foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande   

MALGOVERNO

OSSIA, LA POLITICA COME ESEMPIO DI MORALITA’

"Art. 1 della Costituzione: L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (I limiti stabiliti al potere popolare indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata).Un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.

l'Italia sia una repubblica democratica e federale fondata sulla Libertà e la Giustizia. I cittadini siano tutti uguali e solidali.

I rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato siano regolati da un numero ragionevole di leggi, chiare e coercitive.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari.

Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni.

Lo Stato assicuri ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa.

Ai disabili sia garantita l'accessibilità, l'adattabilità e la visibilità dei luoghi di transito o stazionamento.

Il lavoro subordinato pubblico e privato sia remunerato secondo efficienza e competenza.

Lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori siano confiscati tutti i beni. Lo Stato assicuri a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.

Sia libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d'informare e di essere informati, così come sia libero l'esercizio della stampa da vincoli di Albi, Ordini e collegi.

I senatori e i deputati, il capo del governo, i magistrati, i difensori civici siano eletti dai cittadini con vincolo di mandato. Essi rappresentino, amministrino, giudichino e difendano secondo imparzialità, legalità ed efficienza in nome, per conto e nell'interesse dei cittadini. Essi siano responsabili delle loro azioni e giudicati e condannati. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico.

Il Parlamento voti e promulghi le leggi propositive e abrogative proposte dal Governo, da uno o più parlamentari, da una Regione, da un comitato di cittadini".  

di Antonio Giangrande

 

PAGARE LE TASSE: SI’, MA PERCHE’?

Per mantenere uno Stato con una classe dirigente di burocrati con i suoi funzionari inetti, esempio di sprechi e di inefficienza. Classe dirigente che, oltretutto, cura i propri interessi e non tutela i diritti dei cittadini. Un esborso complessivo di 152,2 miliardi. Niente di eclatante, ma per un Paese come l'Italia è un fatto storico. I dipendenti pubblici a fine 2010 erano 3 milioni 458.857. Se si misura il costo degli stipendi pubblici in rapporto ai cittadini, noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Ovvio. Meno ovvio, forse, che la nostra spesa procapite sia superiore anche a quella di Grecia (2.436) e Spagna (2.708). Va detto che ci sono Paesi anche più generosi dell'Italia. Per esempio il Regno Unito (3.118) e l'Olanda (3.557). Per non parlare della Francia (4.001), dove peraltro dovrebbe salire quest'anno ancora di 4 miliardi. Il vero problema non è però il livello della spesa, peraltro perfettamente allineato alla media europea dell'11,1% del Prodotto interno lordo (anche se di ben 3,2 punti superiore alla Germania dove in dieci anni è calato dello 0,3% mentre da noi è salito dello 0,6%).

Piuttosto, la sua efficienza, e qui sta il vero problema della pubblica amministrazione made in Italy. Lo dice senza mezzi termini un rapporto della Corte dei conti: «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività del sistema Italia preoccupanti segnali riguardano la produttività del settore pubblico». In quella relazione appena sfornata dalla magistratura presieduta da Luigi Giampaolino c'è un grafico che mostra come proprio la produttività, cresciuta nel 2010 di oltre il 2%, sia tornata nel 2011 a zero, ricominciando nel 2012 perfino a scendere «in linea con le stime dell'andamento del Pil». Dunque, il costo del lavoro per unità di prodotto riprende a salire. Di chi la colpa? L'assenza della meritocrazia. Rielaborando i dati della Funzione pubblica, la Corte dei conti giunge a questa conclusione: «la fruizione di aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi relativamente al 2010 può essere stimata come l'equivalente all'assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità, pari a un dipendente ogni 550 in servizio». Con un costo «a carico dell'erario» pari a 151 milioni. E «al netto degli oneri riflessi».

L’impero sindacale pagato dallo Stato: 151 milioni di euro all’anno. Relazione sul costo del lavoro pubblico. Maggio 2012. E’ uscito l’ennesimo studio, ma questo è serissimo perché è la Corte dei Conti che mette a nudo – ma non troppo – quel mondo oscuro che si chiama “sindacato” composto in gran parte da personale distaccato del pubblico impiego affinché quella sorta di truppa composita meglio conosciuta sotto la denominazione di “organizzazione dei lavoratori” non abbia oneri a proprio carico. Il folto stuolo di dipendenti sindacali percepiscono lauti stipendi e contributi Inps direttamente dallo Stato ma non lavorano per lui, come Servitori, bensì occupano posti nelle associazioni private, chiamate appunto Sindacati. Beneficiano di leggi proprie come fossero una zona franca, una Repubblica di San Marino. Nessuno può controllare i loro bilanci perché, lor signori, i sindacati, non si sono mai adeguati alla norma costituzionale che li obbliga da oltre sessant’anni alla registrazione. Prima o poi dovrà finire anche questo ultimo baluardo. Per ora si fanno i conti, poi si vedrà. Come la immunità dell’Imu sugli immobili di loro proprietà (sono tanti, interi palazzi e lussuose residenze), al pari del Vaticano. Ma quanto costano all’Italia i sindacalisti che possono agevolmente chiedere di essere distaccati dal proprio posto di lavoro continuando a percepire lo stipendio di pubblico impiegato? La Corte dei Conti ha analizzato a quanto ammontano i costi che lo Stato sopporta per aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi. Ecco i numeri da brivido. La fruizione di questi istituti per il 2010 può essere stimata come equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità di personale, pari ad un dipendente ogni 550 in servizio. Applicando a tale dato il costo medio di un dipendente pubblico, il costo a carico dell’erario è stato di 151 milioni di euro al netto degli oneri riflessi. Bazzecole? Forse queste “logiche” che non hanno più senso, visto il ridimensionamento del finanziamento pubblico ai partiti, dovrebbero essere riviste dal governo. Senza contare che l’oligarchia sindacale con i contributi dello Stato – a parte i permessi e i distacchi – ha creato un vero e proprio Impero economico, sociale e politico (leggasi Caf, Patronati, società dentro altre società, scatole cinesi, consorzi, Ati, formazione professionale e chi più ne ha ne metta).

Altro che Quarto Potere.

Una riprova che dell’inutilità e della dannosità di questo sistema la fornisce Maurizio Tortorella su “Panorama”: Quando lo Stato non funziona. L’Italia dei mille commissari straordinari. Altro che pizza, mafia, mandolini. E dimenticatevi anche i santi, i poeti, i navigatori. In realtà siamo un popolo di commissari straordinari.

L’ultimo, fresco di nomina, è Enrico Bondi. Alla tenera età di 78 anni è stato appena assunto dal governo Monti per occuparsi di quei tagli alla spesa pubblica che nessuno, nemmeno il governo dei tecnici, pare in grado di fare. Il compito di Bondi, effettivamente, tutto è tranne che ordinario. Ma forse il grande risanatore della Parmalat non sa che sta per sedersi nel girone più trafficato tra quelli, pure affollati, della pubblica amministrazione. Certo, a volte i commissari straordinari sono chiamati a occuparsi di problemi dannatamente seri, come terremoti e alluvioni: Claudio Burlando, governatore ligure, è commissario ai danni provocati dal maltempo alla fine di ottobre. Poi ci sono i commissari designati a ripulire un ente locale dalle infiltrazioni mafiose: tra i 943 comuni appena andati alle urne quelli commissariati erano 162, uno su sei. E non si tratta solo di mafia: il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, prima di salire al governo, per 14 mesi è stata commissario al Comune di Bologna, sciolto per il sexy scandalo che aveva travolto il sindaco Flavio Delbono. Ma ormai non c’è ambito della vita pubblica che non esiga un commissario straordinario. Come se non bastassero assessorati e uffici tecnici di comuni, province e regioni, basta una minima emergenza ambientale, un’esondazione o una franetta, e subito parte una nomina. I radicali hanno calcolato che in questa legislatura, e soltanto dal maggio 2008 all’agosto 2010, in 104 riunioni del Consiglio dei ministri sono stati adottati 154 provvedimenti d’urgenza. Non serve nemmeno un incidente concreto: oggi non c’è regione italiana che non abbia il suo commissario straordinario “delegato all’attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico” (la dizione è barocca, ma sorprendentemente comune). Ed è così anche in altri settori. Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria, per esempio, sono commissariate per i conti in rosso della sanità, e i commissari sono i rispettivi presidenti. Ma basta che i bilanci di un ente pubblico zoppichino, o che i lavori per una strada avanzino troppo lentamente, oppure anche che ci sia da organizzare una manifestazione un po’ complessa, e subito scatta l’emergenza, con il suo commissario. È la dimostrazione che l’amministrazione ordinaria non funziona, per colpa di una burocrazia che l’avvolge come le incrostazioni sulla chiglia del Titanic affondato: così ci si affida al “deus ex machina”, che per legge ha meno vincoli e più capacità decisionale. Ovvio, non è detto che lo strumento sempre funzioni. Passò alla storia l’ex ministro dei Lavori pubblici Paolo Costa (che da sindaco di Venezia sarebbe poi divenuto commissario straordinario al moto ondoso): nel 1997 nominò in un colpo solo 152 commissari per altrettanti cantieri bloccati. Quattro anni più tardi la Corte dei conti censurò il risultato: “Proprio la soluzione del commissariamento, e la retribuzione dei commissari” scrissero i giudici “potrebbero avere favorito il protrarsi di fattispecie sostanzialmente prive di sbocchi”. Tradotto: perché mai i commissari avrebbero dovuto accelerare i cantieri, se avrebbero perso l’indennità? Un po’ cinico, forse, ma realistico. Era stata la legge 400 del 1988 a istituire i commissari: la norma stabiliva che il governo potesse farne uso per fronteggiare “temporanee esigenze” o per “realizzare specifici obiettivi”. Un quarto di secolo dopo la sua logica è stata stravolta e, neanche avessero fatto proprio l’incitamento biblico, i commissari sono andati ovunque e si sono moltiplicati. Quanti sono oggi? Nessuno azzarda un numero, perché le fonti istitutive (regioni e ministeri) sono troppe e le situazioni sono in continua evoluzione. Nemmeno alla Corte dei conti, che pure dei commissari dovrebbe monitorare costi e risultati, sanno rispondere. Nel febbraio 2005 Il Sole 24 Ore riuscì a strappare una cifra alla direzione generale del personale dello Stato: “Secondo le nostre stime” risposero da quell’ufficio “siamo nell’ordine dei 10 mila, al 70 per cento nelle regioni meridionali”.

Troppi? Il numero resterebbe sconvolgente anche dimezzato: di certo, è il simbolo di un paradosso e di una sconfitta. Dice il grande amministrativista Sabino Cassese: “I commissari straordinari sono il sintomo del problema, della malattia. Si ricorre a loro, sempre di più, perché l’amministrazione ordinaria non funziona”. Del resto, perfino la Croce rossa italiana è arrivata al terzo commissariamento (il primo era durato 18 anni, dal 1980 al 1998): dal novembre 2008 è affidata a Francesco Rocca, retribuito con 190-200 mila euro lordi l’anno per sanarne i bilanci. Un compito lungo: in base al decreto dell’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, Rocca doveva stare lì per “un periodo non superiore ai 12 mesi”; invece è stato appena prorogato fino al 30 settembre. Sarà forse che, per convenzione, nessuno può sparargli addosso…Ma non è a Rocca che spetta il record di longevità. La Corte dei conti, alcuni mesi fa, ha censurato la decima proroga del commissaro straordinario al passante di Mestre: Silvano Vernizzi (80 mila euro l’anno) è lì dal marzo 2003 a occuparsi di accelerare espropri, appalti, asfalti. Il passante, costato 986 milioni di euro, è stato inaugurato dopo 12 anni di lavori nel febbraio 2009, ma la carica di Vernizzi scadrà soltanto alla fine di questo maggio. Fino al 31 dicembre insisterà però nel ruolo di commissario straordinario alla pedemontana veneta, che più modestamente copre dal 2009. Ancora più lungo è il curriculum di Carlo Schilardi, 63 anni, consigliere di stato. Dal 7 agosto 1997 è commissario straordinario “per il contenzioso e il trasferimento delle opere di cui al titolo VIII della legge n° 219/1981″. A Napoli, dietro la misteriosa dizione, Schilardi e una dozzina di addetti prestati dalla Regione Campania e dal ministero del Tesoro affrontano un compito certosino, retribuito con circa 100 mila euro d’indennità aggiuntive: da 15 anni coordinano la difesa legale dell’amministrazione pubblica dall’assalto delle imprese concessionarie che dopo il terremoto del 1980-81 si occuparono della ricostruzione di Napoli e ancora lamentano mancati pagamenti o danni, e si oppongono alle pretese dei 4 mila privati che ancora reclamano risarcimenti per gli espropri subiti. “Quanto durerà ancora? Dipende dai tribunali” risponde Schilardi. Non si sa bene da cosa dipenda, invece, la durata del commissariato al “superamento dell’emergenza socioeconomica del bacino idrografico del fiume Sarno”: l’alluvione che causò 160 morti è del 5 maggio 1998, 14 anni fa. Da commissari a Napoli si sono alternati alti burocrati e perfino generali, come Roberto Jucci. L’attuale è Flavio Cioffi, già commissario dell’Agenzia regionale per la difesa del suolo. Proprio la Campania, in molti casi, mette in scena un vero teatro dell’assurdo. Prendiamo i rifiuti. Il primo commissario straordinario, nel febbraio 1994, fu Umberto Improta. Dopo di lui, in una catena ininterrotta, vennero Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino, Corrado Catenacci, Guido Bertolaso, Alessandro Pansa, Umberto Cimmino, Goffredo Sottile e perfino l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Da ultimo, con un decreto del maggio 2008 sfacciatamente intitolato “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza nello smaltimento dei rifiuti in Campania”, il bubbone venne rifilato nuovamente a Bertolaso, che lo risolse nel 2009. Ma Napoli continua a rigurgitare di rifiuti. In certi casi servirebbe un commissario ai commissari straordinari. Vista la durata dei problemi “urgenti”, e data la lentezza degli interventi, a volte il commissariato è addirittura ereditario: Giuliano Pisapia, dal maggio 2011 sindaco di Milano, è commissario straordinario all’Expo del 2015 esattamente come lo era stato il suo predecessore, Letizia Moratti. Capita anche che il successore smonti il lavoro compiuto da chi lo ha preceduto. L’ex capo dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, nel gennaio 2009 era stato nominato anche commissario straordinario all’edilizia carceraria. Dal dicembre 2011 la carica è passata ad Angelo Sinesio, ex commissario straordinario dal 2006 al 2008 di un comune siciliano sciolto per mafia, Roccamena. Oggi annuncia: “Faremo a meno di 220 milioni rispetto al vecchio piano carceri e costruiremo soltanto nuovi padiglioni. Così avremo 11.573 posti in più”. Decine, se non centinaia, sono le asl, i parchi, i teatri commissariati. Nell’ultimo bimestre è toccato prima al Petruzzelli di Bari: restituito al pubblico nel 2009, 18 anni dopo il rogo che l’aveva distrutto, ha già accumulato un buco di bilancio fra 3 e 5 milioni.

Così il 1° marzo è stato affidato al commissario straordinario Carlo Fuortes, che resterà almeno fino al 31 agosto (24 mila euro per sei mesi). Poi è stata la volta del Parco delle Cinque terre: il 18 aprile Vittorio Alessandro, capitano di vascello, s’è imbarcato come commissario. Resterà fino al 18 agosto (35 mila euro per quattro mesi). Salvo proroghe. Centinaia, se non migliaia, sono gli eventi che inspiegabilmente richiedono un commissario straordinario. Dal 23 aprile 2012 l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, travolto in gennaio dallo scandalo delle vacanze pagate dall’imprenditore della “cricca” Francesco Piscitelli, è stato ripescato alla Fondazione valore Italia con il compito di realizzare un’esposizione del made in Italy all’Eur e con uno stipendio ancora da stabilire. Il 29 maggio Papa Benedetto XVI visiterà Milano, per la Festa delle famiglie, e il prefetto Gian Valerio Lombardi è già stato nominato commissario straordinario. In altri casi la nomina si colora di una pompa inversamente proporzionale all’utilità. Dal 2003 al Viminale esiste un commissario straordinario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. Ma la polizia che ci sta a fare? E c’è anche un commissario straordinario al fenomeno delle persone scomparse: lo nomina sempre il ministro dell’Interno e l’ultimo si chiama Michele Penta, un prefetto che è lì dal 22 luglio 2009 e ci resterà fino al 2 giugno incassando un’indennità aggiuntiva di 3.700 euro mensili. Lunghissimo è infine l’elenco degli enti pubblici comissariati. Dal marzo 2011 Gian Luigi Rondi, 91 anni, è alla Siae, la società degli autori ed editori. Massimo De Felice dal 12 aprile 2012 è il nuovo commissario dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: retribuito con 137 mila euro lordi, dovrebbe diventarne presidente effettivo. Intanto dichiara, bellicoso: “Riteniamo che il ruolo dell’Inail debba essere valorizzato e riattivato con maggiore impulso”. Buon lavoro. Il 24 aprile 2012 il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha dichiarato che per problemi di finanziamento anche il prestigioso istituto di statistica “rischia il commissariamento”. E l’istituto Invalsi, che si occupa della valutazione delle scuole, dal marzo scorso ha un commissario: è Paolo Sestito, dirigente della Banca d’Italia. Perfino l’Aeroclub d’Italia ha il suo commissario: Giuseppe Leoni, senatore leghista, è lì dal 2002. È stato al centro di polemiche, una recente interrogazione parlamentare lo accusava di malversazioni, c’è stato anche un esposto alla Corte dei conti. Inossidabile, Leoni è stato confermato il 16 aprile e continuerà a volare almeno fino a giugno. Disastri reali. Urgenze vere. Impegno concreto. Ma anche intrallazzi, favori, nepotismo. È così che il fenomeno dei commissari straordinari cresce, si gonfia, diventa indigestione. C’è chi azzarda un costo folle: 1 miliardo all’anno. Chissà se ne vale la pena. Per fortuna l’ultimo commissario, Enrico Bondi, ha annunciato che rifiuterà i suoi 150 mila euro. Questo sì, è straordinario.

PARLIAMO DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA.

Gli italiani, soliti ignavi, non lo dicono, ma dimostrano il loro odio e disprezzo, o comunque il loro distacco dalla politica contemporanea che viene da lontano con l’astensionismo od altre forme di protesta.

La politica interessa solo a 3 italiani su 10 e magari.

Secondo Renato Mannheimer su “Il Corriere della Sera” la politica interessa solo a 3 italiani su 10 e magari, dico io, proprio perché interessati dai favori richiesti e ricevuti.

I risultati delle ultime amministrative hanno dato una scossa violenta alla vita dei partiti. L'elevato tasso di astensione, il gran numero di schede bianche e nulle (di cui troppo poco si è parlato) e il successo di un movimento antipartitico come la lista 5 stelle hanno mostrato tutta la debolezza delle forze politiche tradizionali nell'opinione pubblica italiana. D'altra parte, questo scarso appeal dei partiti era già stato indicato dalle ricerche che mostravano il decrescere progressivo del grado di fiducia nei loro confronti.

Diversi esponenti politici avevano obiettato che, malgrado il consenso per l'insieme delle forze politiche si fosse costantemente ridotto, il supporto per i singoli partiti - ciascuno si riferiva in particolare al proprio - non aveva probabilmente subito un trend siffatto. I risultati delle elezioni hanno mostrato che le cose non stanno così. Ma lo hanno indicato, prima e dopo le consultazioni, anche le risposte ai sondaggi, che ci offrono una serie di indicazioni ulteriori a quelle emerse dal voto. Essi confermano ad esempio come anche la fiducia espressa per ciascun partito sia molto esigua. La sfiducia verso i partiti si inquadra in un più generale trend di disaffezione da tutte le principali istituzioni politiche, anch'esso accentuatasi negli ultimi anni. L'indice sintetico di fiducia per le istituzioni politiche elaborato da Ispo (che misura, attraverso un algoritmo statistico, il consenso verso diverse istituzioni, dall'Ue al Parlamento, al Governo, fino al presidente della Repubblica) mostra al riguardo un calo drastico al valore del 25,5 di oggi. A questo calo di fiducia complessiva corrisponde una altrettanto drastica diminuzione del livello di interesse verso gli avvenimenti politici. Anche questo è un trend in corso da molto tempo: nell'aprile 2006, il 56% della popolazione dichiarava di essere in qualche misura («molto» o «abbastanza») interessato alla politica. Oggi questa percentuale si è drasticamente contratta, superando di poco il 30%, ciò che significa che il 70% degli elettori - era il 43% nel 2006 - afferma di non occuparsi di vicende politiche. Insomma, la politica è seguita oggi da meno di un italiano su tre. Appare relativamente più interessata la generazione di età centrale (35-55 anni), specie tra coloro che si collocano nel centrosinistra o nella sinistra tout court . L'interesse è poi notevolmente più alto (61%) tra i laureati. D'altra parte, il calo di attenzione per la politica è percepito anche soggettivamente dagli stessi cittadini. Ben il 43% dichiara infatti di avere ridotto il proprio interesse per le tematiche politiche anche (per alcuni, specialmente) a seguito dei numerosi scandali che hanno coinvolto svariati partiti ed esponenti politici. Un fenomeno siffatto si è manifestato con particolare intensità tra i meno giovani, tra le casalinghe e, ovviamente, tra i meno partecipi politicamente. Il quadro complessivo che emerge da questi dati è dunque assai critico. I risultati prima delle politiche e poi delle amministrative non sono che un segnale evidente del clima di opinione del Paese. Alla sfiducia nelle istituzioni - e nei partiti in particolare - corrisponde un senso di impotenza (e talvolta, ma in modo minoritario, di rabbia) tra i cittadini che finisce col tradursi nella scelta di forze politiche che «rappresentino» la protesta o, più spesso, in un disinteresse per quanto accade nel mondo politico che si traduce nell'astensione.  

PARLIAMO DI VOTO DI SCAMBIO IN PARLAMENTO: NATURALMENTE IMPUNITO!

Cari Amici, siete curiosi di vedere da vicino cos'è la legge mancia? Franca Rame, la moglie del Nobel Dario Fo, lo spiega sinteticamente: “Si tratta di una risoluzione che indica al Governo una serie di finanziamenti a pioggia. Attenzione però, non si tratta di un provvedimento all'esame dell'aula, ma solo della commissione bilancio di Camera e Senato: ovvero viene decisa "a porte chiuse" o quasi dai membri delle due commissioni.”

E’ stato grazie alla invenzione (come il motore a scoppio) di questa legge: “mancia” appunto, come quella che si da al garzone, da parte del già ministro dell’Economia, Tremonti, nel 2003, che la scuola Bosina di Emanuela Marrone in Bossi ha potuto riscuotere 1 milione e 120mila euro in tre tranche. “Un finanziamento superiore anche a quanto denunciato dalla leghista Rosi Mauro, vicepresidente del Senato”, specifica il Sole 24Ore, “che aveva parlato di almeno 800mila euro arrivati grazie alla 'scorciatoia' di questo strumento che garantisce soldi sicuri per piccole opere 'segnalate' come bisognose di aiuti da deputati e senatori.” E grazie a questa brillante idea elargitoria, in forma di “mancia”, è stato finanziato di tutto per l’ammontare, dal 2005, della bellezza di oltre mezzo miliardo di euro. Abolita dal Governo Prodi, è stata ripresa nel 2008 da Berlusconi per un importo di 265 milioni ripartito per altre necessità, tra il clientelare e l’amichevole, fino all’ultimo stratagemma, in forma di emendamento, del leghista Massimo Garavaglia che ha scovato altri 150 milioni per l'anno 2012 e per il 2013. “La legge mancia è una colossale porcheria. E’ grave che il governo Monti l’abbia mantenuta in vita, nonostante i nostri emendamenti che ne chiedevano la soppressione”, ha dichiarato in una nota Antonio Borghesi, vicepresidente del gruppo IDV alla Camera. “Come abbiamo già fatto in passato destineremo la quota di nostra competenza alla riduzione del debito pubblico”. Anche per questo ci sorge sempre un dubbio: vuoi vedere che i sacrifici imposti attraverso le tasse, compresi i tagli sanguinolenti alla scuola, sono indispensabili per dare mance ai tanti fornitori del palazzo? Broches in cambio di pane?

Hanno legalizzato il voto di scambio: ora si chiama legge Mancia

Gli onorevoli dispongono di 120 milioni di euro che possono dare direttamente a terzi senza passare per alcun controllo. Bossi, ad esempio, ha usato questa legge per "donare" 800.000 euro alla scuola privata di sua moglie.

Legge mancia”. La legge non prende il nome dal suo ideatore, ma dal fatto intrinseco: centinaia di milioni vengono ogni anno - a partire dal 2004 anno in cui l’allora Governo Berlusconi la rese legittima – suddivisi fra quei circa 120 Parlamentari che ne fanno un pò ciò che vogliono.

Teoricamente, la Legge parla di sviluppo economico, competitività, stabilizzazione della Finanza Pubblica ed anche di perequazione tributaria. Teoricamente, appunto. Perché i tanti milioni stanziati dal 2004 ad oggi, sono serviti solo ai soliti Parlamentari a “farsi belli” con il denaro dei contribuenti. Un finanziamento ad un Ente inutile. Un altro alla parrocchia tal dei tali. Un altro ancora ad un misconosciuto ente privato...Senza alcuna vergogna, in tempi di crisi nera e con finanziarie correttive o meno capaci di affossare anche il più speranzoso cittadino italiano, questo DL, subito convertito in Legge, altro non è se non – appunto – la possibilità di dare a destra e manca qualche mancetta (nemmeno troppo mancetta) in maniera da assicurarsi una buona fetta di elettorato al momento giusto. Ebbene sì: lo stato Italiano, il Governo italiano, distribuiscono denaro pubblico a piene mani al solo scopo di rendere Legge il voto di scambio. Una enorme truffa. Una aberrazione tossica nel nostro sistema giuridico. Si spaccia per Legge buona ed equa, una Legge che determina l’assoluta legalità di un obbrobrio quale da sempre è – appunto – la bagarre del voto di scambio. In Italia da sempre, intere regioni – in special modo al Sud - vengono tenute sotto schiaffo per anni, specialmente per ciò che riguarda il tema del lavoro, per poi profondere favori di ogni tipo al momento giusto. Ed il momento giusto è sempre la nuova tornata elettorale. Che sia addirittura una Legge a stabilirne la legalità, è una delle cose più illegali che si possano leggere. Nel 2012 poi addirittura, dopo esser stati tutti bastonati a sangue dalla manovra “correttiva” in odore di soldi ad ogni costo, ben 120milioni vengono stanziati per la Legge mancia, con la scusa delle migliorie strutturali necessarie agli istituti scolastici. In pratica: la Commissione Bilancio e Cultura della Camera, stanzia i 120 milioni, motivando il finanziamento con l’urgente necessità di ristrutturare i tanti edifici scolastici che crollano solo a guardarli. Nella realtà dei fatti, questo denaro verrà equamente distribuito fra i parlamentari che potranno poi utilizzarli a proprio piacimento e senza dover dare conto sull'utilizzo a nessuno, finanziando parrocchie, enti inutili, enti sconosciuti e pure imprese private. A volte di proprietà di un familiare del parlamentare di turno. Come nel caso degli 800mila euro elargiti alla scuola Bosina s.r.l. di Varese per il triennio 2009/2011 la cui fondatrice si scopre essere - udite udite - la consorte di Umberto Bossi, signora Manuela Marrone, maestra elementare.

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.

Il finanziamento pubblico ai partiti in Italia

La legge Piccoli

Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, che interpreta il sostegno all'iniziativa politica come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento, con l'effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche. Il flusso di fondi ha anche l'effetto di rafforzare gli apparati burocratici interni dei partiti e disincentivare la partecipazione interna. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI. La nuova norma si giustifica in base agli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento intende rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introduce un divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare. Ciò risulta tuttavia smentito dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propone un referendum abrogativo sulla norma, ma non riesce a raccogliere le firme necessarie.

Il fallito referendum abrogativo del 1978

L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli apparati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.

Le prime modifiche negli anni '80

Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.

La legge n. 659 del 18 novembre 1981 introduce le prime modifiche:

·        i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;

·        partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;

·        viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

I Radicali manifestano in aula parlamentare con tecniche di ostruzionismo per bloccare la proposta di indicizzazione dei finanziamenti e a ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti nonché controlli efficaci.

Il referendum del 1993 e l'abrogazione della norma

Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli.

La reintroduzione dei "rimborsi elettorali" nel 1994

Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.

Il 4 per mille ai partiti politici (1997)

La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso. Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso. Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali. L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima. La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana.

LA CASTA DEI TESORIERI DI PARTITO

Dalla Dc alla Lega Nord, passando per Pci, Psi e tanti altri: tutti gli affari grossi, e spesso sporchi, dei segretari amministrativi.  Con Citaristi, Lusi e la new entry Belsito secondo Donato De Sena. Visto dal lato dei guai giudiziari, ai quali si espone il mestiere del tesoriere di partito, non dev’essere affatto semplice. C’è infatti un filo sottile fatto di scandali, inchieste e condanne che unisce l’amaro destino dei segretari amministrativi della Prima Repubblica alle vicende dei cassieri degli ultimi tempi della Seconda Repubblica. Oggi come ai tempi del pentapartito e di Tangentopoli quegli uomini spesso oscuri, ma preziosissimi, che custodiscono le chiavi delle casseforti delle principali forze politiche, finiscono nella bufera per la gestione di fondi milionari piovuti da casse pubbliche o private.

SEVERINO CITARISTI, DC – Severino Citaristi, deputato e tesoriere della Democrazia Cristiana ai tempi di De Mita, destinatario e gran manovratore dei quattrini sporchi e puliti nella disponibilità dello scudocrociato, riuscì a collezionare ben 74 avvisi di garanzia. Le principali accuse a suo carico erano la violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, la concussione, il finanziamento illecito. Citaristi finì sotto inchiesta per decine di mazzette versate dagli imprenditori in cambio di favori e appalti, come le gare per la costruzione della terza corsia della Serenissima, per l’ampliamento dello scalo di Malpensa, per i lavori dell’Anas, così come per la costruzione dell’ospedale di Asti. Gli furono inflitte condanne, in parte definitive, per oltre 30 anni. Ma subì un solo arresto, ai domiciliari, e non andò mai in carcere per le sue precarie condizioni di salute. Secondo un calcolo di Milano Finanza realizzato nel 1993, il tesoriere della ultima Dc incassò, nei sette anni in cui fu sottosegretario amministrativo della ‘balena bianca’, più di 128 miliardi di lire in tangenti, 35 dall’operazione Enimont, altri 93 dalle accuse contenute nelle 29 richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti fino al settembre ’93 giunte in Parlamento. Negli anni delle inchieste e dei processi, Citaristi sottolineò di non aver mai preso per sè una sola lira. E spiegava come delle operazioni sospette fossero a conoscenza anche i vertici: “I segretari politici del mio partito sapevano, alla fine dell’anno li informavo sempre delle entrate regolari. E di quelle irregolari. Loro ne prendevano atto”. “Il costo di un partito – raccontò poi Citaristi ad Enzo Biagi in un’intervista ricordando la sua esperienza da tesoriere – in anni regolari era di 60/70 miliardi. Un 23/24 miliardi provenivano dal contributo dello Stato, poi c’era il tesseramento che dava 13/14 miliardi; c’erano contributi regolari e poi c’erano dai 18 ai 20 miliardi all’anno non regolarmente denunciati”.

VINCENZO BALZAMO, PSI – Visse un’esperienza simile anche Vincenzo Balzamo, tesoriere del Partito Socialista di Bettino Craxi. Fu il cassiere che gestì un fiume di denaro dalle grandi imprese finito nelle tasche del Garofano, e successivamente nel mirino del pool di Mani Pulite. Finì sotto inchiesta, ad esempio, per le tangenti incassate dall’impresa di costruzioni Lodigiani impegnata nella costruzione della metropolitana milanese, un miliardo di lire l’anno, dal 1985 in poi. Il 14 ottobre del ’92 ricevette un avviso di garanzia in cui i magistrati ipotizzavano i reati di corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. “Sofferenza e angoscia sono state fatali”, affermò Craxi commentando la morte per infarto di Balzamo, avvenuta pochi giorni dopo l’iscrizione nel registro degli indagati.

MARCELLO STEFANINI, PCI – Inchieste e avvisi di garanzia raggiunsero anche Marcello Stefanini, tesoriere del Pci-Pds. Fu coinvolto su più fronti giudiziari: il famigerato conto ‘Gabbietta’ del ‘compagno G’ Primo Greganti, le tangenti alla Sea, presunti finanziamenti ricevuti dalla società torinese Eumit, la compravendita di un immobile del partito a Roma, il denaro dal Pcus al Pci Pds e il versamento di 370 milioni alla Quercia dalla cooperativa Unieco, le tangenti per i lavori di Malpensa 2000. Il suo nome apparì per la prima volta a Tangentopoli nel settembre ’93. Anche lui fu accusato di finanziamento illecito e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nel corso delle sue testimonianze ammise forme di contributi dalle cooperative. Ad anni dalla sua morte, avvenuta nel ’94, Massimo D’Alema parlò dell’esperienza giudiziaria di Stefanini, vissuta “con angoscia personale e con indignazione per l’ingiustizia subita”, ma anche affrontata “con lealtà verso le istituzioni”.

FRANCESCO PONTONE, AN – Poi arrivò la Seconda Repubblica, nuovi uomini e nuovi simboli, nuovi metodi e nuove idee. Ma i denari continuarono a far gola a politici e agli apparati delle forze politiche. Con un piccolo particolare: se prima i quattrini venivano dirottati dall’esterno alle casse dei partiti, ora dalle casse dei partiti vengono dirottate nelle tasche private. Ce ne siamo accorti negli ultimi anni, soprattutto. Nel 2010, ad esempio, il senatore, ed ex tesoriere di An, Francesco Pontone, finì nel registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di truffa aggravata. Nel mirino dei magistrati romani era finita la compravendita di un’immobile di An, la nota casa di Montecarlo. L’appartamento di boulevard Pricnesse Charlotte 14, nel ’99 lasciato in eredità ad An dalla Contessa Colleoni, nel 2008 fu ceduto, ad un prezzo nettamente inferiore al valore di mercato, ad una società con sede nei Caraibi, Santa Lucia, per poi passare ad un’altra società, con sede in un altro paradiso fiscale (Santa Lucia) e finire nella disponibilità dei Giancarlo Tulliani, cognato del leader del partito Gianfranco Fini. Pontone aveva concluso l’atto di compravendita davanti al notaio grazie ad una delega ‘a disporre dei beni sociali’ conferitagli da Fini nel dicembre 2004. A conclusione delle indagini il gip dispose l’archiviazione sia per Pontone che per Fini. “Come ha fatto Tulliani a diventare inquilino proprio di quella casa donata ad An? Devo ammettere che questa singolare coincidenza resta al momento del tutto inspiegabile anche per me”, ripeteva il tesoriere, poi dimessosi dall’incarico. Nel febbraio 2011 Pontone, 85 anni, avvocato napoletano, ha abbandonato il gruppo parlamentare di Futuro e Libertà.

GIUSEPPE NARO, UDC – Nel novembre 2011 il tesoriere e deputato dell’Udc Giuseppe Naro è finito sotto inchiesta per le tangenti a partiti e politici dell’Enav. L’onorevole è accusato di finanziamento illecito ai partiti per aver intascato 200mila euro dall’imprenditore Tommaso Di Lernia, legale rappresentante della Print System, che sarebbe stato incaricato dell’operazione dall’amministratore delegato Enav Guido Pugliesi. Le carte dell’inchiesta parlano di un “sistema di illegalità” che forniva posti di lavoro e consulenze per i figli e i familiari dei politici e intestava quote di società private a parlamentare oppure a loro parenti. L’agenda elettronica di Pugliesi ha svelato 12 incontri tenuti con Naro, a dimostrazione del legame tra aziende pubbliche e partiti.

LUIGI LUSI, MARGHERITA – Il senatore Luigi Lusi, eletto tra le fila del Pd, è accusato alla procura di Roma di appropriazione indebita per aver sottratto, nella veste di tesoriere della Margherita, circa 20 milioni di euro di rimborsi elettorali dalle casse del partiti di Rutelli. Lusi avrebbe creato una sorta di contabilità parallela sfuggita ai controllori del partito e avrebbe investito il denaro in immobili, in Italia e all’estero. Ha ricoperto l’incarico di tesoriere dal 2002.

FRANCESCO BELSITO, LEGA NORD – Anche Francesco Belsito, tesoriere dimissionario della Lega Nord, è stato raggiunto dalle stesse accuse. E’ indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata ai danno dello Stato per aver sottratto al partito i finanziamenti pubblici derivanti dai rimborsi elettorali. Un’inchiesta congiunta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria ha condotto ad un blitz nella sede nazionale del partito del Carroccio.

Da quanto emerge finora, i fondi sarebbero stati sottratti e destinati alla famiglia del leader Umberto Bossi. Automobili, denaro in contanti, richieste continue. Dagli atti del Noe dei Carabinieri, che “L’Espresso”pubblica in esclusiva, i movimenti di fondi per moglie e figli del leader e per Rosi Mauro. Oltre ai conti all'estero e al riciclaggio. La segretaria intercettata: "Se esce fuori qualcosa della famiglia, il Senatùr è rovinato'. Alla fine le rivelazioni sono state più forte del carisma del padre padrone: alle 16,44 del 5 aprile 2012 Umberto Bossi ha gettato la spugna lasciando la guida della Lega a un triumvirato composto da Roberto Maroni, Renzo Calderoli e Manuela Dal Lago, e cioè il grande oppositore interno, l'uomo di fiducia della famiglia Bossi sotto schiaffo e del cerchio magico in crisi e la rappresentante dell'ala veneta del movimento. Il Senatur resterà presidente, ma la sua stella è tramontata per sempre. Con lui scompare la Lega così come l'abbiamo conosciuta e si chiude perfino la Seconda Repubblica nata vent'anni fa grazie all'alleanza di ferro con Silvio Berlusconi. Le evidenze, gli intrecci con imprese e faccendieri e soprattutto le intercettazioni, in particolare le conversazioni tra il tesoriere (dimessosi) Francesco Belsito e la segretaria Nadia Degrada, sommergono Bossi & C. sotto una valanga di fango disegnando una rete di falsi contabili, di favori personali, di piccoli e grandi imbrogli nei quali spiccano i figli di Bossi, la fedele Rosi Mauro e il suo sindacato padano, lo stesso Calderoli: lauree e diplomi falsi e dunque a pagamento; spese senza giustificativi per centinaia di migliaia di euro; Porsche affittate o acquistate da uno dei figli di Bossi, Riccardo, e non pagate...

Sempre, dice Belsito al telefono con Degrada, con l'imprimatur del Capo. Su “L’Espresso” le dichiarazioni a verbale di Nadia Dagrada e Daniela Cantamessa, segretaria particolare del leader del Carroccio dal 2005, sui soldi spesi per i titoli di studio. La laurea di Renzo Bossi presso un'università privata di Londra, gli studi di Rosy Mauro e del suo amante: tutto a carico della Lega. Queste le dichiarazioni di Nadia Dagrada: "Anche Renzo Bossi dal 2010 sta 'prendendo' una laurea ad un'università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare e le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130.000". E ancora: "Il diploma di laurea (forse in corso) di Moscagiuro Pier, compagno e segretario particolare della Rosy Mauro. Il diploma e la laurea per la Rosy Mauro per complessivi 130.000 euro". Però, anziché arrossire di vergogna e tacere i leghisti con la bella faccia tosta da “Polentoni” (po’ lentoni, ossia un po’ lenti di comprendonio) che si ritrovano hanno reagito a loro modo: per loro i  ladri sono sempre gli altri. 'Il vero scandalo? I soldi ai terroni'. Dall’inchiesta di Daniele Sensi su “L’Espresso”. Gli interventi dei deputati leghisti su Radio Padania adottano la linea del complotto. 'Belsito è una trappola dei servizi segreti, una polpetta avvelenata per Bossi'. E Borghezio abbandona la via della non-violenza: 'Stiano attenti a non tirare troppo la corda, la colpa di noi patrioti padani è di essere troppo pacifici'. Belsito una trappola dei servizi segreti e della magistratura, messo lì per far fuori il Carroccio. Lo sostiene il deputato leghista Alberto Torazzi, intervenuto, nella tarda serata di giovedì 5 aprile 2012, su Radio Padania: «Se Belsito è arrivato lì con quel fardello e con quei contatti preoccupanti è chiaro che il potere romano lo sapesse e che i servizi segreti e la magistratura hanno preparato questa polpetta avvelenata e l'hanno cucinata per bene per poi far fuori Umberto Bossi». «E' stato sollevato un polverone per niente», ha inoltre aggiunto l'onorevole, «perché Bossi, che per dieci anni ha vissuto in un monolocale spendendo per il movimento tutti i soldi che incassava, è un uomo che dopo il malore del 2004 aveva una famiglia da mantenere e se il Consiglio federale avesse stabilito un fondo di 50, 100 mila euro a sua disposizione nessuno avrebbe avuto niente da ridire, poiché 50, 100 mila euro l'anno, dal 2004 al 2012, fanno 800 mila euro, quindi il doppio della cifra ora contestata». «Il vero scandalo sono i 400 miliardi di euro che pur stando in Padania vengono gestiti da leggi stabilite dai nostri cuginetti terroni», ha infine concluso Alberto Torazzi, prima di prendersela con i tre parlamentari della Lega che già un anno fa avrebbero presentato un esposto in Procura sul conto del tesoriere Belsito: «Spero che questa notizia sia falsa, perché ricorrere alla magistratura italiana, invece che risolvere internamente il problema, sarebbe la cosa che mi rattristerebbe di più, poiché vorrebbe dire che noi abbiamo ancora in giro personaggi che credono di poter avere giustizia e legalità passando dagli apparati dello Stato italiano, mentre dovremmo avere invece il coraggio degli irlandesi e dei baschi». Un riferimento al «coraggio» degli irlandesi e dei baschi, ovvero all'abbandono della via non-violenta fino ad oggi tenuta dal Carroccio, anche nelle parole dell'eurodeputato Mario Borghezio, pure lui intervenuto su Radio Padania:«Sarebbe stato da pazzi pensare che l'unico movimento che si oppone al governo della Trilaterale e del Club Bilderberg non si dovesse aspettare una qualche grande puttanata, ma stiano ben attenti a non tirare troppo la corda questi signori che vomitano contro Bossi e contro la Lega, perché forse la colpa di noi patrioti padani è di essere troppo pacifici, ma molti di noi la pensano esattamente come i baschi, e io sono uno di quelli». Contrario alla via gandhiana anche Giuliano Citterio, speaker dell'emittente: «E' l'inizio della nuova dittatura romana contro il popolo padano: spero che contro i feroci colonizzatori di oggi si metta in cantina Gandhi». E su Radio Padania si è fatto sentire lo stesso Umberto Bossi, il quale, dopo aver ribadito la tesi del complotto («Questo è il Sistema che si difende, perché com'è possibile che noi abbiamo un amministratore collegato a famiglie dell'ndrangheta e nessuno lo abbia fermato prima, avvisandoci?»), ha meglio spiegato le ragioni delle proprie dimissioni: «L'ho fatto per il movimento, che così può meglio liberarsi delle beghe; ma anche per me, perché fossi rimasto lì avrei dovuto procedere a eventuali interventi sui figli». Insomma ragioni di convenienza personale, non solo l'immagine agiografica del leader che, tra le lacrime dei militanti, si immola per la Causa («l'unico segretario che, appena lambito dal sospetto, abbia avuto il coraggio di dimettersi»). L'impressione, per la verità, è che davvero Bossi, più che un passo indietro, abbia voluto fare un passo di fianco, per lasciare agli altri il lavoro 'sporco' e tornare in pista a 'pulizie' ultimate: «Nessuno all'interno della Lega può farmi le scarpe: tra pochi mesi c'è il Congresso, e saranno il Congresso e la militanza a riprendere in mano le regole», ha rassicurato Bossi a conclusione del suo intervento. Non sarebbe quindi un caso se qualcuno nel Consiglio federale mal vedesse le dimissioni del segretario, il quale, rimanendo in carica fino al Congresso del autunno, sarebbe stato trascinato a fondo assieme al "cerchio magico". Con le sue dimissioni, la base si è invece ricompattata attorno a quello che Roberto Ortelli, conduttore di Radio Padania Libera, in questa settimana di Pasqua oramai definisce, in termini escatologici, un «Dio»: «Il Venerdì santo ci insegna che dal dolore più grande, dalla crocifissione e dal deicidio, nasce la gioia più grande, la certezza della Salvezza, la resurrezione del Dio vero, del Re dei Re, e del suo trionfo sul Male». Nell'attesa della Redenzione, sulle pagine Facebook di area leghista si susseguono gli appelli a mettere da parte le divisioni tra "maroniani" e "cerchisti", mentre si moltiplicano gli strali contro le origini meridionali di Belsito («terrone sei e terrone resterai», «mai fidas dì terù!», «prima o poi il terrone ti incula»), Rosy Mauro («sangue non mente», «questa è la prova provata che i terrun son terrun senza eccezioni», «mi sono sempre chiesta cosa ci facesse questa faccia da terrona sul palco della Lega») e Manuela Marrone, moglie del Senatur: «Sarà un caso, ma dall'interno ci hanno rovinato i meridionali». E se qualcuno annota, sarcastico, che «non si dice terrone, altrimenti ci criticano», altri, come la sezione Lega Nord di Cairate, rilanciano: «Vero, non si dice terrone: si dice terronazzo!». Il peggiore, un militante dei giovani padani di Torino: «Purtroppo ho il cognome terrone per un mio lontano parente, ma per fortuna io sono nato in Padania e la maggior parte dei terroni mi fanno schifo, non hanno voglia di fare un cazzo e puzzano che sembra che non si lavano da 100 anni». Bene. Qualcuno di loro, però, mi deve spiegare la propria genealogia e l’origine del proprio cognome: giusto per capire quanto puro sia il loro sangue celtico e quanto invece sia discendete da meridionali rinnegati, che dal Sud sono stati costretti ad espatriare.

E su Di Pietro e il finanziamento o rimborso spese  all’Italia Dei Valori? Stare dalla parte dei magistrati paga? Filippo Facci su “Libero Quotidiano”: «Di Pietro spudorato, faccia di tolla sui soldi a IdvTonino, altra sparata: se la prende con la legge sui rimborsi elettorali. Proprio lui che l'ha sfruttata in ogni modo.» Sul serio, che dobbiamo fare con Di Pietro? Dobbiamo continuare a censire giornalmente tutte le cazzate che spara? Ditecelo, perché dobbiamo prendere una decisione. Aveva detto che Monti ha i suicidi sulla coscienza: proprio lui. Poi ha detto che «la legge sui rimborsi elettorali permette ai politici di fare quello che vogliono»: proprio lui. Lui che ha affiancato l'Italia Dei Valori con un'associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e da Silvana Mura (tesoriera), nel cui consiglio si può entrare solo con il consenso del Presidente (Di Pietro), al quale vanno  tutti i soldi del finanziamento pubblico, mentre il Partito e le singole campagne elettorali sono finanziati coi soldi degli iscritti; il presidente del partito inoltre corrisponde al presidente a vita dell'associazione (cioè a Di Pietro) e la Tesoreria del partito appartiene alla tesoriera a vita dell'associazione (cioè a Silvana Mura) e insomma: saluti dalla Corea del Nord. Parliamo dell'uomo che ha acquistato appartamenti che affittava al Partito (cioè a se stesso) per cifre mensili che andavano a coprire e superare le singole rate del mutuo che frattanto aveva acceso: in pratica, col denaro pubblico gestito dal partito, cioè gestito da lui, si comprava case. E allora che facciamo, continuiamo? Vale la pena?

'E' successo a mia insaputa': il resoconto di Riccardo Pennisi su “L’Espresso”. Sembra essere diventato il nuovo tormentone, l'alibi perfetto per ogni situazione incresciosa. Da Scajola a Rutelli, da Diliberto alla casa risistemata di Bossi, un imbarazzante catalogo di autodifese. Negli ultimi tempi, sulla scia della celebre autodifesa di Claudio Scajola, sono sempre di più gli uomini politici pronti a giurare che gli affari che li riguardano accadono a loro insaputa. Gli esempi sono tanti: da chi si stupisce per il malaffare che lo circonda, a chi giura vendetta contro chi gli paga una casa o una vacanza, fino a chi non riesce proprio a credere di non essere un latin lover.

"Denuncerò chi ha utilizzato i soldi della Lega per sistemare casa mia. Io non so nulla di queste cose. Avendo pochi soldi non ho ancora finito di pagare le ristrutturazioni della mia casa".Umberto Bossi, 3 aprile 2012. Il segretario della Lega reagisce così all'inchiesta sull'uso dei fondi del partito, che vede coinvolto il tesoriere Francesco Belsito.

"Ridicolo e provocatorio. Le attività di Luigi Lusi sono state condotte solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita". Francesco Rutelli, 2 aprile 2012. Il presidente dell'Api parla alla Procura di Roma, che indaga sull'appropriazione di 18-20 milioni da parte dell'ex tesoriere della Margherita Lusi.

"Non avevo minimamente notato lo slogan sulla maglietta". Oliviero Diliberto, 20 marzo 2012. Il segretario del Pdci si era appena fatto fotografare accanto a una manifestante che indossa una maglietta con la scritta "Fornero al cimitero". Un video dimostra che Diliberto e la donna chiacchierano a lungo prima di farsi la foto insieme.

"Sono stato un fesso ad accettare quelle quattro spigole e le 50 cozze pelose. Le ho dovute mettere nella vasca da bagno. Non sapevo che i Degennaro (autori del regalo ndr) fossero corrotti". Michele Emiliano, sindaco di Bari, giustifica così i suoi rapporti con Gerardo e Daniele Degennaro, imprenditori, uno consigliere regionale del Pd, l'altro presidente regionale di Federalberghi, arrestati per corruzione, frode e numerosissimi falsi. 18 marzo 2012.http://imageceu1.247realmedia.com/0/default/empty.gif

"Io non mi sono accorto di niente". Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi, provincia di Trapani. 6 febbraio 2012. Il suo comune è stato da poco sciolto per infiltrazione mafiosa. Nel 2011, l'ex deputato Dc Giuseppe Giammarinaro subisce il sequestro di 35 milioni in un'operazione dell'antimafia di Palermo sul condizionamento delle amministrazioni locali. Due mesi fa, Sgarbi ha nominato Giammarinaro vicesindaco.

"Chiesi con insistenza all'albergo chi avesse pagato il mio conto. Mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy. Quindi ignoro chi sia stato e perchè". Carlo Malinconico, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, 3 gennaio 2012. Le vacanze di Malinconico sono state pagate dall'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli, coinvolto nell'inchiesta sulla "cricca" che indaga su appalti e vantaggi ricevuti da alcuni dirigenti pubblici in cambio di favori e regali.

"Ho detto quella frase a mia insaputa. Ma non è un mio pensiero.

Fini non è un maiale. Forse ho detto meno male". Francesco Storace, 14 novembre 2011. Al congresso de La Destra, Storace chiede le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera gridando "maiale, maiale traditore!".

"Gli investimenti in Tanzania? Io non ne sapevo niente". Roberto Maroni, 12 gennaio 2011. L'ex ministro dell'Interno si indigna quando scopre che il tesoriere della Lega Belsito (oggi in arresto) utilizzava i rimborsi elettorali per operazioni finanziarie in Tanzania.

"Non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato". Gianfranco Fini, 8 agosto 2010. Il presidente della Camera si dichiara stupito di apprendere che una parte del patrimonio immobiliare della vecchia AN sia passato nelle disponibilità di Giancarlo Tulliani, fratello minore della sua compagna Elisabetta.

"Forse mi hanno fatto un regalo a mia insaputa. Se trovo chi è stato...". Il 4 maggio 2010 Claudio Scajola, in una conferenza stampa, commenta così il dono ricevuto da Diego Anemone. Il faccendiere accusato di aver ricevuto appalti dalla Protezione Civile grazie alla corruzione, ha contribuito con 900.000 euro all'acquisto dell'appartamento di 180 mq con vista sul Colosseo in cui vive l'ex ministro dello Sviluppo economico. I due saranno processati dalla procura di Roma.

"A me piace la conquista, altrimenti non c'è gusto. Se nelle mie residenze c'erano delle prostitute, vuol dire che qualcuno le ha intrufolate a mia insaputa"."Non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie". Silvio Berlusconi difende il proprio onore, maggio-agosto 2009.

DALLA PARTE DEI CITTADINI ??

 "Questo è un Paese che fa quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale l'anno, un chilometro quadrato di regole all'anno". Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, a Levico Terme, il 13 giugno 2010, ospite della Festa nazionale della Cisl. "Abbiamo una quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l'effetto di un blocco oltre il bisogno, di una ragnatela, che fa anche paura", ha aggiunto il ministro, sottolineando la presenza di un "labirinto di leggi".

Le leggi in Italia non si sa con certezza quante siano. Si parla di diverse decine di migliaia e c'è chi azzarda che siano più di centomila. Poco meno di 100mila sono le leggi in Italia secondo una ricerca condotta dal servizio studi della Camera tra le quali 18mila di carattere regionale e 10mila comunitarie. Il massimo esperto di diritto amministrativo Sabino Cassese, pare che sia riuscito ad inventariarle, dice che sono oltre 160.000 le normative primarie, per non parlare delle regionali e comunitarie. Il professor Sabino Cassese, uno dei responsabili della commissione per la delegificazione istituita presso la Presidenza del Consiglio. Secondo uno studio fatto all' Università di Genova, siamo a quota 200 mila. E' facile dunque intuire quanto sia complicato, anche per gli "addetti ai lavori", orientarsi fra le migliaia di testi che aumentano di giorno in giorno. Le difficoltà aumentano quando si passa alla consultazione perché quando meno te lo aspetti comincia l'avventura dei "rinvii" ad altre leggi . Non credo vi sia al mondo nessuna burocrazia, così oppressa. Sfido qualsiasi burocrazia ad applicare e a far rendere efficiente un sistema così.

Da anni il dr. Antonio Giangrande, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia ed autore del libro "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo" propone ai Parlamentari eletti di votare una legge, in cui si preveda l'obbligatorietà del Difensore Civico amministrativo presso gli enti pubblici, per la tutela della comunità contro gli sprechi ed i disservizi della Pubblica Amministrazione, e, più importante, si preveda la figura del Difensore Civico giudiziario presso ogni Corte d'Appello, per la tutela del cittadino contro abusi ed omissioni degli operatori della Giustizia e della Sicurezza. Risultato: lettera morta.

L'Italia ha ricevuto circa 90 raccomandazioni per la violazione dei diritti degli immigrati, dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Il Gruppo di lavoro della Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha criticato il nostro Paese per i centri di identificazione ed espulsioni. Lo ricorda Amnesty International, che ha presentato il rapporto sulla «Situazione dei diritti umani nel mondo», dal quale «viene fuori che l’Italia è un Paese pieno di lacune».

L'introduzione del reato di immigrazione clandestina, si legge nel rapporto, «potrebbe dissuadere gli immigrati irregolari dal denunciare i reati subiti e ostacolare il loro accesso a istruzione, cure mediche e altri servizi pubblici per il timore di denunce». Inoltre «gli sforzi da parte delle autorità per controllare l'immigrazione hanno messo a repentaglio i diritti di migranti e richiedenti asilo». «A noi - nota la responsabile dello studio per la parte italiana, Giusy D'Alonzo - non sembra che l'insicurezza nella vita degli immigrati abbia portato maggiore sicurezza per gli italiani», mentre il risultato più evidente è che i richiedenti asilo sono calati in un anno dai 31 mila ai 17 mila. Ma la violazione dei diritti degli stranieri non è limitata all'Italia, Amnesty parla di «esplosione di xenofobia e razzismo» in tutta Europa. Il nostro Paese, però, stando al rapporto, «ha continuato ad espellere persone verso luoghi in cui erano a rischio di violazioni di diritti umani» - ovvero la Libia - «senza valutare le loro necessità di asilo e protezione internazionale. I governi italiano e maltese in disaccordo sui rispettivi obblighi di condurre operazioni di salvataggio in mare, hanno lasciato i migranti per giorni senza acqua e cibo, ponendo a grave rischio le loro vite».

L'associazione per i diritti umani punta il dito anche sulla mancanza di norme specifiche contro il reato di tortura, senza il quale sono potenzialmente sempre presenti i rischi di casi come quello del giovane Cucchi. «Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonchè segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse», dice Amnesty. L'Italia, infatti, ricorda l'ong, «a distanza di decenni non ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura», di conseguenza i maltrattamenti commessi da pubblici ufficiali in servizio vengono perseguiti come reati minori. Tra i casi citati, tra gli altri, anche quello di Emmanuel Bonsu, il ragazzo di origine ghanese, pestato e insultato a Parma e i maltrattamenti inflitti nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Amnesty chiede per questo «l'adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti», come previsto dal Protocollo della Convenzione, «un'istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione» e «un organismo di denuncia degli abusi della polizia».

Lo Stato italiano deve risarcire le vittime di violenza sessuale (e di altri reati contro la persona) se il colpevole, per varie ragioni, non lo fa. È questo il senso di una sentenza con cui il tribunale civile di Torino ha condannato la Presidenza del consiglio dei ministri a versare 90 mila euro a una giovanissima studentessa piemontese che nel 2005 venne aggredita da due stranieri. Il giudice, Roberta Dotta, ha accolto la richiesta presentata dagli avvocati dello studio legale, i quali non hanno fatto altro che ricordare come lo Stato italiano, unico caso in Europa insieme alla Grecia, non si sia ancora allineato a una direttiva comunitaria del 2004 (Il cittadino europeo che subisca un reato intenzionale violento in uno Stato membro diverso da quello in cui risiede abitualmente, potrà presentare la domanda di risarcimento presso un'autorità o qualsiasi altro organismo dello stato in cui risiede.

E' quanto prevede la direttiva 2004/80/CE del 29 aprile 2004, il cui obiettivo è quello di garantire ad ogni cittadino europeo il diritto di ottenere un indennizzo equo e adeguato per le lesioni subite, indipendentemente dal luogo della Comunità europea in cui il reato è stato commesso).

Bisogna prevedere un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nel territorio da persone di qualsiasi nazionalità. L'Italia è inadempiente da molti anni. Grazie a questa sentenza, che giunge al termine di una causa pilota, adesso dovrà provvedere. I due imputati della violenza, entrambi stranieri, erano stati condannati in via definitiva, al termine del processo penale, a dieci anni e quattro mesi di reclusione, ma non avevano indennizzato la parte civile: non solo non avevano le risorse economiche, ma durante il giudizio di primo grado si erano resi latitanti (rintracciati all'estero, sono stati arrestati).

La Presidenza del Consiglio, tramite l'Avvocatura dello Stato, nel corso della causa si era difesa affermando che in Italia esistono già dei casi in cui è previsto l'indennizzo delle vittime (si tratta, per esempio, dei reati di mafia, usura, terrorismo ed estorsione), e aveva rivendicato una sorta di discrezionalità nella scelta dei delitti da includere nell'elenco. Il giudice, però, ha fatto notare che la direttiva del 2004 impone agli Stati «di prevedere un meccanismo indennitario per tutti i reati intenzionali violenti e dunque anche per i reati di violenza sessuale, reati contro la persona di evidente natura violenta e intenzionale».

La sentenza colma finalmente una grave lacuna che ci distingueva, in negativo, dagli Stati europei.

Ma c'è ancora una differenza: oggi le vittime colpite da questi reati in territorio italiano non hanno un fondo cui rivolgersi e si trovano costrette a ricorrere ai tribunali affrontando, come nel nostro caso, un vero e proprio processo.

C'è il rischio di un elevatissimo numero di cause civili contro la Presidenza del Consiglio, con costi per lo Stato e aggravi ulteriori per le vittime. L'auspicio, dunque, è di una legge che dia concreta attuazione alla direttiva, evitando alla magistratura di dover sopperire alle carenze del Governo e del Parlamento.

Il gratuito patrocinio dovrebbe essere la tutela per il diritto di difesa dei più poveri e per questo motivo la parte politica di riferimento, secondo le loro enunciazioni, dovrebbe essere la “sinistra”. Guarda caso, però, fu proprio il Governo “D’Alema” con la legge 134 del 2001 a prevedere l’obbligatorietà della scelta del difensore iscritto nell’elenco tenuto dal Consiglio dell’Ordine. In questo modo il povero non può più scegliersi l’avvocato di fiducia pagato dallo Stato, quant’anche non sia iscritto nell’elenco, com’era prima, ma gli viene imposto un avvocato che a tutti gli effetti è un avvocato di ufficio.

Il Governo “Prodi” vara un disegno di legge sull’editoria. Nel silenzio generale, esso è approvato formalmente dal Consiglio dei Ministri n. 69 del 12 ottobre 2007. La norma prevede l’iscrizione al Registro degli Operatori della Comunicazione a tutti coloro che operano nel campo dell’informazione, sia editoriale e non, sia profit e non, sia professionale e non. E' un attacco agli internauti, alla libera informazione mediatica ed ai blog.

Il Governo “Berlusconi” vara il decreto legge n. 200, approvato il 22 dicembre 2008 (Misure urgenti in materia di semplificazione normativa), che elimina il decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944:  una norma che tutela chi reagisce ai soprusi dei pubblici ufficiali. Il D.L. ha tagliato 29mila leggi che vanno dal 1861 al 1947, tra cui anche il testo del 1944 senza accorgersi che così ha privato il cittadino di una garanzia dell'ordinamento democratico contro gli eccessi arbitrari dei funzionari pubblici: e cioè la norma che esime il cittadino dalle ricadute penali di talune sue reazioni ad atti arbitrari o illegali dell'Autorità pubblica. Insomma all'uso scorretto del potere discrezionale dei rappresentanti lo Stato. Quello che subisca un fermo per motivi infondati, quello che allo stadio si ritrovi vittima di azioni immotivate delle forze dell'ordine, quello che in piazza veda equivocato il proprio ruolo nel parapiglia di una manifestazione politica, quello che in udienza abbia un acceso confronto con un giudice prepotente, si ritrova più indifeso rispetto a potenziali soprusi di Stato.

Oggi in un regime apparentemente liberticida e garantista, ci ritroviamo a dover rimpiangere leggi promulgate in tempi di guerra.

Questo è il paradosso italiano: nulla è vero di tutto quello che appare.

Il Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli (Lega Nord) il 24 marzo 2010 ha dato fuoco a 375.000 leggi inutili o dannose. Il gesto simbolico per far arrivare ai cittadini l'immagine di un lavoro di oltre un anno e mezzo. Un muro di scatoloni lungo 16 metri, da abbattere a picconate e poi da bruciare. Il tutto fatto da un Ministro ed in presenza di Pubblici Ufficiali.

Peccato che tra quelle bruciate non ci fosse il Decreto legislativo 152/2006, riguardo lo smaltimento, commercio e intermediazione dei rifiuti, che prevede notevoli pene pecuniarie e risvolti di carattere penale se lo smaltimento avviene in modo illecito.

In questo caso la violazione di legge a lui non è stata applicata.

Però, a tal proposito, gli agricoltori sono oggetto di controlli presso i loro fondi agricoli sui quali si procede, così come accade da secoli, alla bruciatura dei residui di potatura. I controlli si concludono con l’apertura di procedimenti penali a carico dei contadini per la violazione delle norme sui rifiuti. Agli agricoltori viene contestata, appunto, la violazione del Decreto legislativo 152/2006 (Testo Unico di norme in materia ambientale), riguardo lo smaltimento, commercio e intermediazione dei rifiuti, che prevede notevoli pene pecuniarie e risvolti di carattere penale.

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia.
In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro.

A Manduria (TA), in data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera e della Prefettura di Taranto, finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). L’Ente pubblico in questo caso si assume l’onere del restante 10%.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.

Al sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

Si denuncia che “Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto o di altre città, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui i protocolli d’intesa con Prefetture ed Enti Locali per l’affidamento dei beni sono nulli  Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici. E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.
Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

PARLIAMO DI FONDI COMUNITARI

Le regioni del Sud hanno posto in essere "uno scandaloso percorso" nella gestione dei fondi comunitari. E' quanto ha sottolineato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, il 2 luglio 2010 nel corso dell'assemblea di Coldiretti. "C’è stato uno stanziamento di fondi comunitari sul programma 2007-2013 pari a 44 miliardi di euro. Questi signori ne hanno spesi solo 3,6 miliardi, mentre cresceva la protesta contro i tagli subiti, aumentavano i capitali non usati - ha evidenziato il ministro -. Più il Sud declinava, più i fondi salivano. Questa cosa è di una gravità inaccettabile". Secondo il ministro "la colpa non è dell'Ue né dei governi nazionali di destra o sinistra. La colpa è della cialtroneria di chi prende i soldi e non li usa".

PARLIAMO DI MORALITA’.

Generalmente si dice che i partiti rubano soldi ai cittadini con il finanziamento pubblico mascherato da rimborso elettorale. Mai si era sentito che i partiti fossero derubati essi stessi dai loro componenti. Bene. E’ successo anche questo.

Luigi Lusi, l'ex tesoriere della Margherita indagato per appropriazione indebita per aver preso dalle casse del partito 13 milioni di euro, prova a difendersi. Dice: "avevo bisogno di quei soldi e li ho presi. Ho lavorato dieci anni come amministratore...". Il senatore Pd si dice pronto a patteggiare la condanna. Ai magistrati si è detto pronto a restituire il maltolto. Ma la proposta di fidjussione che è già stata depositata - secondo quanto scrive il Corriere - copre 5 milioni di euro. Una cifra di gran lunga inferiore rispetto a quello che sarebbe l'importo del maltolto. Lusi ha spiegato che il resto dei soldi è servito a pagare le tasse, ma non è apparso convincente e bisognerà effettuare nuove verifiche. Il partito accetterà l'offerta di Lusi per la restituzione di soli 5 milioni. Nell'attesa i magistrati stanno valutando l'eventualità di disporre il sequestro cautelativo dei beni immobili ma anche di convocare quei dirigenti di Democrazia e Libertà che sostengono di aver chiesto una verifica dei bilanci già nei mesi scorsi, ma di non aver ottenuto nessuna risposta.

Da “Panorama”  si apprende che la Margherita era stata già sciolta ma i soldi fluivano ancora dalle casse del partito che non era più, dissolto petalo dopo petalo e innestato nella Quercia, a quelle del suo tesoriere vivo, vegeto e sempre più florido. Dal conto corrente del (fu) partito di Rutelli e Parisi a quelli personalmente collegati all’ex capo dei Boy Scout e senatore del PD alla seconda legislatura, Luigi Lusi. Certo, la prima legge che ha infranto Lusi è proprio quella dei benemeriti Scout. Con l’aggravante grottesca di succhiare linfa a un ramo morto, un partito zomby che aveva perso la sua funzione politica ma continuava a svolgere una funzione reale di drenaggio fondi (pubblici) e relativa redistribuzione (privata). All’insaputa anche di chi di quel conto era cointestatario, cioè l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli.

Regola numero 8: “Lo Scout sorride e fischietta in tutte le difficoltà”.

Regola numero 9: “Lo Scout è economo”. Non sappiamo se Lusi, accusato di aver dirottato su società e conti propri o della famiglia quasi 13 milioni di euro di finanziamento pubblico a Democrazia e Libertà, abbia l’animo di fischiettare, come non fosse stato colto con le dita nella marmellata. Certo, “un economo” lo era. Probabile che sia rimasto ligio anche ad altre regole: essere cortese, amico degli animali, ubbidiente verso i genitori e il Capo Pattuglia, amico di tutti e fratello di ogni altro Scout. Ma ha inciampato, magari sorridendo, sulla regola numero 1 della Legge dello Scout (“L’onore di uno Scout è di esser creduto”), la 2, sulla fedeltà alla Patria e ai datori di lavoro, e la 10: “Lo Scout è pulito nel pensiero, nella parola e nell’azione”.

Rutelli oggi è parte lesa, degli intrallazzi del suo tesoriere non sapeva né aveva sospettato nulla. Chi, invece, aveva subodorato la truffa e protestato e chiesto lumi nelle riunioni da zombi della Buonanima Margherita è il professor Arturo Parisi. Una voce di bilancio fantasma di 4 milioni di euro, per esempio, Lusi l’avrebbe giustificata come obolo per Dario Franceschini nelle primarie contro Bersani. Ma Franceschini nega. Gli altri, da Gentiloni a Fioroni, da Bianco a Santagata, per arrivare ai confluenti della Quercia con in testa lo stesso Bersani, dicono che nulla sapevano e nulla si immaginavano. Il bilancio era stato pubblicato sull’organo della Margherita, Europa. Per quel che vale. Ma la cosa più incredibile è che i soldi erano veri, e infatti si sono trasformati al tocco della bacchetta magica di Lusi in una villa a Genzano e un appartamento milionario in una delle più eleganti vie del centro di Roma, dietro Campo de’ Fiori, e in flussi milionari in più tranche (per non dare nell’occhio) verso una società collegata a Lusi in cambio di consulenze di facciata.

Vizi privati e pubbliche virtù: quando il Tribunale di Milano decise di non ammettere il patteggiamento per gli imputati nel fallimento Parmalat, Lusi, che oggi sembra voglia chiedere il patteggiamento, esultò perché erano state “riconosciute le ragioni di decine di migliaia di italiani che hanno visto azzerati i loro risparmi in uno degli scandali finanziari più catastrofici della storia d’Italia. Una decisione che conforta chi crede che nel nostro Paese le leggi ci siano e vadano rispettate”. Inquieta pensare che uno come lui abbia ricoperto nella sua carriera incarichi da consigliere giuridico del Comune di Roma per le politiche della casa e della sicurezza, delegato del sindaco, poi nelle municipalizzate Metroferro e Trambus, tesoriere nella campagna elettorale del 2001 di Rutelli per Palazzo Chigi, infine “cassiere” della Margherita. Che già era un fossile della politica. Ma un fossile d’oro.

Luigi Lusi ha ammesso di aver sottratto 13 milioni di euro dai bilanci della Margherita. Come hanno reagito alla vicenda gli ex dirigenti di quel partito? E che cos'hanno detto al “L’Espresso” i colleghi di Lusi di oggi, cioè i vertici di del Pd? Ecco qua:

«Lusi? Affari suoi. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà.» (Rosy Bindi).

«Mi sembra che si stia parlando di una persona diversa da quella che conosco.» (Roberto Giachetti).

«Io non do mai giudizi prima di aver letto le carte ma di certo Lusi riscuoteva la fiducia di tutti, erano riconosciute le sue capacità di tesoriere.» (Giuseppe Fioroni).

«Siamo incazzati e addolorati. La Margherita intende recuperare tutto il maltolto.» (Francesco Rutelli, ex leader Margherita).

«C'erano alcune voci opache. Somme consistenti in uscita che non convincevano. Per questo chiesi di sospendere l'assemblea per avere tempo di leggere meglio il bilancio. Ma eravamo in scadenza dei termini per l'approvazione del bilancio e quindi si andò avanti. Ma ottenni che si istituisse un organismo di verifica. Però questa commissione non veniva mai convocata. Alla fine si decise una data. Era novembre. Io tornai da un viaggio in Cina per partecipare. Ma la riunione andò deserta. Non venne nessuno». (Arturo Parisi).

«Noi non ne sapevamo niente». (Pierluigi Bersani).

«Le voci del bilancio erano troppo riassuntive e chiesi chiarimenti. Infatti l'assemblea di fine giugno andò per le lunghe e alla fine il bilancio preventivo 2011 non fu votato e il chiarimento rinviato a un organismo ad hoc. Sono molto turbato, è un'accusa che addolora.» (Pier Luigi Castagnetti).

«Questa storia meno si commenta e meglio è»; «In passato ho contestato in più di un'occasione l'integrità dei processi di rendicontazione e la trasparenza dei bilanci»; «E' da tre anni che non ci è consentito di vedere i bilanci e, conseguentemente, di approvarli»; «E' una storia strana. Va bè che Lusi gestiva con abbondante autonomia i bilanci, ma c'è un revisore dei conti. Un comitato di tesoreria politico, composto da tante persone, mica da uno solo. Sono troppi soldi, la cosa non si spiega...»; «Mi sembra sia riuscito a bypassare troppi controlli.» (Renzo Lusetti).

«Ho chiesto più volte le carte e non me le hanno date. Le cose che so le dirò ai giudici, se mi chiameranno.» (Giulio Santagata. In seguito ha precisato: «Era solo una conversazione scherzosa»).

«Il potere amministrativo, in base allo Statuto, era interamente nelle mani del senatore Luigi Lusi: persona da tutti stimata.» (dalla nota diffusa dalla Margherita dopo lo scoppio dello scandalo).

IL PARLAMENTO DEGLI INQUISITI

Sono 84 i rappresentanti del popolo che hanno questioni aperte con la giustizia. Tra i reati ci sono quelli tipici della politica (corruzione, concussione ecc.), ma crescono quelli da legami con organizzazioni mafiose. Alcuni, invece, si portano dietro condanne legate agli anni di piombo.

L'ELENCO  pubblicato  da  “La Repubblica”

Gli 84 sotto accusa. Un database dettagliato con tutti i nomi dei parlamentari nei 'guai' con la giustizia. Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono deputati e senatori con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio. E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all'associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria. Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.

 

Nome

Partito

In Parlamento

Procedimento giudiziario

Abrignani Ignazio

PDL

CAMERA

Indagato per dissipazione post-fallimentare

Angelucci Antonio

PDL

CAMERA

Indagato per associazione a delinquere, truffa e falso

Aracu Sabatino

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio nella sanitopoli abruzzese

Barani Lucio

PDL

CAMERA

Richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio

Barbareschi Luca

GRUPPO MISTO

EX PDL - FLI

CAMERA

Indagato per abusivismo

Berlusconi Silvio

PDL

CAMERA

Sotto processo per frode fiscale (Mediaset), corruzione in atti giudiziari (Mills), frode fiscale e appropriazione indebita (Mediatrade), prostituzione minorile e concussione aggravata (Ruby), diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo, abuso d’ufficio (Trani). Altri reati prescritti o estinti per amnistia

Bernardini Rita

PD

CAMERA

Condannata nel 2008 a quattro mesi per cessione gratuita di marijuana, pena estinta per indulto

Berruti Massimo Maria

PDL

CAMERA

Condannato in appello a due anni e dieci mesi per riciclaggio

Bosi Francesco

UDC

CAMERA

Indagato per abuso d'ufficio

Bossi Umberto

LEGA NORD

CAMERA

Condannato per finanziamento illecito

Bragantini Matteo

LEGA NORD

CAMERA

Condannato in appello per propaganda di idee razziste

Brancher Aldo

PDL

CAMERA

Condannato in appello a due anni per appropriazione indebita e ricettazione

Calderoli Roberto

LEGA NORD

SENATO

Prescrizione per tafferugli

Caliendo Giacomo

PDL

SENATO

Indagato per violazione della legge Anselmi sulle società segrete (inchiesta nuova P2)

Camber Giulio

PDL

SENATO

Condannato im via definitiva a 8 mesi per millantato credito

Cantoni Gianpiero Carlo

PDL

SENATO

Ha patteggiato una pena di 2 annui per concorso in corruzione e bancarotta fraudolenta

Caparini Davide

LEGA NORD

CAMERA

A processo per resistenza a pubblico ufficiale (reato prescritto)

Carra Enzo

UDC

CAMERA

Condannato per false dichiarazioni al pm

Castagnetti Pierluigi

PD

CAMERA

Rinviato a giudizio e poi prescritto per le presunte tangenti nel ‘91-‘92 sulle concessione dell’Istituto vendite giudiziarie di Ancona

Castelli Roberto

LEGA NORD

SENATO

Condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti

Cesaro Luigi

PDL

CAMERA

Indagato per associazione camorristica

Ciarrapico Giuseppe

PDL

SENATO

Quattro condanne in via definitiva: violazione della legge che tutela il lavoro minorile, ricettazione fallimentare, finanziamento illecito ai partiti, bancarotta fraudolenta

Cosentino Nicola

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione camorristica

Crisafulli Vladimiro

PD

SENATO

Condannato a cinque mesi, pena sospesa, per l’occupazione di un’autostrada per protestare per la mancata apertura dell’Università di Enna. Rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio per la pavimentazione fatta con fondi pubblici di una strada che porta alla sua villa

Cursi Cesare

PDL

SENATO

Indagato per corruzione

De Angelis Marcello

PDL

CAMERA

Condannato a 2 anni e mezzo per banda armata

Del Pennino Antonio

GRUPPO MISTO

EX PRI

SENATO

Condannato per finanziamento illecito

Di Stefano Fabrizio

PDL

SENATO

Richiesta di rinvio a giudizio per corruzione

D’Alì Antonio

PDL

SENATO

Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa

Enzo Galioto

UDC

SENATO

Condannato in primo grado per falso in bilancio

Esposito Stefano

PD

CAMERA

Indagato, ha versato un'oblazione di duemila euro per evitare l’accusa di aver violato la legge elettorale

Farina Renato

PDL

CAMERA

Condannato a sei mesi per favoreggiamento, condannato per diffamazione

Fazzone Claudio

PDL

SENATO

Rinviato a giudizio per abuso d’ufficio

Firrarello Giuseppe

PDL

SENATO

Condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per turbativa d’asta

Fitto Raffaele

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per corruzione, abuso d’ufficio, peculato, finanziamento illecito ai partiti

Galati Giuseppe

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per associazione a delinquere e truffa

Genovese Francantonio

PD

CAMERA

Indagato per abuso d’ufficio per affidamenti fatti durante la sua sindacatura a Messina a un’azienda di servizi

Grassano Maurizio

I RESPONSABILI

EX LEGA NORD

CAMERA

Sotto processo per truffa

Grillo Luigi

PDL

SENATO

Condannato in primo grado a un anno e otto mesi per reati bancari nel processo sulla scalata Bpi/antonveneta. Indagato per truffa sulla Tav Milano-Genova: prescritto

Iapicca Maurizio

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per false fatture, falso in bilancio e abuso d’ufficio: prescritto

La Malfa Giorgio

GRUPPO MISTO

PRI

CAMERA

Condannato per finanziamento illecito

Laganà Maria Grazia

PD

CAMERA

Rinviata nel 2010 a giudizio per falso e abuso d’ufficio ai danni dell’Azienda sanitaria di Locri

Landolfi Mario

PDL

CAMERA

Indagato per concorso in corruzione

Lehner Giancarlo

I RESPONSABILI

EX PDL

CAMERA

Condannato per diffamazione

Lolli Giovanni

PD

CAMERA

Prescritto per il reato di favoreggiamento nell’inchiesta sulla missione Arcobaleno

Lombardo Angelo

GRUPPO MISTO

MPA

CAMERA

Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa

Lumia Giuseppe

PD

SENATO

Indagato per diffamazione. È stato querelato dal suo ex addetto stampa

Lunardi Pietro

PDL

CAMERA

Indagato per corruzione

Luongo Antonio

PD

CAMERA

Rinviato nel 2009 a giudizio per corruzione nell’inchiesta su affari e politica a Potenza

Malgieri Gennaro

PDL

CAMERA

Condannato dalla Corte dei Conti a risarcire - con altri 5 - 11 milioni per la nomina di Alfredo Meocci a dg della Rai

Marcello Dell'Utri

PDL

SENATO

Condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa

Maroni Roberto

LEGA NORD

CAMERA

Condannato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (pena commutata in multa)

Matteoli Altero

PDL

SENATO

Indagato per favoreggiamento

Messina Alfredo

PDL

SENATO

Richiesta di condanna a un anno per favoreggiamento alla bancarotta

Milanese Marco

PDL

CAMERA

Indagato per corruzione, rivelazione segreta e associazione a delinquere

Nania Domenico

PDL

SENATO

Condannato per banda armata. Condannato in primo grado per abusivismo edilizio: prescritto

Naro Giuseppe

UDC

CAMERA

Condannato a 6 mesi per abuso d'ufficio

Nespoli Vincenzo

PDL

SENATO

Indagato per bancarotta fraudolenta e riciclaggio

Nessa Pasquale

PDL

SENATO

Rinviato a giudizio per concussione

Orlando Leoluca

ITALIA DEI VALORI

CAMERA

Condannato per diffamazione

Papa Alfonso

PDL

CAMERA

Indagato a Napoli per corruzione

Papania Nino

PD

SENATO

Ha patteggiato una condanna a 2 mesi per aver scambiato regali e assunzioni quando era assessore regionale al Lavoro

Paravia Antonio

PDL

SENATO

Condannato in primo grado per corruzione: prescritto

Piso Vincenzo

PDL

CAMERA

Condannato in primo grado a 8 mesi per favoreggiamento

Pistorio Giovanni

GRUPPO MISTO

MPA

SENATO

Condannato dalla Corte dei conti per danno erariale

Pittelli Giancarlo

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per associazione a delinquere e truffa. Rinviato a giudizio per lesioni e minacce

Porfidia Americo

I RESPONSABILI EX IDV

CAMERA

Richiesta di rinvio a giudizio per tentata estorsione e favoreggiamento alla Camera

Rizzoli De Nichilo Melania

PDL

CAMERA

Indagata per concorso in falso

Romano Saverio

I RESPONSABILI EX UDC

CAMERA

Richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa

Rutelli Francesco

ALLEANZA PER L'ITALIA

SENATO

Condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti

Savino Elvira

PDL

CAMERA

Indagata per concorso in riciclaggio

Scapagnini Umberto

PDL

CAMERA

Condannato in primo grado a 4 mesi per abuso d’ufficio (nomina di un consulente) condannato in primo grado a 2 anni per abuso d’ufficio continuato e aggravato.

Scelli Maurizio

PDL

CAMERA

Condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 900.000 euro per irregolare acquisizione di servizi informatici ai tempi in cui era presidente della Croce Rossa

Sciascia Salvatore

PDL

SENATO

Condannato in via definitiva 2 anni e 6 mesi per corruzione

Serafini Giancarlo

PDL

SENATO

Ha patteggiato una condanna per corruzione

Simeoni Giorgio

PDL

CAMERA

Rinviato a giudizio per truffa

Speciale Roberto

PDL

CAMERA

Condannato a 18 mesi per peculato in appello

Tedesco Alberto

GRUPPO MISTO EX PD

SENATO

Agli arresti domiciliari, indagato per turbativa d'asta e corruzione

Tortoli Roberto

PDL

CAMERA

Condannato a 3 anni e 4 mesi per estorsione

Verdini Denis

PDL

CAMERA

Indagato per emissione fatture false e mendacio bancaria

Vizzini Carlo

PDL

SENATO

Indagato per corruzione aggravata dall’aver favorito la mafia. Condannato in primo grado per corruzione: prescritto

Zinzi Domenico

UDC

CAMERA

Condannato in primo grado per omicidio colposo

 Parlamento italiano: pomeriggio del 20 luglio 2011. Già è mortificante il fatto che in quei luoghi non si votino le leggi, ma le autorizzazioni alla custodia cautelare in carcere per alcuni dei suoi membri. Ma già li è chiaro: in Italia la legge, come l’etica e la morale, non è uguale per tutti. Se sei del centrodestra sono tutti d'accordo a sbatterti in galera, se sei del centrosinistra invece ti graziano. E' questa la triste verità che emerge dai voti che hanno spalancato le porte del carcere di Poggioreale per il deputato Pdl Alfonso Papa e hanno salvato il senatore Pd Alberto tedesco. Ed è la stessa triste verità che ispira il diverso trattamento concesso a Piergianni Prosperini, l'ex assessore lumbard finito ai domiciliari perché accusato di aver ricevuto delle tangenti per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina, e Filippo Penati del Pd, capo della segreteria politica di Bersani e consigliere regionale lombardo, ex sindaco di Sesto San Giovanni e Presidente della provincia di Milano, indagato perché avrebbe preso mazzette fino a 4 miliardi di lire. Questa è la giustizia all'italiana.

"Ho dimostrato a tutti di essere un uomo, chiedendo di votare per il mio arresto. Ma ora ho il dovere di restare al mio posto, in Senato". A Tedesco non lo sfiora nemmeno l'idea di lasciare la poltrona a Palazzo Madama. Assicura che andrà avanti, puntualizza che aspetterà che la magistratura faccia il suo lavoro e fa sapere che in futuro si batterà per l'abolizione della custodia cautelare. E, mentre il senatore piddì resta in parlamento, Papa ha già passato una notte in carcere. Eppure, come spiega il vicepresidente della Camera Antonio Leone, "a carico di Tedesco sussiste un impianto accusatorio ben più pesante di quello messo insieme per Papa dai pm napoletani". Finito nell'inchiesta che ha sconvolto la sanità in Puglia, l'ex assessore di Vendola è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso. Nel mirino dei pm di Bari ci sono i presunti appalti truccati e le nomine dei vertici dell'Asl: dal 2005 al 2009 la sinistra pugliese avrebbe, infatti, imposto i primari e gli imprenditori che avrebbero poi dovuto vincere le gare d’appalto. "La prassi politica dello spoil system - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppe de Benedictis - era talmente imperante nella sanità regionale da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta".

Di tutt'altro spessore le accuse rivolte a Papa, finito nell'inchiesta P4 portata avanti dai pm Henry Woodcock e Francesco Curcio della procura partenopea. I reati contestati sono: corruzione, concussione, estorsione e favoreggiamento personale. Secondo il gip di Napoli, Papa, Luigi Bisignani, Enrico La Monica e Giuseppe Nuzzo "promuovevano, costituivano e prendevano parte a una associazione per delinquere, organizzata e mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia". Insomma, per la procura di Napoli Papa avrebbe fatto parte di "un sistema informativo parallelo" al fine di acquisire informazioni sulle indagini e usarle per avanzare "indebite pretese e indebite richieste" sugli indagati.

Per i due politici indagati sono state usate due pesi e due misure diverse. Mentre il Pdl si è dimostrato garantista con entrambi i parlamentari, a Palazzo Madama i numeri ci dicono che tutti i 34 suffragi necessari a negare i domiciliari provengono dalle fila della sinistra....

Insomma, l'opposizione ha usato, come al solito, due pesi e due misure. Proprio come viene fatto dalla magistratura. Risulta infatti emblematico le indagini che, in questi giorni, hanno investito la Lombardia. Filippo Penati ieri, Piergianni Prosperini oggi. Il capo della segreteria politica di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. L'accusa è di aver preso tangenti per circa 4 miliardi di lire tra il 2001 e il 2002 per la riqualificazione di due ex aree industriali e per i servizi di trasporto dei comuni dell'Alto milanese. Un illecito che Penati avrebbe proseguito fino a dicembre dell'anno scorso. Il decreto di perquisizione firmato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia parla di "gravi indizi di colpevolezza", eppure su Penati non grava alcuna misura di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati dati per la seconda volta all'ex assessore lombardo Prosperini, accusato di corruzione e false fatturazioni in relazione alle tangenti "incassate" per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina.

"Il voto di ieri ha dato la conferma della doppia morale della sinistra che vota contro gli avversari politici e salva i suoi sodali". Con queste parole il viceministro Roberto Castelli ha sintetizzato il film andato in scena ieri in parlamento. "Ora si capisce perché i capigruppo Pd si sono lamentati del voto segreto: temevano giustamente che in tanti disobbedissero agli ordini - fa eco il Pdl Lucio Malan - sempre che non fosse tutta una sceneggiata finalizzata a salvare l’ex assessore alla Sanità". D'altra parte, a questo punto, è solo il leader Idv Antonio Di Pietro a chiedere a Tedesco di dimostrare un po' di coerenza e dimettersi. Il Pd tace.  

Non parliamo di questione morale, per carità. Quelli lì - quelli del Pd - mica ne vogliono sentire parlare. A partire dal leader Pier Luigi Bersani che si appiglia alle querele per far passare i giornalisti come una macchina del fango messa in moto per minare la superiorità dei democratici. Perché, dal sistema di tangenti che avrebbe orchestrato Filippo Penati, dall'amministrazione della sanità pugliese targata Alberto Tedesco e dall'affaire Enac che ha fatto scattare le manette per l'ex consigliere al ministero dei Trasporti di Bersani, Franco Pronzato (tanto per fare qualche esempio, solo gli ultimi in ordine cronologico), non si evince mica che in via del Nazareno qualche problema con la giustizia esiste. Macchè! Quelli lì - quelli del Pd - sono diversi, sempre e comunque. Diversamente ladri, magari, ma diversi, dice il Giornale.

Guai a parlare di questione morale, guai a dare il nome giusto alle cose: la parola "mazzetta" è off limit. Eppure, secondo una inchiesta di Panorama, dal Piemonte alla Sicilia sono oltre cento i membri del Partito democratico finiti nelle maglie della giustizia per i reati più diversi. "Una contabilità devastante - si legge - per il partito che ha sempre affermato la propria diversità e cha fatto della questione morale il proprio cavallo di battaglia".

Vallo a spiegare al Partito democratico che i reati non sono mai diversi a seconda di chi sia a infrangere la legge, che aver votato a favore della carcerazione del pdl Alfonso Papa e contro quella di Tedesco, che a negare sempre e comunque l'esistenza di una questione morale non giova affatto al dibattito.

«Il Partito Democratico? Premetto che ormai è una vicenda estranea ai miei interessi politici perchè ho ormai preso le distanze dopo alcune reazioni assolutamente smodate». Lo dice il senatore Alberto Tedesco in un'intervista a Radio Ies in cui spara a zero su Rosy Bindi.

«La Bindi parla di carcere da sette mesi, ma la stagione del '92 che l'ha resa protagonista non tornerà più. Rosy Bindi ricevette, come reso noto in un libro di Pomicino mai smentito, un finanziamento di 50 milioni dalla corrente andreottiana, nonchè dell'appoggio di Andreotti che la fecero salire al Parlamento europeo. Era il 1989. Prima era una sconosciuta. Nonostante ciò non si fece nessuno scrupolo nel condannare Andreotti, anche prima della conclusione del procedimento».

La lettura di Panorama dell’estate 2011 sotto l’ombrellone per i vertici del Partito democratico rischia di diventare il codice etico approvato nel 2008 e in particolare l’articolo 5, quello sulle «condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni». Infatti l’elenco di uomini del Pd coinvolti in inchieste della magistratura sembra un bollettino di guerra da aggiornare giorno per giorno.

I dirigenti di via Nazionale hanno tirato un sospiro di sollievo quando, martedì 26 luglio 2011, è arrivata l’ultima infornata di arresti in provincia di Pescara: tra i fermati anche l’ex presidente del consiglio regionale Mario Roselli e il sindaco di Spoltore, Franco Ranghelli, entrambi recentemente fuoriusciti dal Pd (Ranghelli è stato espulso). In ogni caso c’è poco da stare allegri: il 21 luglio 2011 sono stati perquisiti uffici e abitazione del vicepresidente del consiglio regionale lombardo ed ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, Filippo Penati, nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti milionarie, mentre il 28 giugno sono scattate le manette per Franco Pronzato, ex consigliere al ministero dei Trasporti di Bersani e di Claudio Burlando. In questa inchiesta i pm romani contestano le presunte mazzette pagate dagli imprenditori Viscardo e Riccardo Paganelli per agevolare il proprio lavoro in diverse regioni «rosse», dalla Toscana all’Umbria fino alle Marche. Una giaculatoria di nomi che turba i piani alti del Pd. L’ordine di scuderia è quello di dimettersi una volta colti con le mani nel sacco. Ma qualcuno resiste. O, se si dimette, viene richiamato all’ovile. Come è successo a Michele Mazzarano, ex dirigente del Pd pugliese, candidato alle elezioni comunali nella sua Massafra (Taranto), a cui il segretario regionale Sergio Blasi ha chiesto di riprendere il proprio posto. Il senatore Alberto Tedesco, invece, si è dimesso, dopo che i compagni di partito lo avevano salvato a Palazzo Madama dalla richiesta di arresto.

Esattamente 30 anni fa, il 28 luglio 1981, uno dei padri nobili del partito, Enrico Berlinguer, lanciava un anatema che oggi suona beffardo, quasi una profezia al contrario: «La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti» disse in una celebre intervista a Repubblica, «fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati». Per l’allora segretario del Pci «ladri, corrotti, concussori delle alte sfere della politica e dell’amministrazione» andavano «scovati», «denunciati», «messi in galera».

All’epoca Massimo D’Alema era segretario pugliese dei comunisti e la sua affettuosa biografia su Wikipedia ci informa che dopo l’intervista di Berlinguer «si attestò sulla stessa posizione e cominciò una dura battaglia per impedire al Psi di fare della Puglia una solida base politica e di potere». Oggi, però, sono le marachelle dei suoi amici e sostenitori a creare il maggiore imbarazzo al Pd. Soprattutto in Puglia, dove, per esempio, è stato recentemente condannato e rinviato a giudizio l’ex sindaco di Gallipoli, quel Flavio Fasano di cui D’Alema è stato pure «compare» di nozze.

In verità le vicissitudini giudiziarie del Pd attraversano tutte le correnti e quasi tutte le regioni. Sono ormai decine, se non centinaia, i casi di malaffare o furberia di cui sono protagonisti personaggi e amministratori del partitone della sinistra. Panorama ha fatto un piccolo censimento e ha contato oltre cento casi di uomini (molti) e donne (poche) che avrebbero violato la legge e tradito gli elettori. I reati più contestati sono corruzione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta. Non abbiamo inserito nell’elenco il presidente di circolo stupratore seriale o il killer di camorra (tra l’altro assassino e vittima erano entrambi iscritti al Pd), così come l’assessore spacciatore. Non sono stati conteggiati gli indagati per calunnia o diffamazione.

Ci siamo concentrati su corrotti e concussori (presunti o già condannati), quelli che Berlinguer voleva mandare in galera: allignano nei circoli del Pd quanto o più che in altri partiti. Un fenomeno che, come dimostra l’inchiesta di Panorama, è particolarmente allarmante al Sud, dalla Campania alla Puglia, passando per Calabria e Sicilia, tutte regioni dove il Pd governa o ha governato. Qui hanno problemi con la giustizia molti big del Pd dall’ex governatore calabrese Agazio Loiero, agli ex sindaci di Napoli Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, alla sbarra per la cattiva gestione dell’emergenza rifiuti.

Iniziano a preoccupare anche le regioni del cosiddetto «buongoverno», dalla Toscana all’Emilia-Romagna, all’Umbria. Qui la politica sembra diventata un ufficio di collocamento, come dimostra l’indagine condotta a Perugia dal pm Sergio Sottani, che da mesi scava sul voto di scambio e su gare d’appalto. In questo fascicolo è stata iscritta sul registro degli indagati l’ex presidente della regione Maria Rita Lorenzetti, attuale presidente di una partecipata delle Ferrovie dello Stato, accusata di abuso d’ufficio. Per la procura avrebbe tenuto in caldo un posto da quadro di settimo livello in una asl perugina per la sua ex capogabinetto. Che in un’intercettazione si lamentava del possibile ritorno al vecchio posto di lavoro: «Con 1.500 euro al mese poi non so cosa mangiare». Più o meno lo stipendio di una buona fetta degli elettori del Pd.

Il virus della corruzione sembrerebbe meno diffuso al Nord, però qui il Pd è spesso all’opposizione, mentre dove amministra, per esempio in Liguria, i problemi non mancano. Ora l’inchiesta della procura di Monza su Penati sembra aprire una pericolosa voragine. E comunque i rapporti tra politica e affari sono sempre più evidenti. Una stagione inaugurata da D’Alema premier con quella che l’economista Guido Rossi battezzò la «merchant bank» di Palazzo Chigi. L’ex premier sostenne la scalata alla Telecom di Roberto Colaninno e prese una sbandata per la razza padana di Emilio Gnutti, poi condannato per insider trading.

Anche Gianpiero Fiorani e Stefano Ricucci, prima dei guai giudiziari, ebbero rapporti e interessi convergenti con gli allora Ds. Nel 2007 i giornali pubblicarono le telefonate trionfanti registrate dai finanzieri due anni prima di Piero Fassino e D’Alema con Giovanni Consorte, ex presidente Unipol impegnato nella conquista della Bnl. «Abbiamo una banca!», «Facci sognare!» esultavano i due politici al telefono. Il gip milanese Clementina Forleo, che voleva approfondire quei rapporti e utilizzare le intercettazioni, venne costretta a fare i bagagli e a trasferirsi in un altro tribunale. Ma questo non è bastato a evitare problemi a molti finanzieri rossi, compagni di cene e di barca di svariati politici del Pd: sono finiti nei guai lo stesso Consorte, condannato a 3 anni per aggiotaggio, e Vittorio Casale, immobiliarista arrestato a giugno per bancarotta fraudolenta, Piero Collina, potente presidente del Consorzio cooperative costruttori indagato per corruzione a Bologna, come Vincenzo Morichini, intermediario di affari, procacciatore di finanziamenti per la fondazione Italianieuropei di D’Alema; Giovanni Errani, fratello del presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco, è finito invece sotto inchiesta per finanziamento illecito ai partiti con la sua cooperativa.

Con questi esempi non deve essere facile per quadri e amministratori del partito stare a guardare senza approfittare. Come dimostra la nostra inchiesta. E chissà se oggi Berlinguer si iscriverebbe al Pd.

L’elenco pubblicato da Panorama è aggiornato al 2011.

Legenda:
P patteggiamento o condannato
A arrestato
I indagato
R rinviato a giudizio o imputato

Piemonte 8
A P Bartolomeo Valentino ex assessore di Collegno (Torino): 2 anni per concussione.
P Antonio Tenace assessore della Provincia di Novara: 2 mesi e 20 giorni per violazione del segreto d’ufficio.
R Michele Cressano consigliere comunale a Vercelli: falso ideologico e abuso d’ufficio.
P Giusi La Ganga candidato alle ultime elezioni comunali del Pd: 20 mesi di reclusione e multa di 500 milioni di lire per finanziamento illecito ai partiti.
I Giuseppe Catizone sindaco di Nichelino: abuso edilizio.
R Andrea Oddone sindaco di Ovada: omicidio colposo.
I Franco De Amicis ex segretario Pd Basso Canavese: bancarotta fraudolenta.

Liguria 8
A Franco Pronzato ex consigliere di Claudio Burlando e Bersani: corruzione.
A Franco Bonanini presidente del Parco delle Cinque Terre e parlamentare europeo: truffa e associazione a delinquere.
A Roberto Drocchi funzionario, ex candidato di Savona: truffa continuata e falso in atti pubblici.
I Vito Vattuone consigliere regionale: associazione per delinquere, corruzione e altri reati.
I Giancarlo Cassini assessore regionale all’Agricoltura: associazione a delinquere, corruzione e altri reati.
P Massimo Casagrande ex consigliere comunale di Genova: 1 anno e 6 mesi per corruzione.
P Claudio Fedrazzoni ex consigliere comunale di Genova: 1 anno e 6 mesi per turbativa d’asta.
P Stefano Francesca ex portavoce del sindaco di Genova: 1 anno e 4 mesi per corruzione.

Lombardia 2
I Filippo Penati ex presidente della Provincia di Milano: corruzione, concussione e finanziamento illecito.
A Tiziano Butturini ex sindaco di Trezzano sul Naviglio: 2 anni e 5 mesi per corruzione.

Emilia-Romagna 9
I Luigi Ralenti sindaco di Serramazzoni (Modena): corruzione e turbativa d’asta.
I Alberto Caldana ex assessore della Provincia di Modena: peculato.
P I Flavio Delbono ex sindaco di Bologna: 1 anno e 7 mesi per truffa aggravata, peculato, intralcio alla giustizia.
I Alberto Ravaioli sindaco di Rimini: abuso d’ufficio.
I Aldo Preda, ex senatore, Cinzia Ghirardelli, membro coordinamento provinciale, Cesare Marucci, ex consigliere comunale di Ravenna, Gianluca Dradi ex assessore di Ravenna: tutti per falso in bilancio.
I Nerio Marchesini attivista: trasferimento fraudolento di valori di una ‘ndrina calabrese.

Toscana 15

R Alberto Formigli ex capogruppo in comune a Firenze: associazione per delinquere, corruzione e altri reati.
R Salvatore Scino vicepresidente del consiglio comunale: falso ideologico.
I Andrea Vignini sindaco di Cortona (Arezzo): abuso d’ufficio.
I Graziano Cioni ex assessore di Firenze: corruzione e violenza privata.
I Gianni Biagi ex assessore all’Urbanistica di Firenze: corruzione.
I Gianluca Parrini consigliere regionale: abuso d’ufficio.
I Gian Piero Luchi ex sindaco di Barberino del Mugello: abuso d’ufficio.
I Alberto Lotti ex vicesindaco di Barberino del Mugello: corruzione e abuso d’ufficio.
I Paolo Cocchi ex assessore regionale: abuso d’ufficio.
I Daniele Giovannini ex assessore comunale di Barberino del Mugello: abuso d’ufficio.
I Giovanni Guerrisi consigliere comunale di Barberino del Mugello: falso ideologico.
I Marzio Flavio Morini sindaco di Scansano (Grosseto): corruzione.
I Fabrizio Agnorelli sindaco di Piancastagnaio (Siena): truffa aggravata e falso.
R Fabrizio Neri ex sindaco di Massa-Carrara: abuso d’ufficio.
I Antonella Chiavacci ex sindaco di Montespertoli: omissione di controllo.

Umbria 7
I Eros Brega presidente del consiglio regionale: peculato e concussione.
I Maria Rita Lorenzetti ex presidente della regione: abuso d’ufficio.
I Maurizio Rosi ex assessore regionale alla Sanità: abuso d’ufficio.
I Luca Barberini consigliere regionale: peculato.
I Nando Misnetti sindaco di Foligno: peculato.
I Sandra Santoni ex capo di gabinetto di Lorenzetti: peculato.
R Giacomo Porrazzini ex sindaco di Terni ed ex deputato europeo: disastro ambientale e truffa.

Marche 1
P Fabio Sturani ex sindaco di Ancona: 1 anno e 9 mesi e interdizione dai pubblici uffici per 5 anni per concussione.

Puglia 7

P Domenico Gatti sindaco di Modugno (Bari): falso ideologico.
I Alberto Tedesco senatore: associazione per delinquere, corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso.
I Michele Mazzarano ex segretario organizzativo del partito: finanziamento illecito ai partiti.
R P Flavio Fasano ex sindaco di Gallipoli (Lecce) ed ex assessore provinciale ai Lavori pubblici: 2 anni per falso e rinviato a giudizio per turbativa d’asta.
A I Sandro Frisullo ex vicepresidente della regione: associazione a delinquere e turbativa d’asta.
I Antonio De Caro capogruppo al consiglio regionale ed ex assessore di Bari alla Mobilità e al traffico: tentativo d’abuso d’ufficio.
I Adolfo Schiraldi ex presidente consiglio comunale di Triggiano (Bari): concussione.

Calabria 4
R I Agazio Loiero ex governatore regionale: associazione per delinquere, falso e abuso d’ufficio e imputato per abuso d’ufficio.
R Nicola Adamo ex vicepresidente della giunta regionale: associazione per delinquere, falso e abuso d’ufficio e imputato per associazione per delinquere, concussione, abuso d’ufficio.
A I Pietro Ruffolo assessore comunale di Cosenza: associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio, e arrestato per detenzione abusiva d’armi.
P Giuseppe Mercurio ex capogruppo al Comune di Crotone, 4 anni per voto di scambio.

Veneto 2
P Statis Tsuroplis imprenditore iscritto al partito ed ex consigliere del sindaco di Venezia: 1 anno e 9 mesi per corruzione.
P Tullio Cambruzzi, tesserato pd e manager pubblico: corruzione, ha patteggiato 2 anni.

Lazio 5
Piero Marrazzo ex presidente della regione dimessosi dopo una vicenda di cocaina e trans.
R Francesco Paolo Posa ex sindaco di Frascati e consigliere provinciale: truffa, falso e indebita percezione di erogazioni pubbliche.
I Guido Milana eurodeputato ed ex presidente del consiglio regionale: truffa, falso e indebita percezione di erogazioni pubbliche.
I Ruggero Ruggeri consigliere provinciale: truffa, falso e indebita percezione di erogazioni pubbliche.
R Valdo Napoli ex assessore all’Ambiente di Montefiascone: corruzione.

Campania 13
R I Antonio Bassolino ex presidente della regione: epidemia colposa e omissione d’atti d’ufficio, sotto processo per truffa aggravata ai danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture e per peculato.
I Rosa Russo Iervolino ex sindaco di Napoli: epidemia colposa e omissione in atti d’ufficio.
I Andrea Lettieri ex sindaco di Gricignano d’Aversa (Caserta): concorso esterno in associazione mafiosa.
I R Vincenzo De Luca ex senatore e sindaco di Salerno: abuso d’ufficio, concussione, associazione per delinquere finalizzata a truffa e falso.
P Corrado Gabriele consigliere regionale ed ex assessore regionale: 4 anni e 3 mesi per pedofilia.
A R Aniello Cimitile presidente della Provincia di Benevento: falso.

I Enrico Fabozzi sindaco Villa Literno: concorso esterno in associazione mafiosa

A I Fabio Solano componente direttivo cittadino pd di Benevento: truffa.

I Giuseppe Russo cons. regionale: truffa. Carlo Nastelli ex consigliere comunale di Castellammare: tentata estorsione.
R Carlo Nastelli, Nino Longobardi, Antonio Cinque ex consiglieri comunali di Castellammare di Stabia: truffa ai danni dello Stato e concorso in falso.

Sardegna 3
I Renato Soru, ex presidente regione, consigliere regionale e membro della segreteria nazionale: aggiotaggio, assolto in primo grado per abuso d’ufficio e turbativa d’asta.
P Graziano Milia presidente Provincia di Cagliari: 1 anno e 4 mesi per abuso d’ufficio.
I Roberto Deriu, presidente Provincia di Nuoro: abuso d’ufficio.

Abruzzo 7
R Ottaviano Del Turco ex presidente della regione: associazione per delinquere, concussione, corruzione e altri reati.
R Antonio Boschetti ex assessore regionale alle Attività produttive: associazione per delinquere, concussione e altri reati.
R Bernardo Mazzocca ex assessore regionale alla Sanità. associazione per delinquere, concussione e abuso d’ufficio.
R Camillo Cesarone ex capogruppo alla regione: associazione per delinquere, concussione e corruzione.
P Luciano D’Alfonso ex sindaco di Pescara: 4 mesi per abuso d’ufficio.
I Massimo Cialente sindaco dell’Aquila: rifiuto in atti d’ufficio.
I Fabio Ranieri consigliere comunale dell’Aquila: truffa.

Basilicata 4
I Franco Stella presidente Provincia Matera: indagato per abuso d’ufficio.
R Prospero De Franchi ex presidente del consiglio regionale: rinviato a giudizio per falso e truffa.
R Pasquale Robortella consigliere regionale e sindaco di San Martino d’Agri: rinviato a giudizio per truffa ai danni dell’Ue.
I Nicola Montesano consigliere comunale di Policoro (Matera): indagato per falso e turbativa d’asta.

Sicilia 7
A Gaspare Vitrano deputato regionale: concussione.
I Elio Galvagno consigliere regionale: falso in bilancio.
I Salvatore Termine consigliere regionale: falso in bilancio.
I Vladimiro Crisafulli senatore: falso in bilancio, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio.
I Giuseppe Picciolo deputato regionale: calunnia.
P Vittorio Gambino funzionario: falso in atto pubblico.
P Giuseppe Palermo funzionario: falso in atto pubblico.

Furti ovunque. Anche in Parlamento che, da quanto si è saputo, non è affatto un luogo sicuro. Anzi! L'ultimo furto ha dell'incredibile. E' l'ex deputata Elisa Pozza Tasca a denunciare la scomparsa della sua pelliccia di visone da seimila euro. Lo scrive il quotidiano La Stampa del 13 dicembre 2008.

Già nel 2003 Pierferdinando Casini decise di fare incatenare gli oltre duemila computer per evitare sparizioni. Nel 2008 sono 26 i furti denunciati avvenuti all'interno del Palazzo. Un giornalista ricorda che gli è bastato dimenticare il telefonino in bagno per 5 minuti e questo aveva già preso il volo. Andò a denunciare il furto alla polizia interna e la risposta dell'agente fu: "Dottò, neanche quando stavo alla narcotici ho visto le cose che vedo qua".

Vittime dei topi del Palazzo furono anche Paolo Buonaiuti e gli uffici dell'Udc. Quanto alle telecamere nel Palazzo questa possibilità è sempre stata respinta dagli onorevoli per motivi di privacy. Incredibile ma vero, il risarcimento per loro esiste sempre. Sono 600 euro che vengono corrisposti sulla parola. E così le denunce sono sempre di più.

A questo punto mi pare che il titolo di “LIBERO” sia già abbastanza chiaro: Onorevoli ladri e drogati. L’editoriale di Vittorio Feltri del 14 dicembre 2008 è una sciabolata al sistema. “Poi ci aspettiamo una sana amministrazione. Bella pretesa. – dice Feltri - In un Parlamento in cui si annidano tossicodipendenti e furfanti di mano lesta è del tutto normale non succeda niente di buono. Come è normale che nel Paese, di conseguenza, si coltivino la diffidenza nei confronti del Palazzo e addirittura l’antipolitica. Circa un anno fa i reporter delle Iene, programma televisivo berlusconiano e di successo, ricorrendo a mezzucci e sotterfugi riuscirono a dimostrare (inequivocabilmente) la tendenza dei deputati a usare ed abusare di sostanze stupefacenti. Stupefacenti almeno quanto le reazioni dei medesimi deputati i quali la misero giù tanto dura (sollevando polemiche sul fatto di essere stati “spiati” e colti col naso nella polverina) da costringere l’emittente a non mandare in onda il servizio galeotto in cui, tra l’altro, si dimostrava - attraverso le risposte (...) (...) a onorevoli quiz - l’ignoranza abissale dei cosiddetti rappresentanti del popolo. L’ex presidente Casini fu l’unico leader eccentrico rispetto alla bolgia conformistica: organizzò, per chi avesse voluto sottoporvisi, un esame anticoca a Montecitorio. Risultato, la maggioranza qualificata dell’assemblea (oltre il 75 per cento) ignorò la provocazione evitando con cura di farsi analizzare.”

"La compravendita di parlamentari non è solo uno scandalo, ma si può pensare anche ad un reato di corruzione". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lancia l'allarme sulle "grandi manovre" in vista del voto di fiducia del 14 dicembre 2010, ma ha la memoria corta. Innanzitutto, perché il trasformismo e il cambio di casacca sono pratiche vecchie quanto la politica. Secondo, perché negli ultimi 15 anni i governi del centrosinistra sono sempre stati appesi, nel bene e nel male, alla transumanza di un pugno di onorevoli.

Nell'inverno 2007, con il secondo governo Prodi alla canna del gas, la maggioranza accoglie a braccia aperte il prezzemolino Clemente Mastella, buono per tutte le stagioni (e i colori). Come ammise il portavoce dell'allora premier, Silvio Sircana, il lider maximo di Ceppaloni prometteva ogni giorno l'arrivo di altri rinforzi dal centrodestra. Alla fine, però, andò male all'Ulivo: nel 2008, al momento della fiducia, Mastella tornò a destra. L'unico dell'Udeur a rimanere fedele all'ex avversario Prodi fu Cusumano, insultato da molti colleghi. Il pendolino per eccellenza però fu Sergio De Gregorio, passato da Berlusconi a Di Pietro e di nuovo a Berlusconi. Più "idealista" il passaggio dall'Udc alla maggioranza di Marco Follini, che in realtà non spostò gli equilibri e ricevette ben poco in cambio.

Il "meglio", però, si registrò nel 2006, nelle settimane di fuoco in cui il nascente governo Prodi, cercava il sì del Parlamento nonostante numeri risicatissimi. I bocconi più ambiti erano i senatori eletti all'estero. L'"argentino" Luigi Pallaro era corteggiato sia dal Professore sia dal Cavaliere. Entrambi, in caso di sostegno, gli avevano promesso un Dicastero. Il buon Pallaro finì per fare il... battitore libero. Né con la destra, né con la sinistra, molto spesso malato in infermeria se non addirittura in Sudamerica, come il giorno della fiducia.

La sinistra, però, non può dimenticare quello che accadde nel 1999. Il primo governo Prodi era appena caduto e Massimo D'Alema stava lavorando per sedere a Palazzo Chigi. Una mano gliela diede, ancora una volta, il... clemente Mastella: in accordo con Cossiga, formò l'Udr e si spostò a sinistra. Dalla Casa delle Libertà via agli insulti: da "truffatori" al celebre "puttani" rifilato da Gianfranco Fini ai centristi. Qualcuno, poi, tradì il Baffo ex Pci e lui se la prese. "E' proprio grazie al trasformismo se sei diventato premier", lo rimbrottò il picconatore Cossiga. A quell'episodio si riferisce Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, criticando l'uscita di Bersani: "Repubblica e il Pd dimenticano che il più grande spostamento di parlamentari è avvenuto quando, per dar vita al governo D'Alema circa 30 parlamentari si spostarono dal centro destra al centro sinistra. Allora nessuno parlò di compravendita. Il centro sinistra non è abilitato a dare lezioni di alcun tipo".

Intanto Antonio Di Pietro ha annunciato di aver "messo alcuni elementi a disposizione della magistratura" circa il cambio di partito di alcuni deputati in vista del 14. Secondo il leader dell'Italia dei Valori, gli elementi riguardano "trasversalmente diverse situazioni". Il fondatore dell'Idv ha affermato che "quando c'è un atto corruttivo i soggetti sono due, chi prende e chi dà, invogliando e imponendo, facendo capire all’altro: 'ho qualcosa su di te'". Di Pietro commenta anche il passaggio di Razzi a Noi Sud: "Spero che l'abbia fatto per una soddisfazione personale e non per un ricatto subìto..Dio abbia pietà di lui". Lo stesso vale per Domenico Scilipoti (IDV), Massimo Calearo e Bruno Cesario (PD), e chissà quanti altri ancora.

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione: “Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico. Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Sulla moralità e l’onestà dei candidati al Parlamento dell’elezione 13 aprile 2008, con prefazione “condannati, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio”, si è scritto un libro.

Esso è intitolato “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez.

Da quelle pagine, con attenta analisi si è fatto un elenco di “Impresentabili”, così come li ha definiti un’inchiesta dell’Espresso: Popolo delle Libertà (56); Partito democratico (18); Lega Nord (8); Udc-Rosa Bianca (9); Partito Socialista (3); Sinistra Arcobaleno (3); La Destra (2).

Da qui sarebbe dovuto nascere lo scandalo contro una politica a conduzione aziendale e contro candidature di gente che rappresenta solo il dominus.

Invece, era palese l’intento giustizialista del partito dei giudici, che con utopia crede nella “giustizia giusta” in una Italia dove tutto è truccato.

La finalità è il creare una democrazia con l’adozione della mannaia delle sentenze politicizzate, usate contro gli avversari politici e risaltate da una informazione foraggiata dalla politica e dalla finanza.

Peccato che l’inchiesta di Travaglio abbia volutamente omesso i riferimenti all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e alcuni dei suoi fedelissimi, sia in ambito di inchieste, sia in ambito di conflitto di interessi. Non solo. Dalle cronache dei giornali, secondo i canoni rappresentati dal libro di Travaglio e Gomez, risultano impresentabili al Parlamento lo stesso Travaglio, Grillo e Santoro (tutti condannati) e lo stesso Antonio Di Pietro, di cui Travaglio, ricorda "i 54 procedimenti a carico”, escluso l’ultimo di Roma attinente l’amministrazione del partito. Procedimenti i cui giudici erano suoi ex colleghi.

Già dal gennaio 2003 il Presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, in una semideserta ed indifferente assemblea dell'IDV a Bari, in presenza di Antonio Di Pietro e di Carlo Madaro (il giudice del caso Di Bella) criticò il modo di fare nell'IDV. L'allora vice presidente provinciale di Taranto contestò alcuni punti, che furono causa del suo abbandono: Diritto di parola in pubblico e strategie politiche esclusiva di Di Pietro; dirigenti "Yes-man" scelti dal padre-padrone senza cultura politica, o transfughi da altri partiti, o addirittura con troppa scaltrezza politica, spesso allocati in territori non di competenza (in Puglia nominato commissario il lucano Felice Bellisario); IDV presentato come partito della legalità-moralità in realtà era ed è il partito dei magistrati, anche di quelli che delinquono impunemente; finanziamenti pubblici mai arrivati alla base.

Da “L’Espresso” viene un colpo al moralizzatore per antonomasia e per il suo partito di riferimento. Noi sfruttati di Montecitorio. Portaborse vessati: ecco i casi di chi ha deciso di ribellarsi ai politici. Superlavoro, orari impossibili, vessazioni, pagamenti in nero. A volte il difficile rapporto tra parlamentari e portaborse finisce in liti fragorose sbarcando anche in tribunale. E' il caso di Liliana, addetta stampa di Francesco Barbato, il deputato-anticasta dell'Idv, famoso per avere registrato in aula le confessioni del collega Antonio Razzi. Liliana, licenziata l'estate 2011 per "carenza di attività politica", è riuscita alla fine a chiudere la questione con una transazione privata prima che l'intera faccenda finisse davanti al giudice del lavoro. Anche Vincenzo Pirillo, collaboratore di Domenico Scilipoti (ex Idv, ora nei Responsabili), "stufo di essere sfruttato", ha minacciato di recente di trascinare il suo parlamentare in tribunale. "Per un anno ho lavorato dalle nove del mattino alle undici di sera, sabato compreso", ha raccontato. "E la domenica c'erano i convegni e i comizi in Sicilia, senza pernottamento né rimborso spese. Prendevo 600 euro al mese, versati quasi sempre con assegno bancario firmato dal deputato e motivati come pagamento di contratti a progetto". Altro parlamentare balzato agli onori della cronaca, Antonio Razzi: anche lui ex Idv, anche lui come il suo amico Scilipoti pesantemente accusato dal proprio ex assistente. Massimo Pillera, ora giornalista a Trani, ha infatti chiesto al suo ex assistito Razzi (che respinge gli addebiti) la bella somma di centomila euro. A motivare la richiesta di rimborso e indennizzo, Pillera ha portato oltre 2 anni di lavoro in nero (dal 2006 al 2008), pagato in contanti sotto forma di rimborsi spese forfettari bimestrali: "Ho girato in lungo e in largo con Razzi", rivela, "ho lavorato sette giorni su sette, sempre con la promessa che nel 2008, dopo la sua rielezione nel partito di Di Pietro, sarebbe arrivato anche il contratto regolare". Invece, niente. A trionfare in tribunale è stata invece l'ex assistente di Gabriella Carlucci, deputata del Pdl da poco transitata nell'Udc, che dalla parlamentare ha ottenuto circa 10 mila euro a titolo di indennizzo. Lezione servita: la Carlucci ha adesso alle sue dipendenze due collaboratori in piena regola, con contratto a orario e paga concordati. Ancora peggio potrebbe andare a Giuseppe Lumia, senatore del partito democratico, che si è visto citato da un suo ex collaboratore, Davide Romano, al tribunale del lavoro di Palermo. Astronomica la richiesta di indennizzo chiesta all'ex presidente della commissione antimafia: 368 mila euro per 8 anni di mancate retribuzioni, per i danni morali e materiali e per i contributi non versati.

Ma non è nulla rispetto al filmato de “Le Iene” trasmesso il 9 febbraio 2012 nei confronti di Barbato. L’Onorevole Francesco Barbato dell’Italia dei Valori è diventato un moralizzatore della Casta con la sua microcamera all’interno del Parlamento, anche lui però ha la sua carcassa nell’armadio. Una affare risalente al 2009 in cui la sua collaboratrice ha denunciato di essere stata pagata in nero. Barbato ha certo un atteggiamento difforme nei confronti di Liliana. C’è stata un tira e molla finito con un accordo tra le parti in cui Barbato ha pagato diverse migliaia di Euro all’assistente Liliana con obbligo di discrezione e riservatezza tra le parti. Barbato cambia discorso all'insistenza incalzante di Filippo Roma.

Di Barbato si occupò la denuncia su “Il Giornale”: "Io, pagata in nero dai dipietristi". La denuncia di Liliana, collaboratrice del deputato Barbato: "Promise un contratto dopo un periodo di prova. Invece mi ha lasciata a casa. Metteva i soldi in una busta della Camera, senza buoni pasto né assicurazione". La replica: "Era un test andato male".

«Eeeh, mo’ non mi servi, non tengo molto da fare, è estate...». Clic. Fine della chiamata. Fine di un rapporto professionale, seppure coi contorni in chiaroscuro del lavoro nero. Il «principale» in questione, che scarica così il suo dipendente, è il deputato dell’Italia dei Valori Francesco Barbato, un tempo tra i più vicini ad Antonio Di Pietro, sempre tra i più attivi nel condannare la Casta e nel «rappresentare veramente le esigenze dei cittadini», come rivendica spesso in Aula; la «defenestrata», invece, è la sua collaboratrice Liliana. Che dopo quattro mesi da «fantasma» ha ricevuto il benservito. Alla faccia dei Valori e delle esigenze dei cittadini.

Liliana, anche i dipietristi hanno il pessimo vizio di sfruttare i collaboratori?

«Io posso parlare di uno solo, Barbato. E lui questo vizio ce l’ha. Eppure io non sono nata nella bambagia. Ho lavorato tre anni all'ufficio stampa dei Radicali, so cosa vuol dire farmi un mazzo così. Ma almeno avevo un contratto regolare».

Però ha dovuto cambiare...

«Purtroppo sì. Un altro suo collaboratore esterno mi ha detto che l’onorevole Barbato cercava una persona, quindi ci hanno presentati. Un colloquio senza nemmeno parlare di lavoro e un “cominci mercoledì”. Così a febbraio è iniziato il bailamme».

Qualche promessa?

«Semplicemente un contratto dopo un periodo di prova. Ma alla Camera non ci sono regole e quelle che valgono per tutti i lavoratori italiani lì sono ignorate perché con l’autodichiarazione c’è sempre la scusa per mettere all’angolo i principi costituzionali. Quindi passavano i mesi e il contratto non si vedeva. Come del resto Barbato».

Desaparecido?

«In aula c’era, ma è sempre molto difficile parlare. Quando lo vedevo e gli chiedevo notizie sul contratto mi diceva: “Vabbé, mo’ vediamo”».

Intanto lei lavorava...

«Dalle 9.30 alle 19.30, dal lunedì al venerdì. Toh, a volte arrivavo alle 10, ché non abito vicino a Montecitorio, io... Solitamente l’attività di un’assistente è strettamente legata a quella del parlamentare in questione: interrogazioni, appuntamenti, proposte di legge, rassegne stampa. E devo riconoscere che il lavoro svolto per Barbato non era esattamente frenetico».

Nella classifica di produttività dei deputati di Open Polis è 207° su 630. Comunque, dice il saggio: lavoro è se principale paga. Sennò è volontariato. Lei almeno era pagata?
«Puntualmente. Ma rigorosamente in nero. Andava a prelevare i contanti e li metteva in una bella busta con la scritta “Camera dei Deputati”. Io trattenevo la mia parte e poi lasciavo il resto dei soldi al mio collega».

Prassi comune tra i politici...

«Zero assicurazione, zero buoni pasto. Ho speso un capitale in panini nei bar, dato che io non pranzavo alla buvette con 4 euro come i parlamentari».

Epperò questo incanto si è spezzato...

«E in modo davvero antipatico. Alla vigilia della settimana bianca della Camera, giorni in cui è sospesa l’attività parlamentare, mi ha telefonato il mio collega dicendo di aver “intuito” che non sarei stata confermata. Ho chiamato Barbato che ha fatto il pilatesco: “Devi parlarne con lui, è stato lui che inizialmente ti ha contattata... in estate, sai, non servono persone...”. Eppure il “capo” era lui, era lui che mi pagava, però a decidere era il collega. Mah...».

E tanti saluti.

«Esatto. Mai più sentito. Il 6 giugno mi ha fatto chiamare dal suo collaboratore dicendo che mi lasciava a casa perché non ero all’altezza del compito. Ah, giusto perché d’estate non serviva una figura come la mia, so che il mio posto è già stato assegnato a un’altra. Magari senza contratto. Ma tanto la giustificazione è la stessa: il periodo di prova...».

Cosa chiederebbe a Di Pietro?

«In quest’esperienza gli unici “valori” che ho incontrato sono stati quelli in nero e in busta chiusa. L’Idv parla di ripristino della legalità, trasparenza, aiuto alle fasce deboli e alternativa di diritto: ecco però in concreto come sono stata tutelata. Di Pietro non può tenere sotto controllo tutti i parlamentari, ma deve sapere che ci sono cellule cancerogene nel suo partito».

La stessa cosa che gli rimproverava Barbato a proposito dei membri campani di Idv...
«Appunto. Tralascio commenti».

Francesco Comellini, presidente dell’associazione collaboratori parlamentari, si augura che tutti seguano il suo esempio. Ma lei non teme di non lavorare più al Parlamento?

«Non guardo al rischio ma al coraggio di denunciare ciò che non va. Se uno sta zitto, come spesso i miei colleghi, subisce. Io nei Radicali ho imparato ad agire piuttosto di lamentarmi». 

In seguito alla questione morale nell'IDV sollevata dal Luigi De Magistris su “Libero-News” del 28/12/2010 è uscito un interessante articolo: La questione morale nell'IDV. Antonio di Pietro come Craxi, bersaglio delle monetine del pubblico inferocito. Cambia l'anno, non siamo nel 1993, e la location: il Tonino-bersaglio stava a Matera, e non all'hotel Raphael di Roma. Già, una questione morale nell'Italia dei Valori esiste. Eccome. Per ultimo, a ricordarlo al leader del movimento, è stato Antonio Razzi, il deputato che alla vigilia del voto di fiducia del 14 dicembre 2010 ha abbandonato l'Idv. Meta, la maggioranza di Silvio Berlusconi.

I RAPPORTI CON DE MAGISTRIS - La critica di Razzi coinvolge i rapporti tra Di Pietro e lo stesso De Magistris, "rinviato a giudizio per omissione di atti di ufficio perché non avrebbe indagato, nonostante l'ordine del Gip, su un caso di collusione tra magistrati di Lecce e magistrati di Potenza con ipotesi di reato gravissime", aggiunge Razzi, "che vanno dall'associazione per delinquere all'estorsione". (Probabilmente è l'insabbiamento, oggetto delle denunce del dr Antonio Giangrande, in cui si parlava di una sorta di consorteria mirata all'impunità tra i magistrati di Potenza per i reati commessi da quelli di Lecce). Insomma, si ribadisce che la questione morale c'è, eccome, e riguarda Di Pietro e gli stessi uomini che lui ha scelto e difeso. "De Magistris", conclude Razzi, "doveva autosospendersi dalla carica, volente o nolente, in quanto il codice etico del partito lo impone. Antonio Di Pietro lo ha difeso a spada tratta invece ponendo una deroga a quanto egli stesso prescrisse".

SUPER SCILIPOTI - Insieme a Razzi, a voltare le spalle a Tonino, è stato l'ormai celeberrimo Domenico Scilipoti. Anche in questo caso la "svolta" è arrivata poco prima che la Camera votasse la sfiducia bramata da Gianfranco Fini (sfiducia al Cavaliere che, puntualmente, non si è concretizzata). Scilipoti ha cercato di spiegare che la sua era stata una scelta "di responsabilità politica". Niente da fare, però. Prima ci si sono messi i suoi stessi compagni di partito - Scilipoti ha parlato di vere e proprie minacce ricevute dai vertici della "nomenklatura" -, poi è stato il turno dei media e dei parlamentari di opposizione ("venduto", "corrotto", "voltagabbana", "mezz'uomo" e via dicendo"). Infine non poteva mancare Santoro, che ha spedito la sua troupe a Barcellona Pozzo di Gotto per intervistare la madre - novantenne - del deputato. Il gesto ha scatenato la divertente (e divertita) ira di Scilipoti, che ha trovato massimo sfogo nell'indimenticabile show trasmesso dall'etere di Radio 1.

FLORES D'ARCAIS: "SONDAGGI TRUCCATI" - Facile puntare il dito, parlare di compravendita di parlamentari e mercato delle vacche. Ma guardiamo in casa Idv. Se non bastasse l'accusa lanciata in queste vacanze natalizie dall'intellettuale Paolo Flores D'Arcais (alfiere del partito, che però ha messo sotto accusa Tonino Di Pietro, tacciato di truccare un sondaggio sulla trasparenza nel suo partito), possiamo fare un tuffo nel passato per ricordare tutte le incongruenze che hanno animato il partito della legalità. Il cartello elettorale del padre-padrone che, però, viene abbandonato.

"INDEGNITA' MORALE" - Partiamo dal 2005, quando Beniamino Donnici si permise di dire che l'Idv avrebbe dovuto aderire subito al progetto riformista di Romano Prodi, prima tappa verso la nascita del Partito Democratico. Donnici contestò la decisione di Di Pietro di candidarsi alla primarie dell'Unione, e affermò di voler sostenere Prodi. Il democratico risultato fu l'espulsione  - senza appello - di Donnici dall'Italia dei valori. Il motivo? "Indegnità morale".

INDULTO E DE GREGORIO - Torniamo poi al 2006, quando con il sostegno del centrodestra, al posto della rifondarola Lidia Menapace, fu eletto presidente della Commissione difesa Sergio De Gregorio. Il deputato accettò l'incarico, anche se l'Idv, in un vortice di controsensi, gli chiedeva di declinare l'offerta. Si trattava proprio di quel Sergio De Gregorio finito nell'inchiesta Telecom Sparkle. Certo, vero, l'Idv quando sono sbucati i fondi neri, De Gregorio lo aveva già abbandonato. Lo aveva fatto proprio nel 2006, pochi giorni dopo lo scontro sulla Commissione e pochi giorni dopo le plateali manifestazioni di Tonino sotto Palazzo Madama. Di Pietro cercava di boicottare l'indulto promosso dalla sua stessa coalizione, che all'epoca governava. Ma a favore di quell'indulto votò una deputata dell'Idv. E' Federica Rossi Gasparrini, e contro di lei si concentrò il fuoco incrociato dei pasdaran dipietristi. Morale, lei fa "ciao ciao" con la manina e va con Mastella. Per inciso, anche De Gregorio, sull'indulto, preferì astenersi. Come a dire, "noi nel partito del tiranno Di Pietro non ci vogliamo rimanere". Esattamente quello che pensano Razzi - in maniera - e l'ex fido alleato De Magistris - in modo meno esplicito.

FRANCA RAME - Andiamo avanti di un anno, siamo nel 2007. La defezione è di quelle pesanti. Si tratta di Franca Rame, la moglie di Dario Fò, portata in pompa magna dall'Idv in Senato. Franca non condivide alcune scelte del gruppo, in particolare quella di non votare a favore dello scioglimento della società per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Insomma: Di Pietro ordina, il partito obbedisce. Ma il dissenso cresce, e le persone l'Idv possono anche abbandonarlo. Così fa la Rame, come un mese prima aveva abbandonato Salvatore Raiti.  Meglio il Partito Democratico. Meglio evitare le bizze di Tonino.

Ancora nel 2007, il movimento Repubblicani Democratici guidato da Giuseppe Ossorio preferì rescindere l'accordo con l'Idv. Non per fare salti (politicamente) pindarici, ma per stringere un'alleanza con i nascenti Democratici. Esattamente come il deputato Salvatore Raiti, che lasciò La Rete per aderire al Pd. Sarà proprio vero che quelli di Scilipoti, Razzi e De Magistris (perchè no...) siano solo capricci, fregnacce e tradimenti?

Qui si soprassiede alle critiche e alle denunce che vari colleghi di partito hanno presentato, volta per volta, contro il loro leader, in relazione all’amministrazione dei fondi e dei sovvenzionamenti del partito. Ma si prende in esame anche un altro aspetto: l’antipolitica d’affari.

Quello della “Casaleggio associati” è un business a 360 gradi. E gli affari vanno sempre meglio. L’anno scorso il fatturato dell’azienda si è assestato oltre il milione di euro. Fra le varie attività dell’azienda risulta anche la vendita e la distribuzione on line dei dvd degli spettacoli e dei libri di Beppe Grillo. Rimane un dubbio. Ma perché una società, leader di settore, che “ha la missione di sviluppare consulenza strategica di Rete per le aziende e di realizzare Rapporti sull’economia digitale” ha deciso di investire buona parte delle sue energie su Grillo e Di Pietro?

E meno male che siamo di fronte a coloro i quali si definiscono la parte politica più onesta !!

Esce in edicola un libro che promette di svelare tutti i segreti di Antonio Di Pietro e dell’Idv. Ne parla Libero. Un libro bomba scritto da Mario Dì Domenico, ex amico di Di Pietro e cofondatore dell’Idv. Si chiama “Il "Colpo" allo Stato, la legge è uguale per tutti... salvo alcuni” e promette di esporre al pubblico ludibrio tutti i scheletri nell’armadio dell’Idv e del suo presidente. Dalla raccolta di firme false, agli avvistamenti ad Hong Kong dell’ex pm di Mani pulite in una banca con una pesante valigia, fino alle stravaganti operazioni immobiliari e a strani movimenti circa i rimborsi elettorali. Di Pietro prepara querele, e ha diffidato la pubblicazione del libro. Ma l’editore è andato avanti lo stesso.

Ne parla Gianluigi Nuzzi dalle pagine di Libero in un articolo intitolato: “Di Pietro, un libro svela i suoi segreti”. «Già un anno fa – spiega Nuzzi - uscì una prima esplosiva anticipazione del volume. Il «Corriere della Sera» pubblicò in prima pagina la storia di una cena del 15 dicembre del 1992 con commensali d’eccezione. Tra i quali l’allora pubblico ministero, il Tonino nazionale, e l’ex numero tre dei servizi segreti Bruno Contrada, che sarà arrestato poco dopo». Una data non casuale: «quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti». Il provvedimento era firmato «con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa, sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio». Superati gli ostacoli legali che ne hanno impedito per mesi l’uscita, finalmente vede la luce l’autobiografia non autorizzata del leader dell’IdV Antonio Di Pietro (Colpo allo Stato. La legge è uguale per tutti…salvo alcuni, Edizioni Sì) scritta dall’avvocato Mario Di Domenico, tra i fondatori dell’IdV.

Pubblicazione rilanciata in prima pagina in un articolo del quotidiano Libero di Gianluigi Nuzzi che ne anticipa i contenuti. Il libro, infatti, accusa Di Pietro di aver compiuto una nutrita serie di irregolarità, scorrettezze e persino reati. Tonino, manco a dirlo, non ci sta. E annuncia non una, ma 50 querele contro il suo ex collaboratore e amico. Panorama.it ha intervistato Di Domenico, che si toglie qualche sassolino dalla scarpa.

Avvocato, finalmente è riuscito a pubblicarlo…

Oltre alle difficoltà che esistono in ogni lavoro di ricerca nel reperire i documenti che non erano in mio possesso, per portare avanti un discorso di verità, bisogna aggiungere le forti pressioni esercitate almeno da un anno dall’onorevole Di Pietro ai miei editori (Di Domenico è stato costretto a cambiare casa editrice, ndr) per bloccarne l’uscita: montagne di atti spediti per spiegare che lui è il San Giorgio della liberazione e per diffidarne la pubblicazione (Di Pietro di diffide ne ha inviate ben sei, ndr).

Ma è in edicola. Di Pietro, tuttavia, dice che lei nel suo libro racconta balle. E annuncia una montagna di querele.

Ho letto stamane che sarebbero 50. Ma io gli rispondo: caro Di Pietro, ne basta una sola. Venga piuttosto in tribunale a rispondere delle pressioni che ha esercitato in questi mesi sulle case editrici che avevano in mano il mio manoscritto: sporgerò querela per violenza privata, intimidazione e diffamazione. Di Pietro parla di una sentenza in cui sarei definito “grafomane di professione”, ma dice il falso. La verità è che sono un ricercatore accreditato al Cnr e, per mestiere, scrivo anche libri.

Di Pietro dice che lei non ha pagato le spese processuali e che la sua casa sarebbe finita all’asta.

I debiti li ho pagati: 20.000 euro di tasca mia, come tutti i cittadini onesti, e non con i soldi degli inquisiti… 

Lei non è il solo ex collaboratore ad attaccare il leader dell’IdV. Com’è che Di Pietro in tutti questi anni si è creato così tanti nemici proprio tra i suoi ex amici?

Perché lui vuole essere il Re Sole, il padrone assoluto del partito. Si finge comunista, ma non lo è e non lo è mai stato. E ora si sta mangiando il Pd. Questo è l’uomo Di Pietro e nel mio libro ho fatto luce su questo aspetto, scrivendo cose che poi già tutti sanno. Volevo affrontare la questione morale di cui parlò Berlinguer e che non può essere trascurata oggi. La verità non deve far paura.

Ed ora che farà?

Sto scrivendo un altro libro di più ampio respiro sulle ombre nella Seconda Repubblica. Si chiamerà Archivio di Stato. E parlerà, ovviamente, anche di Antonio Di Pietro e dei danni che ha recato alla magistratura stessa. Ma non solo: metterò in rilievo altre contraddizioni. Per esempio, pur avendo buoni rapporti con il Carroccio, di cui stimo la maggior parte dei suoi esponenti e che anzi devo ringraziare per avermi aiutato nelle mie ricerche, vorrei far notare che nell’articolo 1 dello Statuto della Lega si parla tranquillamente di secessione. Lo scrissero anche gli indipendentisti siciliani nel 1947 e finirono in galera. No, la legge non è uguale per tutti.

Di Pietro da parte sua risponde alle accuse del libro, rilanciate da Libero, direttamente dal suo blog, pubblicando una corposa documentazione “relativa alle accuse diffamanti e denigratorie del signor Di Domenico”.

Quanto segue è il sunto coordinato di tutto quanto pubblicato sui giornali. Articoli di stampa di pubblico dominio e di pubblico interesse.

A fare la radiografia dell'attuale gruppo di comando di Idv con il metodo Di Pietro i risultati sono impietosi. Fedina penale immacolata, d'accordo. Fedina politica, molto meno.

Nei gruppi parlamentari di Idv trasformisti, riciclati e capibastone sono ben rappresentati.

Il senatore Aniello Di Nardo, per esempio, ha cominciato a fare politica a Castellammare di Stabia, nella Dc di Antonio Gava. Eletto deputato nel Ccd di Casini, ha traslocato nell'Udeur di Mastella, ottenendo in cambio la poltrona di sottosegretario all'Interno e la protezione civile in Campania con Antonio Bassolino. Stesso percorso del suo collega a palazzo Madama Giacinto Russo: assessore mastelliano all'Industria, lascia l'Udeur e passa con Di Pietro l'8 febbraio 2008, quando alle elezioni mancano poche settimane, ricompensato con un seggio al Senato. A personaggi così Di Pietro chiede di lasciare le giunte in Campania: gli affetti più cari.

Casi isolati? Macché. Alla Camera c'è Antonio Borghesi, l'uomo della commissione Bilancio, il Tremonti di Di Pietro, che da presidente della Provincia di Verona con la Lega si professava secessionista. Oppure l'eterno Aurelio Misiti, che per due anni mantenne il doppio incarico di assessore ai Lavori pubblici in Calabria nella giunta di destra di Chiaravallotti e di presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici nominato da Pietro Lunardi, alla faccia delle incompatibilità e dei conflitti di interesse. E poi David Favia, deputato marchigiano. Un forzista della prima ora, un pasdaran berlusconiano. Al punto che nel 2000 nei suoi volantini chiede agli elettori: "Volete l'Italia di Berlusconi o quella di D'Alema e di Di Pietro?". Lui non ha dubbi, sta con il Cavaliere e viene eletto consigliere regionale. Fino al 2004, quando passa ai mastelliani. Il 27 febbraio di quest'anno, a poche ore dalla chiusura delle liste, altra conversione: Clemente addio, "Idv è il partito più vicino al mio modo di intendere i valori". E questa sì che è un'abiura, altro che Galileo.

"Non ci servono gli estremisti, dobbiamo rappresentare quei moderati che hanno a cuore la legalità. Un elettorato perbenista", teorizza il deputato barese Pino Pisicchio, uno che alla Camera per la prima volta è stato eletto più di vent'anni fa, nella Dc e che ha appena pubblicato un libro sull'Idv. Sarà. Ma non è esattamente il tipo di personale politico che gli elettori si aspettano di trovare.

"Siamo un partito che non è ideologicamente ingabbiato, ma programmaticamente evoluto", si difende Tonino. Traduzione: prendere voti a tutto campo. Strapparli alla Lega al Nord, alle liste civiche, all'elettorato legalitario di An e soprattutto al Pd. Con qualche new entry mirata come lo storico Nicola Tranfaglia, nell'ultima legislatura deputato Pdci. E i nuovi dipartimenti affidati a figure di prestigio, tutte legate al Pd: l'ex senatore dell'Ulivo Paolo Brutti parlerà di infrastrutture, al sociologo Pino Arlacchi, esperto dell'Onu sulla droga, sarà affidato il dipartimento internazionale. E di riforma delle istituzioni si occuperà il giurista Stefano Passigli, ex repubblicano, ex senatore ulivista, tra i fondatori del Pd, deluso del partito veltroniano. Altri sono in arrivo.

Nomi che nei piani di Di Pietro dovrebbero consentire di fare il famoso salto, almeno di qualità. Per la quantità bisogna lavorare sulle fasce di elettorato più attratte dal verbo dell'ex pm: i ragazzi tra i 18 e i 34 anni sono al primo posto tra gli elettori potenziali, seguono le donne. I giovani si organizzano via Facebook, fanno i banchetti per raccogliere le firme contro il lodo Alfano davanti alle discoteche. Il coordinatore Massimo Romano è il prototipo del nuovo dipietrista: uomo di legge (studia da avvocato), ambizioso (sogna di fare il sindaco di Campobasso) e molisano come il leader. A reclutare le donne ci pensa la senatrice Patrizia Bugnano, rappresentante della sparuta quota rosa di Idv (due deputate su 28, due senatrici su 14). Con una modalità originale: dalle colonne di 'Gioia' Di Pietro ha chiesto di spedire un curriculum, l'idea è piaciuta, sono in corso i colloqui. Obiettivo: conquistare l'Italia della protesta. Il monopolio dell'opposizione. E non solo sulla giustizia: la questione morale e il referendum sul lodo Alfano restano i cavalli di battaglia, ma serve anche rafforzare il messaggio sulle questioni economiche e sociali che sono al primo posto delle preoccupazioni degli elettori. Di Pietro studia: tabelle, grafici, carte, emendamenti. Passa da una trasmissione all'altra, infreddolito, febbricitante, combattivo. Con un sogno non confessato: il10 per cento alle elezioni europee. Per raggiungerlo è disposto anche al supremo sacrificio: cancellare il suo nome dal simbolo elettorale di Idv, per dare vita a "una grande lista civica nazionale".

La leadership val bene un po' di umiltà. Anche per un uomo della Provvidenza come Antonio Di Pietro.

Tutti gli intrallazzi del clan Di Pietro. Giudicate voi.

1) Il 23 settembre 2008 il senatore Sergio De Gregorio dice al Velino che Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso, risulta intercettato e coinvolto in un’inchiesta non ben definita.

2) Il 10 ottobre 2008 il settimanale La voce della Campania circostanzia le accuse: la magistratura sarebbe in possesso di intercettazioni dove Cristiano chiederebbe l’assunzione di amici suoi a Mario Mautone, ai tempi provveditore alle opere pubbliche di Molise e Campania.

3) Il 21 ottobre2008 è invece il Giornale, in prima pagina, a riprendere la stessa notizia spiegando che fu Antonio Di Pietro, da ministro delle Infrastrutture, a nominare Mauro Mautone Direttore centrale del settore edilizia e poi presidente di una commissione tecnica sugli appalti autostradali; Di Pietro, genericamente, annuncia querele.

4) Il 3 dicembre 2008 il Giornale e il Mattino rivelano che il citato Mautone figura nell’informativa giudiziaria che darà il via alla Tangentopoli partenopea; Di Pietro allora dirama un comunicato dove spiega che in realtà, a metà del 2007, trasferì appositamente il provveditore Mautone «nel momento in cui ho appreso le prime avvisaglie di indagini». Nota: non è chiaro, rileva solo il Giornale, come Di Pietro già a metà del 2007 potesse essere a conoscenza di «indagini» ovviamente coperte da segreto istruttorio.

5) Il 4 dicembre 2008 comincia il soccorso di Repubblica: il vicedirettore Giuseppe D'Avanzo scrive che il Giornale ha dato «una notizia farlocca» e parla di un «venticello calunnioso» che si insinua su Di Pietro, persona che sue fonti anonime definiscono «di esemplare correttezza»; Repubblica definisce «sventurato» Cristiano Di Pietro, vittima solo di qualche incauto colloquio telefonico. Nota: la notizia, come visto, non è farlocca per niente; nota 2: Di Pietro, a quel punto, si difende dalle accuse del Giornale spiegando che «come qualsiasi cittadino» aveva saputo «dell’esistenza delle indagini dalle agenzie di stampa». Circostanza, questa, che risulta falsa: nessuna agenzia ne ha mai parlato.

6) Nega e rinnega, si giunge a ieri: alcuni quotidiani pubblicano un’informativa della Dia che sbugiarda tutte le uscite precedenti di Di Pietro. Tutta roba che avrete già letto. È la Dia a scrivere di «fuga di notizie» (altro che agenzie) e di un Di Pietro che di colpo, il 29 luglio 2007, mangia la foglia e smette o quasi di parlare al telefono; è Cristiano Di Pietro, spiega la Dia, a chiedere assunzioni e favori a Mario Mautone salvo smettere improvvisamente, dalla stessa data, di chiamarlo o rispondergli al telefono; e Di Pietro, durante una riunione politica coi suoi, a giudicare d’un tratto «troppo esposto» suo figlio. L’informativa e le intercettazioni di Cristiano Di Pietro fanno capolino sulle prime pagine di molti giornali: sono notizie. Tra le tante telefonate ce n’è poi una, pubblicata anche dal Giornale, dove la moglie di Mario Mautone, alla notizia che verrà trasferito, cerca un po’ pateticamente di spronare il marito: «Buttala sul ricatto al figlio, ricattalo sul fatto che lui ha bisogno di te su tante cose». Una frase come un’altra, buttata lì da un’attrice senza parte: tanto che il marito neppure commenta. La Dia, in ogni caso, precisa che il ricatto neppure tentato è comunque «non riuscito».

7) Ed eccoci. Di Pietro dirama un comunicato titolato «Magistrati avanti tutta» che ha dell'incredibile. In precedenza aveva detto di sapere dell'indagine sin dal 2007, grazie a fantomatiche agenzie di stampa: «Non so nulla di più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale», dice ora. Poi: «Quando arrivai al ministero presi una decisione che ora, a ragion veduta, si è dimostrata davvero azzeccata: ho trasferito Mautone ad altro incarico e l’ho spostato di sede, togliendogli quindi ogni possibilità di fare danni».

Cioè: il trasferimento che portò Mautone alla direzione del settore edilizia pubblica e interventi speciali del ministero delle Infrastrutture, guidato da Di Pietro, sarebbe un luogo di espiazione dove non si possono far danni. Né favori. Ma sempre ieri, soprattutto, eccoti il capolavoro di Repubblica. Il soccorso finale. Le intercettazioni, quelle di Cristiano Di Pietro con Mautone, non compaiono. Mentre il rapporto della Dia, quello che evidenzia le contraddizioni e le bugie di Di Pietro, è affogato nel piombo di in un articolo che parla d'altro: la marginalissima telefonata della povera moglie di Mautone («Buttala sul ricatto») diventa il provvidenziale titolo a tutta pagina: «Dobbiamo ricattare il figlio di Di Pietro. Così volevano tenere sotto il ministro». «Così» come? Non lo spiegano. Nel richiamo di prima pagina diventa addirittura così: «Napoli, nelle carte spunta ricatto al figlio di Di Pietro». Nell’articolo, del ricatto, non c’è traccia. E non è tanto una forzatura, non è tanto una faziosità: è una barzelletta. La cui morale, terminato di ridere, è che Antonio Di Pietro resta l’uomo più protetto d'Italia.

Travaglio ricorda con ardore "i 54 procedimenti contro Antonio Di Pietro”, facendolo passare per vittima di calunnie.

La prima grana giudiziaria è del 7 aprile 1995: a Brescia, Di Pietro, è iscritto nel registro degli indagati per le dichiarazioni del generale Cerciello, che racconta di avere appreso di pressioni esercitate su altri imputati, affinché lo coinvolgessero nelle indagini assieme a Silvio Berlusconi. L’inchiesta, condotta del PM Fabio Salamone, si conclude poco dopo con la richiesta di archiviazione, fatta dallo stesso magistrato che, nel frattempo, però, aveva indagato Di Pietro per varie altre vicende.

Il secondo e terzo proscioglimento arrivano tra il febbraio e il marzo 1996 per le accuse di concussione e abuso d’ufficio per l’informatizzazione degli uffici giudiziari.

Una quarta archiviazione per alcuni esposti di Sergio Cusani.

Il quinto proscioglimento per un’accusa di concussione ai danni dell’ex presidente della Maa assicurazioni Giancarlo Gorrini (prestito di 100 milioni, compravendita Mercedes) e per il reato di abuso d’ufficio per avere favorito l’amico Eleuterio Rea nella nomina a comandante dei vigili urbani di Milano.

Il 15 ottobre 1997 Di Pietro è prosciolto dall’accusa di falso ideologico in relazione alla firma dei verbali di alcuni interrogatori delegati ad ufficiali di polizia giudiziaria.

Il 10 dicembre 1998 è archiviata l’accusa di avere ottenuto l’uso di un appartamento in centro e per aver favorito il socialista Sergio Radaelli nell’inchiesta sulle tangenti Atm.

Il 18 febbraio 1999 Antonio Di Pietro è di nuovo prosciolto dall’accusa di corruzione per aver favorito, nelle sue inchieste, Pierfrancesco Pacini Battaglia.

 “Altro che apparentamento nel segno della legalità. Io credo che se Veltroni ha imbarcato Di Pietro lo ha fatto per annettersi tutte le clientele dell’Udc in Calabria e in altre regioni del Sud, visto che queste clientele stanno adesso tutte confluendo nell’Italia dei Valori”. Le parole e il concetto sono espressi dall’avvocato Franco Romano, che dell’Italia dei Valori è stato responsabile proprio nella regione Calabria, e a raccoglierle solo qualche giorno fa è stato il corrispondente dal Senato di Radioradicale, Alessio Falconio.

Che in una serie di interviste radiofoniche, con la giornalista di “Panorama” Laura Maragnani, con l’ex amico di Di Pietro Elio Veltri e con l’ex socio di partito Achille Occhetto ha sviscerato nell’indifferenza generale dei grandi media il caso Di Pietro. In tutto questo, il prossimo 27 febbraio Antonio Di Pietro dovrà anche comparire in udienza camerale davanti al gip di Roma in veste di indagato per falso e truffa aggravata in relazione all’utilizzo dei soldi pubblici incamerati dall’Idv e dall’ex organo di partito. Insomma Veltroni ancora non lo sa ma la questione morale nel Pd fra poco potrebbe avere il volto, anzi il lato B, di Di Pietro.

Ma nel senso esattamente opposto a quello che crederebbero tutti i suoi ammiratori.

La giornalista Maragnani parla di un “metodo di Pietro” che ben poco sarebbe cambiato dall’epoca delle inchieste subite a Brescia e finite tutte con assoluzioni. La definizione più bonaria che viene data all’unisono da tutti i testimoni sentiti è quella di un padre padrone che gestisce un patrimonio di ormai 22 milioni di euro. Nelle interviste si parla di una società, la Antocri (Anna, Totò e Cristiano sono i nomi dei tre figli di Di Pietro) che possiede case a Roma, Milano, Bruxelles, Montenero di Bisacce e persino in Bulgaria e che quelle stesse case le dà poi in locazione al partito, alla sede del giornale, agli uffici.

Sia come sia, l’Italia dei valori è stata segnalata al Consiglio d’Europa perché ad approvarne i bilanci è di fatto un’unica persona, cioè Di Pietro stesso. Che nelle società si avvale anche della ex moglie Susanna Mazzoleni e di un’amica di Brescia, Silvana Mura. L’atto di nascita del sistema di Pietro e del suo partito personale ha anche una data, il 26 settembre 2000. E un luogo: via delle Province 37, Roma. E’ lì che prende forma la “Libera associazione Italia dei valori-Lista Di Pietro, in breve Idv”. L’oggetto sociale? “La valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa”. Però adesso uno dei soci fondatori di allora, l’avvocato abruzzese Mario di Domenico, anche lui sentito da Radio radicale, ha fatto un esposto in cui Di Pietro viene accusato proprio di quelle cose che lui per anni ha rovesciato addosso ai politici per dimostrare che sono gli affaristi della politica.

Di Domenico ha raccontato come dal 5 novembre 2003 l’associazione partito sia diventata una cosa privata di Di Pietro. Anche dal lato politico il metodo Di Pietro non ha nulla da invidiare a quello Mastella: prima si diceva delle clientele calabresi passate in blocco dall’Udeur all’Idv, ebbene non è da dimenticare che tra questi uomini ce ne sono alcuni che il Di Pietro non farebbe passare sotto silenzio qualora si trattasse di gente presente in altri partiti. Però per se stesso fa una eccezione. Come nel caso dell’avvocato Armando Veneto, ex Udeur ora maggiorente Idv in Calabria, che nel 1979 aveva tenuto l’orazione funebre del boss Girolamo Piromalli, detto Momo. Di questo fatto ormai si parla persino nei libri di storia, come quello del professor Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti della ‘ndrangheta esistenti in Italia e consulente della stessa commissione parlamentare antimafia. La notizia dei giorni scorsi era che Di Pietro aveva declinato l’invito del direttore di “Panorama”, Maurizio Belpietro, a presenziare a una puntata televisiva di “Panorama del giorno” su Canale 5. Magari l’italiano medio crederà che “il gran rifiuto” sia legato al fatto che Di Pietro non vuole andare nelle stesse tv che dichiara di volere chiudere. Qualcuno più smaliziato potrebbe ritenere che l’ex pm di “Mani pulite” avrà ritenuto di evitare qualche domanda scomoda su vicende personali.

«Al giorno d’oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente». Che c’azzecca una delle più celebri citazioni di Oscar Wilde con quello che leggerete fra qualche riga? C’azzecca, fidatevi. Pensate che, prima o poi, sarà costretto anche lo stesso Antonio Di Pietro, vessillifero dei Valori d’Italia o dell’Italia dei Valori a riconoscere che quella massima c’azzecca. Perché quei suoi Valori conclamati e sbandierati, giorno dopo giorno stanno diventando sempre più Disvalori. Colpa di scivoloni, scandali e incidenti di percorso che hanno coinvolto soldati e militanti di quello che, così annunciò Di Pietro a suo tempo, sarebbe stato il partito più pulito del Paese. Peccato che nel partito della trasparenza il primo a incespicare più volte sia stato proprio il leader maximo. Così come dicono gli eurodeputati Achille Occhetto, Giulietto Chiesa e Elio Veltri (ex amici che ora ne dicono peste e corna ai microfoni di Radio radicale) i quali lo accusano di essersi intascato i cinque milioni di rimborso elettorale per le europee lasciando  a secco il famoso “cantiere”

Era il febbraio del 2008 quando Di Pietro attirò l’attenzione della magistratura di Roma per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e truffa aggravata ai danni dello Stato finalizzata al conseguimento dell'erogazione di fondi pubblici. Storie di presunte irregolarità commesse dall’ex pm nella gestione delle finanze nell'Italia dei Valori riguardo alle spese elettorali, alle movimentazioni dei conti del suo partito: in tutto, oltre 20 milioni di euro. Più l'antipatica questione di un assegno «non trasferibile» da 50mila euro destinato al partito ma ugualmente incassato da Di Pietro. Fatto sta che la Procura decise di rinviare a giudizio anche la deputata-tesoriera dell’Idv, Silvana Mura. Una bolla di sapone, qualcuno obietterà. Dissoltasi nell’aria all’arrivo dei prima caldi primaverili. Eppure Di Pietro ci rimane male quando qualcuno, metti il Giornale, mette in piazza alcune sue debolezze. Per esempio il vizietto di giocare a Monopoli comprando case con soldi che non si capisce da quale parte e come arrivino. Tra il 2002 e il 2008 ha speso quattro milioni di euro per collezionare, assieme alla moglie Susanna Mazzoleni, immobili un po’ ovunque da Montenero, a Bergamo, a Milano, da Roma a Bruxelles. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare An.to.cri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) compagno di Silvana Mura. Siamo alle solite. Confusione di ruoli e ambiguità fra movimento e associazione con locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito del medesimo. «Da noi c’è posto solo per candidati che oltre al certificato elettorale portano con sé anche il certificato penale», amava ripetere. Evidentemente si deve essere distratto in più d’una occasione se è vero come è vero che Paride Martella, ex presidente della Provincia di Latina, esponente Idv è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta su appalti truccati della Acqua latina, un giro da 15 milioni di euro. In Liguria due suoi consiglieri su tre hanno avuto problemi giudiziari. Gustavo Garifo, capogruppo provinciale dell’Idv di Genova, è stato ammanettato in ottobre per aver lucrato sugli incassi delle multe. Andrea Proto, consigliere comunale, reo confesso, ha incassato una condanna a un anno e nove mesi per aver raccolto la firma di un morto. Giuliana Carlino, consigliere comunale Idv, indagata per aver falsificato migliaia di firme.

Per corruzione è finito in cella il segretario Idv di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Vatiero. Mentre Mario Buscaino, già sindaco di Trapani, nel Luglio del 1998 è stato accusato di concorso in associazione mafiosa per voto di scambio. Maurizio Feraudo, consigliere regionale calabrese, indagato per concussione (per anni avrebbe preteso un tot sullo stipendio da un suo autista) e truffa. A Foggia l’ex assessore ai Lavori pubblici e coordinatore provinciale del partito, Orazio Schiavone, è stato condannato a un mese e dieci giorni per esercizio abusivo della professione. Rudy D’Amico, un altro ex assessore dell’Idv, questa volta a Pescara, e rimasto coinvolto nell’inchiesta «Green Connection» sulla gestione del verde pubblico. E ancora per Aldo Michele Radice, portavoce Idv in Basilicata, consigliere del ministro Di Pietro il Pm ha chiesto 9 mesi per la raccomandazione di un manager sanitario.

Sorridete: perché c’è anche chi l’auto blu, pur non avendola assegnata, se la compra e utilizza lampeggiante e paletta in dotazione al Consiglio regionale. È Ciro Campana, fermato nei giorni scorsi a Napoli dai carabinieri. Campana non è un consigliere, ma un collaboratore esterno del capogruppo Idv, Cosimo Silvestro. Che abbia ancora una volta ragione Di Pietro? «Quando crescono le responsabilità, e la classe dirigente la devi trovare sul territorio - si difende - lo sa anche Gesù Cristo che ogni dodici c’è un Giuda».

E allora, viene da chiedersi, che cos'è un conflitto d'interessi per Antonio Di Pietro  allorché vi sia un rapporto di parentela, piuttosto che di amicizia o di legame professionale? Forse che il rapporto di parentela, al quale Antonio Di Pietro fa riferimento nel lanciare la sua solita populistica accusa nel suo ultimo post, non sia lo stesso che lo riguarda rispetto al di lui figlio Cristiano per l'appunto, per non parlare del rapporto di amicizia e/o professionale con riferimento al di lui avvocato, Scicchitano, membro del consiglio di amministrazione dell'Anas nominato, il 20 luglio 2006, dallo stesso ministro, Presidente Lazio Service S.p.a., Liquidatore Federconsorzi nonché eletto IDV nel Lazio come appariva sino a mesi fa sul sito dell'IDV? Le ovvie risposte che si possono dare strappano un amaro sorriso, siamo alla farsa!!

Scicchitano nell’ottobre 2003 è stato nominato dal Tribunale Civile di Roma Liquidatore Giudiziale della Federazione dei Consorzi Agrari Federconsorzi in Concordato Preventivo.

Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.

Paolo Madron: È vero che molti avvocati di parte civile erano aderenti all'Italia dei valori?
Pellegrino Capalbo: Sì, c'era anche Antonio Di Pietro che però a un certo punto si defilò.

Bel sistema all'italiana, quello escogitato dal ministro Antonio Di Pietro per sveltire i lavori delle autostrade: istituire commissioni speciali nominate da lui medesimo in persona. Peccato che finora questi nuovi organismi abbiano prodotto soltanto ritardi e aumenti di costi. Tempi allungati, perché il titolare delle Infrastrutture non è tempestivo nelle nomine. E maggiori spese, perché i commissari insediati sono autorizzati a chiedere parcelle astronomiche: anche il 2 per cento a testa dell'importo complessivo dei lavori. La denuncia parte dal Friuli Venezia Giulia, dove l'urgenza di accelerare i lavori per alleggerire il sempre più inadeguato sistema autostradale è particolarmente sentita; ma potrebbe riguardare anche altre opere. È tutto scritto in un'interrogazione presentata in consiglio regionale dai capigruppo di Forza Italia, Isidoro Gottardo, e Alleanza nazionale, Luca Ciriani. Succede questo, per esempio: i tre commissari incaricati di valutare l'assegnazione del progetto esecutivo della terza corsia dell'autostrada A4 nella quindicina di chilometri fra Quarto d'Altino e San Donà di Piave hanno mandato un conto complessivo di circa 130mila euro.

La composizione di queste commissioni, infatti, tocca non genericamente al ministero «ma specificamente al gabinetto del ministro Di Pietro». Con il risultato, osservano ancora, di rendere «evidente il grave livello di interferenza politica nella composizione delle commissioni giudicatrici». «Dei tre commissari per il progetto della Quarto d'Altino-San Donà - dice Gottardo - uno era un ingegnere dello Iacp di Gorizia in pensione candidatosi per l'Italia dei Valori, e il secondo un dirigente delle opere pubbliche del Lazio nato a Montenero di Bisaccia. Il terzo è il direttore del dipartimento Anas. Due nomi su tre sono legati personalmente a Di Pietro».

Ma per Di Pietro la famiglia è sacra. «Io sono sempre stato a difesa della legalità». Antonio Di Pietro ieri aveva un comizio a Perugia e in campagna elettorale si possono dire anche cose che rischiano di essere smentite dai fatti, in particolare da quella che Achille Occhetto ha di recente definito «la gestione padronale e autoritaria del suo partito». Se poi ci sono di mezzo i figli...

Anna Di Pietro è brillante, di bella presenza, studentessa all'università Bocconi e parla con quell'accento milanese che non ha mai intaccato la cadenza molisana del papà. Nel marzo 2006 viene assunta dalla Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell'Italia dei valori: nella redazione romana di via della Vite, una splendida traversa di via del Corso, raccontano però di non averla mai vista, nemmeno per ritirare le buste paga. Insomma, sulla carta è assunta a tutti gli effetti per svolgere il praticantato, che dà diritto a sostenere l'esame da professionista. Solo che non ha mai lavorato. Al giornale, nel frattempo, avevano pensato che avesse cambiato idea, che di fare la cronista non avesse più alcuna intenzione. E però in mancanza di comunicazioni diverse continuano a darle lo stipendio, che non ha mai ritirato. Non è l'unica figlia eccellente affidata alle cure della direttrice Delia Cipullo. Tra i praticanti figura anche Antonio Formisano, figlio di Nello, capogruppo al Senato dell'Idv. Lui però lavora davvero, tant'è che nella lista dei praticanti ammessi a sostenere il prossimo esame figura iscritto al numero 83. Di Anna Di Pietro, invece, al giornale del partito avevano perso le tracce. Anche perché nel frattempo, esattamente a luglio 2007, suo padre intima alla Editrice Mediterranea la dismissione della testata Italia dei valori e pone fine al rapporto che faceva del giornale l'organo del suo partito, con i relativi fondi per l'editoria. L'editore dà seguito alle richieste dell'ex magistrato, restituendogli la titolarità della testata. Da allora di Di Pietro non hanno più notizie dirette. Incoraggiato dalla combattiva Cipullo, l'editore cerca però di andare avanti con il suo giornale che esce fino allo scorso 4 agosto sotto la testata Idea democratica. Ma il disconoscimento dell'Idv porta alla chiusura di «una redazione vera, di persone vere che facevano un giornale vero» spiega Delia Cipullo, «con più di dieci giornalisti». Insomma, ci tiene a precisare orgogliosa, «non uno di quei giornali finti che servono solo ad avere i soldi dell'editoria di partito». A gennaio la sorpresa, Antonio Di Pietro si ricorda del suo ex giornale, e così nella redazione ormai in via di dismissione, cominciano ad arrivare dal suo staff una serie di telefonate. Alla direttrice viene chiesto di certificare l'avvenuto praticantato di Anna Di Pietro. A fronte di una situazione contributiva regolare, ci tiene a specificare la direzione del giornale, per far sì che la figlia del ministro possa sostenere l'esame da giornalista nella prima sessione utile occorre che Delia Cipullo certifichi ufficialmente l'apporto dato dalla ragazza alla redazione. La direttrice però da questo orecchio non ci sente e risponde alle insistenti richieste con un netto no: «Non firmo la certificazione perché non sussistono gli estremi per farlo. Il praticante deve stare in redazione e io Anna Di Pietro non l'ho mai vista nemmeno una volta. Non ha mai ritirato le buste paga. A tutt'oggi è ancora una dipendente della Editrice Mediterranea, malgrado tutto non l'abbiamo licenziata. Però fino ad ora non ha mai lavorato e quindi non posso firmare alcunché».

L'ultima telefonata è di giovedì 13 febbraio 2008. Ma la Cipullo continua a non cedere. Per la figlia del ministro Di Pietro niente esame da giornalista. Una questione di rispetto della legge, in teoria lui dovrebbe capirlo. I figli so' piezz 'e core, si sa, ma un uomo che fonda le sue fortune politiche sulla fama di rigoroso cultore delle regole non può farsi beccare in un plateale fallo di nepotismo: va a finire che in privato sembra adottare esattamente quei metodi «mastelliani» che ama criticare in pubblico.

Comunque al peggio non c'è fine. L'Ordine degli avvocati sospende Di Pietro. Tre mesi di sospensione per l’avvocato Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite si è visto confermare dal Consiglio nazionale forense la «sanzione» del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo che aveva già stigmatizzato il «doppio ruolo» ricoperto nei confronti di un amico di Montenero coinvolto in un omicidio: prima il neo avvocato ne prese le difese, poi passò tra le parti civili che sostenevano la tesi dell’accusa. Una cosa che non si fa: «La condotta del professionista - si legge nelle motivazioni della decisione - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà (articolo 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita e integra altresì l’illecito deontologico». A seguito degli accertamenti svolti, e della sussistenza degli illeciti contestati, «non può che conseguire la sanzione disciplinare». Calcolata in tre mesi di sospensione dell’esercizio della funzione di avvocato in quanto «adeguata alla gravità dell’illecito compiuto».

Ufficialmente indagato dalla Procura di Roma per concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio. Ma anche ufficialmente candidato alle elezioni europee di giugno 2009 per l’Italia dei Valori.

È la posizione di Luigi De Magistris, l’ex pm di Catanzaro che martedì 17 marzo 2009 ha annunciato il suo ingresso in politica nel partito di Antonio Di Pietro. Partito che segue – o dovrebbe seguire – un codice etico interno: divieto di candidatura per chi è indagato e divieto di assumere o mantenere incarichi di governo per chi è rinviato a giudizio. «Noi ci siamo dati questo codice perché la questione morale riguarda chi è presente nelle istituzioni e approfitta di questo ruolo», ribadiva Di Pietro il 28 dicembre 2008 al termine degli incontri del suo partito in Sardegna.

Ora è De Magistris ad essere indagato, insieme ad altri sette pm di Salerno, nel filone dell’inchiesta Why Not. Il magistrato dovrà rispondere delle deposizioni rese alla procura di Salerno nel dicembre 2008: denunciava di essere stato vittima di una manovra dei colleghi di Catanzaro per delegittimare le sue indagini.

Ora che è indagato, però, dovrebbe andare ad allungare la lista degli “impresentabili” di Di Pietro. Che tace. Parla, invece, De Magistris, ospite trasmissione “Omnibus” su “La 7” del 19 marzo 2009: «L’ipotesi di reato è del tutto infondata. È ridicola e grottesca». Non pare intenzionato a farsi da parte. Anzi. «Sarò indagato per i prossimi 30 anni. Su di me sono stati aperti più di 100 procedimenti, un numero superiore a quello che riguardò i pm di Mani Puliti», è la previsione tra il serio e il sarcastico dell’ex magistrato.

La notizia di una sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma, insieme ad altri sette pm di Salerno, è arrivata poche ore dopo la conferenza stampa, in cui l'ex magistrato era stato presentato da Antonio Di Pietro come candidato indipendente con l'Idv. Il fascicolo nei suoi confronti era stato però aperto già a febbraio e riguarda la «guerra» tra le due Procure di Salerno e Catanzaro relativa all'inchiesta «Why not» — che provocò l'intervento addirittura di Giorgio Napolitano e quello del Csm — e nella quale si sono trovati invischiati e poi scagionati Romano Prodi e Clemente Mastella.

I reati ipotizzati sarebbero quelli di abuso d'ufficio — per aver eseguito una perquisizione che sarebbe andata oltre le necessità investigative e sarebbe stata realizzata in modi «anomali» — e interruzione di pubblico servizio, perché avendo realizzato una perquisizione abusando del proprio ufficio, in questo modo avrebbe anche interrotto l'attività della magistratura in modo non giustificato. Secondo le accuse ora al vaglio della procura capitolina, il sequestro del fascicolo dell'inchiesta Why Not eseguito dalla procura di di Salerno - e ispirato da De Magistris - alla procura generale di Catanzaro costituì — parole dell'ex pg Enzo Jannelli, indagato a Salerno — «un danno devastante per l'intera Magistratura italiana e disdoro anche per quella, pur complessivamente sana, magistratura inquirente salernitana».

Nonostante ciò, Luigi De Magistris è stato in Puglia due giorni per la campagna elettorale dell’Idv per le europee 2009 e non si è lasciata sfuggire l’occasione di attaccare il Pd per la scelta di alcuni candidati alle europee, a partire da Paolo De Castro quale capolista per il Sud, che «a quanto ho capito serve solo a dare la possibilità di mandare in parlamento Alberto Tedesco» (indagato) e, «al di là della vicenda giudiziaria, mi sembra il sintomo di un grave inquinamento della classe politica meridionale».

Quando si dice: il bue chiama cornuto l’asino! Ma non basta.

Che c’azzecca Antonio Di Pietro con l’omicidio del giornalista Beppe Alfano assassinato da Cosa nostra nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto? Ovviamente, nulla. Eppure c’è da chiedersi perché, in una memoria di 75 pagine presentata il 2 aprile 2004 alla Dda di Messina dalla figlia del collaboratore del quotidiano La Sicilia, Sonia Alfano - candidata di punta in tutte e cinque le circoscrizioni nel partito di Tonino - si tiri in ballo proprio l’attuale leader dell’Italia dei valori. E lo si fa accostando il nome dell’ex magistrato molisano a un giro di presunte coperture istituzionali e giudiziarie di cui avrebbero goduto personaggi mafiosi e paramafiosi, come Rosario Cattafi, il cui nome venne alla ribalta con la nota inchiesta sull’Autoparco di Milano, poi con una doppia storia di traffico d’armi, e infine con la divulgazione del cosiddetto «memoriale Cerciello» redatto dal generale della Guardia di finanza, grande accusatore dell’ex pm ai tempi di Mani pulite.

I riferimenti a Cattafi crearono qualche grattacapo a Tonino nel giugno del ’95 quando si sparse la notizia (poi risultata infondata) di una sua iscrizione sul registro degli indagati della procura di Reggio Calabria per aver rallentato, insieme al magistrato Giorgianni, alcune indagini su un traffico d’armi che riguardavano proprio questo Cattafi. Veleni, anonimi e corvi fecero da sfondo alle denunce dell’avvocato Carlo Taormina, difensore del generale Cerciello, che chiese alla procura di Brescia di ascoltare Di Pietro in merito ai suoi rapporti con Cattafi. Non se ne fece nulla. Di Pietro annunciò, e inoltrò, querele. La cosa morì lì. Adesso dai cassetti esce questa memoria nella quale l’attuale candidata dell’Idv, nel 2004, chiese alla procura di Messina di fare luce su una serie di indiscrezioni stampa che parlavano di Cattafi e anche di Tonino.

Ma andiamo per gradi. L’8 gennaio del ’93 Beppe Alfano viene ucciso nella sua auto da sicari di Cosa nostra. Per l’omicidio finiscono condannati, quale mandante, il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, e come killer, Antonino Merlino. Le indagini sono affidate al pm Olindo Canali, magistrato per bene trapiantato in Sicilia dalla Brianza, una toga considerata molto vicina al giornalista ammazzato al punto da essere considerato suo confidente, e soprattutto suo amico. La famiglia Alfano continua a intrattenere buonissimi rapporti col pm almeno fino all’anno 2001, quando Sonia Alfano non decide di cambiare strategia e di affidarsi al battagliero avvocato Fabio Repici. Da quel momento, nonostante le condanne incassate al processo per la morte del papà, la giovane Alfano comincia a sostenere che l’inchiesta presenta evidenti lacune, che non si è toccato il terzo livello, che vi sarebbero stati depistaggi istituzionali. Da parte dei carabinieri, che avrebbero chiuso un occhio sulla presenza in zona del latitante capomafia catanese Benedetto “Nitto” Santapaola. Da parte, soprattutto, del pm non più amico di famiglia, Olindo Canali, “eterodiretto” dal defunto magistrato Francesco Di Maggio, un tempo magistrato inquirente a Milano, per anni trapiantato proprio a Barcellona Pozzo di Gotto.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche (e difensive) riprese e rilanciate nel 2004 da Sonia Alfano, il giudice Di Maggio avrebbe intrecciato rapporti proprio con il noto Rosario Cattafi. Nell’ambito del procedimento poi avviato presso la Dda di Messina (numero 2886/02) utilizzando, e facendo proprie, con forma retorica, le considerazioni espresse il 2 marzo 1998 dal settimanale locale Centonove, Sonia Alfano richiamava l’attenzione della procura di Messina sui rapporti tra il mafioso Cattafi e Antonio Di Pietro, e tra quest’ultimo e tale Francesco Molino, altro mafioso barcellonese.

L’intreccio fra toghe (Canali, Di Maggio, Di Pietro), boss mafiosi (Santapaola e Gullotti) e frequentatori di ambienti e personaggi criminali (Cattafi su tutti) porta la Alfano ad affrontare il caso Di Pietro a partire da pagina 54 della memoria stilata dall’avvocato Repici. Letterale: «È da notare un’altra curiosa coincidenza: a metà degli anni ’80 mentre il dottor Di Maggio era titolare di alcune indagini su Cattafi e raccoglieva dichiarazioni di accusa contro quest’ultimo da Epaminonda, suo uditore giudiziario fu il dottor Olindo Canali». E di seguito. «Di questo curioso intreccio di inchieste, inquirenti e inquisiti, si sono ripetutamente occupati gli organi di informazione. Il settimanale Centonove - si legge nella memoria - in un articolo dal titolo "Un dossier porta ad Hammamet" e avente a oggetto un memoriale prodotto dal difensore del generale Cerciello all’autorità giudiziaria di Brescia contro Di Pietro, scrisse… » e giù varie considerazioni. Tra le quali, questa: «Cattafi a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri) e dove ha conosciuto Cattafi di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati (il 3 aprile ’96 Cattafi ottenne in affitto a Taormina un’abitazione del magistrato in servizio alla procura generale di Milano, Luigi Martino), dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie. Cattafi ha necessità di coperture della magistratura. Conosce - continua la memoria-esposto - anche tale Molino, che è di origine siciliana, che poi diventerà anche amico di Di Pietro. Cattafi viene arrestato su ordine dei magistrati di Firenze per la questione dell’autoparco milanese. I giudici di Firenze intuiscono o vengono a sapere qualcosa sui legami passati fra i due magistrati e Cattafi e cercano di indagare. Scoppia la guerra fra le due procure - prosegue la memoria - e le indagini si interrompono.

Di Pietro vola a Messina, dove incontra il pool Mani pulite, in testa il giudice Giorgianni, che più tardi si recherà ripetutamente a Milano da Di Pietro». Nella memoria si fa poi presente che il settimanale Centonove, il 28 febbraio ’98, intervista proprio Cattafi. Il quale conferma d’aver incontrato un paio di volte Di Maggio, mai Di Pietro («l’ho visto un paio di volte in un locale pubblico») e Giorgianni in occasione di un’inchiesta su un traffico d’armi. I riferimenti a Di Maggio sono importanti - prosegue la memoria - per capire la natura dei rapporti col pm Olindo Canali «di cui era certamente a conoscenza Beppe Alfano». E proprio per andare a fondo alla faccenda nella quale è citato Di Pietro, la Alfano chiede alla Dda di Messina di svolgere una lunga serie di atti istruttori, tra i quali «l’assunzione a sommarie informazioni del dottor Olindo Canali» (che verrà ascoltato come persona informata sui fatti) e del giornalista autore dell’articolo su Di Maggio e Di Pietro «per sapere quali siano state le sue fonti di prova e comunque, se prima della redazione di quell’articolo, egli avesse avuto contatti con Canali».

Questo scriveva la Alfano nel 2004. Della tesi Cattafi-Di Maggio-Di Pietro la ragazza continuava a parlare fino al 2006-2007. Da allora, però, Sonia Alfano non segue più quella pista concentrando l’attenzione - quale causale alla base dell’omicidio del padre - sulla latitanza del boss Nitto Santapaola nel barcellonese. La scoperta di Alfano padre del luogo ove a fine del 1992 era tenuto il boss, secondo la figlia, ne determinò l’eliminazione. Pressoché contemporaneamente all’abbandono della pista Cattafi-toghe lombarde iniziano i contatti con il politico di Montenero di Bisaccia che condurranno alla candidatura di Sonia Alfano alle Europee nella lista Italia dei valori. Nessuno, ovviamente, arriva a sospettare una ricompensa elettorale di Tonino all’abbandono della pista “milanese” da parte della Alfano. Ci mancherebbe. Fa riflettere, piuttosto, la decisione della Alfano di rispolverare, nel 2004, fatti vecchi e sepolti.

Antonio Di Pietro è sempre più organico alla casta che dice di combattere: dopo aver candidato l’inquisito De Magistris, dopo non aver eccepito a che il suo figlio mantenesse lo stipendio di consigliere provinciale benché inquisito, dopo aver cooptato mezza famiglia in politica, dopo essersi intestato la ricezione di tutto il finanziamento pubblico del partito, dopo tutto questo, ecco la nemesi definitiva a 17 anni da Mani pulite: l’ex pm si trincera dietro l’immunità parlamentare per non essere condannato in una causa per diffamazione che l’avrebbe sicuramente visto perdente. Il Parlamento europeo, con 654 sì e 11 no e 13 astenuti, ha deciso di non revocare l’immunità, che Di Pietro stesso aveva chiesto dopo averlo pubblicamente negato. E non si tratta neppure di un procedimento penale, ma di una causa civile: significa che Di Pietro l’ha fatto solo per non perdere soldi, proprio come i mostri della casta.

Di questo passo somiglierà sempre più all’imitazione che ne fa Neri Marcorè: dice una cosa, fa il suo contrario. Di Pietro si è fatto proteggere dall’immunità di eurodeputato per una causa civile di diffamazione, dopo aver pubblicamente detto che avrebbe rinunciato alle garanzie da eurodeputato (Ansa, 11 febbraio 2009), dopo aver detto che l’articolo 68 della Costituzione, per l’appunto l’immunità, va cancellato perché «aveva senso quando fu scritto, dopo la fine del fascismo. Ho sempre detto che l’articolo 68 andrebbe abrogato» (Ansa, 23 luglio 2007). Si protegge con l’immunità, ancora, dopo aver fatto sfoggio di eticità sulla pelle del senatore Luigi Grillo, Pdl, raggiunto da rinvio a giudizio nel maggio 2008: «Ora chiederà di non avvalersi dell’immunità parlamentare per farsi giudicare, come responsabilità istituzionale vorrebbe?», disse Di Pietro.

Chiede e ottiene la tutela parlamentare, dopo aver sfidato pubblicamente Silvio Berlusconi sul medesimo punto: «Se vuole querelarmi rinunci all’impunità» (Ansa, 12 aprile 2008); dopo aver tuonato pubblicamente, lo stesso giorno della sua immunità, contro quella del premier, che sarebbe invece segno di «paraculaggine». Qualcosa non torna. Se ne sono accorti pure i suoi elettori, che non nascondono un forte imbarazzo, sfociato persino sul blog del loro leader.

Prima di entrare in politica, Antonio Di Pietro, ex magistrato, ex poliziotto, ex tecnico della Difesa ed ex trattorista, possedeva una villetta con giardino a Curno, nella bergamasca, che ampliava comprando un'altra villa adiacente di 8 locali.

Una volta entrato in politica fa il salto di qualità.

Nel 1995 comprava un'abitazione da 300 mq a Busto Arsizio che girava al suo partito dopo aver acceso un mutuo per l'80% del valore.

Quando viene eletto al parlamento europeo compra un bilocale di 80 mq a Bruxelles (cifra ignota) mentre, nel 2002, quando è ministro delle Infrastrutture, si accasa a Roma in via Merulana, acquistando una casa di 180 mq e 8 locali per 650.000 euro (mutuo Bnl di 400.000 euro).

Nel 2003 a Montenero di Bisaccia Antonio Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico da 173 mq per valore di 300.000 euro in tutto sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) il tutto grazie al condono del 2003. Nello stesso anno l'ex-pm compra un appartamento di 190 mq nel centro di Bergamo, mentre la moglie ne compra uno adiacente da 48 mq (valore 800.000 euro).

Nel 2004 se ne aggiunge uno in via Casati a Milano di 190 mq (620.000 euro) e uno di 190 mq a Roma (via Principe Eugenio, un milione e 50.000 euro) ambedue intestati alla An.to.cri, cioè la società da lui stesso creata con un capitale sociale iniziale di soli 50.000 euro. I due mutui contratti ammontano complessivamente a 660.000 euro circa, e in quest'ultima si trasferisce la sede dell'Italia dei Valori che versa l'affitto proprio alla An.to.cri. Non passano due mesi e alla fine di marzo, l'ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie del segretario politico dell'Italia dei valori fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c'è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all'esborso e in quale misura.

Il 2005 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano - come da rogito stipulato in aprile - Di Pietro lo intesta alla Srl An.to.cri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove - stando al bilancio 2005 dell'Idv - trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d'affitto versati all'Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori. Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro.

L'anno successivo, come detto, Tonino compra all'asta con offerte segrete la casa di via Locatelli 29, sempre nella città orobica: 178 mq di superficie catastale, 9 vani, il tutto per una cifra molto bassa: 261.661.000 euro. Qualche mese prima si poteva acquistare solo a non meno di 500 mila euro. Mentre l'anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l'ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c'è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano. Di Pietro in aula ha spiegato d'essersi dato al mattone dopo aver venduto l'ufficio politico di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all'IdV: quello di via Felice Casati a Milano - acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re - e l'altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna.

A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l'ex pm ha incassato dalle vendite all'incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino, ma il conflitto d'interessi torna ora d'attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell'Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell'Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l'amministratore della sua società immobiliare An.to.cri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell'Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest'ultimo immobile qualcosa non quadra: l'ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all'ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.

Ma i conti non tornano lo stesso. «Anziché minacciare a destra e a manca, - dice Capezzone del PDL - Di Pietro dia un po' di spiegazioni, prima di tutto spiegazioni politiche. È vero o falso che esiste una società An.to.cri che gestisce gli immobili citati dal Giornale? È vero o falso che esiste una associazione formata da tre persone, ovvero lui stesso, la tesoriera del partito Silvana Mura e la moglie che di fatto è un'associazione di controllo rispetto al partito?». «Il problema è che Di Pietro - prosegue Capezzone - deve rendersi conto che se chiede il centoeuno di trasparenza agli altri dovrà garantire almeno il 15-20% di trasparenza su se stesso, sennò è tutta roba da ridere. Come mai tutti quelli che hanno fatto intese politiche con Di Pietro se ne sono andati o hanno fatto causa? Magari avranno torto, ma sarebbe interessante capire perché. Oppure sono tutti berlusconiani? Achille Occhetto, Elio Veltri... Insomma, faccia una bella piazza Navona». « Di Pietro vada a piazza Navona e renda note tutte queste risposte al suo pubblico. Vorrei che i moralisti che fanno le prediche facessero un po' di pulizia nel loro pulpito. Il suo amico Marco Travaglio, per esempio: che sta facendo? Si fosse trattato di un esponente del Pdl avrebbe già fatto 4 articoli sull'Unità più 2 videomessaggi. In quale piscina sta a mollo per non accorgersi di queste cose?».

Anche il Corriere della Sera scrive sugli investimenti dell' ex pm, «i conti non tornano». Un milione di entrate e quattro milioni di euro spesi dal 2002 al 2008. Una girandola di appartamenti e immobili tra Milano, Roma, Bergamo, Busto Arsizio, Curno, Montenero e Bruxelles riconducibili a Di Pietro, la famiglia e la società «An.to.cri.», acronimo Anna, Toto e Cristiano, i tre figli. E curiosità varie, tipo gli investimenti attraverso la Suko, una srl bulgara con sede a Varna che Tonino possiede al 50 per cento. O un appartamento di 178 metri quadri acquistato a Bergamo per 261 mila euro grazie alle cartolarizzazioni Inail e non direttamente, ma tramite il compagno della tesoriera dell' Idv Silvana Mura.

«Una campagna di veleni» del «giornale di famiglia» (Berlusconi) che «inventa un'inesistente connessione tra l' Idv e le mie proprietà», replica dal suo blog Di Pietro. «Gli immobili sono stati acquistati, oltre che con i soldi miei, di mia moglie o con i mutui, anche con soldi che Il Giornale ha già dovuto sborsare negli anni per le innumerevoli diffamazioni perpetrate ai miei danni». Così l' ex pm assicura che metterà «in rete copia degli assegni che mi hanno versato». Precisa: «Non prendo soldi dalle casse dell'Idv». E annuncia che «anche il prossimo appartamento lo comprerò col denaro che dovranno pagare per l' ennesima diffamazione».

C' è chi gli dà ragione, «mi sembra una delle tante porcate a suo danno», considera il giornalista Marco Travaglio: «Non mi pare d'aver letto nulla di nuovo, del resto da quindici anni è l' uomo più diffamato d' Europa, con le decine di cause che ha vinto non mi stupisco dei proventi. Che poi l' accusa arrivi dal quotidiano di proprietà di un immobiliarista che con le case ne ha combinate di tutti i colori, mi pare singolare».

C'è chi si morde la lingua, come Achille Occhetto: «Non parlo di Di Pietro. Noi del "Cantiere" abbiamo già querelato il suo partito che ha preso i soldi nostri in campagna elettorale». L' uomo della Bolognina sbotta contro i mass media: «Avete mandato a casa la gente migliore, e questo è il ceto politico che c'è ora in Italia. Tenetevelo».

E poi c' è Elio Veltri, anche lui del Cantiere, un fiume in piena. «Che ha detto Di Pietro?» Nel blog ha scritto... «Nel blog? Ma stiamo scherzando? Perché una società bulgara? Perché una casa comprata da un prestanome che gliela vende in segreto? In qualsiasi Paese europeo un politico che facesse come lui andrebbe a casa domani. Convochi una conferenza stampa, si sottoponga alle domande dei giornalisti. Ci andrò anch'io». A domandare cosa? «Nel '98 fondammo l'Idv. E due anni più tardi Di Pietro creò clandestinamente, all'insaputa del partito - io, vicepresidente, lo ignoravo - un' associazione con lo stesso nome composta da lui, dalla moglie e da Silvana Mura. Ed è l' associazione "Italia dei valori" a incassare il finanziamento pubblico, non il partito dichiarato "contumace" al processo di Roma». La causa sui finanziamenti contesi è ancora in corso a Milano. «Io ne uscii, ma nel Psi di Craxi c'erano più garanzie, i probiviri! Perché ha fatto quell'associazione? Come può prendere soldi pubblici? Perché in Parlamento nessuno dice niente? E poi dicono che Di Pietro attacca la Casta. Un cacchio. La Casta sta zitta. Perché?».

Ma quante case ha l'onorevole Di Pietro? E con quali soldi le ha acquistate? E' vero che il gip di Roma ha messo nero su bianco che Tonino non ha usato un euro del partito, ma rimane il fatto che sono tante case e tanti soldi. Lui dice che le ha acquistate con le querele ai giornalisti, ma noi restiamo trasecolati da tutto questo giro di denaro e di case intestate a moglie, e a figli e a se stesso. L'imponibile di Di Pietro del 2008? Euro 218 mila, poi c'è la casa dei genitori a Montenero di Bisaccia, dove Di Pietro ha anche una casa colonica e un'azienda agricola. Il leader Idv è poi proprietario del 100% della An.To.Cri. spa, proprietaria di un altro appartamento a Milano. C'è poi un pacchetto azionario Enel da 17.500 azioni. La macchina è una Hyunday Santafè.

L'imponibile di Di Pietro nel 2002 era di 463 milioni di lire, nel 2005 era solo di 175 mila euro, nel 2006 di 189 mila euro e nel 2007 di 218 mila euro. Non abbiamo parole. Siamo basiti. Siamo esterefatti. Ha ragione Capezzone (PDL) il signor Di Pietro prima di fare il grande moralizzatore deve agli italiani una risposta esauriente ed esaustiva su case di proprietà e denaro contante per acquistare, visto che il suo imponibile oscilla da anni intorno ai 200 mila euro soldi con cui a Milano compri solo un bilocale più servizi in zona semicentrale.

Anche a proposito del richiamo ai risarcimenti per diffamazione a mezzo stampa c’è qualcosa che non quadra. Come ha salmodiato Marco Travaglio ad Annozero, «negli Usa un giornalista deve controllare una cosa sola, che la notizia sia vera. In Italia ci sono denunce civili e penali ed esposti all’Ordine...».

È il caso di Antonio Di Pietro, uno dei primi ad appoggiare la manifestazione di Roma del 3 ottobre 2009 sulla libertà di stampa. Un vero recordman della querela con oltre 300 cause (357 secondo Repubblica) contro la stampa e ben 700mila euro incassati. Con buona pace del diritto di critica.

"Di Pietro - La storia vera" di Filippo Facci (Mondadori): Tutto quello che pensate su Di Pietro è vero. Purtroppo. E lì lo si documenta.

Su “Panorama” del 30 marzo 2010 esce un’inchiesta sconvolgente sulle frequentazioni di Di Pietro.

In Bulgaria le chiamano Zlatni Piasazi, Sabbie d’oro: chilometri di spiagge larghe e affollate, nella località balneare più chic del Mar Nero. Ogni estate, negli eleganti alberghi della riviera si ritrovano i più facoltosi uomini d’affari del paese. È la sera del 19 agosto 2002: sono passate da poco le 10 di sera. La leggera brezza marina non smorza l’afa: il termometro segna più di 30 gradi. Al primo piano del Grand hotel International, un grattacielo di vetro alto 40 piani, i bocchettoni dell’aria condizionata sparano aria gelida. Ma nel resort a cinque stelle il clima si sta comunque surriscaldando: su una passerella sfilano aspiranti miss, piuttosto discinte. A osservarle dall’alto, nella sala riservata ai vip, c’è Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, a quei tempi europarlamentare. Viene sorpreso da un paparazzo bulgaro: indossa camicia bianca a maniche corte e pantaloni color kaki.

Il fotografo coglie il suo sguardo sorpreso. Sembra preoccupato, Tonino. La sua espressione è probabilmente legata alla «qualità» dei commensali. Davanti a lui, in giacca mattone e maglietta bianca, siede Ilia Pavlov, 42 anni: un multimilionario che sette mesi dopo, il 7 marzo 2003, viene assassinato a Sofia. Un cecchino, nascosto fra i cespugli, lo centra da 70 metri: un solo colpo, dritto al cuore. Ucciso come un boss. Trud, il primo quotidiano bulgaro, annota: «L’omicidio è dovuto a interessi inconciliabili tra gruppi mafiosi». Mai condannato in patria, Pavlov viene considerato un tipo poco raccomandabile dalle polizie di mezzo mondo. Comprese l’Fbi e la Cia.

I sospetti trovano conferma in un dossier del 1998: l’ambasciata americana a Sofia lo invia in via riservata all’Uscis, l’ufficio immigrazione degli Stati Uniti. E si parla di Pavlov in questi termini: «Le società dell’imprenditore sono sospettate di riciclaggio, furti e omicidi».

Anche gli altri convitati hanno un passato oscuro. A capotavola, in camicia a quadretti e giacca color tortora, c’è Ahmed Dogan: 48 anni, leader del Movimento per i diritti e le libertà (Dps), il partito che rappresenta i turchi in Bulgaria. È un personaggio molto discusso. Nel 1986 viene arrestato per attività terroristiche. A quell’epoca è a capo di un gruppo estremista, considerato responsabile di diversi attentati. Il più grave è quello del 9 marzo del 1985 alla stazione di Bunovo, minuscolo paesino a est di Sofia: muoiono sette persone, tra cui due bambini.

Dogan resta in carcere sei mesi e 15 giorni. Viene condannato a 10 anni. Ma nel 1989, dopo la caduta del comunismo in Bulgaria, gli concedono l’amnistia. E Dogan comincia la sua ascesa. Fonda il Dps, che diventa l’ago della bilancia nella politica bulgara. Spesso in totale spregio delle regole elettorali. Nel 2007 Dogan dichiara candidamente: «Comprare voti è una pratica europea, diffusa dalla Seconda guerra mondiale». Tanta disinvoltura costringe la Corte costituzionale bulgara a intervenire. Le elezioni parlamentari del giugno 2009 sono falsate: i giudici annullano migliaia di voti nelle sezioni all’estero. I brogli si concentrano nelle roccheforti del partito di Dogan. I 23 seggi incriminati sono tutti in Turchia e qui il Dps ha ottenuto un plebiscito: 18.140 preferenze su 18.358.

Dogan era fraterno amico di Pavlov. Giornali e politici sottolineano spesso il sodalizio. Lo spiega a Panorama l’europarlamentare bulgaro Dimitar Stojanov: «Il partito di Dogan è il volto politico della nostra mafia. E Pavlov è sempre stato sospettato di essere il braccio economico della criminalità organizzata».

Certamente il leader del partito turco non ha mai avuto problemi di finanziamento. Nel giugno del 2005 dichiara in tv: «Il mio partito è circondato da una serie di imprese. Loro ci danno soldi e noi le aiutiamo». Dove finiscano i fondi resta un mistero. Di certo, e alla luce del sole, Dogan sguazza nel lusso più sfrenato: in Bulgaria vive in residenze da favola. Per i giornali di Sofia, una sarebbe intestata a due prestanome: un ex manovale e un’ex parrucchiera. Ma sono almeno cinque le ville e gli alberghi riconducibili a lui, scrive la stampa.

La sera del 19 agosto 2002, in quella sala esclusiva del Grand hotel International, seduto a fianco di Di Pietro c’è un altro uomo: ha la camicia bianca e i pantaloni blu. Viene immortalato di spalle, ma un’altra foto scattata durante la serata non lascia dubbi. Il signore si chiama Ivan Slavkov: è un assistente di Dogan, poi diventerà assessore del Dps a Varna, a pochi chilometri dalle Sabbie d’oro.

Il 17 ottobre 2008 viene arrestato: «Sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e traffico di droga». Per i magistrati è il capo di un’organizzazione criminale di 80 persone. Le sue prime prodezze risalgono al 1996: sei anni prima dell’incontro con Di Pietro. Slavkov è tuttora in carcere.

Il quinto commensale è una distinta donna di mezza età: Tania Tzvetanova Zhelyazkova. Vive tra Sofia e Vigevano, dove ha sposato un italiano. La signora compare anche in altre immagini con il fondatore dell’Italia dei valori: incontri che, a Sofia, Tonino ha con diversi politici e uomini d’affari bulgari. Viaggi istituzionali, perlopiù: dal 2001 al 2006 l’ex pm di Mani pulite è europarlamentare.

Va in missione nel paese balcanico almeno tre volte solo nel 2002: tra aprile e novembre. Mentre in agosto, quando viene sorpreso al concorso di bellezza, Di Pietro è in vacanza. Lo rivela a Panorama la stessa Zhelyazkova. È lei a far conoscere Pavlov al leader dell’Italia dei valori. E perché? «Erano entrambi miei amici» spiega al telefono da Sofia, dove è proprietaria di due aziende. «Conosco Di Pietro da tanti anni: me lo ha presentato il mio dentista, Carmelo Tindiglia».

Il medico è consigliere comunale dell’Idv a Vigevano. E Tania Zhelyazkova è la persona che assiste Di Pietro nelle sue trasferte in Bulgaria. Interpellata sulle frequentazioni sospette dell’ex magistrato, la donna prima chiede a Panorama di inviarle le domande per email: «Risponderò entro mezzogiorno di domani» promette. Salvo poi fare marcia indietro, appena letti i quesiti. Nelle telefonate precedenti con Panorama, Zhelyazkova accenna però anche a un incontro fra Pavlov e Di Pietro: «Si sono visti all’hotel Excelsior di via Veneto» ricorda. «Una cena di lavoro: c’erano anche 30 imprenditori italiani interessati a investire in Bulgaria». E c’era anche Sergio De Gregorio, fondatore dell’Associazione italiani nel mondo. La sua presenza viene confermata dalla stessa Zhelyazkova.

Oggi De Gregorio è senatore del Popolo della libertà. Quell’incontro a Roma lo ha raccontato il 5 febbraio scorso al quotidiano di Sofia 24 Chasa: «Pavlov mi disse di essere l’incarnazione del potere politico ed economico della Bulgaria. Si vantava: “Nel mio paese comandano persone come me”» ha ricordato De Gregorio nell’intervista. «Spiegai a Di Pietro che Pavlov non mi piaceva: parlava e si comportava come un mafioso. Mi rispose che era un grande imprenditore».

Il senatore non lesina dettagli: «Di Pietro aveva intenzione di portare in Bulgaria alcuni imprenditori italiani. Proprio attraverso Pavlov e la sua Multigroup».

La società era la holding del finanziere: la più grande della Bulgaria. All’apice della sua espansione, controlla 120 imprese. Sono attive in tutti i settori, dal turismo all’estrazione mineraria. Un impero costruito dal nulla. Pavlov in gioventù è un campione di lotta: come gran parte dei criminali che spadroneggiano nel paese dopo la fine del comunismo. Ex pugili, pesisti e combattenti ribattezzati dalla stampa bulgara «mutri»: brutti musi. La scalata inizia prima della caduta del regime. È ancora uno studente universitario quando sposa Antoaneta, figlia di Peter Cherghilanov, dal 1973 al 1988 capo dei servizi segreti militari bulgari. È il 1981. Il matrimonio dura solo due anni. Però il legame del rampante finanziere con gli 007 dura tutta la vita. Tanto che affida alcuni posti chiave delle sue aziende a ex agenti.

Un commensale scomodo, per Di Pietro. Che conferma la sua tendenza a intrattenere rapporti conviviali con uomini legati ai servizi segreti. Meno di due mesi fa il Corriere della sera pubblica una foto del 15 dicembre 1992: una cena con carabinieri e uomini dei serviz. L’ex magistrato è accanto a Bruno Contrada, numero tre del Sisde, arrestato nove giorni dopo e poi condannato a 10 anni per «concorso esterno in associazione mafiosa». Di Pietro si è giustificato: «Per me era un funzionario dello Stato, nemmeno lo conoscevo». Ma nel dicembre 1992 la notizia dell’arresto di Contrada circolava da settimane negli ambienti investigativi.

Dieci anni più tardi, in uno sfarzoso hotel di Zlatni Piasazi, l’altra istantanea. Di Pietro siede davanti a Pavlov: un imprenditore in odore di mafia che ha costruito la sua fortuna anche grazie ai legami con gli 007 del regime comunista. Informazioni, stavolta, di pubblico dominio. Contattato più volte da Panorama, Di Pietro non ha voluto commentare le sue frequentazioni bulgare. La mattina di martedì 23 marzo il suo ufficio stampa ha solo fatto sapere che il leader dell’Idv «probabilmente ricorrerà alle vie legali». Senza entrare nel merito dei suoi incontri con Pavlov, né su ogni altro aspetto dell’inchiesta di Panorama.

Dopo il matrimonio con la figlia di Cherghilanov, nel 1988 il magnate conosce l’attrice Darina Gheorghieva, 25 anni. Per le cronache rosa è la «ragazza più bella di Sofia». Sono gli anni in cui Pavlov diventa l’uomo più ricco e potente della Bulgaria: alla sua morte ha un patrimonio di 1,5 miliardi di dollari. La presunta illiceità dei suoi affari è sulla bocca di tutti. L’unico inconveniente giudiziario gli capita nel 1998: il premier Ivan Kostov tenta di incastrarlo per contrabbando. Una delle sue società, la Barteks Trading, è sospettata di avere importato illegalmente 305.914 tonnellate di zucchero. L’azienda paga una multa esorbitante. Ma il finanziere evita il processo per un motivo che sa di beffa. L’inchiesta è archiviata: nessun danno per la concorrenza. Buona parte dello zucchero si sarebbe sciolta con le piogge.

La fama di Pavlov travalica i confini nazionali. Gli Stati Uniti gli negano la cittadinanza per due volte di seguito. Il rapporto dell’ambasciata americana a Sofia parla di riciclaggio, furti e omicidi. È il 1998. Un anno dopo anche la moglie Darina incappa in un incidente diplomatico. Il 22 ottobre 1999 Hillary Clinton, in corsa per diventare senatrice del Congresso, organizza una festa per raccogliere fondi. Alla serata partecipa pure Pavlova, da poco cittadina americana. La donna stacca un assegno di 1.000 dollari per la first lady. Ma il 31 ottobre la donazione viene rispedita al mittente. «Ci sono forti sospetti sulla provenienza dei fondi» dichiara Howard Wolfson, portavoce di Clinton. La notizia fa scalpore: viene ripresa da molti quotidiani e agenzie americane. La signora sconta la poco lusinghiera fama del marito.

L’incontenibile ascesa di Ilia Pavlov termina però il 7 marzo 2003. Sono le 19.50 di un venerdì sera: il finanziere esce dal suo ufficio, nel centro di Sofia. La macchina lo aspetta fuori. L’autista ha già avviato il motore. Pavlov viene trafitto da una pallottola al cuore: muore 20 minuti dopo. Il giorno prima aveva testimoniato al processo per l’assassinio di Andrej Lukanov, l’ex premier bulgaro ucciso nel 1996. Anche lui freddato da un cecchino: un colpo alla testa e uno al petto. Un omicidio per cui viene sospettata la mafia russa. Lukanov era considerato l’artefice della fortuna di Pavlov. Poco prima della morte del primo ministro i rapporti però si erano incrinati. I quotidiani riferiscono di un burrascoso incontro fra i due, avvenuto a Mosca il 30 settembre 1996, due giorni prima dell’uccisione di Lukanov. Il politico sbotta: «Ti ho creato e posso distruggerti». Pavlov risponde a tono: «Non dimenticarti che sono io ora a guidare il treno».

I rapporti tra il finanziere assassinato e Di Pietro vengono confermati a Panorama dall’ex braccio destro di Pavlov, Stojan Denchev, vicepresidente della Multigroup fino a gennaio 2002: «So che si conoscevano. Anzi, erano amici» assicura. Il manager non aggiunge dettagli. Ma le agenzie di stampa bulgare testimoniano che fu proprio Denchev a invitare Di Pietro a Sofia nel novembre del 2002.

È un periodo in cui l’ex magistrato bazzica la Bulgaria non solo in veste istituzionale, ma anche per interessi personali. Il 28 dicembre 2002 a Varna, a pochi chilometri dalle Sabbie d’oro, viene iscritta nel registro bulgaro delle imprese la Suko: una società immobiliare di cui Tonino ha metà delle quote. Un affaire raccontato da Panorama nel novembre del 2007. L’altro 50 per cento è dell’imprenditore Tristano Testa. Di lui si sa poco o nulla. Tranne una sospetta coincidenza: il 26 marzo 2007 diventa consigliere d’amministrazione della Brebemi, l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano.

Nello stesso periodo Di Pietro è ministro delle Infrastrutture nel governo guidato da Romano Prodi. Panorama ha cercato di contattare Testa tramite la Brebemi, una società pubblica. Ricevendo però sempre cortesi dinieghi.

Le attività immobiliari di Di Pietro lasciano sorpreso Nicolaj Kamov, un ex parlamentare bulgaro. Uno di quelli che rimase affascinato dalla fama d’integrità dell’ex pm di Mani pulite. Tanto da invitarlo a Sofia nel giugno 2002. «Non sapevo che avesse interessi economici nel nostro paese» dice Kamov a Panorama. «E nemmeno che frequentasse gente come Pavlov. Non sono un magistrato, però la mia opinione su di lui è chiara: era parte della criminalità organizzata. E la sua Multigroup era uno stato nello stato». Anche su Dogan, l’altro commensale di Tonino, il giudizio di Kamov è categorico: «Da vent’anni il suo partito fa brogli elettorali» accusa. «I turchi che non votano per lui sono minacciati. L’ho visto con i miei occhi. L’ho denunciato in parlamento. Ma non è servito a niente».

Le frequentazioni pericolose di Tonino non si limitano però a quelle immortalate la sera dell’elezione di Miss Grand hotel International. A Sofia, Di Pietro incontra anche il deputato Alexander Tomov. L’occasione è una tavola rotonda sulla giustizia. E sei anni dopo, nel 2008, anche Tomov finisce nei guai. In luglio viene indagato come presidente della squadra di calcio del Cska Sofia: avrebbe distratto fondi per 3,5 milioni di euro. La stessa accusa che gli contestano quattro mesi dopo: 15 milioni sottratti dalle casse della Kremikovtzi, la più grande industria metallurgica del paese di cui Tomov era manager. Ora rischia 15 anni di carcere. «Sono una vittima della piovra politica che stritola la Bulgaria» si difende Tomov. E racconta a Panorama dei suoi rendez-vous con Di Pietro: «L’ho visto molte volte, anche all’estero. Sono un suo grande ammiratore e condivido le sue battaglie».

Giudizi lusinghieri. Condivisi anche da Anton Stankov, ex ministro della Giustizia: «Per noi era il simbolo della battaglia contro la criminalità» ricorda. «Tanto che gli ho chiesto consigli per il nostro nuovo codice penale». Tra la primavera e l’estate del 2002, anche Stankov vede Di Pietro un paio di volte. Il 3 giugno 2002 l’ex magistrato è addirittura l’ospite d’onore di un convegno sulla «lotta alla corruzione»: il suo pane quotidiano. Passano due mesi: l’uomo simbolo di Mani pulite si trova a banchettare amabilmente con Pavlov e compagni. Tra i ficus di un lussuoso resort affacciato sul Mar Nero.

Il 25 settembre del 2010 Gianfranco Fini ha fatto questa promessa a tutti gli italiani: "Se dovesse emergere che l'appartamento di Montecarlo appartiene a Tulliani lascerò la presidenza". E’ stato dimostrato che la casa ex AN è stata venduta a prezzi non di mercato al cognato, ma la promessa del Presidente della Camera e di Futuro e Libertà per l’Italia non è stata mantenuta: per la serie, quando la parola data è un impegno d’onore…..

Affari di famiglie secondo Maurizio Caverzan su il Giornale.it. Anzi, di famiglie allargate: mogli, cognati, figli, amici e parenti vari. I tre moschettieri Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata, fedelissimi del presidente della Camera Gianfranco Fini, il D’Artagnan della situazione, grandi moralizzatori della vita politica che hanno combattuto la crociata separatista del Fli «non sembrano immuni dal morbo familistico». Come scrive Panorama nel numero in edicola il 28 gennaio 2011, «negli ultimi anni milioni di euro pubblici sono andati a società amministrate o partecipate da parenti dei tre finiani». In Sicilia ci sono le società che fanno capo alla famiglia Granata e quelle del clan Briguglio. A Napoli invece c’è la ragnatela di Bocchino e consorte.

Ricerca e innovazione, corsi di formazione, sport e eventi sono i campi di azione della galassia di Granata. Dal 2001 al 2006 lui è assessore regionale ai Beni culturali e poi al Turismo. Così, tra il 2005 e il 2006, la Lucas Engine di cui è amministratore Luigi Martines, sposato con Sabrina Cortese, sorella di Paola, moglie di Granata, percepisce la bellezza di 423.450 euro per attività di «promozione e sostegno al sistema regionale per la ricerca e l’innovazione». Interpellato da Panorama Granata dichiara di non aver «mai dato direttamente contributi a mio cognato, al limite lo hanno fatto altri assessorati». Ma la Lucas Engine che privilegia il settore energetico, ottiene casualmente denaro pubblico (24mila euro) anche per un progetto di studio su bizantini, normanni e svevi in Sicilia proprio durante il suo mandato. Quando Granata torna a Siracusa come vicesindaco, il palazzo a cinque piani che ospita la ragioneria comunale acquistato dalla solita Lucas Engine viene affittato allo stesso comune con contratti prima di sei poi di 10 anni, con una procedura che «ricorda alla lontana quella del cognato per eccellenza: Giancarlo Tulliani». Si resta sempre a Siracusa ma si cambia campo d’intervento con i 351mila euro assegnati in dieci anni da Regione, Provincia e Comune al club sportivo Match Ball (nove campi da tennis e due piscine), a cento metri dal Teatro Greco di Siracusa, di proprietà della moglie di Granata. Con la Cuiform i fondi (non ancora definiti) arrivano invece per un progetto sulla formazione.

Ma la formazione è il terreno d’azione privilegiato dell’altro campione del futurismo, Carmelo Briguglio, messinese che, insieme a Granata, vara il Cufti (Consorzio universitario per la formazione turistica internazionale), ente pubblico con le quote distribuite a metà tra l’Azienda del turismo di Taormina (area Briguglio) e quella di Siracusa (Granata). Ma anche qui c’è di mezzo una donna. È Crocifissa Maltese, detta Fina, che ha sposato Briguglio in seconde nozze. È lei il dominus del Consorzio, nel quale, distribuiti nei vari organismi, si trovano amici d’infanzia e cognati vari fino a un totale di cinque parenti dell’inflessibile onorevole. Morale, scrive Panorama «dal 2002 a oggi il Cufti, o l’“Ente Briguglio” come l’hanno malevolmente ribattezzato nel Messinese, ha ricevuto dalla regione quasi 16,6 milioni di euro».

Per scavare nell’«impero di carta di Bocchino», invece bisogna spostarsi a Napoli, dove il braccio destro di Fini sfoga la sua «passionaccia per l’editoria». E dove si pubblica il Roma, quotidiano da 4.500 copie che percepisce, attraverso la società di cui è azionista di maggioranza Gabriella Buontempo, mogli di Bocchino, la cifra spropositata di quasi 2,5 milioni di euro l’anno di fondi pubblici. Poi ci sono i finanziamenti ottenuti da L’Indipendente fino a prima della cessione della testata...

Che dire del PD. I “comunisti” con i loro alleati ex avversari: i democristiani. Si considerano da sempre i migliori dal punto di vista intellettuale: o sei con loro o sei nulla. Invece sono ignoranti perché si nutrono solo con cultura sinistroide. Efficienti dal punto di vista amministrativo per favorire al meglio i loro amici a scapito degli altri, creando consenso. Gli avversari non li combattono, li distruggono con la violenza, spesso giudiziaria. Inquadrati ed omologati ad un “Kapo” e alla sua idea conforme e retrograda, che non si discute, ma si impone agli altri. Con le primarie, spesso, l’ala più oltranzista, fondamentalista ed organizzata si impone con il solo 10% di tutto l’elettorato di sinistra.

La nascita del Partito Democratico ha creato le condizioni per una svolta, non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana. [..] Si è creato così un vuoto politico molto pericoloso, che ha dato spazio alla demagogia populistica, all’arroganza di ristrette oligarchie e anche a poteri opachi che tendono a sottrarsi al controllo della legge e delle istituzioni democratiche. […] Il Partito Democratico sa bene che anche la conquista di nuovi diritti può rivelarsi effimera, se non si afferma un’etica pubblica condivisa, che consenta agli italiani di nutrire un senso più alto dei loro doveri.

Questo è quello che potete leggere sfogliando le 11 pagine del Manifesto dei valori del Partito Democratico, mentre di tutt’altro tenore sono le notizie che arrivano da tutta la Penisola. A Firenze, Napoli, Roma, Genova e Perugia, in Abruzzo, Campania, Toscana e Calabria, nelle carte dell’inchiesta Why Not di Luigi De Magistris, emergono fatti e misfatti molto imbarazzanti per un partito che vorrebbe rilanciare l’etica della politica.

Caso Marrazzo, Del Turco. Inchieste. Arresti. Appalti. Finto tesseramento. Scandali, corruzioni,persino delitti (a Castellammare di Stabia, omicidio di Gino Tommasino, consigliere Pd ucciso da un camorrista iscritto al partito).

Cose dell'altro mondo?

In merito all’arresto di Luigi Bianchini, già coordinatore di un circolo del Pd di Roma e accusato di essere l'autore di diversi stupri nella capitale, "E' incredibile - osserva Marino - che un criminale già coinvolto in odiosi reati possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd". Questo proverebbe "che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna, che non può essere ignorata". Il senatore si interroga sui criteri con cui vengono individuati i coordinatori dei circoli. "E' chiaro che non sono scelti liberamente ma imposti - dice - per rispondere agli equilibri delle correnti e senza nemmeno sapere chi siano, che cosa hanno fatto nella vita, se davvero in grado di guidare un circolo, anche dal punto di vista morale".

Le primarie del Pd sono un esaltante esercizio di democrazia partecipata o un'operazione manipolata della volontà dei capibastone? Ognuno può pensarla come meglio crede ed è lecito essere certi che i grandi numeri sbandierati dai responsabili del partito sull'affluenza alle primarie (3 milioni di elettori hanno votato su internet o presso i gazebo autotassandosi con 2 euro) siano realistici, anche perché probabilmente è vero. Bersani, che pur essendo una pedina di D'Alema ha lasciato un ottimo ricordo da Ministro dello Sviluppo Economico, ha vinto abbastanza nettamente ma siamo sicuri che sia andato tutto liscio?

Già in fase precongressuale sono stati sferrati duri attacchi, soprattutto da parte dei sostenitori della mozione Marino, alle procedure di tesseramento e voto nei circoli, in particolare della Campania e della Calabria, ma i tanti casi sono arrivate molte testimonianze di brogli.

A Omnibus (il talk show politico della mattina su La7) è stato dimostrato come una giornalista a Castellammare di Stabia abbia votato addirittura 4 volte nell'arco della stessa giornata.

Alcune perplessità poi ci sono state segnalate anche per la velocità di comunicazione dei dati ufficiali. In un paese in cui i risultati elettorali giungono solitamente con molte ore di ritardo rispetto alla chiusura dei seggi, in questo caso i risultati ufficiosi (frutto di exit poll? Mistero a riguardo) sono giunti pochi minuti dopo la chiusura dei seggi e, incredibilmente, rispecchiano perfettamente lo scrutinio ancora in corso. Incredibile in un paese in cui i sondaggisti fanno solitamente sondaggi avventati e imprecisi.

«La verità è che il pesce puzza dalla testa», sparava a zero in un’intervista Achille Occhetto su Pd e dintorni. Titillato sulla questione morale, l’ex capo della Quercia ammetteva che l’olezzo che emana il suo vecchio partito è forte e proviene da capo, corpo e coda. Prima ancora che il Pd andasse definitivamente in trance col caso Marrazzo, da mesi ombre ben più cupe si allungano sul Partito democratico. Inchieste giudiziarie, sospetti, mala politica e scandali stanno travolgendo gli eredi di Berlinguer dalla Calabria alla Puglia, dalla Basilicata alla Campania, passando per il Lazio. La supposta superiorità morale della sinistra s’è così sciolta come neve al sole in moltissime regioni da loro amministrate.

In Campania il Pd è praticamente finito in una discarica. Qui il governatore Antonio Bassolino è stato rinviato a giudizio su richiesta della Procura di Napoli con ipotesi di reato che vanno dalla frode in pubbliche forniture, alla truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, falso e reati ambientali, nel periodo in cui era commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Immondizia che ha infestato la regione per mesi, fino all’intervento col pugno di ferro del governo Berlusconi. Pressato dai suoi affinché lasciasse, Bassolino è rimasto però incollato alla poltrona ripetendo a macchinetta di «avere le mani pulite».

Situazione imbarazzante pure a Napoli dove la giunta guidata da Rossa Russo Iervolino è stata decapitata dall’inchiesta sulla delibera della Global Service, società in gara per aggiudicarsi un mega appalto per una serie consistente di lavori pubblici e manutenzioni di competenza del Comune. Qui in manette sono finiti due assessori e due ex componenti della squadra del sindaco. La quale, di fronte alle accuse e alle relative richieste di farsi da parte, ha avuto lo stesso atteggiamento del suo collega di partito: «Sono una persona per bene, non me ne vado». Grumi di collusione con la camorra a Castellammare di Stabia dove un consigliere comunale del Pd è stato addirittura ucciso da un compagno di partito che frequentava lo stesso circolo.

Più a sud stessa musica. Il governatore della Calabria Agazio Loiero è finito nella celebre maxi inchiesta «Why Not?» e anche per lui è arrivato un avviso di garanzia con accuse pesanti: corruzione semplice e corruzione elettorale. Imbarazzo nel partito e reazione piccata dell’indagato: «Dimostrerò di essere estraneo ai fatti». Chiacchieratissimo pure l’ex vicepresidente della giunta Loiero, attuale capogruppo regionale del Pd e coordinatore del partito, Nicola Adamo. Anche per lui una richiesta di rinvio a giudizio nella medesima inchiesta, dopo aver avuto guai giudiziari per ipotetici finanziamenti «pilotati» che hanno interessato aziende amministrate dalla moglie.

Una vera e propria bufera giudiziaria s’è invece abbattuta sull’ex assessore alla Salute della Regione Puglia e poi senatore piddino, Alberto Tedesco. L’uomo di Vendola, indagato con una quindicina di persone per presunti abusi relativi alla fornitura di servizi da parte di società private ad alcune Asl della regione, si difende: «Le accuse su di me? Falsità». Di fatto, tutti gli atti della giunta Vendola sono finiti nel mirino dei pm della Procura di Bari. Scandalo sanità e scandalo escort ha provocato l'azzeramento della giunta.

Guai giudiziari anche per il Pd in Basilicata dove, nell’indagine che ha portato all’arresto per tangenti dell’amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, c’è finito pure il deputato Salvatore Margiotta. Richiesta di arresti domiciliari negata da Montecitorio e Tribunale del riesame che ha recentemente annullato il provvedimento. Beghe giudiziarie anche per il presidente della Regione Vito De Filippo, accusato di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. E beghe politiche: la sua giunta s’era dimessa in blocco a fine 2008.

Insomma, grane su grane, che hanno coinvolto sia i vertici che la base del partito. A Roma, per esempio, è finito in manette un presunto stupratore seriale che poi si è scoperto essere coordinatore di un circolo piddino dell’Eur. «C’è una questione morale grande come una montagna», aveva commentato in quell’occasione il candidato alla guida del partito Ignazio Marino. Concetto opposto a quello espresso dal dalemiano Nicola Latorre: «Nel Pd non esiste una questione morale». Il pesce non sembra aver voglia di decapitarsi.

PARLIAMO DELLA LEGA NORD PADANIA: RAZZISTA? LADRONA? TRAFFICONA? MAFIOSA?

Se è pur vero che politicamente non rappresenta tutti i cittadini del nord Italia, è indiscutibile il fatto che essa incarna il modo di essere e di pensare della quasi totalità di essi: saccenza ed ignoranza; arroganza e presunzione.

La mia ricerca e la mia didattica, non per giudicare, ma per conoscere. Partiamo da quanto scritto da Alberto Custodero su “La Repubblica”.

La Lega secessionista

Dopo gli scandali che l'hanno colpita la Lega Nord torna a parlare di secessione, di Parlamento Padano, di esercito e di moneta da battere. Sembra un ritorno agli anni '90, quando Bossi e i suoi furono vicini al tentativo separatista e, per questo, finirono anche sotto inchiesta. Una legge ad hoc, li salvò. Ma le carte dell'inchiesta dimostrano che facevano piuttosto sul serio.

"All'armi siam leghisti". Così la Lega minacciava lo Stato.

Nel passato della Lega 'di lotta' ci sono episodi che coinvolgono molti degli attuali vertici del partito. In una conversazione telefonica Umberto Bossi si sfoga con l'allora segretario regionale del Veneto del Carroccio Alberto Mazzonetto: "Dobbiamo contestare Scalfaro, non mandate i bambini quando viene in visita". Ecco le intercettazioni, i verbali di interrogatori e persino rapporti del ministero degli Interni che monitorava la mosse secessioniste del movimento. E le carte delle indagini in cui la procura di Verona chiese il rinvio a giudizio per lo stato maggiore della Lega, contestando il reato di cui all'articolo 241 del Codice Penale per aver tentato di "disciogliere l'unità dello Stato italiano mediante disgregazione del suo territorio per creare una nuova entità statuale chiamata Padania". Il reato però è stato depenalizzato dal Parlamento da una legge "ad legam".

Le intercettazioni. Bossi (30 settembre 97) è intercettato al telefono mentre parla con l'allora segretario veneto della Lega, Alberto Mazzonetto. Al quale dice: "Gavremo (Avremo) tutti con il mitragliatore in mano. Sarà una soddisfazione enorme portarmi all'altro mondo il più possibile di questa merda vivente". Bossi incita il segretario veneto ad andare in piazza "a menare la mano", gli dà istruzioni affinchè la visita di Scalfaro sia disertata dai veneti e dai ragazzi delle scuole. "Tutte le volte che viene Scalfaro va contestato". dice il Senatur. E poi gli dice che i bambini devono sventolare la bandiera della Padania, "come ai tempi di Mussolini".

E i discorsi: Maroni arringa la folla padana. (14 settembre 97): Maroni (presidente del Consiglio del governo padano, con interim Poste e telecomunicazioni, e Intelligence) ex ministro dell'Interno. Dice che il governo padano ha in corso una trattativa con lo Stato italiano per ottenere la secessione. Ma la trattativa non ha sortito effetti. Spiega che analoghi episodi di autodeterminazione dei popoli si verificano dal Quebec alla Catalogna, dalla Fiandre alla Scozia al Galles. Maroni annuncia le elezioni politiche della Padania per l'elezione del Parlamento. Annuncia che la Padania avrà due imposte, una diretta sui redditi e una indiretta sui consumi per un prelievo massimo del 25 per cento. Quindi propone di tassare alcune attività illecite, come "la prostituzione, attività commerciale". Prevede che il sistema pensionistico padano sarà contributivo a capitalizzazione. E svela che la sicurezza sarà affidata "alla guardia nazionale padana", mentre i magistrati, eletti dal popolo, dovranno rispondere dei loro errori.

La legge 'ad Legam' che salva il Carroccio. Il testo della legge 24 febbraio 2006, n 85, approvato in scadenza di legislatura dall'allora maggioranza di governo (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega e Udc), che ha modificato gli articoli del codice penale che si riferiscono all'attentato contro l'integrità, la Costituzione e i simboli dello Stato. Nella "normativa precedente" compare (art. 241 del codice penale) ancora la dicitura originale "è punito con la morte", in realtà, ovviamente, la pena era stata già da tempo sostituita con l'ergastolo. Questi reati sono quelli per cui sono stati imputati a Verona Bossi, Maroni, Calderoli, Borghezio e altri dirigenti del partito. Il processo è ancora in corso ma loro, ormai, ne sono usciti.

Parlamento, esercito e moneta. Torna il progetto separatista della Lega. Bossi ne ha riparlato recentemente a Mantova. Con toni forse più soft. Ma i temi sono gli stessi del tentativo che mandò sotto inchiesta (con reati, allora, da ergastolo) 41 dirigenti del Carroccio. Poi, con un colpo di mano, il codice è stato cambiato e il Senatùr e gli altri leader sono usciti dal processo. Ma Borghezio ricorda che si faceva sul serio e parla di "un tintinnio di sciabole".

Allarme siam leghisti. E secessionisti. Fallita la secessione dei "fucili" degli anni Novanta ("... che gavremo tutti il mitragliatore in mano..." disse Bossi ad Alberto Mazzonetto, segretario della Lega veneta, in una famosa telefonata intercettata dalla Digos). Abortita quella "istituzionale" del federalismo durante il decennio di governo col Pdl, ora Bossi ci prova ancora. E per rilanciare l'attuale stagione di moti separatisti padani, utilizza una nuova formula di secessione. Questa volta la chiama "consensuale". Oppure "morbida", sul modello Cecoslovacchia . "Abbiamo Veneto e Piemonte - dice - parleremo con Formigoni per capire se ci sta. Poi tocca a Trentino Friuli Valle d'Aosta e Liguria per formare la Padania, una macroregione che incorpora Svizzera, lander tedeschi e porzioni dell'Austria". Questo è il suo slogan politico per lo scampolo di legislatura che restava fino al 2013. Ma l'inno alla Padania che s'è levato a metà dicembre 2011 a Vicenza (sede del parlamento del Nord presieduto dall'ex ministro Roberto Calderoli) da uno stato maggiore leghista schiacciato a Roma in una rumorosa opposizione, si riallaccia ideologicamente e politicamente, senza soluzione di continuità, a quello di 15 anni prima. Quando la Lega, mutuando il linguaggio resistenziale, fondò (sulla falsa riga del Cln che s'oppose a nazisti e fascisti), il Clp, il Comitato di Liberazione padano (liberazione da Roma ladrona, mutatis mutandis). Costituì quindi "una complessa e articolata struttura militare", le "camicie verdi" o "guardia nazionale padana" alle dipendenze di Roberto Maroni. Tentò anche "di ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale" destando l'interesse (lo ha rivelato a Repubblica l'europarlamentare leghista Mario Borghezio), "di alcune cancellerie europee. E perfino della Cina". Convocò infine "apposite elezioni padane per eleggere i rappresentanti del governo e del parlamento della Padania". Con tanto di ministri e ministeri: Maroni presidente del consiglio con l'interim di poste e intelligence, vicepresidente Gnutti, Economia Pagliarini, Interno Borghezio, Difesa Bampo, Immigrazione Ramadam. E così via. Allora il moto secessionista di Bossi suscitò la reazione della magistratura: il procuratore di Verona, Guido Papalia, mise sotto accusa quarantuno esponenti leghisti e fra questi tutti i parlamentari (da Bossi a Gnutti a Maroni, da Speroni a Borghezio, referente, quest'ultimo dell'associazione dei giovani leghisti Sole delle Alpi). Il procuratore veronese incaricò le Digos (allora coordinate dal direttore dell'Ucigos, prefetto Carlo De Stefano) di svolgere indagini, pedinamenti e intercettazioni telefoniche. Era proprio De Stefano che, per conto del capo della Polizia, teneva aggiornato l'allora preoccupatissimo titolare dell'Interno Giorgio Napolitano di ogni mossa dei secessionisti del Carroccio. "La Lega - scriveva, ad esempio, De Stefano in un appunto riservatissimo a Napolitano - avrebbe istituito un nucleo scorte di 15 persone autorizzate a reagire contro chiunque ostacolasse il loro servizio". Ma il reato da ergastolo che Papalia contestò agli esponenti leghisti "secessionisti", il 241 del codice penale ("per aver commesso atti diretti a disciogliere l'unità dello Stato italiano mediante disgregazione del suo territorio e la costituzione della Padania"), è stato depenalizzato nel 2006. A proporre quella legge salva-processo fu l'onorevole Carolina Lussana (deputata leghista lombarda che ha dato l'esame da avvocato a Napoli), la votarono Fi, Lega, Udc, si astennero i Verdi, contrari Margherita e Ds con la motivazione che non si trattava di un provvedimento "a favore della libertà d'opinione", così com'era stato spacciato. Ma di una vera e propria norma "ad legam". Dopo 15 anni scanditi da conflitti di attribuzione costituzionali, ricorsi e controricorsi, il processo, incredibilmente, è ancora in corso. Tutti gli onorevoli, però, si sono salvati grazie alla legge che si sono votati e beneficiando altresì della tutela (anche in questo caso autovotata) dell'insindacabilità parlamentare. Alle udienze dibattimentali ancora in corso compaiono alla sbarra "solo" una cinquantina di militanti, figure minori della stagione secessionista degli anni Novanta. E oggi che torna d'attualità la secessione leghista, sulla scena politica spunta, forse non a caso, l'ex capo dell'Ucigos, De Stefano, nominato sottosegretario al ministero dell'Interno, mentre è ancora Napolitano - ieri dal Viminale, poi dal Quirinale - a vigilare politicamente contro il separatismo di Bossi e "compagni" appellandosi, con autorevoli moniti, all'unità d'Italia. Sono cambiate molte cose in questi ultimi 15 anni. Il contesto politico del 2012, rispetto al '97, è radicalmente cambiato. Allora la stagione berlusconiana era agli albori. Ora è al tramonto. Allora s'era appena passati dalla prima alla seconda Repubblica, ora Napolitano sta traghettando il Paese verso la Terza. Allora l'economia italiana si stava riprendendo dai contraccolpi di Tangentopoli e del crollo del Caf, oggi il Paese, indebolito dal terzo debito pubblico del mondo e dall'incipit di una recessione, è investito in pieno da una crisi internazionale. Allora c'era la lira e le frontiere erano protette dalle barriere doganali, oggi siamo nell'eurozone con la moneta unica e il trattato di Schengen. Allora il Carroccio aveva coniato monete e banconote, scudi e leghe padane, allarmando - come testimoniato da Borghezio - le più alte cariche dello Stato. E financo la Banca d'Italia. Oggi Bossi torna a parlare di un nuovo conio padano: "Avremo la nostra valuta - annuncia dal parlamento di Mantova - una volta finito l'euro, la Padania non tornerà alla lira, ma si farà una sua moneta". Allora il Carroccio aveva addirittura organizzato una propria "polizia", le camicie verdi maroniane appunto, destinate a costituire le forze armate padane. "Nel momento in cui il vento secessionista soffiò con forza - ricorda Borghezio - s'avvertì un tintinnar di sciabole. E fra le gerarchie militari ci fu chi guardò con interesse alla Padania". Fu in quel periodo che - come ha rivelato l'ex presidente leghista della Camera, Irene Pivetti, al pm Papalia - Maroni, in qualità di "responsabile dell'ufficio esteri della segreteria politica di via Bellerio, teneva rapporti con i movimenti indipendentisti, secessionisti e autonomisti operanti all'estero come baschi, catalani e scozzesi per costituire l'Internazionale indipendentista". Fu in quel retroscena che s'inquadrò la visita di Vladimir Zhirinovskij, il capo del partito ultranazionalista russo ed ex ufficiale dell'Armata Rossa, al quartier generale della Lega di Milano. Nel 2012 il Senatur torna a parlare di struttura militare: "Avremo il nostro esercito", avverte minaccioso da Vicenza. Nonostante tutti questi cambiamenti, Bossi vede oggi nel combinato disposto della crisi economica e di quella della politica la congiuntura ideale per tirare fuori dal cassetto il vecchio progetto separatista, un po' impolverato, ma, come confermato dall'europarlamentare torinese, mai abbandonato. Questo progetto del Senatur, va ricordato, mira a spezzare il circolo - per lui - vizioso di un Nord che riceve solo una parte delle tasse che invia a Roma, mentre l'altra serve a "Roma ladrona" per comprare con le clientele voti al Sud e riottenere, all'infinito, la riconferma del potere romano. Non caso Maroni nel '97 aveva "annunciato" il sistema fiscale padano fondato su due imposte, una diretta sui redditi e l'altra indiretta sui consumi con un tetto impositivo non superiore al 25 per cento". E sull'imposizione fiscale di "attività illecite commerciali, come la prostituzione". Il leader del Carroccio, mentre è in corso all'interno della Lega una resa dei conti tra i bossiani del "cerchio magico" e i maroniani, ha dato il via segretamente alla fase 2 del suo progetto secessionista, ovvero la fondazione della Lega in Sicilia per poter schiacciare Roma nella morsa di una doppia forza separatista: una dal Settentrione, e una dal Meridione. Per favorire il distacco Nord-Sud, il leader leghista questa volta approfitta dello stato di sofferenza che attraversa il Paese, evocando uno scenario post bellico e facendo leva sullo stato di emergenza che ha portato a Palazzo Chigi un governo di tecnici. "L'Italia ha perso nella guerra economica", spiega Bossi dal parlamento di Mantova. "E noi della Padania - aggiunge - da popolo vincitore dobbiamo essere pronti a scrivere i trattati per l'Europa dei popoli". Slogan come "l'Italia ha perso, la Padania vincerà", "Libertà, Roma ladrona", "L'Italia va giù e la Padania va su" sono diventati il mantra ideologico di un Carroccio che dopo la stagione dell'asse di ferro con Berlusconi, ha scelto di isolarsi politicamente all'opposizione. Toccherà a Roberto Maroni, ex presidente del Consiglio della Repubblica padana, ed ex ministro dell'Interno di quella italiana, fare - per usare le parole di Calderoli, "l'ambasciatore a Roma" delle istanze padane. E "fare il culo a Monti in Parlamento".

"Il Banco di Napoli? Troppo sudista. Anzi no, adesso è venuto al Nord". Dalle carte del processo di Verona emerge una vicenda sconcertante. L'istituto partenopeo era concessionario (dal 1871) degli sportelli interni al Parlamento. Con la Pivetti presidente a Montecitorio, i leghisti volevano cacciarlo. Ma invertirono rapidamente rotta quando si seppe che la Bipop stava per acquistarlo. E anche oggi... Una banca “meridionale” (il Banco di Napoli), all’interno del Parlamento non piaceva ai leghisti che volevano cacciarla. Ma gli uomini del Carroccio cambiarono idea quando quegli sportelli bancari “meridionali” per deputati furono acquistati da un istituto bancario settentrionale, il Banco Popolare di Brescia, nel 2007 entrato nel gruppo Ubi. A rivelare questo giallo sulla mancata “espulsione” da Montecitorio del Banco di Napoli è stata l’ex presidente leghista della Camera, Irene Pivetti, in un interrogatorio reso al procuratore di Verona Guido Papalia e al sostituto Antonino Condorelli. “Durante il mio periodo di presidenza – racconta ai pm la Pivetti - si è verificata una vicenda abbastanza sconcertante riguardante il Banco di Napoli”. “Ricordo – aggiunge - che io avevo intenzione di ridiscutere la questione relativa alla concessione ad un istituto di credito dell’agenzia bancaria all’interno della Camera dei deputati, concessione che dal 1871 è stata da sempre riconosciuta al Banco di Napoli”. “Per questo motivo – dice ancora l’ex presidente della Camera – ho predisposto una gara di appalto e ricordo che dopo l’apertura delle buste il Banco di Napoli è risultato tra gli ultimi istituti partecipanti. Nonostante ciò l’istituto partenopeo ha fatto pressione su tutti i componenti l’ufficio di presidenza per ottenere la riammissione nella rosa ristretta dei primi aventi diritto a partecipare alla gara definitiva”. “Ricordo – spiega la Pivetti – che protestai duramente per questa procedura esternando le mie proteste a tutti i componenti della presidenza e primi fra tutti Balocchi”. Maurizio Balocchi era il segretario amministrativo della Lega, nonché questore della Camera. “Notai allora con mia grande sorpresa – continua l’interrogatorio – che Balocchi, che in un primo tempo s’era dimostrato particolarmente ostile al Banco di Napoli, aveva cambiato opinione mostrando di voler accogliere le richieste di quella banca. Quel suo cambiamento fu decisivo per l’ammissione in gara della concessione al Banco di Napoli in quanto i voti leghisti allora erano determinanti”. Ma cos’era successo in quel periodo alla Camera? Perché il voltafaccia dei Lumbard che prima volevano far fuori dalla Camera il Banco di Napoli, e poi addirittura votarono per riammetterlo quando non aveva più i titoli per partecipare al bando?. Il finire degli anni Novanta fu un periodo di grande confusione del mondo bancario tra acquisizioni, fusioni, incorporamenti e cessione di sportelli tra un gruppo finanziario e l'altro per aggirare trust e per consolidare i mercati. Operazioni in qualche caso finite in clamorosi crac. Bipop dopo svariate traversie alla fine del Duemila sarebbe poi confluita in Unicredit, mentre il Banco di Napoli (compresa il tanto "discusso" sportello della Camera), in Intesa San Paolo. Il retroscena di questa strana manovra politico-finanziaria tutta in casa Carroccio è svelato dalle carte giudiziarie del processo di Verona. Il motivo del cambio di rotta leghista sta con ogni probabilità nell’acquisizione dell’istituto napoletano da parte di un istituto settentrionale, per questo più gradito agli uomini di Bossi. Il procuratore di Verona su quella operazione avviò un’indagine giudiziaria, incaricando il professor Franco Della Sega e il dottor Maurizio Grassano di “accertare il prezzo, le modalità dell’acquisizione e del pagamento". E stando alla perizia contabile disposta dalla procura, la Banca Popolare di Brescia acquistò tra il ’96 e il ’97 – e dunque proprio nel periodo delle manovre leghista antipartenopee a Montecitorio - le 50 filiali del Banco di Napoli. I ct accertarono che il prezzo di acquisto fu di duecentonovanta miliardi di vecchie lire pagati dalla Bipop in due tranche, una di 247 il 28 ottobre ’96, l’altra di 42 il 20 marzo ’97. Alla fine della complessa operazione, l’istituto creditizio bresciano accumulò una situazione debitoria complessiva di circa mille miliardi, procurandosi le risorse necessarie all’acquisto sia tramite il ricorso al mercato interbancario, sia (per ovviare a un conseguente deficit patrimoniale), tramite l’emissione di un prestito obbligazionario Bipop per circa 250 miliardi quotato prima alla Borsa Valori lussemburghese. E solo in un secondo tempo in quella italiana. Il procuratore veronese a tal riguardo aveva chiesto ai suoi consulenti anche di trovare “i sottoscrittori di quelle obbligazioni”, individuati in “banche d’affari, istituti di credito e fondi comuni di investimento”. Il passaggio di proprietà da Napoli alla più padana Brescia, ecco spiegato il voltafaccia della Lega alla Camera. Ma c’è di più. Il maresciallo Carlo Alesci della polizia giudiziaria veronese accertò nel ’98 che, una volta passato nelle mani dei banchieri settentrionali, “il Banco di Napoli aveva svolto articolate trattative con la Lega per concederle un mutuo necessario all’acquisto della sede del Carroccio a Milano in via Bellerio”. Trattative che, però, osserva il maresciallo, non andarono a buon fine. Il Banco di Napoli “bresciano” torna, anche se marginalmente, nelle “relazioni” della polizia giudiziaria relative alle indagini sull’acquisto da parte della Lega dei gazebo usati per il referendum secessionista del 1997. Ebbene, tutti quei gazebo furono pagati per circa 750 milioni di vecchie lire con assegni firmati da Balocchi ed “emessi dall’agenzia numero uno del Banco di Napoli, sportello interno a Montecitorio, dal conto corrente intestato alla Lega Nord, Italia Federale”. Il Banco di Napoli della Camera pare non avere pace. Dopo la Pivetti negli anni Novanta, ad occuparsene, nel Duemila, è il deputato radicale Rita Bernardini che da anni ha messo sotto la lente d’ingrandimento i conti della Camera. Il 29 settembre del 2009 ci fu una delibera dei Questori di Montecitorio con la quale s’è disposta la proroga della convenzione col Banco di Napoli fino al 31 dicembre 2010. Contestualmente s’è deliberato l’espletamento di una procedura ad evidenza pubblica per l’affidamento della nuova convenzione. Anche nel 2012i, però, pare che ci sia un giallo. Lo conferma la stessa Bernardini: “Nonostante le mie richieste di informazioni – dichiara la deputata radicale – dell’attuazione della delibera dei Questori di un anno fa non ho saputo più nulla. Né si trova nulla, sotto la voce gare pubblicche, sul sito www.camera.it”. Che siano intervenuti anche questa volta misteriosi protettori del “lombardo” Banco di Napoli?

Quelle "camicie verdi" armate che dovevano proteggere il Senatùr.

Documenti e testimonianze raccontano di una vera e propria struttura clandestina incaricata di salvaguardare l'incolumità del "capo". Avevano pistole regolarmente denunciate o con matricole abrase. Qualche volta vennero "beccati" da uomini della Digos e denunciati per porto d'armi abusivo. Una struttura clandestina di "camicie "verdi", uomini armati pronti a tutto, proteggeva Bossi ai tempi della secessione degli anni Novanta. Il particolare è stato svelato dalle carte del processo di Verona del procuratore Papalia. Tutto ha avuto inizio il 14 settembre del 1996 durante il rituale padano dell'attraversamento del Po di Umberto Bossi a Boretto di Reggio Emilia. In quel frangente, si legge in una relazione della Digos di Verona, "a uno degli uomini della sicurezza personale del parlamentare cadeva un'arma". Il particolare, ovviamente, non sfuggì ai poliziotti che seguivano passo passo, per conto della magistratura, gli sviluppi politici della "secessione" leghista. "L'uomo - si legge nell'appunto riservato della polizia - veniva identificato per Ferrari Fabio, figlio di Genesio, segretario provinciale della Lega di Reggio Emilia. L'arma del Ferrari, regolarmente denunciata, aveva la canna priva del previsto numero di matricola". La Digos a quel punto perquisì la casa del bodyguard in camicia verde denunciandolo dopo aver "rinvenuto e sequestrato una ulteriore arma", questa volta "priva del numero di matricola perché abraso". Poco più di un mese dopo, sempre la questura di Verona scoprì che in un comizio svoltosi a Rovigo, un agente della Digos di scorta a Bossi "fu minacciato da parte di uno della security personale" del leader leghista. L'uomo, Locatelli Aurelio, armato di pistola, "pur essendo dotato di licenza di porto d'armi", fu comunque denunciato "per aver portato l'arma nel corso di una pubblica manifestazione". Le indagini sulle camicie verdi e sulla guardia nazionale padana proseguirono fino a quando, nel settembre '97, ci fu una svolta. Carlo De Stefano, il capo dell'Ucigos, l'antiterrorismo dal quale dipendono tutte le Digos, firmò - utilizzando la formula "per il capo della Polizia" - un rapporto riservatissimo sulla scorta personale di Bossi composta da uomini armati indirizzata all'allora ministro dell'Interno, Giorgio Napolitano. "Il 3 agosto '97 - scriveva il capo dell'Ucigos - in Rovato, provincia di Brescia, s'è svolta la terza festa della Lega Franciacorta alla quale parteciparono, tra gli altri, gli onorevoli Pagliarini, Molgora e Tirelli". "All'interno della vettura sulla quale viaggiava Pagliarini, intestata a Davoli Matteo, operaio, c'era un lampeggiante del tipo in uso alle Forze di Polizia, nonché una paletta del 118". Le indagini, riferisce De Stefano, accertarono che "la Lega avrebbe istituito un "nucleo scorte" composto da una quindicina di persone provenienti da diverse località della Regione, e coordinate da un responsabile di Milano presso la sede di via Bellerio". "Le persone preposte alla scorta - concludeva con preoccupazione la nota riservata del prefetto De Stefano - sarebbero autorizzate a reagire contro chiunque ostacolasse il loro servizio".

La Lega trafficona

Questa è la definizione che dà “La Repubblica” alla sua inchiesta. Così la definisce: C'era una volta "Roma ladrona". Adesso al centro dell'attenzione della nuova Tangentopoli c'è il Carroccio. Dall'inchiesta sul tesoriere Belsito, che ha portato alle dimissioni di Bossi, alle vecchie e delicate vicende bancarie, fino alle mazzette all'amico Brancher e a una cinquantina di casi "minori" che vanno dalla corruzione alla "parentopoli" in salsa da Giussano.

Escort, mazzette ed evasioni. La carica dei 'mariuoli' padani.

·        LOMBARDIA Dario Ghezzi – Ex capo della segreteria di Boni. Accusato di corruzione nella stessa inchiesta. Si è dimesso il 13 marzo 2012;

·        LOMBARDIA Marco Paoletti – Consigliere regionale leghista, accusato di corruzione nell'inchiesta che coinvolge anche Boni e Ghezzi. E' stato espulso dal partito;

·        LOMBARDIA Monica Rizzi –Ex assessore allo Sport della Regione Lombardia, indagata dalla procura di Milano per abuso di titolo (dichiarava una laurea mai ottenuta) e dalla procura di Brescia per trattamento illecito di dati personali (è accusata di aver realizzato falsi dossier contro altri esponenti leghisti per favorire l'ascesa al Pirellone di Renzo Bossi). Si è dimessa dall'incarico il 16 aprile 20121;

·        LOMBARDIA Francesco Belsito – Ex tesoriere del Carroccio, indagato per frode e finanziamento illecito di partiti. Si è dimesso in seguito alla maxi inchiesta della procura di Milano;

·        LOMBARDIA Angelo Ciocca – Consigliere regionale della Lombardia, è stato il più votato tra gli esponenti del Carroccio ad essere eletto. E' stato coinvolto, senza essere indagato, nell'inchiesta della Dda di Pavia sulle infiltrazioni 'ndrangheta al nord per i suoi presunti rapporti con l'avvocato Pino Neri, considerato uno dei capi dell'organizzazione criminale al nord;

·        LOMBARDIA Roberto Castelli – Indagato per abuso d'ufficio per il suo piano di edilizia carceraria, da ministro della Giustizia, affidato all'amico Giuseppe Magni. E' stato condannato della Corte dei Conti a rimborsare 33 mila euro perché la consulenza era "irrazionale e illegittima";

·        LOMBARDIA Luca Talice – Ex assessore alla sicurezza della Provincia di Monza, è stato rinviato a giudizio per violenza sessuale nei confronti di due militanti del Carroccio;

·        LOMBARDIA Fabio Rolfi – Ex vicesindaco di Brescia, indagato nel 2010 per peculato. Avrebbe messo in conto al comune circa 2000 euro di spese per cene svolte in giorni festivi;

·        LOMBARDIA Roberto Manenti – Ex sindaco di Rovato, in provincia di Brescia, condannato per stupro nel 2009. Sarebbe stato responsabile di alcuni episodi di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza romena. Manenti si è ripresentato come candidato sindaco della Lega Lombardo Veneta alle elezioni amministrative che si terranno a Rovato nel 2012;

·        LOMBARDIA Aldo Fumagalli – Ex sindaco di Varese, è sotto processo per peculato e concussione. Tra i fatti contestati, anche la presunta pressione su alcune cooperative in affari con il Comune per l'assunzione di alcune amiche. E' uscito dalla Lega nord e ha aderito alla Democrazione Cristiana;

·        LOMBARDIA Alessandro Patelli – Il "pirla", come fu definito da Umberto Bossi. Ex tesoriere della Lega, ammise nel 1993 di aver incassato 200 milioni di lire dal gruppo Ferruzzi, azionista di maggioranza della Montedison, causando a Umberto Bossi una condanna per finanziamento illecito nell'ambito del processo Enimont;

·        LOMBARDIA Mauro Galeazzi – Ex assessore ai lavori pubblici di Castel Mella, in provincia di Brescia, arrestato nel 2011 con l'accusa di peculato e corruzione è stato poi prosciolto per il primo reato;

·        LOMBARDIA Marco Rigosa – Capo ufficio tecnico e assessore di Rodenigo Saiano, nel bresciano, ancora indagato nella inchiesta che coinvolge Galeazzi per il presunto reato di corruzione;

·        LOMBARDIA Giampaolo Maloberti – Ex consigliere provinciale a Piacenza, condannato per truffa i danni dello Stato dal Tribunale di Milano per non aver pagato le multe dovute allo sforamento delle quote latte;

·        LOMBARDIA Davide Allegri – Assessore all' Urbanistica del comune di Cortemaggiore, nel piacentino, indagato per concussione e abuso di ufficio. Si è dimesso dall'Amministrazione;

·        VENETO Marino Finozzi Assessore regionale al turismo in Veneto, indagato per truffa a danno di un creditore nel 2010. Il suo nome, secondo quanto riferisce l'Espresso, comparirebbe anche nel filone reggino dell'inchiesta che vede coinvolto Belsito per truffa ai danni dello Stato;

·        VENETO Cesare Biasin – Ex sindaco di Silea, in provincia di Treviso, ora consigliere comunale. Imputato per sfruttamento della prostituzione, il processo è in corso. E stato espulso dal partito nel 2010;

·        VENETO Luigino Vascon – Assessore all'agricoltura della Provincia di Vicenza, è stato indagato per furto d'acqua, ma il reato è andato prescritto;

·        VENETO Gianfranco Vivian – Esponente vicentino del Carroccio vicino alla parlamentare Manuela del Lago ha patteggiato una condanna per appropriazione indebita;

·        VENETO Alessia Segantini – Sindaco di Zimella in provincia di Verona, indagata per concorso nel reato di riciclaggio dalla procura scaligera. A dicembre 2011 i pm ne hanno chiesto il rinvio a giudizio;

·        VENETO Alberto Filippi – Senatore di Vicenza, è sotto inchiesta per evasione fiscale e false fatturazioni, è stato espulso dal partito;

·        VENETO David Codognotto – Ex assessore a San Michele al Tagliaemento, nel vicentino. Colto in flagranza di reato ad aver intascato una tangente da 15mila euro, è accusato di concussione. E' stato espulso dal partito;

·        VENETO Alessandro Costa – Ex vigile urbano e assessore alla sicurezza nel Comune di Barbarano Vicentino. E' indagato per sfruttamento della prostituzione: gestiva siti di annunci a luci rosse. Si è dimesso dall'incarico ed è stato sospeso dal partito;

·        VENETO Massimo Signorin – Vicesindaco di Arzignano, in provincia di Vicenza, espulso dalla Lega, indagato per evasione fiscale totale e distruzione di documenti contabili. Avrebbe evaso 500mila euro al fisco 2.

·        VENETO Tiberio Businaro – Sindaco di Carceri, in provincia di Padova. Sotto inchiesta per bancarotta e falso ideologico, è stato sospeso dal partito. Sarebbe, secondo gli investigatori, coinvolto in affari con una holding campana vicina alla camorra;

·        VENETO Camillo Gambin – Storico esponente del Carroccio ad Albaredo d'Adige (Verona), arrestato nel 2010 per falsi permessi di soggiorno rilasciati in cambio di denaro;

·        VENETO Gianluigi Soardi – Sindaco leghista di Sommacampagna, in provincia di Verona, ed ex presidente dell'azienda del trasporto pubblico cittadino Atv. Incarico che ha lasciato in seguito alle indagini della procura di Verona su presunte spese gonfiate e ingiustificate. E' stato condannato a tre anni e due mesi per peculato;

·        EMILIA ROMAGNA Gianluca Pini – Segretario della Lega Nord in Romagna, indagato dalla procura di Forlì per millantato credito. Avrebbe ricevuto 15mila euro da un avvocato per favorire l'esito positivo del suo esame al concorso per notai;

·        EMILIA ROMAGNA Angelo Alessandri – Esponente di spicco della Lega in Emilia Romagna, ha collezionato 70 multe per eccesso di velocità tra il 2008 e il 2009. Ne ha impugnate 58, chiamando in causa la norma che autorizza le auto blu con scorta a superare i limiti di velocità in caso di provate esigenze istituzionali. Le altre dodici sono state invece messe in conto al partito perché, secondo Alessandri, si trattava di eventi legati alla propria attività politica. Un conto, questo, da circa tremila euro;

·        EMILIA ROMAGNA Marco Lusetti – Vicesindaco di Guastalla (Reggio Emilia), nel 2010 è stato accusato di irregolarità nella gestione dell'Enci (Ente nazionale per la cinofilia) di cui era commissario ad acta: avrebbe ordinato a se stesso bonifici per 187 mila euro, senza incassarli, con soldi dell'ente;

·        EMILIA ROMAGNA Fabio Rainieri – Deputato della Lega, a processo per dichiarazione fraudolenta tramite false fatture. Sul procedimento interverrà la prescrizione;

·        PIEMONTE Matteo Brigandì – Ex assessore al Bilancio della Regione Piemonte, è stato processato per truffa, a causa di falsi rimborsi nelle zone alluvionate. Condannato in primo grado, assolto in appello. Ex membro del Csm, venne allontanato con l'accusa di aver fornito a "Il Giornale" i documenti che riguardavano un vecchio provvedimento disciplinare nei confronti di Ilda Boccassini;

·        FRIULI VENEZIA GIULIA Edouard Ballaman – Ex presidente del consiglio regionale friulano, si è dimesso dopo essere finito nel mirino della Corte dei conti per una settantina di viaggi non giustificati fatti in auto blu. E' sotto processo per peculato, oggi siede in Parlamento;

·        FRIULI VENEZIA GIULIA Enrico Cavaliere –Ex presidente del consiglio regionale del Veneto, imputato insieme a Stefani nello stesso processo, assolto nel dicembre 2011;

·        FRIULI VENEZIA GIULIA Stefano Stefani – Senatore della Lega Nord, processato per bancarotta a Udine per il crack della società Euroservice, in seguito a una complessa operazione immobiliare ideata, secondo l'accusa, per finanziare il Carroccio. E' stato assolto in primo grado. In passato è stato anche componente del Cda di Credieuronord la banca voluta dalla Lega e naufragata nei debiti;

·        FRIULI VENEZIA GIULIA Maurizio Balocchi – Ex tesoriere della lega ed ex sottosegretario all'Interno. Protagonista di uno scambio di favori incrociati con Ballaman. Secondo quanto riportato dal 'Corriere della Sera', avrebbero assunto uno la compagna dell'altro, per aggirare la legge che vieta di assumere parenti nel medesimo ufficio. E' morto nel 2010.

Dal Piemonte al Veneto, gli affari di famiglia.

·        PIRELLONE Cavalli d'oro – Nel 2008 la moglie di Giancarlo Giorgetti, deputato ed esponente di spicco del Carroccio, ha patteggiato una condanna a due mesi e dieci giorni per truffa a enti pubblici. La moglie del politico leghista, titolare di corsi di equitazione in una onlus, aveva "gonfiato" il numero degli allievi dei corsi di formazione per ottenere 400mila euro di finanziamento dal Pirellone;

·        IL FRATELLO Franco Bossi in Europa – Ha studiato fino alla terza media, ma è riuscito a diventare assistente parlamentare di Matteo Salvini dal 2004 al 2009 al Parlamento Europeo con uno stipendio lordo di 12.750 euro al mese;

·        LA MOGLIE Manuela Marrone e la scuola Padana – Maestra elementare, 57 anni, è sposata con il Senatùr dal 1984. Con lui ha fondato la Lega Nord. Nel 1998 ha costituito a Varese la “Libera Scuola dei Popoli Padani” detta “Bosina” (dalla materna al liceo linguistico, tutte paritarie) retta da una cooperativa. Una scuola nata “in contrapposizione alla riforma che prevede fino a sette insegnanti diversi invece della maestra unica”. Tra il 2008 e il 2009, la “Bosina” ha ricevuto dallo Stato prima 300 e poi 500 mila euro per “ampliamento e ristrutturazione” dell’edificio in cui ha sede. I soldi sono arrivati dal “Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio” detto più prosaicamente “legge mancia”;

·        PIEMONTE La figlia del capogruppo – Michela Carossa, figlia del capogruppo della Lega Nord alla regione Piemonte, è responsabile del gruppo politico femminile leghista di Torino. Adesso lavora alla segreteria del presidente della Regione, Roberto Cota. Nel 2008 si batteva in piazza per l’obbligo delle impronte digitali per i cittadini extracomunitari;

·        PIEMONTE Capo di qui, capogruppo di là – Isabella Arnoldi (moglie del capo di gabinetto di Cota, Giuseppe Cortese). Capogruppo leghista al consiglio comunale di Novara, Isabella Arnoldi è anche capo dello staff dell’Assessore allo Sviluppo Economico del Piemonte, Massimo Giordano;

·        BRESCIA Concorso per signore – Sara Grumi, figlia dell’assessore leghista di Gavardo (Lago di Garda), Guido Grumi. Katia Peli, nipote dell’assessore provinciale all’Istruzione Aristide Peli di Brescia. Silvia Raineri, moglie del vicesindaco leghista di Brescia, Fabio Rolfi. Cristina Vitali e Anna Ponzoni, collaboratrici del leghista Giorgio Bontempi, assessore alle Attività produttive della Provincia di Brescia. Margherita Febbrai, collaboratrice della Padania. Queste sei signore, tutte con forti legami politici nel mondo leghista bresciano, partecipano al concorso per otto posti di “Istruttore amministrativo” della provincia di Brescia indetto nel 2008. Un concorso a cui s’iscrivono oltre settecento persone. Poco più di un terzo (circa 240) si presentano alla prova scritta. E’ una prova “a crocette” che tutti descrivono come molto difficile, con risposte trabocchetto. In 38 la superano e si presentano all’orale. Le nostre signore prendono voti altissimi: dal 30 (unico della Raineri) al 27 di Peli e Ponzoni. Una sesta del gruppo, Margherita Febbrai (collaboratrice della Padania) prende 28. Gli altri candidati sono tutti o quasi staccatissimi con voti dal 23 al 21. La cosa suscita qualche sospetto e qualche protesta. Risultato: la prova orale si svolge in pubblico. Le cinque signore vanno molto meno bene (tra il 25 del duo Pontoni-Vitali al 21 della Raineri). Ma, grazie all’exploit dello scritto le cinque signore passano (siamo a febbraio 2010) ed avranno un posto sicuro. Solo la Febbrai (con 21) si classifica al decimo posto e resta fuori;

·        VERONA La moglie del sindaco – Recentemente, la signora Stefania Villanova in Tosi ha fatto sapere che non voterà per il marito che si ricandida alla poltrona di primo cittadino. Gli preferirà il candidato Pdl. Eppure dovrebbe essere grata al marito grande seguace di Bobo Maroni, famoso per le posizioni piuttosto autonome e critiche all'interno del centrodestra. I due si sono conosciuti quando Tosi era assessore regionale alla Sanità e lei impiegata in Regione a 25 euro l'anno. Quando lui è stato eletto sindaco, al suo posto è arrivata un'altra leghista, Francesca Martini e la moglie di Tosi è stata promossa a capo della segreteria (stipendio da 70 mila euro), posto che ha conservato col nuovo assessore Luca Coletto. Dicono che sia brava e determinata e che, anche se non ha grandi studi (non è laureata), il vero assessore alla sanità è lei;

·        LO SCAMBIO DELLE SIGNORE Io assumo la tua, tu assumi la mia – Maurizio Balocchi (chiavarese, tesoriere della Lega prima di Belsito) è morto nel 2010. Quando era sottosegretario agli Interni (2005-2006), Balocchi assunse la allora fidanzata di Edouard Ballaman (allora deputato leghista, poi presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia), Tiziana Vivian, e lui ricambiò assumendo la moglie di Balocchi, Laura Pace. In questo modo, entrambi riuscirono ad aggirare la normativa che impedisce l'assunzione di parenti negli uffici pubblici di cui una persona è responsabile. Ballaman è stato accusato di un uso disinvolto dell'auto blu che aveva a disposizione quando era presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per un danno erariale superiore ai 22 mila euro. Tra le altre cose, quando si sposò (non con la Vivian) pare abbia usato la macchina di servizio per andare in viaggio di nozze;

·        TOMBOLO (PADOVA) L'incarico al fratello dell'assessore – Nel 2006, la Regione Veneta finanzia la costruzione del nuovo polo scolastico di Tombolo (Padova) per una cifra vicina ai 900 mila euro. Maurizio Conte, consigliere regionale leghista e segretario della Lega di Padova, è fra i più attivi nel promuovere il finanziamento. Poco tempo dopo, il comune di Tombolo affida progettazione e direzione dei lavori all'architetto Tiziano Conte, fratello di Maurizio per una parcella da 260 mila euro. La cosa viene sollevata dal Pd. Maurizio Conte si difende affermando che il fratello ha vinto un regolare concorso secondo l'ex deputato Pd, Piero Ruzzante, che ha sollevato il caso, non ci sarebbe stato nessun concorso;

·        VENETO Le designazioni in agricoltura e zootecnia – Carte alla mano, il democratico veneto Piero Ruzzante denuncia una serie di designazioni di esponenti leghisti ai vertici di tre enti regionali. Corrado Callegari, impiegato di banca mestrino, segretario della Lega Nord, viene nominato amministratore unico di Veneto Agricoltura: una carica da 15 mila euro lordi al mese. Callegari diventerà poi anche deputato e, per un po' cumulerà cariche e stipendi. Antonello Contiero, ex autista di autobus a Rovigo, diventa amministratore unico di Intermizoo, l'azienda zootecnica regionale. Stipendio da 5mila euro mensili;

·        BERGAMO Il doppio incarico dell'assessore – Nel 2009, l'architetto Silvia Lanzani riceve l'incarico per la progettazione preliminare di un impianto di sterilizzazione dell'ospedale di Treviglio. Un incarico da 13.754 euro. Il presidente dell'ospedale è il leghista Cesare Ercole. La Lanzani, oltre a svolgere attività professionale, è anche assessore alle Infrastrutture della Provincia di Bergamo;

·        LA FAMIGLIA DEL SINDACO Verona, la politica degli affetti – Un dossier presentato dal segretario provinciale del Sel di Verona, Giorgio Gabanizza, denuncia una serie di clientele a favore di esponenti leghisti della zona: “La sorella del sindaco di Sona e assessore provinciale Gualtiero Mazzi, ha trovato lavoro in una controllata di Amia, la Serit, mentre la moglie è in Amia; in Amt la sorella dell'assessore regionale Luca Coletto; la figlia del segretario organizzativo della Lega nord, Giannino Castagna, si è sistemata in Amia; il fratello del vicesindaco di San Giovanni Lupatoto e consigliere provinciale, Giuseppe Stoppato, è in una controllata di Amia, la Transeco; il compagno del già sottosegretario Francesca Martini in Acque Veronesi; il nipote di Giampaolo Sardos Albertini, esponente della Lista Tosi, assunto in Amia e infine la moglie di Flavio Tosi promossa da impiegata a dirigente in Regione». Bertucco sottolinea: "È la politica degli affetti. In alcuni casi non si tratta di reati ma di mancanza di decenza morale".

Deputati e senatori, consiglieri comunali, provinciali e sindaci di piccole città. Nelle carte delle procure del Nord, e non solo, sono finiti molti esponenti leghisti per corruzione o reati legati alla pubblica amministrazione. Ripudiati dal partito, molti hanno abbandonato l'attività politica. Ma c'è anche chi, con una condanna per stupro alle spalle, è pronto a ripresentarsi alle prossime elezioni amministrative. Dalla banca padana alle truffe sul latte. Quanti pasticci in casa del Carroccio secondo Walter Galbiati. Oltre all'inchiesta che sta facendo tremare i vertici del movimento, la Lega paga ancora i conti della sua sfortunata avventura bancaria alla fine degli anni '90. Sponsorizzata dall'allora capo di Bankitalia Antonio Fazio, alla ricerca di una sponda in Parlamento, e salvata dal 'furbetto del quartierino' Gianpiero Fiorani, Credieuronord, l'istituto di credito sognato dal Senatur, è naufragato poi tra i debiti. Colpa, anche, delle operazioni spericolate per nascondere il maxi raggiro da 100 milioni di euro da parte di allevatori vicini al partito. Prima di mettere gli occhi sul complicato mondo delle Fondazioni bancarie, i leghisti hanno cercato di farsi la banca in casa. Si chiamava Credieuronord ed è risultata poco più che una meteora nel firmamento degli istituti di credito. Nata nel 1998, finanziata da piccoli risparmiatori padani, l'istituto è andato pochi anni dopo in liquidazione. Da lì sono passate alcune torbide storie della finanza del Nord. Un tentativo di salvataggio dell'istituto era arrivato da Gianpiero Fiorani con la sua Popolare di Lodi, un gesto interpretato dalla procura di Milano, che indagava sulla scalata di Fiorani alla Banca Antonveneta, come "un favore" alla Lega per mitigare la posizione del partito contraria al mantenimento della carica di governatore della Banca d'Italia a vita, allora in discussione in Parlamento e ricoperta da Antonio Fazio, alleato di Fiorani. E' lo stesso banchiere lodigiano, nell'interrogatorio del 5 gennaio 2006 di fronte ai pm milanesi Greco, Perrotti e Fusco a spiegare cos'era per lui Credieuronord: "A Fazio serviva l'appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca". Ai leghisti, invece, come Giancarlo Giorgetti sarebbe servito salvare Credieuronord dal fallimento per coprire le operazioni spericolate dei vertici del movimento e le intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate. Qui nella banca padana vi erano i conti dei produttori del latte, vicini alla Lega, finiti al centro di più inchieste per una truffa da 100 milioni di euro attuata aggirando le normative europee, somme che dovevano essere versate all'erario, ma di cui si sarebbero appropriati gli stessi allevatori. Nel filone dell'inchiesta milanese, in primo grado è stato condannato a 5 anni e mezzo di reclusione Alessio Crippa, rappresentante di una cooperativa del latte e definito il 'Robin Hood'dei produttori. Con lui altri 15 allevatori e produttori a pene comprese tra uno e due anni e sei mesi. Il giudice ha imposto un risarcimento all'Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) per 300 milioni di euro e ha confiscato beni per 18 milioni. La ricostruzione della vicenda, invece, si ritrova nelle motivazioni con cui il tribunale di Saluzzo ha condannato per truffa una sessantina di allevatori cuneesi, tutti soci delle cooperative Savoia fondate da Giovanni Robusti, leader dei Cobas del latte piemontesi e successivamente europarlamentare del Carroccio. I giudici Fabrizio Pasi, Fabio Cavallo e Fabio Franconiero raccontano così il raggiro: "Dal momento in cui gli allevatori fatturavano il latte che eccedeva le quote loro assegnate, venivano effettuate (dalla cooperativa) tre registrazioni. La prima estingueva il debito nei confronti del fornitore del latte facendo sorgere contemporaneamente un debito nei confronti degli organi competenti per il superprelievo (la multa n. d. r.). La seconda registrazione registrava lo spostamento del denaro dal conto della banca utilizzata dalle cooperative per incassi e pagamenti a un conto acceso presso la banca Credieuronord. La terza registrazione, che seguiva di pochi giorni le altre due, veniva effettuata in corrispondenza dell'uscita del denaro dal conto della banca Credieuronord". Il denaro tornava così agli allevatori che non pagavano la multa. Oltre ai soldi delle quote latte, da Credieuronord erano passati anche quelli dello "scandalo dei fallimenti" che hanno invischiato la commercialista Carmen Gocini e i fratelli Borra. Dalla banca sarebbero stati prelevati contanti la cui destinazione non è mai stata chiarita.L'architetto, gli imprenditori, il politico. Mazzette a Boni per sbloccare le pratiche, così come l’ha raccontata Emilio Randacio. Tutto comincia dalle rivelazioni di Michele Ugliola, ultimo pentito dell'inchiesta che ha toccato i vertici istituzionali del Consiglio Regionale della Lombardia. Agli inquirenti ha svelato il sistema-Pirellone: l'architetto faceva da mediatore con gli imprenditori, accordandosi con loro sulle cifre necessarie per velocizzare la autorizzazioni sulla riconversione delle grandi aree industriali. Il destinatario: l'esponente leghista, allora assessore all'Edilizia e al Territorio. "Sei o sette mazzette". Portate in una busta, all'undicesimo piano del Pirellone, direttamente negli uffici della segreteria dell'ex assessore regionale all'Edilizia e al Territorio, il leghista Davide Boni. Michele Ugliola, il pentito dell'ultima inchiesta che scuote la giunta del governatore lombardo, Roberto Formigoni, nemmeno se le ricorda più esattamente quelle mattina, quando metteva banconote di grosso taglio in una busta e bussava alla porta del capo segreteria del politico lumbard. Ricorda, però con precisione, come arrivavano quei soldi ("circa 300 mila euro in tutto incassati, oltre un milione e sei quelli promessi"). Era il passepartout necessario a sbloccare pratiche edilizie. Sesto San Giovanni, Santa Giulia, Lonate Pozzolo, fascicoli per convertire ex aree industriali che sarebbero ammuffite senza un occhio di riguardo. Almeno su sei pratiche, Ugliola incontrava gli imprenditori, li ascoltava e poi suggeriva la soluzione: ci vediamo con lo staff di Boni. Nel suo ufficio l'incontro, poi, tutti a tavola nel ristorante milanese specializzato in pesce, Riccione, dove Boni, secondo le parole di Ugliola, dettava le condizioni. La tariffa media erano 800 mila euro a pratica. L'architetto tuttofare, fatturava operazioni inesistenti dopate e una volta incassate ne retrocedeva in contanti in una busta, all'ufficio del leghista. "Ci trovavamo con il suo segretario alla mattina presto", ha svelato. Questo lo scenario che Ugliola, un passato da tangentista di provincia nel '96 a Bresso, nel milanese, (quella volta ha patteggiato meno di due anni). Verbali, almeno sei, riempiti davanti ai pm Alfredo Robledo e Paolo Filippini, per ricordare responsabilità, cifre, accordi sottobanco. E che sono costati un'indagine per corruzione per Boni, per il suo ex capo della segreteria, Dario Ghezzi (l'unico che si è dimesso), e una sua consulente. Accuse riscontrate già da una serie di fatture false acquisite agli atti, ma anche da altre confessioni. Come quella di un compagno di partito di Boni, il consigliere regionale Marco Paoletti. Un passato da assessore allo sport a Cassano D'Adda, al confine con Bergamo, e il vizio di spartirsi tangenti insieme alla sua giunta, in cambio di varianti ai piani regolatori.

La Lega Nord per l'Indipendenza della Padania, meglio nota come Lega Nord o più semplicemente Lega, è un partito politico nato come federazione di vari movimenti autonomisti regionali, tra i quali, in particolare, la Lega Lombarda e la Liga Veneta. I bersagli dei loro strali sono gli extracomunitari e i meridionali. Le accuse contro questi sono fondate su assiomi che delineano una mancanza di cultura o che sono frutto di una cultura distorta. Gente che si sente dura e pura e autoctona, ma, spesso, nelle sue fila vi è gente proprio di origine meridionale ed extracomunitaria. I loro territori non hanno radici storiche e culturali degne di nota, per cui l’odio verso gli altri è la loro linfa vitale e il programma politico si tramuta in calunnie e diffamazioni. Originariamente sostenitrice del federalismo, dal 1996 la Lega Nord ha proposto la secessione delle regioni settentrionali, indicate collettivamente come Padania. Successivamente ha riproposta il progetto di uno Stato federale, da realizzarsi attraverso il Federalismo fiscale e la devoluzione alle regioni di alcune funzioni esercitate dallo Stato. Propone altresì di aumentare il peso politico delle regioni del Nord Italia, ritenuto non adeguato al peso demografico ed economico delle stesse, nonché di promuovere e valorizzare le culture e le lingue regionali, per fare dell’Italia una “Babele”. La Lega è formata da più Leghe: ognuno con i propri campanili e le loro differenze, che alla minima occasione si fanno notare e che sono foriere di odio interno. A riguardo un articolo di Carlo Puca su “Panorama” del 18 gennaio 2011 rende bene l’idea. “Roberto Calderoli, dentista, già ministro per la Semplificazione e leader dei cosiddetti «bergamaschi» (che poi tutti bergamaschi non sono: per esempio Gianna Gancia, la sua compagna, è presidente della Provincia di Asti). È normale, dunque, che in una Lega divisa in correnti più di quanto si racconti i «varesotti» siano in stato d’allerta.  Il loro leader è il già ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quando Bossi abbandonerà la vita politica, il Carroccio avrà un problema enorme: trovare il nuovo leader. Tenere assieme i bergamaschi con i varesotti, i piemontesi con i veneti, i lombardi con gli emiliani sarà assai complicato. E non soltanto per le diversità su base territoriale: i nordisti sono divisi tra loro pure all’interno delle singole zone d’influenza. In Emilia-Romagna, dove il partito è in forte crescita, una riunione di partito è addirittura finita in rissa. Erano in discussione le candidature al consiglio comunale. Figurarsi cosa mai accadrà nel prossimo giro per il Parlamento…Date le premesse, per sedare gli animi certo non basterà Renzo «Trota» Bossi, il figlio che il Senatùr vorrebbe (addirittura!) ministro. Men che mai basterà l’altro figlio di Bossi, Eridano Sirio Bossi. Insomma: non basterà il feticcio di un cognome, seppur pesante, a salvare la Lega da una prevedibile diaspora.”

CHI DI SPADA FERISCE, DI SPADA PERISCE

I Media: Lega Nord Padania Ladrona. Giornali e tv ne parlano: Non solo Roma ladrona, ma anche Padania ladrona.

IL CASO. Bufera sulla Lega, il tesoriere va via. "Denaro pubblico alla famiglia Bossi". Le accuse dei magistrati: truffa ai danni dello Stato e finanziamento illecito ai partiti. "Elementi
di opacità nella tesoreria del Carroccio fin dal 2004". Al lavoro le Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria. Contatti con la 'ndrangheta. Maroni: "Adesso facciamo pulizia nel partito" di Emilio Randacio su “La Repubblica”. Soldi pubblici gestiti "nella più completa opacità" da almeno otto anni, tanto da far sorgere il sospetto che siano andati a coprire le spese personali, cene, alberghi e viaggi dei figli di Umberto Bossi - tra cui Renzo, 'il Trota', sovvenzionato anche per la campagna elettorale - e della senatrice Rosy Mauro, ma anche la ristrutturazione della villa di Gemonio del leader del Carroccio. Fondi che sarebbero stati "sottratti" alla casse della Lega pure per prendere il volo verso la Tanzania e Cipro con investimenti su cui ora la magistratura vuole vederci chiaro. Così come vuole analizzare a fondo quei rendiconti elettorali, pare truccati, che hanno tratto in inganno i presidenti di Camera e Senato, cioè coloro che li hanno certificati dando il via libera a finanziamenti, come l'ultimo da circa "18 milioni di euro", irregolari. Dopo le presunte tangenti del caso Boni (Davide, il presidente leghista del consiglio regionale lombardo), arriva un'altra batosta che colpisce al cuore il Carroccio. Questa volta a finire nelle maglie della giustizia è Francesco Belsito, diventato non solo sottosegretario nell'ultimo governo di Silvio Berlusconi, ma tesoriere della Lega. Belsito si è visto piombare negli uffici milanesi di via Bellerio - crocevia di tre inchieste: una di Milano, una di Napoli e una di Reggio Calabria - la guardia di finanza e i carabinieri del Noe. Nell'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, è accusato, assieme agli imprenditori Stefano Bonet (già in affari con l'ex ministro Aldo Brancher) e Paolo Scala, di appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato. Belsito è arrivato in serata nella sede della Lega in via Bellerio a Milano e ha presentato le dimissioni. Il passo indietro era stato auspicato da diversi esponenti del partito, dopo le perquisizioni e la notizia delle indagini, a cominciare dall'ex ministro Roberto Maroni. Che commenta: "E' una buona notizia, adesso bisogna andare fino in fondo e fare pulizia dentro il partito, cominciando dalla nomina di un nuovo amministratore capace di aprire tutti i cassetti". Dopo le dimissioni non sono state avanzate, per ora, ipotesi riguardo a una sostituzione o alla nomina di un commissario: sarà il consiglio federale a deliberare sulla questione. "Visto che è stato tirato in ballo il nome di Umberto Bossi mi sento di escludere in maniera assoluta ogni suo coinvolgimento", è stato invece il commento del governatore lombardo Roberto Formigoni. Sulla stessa lunghezza d'onda l'ex premier Silvio Berlusconi: "Chiunque conosca Umberto Bossi e la sua vita personale e politica, non può essere neanche lontanamente sfiorato dal sospetto che abbia commesso alcunchè di illecito. E in particolare per quanto riguarda il denaro della Lega, del movimento al quale ha dato tutto se stesso. Perciò esprimo a Umberto Bossi la mia più affettuosa vicinanza". "Altro che Roma ladrona. Alla fine i nodi vengono sempre al pettine - ha invece commentato Felice Belisario, presidente dei Senatori dell'Italia dei valori - La Lega, che si è sempre messa sul piedistallo dell'integrità morale, adesso si ritrova nei guai fino al collo". Due i filoni su cui i pm del capoluogo lombardo da tempo, anche in seguito alla denuncia di un militante della base leghista, hanno acceso i riflettori: il primo riguarda i fiumi di denaro finiti nelle casse del partito fondato da Bossi presentando rendiconti, questa l'ipotesi, "irregolari"; il secondo la "distrazione" di parte di quei fondi, alla fine dello scorso dicembre, da parte del tesoriere, non si sa in base a quali poteri statutari, per acquisire tramite la Banca Aletti (dove la Lega ha un conto corrente) quote in un fondo Krispa a Cipro e quote in un fondo in Tanzania per circa "6 milioni". Operazioni, queste, avvenute per gli inquirenti con la complicità dei due imprenditori. E proprio uno dei due imprenditori è anche complice di Belsito nella vicenda, autonoma rispetto a quella sull'andirivieni dei finanziamenti pubblici alla Lega, che riguarda la Siram, multinazionale che si occupa di energie rinnovabili e servizi ambientali, anch'essa perquisita dalla guardia di finanza. Dai primi accertamenti, fra il 2010 e l'anno scorso, i due avrebbero architettato una maxi truffa che, grazie a un giro di fatture false, avrebbe consentito al colosso di usufruire in modo indebito di un credito di imposta pari al 40 per cento dei costi sostenuti per l'attività di ricerca e sviluppo. E Belsito in questo caso si sarebbe speso come "procacciatore d'affari" in virtù delle sue relazioni politiche, perché anche sottosegretario. Ma il capitolo che ha provocato un terremoto in via Bellerio, dove i militari hanno sequestrato carte e pc in vari uffici - compresi quelli di Daniela Cantamessa, una delle segretarie di Umberto Bossi, e di Nadia Dagrada, dirigente amministrativo e responsabile del settore gadget, acquisendo anche documentazione sul Sindacato padano, fondato da Rosy Mauro - è quello, come si legge nel decreto di perquisizione, che riguarda la gestione della tesoreria del partito "avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004". Una "gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito", soldi pubblici provenienti dal 4 per mille dell'Irpef o sotto forma di rimborsi elettorali, che, come emerge da una serie di intercettazioni riportate in un'informativa del Noe (a coordinare le indagini è il 'capitano Ultimo', lo stesso che catturò Totò Riina), Belsito avrebbe anche usato per contribuire alle spese per gli svaghi dei figli del Senatur, ma anche in parte per la moglie di Bossi e per Rosy Mauro (non sono indagati): cene, alberghi e viaggi. E la ristrutturazione della villa di famiglia a Gemonio: in un'intercettazione si sente dire che quelle spese vanno a finanziare "i costi della famiglia". In sostanza ci sarebbe stata una sorta di viavai di denaro e il tesoriere, che è stato anche nel consiglio di amministrazione di Fincantieri, avrebbe a volte anche versato sui conti della Lega soldi "in misura superiore ai redditi da lui percepiti" - altro punto di indagine su possibili fondi neri - o prelevato in banca somme in contanti, come i 95mila euro del dicembre 2010 con giustificazione "alimentare la cassa del partito". E poi ancora quei 6 milioni sottratti per essere dirottati negli investimenti in Tanzania e a Cipro e che Belsito dice di aver restituito alla Lega ma su cui gli inquirenti, che hanno sentito numerosi testimoni, tra cui pare anche la stessa segretaria di Bossi, vogliono far luce. Così come vogliono fare chiarezza sui rendiconti per le spese elettorali finiti alla presidenza di Camera e Senato per il via libera ai rimborsi. Sull'ultimo, quello alla base dei 18 milioni erogati ad agosto, ci sono seri dubbi: si riferisce al 2010 e - scrivono i pm negli atti - "vi è la prova della falsità".

L'INCHIESTA. Triangolazioni sospette per milioni. E con Belsito spunta la 'ndrangheta. E' a Reggio Calabria uno dei tre filoni dell'inchiesta sul tesoriere leghista. Giri di fatture e compravendite sospette con società in tutta Italia e un faccendiere in rapporti con il potente caln dei De Stefano di GIUSEPPE BALDESSARRO su “La Repubblica”. Il terremoto giudiziario nella Lega arrivato con l'avviso al tesoriere Belsito e il blitz nella storica sede milanese di via Bellerio, è partito seguendo un sospetto personaggio calabrese. Su Belsito sono ben tre le inchieste aperte: Milano, Napoli, Reggio Calabria. A lui la Dda di Reggio è arrivata seguendo gli affari di Romolo Girardelli, un procacciatore di business in odore di 'ndrangheta. Girardelli, o meglio "l'ammiraglio", come lo chiamavano nell'ambiente, nel 2002 era stato indagato per associazione di stampo mafioso. Gli investigatori lo ritengono vicino ai vertici del clan "De Stefano", famiglia potentissima della città dello Stretto con interessi in Liguria e Francia. Il faccendiere fin dal 2002 è legato a Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale, braccia economiche della cosca. Il Pm reggino Giuseppe Lombardo e gli specialisti della Dia gli stavano dietro da tempo, nella speranza di mettere le mani sul tesoro della "famiglia". Una pista buona, che ha poi partato a scoprire anche i rapporti tra la presunta testa economica dei De Stefano e il tesoriere della Lega. Girardelli, secondo l'inchiesta, di affari ne aveva procacciati anche a Belsito, all'imprenditore Stefano Bonet e all'avvocato Bruno Mafrici. "L'ammiraglio", oltre che broker era socio di fatto di Belsito in una immobiliare con sede a Genova. Ma non è tutto, perché gli inquirenti hanno ricostruito una serie di passaggi milionari tra grandi società che si occupavano di consulenza e ricerca. Affari per diversi milioni di euro che consentivano utili sotto forma di crediti d'imposta. Giri di soldi e di "regali" che coinvolgono direttamente il tesoriere della Lega e alcuni altri manager di grandi aziende. C'è ad esempio il caso della Siram che "acquista" servizi per circa 8 milioni dalla Polare del gruppo Bonet (di cui Giradelli è responsabile della sede genovese). La Polare poi è in affari con la Marco Polo da cui compra consulenze per 7 milioni. Ed è attraverso quest'ultima che la stessa cifra torna nuovamente a Siram. Un triangolo strano per i magistrati reggini, che ritengono che nei diversi passaggi alcune centinaia di migliaia di euro restino impigliate in diverse mani. Tra queste quelle di Belsito. L'inchiesta accerta che gli vengono liquidate circa 250 mila euro in due trance. Un caso analogo è quello che coinvolge Siran, Polare e Fin.tecno. Sono 8 gli indagati dell'inchiesta che si muove su tre diversi filoni. Quello reggino che riguarda gli interessi della 'ndrangheta, quello milanese legato a Belsito al riciclaggio e all'appropriazione indebita e quello napoletano dove ha sede una delle società coinvolte nel giro. Le ipotesi di reato sarebbe la truffa allo Stato per i falsi crediti d'imposta e il finanziamento illecito dei partiti oltre che riciclaggio di denaro su conti esteri.

Tre procure contro Belsito: "Soldi pubblici ai Bossi". I pm di Milano, Napoli e Reggio Calabria accusano il tesoriere Belsito di aver truccato i bilanci. Viaggi per i figli e Rosi Mauro, fondi per il Trota e per la casa di Gemonio. Di Luca Fazzo ed Enrico Lagattola su “Il Giornale”. Spericolati investimenti, false fatturazioni, denaro che viaggia estero su estero, bilanci truccati, fondi neri destinati al vertice del partito, pericolosi (e per nulla padani) legami con la ’ndrangheta. È un uragano giudiziario quello che ieri si abbatte sulla Lega Nord. Il Carroccio finisce nel fuoco incrociato di tre Procure: Milano, Napoli e Reggio Calabria. La sede del partito, in via Bellerio, viene perquisita dalla Guardia di finanza (che porta via documenti del Sinpa, il sindacato di cui è segretaria Rosi Mauro), così pure la segretaria personale di Umberto Bossi, Daniela Cantamessa. Undici gli indagati, dalla Lombardia alla Campania, dal Veneto alla Calabria. E su tutti spicca il nome di Francesco Belsito, il tesoriere del partito, che si è dimesso ieri sera. Il cassiere del Carroccio è sotto inchiesta per appropriazione indebita, truffa, riciclaggio e finanziamento illecito. È lui, secondo i magistrati, ad aver «gestito nella più completa opacità la tesoreria della Lega fin dal 2004». È ancora lui, spiegano i pm, ad alterare la contabilità del partito. Ed è sempre Belsito a impiegare i soldi pubblici sfilati alle casse del Carroccio «per le esigenze personali dei familiari del leader della Lega Nord». Umberto Bossi non è indagato. Ma l’ultimo siluro è per il Senatùr. L’inchiesta della Procura di Milano - coordinata dai pm Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano e condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria- parte da alcune operazioni sospette che riguardano gli investimenti di Belsito, denunciate da un militante leghista il 23 gennaio scorso, e prende di mira proprio gli investimenti del Carroccio in Tanzania e a Cipro. Denaro che, secondo gli inquirenti, non si sarebbe in realtà fermato nel continente africano né nell’isola del Mediterraneo, ma avrebbe preso la strada di ritorno per tornare nella disponibilità del tesoriere. L’indagine milanese si incrocia con quelle dei carabinieri del Noe, coordinata dalla Procura di Napoli, e della Dia di Reggio Calabria. Dal Noe negli uffici milanesi arriva un documento che «fornisce elementi inequivocabili sul fatto che la gestione della tesoreria della Lega Nord è avvenuto nella più completa opacità fin dal 2004 e comunque, per ciò che riguarda Belsito, fin da questi ha cominciato a ricoprire l’incarico di tesoriere». «Egli - si legge negli atti - ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato e ha effettuato pagamenti e impieghi anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero». Quali? Nelle intercettazioni telefoniche, viene fatto riferimento ai «costi della famiglia». La famiglia di Umberto Bossi. «Tali esborsi- insistono i pm- vengono effettuati per esigenze familiari del leader della Lega Nord», in «contanti o assegni o contratti simulati». Cene, alberghi, viaggi per la moglie e i figli del Senatùr, per Rosi Mauro, e per la campagna elettorale di Renzo Bossi (consigliere regionale in Lombardia dal 2010), per ristrutturare la villa di Gemonio. La truffa allo Stato viene contestata perché «il rendiconto della Lega è inveritiero, non dà conto della reale natura delle uscite, né della gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito». E non è un dettaglio da poco. Perché i rimborsi elettorali vengono calcolati in base alla validazione del rendiconto da parte degli organi di revisione del Parlamento. E per il bilancio 2010 (ritenuto truccato dai pm) lo scorso anno al Carroccio sono stati riconosciuti rimborsi per 18 milioni di euro. Da Pontida a Dodoma (capitale della Tanzania), esisterebbe un link. Ed è qui che entra in scena un secondo indagato: Stefano Bonet. Di chi si tratta? Bonet è un commercialista tuttofare, sotto inchiesta oltre che a Milano anche a Napoli ( pm John Woodcock e Vincenzo Piscitelli) e Reggio Calabria (pm Giuseppe Lombardo). È Bonet a intrattenere i rapporti con la Siram spa, colosso dei servizi energetici con sede nel capoluogo lombardo, controllata dai francesi di Veolia e Edf, che nell’inchiesta svolge un ruolo chiave. Dai fondi neri creati da Siram attraverso Bonet, e in parte ceduti allo stesso Bonet, provengono probabilmente i fondi occulti della Lega. Nell’inchiesta la Siram viene definita «la lobby di Giovanni Pontrelli»,il suo direttore generale, che avrebbe versato a Belsito 250mila euro. Tra gennaio e febbraio 2010, le società Polare e Marco Polo Tecnhology- di cui Bonet era amministratore - realizzano «movimenti circolari di denaro fittiziamente giustificati con fatture relative a costi per investimenti in ricerca e sviluppo ». Più precisamente, «la Siram aveva versato alla Polare una somma di 5 milioni di euro dei quali era rientrata in possesso attraverso pagamenti effettuati ad altre società, tutte legate al “gruppo Bonet”». Quei soldi, per il commercialista, sarebbero arrivati grazie al «patrocinio politico» di Belsito, sponsor di un fantomatico «progetto Sirio ». In cambio il tesoriere della Lega ottiene che l’investimento a Cipro venga effettuato tramite Bonet su un conto gestito da Paolo Scala (indagato), che a Larnaka fonda la Krispa Enterprises. Tra il 27 e il 28 dicembre 2011, da uno studio milanese, Belsito fa partire i soldi destinazione Cipro: ma invece del milione e duecentomila euro concordati ne spedisce il quadruplo, quattro milioni e otto. «Devono essere semplicemente parcheggiati, poi andranno dove devono andare », si legge in una intercettazione. Scala e Bonet ne parlano allarmati qualche giorno dopo. E Bonet rivela che i soldi sono del «gruppo», cioè della Lega. Scala: «Non so cosa sia, lui (Belsito, ndr ) mi ha detto che escono da lui». Bonet: «Devono essere del gruppo quelli».«Dobbiamo andare a fare un po’ di giri per andare a creare quelle strutture necessarie per andare a segregare questi importi e per pilotare gli investimenti. Non è che domattina viene fuoriuna fogna e andiamo a finire tutti... ». Infatti.

Secondo di Matteo Pandini  su “Libero Quotidiano” qualcuno dice che la Lega è cambiata nel 2000, quando decise di riappacificarsi col Cavaliere. Di sicuro è mutata dall’11 marzo 2004 in poi, quando Umberto Bossi rischiò di morire. È da quella mattina che sulla scena piomba la famiglia del Senatur. Gli inquirenti che ieri hanno perquisito la sede di via Bellerio parlano di «gestione opaca» proprio a partire da lì. Dal 2004 è salita sul ponte di comando Manuela Marrone. È la maestra di origini siciliane che ha sposato il capo lumbard il 12 gennaio 1995 a Palazzo Marino, con la benedizione di un commosso Marco Formentini. Con l’ex ministro in ospedale, parecchi scommettevano sullo sgretolamento del movimento. È andata diversamente. Il fortino di via Bellerio ha retto perché il potere non è scivolato lontano da Gemonio. “La Manuela” ha tutelato il marito tagliando i contatti col mondo, a eccezione di pochi privilegiati. È in quelle fasi drammatiche che nasce il cosiddetto cerchio magico, ovvero il gruppo di fedelissimi in stretto contatto con il leader e i suoi familiari. All’inizio ne fa parte pure Giancarlo Giorgetti, il segretario della Lega Lombarda con cui i rapporti si sono poi raffreddati. Stesso discorso per Roberto Cota. Marco Reguzzoni, allora presidente della Provincia di Varese, era uno dei pupilli della signora Bossi e lo è tuttora. Rosi Mauro, l’anima del sindacato padano (Sinpa), è nelle grazie di Manuela e scala in un amen le gerarchie del partito, fino a quando – con Umberto che torna sulla scena – gli s’appiccica nelle uscite pubbliche. Nel 2007 acquista casa davanti alla villa del Senatur a Gemonio. Bossi sta male a marzo, dicevamo. A novembre dello stesso anno il Parlamento europeo assume come assistenti di Francesco Enrico Speroni e Matteo Salvini il fratello del capo padano, Franco, e il figlio primogenito di Bossi, Riccardo (il pilota di rally avuto con Gigliola Guidali). Nella Lega spunta per la prima volta un’accusa sanguinosa e collegata al suo capo: nepotismo. Nulla, in confronto ai veleni delle ultime ore. Nell’informativa del Noe si parla di denaro che sarebbe stato utilizzato dai familiari del leader e dai suoi strettissimi collaboratori (tra cui la Mauro) per alberghi, cene, viaggi. C’è la ristrutturazione della villa di Gemonio e la campagna elettorale del Trota. Una storiaccia. E che - se confermata - sarebbe ben più grave dell’affaire Montecarlo che investì Gianfranco Fini. Pochi anni fa erano state le disavventure scolastiche di Renzo a riempire i giornali. Prima viene bocciato a 15 anni. Poi rifà due volte la maturità. Nell’ultimo caso decide di presentare ricorso. È il leader ad annunciare in un comizio: «Renzo ce l’ha fatta». Non si sa dove. In Italia o all’estero? «Quando stava male mio padre, avevo i giornalisti che mi aspettavano fuori da scuola. Da lì decisi di non dare più certe informazioni» spiegò il Trota a Libero nell’ottobre 2010. Il mistero rimane, anche perché il diploma non s’è mai visto. Nel 2005, ancora ragazzino, aveva fatto la prima apparizione pubblica con papà. Si affacciò dalla casa di Carlo Cattaneo, in Svizzera, per urlare alla piazza: «Padania libera!». Da lì iniziò a essere sempre più presente. Non solo nei comizi. Pure a Roma.

Nei vertici di governo. A casa Berlusconi. Quando il Corriere gli dedica una paginata, la madre s’inalbera perché non lo vuole così esposto. Bossi smorza: «Lui mio delfino? Al massimo è una trota». Nasce il nomignolo. Nel 2010, però, Renzo finisce al Pirellone incassando quasi 13mila preferenze. Nel frattempo il cerchio magico cambia ma prospera. Vi fanno parte anche il capogruppo a Palazzo Madama Federico Bricolo e, naturalmente, il tesoriere Francesco Belsito. I rapporti nel movimento si fanno sempre più tesi. È gelo soprattutto con Roberto Maroni. La famiglia lo accusa di volersi prendere la Lega sfilandola a Umberto. Renzo nega l’esistenza del cerchio: «Qualche giornalista ha la sindrome Tolkien» dice a fine 2010. Nel novembre 2011 cambia idea: «Non esistono più né cerchisti né maroniani, è tutto a posto». Nel frattempo, alcuni vecchi amici di Umberto faticano addirittura a parlargli, tanto è impenetrabile il cordone di sicurezza che lo circonda. Per esempio, si raffreddano i rapporti con Bruno Caparini, il padre del deputato Davide e che ospita il segretario a Ponte di Legno. Il Trota, approdato al Pirellone, è sempre più al centro della scena. I militanti s’arrovellano: era giusto candidarlo? Di sicuro sono fioccati veleni, con l’assessore lombardo Monica Rizzi accusata di aver fatto confezionare dossier per attaccare altri padani e favorire l’ascesa del rampollo. Il Trota gira con un suv Bmw (intestato a lui) e su un’Audi A5 che risulta di una concessionaria comasca. Vive tra Gemonio e Milano. Spesso si fa vedere a Brescia e sul lago di Garda. Ha frequentato anche alcune vippine da tv. È amicone di Valerio Merola. All’ultimo congresso di Varese l’hanno fatto risultare militante anche se non lo era. Condizione che ne avrebbe dovuto impedire la candidatura alle regionali. Il fratello Roberto Libertà, studente d’Agraria, vive a Gemonio e spesso bazzica una cascina ristrutturata a Brenta, Varese. Eridano Sirio, il più piccolo, è ancora lontano dai riflettori. C’è curiosità per i legami tra Belsito, il tesoriere che ha lasciato l’incarico ieri sera, e la famiglia. Gli inquirenti hanno dato un occhio pure alla Pontida Fin, cioè lo scrigno della Lega. Contiene gli immobili del partito. Tempo fa, all’amministratore unico Ugo Zanello arrivò la richiesta di trasferire le proprietà a una fondazione. Nel luglio 2010, con la Lega al governo, spuntano 800mila euro di finanziamento per la scuola Bosina di Varese, quella della signora Marrone. È lei che, col passare del tempo, è sempre più indigesta alla base. Soprattutto, non la sopportano i militanti che guardano a Maroni. Però, quando a settembre il berlusconiano Panorama spara un articolo che descrive i malumori nei confronti della signora (definita «terrona», mentre la Mauro è «la badante»), tutta la Lega s’inalbera. Ieri sono stati perquisiti anche gli uffici del sindacato padano, che in serata ha parlato di «fraintendimento». Si fa un gran chiacchierare di una sede in Sardegna: sarà vero? Dal canto suo, la Marrone incassa ma resta nell’ombra. In pubblico non parla mai. Neanche con i media di partito. Quelli che, nel febbraio 2011, erano stati affidati alla supervisione di Renzo Bossi. Papà ne fu felice. I professionisti che ci lavorano e i militanti, un filo meno.

CARROCIOPOLI: Bossi, un mare di bugie.

La presentazione e le recensioni di "Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere", saggio di Eleonora Bianchini edito da Newton Compton. Un'inchiesta appassionata che ridisegna il ventennio leghista dagli anni del "celodurismo" all'ossessione del federalismo fiscale. I lati oscuri di un partito pieno di contraddizioni: minacce di secessione che si alternano ad abili mosse politiche per acquisire un peso sempre maggiore nel governo del nostro Paese; vilipendi alla bandiera, diti medi alzati e pernacchie in TV che fanno da contrappunto a raffinate strategie orchestrate nei palazzi e nelle ville del potere. Ma come ha fatto questo movimento, da sempre spina nel fianco della democrazia italiana, a ottenere un simile consenso? Eleonora Bianchini, con una prosa secca e incisiva, mette al muro il partito del Carroccio, svelando i falsi moralismi di chi grida contro "Roma ladrona", ma chiude un occhio sugli scandali finanziari della "Padania ladrona". «Il nostro popolo», affermava Bossi, «è pronto ad attaccare. Si dice che il Paese stia andando a fondo, ma io conosco un solo Paese, che è la Padania. Dell'Italia non me ne frega niente». Ma una volta scoperti i verdi scheletri nell'armadio anche il leghista duro e puro potrebbe vacillare. Una giornalista ricostruisce la storia e le dinamiche del consenso del Carroccio. Rivelando come il partito di Bossi abbia due volti. Uno al nord, dove continua a far sognare un federalismo che non farà mai. E uno a Roma, dove pensa solo a divorare posti di potere. L'ultima, in ordine di tempo, è la proposta di un consigliere comunale di Padova di non finanziare la locale maratona perché "vincono sempre neri in mutande". Ma alle dichiarazioni shock, partite da esponenti di ben altro rilievo, la Lega Nord ha ormai abituato gli elettori: forse persino assuefatti, visto che se ne sentono quasi tutti i giorni.

Dagli anni delle minacce di secessione, della caccia ai terroni e dei riti celtici si è passati al federalismo fiscale e alla lotta all'islam e all'immigrazione (clandestina e non solo). E in un paese che non ha memoria e che dimentica troppo in fretta, il lavoro di Eleonora Bianchini ("Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere" - Newton Compton) prova a mettere in ordine gli eventi. Quasi un manuale per leggere la Lega Nord attraverso tutta la sua storia. "L'espresso" ha parlato con l'autrice, giornalista e blogger che lavora tra l'altro per il network Blogosfere.

Perché la Lega non dovrebbe far leggere il tuo libro, come recita il titolo?

"Il mio lavoro ricostruisce la storia del partito in questi anni: le origini, le parole d'ordine, gli slogan, le dichiarazioni, le promesse. Un elenco di fatti, niente invettive preconcette. E questo li ha fatti innervosire: il loro quotidiano, "la Padania", lo ha subito definito "un libro che esercita mistificazioni politiche", ma senza entrare mai nel merito dei fatti concreti che sono stati raccolti".

Iniziamo da Alberto Da Giussano e la Padania...

"Pochi ricordano che Alberto da Giussano è stato copiato dalla biciclette Legnano, perché a Bossi piaceva il logo. Quanto alla Padania, i suoi confini sono stati scelti a tavolino e nella storia della Lega sono anche risultati piuttosto "elastici" per non lasciare fuori nessun potenziale elettore. Adesso però la Padania esiste davvero nella mente dei sostenitori e, nei primi anni del movimento, queste immagini hanno aggregato molto i leghisti e contribuito a costruire un'aura intorno alla dirigenza".

Dal partito di lotta al governo. Come è cambiata la Lega Nord?

"Il cambiamento è stato enorme, da quando è iniziata la corsa al potere e alle poltrone: lo scandalo di Credieuronord, la conquista delle regioni per avere le banche, la parentopoli interna. L'approccio al potere è simile a quello di tutti gli altri partiti che la Lega critica e di cui ha invece preso i peggiori difetti. Anche in tv, c'è stata la lottizzazione della Rai in pieno stile Prima repubblica. Intanto sono cambiati anche i nemici: dalla guerra ai "terroni" si è passata a quella agli islamici".

Terroni, islamici, immigrati, rom. Le dichiarazioni shock e i suggerimenti a bruciare, impallinare o altro in questi anni non sono mancate. Qualcuno le definisce folklore.

"La Lega ci ha assuefatto. Ormai ci siamo abituati a fare spallucce su affermazioni aberranti, quando in altri paesi non avverrebbe lo stesso: alla Lega invece viene perdonato tutto. Sono le famose "sparate" che servono per coltivare il consenso "di pancia" al Nord mentre a Roma si pensa solo a lottizzare e a conquistare fette sempre maggiori di potere".

Passiamo dalla parole ai fatti. Come governa la Lega?

"A livello locale si devono riconoscere degli esempi dignitosi. A livello nazionale invece si usa lo specchietto per le allodole del federalismo per occupare posti di potere a Roma e nelle istituzioni centrali. Nessun leghista ha mai risposto, concretamente, ad alcune domande semplicissime su questo ipotetico federalismo: quanto costerebbe? Quali direttive avrebbe? Chi lo paga? Se fosse davvero il provvedimento che dice la Lega, in cui tutti guadagnano e nessuno paga, sarebbe un sogno. Invece serve solo a mantenere in vita un sogno in periferia per occupare poltrone al centro".

La Lega sembra essere il fenomeno editoriale di questo Natale. Tanti libri ne parlano e sono tutti testi molto critici.

"Il partito di lotta che diventa partito di governo fa emergere tutte le sue contraddizioni e con queste arriva il disincanto nei confronti del movimento. Ormai le due facce della Lega non si possono più coniugare tra loro: il partito non è né duro e puro né un alieno della politica i Palazzo, tutt'altro".

Però i consensi almeno fino a oggi, sembrano in crescita.

"Il mito del federalismo fiscale attrae voti perché promette di abbassare le tasse al nord. Finché il federalismo non viene attuato, resta un immaginario Sacro Graal di benessere. Infatti viene sempre rimandato".

Aveva negato di essere stato iscritto al Pci. Aveva escluso che il figlio prendesse soldi dalle Coop padane. Aveva smentito gli affari poco limpidi del partito. Un libro-inchiesta rivela: era tutto vero.

Si intitola "Umberto Magno, l'imperatore della Padania" la biografia non autorizzata del leader della Lega Nord che è uscito in libreria il 2 dicembre 2010 per Aliberti (480 pagine). E' un'accurata inchiesta di Leonardo Facco, giornalista che ha conosciuto la Lega (e Bossi) da molto vicino, avendo tra l'altro lavorato per quattro anni al quotidiano "la Padania". L'autore parte dagli "albori della Lega", quando un giovanotto della provincia di Varese senza un lavoro riesce a coagulare attorno all'idea autonomista – non senza screzi e fatti poco chiari – prima alcune decine di amici, poi centinaia e infine migliaia di persone pronte a dare il loro consenso a un progetto politico sempre in bilico tra il federalismo e la secessione. Bossi è la Lega e la Lega è Bossi, secondo Facco, nonostante la malattia abbia ridotto il senatùr all'ombra di quel personaggio movimentista del passato recente. Per dimostrarlo, l'autore racconta fatti, episodi, ricordi personali, con tanto di documentazione (sono quasi 400 le note bibliografiche). «Bossi», sostiene l'autore, «è il responsabile principale della trasformazione della Lega in un soggetto politico partitocratico, dove agli scandali si uniscono le truffe perpetrate ai danni, in primis, dei militanti e simpatizzanti. I crac delle Cooperative Padane, del Villaggio in Croazia e della banca padana rappresentano l'epitome del modo di fare politica del "lumbard", circondato da sempre di yes-men (and women) in carriera». Nel libro ci sono diversi fatti inediti, mai conosciuti e-o raccontati: dalla strana busta paga del figlio primogenito a spese dei militanti ignari, fino alla famosa questione della militanza comunista del giovane Umberto: da lui sempre negata, ma ora provata da un documento scoperto in una vecchia sezione del Pci. E poi si va dai tempi in cui elogiava "Mani pulite" alla sequela di condanne penali incassate dai leghisti odierni. Un capitolo, infine, è dedicato alla vita privata di Bossi che «ama la famiglia tradizionale» ma, secondo l'inchiesta di Facco, non sembra negarsi svaghi al di fuori di essa. «E' un'inchiesta che dovevo a me stesso perché ho un passato da leghista, ho creduto in questo movimento e sono stato anche sul Po, alla metà degli anni '90», dice l'autore. «Era giusto scrivere questo libro adesso, in cui la Lega si sente particolarmente forte e pensa di fare il pieno di voti. Bisogna che tutti gli elettori sappiano chi è il padrone del partito che pensano di votare: un cialtrone, né più né meno».

Ma non è tutto. Due pentiti scrivono la storia di Carrocciopoli, così come ripreso da Alessandro Da Rod sul Riformista.

Due libri coinvolgono i due alti esponenti del partito. Il già titolare della Semplificazione è accusato di furto ai danni della Lega emiliana nel periodo caldo delle cooperative padane. Il già Ministro della Giustizia e viceministro delle Infrastrutture invece sarebbe il candidato “Gamma” favorito dalla malavita calabrese.

Due pentiti. Due libri. Un camion di letame sulla Lega Nord di Umberto Bossi. Non c’è dubbio che giovedì 2 dicembre del 2010 non passerà alla storia del Carroccio come una giornata qualunque. Perché presentare nello stesso giorno due libri come Umberto Magno, l’imperatore della Padania di Leonardo Facco e Metastasi di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, significa scoperchiare l’intero vaso di Pandora di via Bellerio, svelando ciò che il Carroccio ha sempre cercato di nascondere: problemi interni, finanziamenti ai figli di Umberto Bossi, intercettazioni scomode e quant’altro. Il primo è il più pesante. Facco, leghista della prima ora, ex giornalista della Padania, ha riportato in 480 pagine tutta la vita del Senatùr, raccontandone misfatti, debolezze sessuali e di potere. Nel secondo i due cronisti di Libero, non hanno incentrato il loro libro sui rapporti tra la ’ndrangheta e la Lega Nord, ma hanno comunque inserito in un capitolo una storia scomoda per i leghisti. Quella di “Gamma”, leghista di Lecco che ha iniziato a fare carriera nel suo feudo grazie anche all’aiuto dei voti della malavita organizzata. Ex ministro della Giustizia, dirigente di una certa importanza, nessuno ha osato dire il suo nome, ma l’unico che ha alzato la voce per replicare alle illazioni è stato Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture. Negli ambienti del Carroccio, si vocifera che ci sia una cosa che accomuna i due libri in uscita in questi giorni nelle librerie. Entrambi, in un modo o nell’altro, vanno a colpire, oltre al Senatùr, i due esponenti che in questi mesi hanno perso più posizioni di potere all’interno del partito. Da un lato Castelli, dall’altra Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione. È utile ricordare che il leghista lecchese fu l’unico questa estate a rilasciare un’intervista al Giornale in cui raccontava pubblicamente dei problemi interni al partito. Come allo stesso tempo accadde a Calderoli, finito sulla graticola per l’affare Brancher, il ministro breve del Federalismo, anche lui comparso su svariati quotidiani per difendersi dalle bordate che gli arrivavano dagli uffici di via Bellerio. Sarà un caso, ma in mesi così difficili per la Lega Nord, tra cerchi magici, colonnelli, varesini e veneti, nel libro di Facco ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più sul potente ministro dell’Interno Roberto Maroni. In realtà c’è ben poco, se non un richiamo al caso Antonveneta, passando per spedizione in Serbia e la storia dei finanziamenti alla sua portavoce Isabella Votino. Quisquilie se messe in relazione ai file alla Wikileaks che riguardano Castelli e Calderoli. Perché se il primo viene di fatto associato alla malavita organizzata dal pentito Giuseppe Di Bella, sul secondo vengono persino pubblicati i documenti che testimonierebbero un presunto furto ai danni della Lega emiliana nel periodo caldo delle cooperative padane. Partiamo dal ministro per la Semplificazione. A pagina 311 di Umberto Magno, Sacco racconta la storia delle “Coop made in Padania Scrl” creatura bossiana organizzata per finanziare il partito, finita in disgrazia quasi come Credieuronord. Presidente delle Coop in un primo momento era proprio Calderoli. E attraverso le parole di Mario Morelli, ex consigliere di amministrazione della catena di supermercati, Facco ripercorre tutti i disastri dei calderoliani, tra dentifrici in esubero, immobili pagati uno sproposito, flop economici e conti lasciati in sospeso. «Bossi, Calderoli e altri padani - si legge nel libro - pensavano che un pizzico di coraggio, un tantino d’inventiva, un po’ di voglia di fare mischiata all’improvvisazione fossero elementi sufficienti per il successo». In realtà la vicenda, oltre ad avere tratti grotteschi, tra cui quello di 24 milioni di buste di deodorante con il sole della alpi rimaste invendute, finì molto male. Morelli, infatti, a cui fu data la presidenza dopo l’addio di Calderoli nel 1999, si ritrovò di fronte in poco tempo un debito di circa un miliardo di lire e un’azienda sull’orlo del fallimento. «Una mattina - racconta Morelli - Calderoli mi convocò nel suo ufficio chiedendomi di sostituirlo in quell’incarico. Motivò la sua richiesta col fatto che questo incarico incideva negativamente sul rapporto politico che aveva con Bossi». Del resto, quando Morelli parlò della situazione al Senatùr, Bossi non la prese affatto bene. «Mi rispose con parole di fuoco - ricorda Morelli - indirizzate contro il mio predecessore Calderoli: tuoni, fulmini e saette». Non solo. Il caso scottante è che al fallimento delle Coop è conseguita la protesta di chi quei soldi li aveva versati nelle tasche di Calderoli. Emblematica la lettera di Genesio Ferrari, ex segretario della Lega emiliana che chiede indietro i dieci milioni di lire versati anche grazie all’aiuto dei militanti: «Il tutto si è risolto in una bolla di sapone». Quanto a Castelli, si è già scritto molto. Ma il dato è comunque pesante, perché nel ’90 ci fu il boom di voti per i leghisti. Il pentito Di Bella, vicino al boss della 'ndrangheta, Coco Trovato, racconta a Nuzzi e Antonelli che la parola d’ordine tra le ’ndrine di Lecco era votare “Lega”: Gamma era il loro uomo di riferimento.

PARLIAMO DI PROBITA’ E CORRETTEZZA.

Non solo dubbia onestà verificabile accedendo al capitolo del partito d'interesse nel libro di Travaglio “Se li conosci li eviti”. Ma anche mancanza di probità e correttezza.

Risse parlamentari: “Cesso corroso” l’epiteto più creativo. I banali “carogna” e “porco”, ma non solo. Un libro racconta la politica attraverso gli scontri tra i banchi.

È il 24 gennaio 2008: durante il voto di fiducia che sancisce la caduta del governo di Romano Prodi, il senatore di An Nino Strano, fra i banchi di Palazzo Madama, dopo aver sventolato un paio di fette di mortadella se le infila in bocca per celebrare la caduta dell’esecutivo di centrosinistra. È solo una della lunghissima serie di scene che hanno costellato la storia parlamentare nel corso dei sessant’anni di repubblica e che, talvolta, hanno trasformato la politica in un’arena nella quale gli onorevoli hanno dato il peggio di sé come protagonisti di risse senza esclusione di colpi.

Dall’Assemblea costituente a oggi nel Parlamento italiano le seconde linee dei partiti, quelli che non decidono le sorti del Paese ma che sono nei banchi di Camera e Senato a cercare il loro momento di notorietà, si sono resi protagonisti di esibizioni degne dei migliori attori di B movie: battute, lanci di oggetti, riprese di boxe, salti fra i banchi. Tutto per scagliarsi lancia in resta contro l’avversario di turno, magari farsi giustizia per un’offesa ricevuta.

Tumulti in aula. Il presidente sospende la seduta (editore Aliberti) è un libro che ripercorre, attraverso i resoconti stenografici, i momenti salienti di quei dibattiti parlamentari sfociati in risse da stadio, con aneddoti e curiosità che aiutano a capire anche i periodi difficili della storia repubblicana. Sceneggiate come quella che ha avuto come protagonista Nino Strano (che prima di assaporare in diretta televisiva la mortadella si era rivolto al collega dell’Udc Nuccio Cusumano, apostrofandolo con un “Sei un cesso corroso”) non erano rare, sebbene con un lessico differente, agli albori del Parlamento repubblicano. In aula si fronteggiavano uomini che, in gran parte, avevano combattuto la Seconda guerra mondiale, che avevano imbracciato un fucile (qualcuno lo conservava ancora sotto il letto) e quindi non si facevano scrupoli ad affrontare un avversario politico con le parole o con le mani.

Per esempio, durante il dibattito per l’adesione dell’Italia al Patto atlantico, nel marzo 1949, durato 52 ore vivacizzate da un’interminabile sequela di insulti e aggressioni. Oppure in occasione dell’approvazione al Senato della cosiddetta legge truffa nel marzo del 1953: dopo 70 ore di seduta ci fu una rissa di 40 minuti che vide Sandro Pertini rivolgersi al presidente Meuccio Ruini con un “Lei non è un presidente, è una carogna! Un porco!”. O ancora, sempre nella stessa seduta, il senatore Elio Spano (Pci) affrontò a muso duro il giovane sottosegretario Giulio Andreotti, che in quel momento aveva in testa il cestino della carta per proteggersi dagli oggetti che piovevano dai banchi della sinistra, urlandogli: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto!”.

Una volta si è sfiorato anche uno scontro fra titani, era il 14 febbraio 1950 e Palmiro Togliatti decise di affrontare a muso duro Alcide De Gasperi per una frase infelice pronunciata nel corso del suo intervento. Parlando dei funerali di sei operai uccisi dalla polizia nel corso degli scontri a Modena (ai quali aveva partecipato tutto lo stato maggiore del Pci), l’allora presidente del Consiglio li aveva definiti una “parata”. Togliatti si alzò urlando “Vergogna!” e scese minaccioso le scale dell’emiciclo fermandosi a pochi centimetri da De Gasperi. Allora il buon senso ebbe la meglio e “il Migliore” se ne andò. D’altronde i leader non si abbassano a tanto: le risse sono roba da peones.

L'aggressione del senatore Tommaso Barbato al collega Nuccio Cusumano é soltanto l'ultima aggressione avvenuta nelle aule del Parlamento. Una lunga serie di episodi delle stesso genere ha costellato i 60 anni di storia della Repubblica. Dal 1949 al 2008 le aule parlamentari si sono più volte trasformate in un ring, dagli occhiali rotti di Sgarbi alla sospensione per dieci sedute di 14 deputati della Lega.

18 marzo 1949 - Alla Camera si vota l'adesione dell'Italia alla Nato. Quando il presidente dell'assemblea Giovanni Gronchi proclama l'esito del voto, il deputato del Pci Giuliano Pajetta (fratello del più noto Giancarlo) si lancia "a catapulta" (come si legge nel resoconto parlamentare) contro un collega, dando inizio a una rissa che vede anche un cassetto volare nell'emiciclo.

1 aprile 1952 - Il deputato Dc Albino Stella, coltivatore diretto, si getta contro il monarchico popolare Ettore Viola, agricoltore, colpendolo con un pugno.

29 marzo 1953 - La "legge truffa" viene approvata dal Senato ma in aula succede di tutto. In una rissa senza precedenti volano cassetti e banchi, il ministro Randolfo Pacciardi rimane ferito e l'opposizione abbandona compatta l'aula.

4 dicembre 1981 - Durante la discussione sullo scioglimento delle associazioni segrete (P2) il radicale Tessari attacca un questore del Pci e scoppia una rissa tra parlamentari dei due gruppi. Vola qualche calcio e i commessi intervengono per separare i contendenti. Il radicale Cicciomessere spicca un salto sul banco del governo ma cade a terra e i commessi riescono a respingere alcuni deputati del Pci, che volevano aggredirlo.

20 novembre 1991 - Mentre la Camera discute i provvedimenti di attuazione del pacchetto per l' Alto Adige, il missino Giuseppe Tatarella si alza e si avvicina all'esponente della Svp Johann Benedikter, che sta parlando, strappandogli di mano i fogli del suo intervento e gettandoli in aria.

16 marzo 1993 - Durante il dibattito sulla questione morale, il leghista Luca Leoni Orsenigo espone in aula un cappio da forca, agitandolo verso i banchi del governo. Alcuni deputati cercano di raggiungere i banchi della Lega Nord e solo un fitto cordone di commessi impedisce il contatto fisico.

19 maggio 1993 - Durante la discussione della riforma Rai, il deputato missino Teodoro Buontempo cerca di parlare in aula con un megafono e, all'ordine di consegnarlo, scappa per le scale dell'emiciclo rincorso dai commessi. Il vicepresidente lo richiama e poi lo espelle insieme al collega di partito Marenco che ha urlato "ladri-ladri" e altro.

21 settembre 1994 - Il progressista Mauro Paissan, relatore del decreto "salva-Rai", è interrotto da un boato di proteste provenienti soprattutto dai banchi di Alleanza Nazionale. Un gruppo di deputati di An travolge il muro di commessi piazzati nell'emiciclo e ad avere la peggio è Francesco Voccoli, Prc, messo ko da un pugno mentre faceva scudo a Paissan. Anche un commesso deve ricorrere alle cure dell'infermeria.

2 agosto 1996 - Scambi di insulti e strattoni tra deputati di Polo e Lega nella discussione sul finanziamento dei partiti. Il leghista Cavaliere salta un banco e cerca di raggiungere il deputato Giovine e altri esponenti di Forza Italia. Rotti gli occhiali a Vittorio Sgarbi.

17 novembre 1997 - Rissa alla Camera con fascicoli bruciati, portaceneri rotti, insulti, urla e scontro fisico evitato per pochissimo. Gli incidenti avvengono in Transatlantico tra Enrico Cavaliere, Mario Borghezio e Luciano Dussin della Lega da un lato e Famiano Crucianelli (Comunisti Unitari), Ugo Boghetta e Ramon Mantovani di Prc dall'altro.

29 aprile 1998 - Uno scontro verbale su Juventus-Inter tra il deputato di An Gramazio e l'ex calciatore e deputato Ds Massimo Mauro si trasforma in scontro fisico. Gramazio scatta verso i banchi della maggioranza, Mauro cerca di allontanare con un calcio l'avversario, che intanto lo strattona e cerca di colpirlo. Gran lavoro dei commessi per sedare la rissa.

9 luglio 2003 - Durante la seduta della Camera, alcuni leghisti mostrano t-shirt con la scritta "io non sto con Abele" e "Caino sconti la pena". Il presidente Casini richiama due volte il capogruppo Alessandro Cè, Dario Galli, Luciano Dussin, Andrea Gibelli, Sergio Rossi e Luciano Polledri e poi li espelle. Un esponente del Carroccio si strattona da solo fingendo una sorta di colluttazione con uno dei commessi: "Sì, sto facendo anch'io resistenza. Da qui non mi sposto...".

31 luglio 2004 - Dopo un alterco per alcune battute su Tangentopoli e "nani e ballerine" con alcuni socialisti dei due schieramenti, Davide Caparini (Lega) tenta di sfondare il cordone dei commessi e di avvicinarsi a Roberto Giachetti (Margherita). Per Caparini scatta l'espulsione. Renzo Lusetti (Margherita) finisce in infermeria.

14 giugno 2007 - I deputati leghisti si siedono nei banchi del governo sventolando il titolo della Padania: "Governo fuori dalle balle". Seduta sospesa, poi l'occupazione, per circa un'ora, con i leghisti che urlano slogan e insulti alla maggioranza e quindi la rissa con i deputati del centrosinistra. L'ufficio di presidenza sospende 14 deputati della Lega per dieci sedute. Un record per Montecitorio.

15 novembre 2007 - Un senatore di Forza Italia cerca di prendere a testate un parlamentare del centrosinistra che viene circondato dai colleghi e portato in salvo fuori dall'emiciclo dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi. Dai banchi di Forza Italia parte anche un sonoro "vaffanculo".

24 gennaio 2008 - "Scelgo per il paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi" ha detto Nuccio Cusumano chiudendo il suo intervento al Senato: Il clamore suscitato in Aula ha costretto Marini a sospendere la seduta. Al grido di "pezzo di merda" il senatore Tommaso Barbato, capogruppo dell'Udeur a palazzo Madama, è corso in aula mentre dal video fuori dall'aula stava ascoltando la dichiarazione di voto di Nuccio Cusumano. Al termine del suo discorso nell'aula del Senato il senatore dell'Udeur Nuccio Cusumano si è sentito male. Il malore è arrivato dopo che il capogruppo del Campanile Barbato è entrato in Aula e andandogli incontro gli ha urlato in faccia "Pagliaccio, venduto". I commessi sono intervenuti per allontanare Barbato dall'Aula. In aula intanto era scoppiato l'inferno con insulti - "cesso", "troia" e "frocio" - indirizzati a Cusumano. Il senatore è stato soccorso da colleghi e commessi, mentre il presidente Marini ha sospeso la seduta per cinque minuti. Cusumano, dopo essersi messo a piangere, si è sdraiato tra i banchi circondato dai colleghi, in attesa dell'arrivo del medico. Non si è limitato all'improperio in Transatlantico, ma una volta entrato in aula Tommaso Barbato si è diretto verso il banco del collega di partito dell'Udeur, Nuccio Cusumano, e gli ha "sputato in faccia, cercando anche di colpirlo", facendogli con le mani il segno della pistola. Cusumano, sentitosi aggredito, "è svenuto" e quindi il presidente Marini ha sospeso la seduta dell'aula per alcuni minuti. A riferire ai giornalisti quanto accaduto nell'emiciclo è il senatore Sergio De Gregorio, leader del Movimento degli italiani all'estero.

24 settembre 2009 - Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante l'incontro con i lavoratori dell'azienda Spx di Sala Baganza, realtà industriale a rischio chiusura, si scaglia così contro lo scudo fiscale definendolo un provvedimento "criminale" di un Parlamento "mafioso". Secondo l'ex pm: "Lo scudo garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese".

PARLIAMO DI FALSITA’ DELLE FIRME DELLE LISTE.

Ogni anno le cronache ci parlano di firme false apposte alle liste dei candidati alle elezioni politiche od amministrative. Firme di ignari cittadini o addirittura di cittadini deceduti. La falsità colpisce anche il fenomeno del cambiamento all’ultimo minuto del sostegno ai candidati sindaco o presidente, mancando di fatto il tempo per la raccolta delle firme. In questo caso si usano le firme raccolte per il sostegno di uno schieramento, mentre poi vengono usate per il sostegno dello schieramento opposto. I controlli come le sanzioni sono diseguali. Comunque le conseguenze contro una illegalità diffusa, che colpisce l’Italia da nord a sud, sono nulle. I partiti sono tutti uguali in questo malcostume, compresi quelli che si ergono a paladini della legalità (vedi elezioni regionali 2005 in Campania). I magistrati spesso giudicano in modo difforme le cause di esclusione delle liste, come spesso sono archiviati gli esposti presso le procure.

PARLIAMO DEI VOTI DEGLI ITALIANI ALL'ESTERO.

"E' una legge che va immediatamente cambiata, perché il voto per corrispondenza è uno scandalo". A sostenerlo è il presidente del Senato, Renato Schifani, secondo il quale la legge sul voto degli italiani all'estero "consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione".

Il prezzo del voto, quello che per la Costituzione dovrebbe essere «personale, uguale, libero e segreto», è una vacanza in Italia. Così pare, stando a una denuncia che arriva dall’Australia e, dopo il caso Di Girolamo del Pdl accusato di aver preso i voti della ‘’ndrangheta, getta nuove ombre sul sistema elettorale che consente dal 2006 agli italiani residenti all’estero di votare per la Camera e il Senato. In un video visto da Avvenire, una parte del quale è apparsa anche su You Tube, i responsabili di alcune associazioni che riuniscono i laziali residenti nello stato di Victoria rivelano di aver partecipato a brogli estesi e ripetuti nel tempo. Affermano di aver raccolto, sia nel 2006 sia nel 2008, pacchi di schede elettorali e di averle consegnate ad emissari di due candidati del Pd nella circoscrizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, Marco Fedi, eletto alla Camera, e Nino Randazzo, eletto al Senato. Gli accusati smentiscono, si dichiarano estranei alla vicenda e denunciano per diffamazione gli accusatori. Un processo si aprirà a breve a Roma.

Nel video, i testimoni raccontano, dunque, di voti ceduti in cambio di viaggi in Italia, finanziati dalla Regione Lazio, e di non meglio precisati "favori" ai club che hanno raccolto le schede elettorali; spiegano come abbiano convinto i loro connazionali a consegnare le schede che ciascun elettore iscritto al registro degli italiani residenti all’estero avrebbe dovuto compilare «personalmente e segretamente», prima di rispedirle in busta chiusa; citano luoghi e momenti in cui sarebbe avvenuta la consegna; descrivono dove e come la «catena di montaggio» le avrebbe compilate... Il sistema descritto è esteso quanto il bush australiano e l’impressione che si ricava è che ad alimentarlo c’è uno strano mix: la nostalgia per la madrepatria e la superficialità con cui viene gestito il voto dei nostri emigranti. «Mi dicevano – ricorda Salvatore Marrocco, consigliere dell’associazione Laziali nel Mondo –: raccogli tra amici e compari le buste del Consolato, loro non sanno quello che fanno...».

Un altro consigliere, Paolo Sepe, racconta di aver recuperato tra i connazionali una trentina di buste con le schede e di averle consegnate, «chiuse come le aveva inviate il Consolato».

In un’altra occasione, aggiunge, «siamo stati convocati in una sala di Brunswick», dove si si consegnavano le buste e si veniva registrati ma, spiega, «nessuno di noi ha votato. Votavano quelli che stavano seduti al tavolo». Insomma, seggi clandestini nel cuore di associazioni legate a Consolati e a governo australiano: «Noi siamo andati a votare al Coasit di Melbourne, in Faraday Street – dice Paolo Grosso, stessa associazione –. Ho presentato il passaporto e uno mi ha detto metti una firma qua, su un registro, e poi mi ha detto che potevo andarmene. La scheda elettorale non l’ho vista proprio. Al Coasit c’era una fila... uno dietro l’altro, passavano, firmavano, andavano via». Anche Salvatore Marrocco è stato lì: «E non riuscivamo a parcheggiare, perché c’era troppa gente».

La raccolta delle schede, secondo questi testimoni, avveniva alla luce del sole: «Al ristorante La Porchetta di Carlton, quando ci hanno chiesto le buste, c’era il comitato intero dell’associazione, se ne è parlato davanti a tutti quanti, c’erano Vince Pitoggi, Sal Marrocco, Paolo Sepe...», ricorda Attilio Riccardi, presidente dell’Associazione Laziali nel Mondo del Victoria, che parla di «mille voti mandati a Sydney in aereo».

Uno dei "premi" per chi collaborava, sempre secondo queste accuse, sarebbe stata la partecipazione ai viaggi organizzati per i nostri emigranti dalla Regione Lazio. Per questo, il bersaglio delle accuse, oltre a Fedi e Randazzo, è Antonio Bentincontri, il consultore che gestisce i rapporti tra la Regione e le associazioni australiane da 18 anni. Bisogna dire che contro di loro, per il momento, ci sono solo queste testimonianze e l’avvocato Gian Michele Gentile di Roma, legale di Fedi e Randazzo, ricorda che la Procura di Roma ha già chiesto un rinvio a giudizio per diffamazione. Tuttavia, gli accusatori, guidati da Maurizio Maietti, un ex poliziotto dello Stato di Victoria, non demordono: minacciano di produrre «centinaia» di testimonianze oculari, invocano perizie calligrafiche, divulgano su Internet verbali al vetriolo, accusano lo Stato di foraggiare associazioni inesistenti...

Nel kangoroo-gate, se confermato, non finirebbe insomma solo il sistema di voto degli italiani all’estero ma anche la gestione dei fondi pubblici che alimentano le associazioni degli emigranti: oltre ai finanziamenti della Regione Lazio, ci sono i fondi del governo australiano che transitano attraverso il Coasit e le attività commerciali che ruotano intorno al sentimento nazionale. Un piatto ricco, che fa gola. La polizia dello Stato di Victoria starebbe già indagando. «I brogli non sono una novità nella nostra circoscrizione», dice Teresa Restifa, candidata dal Pdl, sconfitta per duemila voti. Due anni fa aveva chiesto di riesaminare lo scrutinio della circoscrizione: «Abbiamo verificato – ci dice – che 2.000 schede erano partite da Sydney ed erano arrivate a Roma, ma non erano state scrutinate. Parallelamente, ne sono sparite 1.500 partite dal Sudafrica». Il riconteggio, a quanto risulta, non è mai avvenuto.

Mariza Bafile, origini aquilane, ma nata a Caracas, nel 2006 è stata eletta nella Circoscrizione America Meridionale per l’Ulivo. Nel 2008 non ce l’ha fatta, ma quando è tornata in Italia ha denunciato anomalie sul voto degli italiani all’estero.

Ma lei ha denunciato irregolarità. Ce ne vuole parlare?

«Nella mia circoscrizione ci sono Paesi dove il servizio postale non funziona affatto. A volte capita che i plichi elettorali non vengono consegnati e altre volte capita quello che è successo a due miei elettori in Cile : non avevano ricevuto le loro buste per il voto e quando sono andati in consolato gli hanno detto che risultavano tra coloro che avevano votato».

Ma lei ha denunciato le irregolarità?

«L’ho fatto in ogni sede, ai consolati interessati, in Cile, in Venezuela e in Italia. Tra l’altro spesso i consolati affidano a ditte private i plichi elettorali e in un caso ho scoperto che una di queste li tratteneva per oltre 24 ore. Il mio sospetto è che i voti siano andati in una direzione anziché in un’altra all’insaputa degli elettori».

PARLIAMO DI PARLAMENTARI NOMINATI.

Nominare gli eletti. Il disegno è chiaro. “Il "Porcellum", la legge elettorale che cancellò il maggioritario, ha già trasformato la elezione del Parlamento in una "nomina". Il cittadino non potrà scegliere il "suo" parlamentare, ma sarà costretto a votare per una lista preconfezionata dall'alto. Saranno quindi i capi partito, e non gli elettori, a decidere chi viene eletto.

Perché la classe politica persegua questo disegno è chiaro. E' un disegno scellerato ma risponde perfettamente ai suoi interessi. Il capo partito trasforma i suoi parlamentari da deputati eletti dai cittadini, e quindi da loro dipendenti, in burocrati nominati, fedeli e obbedienti.

Meno chiaro è perché i cittadini sopportino questa autentica truffa. In altri tempi, e forse in altri paesi, la reazione di base sarebbe stata furibonda. Da noi ci sono stati poco più che mormorii.

Il meccanismo della scelta dall'alto piace a molti leaders della sinistra. Il primo caso di lista bloccata è nato nella regione rossa, la Toscana.

PARLIAMO DEL DISINTERESSE E DEL MENEFREGHISMO.

Il parlamentare nominato non risponde alle e-mail e alle sollecitazioni.

In Italia, ormai da dieci anni, sulla homepage del sito di Camera e Senato, è possibile trovare l’indirizzo e-mail dei nostri parlamentari. Un mezzo, nelle intenzioni, per accorciare le distanze tra il politico e il suo elettore.

Si possono proporre o chiedere soluzioni legislative, denunciare o sollecitare ispezioni o inchieste ministeriali per abusi od omissioni a danno del cittadino. E proprio per verificare la disponibilità dei 994 intestatari, il periodico “Panorama” ha inviato, contemporaneamente, altrettante e-mail da dieci caselle di posta elettronica differenti appositamente create e intestate ad una virtuale e fantomatica signora Anna.

La sua situazione è disperata. Ha bisogno di un aiuto, un consiglio per affrontare una situazione sempre più difficile. Aspetta con ansia una risposta da coloro che la rappresentano in Parlamento.

Dal giorno dell’invio a quello della lettura delle risposte, sono passate due settimane. In un lasso di tempo di 15 giorni effettivi ha risposto soltanto il 2,7 per cento dei parlamentari. 26 e-mail in tutto su 9.940. Davvero pochine. Viene da chiedersi: vero è che non c’è vincolo di mandato, ma rispondere ai cittadini per un politico, è un dovere o solo un obbligo morale del singolo? E comunque, ridotta i minimi termini, non dovrebbe essere una semplice questione di buona educazione?

Invece ci troviamo di fronte ad un paradosso. Il brindisino Luigi Vitali, ospite di una televisione tarantina condotta da Carlo Vulpio, giornalista ed autore di “Roba Nostra”, ad una domanda del presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, in ordine ai problemi della giustizia e della lotta alla mafia, da sottosegretario alla Giustizia in carica ebbe a rispondere: “Lei non mi deve più alluvionare con le sue segnalazioni….”

Secondo l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti non si può parlare di obbligo morale “per un politico, rispondere alle e-mail, così come più in generale ad ogni altra forma di corrispondenza, ma rappresenta un dovere deontologico. Ad ogni domanda che gli viene dai cittadini e che gli è indirizzata, ha il dovere di rispondere. La politica, la buona politica, è fondata sul consenso, e il dialogo rappresenta uno dei cardini del consenso” afferma. Ma lui e i suoi compagni quante volte hanno risposto??

Il test ha rivelato che il 42,1 per cento dei senatori aveva la casella di posta piena, impossibilitata dunque alla ricezione di nuovi messaggi. Molti di loro e, cosa più grave i loro staff, trascurano di svuotarla o comunque di monitorarla. Le loro e-mail dunque non vengono lette abitualmente, o addirittura, non vengono proprio prese in considerazione.

PARLIAMO DELL’ASSENTEISMO  E DEI “PIANISTI”.

La possibilità di mantenere un'attività lavorativa al di fuori del Parlamento ha due conseguenze. Da un lato, facilita l'ingresso alla Camera o al Senato di cittadini particolarmente affermati nel mercato privato, che altrimenti non avrebbero potuto sostenere la candidatura. Un fatto auspicabile laddove la capacità dimostrata sul mercato sia in qualche maniera correlata con la capacità di risolvere i problemi del paese. Dall'altro, riduce il loro impegno nell'attività parlamentare, almeno in quella più strettamente legislativa.

Troppi assenti, ancora una volta, scranni vuoti nell'emiciclo del Pdl e mani che prodigiosamente si allungano per trasformare le assenze dei colleghi in presenze. Pianisti all'opera, come sempre. Ma dai banchi dell'Italia dei valori protestano, il leghista Matteo Bragandì, già avvocato di Bossi, prova a giustificare la prassi: "Non accettiamo lezioni. Se i deputati della maggioranza votano per due possono farlo per ragioni politiche, quelli dell'opposizione lo fanno solo per intascare la diaria. E questo si chiama truffa".

Perché a scorrere i tabulati delle presenze alla Camera relativi alle 103 votazioni, si scopre che a Montecitorio mancano sempre all'appello delle votazioni (solo in quell'occasione si possono rilevare le assenze) dai 120 ai 350 deputati.

In effetti, anche la classifica nominale dei più assenti alle 523 votazioni tenute dall'insediamento, assegna il primato a un paio di casacche Pdl. Ad ogni modo, in testa c'è l'imprenditore Antonio Angelucci, Pdl anche lui, presente solo a 58 delle 523 votazioni, con una percentuale di assenze dell'88,9. Fa poco testo anche Piero Fassino, che segue con l'88,3, ma per "adempiere al suo ruolo di inviato Ue in Birmania e di ministro ombra Pd degli Esteri", fa notare il suo staff. Segue invece Mario Baccini ex Udc, assente nell'81% dei casi, e la Pdl Maria Grazia Siliquini (78%). Veltroni è risultato assente nel 72% delle occasioni e Di Pietro nell'82. Ma come per Casini (29,4% di assenze), gli impegni di partito in tutti questi casi hanno avuto la meglio su quelli d'aula.

Le dita picchiettano, le mani si spostano, le spalle avanzano, arretrano, e poi ancora i polpastrelli si alzano, si abbassano, in una sinfonia di movimenti che solo lo scatto attento di un obbiettivo a ripetizione può fermare. E inchiodare. Ecco i pianisti della Camera. I deputati che votano per sé e per gli assenti, uomini e donne insospettabili, maestri e allievi di segrete lezioni di piano che quasi ogni giorno si praticano tra gli scranni di Montecitorio.

Pianismo, un mestiere vecchio quasi quanto quello della politica e che non ha barriere di parte: si pratica a destra come a sinistra, il voto conto terzi, ma c'è un fatto, una novità di questi giorni. L'aula si è riempita di requisitorie. Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell'Italia dei Valori, si è levata la voce del rigore, l'appello contro la doppiezza, l'imbroglio, perché barare «in quest'aula» significa anche raggirare «nella vita giornaliera», perché, diceva l'altro ieri nel suo intervento il dipietrista Domenico Scilipoti, votare per due «è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (stenografico della seduta dell'1 ottobre). «Ho letto con interesse i post del blog del Secolo XIX che riporta quanto accaduto in aula e sono rimasto colpito da alcuni messaggi che equiparano i pianisti di Montecitorio agli impiegati che timbrano per i loro colleghi assenti. I messaggi sul sito del quotidiano ligure invocano il Ministro Brunetta a fare il suo dovere: licenziare i fannulloni anche deputati!». «Recentemente - prosegue Scilipoti - diverse amministrazioni pubbliche hanno licenziato impiegati infedeli che si facevano timbrare dai colleghi e hanno fatto benissimo a licenziare anche coloro che hanno timbrato per i colleghi assenti perché partecipi alla truffa ai danni dell'amministrazione. Ritengo che abbiano ragione i cittadini che oggi equiparano quegli impiegati scorretti ai parlamentari assenteisti e ai loro complici pianisti. Quindi - conclude Scilipoti - ponendo su uno stesso piano impiegati e deputati assenteisti, che si fanno timbrare il cartellino dai colleghi, il Ministro Brunetta dovrebbe costringere il Presidente della Camera, responsabile anche del suo bilancio pagato dai cittadini, a licenziare questi deputati infedeli che truffano l'amministrazione con la complicità di colleghi pianisti che non esisto a definire disonesti, politicamente, moralmente e intellettualmente».

Ma la cosa triste è che proprio in quel lato dell'emiciclo, tra i difensori del voto pulito e a mano sola, succede di tutto: suonata con piano verticale (deputato che vota al suo scranno e a quello dietro con una torsione parziale del busto); allegro con brio (deputato che vota a due mani ridendo a crepapelle); andante con moto (deputato che vota per due, in piedi, come se stesse andando via). E via di questo passo, con un solfeggio che si disperde alle spalle dei leader dei partiti interessati senza che nessuno, all'apparenza, abbia niente di che scandalizzarsi.

La cosa ancora più triste, tra l'altro, è che in una delle foto il deputato che allunga entrambe le mani, nell'intento apparente di votare per due, è nientemeno che....Domenico Scilipoti!

C'è un’immagine bellissima di quest'orchestra di musicanti silenziosi del voto doppio: Massimo D'Alema pensoso che adempie il suo dovere di deputato accanto a Marianna Madia, in piedi. Dietro di lui un concerto di pianisti all'opera: Elisabetta Rampi, Vinicio Peluffo, Ronaldo Nannicini. Mani veloci, voto per due, e nessuno che ha visto niente.

Tornando a Scilipoti, va detto che in aula mercoledì anche Roberto Giachetti del Pd era intervenuto per accusare la maggioranza di pianismo: «Allora, possiamo anche continuare a far finta di non vedere...», aveva insinuato allusivo. Ma l'onorevole di Di Pietro invece spiegava più dispiaciuto, più appassionato: «Io sono nuovo di questo parlamento, e avevo l'idea che i parlamentari dovevano essere punti di riferimento per la cittadinanza. In altre parole, un atteggiamento di imbroglio non è corretto: «Non si può barare né si può imbrogliare!». Poi è scoppiata una piccola rissa tra un deputato della Lega e uno dell’Idv che ha richiesto l'intervento dei commessi.

Ma perché Scilipoti, in una immagine di voto, ha allungato due braccia anziché una al momento di schiacciare il pulsante? Non era al suo posto, perché nei due scranni dove si è sgranchito gli avambracci sarebbero seduti i colleghi Barbato e Porfidia. Quel pianista sospetto è Scilipoti o è un deputato che assomiglia a Scilipoti come una goccia d'acqua? Sarà lui a svelare il mistero.

Comunque quello è il settore dell’Italia dei Valori, e questo è indubbio. Lì sono seduti il capogruppo Donadi, il leader Di Pietro. Vicini di banco ma senza occhi del responsabile organizzazione del Pd Andrea Orlando, pizzicato a braccia allargate in inequivocabile atteggiamento da suonata, del responsabile esteri del Pd Lapo Pistelli, anche lui in posizione sospettissima.

E poi ci sono le donne: hanno mani lunghe Olga D'Antona, Anna Rossomando, Maria Rosa Calipari. I mali del pianismo non hanno colore, ma si capisce perché quando il capogruppo della Lega Roberto Cota mercoledì ha detto in aula che ci sono politici «specializzati nel fare la morale agli altri, ma nel non accettare di applicare la stessa morale a se stessi», l'applauso è stato forte, come un'Eroica.

Il quotidiano “Il Giornale” diretto da Mario Giordano non è nuovo a questi scoop. Già in prima pagina era stata pubblicata la foto dell'ex ministro Livia Turco intenta a votare per i vicini di scranno assenti. Stavolta i pianisti si sono moltiplicati. A quello che è un vero e proprio concerto hanno preso parte numerosi esponenti del Partito democratico e di Italia dei Valori: da Lapo Pistelli a Salvatore Margiotta, da Vinicio Peluffo a Elisabetta Rampi, da Pierluigi Mantini a Lanfranco Tenaglia, da Andrea Orlando a Rolando Nannicini, da Anna Rossomando a Luciana Pedoto, da Andrea Sarubbi ad Alessandro Maran, per concludere con le vedove D'Antona e Calipari, oltre al "predica bene e razzola male" Domenico Scilipoti, siciliano eletto nel partito di Antonio Di Pietro.

PARLIAMO DI "CASA NOSTRA".

Ministri, presidenti delle Camere, sindacalisti, politici. Attuali ed ex. Hanno acquistato attici e appartamenti da enti pubblici o da privati a prezzi di favore. Rendendo doppio il privilegio che spesso già avevano come inquilini. Ci sono ministri e leader di partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e giornalisti. La nazionale dell'acquisto immobiliare scontato è talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di coalizione.

PARLIAMO DI TROMBATI E RIMBORSATI.

Ad ogni fine mandato, non rinnovato, ai nostri parlamentari si dà una buonuscita. Si chiamanoassegni di solidarietà”: una sorta di TFR pari all’80 per cento dell’indennità, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato.

PARLIAMO DI PRIVILEGI.

Parlamentari, in apparenza eletti dal popolo, ma di fatto nominati da un sistema politico nazionale gerarchizzato a conduzione aziendale, con alla base una politica locale a conduzione familiare, chiusa ed autoreferenziale. Non era mai successo che un politico, un deputato, raccontasse la verità sugli scandalosi privilegi riservati ai mille inquilini del Palazzo. Sarà stato il pudore, sarà stato il desiderio di non dare pubblicità al trattamento di cui godono e di cui vogliono continuare a beneficiare, gli onorevoli se n'erano sempre guardati dal rivelare ciò che effettivamente sono: prìncipi con poca nobiltà e tanti quattrini in tasca. Quattrini non meritati dato il nulla prodotto dai legislatori e dato il loro disinteresse per qualsiasi problema dei cittadini.

Willer Bordon, nel presentare il suo libro “ Perché sono uscito dalla Casta”, così esternava: “Il 16 gennaio 2008, giorno del mio compleanno, dissi di essermi “fatto un regalo”: come avevo annunciato da un paio di mesi, mi sono dimesso dal Senato in un inedito atto di protesta contro il declino e la corruzione della nostra classe dirigente, incapace di farsi portatrice delle reali esigenze dei cittadini, e contro la grave degenerazione della funzione legislativa del Parlamento. I privilegi economici di cui godono i parlamentari – e sui quali getto in questo libro, con dovizia di cifre, esempi e aneddoti da insider, una luce ancora più inquietante della Casta di Rizzo e Stella – sono tuttavia la punta dell’iceberg, sotto la quale la crisi della politica ha assunto proporzioni disastrose. Di fatto, il Parlamento assomiglia sempre più allo sterile megafono del governo di turno, e i partiti sono macchine mangiasoldi governate da ristrettissime oligarchie: non solo per la disgraziata legge elettorale, che lascia a pochi uomini la potestà di decidere chi siederà nelle Aule, ma per una complessa storia più che ventennale.”

Carlo Monai dopo sette tentativi andati a vuoto, ha accettato di raccontare a "L'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. E' un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell'Idv al primo mandato parlamentare. Uno dei peones, a tutti gli effetti. Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità, vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi, in cui sguazzano politici di ogni risma. Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici. «Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».

L'incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio. Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».

Anche in commissione l'assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l'impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».

La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.

Monai inizia il suo viaggio. «Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».

Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230). «Non c'è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati "Tim Top Business Class", destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro». Anche quand'era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c'è pure un indennizzo forfettario per l'utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza». Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.

Già. I trasporti gratis sono un must dei politici. Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».

Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l'autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale.«Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l'onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».

Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l'abitazione e l'aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese. Questa è una cosa nota. Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all'agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit. «A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».

I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall'altro perderesti i punti per la carta fedeltà "Millemiglia". «I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all'estero: perché tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all'estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».

Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare “L’Espresso" nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.

Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell'auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c'è l'ufficio "Centro servizi" dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono 'giustificate esigenze di servizio', la multa va a farsi benedire».

A Fiumicino un mese al parking silos "E" costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera "Fly Very Good" la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l'avvocato.

Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d'Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino. Inoltre, come ha ricordato Franco Vanni su "Repubblica Milano", l'Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.

Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo "auto blu" quello che fa scandalizzare le masse. In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l'anno. Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali. In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina. Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.

«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l'auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell'Idv che sono passati con la maggioranza».

La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell'ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento. «Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato:«Questa è una delle cose più deprecabili, perché non bisogna mai essere ricattabili».

Ma tant'è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l'abitudine. Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell'Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società, che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato». In tribuna vip, naturalmente.

I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell'Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.

I vantaggi non sono un'esclusiva romana. A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica. Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell'autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d'appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi. In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto. All'Ars dell'isola le missioni all'estero sono la norma, non l'eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell'Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un "aggiornamento professionale" di 6.400 euro annui. E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.

Anche nella indebitatissima Campania s'è sfiorato il ridicolo. Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l'iPad. Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.

Carlo Monai, il deputato dell'Idv che ha deciso di raccontare tutti i privilegi della Casta, continua a stupirci su “L’Espresso”.

Racconta che a Montecitorio e Palazzo Madama arrivano ogni giorno inviti per mostre, happening vari, sfilate di moda. Il cibo si paga? «Dipende. Il bar della bouvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no. Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità. Io cerco di non appesantirmi, e ci vado raramente. L'unico appunto», chiosa sorridendo, «riguarda la cantina: ci sono ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».

Al Senato si può mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla griglia a 3,55 euro. Prezzi ridicoli. «Anche in consiglio regionale c'era un buon self service. Primo, secondo, caffè e frutta a 10 euro».Pure uno shampoo costa poco: la nostra guida è un frequentatore della mitica barberia della Camera, dove un taglio costa 18 euro (al Senato, invece, è gratis). «In questo caso, credo che sia un servizio da conservare: consente al parlamentare di avere sempre un aspetto dignitoso, anche quando arriva il martedì con i capelli spettinati».

Ma i servizi dedicati ai politici non finiscono qui. Dentro Montecitorio c'è uno sportello del Banco di Napoli, diventato famoso perché il consigliere Marco Milanese ha movimentato, su un conto dell'agenzia Montecitorio, qualcosa come 1,8 milioni di euro in pochi anni. Non è il solo ad aver aperto un conto lì, visto che gli onorevoli possono approfittare di tassi agevolati per mutui e prestiti.

Precisa Monai: «Molti usano la diaria non per affittare la casa a Roma, ma per comprarla. L'importante è essere rieletti. Per un mutuo di 150 mila euro a cinque anni il tasso fisso è appena del 2,99 per cento, uno o due punti sotto quello di mercato. Idem per un prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3 per cento».http://oas.repubblica.it/0/default/empty.gif

Anche le prestazioni sanitarie sono rimborsate: Monai dopo un incidente in cui ha distrutto una Mercedes ha ottenuto il rimborso di 580 euro di massaggi, e ammette che il Parlamento gli paga cinque giorni di cure termali l'anno.

I radicali hanno scoperto altri benefit: occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia. Tutti servizi destinati a oltre 5.500 persone, tra deputati e familiari. Alla Camera, poi, non si chiama mai il 118: ci sono anche alcuni infermieri nascosti tra gli scranni dell'Aula adibiti a "rianimare" il deputato nel caso si sentisse male. Costano al contribuente 650 mila euro l'anno.

Dopo una vita da nababbo, l'ex parlamentare o il consigliere non viene abbandonato dalla casta. L'assegno di fine mandato non si nega a nessuno, e il vitalizio scatta per tutti. Per prendere una pensione bastano cinque anni di mandato alla Camera o al Senato, (in media 6 mila euro a testa al mese), per una spesa che nel 2013 toccherà i 143,2 milioni di euro l'anno. Tra le Regioni solo l'Emilia-Romagna ha abolito il vitalizio, tutte le altre non ci pensano nemmeno: così nel Lazio può accadere che gli ex e i trombati si prendano 4 mila euro al mese ad appena 55 anni.

Non male, in tempo di crisi.  

Roberto Poletti, giornalista e conduttore televisivo di successo, eletto deputato nelle liste dei Verdi di Pecoraro Scanio nel 2006, dopo un biennio da peone durante il quale ha vissuto la noia delle aule e ha costatato l'inutilità del proprio ruolo, ha deciso di raccontare tutto al Quotidiano “Libero”  in questa inchiesta senza precedenti.

“Sono Roberto Poletti, parlamentare pentito, ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile discesa in campo. Era l’inizio del 2006: la legislatura del Cavaliere alla fine, l’ascesa di Prodi sembrava inarrestabile. C’era feeling e stima con i Verdi, Pecoraro Scanio un amico, facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi dava la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere alla Regione, tale Monguzzi e la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. I colloqui con i vertici del partito scivolavano via senza problemi, sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avvenne a Milano nel gennaio 2006: “Visto che sei giornalista ti potresti occupare dell’informazione e poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste” dice il segretario nazionale. Inizia il periodo “faticoso” della campagna elettorale. Imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide, è l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori, li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, immagini di arringare l’aula gremita, sogni un futuro da Martin Luther King. Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito, nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. I vertici dei verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura per offrirla a me. Sul suo blog iniziano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza e si fa del sarcasmo sul Corriere della Sera.

Il 6 giugno 2006 il mio esordio in Parlamento, entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello famoso, dove tutti si incontrano nelle pause delle sedute: i commessi, gli impiegati, i parlamentari. Ecco Bertinotti, D’Alema. Entro in aula, cerco il mio posto, mi siedo, sono commosso. C’è il Presidente della Camera Bertinotti, che informa il governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente italiano a Nassiriya. Il Vicepresidente Leoni invece passa alla proclamazione dei deputati subentranti, e proclama deputato, vista la rinunzia di Carlo Monguzzi, Roberto Poletti. Sono ufficialmente un onorevole. Guardo e riguardo il tesserino, la medaglietta d’oro da deputato, e mi sento un re. Passeggio per il transatlantico e noto tre colleghi che sembrano stiano giocando a figurine, mi avvicino.

“Questa c’è l’hai?”

“Si, certo.”

“E quest’altra?”.

“Ma no, non vale più, l’hanno abolita”.

“Ehm, ma io la uso ancora…”.

Non sono figurine, ma tessere, tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o di quell’esenzione.

Prima tessera da ritirare, è quella con cui si vota in aula, serve anche per mangiare e bere al ristorante di Montecitorio, al self-service, oppure alla “bouvette”, il mitico bistrot extra lusso dai prezzi di una trattoria di ultima classe. Il conto te lo scalano dallo stipendio, il trattamento riservato ai deputati è di dieci euro, ma il conto per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis, basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti c’è l’agenzia di viaggi interna al Parlamento, che è anche più comoda. A proposito di aeroporti, anche il parcheggio auto, in appositi spazi riservati, è gratuito. Naturalmente anche il treno è gratis. E l’autostrada? Serve il tesserino Aiscat, e la barra si alza senza pagare, volendo si può richiedere pure il telepass, cosi da oltrepassare le barriere senza fermarsi, e lo puoi installare su qualsiasi automobile, anche quella della nonna.

AUTO BLU E PARTITE GRATIS. A Roma e a Milano possiamo usufruire delle corsie preferenziali, e nella Capitale abbiamo anche il permesso per entrare in centro nelle zone a traffico limitato (ZTL). In passato ciascun deputato/senatore poteva estendere il permesso ad altre due vetture, cosa adesso non più possibile. La tessera CONI invece serve per andare gratis allo stadio. San Montecitorio pensa anche alla dichiarazione dei redditi con un servizio gratuito di assistenza e consulenza fiscale. In caso di problemi di salute, invece, c’è la Card Medital che garantisce un servizio medico d’urgenza 24 ore al giorno 365 giorni all’anno, basta chiamare il numero verde 800652585, struttura privata pagata dallo stato, cioè i cittadini. Ma un parlamentare moderno dove va se non è capace di usare il pc? Ecco il corso di informatica gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali, con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Si può scegliere l’inglese, il francese, il tedesco il russo e il giapponese!! Tutto alla modica cifra di otto euro all’ora quando costano a noi comuni mortali circa il quadruplo. Peccato che sino ad un anno fa le lezioni erano completamente gratuite!!

IL DEPUTATO PAGA MENO. C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40%, l’ottico invece ha pensato ad una riduzione del 30%, l’associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie garantisce uno sconto del 10% su cellulari e palmari, condizioni agevolate di pagamento arrivano anche da case automobilistiche per l’acquisto di auto nuove presso la rete dei concessionari. Per i libri 20% in meno, che arrivano al 30% per i testi universitari, per i figli dei deputati/senatori. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, un club elegante, di lusso. Campi di calcetto, golf, palestra, piscina, basket, tennis. Ristorante e club-house. L’iscrizione è gratuita, invece gli ex deputati pagano la modica cifra di 24 euro al mese, non mancano i festini con una di quelle ballerine di lap-dance, che si esibiscono dimenandosi intorno al palo. Dulcis in fundo il corso di Pilates, un sistema di allenamento che migliora la fluidità di movimenti e il coordinamento fisico e mentale, che quando c’è da votare altroché se è importante!!.

GLI UFFICI DI MONTECITORIO. Questa storia degli uffici dei deputati è davvero curiosa. Si trovano a Palazzo Marini, tre minuti a piedi da Montecitorio. Per mantenerli, lo Stato paga circa 30 milioni di euro all’anno soltanto di affitto. Una decina di anni fa, il già grande complesso è stato addirittura ampliato, adesso è arrivato a 60mila metri quadrati. E ci credo: il fatto è che i Parlamentari non confermati non ne vogliono sapere di mollare le stanze, dunque passano mesi prima che i nuovi eletti possano avere a disposizione lo spazio. Così succede anche a me, Poletti Roberto, onorevole di fresca nomina: «E il mio ufficio?» chiedo. «Un po’ di pazienza, adesso salta fuori». Poi scopro che l’ex titolare deve ancora liberarlo, e nessuno si può permettere di impacchettargli le scartoffie: lo farà lui, quando avrà voglia e tempo.

Gli uffici sono assegnati dai gruppi parlamentari. Ed è un litigio continuo: riunioni su riunioni, trattative estenuanti che sembra la Finanziaria, «a me ne serve uno un po’ più grande», «non datemi quello vicino ai bagni, per favore» e via dicendo. Problemi e lamentele finiscono tutte sul groppone di Giampiero Spagnoli, funzionario storico del gruppo dei Verdi e anche di quello misto, bresciano cui Roma non ha rubato l’accento né la voglia di lavorare: è lui che tranquillizza, media, propone, risolve che neanche Gianni Letta. In ogni caso, l’ufficio assegnato me lo liberano dopo l’estate, a tre mesi dall’elezione. All’inizio, mio vicino di stanza è Massimo Fundarò, ma capisco che la situazione è ancora in evoluzione. L’onorevole Arnold Cassola, infatti, non la manda giù: dice che il suo, di ufficio, proprio non va bene, pare sia troppo rumoroso, soprattutto a causa di una caldaia sistemata nei paraggi.

E insomma, Cassola si mette a far la posta agli altri, controlla le frequenze, cronometra i tempi, conclude che Fundarò il suo lo usa poco e invece per lui sarebbe perfetto. Tra l’altro Cassola è stato eletto in una circoscrizione estera, e questi hanno un po’ la fissa di essere discriminati dai deputati “indigeni”, «ma almeno a noi le preferenze ce le hanno date votando il nostro nome, mica come voi». Alla fine, più che altro per sfinimento generale, la spunta. E trasloca nell’ufficio accanto al mio.

E allora, parliamo del mio nuovo stanzone da deputato: non è niente male. E’ al terzo piano, stanza numero 321. Due scrivanie, due computer, fax e telefono e stampante, una televisione, un frigorifero. E poi tre armadioni, due sedie-poltroncine di quelle comode, una finestra che dà sul cortile interno. Di cancelleria ce n’è a strafottere: penne, matite, colle stick, forbici, fermagli e graffette e graffettine da graffettare il mondo, sbianchettatori, evidenziatori, persino le gomme blu, quelle per cancellare la penna (e mi chiedo: ma chi è che oggi cancella le cose scritte a penna con la gomma blu, che se non stai attento ti buca anche il foglio? Non lo fanno più nemmeno alle elementari). E poi carta, un mare di carta, fogli, buste grandi medie e piccole, bloc notes, cartelline: d’istinto, mi vengono in mente le proteste della Polizia, che più volte si è lamentata perché non ne hanno nemmeno per fotocopiare i verbali, o le mamme costrette a portare le risme di carta alla scuola del figlio. Qui, invece, siamo sommersi, alla faccia dei boschi rasi al suolo, e meno male che siamo i Verdi. Peraltro, scoprirò poi che la fornitura di cancelleria viene rinnovata ogni tre mesi: ti arrivano gli scatoloni pieni di questa roba e non sai dove metterla, perché del resto ne hai usato un decimo se va bene. E gli scatoloni con i ricambi te li spediscono a qualunque indirizzo, anche a casa. Oppure, se hai un’urgenza, vai direttamente al magazzino, nei sotterranei di Montecitorio. E fai scorta.

DEPUTATI LATITANTI. Il punto è che questi uffici non li usa nessuno. O si è in Aula, oppure in Commissione, magari in trasferta di lavoro, altre volte semplicemente a casa. Senza contare che c’è l’ufficio del gruppo parlamentare, che sbriga pratiche a richiesta. Oppure quello del partito nazionale, che volendo svolge le stesse mansioni. O l’altro del partito regionale, infine il partito cittadino. E così, la politica italiana è tutta un doppione del doppione del doppione. Risultato: ti aggiri per gli eleganti piani di Palazzo Marini, percorri i corridoi arredati con tappeti e quadri e piante, e subito sei immerso nel paradosso di un dedalo di uffici senza alcuna traccia di lavoratori. Di deputati ne vedi uno ogni tanto, e in genere perché lì ha dato appuntamento all’insegnante di lingua, o deve ritirare qualche fax, o magari schiacciare un pisolino. I commessi fanno capannello attorno alle scrivanie, scattano in piedi e si danno un contegno quando passa qualcuno, il più delle volte sono costretti a ripiegare sul sudoku. E non si dica che sono io, scansafatiche, a essere allergico alla onorevole scrivania gentilmente messa a disposizione dallo Stato: in questo senso, basta citare tra gli altri un ordine del giorno presentato dalla Rosa nel Pugno, che sottolinea come “ogni deputato dispone di un ufficio ubicato a Palazzo Marini, ma è praticamente impossibile il suo utilizzo durante le giornate di lavoro parlamentare, e per tali uffici, di norma scarsamente utilizzati, la Camera sostiene un costo esorbitante”. Appunto, è quello che dico anch’io. Per di più, una gentile circolare interna ha il piacere di informarmi che, “per consentirti di svolgere con il supporto di adeguati strumenti tecnologici il mandato elettivo”, lo Stato è pronto a coprire una spesa “per l’acquisto di strumentazioni e materiali informatici inerenti la dotazione di una postazione di lavoro” di 3.000 euro. In sostanza, ci regalano il computer portatile più costoso che ci sia. Poi si sussurra che qualcuno, in quella cifra, riesca a farci stare anche il lettore Dvd o la lavatrice, magari strizzando l’occhio al negoziante mentre compila la ricevuta. Ma questa è certamente un’ignobile insinuazione.

EVVIVA I PORTABORSE. Tra le “dotazioni da ufficio” a disposizione dei deputati c’è poi il collaboratore personale, meglio noto come “portaborse”, termine che non mi piace perché offensivo nei confronti di persone spesso sfruttate, pagate in nero, e magari poi sono loro che redigono i comunicati “contro il precariato”, poi diffusi da coloro che si presentano come paladini dei lavoratori senza contratto. Non che io voglia fare il moralista: infatti ne assoldo uno (assumo, in questo caso, è una parola grossa), bravissimo, uno dei tanti studenti che si propongono per arrotondare. Ma mi accorgo che davvero posso farne a meno, e dopo cinque mesi interrompo il rapporto. Interrogativo: faccio bene perché smetto di uniformarmi a una prassi vergognosa, o sono uno stronzo perché lascio a casa lo studente? Non sono riuscito a rispondermi. Tra l’altro, dopo che la trasmissione “Le Iene” fa esplodere lo scandalo e tutti fanno gli gnorri, «chi, io? chi, lui?», e Bertinotti tuona, «questi vanno messi in regola!».

Ecco che subito arriva la segnalazioncina, con il solerte onorevole Evangelisti, dell’Italia dei Valori, che gira a tutti i deputati e senatori “la comunicazione indirizzatami dallo Studio Interlandi, che considero in grado di proporre una consulenza professionale adeguata ad affrontare le problematiche inerenti la regolarizzazione del rapporto di lavoro tra i parlamentari ed i propri collaboratori”. Un bel grazie a Evangelisti dai parlamentari e dallo Studio Interlandi.

Dimenticavo: un altro gadget essenziale per il duro lavoro d’ufficio dell’onorevole è il timbro autoinchiostrante. Io non lo sapevo, poi un giorno vedo due deputati che scherzano, lasciano il marchio dappertutto, «guarda il mio», «ma va, io ci no messo pure capogruppo», sembrano ragazzini. Incuriosito, m’informo. Mi viene spiegato che va richiesto «giù al magazzino» e te lo fanno avere. Ora, non è che la spesa per i timbri dei deputati sia determinante per incrinare ulteriormente il malmesso bilancio statale, ma a che cosa serve? Forse per evitarci anche la fatica di firmare? Dice: ma allora tu ci hai rinunciato. Io? E perché? Chi sono, il più sfigato? E allora, vai col timbro: “On. Roberto Poletti “. E lo piazzo lì, sulla scrivania. L’avrò usato due volte.

A proposito di timbri, alla Camera c’è anche un ufficio postale, si trova vicino all’Aula. E come funzionano bene le Poste, per noi parlamentari: impiegati gentilissimi, quel cartello con scritto “gli onorevoli deputati hanno la priorità”, chissà mai che qualche dipendente si metta in testa di farci fare un minuto di fila. Ogni deputato ha la sua casella, ti mandano un avviso, “c’è posta per lei “, tu vai e ritiri. Se devi inviare a te stesso lettere o plichi o raccomandate fuori sede, francobolli e tasse varie non si pagano. E a Natale, sono gratis anche i biglietti d’auguri, con il simbolo della Camera dei deputati e un’illustrazione d’epoca: “Caro collega, abbiamo il piacere di comunicarti che per le prossime festività natalizie potrai, come di consueto, richiedere la dotazione annuale a te spettante di n. 100 biglietti medioevalis a colori e n. 100 biglietti medioevalis color seppia”. Scopro poi che nel caso non mi piacessero, ho a disposizione 800 euro da spendere entro l’anno per farmi stampare dalla tipografia interna qualunque cosa voglio.

SERVIZIO AGENDA. Mica finisce qui: per Palazzo Marini, quello dove si trovano gli uffici, c’è un servizio postale specifico. Nel senso che se per esempio devi ritirare le fondamentali “agende della Camera dei deputati” e ti tocca andare fino a Palazzo Valdina, che si trova a una distanza di metri seicento circa, basta segnalare il problema, e l’agenda la va a prendere e te la porta l’incaricato della società privata che gestisce il servizio. «Ma dai, per un’agenda?». Eh no, perché - come ci comunica la consueta circolare - “la dotazione (ma quante dotazioni abbiamo?) consiste in un’agenda da tavolo personalizzata, un’agendina semestrale in pelle personalizzata e due agendine in pelle”. Cioè, di agende ce ne danno quattro. Quattro a testa, che per 630 deputati fanno 2.520 agende. Poi uno dice che i politici hanno perso il contatto con la realtà: è che noi, con i problemi che fanno imbestialire i normali cittadini, non ci scontreremo mai più. La realtà ce la siamo dimenticata.

SEDUTE DI COMMISSIONE. La sala di Commissione è ai piani alti, per raggiungerla devi salire una scalinata monumentale. Per farla semplice, le commissioni parlamentari sono delle specie di mini parlamentini, dunque composte da rappresentanti di tutti i partiti proporzionalmente alla loro presenza in Parlamento. Le cosiddette “Permanenti”, 14 in tutto, sono incaricate di discutere di un determinato argomento o esaminare i progetti di legge, per metterli a punto e poi eventualmente sottoporli al voto dell’Aula. Poi ci sono le “Bicamerali”, che raggruppano esponenti di Camera e Senato, e le Commissioni d’inchiesta, che approfondiscono vicende “di pubblico interesse” e sono investite anche di poteri giudiziari, in genere invocate una volta ogni due giorni da una parte politica per dare addosso all’altra. Fine della lezioncina. Inciso: uno può anche essere membro di più Commissioni, e neanche tanto raramente succede che si riuniscano contemporaneamente, così che da qualche parte è per forza assente. Secondo e ultimo inciso: ogni Presidente di Commissione ha a disposizione un altro ufficio e relativo staff, oltre a quello cui ha diritto in qualità di deputato, e il suo stipendio è maggiorato. Misteri dell’organizzazione parlamentare.

«DIAMOCI DEL LEI». Una cosa strana delle Commissioni è che tu arrivi nella sala e chiacchieri normalmente con gli altri componenti, così, parli del più e del meno, poi a un certo punto comincia la riunione e di colpo cambia tutto, «adesso la parola al Presidente Folena», e lui «grazie, caro vicesegretario», e comincia a parlare, e tutti si danno del lei. E quando siamo seduti intorno al tavolone e hai bisogno di passare un foglio a un altro deputato, non è che ti sporgi o ti alzi e glielo dai: no, chiami il commesso, lui arriva, gli consegni il documento, quello fa tre metri e lo porta all’altro. Ora, magari adesso la sto mettendo giù un po’ caricaturale, ma in effetti è davvero così: nei lavori parlamentari, la formalità burocratica viene spesso esibita nei momenti più inutili, e dimenticata quando invece potrebbe aver senso. C’è da dire che tutto questo cerimoniale nasce anche dall’esigenza di verbalizzare le riunioni, pensa che casino per il trascrittore se tutti si parlassero uno sopra l’altro. Resta il fatto che avrà anche un senso, ma la prima volta fa uno strano effetto, quasi teatrale. Pare una commedia.

«… e adesso la parola al capogruppo dei Verdi Poletti…».

E infatti scopro che sono capogruppo, pensa te. Non lo sapevo, giuro. Quasi mi sembra d’esser stato promosso, «evvài, che sono già capo».

Il fatto è che, come ho già detto, le commissioni sono parlamentini, e io sono l’unico rappresentante dei Verdi, e quindi in quanto tale sono capogruppo. “Capogruppo dei Verdi in Commissione cultura, istruzione e ricerca”: mi sono firmato così, quando ho inviato la lettera che mi ha pubblicato il Corriere, proprio vicino alla rubrica di Sergio Romano. E se fossimo stati due, i Verdi in Commissione, l’altro sarebbe stato vicecapogruppo (oppure capo lui e vicecapo io, a seconda). Perché in Parlamento ognuno è capo o vicecapo o presidente o vicepresidente di qualcosa: una commissione, un gruppo parlamentare, un’associazione. Tutti. In realtà, non conti nulla, ma questo sul biglietto da visita non si scrive.

E comunque, ripeto, io sono in “Commissione cultura, scienza e istruzione”.

Cultura. Scienza. E istruzione.

Argomento più importante e sentito delle mie prime riunioni: Calciopoli.

Cioè, va bene tutto, ma che cosa c’entrano la scuola e la cultura e la scienza con Calciopoli? E sono sempre piene, queste riunioni, durano ore. D’altronde, la vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali, c’è modo di essere citati in qualche articolo. Il nostro gruppo d’ascolto viene pomposamente chiamato “Indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico con particolare riferimento al sistema delle regole e dei controlli”. Le audizioni si susseguono: il presidente del Coni, il rappresentante della Consob, nientepopodimeno che Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Confalonieri, i rappresentanti dei consumatori e quelli delle tv locali, l’onorevole Josè Luis Arnaut “in qualità di esperto del settore del calcio e dello sport in generale” (?). Ognuno chiede di sentire questo e quello, il Ministro dello Sport Melandri viene a riferire. Ma davvero c’è chi pensa che le riunioni in Commissione cultura possano servire alla già strampalata inchiesta su Calciopoli? Ma poi perché discutiamo a Montecitorio di Calciopoli? Per quale motivo? E in realtà, ne parlo così solo perché a me non interessa il calcio, nel senso che chissà quante volte ho invece partecipato con più entusiasmo ad altre discussioni su argomenti che magari m’interessavano, ma ben sapendo che non avrebbero portato a nulla di concreto.

CULTURA E CALCIOPOLI. Non che le riunioni di Commissione siano sempre così. Quando i progetti di legge toccano veri interessi o questioni tecniche, allora si fanno i conti e si programma e ci si scontra su cose serie, insomma. Ma ho come l’impressione che troppe volte i nostri siano invece pseudo-approfondimenti del tutto inutili, nel senso che sono ininfluenti, e in fondo lo sappiamo anche noi, che sono ininfluenti. In questi casi, mi vien da dire che noi, per lavoro… chiacchieriamo. Nel senso che ci troviamo, parliamo e magari litighiamo su argomenti che più o meno c’interessano, e alla fine resta nulla. E non vorrei sembrare troppo sarcastico, perché si tratta anche di discussioni serie, documentate, interessanti davvero. Ci sono deputati che ci credono sinceramente, spaccano il capello in venti, presentano dossier alti così. Ma comunque, sappiamo che non avranno alcun riflesso o quasi. Come dire: sono delle gran pippe.

Compito fondamentale dei componenti di Commissione resta comunque di fornire pareri sui vari progetti di legge. Prima considerazione: a noi peones, come dobbiamo votare sulle questioni un minimo significative ce lo dice il partito, il Segretario, che della cosa ha già discusso in altra sede, con gli altri pezzi grossi. Ma il nostro “parere” - favorevole o contrario - lo dobbiamo comunque motivare, e per iscritto. Lo schema è più o meno sempre lo stesso: di tuo, ci metti la frase di circostanza, “dichiaro voto favorevole” se sei nel centrosinistra, oppure ‘dichiaro voto contrario”se sei nel centrodestra. Poi c’è da corredare il tutto con riferimenti normativi e rimandi a leggi e regolamenti. E allora cosa fai? Siccome sai che il tal giorno si voterà sulla tal proposta, tu vai all’ufficio della Commissione stessa, o a quello del gruppo parlamentare, spieghi la questione e fai fare tutto a loro, che poi ti riconsegnano il plico. A quel punto, non ti resta che cambiare una virgola di qui, inserire un inciso di là, e al momento della chiamata consegni. Un po’ come i vecchi compiti in classe, con la differenza che qui è consigliabile copiare.

Riassumendo: come votare lo decide il partito, il resto se lo vedono gli uffici. A te non resta che alzare la mano e passare le carte. Datemi pure del disfattista, ma dopo un po’ non ci sono più andato.

Perché è proprio la consapevolezza della tua completa inutilità, che ti distrugge. Hai la sensazione di non poter fare nulla o quasi, sei un dito che all’occorrenza deve premere il bottone prestabilito, e se non ci sei fa lo stesso, tanto il bottone per te lo schiaccia qualcun altro. E non è che m’invento, prendete lo stimatissimo e sempre impeccabile Antonio Polito, che adesso ha mollato la poltrona in Senato ed è tornato a fare il giornalista, anche lui dice che «o sei un soldatino o passi per traditore, solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere».

SUL DIVANETTO CON ROMANO. Una frustrazione che aumenta col passare del tempo, e aldilà delle convinzioni politiche, comprendi le persone come Turigliatto e affini, che a un certo punto mandano al diavolo le “logiche di coalizione” e votano secondo coscienza, e succeda quello che deve succedere. Ricordo il mio primo incontro con Prodi: io fresco di elezione, lo fermo in corridoio, «Presidente, posso rubarle un minuto?».

Lui guarda l’orologio: «Va bene». «Ci mettiamo lì?». «Perfetto».

E ci appartiamo su un divanetto di Montecitorio.

Gli parlo del problema del cumulo dei redditi tra moglie e marito ai fini della pensione, una delle tante ingiustizie italiane, in campagna elettorale ci avevo puntato parecchio. Portavo con me una lettera di una coppia milanese che aveva deciso di separarsi, ma solo sulla carta, per riuscire a ottenere una pensione dignitosa per tutti e due. La tiro fuori e gliela leggo. Lui mi ascolta e sfodera l’espressione che l’ha reso famoso, gli occhi chiusi, le mani giunte, in realtà mi sorge il dubbio che stia per prendere sonno. Alla fine della mia appassionata esposizione, lui annuisce, e non so se avete presente la sensazione, anzi la certezza, quando sai di aver di fronte uno che non ha ascoltato una sola parola di quello che hai detto. Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado imbarazzato, accorgendomi che nel frattempo un’altra decina di questuanti si è lì radunata ad aspettare il proprio turno. Per addormentarlo definitivamente.

LA PUNTUALITA’. La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio».

Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri. Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato. Lui è sempre il primo ad arrivare. Poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento. C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Capanni, alzano la mano e mi salutano trafelati. Va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene. Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia.

Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso. Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili. Saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera. Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte. All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale - a destra, a sinistra, al centro - ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito. Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma…». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre.

L’IMMAGINE PRIMA DI TUTTO. Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili. E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula. Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo (eh già, quel che importa è “l’immagine”). È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio.

Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole. I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola - c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco. E se c’è qualcuno acciaccato, si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì. Ma verso l’una c’è il voto in Aula. Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no? Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E dì corsa, che poi non si trova posto. La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello self-service, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo.

MIRACOLI DEL CALCIO. Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra Governo e parlamentari. Approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza. E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano. Più Totti per tutti.

IN CODA AL GUARDAROBA. E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro. Dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora. I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese.

In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione. Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando si verificano si limitano alla mattinata. D’altronde, non è che possiamo contarla tanto su: nei primi cento giorni di questa mia prima legislatura, la Camera ha tenuto 36 sedute, equivalenti secondo i calcoli dei giornali a poco più di due ore al giorno di lavoro. E considerando vacanze e feste comandate e ponti e week-end, su un intero anno di attività - dunque da aprile ad aprile - a Montecitorio si è lavorato 160 giorni. Vale a dire nemmeno 5 mesi. Quattro mesi e venti giorni in un anno. Poi dice che la gente s’incazza.

Ma c’è da precisare una cosa: non è che sempre e comunque il deputato non presente in Aula o in Commissione è a grattarsi la pancia sulla spiaggia di un’isola caraibica. No, il più delle volte sta facendo attività politica, ma per il partito. Che cosa c’entra l’attività di partito con il mandato ricevuto dagli elettori? Nulla o quasi, ma tant’è. E comunque, gira per convegni e dibattiti, partecipa a riunioni organizzative. Oppure, c’è caso che si metta cercar tessere.

Succede per esempio questo: c’è il congresso dei Verdi e Pecoraro Scanio punta naturalmente alla rielezione a segretario nazionale, nonostante qualcuno storca la bocca per questo fatto, perché lui è anche parlamentare e ministro contemporaneamente. E insomma capisco l’antifona, qui c’è da tirar su delle tessere, far iscrivere al partito gente che stia dalla sua parte. E io, che fino a qualche mese prima m’immaginavo battagliare alla Camera per risolvere problemi epocali e passare alla storia d’Italia, da fare mi do. Telefono a destra e a manca, chiamo la parente, l’amico, chiedo al vicino di casa, «ma io non ne so niente, di ambientalismo», «e chissenefrega, basta che fai la tessera e voti per i delegati giusti, e come dici? Che non sai chi sono i delegati? Ma te lo dico io, ecco qui…». Alla fine di tessere ne tiro su parecchie, missione compiuta. È vero, non è che sia il massimo. Ma per rimanere nel gruppo si è costretti a fare anche così.

«CI TROVIAMO ALLA CAMERA». Tornando alla Camera, è aperta anche al sabato. Ma questo, ancor più degli altri, è il giorno degli ex. Gli ex deputati, quelli che tornano a respirare l’aria, magari sono anziani, non hanno più tanto da fare, e poi il richiamo del Palazzo è irresistibile. E allora vedi che li portano in macchina davanti all’entrata, poi qualche badante li scarica e li torna a prendere la sera. È così: ci sono pensionati che si ritrovano alla bocciofila, altri in Parlamento. Loro entrano, si aggirano per i saloni, vanno dal barbiere, ricordano i bei tempi andati, hanno ancora una tesserina speciale per mangiare alla buvette. Discutono animatamente, a volte scoppiano dei litigi che finiscono a maleparole. Qualcuno ogni tanto si addormenta su un divanetto o nella sala lettura, i commessi li lasciano riposare, poi magari li svegliano con delicatezza, «Onorevole…». E c’è anche quello che non riesce a trattenere i suoi problemi d’incontinenza, e i commessi ancora lì, ad assisterlo con pazienza. Sia detto con tutto il rispetto, ma sembra una casa di riposo. E non datemi dell’insensibile, non è che sia un problema dar ospitalità a persone che qui hanno lavorato, e certo molto più di quanto faccia io. Ma anche questo strano “sabato degli ex” un po’ contribuisce all’inquietante atmosfera da “basso impero”, che avvolge quello che dovrebbe essere il cuore e il cervello del Paese. E che inesorabilmente sta risucchiando anche me.

Immaginate un grande, enorme, gigantesco ufficio statale. Ma anche no, anche semplicemente un enorme ufficio, di quelli che tanti italiani vivono quotidianamente. Con tutte le dinamiche che ne conseguono: lavoro chi più chi meno, ma anche amicizie, antipatie, tresche più o meno note, litigi col superiore, ripicche. E poi pettegolezzi, pettegolezzi e ancora pettegolezzi. Le malelingue, a Montecitorio, sono in servizio permanente effettivo. Com’è ovvio, de visu è tutto un sorriso e gran pacche sulle spalle. Ma dietro… Gli uomini, se giovani e appena appena intraprendenti, sono raccomandati e naturalmente omosessuali - «Poletti? Bè, certo, se la fa con Pecoraio Scanio…» - oppure inguaribili puttanieri - « Poletti con Pecoraro? Ma no, sei indietro, quello va a donnine una sera sì e l’altra pure…».

CATTIVERIE ALLE SPALLE. E le donne? Quelle più carine di Forza Italia sono prima o poi tutte indistintamente indicate come amanti di Berlusconi, e succede il contrario di ciò che si pensa, cioè che debbano lavorare il doppio delle altre per dimostrare che valgono. In questo senso chiedere informazioni alla povera Carfagna, che ancora non è riuscita a farsi perdonare cotanta avvenenza. Ma questa caccia quotidiana alla preda dell’insaziabile Silvio ha anche un aspetto paradossale, perché la signora o signorina momentaneamente indicata come accompagnatrice clandestina del Cavaliere viene improvvisamente coperta d’ogni tipo d’attenzione e galanteria dai deputati di centrodestra e non solo - «ma come stai», «e come sei bella», «posso fare qualcosa per te» -, chissà mai che non possa metterli in buona luce con il leader che tutto può.

Figuratevi poi che chiacchiericcio si porta dietro un personaggio come Wladimir Luxuria, il deputato transgender, che poi significa “non chiaramente identificabile come uomo o donna”. In ogni caso, per semplificare, ne parlerò al femminile. Luxuria fa parte con me della Commissione Cultura, è una delle più presenti e acute: studia, passa le notti ad approfondire e, forse per far vedere che non è lì solo in quanto “personaggio scomodo”, interviene sempre e comunque, anche troppo. Gli uomini la studiano incuriositi, le donne la odiano e la criticano per principio, soprattutto quando si tratta di vestiti, «ma come si veste quella lì? Ma secondo te gioca a rugby?». E poi è molto abile con i giornalisti, sa come “usarli” e per questo è spesso sui giornali, cosa che aumenta l’antipatia nei suoi confronti. Un giorno prendo un caffè con lei, tutti ci vedono ridere e scherzare, poi vado in Aula. Arriva un commesso con una busta: me la manda un sempre severissimo esponente dell’Udc, uno che in ogni occasione si atteggia a baciapile bigottone. Leggo il biglietto: “Ma Luxuria ce l’ha ancora o se l’è tagliato?”. Alzo lo sguardo, lo rivolgo verso di lui. E vedo che se la ride, facendo gesti come adire “tu lo sai, vero?”. Neanche alle elementari.

LA LOBBY DELLA NUTELLA. Ma passiamo a un altro “passatempo istituzionale”, che molto impegna e diverte gli onorevoli: sono i “gruppi di pressione”, le “lobby”, per dirla all’americana. Trattasi di drappelli di deputati uniti da un comune interesse, che, raggruppandosi anche al di là degli steccati di schieramento, intendono far fronte comune ed eventualmente incidere su decisioni legislative che riguardano l’argomento in questione. Intendiamoci, spesso si occupano di situazioni davvero importanti, non so, l’amicizia per Israele, oppure i diritti dei bambini, o ancora quelli degli animali. E ho scelto a caso. Ma non può non strappare un sorriso leggere che l’onorevole leghista Grimoldi, per rispondere a uno dei tanti aumenti fiscali paventati dal governo Prodi, in questo caso l’innalzamento dell’Iva sulla cioccolata, si sta sbattendo non poco per “costituire l’Intergruppo per la difesa della Nutella”, sottolineando che “la Nutella è simbolo di intere generazioni. Chi non è cresciuto “a pane e Nutella?”. E Grimoldi invita a considerare il fatto che “la nostra amata crema di nocciole ha una capacità di penetrazione nelle famiglie italiane pari al 100%, mentre altri generi spalmabili soltanto del 50%”. Se da una parte la Ferrero ringrazia, dall’altra si aspetta la replica del formaggino Mio.

VIVA LE BOCCE. E dunque, vai col gruppo: la mastelliana Sandra Cioffi auspica la costituzione dell’intergruppo “Amiche e amici del mare”? Le risponde Maria Ida Germontani, di An, con l’intergruppo “Amiche e amici dei laghi e dei fiumi”. L’ulivista ora Partito Democratico Massimo Vannucci segnala che già una cinquantina di onorevoli, che coprono tutto l’arco parlamentare, aderiscono al gruppo “Amici del termalismo”. E non state ad ascoltare chi insinua che la ragione sociale sia anche di ottenere qualche sconto per ritemprarsi a forza di fanghi. Naturalmente si sprecano gli onorevoli club calcistici sul genere “Viva la Juve e l’Inter e il Milan e la Roma e anche il Napoli”. Non mi dilungo perché di calcio non m’intendo. E poi gli intellettualissimi “Amici dei veicoli di interessi storico”, vale a dire le auto d’epoca, capitanati dal senatore Filippo Berselli (e infatti vuole essere un “intergruppo parlamentare”) e i mai fuori moda “Amici della filatelia”, organizzatore Carlo Giovanardi. Per restare su un livello alto c’è l’onorevole Pedrini, che vuole “incentivare il turismo e la crescita economica tramite lo sviluppo del gioco del golf”, controbilanciato dai più tradizionali “Amici della bicicletta”, di cui m’informa l’ulivista emiliana Carmen Motta. Chiudo il discorso con una nota d’altri tempi, quasi romantica, segnalando l’iniziativa dell’azzurro Paolo Russo, che con passione rilancia il gruppo parlamentare “Amici delle bocce”. Nel senso dello sport, naturalmente.

DEGUSTAZIONI? SÌ, GRAZIE. Appuntamenti molto apprezzati da noi deputati sono poi le degustazioni di prodotti tipici: arrivano i rappresentanti di questa o quella regione, invitati dagli onorevoli e servono - in genere al ristorante di Montecitorio – i piatti e i vini della zona. Sono sempre affollate, le degustazioni, e la scena si ripete pressoché uguale: ci sono queste persone, spesso si tratta di gente di paese che del Parlamento ha coltivato un’immagine quasi mitica. E si trovano lì, spaesati, ad osservare un’orda di affamati che si getta a peso morto su salame o tortellini o Franciacorta, e poi magari c’è qualcuno che si avvicina al bancone, «che delizia questo vino, ma non ne ho avuto nemmeno una bottiglia». E loro con espressione paziente ad allungargli - anzi, ad allungarci - la bottiglia. Scene mica tanto diverse da quelle che vedevo durante le mie trasmissioni, quando invitavo il pubblico ad assaggiare le ricette offerte dal paesino di turno. Ma sì dai, che gli italiani sono così, quando si mangia va sempre bene, e non si vede perché noi deputati dovremmo essere l’eccezione. D’altronde che cosa vi aspettate, che tutti si corra per esempio alla “Prima manifestazione d’indipendenza dalla lingua inglese”, organizzata dall’associazione “Esperanto”, cui è stata concessa per l’occasione la sala stampa della Camera, “intervengono tra gli altri il deputato europeo Alfredo Antoniozzi e l’onorevole Bruno Mellano”. No, meglio la bresaola.

MA QUALI NOTTI ROMANE. E poi ci sono le notti, le “notti romane”, con le terrazze e i salotti e le foto su Dagospia, il famoso sito internet di gossip. Ora, non vorrei sbriciolare un mito, ma le “notti romane” sono una gran noia. Certo che le feste ci sono, per noi Verdi il punto di riferimento è l’avvocato Paola Balducci. Lei è una bella signora molto gentile e ospitale, ha una splendida casa in zona Botteghe Oscure, la sua terrazza è leggendaria. Mi viene in mente uno di questi ritrovi. L’allenatore personale della Balducci le aveva suggerito di puntare sulla carne anche per questioni di dieta e allora era tutta una griglia e bistecche grandi così, all’americana. Infatti, se non ricordo male, c’erano piatti guarniti con bandierina a stelle e strisce, ma lì non e’era da protestare contro nessuna base militare yankee, né i vegetariani avrebbero avuto da dire. In genere, però, i party più chic sono riservati ai pezzi grossi della politica, della finanza, dello spettacolo. Gli onorevoli di bassa lega se riescono s’intrufolano, poi si mettono nell’angolo e allargano le narici per annusare il profumo del potere.

Il più delle volte, invece, noi peones ci si organizza per passare serate al limite della tristezza. I Verdi escono coi Verdi, magari andiamo alla Locanda del Pellegrino, e poi leghisti con leghisti, quelli di An con altri di An. O anche i gruppi territoriali, lombardi con lombardi, napoletani con napoletani e così via.

LATIN LOVER A PAGAMENTO. Si va nel solito ristorante dove ti trattano coi guanti - «buonasera Onorevole, cosa le porto Onorevole». E si cerca di coinvolgere un ministro o al limite un sottosegretario, tanto nel governo Prodi sono cento e più, qualcuno si trova, perché arrivare al locale con l’auto blu fa tutta un’altra scena, senza contare che si risparmiano i soldi del taxi. Si finisce quasi sempre a spettegolare su tizio e caio, col risultato che il giorno dopo, saputo che quello che fa l’amico in realtà sparla di te a più non posso, cerchi di ostacolarlo in ogni sua iniziativa politica, così, per antipatia personale. Ed è vero, a fine serata c’è anche chi si rifugia dall’amante più o meno giovane, o raccatta un po’ d’amore a pagamento. Al limite si svena e investe su una bellissima “escort” contattata via Internet, salvo poi sbandierare conquiste e performance improbabili manco fosse Mastroianni. Ma le orge in stile rockstar o i festini con le più disinibite vallette del momento, bè, scusate la delusione, ma per quel che mi riguarda sono più che altro letteratura d’accatto.

In pornostar e dintorni, in effetti, una volta mi sono imbattuto. Mi telefona il capo ufficio stampa del partito, Giovanni Nani, e si lamenta, «Poletti, basta con questi scherzi». Io casco dalle nuvole, «ma quali scherzi?». E lui seccato mi dice che insomma, c’è il manager di questa pornostar, Federica Zarri nota anche come Diana Buson, che lo perseguita perché lei dice di voler entrare nei Verdi, e siccome è lombarda credeva c’entrassi io. Si apre così un gioioso dibattito, pornostar sì pornostar no, con il nostro Camillo Piazza, appassionato di balli sudamericani e che già aveva organizzato una manifestazione con diverse attrici hard per salvare il Ticino dall’inquinamento, a sostenere l’ingresso di Federica nel partito. «Perché, che male ci sarebbe?». Ma la discussione s’interrompe bruscamente: veniamo infatti a sapere dai giornali che la Zarri ha cambiato idea, intende aprire un Circolo della libertà. La volgar battuta nasce spontanea: cazzi loro. E giù risatacce.

LE RIUNIONI. Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti. E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che, soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera, vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso. A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non resta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua di testa.

L’INCONTRO CON PADOA-SCHIOPPA. In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante Ministro dell’Economia. Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece, ma questa è un’opinione del tutto personale, con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare. Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale, ma secondo me simbolico. E comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col Ministro? Può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del Ministro è piena, non ha tempo. Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo.

PASSATEMPI TRA UN VOTO E L’ALTRO. La Finanziaria, dicevo. È un caos totale. Il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me? Poi ti copro io». Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi. Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza. Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti. Anzi, l’emendamento te lo portano direttamente loro, già bell’e scritto. «Allora, cosa dici lo presenti tu?». Magari trovi la questione effettivamente interessante, ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega: «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli…» . E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo. Ho rifiutato.

E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi. Ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il Ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al Governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla, ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.

ANDATA E RITORNO. Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il falcone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto” : non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria? Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di Bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica. E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione.

IO VADO CON MUSSI. Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati. Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico. Ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle. Comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il Ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds, soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica. Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi. Insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così, mi dice in sostanza Pecoraro, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto». Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato. Questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi aspetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che Fi ai Verdi se possono gli sparano. Comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big. E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds. Questi neanche mi parlano, ma mi inviano delle e-mail, che cominciano con “Caro compagno” e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” (nella lettera è così, tra virgolette) al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo. È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.

LA LEGGE-MANCIA. E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio. Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione. “Una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla ONLUS “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specialità nell’ippoterapia con i disabili, serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.

IL RAPPORTO CON I GIORNALISTI. E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri”, perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della “scura Maria”, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo, che passeggia a braccetto con il Segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante. In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il Ministro viene in Commissione a spiegarcelo. Con noi ad annuire come somarelli.

Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte ce le inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, o le proposte che sappiamo non avranno mai seguito, o la dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo.

INTERROGAZIONI A COMANDO. Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record. Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il Sottosegretario, infine il Ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà.

Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette “interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «perché non sollevi il caso?». Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: “Il caso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono contenti. Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come viene trattato il detenuto”. E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo: “l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo”.

OCCHIO ALLE INTERCETTAZIONI. In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”. Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di tutti i colori.

E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.

«Ciao Polettì, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?».

«Eh? Chi? Quale cosa?».

«Ma sì dai, la questione quella lì… Hai capito?».

«No, guarda…».

«La cena, la cena con coso…».

«Ma quale cena? E con chi?».

«Ma tu non sei Poletti?».

«Sì, certo che sono io».

«Ma che telefono è questo?».

«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».

«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».

«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che me lo ricordo».

«E non viene anche quello di quell’altro partito?».

«Sìì, viene anche lui, e allora?».

«Bé, sai, al telefono…».

«Ma che problema c’è?».

«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare coperti, no?».

PANTOMIMA CONTRO I PRIVILEGI. Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente, o disarmante, è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio, di cui non sapevamo l’esistenza. E allora ci si informa: «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?». Per poi usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale.

È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante”, a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dai, è uno scherzo».

Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni, che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare (sul genere “visto chi vi siete portati in casa?”) quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove, parlando di clandestini, provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”. Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani… Non per discolparmi, e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su, ma sono figuracce in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei Parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla ” strumentalizzazione di parte”.

TUTTI IN POSA, C’È LA TIVÙ. E passiamo alla tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle “Iene”, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a Porta”, che loro in effetti qualcosa hanno da dire, comunicare, spiegare, litigare. Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al Segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano.

Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo, ministri o quant’altro, rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate. Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino.

In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.”

Tempi duri per Carlo Monai, il deputato dell'Idv che ha raccontato all'Espresso gli infiniti privilegi di cui possono godere consiglieri regionali e deputati. Durante un dibattito in Aula, come racconta ancora “L’Espresso”,  è stato infatti contestato e insultato da mezzo emiciclo, da maggioranza (Pdl e Lega Nord) ed opposizione, Pd in testa. Insomma, è scattata la caccia al traditore. Nessuno gli ha contestato l'intervista nel merito (i lavori parlamentari che chiudono il giovedì, le indennità di ogni tipo, gli sconti possibili su auto, mutui, ingressi a teatri, il posto fisso allo stadio, i benefit di ogni tipo e forma, il ristorante dove la bistecca di manzo costa poco più di due euro), ma tutti hanno difeso il lavoro che si fa a Montecitorio. E anche quello che si fa nei week-end fuori dall'Aula: «Noi cerchiamo di capire» ha detto Donata Lenzi del Pd citando, forse involontariamente, una nota sequenza di Ecce Bombo di Moretti «ci prepariamo, incontriamo gente, studiamo...».

La Lenzi è quella che l'ha attaccato per primo. Rivolgendosi ai colleghi, s'è detta colpita da «ciò che sta uscendo sui giornali, le riviste, i siti, e-mail» sul tema della Casta. «Alla campagna già in corso si è aggiunta in questi ultimi due giorni la testimonianza di un nullafacente (allusione a Monai) purtroppo autodenunciatosi nostro collega, il quale però ha ritenuto opportuno allargare questa sua autodefinizione a tutti i 630 componenti di quest'Aula. Non entro nel merito circa l'opportunità, che mi vede assolutamente convinta, di partecipare anche noi, attraverso la riduzione delle nostre indennità, all'attuale situazione di difficoltà... Non entro nel merito dell'elenco delle varie opportunità, molte a me assolutamente sconosciute su acquisto di automobili, entrate gratis in teatro, altri vantaggi del genere di cui la gran parte di noi non solo non sa nulla ma si è ben guardata di andare anche ad informarsi. Chi è in un partito strutturato, vero, radicato sul territorio, il sabato e la domenica è alle iniziative pubbliche, a riunioni di partito, a fare volantinaggio oppure studia, si prepara, cerca di capire, si organizza, incontra gente, incontra rappresentanti della società civile, degli interessi...».

Dopo l'intervento della Lenzi, prende la parola Giuliano Cazzola, del Pdl, che protesta perché su Mediaset una trasmissione seguiva con una telecamera nascosta i parlamentari. «Non si può fare informazione in questo modo, siamo persone che lavorano tutto sommato tutto il giorno, e che magari saltano anche il pranzo. Non possiamo essere presentati come sanguisughe se alla cera ceniamo.

Poi è la volta di Monai, che difende la sua posizione di testimone. «C'è uno scarto tra quello che è il nostro impegno e quello che guadagniamo». Fischi, buu della platea.

Interviene subito dopo Luca Rodolfo Paolini della Lega Nord, che chiede al presidente della Camera di far tutelare meglio l'onore dei deputati. «Anche a costo di spendere qualche cosa, in modo da informare correttamente i cittadini». In altre parole, Paolini propone che il palazzo spenda dei soldi (pubblici) per difendere le spese del Palazzo.

Subito dopo Giovanni Bachelet del Pd se la prende con le statistiche Openpolis («non è un buon indicatore dell'attività parlamentare, non considera l'attività delle Commissioni»), mentre Fabio Garagnani del Pdl attacca Fini, che secondo lui dovrebbe avere «molto più coraggio nel difendere le prerogative dei parlamentari, di chi lavora, del loro operato».

Certo è che per vagliare l’utilità dei nostri parlamentari basterebbe verificare quanta attenzione mostrano alle segnalazioni che arrivano dai cittadini, se non addirittura dai loro elettori: zero!!

Non solo non risolvono il problema, specie se ad esserne causa è lo spauracchio della Casta dei Magistrati (chi li tocca muore, alla faccia della mafiosità), ma addirittura i Parlamentari e/o i loro portaborse non si degnano di riscontro, né di risposta.

Sulla Casta delle Regioni è ancora “L’Espresso” a fare le pulci. Una vale le altre. Si parla della Lombardia, ma è come se si parlasse delle altre 20, comprese le province di Trento e Bolzano. Stipendio che sfiora i 10 mila euro al mese, e senza neppure la scomodità di doversi pagare un albergo a Roma come i Parlamentari. Calcolo delle presenze "elastico", parcheggi e biglietti gratis, iPad omaggio e persino un palco riservato a teatro. E' la vita dei consiglieri regionali, non molto diversa da quella dei deputati e dei senatori. Certo, in busta paga ci sono un paio di migliaia di euro in meno, ma con il fatto che si risparmia i pernottamenti nella capitale, il netto finisce per essere simile. A condurre L'Espresso tra i privilegi della "castina" delle Regioni è Gabriele Sola, consigliere della Lombardia per l'Italia dei Valori, da sempre impegnato sul fronte della riduzione dei costi della politica. E la Lombardia non è certo il consiglio più spendaccione (anzi, in rapporto agli abitanti è tra i più sobri), specie a confronto con casi disperati come la Sicilia.

Proprio su proposta di Sola e del consigliere Cavalli (ex Idv, ora Sel) è stata di recente approvata una mozione per la riduzione dei privilegi dei politici del Pirellone. «Adesso c'è stato un leggero taglio a stipendi e benefit, ma comunque la retribuzione rimane su livelli importanti, tra gli 8.500 e i 9.500 euro al mese», spiega Sola mostrando la sua ultima busta paga. «Abbiamo inoltre tutta una serie di privilegi per il nostro ruolo».

Partiamo quindi dallo stipendio, calcolato attraverso una serie di parametri non proprio intuitivi. I consiglieri hanno diritto a un'indennità e a una diaria collegata al numero di presenze in assemblea e in commissione: per ogni assenza, viene scalato un gettone di circa 140 euro. Ma è proprio sul calcolo di queste presenze che si generano le prime storture. «C'è un registro delle presenze compilato dai commessi, e il consigliere deve firmarlo presentandosi in aula entro 15 minuti dall'inizio della seduta», spiega Sola. «Il problema è che, una volta firmato, volendo si può anche lasciare l'aula».

Lo stesso presidente Formigoni risulta uno dei beneficiari di questo sistema. «Quest'anno, essendo i 150 anni dell'Unità d'Italia, all'inizio delle sedute suona l'inno nazionale», dice Sola «E Formigoni lo vediamo quasi solo in questi minuti iniziali». Insomma, prende i soldi e scappa.

Va però segnalato che in Lombardia, a differenza di altri casi, la partecipazione a un convegno non può essere avanzata come giustificazione per l'assenza in aula. «Non ci sono assenze giustificate, per malattia o per altro», dice Sola. «Solo le missioni istituzionali possono valere in questo senso, ma è difficile che un consigliere possa accedervi». Un'eccezione la fanno quelle che Sola chiama le "gite di gruppo", ovvero missioni istituzionali a cui sono invitati tutti i consiglieri e che si rivelano un'enorme spesa per il bilancio pubblico. Di recente la Regione Lombardia ha invitato assessori e consiglieri all'inaugurazione degli uffici a Bruxelles: una due giorni di viaggio che «di certo non era low cost», spiega Sola. Le proteste dei partiti di opposizione ha poi ridimensionato la "gita di classe", a cui hanno partecipato solo alcuni rappresentanti e non l'intero consiglio.

Oltre all'indennità calcolata sulle presenze effettive, lo stipendio dei consiglieri prevede anche un rimborso variabile in base alla distanza degli uffici dalla propria residenza: in questo modo un consigliere di Sondrio riceve un compenso superiore a uno di Milano. L'importo di questo rimborso può arrivare fino a un massimo di circa 1.900 euro al mese. Su tutto il fronte trasporti comunque i consiglieri lombardi non possono lamentarsi. Innanzitutto hanno diritto a una tessera per l'auto che permette di accedere a tre privilegi non da poco nella città della Madunina: possibilità di parcheggiare in tutta Milano, diritto ad utilizzare le corsie riservate a taxi e autobus e accesso illimitato alla Ztl. Per chi alle ruote preferisce i binari, c'è invece la tessera de Le Nord, il servizio ferroviario locale compartecipato dalla Regione, che permette di andare su tutti i treni della società. Ma il capitolo viaggi si arricchisce anche della possibilità di volare gratis, con un tetto massimo di 11 voli l'anno calcolati sulla tratta Roma-Milano e «da giustificare per esigenze di servizio». Se si è invece alla ricerca delle famigerate auto blu, bisogna salire di un livello e andare all'Ufficio di Presidenza, i cui componenti percepiscono una cifra intorno ai 30 mila euro l'anno se rinunciano a questi veicoli.

«In pratica a fine mandato», chiosa Sola «con tutti i soldi messi da parte possono aprirla loro una concessionaria di auto blu».

I benefit si estendono anche ai gadget tecnologici. Appena entrati in carica ai consiglieri viene infatti chiesto se preferiscono un computer fisso in ufficio o uno portatile per svolgere il proprio lavoro, ed è inoltre possibile richiedere un cellulare regionale (pare vada molto di moda il BlackBerry), con delle tariffe agevolate fornite grazie a delle convenzioni stipulate con gli operatori. Con l'arrivo dei tablet è poi scattata la possibilità di ottenere gratuitamente un iPad. Tra le altre voci dei privilegi vale la pena segnalare la possibilità di accedere al teatro La Scala, visto che due palchi sono riservati proprio alla Regione e ai suoi rappresentanti: una domanda al capogruppo e la segreteria fornisce i biglietti, anche per un accompagnatore.

Il paradosso viene da quanto denuncia “Libero-news” sui benefits della regione Sicilia. La Regione che più di tutte rappresenta “il papponismo”.

Metti che il cittadino finalmente si ribelli e decida di aspettarli fuori dal parlamento per lanciare monetine. Metti che la folla esasperata si munisca di torce e forconi e tenti di scannarli come capretti sulla pubblica piazza. I signori onorevoli saranno anche pronti ad affrontare le offese verbali, ma nella prospettiva di un rischio fisico bisogna pur tutelarsi. E infatti si sono fatti l’assicurazione sul linciaggio.

Dal 13 luglio 2011 - giorno dell’approvazione da parte del Consiglio di presidenza - i componenti dell’Assemblea regionale siciliana (Ars), cioè il parlamento isolano guidato da Raffaele Lombardo, beneficiano di una convenzione stipulata dal Fondo assistenza e solidarietà regionale con la Cassa di assistenza sociale e sanitaria Caspie. Come spiegava ieri su Italia Oggi Antonio Calitri, alla modica cifra di 1.485 euro i parlamentari potranno contrarre una polizza di assistenza sanitaria integrativa, che nemmeno si pagheranno per intero: metà sarà a carico loro, metà la finanzieranno gentilmente le tasche della Regione.

Fin qui sembrerebbe il solito benefit da nababbi tipico degli onorevoli siculi. E in effetti le facilitazioni sono cospicue: rimborsi fino a 250mila euro per le prestazioni sanitarie o addirittura 500mila euro in caso di interventi particolari. Roba che un fesso qualsiasi come il sottoscritto se la sogna. C’è perfino la possibilità di estendere la polizza ai familiari al costo di 1.190 euro cadauno (o 850 se sono più di tre). Ma l’idea veramente geniale è quella di includere alla voce «casi particolari di infortunio» anche l’ipotesi di assalto da parte degli elettori imbestialiti. Facciamo un esempio. L’onorevole viene bersagliato da una pioggia di euro tipo Hotel Raphael? Niente paura, è assicurato contro «tumulti, atti violenti e aggressioni». Sappia dunque Antonio Di Pietro - il quale poco tempo fa ha dichiarato che presto gli italiani esasperati torneranno a lanciare monete - che così facendo si rischia di arricchire la casta. I componenti dell’Ars non hanno tutti i torti. Con l’astio popolare che sta montando contro i politici, bisogna pararsi le chiappe. E stare pronti alla pugna. Anche perché l’assicurazione regionale copre pure le «lesioni sofferte per legittima difesa, stato di necessità o dovere di solidarietà umana». Se un commando di lettori del Fatto ti aggredisce fuori dal parlamento, tu li prendi a sberle e mentre meni ti lesioni una mano, la Regione te la ripaga nuova, così sei pronto a pigiare di nuovo il bottoncino della votazione in aula. Ma prendiamo che i lettori del Fatto stiano bastonando un tuo onorevole collega, tu che fai? Fossi matto, risponde il siculo scaltro, me la do a gambe. Invece no: puoi tranquillamente giungere in suo soccorso munito di bastone, poiché senza ombra di dubbio sarebbe un caso di «solidarietà umana».
Oddio, e se il deputato Turi si mangia un chilo e mezzo d’impepata di cozze e poi si sente male, che devo fare? Le mangio anche io e a quelli della lavanda gastrica dico che mi sono ingozzato per solidarietà umana? Beh, in effetti il cavillo regge...

La copertura assicurativa per gli «infortuni che si verifichino nell’esercizio delle funzioni istituzionali», tuttavia, è ancora più estesa. I politici non sono al sicuro solo dagli attacchi di sparuti facinorosi, ma pure dai tumulti di ampie dimensioni. La polizza paga anche in caso di «rischio insurrezione». Casomai ai siciliani vessati dalle inefficienze della loro amministrazione venga in mente di organizzare nuovi Vespri o di armarsi per far piazza pulita dei governanti, questi ultimi saranno ripagati del danno. Attenzione però, perché il cittadino è subdolo. Egli, spinto dall’ira funesta contro il politicante sprecone, potrebbe anche decidere di avvelenarlo mentre si reca al bar a sorbire il cappuccino. Infatti l’atroce «avvelenamento» è coperto dall’assicurazione.
Immaginiamo che siano terribilmente crudeli questi siciliani, poiché anche «asfissia e soffocamento» sono ripagati. Sai, in caso l’indignato di turno assalga il deputato e tenti di strangolarlo. C’è pure un rimborso per le «infezioni conseguenti da morsi»: nelle notti di pleniluio i siculi mannari in piena crisi d’antipolitica s’aggirano per le strade in cerca di Lombardo, per affondargli i denti nei garretti.

Ah, è previsto anche un rimborso in caso di «annegamento». Infatti il pericolo di affogare nel ridicolo è ai massimi livelli.

Francesco Cascio, infatti, il Presidente dell’assemblea, sta cercando, almeno a parole, di mettere un freno ai costi e nel suo discorso di insediamento ha sottolineato come ‘i giovani ci stanno a guardare, rammentiamocelo‘. Purtroppo, però, quest’opera di moralizzazione, almeno per ora, non si è concretizzata nei fatti.

Un esempio su tutti: Cascio ha provveduto all’eliminazione dei 6.400 euro che spettavano agli ex deputati per ‘l’aggiornamento politico e culturale‘. Ma, appunto, solo per gli ex deputati. Chi non è ancora andato in pensione e ha ‘assoluta necessità’ dell’imperdibile aggiornamento, potrà ancora contare su questo sostanzioso sussidio. Sussidio che va ad aggiungersi ai 18.000 euro netti di stipendio al mese e alle indennità che fioriscono per incarichi di presidenti, vicepresidenti, questori, segretari, e chi più ne ha più ne metta.

Se a questo si aggiunge che il lavoro di tutti questi deputati e incaricati non è certo massacrante, la beffa è servita. Nel 2010, infatti, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato solo 23 leggi. Nel 2009, addirittura, erano state soltanto 12. Tanti deputati per nulla. Basti pensare ad un ultimo dato. La Lombardia, che ha il doppio di abitanti della Sicilia, vanta 112 dirigenti. La Sicilia 3000. Insomma, l’opera di moralizzazione sarà molto dura.

PARLIAMO DI RIMBORSI ELETTORALI E DI STIPEDI DEI PARLAMENTARI.

Spendere un euro e incassarne quattro. Il tutto con un rischio finanziario pressochè nullo. Il sogno di ogni investitore, insomma. Per realizzarlo, però, non serve lanciarsi in spericolate operazioni finanziarie, basta fondare un partito politico e prendere almeno l’uno per cento ad una qualsiasi tornata elettorale.

Lo dimostra, in modo inequivocabile, un dettagliato referto pubblicato dalla Corte dei Conti che riassume la differenza tra le spese sostenute in campagna elettorale e i rimborsi intascati secondo quanto previsto dalla legge vigente. Qualche cifra per comprendere la portata dell’”investimento”: alle politiche 2008 il partito che ha speso di più è il Pdl che tra manifesti, volantini e spot ha sborsato oltre 68 milioni di euro. Una cifra tale da mettere in ginocchio tante aziende. Rischio, però, che la politica non corre perchè il Popolo della Libertà ha diritto a un rimborso di 206 milioni di euro.

Cifre simili anche per altre forze politiche: al Pd spettano 180 milioni di rimborso a fronte di una spesa inferiore ai 19 milioni. Meglio ancora è andata alla Lega che incassa 41 milioni dopo averne spesi 4 e all’Italia Dei Valori che chiude con un bilancio in attivo di 17 milioni.

Tutto questo in barba ad un referendum che, nel 1993 con un risultato schiacciante (85% dei favorevoli) aveva stabilito la fine del finanziamento pubblico ai partiti. Fine, però, solo formale. Le forze politiche, infatti, preso atto della volontà popolare, hanno stabilito la sostituzione del finanziamento con un “rimborso” proporzionale ai voti ottenuti. Rimborso spese, caso assolutamente unico, che prescinde dalle spese ma è un forfait stabilito a priori. Morale della favola, indipendentemente dagli esborsi, le forze politiche ogni anno si dividono circa 200 milioni, quattro euro ad elettore.

E per cadere sempre in piedi, la legge stabilisce che i rimborsi proseguono inesorabili anche in caso di conclusione anticipata della legislatura. Così l’Italia si guadagna il primato europeo di paese con i costi più alti della politica:  295 milioni l’anno contro i circa 130 della Germania, gli 80 della Spagna, i 75 della Francia e gli appena 4 della Gran Bretagna dove il finanziamento pubblico foraggia solo chi è all’opposizione.

C’è dell’altro: il “rimborso” si calcola non sui votanti ma sugli aventi diritto e la soglia di sbarramento per averne diritto non è il 4% che vale per l’ingresso al parlamento ma un misero 1%.

Grazie alla pioggia di soldi – la Corte dei Conti, tra le altre cose, definisce improprio il termine “rimborsi” -  le spese dei partiti in campagna elettorale si sono gonfiate a dismisura: nel 1996 le spese complessive di campagna elettorale non raggiungevano i 20 milioni, nel 2008 hanno sfondato il tetto dei 136. Tanti? Un’inezia rispetto ai 503 milioni intascati dai partiti sotto forma di rimborsi.

Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto della Corte dei Conti sul voto dell’anno precedente, pubblicato sul proprio sito internet. I dati  parlano di un guadagno pari a circa il 270% in un quinquennio. Molto interessante è il dato che riguarda l’aumento esponenziale delle spese e dei “rimborsi elettorali” degli ultimi 15 anni. I partiti nella tornata elettorale del 27-28 marzo 1994 hanno speso 36 milioni contro i 110 milioni delle politiche del 2008. Mentre per quanto riguarda i rimborsi elettorali si è assistito ad una decuplicazione passando dai  47 milioni versati ai partiti nel 1994 ai 503 milioni del 2008.

Questo è stato reso possibile dalle normative emanate dopo la schiacciante vittoria del “sì” al referendum popolare contro il finanziamento pubblico ai partiti del 1993, che vanno in “leggera” controtendenza con quanto espresso dal voto popolare. La corte ha dichiarato che “due sono state le normative che hanno fatto gonfiare il forziere statale in favore delle formazioni politiche: la legge del 2002 che ha elevato da 4 mila lire a 5 euro il contributo calcolato per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali per le elezioni della Camera. A questo regalo si aggiunge quello della leggina che riconosce il versamento del rimborso anche quando la legislatura si interrompe in anticipo”.

La classe politica ha, in pratica, fatto rientrare dalla finestra, ciò che i cittadini hanno fatto uscire con forza dalla porta. Infatti ha adottato la pratica dei lauti rimborsi elettorali per compensare la mancanza dei finanziamenti. Gli stessi magistrati contabili hanno dichiarato: “quello che viene normativamente definito contributo per le spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento”.

Dubbi sono sorti anche sulla destinazione finale dei rimborsi elettorali.

I magistrati contabili della procura generale della Corte dei Conti hanno aperto un’indagine sul «tesoro» dell’Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L’istruttoria - spiega un alto magistrato - concerne varie questioni, ma non posso dire di più». Il filone è quello aperto inizialmente dalla denuncia dei legali di Veltri e Occhetto, e seguita in prima istanza da un pool di finanzieri, che ha provveduto all’acquisizione di numerosi atti. La vicenda è nota ai lettori del Giornale, che per primo ha evidenziato le stranezze nella contabilità dell’Idv. Se venisse confermato che un’associazione di tre soli soci, Di Pietro, un familiare e un fiduciario, che si chiama «Italia dei Valori» come il partito, si è sostituito ad esso sfruttando i controlli solo formali della Camera, richiedendo e percependo in sua vece questi fondi pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti. È la famosa (ma mai veramente chiarita) questione dell’ambiguità tra partito Italia dei Valori (quello che elegge i parlamentari) e associazione Italia dei Valori (il soggetto giuridico che incassa i soldi). Distinzione già riconosciuta dal Tribunale di Roma, che si è pronunciato in proposito nel 2008, nel quadro della causa civile che vedeva opposti l’Idv e il Cantiere, la formazione politica di Veltri, Occhetto e Chiesa, che si era presentata alle Europee 2004 in «ticket» con l’Idv. Una distinzione talmente palese, secondo il Tribunale, che «il partito Idv» venne dichiarato «contumace» al processo, essendosi presentato in sua sostituzione (come se fosse il partito) solo l’«associazione Idv», di cui Antonio Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e la fidata tesoriera Silvana Mura, costituiscono la «totalità dei soci», come si legge nella «delibera di associazione» approvata un giorno prima di incassare i rimborsi per le europee. I legali di Veltri & Co. avevano evidenziato, in quella nota, come «nella più totale assenza di qualsiasi controllo da parte dell’Ente pagatore (Montecitorio) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto».

A questo salasso bisogna aggiungere le competenze dei singoli Parlamentari. Con oltre 5 mila euro di stipendio mensile, sommati agli 8 mila euro tra spese di rappresentanza e diaria, i parlamentari che popolano le aule di Camera e Senato possono maturare retribuzioni superiori ai 20 mila euro in un solo mese, senza considerare il fitto sottobosco di benefit e agevolazioni integrative.