De Flaviis è imputato per l’alluvione  di Nocera Inferiore insieme con Luigi Nocera. Nel settembre 2008 Sandra Mastella lo ha nominato nello staff della presidenza del consiglio regionale come responsabile dei rapporti con le istituzioni locali.

Sergio De Gregorio. Il senatore “transfugo” da Di Pietro a Berlusconi è indagato per riciclaggio. L’inchiesta si riferisce ai rapporti economici intercorsi nel periodo 2004-2005 tra il politico e il presunto contrabbandiere Rocco Cafiero. La procura ha fatto ricorso al Riesame contro il rigetto della richiesta di arresto da parte del gip, rendendo così pubblica la partita giudiziaria in corso.

Ferdinando Di Mezza. Ex assessore al Patrimonio Pd: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.

Fernando Errico. Il consigliere regionale del beneventano divide con Clemente e Sandra Mastella alcune accuse nell’inchiesta sull’Udeur connection. Dall’Abruzzo, dove si è rifugiato causa divieto di dimora in Campania, ha annunciato le dimissioni da capogruppo del Campanile.

Antonio Fantini. Ex segretario regionale Udeur. condannato a due mesi e dieci mesi di reclusione nell'ambito della ricostruzione post-terremoto.

Nicola Ferraro. Consigliere regionale Udeur, presidente della commissione Affari Istituzionali. È sotto processo insieme alla Mastella per tentata concussione. Secondo un pentito di camorra, Michele Froncillo, Ferraro è stato eletto grazie al sostegno interessato del clan Belforte di Marcianise. Froncillo rivela che Ferraro, per ingraziarsi Mastella, avrebbe regalato un Porsche Cayenne al figlio dell’ex Guardasigilli, acquistato presso la concessionaria di un parente del boss. Mastella respinge con fermezza questa ricostruzione e annuncia azioni legali.

Marco Fiorentino. Sindaco di Sorrento, azzurro, poi Udeur, poi di nuovo berlusconiano. E’ imputato di omissione d’atti d’ufficio e omicidio colposo per la tragedia del 1 maggio 2007, quando una gru che si muoveva sopra un’area non transennata, di fronte al municipio, precipitò al suolo uccidendo due donne. E’ accusato di non aver emesso un’ordinanza di tutela dell’incolumità pubblica nei confronti della ditta che stava montando le luminarie.

Corrado Gabriele. Assessore regionale al Lavoro per Rifondazione: imputato per molestie sessuali.

Giuseppe Gambale. Ex assessore a Napoli del Partito democratico: imputato nel processo Global Service per associazione per delinquere.

Alberico Gambino. Esponente di spicco del Pdl salerninato, già sindaco di Scafati e assessore provinciale della giunta Cirielli. È stato sospeso da primo cittadino e si è dimesso da assessore in seguito a una condanna in primo grado a un anno e sei mesi per peculato: gli si contesta l’uso improprio della carta di credito dell’amministrazione comunale. Cirielli lo ha ‘ripescato’ assumendolo nel suo staff.

Amedeo Labocetta. Deputato Pdl, è considerato dai pm un sodale di Romeo e divide con l’immobiliarista alcune accuse dell’inchiesta sugli appalti truccati a Napoli. Ha preferito non aderire al rito abbreviato.

Mario Landolfi Deputato e vice coordinatore regionale del Pdl, è coinvolto in un’inchiesta della Dda sui rapporti tra politica, imprenditoria e camorra e relativa allo smaltimento dei rifiuti a Mondragone e in provincia di Caserta attraverso l’Eco 4 dei fratelli Orsi. Gli inquirenti gli contestano il reato di corruzione e truffa con l’aggravante di aver favorito il clan La Torre.

Felice Laudario. Ex assessore all'Edilizia in quota Sdi: imputato nel processo Global Service per abuso d'ufficio e associazione per delinquere.

Renzo Lusetti. Parlamentare del Partito democratico. Nel filone Global Service figura con Italo Bocchino. Per loro la Procura avanzò richiesta di autorizzazione a procedere. Sulla questione però è stata sollevata un'eccezione di costituzionalità. Secondo la difesa il Gip non avrebbe potuto mandare gli atti direttamente alla Camera dei Deputati.

Sandra Lonardo Mastella. La presidente del consiglio regionale della Campania è stata rinviato a giudizio per tentata concussione per aver provato a imporre, senza successo, la nomina di tre primari all’ospedale di Caserta. Nell’inchiesta-bis sull’Udeur connection, appalti e raccomandazioni all’Arpac, le è stata inflitta la misura del divieto di dimora in Campania.

Clemente Mastella. L’ex ministro della Giustizia di Prodi, europarlamentare del Pdl in quota Udeur, è accusato dai pm di Napoli di essere il leader di un’associazione per delinquere finalizzata a spartirsi nomine e appalti con criteri clientelari nell’Arpac e negli altri enti controllati dal Campanile. Per lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concussione ai danni di Bassolino. Insieme a due ex assessori regionali avrebbe minacciato una crisi in giunta per ottenere la nomina di un suo uomo all’Asi di Benevento.

Gianfranco Nappi. Ex capo della segreteria di Bassolino, sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini sulla realizzazione di una centrale a biomasse a Pignataro Maggiore.

Luigi Nocera. Ex mastelliano, candidato dell’Udc alle ultime Europee, è stato a lungo assessore regionale all’Ambiente. In questa veste ha segnalato 100 assunzioni all’Arpac, l’agenzia per la protezione ambientale, ed è finito sotto inchiesta per una raffica di reati contro la Pubblica amministrazione. Gli inquirenti lo ritengono uno dei perni del sistema Mastella, almeno fino a quando ha militato nel Campanile. Imputato di concussione per la nomina all’Asi di Benevento estorta a Bassolino, indagato per associazione a delinquere e altre accuse nell’inchiesta – bis sull’Udeur connection, deve difendersi anche da una richiesta di rinvio a giudizio per l’alluvione dell’area di Sant’Anna e Villanova, a Nocera Inferiore, nell’ottobre del 2007: 90 parti offese, 1,2 milioni di euro di danni alle strutture pubbliche, 4,5 milioni di euro di danni per i privati.

Marco Nonno. Di Alleanza nazionale ma sospeso dalla carica di consigliere comunale a Napoli: imputato nel processo sugli scontri per la discarica di Pianura per devastazione e associazione per delinquere.

Alfonso Pecoraro Scanio. L’ex ministro verde dell’Ambiente è indagato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati contro la pubblica amministrazione. Avrebbe promesso e compiuto favori di vario tipo in cambio di viaggi e soggiorni gratis in Italia e all’estero. Sentenzierà il Tribunale dei Ministri. È indagato anche a Crotone nell’inchiesta sulle mazzette per la realizzazione di centrali elettriche a turbogas della Calabria.

Gaetano Pesce Fino a giugno l’esponente di An è stato vice presidente del consiglio provinciale di Napoli. E’ stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la camorra. La vicenda risale al periodo in cui Pesce era sindaco di S. Gennaro Vesuviano: l’amministrazione, poi sciolta, avrebbe avuto un occhio di riguardo per le aziende e gli affari del clan di Mario Fabbrocino.

Giuseppe Petrella. Ex deputato dei Democratici di sinistra: condannato a sei mesi con pena sospesa per minacce.

Salvatore Perrotta. Sindaco di Marano: indagato per discarica abusiva a Marano.

Americo Porfidia. Indagato per camorra in qualità di sindaco di Recale per l'Italia dei valori.

Antonio Pugliese. Ex vicepresidente della provincia di Napoli nel centrosinistra, si è poi candidato nella tornata successiva nel centrodestra. E’ imputato nell’affaire Romeo per un appalto di competenza provinciale: il pm ha chiesto 6 anni e otto mesi di condanna.

Dario Rotondo. L’ex sindaco di Pietravairano (Caserta), di Alleanza nazionale, a maggio è stato arrestato assieme  all’assessore ai Lavori pubblici e ad altre sette persone, nell’ambito di un’inchiesta sulla spartizione degli appalti comunali in cambio di tangenti. L’operazione è scattata due settimane prima delle elezioni comunali, vinte dall’opposizione.

Domenico Zinzi Il parlamentare dell’Udc è sotto processo con Anzalone e altri imputati per la frana di Quindici. Tre anni di condanna in primo grado, per una storia che risale al periodo in cui era assessore regionale alla Protezione Civile.

Italia Dei Valori. Partito dell’anticasta, se lo si osserva da lontano; gabbiano con le ali appesantite dalla zavorra di esponenti dal dubbio passato e dai molteplici cambi di casacca, se si avvicina il punto di osservazione. Ecco Italia dei valori secondo MicroMega, la rivista che, nel numero, quello dedicato a Teresa Strada, di Emergency, riserva un’in­chiesta approfondita alla creatura dell’ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. La firma Marco Zerbino, che scrive più di una pagina sulla «Campania infelix» e sugli esponenti di Italia dei valori all’ombra del Vesuvio.

Di Nello Formisano, il segretario regionale del partito, riferisce l’iscrizione alla Massoneria, citando un’inchiesta pubblicata tempo fa dal mensile la Voce della Campania. Racconta che rappresenta l’ala 'pragmatica' del partito e gli attribuisce il demerito di avere candidato nel 2006 al senato Sergio De Gregorio. «Il quale — scrive ancora Zerbino — dirigerà poi il quotidiano del partito, Italia dei valori, nella cui redazione Formisano aveva piazzato il figlio come praticante». «Il segretario regionale di Idv — si legge ancora su MicroMega — ha inoltre traghettato nel partito Mimmo Porfidia e Nicola Marrazzo». Riguardo al primo, sostiene la rivista: «Il suo nome compariva, insieme a quello di altre sedici persone, in una informativa del 2005 che la Squadra Mobile di Caserta aveva successivamente trasmesso alla Direzione investigativa antimafia. Negli ultimi giorni del 2008 la notizia, appresa dai giornali, di essere indagato per 416 bis mandò a Porfidia di traverso il panettone».

Quanto a Marrazzo, rileva Zerbino: «Ex Dc poi passato ai Democratici, alla Margherita, a Rinnovamento italiano e infine a Idv. Già consigliere regionale. La sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si sono viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia. Marrazzo è stato uno dei protagonisti dello scandalo che, nell’ottobre 1991, portò allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dell’amministrazione comunale di Casandrino». La rivista passa in rassegna anche la vicenda di Cosimo Silvestro, ex consigliere regionale di Idv, che aveva tra i collaboratori un imprenditore pomiglianese del settore della ristorazione più volte fermato dai carabinieri in compagnia di pregiudicati. Un’inchiesta, quella di MicroMega, che non è passata naturalmente inosservata. La Stampa, ad esempio, l’ha ripresa in un ampio servizio e c’è già chi ritorna a parlare, come aveva scritto il Corriere della Sera, di un caso campano nel partito di Di Pietro.

Certo è che dalle informative contenute negli atti depositati emerge una figura, quella di Mautone, «al centro di un sistema di potere molto forte... volàno di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici». Un sistema che vede l'ex provveditore come punto di riferimento anche per 5 esponenti dell'Italia dei valori, compreso il figlio del leader del partito, Cristiano Di Pietro. Nessuno di loro risulta tra gli indagati, come a proposito di Di Pietro jr sottolineava un comunicato dell'Idv. Nelle carte dell'inchiesta-Romeo emergono però richieste precise avanzate da parlamentari in carica, come il deputato Nello Formisano e il senatore Aniello Di Nardo. Quest'ultimo in una telefonata ricorda a Mautone di un suo amico «che doveva essere chiamato» e non è stato più convocato per dei lavori di impiantistica di una galleria a Vico Equense. In un'altra conversazione segnala due architetti amici di Cristiano Di Pietro «ai quali non bisogna far prendere collera».

Americo Porfidia, deputato dell'Idv e sindaco di Recale, in provincia di Caserta, poi, è inserito tra le persone che hanno rapporti istituzionali con Mautone, e l'informativa degli investigatori precisa anche che a suo carico la Squadra mobile di Caserta ha aperto un procedimento penale per un'ipotesi di reato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cardiologo, deputato in carica, a Mautone si è rivolto per chiedere consiglio per investimenti pubblici nel casertano.

L'intreccio di richieste che dalla Campania provava ad incidere su Roma sfocia anche in un emendamento da inserire in Finanziaria. Nell'ottobre 2007 Mautone chiede a Formisano una modifica per favorire un contributo a favore della "casa degli anziani" cui è interessato Francesco Manzi, consigliere regionale della Campania che fa riferimento al partito di Di Pietro. Spicca, infine, una telefonata tra Mautone e Cristiano Di Pietro sul tema forniture pubbliche: per l'impresa che realizza l'impianto elettrico di una caserma a Termoli e per dove va a rifornirsi del materiale. I due parlano delle percentuali di ribasso per la gara d'appalto: percentuali ritoccate "al rialzo" su suggerimento di Mautone, avallato da Di Pietro junior. Dal Pdl attacco di Maurizio Gasparri al leader dell'Idv: «Come ha fatto il babbo a sapere che erano intercettate le telefonate tra il pargolo e Mautone?

MAGISTROPOLI

L’ira degli avvocati di sinistra: "A Napoli sparite le garanzie", ma il risalto mediatico alla denuncia viene solo dai giornali di destra, come “Il Giornale”.

La denuncia degli avvocati: "C’è una casta di giovani magistrati insensibili alla presunzione d’innocenza". Perfino loro non ne possono più delle inchieste-spettacolo che mandano a ramengo le garanzie processuali mettendo nel tritacarne mediatico-giudiziario la vita e la reputazione. Ecco come viene violata la privacy di chi dovrebbe essere considerato innocente fino a sentenza definitiva di condanna.

Contro lo strapotere dei pm napoletani l’arringa degli avvocati, rigorosamente di sinistra. Perfino loro non ne possono più delle inchieste-spettacolo che mandano a ramengo le garanzie processuali mettendo nel tritacarne mediatico-giudiziario la vita, la reputazione, la privacy di chi dovrebbe essere considerato innocente fino a sentenza definitiva di condanna. E di chi, non essendo indagato, è sputtanato a vita dalla divulgazione in edicola delle intercettazioni altrui. I legali partenopei non ce la fanno più neanche di un Pd a trazione giustizialista, che a Napoli s’è fatto sponsor di un pm diventato sindaco, che ha nominato assessore il pm del caso Cosentino, un partito che vive nel terrore di ritorsioni giudiziarie sul modello dell’unico politico eccellente di riferimento finito alla sbarra (Bassolino) nonostante decenni di governo di centrosinistra nella città e nella regione.

Gli sfoghi dei principi del foro son cominciati a rimbalzare dai primi di gennaio (dedicati all’apertura dell’anno giudiziario) ai giorni nostri con una raffica di dichiarazioni a effetto pubblicate sul Corriere del Mezzogiorno. Il neopresidente della Camera penale di Napoli, Domenico Ciruzzi, è lapidario: «C’è una parte della sinistra che non considera il processo come sistema di regole finalizzato ad accertare l’innocenza o la colpevolezza del cittadino inquisito, bensì come mero strumento di repressione. Esiste una deriva dell’insinuazione, l’indagine è diventata attacco aprioristico che non tiene conto della presunzione d’innocenza, non distingue il giudizio politico da quello di responsabilità. La sinistra mi aveva sempre insegnato che il processo era un percorso protetto dove si difendevano le garanzie, talvolta invece usa la denigrazione del nemico per attaccarlo strumentalmente». E, a proposito del cortocircuito tra media e giustizia, Ciruzzi aggiunge: «Nessuno vuole il bavaglio della stampa, ma servono regole. Il processo penale è un percorso protetto, che prevede momenti di segretezza che tali devono rimanere. Serve una presa di coscienza anche del mondo dell’informazione, perché c’è il rischio che il giornalista possa trasformarsi da cane da guardia della democrazia in “cagnolino da salotto delle Procure”. Non dimenticatevi che è la carta costituzionale a sancire che la persona dev’essere informata delle accuse a suo carico riservatamente. L'opinione dominante nelle Procure e nelle redazioni ignora tale ineludibile prescrizione costituzionale, perché appena notificato l’atto all’indagato, si ritiene, a torto, che sia lecito darne ampio risalto su tutti i media. E questo non è più tollerabile». Ma un aspetto Ciruzzi tiene a ribadirlo: «Le uniche riforme garantiste, grazie anche al contributo delle Camere penali italiane, sono state emanate dal governo di sinistra e non già da questo governo che, allo stato, ha invece promulgato soltanto una legislazione feroce nei confronti dei soggetti più deboli».

Per l’ex presidente delle Camere penali italiane, Claudio Botti, l’analisi è ancora più semplice: «Pur di schierarsi contro Berlusconi, il Pd ha perso di vista la cultura della garanzia. È vero che il premier agita la riforma della giustizia come una clava e che ci sono interessi personali dietro alcuni interventi previsti, ma è pur vero, però, che quella riforma prevede anche tantissimi aspetti condivisibili, solo che la sinistra non riesce più a scindere i piani, a valutare il contenuto». Soprattutto se i pm diventano il «riferimento culturale del Pd, partito che ormai ritiene tempo perso interloquire con gli avvocati. Le nostre battaglie vengono viste come difesa di interessi di bottega. E, in questo, il Pd ha scavato un solco col passato del Pci».

Anche Ugo Raja, avvocato con 10 anni di consiglio comunale alle spalle sotto la bandiera dei Ds, è d’accordo: «Oggi è difficile tenere posizioni di garantismo, perché si rischia di passare per protettori della casta. Però è innegabile una sovraesposizione delle Procure, complici anche i mass media, e una strumentalizzazione distorta dell’avviso di garanzia, che oggi è diventato quasi una sentenza di condanna. Sono patologie che vanno eliminate, ma consentendo nello stesso tempo ai magistrati di continuare a esercitare il controllo di legalità». Un discorso a parte meritano le inchieste napoletane che hanno riguardato parlamentari del Pdl (Papa e Milanese). «Purtroppo accade - spiega l’avvocato Riccardo Polidoro, presidente dell’associazione Il Carcere possibile - che una decisione sull’autorizzazione all’arresto non segua principi fissi, ma la contingenza del momento. Senza entrare nel merito delle vicende, ma secondo voi qualcuno in Italia ha capito perché Alfonso Papa è in carcere mentre il suo collega di partito Marco Milanese e il senatore del Pd Alberto Tedesco sono liberi? Il garantismo è smarrito, si cavalca l’idea dell’opinione pubblica». Bruno Spezia, decano degli avvocati partenopei, taglia corto: «Oggi esiste una generazione di giovani magistrati che si sente una casta. Gente lontana anni luce dal modello di magistrato-galantuomo rappresentato ad esempio da Lepore. Basterebbe guardare quante volte un pm, dopo aver interrogato un indagato a inchiesta conclusa, si sia convinto della sua non colpevolezza. Esiste una insensibilità alla protesta d’innocenza degli indagati». Che fare, dunque? «Mantenere una posizione di coraggio e ricordare sempre l’altezza della funzione di un difensore. In una parola: resistere, resistere, resistere».

Anche gli avvocati di Bari contro i magistrati di Napoli. Lo scontro tra toghe non risparmia nessuno. Ad insorgere però sono adesso i penalisti pugliesi. Non ci stanno alla forzatura fatta dai pm campani per sollevare dal segreto professionale il legale difensore dell'imprenditore Gianpaolo Tarantini. All'avvocato Nicola Quaranta, interrogato come testimone a Napoli dai sostituti procuratori Francesco Curcio, Henry Woodcock e Vincenzo Piscitelli, è stato imposto di rispondere alle domande dei pm attraverso un decreto d'urgenza firmato dagli stessi magistrati. "Una palese violazione del codice penale" protestano gli avvocati della Camera Penale. Alla protesta ieri si è unito anche l'Ordine degli Avvocati di Bari. Insieme i legali hanno convocato un'assemblea straordinaria per il 5 ottobre 2011.

"Il fatto che i pm napoletani che indagano sul presunto ricatto al premier Berlusconi, dinanzi al segreto professionale opposto dall'avvocato di Gianpaolo Tarantini, Nicola Quaranta, hanno emesso un autonomo decreto con il quale lo hanno sollevato dal segreto professionale imponendogli di rispondere alle loro domande - spiega il presidente della Camera Penale di Bari Egidio Sarno - è un episodio gravissimo che vulnera il sistema delle garanzie del segreto professionale poste a tutela del diritto della difesa". I penalisti baresi vanno giù pesante. L'iniziativa dei tre sostituti procuratori napoletani è "abnorme" e "costituisce una gravissima violazione dei diritti di difesa". I magistrati infatti hanno sollevato l'avvocato Quaranta dal segreto professionale emettendo un decreto che, stando al codice penale, potrebbe essere fatto soltanto da un giudice e a seguito di approfonditi accertamenti. "Così viene meno l'istituto del segreto professionale - continuano i penalisti - gli avvocati, lo dice la legge forense e il codice penale, non possono essere obbligati a deporre su quanto sia stato loro confidato in virtù del mandato difensivo". L'unica eccezione può sollevarla solo il giudice ed è prevista per la sola testimonianza nel dibattimento. Non dunque nel corso delle indagini preliminari.

La Camera Penale esprime poi, con un documento ufficiale approvato dal direttivo "solidarietà e apprezzamento" all'avvocato Quaranta per aver "correttamente e dignitosamente opposto il segreto, mantenendo, nella delicata situazione, un comportamento ineccepibile sul piano deontologico". L'Ordine degli avvocati di Bari sta inoltre valutando se inviare un esposto al Guardasigilli e al procuratore generale della Cassazione per l'eventuale esercizio dell'azione disciplinare a carico dei tre pm partenopei. È insomma guerra totale.

La Giustizia vista da un alto Magistrato con l’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno.

Martedì 13 ottobre 2009, nuovo palazzo di giustizia, «Torre C», dodicesimo piano, le cinque del pomeriggio. Vincenzo Galgano — procuratore generale della Repubblica, la più alta carica della magistratura inquirente nel distretto di corte d’appello di Napoli — siede sulla stessa sedia che occupava esattamente sei mesi prima, quando una sua dichiarazione («Ci sono pm che perseguono interessi personali») scatenò un terremoto all’interno della Procura e portò all’apertura di un'indagine del Csm. Correva il 14 aprile 2009. E, a dispetto del nome del santo del giorno (Abbondio), il Pg decise di intervenire direttamente nello scontro tra alcuni sostituti e il capo dei pm.

Procuratore generale, iniziamo dalla fine. Cominciamo da quel documento di Magistratura democratica, l’ala di sinistra delle toghe, che ha parla di «anomala situazione processuale scaturita da determinazioni adottate in contrasto con quelle già espresse dalla Procura in relazione ad altre persone attualmente imputate nel dibattimento ». L’ha letto?

«Sì. Toni irritanti. Dichiarazione irragionevole. Fossi in loro lascerei perdere, non gli conviene...».

La sostanza, procuratore. La sostanza, non la forma.

«La sostanza è che i colleghi di Md hanno trascurato di considerare che chi esercita la funzione giudiziaria deve obbedire alla propria professionalità e alla propria coscienza».

Qualcuno sostiene che i magistrati dovrebbero giudicare senza farsi condizionare dalla realtà...

«Qui il ragionamento va sganciato da questo o quel processo, dai singoli magistrati. Ciò premesso, è ora di iniziare a chiarire alcuni punti una volta per tutte». Chiarisca... «La ricerca astratta della perfetta osservanza delle leggi dà luogo a soluzioni dolorose e insoddisfacenti per coloro che ne subiscono le conseguenze, siano essi individui o collettività».

La «perfetta osservanza delle leggi» però è impegno che dovrebbe esser preteso, no?

«Certo, ma se si esaminassero bene le norme, e soprattutto se si applicassero correttamente le regole di interpretazione, queste conseguenze dannose non si dovrebbero verificare». Usa il condizionale... «La ricerca della perfezione spesso si traduce in un errore».

Vuol dire che c’è qualche pm che sbaglia ad applicare le norme?

«Ci sono casi in cui la certezza delle proprie idee diventa fanatismo. E uno degli effetti di questa eccessiva sicurezza è quello di non percepire le opinioni degli altri, di entrare in un meccanismo di irrealtà e di errore, insistendovi».

E come si difende il cittadino da questi pm?

«Il nostro sistema giudiziario è costruito in modo che gli errori vengano corretti, che questi magistrati si scontrino sempre con un muro che li riconduce a ragione. O, almeno, quasi sempre».

È quel «quasi» che preoccupa...

«Il lavoro della Procura costituisce la fase iniziale del procedimento, non quella finale. Ciò non esclude, però, che in questa fase certi magistrati possano creare problemi».

Quali?

«C’è il rischio che il fanatismo di alcuni pm venga strumentalizzato dall’esterno per lotte politiche, campagne di stampa, trame cui la magistratura dovrebbe rimanere estranea. La conseguenza è un enorme danno all’ufficio del pubblico ministero».

Rischiano anche i cittadini?

«Il fanatismo di questi magistrati provoca sofferenze alla gente e alla collettività. È un costo che i cittadini devono pagare all’autonomia della funzione giurisdizionale».

Scusi, ma il compito di vigilare sull’operato dei pm non spetta a lei?

«Sì».

E che fa?

«Tutto quello che posso, cioè solo segnalare certe condotte al Csm».

E poi?

«Bah. La sezione disciplinare funziona male. Il collegio è troppo numeroso, gravato da un carico eccessivo. E poi subisce gli effetti inevitabili connessi a un sistema organizzativo che ne trascura la terzietà».

Cioè?

«Cioè lì c’è sempre un collega che giudica su un altro collega. Insomma, è gente che fa lo stesso lavoro. E non voglio pensare alla lunghezza delle istruttorie».

E alla lunghezza dei processi ci vuole pensare?

«Le lungaggini giudiziarie si protraggono al di là di ogni possibile tollerabilità. Colpa dell’indifferenza di chi dovrebbe investire nei servizi giudiziari».

Ci risiamo. Piove, governo ladro?

«No. È anche colpa degli uomini se il sistema non funziona, ed è ora che coloro che vi operano inizino ad assumersi le loro responsabilità».

Ci sarebbero anche i tanti «imputati qualunque» che avrebbero diritto a tempi celeri. Le loro attese sono addebitabili solo al sistema inceppato?

«No. È intollerabile anche l’indifferenza mostrata da gran parte dei magistrati per i tempi della loro attività. Questo è un aspetto della professionalità che trovo peggiorato».

Ingegni a parte, pensa che i magistrati di oggi siano meno bravi di quelli di ieri?

«Il calo di qualità non è né inferiore né superiore a quello di tutti gli ambienti professionali. Però c’è stato, anche se compensato da alcune eccellenze. È la storia del nostro Paese, del Sud in particolare. Gli altri hanno cento cavallucci. Noi dieci stalloni di razza, ma 90 asini».

Ma non mancano i precedenti.

Il procuratore della Repubblica in commissione antimafia: pronto a rimettere il suo mandato.

Questo ha detto Agostino Cordova durante l'audizione nella quale ha fatto un bilancio, disastroso, dell'amministrazione giudiziaria nel capoluogo campano.

Non manca di chiamare in causa le polemiche seguite agli arresti degli otto poliziotti, Agostino Cordova. Il procuratore di Napoli parla davanti alla commissione antimafia, fa un bilancio della situazione in cui versa l'amministrazione giudiziaria del capoluogo partenopeo, assai difficile stando ai numeri, e ribadisce le 'strumentalizzazioni' attorno alla vicenda degli arresti 'per speculazioni di destra o di sinistra'. "Tutto ciò - ha detto- mi distoglie dalla mia attività principale ossia di ripristinare la legalità attraverso la lotta alla criminalità organizzata. Visto che non mi viene consentito, comincio a coltivare l'idea di chiedere un'altra sede".

La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Questo, sembra, la bufera che si è abbattuta sulla questura di Napoli per le presunte violenze sui manifestanti no-global nel marzo 2001. Un vaso colmo di tante, troppe cose che secondo il procuratore non vanno da quelle parti. Incomincia snocciolando una serie di elementi che rendono assai difficile lavorare negli uffici giudiziari napoletani, malati di carenza di organici e di mezzi, schiacciati da tempi lunghissimi nei procedimenti, gravati dallo spaventoso arretrato ereditato all'atto dell'unificazione delle procure (circondariale e del tribunale).

Sta proprio in questo, secondo Cordova, "l'origine di tutti i problemi", nell'unificazione delle due procure dal primo gennaio 2000. "Prima di quella data avevamo 16 mila fascicoli, il primo gennaio l'ex Circondariale ce ne portò circa 690 mila, una cifra mai riscontrata credo in nessun'altra procura italiana". Di questi 690 mila fascicoli "ben 200 mila non erano nemmeno iscritti nel registro delle notizie di reato". E nel conto vanno messi anche "due milioni e trecentomila seguiti di informativa ammonticchiati sul pavimento e mai visionati da nessuno e oltre novemila esecuzioni pendenti, di cui diverse prescritte, cioè risalenti a dieci anni prima".

E c'è l'insufficienza degli organici che riguardano "non solo i nostri uffici (i Gip sono 26-27 su 106-107 sostituti) ma anche le forze dell'ordine. Si parla tanto di controllo sul territorio, ma ad esempio per le dodici nuove stazioni di carabinieri che il Comando generale aveva stabilito di aprire a Napoli e in provincia di Caserta in due anni non è stato ancora possibile reperire dei locali dove alloggiare il personale". Non meno preoccupante il numero di richieste di misure cautelari pendenti davanti al Gip: "Sono circa una quarantina, ma una risale addirittura al luglio del 2000, e ce ne sono altre anche a carico di responsabili di crimini efferati vecchie di otto mesi".

In questo quadro preoccupante, non poteva mancare, infine, il riferimento alla vicenda degli otto poliziotti e alla richiesta di arresto. Cordova torna a respingere alcune accuse che gli sono state rivolte. Innanzitutto la possibilità che il procuratore di Napoli avrebbe potuto avere di avocare a sé l'inchiesta, non condividendo le opinioni dei sostituti che hanno firmato la richiesta d'arresto di agenti e funzionari di polizia: "Non devo vistare richieste del genere, in quanto la mia firma deve essere presente negli atti della Dda e in quelli che riguardano la Pubblica Amministrazione- ha detto Cordova- inoltre, in caso di divergenza di opinione perfino il Csm dice che non si può avocare il fascicolo. Ma Cordova è entrato anche nel merito del perchè non condividesse totalmente la richiesta di misure cautelari sottoposte al gip.

"Mi fu trasmessa in visione la richiesta del provvedimento cautelare. La restituii manifestando perplessità riguardo alla genuinità delle fonti di prova". In particolare, chiedeva ai suoi sostituti di verificare il perchè coloro che avrebbero subito abusi da parte dei poliziotti non avessero denunciato i fatti.

Nel Maggio 2002, il procuratore della repubblica di Napoli accusò alcuni gip del distretto partenopeo di tenere nei cassetti richieste d'arresto per 700 camorristi.

Ottocento magistrati del distretto di Napoli, tutti chiamati a palazzo di giustizia dall'Anm. E per parlare di una cosa sola: le dichiarazioni esplosive del procuratore della Repubblica Agostino Cordova davanti alla commissione Antimafia, qualche giorno fa. E' proprio lui, oggi, a salire simbolicamente sul banco degli imputati. Mentre il ministro della Giustizia Roberto Castelli manda gli ispettori negli uffici giudiziari. Pm contro pm, giudici accusati di abbandonare nei cassetti richieste di arresto per 700 camorristi.

Questa è stata la denuncia a freddo di Agostino Cordova, lui che qualche mese fa vide consegnare al Consiglio superiore della Magistratura un documento con le firme di 64 sostituti, più della metà, nel quale veniva contestata la sua gestione e l'organizzazione degli uffici giudiziari partenopei.

MALAGIUSTIZIA

Custodia cautelare: richiesta del PM e verifica di sussistenza delle esigenze e controllo di legittimità da parte del GIP ?!?

La riprova che il GIP non è altro che la longa manus del PM la dà “Il Corriere della Sera”. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». Gaetano Riina rimane in carcere perchè arrestato nel luglio 2011 per associazione mafiosa in quanto considerato nuovo capo del mandamento di Corleone. I magistrati della Dda partenopea stanno esaminando gli atti relativi all'inchiesta per valutare una eventuale nuova richiesta di misure cautelari dopo l'annullamento dei provvedimenti restrittivi. Il Riesame di Napoli (presieduto da Angela Paolelli) ha infatti annullato le ordinanze nei confronti non solo di Gaetano Riina, ma di altri otto indagati (tra cui Nicola Schiavone, fratello del capo del clan Casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan) motivando la scarcerazione col fatto che il gip di Napoli Pasqualina Paola Laviano, che aveva emesso le ordinanza di custodia cautelare, si era limitato a copiare o riassumere la tesi accusatoria della procura. L'indagine della procura di Napoli - coordinata dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm della Dda Francesco Curcio e Cesare Sirignano - ha accertato l'esistenza di una spartizione degli affari all'interno dei mercati ortofrutticoli da parte delle principali organizzazioni criminose del nostro Paese e il monopolio del settore dei trasporti su gomma da parte del clan dei Casalesi, alleato con la mafia siciliana.

"Totale testuale trasposizione del richiesta del pubblico ministero" e carenza di "qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari": con questa motivazione il Tribunale del Riesame di Napoli ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare a carico di Gaetano Riina, fratello del padrino di Cosa nostra, accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip campano, sostiene il Riesame, si sarebbe limitato a riproporre la richiesta d'arresto della procura, non sostituendo neanche le parole "questo pm" con "questo gip". Il provvedimento annullato risale al 14 novembre scorso: secondo la Procura di Napoli Gaetano Riina avrebbe preso accordi con il clan dei Casalesi per la gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia. Un'ordinanza successiva all'arresto eseguito il primo luglio a Mazara del Vallo, su richiesta della procura di Palermo che aveva portato in carcere Riina con l'accusa di essere il boss di Corleone.

Il Commento di Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Un episodio imbarazzante. Un gip appiattito, come si dice in questi casi, sulle tesi del pm tanto da copiare in buona sostanza la sua richiesta di arresto e trasformarla paro paro in un ordine di custodia. Sembra di essere tornati ai tempi di Mani pulite: allora alcuni gip dicevano sempre sì, senza se e senza ma, a tutto quello che le procure volevano. Invece siamo a Napoli e lo scivolone tocca incidentalmente una delle famiglie più note dell'Italia criminale: quella dei Riina. Il tribunale del riesame ha infatti annullato l'ordine d'arresto-fotocopia che riguardava Gaetano Riina, il fratello di Totò, il capo dei capi seppellito in cella sotto una valanga di condanne. Gaetano Riina, meno celebre di Totò, avrebbe fatto affari con i Casalesi mettendo insieme due business: quello dei mercati ortofrutticoli e quello del trasporto su gomma. Ora si dà il caso che il gip valuti le prove raccolte dal pm e decida, se il ragionamento dell'accusa gli è parso convincente, l'arresto, ma qui il gip di Napoli non avrebbe raggiunto nemmeno il minimo sindacale. Il tribunale del riesame, impietoso, parla di «totale, testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero» e carenza di «qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari, omettendo», così, «ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari». Addirittura, secondo il riesame il giudice si sarebbe dimenticato perfino di sostituire le parole, «questo pm» con «questo gip». Risultato: l'ordine di arresto per concorso esterno in associazione camorristica è finito nel cestino. Gaetano Riina non è stato scarcerato perchè a luglio era già stato ammanettato: questa volta su input della procura di Palermo che lo considera il nuovo boss di Corleone. Dunque, l'aspirante padrino resta dentro. Ma questo nulla toglie alla gravità dell'episodio che conferma un vecchio vizio di parte della magistratura italiana: la sciatteria e insieme la sudditanza culturale dei gip ai pm. Non è sempre così, naturalmente, ma da Mani pulite in poi l'allarmante fenomeno è stato denunciato infine volte dagli avvocati che dovrebbero essere sullo stesso piano dei pm e invece si trovano spesso spalle al muro. Incalzati dai pm e anche dai gip che sembrano ufficiali di complemento dell'accusa. È questa una delle ragioni da pesare a favore della separazione delle carriere, argomento di cui si parla a vuoto da quasi vent'anni. Ma la prima rivoluzione è quella che dovrebbe avvenire nelle teste dei giudici, non di tutti, ci mancherebbe, perchè proprio l'epilogo della vicenda napoletana insegna che molti giudici fanno, e bene, il loro mestiere. Il riesame esclude addirittura che il gip «abbia realmente preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm». Un disastro. I giudici hanno annullato l'arresto di Riina ma anche quelli di altri otto indagati, compreso il fratello di un altro celebre padrino: Nicola Schiavone che sta a Francesco detto Sandokan come Gaetano sta a Totò Riina. La girandola si è chiusa con la giustizia rossa di vergogna, ma in concreto poco è cambiato: solo tre indagati, quelli con le posizioni meno pesanti, sono stati scarcerati. Gli altri restano in cella, raggiunti da altri provvedimenti. E la procura corre ai ripari: la Direzione distrettuale antimafia di Napoli sta valutando se chiedere un nuovo arresto per Riina. L'indagine ha scoperchiato un accordo fra Cosa nostra e i Casalesi: alleati di ferro nel riscuotere il pizzo sul commercio di frutta e verdura fra la Sicilia e il resto d'Italia.

Va giù pesante anche Domenico Ferrara su “Il Giornale”. Si è comportato come lo studente scansafatiche che copia il compito in classe del secchione di turno. Ma il gip del tribunale di Napoli ha fatto di più: ha pure copiato male, facendosi beccare. Il tema in aula non aveva come oggetto la vacanza estiva, bensì l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica nei confronti di Gaetano Riina, fratello del capo dei capi di Cosa nostra, Totò. Insomma, un cognome di quelli che pesano e che enfatizza la scarsa attenzione posta dal giudice per le indagini preliminari, il quale si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto formulata dai pm della procura napoletana. Ma più che riassumere, il tribunale del Riesame parla di un vero e proprio copia e incolla, di errori grossolani e clamorosi. Un esempio? Nello scritto il gip non ha sostituito nemmeno le parole "questo pm" con "questo gip", mantenendo inoltre l'espressione "presente richiesta di misura cautelare". Come riporta il Giornale di Sicilia, "il mandato di cattura era stato emesso a novembre 2011 e il gip riteneva Gaetano Riina in combutta con i clan dei Casalesi nella gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia". Provvedimento annullato, appunto, dal Riesame campano per "inesistenza della motivazione". La decisione che ha portato al rigetto delle richieste del gip è spiegata molto chiaramente: "Il provvedimento impugnato consiste nella totale testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero, con il solo inserimento di una breve parte introduttiva di carattere meramente giuridico", si legge sul quotidiano siciliano. E come se non bastasse i giudici del Riesame continuano: "Manca il riferimento espresso al provvedimento o all'atto richiamato...così come è del tutto carente qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari". Non è farina del suo sacco, sentenzierebbe un insegnante. La sentenza nei confronti dello stesso gip l'hanno fornita gli stessi giudici del Riesame: "Ha dimostrato di essere venuto meno al suo ruolo, omettendo ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari, si esclude che abbia preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm". Una bocciatura senza appello. Chiamatela negligenza o imperizia. Magari il gip sarà stato oberato di lavoro da non potere dedicare tanto tempo al fratello del boss mafioso. Oppure la sua fiducia nel lavoro del pm di turno era tale da non rendere opportuna nessuna valutazione nel merito. Comunque sia ha copiato (pure male) e si è anche fatto beccare. E non siamo a scuola, ma in un'aula di tribunale. 

L’incursione delle Iene ha riguardato il furto di un fascicolo in una sezione del Tribunale Civile.

La cosa, peraltro facilissima, raramente capita sul serio, tanto è vero che nonostante le centinaia di migliaia di processi civili, i fascicoli che spariscono sono veramente una percentuale irrilevante. Generalmente ciò viene causato più dal disordine che da dolo.

Gli avvocati infatti, non fidandosi dello stato delle cancellerie e soprattutto in vista del drammatico trasloco, hanno generalmente effettuato le copie dei fascicoli e dei verbali, per cui la sparizione del fascicolo ritarda semmai il processo, ma non comporta un vantaggio per una parte o per l’altra, ben potendosi ricorrere alla ricostruzione del fascicolo stesso.

Il tribunale di Napoli, già assurto alla cronaca televisiva per i cronici disservizi documentati da "Report" su RAI 3 presenterà al grande pubblico le sue disfunzioni e la sua grande disorganizzazione.

Contro questo degrado l’Ordine degli Avvocati di Napoli ha più volte proclamato lo stato di agitazione e l’astensione dalle udienze. Gli alti gradi della Magistratura hanno contestato tale forme di protesta, e molti magistrati accusano gli avvocati di catastrofismo.

Certo, dal calduccio di una stanza, seppur faticosamente raggiunta, è facile accusare gli avvocati di lamentarsi troppo per un po’ di disagi. Loro, sono fermi al piano, gli altri, gli avvocati, mediamente fra una sezione e l’altra percorrono decine di piani per passare da una udienza all’altra, all’aperto lungo le scale esterne.

La cosa più grave è che fra l'indifferenza totale, del Ministero di Grazia e Giustizia e della Procura della Repubblica, che avrebbero il compito di vigilare sulla osservanza delle leggi, salvo poi quando ci scappa il morto, la frequentazione del… “Nuovo Palazzo di Giustizia", presenta palesi violazioni delle più elementari norme di sicurezza.

In osservanza delle legge 46/90 e di altre innumerevoli norme, negli studi privati, anche di pochi metri quadri, a volte con effetti esilaranti, gli avvocati sono stati costretti ad installare cartelli con su scritto uscita, estintori, lampade di emergenza, cassette di pronto soccorso e poi quanto altro indispensabile, secondo il legislatore, per garantire la privacy.

Per il Tribunale di Napoli, nessuna legge è invocabile né applicata.

Operai al lavoro senza casco fra la gente, zone transennate fra il pubblico, scale d’emergenza già vecchie ed arrugginite utilizzate come scale normali, ascensori lenti, spesso guasti, montacarichi utilizzati come ascensori, nessuna indicazione utile per il pubblico, cave di sgombero aperti a tutti, ponti sospesi fra una torre e l’altra di dubbia consistenza, niente cassette di pronto soccorso, nessun addetto alla sicurezza ai piani.

Un qualsiasi ispettore dell’ASL o dell’ufficio prevenzione infortuni potrebbe trascorre giornate intere a scrivere verbali di contestazioni.

Partendo ovviamente dalle toilettes che se non sono chiuse per manutenzione, sono prive di qualsiasi accessorio, anche della carta, insomma, 28 piani di inefficienza.

Tutto ciò che di peggio ci può essere in un edificio pubblico viene collezionato in una serie sorprendente di records dal “Tribunale più alto d’Italia”. 

Non solo. Il ministero risarcisce gli avvocati per stress da "inefficienza del sistema giudiziario". Accade a Napoli dove il giudice di pace ha condannato il dicastero della Giustizia a rimborsare cento euro per ciascuno degli ottanta legali che lo hanno citato in giudizio.

Il contenzioso nasce da una causa promossa dall'avvocato Angelo Pisani, alla quale poi si sono accodati altri suoi colleghi iniziata il 28 ottobre del 2005 contro, si legge nell'esposto, "l'inefficiente sistema giudiziario napoletano caratterizzato da gravi e ingiustificati disagi, gravi violazioni del diritto di difesa, delle regole processuali come illegittimi ed inspiegabili rinvii delle prime udienze, lunghe file per la verifica dell'assegnazione delle cause, ingiustificate condizioni di lavoro, inspiegabili ritardi anche di otto/nove mesi per il rilascio di copie esecutive di sentenze relative a procedimenti tenuti presso l'ufficio del giudice di pace".

Insomma, in poche righe, una descrizione esaustiva dei mali che affliggono questa come altre sezioni del tribunale partenopeo. Dopo un anno e mezzo, la sentenza emessa dal giudice di pace della prima sezione civile Renato Marzano che dà ragione agli avvocati e condanna il ministero a una equa riparazione dei "danni esistenziali conseguenti allo stress derivante dai disagi subiti". Oltre ai cento euro, via Arenula dovrà accollarsi anche il pagamento delle spese di giudizio liquidate in 70 euro per le spese, 125 euro per i diritti, 75 per gli onorari oltre l'Iva, il 12,50% a titolo di rimborso spese generali.

Il giudice di pace ha però accolto solo in parte le richieste dei legali, che avanzavano anche l'ipotesi di una applicazione della legge Pinto, individuando gli elementi per ritenere di dover essere risarciti per una ingiustificata durata dei processi.

Tutti i testi hanno riferito al giudice di Pace che mentre sino a qualche tempo fa una causa iscritta a ruolo veniva chiamata dopo sette giorni rispetto la data indicata in citazione, questo termine nel tempo si è dilatato fino ad arrivare a 60 giorni; senza contare le file lunghissime, per circa una ora, per iscrivere una causa a ruolo, e i quattro mesi che occorrono per ottenere copie urgenti di una sentenza, pagando il triplo dei diritti previsti, mentre per le vie ordinarie ci vogliono anche 12 mesi per quelle stesse copie.

Una situazione per la quale gli avvocati si trovano coinvolti in discussioni continue con i loro clienti esasperati. Da qui lo stress. E il risarcimento.

INGIUSTIZIOPOLI

IL CASO TORTORA

Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita.

Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone.

Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.

L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.

E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.

Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna.

Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.

Nel giugno del 1984 Enzo Tortora – nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana – viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.

Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.

Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV – protetto dall’immunità parlamentare - si consegna. Resterà agli arresti domiciliari.

Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.

Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.

Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.

Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.

Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà – purtroppo – ancora molti.

USI ED ABUSI MUNICIPALI

Il 17 marzo del 2001, quello degli scontri in occasione del Global Forum e dei successivi terribili pestaggi nella caserma «Raniero Virgilio», fu per Napoli (e non solo) un dies horribilis. E’ scritto nelle motivazioni della sentenza con cui, il 22 gennaio 2010, la V sezione del Tribunale (presidente Clara Donzelli, a latere Alfredo Guardiano e Rossella Tammaro) ha condannato dieci dei poliziotti che trattennero un’ottantina di ragazzi nella «sala benessere» della caserma, sottoponendoli a ogni genere di soprusi e umiliazioni. Tra i condannati, come avevano chiesto i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristofaro, anche due funzionari, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, cui è stata inflitta la pena di due anni e otto mesi per sequestro di persona: l’unico reato, questo, non prescritto. Ciò che avvenne dopo la manifestazione, scrive il giudice Donzelli, estensore della sentenza, fu, di fatto, un rastrellamento: «Nessuna disposizione normativa poteva giustificare l’arresto dei giovani trattenuti all’interno della sala benessere della caserma Virgilio al fine di essere identificati e, prima ancora, oggetto di quello che può essere agevolmente definito come un vero e proprio rastrellamento.

Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di potere citati nelle 112 pagine depositati. C’è, per esempio, quello di un giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap, deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane procuratore definito con spregio l’avvocatino.

Questi, proprio in quanto assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio, risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita». Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante». «L’elenco delle condotte criminose in danno delle persone transitate nella caserma consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante. Tali condotte, seppure materialmente commesse da un numero limitato di autori e in una particolare situazione ambientale, hanno comunque inferto un vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia della quale detta istituzione deve godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». I giudici criticano, in particolare, il comportamento dei due funzionari, Ciccimarra e Solimene, i più alti in grado quel giorno nella caserma: «che essendo presenti ai fatti e potendolo evitare, in quanto dotati di titolo e competenza, da tanto si sono astenuti, consentendo che altri infliggessero a inermi cittadini (nei cui confronti nulla risultava allora e non è risultato in seguito alcun addebito di colpa) violenze e minacce assolutamente ingiustificate».

Ma non finisce qui. Si tratta di un episodio sconcertante quello che ha coinvolto il comandante della Polizia Municipale del Comune di Napoli, Luigi Sementa. L’episodio risale al 5 dicembre 2008, quando un cronista del «free press» «Il Napoli», Alessandro Migliaccio, subì un’aggressione fisica proprio da parte di Sementa. Migliaccio, recatosi presso la sede dei vigili urbani, a seguito di informale convocazione del comandante e in presenza di due colleghi, ha successivamente denunciato in Questura di aver ricevuto uno schiaffo sul viso dal comandante Sementa. La reazione sarebbe scaturita dalla contestazione di un articolo a sua firma, pubblicato sul free press dal titolo «Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante».

L’aggressione è testimoniata da un video, mandato in onda nel corso della trasmissione di Raitre «Linea Notte» e poi da “Striscia la Notizia” e “da Le Iene”. Nel filmato, dopo che al cronista viene intimato più volte di consegnare un documento di identità, si vede l’ex ufficiale dei carabinieri (oggi generale dei vigili) che si avvicina a Migliaccio e gli dà uno schiaffo in pieno volto. Solo l’intervento degli altri due giornalisti presenti evita una nuova aggressione ai danni del cronista. Otto minuti di filmato: dall’ingresso al comando al colpo proibito.

«È sconcertante che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbia sospeso dal servizio il capo della locale Polizia municipale, Luigi Sementa, il quale ha ritenuto di poter convocare nel suo ufficio un cronista di E Polis, Alessandro Migliaccio, e di schiaffeggiarlo perchè era l’autore di un servizio che non risultava gradito non si capisce bene a chi e a quanti». È il monito del segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.

E poi siamo al paradosso. Undici agenti di polizia in servizio nella sezione «falchi» presso la squadra mobile della questura di Napoli sono stati arrestati dalla polizia. Sono accusati di peculato e falso in atto pubblico. Avrebbero redatto un falso verbale in occasione dell'arresto di cinque rapinatori di generi alimentari. L'arresto dei rapinatori avvenne in flagranza.

Indagini della Procura di Napoli. Le indagini sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli. I provvedimenti richiesti dai pm Paolo Sirleo e Maria Sepe sono stati emessi dal gip Claudia Picciotti.

Falsi verbali per prendersi dei prosciutti. Il 20 febbraio 2010 una pattuglia dei Falchi della Squadra Mobile della Questura di Napoli intervenne nel porto in seguito alla segnalazione di una rapina di un camion carico di prosciutti ed altri generi alimentari. Gli agenti chiamarono in ausilio altri colleghi e compilando un verbale che si è poi rivelato falso. In particolare, i poliziotti, secondo l'accusa, trattennero per loro una parte del carico. Indagini sono in corso da parte della Procura per verificare se si siano verificati altri episodi analoghi.

E POI SIAMO ALL'INVEROSIMILE. QUANDO I FURBI A NAPOLI HANNO SEMPRE RAGIONE.

Il Comune non stampa i verbali e vanno in fumo sei milioni di incasso per violazione del codice della strada.

Oltre al solito timore di un intervento della Corte dei Conti il cui principale obiettivo, come è noto, è quello di verificare i mancati incassi degli enti locali, c’è chi addirittura avanza l’ipotesi di fare scendere in campo la magistratura ordinaria per capire come è stato possibile perdere tanti soldi per la mancata stampa dei verbali.

È certo invece che è scattata l’inchiesta interna all’amministrazione che cercherà di far luce sui ritardi che hanno portato all’ammanco di soldi freschi che a Palazzo San Giacomo avrebbero fatto molto comodo. Il problema è quello storico che in passato ha fatto perdere già altri soldi, vale a dire la mancata lavorazione delle multe perché la ditta incaricata di imbustarli e spedirli a destinazione non ha avuto assegnato il lavoro.

Giova ricordare che l’attuale comandante dei vigili urbani Luigi Sementa ha denunciato già un episodio simile alla Procura che ha aperto un’inchiesta.

AFFITTOPOLI

Affittopoli napoletana, immobili comunali a partiti politici che però non pagano i canoni.

Da  “Il Fatto quotidiano”:

Lo denuncia un'inchiesta del quotidiano locale Cronache di Napoli. Gli articoli sono stati ripresi dall'assessore al Patrimonio che ha iniziato le verifiche. Ad oggi sono 31 gli immobili finiti nel mirino Il cronista scopre l’inghippo e denuncia lo spreco. L’assessore si abbevera alla fonte dei suoi articoli e agisce. Ed è stato così che, leggendo i puntuali reportage del giornalista di Cronache di Napoli, Ciro Crescentini, l’assessore al Patrimonio, Bernardino Tuccillo (Idv) si è accorto che almeno 31 immobili di proprietà del Comune sono stati assegnati a partiti politici che non sborsano i canoni di locazione. “Il danno ammonta a circa un milione di euro”, precisa l’esponente della giunta del sindaco Luigi de Magistris. Ma i meriti della scoperta sono tutti di Crescentini e della sua campagna stampa di fine agosto sull’utilizzo infruttuoso del patrimonio comunale. Lo testimonia lo scambio di messaggi sulle bacheche delle rispettive pagine Facebook. Si legge Crescentini che linka i suoi articoli, e Tuccillo che gli chiede ragguagli e la cortesia di spedirgli la documentazione attinente alle notizie pubblicate affinché gli uffici facciano uno screening.

Detto, fatto. Peraltro, era tutto in rete, sul sito internet dell’amministrazione comunale. Crescentini ha incrociato i dati. “Lo scenario che emerge dai nostri controlli è estremamente grave – dichiara oggi Tuccillo, a tre giorni dalla pubblicazione del primo pezzo – ed il Comune si mobiliterà immediatamente per la riscossione dei crediti vantati. In una congiuntura di seria sofferenza finanziaria tale situazione non è più tollerabile. I partiti politici rappresentano uno strumento essenziale nella vita democratica del Paese e dovrebbero contribuire alla credibilità e al prestigio delle istituzioni, rappresentando esempi evidenti di rigore e di trasparenza”. “Per mettere finalmente a reddito il nostro patrimonio immobiliare – conclude l’assessore – completeremo la ricognizione dei fitti attivi e di tutti i crediti vantati dal Comune. Il nostro patrimonio immobiliare appartiene al Comune ed ai suoi cittadini e non può essere depauperato e svilito così come è avvenuto nel corso di questi anni”.

E non sono soltanto i partiti ad aver approfittato gratis di beni pubblici. Secondo le inchieste di Crescentini, l’amministrazione comunale di Napoli perde ogni anno 11 milioni di euro per il mancato incasso di canoni di locazione di case, negozi, scantinati e terranei concessi gratis o per importi irrisori. Gli evasori vanno cercati anche tra aziende, associazioni culturali, sindacati, enti sportivi e ricreativi. Diversi dei quali diretti da ex consiglieri comunali. La politica che approfitta del proprio potere per evadere ai propri doveri, e strappare ingiusti privilegi. Il sistema, scrive il giornalista di Cronache di Napoli, è quello del comodato d’uso. Per favorire gli amici degli amici. Un sistema proliferato a lungo grazie all’assenza di un’anagrafe degli immobili. Che però è stata infine disposta e preparata dalla Romeo Gestioni, e consegnata da tempo ai dirigenti. I dati ora sono pubblici. La giunta de Magistris sa da dove cominciare per iniziare a ripianare i conti.

ORMEGGIOPOLI

La Camorra degli ormeggi: un’inchiesta di  “La Repubblica”.

Fermarsi nelle acque del Golfo è quasi impossibile. I posti regolari sono pochissimi e questo incentiva il business dell'ormeggio in "nero". Un fenomeno annoso. Molti sono stati regolarizzati ma continuano a comportarsi illegalmente. L'ombra della camorra.

Se sei in barca e decidi di fermarti a Napoli in pieno agosto, è meglio che rinunci ad attraccare. Il posto regolare, pagato a prezzi di mercato, a meno di un colpo di fortuna, non c'è. "Qui non ci sarebbe posto nemmeno per un sandolino, una piccola barchetta a remi di 4 metri per 3 - dice Pippo Dalla Vecchia, patron del circolo Savoia al borgo Marinari, a due passi dal Castel dell'Ovo - quando arriva una barca dall'estero non è possibile nemmeno fargli mettere una cima a terra per fare rifornimento. Riusciamo ad ospitarli solo pochissime volte all'anno, a volte gli offriamo un posto lasciato libero temporaneamente dai nostri soci".

Se poi sei disposto a sborsare una cifra blu e a chiudere un occhio sui permessi e sulla legalità, ecco che le cose cambiano. Basta spendere 150 euro al giorno per una barca da 16 metri, 2.250 euro per due settimane, cinquemila per un mese intero e il gioco è fatto. Un salasso in cambio di un ormeggio abusivo. Poco importa che le imbarcazioni irregolari possano arrivare, in alta stagione, anche a 400. E che quel patrimonio investito per un mese nelle acque del golfo di Napoli possa valere un sequestro e una multa salatissima al proprietario, beffato due volte. "È assurdo, come si fa a sapere se l'ormeggiatore a cui ci si rivolge è in possesso di tutte le autorizzazioni? - si chiede Lino Ferrara, presidente dell'Unione armatori da diporto - nessuno arriva sul pontile con i documenti alla mano".

Ma quello che conta è che a Napoli l'ormeggio illegale è un vero e proprio business. Un affare contrastato dalla Capitaneria di Porto, che negli anni ha tampinato gli ormeggiatori abusivi con sequestri e multe. L'anno scorso, l'ultimo blitz, con tanto di sceneggiata: una lavoratrice tentò di tagliarsi le vene con un coltello proprio davanti ai carabinieri. Con il tempo, molti di quegli ormeggiatori sono stati regolarizzati, hanno ottenuto permessi stagionali proprio nelle aree che hanno occupato per decenni. Posti ambiti: Mergellina, via Caracciolo, Borgo Marinari, Bagnoli. Ma non si sono convertiti: l'illegalità resta nel loro dna. Sono decine le barche che forzano i confini della concessione, centinaia infilate in mezzo a quelle che lì ci stanno per legge. "Legalizzarli era il male minore - dice Luciano Dassatti, presidente dell'Autorità portuale di Napoli - ma purtroppo continuano gli abusi come quello di ormeggiare più barche di quello che è concesso". Sistemano i natanti in doppia e tripla fila, trasgrediscono il codice della navigazione, mettono in pericolo le manovre. Un rischio reale che a Mergellina può arrivare ad ostruire il passaggio degli aliscafi.

È un business di svariati milioni di euro, dove spesso giocano anche gli interessi oscuri della camorra, ma in realtà risolvono in modo criminale la carenza dei posti barca nel golfo. Sono 2.600 le barche bagnate dal mare di Napoli. Quelle ancorate a ormeggi concessi dall'Autorità Portuale di Napoli. Poche, pochissime se si contano le circa 20mila richieste non soddisfatte ogni stagione. Per la cronaca, ecco l'elenco degli ormeggiatori autorizzati, suddivisi per zone: a Nisida e Coroglio sono 5 i concessionari (902 posti), a Mergellina 10 (682), tre campi boa a via Caracciolo (450), un concessionario a via Caracciolo (7), 12 concessionari a Santa Lucia-Borgo Marinari (287), 2 circoli concessionari al Molosiglio (170), 1 circolo concessionario a Posillipo (100) per un totale di 2.598 posti. A questo numero vanno aggiunti 22 posti per le imbarcazioni a vela del charter velico presso la darsena Acton.

"Ma l'offerta dei posti barca è assolutamente inferiore alla richiesta - dice Dassatti - ne abbiamo circa 2.500 ma ne servirebbero almeno 20mila e naturalmente questo incentiva l'abusivismo".

Un'inchiesta del 2008 portò alla luce l'interesse della camorra (clan Alfano, Frizziero, Piccirillo) per il business degli attracchi. Ma ci sono gruppi storici radicati in questo mestiere che si sono guadagnati il soprannome di "rangetielli" perché lavorano sugli scogli.

Nel 2008 un'indagine coordinata dal magistrato Raffaele Marino, ora aggiunto alla Procura di Torre Annunziata, rivelò quanto i clan della camorra puntassero sulla gestione dei pontili. L'indagine si avvalse dalle confessioni di alcuni pentiti che rivelarono gli interessi sul racket dei moli delle famiglie Alfano, Frizziero e Piccirillo.

Ma, oltre alle parentele, contano i luoghi dove insistono le storiche famiglie di abusivi. Spesso in zone strategiche, e soprattutto geograficamente vicini ad avamposti della legalità. Ci sono gli ormeggiatori (ora legalizzati) che si trovano di fronte al consolato americano, in via Caracciolo, sul lungomare. Sono gli stessi che hanno un campo boa a pochi metri di distanza, attaccati alla biglietteria dell'Alilauro da dove partono gli aliscafi per le isole. A Santa Lucia ci sono le famiglie Bianco e Presutto, chiamate i "rangetielli" (granchietti).

Altri insistono sul lungomare di Bagnoli, la storica cittadina della fabbrica dismessa dell'Italsider: qui centinaia di barche sono ormeggiate proprio vicino alla Guardia di finanza. A pochi passi c'è "Manomozza", oggi ormeggiatore autorizzato. A Vigliena, il vecchio porto a san Giovanni a Teduccio, per anni ha lavorato Raffaele D'Orazio, si è convinto ad andare via solo con la promessa di avere un ruolo nella costruzione del nuovo porto turistico. Ma il progetto è fermo da anni.

Gli unici abusivi più resistenti alla legalità sono i più piccoli: a piazza Vittoria, nel mezzo del lungomare Caracciolo sostano una ventina di barche, a Riva Fiorita a Posillipo una cinquantina. Ogni anno i sequestri, ogni anno gli abusi.

"I troppi no favoriscono l'illegalità. Dobbiamo migliorare le strutture". Parla Massimo Luise, titolare di uno dei moli più importanti: "Non basta vietare. Vediamo di costruire qualcosa in positivo, migliorare l'esistente. Ogni idea si è arenata sui veti incrociati. E gli abusivi prosperano". Il tema dei lidi.

Qualsiasi intervento sulla costa richiede l'ok della Soprintendenza: la linea dell'affaccio di Napoli sul mare è vincolata perché riporta il vecchio disegno del molo borbonico. "Sono stati detti troppi no, soprattutto dalla Soprintendenza - dice Massimo Luise, titolare di uno dei moli più importanti della città - questo ha creato l'illegalità, ha frenato sviluppo e lavoro. No, per me l'abusivismo è un capitolo chiuso, regolarizzare è stato giusto ma ora basta parlare di illegalità. Parliamo di come migliorare le strutture esistenti e, per esempio, di come dare finalmente al porto di Mergellina una cabina di energia".

Negli anni precedenti, le proteste degli abusivi sulla questione pontili, avevano scatenato polemiche e inaugurato un dibattito con esperti del paesaggio di Italia Nostra e politici del tempo come l'ex assessore ai Trasporti Ennio Cascetta che proponeva un piano di ristrutturazione di quel pezzo di costa a Mergellina, con campi boa e pontili galleggianti. Ma alla fine, tutto naufragò, tra le polemiche degli ambientalisti, i diktat della Soprintendenza e la bocciatura del Tar.

Stesso discorso per i lidi. Interi stabilimenti vengono sequestrati una, due, tre volte. Ma dopo pochi giorni i gestori fuorilegge ritornano al loro posto. La Guardia costiera sequestra centinaia di sdraio, lettini e ombrelloni ma due giorni dopo lo stabilimento fuorilegge ricompare, come se niente fosse. Soltanto una settimana fa, la Guardia Costiera ha portato via due tir di ombrelloni e sdraio nella zona di Coroglio e Bagnoli. Ma i bagnanti sono ritornati sulle spiagge sequestrate. Così il meccanismo continua all'infinito. Nessuno vuole rinunciare al risparmio (due euro per un lettino, uno per una sdraio), così si finanzia l'abusivismo.

PARCHEGGIOPOLI

Napoli, dossier sui parcheggiatori abusivi: «Piazze e strade sotto il controllo dei clan».

Prosegue la campagna diretta dal generale Sementa al contrasto dell’azione dei parcheggiatori abusivi. È pronto un dossier, destinazione Procura della Repubblica, con il quale si fotografa lo stretto legame tra i parcheggiatori abusivi e i clan.  Una vera e propria «mappa del malaffare», che spiega anche l’arrogante resistenza che i parcheggiatori, identificati e denunciati, continuano ad opporre alle forze dell’ordine. Incuranti di tutto dopo pochissime ore riprendono il loro posto e tornano ad estorcere. In ogni zona l’abusivo o è stato sistemato direttamente dalla camorra e gira gli introiti al clan oppure, se occupava il posto da più tempo, è costretto a versare la percentuale sugli incassi.

E nel dossier che i vigili hanno presentato in Procura, si parla di un centro cittadino controllato dalle famiglie dei Misoo e dei Mazzarella, mentre le cosche di Secondigliano avrebbero sotto controllo la sosta selvaggia della zona ospedaliera.

MORTOPOLI

Napoli, dossier sui cimiteri comunali giro: infinito di affari sul «caro estinto».

I cimiteri di Napoli sotto la lente di una commissione comunale per otto mesi: vengono fuori loculi che crollano lasciando resti mortali a vista; la allarmante carenza delle fosse, e la generale difficoltà degli espropri; cappelle cedute in usufrutto per camuffarne la compravendita e aggirare l'amministrazione (unica che può vendere e comprare); la concorrenza sleale fra le ditte di trasporto. Mentre la cura del defunto, anche dopo dalla morte, cara all'usanza popolare, si presta a ogni sorta di speculazione. E la cremazione, nel capoluogo campano, è ancora oggi impossibile.

La commissione d'indagine presieduta da Andrea Santoro tira le somme del suo lavoro partendo dalla prima difficoltà incontrata: «In 6 mesi, sulla materia, si sono avvicendati ben tre assessori: prima Dolores Madaro, poi Giorgio Nugnes ora Sabatino Santangelo», spiega il consigliere di An. Domani consegnerà al sindaco la relazione che, approfondita, potrebbe diventare un «atto di indirizzo».

L'ultimo caso di «salma abusiva» venuto fuori nei giorni scorsi in una cappella privata non è affatto unico: «Ne ho denunciato uno analogo alla polizia cimiteriale. C'è gente che trascorre la vita dentro i cimiteri, e quando si sa che un loculo è vuoto da tempo c'è chi decide di destinarlo diversamente».

Un dettaglio nel mare di abusi e nel «giro di affari infinito che riguardano la morte» a Napoli, denunciato in un dossier di 30 pagine. Ci sono i furti a Chiaiano; le strutture fatiscenti di Barra, dove i loculi crollano lasciando i resti in vista; la carenza cronica di fosse a Soccavo; le peculiarità di Pianura che ha ospitato per anni «salme in appoggio» mentre vede una «fiorente produzione di marmi»: la copertura delle fosse ricade sul cittadino, laddove l'inumazione dovrebbe essere gratuita. Alla fine Santoro propone: «Il Comune non ce la fa a gestire i cimiteri: bisogna esternalizzare i servizi a privati o affidare tutto a una municipalizzata, come avviene a Roma». Non solo: «I cimiteri per il 90% appartengono alla Curia. Bisognerebbe costituire un soggetto unico, insieme: non tocca a me decidere chi dovrebbe essere il maggiore azionista».

Ecco alcuni punti che trapelano dal dossier.

Ditte di trasporto:  per la commissione andrebbe approfondito il radicamento di alcune ditte in alcuni cimiteri. I cartelli. Le procedure di autorizzazione sono frammentate, e rendono difficile appurare se le ditte - 43 quelle che hanno risposto alle verifiche del servizio cimiteri, «che però non dà alcun riscontro» - operino in regola. L'abolizione della tassa a carico delle ditte, per i sindacati, ha portato 2 milioni di euro in meno nelle casse del Comune.

Cremazione: chi voglia far cremare un proprio caro - le richieste a Napoli nel 2008 sono state 1000, di fronte alle 12 del 1991 - deve andare a Montecorvino Pugliano, nel Salernitano, e pagare una tassa di uscita per la salma e una tassa di rientro per le ceneri; la spesa è di 400 euro. Eppure da 10 anni è in costruzione l'impianto napoletano: bloccato in passato perchè non rispettava i vincoli della soprintendenza. Ora parte un nuovo appalto, con uno stanziamento dell'aprile 2008 di 2 milioni 880 mila euro. Per l'opera, ne sono già stati spesi 1 milione 200 mila.

Carenza nicchie e fosse: Un problema che si è amplificato con la nuova legge; dal 1 gennaio 2008 è previsto che le salme restino interrate per almeno 5 anni; prima bastavano 20 mesi, il che però dava adito a «procedure barbare»: i cadaveri non ancora mineralizzati venivano dissotterrati e rinterrati. Intanto chi vuole vendere la sua cappella, deve interfacciarsi col Comune, che poi rivende: sono moltissimi i casi di atti notarili di usufrutto ceduti a terzi, per camuffare le compravendite e aggirare la procedura legale.

Seppellitori: centinaia di soggetti ruotano attorno alle attività di seppellimenti, inumazione ed esumazione delle salme. Non si tratta dei dipendenti comunali però, in molti casi troppo anziani per queste mansioni: è ambigua la posizione dei seppellitori che lavorano in cooperative, e lavorano grazie alle regalie dei cittadini; «praticamente abusivi; si definiscono precari».

AMBIENTOPOLI

L'emergenza rifiuti in Campania ha permesso di costruire gigantesche fortune  politiche. Che condizionano le istituzioni a livello nazionale. La denuncia del giudice Raffaele Cantone in un libro-inchiesta.

Dalla convivenza alla connivenza. Il rapporto tra ceti borghesi e mafie sta cambiando, dando vita a una nuova forma di collusione: una grande zona grigia in cui cosche e professionisti vivono in osmosi, nelle regioni del Sud e non solo in quelle. Perché la criminalità è così organizzata da risolvere tutti i problemi: non ha più bisogno di minacciare, oggi offre servizi apprezzati e competitivi. E medici, architetti, commercialisti formano i ranghi delle nuove famiglie: sono "I Gattopardi", le figure a cui le mafie si stanno affidando perchè - parafrasando il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa - tutto cambi affinchè tutto rimanga com'è. È questa la realtà descritta ne "I Gattopardi", un libro-intervista che unisce l'esperienza di Raffaele Cantone, per un decennio pm impegnato nel contrasto alla camorra e autore delle indagini su molte delle vicende descritte in "Gomorra", e quella di Gianluca Di Feo, caporedattore de "L'espresso" che da vent'anni si occupa di inchieste sulle mafie. Ecco uno stralcio del capitolo dedicato al rapporto tra politica e clan.

«La vicenda da cui poter partire per illustrare il rapporto fra la politica campana e la criminalità organizzata è l'emergenza rifiuti; si è trattato, di sicuro, dell'affare più grande degli ultimi anni gestito direttamente o indirettamente dalla politica, che ha visto un ruolo centrale dei clan. Come accade in tutte le emergenze italiane è stato riversato un vero fiume di denaro pubblico; sono state create strutture speciali a cui è stato concesso di assumere personale in deroga alle norme che prevedono concorsi e selezioni, pescando nelle liste dei disoccupati napoletani e dei lavoratori socialmente utili. Quella stessa emergenza ha consentito pure di inventare consorzi e strutture miste pubblico-privato con consigli di amministrazione e organismi di controllo che si sono spesso trasformati in un modo per distribuire incarichi e prebende a uomini legati a doppio filo ai politici. Non credo di esagerare se affermo che il sistema dell'emergenza rifiuti in Campania per almeno un decennio è stato uno dei principali elementi su cui si sono costruite fortune imprenditoriali e politiche a livello regionale e nazionale».

E in tutto questo gioco di discariche, affari e partiti all'ombra dell'emergenza rifiuti, la camorra che cosa c'entra?

«La camorra, purtroppo, c'entra eccome! Per rendersene conto, basterebbe partire dal numero di ditte che si occupano di rifiuti, che sono diretta emanazione dei clan camorristici o pesantemente infiltrate dagli stessi. E la presenza criminale emerge anche da tante indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli; quelle di cui sono a diretta conoscenza vedono come attori chiave della partita camorristi, imprenditori che a loro fanno direttamente riferimento, politici e uomini delle istituzioni. Mi viene subito in mente un caso: i fratelli Orsi, Michele e Sergio, nativi di Casal di Principe, originariamente operanti nel settore edilizio, che alla fine degli anni Novanta cominciano a occuparsi di rifiuti e che in quel settore fanno grandi affari, finchè vengono arrestati per associazione camorristica e poi uno di essi viene persino ammazzato dai casalesi, quando inizia una timida collaborazione con la giustizia. I fratelli Orsi erano i titolari della società che riesce a vincere l'appalto per diventare partner privato del consorzio Ce4, ritenuto di riferimento del centrodestra: il presidente di questo consorzio ha riconosciuto senza mezzi termini di essere stato messo lì da Forza Italia ed è lui che ha preparato il bando che ha consentito agli Orsi di vincere l'appalto. Attorno a quell'appalto si accenderà poi una controversia, mediata dai casalesi, che vede protagonisti personaggi capaci di incidere sugli equilibri politici non solo locali".

Uno scontro in una società dei rifiuti della provincia casertana, infiltrata dalla camorra e gestita da figure imprenditoriali di secondo piano, sarebbe stato in grado di condizionare la politica nazionale?

«Per la scelta del partner imprenditoriale del consorzio si sfidano in pratica due società: alla ditta degli Orsi si oppone l'azienda di Nicola Ferraro, un altro soggetto di Casal di Principe che da sempre si occupa di rifiuti e di discariche, imparentato alla larga anche con il padrino Francesco "Sandokan" Schiavone. Dal punto di vista politico la famiglia Ferraro è sempre stata legata a Forza Italia: uno zio di Nicola è stato vicepresidente della Regione eletto nelle liste berlusconiane e vicino all'onorevole Cosentino. L'azienda guidata da Nicola Ferraro e dal fratello Luigi partecipa alla gara ma si trova davanti un appalto costruito per far vincere gli Orsi. Nicola Ferraro, che conosce bene il settore, si rivolge a un avvocato per predisporre il ricorso ma a quel punto subisce pesanti intimidazioni per spingerlo a rinunciare all'appello: intimidazioni che vengono direttamente da una parte dei casalesi, e in particolare da quella fazione più violenta che fa capo alla famiglia Bidognetti, i quali hanno evidente interesse a favorire gli Orsi. Di sicuro Ferraro attribuisce grande importanza a questo appalto e poco dopo la sua esclusione sceglie di impegnarsi in politica».

Quindi un imprenditore dei rifiuti, con legami a Casal di Principe, dopo essere stato escluso dall'appalto e in qualche modo intimidito dalla camorra, decide di fare politica in prima persona. E con quali effetti sulla situazione campana?

«Già nelle elezioni per la Provincia di Caserta del 2005 Nicola Ferraro, e tutto il blocco di consenso che rappresenta, sostiene l'Udeur e quindi il centrosinistra. La Provincia di Caserta era indicata come un feudo del centrodestra e persino la più azzurra d'Italia. In quella tornata, fra l'altro, in campo scende un pezzo da novanta di Forza Italia, l'onorevole Nicola Cosentino, proveniente da Casal di Principe e uomo di punta del partito. Il suo rivale è un esponente di rilievo della politica casertana, Sandro De Franciscis, già parlamentare della Margherita che in quel periodo era confluito proprio nell'Udeur di Clemente Mastella. I pronostici sembravano tutti a favore di Cosentino e invece il vincitore fu De Franciscis con un 7 per cento circa di voti in più. I voti dell'Udeur sono quindi determinanti e il peso di Nicola Ferraro certamente si avverte, quantomeno nella zona di Casal di Principe».

Quindi la decisione di Ferraro di schierarsi con l'Udeur, con il suo consenso personale di imprenditore e con l'aiuto della camorra casalese, ha avuto un ruolo significativo nelle elezioni provinciali e regionali. Ma che cosa c'entra la politica nazionale?

«Perchè non passa un anno e Nicola Ferraro riscende di nuovo in campo: siamo nel 2006 e Ferraro viene candidato al Senato in Campania. Leggere oggi quello che è accaduto in quel periodo, alla luce delle intercettazioni telefoniche e ambientali contenute nell'ordinanza cautelare che ha colpito Ferraro nel giugno 2010, è davvero istruttivo. Ferraro viene candidato in posizione alta della lista, insufficiente a farlo eleggere ma sufficiente comunque a fargli sfiorare il seggio di Palazzo Madama. È il primo dei non eletti e se la legislatura fosse proseguita probabilmente sarebbe riuscito a diventare parlamentare. Non ho un quadro completo dei risultati elettorali, ma la risicata maggioranza dell'Ulivo al Senato poteva contare sulla vittoria e il conseguente premio di maggioranza incassato dalla coalizione in Campania; in questa regione è indubitabile che il contributo dell'Udeur sia stato determinante e in questo abbia avuto un peso anche l'ottimo risultato ottenuto da quel partito in provincia di Caserta. Certo, guardando adesso i fatti di quel concitato momento, si può notare una stranezza: la provincia di Caserta, in genere non particolarmente importante nelle dinamiche nazionali, aveva assunto in quella fase un ruolo centrale. Tra l'altro, era stata l'ultima provincia d'Italia che aveva fornito i risultati elettorali che portarono alla vittoria del centrosinistra».

Stiamo parlando di un momento fondamentale nella storia del Paese. Nel 2006 la sorte del governo fu decisa da una manciata di schede: al centrosinistra di Romano Prodi andò il 49,81 per cento dei voti, allo schieramento berlusconiano il 49,74. Ogni singola scheda ha pesato per condizionare le sorti della nazione. Controllare la macchina dell'emergenza rifiuti permetteva di pilotare fondi e assunzioni, che in Campania si trasformano in voti. E allo stesso tempo offriva anche un ruolo politico, perche l'amministratore locale dimostrava alle autorità di Roma di sapere risolvere il problema principale della regione.

«Non credo di esagerare se affermo che la centralità della provincia di Caserta in quegli anni chiave dell'emergenza rifiuti sia legata a questo. C'è un dato emerso nelle indagini che lo conferma: quando nei periodi di massima crisi si cercano siti per accatastare milioni di ecoballe - che non potevano essere bruciate non solo perche non esisteva ancora un termovalorizzatore, ma perche erano state assemblate senza il rispetto delle regole tecniche - questi spazi vengono trovati in gran parte in un'area a cavallo tra Casertano e Napoletano ma sempre in provincia di Caserta. È un momento in cui, come in queste settimane, la realtà sociale ribolle di proteste dei cittadini che non vogliono saperne di ospitare siti per i rifiuti e invece in quella zona i depositi vengono allestiti senza problemi. È sorprendente notare come si siano trasformate quelle zone, in cui sono stati accumulati milioni di ecoballe: prima erano campi coltivati, adesso a guardarle dall'alto si vede questa mole sterminata di buste azzurre che somiglia a un fiume, un lungo fiume di spazzatura triturata avvolta nella plastica blu. Questa era la centralità della provincia di Caserta: nel momento in cui ci si ritrova in un meccanismo senza fine come quello dei rifiuti, chi e' in grado di darti soluzioni - anche mediando con tutta una serie di personaggi a dir poco discutibili - assume un potere rilevante dal punto di vista sociale, politico ed economico».

Anche contro l'onorevole Nicola Cosentino è stato emesso un mandato di cattura per concorso esterno in associazione camorristica, contestando il suo ruolo nell'emergenza spazzatura.

«Senza dubbio la parte più interessante di quel provvedimento riguarda il ruolo che Cosentino ha avuto nell'affaire rifiuti; il suo intervento nelle attività del consorzio Ce4, tanto che, secondo il pentito Vassallo, Cosentino avrebbe persino detto "Il consorzio Caserta 4 sono io". In base a quanto emerge dall'ordinanza, Cosentino avrebbe anche avuto un ruolo nell'individuare il luogo dove far sorgere il termovalorizzatore in provincia di Caserta. In quel provvedimento viene poi ricostruita un'altra vicenda molto importante; la creazione di un super consorzio, denominato Impregeco, che avrebbe messo insieme i consorzi di destra e di sinistra, per una gestione bipartisan dell'emergenza, che aveva evidentemente benedizioni ampie. La spazzatura è politicamente colorata e per gestirla al meglio si crea una struttura "arcobaleno" che accontenti tutti».

“Il problema vero dei rifiuti a Napoli sta nell’inadeguatezza di un ceto politico che non sa cosa fare, che non ha la preparazione tecnica e culturale per affrontare la situazione, che non ha mai fatto un giro nei paesi del Nord Europa per imparare come si fa. Chi governa qui è gente che a stento sa parlare in italiano”. A sostenerlo su “Panorama” è Francesco Durante, giornalista del Corriere del Mezzogiorno e autore del libro “Scuorno (vergogna)”, edito nel 2008 da Mondadori all’epoca della prima emergenza rifiuti.

Napoli è tornata a puzzare. La protesta è esplosa di nuovo come anni fa quando i cumuli di monnezza arrivarono a sfiorare i primi piani delle abitazioni mentre nessuno voleva che i rifiuti propri e degli altri finissero nelle discariche o negli inceneritori dietro casa loro. Allora il governo, fresco d’insediamento, mise in campo risorse straordinarie. Napoli fu addirittura scelta come sede del primo Consiglio dei ministri. Poi, una volta rimossi i cumuli di rifiuti, mentre qualcuno si illudeva che tutto fosse ormai a posto, la situazione ha ripreso a sfuggire di mano fino al caos con gli assalti ai camion, i poliziotti feriti, le minacce, i roghi, le proteste della popolazione e dei sindaci e il solito scaricabarile della politica. “La vergogna dei rifiuti che invadono la città sta anche negli occhi di chi ci guarda come spiando dal buco della serratura con una certa soddisfazione perché – dice Durante - è quasi rassicurante che tutto ciò succeda a Napoli”.

Perché rassicurante?

Perché Napoli è vissuta sempre come un’eccezione negativa, l’unico luogo dove è normale che succeda quello che succede anche se la stessa emergenza ha riguardato Palermo, Lecce e altre importanti città. Eppure né i giornali né la televisione hanno mai dedicato a queste realtà lo stesso spazio riservato a Napoli che, di fatto, fa più notizia per la dimensione teatrale che spesso assume la protesta.

Secondo l’ex commissario straordinario Bertolaso dietro a quelle degli ultimi giorni ci sarebbe la regia della camorra. Il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore, però, non è d’accordo: “Non c’è nessuna evidenza di legami con i clan”, ha detto. Lei che ne pensa?

La camorra a Napoli c’è e c’è sempre stata. Le amministrazioni però, di centro-sinistra prima e di centro-destra poi, tendono a tirarla fuori quando più gli fa comodo.

A gennaio 2010 Bertolaso ha deciso che i tempi fossero maturi per una gestione autonoma da parte di Comuni e Province. Stanchezza dopo due lunghi anni di lavoro o grave errore di valutazione?

Senza dubbio il ritorno ad una gestione ordinaria dovrebbe essere sempre consigliato anche perché il commissariamento della Campania ha assunto una dimensione faraonica producendo l’ingigantimento di strutture che per funzionare al meglio dovrebbero essere il più agili possibile. A me pare che Bertolaso abbia fatto una specie di fuga alla pari di Bassolino quando rinunciò ai poteri commissariali. E’ stato sicuramente un gesto prematuro perché le province non erano ancora attrezzate per fare da sole.

Gli appalti e subappalti nel sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti, lo scarso funzionamento del termovalorizzatore di Acerra che da anni lavora al 30%, l’incapacità di fare la raccolta differenziata: qual è l’ostacolo più grande a una gestione efficace dei rifiuti in Campania?

Io penso che il problema più grande stia nella mancanza di impianti di compostaggio. Ce n’è uno solo a Salerno e sarebbe urgente costruirne altri. Sui termovalorizzatori ci sono sempre stati pareri discordi: tutti sanno che servono ma nessuno vuole che siano costruiti vicino a casa propria. Quello di Acerra funziona a singhiozzo. Dovrebbe essere continuamente alimentato e pur avendo 6 milioni di eco balle a Giuliano che servirebbero, appunto, ad alimentarlo, quelle restano a terra.

Perché il termovalorizzatore di Acerra non funziona ancora a regime?

Perché c’è stato un errore tecnico che l’azienda bresciana A2A si era incaricata di risolvere al più presto ma per cambiare i refrattari dei due forni, dove sta il problema, servono moltissimi soldi che ad oggi ancora non sono stati stanziati.

E per quanto riguarda la raccolta differenziata, perché a Napoli non si riesce a farla nemmeno nei piccoli centri?

Guardi, in Campania abbiamo alcuni comuni virtuosi con l’85% di differenziata. Faccio l’esempio del comune dove risiedo io: Anacapri. Ecco, tutto funziona al meglio finché non arriva l’estate quando i napoletani borghesi e benestanti, che hanno le seconde case al mare e vengono qua, fanno saltare tutto. E lo ripeto, non si tratta di gente di basso livello sociale, ma dell’alta borghesia napoletana.

Alta borghesia indisciplinata?

Alta borghesia ignorante e indisciplinata. Lei sa da noi come si fa a disfarsi di un materasso o di una televisione vecchia?

Posso immaginare…

Ecco, mentre in altre città si chiama l’azienda e si aspetta che passi a ritirare quello che bisogna buttare, qua il materasso lo lasciamo in mezzo alla strada, perché non abbiamo pazienza.

Forse anche perché nessuno si prende la briga di sanzionare questi comportamenti…

Esatto, bisognerebbe stroncare il malcostume alla radice. Un malcostume che è di tipo culturale e antropologico. Una cultura inadeguata alla modernità e che tutti continuano ad alimentare senza che nessuno ci corregga.

Perché nessuno lo fa?

Perché a chi ci governa interessa solo di restare al comando e per farlo ha bisogno di compiacere il proprio bacino elettorale, non di educarlo.

Cinque milioni di ecoballe fuori legge, un miliardo e mezzo di euro spesi in 11 anni dal commissariato di governo e altri 80 milioni stanziati a giugno 2008 dal governo: sono le cifre che segnano l’ennesima débâcle dello Stato in terra di Camorra. Quella che è stata chiamata “emergenza rifiuti” si sta rivelando sempre più una grande truffa di cui hanno beneficiato amministratori corrotti, malavitosi, imprenditori più o meno vicini agli uni e agli altri: lo sostengono i magistrati in una serie di inchieste intrecciate che, tassello dopo tassello, ne stanno ricostruendo la storia.

L’inizio della crisi. Tutto comincia nel 1994 quando, dichiarato lo “stato di emergenza”, il governo nomina il primo commissario che ha il compito di tamponare la crisi. È solo nel 1996 che i poteri si ampliano e passano al presidente della Regione che in quel momento in Campania è Antonio Rastrelli. Ed è la sua amministrazione che organizza il bando di gara per appaltare la gestione di un ciclo integrato dei rifiuti. Le procedure vanno avanti con il suo successore, Andrea Losco (Udeur) e vengono concluse da Antonio Bassolino (Ds) che affida il tutto a un consorzio di ditte formato da cinque imprese associate alla Impregilo (Impregilo International, Fibe, Fibe Campania, Fisia Impianti, Gestione Napoli). Le stesse che a giugno 2007 ricevono dal gip Rosanna Saraceno l’interdizione a stipulare contratti con la pubblica amministrazione per un anno in materia di smaltimento della spazzatura e il sequestro preventivo di 753 milioni di euro.

I pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo cominciano a indagare nel 2002 dopo una denuncia del senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano. Cinque anni dopo arriva il primo provvedimento del gip con conclusioni durissime per le imprese, ma non solo. Per il magistrato le aziende «con artifici e raggiri» hanno eluso i contratti, falsificato i risultati delle analisi, bloccato gli impianti per far crescere l’emergenza. Il tutto «con la complicità, se non la connivenza, di chi aveva l’obbligo di intervenire». Non a caso le indagini, dalle quali si aspettano nuovi sviluppi, hanno coinvolto il governatore Bassolino e molti dirigenti della struttura commissariale.

Con l’alibi dell’emergenza. Nel 2000, infatti, il presidente della Regione firma con il consorzio un contratto, che non sarà mai rispettato dalle ditte né disdetto dal commissariato che, invece, sostiene la tesi dell’emergenza infinita inventata dall’impresa per giustificare le proprie inadempienze. Impregilo e soci avrebbero dovuto costruire sette impianti di produzione di Cdr, ovvero di combustibile derivato dai rifiuti (e lo hanno fatto), edificare due impianti per la termovalorizzazione del combustibile (ne hanno realizzato uno solo, quello contestatissimo di Acerra), gestire tutti i rifiuti prodotti in Campania. La spazzatura doveva diventare materiale da bruciare (32%), compost destinato al recupero ambientale (33%), scarti ferrosi (3%) e solo il 14% doveva finire in discarica. Sette anni dopo non solo la Campania brulica di buche piene d’immondizia, ma l’emergenza è diventata un enigma che non trova soluzione. Anche perché quella che esce dagli impianti di Cdr è spazzatura triturata. Tanto che il prefetto Pansa (che ha preso il posto del precedente commissario, il capo della protezione civile Guido Bertolaso) ha deciso di far trasportare parte dei rifiuti direttamente in discarica.

Tutti le trasportano, nessuno le brucia. Le ecoballe, lo dimostrano le indagini, di eco non hanno proprio nulla. Si tratta, invece, di immondizia chiusa in buste di plastica che non sarà mai possibile bruciare nel rispetto delle norme attuali. Il materiale prodotto dai Cdr doveva avere per contratto al massimo il 15% di umidità. Il decreto Ronchi prevede una percentuale del 25%. La spazzatura che esce dagli inceneritori supera il 30. E la quantità di rifiuti che esce dai sette inceneritori è maggiore di quella in entrata a causa degli additivi. Un disastro. In compenso solo per ospitare le cosiddette ecoballe bisogna occupare 40mila metri quadrati ogni mese. E così il commissariato ha dilapidato milioni di euro per inviare le balle al nord o addirittura all’estero, ma nessuno le ha volute perché bruciarle è impossibile. Eppure il contratto prevedeva, come ricorda il gip Saraceno «l’obbligo di assicurare, nelle more della realizzazione degli impianti di termovalorizzazione, il recupero energetico mediante conferimento del Cdr in impianti esistenti». Insomma, in attesa di costruire l’impianto di Acerra il cartello Impregilo avrebbero dovuto smaltire le ecoballe a proprie spese, ma nessuno ha preteso il rispetto di questa clausola e la spazzatura impacchettata è diventata lo scoglio che fa naufragare ogni speranza di superare la crisi. Non basta. Il subappalto del trasporto di materiali prodotti dagli impianti era vietato, ma solo sulla carta. Le numerose emergenze hanno fatto proliferare le deroghe e il servizio è stato appaltato a una partecipata dei Comuni dell’area Nord (Impregeco), che non avendo, però, i mezzi necessari lo ha a sua volta subappaltato a una miriade di padroncini. E così davanti agli inceneritori restano per ore, ma a volte anche per giorni, camionisti pagati in nero.

Impianti fermi? È tutto programmato. A costituire l’inferno in cui si dibattono i napoletani hanno, sempre secondo i magistrati, collaborato i responsabili del commissariato. Sono stati loro a non vedere (o a non voler vedere) che le apparecchiature montate nei Cdr erano diverse da quelle progettate, che ai rifiuti veniva aggiunta plastica per renderli più secchi, che le analisi sui prodotti venivano falsificate. Tutto in nome dell’emergenza. Tanto che il sub-commissario Raffaele Vanoli nel 2002 in previsione dell’estate dispone un prolungamento dell’orario di apertura degli impianti e decide che le verifiche sul Cdr prodotto siano spostate al momento di incenerire le balle. Si domandano i giudici: come faceva Vanoli a sapere che i cumuli di rifiuti per le strade sarebbero cresciuti? Una risposta viene dalle intercettazioni sulle linee dei dipendenti della Fibe. Scrive Rosanna Saraceno nella sua ordinanza: «Dalle intercettazioni emerge che il fermo degli impianti e il blocco nella ricezione dei rifiuti era programmato e attuato quale strumento di pressione verso la struttura commissariale». Tra gennaio e giugno del 2007 l’inceneritore di Caivano si è bloccato 30 volte, venti perché non c’era possibilità di sversare i rifiuti, dieci per incidenti vari.

Intanto c’è chi, con i rifiuti, si ingrassa. L’emergenza, poi, giustifica fitti e subappalti senza gare: e i costi lievitano. Così finisce che la Campania sommersa dalla spazzatura paghi la tassa sui rifiuti più cara d’Italia. Né c’è da meravigliarsi visto che, tanto per fare un esempio, nei diciotto consorzi di bacino della regione sono stati assunti 2300 ex Lsu (lavoratori socialmente utili, ndr.) che dovevano lavorare alla differenziata mai decollata e che quindi hanno fatto poco e niente, ma sono stati sempre pagati costando circa 55 milioni di euro all’anno. E molti sono stati assunti perché iscritti in liste di disoccupazione compilate grazie a un accordo trasversale tra le forze politiche, come sostengono i giudici che hanno indagato su molti leader dei senza lavoro. Ben 367 di questi lavoratori fantasma dipendono dal bacino 5 che però non è mai stato costituito. E l’Asia, la società mista che raccoglie l’immondizia a Napoli, lavora senza aver mai firmato un contratto di servizi e subappalta la raccolta del centro città ad altre due società. Non va meglio in provincia dove molti Comuni sono stati sciolti (tra questi Crispano, Casoria, Tufino, Pozzuoli, Melito) per aver affidato il servizio di nettezza urbana a società ritenute dal Gia (Gruppo interforze antimafia) vicine alla Camorra. Il commissario di governo a Casoria ha dovuto azzerare i vertici della partecipata del Comune dopo l’informativa della prefettura che parla di possibili ingerenze della criminalità organizzata. Anche la Pomigliano Ambiente nel giugno 2006 è stata interdetta dal prefetto perché sospettata di servirsi di una società di servizi accusata di collusioni con associazioni camorristiche, ma a novembre il Tar ha accolto il ricorso della società, il provvedimento di interdizione è stato revocato e l’azienda ha ripreso l’attività come molte altre imprese finite nel mirino della prefettura e “riabilitate” dalla giustizia amministrativa. Ad aprile, però, la Dda ha aperto una nuova inchiesta. Il pubblico ministero Maria Antonietta Troncone indaga su una serie di lavori appaltati con il criterio della somma urgenza.

Favori a parenti e “amici”. Del resto, secondo la commissione parlamentare d’indagine sul ciclo dei rifiuti guidata dal senatore Roberto Barbieri (Gruppo misto), la stessa struttura commissariale non è stata impermeabile alla Camorra: «Gli elementi informativi assunti durante le audizioni, soprattutto quelle dei magistrati della procura della Repubblica di Napoli, nonché la documentazione acquisita con riferimento alle indagini che hanno interessato la struttura commissariale – è scritto nella relazione sulla Campania – hanno rappresentato un quadro nel quale la criminalità organizzata, soprattutto nella sua articolata dimensione imprenditoriale, ha assunto un ruolo che desta preoccupazione». Una preoccupazione più che fondata se si considera che a maggio è stato arrestato il sub-commissario Claudio De Biasio: insieme a Giuseppe Valente, presidente del Ce4 (in quota Forza Italia), fino al commissariamento del consorzio, avrebbe favorito imprese legate alla malavita. I due, secondo i pm della Dda di Napoli, Raffaele Cantone e Alessandro Milita, avrebbero favorito le ditte dei fratelli Sergio e Michele Orsi a loro volta finiti in manette e indicati da numerosi pentiti come vicini al clan dei Casalesi. Con queste imprese il consorzio di bacino ha costituito una società mista, la Eco 4, incaricata della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Alla Eco 4 non è stata concessa la certificazione antimafia perché l’amministratore delegato, Sergio Orsi, è ritenuto vicino ai clan. I giudici hanno ricostruito la vicenda passo passo a cominciare dal bando di gara che privilegiava le società formate da giovani e da donne. Una clausola che ha permesso agli Orsi di spiazzare l’altra impresa che aspirava all’appalto. Poco prima del bando, infatti, è stata formata una società, la Flora ambiente, amministrata dall’allora ventunenne Elisa Flora, figlia di Sergio Orsi. L’impresa, che non aveva alcuna attrezzatura, creò un’associazione temporanea con aziende che avevano, invece, i mezzi per operare e riuscì a vincere la gara e ad aggiudicarsi il servizio guadagnando (illecitamente secondo i giudici) più di dieci milioni di euro, nove solo vendendo al commissario un pacchetto azionario a un prezzo enormemente superiore al valore reale. Nell’inchiesta entra anche il camorrista Augusto La Torre. È lui a raccontare ai giudici di aver imposto ai fratelli Orsi una tangente di 15 mila euro al mese e di aver concordato la cifra grazie al comune amico Francesco Bidognetti, capo dell’omonimo clan.

Un impero all’ombra dei clan. Ma i fratelli non sono amici solo dei malavitosi. Nella loro agenda figura anche Angelo Brancaccio, dei quali erano anche compagni di sezione. I due, infatti, erano iscritti alla sezione dei Ds di Orta di Atella, paese di cui Brancaccio era stato a lungo sindaco prima di diventare consigliere regionale e segretario della presidenza del governatore Bassolino ed essere infine accusato di estorsione, peculato e corruzione.

E non finisce qui: 37 milioni di euro sono passati dal commissariato di governo direttamente nelle tasche di Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore candidato per Forza Italia alle elezioni nel 1994 e non eletto, proprietario della Resit, la società che ha venduto al commissariato di governo le cave X e Z, discariche abusive nei dintorni di Giugliano, durante l’emergenza del 2003 (cfr. «Narcomafie» n.2/06). Tre anni dopo, nel gennaio del 2006, Chianese finisce in galera. Pesantissima l’accusa: estorsione aggravata e continuata, concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo i magistrati il suo impero economico sarebbe cresciuto all’ombra del clan dei Casalesi. I pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci chiesero anche l’arresto dell’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti, Giulio Facchi, ma il gip non lo concesse per mancanza di esigenze cautelari (al momento della decisione non era più sub-commissario). La cosa sconcertante è che il commissario aveva stabilito rapporti con Chianese ben sapendo che era già stato al centro di numerose inchieste giudiziarie.

In questa situazione non c’è da meravigliarsi se in Campania ci sono, secondo Legambiente, 225 discariche abusive e la criminalità organizzata continua a incrementare i propri profitti gestendo un giro di affari che tocca i 23 miliardi di euro all’anno. E i cumuli di sacchetti per le strade della Regione continuano a crescere.

LAUREFICIOPOLI

L’università che «regala». Un anno agli iscritti della Uil.

Sessanta crediti per il triennio in legge alla Parthenope.

«Non c’è proprio niente di strano». Questo il commento del professor Federico Alvino quando, due anni fa, saltò fuori che nell’università con il record di docenti imparentati, la Parthenope di Napoli, anche lui, preside di giurisprudenza, poteva vantare una parentela coi fiocchi. Sua moglie Marilù Ferrara è infatti la figlia di Gennaro Ferrara, ininterrottamente da oltre un ventennio rettore dell’ateneo. Una parentela, inoltre, dalle spiccate venature politiche. Alvino è consigliere comunale di Napoli, capo­gruppo dell’Udc. Invece il suocero è vicepresidente della giunta provinciale. Deleghe: politiche scolastiche e diritto allo studio.

Proprio niente di strano, per come funziona l’università italiana. Che dire allora dell’ultima perla di cui si può fregiare il trentasettenne Alvino, uno dei presidi più giovani d’Italia? La Parthenope ha firmato con la Uil della Campania una convenzione che consentirà a chi ha in tasca la tessera del sindacato di vedersi riconoscere fino a 60 crediti per il corso di laurea triennale in giurisprudenza. Uno sconto, secco, di un anno su tre.

Come ottenerlo? Sentite che cosa dice la convenzione: «In considerazione delle conoscenze e delle abilità che i la­voratori iscritti alla Uil potranno certificare in ragione delle funzioni e delle mansioni a loro attribuite verranno riconosciuti 60 crediti al personale impegnato in attività di tipo tecnico, gestionale o direttivo...50 crediti al personale impiegato in attività caratterizzato da conoscenze mono specialistiche...» . Ma sapete chi stabilisce i requisiti per avere diritto allo sconto? Ecco l’articolo 2 della convenzione: «La Uil segreteria regionale della Campania si impegna a collaborare con l’Università nell'individuazione dei requisiti nella fase istruttoria delle richieste degli iscritti». Cioè la decisione viene presa insieme al sindacato. E se un iscritto alla Uil ha magari già fatto qualche esame in quella università e vuole vederselo riconosciuto? Stropicciatevi gli occhi: «Il riconoscimento degli esami stessi — ha scritto Luciano Nazzaro della Uil Campania ai suoi colleghi — sarà curato dalla stessa Uil».

Ma per quanto possa sembrare inverosimile, convenzioni come quella appena stipulata dall’ateneo delle «dieci famiglie », come la definì nel giugno 2007 un articolo di Repubblica, nelle università italiane non sono affatto rare. Quando alla fine degli anni Novanta con la riforma voluta dal centrosinistra vennero istituite le lauree triennali, si decise di riconoscere crediti formativi accumulati con l’esperienza lavorativa. C’era una disposizione europea. Ma in Italia l’opportunità diventò ben presto occasione per i furbi. Da lì al malcostume vero e proprio il passo fu breve. E il malcostume dilagò. Si arrivò a regalare i pezzi di carta: c’erano convenzioni che consentivano di vedersi abbuonare anche tutti i crediti formativi del corso di laurea. Bastava discutere la tesi. E in qualche caso neanche quello.

Naturalmente dietro pagamento di rette profumate. A che cosa servivano le lauree prese in questo modo? Prevalentemente a passare di grado nella pubblica amministrazione. Da impiegato a funzionario, da sottufficiale a ufficiale, da pizzardone a graduato.

Con relativo incremento di stipendio. Quando Fabio Mussi arrivò al ministero dell’Università, trovò questo sfacelo e stabilì il limite tassativo di 60 crediti (che sono pur sempre un anno di studio), cercando pure di introdurre criteri rigorosi per concederli. Ma evitare che lo sconto tocchi anche a somari con il solo merito di avere un tesserino nel portafoglio si è in seguito rivelato pressoché impossibile. Il giro di vite ha appena intaccato l’andazzo. Chi si stupisce che due anni dopo la direttiva Mussi una università statale come la Parthenope di Napoli forse non sa che a metà 2007 l’Università statale di Messina ha fatto una convenzione simile con la Cisl: anche in quel caso 60 crediti. Bastava avere un diploma di scuola media superiore e un posto di lavoro alla regione, o in una Asl, oppure in un altro ente pubblico. Ma soprattutto essere iscritti al sindacato, dettaglio essenziale per accedere direttamente al secondo anno di Scienze politiche, giurisprudenza, statistica, economia. Ma è niente in confronto alle convenzioni che hanno firmato alcune uni­versità private «telematiche». Convenzioni con la Uil Poteri locali, la Ugl enti pubblici, la Rsu della Provincia di Agrigento, l’associazione romana vigili urbani, l’associazione dipendenti del ministero dell’Interno, il centro formazione professionale Enti padri Trinitari... Davvero niente di strano?

SFRUTTAMENTOPOLI

INSEGNARE GRATIS PER ANNI NELLE SCUOLE PRIVATE. LA TACITA REGOLA IMPOSTA AI DOCENTI. TUTTI SANNO, MA NESSUNO DENUNCIA.

Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari, senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.

STATISTICHE - Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».

LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».

LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».

CONCORSOPOLI

BIDELLOPOLI E SUPPLENTOPOLI

Dopo quelle di Torino, anche a Napoli si scoprono graduatorie scolastiche truccate e manomesse per vie informatiche e - di conseguenza - supplenze, nomine e immissioni in ruolo del tutto arbitrarie. Qualcuno, dotato della password necessaria, è entrato nel sistema del Provveditorato e ha modificato il file relativo. Trecento, forse quattrocento tra insegnanti e bidelli, potrebbero non essere in regola.

La traccia del fenomeno è in una lettera-denuncia del segretario regionale della Cisl scuola, Vincenzo Brancaccio, al suo leader nazionale Francesco Scrima, «Caro segretario - dice la missiva del 12 maggio 2008  - sono costretto a chiederti un intervento urgente presso la Signora Ministro della Pubblica Istruzione per ripristinare legalità e certezza del diritto nella scuola campana. Sarai stato certamente informato sulle graduatorie falsate dei collaboratori scolastici (bidelli - ndr) dell'ufficio scolastico di Torino, secondo gli articoli apparsi su "La Stampa"  del 7 maggio 2008 - ricorda Brancaccio - Bene: in Campania la situazione è drasticamente più grave».

Nella provincia di Napoli, per esempio - secondo l’ipotesi su cui sta lavorando la magistratura allertata dall’Ufficio scolastico regionale - le graduatorie truccate sarebbero tre. O, almeno, tre sarebbero quelle su cui sono state rilevate delle manomissioni ma, forse, il fenomeno potrebbe essere ben più esteso e riguardare anche altre province. Occorre ricordare che, per sanare una volta per tutte il fenomeno del precariato e iniziare un nuovo sistema di reclutamento del personale, le graduatorie della scuola sono «ad esaurimento», e quindi bloccate da sette anni. Eventuali novità nei nomi o modifiche dei dati, quindi, sono facilmente rilevabili, anche se comportano l’oneroso lavoro di monitorare circa 90 mila nomi. Tuttavia le magagne sono venute a galla.

La prima, nella provincia di Napoli, ha riguardato i docenti inseriti negli elenchi delle «abilitazioni speciali». Spieghiamo: l’abilitazione all’insegnamento, oggi, si può ottenere in due modi: o frequentando le Siss (le scuole biennali di specializzazione) oppure dimostrando di aver insegnato per almeno 360 giorni nella scuola statale. Questo secondo canale consente l'immissione nella graduatoria definita, per l’appunto, delle «abilitazioni speciali».

Alcune denunce hanno consentito di rilevare che, all’interno di questa graduatoria, che costituisce un trampolino di lancio nell’insegnamento di ruolo, sono stati inseriti dei nomi di persone che non ne avrebbero avuto titolo e che avrebbero fornito «false certificazioni». Si parla di «decine» di nomi, ma il materiale ancora da esaminare è sterminato. Per intanto la Guardia di Finanza ha sequestrato gli atti.

Secondo filone. Nelle graduatorie della scuola d’infanzia ed elementare è stato appurato che «almeno» 42 docenti avrebbero visto il proprio punteggio lievitare repentinamente, da un minimo di otto a un massimo di 64 punti, come dire che a qualche docente sono stati attribuiti cinque anni di lavoro in più. L’esame della graduatoria non è ancora concluso e altri nomi potrebbero emergere.

E poi c’è la madre di tutte le truffe: la «bidellopoli» che, dopo quella torinese, ora è in salsa napoletana. Centinaia (il numero è in continuo aumento e non ancora definitivo) sarebbero gli aspiranti bidelli catapultati in graduatoria «non avendone neppure i titoli», cioè mancando perfino della licenza media. Anche qui ci sarebbero false certificazioni prodotte da diplomifici privati o da sedicenti scuole paritarie.