foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande   

INQUINAMENTO E DISSESTO

OSSIA, SOPRAVVIVERE

 “Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi. Chi inquina paghi, anche per il patema d'animo".

Di Antonio Giangrande

 

Da sempre gli ambientalisti e gli ecologisti ci propinano eventi catastrofici dovuta alla cattiva gestione del patrimonio naturale. Per loro la cementificazione, la deforestazione, ecc. ecc.. sono la causa dell’ “effetto serra”. Spesso una pianta, secondo la loro ideologia politica, che è anche confessione religiosa, ha più diritto di un essere umano.  Questa diatriba ha fatto si che le posizioni fossero inconciliabili: da una parte gli speculatori edilizi hanno distrutto ambienti unici e da salvaguardare, dall’altra parte si è impedito il progresso sociale ed economico in territori arretrati, ovvero hanno divelto le fonti di ricchezza e di sostentamento. La mancanza di buon senso ha impedito la regolarizzazione dello sviluppo. Quindi in virtù degli estremismi e dei fondamentalismi siamo in presenza di luoghi deturpati ovvero sotto fruttati. Tralasciando l’invasione dei sistemi eco-mafiosi di energia alternativa (solare, fotovoltaica, eolica) che hanno soppiantato, sui terreni occupati, le culture autoctone su cui era poggiata l’economia locale.

Bene in risposta alle tante bugie che inondano i media ecco la sorpresa.

Il patrimonio forestale italiano è aumentato di circa 1,7 milioni di ettari negli ultimi 20 anni raggiungendo oltre 10 milioni e 400 mila ettari di superficie, con 12 miliardi di alberi che ricoprono oltre un terzo dell'intero territorio nazionale. A questi importanti dati si affiancano oggi i risultati dell'indagine sulla quantità di carbonio contenuto nei suoli forestali italiani. Tale attività, unica in Europa su così vasta scala, mette in evidenza come il suolo forestale svolga un ruolo fondamentale nello ''stoccaggio'' di carbonio organico, addirittura superiore a quello della parte epigea del bosco. La quantità di carbonio trattenuta nei tessuti, nei residui vegetali e nei suoli delle foreste, infatti, è pari a circa 1,2 miliardi di tonnellate di carbonio, corrispondenti a 4 miliardi di tonnellate di CO2. Il 58 per cento di tutto il carbonio forestale è contenuto nel suolo, mentre quello accumulato nella vegetazione arborea e arbustiva è il 38 per cento. Il restante 4 per cento è presente nella lettiera, nei residui vegetali e nel legno morto. In particolare, il carbonio contenuto nel suolo è di oltre 700 milioni di tonnellate. Tali risultati sottolineano l'importanza dei suoli forestali, non solo per la loro funzione di difesa idrogeologica, di conservazione e tutela della biodiversità e di base per la produzione di legname, ma anche per la mitigazione dei cambiamenti climatici in atto. Questi i principali risultati emersi dall'ultimo Inventario Nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di Carbonio (INFC) del Corpo forestale dello Stato, realizzato con la consulenza scientifica del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura - Unità di Ricerca per il Monitoraggio e la Pianificazione Forestale CRA-MPF di Trento e contenuti in un nuovo volume tematico. I dati sono stati presentati il 19 aprile 2012 a Roma alla presenza di Mario Catania, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Corrado Clini, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Cesare Patrone, Capo del Corpo forestale dello Stato e Giuseppe Alonzo, Presidente del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura.

Le foreste italiane, come contenitori naturali di carbonio, svolgono un ruolo fondamentale nel raggiungimento dell'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto, strumento operativo vincolante della Convenzione quadro sui cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (Unfccc), frutto della Conferenza sull'Ambiente di Rio de Janeiro del 1992. Lo scopo del Protocollo è quello di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra su scala globale al fine di contenere l'innalzamento della temperatura del pianeta e i relativi cambiamenti climatici in corso, determinati dall'aumento della concentrazione di tali gas. I boschi ricoprono un ruolo centrale come assorbitori e contenitori di anidride carbonica, che e' il principale gas ad effetto serra, e sono fondamentali nella mitigazione e nell'adattamento ai cambiamenti climatici in corso. Il Protocollo di Kyoto ha iniziato la sua attività operativa il 1 gennaio 2008 e terminerà il primo periodo d'impegno il 31 dicembre 2012. Attualmente l'Italia è vicina al raggiungimento dell'obiettivo fissato dagli accordi internazionali, in quanto si è avuta una riduzione delle emissioni totali dei gas serra del 5,4 per cento, a fronte di un impegno pari al 6,5 per cento. Un obiettivo che sarà possibile raggiungere anche grazie alle foreste che assumono in questo contesto un'importanza non solo ecologica ma anche economica. La componente di carbonio forestale calcolata dal Protocollo di Kyoto, infatti, è quantificata in circa 1-1,5 miliardi di euro per il periodo 2008-2012, che l'Italia risparmierà evitando le possibili sanzioni dovute al mancato raggiungimento dell'obiettivo fissato.

Ma la tutela del patrimonio ambientale non è "Cosa ambientalista".

''Nel nostro Paese le foreste descrivono una grande ricchezza di diversità biologica e con 12 miliardi di alberi oggi occupano quasi il 35 per cento della superficie territoriale. Ma questo non basta - spiega la Cia - Solamente attraverso una corretta gestione delle foreste è possibile garantire tutte le funzioni che queste svolgono. C'è necessità, insomma, di recuperare e di rafforzare la gestione e la manutenzione delle foreste, anche perché rappresentano una delle principali risorse per lo sviluppo delle aree rurali e montane e sono fonti straordinarie non solo di ossigeno, ma di occupazione, reddito e materie prime rinnovabili''. ''Un compito che sembra cucito addosso agli agricoltori, non solo perché circa il 40 per cento delle aziende del settore è interessato dai boschi, ma anche perché già oggi gli agricoltori sono in prima linea nella salvaguardia del patrimonio forestale del Paese, fungendo da 'guardiani' del territorio contro gli incendi e il degrado dei versanti e da 'custodi' delle tradizioni del mondo rurale - conclude - Di conseguenza si candidano naturalmente a essere parte attiva nella manutenzione delle foreste, e quindi del 'polmone verde' d'Italia''.

UNO STUDIO RIDIMENSIONA IL BENEFICO CONTRIBUTO DEGLI ALBERI NELLA RIDUZIONE DEI GAS SERRA

Chiamando in causa i microscopici organismi che popolano il suolo e la loro pericolosa produzione di gas. La capacità delle piante di catturare anidride carbonica dall’atmosfera è sempre stata considerata un’arma efficace contro il pericoloso aumento dei gas serra. Tuttavia lo studio pubblicato su Nature da Kees Jan van Groenigen (Trinity College di Dublino), Craig Osenberg (University of Florida) e Bruce Hungate (Northern Arizona University), sottolinea come si sia trascurata un’importante conseguenza. Una più intensa attività degli alberi e la conseguente maggiore crescita, infatti, sfociano inevitabilmente in una maggiore disponibilità di nutrienti per i microorganismi che popolano il suolo. Peccato che il metabolismo di questi ultimi produca metano e protossido d’azoto, due gas serra ben più dannosi dell’anidride carbonica. I dati raccolti dai ricercatori in 49 esperimenti condotti in Europa, Nord America e Asia su foreste, zone umide, praterie e campi coltivati – comprese le risaie – hanno mostrato che questa produzione supplementare di gas serra finisce col ridurre di almeno il 16% la mitigazione del riscaldamento globale esercitata dalle piante. Un risvolto inaspettato del quale i climatologi dovranno necessariamente tener conto nel rifinire i loro scenari.

A proposito del depuratore consortile con scarico nel mare incontaminato di Specchiarica.

Un comitato si è formato per fermare quello che il Comune di Manduria, l'Acquedotto Pugliese e la Regione Puglia vogliono fare in prossimità della località "Ulmo Belsito", frazione turistica di Avetrana, ossia il depuratore con lo scarico a mare nella marina incontaminata di Specchiarica, frazione di Manduria; nessuno, invece, ha mai alzato la voce per obbligare a fare quello che si ha sacrosanto diritto a pretendere di avere come cittadini e come contribuenti che sul posto pagano milioni di euro di tributi.

Comunque i comitati in generale, non questo in particolare, sono composti da tanti galletti che non fanno mai sorgere il sole e guidati da personaggi saccenti in cerca di immeritata visibilità o infiltrati per parte di chi ha interesse a compiere l'opera contro la quale lo stesso comitato combatte. Questi comitati sono formati da gente compromessa con la politica e che ha come referenti politici gli stessi che vogliono l'opera contestata, ovvero nulla fanno per impedirlo. Valli a capire: combattono i politici che poi voteranno alle elezioni. Spesso, poi, ci sono gli ambientalisti. Questi a volte non sanno nemmeno cosa significhi amore per la terra, la flora e la fauna, ma per ideologia impediscono il progresso e pretendono che si torni all'Età della Pietra. Ambientalisti che però non disdegnano i compromessi speculativi, tanto da far diventare le nostre terre ampie distese desertiche tappezzate da pannelli solari che fanno arricchire i pochi. Pannelli solari che offendono il lavoro dei nostri nonni che hanno conquistato quei terreni bonificandoli da paludi e macchie. Sicuramente non vi sono professionisti competenti a intraprendere le azioni legali e giudiziarie collettive adeguate, anche con l'ausilio delle norme comunitarie. Di sicuro i membri del comitato non vogliono sborsare un euro e si impelagano in proteste infruttuose fine a se stesse. Se il singolo può adire il Tar contro un atto amministrativo che lede un suo interesse legittimo (esproprio), la comunità può tutelare in sede civile il diritto alla salute ed all'immagine ed alla tutela del proprio patrimonio.

Per quanto riguarda la costruzione ed il funzionamento del depuratore vi sono norme attuative regionali che regolano la materia. A livello nazionale invece, si fa riferimento ai due decreti legislativi il n. 152/06 (“Norme in materia ambientale”) e il n. 152/99 (recante “Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole”) che, recependo la normativa comunitaria allo scopo di tutelare la qualità delle acque reflue, disciplinano che gli scarichi idrici urbani siano sottoposti a diverse tipologie di trattamento in funzione della dimensione degli agglomerati urbani. Altro è il controllo successivo rispetto ai parametri microbiologici di riferimento, gli stessi fissati dal D. lgs. 116 del 30 maggio 2008 ad integrazione del D.p.r. n. 470 dell’ 8 giugno 1982, norma emanata in recepimento della direttiva 79/160/CEE sulla qualità delle acque di balneazione e ora sostituita dalla più recente direttiva 2006/7/CE.

Secondo i neretini Mino Natalizio e Massimo Vaglio, due noti ed attivi ambientalisti di Nardò, la direttiva della Commissione delle Comunità Europee n°87/22/CE del 22 maggio 2011 inviata al Parlamento e al Consiglio Europeo per la pubblicazione in merito al trattamento delle acque reflue urbane costituisce uno dei punti chiave della politica ambientale dell’Unione Europea. Tale normativa, una volta pubblicata, entrerà in vigore a partire dal 31/12/2012 e dovrà essere “recepita“ dagli stati membri entro il 31/12/2013. In sostanza si vieterà lo scarico a mare delle acque fognarie per i nuovi impianti e l’obbligatorio adeguamento di quelli esistenti. Entro il 31/12/2015 gli agglomerati con più di 10.000 abitanti equivalenti che scaricano i loro affluenti in zone particolarmente sensibili (nel nostro caso l'Area Marina Protetta), dovranno intervenire per rispettare tali obblighi. Naturalmente questa direttiva rafforza la nostra convinzione che il progetto della Regione e dell'AQP non dovrebbe neanche essere più discusso. Che senso avrebbe, infatti, realizzare un'opera faraonica di decine di milioni di euro, che come ammette la stessa Europa sarebbe dannosa verso l'Ambiente, se sappiamo che tra pochi mesi sarà in contrasto con le indicazioni Comunitarie e quindi si dovranno spendere altri milioni di euro (che avremmo a disposizione se e chissà quando...), per adeguare il sistema di smaltimento a mare dei reflui fognari entro tre anni. Cioè quando l'eventuale opera dovrebbe essere appena terminata. Sarebbe davvero il colmo! Si rafforza, quindi, la necessità di modificare il piano di Tutela delle Acque della Regione Puglia, ormai superato dai fatti e dal prossimo quadro normativo dell'Unione Europea, nella direzione auspicata del riuso in agricoltura e/o per altri usi, dal momento che dal 31/12/2012 sarà vietato lo scarico a mare delle acque fognarie e che dalla ricezione della direttiva CE da parte degli Stati membri sarà consentita la realizzazione di appropriati sistemi depuranti atti a garantire un valido livello di protezione ambientale. Possibile che Regione ed AQP non siano a conoscenza di tali prossime disposizioni comunitarie e vogliano "buttare a mare" oltre ai reflui, anche milioni di euro?

Comunque in base alla normativa imminente che incombe, ovvero alla lesione del diritto d’immagine e di proprietà, vi sono ampi spazi per intraprendere azioni giudiziarie collettive, anche d’urgenza, senza che ci si avvalga di strumentali proteste fine a se stesse.

Insomma, con l'accidia e la negligenza si fa di tutto per impedire il turismo e con l'illogica inerzia o mala fede si frena la volontà imprenditoriale che crea lavoro ed investimenti.

ECOLOGIA, AMBIENTE E MEDIA: LOTTA DI PARTE E DI FACCIATA.

Gli allarmi pretestuosi pubblicizzati con l'ausilio del megafono della stampa di sinistra.

Proponiamo come esempio il filmato, trasmesso da Matrix diretto da Enrico Mentana. Il video è stato prodotto dall'emittente britannica Channel Four. L'impianto non ammette repliche, davanti alla telecamera sfilano una decina di esperti che dimostrano, dati alla mano, l'infondatezza dell'effetto serra. Il riscaldamento globale viene presentato come l'effetto dell'attività solare, gli ambientalisti come una lobby che affama le popolazioni africane in nome delle fonti rinnovabili e la CO2 (anidride carbonica) una conseguenza della temperatura che periodicamente si innalza nei secoli e nei millenni. Il fatto curioso è che mentre in Inghilterra la trasmissione del servizio ha provocato enormi polemiche, in Italia la cosa è passata del tutto inosservata, tanto quanto il fiasco del mega concerto mondiale Live Earth. Tutto questo lascia molte domande aperte.

E’ un curioso paradosso quello per cui la sinistra, nel corso degli ultimi decenni, è riuscita a impossessarsi della “questione ambientale”, e ha finito con l’incarnarne la sensibilità e i contenuti. Le istituzioni e le organizzazioni che si occupano di ambiente sono invariabilmente affiliate alla sinistra. Non v’è manifestazione, commemorazione, fiera, festa o evento di sinistra che non ospiti stand di ambientalisti, conservazionisti, ecologisti. La parola ambiente, in breve, ha finito col far rima con sinistra. E quando è invece accostata alla destra, produce uno iato assordante. Ciò ha prodotto due conseguenze. La prima è che l’ambientalismo è divenuto ostaggio dell’opposizione ideologica al capitalismo, allo sviluppo, e all’Occidente. Si è trasformato esso stesso in ideologia radicale, nel perenne tema di tutti i “movimenti” che contestano l’ordine globale, il capitalismo, la società occidentale - e come sempre in questi casi, l’America. Per un presupposto ideologico tout court: l’America è il simbolo del capitalismo; il capitalismo è contro la natura, ed è di destra; l’ambientalismo è soltanto di sinistra, e pertanto non può che essere anti-capitalista e anti-occidentale. Ma più stupefacente è la seconda conseguenza - che in realtà è al contempo causa. E’ stata la destra a legittimare una simile “appropriazione indebita” dell’ambientalismo da parte della sinistra.

Come? Disinteressandosi dell’ambiente, ostinandosi a difendere posizioni indifendibili - come il supporto senza se e senza ma per qualsiasi tipo di capitalismo, o la negazione testarda e incomprensibile della minaccia che i cambiamenti climatici rappresentano per il futuro del pianeta. Scegliendo, in sostanza, di accettare la vulgata per cui l’ambiente è davvero roba di sinistra. E iniziando a parlare il linguaggio che i suoi detrattori - fautori dell’ambientalismo esclusivamente di sinistra e anti-occidentale - le hanno attribuito, senza alcuna reale motivazione o giustificazione se non un’opposizione ideologica e una strategia politica: il linguaggio della derisione delle ragioni dell’ambientalismo. Così facendo, la destra ha però non soltanto rinnegato alcune tra le più importanti e ricorrenti radici della propria identità – che storicamente si è nutrita della passione per l’ambiente e della riscoperta della natura come fonte di un’idea sana e vigorosa del popolo e della “nazione” (persino troppa passione, divenuta estrema, talvolta). Ha anche commesso un imperdonabile errore politico, lasciandosi scippare l’ambiente e l’immenso capitale elettorale che esso, oggi più che mai, rappresenta. L’abbandono dell’ambiente è uno dei peccati capitali della destra contemporanea. Perché la obbliga a recitare - ovunque siano in gioco tematiche ambientali anche cruciali come i cambiamenti climatici - la parte arcigna e impopolare dello sviluppo a tutti i costi e della derisione dell’ambientalismo. E siccome oggi la sensibilità ambientalista è diffusa ed è divenuta un capitale politico, elettorale e sociale gigantesco, la sinistra continua, per inerzia, a mietere consensi e a perpetuare l’immagine negativa di una destra distruttiva e priva di scrupoli ecologisti. Ma invece di riconoscere il problema, e cercarvi una soluzione che sfrutti il capitale umano, sociale, finanziario ed economico che lo stesso capitalismo è in grado di creare - a dispetto della retorica no global e anti-occidentale - la destra si arrampica sugli specchi. Per negare legittimità alla scienza, che ormai unanimemente concorda sulla minaccia dei cambiamenti climatici, e per ignorarne le ripercussioni, che pure sono già sotto gli occhi di tutti i cittadini - dalle conseguenze profetiche dell’uragano Katrina all’emergenza idrica in mezzo mondo. Continua ad accusare gli esperti e gli scienziati di allarmismo, insincerità, propaganda. Si arrocca su posizioni insostenibili, e soprattutto non giustificate. Non giustificate, semplicemente perchè è un’illusione ottica e un vizio mentale quello per cui l’ambientalismo debba essere appannaggio della sinistra. 

Deforestazione, crisi dell'acqua, esplosione demografica, inquinamento atmosferico, buco dell'ozono, esaurimento delle risorse, effetto serra... Gli SOS lanciati dalle organizzazioni ambientaliste profetizzano la fine prossima del pianeta. In questo libro gli autori intendono dimostrare, attraverso dati e casi concreti, che il solo scopo di queste organizzazioni è raccogliere fondi per operazioni demagogiche, ideologiche e politiche che nulla hanno a che fare con la salvaguardia della Terra.

Il novecento potrebbe essere descritto dagli storici del futuro come il secolo dei sacrifici umani. Questi non si sarebbero verificati soltanto per l’avvicendarsi di due guerre mondiali, ma anche per l’affermarsi di una ideologia che affondando le proprie radici nell’illuminismo e nel darwinismo, si impone a tutto l’Occidente, identificandosi nel sogno di una umanità sempre più perfetta e autodeterminata, libera dal bisogno di Dio.

L’ideologia in questione è quella che gli scienziati chiamano ecologia. Le bugie degli ambientalisti di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, è un’opera che mina alla radice il pensiero ‘Eco’ svelando, attraverso delle attente analisi, le reali intenzioni dei movimenti ambientalisti celate dalla loro solo apparente innocenza. L’ecologismo ha la sua “Bibbia” in numerosi saggi: in particolare, gli autori ricordano "Primavera Silenziosa" del 1962, scritto da Rachel Carson, la biologa statunitense che in un’intervista alla CBS denunciava la grave situazione dei suoli agricoli infestati dai pesticidi con queste parole:“Man is a part of nature, and his war against nature is inevitably a war againgst himself” (L’uomo è parte della natura e combattere contro la natura è inevitabilmente una lotta contro se stesso). L’allarme della questione ambientale è stato fatto risuonare al mondo da una rapporto del Massachusset Institute of Technology (MIT) con il titolo di “Limits to growth” (Limiti alla crescita) nel 1972. Il principale pericolo secondo il pensiero ecologista è da rintracciare nella crescita demografica: il pianeta secondo le stime del MIT dovrà sopportare un carico demografico raddoppiato nel prossimo secolo con la conseguente sovrappopolazione e l’aumento di domanda di risorse alimentari e naturali. La crescita demografica e l’uso eccessivo di risorse accelerano il degrado delle risorse: la desertificazione, l’erosione dei suoli, il prosciugamento delle falde, sono dei funesti esempi. Il politologo Giovanni Sartori ne “La Terra scoppia: sovrappopolazione e sviluppo” (Rizzoli 2003), scrive:“Se la follia umana non troverà una pillola che possa curare, e se questa pillola non sarà vietata dai folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione, il regno dell’uomo arriverà a malapena al 2100. Tra un secolo di questo passo, il pianeta Terra sarà mezzo morto e gli esseri umani anche”. Tuttavia, i sacrifici umani invocati dagli illustri campanelli d’allarme, possono essere facilmente raggiunti: l’eugenetica, la pratica dell’aborto e il movimento di estinzione umana volontaria, notano Cascioli e Gaspari, sono i cavalli di Troia dell’ideologia ecologista.

L’ipotesi ‘Gaia’ di James Lovelock ("Gaia: nuove idee sull’ecologia", Boringhieri, 1981) è poi l’emblema dell’ecologismo come ideologia che denigra l’uomo quale cancro del pianeta:“Gli uomini sulla terra si comportano come un organismo patogeno o cellule di un tumore o di una neoplasia. La specie umana è oggi talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria”. L’ecologismo, pertanto, spiegano i due autori, si pone come un ritorno al paganesimo che tende a idolatrare la Madre Terra, Gaia o Demetra e a sostituirla al Dio della tradizione giudaico-cristiana e alla visione antropocentrica della Bibbia, dove gli esseri umani sono al centro del mondo poiché considerati qualitativamente superiori ad altre forme naturali. Questa forma di religiosità primitiva ha un unico obiettivo di fondo: attaccare il cristianesimo e con esso il Vaticano. A coloro che sostengono siffatta ideologia e religiosità pagana, a coloro che ricercano un mondo nuovo à la Aldus Huxlev (1932), dove regna il controllo mondiale e la libertà è sostituita dalla stabilità, possiamo rispondere con le parole di G. K. Chesterton (1935):“Nei tempi in cui Huxley, Herbert, Spencer e gli agnostici vittoriani strombazzavano sulla famosa idea di Darwin quasi fosse una verità definitiva, sembrò a migliaia di persone semplici, praticamente impossibile che la religione potesse sopravvivere. Ironia della sorte fu che è sopravvissuta non solo a tutti costoro, ma che è la dimostrazione ideale (forse l’unica dimostrazione concreta) di ciò che chiamavano la sopravvivenza del più forte”.

Le bugie degli ambientalisti. Il catastrofismo è ormai il gusto corrente. Lo scienziato americano Gregory D. Foster in un articolo pubblicato sul World Watch Institute Magazine, rivista edita dall’omonima “multinazionale” ambientalista, dichiara che  «i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell’ umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo.  Dal 1968 i gruppi eversivi hanno ucciso 24 mila persone, ogni anno invece ne muoiono 240 mila per i danni del clima». E la catastrofe è dietro l’angolo. Secondo Foster, l’attuale surriscaldamento del nostro pianeta sta provocando dei cambiamenti climatici che provocheranno, in una sorta di tragico effetto domino, «un mondo futuro di Stati in guerra tra loro per la sopravvivenza», una sorta di guerra planetaria che vedrà l’umanità scontrarsi militarmente per aver accesso alle derrate alimentari. E non finisce qui, se proprio qualcuno fosse sopravvissuto a tale babele, dovrà fare i conti con il riscaldamento della massa terrestre, che darà luogo a catastrofi ambientali sempre più frequenti e che saranno l’anticamera di una nuova era glaciale.

Chi inizia ad aver dubbi sulla fondatezza degli allarmi lanciati dalle major ambientaliste, può leggere un libro molto interessante, fuori dal coro, che parla di eco-ottimismo: “Le bugie degli ambientalisti 2”. I due autori, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, smontano, pezzo per pezzo, tutti i falsi allarmi a cui abbiamo dovuto dar ascolto in questi ultimi decenni.  Tanto per gradire: è stato detto che la popolazione mondiale sta per raddoppiare e questo condurrà gran parte di noi ad una morte sicura per fame. In realtà non è possibile prevedere un contemporaneo aumento della popolazione e della mortalità. Tale concetto nasce da due processi contrari che non possono coesistere: aumento della  popolazione non significa aumento della mortalità.  La popolazione riesce a svilupparsi solo se le condizioni di vita e l’alimentazione lo permettono. E’ stato detto che ogni giorni scompaiono dalla faccia della terra 30 km di boschi, ma nel libro si legge che le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982 al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%. E’ stato detto che questo benedetto riscaldamento della terra è causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie, mentre è stato scientificamente dimostrato che l’uomo incide solo per il 4% sul totale delle emissioni. Il dato più importante che emerge dalla lettura del libro è quello rappresentato dallo stretto collegamento fra alcune associazioni ambientaliste e le società di eugenetica inglesi ed americane, finanziate da ricchi magnati, che cercano, in sostanza, di combattere la povertà eliminando (fisicamente) i poveri. A conferma di quanto detto ci sono tutte le battaglie finora promosse dalle più potenti associazioni ambientaliste del pianeta. L’opposizione agli OGM, i messaggi terroristici sul riscaldamento globale, la presunta sparizione delle foreste, la promozione delle “domeniche ecologiche” e delle targhe alterne, hanno come denominatore comune il voler dimostrare che la sovrappopolazione della terra mette a rischio la natura e quindi è necessario ricorrere a tecniche di riduzione delle nascite (da attuare, naturalmente, nei paesi poveri). L’ecologismo dunque diventa esso stesso una religione in cui viene eliminata ogni differenza ontologica tra uomini e altri esseri viventi. La stessa natura diventa una divinità: Gaia. Ed in nome di Gaia sacrificheremo l’uomo celebrando il trionfo del matrimonio di interessi fra Eugenetica ed Ecologismo sul modello di Sparta: loro rincorrevano la perfezione della razza eliminando i più deboli, noi proteggiamo la nostra terra eliminando le popolazioni povere.

“Le bugie degli ambientalisti” di Riccardo Cascioli, Antonio Gaspari. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti. Le bugie degli ambientalisti sono tali e tante che un libro non è bastato per smascherarle tutte. Si trova nelle librerie dopo il primo volume "Le bugie degli ambientalisti" 2. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti, il seguito del testo di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicato dalla casa editrice Piemme dedicato all'ideologia ecocatastrofista nelle sue varie espressioni. Molti sono gli spunti di riflessione contenuti in questo secondo volume, che esce proprio mentre a Nairobi un vertice mondiale discute di cambiamenti climatici e problemi ambientali e in concomitanza con la presentazione del rapporto 2006 dell'Undp, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, intitolato «Oltre la scarsità: potere, povertà e crisi globale dell'acqua».

È da segnalare in particolare la prima parte del saggio («Tutto ciò che dovreste sapere sulla natura»), in cui molto giustamente gli autori documentano e quantificano ciò che gli ecologisti, tesi soltanto a contenere l'impatto della presenza umana sul pianeta, di rado prendono in considerazione: vale a dire che la natura stessa, il pianeta e le specie animali e vegetali che ospita, consuma e inquina incidendo a sua volta sui tanto temibili cambiamenti climatici. Sul fronte dei consumi di energia e di risorse naturali, un singolo fulmine consuma energia elettrica quanto migliaia di famiglie e, secondo i calcoli degli scienziati, sulla terra ne cadono in media almeno 100 al secondo. Nel regno animale, poi, le formiche contendono il primato dei consumi alimentari all'elefante e alla balenottera azzurra, il più grande dei mammiferi, che divora quattro tonnellate di crostacei al giorno per tutti i 90 anni della sua vita. Le formiche Rufe, che vivono esclusivamente sulle Alpi, sono circa 300 miliardi sparse in un milione di nidi. L'entomologo italiano Mario Pavan, dell'Università degli Studi di Pavia, ha calcolato che ogni Rufa operaia mangia ogni giorno una quantità di cibo pari a un ventesimo del proprio peso, il che porta il consumo totale della popolazione di formiche Rufe alpine a circa 24.000 tonnellate di cibo all'anno.

A inquinare irreparabilmente l'atmosfera, invece, sono prima di tutto i vulcani; una eruzione di grandi dimensioni emette circa 17 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio (uno dei gas responsabili dell'effetto serra), pari a due volte e mezza l'emissione annua mondiale derivante dalle attività umane; da solo il Monte Pinatubo, nelle Filippine, nel 1991 ha inoltre emesso circa 30 milioni di tonnellate di biossido di zolfo, il gas principale responsabile del fenomeno delle piogge acide. Inquinano anche, soprattutto nei maggiori centri urbani, le piante, rilasciando dei composti volatili organici che causano, ad esempio, il 15% delle polveri sottili di Los Angeles e il 6% di quelle di Milano. I bovini addomesticati, da parte loro, emettono metano e protossido di azoto producendo con le loro «fermentazioni enteriche» quantità di gas serra che in Francia ammontano ogni anno a 26 milioni di tonnellate, mentre lo stoccaggio delle loro deiezioni ne libera altre 12 tonnellate. Per questo in Nuova Zelanda tre anni fa si erano proposte variazioni nella dieta delle mucche, al fine di ridurre i danni ambientali arrecati dai loro processi digestivi: un'idea abbandonata perché comportava l'assunzione di olio di fegato di merluzzo, che avrebbe dato alle bistecche e agli arrosti gusto di pesce. Nel 2000, invece, l'Unione Europea aveva preso in considerazione l'idea di introdurre una «tassa sulle mucche» per i Paesi prevalentemente agricoli, come ad esempio l'Irlanda; un progetto per ora accantonato.

Non stupirebbe allora se, prima o poi, in controtendenza con le strategie ambientaliste finora adottate, qualcuno proponesse di abbattere le piante urbane o, in alternativa, di tassare le amministrazioni comunali e i privati cittadini in ragione del verde di cui sono responsabili. Nella stessa logica, l'Italia potrebbe subire sanzioni e imposte per i suoi troppi vulcani attivi?

Dalle auto ibride alle foreste: i falsi miti degli ambientalisti. Inchiesta provocatoria dell'Indipendent che smonta molti dei dogmi degli ecologisti a cura di Valerio Gualerzi su “La Repubblica”. Per qualche ambientalista potrà avere lo stesso effetto che le celebri vignette danesi hanno scatenato tra i musulmani più intransigenti. L'Independent, quotidiano inglese di certo non sospettabile di antipatie ecologiste, ha pubblicato infatti uno speciale per smontare molti dogmi verdi. Le conclusioni sono tutto sommato opinabili e destinate a far discutere all'infinito, ma decisamente sorprendenti. Nel bene come nel male. Nella prima categoria rientra ad esempio il giudizio sulla Cina, vista da molti ambientalisti (sempre meno in realtà), come il "Grande Satana" dell'inquinamento. In realtà, sottolinea l'inchiesta del giornale britannico, Pechino sta infilando una lunga serie di mosse positive ed è in pole position per diventare il vero leader della rivoluzione energetica verde. ''La Cina - scrive l'Independent - è sulla via per divenire un'economia a bassa produzione di CO2'' e ormai le sue industrie non producono solo giocattoli e paccottaglia a basso prezzo, ma anche pannelli solari, turbine eoliche e batterie ricaricabili. Nella seconda categoria, ovvero tra i miti "salvifici" che gli ambientalisti farebbero bene a mettere in soffitta, secondo il quotidiano c'è invece l'auto ibrida. Protagonista degli ultimi saloni motoristici internazionali e grande speranza di un'industria alla disperata ricerca di una via d'uscita verde dalla crisi, le vetture a doppia alimentazione benzina/elettricità per il giornale britannico possono inquinare in realtà più di un vecchio diesel. Tra i miti da dissacrare il giornale segnala anche la tutela delle antiche foreste. Non che siano dannose ovviamente, ma il loro contributo nella lotta al riscaldamento globale va drasticamente ridimensionato. Gli alberi vecchi, sostiene l'Independent in uno dei passaggi più discutibili dell'inchiesta, non assorbono infatti CO2 come quelli giovani e quando muoiono liberano tutta l'anidride carbonica che hanno utilizzato. Per questo - è la provocatoria tesi del giornale - meglio abbatterli e farci sedie, scrivanie, costruzioni, risparmiando in materiali chimici equivalenti. Purché naturalmente si proceda a sostituirli con alberi nuovi che nei primi 55 ani di vita assorbiranno il maggior quantitativo di anidride carbonica. 

Altro dogma messo a dura prova dall'inchiesta è quello del "buy local", ovvero della spesa a chilometri zero. Il conteggio delle emissioni prodotte per ogni chilo di alimenti, si sottolinea, non dipende infatti necessariamente dalla distanza rispetto a chi li consuma, ma dall'efficienza energetica con cui vengono prodotti e distribuiti. L'Independent sposa infine due soluzioni che per gli ambientalisti sono vere e proprie bestie nere: utilizzo degli ogm in agricoltura e ritorno al nucleare. I primi, afferma il giornale, possono dare un importante contributo nella lotta alla fame nel mondo, mentre l'energia dell'atomo produce solo il 5% delle emissioni di CO2 rispetto al gas e rappresenta una fonte alla quale non si può rinunciare. 

I crediti da anidride carbonica renderebbero il WWF ed i suoi partner molto più ricchi, senza nessuna effettiva riduzione della CO2, afferma Christopher Booker del The Telegraph Se il più grande e ricco gruppo ambientalista, il WWF, annuncia di giocare un ruolo cardine nell'ambito della preservazione di un'area della foresta amazzonica grande il doppio della Svizzera, molti applaudono, pensando che ciò sia semplicemente una delle cause per le quali il WWF è stato fondato. Da molto tempo l'Amazzonia è in testa alla lista delle preoccupazioni ambientali mondiali, non solo perchè ovviamente ospita la foresta pluviale più vasta e ricca di biodiversità del mondo, ma anche perchè i suoi miliardi di alberi rappresentano il più grande deposito naturale di CO2. Quindi ogni minaccia alla foresta rappresenterebbe anche un contributo all'aumento del riscaldamento globale. E' emersa però un'agenda nascosta circa la preservazione di questa parte di foresta che consiste nel permettere al WWF ed ai suoi partners di condividere la vendita di crediti di emissione di anidride carbonica per un valore di 60 miliardi di dollari, per permettere alle compagnie industriali di continuare ad emettere CO2 esattamente come nel passato. L'idea alla base di ciò è che i crediti connessi alla CO2 immagazzinata in questa specifica parte di giungla - così fuori mano da non temere minacce immediate - potrebbero essere venduti sul mercato internazionale, in modo da permettere a migliaia di compagnie nel mondo sviluppato di compensare la restrizione all'emissione di anidride carbonica. L'effetto pratico sarebbe semplicemente quello di rendere il WWF ed i suoi partner molto più ricchi senza minimamente contribuire ad abbassare il livello globale delle emissioni di CO2.

Il WWF, che già guadagna 400 miliardi di Sterline annualmente, la maggior parte dei quali provenienti dai governi e dai contribuenti, è da molto tempo il cardine del dibattito sulle minacce alla foresta amazzonica, come si evince anche dall'entusiasmo ricevuto da un ben pubblicizzato passaggio nel rapporto del 2007 dell'IPCC. Comunque la dichiarazione, da parte dell'IPCC, che il 40% della foresta è minacciata dal riscaldamento globale, si è scoperto che non è basata su nessuna evidenza scientifica, ma semplicemente sulla propaganda del WWF, che ha pienamente distorto i risultati di uno studio preliminare sulle minacce poste alla foresta, non dai cambiamenti climatici bensì dal taglio del legname. Questa curiosa saga risale al 1997, quando il protocollo di Kyoto allestì quello che è noto come CDM, vale a dire il Meccanismo sullo Sviluppo Pulito. Questa misura permette alle compagnie basate nei paesi in via di sviluppo che dichiarino di aver ridotto le proprie emissioni di gas serra, di guadagnare miliardi di sterline vendendo le loro quote di emissioni nei paesi sviluppati che siano obbligati dal protocollo di Kyoto a tagliare le proprie emissioni. Nel 2001 i paesi aderenti al protocollo hanno raggiunto un accordo in base al quale gli alberi nell'emisfero meridionale possono essere considerati come "depositi di anidride carbonica" a beneficio delle compagnie che emettono CO2 nell'emisfero settentrionale. Nel 2002, dopo una lunga negoziazione col WWF ed altre organizzazioni non governative, il governo brasiliano approntò il progetto Arpa (Aree protette della regione amazzonica), sostenuto da circa 80 miliardi di dollari di finanziamento. Di questi, 18 miliardi furono dati al WWF dalla fondazione americana Gordon & Betty Moore, 18 miliardi forniti dal governo brasiliano al partner locale del WWF e 30 miliardi dalla Banca Mondiale. Lo scopo era di far amministrare aree della foresta pluviale brasiliana dalle organizzazioni non governative, capeggiate dal WWF, per assicurare sia che fossero lasciate intatte oppure gestite in modo "sostenibile". Fra queste la parte più vasta era costituita da 31.000 miglia quadrate situate presso l'inaccessibile frontiera settentrionale del Brasile, metà della quale designata come Parco Nazionale di Tumucumaque, la più vasta riserva naturale del mondo, mentre l'altra metà da sottoporre a sviluppo sostenibile lasciandola fondamentalmente intatta. La zona interessata è talmente fuori mano da non temere minacce da parte di taglialegna, minatori o agricoltori. Giunti a questo punto, tutto ciò può apparire come appartenente al mono degli ideali. A dispetto dell'accordo internazionale circa il considerare le foreste come "depositi" naturali di anidride carbonica, non esisteva ancora un sistema per tramutare questa CO2 "risparmiata" in merce scambiabile. Nel 2007, comunque, il WWF ed i suoi alleati presso la Banca Mondiale lanciarono la Alleanza Globale sulle Foreste, con un finanziamento iniziale di 250 milioni di dollari da parte della Banca, per lavorare con quella che fu battezzata "deforestazione evitata". Ad una conferenza a Bali, sotto gli auspici della Convenzione sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), che amministra il CDM (Meccanismo sullo Sviluppo Pulito), fu raggiunto un accordo su uno schema chiamato REDD (Riduzione delle emissioni da deforestazione nei paesi in via di sviluppo). Lanciata in grande stile come "la nuova grande idea per salvare il pianeta da un cambiamento climatico oramai fuori controllo", questa iniziativa istituì un fondo globale per salvare vaste aree di foresta pluviale dalla deforestazione che rappresenta circa un quinto delle emissioni di CO2 di origine antropica. Ma ancora non esisteva un meccanismo per tramutare tutta questa CO2 "risparmiata" in merce vendibile. Allora il WWF trovò un alleato chiave nel Centro di Ricerca Woods Hole, Massachusetts, da non confondere con il vicino Istituto Oceanografico Woods Hole, un ente scientifico in buona fede. Nel 2008, con un finanziamento di 7 milioni di dollari da parte della Fondazione Moore e lavorando in partenariato col Progetto Tumucumaque, il Woods Hole se ne uscì con l'idea che mancava: un modo cioè di valutare l'anidride carbonica immagazzinata nelle foreste pluviali protette del Brasile, per fare in modo che questa potesse essere scambiata sotto il meccanismo CDM. Il programma Arpa quindi calcolò in 5.1 miliardi di tonnellate questa anidride carbonica "risparmiata". Basato su una valutazione da parte dell'UNFCCC di 12,50 dollari a tonnellata di CO2, questo permetteva di considerare gli alberi delle aree protette brasiliane aventi un valore di oltre 60 miliardi di dollari. Sostenuto dalla Banca Mondiale, questo progetto fu presentato all'UNFCCC. Ma vi erano ancora due ostacoli da superare. Il primo era che lo schema doveva essere adottato come parte del REDD dalla Conferenza di Copenhagen 2009, che avrebbe dovuto dare vita ad un nuovo trattato in sostituzione di quello di Kyoto. Questo avrebbe permesso di monetizzare la CO2 brasiliana sotto lo schema CDM. Il secondo era che gli USA avrebbero dovuto adottare lo schema "cap and trade" per imporre un severo limite alle emissioni di CO2 da parte delle industrie americane. Questo avrebbe incrementato il mercato internazionale della CO2, facendo schizzare alle stelle i prezzi non appena le industrie americane si fossero accalcate per comprare i crediti che avrebbero permesso loro di continuare ad emettere la quantità di CO2 necessaria alla loro sopravvivenza. Per quel che è dato di sapere, però, la storia non è andata secondo quanto previsto. Nella baraonda di Copenhagen a dicembre 2009, tutto ciò che si è potuto salvare delle proposte del REDD è stata una dichiarazione di principio, con l'auspicio di raggiungere un consenso più ampio in Messico a fine 2010. Nella confusione di Copenhagen è andato anche perso il minuscolo intento che avrebbe garantiti i diritti delle popolazioni che vivono nelle foreste pluviali, il cui tenore di vita - con le preoccupazioni di gruppi come Survival International e il Forest Peoples Programme - è stato altrove già seriamente compromesso dagli schemi ispirati dal REDD, come ad esempio in Kenya e Papua Nuova Guinea. Un'altro evento che ha allarmato il WWF ed i suoi alleati, che stavano sperando di ricavare miliardi di dollari dalle foreste brasiliane, è stata la mancata approvazione del progetto di legge del Senato Usa sul "cap and trade", sponsorizzato dal presidente Obama. Poichè l'Unione Europea ha escluso dal proprio schema di "cap and trade" le foreste pluviali, prendere nella rete gli USA è vitale per le speranze del WWF di trovare "soldi che crescono sugli alberi". Intanto il prezzo dell'anidride carbonica presso la Chicago Climate Exchange è appena piombato al suo minimo storico dio sempre, vale a dire 10 centesimi di dollaro a tonnellata. Il sogno del WWF è stato ostacolato - ma anche la sola rivelazione che sia parte di una tale disegno può avere una influenza considerevole sulla percezione che il pubblico ha di quella che è la più ricca fra le organizzazioni ambientaliste.

PARLIAMO DELL’ITALIA DEI VELENI

Tutta la stampa e la tv ne parla..finalmente! A Taranto, per colpa dell'inquinamento, ci si ammala più di tumore di quanto su dovrebbe. Salgono il numero di malattie cardiovascolari per via del benzoapirene, prodotto quasi esclusivamente dall'Ilva. E sono segnalate anche anomalie nei tumori che colpiscono i bambini. Questi i risultati della perizia epidemiologica depositata dai tecnici esperti nominati dal gip di Taranto, Patrizia Todisco, davanti alla quale si è svolto l’incidente probatorio nell´inchiesta per disastro ambientale ai cinque vertici Ilva. L'indagine, affidata a tre specialisti, ha accertato l'esistenza di una possibile connessione tra le malattie, le morti causate da tumori e l'inquinamento prodotto dalle emissioni dagli impianti industriali dell'Ilva. E' la seconda parte della maxi-indagine: la prima, svolta dai chimici, ha già accertato la pericolosità delle sostanze inquinanti per la salute di lavoratori e cittadini di Taranto. Oltre 500 pagine per mettere nero su bianco che dall'Ilva di Taranto vengono emesse in atmosfera sostanze come diossine e Pcb, pericolose per i lavoratori e la popolazione. E' la prima verità sull'inquinamento a Taranto, dove è stata depositata la relazione dei periti chimici che costituisce la prima parte della maxi perizia sull'Ilva, disposta nell'ambito di un incidente probatorio, che dovrà accertare se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute umana nell'inchiesta al maxi colosso. I documenti sono ora al vaglio del gip Patrizia Todisco, che ha nominato gli esperti e disposto l'accertamento peritale durato oltre un anno. Ad essere indagati sono Emilio Riva, presidente dell'Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva presidente dell'Ilva dal 20 maggio 2010, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, capo area del reparto Agglomerato. Le accuse sono disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.

"L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte". E' quanto sostengono i periti Annibale Biggeri, docente ordinario all'università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, Maria Triassi, direttore di struttura complessa dell'area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell'azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, e Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia dell'Asl di Roma. I periti sono stati incaricati dal gip Todisco nell'ambito dell'incidente probatorio sull'llva chiesto dal procuratore capo Franco Sebastio, dall'aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. "Nei sette anni considerati, per Taranto nel suo complesso, si stimano 83 decessi attribuibili ai superamenti del limite Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la concentrazione annuale media di Pm10. Nei sette anni considerati per i quartieri Borgo e Tamburi - rilevano ancora i periti - si stimano 91 decessi attribuibili ai superamenti Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la concentrazione annuale media di PM10". E ancora nei sette anni considerati per Taranto "si stimano - sempre secondo la perizia - 193 ricoveri per malattie cardiache attribuibili ai superamenti del limite Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la media annuale delle concentrazioni di Pm10 e 455 ricoveri per malattie respiratorie". Le emissioni dello stabilimento Ilva causano malattie e 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto. È quanto hanno stabilito i medici nominati dal gip Patrizia Todisco nella perizia epidemiologica per comprendere lo stato di salute dei tarantini in relazione agli inquinanti emessi dallo stabilimento siderurgico. Nelle 282 pagine che compongono il documento depositato, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, hanno risposto ai tre quesiti posti dal giudice. Su richiesta del pool di inquirenti, il gip ha infatti chiesto ai tre esperti di individuare le patologie derivanti dall’esposizione agli inquinati emessi dallo stabilimento industriale, il numero dei morti e degli ammalati attribuibili all’inquinamento prodotto dagli impianti di proprietà del gruppo Riva. A Taranto, secondo i periti, tra il 2004 e il 2010 vi sarebbero stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica. “L’analisi per i quartieri Borgo e Tamburi – scrivono i periti – mostra che, nonostante la ridotta numerosità, una forte associazione tra inquinamento dell’aria ed eventi sanitari è osservabile e documentabile solo per questa popolazione”. Ironia della sorte però, il record per i decessi e ricoveri per malattie croniche spetta al quartiere Paolo VI, il rione costruito proprio per ospitare, dopo la nascita del polo siderurgico negli anni ’60, i nuovi cittadini di Taranto: coloro cioè che dalle campagne della provincia si trasferirono in città per diventare operai. A Paolo VI, infatti, vi è una percentuale maggiore rispetto alla media complessiva della città e i decessi dovuti a malattie dell’apparato respiratorio sono addirittura superiori del 64%. Ma non è solo la lunga esposizione a creare danni secondo i periti. Nei bambini e negli adolescenti fino a 14 anni, i periti hanno infatti accertato “un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie” e un’elevata presenza di tumori in età pediatrica. La situazione peggiore è quella che riguarda gli ex operai dello stabilimento siderurgico. L’analisi “dei lavoratori che hanno prestato servizio presso l’impianto siderurgico negli anni ’70-’90 – allora Italsider acquisita Gruppo Riva nel 1995 e denominata Ilva, ndr – con la qualifica di operaio ha mostrato un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%). Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie”. Dopo la prima relazione sulle condizioni ambientali della città, questo nuovo documento, contribuisce a fare chiarezza sui danni causati dalle emissioni inquinanti.

Gli esiliati di Cerano. Da cinque anni non possono più coltivare le loro terre che si trovano ridosso della più grande centrale termoelettrica a carbone d'Italia, in provincia di Brindisi. L'Enel, proprietaria del sito, si difende: 'nessuna violazione di legge'. Intanto offre sei milioni di euro come contributo agli agricoltori. Ne parla l’inchiesta di “La Repubblica”. Il Reportage di Sonia Gioia. Coltivazioni proibite vicino alla centrale. L'ombra del carbone sui terreni contaminati. Quattrocento ettari avvelenati da arsenico, berillio e altri metalli pesanti. Sono le aree agricole a ridosso della grande centrale termoelettrica Federico II di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi. Ora un'inchiesta della procura salentina cerca di accertare la responsabilità dell'impianto nell'inquinamento delle terre. La perizia disposta dai pm non lascia dubbi: "E' la principale via di contaminazione". Ma uno studio commissionato dall'Enel, proprietaria del sito, parla di "origine naturale". Polvere di carbone sui campi di Cerano. Polvere nera sulle mani, nelle case, sui panni stesi ad asciugare. Polvere nera sui campi fertili, coltivati un tempo a vite, carciofi, ulivi, che una volta davano da mangiare ai contadini e ai loro padri. Carbone forse anche nel sangue. Negli oltre quattrocento ettari di terre all'ombra della centrale Federico II di Cerano non si può più coltivare ormai da cinque anni per effetto di una ordinanza che ha intimato la distruzione dei frutti dei quali è disposto il divieto assoluto di commercializzazione. Ma anche l'esilio coatto degli oltre sessanta agricoltori che su quei campi non possono lavorare più di 180 giorni all'anno, pena il rischio di contaminazione da arsenico, berillio, vanadio, metalli pesanti dall'alto potenziale tossico rilevati in quantità superiori alle soglie considerate non pericolose per la salute. Come se per tenere in vita la terra bastassero cure a intermittenza. Da un lustro i contadini di Cerano chiedono di sapere cosa abbia avvelenato i campi e forse loro stessi. Lo hanno chiesto tramite un esposto indirizzato alla procura di Brindisi dalla quale è scaturita una inchiesta che solo oggi giunge al capolinea. Il pubblico ministero Giuseppe De Nozza ha notificato di recente l'avviso di conclusione delle indagini a carico dei quindici indagati, fra dirigenti Enel e imprenditori addetti al trasporto del carbone che alimenta la centrale, accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento delle colture e insudiciamento delle abitazioni. Sono le accuse che gravano tra gli altri sul direttore della centrale, i responsabili dell'area Ambiente e dell'impianto trasportatore. L'azienda, contattata da Repubblica, non rilascia dichiarazioni, ma in una nota si dice fiduciosa: "In merito alla decisione della Procura di Brindisi, Enel - si legge - nella piena convinzione di aver sempre operato nel rispetto delle leggi e nell'interesse della collettività, attende con fiducia i successivi sviluppi". Le conclusioni del pubblico ministero poggiano su quelle del perito al quale è stato chiesto di verificare se è vero oppure no che quella polvere nera sia polvere di carbone. Nessun dubbio per il consulente tecnico della procura Claudio Minoia, direttore del laboratorio di misure ambientali e tossicologiche della Fondazione Maugeri di Pavia, nonché responsabile della scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro dell'ateneo pavese: la fonte di contaminazione di terreni, colture, falda acquifera e atmosfera è la centrale termoelettrica, non i camini delle villette come pure qualcuno ha sostenuto, né il traffico automobilistico. E' il vento che solleva il pulviscolo dal deposito (scoperto) del combustibile, ammantando le colture: "Il consulente tecnico ritiene - scrive Minoia - che in aree prospicienti la centrale Federico II ubicata a Cerano si siano determinate, anche se non con carattere di continuità ma piuttosto come diretta conseguenza di fenomeni eolici, dispersioni significative di polveri di carbone dal deposito carbonile. Questa ha sicuramente rappresentato la principale via di contaminazione delle aree prospicienti". E' esattamente quello che aveva sostenuto la Asl di Brindisi nel 2007, in una nota propedeutica al divieto di coltivazione emanato dal sindaco, avvertendo dei pericoli per la salute se ortaggi, frutta e polveri fossero arrivati dai campi alle tavole dei brindisini: "...è più che ragionevole sospettare la possibilità che le sostanze chimiche riscontrate possono entrare nel ciclo biologico di produzione sia vegetale che animale e, conseguentemente, passare nella catena alimentare con grave rischio per la salute dei consumatori". Le stesse conclusioni a cui giunge l'equipe di ricercatori ai quali nel 2009 il Comune di Brindisi aveva commissionato un'analisi di rischio, effettuata dall'Università del Salento e Arpa Puglia. Le analisi su prelievi e campionamenti rilevano la presenza di metalli pesanti nell'area, stigmatizzando come pericolosa per la salute dei coltivatori l'esposizione superiore ai sei mesi all'anno. Lo studio conclude individuando come "fonte potenziale più probabile" delle emissioni "la centrale Enel Federico II, con particolare riferimento alla gestione del carbonile". Nello stesso anno, un dossier divulgato da Medicina democratica avverte: "L'emissione di anidride carbonica è quindici volte superiore alla soglia nella centrale di Cerano. L'arsenico, il cadmio, il cromo, gli idrocarburi policiclici aromatici e il benzene, tutti cancerogeni in grado di provocare diversi tipi di tumori, superano abbondantemente la soglia". A tutt'altre deduzioni giunge invece uno studio commissionato da Enel all'istituto di ricerca Erm (Environmental resources management spa), sempre nel 2009, secondo cui "le concentrazioni rilevate sono di origine naturale". "Lo studio ha dimostrato - scrivono i ricercatori Erm - che la concentrazione dei metalli nei terreni non è riconducibile ad alcuna sorgente puntuale e/o specifica attiva, nel presente e/o nel passato, sull'area di interesse. Tale concentrazione è invece riconducibile a quanto viene universalmente riconosciuto, anche da Apat, come valore di fondo o fondo naturale". Nessuna relazione, dunque, fra la mole della centrale elettrica, il deposito-carbonile scoperto e la dispersione di polveri di carbone su carciofeti e vigneti andati distrutti. Le conclusioni di Erm vengono supportate e avvalorate da tre docenti di altrettanti atenei italiani, Giacomo Lorenzini dell'Università di Pisa, Pierluigi Giacomello dell'Università di Roma e Luigi De Bellis, a capo del dipartimento di scienze e tecnologie biologiche e ambientali dell'Università del Salento. Strano caso: l'università del Salento giunge dunque sul tema a esiti del tutto in antitesi. Anzi, è dalla stessa cattedra di Fisiologia vegetale dell'ateneo leccese che arrivano conclusioni opposte. Nello studio Erm-Enel il professore titolare del corso, Luigi De Bellis, dice che no, il livello di contaminazione da arsenico è del tutto nella norma. Nell'analisi di rischio condotta insieme ad Arpa, la stessa cattedra (sulla carta, altro ricercatore) dice che la quantità di arsenico è al limite del livello di guardia e che prudente per la salute dei lavoratori agricoli sarebbe non esporsi più di sei mesi all'anno. Una delle incognite alle quali dovrà rispondere il processo che verrà. Quel che è certo è che, nel frattempo, al danno si è aggiunta la beffa. Nel giugno del 2009 Enel ricorre al Tar, per scongiurare la pioggia di richieste risarcitorie provenienti dagli agricoltori, sostenendo la illegittimità della ordinanza, fondata su termini "possibilistici ed eventuali" di nessuna evidenza scientifica. La magistratura amministrativa dà ragione al colosso energetico per una ragione su tutte: l'analisi di rischio commissionata ad Arpa e Università del Salento è stata condotta in ritardo, due anni dopo l'emanazione della ordinanza sindacale, il percorso avrebbe dovuto essere esattamente contrario. Potenzialmente insomma, nei terreni di Cerano oggi si potrebbe coltivare, ma se lo fai la Asl ti trascina in tribunale, come è successo a uno degli agricoltori. Uno di quelli che si sono rifiutati di accettare soldi dal colosso energetico in cambio della rinuncia all'azione penale. Il punto resta un altro. I prodotti della terra maledetta non li vuole più nessuno, e i contadini stessi su quei campi hanno paura di lavorare, per timore di morire avvelenati dal cancro. Psicosi. Forse. L'ateneo del Salento, chiamato in causa da entrambe le parti, giunge attraverso due studi a conclusioni diverse. Il responsabile della relazione commissionata dall'Enel, Luigi De Bellis: "Valutazioni effettuate in tempi e con scopi differenti". Uno l'ateneo, due le conclusioni, sebbene il quesito a monte fosse lo stesso, ossia se i terreni di Cerano siano inquinati oppure no. La cattedra di Fisiologia vegetale dell'Università del Salento giunge sul medesimo tema a conclusioni in antitesi: nello studio commissionato ad Erm (l' Environmental Resources Management) da Enel il professore titolare del corso, Luigi De Bellis, dice che no, il livello di contaminazione da arsenico è del tutto nella norma. Nell'analisi di rischio condotta insieme ad Arpa, la stessa cattedra dice che la quantità di arsenico è al limite del livello di guardia e che prudente per la salute dei lavoratori agricoli sarebbe non esporsi più di sei mesi all'anno. "La contraddizione è solo apparente", spiega De Bellis, "allo studio dell'Università del Salento essendo in quel periodo consulente Enel, non ho partecipato, come facilmente verificabile da frontespizio del documento". Le conclusioni discordanti insomma, sarebbero secondo il docente "relative a due studi che non solo sono stati realizzati in tempi diversi e con presupposti e scopi differenti ma che, in particolare quello dell'Università del Salento, per ragioni varie, non hanno incluso o considerato il quadro di insieme costituito dai molti dati raccolti negli anni precedenti da altre fonti, ovvero studi realizzati da gruppi indipendenti e indipendentemente dall'esistenza e dalla attività della Centrale di Cerano". De Bellis rivendica la attendibilità delle conclusioni dello studio Erm che "erano e sono in perfetto accordo con le analisi effettuate da Sviluppo Italia nel 2005-2006, le quali hanno rivelato che metalli pesanti (in particolare arsenico) sono presenti a concentrazioni superiori ai valori soglia per i Siti ad uso verde pubblico, privato e residenziale (mentre non sono ancora stati definiti i valori soglia per i terreni agricoli) nei terreni limitrofi al nastro trasportatore di Cerano. Da notare che l'uso dei valori soglia relativi a siti ad uso verde pubblico è inappropriato per i terreni agricoli. Questo problema è ben noto nel mondo scientifico tanto che presso il Ministero delle Risorse Agricole è al lavoro, da anni, una commissione che ha il compito di definire una tabella specifica per i terreni agricoli". La cartina al tornasole dell'attendibilità delle conclusioni di Erm, secondo De Bellis sta anche nel fatto che le stesse analisi "rilevano generalmente concentrazioni di metalli pesanti più elevate in profondità (come indicato nella relazione di Sviluppo Italia un "incremento della diffusione della contaminazione da arsenico con l'aumentare della Profondità") cosa ben difficile da spiegare ipotizzando che la fonte di inquinamento sia polvere di carbone proveniente dal carbonile; se la fonte fosse il carbonile avremmo necessariamente maggiori concentrazioni in superficie". Le varie tipologie di carbone utilizzato da Enel secondo Erm ma anche secondo Luigi De Bellis mostrano un contenuto percentuale in metalli pesanti inferiore ai valori riscontrati nel terreno, "gli altri contaminanti organici presenti (pesticidi ed idrocarburi) nei terreni dell'area Cerano non hanno alcuna relazione con il carbone e, con la loro presenza, indicano che esiste (o è esistita) una diversa fonte inquinante". Per concludere il professore rivendica il diritto alle divergenze nel mondo accademico e scientifico, e arriva a scomodare Galileo: "Almeno nell'Università non esistono posizioni "uniche" ed ancora rimane la possibilità di dissentire. Infatti, nel mondo scientifico le varie tesi vengono messe in discussione in funzione di argomenti logici e scientifici con arbitri indipendenti che stabiliscono quale sia la migliore. Ma l'ipotesi che raccoglie la maggioranza dei pareri positivi non sempre è quella giusta (Galileo insegna), perché a volte gli arbitri non sono indipendenti o perché per ragioni varie omettono di considerare alcuni degli aspetti della questione". Sei milioni di euro dividono i contadini. E arriva Zamparini con i pannelli solari. Per scongiurare eventuali azioni penali degli agricoltori l'Enel ha offerto una somma per la riconversione produttiva dell'area. Ma le associazioni sono divise sulla firma dell'accordo. Intanto si è fatto avanti il patron del Palermo che punta a utilizzare i campi 'contestati' per installare un grande impianto fotovoltaico. "Nessuna responsabilità sulla presunta contaminazione dei terreni a Cerano", sul punto l'Enel non ammette repliche. E' dunque per "puro spirito di liberalità" che la società offre agli agricoltori (ma soprattutto a sindacati, associazioni di rappresentanza degli stessi oltre che al Comune di Brindisi), una somma pari a 6.100.000 euro per la riconversione produttiva dell'area. Riconversione produttiva che non sta per "risarcimento", attenzione. La parola va considerata tra quelle proibite. La cifra vale come un cadeux milionario che servirà in buona parte per la piantumazione di una barriera arborea, una muraglia verde che intrappoli il pulviscolo nero di carbone, dietro la quale eclissare centrale termoelettrica, carbonile e nastro trasportatore. Almeno alla vista. C'è un dettaglio, però, che ha fatto la differenza fra chi si è immediatamente dichiarato disponibile a sottoscrivere l'accordo e chi no. Il patto di sangue con Enel prevede infatti che con quei soldi i contadini continuino a rimanere proprietari delle loro terre, dalle quali dovranno sradicare filari di malvasia e carciofi che un tempo crescevano rigogliosi per piantare (a casa loro e con le loro braccia) eucalipti, falso pepe e oleandri. L'offerta, si capisce, ha avuto come conseguenza diretta quella di spaccare il fronte dei piccoli imprenditori agricoli, molti dei quali hanno sottoscritto l'accordo con il colosso energetico che in cambio ha chiesto la rinuncia all'azione penale. Nero su bianco, naturalmente. L'accordo-quadro è stato sottoscritto il 21 giugno 2011 dopo una trattativa durata anni. Le firme in calce sono quelle dell'ex sindaco Pdl Domenico Mennitti, che nel 2007 firmò il divieto di coltivazione, di Confcooperative, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Ugc-Cisl. Fra i firmatari figura anche l'associazione Agricoltura ambiente e natura, giunta alla sottoscrizione tramite un percorso tortuoso, a dir poco. A un certo punto della storia infatti, l'associazione sbatte la porta e si ritira dal tavolo insieme al Codiamsa, un altro degli organismi di rappresentanza dei contadini esiliati. Per entrambe le sigle l'accordo è un patto capestro a tutto danno di quelli che si pretende di beneficiare: con i soldi intascati i contadini devono acquistare gli alberi, le macchine agricole per piantumarli e provvedere alla manutenzione. Come dovranno fare dopo di loro i loro figli, e poi i nipoti, e i pronipoti: tanto per 15mila euro ad ettaro, una tantum. In sostanza, di questi sei milioni, alle sessanta famiglie arriverà solo una parte. Detratte le spese per gli alberi e le quote spettanti alle associazioni, ai sindacati e al Comune di Brindisi, a loro non resterà molto. Dopo avere ratificato la propria uscita di scena insieme a Codiamsa, l'associazione Agricoltura ambiente e natura rientra in extremis nella trattativa, suggellando l'accordo finale. Cosa è successo, nel frattempo? Che sui terreni di Cerano ci ha messo gli occhi Maurizio Zamparini. Il patron del Palermo calcio vuole costruire nell'area una distesa da 200 megawatt di pannelli fotovoltaici, l'impresa che si propone a nome del Zamparini nazionale è la Tre emme energia. A sorpresa però, l'iniziativa incassa la sonora bocciatura della Provincia di Brindisi che non concede le autorizzazioni. Il progetto, dice l'ente, fa acqua da tutte le parti e la documentazione per la richiesta di Via è piena di falle. Naturalmente, Zamparini & co non demordono. "Il progetto sarà rilanciato", lo giura l'avvocato Giovanni Brigante che per conto della Tre emme energia si è occupato dell'attività immobiliare, l'acquisto dei terreni o del diritto di superficie. Chi è Brigante? Personaggio uno e trino, consulente di Zamparini ma anche segretario dell'associazione Agricoltura ambiente e natura, rientrata in corsa nella ratifica dell'accordo di programma con Enel. Un repentino cambio di programma, che Brigante spiega in questi termini: "La premessa è che la cifra offerta da Enel non è un risarcimento, ma un contributo per la riconversione, che fa salva la possibilità di richiedere la liquidazione del danno ambientale in via amministrativa, così come previsto dal testo unico in materia. Enel ha, fra l'altro, già versato al ministero una somma a titolo di risarcimento del danno ambientale, noi chiederemo al dicastero stesso l'indennizzo per equivalente in favore degli agricoltori. Con le somme già incassate ci siamo costituiti inoltre in consorzio, e stiamo mettendo a punto dei progetti di riconversione, che vadano naturalmente oltre la piantumazione della barriera arborea consentendo un reddito sostitutivo". In cosa consistano questi progetti, Brigante non lo dice, tutto top secret per il momento. In realtà molti elementi fanno pensare che il progetto fotovoltaico di Zamparini possa effettivamente andare in porto. Basta che la Tre emme energia lo ripresenti adeguandolo alle prescrizioni della Provincia e adeguandolo alle nuove indicazioni della legge che vieta l'impianto di pannelli a terra. Ma aggiunge: "Molti degli agricoltori della nostra associazione sono alle prese con decreti ingiuntivi per i quali rischiano persino di rimanere senza casa, abbiamo fatto di necessità virtù percorrendo la via che ci sembrava più breve per consentire loro di garantirsi un'altra prospettiva, un'altra fonte di reddito". Una tesi che non convince il Codiamsa, assistito dall'avvocato Vincenzo Farina. L'agronomo Antonio Nigro, referente dell'associazione spiega perché: "Vorrei precisare intanto che non si tratta di una questione esclusivamente economica. L'Enel offre soldi per la riconversione produttiva, ma non a titolo di indennizzo o acquisto dei terreni. In sostanza gli imprenditori agricoli dovrebbero accettare di lavorare sui propri campi, quelli che fino a qualche anno fa producevano frutti che davano da mangiare a loro e alle loro famiglie, per l'impianto di una barriera arborea. La cifra insomma non tiene minimamente in conto dei redditi che le famiglie percepivano grazie alla coltivazione dei prodotti dell'agricoltura destinati al commercio. Il vantaggio è tutto del colosso elettrico, al quale occuparsi della barriera in proprio costerebbe enormemente di più di quello che propone ai contadini, piegati dal comprensibile terrore di lavorare in un'area che mette a rischio la loro salute. Val la pena di precisare inoltre che la somma proposta verrebbe versata a rate diluite in dieci anni esatti, alla scadenza dei quali la barriera non si potrebbe più espiantare per legge. Dopo quella data insomma, tutto ricadrebbe sulle spalle dei contadini e dei loro figli, sempre a favore dell'Enel. Un'ipoteca, di generazione in generazione".  

Sul tema dell’amianto e su altri veleni Emiliano Fittipaldi ed altri autori hanno scritto varie inchieste pubblicate da “L’Espresso”.

L'Italia dei veleni di Emiliano Fittipaldi. Amianto. Piombo. Diossine. Idrocarburi. Il rischio sostanze tossiche colpisce un quarto della popolazione. Spese negli anni cifre da capogiro. Ma spesso le bonifiche non sono neanche partite. Dici Orbetello e pensi alle spiagge bianche, alla Maremma incontaminata e agli allevamenti di spigole. A nessuno verrebbe in mente che il cuore dell'Argentario è inserito dal 2002 nella lista dei siti più inquinati d'Italia. La laguna è così compromessa che Altero Matteoli, sindaco del paesino durante i week-end e ministro delle Infrastrutture il resto della settimana, è riuscito ad inserirla per intero nell'area da bonificare per legge, che inizialmente prevedeva la pulizia solo della fabbrica di fertilizzanti della Sitoco.  "La Sitoco? E chi la dimentica... Noi da ragazzi si andava a giocare nel bosco dietro le ciminiere", ricorda un ristoratore, "quando s'alzava il maestrale era uno spettacolo, la mia R4 bianca si ricopriva di una polverina arancione che non veniva più via. Con la fabbrica mangiavano duecento famiglie, ma devo ammettere che quella polverina dava noia alla gola. Pizzicava pure gli occhi". La polverina era in realtà anidride solforosa, che il vento ha portato a spasso da inizio Novecento fino al 1991, quando lo stabilimento ha chiuso definitivamente. Se eventuali danni alla salute non sono mai stati registrati, di sicuro terreni e acque portano ancora le ferite inferte dalle ciminiere: metalli, Pcb, diossine e idrocarburi pesanti sono sparsi per i 54 ettari del sito industriale. La fabbrica cade a pezzi, ma lo scheletro fatiscente accoglie ancora i villeggianti che scendono alla stazione. Il guardiano non fa entrare nessuno, "non per cattiveria ma per sicurezza: nei capannoni sono conservati le ceneri di pirite, amianto e altre schifezze. Io pure giro con la mascherina. Ma presto qui sarà tutto rinnovato, vogliono costruire un grande centro congressi". Sarà. A oggi sono stati messi sul tavolo oltre 8 milioni di euro, qualcosa è stata messa in sicurezza, ma dopo 18 anni di attesa la riqualificazione resta un miraggio. Così come la bonifica della parte di levante della laguna e del bacino di Ansedonia, dove nelle reti dei pescatori finiscono da mesi impigliate spigole piene di mercurio. In questa zona il problema non sono i residui chimici, ma le ex miniere della Ferromin del Monte Argentario. "Il metallo è rilasciato dai sedimenti del fondale, poi viene inghiottito dai pesci" spiega il Commissario al risanamento ambientale della laguna Rolando di Vincenzo, già assessore all'urbanistica per An. Nonostante i dati Arpat siano negativi, non c'è un esplicito divieto di pesca: il consorzio 'Orbetello pesca lagunare', che vanta l'esclusiva del Comune, semplicemente 'evita' di gettare le reti nelle zone compromesse. Ripulire la zona non sarà uno scherzetto: l'idea è quella di strappare i primi 70 centimetri del fondale, e spostare altrove terra e mercurio. Ma servono soldi a palate, e un sito ad hoc dove stoccare migliaia di tonnellate di rifiuti speciali.

La valle dei tumori. I veleni 'per sempre' di Orbetello sono in buona compagnia. Anche Trento aspetta la bonifica di una vasta area alla periferia nord. A fine anni '70 l'incendio a un deposito di sodio obbligò il sindaco a chiudere la Sloi, che produceva dai tempi del fascismo piombo tetraetile. A pochi chilometri dal centro cittadino nell'anno di grazia 2009 circa 150 mila metri cubi di terreno conservano gelosamente un cocktail di mercurio, piombo, fenoli, policiclici aromatici e solventi. Del recupero si discute da tre decenni. Costo stimato 50 milioni, qualcuno favoleggiava di un parco con le altalene, ma in città nessuno ci crede più. La storia dell'impianto e della bonifica mancata sarà protagonista persino di un film-documentario finito di girare un mesetto fa, 'La fabbrica degli invisibili'. Come invisibile è stato per settimane un dossier di settembre dell'Asl due di Roma e dell'Istituto superiore della sanità, che racconta la devastazione della Valle del Sacco. Dopo tre mesi di silenzi da parte di sindaci e istituzioni, centinaia di persone che vivono a Colleferro, Segni e Gavignano, paesoni vicino la capitale, hanno scoperto dai giornali locali di essere contaminati "in maniera irreversibile" dal beta-esaclorocicloesano, una sostanza cancerogena rilasciata da una fabbrica di pesticidi chiusa anni fa. Già nel 2005 la zona fu messa sotto osservazione dopo che decine di mucche morirono per aver bevuto l'acqua di un torrente. I veleni del distretto industriale sono rimasti in circolo: secondo gli esperti i pazzeschi livelli di contaminazione sono legati "all'uso dell'acqua dei pozzi locali e al consumo di alimenti prodotti in loco".

Business gigantesco. Materiali pericolosi di ogni genere sono sparsi in tutte le regioni d'Italia, senza eccezione alcuna, e contaminano suolo, falde acquifere e polmoni anche dopo decenni dalla chiusura delle ciminiere. Nonostante le cifre da capogiro spese (stimabili intorno ai 5-10 miliardi di euro) o solo annunciate, l'Italia resta uno dei paesi più inquinati del mondo occidentale. Gli inquinanti, quando va bene, vengono nascosti sotto il tappeto nemmeno fossero polvere, o separati dalle zone circostanti con muri speciali, come si progettava per Portoscuso, in Sardegna. A parte le 15 aree ad 'alto rischio di crisi ambientale' censite nel lontano 1986, il Cnr elenca a tutt'oggi 54 siti di interesse nazionale, i cosiddetti Sin, e ben 6 mila siti regionali da tenere sotto controllo. I ricercatori mettono le bandierine su altri 58 luoghi con elevata contaminazione da amianto e 1.120 stabilimenti industriali e chimici a rischio di incidente rilevante. In tutto, i siti inquinati sarebbero 10 mila, compresi i depositi di materiale radioattivo eredità della stagione nucleare. "Per avere una dimensione del problema", spiegano gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche, "segnaliamo che gli abitanti nei 311 comuni inclusi nei Sin sono tra i 6,4 e gli 8,6 milioni, escludendo o includendo i comuni di Milano e Torino". Se si considerano le altri fonti di inquinamento, il numero supera i 15 milioni, un quarto dell'intera popolazione. Gli allarmi degli scienziati e le leggi ad hoc non si contano, ma a parte le perimetrazioni e le analisi delle sostanze, gran parte delle bonifiche non sono neanche iniziate. "Non solo abbiamo cominciato a pulire dieci anni dopo la Germania e la Francia, ma il sistematico scarico di responsabilità tra aziende private e amministrazioni pubbliche blocca tutto, visti i tempi biblici della giustizia italiana", ragiona il vicepresidente del Wwf Stefano Leoni: "Il business è gigantesco. Non solo per le opere di messa in sicurezza, ma anche per l'affare della riconversione industriale". Impossibile, secondo l'esperto, calcolare un dato preciso delle spese sostenute finora: "Do solo due indicatori che definiscono la misura degli interventi: la bonifica del sito di Cengio, in Liguria, è costata 450 milioni di euro, e parliamo di un sito piccolo rispetto a quello di Gela o Porto Marghera. Il governo Berlusconi, poi, riprendendo un decreto voluto dall'ex ministro Bersani stanzierà la bellezza di tre miliardi di euro per il recupero dei Sin, che si aggiungono alla montagna di denaro spesa dagli anni '70 in poi". Nonostante gli sforzi economici, tranne poche eccezioni i risultati non si vedono. Secondo uno studio della Corte dei conti la lotta ai veleni combattuta con il programma nazionale di bonifica ha prodotto "risultati del tutto modesti". La stroncatura è del 2003, ma a tutt'oggi non esistono altre analisi dei progressi compiuti. Eppure il tema resta devastante. Per l'impatto ambientale e per le ripercussioni sulla salute. Nel 2002 l'Oms ha dimostrato che ad Augusta-Priolo, a Crotone, in Puglia, nel napoletano, nella parte della Pianura Padana più inquinata, in Val Bormida e nella zona del Lambro in Lombardia, in un quinquennio si sono registrati (rispetto alle medie regionali) oltre 4 mila morti in eccesso, di cui 660 per tumori. Una ricerca della Regione Sicilia ha stimato recentemente eccessi di mortalità e di tumori al polmone e colon retto anche a Biancavilla e Milazzo, mentre in Sardegna rapporti allarmanti sono stati stilati sulla zona di Portoscuso e Porto Torres. Per non parlare del cosiddetto 'triangolo della morte' del napoletano, dove secondo la Protezione civile in alcuni comuni si registrano aumenti significativi del rischio di malformazioni del sistema nervoso centrale e dell'apparato urinario e un incremento del 2 per cento della mortalità.

Scandalo Toscana. Se in qualche caso le analisi sono datate, in pochi credono che di recente la situazione sia migliorata. Anche perché il ripristino delle aree resta inchiodato, in pratica, all'anno zero. Il caso Toscana è emblematico: a parte Orbetello, nella black-list dei Sin la regione è ben rappresentata anche da Livorno, Massa Carrara, la discarica delle Strillaie e Piombino. Per mettere in sicurezza le aree servirebbero 500 milioni, in vent'anni ne sono stati spesi una trentina. Un fiume di soldi finito quasi tutto in analisi preliminari e nella perimetrazione. "A Piombino c'è inquinamento atmosferico da polveri, benzene, accumulo di residui di lavorazioni in attuali situazioni di rischio, la falda artificiale è contaminata, ci sono discariche di rifiuti pericolosi", recitava un decreto del 2001 voluto dall'allora ministro dell'Ambiente Matteoli. Finora è stata ripulita solo la banchina 'dei Marinai'. Anche a Massa Carrara, nella zona del vecchio polo chimico dove insistevano l'Enichem, l'Italiana Coke, la Dalmine, l'inceneritore Cermec e la Farmoplant, l'elenco degli inquinanti a terra è impressionante. Metalli, pesticidi, solventi e fenoli, idrocarburi, polveri derivanti dalla lavorazione del marmo. Il materiale da riporto ha creato una crosta di due metri. "E' uno degli scandali italiani", dice Erasmo D'Angelis, presidente della commissione ambiente del Consiglio regionale: "Si resta alle parole e alle promesse. Gli impegni presi dai governi sembrano firmati con l'inchiostro simpatico. Si bruciano miliardi per difendere l'italianità dell'Alitalia ma non c'è un euro per garantire i territori della Toscana, brand di successo per l'industria culturale e turistica nazionale".

Aspettando la bonifica. I tempi lunghi per le operazioni di bonifica riguardano anche esempi virtuosi. In Piemonte Casal Monferrato e una cinquantina di piccoli comuni limitrofi sono stati riconosciuti 'area critica' per l'amianto ben 12 anni fa. Le amministrazioni sono riuscite a sostituire oltre un milione di metri quadri di coperture pericolose, ma prima di altri quattro anni è difficile che i lavori vengano terminati. Persino a Fidenza, in Emilia Romagna, i cantieri per ripulire le aree dell'ex Cip (un'azienda fallita nel 1971, produceva piombo) e dell'ex Carbochimica sono ancora aperti: spesi finora una ventina di milioni, ad aprile ne sono arrivati altri 12. I più speranzosi puntano a chiudere nel 2011. Al Sud, dove dovrebbe finire l'83 per cento del denaro stanziato, la situazione è di stallo totale. In Campania i siti nazionali interessano una cinquantina di comuni, ma secondo il censimento dell'Arpac le aree compromesse sono in totale 3.972, tre volte il dato, già alto, della Lombardia. Nel napoletano e nel casertano il rischio viene in primis dalle discariche abusive. Il commissariato alle bonifiche, che fino allo scorso 31 gennaio era guidato dal governatore Antonio Bassolino, ha bruciato circa 400 milioni di euro. In sette anni tra i cantieri portati a termine ci sono quelli di Pirucchi, Paenzano e Schiavi, a Giugliano. Per il resto, ci si è limitati alle analisi e alla perimetrazione. Secondo la Procura di Napoli la società Jacorossi, vincitrice dell'appalto per eliminare i rifiuti tossici, avrebbe addirittura smaltito parte delle sostanze in varie cave spacciandoli per scarti edilizi: dei 60 milioni versati all'azienda, 46 sarebbero frutto, secondo i carabinieri del Noe, di una "gestione illecita". Sperperi monstre anche per risanare il Sarno, il fiume più inquinato d'Europa: tra il 1973 e il 2003 il commissariato preposto ha speso circa un miliardo, senza risultati di rilievo. Negli ultimi cinque anni sotto la guida del generale Roberto Jucci la situazione è migliorata, sono stati costruiti depuratori e fogne, ma secondo i dati Arpac le acque restano sporche. Anche a Bagnoli i lavori per risanare l'area Italsider (chiusa 18 anni fa) vanno a rilento. E i turisti al posto del lungomare con porticciolo ammirano ancora la colata a mare dell'ex acciaieria Ilva, in attesa che venga smontata e spedita a Piombino.

Chi inquina non paga. In Puglia è stato fatto ancora meno. Nella zona della vecchia Enichem, a Manfredonia, sono state messe in sicurezza alcune aree, ma secondo Legambiente attorno alla fabbrica restano accumulati 250 mila metri cubi di acidi, ammoniaca, arsenico, fanghi e altro. A Brindisi e Taranto di come fare piazza pulita si dibatte dalla notte dei tempi. L'ultimo accordo di programma è di un anno fa: 170 milioni, da aggiungere ai 150 già messi sul piatto per la bonifica. A oggi non è arrivato nemmeno un euro, tanto che il governatore Nichi Vendola ha protestato col governo. Il problema non è solo ambientale: il blocco dei finanziamenti impedisce anche l'apertura di nuove aziende (solo a Brindisi potrebbero svanire investimenti per 165 milioni) nelle aree "ad alto rischio". Anche a Gela, Priolo e Augusta, in Sicilia, i poli industriali che minacciano da decenni la salute di centinaia di migliaia di persone definiscono, immutabile, il panorama della costa. Finora, nonostante gli studi sull'aumento di tumori e malformazioni, nessuno ha mosso una foglia. A Gela sono stati spesi 15 milioni di soldi pubblici, messi a disposizione nei primi anni '90. Con il gruzzolo è stata portata a norma qualche discarica ed è stata restaurata la caserma dei pompieri. "Peccato che per bonificare la mia città serva un miliardo", spiega il sindaco Rosario Crocetta: "Il petrolchimico ha invece investito 150 milioni di tasca propria per riciclare l'acqua di falda, grazie a un accordo con noi. E' inutile aspettare lo Stato, bisogna applicare il principio che chi inquina, paga". Il caso della vicina Priolo fa da monito: in vent'anni, nonostante gli accordi quadro del 1990 che stanziavano ben 100 miliardi di lire, sono stati effettuati interventi tampone per 5 milioni di euro, circa il 10 per cento del totale. Restano i veleni degli impianti dismessi, mentre le fabbriche funzionanti continuano ad inquinare. "Quelle zone sono state usate anche come pattumiera illegale di rifiuti tossici" chiosa l'assessore regionale all'Industria Pippo Gianni: "C'è il sospetto che la criminalità abbia interrato centinaia di fusti di materiale radioattivo scarto della sanità lombarda. Tra Lentini, Carlentini e Francofonte è lievitato il tasso di leucemie infantili". Se finora non è stato rimosso un solo bidone, Gianni punta sull'ennesimo accordo di programma firmato a novembre. I finanziamenti come sempre sono faraonici: 776 milioni di euro, di cui 200 a carico dei privati. Molti gli scettici, ma qualche inguaribile ottimista giura che questa è la volta buona. Come recita il proverbio, chi vivrà, vedrà.

Sos bambini di Emiliano Fittipaldi. Crescono del 2 per cento l'anno le neoplasie infantili in Italia. Con picchi spaventosi in prossimità di aree industriali o inquinate. Colpa di smog e pesticidi. E della contaminazione della catena alimentare. Nelle Marche tra il 1988 e il 1992 il Registro tumori ha segnalato 93 bambini malati. Dieci anni dopo, sono diventati 171. Un raddoppio secco. A Parma i casi sono passati da 27 a 53. A Sassari, nello stesso arco di tempo, gli under 14 ammalati di tumore sono triplicati. Il bollettino è agghiacciante, la fonte autorevole: i numeri che nessuno vorrebbe leggere li sciorina il rapporto Airtum 2008, il primo del suo genere, cofirmato dal Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, dall'Associazione di ematologia e oncologia pediatrica e dall'Istituto superiore di sanità. Lo studio evidenzia che nel nostro Paese, tra il 1988 e il 2002, c'è stato un aumento medio dei tumori infantili del 2 per cento l'anno. I tumori sono bastardi, nessuno sa esattamente quale sia la causa. Per ogni cancro ci sono diversi fattori di rischio possibili, e tutti lavorano insieme ad avvelenare l'organismo. Così davanti al trend gli epidemiologi intervistati invitano a non trarre conclusioni affrettate, ma quasi nessuno nega che tra i maggiori sospettati ci siano l'inquinamento, i pesticidi e la contaminazione della catena alimentare. Basta pensare alla diossina che, attraverso le carni, il latte e l'acqua, arriva direttamente sulle tavole: se da giorni l'Europa dà la caccia ai maiali e bovini irlandesi avvelenati, nei mesi scorsi la sostanza cancerogena ha già compromesso interi greggi di pecore che pascolavano a ridosso dell'Ilva di Taranto e migliaia di bufale vicino Caserta. Il dottor Gianfranco Scoppa il rapporto sui tumori infantili non l'ha letto. Ma la sua percezione sull'andamento delle malattie è addirittura peggiore dei dati pubblicati dall'Airtum. Il radioterapista, ex oncologo del Pascale, oggi dirige l'Aktis di Marano, uno dei più grandi centri di radioterapia della Campania. "Crescono sarcomi, linfomi, leucemie. Vedo entrare troppi bambini, stiamo diventando una struttura pediatrica", spiega. A 800 chilometri di distanza, a Mantova, pochi giorni fa uno studio di una società privata ha messo in allarme la città e la vicina Cremona: nelle due province la frequenza di leucemie infantili sarebbe rispettivamente 20 e dieci volte superiore a quella registrata mediamente in Lombardia. "I numeri sono abnormi, credo abbiano confuso i singoli casi con il numero, più alto, dei ricoveri", spiega Paolo Ricci, epidemiologo dell'Asl mantovana. "Ma in provincia un dato da approfondire c'è davvero". A Castiglione delle Stiviere, meno di 20 mila abitanti, negli ultimi anni sono stati accertati sette casi di leucemie infantili. "Un fatto anomalo, l'incidenza è rilevante. Ricordiamoci che si tratta della zona più industrializzata della provincia, un distretto dove la mortalità rincorre quella di Brescia". Anche a Lentini, in Sicilia, i bambini si ammalano con frequenza eccessiva: i tassi del periodo 1999-2003 del registro territoriale di patologia segnano una media dieci volte superiore rispetto a quella della provincia di Siracusa. Picchi anomali che hanno convinto la Procura ad aprire un'indagine per tentare di capirne le origini. Di sicuro in Italia il trend è anomalo rispetto al resto dei paesi industrializzati: doppio rispetto a quello europeo, addirittura cinque volte più alto rispetto ai tassi americani. Molti si affrettano a spiegare la tendenza con la diagnosi precoce e le nuove tecniche che permettono di cercare le malattie con strumenti più raffinati rispetto al passato. Ma la risposta, per gli esperti più attenti, è insoddisfacente: equivarrebbe a sostenere che tedeschi, francesi e svizzeri (dove l'incidenza è più bassa) sarebbero meno bravi di noi a individuare il male. Non solo: l'incremento è troppo rilevante. Entrando nello specifico, se nel Vecchio Continente i linfomi infantili aumentano con una media dello 0,9 per cento annuo, in Italia la percentuale sale al 4,6 per cento. Anche le leucemie viaggiano a tasso quasi triplo, mentre i tumori del sistema nervoso centrale crescono del 2 per cento, contro la riduzione dello 0,1 registrata in Usa. "I dati dei nostri registri trovano un utile complemento in quelli raccolti da registri ospedalieri e di mortalità", commenta secco Corrado Magnani del Centro di prevenzione oncologica del Piemonte: "I risultati concordano con le indicazioni di tassi di incidenza relativamente elevati nel panorama internazionale e indicano un incremento statisticamente significativo dell'incidenza". In Italia ogni anno si ammalano circa 1.500 bambini e 800 adolescenti dai 15 ai 19 anni. Soprattutto di leucemia (un terzo del totale), linfomi, neuroblastomi, sarcomi dei tessuti molli, tumori ossei e renali. I numeri assoluti sono bassi, e fortunatamente i tassi di mortalità diminuiscono grazie all'efficacia delle cure. L'incidenza, però, sembra destinata a crescere. "Per i bambini le previsioni non sono rosee", dice l'Airtum: "Le stime, calcolate utilizzando le informazioni raccolte nelle aree coperte dai registri e i dati di popolazione Istat, indicano che ci sarà un aumento dei casi". Se la tendenza resterà costante, nel periodo 2011-2015 si ammalerà il 18 per cento di under 14 in più rispetto al quinquennio 2001-2005. Il fenomeno riguarda sia il Nord che il Sud. Gli epidemiologi hanno preso in considerazione solo i registri che rilevavano i tre periodi presi in esame: quello che va dal 1988 al 1992, il periodo 1993-1997 e quello 1998-2002. A Sassari i bimbi ammalati passano da 12 a 40, a Napoli da 33 a 114. A Latina si passa da 38 a 52, a Modena, Parma, Ferrara e Reggio Emilia stesso rialzo, il registro della Romagna ha raddoppiato i suoi iscritti. Identico trend per l'Alto Adige, mentre l'aumento è meno preoccupante per il Friuli. In Liguria e in Piemonte, che può vantare il registro più antico, l'incidenza è invece stabile, come a Salerno e Ragusa.

Ma cosa sta succedendo? I medici dell'ambiente dell'Isde non hanno dubbi, e considerano l'aumento delle neoplasie dei bambini un indicatore assai preoccupante. Puntano il dito sull'inquinamento selvaggio, sui danni provocati dai rifiuti tossici e dall'uso dissennato di sostanze nocive in agricoltura e nella produzione dei beni di massa. Gli epidemiologi puri - in mancanza di evidenze dimostrate da studi scientifici definitivi -sono tradizionalmente più cauti su cause e fattori di rischio. Stavolta, però, anche loro non escludono che l'inquinamento ambientale e lo stile di vita di bambini e genitori possano avere responsabilità rilevanti sul fenomeno. Benedetto Terracini è uno dei luminari dell'epidemiologia dei tumori, e da qualche settimana ha iniziato un carteggio con alcuni colleghi per cercare di dare un'interpretazione al rapporto, insieme a indicazioni operative per possibili misure di salute pubblica. "Non si può affermare con certezza che l'aumento sia dovuto all'inquinamento", chiosa, "ma è plausibile che influiscano fattori esterni a quelli genetici: sono decenni che sappiamo che le frequenze tumorali sono correlate all'ambiente. I cinesi che emigrarono in Usa si ammalano oggi esattamente quanto e come gli americani, proprio come accade ai pugliesi a Milano e agli italiani partiti per l'Australia. Il lavoro dell'Airtum è il massimo che si può fare in termini statistici, ma ora bisogna agire". Terracini dubita che in tempi brevi gli scienziati potranno dimostrare definitivamente il coinvolgimento di fattori legati all'inquinamento. "Ma anche se non si può dire che benzene e smog fanno venire il cancro agli under 14, si possono applicare rapidamente politiche precauzionali: non servono certo altri studi per sostenere che vivere vicino a una strada a grande traffico non fa bene alla salute. Bisogna difendere i bambini a priori, senza fare allarmismo usando un tema delicatissimo come le neoplasie infantili". Se i 'ragionevoli dubbi' sul rapporto tra inquinanti e tumori non sono ancora diventati legge scientifica, serpeggiano con sempre maggior insistenza nelle conclusioni di autorevoli ricerche internazionali. Nel 2005 un report dell'ateneo di Birmingham ha evidenziato che i piccoli che abitano nel raggio di un chilometro da uno snodo di traffico 'importante' hanno un rischio 12 volte più alto di ammalarsi, mentre due anni fa ricercatori delle università di Milano e Padova mostrarono un legame tra inquinamento da diossina prodotto da inceneritori per rifiuti industriali e urbani e l'insorgenza di sarcomi nella provincia di Venezia. Anche a Mantova un rapporto dell'Asl (che a breve verrà pubblicato dall'Istituto superiore di sanità) ha ufficializzato un nesso tra sarcomi dei tessuti molli e le sostanze diossino-simili osservate intorno al polo industriale di Mantova, dove insistono il petrolchimico dell'Enichem, le Cartiere Burgo, tre centrali termoelettriche, tre discariche per rifiuti tossici e un inceneritore per rifiuti industriali e sanitari. Basata sul contributo di esperti di rilievo come Pieralberto Bertazzi, Pietro Comba, Paolo Crosignani e il compianto Lorenzo Tomatis, la ricerca spiega che il rischio più alto che ha la popolazione residente vicino all'area industriale di ammalarsi (bambini compresi) è legata probabilmente non solo alla diossina e ai Pcb, ma anche ad altri inquinanti: "Sempre comunque di origine industriale". Altre analisi hanno evidenziato i nessi tra leucemie e campi magnetici. La faccenda è molto discussa, ma a tutt'oggi, spiega Magnani, "il dato scientifico non è stato ancora confutato". Se il rapporto Airtum ha avuto scarsa pubblicità, gli scienziati non mancano di mettere insieme le indicazioni che arrivano da questi studi scientifici con le cifre delle neoplasie infantili in Italia. E non nascondono la loro preoccupazione. Tutti, dal decano Terracini a Franco Berrino dell'Istituto dei tumori di Milano, concordano sul fatto che occorre studiare le sostanze sospettate sia sul piano epidemiologico (ovvero andare a vedere come e quando si correlano agli aumenti di incidenza), sia su quello tossicologico e genetico, per capire in che modo possono indurre il male. All'indomani del rapporto Airtum, qualcuno si spinge anche più in là, e comincia a comporre il puzzle. Come Gemma Gatta, ricercatrice all'Istituto dei tumori di Milano: "L'aumento generale c'è di certo. E i fattori di rischio sono numerosi: radiazioni, farmaci antinfiammatori usati in passato in Europa, ormoni per l'interruzione della gravidanza. Poi, il consumo di tabacco e alcol da parte della madre in gravidanza, il traffico veicolare, le infezioni e la professione dei genitori". In particolare, l'esperta sottolinea il rischio di chi vive parte della giornata a stretto contatto con sostanze cancerogene come benzene e pesticidi. Ma non è tutto. "Negli ultimi anni le madri allattano meno al seno, fumano di più, i giovani si alimentano peggio: bisognerebbe, anche in assenza di studi definitivi, modificare stili di vita insalubri", chiosa la studiosa. Pure Luigia Miligi, dell'Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica della Toscana, è cauta su cause e concause, e preferisce andare al sodo. "Ho mandato delle mail ai colleghi mettendo l'accento sulla gestione del rischio. Ci sono cose che possono essere fatte subito, quasi a costo zero. Si potrebbe diminuire l'inquinamento indoor delle scuole evitando l'uso di detersivi con solventi aromatici, ed eliminando i materiali che rilasciano formaldeide". Anche il controllo dei residui antiparassitari in agricoltura, dice la Miligi, dovrebbe essere sistematico: il principio di precauzione e il diritto alla salute deve essere prioritario rispetto a qualsiasi altro interesse. "Ma gli allarmi devono essere gestiti bene. Tre anni fa a Firenze ci fu un picco di leucemie in una scuola materna: le istituzioni si mossero all'unisono, in silenzio, per garantire la sicurezza dei piccoli. Analizzammo ogni rischio, misurammo persino l'eventuale presenza di radon, un gas radioattivo. Non trovammo nulla: a volte certi fenomeni sono del tutto casuali".

L'Italia è piena di amianto. di Chiara Organtini su “L’Espresso”. Negli anni '60 - '70 giocavano con la "neve", una polvere bianca che usciva dai sacchi in stazione. Gli abitanti di Casale Monferrato, l'amianto, quella "polverina magica", l'hanno conosciuta bene e non solo per gioco, purtroppo. Lunedì, 13 febbraio, si attende la sentenza del processo contro l'Eternit AG, l'azienda - dal 1906 a Casale - che ha mandato a morire 1.800 tra lavoratori, familiari e casalesi. A giudizio i proprietari della multinazionale: lo svizzero Stephan Schmideiny e il belga Jean-Louis de Cartier de Marchienne per disastro doloso e omissione volontaria di cautele infortunistiche. In un processo che ha visto 65 udienze, 6.000 parti civili in 26 mesi di istruttoria, il procuratore di Torino Raffaele Guariniello ha chiesto venti anni di reclusione per entrambi gli imputati. Schmideiny, propose mesi fa al Comune di Casale un'offerta di transazione di 18 milioni di euro, purché si ritirasse dalle parti civili. Dopo giorni di lotta e polemiche da parte degli abitanti, il sindaco di Casale ha rinunciato. E ora si chiude il procedimento penale più grande d'Italia, ma non l'unico. Dove si indaga per amianto in Italia. C'è il processo di Praia a mare (Cosenza) contro Lomonaco ex sindaco e responsabile all'interno della fabbrica tessile Marlane (24 febbraio, prossima udienza), quello diPadova contro alcuni ex capi di Stato Maggiore della Marina Militare (la sentenza 22 marzo); il processo contro l'Isochimica di Avellino di Elio Graziano che sta per partire e che ha visto 108 lavoratori ammalarsi in 20 anni; l'istruttoria, appena partita, contro Filippo Russo che ha abbattuto l'Ex Velodromo a Roma per conto dell'Eur Spa. Quest'ultimo, è l'unico processo dove non ci sono vittime, per quanto dopo l'esplosione della struttura che ha inondato di polveri il quartiere Eur, si siano contati 4500 chili di detriti con amianto, tanto che il pubblico Ministero è passato dall'imputazione di "getto di cose pericolose" a "disastro colposo". In realtà, i casi aperti su cui si indaga in Italia sono molti di più: l'ex stabilimento Fibronit  Bronie di Bari (Lombardia e Puglia); l'ex stabilimento Michelin diCuneo; la Caserma di Prati di Caprara aBologna dove nonostante il tetto in eternit sgretolante sono stati accolti i profughi dal Nord Africa la scorsa primavera; l'ex opificio industriale di Mongrassano Scalo a Cosenza; e ancora l'Eternit, la Cementir e l'Italsider diBagnoli, dove si devono ancora smaltire 100mila tonnellate di amianto, accanto alle quali centinaia di ragazzi si raccolgono nelle discoteche contigue tutti i fine settimana. L'Italia, a venti anni dalla legge che lo ho bandito, è piena d'amianto: 32 milioni di tonnellate, 1 miliardo di manufatti per 4mila morti l'anno. Secondo i dati dello studio SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio Inquinamento) dell'Istituto Superiore di Sanità, sono almeno 31 i luoghi di interesse per una bonifica da amianto. Ma in tutti questi anni cosa ha fatto lo stato, la politica?

Amianto, male di Stato e di politica. La giustizia in Italia tenta sempre di fare il suo corso, anche quando è lo stesso Stato a mettergli i bastoni tra le ruote. Sergio Dini, Pubblico Ministero a Padova nel processo contro gli otto ex capi di Stato Maggiore della Marina Militare, nel bel mezzo dell'istruttoria ha dovuto vedersela con la legge 132/2010, introdotta dall'ultimo governo Berlusconi. Il processo aveva chiamato in causa per omicidio colposo alcuni ammiragli, responsabili di non aver segnalato la presenza di amianto ai marittimi delle navi. Le parti offese, un capitano di vascello e un meccanico (deceduti). In realtà i militari marittimi morti per cause d'amianto sono circa 700 a tutt'oggi. La legge 132, ridenominata "salva-ammiragli", solleverebbe dalla responsabilità penale gli ufficiali dei navigli militari, secondo il grimaldello di una legge del 1955 che ne permette solo l'imputazione ai fini civili. "E' chiaro che la legge 132 - spiega Dini - è il prodotto di una mentalità politica ad personam. E' incostituzionale." Ma i problemi non finiscono qui. C'è la questione delle certificazioni dell'INAIL per il prepensionamento dei lavoratori ex esposti all'amianto. L'ente previdenziale, infatti, grazie ad un altro decreto del marzo 2008 ha escluso i lavoratori delle aree portuali dalla possibilità di farne richiesta e nonostante un ricorso del TAR che ha dato loro ragione, ritarda ancora le procedure.

Chi paga allora per le vittime d'amianto? Esiste un Fondo per le vittime dell'amianto, istituito nel 2007 (legge 244) durante l'ultimo governo Prodi. Per renderlo operativo occorreva un decreto entro 90 giorni. E invece il decreto è arrivato solo il 12 gennaio 2011, come denuncia Felice Casson, vice presidente del Partito Democratico al Senato ed ex magistrato, il quale sulla questione ha presentato anche una Risoluzione in discussione a Palazzo Madama. Arrivato il decreto con il ministro del Lavoro Sacconi, sono stati però esclusi dall'accesso al Fondo le vittime per amianto non lavoratori! Il problema, tuttavia, non è solo a livello di politica nazionale. C'è, infatti, il caso del Comune di Roma che sull'ex velodromo, la struttura abbattuta nel 2008, ricca di amianto e mal bonificata, vorrebbe far costruire un complesso di torri ed abitazioni di pregio, accanto a qualche servizio pubblico per il quartiere, non curante del processo che è appena partito contro l'Eur Spa, la società mista tra Comune e Ministero del Tesoro. Una colata di cemento, il progetto comunale, che la Provincia sta tentando di bloccare nonostante la delibera del Comune possa essere votata in qualsiasi momento.

Responsabilità di Stato. La sete di giustizia che ha portato i cittadini di Casale Monferrato a rifiutare l'offerta di indennizzo della Eternit al Comune ed il Comune stesso a rimanere quindi parte civile nel processo, è un segno evidente che le vittime dell'amianto, sia malati che non, vogliono la partecipazione dello Stato. Le bonifiche per tutta Italia avranno dei costi proibitivi e non saranno risolutivi nemmeno i 750mila euro promessi dal Ministro della Salute Balduzzi a Casale. "Quel che è certo, però - sostiene l'avvocato Ezio Bonanni che segue l'inchiesta dell'Isochimica di Avellino ed è Presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto - è che un reato commesso non può rimanere senza responsabili. Presenterò l'esposto, già inoltrato alla Procura di Firenze per la vicenda dell'ex fabbrica Isochimica, anche all'Antimafia". Come a dire: L'Italia dell'amianto, per avere giustizia, deve lottare anche contro se stessa.

Nel paese che muore d'amianto di Andrea Milluzzi su “L’Espresso”. A Ferrandina, Basilicata, una discarica di Eternit sta facendo una strage. Qualcuno vuole intervenire? "Ma che cosa sta succedendo a Ferrandina?" Questa è la domanda che Nunzia si sente rivolgere all'ospedale di Matera, dove le hanno appena diagnosticato un tumore. Una sentenza ultimamente troppo ricorrente fra gli abitanti di questo paesino a una trentina di chilometri dalla città dei sassi. Ma una risposta i ferrandinesi se la sono data: sta succedendo che la pattumiera d'Italia ha iniziato a generare i suoi morti. All'ingresso del paese un corteo funebre sta salutando una donna di 57 anni portata via in un mese da un cancro. Sotto si estende la valle con i suoi calanchi, che nelle intenzioni di una volta doveva diventare un parco nazionale. Invece adesso ospita cinque discariche e il ministero dell'Ambiente progetta di costruirci pure un inceneritore e un'ennesima mega discarica di rifiuti tossici e nocivi. Ferrandina ha quasi diecimila abitanti e una grande storia alle spalle: è stata fondata ai tempi della Magna Grecia ed è stata un centro culturale anche in epoca bizantina. Nell'Ottocento i suoi abitanti si ribellarono più volte e anche durante la Seconda Guerra mondiale ci fu un'insurrezione contro i gerarchi e i latifondisti fascisti. Il paese è in cima a una collina e nel 1978 fu usato come location per il film 'Cristo si è fermato a Eboli', di Francesco Rosi. Ma molto tempo è passato da allora. Domenico La Carpia è un imprenditore locale che si occupa di trivellazioni, smaltimento rifiuti e bonifica del territorio. Il nome della sua ditta è uno dei tanti che campeggiano sui cartelli di divieto d'accesso per presenza di sostanze pericolose. Sta mettendo in sicurezza la discarica comunale di Casaleni, ha una discarica di amianto e ha in carico la bonifica dell'ex Materit, azienda della vecchia e famigerata Eternit che fra il 1973 e il 1989 ha fatto tutti i danni che poteva fare al paese e ai paesani. "I lavori di bonifica sono iniziati ma per mettere completamente in sicurezza la zona servono, direi, 2 milioni di euro e il Comune non ha più una lira", spiega La Carpia. Nel frattempo 10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un'esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere già condannati. Eppure che l'amianto fosse cancerogeno si sa da tempo. Non è più come 30 anni fa quando pur di lavorare i ferrandinesi accettarono di maneggiare quella strana polvere sconosciuta. Una relazione tecnica del 2005 ha rilevato amianto e manganese in quantità superiori alla norma nei terreni e nelle acque vicini alla ex Materit. Cinque anni dopo la fabbrica è sigillata alla meno peggio, con finestre infrante, un portone aperto e polvere per terra che si alza al minimo venticello stagionale. Dentro ci sono ancora 500-600 sacconi da mille chili di amianto ciascuno che aspettano di essere seppelliti e definitivamente dimenticati. Ma sono ancora là. E in paese si conta un malato a famiglia. A pochi metri dallo stabilimento passa la superstrada Basentana che collega tutta la valle. Un altro centinaio di sacchi di amianto e un altro telone - rotto - danno il benvenuto. Nessuna recinzione, un solo cartello che però capre e mucche non possono leggere e quindi brulicano tranquillamente l'erbetta accanto alla sostanza maledetta. Dal produttore al consumatore il passo è breve e a volte mortale. "Mio marito diceva sempre che mangiando i prodotti locali sapevamo bene cosa mangiavamo. No, lo sappiamo adesso". Nunzia ha 53 anni, da uno è rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso da un tumore. Adesso è lei a combattere con lo stesso male: "Mi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si può guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l'operazione". C'è un documentario della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), dall'associazione Ambiente e legalità e da Pensiero Attivo, un'associazione giovanile di Ferrandina in cui il free lance Andrea Spartaco filma i sacchi di amianto e il percolato che defluisce dalla discarica di Casaleni. "Nemmeno far vedere il video in piazza è servito a smuovere le coscienze. La conseguenza più devastante di essere diventati la pattumiera d'Italia è che tutti si sentono legittimati a fare quello che vogliono", dice Spartaco. Se dici amianto e Eternit, la prima assonanza che viene in mente è Casale Monferrato, ma le pattumiere d'Italia sono di più, e tra queste Ferrandina. Gli effetti sono gli stessi, la consapevolezza, molto spesso, no. I morti d'amianto sono migliaia, ogni anno. In Italia, vaticinano gli scienziati, l'anno del picco sarà il 2025. Non è una profezia, ma un dato di fatto. Durante quei dodici mesi che verranno i morti d'amianto mangiati dal mesotelioma saranno centinaia, per un conto macabro che porterà a 30mila i caduti complessivi dall'inizio della carneficina. Uccisi dal mesotelioma pleurico, il più bastardo dei tumori. Trentamila morti. Non sono dati buttati a caso da qualche ecologista furente, sono stime scientifiche. Il massacro che verrà è una certezza matematica. A Casale Monferrato, a Sesto San Giovanni, a Napoli, a Siracusa, a Monfalcone. Toccherà agli operai, ma anche a chi con l'amianto non ci ha mai lavorato. Ai familiari intossicati dalle polveri portate a casa da padri e mariti, a chi vicino l'amianto ci ha abitato troppo a lungo. Ma per capire se esiste giustizia terrena, o se bisogna aspettare solo quella divina, aspetteremo meno tempo. Perché per questa tragedia, incredibilmente, un processo è stato aperto. Il processo del secolo si fa a Torino, e le parti in battaglia sono due: da una parte l'esercito dei morituri e dei parenti dei già morti, capitanati dal pm Raffaele Guariniello, dall'altra due miliardari. Chiamati da tutti, in Piemonte, semplicemente «lo svizzero e il belga». La loro storia si intreccia con quella dell'amianto italiano, uno dei veleni più pericolosi che esistano in circolazione. Nel 1941 il giovane Louis, oggi "l'imputato numero due", aveva vent'anni, e stava bruciando i suoi giorni in un lager nazista per prigionieri di guerra. Questa storia la racconta spesso, anche oggi che di anni ne ha 88 suonati. Nato bene, il barone de Cartier de Marchienne s'era arruolato quando Hitler aveva invaso il Belgio, ed era stato catturato dopo i primi combattimenti. Deportato in un campo, circondato da filo spinato e mine antiuomo, a centinaia. Capì che la fuga era cosa praticamente impossibile. Louis, che era ufficiale, ci provò lo stesso. Stremato dalla fame e da condizioni di vita disumane, tentò il tutto per tutto. Provando a correre dritto sul campo, come un pazzo. O la và, o pazienza. Chiuse gli occhi e cominciò a ruotare le gambe. Veloce era veloce: i tedeschi non lo videro, le bombe non esplosero, invisibile. La sorte gli fu amica, un miracolo, riuscì a fuggire. Nemmeno un graffio. Sfortuna volle che scappò dalla parte sbagliata, e incocciò le linee dei russi che arrivavano da est. «O ti arruoli con noi, o finisci nei gulag». Il barone non ci pensò su molto: si arruola con i comunisti, combatte in compagnie miste destinate al macello, sopravvive, ed entra a Berlino insieme all'Armata Rossa. La seconda guerra mondiale è finita. Tenta subito riparo dagli americani, che dopo qualche giorno di galera per gli accertamenti, lo lasciano libero. Negli anni a venire Louis diventerà ricco. Il barone dell'Eternit. Pare che il 22 luglio del 2009, cinquantaquattro anni dopo la grande fuga, quando ha saputo che la procura di Torino lo processerà per la morte di due migliaia di persone, non abbia fiatato. Stephan Ernest Schmidheiny, l'imputato "numero uno", la guerra non l'ha mai nemmeno vista. E' nato nel 1947 a Heerbrugg, cittadina verdissima della Svizzera, e oggi è uno degli uomini più ricchi del mondo. Per la precisione, il 288esimo. Secondo Forbes nel 2008 la sua fortuna toccava i 3,7 miliardi di dollari, un po' meno dei i cinque miliardi incamerati dal fratello Thomas e i 10 che rimpinguano il conto in banca del finanziere appassionato di Coppa America, Ernesto Bertarelli, l'uomo più liquido della patria del cioccolato, ma abbastanza per farne il quarto svizzero più ricco del mondo. Sthefan e Thomas sono figli di papà. Di papà Max, che grazie all'amianto ha fatto la fortuna della famiglia per le prossime venti generazioni. L'Eternit, l'impasto di cemento e asbesto, l'hanno brevettato gli austriaci, è vero, ma sono gli svizzeri ad averlo diffuso in mezzo mondo, Italia compresa. L'imputato numero uno era il successore designato dell'impero. Nel 1968 studia giurisprudenza a Roma, e partecipa al '68. Proprio allora diventa un ambientalista convinto. Sette anni dopo sale nella sala dei bottoni, prendendo la guida di una delle tante società del padre, e nel 1976 fa il balzo sulla poltrona di presidente, divenendo proprietario del gruppo nel 1984. Guariniello, che dopo un lavoro titanico e certosino ha raggruppato in un unico fascicolo tutti i morti e i malati d'amianto certificati in Italia, lo ha messo sotto accusa «nella qualità di effettivo responsabile della gestione delle società esercenti gli stabilimenti di lavorazione dell'amianto siti in Cavagnolo, Casale Monferrato, Bagnoli e Rubiera». Le sue colpe presunte: disastro e omissione di misure di sicurezza. I 2191 morti finora calcolati sono sul suo groppone, come la fine certa di altre migliaia di malati, secondo il giudice. E' lui il mostro, secondo la stampa.«E' semplicemente l'ultimo rimasto con il cerino in mano», secondo il suo avvocato.

Casale Monferrato. La città da cento anni respira amianto, mangia amianto, cammina sull'amianto. E' d'amianto. Amianto, dal greco "incorruttibile". L'altro nome del veleno, absteso, significa "inestinguibile". Come la paura di chi ne è stato contaminato. Qui lo stabilimento piemontese, 94mila metri quadrati di cui la metà coperti (da amianto) è stato un totem per ottant'anni. La cattedrale operaia della città, dal 1906. Le tute blu che ci hanno passato una vita sono migliaia, decine di migliaia le persone che costruiranno tetti, aie per i polli, muretti e strade con il polverino, gli scarti di lavorazione regalati dalla fabbrica per decenni. Fino al 1952 la proprietà è italiana, della famiglia Mazza. Poi il gruppo belga compra l'intera attività. Un affare: l'Eternit è il materiale perfetto per la ricostruzione del dopoguerra. Ha un costo basso, capacità costruttive elevata, è pubblicizzato come il materiale eterno. "I mille usi dell'amianto", strizzava l'occhio un volantino dell'epoca. Nessuno al tempo immaginava gli effetti devastanti delle fibre d'amianto e delle sue polveri sottili. Solo negli anni '60 la comunità scientifica lancia l'allarme. Peccato che la distribuzione di polverino vada avanti, di sicuro, fino al 1976. Mentre molti testimoni ricordano che proseguì anche più tardi. La Città e la campagna si sono riempite di asbesto, che non è stato ancora bonificato. I belgi, una volta assunto il controllo, si espandono, ed aprono altri capannoni a Bagnoli e in Sicilia. Le vendite vanno forte fino agli inizi del 1970, l'amianto si diffonde peggio della plastica. Ferri da stiro, tetti, guanti da forno, schermi cinematografici, filtri per pipe e sigarette mentolate, phon per capelli, carrozze ferroviarie, assorbenti interni, scuole coibentate con l'asbesto spruzzato. Tubature, tubi di scappamento, linoleum, freni per auto, canne fumarie, il veleno si annida ovunque. Poi la crisi del settore, nerissima. I belgi non vogliono investire, non ci credono più. Nel 1972 arrivano gli Schmidheiny, che sono i capitalisti dominanti del mercato. Comprano tutto il pacchetto di quote. «E dal 1975 al 1986, anno del fallimento e della chiusura definitiva, investono un fiume di denaro, una roba enorme, circa 46 miliardi di lire totali. Buona parte serviranno a ristrutturare gli impianti, che passano dalla produzione a secco, dove le polveri galleggiano nell'aria, a quella a umido, in cui la sostanza bagnata è più contenuta»spiega l'avvocato dell'imputato numero uno, il romano Astolfo Di Amato. Guariniello la pensa diversamente. Il processo messo in piedi a Torino contro i due imputati non ha precedenti sul pianeta. E' il più grande processo penale della storia. Due imputati, 2191 vittime accertate fra il 1952 e il 2008, 2889 tra organizzazioni e persone singole costituitesi parte civile, 557 test, ex dipendenti degli stabilimenti Eternit sentiti dal pm, 220mila pagine di atti giudiziari, 1200 posti a disposizione di chi vorrà assistere alle udienze. Da aprile 2008 i pullman da Casale pieni di testimoni fanno spola con la procura di Torino. Portano un carico di dolore, di dad man walking. Che vogliono esserci ancora, che chiedono giustizia. Stephan ha promesso indennizzi importanti, ma loro non vogliono quella che chiamano carità: 36mila abitanti, 2mila morti, il rapporto proporzionale è assurdo. «Un'ecatombe non si perdona, non si compra». Davanti alla procura, con striscioni e cartelli, i giorni delle udienze si possono incontrare anche francesi, svizzeri, belgi e tedeschi, che guardano al processo con interesse enorme: all'estero chi si è ammalato di cancro, asbestosi o mesotelioma riesce a prendere senza troppe difficoltà risarcimenti economici nei tribunali civili, ma non esistono processi penali come quello messo in piedi in Italia. Guariniello ce l'ha messa tutta. Ha trovato gli indirizzi di quasi tremila persone, per notificare gli atti. Ha ipotizzato, per la prima volta in assoluto, il reato di disastro non solo "interno" (che colpisce, dunque, i lavoratori) ma anche "esterno", con il coinvolgimento dei cittadini che hanno vissuto vicino la fabbrica. Ha portato alla sbarra non solo quadri e dirigenti secondari, ma i vertici massimi di una multinazionale. Davide contro Golia. Le responsabilità sono dei capi, questo il principio. Dovrebbe essere ovvio, ma è cosa rara nei processi di questo genere. Guariniello, soprattutto, ha messo insieme migliaia di carte, documenti, fotografie e testimonianze che hanno indotto il giudice per le indagini preliminari a disporre il giudizio.Una delle prove chiave della negligenza dei due imputati è una relazione tecnica del 23 febbraio del 1976. Da anni gli scienziati hanno già spiegato i gravi rischi per la salute collegati all'amianto. La lettera è firmata dal dottor K. Robock, il responsabile sulla sicurezza sul lavoro e tutela ambientale della Wirtshaftsverband Asbesrzement E.V., l'Associazione commerciale cemento-amianto a cui appartenevano i produttori più importanti. Destinatario: Luigi Reposo, direttore della fabbrica di Casale. Dieci paginette da leggere piano, pianissimo. Lasciano senza fiato.«La pulizia delle macchine non è da considerarsi soddisfacente. Per questa attività vengono impiegate esclusivamente scope. In tal modo le macchine e i pavimenti del capannone vengono certamente puliti in maniera irreprensibile, ma allo stesso tempo vengono sollevati dei vortici di polvere sottile che portano ad un innalzamento del livello di polvere complessivo...Come protezione contro la polvere sono state indossate quasi esclusivamente maschere protettive contro polvere grossa. L'effetto barriera di queste maschere contro le polveri sottili è decisamente limitato. Indossare queste maschere ha più che altro un valore psicologico. Qualora in Italia non venga subito prescritto da parte delle autorità l'utilizzo di maschere adeguate, consigliamo l'impiego delle maschere protettive contro polvere sottile». "Consigliamo". «Punti di misura 10 e 11: E' stato osservato che gli operai tolgono i blocchi di amianto pressato dai sacchi anche molto tempo prima dell'inserimento, non è da escludere che la circolazione d'aria possa in questo modo trasportare fibre...Punto di misura 13: al momento della misurazione il sistema di aspirazione era otturato. Il risultato mostra che, a causa di ciò, non solo viene liberato cemento, come già sappiamo, ma anche una considerevole quantità di fibre... Punto di misura 16: i sacchi di plastica utilizzati sono in parte danneggiati e vengono fatti arrivare al bocchettone di riempimento allentati. Durante il riempimento vi è quindi un notevole sviluppo di polvere...Punto di misura 22: qui l'aspirazione non è ottimale...Punto 23: Qui sussiste il rischio legato all'alta concentrazione di polveri sottili...è possibile che di tanto in tanto l'aria carica di polvere venga deviata dall'aspirazione. Sarebbe opportuno...Punto 31: Al termine del processo di taglio, quando dalla lastra viene rimosso del materiale, si alza una visibile nuvola di polvere. A mio avviso, questo inconveniente può essere evitato allungando la cappa». Negli altri appunti si parla di aspirazioni «non ottimali» e di tubi «difettosi», poi si chiude con il punto di misura 40. «Se si considera l'effetto a breve termine, l'impatto ambientale è minore di quanto non ci si aspetti. Il conducente del camion, che durante lo scaricamento si trova in mezzo ad una fittissima nuvola di polvere, è però fortemente a rischio». Il consiglio: indossi una maschera protettiva adeguata. Ergo: quando gli ispettori hanno fatto visita a Casale, non la usavano. Alla fine il dottor Robock è comunque più che soddisfatto. Addirittura «molto sorpreso»per la quantità bassa di polveri di amianto. L'impianto è promosso a pieni voti, tanto che «la priorità non è più quella di puntare sugli investimenti, ma su misure formative e preventive, in questo caso specialmente per quanto riguarda le attività di pulizia». Stephan Schmidheiny si è ripulito alla grande. L'Eternit italiana è fallita oltre venti anni fa, non ha più cariche formali nell'azienda di famiglia, ma i suoi investimenti hanno continuato ad andare a gonfie vele. E' tra i fondatori della Swatch, gli orologi di plastica a basso prezzo più venduti del mondo, ed è o è stato membro dei consigli di amministrazione di colossi aziendali, da Asea Brown Boveri alla Nestè, passando per l'Ubs. Ma oggi ama definirsi, più di ogni altra cosa, un filantropo. Già: per gli scherzi del destino, quello che qualcuno accusa di essere una sorta di avvelenatore seriale, dagli anni '90 promuove con la fondazione Fundes lo sviluppo di aziende ecosostenibili in Sud America; finanzia associazioni ambientaliste come Avina, che si occupa di cooperazione e assistenza sociale; diventa consulente di Bill Clinton e parla all'Onu e al Vaticano; scrive libri sullo sviluppo sostenibile; prende svariati premi e persino lauree honoris causa. Come quella, prestigiosa, assegnata dalla Yale University. «Sono cresciuto in una fattoria piena di vigneti, e con i miei parenti ero solito compiere escursioni in montagna» racconta «Le vacanze le passavamo nelle isole del mediterraneo, e lì ho iniziato a occuparmi della difesa dell'ambiente». Una conversione quasi religiosa, quella dell' ex Mister Eternit. Frasi quasi paradossali, da chi è accusato di non aver messo impianti e apparecchi per prevenire malattie e patologie da amianto, omesso di «sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario mirato sui rischi specifici da amianto», di aver determinato, a Cavagnolo, Casale, Bagnoli e Rubiera «un'esposizione incontrollata continuativa e a tutt'oggi perdurante» scrive dura il gip nel decreto «senza rendere edotti gli esposti circa la pericolosità dei predetti materiali e per giunta indicendo un'esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante attività ludiche». Un criminale, in pratica, nemmeno lontano parente dell'ecologista stimato nei consessi internazionali. Stephan si difende così: «Io stesso ho respirato fibre di aminato quando ero in Brasile, a fare formazione. Mi è capitato spesso di aver caricato sacchi di amianto... I nostri consulenti credevano che negli studi scientifici che evidenziavano gli effetti nocivi dell'asbesto c'erano delle contraddizioni. Io ho immediatamente installato nuove apparecchiature e filtri per ridurre al minimo la concentrazione di fibre nell'aria delle nostre fabriche. Abbiamo anche attuato programmi di formazione del personale per ridurre al minimo i rischi. Allo stesso tempo, ho annunciato pubblicamente che il gruppo avrebbe smesso di produrre prodotti contenenti amianto, molto prima che l'Unione europea imponesse il divieto. Mi ricorda ancora le parole di uno dei responsabili tecnici dopo il mio annuncio: "Il giovane Schmidheiny è pazzo!"». Sarà. Il destino di Sthepan il filantropo è ora in mano ai giudici, che dovranno decidere se lui sapeva davvero dei rischi e nulla ha fatto per salvare la vita ai suoi operai o se, al contrario, nulla poteva contro gli effetti del veleno. Ma una cosa è certa: al processo di Torino c'è un altro imputato di pietra, lo Stato italiano. Uno degli ultimi a bloccare ufficialmente le produzioni in amianto: se la marina inglese vieta la coibentazione a spruzzo già nel 1963, e l'Australia bandisce il veleno nel 1970, prima ancora che gli svizzeri scendessero dalle Alpi, nel Belpaese la prima direttiva che mette limiti alla quantità di polveri è del 1982, ma il divieto definitivo arriva nel 1992. La pubblicazione di ricerche scientifiche che inequivocabilmente dimostravano la pericolosità della sostanza avviene trent'anni prima, mentre nel 1976 l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro avverte che ogni tipo di asbesto è altamente cancerogeno. Se ne fregano tutti. I governi che si sono succeduti hanno consentito non solo la produzione massiccia, ma la diffusione selvaggia di amianto in tutto il Paese. Noi eravamo uno dei maggiori player del mondo. Solo negli anni che vanno dal 1984 al 1988, quando la Ue raccomandava la messa in mora e tutti i paesi scandinavi smantellavano le fabbriche e bonificavano il bonificabile, in Italia sono state piazzate tre milioni di tonnellate. Oggi si stima che esistano ancora 2,5 miliardi di lastre di cemento-amianto da rimuovere, pari a circa 32 milioni di tonnellate, in gran parte materiale friabile tossico. Sono dati del Cnr. Ripostigli, garage, condutture idriche, scuole e ospedali sono ancora foderati di Eternit. Interi quartieri galleggiano nelle invisibili polveri, almeno mille italiani ogni anno vengono uccisi dalla morte bianca. La dimensione sociale del fenomeno è enorme: basta dare un'occhiata ai dati Inail, che riceve 1400 denunce di malattie da amianto ogni 12 mesi. La legge prevede una pensione privilegiata per chi abbia lavorato a contatto con il veleno, e, visto che il periodo di latenza del mesotelioma può durare 40 anni, gli esperti sanno che i numeri andranno ad aumentare esponenzialmente negli anni a venire. Secondo l'Associazione italiana esposti amianto sono 210mila i cittadini ancora a rischio. Il killer invisibile è annidato dappertutto. La Spezia e Genova, si sa, ha uno dei tassi di asbestosi più alti del mondo: la sostanza arrivava nascosta nelle navi militari ed era conservata a decine di tonnellate nei depositi per il crisotilo, l'amianto blu. I porti sono zone franche. Altri punti sensibili, secondo i dati nazionali dell'Apat, sono le ex miniere di Balangero, in Piemonte, alcune fabbriche di Marghera a Venezia, la vecchia base aeronautica di Monte Venda, sui Colli Euganei, la solita, sfortunata Seveso, la Breda di Sesto e di Pistoia, dove si sono costruiti per lustri i convogli dei treni imbottiti di asbesto. Ancora. L'amianto è stato padrone ai cantieri navali di Trieste e alla Fincantieri di Monfalcone, nel paese di Biancavilla, in Sicilia, dove fino alla metà degli anni '90 lo sfruttamento di una cava ha diffuso polveri d'amianto in ogni angolo. Come alla ex fabbrica Fibronit di Bari, i cui residui di amianto sono stati per anni scaricati in mare, cosicché a poco a poco le fibre si sono depositate su una spiaggia. L'ecatombe è quotidiana: i ricercatori del Monaldi di Napoli, un polo di eccellenza per la diagnosi e la cura delle malattie respiratorie, ha redatto nel 2009 un rapporto-choc, studiando le cartelle cliniche di chi è morto nell'ultimo decennio in Campania per mesotelioma pleurico. Ebbene, tra il 2006 e il 2002 c'è stato un l'aumento di casi del 50 per cento rispetto al cinquennio precedente. E su 213 casi censiti, 198 hanno riguardato persone che non hanno mai lavorato in mezzo al veleno. Come mai un fenomeno così massiccio? «La rimozione e il deposito in discariche speciali dell'amianto, come previsto dalla legge, non è semplice»scrivono i ricercatori «per cui spesso l'amianto è gettato in discariche comuni e/o abusive, e quando gli agenti atmosferici penetrano nelle discariche ne possono derivare percolati che diffondono le fibre nocive nell'ambiente e nelle acque». Il rapporto ha una dedica speciale, «in ricordo di due cari amici morti di recente per il mesotelioma». Ancora oggi nessuno ha pubblicato una mappatura degli edifici pubblici contaminati, ma è sicuro che alcune Regioni, una volta venuti a conoscenza della quantità di veleno ancora in circolo, hanno preferito secretare la documentazione. Scelta che ha fatto la Toscana. Peccato, perchè la legge del marzo del 2001 ha stanziato per la mappatura nazionale ben 9 milioni di euro. Calabria, Lazio e Sicilia non hanno consegnato ancora nessuna tabella, mentre Campania, Puglia, Umbria, Veneto e Valle d'Aosta hanno inviato al ministero dell'Ambiente dati parziali e statistiche poco significative. Nessuno, in Italia, ha investito massicciamente sulla bonifica del territorio. Nemmeno per le condutture: quasi tutte le grandi città vengono usate migliaia di condutture in cemento-amianto per trasportare l'acqua nelle nostre case. «Non è un problema» dicono gli scienziati dell'Oms «Non è sicuro che l'amianto bevuto faccia male come quello che si respira». Allora sì, siamo tranquilli.

Acque velenose di Emiliano Fittipaldi. Nichel. Arsenico. Fosforo. Sostanze pericolose dai nostri rubinetti. E le Regioni lo nascondono alzando i limiti di legge. Un libro racconta i disastri d'Italia. I veleni sono in agguato. Nell'acqua che beviamo, nel cibo, nell'aria che respiriamo, nei cosmetici. Esce mercoledì prossimo 'Così ci uccidono' (Rizzoli), l'inchiesta di Emiliano Fittipaldi, giornalista de 'L'espresso' che racconta storie e segreti di avvelenatori e avvelenati, protagonisti di un disastro nazionale di cui nessuno vuole parlare. Anticipiamo un brano dal primo capitolo. Lo stato delle acque pubbliche italiane e la possibilità, accettata per legge, che si possano ingurgitare sorsi di sostanze tossiche al di sopra delle soglie massime è un fenomeno nascosto, che coinvolge centinaia di comuni in tutto il Paese. Città e piccoli centri dove ogni giorno dai rubinetti della cucina e dalla doccia sgorgano, mischiate alle molecole d'acqua, anche quelle dell'arsenico, dell'alluminio, del cromo, del nichel. Con l'aggiunta di un po' di piombo, vanadio, fluoro, selenio, trialometanio, atrazina. E spesso in quelle zone i tassi di mortalità sono più alti rispetto a quanto dovrebbero essere. "Atra... che?". "Atrazina, signora.". "E quindi?". "E quindi non la deve più bere né bollirci le patate". Così la signora Maria Rosa di Dossobuono da Villafranca di Verona, profondo Nord-Est, ha scoperto che l'acqua del suo comune era una schifezza. Il 30 settembre 2009 il sindaco Mario Faccioli ha stabilito con un'ordinanza "l'interdizione del consumo dell'acqua da parte della popolazione, fino all'avvenuto ripristino della qualità-idoneità dell'acqua erogata". Maria e 11 mila compaesani dalla sera alla mattina hanno imbracciato taniche e bottiglie vuote e fatto la fila per riempirle alle cisterne. L'acqua era un pericolo. Atrazina e desetilatrazina vogliono dire tracce di concimi azotati usati in agricoltura e di un diserbante vietato dal 1992. Ma quanta ne hanno bevuta prima di esserne informati? Una disposizione simile è in vigore anche a Civitavecchia, nel Lazio, dove nei bagni di certe aziende c'è scritto sopra i lavandini: 'Non bevete'... Qui a rendere torbida l'acqua sono gli organoalogenati, composti nocivi anche per semplice inalazione. Purtroppo non si tratta affatto di casi limite. Nell'ultimo anno, solo per fare qualche esempio, divieti assoluti sono scattati a Campomarino (Molise), Agrate Brianza (Lombardia), Satriano (Calabria), Mussomeli e Campobello di Licata (Sicilia). A Talamone, in Toscana, il sindaco ha invece ordinato di "far bollire l'acqua per almeno quindici minuti, se la si vuole utilizzare per usi alimentari". Tranquillizzante. Che cosa contamina le nostre acque e perché? Ci sono diverse spiegazioni: la morfologia del territorio, gli scarichi industriali, la carenza delle condutture. Talvolta in un solo territorio concorrono all'inquinamento tutte e tre le situazioni: nella zona dei Colli Albani, nel Lazio, in un'area che interessa 1.500 chilometri quadrati e quasi 600 mila persone, le acque sono intossicate dalle emissioni gassose sotterranee del Vulcano Laziale, ricche di anidride carbonica, che entrano in contatto con le rocce portando nelle tubature metalli pesanti. Il mix è inoltre arricchito dai liquami privati, che vengono scaricati nel terreno. Ne risulta una massiccia presenza di elementi cancerogeni o fortemente tossici come il fluoro, l'arsenico, l'uranio nelle falde sottostanti. A Crotone, in Calabria, se possibile va ancora peggio. Si sospetta che l'acqua sia contaminata e avvelenata da arsenico, cadmio e altri minerali tossici... Un altro disastro si è verificato nei pressi di Pescara, in una valle a 50 chilometri dalla città... Abruzzo, Colli Albani, Civitavecchia, Veneto sono solo esempi probabilmente abbastanza noti della devastazione massiccia del nostro territorio. Pochi sanno però che le nostre istituzioni ce la danno a bere, letteralmente, l'acqua avvelenata che ha invaso acquedotti e condutture. Non possono evitarlo, l'unico modo è lasciare a secco qualche milione di persone. Ma come ci riescono senza farsi notare troppo? Attraverso le cosiddette "deroghe". La questione risale ai primi anni Duemila, quando entra in vigore il decreto legislativo 31/2001, che disciplina le acque destinate al consumo umano. Le norme stabiliscono i valori limite dei parametri microbiologici e chimici che possono essere presenti nell'acqua per definirla "potabile". Ma, in particolari circostanze di degrado della risorsa idrica, l'articolo 13 del decreto concede alle amministrazioni "interessate" la possibilità di accordare deroghe ai valori prescritti, purché non comportino "potenziale pericolo per la salute umana e sempreché l'approvvigionamento di acque destinate al consumo non possa esser assicurato con altro mezzo". In pratica, se l'acqua comune presenta elementi potenzialmente nocivi, l'ente locale lascia aperti i rubinetti e fissa dei termini entro i quali dovrà provvedere a riportare i parametri a norma. Peccato che in genere le deroghe non durino pochi mesi, ma vengano rinnovate di anno in anno. Un controsenso anche per l'Unione europea: dal 2012, non sarà più possibile far ricorso ai regimi in deroga. Senza trucchetto, però, c'è il rischio concreto che milioni di famiglie possano rimanere senz'acqua. Dal 2002 almeno 13 regioni italiane hanno fatto uso massiccio di deroghe. La prima è stata la Campania, proprio quell'anno, per eccesso di fluoro nelle acque... Le deroghe accordate per 14 comuni della provincia di Napoli erano ancora in vigore nel 2009. Nel 2003 si sono aggiunte Sicilia e Toscana. Nell'acquedotto di Palermo e di altri comuni della fascia costiera ci sono troppi cloriti: i cittadini hanno bevuto livelli 'fuorilegge' fino al 2007. Stessa sorte per le deroghe nei comuni del massiccio etneo, in provincia di Catania, accordate anche per vanadio e boro; mentre nel 2008 a un comune della provincia di Trapani è stata concessa deroga per i nitrati, legati all'allevamento e all'uso di fertilizzanti. Per quanto riguarda la Toscana, dal 2003 si sono bevuti veleni in eccesso in ben 137 comuni... Gli elementi oggetto delle deroghe sono arsenico, boro, cloriti, trialometani... In genere le lievi contaminazioni da arsenico comportano lesioni, arti gonfi e perdita di sensibilità, mentre quelle più gravi possono portare fino al cancro alla vescica, ai polmoni e ai reni... Marco Betti, assessore della regione Toscana alla Difesa del suolo, si è detto sicuro che l'emergenza rientrerà presto... Nel 2004 le regioni che hanno adottato deroghe raddoppiano. Oltre a Campania, Sicilia e Toscana si sono aggiunte Lombardia, Piemonte, Trentino, Emilia-Romagna, Marche, Puglia e Sardegna. In Emilia e nelle Marche si è disposta per due anni la deroga in alcuni comuni dove erano presenti cloriti. Invece Lombardia e Piemonte fanno eccezioni per le località dove le acque sono ricche di arsenico... In Puglia sono state disposte deroghe (attive tuttora) per cloriti e trialometani... Pure la regione Sardegna ha dispensato alcuni comuni dai parametri legali di cloriti, trialometani e vanadio... Il Lazio è una delle aree italiane dove il problema delle contaminazioni delle risorse idriche è più forte. Come descritto in un rapporto di Cittadinanzattiva, se nel 2006 le deroghe riguardavano complessivamente 37 comuni, di cui 15 per tre parametri contemporaneamente, nel 2009 il totale dei comuni ammonta a 84 e in 59 tra questi le dispense riguardano quattro parametri: arsenico, fluoro, selenio e vanadio... Nel 2006 tocca al Veneto derogare le acque di un paesino della provincia di Verona, dati gli alti tassi di tricloroetilene e tetracloroetilene, contaminanti organici molto utilizzati nelle lavanderie e nelle industrie metalmeccaniche... Qui il caso è virtuoso: dopo un anno il Veneto ha deciso di non prorogare. L'ultima regione ad adottare dispense normative è stata l'Umbria, nel 2008: deroghe sull'arsenico attive ancora oggi, sebbene l'assessorato regionale assicuri: "Sono problemi di origine geologica, ci sono da sempre e si sostanziano in 14 microgrammi di arsenico a litro d'acqua". Ovvero poco al di sopra di quanto consentito dalla legge. Ora avete il petrolio, disse l'ingegnere. "Il petrolio? Mi creda, se lo succhiano - disse il professore - se lo succhiano. E così finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano". Leonardo Sciascia aveva capito. Aveva scritto in un racconto del 1966, 'Il mare colore del vino', che il petrolchimico della città siciliana non avrebbe portato una lira nelle tasche dei suoi abitanti. Mai, però, avrebbe potuto immaginare che, dopo 40 anni, la città sarebbe diventata famosa in tutto il mondo per i tassi mostruosi di malformazioni e tumori. L'area di Gela è una delle più inquinate del mondo, ed è cosa nota. Ma ora l'Oms ha scoperto che nelle vene degli abitanti scorre anche arsenico. Il biomonitoraggio effettuato dal Cnr è durato mesi, e ha dato risultati choccanti: il sangue del 20 per cento del campione, composto in tutto da 262 persone, è pieno di veleno. Oltre all'arsenico ci sono tracce di rame, piombo, cadmio e mercurio. Non si tratta di operai esposti sul lavoro, ma di casalinghe, impiegati, giovani sotto i 44 anni. Residenti a Gela, Niscemi e Butera. Nelle loro urine sono stati trovati livelli di arsenico superiori del 1.600 per cento al tasso-limite. Facendo una proporzione sul totale dei residenti, a rischio avvelenamento potrebbero trovarsi più di 20 mila persone. Non stupiscono, visti i risultati delle analisi, i nuovi dati sulla mortalità e le malattie, statistiche che arrivano fino al 2007: "Nell'area in studio", si legge nel rapporto pubblicato su 'Epidemiologia&Prevenzione', si osserva una mortalità generale per tutti i tumori significativamente più elevata, sia negli uomini sia nelle donne". Il boom riguarda il cancro alla pleura, ai bronchi e ai polmoni, con eccessi di patologie per lo stomaco, la laringe, il colon e il retto. Un disastro sanitario che è evidente anche nelle tabelle sulle malattie generiche, con troppi ricoveri per malattie psichiatriche e avvelenamenti. Che a Gela si muore d'ambiente sembra provarlo anche un'altro report firmato dall'Istituto superiore di sanità: tra i lavoratori del petrolchimico, i più a rischio sono quelli che, finito il turno, tornano a casa in città. I pendolari non residenti hanno tassi di mortalità per cancro polmonare molto più bassi Lo studio è uno spartiacque. Per la prima volta gli scienziati hanno in mano un potenziale nesso tra inquinamento del territorio e mortalità in eccesso. Un legame che dovrebbe indurre le istituzioni a darsi una mossa, mettendo in campo politiche di prevenzione più efficaci: anche se non sappiamo ancora il tipo di arsenico che circola nel corpo dei gelesi (quello inorganico è cancerogeno, quello organico è tossico, ma assai meno pericoloso) gli scienziati chiedono subito maggiori controlli sugli alimenti, in particolare su verdure, pesci e crostacei. Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr, ha coordinato la ricerca e non nasconde la sua preoccupazione: "L'impatto ambientale è indubitabile. In mare, nelle acque, sulla terra ci sono concentrazione di metalli superiori fino a un milione di volte i livelli accettabili. L'arsenico non era già presente in forme naturali, come dice qualcuno, ma è stato immesso dall'uomo. La 'pistola fumante'? Diciamo che abbiamo trovato i proiettili, ora dobbiamo capire chi ha sparato". La procura indaga, ma il compito dei pm non è facile. Oggi a Gela è attiva la grande raffineria dell'Eni, ma nell'area per decenni hanno fabbricato clorosoda, acido cloridico e altri prodotti chimici. Le bonifiche già partite sono poche, la stragrande maggioranza dei veleni resta a terra. "Siamo ancora alle conferenze istruttorie", chiosa Bianchi: "Bisognerebbe accelerare l'iter, anche perché l'arsenico è un composto che non rimane a lungo nel corpo. Le grandi quantità che abbiamo trovato dimostrano che l'esposizione è tutt'ora in corso".

Acqua velenosa di Emiliano Fittipaldi. Nel fiume Ticino è allarme cadmio, cromo, ammoniaca, azoto. In dosi fuori limite. E altri inquinanti nei bacini idrici in provincia di Milano e Pavia. Scoperti dal Corpo forestale. Nel 1997 i Mondiali di Pesca all'oro hanno fatto tappa nel Ticino. Gli organizzatori sono andati a colpo sicuro: le preziose pagliuzze scendono dalle Alpi dalla notte dei tempi, e le gesta dei cercatori (migliaia di schiavi assoldati dall'Impero romano, in verità) le ha già raccontate Plinio il Vecchio. Oggi una nuova corsa è inimmaginabile: si calcola che il fiume trasporti ogni giorno micro-pepite per un valore oscillante tra i 5 mila e i 10 mila euro, poca cosa. Ma di sicuro, se si organizzasse una nuova tappa del campionato, oggi nelle padelle non finirebbe il nobile metallo giallo, ma perniciosissimi (e invisibili) metalli pesanti. Che, in aggiunta a decine di altre sostanze tossiche, formano un menù killer per la flora e la fauna dell'ecosistema. Cadmio, azoto ammoniacale e cromo esavalente sono solo alcuni degli inquinanti ritrovati in quantità superiori ai limiti dai tecnici del Corpo forestale dello Stato, che hanno messo sotto osservazione la parte di fiume vicino Morimondo. Un comune ridente, al di là del nome, e famoso per i suoi prodotti biologici: siamo all'interno del Parco della Valle del Ticino, annoverata dall'Unesco tra i patrimoni dell'umanità. "Mancanza di depuratori, scarichi urbani, agricoli e industriali hanno messo in serio pericolo la salute delle acque. E chi si fa il bagno nel fiume lo fa a suo rischio e pericolo", dice Elisabetta Morgante, vice-questore aggiunto della polizia scientifica ambientale. Non solo ignari canoisti e pescatori e altri habitué del Ticino, ma anche chi va nelle toilette di alcune fabbriche di Abbiategrasso, senza saperlo, mette a rischio la propria incolumità. A pochi chilometri da Milano, infatti, gli agenti del Corpo hanno scoperto che l'acqua che esce dai rubinetti di alcune fabbriche di un grosso insediamento industriale (circa 20 fabbricati in periferia) è avvelenata. Dipendenti, operai e dirigenti si lavano con il cadmio, il nichel e il piombo, metalli trovati sia nelle condutture dei bagni sia nelle fognature del quartiere. Anche in provincia di Pavia, ad Albuzzano, le indagini del laboratorio mobile hanno scoperto situazioni al limite. Le acque nere di un nuovo complesso residenziale del paese finiscono dritte dritte nei canali di irrigazione dei campi. A parte il tanfo, fastidioso ma innocuo, l'acqua corretta a fenolo e nichel penetra nel terreno dove si coltivano foraggio e cereali. Mais e grano che si trasformano in pane e pasta. Chi crede che la Lombardia, la zona più ricca e sviluppata d'Italia, sia immune dagli effetti dell'inquinamento selvaggio e dell'antropizzazione sbaglia di grosso. I fiumi della regione sono molto sporchi: secondo gli ultimi dati resi noti dell'Agenzia di protezione dell'ambiente il 32 per cento dei corsi d'acqua è 'scarso' o 'pessimo', e le falde primarie, quelle più in superficie, sono praticamente compromesse. Come la Lombardia, anche il resto della Pianura Padana conserva nel sottosuolo nitrati, metalli e pesticidi in quantità massicce. "Si pensa agli effetti della diossina a Napoli e alle falde acquifere del Sud, ma anche qui abbiamo seri problemi", spiega Damiano Di Simine, presidente regionale di Legambiente: "Dieci milioni di abitanti, sette milioni tra suini e bovini, insediamenti zootecnici e industriali hanno un impatto pesante. Se il Seveso e l'Olona non viaggiano dentro zone agricole, l'inquinatissimo Lambro viene usato tuttora per irrigare i campi. Una bomba biologica". Nel Bresciano le industrie di fucili e chiodi della Val Trompia scaricano nel fiume Mella, che bagna filari di ortaggi e frumento. Un corso che ha sparpagliato la diossina prodotta dalla Caffaro di Brescia per mezza provincia. La Lombardia è in ottima compagnia. I dati Apat disegnano un quadro a tinte fosche di tutte le acque tricolori. Quella potabile è in genere di ottima qualità, ma le riserve blu del sottosuolo e i corsi in superficie sono, in parte, contaminati, come mostrano la tabellla qui a fianco, e come spieghiamo nel dettaglio nell'articolo di pagina 53. Con un trend decisamente negativo: rispetto al 2003, l'acqua delle falde inquinata per mano dell'uomo passa dal 21,5 al 28 per cento, mentre il liquido di classe 1 e 2, il più pregiato, diminuisce di tre punti. Ticino al cadmio Morimondo è in provincia di Milano ed è nelle acque in cui si specchia il paesino (1.131 anime secondo l'ultimo censimento Istat) che la Forestale ha fatto le prime analisi. La diagnosi è sconfortante: quello che molti considerano uno dei fiumi più puliti d'Italia è gravemente ammalato. "Abbiamo trovato presenza massiccia di schiuma, dovuta a presenza di tensioattivi", spiega Elisabeta Morgante, "ma soprattutto valori alti di cadmio, fenoli, azoto ammoniacale, piombo. Sostanze rilevate sia vicino lo scarico sia nell'ansa. Un fatto gravissimo per un'area di elevato pregio naturalistico. Bisogna che le autorità gestiscano gli scarichi in modo adeguato. Sono troppi i comuni della zona senza depuratore o con sistemi non funzionanti, e troppe le aziende di zootecnia e del secondario che buttano tutto in canali collegati al Ticino". L'inquinamento-choc è provocato anche dallo sfruttamento serrato da parte dell'agricoltura: il fiume, saccheggiato durante sei mesi l'anno, a bassa portata perde la capacità di autodepurazione. I campanelli d'allarme ci sono tutti, compresa l'assenza dei microrganismi che vivono solo in acque pulite: la minaccia all'ecosistema è reale. "Non solo. Ricordo che qui si coltivano riso e prodotti biologici, cibo che finisce sulle nostre tavole", chiosa la scienziata. Che fa un breve, terrificante elenco degli effetti dei metalli pesanti sulla salute e l'ambiente. "Il cadmio è un metallo raro, e insieme al mercurio è il più pericoloso. E' tossico per l'uomo anche a concentrazioni minime, e tende ad accumularsi negli esseri e negli ecosistemi. L'assorbimento avviene attraverso gli alimenti, come fegato, funghi, crostacei, polvere di cacao, alghe. I fenoli hanno effetti pericolosi se ingeriti o messi a contato con gli occhi, il piombo viene trattenuto nel sistema nervoso centrale e nelle ossa". Anche il cromo esavalente, usato per la concia delle pelli o la produzione di vernici, può provocare reazioni allergiche, problemi di stomaco e respiratori, persino alterazione del materiale genetico e cancro ai polmoni. "Solo una piccola parte di questa sostanza si dissolve in acqua: l'acidificazione del terreno può facilitare l'assorbimento del cromo da parte dei raccolti". Nichel ad Abbiategrasso La vicenda di Abbiategrasso, paesone a 20 chilometri dal capoluogo, ha dell'incredibile. La Forestale ha trovato nichel, piombo e cadmio direttamente nell'acqua che usciva dai rubinetti di un intero supercondominio industriale alla periferia della città. Un distretto in cui sono localizzate varie ditte: dalle carrozzerie per auto ad aziende di materie plastiche, dalla verniciatura di accessori da bagno alla produzione di sacchetti e borse in polietilene, fino alla costruzione di motori elettrici e alla lavorazione del cemento. Circa 20 insediamenti in cui lavorano centinaia di persone. La gestione della lottizzazione, dice la Forestale, non è mai passata al Comune, e la zona non è servita da un acquedotto: le aziende scaricano i liquidi in una fognatura privata, e l'acqua che alimenta il quartiere proviene da un pozzo. Tutto gestito da una società che, dopo le indagini, è finita nel mirino della Procura di Milano. Dopo l'intervento della Forestale l'amministrazione ha firmato un'ordinanza urgente, che ha vietato alle aziende di aprire i rubinetti venefici. "La problematica degli scarichi e della gestione della risorsa idrica in Italia anche nei contesti apparentemente più sviluppati è risultata quanto mai irrisolta e confusa: in provincia di Milano le analisi portano ad ipotizzare un rischio concreto di contaminazione diffusa", chiosano dal Corpo. L'acqua destinata ai bagni delle aziende, usata per fini igienici, ma che chiunque poteva bere, era di fatto non potabile, così sporca da poter determinare "danni ambientali anche a lungo termine e forme di tossicità acuta e cronica". Pavia a cielo aperto Il mirino dei biologi della Forestale si è infine fermato su Albuzzano, in provincia di Pavia. Il regno dei cereali e del riso: i chicchi della zona finiscono nei piatti di tutti gli italiani, e si stagliano in bella evidenza persino nello stemma del Comune. Ebbene, nella ricca Padania può accadere che un insediamento residenziale nuovo di zecca scarichi le sue acque nere direttamente nel reticolo idrico superficiale. Fuor di tecnicismi, lo scolo dei bagni di una ventina di villette finisce nei canali a cielo aperto usati per l'irrigazione dei campi coltivati. "Abbiamo visto a occhio nudo chiazze oleose e idrocarburanti, oltre a sentire un puzzo nauseante", ragiona Alberto Guzzi, comandante provinciale del Corpo: "L'inquinamento, paradossalmente, in questo caso potrebbe essere legalizzato: non è raro che la Provincia autorizzi temporaneamente il convoglio degli scarichi nelle acque superficiali. Basti pensare che fino a pochi anni fa intere zone di Milano est usavano il Lambro come fognatura". Dai risultati dei campioni prelevati risultano anche valori alti di fenoli, presenza di piombo e nichel, formazione di solidi sospesi a rischio tossicità. A dimostrazione che i veleni non sono un'esclusiva della Campania e delle sue discariche, ma galleggiano anche nelle acque poco trasparenti dell'Italia del Nord.

Così ho avvelenato Napoli di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi. Le confessioni di Gaetano Vassallo, il boss che per 20 anni ha nascosto rifiuti tossici in Campania pagando politici e funzionari. Temo per la mia vita e per questo ho deciso di collaborare con la giustizia e dire tutto quello che mi riguarda, anche reati da me commessi. In particolare, intendo riferire sullo smaltimento illegale dei rifiuti speciali, tossici e nocivi, a partire dal 1987-88 fino all'anno 2005. Smaltimenti realizzati in cave, in terreni vergini, in discariche non autorizzate e in siti che posso materialmente indicare, avendo anche io contribuito...Comincia così il più sconvolgente racconto della devastazione di una regione: venti anni di veleni nascosti ovunque, che hanno contaminato il suolo, l'acqua e l'aria della Campania. Venti anni di denaro facile che hanno consolidato il potere dei casalesi, diventati praticamente i monopolisti di questo business sporco e redditizio. La testimonianza choc di una follia collettiva, che dalla fine degli anni Ottanta ha spinto sindaci, boss e contadini a seminare scorie tossiche nelle campagne tra Napoli e Caserta. Con il Commissariato di governo che in nome dell'emergenza ha poi legalizzato questo inferno. Gaetano Vassallo è stato l'inventore del traffico: l'imprenditore che ha aperto la rotta dei rifiuti tossici alle aziende del Nord. E ha amministrato il grande affare per conto della famiglia Bidognetti, seguendone ascesa e declino nell'impero di Gomorra. I primi clienti li ha raccolti in Toscana, in quelle aziende fiorentine dove la massoneria di Licio Gelli continua ad avere un peso. I controlli non sono mai stati un problema: dichiara di avere avuto a libro paga i responsabili. Anche con la politica ha curato rapporti e investimenti, prendendo la tessera di Forza Italia e puntando sul partito di Berlusconi.

La rete di protezione. Quando Vassallo si presenta ai magistrati dell'Antimafia di Napoli è il primo aprile. Mancano due settimane alle elezioni, tante cose dovevano ancora accadere. Due mesi esatti dopo, Michele Orsi, uno dei protagonisti delle sue rivelazioni è stato assassinato da un commando di killer casalesi. E 42 giorni dopo Nicola Cosentino, il più importante parlamentare da lui chiamato in causa, è diventato sottosegretario del governo Berlusconi. Vassallo non si è preoccupato. Ha continuato a riempire decine di verbali di accuse, che vengono vagliati da un pool di pm della direzione distrettuale antimafia napoletana e da squadre specializzate delle forze dell'ordine: poliziotti, finanzieri, carabinieri e Dia. Finora i riscontri alle sue testimonianze sono stati numerosi: per gli inquirenti è altamente attendibile. Anche perché ha conservato pacchi di documenti per dare forza alle sue parole. Che aprono un abisso sulla devastazione dei suoli campani e poi, attraverso i roghi e la commercializzazione dei prodotti agro-alimentari, sulla minaccia alla salute di tutti i cittadini. Come è stato possibile? "Nel corso degli anni, quanto meno fino al 2002, ho proseguito nella sfruttamento della ex discarica di Giugliano, insieme ai miei fratelli, corrompendo l'architetto Bovier del Commissariato di governo e l'ingegner Avallone dell'Arpac (l'agenzia regionale dell'ambiente). Il primo è stato remunerato continuativamente perché consentiva, falsificando i certificati o i verbali di accertamento, di far apparire conforme al materiale di bonifica i rifiuti che venivano smaltiti illecitamente. Ha ricevuto in tutto somme prossime ai 70 milioni di lire. L'ingegner Avallone era praticamente 'stipendiato' con tre milioni di lire al mese, essendo lo stesso incaricato anche di predisporre il progetto di bonifica della nostra discarica, progetto che ci consentiva la copertura formale per poter smaltire illecitamente i rifiuti". Il gran pentito dei veleni parla anche di uomini delle forze dell'ordine 'a disposizione' e di decine di sindaci prezzolati. Ci sono persino funzionari della provincia di Caserta che firmano licenze per siti che sono fuori dai loro territori. Una lista sterminata di tangenti, versate attraverso i canali più diversi: si parte dalle fidejussioni affidate negli anni Ottanta alla moglie di Rosario Gava, fratello del patriarca dc, fino alla partecipazione occulta dell'ultima leva politica alle società dell'immondizia.

L'età dell'oro. Vassallo sa tutto. Perché per venti anni è stato il ministro dei rifiuti di Francesco Bidognetti, l'uomo che assieme a Francesco 'Sandokan' Schiavone domina il clan dei casalesi. All'inizio i veleni finivano in una discarica autorizzata, quella di Giugliano, legalmente gestita. Le scorie arrivavano soprattutto dalle concerie della Toscana, sui camion della ditta di Elio e Generoso Roma. C'era poi un giro campano con tutti i rifiuti speciali provenienti dalla rottamazione di veicoli: fiumi di olii nocivi. I protagonisti sono colletti bianchi, che fanno da prestanome per i padrini latitanti, li nascondono nelle loro ville e trasmettono gli ordini dal carcere dei boss detenuti. In pratica, accusa tutte le aziende campane che hanno operato nel settore, citando minuziosamente coperture e referenti. C'è l'avvocato Cipriano Chianese. C'è Gaetano Cerci "che peraltro è in contatto con Licio Gelli e con il suo vice così come mi ha riferito dieci giorni fa". Il racconto è agghiacciante. Sembra che la zona tra Napoli e Caserta venga colpita dalla nuova febbre dell'oro. Tutti corrono a sversare liquidi tossici, improvvisandosi riciclatori. "Verso la fine degli Ottanta ogni clan si era organizzato autonomamente per interrare i carichi in discariche abusive. Finora è stato scoperto solo uno dei gruppi, ma vi erano sistemi paralleli gestiti anche da altre famiglie". Ci sono trafficanti fai-dai-te che buttano liquidi fetidi nei campi coltivati in pieno giorno. Contadini che offrono i loro frutteti alle autobotti della morte. E se qualcuno protesta, intervengono i camorristi con la mitraglietta in pugno.

La banalità del male. Chi, come Vassallo, possiede una discarica lecita, la sfrutta all'infinito. Il sistema è terribilmente banale: nei permessi non viene indicata l'esatta posizione dell'invaso, né il suo perimetro. Così le voragini vengono triplicate. "Tutte le discariche campane con tale espediente hanno continuato a smaltire in modo abusivo, sfruttando autorizzazioni meramente cartolari. Ovviamente, nel creare nuovi invasi mi sono disinteressato di attrezzare quegli spazi in modo da impermeabilizzare i terreni; non fu realizzato nessun sistema di controllo del percolato e nessuna vasca di raccolta, sicché mai si è provveduto a controllare quella discarica ed a sanarla". In uno di questi 'buchi' semilegali Vassallo fa seppellire un milione di metri cubi di detriti pericolosi. L'aspetto più assurdo è che durante le emergenze che si sono accavallate, tutte queste discariche - quelle lecite e i satelliti abusivi - vengono espropriate dal Commissariato di governo per fare spazio all'immondizia di Napoli città. All'imprenditore della camorra Vassallo, pluri-inquisito, lo Stato concede ricchi risarcimenti: quasi due milioni e mezzo di euro. E altra monnezza seppellisce così il sarcofago dei veleni, creando un danno ancora più grave. "I rifiuti del Commissariato furono collocati in sopra-elevazione; la zone è stata poi 'sistemata', anche se sono rimasti sotterrati rifiuti speciali (includendo anche i tossici), senza che fosse stata realizzata alcuna impermeabilizzazione. Non è mai stato fatto uno studio serio in ordine alla qualità dell'acqua della falda. E quella zona è ad alta vocazione agricola". L'import di scorie pericolose fruttava al clan 10 lire al chilo. "In quel periodo solo da me guadagnarono due miliardi". Il calcolo è semplice: furono nascoste 200 mila tonnellate di sostanze tossiche. Questo soltanto per l'asse Vassallo-casalesi, senza contare gli altri i boss napoletani che si erano lanciati nell'affare, a partire dai Mallardo. "Una volta colmate le discariche, i rifiuti venivano interrati ovunque. In questi casi gli imprenditori venivano sostanzialmente by-passati, ma talora ci veniva richiesto di concedere l'uso dei nostri timbri, in modo da 'coprire' e giustificare lo smaltimento dei produttori di rifiuti, del Nord Italia... Ricordo i rifiuti dell'Acna di Cengio, che furono smaltiti nella mia discarica per 6.000 quintali. Ma carichi ben superiori dall'Acna furono gestiti dall'avvocato Chianese: trattava 70 o 80 autotreni al giorno. La fila di autotreni era tale che formava una fila di circa un chilometro e mezzo". Un'altra misteriosa ondata di piena arriva tra la fine del 2001 e l'inizio del 2002: "Si trattava di un composto umido derivante dalla lavorazione dei rifiuti solidi urbani triturati, contenente molta plastica e vetro". Decine di camion provenienti da un impianto pubblico: a Vassallo dicono che partono da Milano e vanno fatti scomparire in fretta.

Il patto con la politica. Uno dei capitoli più importanti riguarda la società mista che curava la nettezza urbana a Mondragone e in altri centri del casertano. E' lì che parla dei fratelli Michele e Sergio Orsi, imprenditori con forti agganci nei palazzi del potere: il primo è stato ammazzato a giugno. I due, arrestati nel 2006, si erano difesi descrivendo le pressioni di boss e di politici. Ma Vassallo va molto oltre: "Confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 gestita dai fratelli Orsi. Ai fratelli Orsi era stata fissata una tangente mensile di 50 mila euro... Posso dire che la società Eco4 era controllata dall'onorevole Nicola Cosentino e anche l'onorevole Mario Landoldi (An) vi aveva svariati interessi. Presenziai personalmente alla consegna di 50 mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino, incontro avvenuto a casa di quest'ultimo a Casal di Principe. Ricordo che Cosentino ebbe a ricevere la somma in una busta gialla e Sergio mi informò del suo contenuto". Rapporti antichi, quelli con il politico che la scorsa settimana ha accompagnato Berlusconi nell'ultimo bagno di folla napoletano: "La mia conoscenza con Cosentino risale agli anni '80, quando lo stesso era appena uscito dal Psdi e si era candidato alla provincia. Ricordo che in quella occasione fui contattato da Bernardo Cirillo, il quale mi disse che dovevamo organizzare un incontro elettorale per il Cosentino che era uno dei 'nostri' candidati ossia un candidato del clan Bidognetti. In particolare il Cirillo specificò che era stato proprio 'lo zio' a far arrivare questo messaggio". Lo 'zio', spiega, è Francesco Bidognetti: condannato all'ergastolo in appello nel processo Spartacus e, su ordine del ministro Alfano, sottoposto allo stesso regime carcerario di Totò Riina e Bernardo Provenzano. L'elezione alla provincia di Caserta è stata invece il secondo gradino della carriera di Cosentino, l'avvocato di Casal di Principe oggi leader campano della Pdl e sottosegretario all'Economia. "Faccio presente che sono tesserato 'Forza Italia' e grazie a me sono state tesserate numerose persone presso la sezione di Cesa. Mi è capitato in due occasioni di sponsorizzare la campagna elettorale di Cosentino offrendogli cene presso il ristorante di mio fratello, cene costose con centinaia di invitati. L'ho sostenuto nel 2001 e incontrato spesso dopo l'elezione in Parlamento". Ma quando si presenta a chiedere un intervento per rientrare nel gioco grande della spazzatura, gli assetti criminali sono cambiati. Il progetto più importante è stato spostato nel territorio di 'Sandokan' Schiavone. Il parlamentare lo riceve a casa e può offrirgli solo una soluzione di ripiego: "Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte 'a monte' dai casalesi che avevano deciso di realizzare il termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa. Egli, pertanto, aveva dovuto seguire tale linea ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell'affare e, di conseguenza, tenere fuori il gruppo Bidognetti e quindi anche me". Vassallo non se la prende. E' abituato a cadere e rialzarsi. Negli ultimi venti anni è stato arrestato tre volte. Dal 1993 in poi, ad ogni retata seguiva un periodo di stallo. Poi nel giro di due anni un'emergenza che gli riapriva le porte delle discariche. "Fui condannato in primo grado e prosciolto in appello. Ma io ero colpevole". Una situazione paradossale: anche mentre sta confessando reati odiosi, ottiene dallo Stato un indennizzo di un milione 200 mila euro. E avverte: "Conviene che li blocchiate prima che i miei fratelli li facciano sparire...".

Impunità di frode. Sconti di pena, patteggiamenti, benefici: così chi contamina gli alimenti se la cava sempre. E soltanto ora il ministero divulga la lista nera dei condannati. I soliti sospetti della frode alimentare hanno la vita facile. Perché l'impunità è sostanzialmente garantita:basta patteggiare per tornare in fabbrica, nella stalla o in cantina e ricominciare con i trucchi. Nessuno finisce in carcere e quasi mai gli italiani vengono informati sulla malafede di chi produce, confeziona, custodisce o cucina quello che mangiano e bevono. Lo Stato è di manica larga con chi mette a rischio la salute dei cittadini o inganna la fiducia dei consumatori: sconti di pena o libertà condizionale per tutti, fedine sbiancate con la "non menzione" delle condanne. Eppure lo choc per le 19 persone uccise dal metanolo, con il blocco delle esportazioni e la crisi dei vini italiani, aveva impartito una lezione unica: pochi criminali erano riusciti a distruggere la credibilità di un'intera categoria. Subito venne varata una legislazione severissima, che introduceva anche la gogna per i banditi del cibo. Sì, la legge metteva al primo posto la salute rispetto alla tutela di marchi, aziende, ristoranti e negozi. Un principio fondamentale, che poi è stato costantemente disatteso anche di fronte a situazioni di grande allarme sociale: i nomi delle ditte coinvolte diventano sempre una sorta di segreto di Stato, esponendo così l'intero settore alla psicosi e i consumatori al pericolo di bocconi indigesti. Dopo il metanolo, il Parlamento aveva scelto una strada diversa. Dal 1986 per legge il ministero della Sanità è stato incaricato di rendere noto ogni anno "l'elenco pubblico" dei condannati per frode o sofisticazione. Una lista nera che però i governi si sono guardati bene dal propagandare. Finora si è trattato di un documento introvabile: veniva inserito nella "Gazzetta ufficiale", senza scadenze fisse. Con un aspetto beffardo: i dati risalivano in genere a cinque anni prima. Nel 2003, per esempio, sono state rese note le sentenze diventate definitive del 1998. Nel frattempo le ditte potevano avere cambiato nome, logo, titolare. Per tornare a colpire come e più di prima. Nei giorni scorsi il ministero della Sanità ha deciso -anche dopo la richiesta formale de "L'espresso" - di rendere disponibile sul suo sito web la lista degli ultimi verdetti. Una scelta di trasparenza, a cui si è aggiunto un elenco sugli anni precedenti. Si tratta però di informazioni molto parziali. Anzitutto le comunicazioni più rapide riguardano le infrazioni minime, che diventano subito esecutive con il pagamento della multa: sono soprattutto trattorie, bar e banchi con cibi mal conservati. I processi veri richiedono invece anni prima della Cassazione. C'è poi il problema del ritardo nella trasmissione da parte dei giudici. Le punizioni recenti riguardano in massima parte il tribunale di Milano e poche altre sedi giudiziarie: non c'è nulla su Roma e sulla Sicilia, per esempio. Ma la colpa non è del dicastero guidato da Livia Turco, dove spiegano che spesso la magistratura fornisce l'elenco «ad intervalli pluriennali ed ha per oggetto provvedimenti emessi nell'arco di 3-4 anni». Insomma, anche questo deterrente introdotto dal legislatore contro i sofisticatori è stato soffocato dalla disastrosa condizione della burocrazia italiana. Ecco perché non sorprende scoprire che la cantina di Veronella, punto di partenza dell'ultima maxiinchiesta sul "vino contaminato", era già stata coinvolta nello scandalo al metanolo. Oggi patteggiare di fatto significa farla franca: pena sotto i due anni, niente carcere né servizi sociali, nessuna menzione sul certificato penale. Insomma, nulla di nulla. Lo rivela in modo impressionante uno studio condotto da cinque ricercatori dell'Università di Parma, dipartimento di salute animale, che evidenzia tutti i lati oscuri della nostra industria più ghiotta. In cinque anni, tra il 1995 e il '99, ci sono state 2.540 sentenze definitive. In massima parte, però, si tratta di alimenti conservati male, sporchi, corretti con sostanze proibite: minacce secondarie alla salute, sanzionate con una multa. Ma anche quando il tribunale ordina la reclusione, pochi scontano la pena. In 207 casi è stata concessa la sospensione condizionale. Per non parlare dell'ultimo indulto, un'ondata di piena nello spazzare via gli effetti di questi crimini. La statistica diventa paradossale quando si esamina la "non menzione", ossia i condannati a cui non viene nemmeno macchiata la fedina penale: ben 1.215 che quindi restano totalmente impuniti. Sono colpevoli di avere lucrato su carne, latte, verdura o altri cibi fuorilegge, ma all'indomani della sentenza possono addirittura partecipare alla gara per rifornire un asilo o un ospedale. C'è persino la beffa: vengono sostenuti con denaro pubblico tutti i produttori di un settore danneggiato dall'effetto delle truffe, ma non si risarciscono le vittime. E' quello che è accaduto con l'eccidio del metanolo, che uccise 19 persone e ne rese cieche altre 15. Dopo più di 22 anni le vittime non hanno visto una lira e nemmeno un euro. Lo schema è lo stesso: gli arrestati diventano nullatenenti prima del giudizio, le aziende falliscono e al momento della sentenza i quattrini si sono dissolti. Ricorda Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo e al tempo rappresentante legale delle famiglie: «Al processo ottenemmo provvisionali alte, anche 300 milioni di lire, ma rimasero sulla carta. L'incredibile è che lo Stato stanziò decine di miliardi per aiutare il settore vitinicolo, duramente provato dallo scandalo. Furono spesi pacchi di denaro per campagne pubblicitarie, per potenziare i controlli, perfino per riparare i danni subiti dai supermercati stranieri, ma nemmeno una lira fu destinata alle vittime». Nella macchina impazzita della giustiza si scoprono altri due incentivi a delinquere. Il primo è la clemenza automatica, con sconti elargielargiti anche a chi non risarcisce i danni o non mostra nemmeno rimorso: il principale responsabile della strage da metanolo, da una pena iniziale di 16 anni alla fine ne ha passati in cella meno della metà. E c'è la questione delle analisi di laboratorio. Perché il gioco dei parametri sulle sostanze chimiche e la valutazione dei livelli di pericolosità diventano complessi da valutare in tribunale, animando guerre di perizie. Spesso, poi, sul banco degli imputati ci sono multinazionali che possono schierare collegi di luminari. La vicenda del latte all'inchiostro è paradigmatica. L'Asl di Ascoli Piceno nell'agosto 2005 scoprì nel latte per l'infanzia quantità non previste di Itx, una sostanza usata (e grazie a questa indagine successivamente vietata in tutta l'Ue) per fissare l'inchiostro sulle confezioni di cartone. Il pm di Ascoli Piceno, avvertito il ministero della Salute, dispose il sequestro in tutta Italia di milioni di litri, tutti i lotti che scadevano nel settembre 2006. Ma per due mesi non succede nulla: solo quando la vicenda arriva sui giornali il prodotto incriminato viene ritirato. Una costante: gli organismi di controllo non si muovono finché non scoppia lo scandalo o interviene un magistrato. Il processo per l'Itx finisce a Milano, sede legale della Nestlé. A dicembre l'Europa getta acqua sul fuoco: l'Efsa, l'autorità europea per la sicurezza alimentare, esclude la possibilità che l'Itx interagisca con il Dna delle cellule. Non si espone su eventuali altri rischi tossici: non ci sono studi sufficienti. La procura di Milano chiede dunque al farmacologo Silvio Garattini una perizia, che di fatto chiude l'inchiesta. Il gip la ricalca nelle sue conclusioni: «Non esiste prova che l'assunzione di Itx per via alimentare rappresenti, da subito, un pericolo significativo in termini di tossicità». Tutti assolti perché non è provata la minaccia alla salute. Giusto. Il gip non può non sottolineare però che Garattini non ha nemmeno escluso che «la tossicità possa essere rilevata in caso di assunzione per lunghi periodi, essendo necessari ulteriori studi per valutare gli effetti del bioaccumulo». Quel latte era l'alimento principale dei neonati: chi li tutelerà dagli eventuali effetti futuri che non sono mai stati studiati? 

PARLIAMO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI

I rifiuti solidi urbani (umido, carta, vetro, alluminio, ecc.) ed i rifiuti speciali sono una risorsa che può creare lavoro e ricchezza. Il valore del materiale raccolto ed il risparmio sul suo smaltimento porterebbe benefici per tutti:

ai cittadini che pagherebbero meno la tassa sui rifiuti;

ai disoccupati che troverebbero lavoro per la raccolta porta a porta;

alle amministrazione che coniugherebbero lavoro, risparmio, tutela ambientale;

alle imprese specializzate per il riutilizzo che avrebbero una vera raccolta differenziata.

Questo perché spesso non è raccolta differenziata quella che si fa. Tutti gli errori e gli orrori del riciclo spiegato da Anna Tagliacarne.

Differenziare è fondamentale, ma l’errore è sempre in agguato. Gettate i giornali nel cassonetto condominiale per la carta e trovate residui di pizza in un cartone? In quello del vetro adocchiate un piatto di ceramica e una pirofila in frantumi? Sono gli errori più comuni. Come la Barbie in mezzo alle bottiglie dell’acqua. O i vasi sporchi di terra. Ma cosa succede quando ciò che gettiamo in pattumiera non è adatto al riciclo?

VETRO - «Si crea un grosso danno al ciclo produttivo, soprattutto buttando ceramica e pirex in mezzo al vetro. I detector non riconoscono le particelle di ceramica, pur essendo macchine molto sofisticate, e quando il vetro viene triturato e compresso, anche la ceramica, che fonde a una temperatura differente dal vetro, viene inglobata nelle nuove bottiglie», spiega Walter Facciotto, direttore generale del Conai, Consorzio nazionale imballaggi. «Queste bottiglie però, che contengono particelle differenti dal vetro, possono scoppiare, sono a rischio». Quindi dipende da noi la qualità delle nuove bottiglie in circolazione. Riciclando un chilo di vetro si evitano le emissioni di CO2 di una utilitaria che percorre quasi 10 chilometri, secondo i dati del Coreve (Consorzio recupero vetro), mentre grazie al recupero e al riciclo di carta e cartone tra il 1999 al 2011 il Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo imballaggi a base cellulosica) ha evitato la formazione di 222 discariche.

CARTA - «Per quanto riguarda la carta, l’errore più comune è buttare gli scontrini, carta termica che contiene solventi e aumenta lo scarto, oppure cartoni sporchi, con avanzi di cibo, che fermentano», continua Facciotto. Bisogna sottolineare che la raccolta differenziata è strettamente limitata ai soli imballaggi: e in questo senso gli errori più vistosi li registriamo tra i manufatti in plastica: giocattoli, articoli per la casa, articoli di cancelleria, da ferramenta e giardinaggio, piccoli elettrodomestici, qualsiasi oggetto in plastica o con parti in plastica, viene erroneamente buttato nella raccolta differenziata ma, per fare un esempio, una bambola o un gioco in generale, è prodotta con differenti polimeri, non riciclabili.

PLASTICA - Lo stesso vale per il vaso o la penna sfera, anche se privata del refill. Nella fase di selezione i singoli polimeri vengono separati prima del riciclo, e ciò che viene scartato va ai termovalorizzatori e recuperato energeticamente». Se con venti bottiglie di plastica (Pet) si fa una coperta in pile, con sette vaschette portauova si può tenere accesa una lampadina per un’ora e mezza, e le tonnellate di rifiuti in plastica raccolte in Italia lo scorso anno (dati Corepla, Consorzio raccolta recupero riciclaggio rifiuti imballaggi in plastica) sono pari a sette volte il volume della Grande Piramide in Egitto e a due volte il peso dell’Empire State Building. Considerando la mole dei rifiuti prodotti è quanto mai opportuno separare e riciclare al meglio. Anche perché i rifiuti «migliori» hanno più valore. Maggiore è la qualità del materiale che scartiamo, maggiore è il corrispettivo riconosciuto ai Comuni.

METALLI - Per l’acciaio, ad esempio, si va da un minimo di 38,27 euro a tonnellata a un massimo di 83,51 euro, per l’alluminio da un minimo di 173, 96 euro a tonnellata a un massimo di 426,79. L’Italia è al primo posto in Europa per il riciclo dell’alluminio: secondo dati Ciai (Consorzio imballaggi alluminio) nell’ultimo anno è stato recuperato l’80% degli imballaggi in alluminio circolanti nel Paese, mentre in più di dieci anni secondo il Consorzio nazionale acciaio sono state recuperate quasi 3 milioni di tonnellate di acciaio, l’equivalente in peso di 300 torri Eiffel. «Le buone ragioni per differenziare correttamente non mancano: tutto ciò che scartiamo è riutilizzabile come materia prima, se lo buttiamo correttamente», conclude Walter Facciotto. «Per questa ragione, dovremmo andare periodicamente alle isole ecologiche e smaltire là le lampadine, i piccoli elettrodomestici, i cellulari, il legno. È un piccolo gesto che ognuno di noi può fare per l’ambiente senza troppa fatica».

PARLIAMO DI DISASTRI AMBIENTALI

Case crollate, strade ridotte ad un cumulo di fango e detriti, auto accartocciate, oggetti sparsi ovunque e morti, tanti morti. Un inferno d'acqua colpisce periodicamente i territori italiani. Alla rabbia e al dolore per la perdita di vite umane si aggiungono i tanti, troppi danni materiali, quantificabili in milioni e milioni di euro. Sono quelli che servono alla ricostruzione di case e ponti crollati, alla rimozione dei detriti, al ripristino degli ambienti danneggiati e speriamo, alla messa in sicurezza dei fiumi. Ma tutto questo si può evitare? Difficile dirlo ma certo, si può fare molto per prevenire quei danni, dovuti certo alla portata straordinaria delle piogge, ma soprattutto alla grave incuria di territori sottoposti addirittura a stretto regime di tutela, spesso entro i confini di un parco nazionale. Sul web, in particolare su Facebook e Twitter, censurati dai media si formano gruppi improvvisati di cittadini che protestano inascoltati per le gravi mancanze istituzionali. Per esempio il parco delle “Cinque Terre”  è stato nell'occhio del ciclone per l'arresto del presidente e di alcuni funzionari, accusati di intascarsi i fondi destinati alla protezione.

Ma quello che tanti cittadini denunciano, al di là delle responsabilità individuali e di quelle governative (lo Stato destina pochissimi fondi a questo scopo), è il sistema protezionista italiano affidato a pseudo tutele ambientaliste di ideologia sinistroide: capace di sbraitare per le piccole questioni di abusivismo edilizio, ma assente su fronti importanti come quello della manutenzione dei corsi d'acqua e della messa in sicurezza di zone a rischio frane e smottamenti. “Fra un anno staremo qui a piangere ancora i morti – scrive Piero I. sul gruppo No alluvione del Magra – Altri morti immolati alla verde ecologica follia dell'impatto antropico!”. Il suo giudizio è drastico “la gente crepa affogata – scrive – perché ovunque si devono salvare i passerotti”. “Il fiume va pulito – scrive ancora - questa estate si vedevano ancora i "relitti" della scorsa alluvione.. pare che sia vietato andare a prendere i tronchi.. non ci posso credere”. Lo conferma Giampiero B., geometra di una ditta rimasta sotto il fango, che commenta: “anni e anni fa lavoravamo anche noi nel fiume estraendo ghiaia e tutti questi problemi come oggi non c'erano.... sicuramente la pulizia e l'estrazione non sono le uniche soluzioni ma ci vogliono varie opere a sostegno, iniziamo a fare qualcosa perchè la prossima volta sarà ancora peggio”.

Uno dei luoghi comuni più ricorrenti ogni volta che capita un’esondazione e che questa sarebbe dovuta all’accumulo di ghiaia nei fiumi e nei torrenti, da dove non verrebbe più rimossa. In consiglio regionale del Piemonte è stato approvato il 30 marzo 2011 un ordine del giorno per ‘rendere i fiumi dragabili e per finanziare la pulizia dei torrenti’. Contro questo ordine del giorno insorge Sinistra Ecologia e Libertà, nelle parole del coordinatore regionale, il casalese Fabio Lavagno, e Vanda Bonardo responsabile ambiente della segreteria.

Questo è: tutto uno schierarsi per ideologie.

Esemplare è quello che è successo a Genova. Tutta una città martoriata, e non certo una città costruita abusivamente. Ma non dite che non si poteva fare niente. Ma non dite che non era prevedibile. Da giorni di sapeva che una violenta perturbazione avrebbe colpito di nuovo la Liguria, dopo la catastrofe delle Cinque Terre, e ci siamo specializzati in meteorologia spicciola, isobare e cumulonembi, sapevamo tutto della pioggia che sarebbe caduta, del rischio idrogeologico, del pericolo frane. Si sono riempite pagine di giornali annunciando ogni singola goccerella attesa dal cielo e spiegando le ragioni dell'inevitabile allarme. Dopo l’alluvione sulle Cinque Terre con morti e disastri si annunciava una nuova perturbazione, forse più grave. E poi che cos'è successo? È successo quello che era stato previsto. E il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, invece, salta subito fuori a dire che «non era prevedibile». E che dunque «non si poteva fare niente».

Ma come non era prevedibile? L'evento meteorologico più previsto e annunciato dell'era contemporanea non era prevedibile? Con tutti quei “giuliacci” che pontificano in ogni angolo della Tv, le protezioni civili riunite in seduta permanente, le centrali operative attrezzate con satelliti che scrutano ogni acquazzone e anticipano ogni refolo di vento, come si fa a dire che un evento simile non era prevedibile? Con che coraggio, di fronte a quei sette morti, di fronte al dolore dei loro famigliari, di fronte alla devastazione di una città colpita al cuore, si dice che «non si poteva fare niente»? Non è un po' troppo comodo?

Mettiamola in modo ancor più crudo: gli amministratori usano l'acqua dei fiumi in piena per lavarsi le mani, come tanti Ponzio Pilato in versione nubifragio. E pazienza se quell'acqua in cui si lavano le mani è la stessa che trascina via i cadaveri dei loro concittadini. Non hanno ritegno, non hanno pudore. Si presentano davanti alle telecamere, davanti ai microfoni, davanti ai taccuini. E dicono che loro non c'entrano, che è uno tsunami, un fatto straordinario. Oppure iniziano il gioco dello scaricabarile: il Comune attacca la Provincia, la Provincia attacca la Regione, tutti attaccano il governo, che a sua volta attaccherà non si sa chi. Non vi sembra ora di mettere fino all'assurdo giochino? È inaccettabile che si ripetano le tragedie. Soprattutto è inaccettabile che le tragedie non abbiano mai un responsabile.

Ma che ci lamentiamo, se siamo solo e sempre noi a rivotare sta gente.

Per esempio: Marta Vincenzi è stata la prima donna a ricoprire l'incarico di presidente della Provincia di Genova; se non bastasse, non trovando nessun altro, poi l'hanno eletta sindaco della città di Genova.

Non è questione di sinistra, destra, amministratori di qua o di là. Non se ne deve fare una speculazione politica, non se ne deve fare una polemica di parte. Nessuno può permettersi di sciacallare sui corpi di due bambine trascinate via dal fiume in piena. Ma c'è una questione di dignità, c'è una questione di responsabilità. Davanti a quei due bambini, così come davanti alle altre vittime di Genova o quelle delle Cinque Terre o quelle di ogni territorio italiano per ogni tempo, non possiamo rispondere ancora una volta che «non era prevedibile», che «non si poteva fare niente». Non lo può fare la classe dirigente di questo Paese perché altrimenti che diavolo ci sta a fare nel ruolo di classe dirigente? Se «non si può mai fare niente», se «non ci sono mai responsabili», se «non era compito mio», perché mai dovremmo mantenere un esercito di politici e amministratori che, come numero, non ha pari nel mondo? Per sentirci dire ogni volta che "non si poteva fare niente"?

Ai funerali ad Aulla i parenti delle vittime non hanno voluto politici. E la scelta la dice lunga su quale sia il sentimento diffuso nel Paese. Nessuno ne può più di persone che giocano a nascondino, di rimpalli su fax mandati o non mandati, distinguo di lana caprina sulle competenze. Perché a Genova le scuole ieri erano aperte? Perché i fiumi non erano stati puliti? Le foto pubblicate dai giornali mostravano il Bisagno sporco, bisognoso di interventi e di cura. Perché nessuno li ha fatti? A chi toccavano? Perché la città di New York è stata chiusa e si è salvata da un uragano violentissimo e a Genova, nonostante i precedenti e gli avvisi, nessuno s'è preso la responsabilità di fare altrettanto? La gente era stata informata dei rischi? Ad Aulla era arrivato un fax di pericolo della Protezione civile, ma ai cittadini non gliel'aveva comunicato nessuno: e a Genova? Quali iniziative erano state prese per spingere la gente all'«auto protezione»? Quali strade sono state chiuse? Quali torrenti sono stati monitorati?

Non si tratta di fare polemiche ciniche. Il vero cinismo è di chi dice: «Non si poteva fare nulla». Il vero cinismo è di chi dice: «Non era prevedibile». Il vero cinismo è di coloro che continuano a nascondersi dietro frasi di circostanza, per cercare di scaricare la loro coscienza che gronda fango e lutto. Il vero cinismo è di chi usa lacrime per nascondere scuse, di chi assume incarichi dimenticando che sono incarichi di responsabilità. E la responsabilità è una cosa seria. Per evitare le tragedie ci vogliono i soldi, è vero. Se dalla Finanziaria 2012, come denuncia il Wwf, sono spariti i 500 milioni previsti per la prevenzione del dissesto idrogeologico, ebbene si tratta di una bischerata. Ma i soldi bisogna anche usarli bene: se davvero il problema è la mancanza di fondi, perché a Genova si sta costruendo per 17,8 milioni di euro un nuovo palazzo amministrativo per i dirigenti della Asl 3? È più importante sistemare i letti dei fiumi o le scrivanie dei burocrati?

Per rispetto delle vittime dell'alluvione bisogna evitare in ogni modo di trasformare la tragedia in una rissa, la solita rissa, Regione contro governo, centrodestra contro centrosinistra, berlusconiani contro antiberlusconiani. Ma bisogna dire, con la stessa chiarezza, che nessuno si può sottrarre alle sue responsabilità....

Che non permetteremo di ripetere a tutti che «non si poteva fare niente» e che «non era prevedibile». Ci sono sette persone a Genova trascinate via dal fango nel mezzo della loro città, ci sono bambine strappati alla vita mentre passeggiavano nel loro quartiere. Le due piccole pensavano che quei posti fossero sicuri come la loro casa, invece erano a rischio. Lo sapevano tutti, qualcuno ora deve risponderne.

«L'Italia del fango sta mostrando la sua faccia, il suo ghigno, il suo sberleffo. L'Italia senza giustizia che manda in galera chi denuncia. L'Italia senza legge con un Parlamento incostituzionale, presidenti di Regione illegittimi, al terzo e al quarto mandato consecutivo, come Formigoni, Errani, Iorio. Dove sono i magistrati? Dove la Corte Costituzionale? Il cittadino è solo, senza riferimenti, senza informazione, senza rappresentanti. L'Italia del cemento lo sta seppellendo vivo. Non c'è governo, non c'è opposizione, ma un comitato di affari che si spartisce il Paese senza vergogna». Parole di Beppe Grillo, ligure doc, di fronte alla tragedia di Genova e nei giorni precedenti in altre zone della regione. Parole affidate alla rete dal suo blog: «Oggi mi sento impotente - dice l'esponente politico - la distruzione di Genova era annunciata. E io non ho potuto fare nulla. Ho visto la mia città trasformata in fanghiglia con le auto che cadevano sul porto insieme alla pioggia e ai morti sapendo che si poteva evitare». Per Grillo «nel prossimo Parlamento non uno di questi senatori e deputati deve presentarsi. Camera e Senato vanno svuotati come secchi di merda».

C'è anche un attacco al capo dello Stato: «Il Colle ha detto su Genova "Capire le cause!". La causa - dice Grillo - è una classe politica di cui Napolitano fa parte dal dopoguerra, da 66 anni!». E nel ricordare che proprio oggi «a Roma il Pdmenoelle va in piazza per "Ricostruire l'Italia" insieme all'Idv e con la partecipazione straordinaria dell'ebetino di Firenze (il sindaco Renzi)», Grillo sottolinea: «Ricostruire? Bersani dovrebbe cambiare nome alla manifestazione, chiamarla 'Distruggere l'Italia. Questa finta opposizione che vuole la Tav, la Gronda, che ha cementificato la Liguria, che ha in Regione Burlando e come sindaco di Genova Marta Vincenzi, ci prende pure per il culo? Il senso di estraniamento, di solitudine del cittadino che non ha più nessuno dalla sua parte non so a cosa porterà. In Val di Susa hanno arrestato due ragazze incensurate che prestavano soccorso ai manifestanti. Donne che erano lì, a Chiomonte, per evitare lo sfacelo del territorio. Erano lì anche per i morti di Genova e della Lunigiana. Chi arresteranno ora per disastro colposo? I meteorologi?».

PARLIAMO DI MAFIA VERDE.

Ci siamo mai chiesti se e quanto convenga al cittadino fare la raccolta differenziata della spazzatura, anziché buttare il “tal quale” nel cassonetto?

La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti ha un costo per la comunità: per le aziende di raccolta e per l’ecotassa di smaltimento alle discariche.

Il riciclaggio è più complesso dello smaltimento in discarica o negli inceneritori, cui non si sostituisce, ma che ne limita comunque l'utilizzo. Si parla di sistema di riciclaggio riferendosi all'intero processo produttivo, e non soltanto alla fase finale; questo comporta la raccolta differenziata dei rifiuti, passaggio fondamentale del processo. Per realizzare una raccolta differenziata efficace è di grande importanza la fase di differenziazione attuata dai singoli utenti. Il riciclaggio apre un nuovo mercato, in cui nuove piccole e medie imprese recuperano i materiali riciclabili per rivenderli come materia prima o semilavorati alle imprese produttrici di beni. Un mercato che si traduce pertanto in nuova occupazione. Se al ricavo effettuato dalla vendita dei materiali riciclati si destinasse anche il risparmio effettuato dalla mancata raccolta e smaltimento dei medesimi materiali, vi sarebbe un incentivo per nuovi posti di lavoro e una raccolta più efficace porta a porta. Invece le amministrazioni comunali, anziché programmare una raccolta intelligente e vantaggiosa dal punto di vista economico, la disincentivano, invitando i cittadini alla raccolta differenziata, senza diminuire, però, (anzi si aumenta), il costo TARSU pro capite. Probabilmente non è solo incompetenza, ma un rapporto losco di affari e corruttela, che non deve essere tranciato tra amministratori ed aziende di raccolta e smaltimento.

Non solo. Ci siamo mai chiesti chi decide gli aumenti e i ribassi delle nostra bolletta della luce?

Si tratta dell’Autorità per l’energia e il gas (AEEG), competente nella determinazione delle tariffe della luce e del gas. Non sono più Eni e neppure Enel a fissare il prezzo e le accise che andiamo a pagare, come spesso erroneamente ci comunicano i diversi call center. La AEEG con scadenza trimestrale pubblica sul suo sito diverse delibere contenenti i valori aggiornati delle componenti che andranno ad imbellettare la nostra bolletta. La bolletta italiana, anche se ai più non piace e non si fa capire, può almeno definirsi democratica, poiché sia a nord sia a sud i suoi costi rimangono invariati: c’è un’unica tariffa nazionale regolata. I costi della bolletta cambiano a seconda dell’utenza: pagherete la tariffa D2 se siete un consumatore residente con fabbisogno casalingo che non supera i 3 kW di potenza. Nel caso invece non siate residenti oppure nel caso i vostri consumi domestici superino una capacità di 3 kW pagherete automaticamente una tariffa più cara, chiamata tariffa D3.

Ma andiamo ad analizzare le voci segrete della bolletta: si parla di costi di trasporto, prezzo energia ed accise, ma in realtà le voci sottintese sono molte di più.

Quando accendiamo la luce, in realtà paghiamo:

una quota potenza, che rappresenta un fisso all’anno da moltiplicare al valore della propria potenza casalinga; il valore di tale quota varia a seconda della tariffa utilizzata;

una quota fissa, un fisso da pagare una volta all’anno;

una quota energia, ancora un fisso da pagare in base ai propri consumi, a copertura dei costi relativi alle infrastrutture dedicate al servizio di trasmissione, di distribuzione e di misura;

un prezzo energia, che è la componente che ci interessa di più, poiché va a coprire i costi di approvvigionamento dell’energia elettrica. Quando i fornitori di energia elettrica ci parlano di sconti si riferiscono solo a questa componente. Questo costo influisce per il 60% sull’intera bolletta della luce. E’ solo su questa voce che si devono fare i calcoli per eventuali sconti derivanti da impianti fotovoltaici domestici;

il prezzo dispacciamento, un piccolo costo che si riferisce alla gestione della trasmissione giornaliera di energia;

la componente Disp.BT, che va a coprire ulteriori costi del dispacciamento;

la componente UC1 che copre i costi dovuti all’acquisto dell’energia elettrica, tale componente non viene pagata se si è già passati al mercato liberalizzato.

Ora seguono le componenti chiamate oneri generali di sistema che incidono per l’8% sulla bolletta:

la componente UC3 è prevista per la perequazione dei costi di trasmissione e di distribuzione;

la UC4 è per le imprese elettriche minori;

la componente MCT è a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare, fino al definitivo smantellamento degli impianti (anche se in realtà ora non si parla più di smantellare ma di ricostruire centrali nucleari);

la AS è una componente introdotta il 1° ottobre 2008 per compensare le agevolazioni previste per quei clienti che usufruiranno della tariffa sociale;

la A2 è un’ulteriore componente per lo smantellamento delle centrali nucleari;

la A3 è per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili;

la A4 copre i tariffari speciali, previste per esempio per le Ferrovie dello Stato;

la A5 è per il finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo;

infine la A6 è dovuta ai costi sostenuti dalle imprese in seguito alla liberalizzazione. Tale componente è al momento uguale a zero.

E ancora le tasse chiamate imposta erariale e accisa comunale che vanno a coprire il 14% dei costi totali della bolletta. E infine c’è l’immancabile l’Iva del 10% - 20%. È stata una lunga apnea, ma ora possiamo leggere con occhi più consapevoli la nostra bolletta della luce, e comunque capire che i costi fissi, rimangono tali, mentre solo i costi variabili, diminuiscono con l’uso del fotovoltaico, salvo che non diventa un onere il suo mancato uso.

La truffa del fotovoltaico.

La psicosi del risparmio energetico ha scatenato la disperata ricerca della fonte energetica alternativa che consente di liberare i cittadini da questa schiavitù. Tra gli investimenti maggiormente pubblicizzati da una rete di imprese, associazioni e banche figura come primario quello dell'impianto fotovoltaico, godendo di un sistema di incentivazione particolare: il conto energia. Il caro petrolio ha lanciato la psicosi del risparmio energetico e ha scatenato la disperata ricerca della fonte energetica alternativa per uscire dal circolo vizioso dei rincari insostenibili. Cominciano così ad accreditarsi sempre più le fonti di energia alternative, sostenute da una politica promossa dall'Unione Europea e dagli stessi governi di incentivi per abbattere le emissioni di CO2 nell'atmosfera, come sancito dal Trattato di Kyoto. Tra gli investimenti maggiormente pubblicizzati da una rete di imprese, associazioni e banche figura come primario quello dell'impianto fotovoltaico, godendo di un sistema di incentivazione particolare. In particolare, il Decreto Ministeriale del 19 febbraio 2007, ha previsto una procedura amministrativa in virtù della quale viene concesso una forma di finanziamento, mediante il pagamento ad una tariffa fissa, l'energia prodotta mediante il proprio impianto fotovoltaico. In tal modo, il Ministero dell'Ambiente decide di trasferire al proprietario dell'impianto, nonché assegnatario del progetto di finanziamento, una cifra annuale commisurata alla capacità energetica dell'impianto, remunerando l'elettricità prodotta dall'impianto per un certo numero di anni. Stiamo parlando del progetto "conto energia" che va a ripagare con un piano di ammortamento l'acquisto degli impianti già acquistati, funzionanti e connessi alla rete elettrica di distribuzione della casa, predisponendo degli appositi contatori che indicano non solo l'energia consumata ma anche quella prodotta. Ovviamente viene prevista anche la possibilità di poter vendere alla rete nazionale energetica il surplus prodotto, acquistando un credito nei confronti dell'Enel. La norma in sé sembra conveniente e allettante, considerando che riconoscerebbe ad una famiglia media di 4 componenti, che costruisce un impianto di 4 Kw, un finanziamento di 2500€ all'anno, a cui occorre aggiungere il risparmio energetico derivante dal mancato pagamento di bollette energetiche e gas.

Di fatto, per applicare tale norma è stato costruito un contorto sistema che vede imprese, banche e assicurazioni coinvolte in una rete viziosa allo scopo di trarre ovviamente un guadagno dall'incentivazione statale ad acquistare impianti fotovoltaici. I soggetti promotori del progetto sono il più delle volte società, spesso con una struttura multilevel, che si fanno carico delle pratiche di progettazione ingegneristica e civile dell'impianto, nonché del montaggio e del collegamento dello stesso alla rete di distribuzione interna e nazionale. Costruiscono a tal fine una rete di agenti che - come i nostalgici rappresentanti degli elettrodomestici e casalinghi - propongono al cliente la costruzione di un impianto fotovoltaico a costo pari a zero, grazie alla possibilità di usufruire degli incentivi statali. In realtà, in una seconda fase del colloquio, l'agente spiega che al momento dell'acquisto dell'impianto, viene sottoscritto un "mutuo chirografario" di 20 anni, ad un tasso del 5-6%, grazie al quale la Banca anticipa l'intera somma del costo dell'impianto e poi si rifà sulle somme trasferite dal Ministero.

Il punto critico viene allo scoperto proprio esaminando questo "piccolo" particolare, in quanto l'acquisto dell'impianto implica direttamente la sottoscrizione del mutuo, ma non necessariamente l'attribuzione degli incentivi statali, la cui concessione si ha solo dopo che l'impianto diventa funzionante e deve comunque scontare la valutazione delle condizioni esistenti. Nel momento in cui, dunque, acquistate l'impianto verrà subito acceso il mutuo, che non sarà collegato alla pratica inoltrata presso il Ministero: i due contratti vengono ad esistere in momenti diversi, e le vicende dell'uno non posso influire l'esito dell'altro. In altre parole, qualora lo Stato non conceda il finanziamento o interrompa il trasferimento perché "le quote energetiche" sono state tutte aggiudicate, il mutuo non cesserà di esistere e incomberà sul soggetto che lo ha sottoscritto, unico e solo debitore "chirografario", ossia responsabile personalmente e con i suoi beni. Nel meccanismo è stata prevista anche una forma di "copertura assicurativa" in caso di furto o di guasto dell'impianto, che potrebbero portare all'interruzione dei trasferimenti dello Stato: in questo caso occorre aggiungere l'ulteriore costo della componente assicurativa. Stesso discorso vale per la manutenzione e per la garanzia dell'impianto, in quanto l'impresa dà una copertura di oltre 20 anni per alcune componenti, mentre per altre la garanzia non può essere superiore a 10 anni considerando che alcuni componenti - come l'inverter che consente di convertire l'energia continua in energia alternata come necessita al sistema elettrico. Allo stesso modo, la garanzia non è collegata al mutuo, in quanto qualora il guasto non rientri nelle clausole previste né dall'assicurazione né dalla garanzia, il debito della banca resta lì, e deve essere pagato in ogni caso.

Infine, stiamo parlando di impianti che costituiscono una tecnologia "vecchia", risalente agli sessanta, e che in quanto tale dovrebbe essere venduta ad un prezzo di mercato ragionevole, oltre ad aver coltivato esperienza e conoscenza tale da poter far fronte ad ogni inconveniente. Nella realtà gli impianti fotovoltaici vengono venduti a prezzi molto elevati, per circa 7 mila euro ogni Kw di potenza, senza tuttavia garantire che la potenza dell'impianto rimanga nel tempo immutata e non sia sottoposta a degrado, e molto spesso le società comprano dei materiali scadenti per rivenderli ad alte tariffe, con costi che vanno alle stelle se si considera che dovranno alimentare la multilvel, le Banche e le assicurazioni. È chiaro che, dietro al fotovoltaico - entrato nell'immaginario collettivo come una fonte di energia alternativa ed ecologica - hanno costruito un sistema intenzionalmente contorto e complesso per fare, ancora una volta, dell'energia un business, ai danni dei cittadini e dello Stato stesso.

Per quanto possa essere giusta e solida la motivazione di fondo della norma, il modo in cui viene applicata è sbagliato, è poco trasparente e potrebbe rivelarsi una vera e propria truffa, per far girare la macchina bancaria e delle multilevel. Poteva essere elaborato un qualsiasi altro sistema, come un diretto coinvolgimento dell'Enel, che avrebbe beneficiato degli incentivi, oppure avrebbe messo nel conto di ammortamento il risparmio delle bollette, senza richiedere così l'intervento di una banca. D'altronde se il sistema era davvero conveniente, funzionale ed efficiente, avrebbe avuto una pubblicità su larga scala, e avrebbe preso piede tra la popolazione in poco tempo. Invece sono anni che non si muove nulla, e in questi ultimi mesi l'unica cosa che sono riusciti a muovere sono stati - come sempre d'altronde - i mutui, i debiti, i finanziamenti. Allora ci chiediamo perché l'Enel non comincia già da domani a fornire ad ogni famiglia un impianto fotovoltaico, acquistando dai cittadini l'energia, investendo così della "produzione diffusa" e non in quella concentrata in obsolete centrali termoelettriche. Molto spesso abbiamo risposto a questa domanda dicendo che "vi sono grandi interessi delle lobbies petrolifere" che impedisce il diffondersi di tecnologie differenti. La triste realtà tuttavia fa capire che questo è un grande alibi, che il problema di base siamo noi stessi, i nostri governi, le nostre imprese, che complicano una cosa così semplice solo per speculare, per lucrare sulla speranza dei cittadini di uscire dall'incubo del petrolio e del gas. I mutui, le multilevel: non sono questi i mezzi che porteranno i popoli ad ottenere energia libera, perché sono strumenti di potere.

I clan pugliesi mettono le mani sul business della «green economy». Se fino a poco tempo fa c’erano dubbi, ora c’è più di un indizio che ha superato lo step del mero sospetto, arrivando a un passo dalla «prova». L’allarme arriva direttamente dal presidente della commissione parlamentare antimafia, Beppe Pisanu, al termine della «missione» di due giorni in Puglia del 10 dicembre 2010. Il senatore parla per oltre mezz’ora, in Prefettura, rispondendo a una serie di domande dei giornalisti.

Un argomento suscita subito l’attenzione ed è il riferimento agli affari nell’energia pulita. I clan acquistano e rivendono terreni dove collocare la pale eoliche o un parco fotovoltaico che gestiscono anche in proprio attraverso società prestanome: «Non chiedetemi altro, sono vincolato al segreto istruttorio», taglia corto Pisanu che conferma l’esistenza di indagini sulla piovra dell’energia da fonti rinnovabili. Il presidente non indica aree specifiche, ma è evidente che il fenomeno non può riguardare solo il Gargano, zona regina per l’eolico, e dove «la criminalità tende ad assumere forme più oculate di controllo del territorio e caratteristiche di vera e propria mafia». Del resto, la Puglia è la regione italiana con la più alta potenza di eolico, quindi va da sè che la criminalità fiuti l’affare e cerchi di approfittarne, chiosa il presidente dell’organismo bicamerale. Ma di eolico e fotovoltaico a iosa vi è anche nel Salento. Come a iosa sono le polemiche in fazioni contrapposte nello stesso marasma ambientalista salentino. Pisanu ha parlato anche di borghesia mafiosa facendo riferimento a quel salto di qualità che vede la regione proiettata nell’olimpo di quei territori dove i colletti bianchi trovano terreno fertile. È il caso del riciclaggio di denaro sporco alimentato da connivenze e collusioni con una platea di professionisti che hanno ammodernato il modus operandi delle organizzazioni criminali, sempre più propense a far tacere le armi per poter operare sottotono.

PARLIAMO DI ENERGIA ALTERNATIVA.

Via dal vento, se ancora si può. Via da questo pazzo vento di incentivi scandalosi per quantità e durata, via da questa corsa forsennata all’ultima pala che qualcosa frutterà anche se per ora non gira, via da questi “sviluppatori” - nuova sofisticata figura di mezzani - che stravolgono e offendono la quieta esistenza dei piccoli comuni giocando a nascondino con le royalties, via da questi sprechi, da queste mafie in agguato, da queste bollette ogni giorno più care perché il Balletto dell’Eolico ha i suoi costi. E che costi, per produrre poco o nulla. Sono installati in questo momento in tutta la Penisola 4.236 “aerogeneratori”.

Le pale eoliche - il 98 per cento al Sud, e questo la dice lunga - producono 4.849 megawatt, tanto da porre l’Italia al terzo posto in Europa, ben distanziata da Germania (25.800) e Spagna (19.100) e inseguita da vicino da Francia (4.500) e Gran Bretagna (4.000). Bene, l’installazione e la manutenzione di una pala media in Danimarca - lo Stato che ha investito più sull’eolico - in 15 anni di vita costa un milione, mentre da noi, in Sicilia, viene il quadruplo. E sono pale che girano davvero poco: 1.880 ore sempre in Danimarca, 2.000 in Svizzera, 2.046 in Spagna. 2.066 in Olanda, 2.083 in Grecia, 2.233 in Portogallo e da noi soltanto 1.466 ore l’anno. Ma perché? «Una terra di vento e di sole -titolò il Financial Times la sua inchiesta sull’energia eolica in Italia - ma senza regole adeguate». Nessuno se ne accorse, o forse fecero tutti finta di non accorgersene.

Ma non s’è levato un moto di reazione neppure il 18 settembre 2010 quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, parlando da Cortina, ebbe a dire: «Il business dell’eolico è uno degli affari di corruzione più grande e la quota di maggioranza francamente non appartiene a noi». Silenzio. E invece lo sconcio è sotto gli occhi di tutti. Uno sconcio che provocherà guasti anche sociali, non solo economici, stravolgerà l’esistenza di borghi preziosi e di colture rare, produrrà un punto di non ritorno per questa nostra Italia con cui bisognerà fare i conti. Per comodità di ragionamento, lasciamo per un attimo da parte il primo dilemma, piace, non piace. Facciamo finta che questi giganti abbelliscano davvero l’Appennino Dauno e la piana di Mazara, le più belle zone archeologiche della Puglia e le gole più nascoste delle Marche. E passiamo ai dilemmi successivi: chi ci guadagna, come ci guadagna, se questi benefici arrivano in tutto o in parte al Paese Italia. Le prime cifre sono sconvolgenti, purtroppo. Ci sono domande di connessione alla rete in Italia (2010) pari a 88.171 megawatt. L’Anev, l’Agenzia che raggruppa le aziende del settore dell’Energia del vento stima che entro il 2020 la produzione potrà raggiunge al massimo 16mila megawatt. Che senso ha quindi, se non quello di puntare a una spaventosa speculazione, presentare domande per una quantità di energia cinque volte superiore? Il mercato dell’eolico è anche e soprattutto un mercato di carta, il mercato dei famigerati “certificati verdi”, che possono essere comprati dalle grandi aziende al piccolo produttore se queste grandi aziende non hanno prodotto, di loro, la percentuale di energia rinnovabile prevista dalla legge. Che poi queste aziende continuino con le vecchie produzioni inquinanti, questo sembra non interessare davvero a nessuno. Di fatto, con i certificati verdi si fanno grandi cose. Lo dice l’Authority per l’energia, rivelando che nel solo 2008 il Governo ha sborsato 1.230 milioni in certificati verdi, pagati grazie all’addizionale sulle nostre bollette, e che la metà di questa somma è stata tirata fuori per rimborsare un «eccesso dell’offerta». Ecco cosa vuol dire: che si produce più energia di quella che si vuole immettere o si riesce a immettere e che questo surplus viene comunque pagato. E ovviamente le nostre bollette restano le più care d’Europa. Ci sono studi recenti anche sui posti di lavoro, ventottomila nell’eolico nel solo 2008. Considerando che i sussidi erogati sono stati pari a 2,3 miliardi di euro, ogni posto di lavoro creato è costato 55mila. Un altro calcolo: comprendendo tutte le energie rinnovabili, quindi anche il fotovoltaico, si calcola che un nuovo posto di lavoro venga a costare almeno sette volte di più rispetto all’industria. C’e da rimanerci seppelliti sotto questa valanga di cifre. Se non ci fosse da rimettere insieme, ancora, alcune tessere del mosaico. A cominciare dagli incentivi sulla produzione di energia, garantiti per quindici lunghi anni come le pale e i più alti d’Europa come le bollette. Partiamo dal fatto che un kwatt di energia al povero cittadino costa oggi 6,5 centesimi. Ebbene, chi produce eolico ne intasca intorno al doppio (dipende dai valori un poco oscillanti della Borsa elettrica) e chi invece si butta sul fotovoltaico, che poi è la vera nuova inesplorata (può arrivare a cinque sei volte il valore iniziale, intorno ai 39-40 centesimi di euro).

Ma perché il Far West dell’eolico conosca uno stop, ci vogliono almeno i piani regionali. Per ora, chi si alza per primo mette la pala. Per sfuggire persino alla Valutazione di Impatto Ambientale, tedeschi, spagnoli e americani hanno già scoperto il trucco: spaccano un progetto di parco eolico in quattro-cinque spezzoni, scendono sotto la soglia prevista, e così se la cavano con una semplice, unilaterale Dichiarazione di impatto ambientale al comune che li ospita. Non c’è piano regolatore da rispettare, c’è solo da avvicinare il famoso “sviluppatore” in loco, che ha già scelto l’area, ha già valutato i vincoli paesaggistici e soprattutto ha già contattato gli amministratori locali. E comincia così il valzer del terreni scelti, quello sì, questo no, per distese infinite come solo il nostro Appennino regala. Ma la gente si ribella. Contro i parchi eolici spuntano comitati a ogni piazza, a ogni tavolino di bar, a Nardò, a Mazara, a Cosenza, a Crotone, a Otranto. E con i comitati spuntano le inchieste delle magistratura. A parte quella famosa aperta in Sardegna - quella di Flavio Carboni, per intenderci - è tutto un fiorire di nuovi fascicoli: ancora a Crotone, a Sant’Agata di Puglia, in Molise, a Trapani, dove allo “sviluppatore” Vito Nicastri, re del vento di Sicilia e Calabria e ritenuto longa manus del boss Matteo Messina Denaro, hanno sequestrato un patrimonio di 1.5 miliardi. E’ un mare di sporco che avanza, non se ne vede la fine. ''L'eolico nelle regioni meridionali è stato favorito e sostenuto dalla mafia. Questo è un dato inconfutabile; tacere è una forma di complicità''. Lo ha detto Vittorio Sgarbi.

Se ai pastorelli della collina di Giuggianello - come racconta Ovidio - capitò di essere trasformati in alberi solo per aver avuto l’ardire di danzare con le Ninfe, cosa potrà mai capitare agli amministratori della Regione Puglia se un giorno gli Dei decidessero di tornare qui: di trasformarsi tutti in pale eoliche da 80 metri l’una, alte quanto un palazzo di 25 piani? O quale altro sortilegio sarà loro riservato come punizione, per aver consentito non in un mese e neppure in un anno, ma in lunghi mesi e lunghi anni, che la loro splendida terra si trasformasse in un Far West, che il sogno del business ad ogni costo - una Corsa all’Oro in piena regola - attirasse qui ogni genìa di cow boy senza scrupoli a devastare, a inquinare, a corrompere? Ecco, la Puglia. Partiti con il sole e con il vento, con il sogno dell’energia pulita, si è finiti dieci anni dopo a fare i conti con un disastro: i conti con le inchieste penali aperte dalla magistratura, i conti con i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, i conti con le pressioni, con le intimidazioni che hanno dovuto subire i contadini proprietari dei terreni, con le giravolte di società partite con diecimila euro e poi pronte a sparire, i conti con una Puglia che non è più la stessa.

Tanto per riepilogare, il meccanismo è questo: arriva lo “sviluppatore”, contatta piccole amministrazioni con le casse vuote e contadini che ormai delle loro terre non vivono più, presenta il progetto delle pale, impacchetta tutto e aspetta la grande azienda. Per rivendersi a milioni di euro quell’autorizzazione e perché cominci un altro affare, questo alla luce del sole, ma altrettanto discutibile: un kw di energia che vale 6,5 centesimi di euro verrà pagato a chi la produrrà con queste pale praticamente il doppio, e per quindici lunghissimi anni. Chi ci rimette, sempre per riepilogare, è il povero cittadino che paga la bolletta: c’è una voce che gli viene addebitata proprio perché partecipi anche lui (ma solo da spettatore pagante) a quest’abbuffata, una voce che in questo 2010 vuol dire, come incentivo su scala nazionale a carico degli utenti, 3 miliardi di euro, 5 miliardi nel 2015 e 7 miliardi nel 2020. Bell’affare.

Ma torniamo alla Puglia, dove davvero è successo di tutto e di più. Dove l’Anev, l’Agenzia delle imprese del settore, dice che fino al 2009 sono state installate 916 pale eoliche per un totale di 1.158 megawatt, Puglia prima in Italia, s’intende. Ma le cifre dell’Anev sono superate da quelle dell’assessorato all’Energia: fra impianti installati e autorizzati c’è già in campo una produzione di 2.300 megawatt, quindi intorno alle 1.800 pale e c’è un piano energetico regionale che consente di arrivare entro il 2016 a 4.000 megawatt. Una follia, la Puglia da sola che pretende (e a questo punto dovrebbe riuscirci) di produrre un quarto dell’energia eolica italiana prevista dall’Anev per il 2016. Come è potuto accadere?

«Ma se vuole – confida l’assessore all’energia - le offro un dato che può consegnare la Puglia alla fantascienza...». E lo offre: ci sono domande giacenti in Puglia per altri 30mila megawatt, per almeno altre 12mila torri eoliche da disseminare sul territorio, «una specie di Foresta del Mato Grosso», chiosa l’assessore. E che succederà? «Succederà che approveremo solo progetti altamente qualificati, quindi pochissimi». Richieste per 30mila megawatt vuol dire che i pescecani dell’eolico pensavano di produrre qui il doppio dell’energia prevista per tutta l’Italia dalle “rinnovabili” entro il 2020. Una stalla che nessuno si è preoccupato di chiudere né quando, nell’estate del 2008 arrestarono il sindaco di Ascoli Satriano, provincia di Foggia, Antonio Rolla, per abusi commessi proprio nella realizzazione di un parco eolico, né quando a febbraio 2009 si mosse la Procura Antimafia di Lecce con un’inchiesta su quel che resta della Sacra Corona, sul clan Bruno, e sul parco eolico di Torre Santa Susanna, provincia di Brindisi, che finì con dieci arresti, e neppure quando un anno dopo tutta la giunta di Sant’Agata di Puglia finì sotto inchiesta per le pale del Sub Appennino Dauno che sul terreno del sindaco valevano il doppio. Tanto meno ha senso chiuderla oggi, questa stalla, oggi che la Procura di Napoli ha messo gli occhi anche sul parco eolico di Castellaneta, provincia di Taranto, uno dei più grandi d’Europa con le sue 276 pale, e che sta frugando tra le carte della Green Engeneering and Consulting, di Napoli appunto, la stessa azienda che si potrebbe ritrovare negli archivi del comune di Vicari, provincia di Palermo, l’intero consiglio sciolto nel 2005 per «infiltrazioni mafiose». Ma non è la sola connection siciliana che si nota qui in Puglia: nelle pagine dell’inchiesta di Raccuja, parco dei Nebrodi, provincia di Messina, che ha portato all’arresto del sindaco, si può ritrovare il nome della Api Holding, la stessa ditta delle pale di Sant’Agata di Puglia. Insomma, un bell’intreccio.

Si diceva dei pastorelli e delle Ninfe perché anche qui c’è un casus belli, un po’ come le rovine di Altilia a Sepino, in Molise. La differenza è che mentre le pale di Sepino sono previste a una decina di chilometri dalle rovine e già danno fastidio, le 14 pale di Giuggianello, invece, dovrebbero sorgere praticamente tra i resti megalitici che raccontano quella leggenda. Quattordici belle pale che qui hanno una loro peculiarità: essendo piazzate sulle Serre Salentine, cioè sui crinali più alti del Tacco d’Italia, a 200 metri di quota, possono essere ben viste dai due mari, sia dall’Adriatico sia dallo Jonio. Come ha potuto la regione Puglia consentire che si arrivasse a tanto? Perché, poi, il Salento è un caso nel caso. E’ qui che c’è stato l’assalto più sfrenato. Pale come se piovesse, a Lecce stessa, a Soleto, a Martignano, a Surbo, a San Pancrazio, a Martano, a Ugento, a San Donato. Solo a Nardò, nelle bellissima Nardò, non sono arrivati. Una specie di rivolta di popolo ha impedito che il parco eolico si realizzasse. Ma per il resto è stata una specie di marcia trionfale dei Guastatori. E poi c’è l’off shore, le pale a mare. Quattordici progetti presentati, uno approvato dalla Regione Puglia, quello di Tricase, in provincia di Lecce, con le torri a una ventina di chilometri dalla costa. Una specie di zattere che comunque infastidiscono parecchio gli ambientalisti: sostengono che interromperebbero la migrazione degli uccelli fra Italia e Albania. Gli altri tredici progetti, perché nel frattempo la normativa è cambiata, sono tutti sul tavolo del ministero a Roma. La Regione, per quanto di sua competenza, si è già dichiarata contraria alle torri alle Isole Tremiti e davanti al Gargano. E la partita non è chiusa. Con i pannelli fotovoltaici stanno succedendo cose turche per queste contrade. E il fotovoltaico rende come incentivi almeno tre volte l’eolico, scatena, quindi, appetiti ancora più sfrenati. E’ la nuova frontiera, perché questo brutto Far West non finisce mai. Tutta ancora da raccontare.

«Italia Nostra auspica una nuova prima vera “mani pulite in Puglia”, che riporti la legalità ed il diritto, dove oggi sembra regnare solo l’interesse di pochi! Dove si devasta il paesaggio, lì c’è la mafia! Non cercatela altrove! - Queste le parole di Marcello Seclì, presidente Italia Nostra, Sud Salento. - I telefoni di Italia Nostra squillano come centralini ospedalieri durante un’epidemia: è gente allarmata che denuncia la desertificazione, la morte del Salento sotto i “lager dei pannelli fotovoltaici” dove prima crescevano fiori e prodotti agricoli. E’ una “metastasi incontrollata” che soffoca le nostre vite uccidendo il nostro paesaggio, un “cancro”, non lo si può definire diversamente, cui la Regione deve porre rapido rimedio, fermando con una moratoria il fotovoltaico in tutte le zone agricole e autorizzandolo solo nelle aree industriali e sui tetti e tettoie di strutture ed edifici recenti! Tutti gli impianti industriali prossimi alle strade del Salento che stiamo vedendo sorgere ormai dappertutto comportano, sotto la luce del sole, un effetto riverbero che acceca gli automobilisti provocando incidenti che possono rivelarsi anche fatali! Nessuno ha mai tenuto conto di questo?! Eppure altri impianti fotovoltaici a terra stanno sorgendo su ettari ed ettari ai margini della provinciale Castrignano dei Greci-Martano, della Corigliano-Galatina, lungo lo scorrimento veloce Maglie-Galatina, qui addirittura senza che siano rispettate nemmeno le fasce di rispetto di almeno 50 m previste per le strade di tipo B, ecc. ecc. Scempi a danno del paesaggio, del suolo agricolo e del nostro ambiente (si consideri solo l’inquinamento da diserbanti utilizzati!), tutti incostituzionali, che amministratori dall’animo corrotto e bugiardi presentano pure come occasione di sviluppo per il territorio, pur nella consapevolezza della nulla tecnologia locale impiegata e della esigua manodopera che sarà occupata a regime; amministratori che si arrampicano sugli specchi per cercare di giustificare le autorizzazioni concesse ai nuovi colonizzatori stranieri dell’energia, che tutto prenderanno, deprederanno, dal territorio, persino i nostri stessi incentivi per le rinnovabili, senza nulla poter dare in cambio. Siamo arrivati veramente alla spudoratezza! Ciò che finora si è fatto e tentato di fare illegittimamente e nel più assoluto riserbo, ora si tenta di continuare a fare cercando di legittimarlo attraverso la pubblica ostentazione, in extremis, nel crollo rovinoso di immagine e delle norme del castello immorale con cui si era permessa questa speculazione, quella delle rinnovabili industriali e della Green Economy, praticamente la più grave speculazione della storia del Sud Italia, come l’ha definita tra le righe lo stesso Ministro Tremonti! Dove sono le forze dell’ordine che dovrebbero intervenire in forze per porre i sigilli di sequestro a queste strutture totalmente industriali realizzate in piene zone agricole e contro la Costituzione Italiana ed ogni buon principio di pianificazione urbana? Infatti, la legge regionale 31/08 è stata dichiarata incostituzionale, già in marzo 2010, dalla Corte Costituzionale, ed è in nome di questa legge che si sono aperti successivamente cantieri per realizzare gli impianti, i più, di potenze inferiori a 1MW, ciascuno di circa tre ettari di verde fertile suolo ricco di biodiversità, che viene desertificato e coperto, sepolto di pannelli, pugnalato da migliaia di pali e martoriato con chilometri di cavidotti, ed il tutto con la presentazione di una semplice Dichiarazione di Inizio Attività (DIA) al solo comune interessato; una procedura che non offre alcuna garanzia per l’ambiente e la pubblica sicurezza e prevenzione sanitaria. Scopriamo poi, che stesse ditte, magari mal celate sotto nomi diversi, tentano di realizzare più impianti nello stesso feudo comunale! Ma questo è assolutamente illegale, non solo per l’incostituzionalità già citata; si tratta, infatti, di frazionamenti realizzati ad hoc, con dislocazione di uno stesso mega impianto di più megawatt in più sotto impianti, anche non necessariamente contermini, ma nello stesso feudo, o in feudi vicini, per poter con lo strumento delle semplici DIA, evitare, con un illecito escamotage, le più complesse strade burocratiche dell’autorizzazione unica regionale, che per legge devono percorrere impianti superiori ad 1MW! A volte il frazionamento mira ad evitare le incerte, nell’esito autorizzativo, procedure di Valutazione di Impatto Ambientale per i grandi impianti! Intervengano allora le forze dell’ordine per riportare l’ordine e la legalità, per controllare come sia possibile tutto ciò, ma anche per verificare come sia stato possibile inaugurare altri nuovi cantieri alla luce della retroattività della sentenza di incostituzionalità! Ci chiediamo, senza volere fare polemica, ma come appello estremo e disperato: dove sono le forze dell’ordine, il NOE, i Carabinieri, la Polizia, la Finanza, la Forestale, la Polizia Provinciale? Non vedono, come tutti noi cittadini invece vediamo quotidianamente, quanto si sta compiendo illegalmente ai danni di noi tutti, del nostro paesaggio, della nostra Costituzione? E’ un esercito stipendiato a difesa del territorio che pare sonnecchiare, o a cui le mani sono state legate da interessi di terzi poteri, che hanno soffocato anche la loro libertà?! C’è sempre tempo per sequestrare piscine e case abusive, ma oggi vi è l’impellenza di fermare sul nascere lo scempio ben più grave e catastrofico delle rinnovabili industriali, da mega eolico e mega fotovoltaico, denunciato dagli stessi direttori generali pugliesi di ARPA (Agenzia per la Prevenzione l’Ambiente) e della Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggistici! Non avallino i magistrati e le nostre forze dell’ordine, con il silenzio e la non azione, quanto sta avvenendo!»

Quei miliardi al vento. A Report la grande truffa dell'importazione dell'energia verde. Le garanzie fornite dai venditori esteri non danno sicurezza sulla provenienza. È un meccanismo complicato, ma si può riassumere così: comprare un certificato verde costa a un’azienda italiana molto di più che importare dall’estero energia dichiarata pulita, anche se non c’è alcuna vera garanzia che sia davvero tale, come ammette il sottosegretario Stefano Saglia. Conseguenza per il contribuente italiano: lo Stato si è impegnato a comprare tutti i certificati verdi invenduti, per garantire un sostegno al nascente business dell’energia pulita. E questo (come spiega Milena Gabanelli nella puntata di Report in onda in 28 novembre 2010 su Raitre) nel 2009 è costato alle casse pubbliche un miliardo di euro. Che pagano tutti gli italiani in bolletta.

C’è fame di energie rinnovabili in Italia. Nella puntata di Report Giovanni Buttitta, direttore delle relazioni esterne di Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, conta e riconta le richieste per allacciare i nuovi impianti: “Un numero molto alto: 120 mila megawatt”. Il doppio del fabbisogno annuale dell’Italia. Perché spuntano panelli fotovoltaici ovunque e pale eoliche giganti sostituiscono alberi in montagna e coprono la terra rossa in riva al mare? L’inchiesta di Alberto Nerazzini racconta il vero business che si nasconde dietro le richieste ambientaliste dell’Europa: entro il 2020 l’Italia deve abbattere le emissioni di anidride carbonica e consumare il 17 per cento dell’energia da fonti rinnovabili. I cittadini, in gran parte a loro insaputa, contribuiscono a una rivoluzione verde pagando in bolletta 3,2 miliardi di euro l’anno. Nerazzini si occupa anche di Green Power, società di Enel appena sbarcata in Borsa. L’azienda non si affida solo al boom dell’economia verde, ma anche al regime fiscale degli Stati Uniti: oltre 60 società di proprietà di Green Power hanno sede a Wilmington, nel Delaware, Stati Uniti. Come mai? L’amministratore delegato, Francesco Starace, spiega a Report senza imbarazzo: “Perché lì, in America, noi abbiamo una società che si chiama Enel North America, residente nel Delaware, che all’interno degli Usa ha un regime fiscale positivo. È un modo per generare meno tasse”. Commenta Nerazzini: “Tutto legittimo. E sappiamo quanto sia difficile restare competitivi sul mercato internazionale. Ma visto che Enel è ancora una società controllata dal Ministero del Tesoro, che ne possiede più del 30 per cento, uno si domanda quale sia la percentuale di tasse che Enel sta evitando di scaricare sul fisco italiano”.

L’altro punto su cui si concentra Report è il traffico di energia rinnovabile importata dall’estero dai produttori di energia sporca (gas, petrolio) che sono tenuti a ripulirsi, comprando “certificati verdi” da chi produce usando fonti rinnovabili (un complicato sistema per trasferire soldi da chi inquina a chi è più “verde”). Il 31,6 per cento di tutta l’energia elettrica consumata in Italia proviene da fonti rinnovabili, cioè da centrali idroelettriche, biomasse, geotermia, eolico e solare. Questo dato è lo stesso che è comunicato ai consumatori: compare nella tabella del mix energetico che da maggio scorso le aziende fornitrici di elettricità, come l’Enel, devono pubblicare sui loro siti e sulle bollette. Un dato che sembra descrivere un’Italia sulla buona strada nel raggiungimento dell’obiettivo concordato con l’Europa per il 2020. Peccato però che la quantità di energia (32mila gigawatt) importata che il Gse (Gestore Servizi Energetici) considera verde possa essere computato dall’Italia come energia da fonte rinnovabile per il raggiungimento degli obiettivi europei del 2020. “Le garanzie d’origine non sono sufficienti per il conteggio del target italiano”, ammette Gerardo Montanino, direttore operativo di Gse.

La direttiva europea che stabilisce gli obiettivi del 2020 prevede infatti che uno Paese possa conteggiare l’energia verde importata solo se c’è uno specifico accordo con il Paese esportatore. Questi accordi per il momento non ci sono e quindi l’energia verde di cui parla il Gse, ai fini degli obiettivi del 2020, conta zero. E questo per i prossimi anni, visto che secondo il Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, stilato dal ministero dello Sviluppo economico, i primi giga verdi d’importazione saranno computabili come consumati in Italia solo nel 2016: dei 9mila Gwh previsti, 6mila arriveranno dal Montenegro. Sempre che venga realizzato un cavo di interconnessione attraverso l’Adriatico. Insomma per gli obiettivi del 2020 le garanzie d’origine non contano nulla. E ora sembra avere dubbi sulla loro reale utilità anche il sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico Stefano Saglia, che a Report dice: “Importiamo energia ed è quasi tutta con certificato di garanzia da fonte rinnovabile, ma invece non lo è”. Perché, quindi ci si affida tanto all’estero? Come sempre è questione di soldi.

Un'inchiesta di Report rivela come il cippato per le centrali a biomasse spesso proviene dall'estero, con notevoli costi ambientali. Le centrali a biomasse sono utili all'ambiente e all'economia se di piccole dimensioni e se bruciano residui di boschi e di segherie, in un'ottica di filiera corta, per rendere autosufficienti i piccoli paesi. La stessa cosa non si può dire per le centrali di grandi dimensioni, che per essere alimentate devono acquistare biomasse fuori provincia, fuori regione e perfino all'estero. A tracciare un quadro di luci e ombre sulle centrali a biomasse è stata un'inchiesta della trasmissione Report di Milena Gabanelli, che ha riconosciuto la bontà per il territorio e l'ambiente di un modello basato sulla filiera corta e, per quanto riguarda le centrali alimentate a legno cippato, basate sull'utilizzo degli scarti delle segherie locali e del legname recuperato dalla pulizia dei boschi. Il problema evidenziato è la grande diffusione su tutto il territorio nazionale delle centrali a biomassa, dovuta anche agli incentivi statali (certificati verdi, che però a partire dal 2011 non dovranno più pesare sulla finanza pubblica), con il rischio che in una stessa zona (come in Garfagnana) ce ne siano troppe. La conseguenza è che in molti acquistano il legname fuori regione e all'estero, non solo in Europa ma anche da Cile, Nigeria, Indonesia, Brasile, Argentina, alla faccia della filiera corta. Trasportare su distanze così grandi il legname comporta alti costi energetici e ambientali, per non parlare poi dell'aumento dei gas serra causato dal disboscamento del suolo. Ma i costi diventano anche economici: la carenza di legno causa l'aumento dei costi dei pannelli per l'arredamento, calano i consumi e l'industria dei produttori del legno semilavorato rischia di entrare in crisi, insieme a tutta la filiera dell'arredamento. “Le centrali a biomasse sono un'ottima idea – ha riassunto la Gabanelli chiudendo la trasmissione - se di piccole dimensioni e se bruciano residui di boschi e di segherie e utilizzano tutta l’energia prodotta per riscaldare magari piccoli paesi. Il fine dovrebbe essere quello di diventare autosufficienti e non di lucrare. Diversamente si rischia di compromettere un patrimonio, di mettere in crisi un settore dell’economia, a noi costa di più, e alla fine magari si inquina, quanto con il gasolio”.

PARLIAMO DI INQUINAMENTO DI STATO.

Il governo italiano con una legge ad hoc ha dato il via libera al superamento delle soglie di inquinamento dell'aria. Fino al 31 dicembre 2012, nelle città italiane con più di 150mila abitanti, il benzoapirene, sostanza altamente cancerogena, potrà superare la soglia europea fissata ad un nanogrammo per metro cubo. Tale livello è stato abrogato con il Decreto Legislativo n. 155 del 13 agosto 2010, approvato, secondo il governo, in attuazione della Direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio. Vediamo nel dettaglio cosa dicono le carte legislative.

Nella realtà dei fatti, la direttiva europea non parla affatto di Benzoapirene, potente cancerogeno che viene veicolato nei polmoni dalle polveri sottili e che si origina dalle combustioni delle industrie e delle auto, ma di altre sostanze. A dircelo è l'articolo 5 comma 1 della stessa direttiva: "Le soglie di valutazione [...] si applicano al biossido di zolfo, al biossido di azoto e agli ossidi di azoto, al particolato (PM10 e PM2,5), al piombo, al benzene e al monossido di carbonio". Nessuna traccia, dunque, del Benzoapirene. Solo un pretesto per modificare le normative già in vigore.

Infatti, tornando indietro nel tempo, risaliamo alla Direttiva 2004/107/CE, nella quale all'articolo 3 comma 1 si legge: "Gli Stati membri prendono tutte le misure necessarie, che non comportano costi sproporzionati, per assicurare che, a partire dal 31 dicembre 2012, le concentrazioni nell'aria ambiente di arsenico, cadmio, nickel e benzo(a)pirene, quest'ultimo usato come marker per il rischio cancerogeno degli idrocarburi policiclici aromatici, valutate ai sensi dell'articolo 4, non superino i valori obiettivo di cui all'allegato I". Secondo quanto contenuto nell'allegato I, tale valore è per il Benzoapirene di un nanogrammo per metro cubo.

Il termine del 31 dicembre 2012 era stato anticipato dal Governo Prodi con il Decreto Legislativo 3 agosto 2007, n. 152 recante: "Attuazione della direttiva 2004/107/CE concernente l'arsenico, il cadmio, il mercurio, il nichel e gli idrocarburi policiclici aromatici nell'aria ambiente ". Con tale decreto veniva recepita la Direttiva europea e veniva fissato il limite di concentrazione del Benzoapirene a un nanogrammo per metro cubo. Qualcosa però deve aver convinto il Governo Berlusconi a tornare suoi propri passi visto che con l'ultimo decreto in ordine cronologico, vale a dire il Decreto Legislativo n. 155 del 13 agosto 2010, vengono concessi ancora due anni di tempo per adeguarsi alla soglia limite per il benzoapirene. A dircelo è l'articolo 9 comma 2: "Se, in una o più aree all’interno di zone o di agglomerati, i livelli degli inquinanti di cui all’articolo 1, comma 2 (fra Cui Il Benzoapirene) superano, sulla base della valutazione di cui all’articolo 5, i valori obiettivo di cui all’allegato XIII (un nanogranno per metro cubo), le regioni e le province autonome, adottano, anche sulla base degli indirizzi espressi dal Coordinamento di cui all’articolo 20, le misure che non comportano costi sproporzionati necessarie ad agire sulle principali sorgenti di emissione aventi influenza su tali aree di superamento ed a perseguire il raggiungimento dei valori obiettivo entro il 31 dicembre 2012". Alla luce dei fatti, le industrie potranno inquinare il paese, superando la soglia suddetta, fino al 31 dicembre 2012.

Troppo arsenico nell'acqua potabile di 128 Comuni italiani, soprattutto del Lazio. A nulla è valsa la richiesta del Governo di derogare ai limiti di legge: la Commissione europea ha negato il permesso e impone ordinanze per vietarne l’uso alimentare. La Commissione europea ha respinto la richiesta di deroga ai limiti di legge inoltrata dall'Italia per la concentrazione di arsenico presente nell’acqua destinata ad uso potabile. In particolare per quanto riguarda l'arsenico, scrive la Commissione Ue, “occorre autorizzare unicamente deroghe per valori di arsenico fino a 20 microgrammi al litro”. Al contrario, finora si poteva derogare fino 50 microgrammi al litro. Una decisione che riguarda 128 Comuni. Se l’Italia non rispetterà il divieto, rischia un procedimento davanti alla Corte di Giustizia europea. L'Italia è il paese europeo dove più frequentemente si è permesso ad alcuni acquedotti di erogare acqua con valori fino a 5 volte superiori alla legge, in particolare per arsenico, boro e fluoro. Una pessima abitudine, che ha più volte suscitato polemiche e creato allarmismi sui potenziali rischi sulla salute. Preoccupazioni non certo affievolite - come è giusto che sia - dal fatto che le deroghe riguardino pochi comuni e località che si trovano nelle regioni Lazio, Campania, Toscana, Umbria, Lombardia e nelle province di Trento e Bolzano (per inciso in tutti i casi si tratta di sostanze presenti naturalmente nelle falde cui gli acquedotti attingono). Lo stop ufficiale è arrivato il 28 ottobre 2010, ma già nei mesi scorsi a pronunciarsi era stato il comitato scientifico della Commissione europea, lo SCHER (Scientific Committee on Health and Environmental Risks), che ha in parte confermato le preoccupazioni che riguardano la salute dei più piccoli, mentre per quanto concerne la popolazione adulta il rischio sulla salute derivante dalla proroga dei valori derogabili per questi tre elementi sarebbe molto basso. Nello specifico, per i bambini sotto i 3 anni il boro assunto bevendo acqua potrebbe facilmente raggiungere il limite massimo tollerabile, mentre per i bambini e i ragazzi fino a 18 anni non è escluso che gli effetti negativi dovuti all'arsenico si manifestino già a partire dai 20 microgrammi per litro.

PARLIAMO DI TUTELA DEI DIRITTI.

Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, Dr Antonio Giangrande, segnalando il fatto che nel mondo da anni vi sono sentenze di risarcimento danni da inquinamento, sia esso atmosferico, delle acque, ambientale o acustico. Addirittura sono stati riconosciuti indennizzi stratosferici a favore di fumatori consenzienti, come vi sono divieti di fumare all’aperto per difendersi dal fumo passivo.

Non capisce come si possa continuare a rimanere succubi di una politica ed amministrazione pubblica inconcludente e subire da anni un incremento di sofferenza e disagio riconducibile all’inquinamento.

Purtroppo, l’incremento delle malattie riconducibili a questa tematica, riguarda tutti, anche perché gli effetti, con il vento o con le correnti, raggiungono distanze inimmaginabili.

Naturalmente ogni iniziativa deve tendere a salvaguardare gli interessi delle aziende, dei lavoratori, dei cittadini.

INSOMMA: LE AZIENDE NON CHIUDONO, MA PAGANO.

L’azione giudiziaria civile di risarcimento danni all’ambiente (in forma specifica o per equivalente), ovvero alla persona (biologici, morali e per “il patema d’animo”), e l’obbligo per le amministrazioni locali ad emettere ordinanze attinenti oneri per le grandi aziende a titolo di indennità di ristoro civico e di servitù industriale, dovuto al loro esercizio, quantunque l’inquinamento sia o fosse al di sotto del limite legale, porterà un senso di legalità in un territorio martoriato. Resta fermo l’obbligo per le aziende di adeguarsi ai limiti di emissioni inquinanti, pena il risarcimento del maggior danno.

Il DANNO AMBIENTALE

Il concetto di danno ambientale ha trovato un suo chiaro riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico con la L.349/86 ("Istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale").  In particolare, l’art. 18 della suddetta legge dispone che:

"Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato" (comma 1).

"Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione del danno, ne determina l’ammontare

in via equitativa, tenendo comunque conto della gravità della colpa individuale, del costo necessario per il ripristino e del profitto conseguito dal trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo di beni ambientali" (comma 6).

"Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile" (comma 8).

La portata delle disposizioni di cui alla L.349/86 non può essere compresa appieno se non attraverso un puntuale riferimento alle decisioni giurisprudenziali e alla dottrina, che, non di rado, hanno interpretato tali disposizioni in maniera difforme dalla lettera della legge.

Danni ambientali reversibili

Danni patrimoniali

Danno emergente: in conformità alla giurisprudenza e alla dottrina maggioritaria, può essere calcolato come costo per la messa in sicurezza, bonifica ed ripristino dei siti danneggiati (ex D.M. 471/99);

Lucro cessante: non vi è altro modo di calcolarlo se non quello di valutare i danni che deriveranno ai richiedenti dalla mancata realizzazione di profitti in conseguenza dell’evento dannoso. Bisognerà tener conto anche dei danni ulteriori connessi ai tempi di realizzazione degli interventi di ripristino dei siti danneggiati, nonché dei c.d. danni indiretti (danni derivanti dall’alterazione degli ecosistemi).

Danni non patrimoniali

Danno estetico: può essere calcolato come percentuale del danno patrimoniale complessivo (danno emergente e lucro cessante) e va in ogni caso rapportato ai tempi necessari per il ripristino dei luoghi danneggiati.

A tal fin si può utilizzare un coefficiente (B) che chiameremo "coefficiente di bellezza e significatività del sito danneggiato", il cui valore sarà compreso tra 0 e 1.

Danno all’immagine: nelle ipotesi di valutazione del danno ambientale, abbiamo preferito non creare una voce di danno autonoma per questo tipo di lesione.

Anzitutto perché non crediamo opportuno "appesantire" la quantificazione del danno ambientale e la conseguente richiesta risarcitoria con voci di danno che non hanno ancora trovato unanime riconoscimento in dottrina e in giurisprudenza (ne risentirebbe la credibilità dell’intero sistema di valutazione del danno ambientale).

E poi perché il danno all’immagine è comunque riconducibile a quello da lucro cessante, per le sue componenti patrimoniali, e al danno estetico per quasi tutto il resto. E’ indubbio che il danno all’immagine sia altra cosa rispetto al danno estetico, ma il risarcimento del secondo farebbe senz’altro giustizia anche del primo, soprattutto se nella determinazione del valore del citato coefficiente B si tiene conto delle possibili ripercussioni della lesione ambientale sull’immagine dell’ente richiedente.

Danni ambientali irreversibili

Danni patrimoniali

Danno emergente: trattandosi di danno ambientale irreversibile e non potendo ipotizzarsi un ripristino dello status quo ante, può essere calcolato come costo per la creazione di un habitat simile a quello preesistente o come costo per la creazione dell’habitat danneggiato in altro sito.

b) Lucro cessante: v. danni reversibili. Ovviamente, qui i danni ulteriori andranno proporzionati ai tempi di realizzazione degli interventi di cui alla precedente lettera a);

Danni non patrimoniali

Danno estetico; vedi danno reversibili;

Danno all’immagine: vedi danni reversibili.

IL DANNO PERSONALE: LEGITTIMAZIONE ALL’AZIONE DEL SINGOLO

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE III PENALE

Sentenza 2 maggio 2007, n. 16575

Il danno ambientale presenta una triplice dimensione:

- personale (quale lesione del diritto fondamentale dell'ambiente di ogni uomo);

- sociale (quale lesione del diritto fondamentale dell'ambiente nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana, ex art. 2 Cost.);

- pubblica (quale lesione dei diritto-dovere pubblico delle istituzioni centrali).

In questo contesto persone, gruppi, associazioni ed anche gli enti territoriali non fanno valere un generico interesse diffuso, ma dei diritti, ed agiscono in forza di una autonoma legittimazione.

Integra il danno ambientale risarcibile anche il danno derivante, medio tempore, dalla mancata disponibilità di una risorsa ambientale intatta, ossia le c.d. "perdite provvisorie", perché qualsiasi intervento di ripristino ambientale, per quanto tempestivo, non può mai eliminare quello speciale profilo dì danno conseguente alla perdita di fruibilità della risorsa naturale compromessa dalla condotta illecita, danno che si verifica nel momento in cui tale condotta viene tenuta e che perdura per tutto il tempo necessario a ricostituire lo status quo.

La Cassazione, con un sentenza che vi consiglio vivamente di leggere d’un fiato (potere liberamente scaricare la sentenza della Corte di Cassazione Civile n. 11059/09 ha statuito, invece, e per fortuna giuridico-ambientale, che è giuridicamente corretto inferire l’esistenza di un danno non patrimoniale, ravvisato nel patema d’animo indotto dalla preoccupazione per il proprio stato di salute e per quello dei propri cari, ove tale turbamento psichico sia provato in via documentale.

Il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni e la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza dell’altro, secondo criteri di regolarità causale.

 Si tratta, del resto di principi affermati già in passato (Cass. Sez. Un. civ. n. 2515/2002, in caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo - art. 449 c.p.) nel caso del verificarsi di un delitto di pericolo presunto a carattere plurioffensivo: qui la Cassazione sottolineava che alla lesione dell’interesse adespota all’ambiente ed alla pubblica incolumità, si affianca il pregiudizio causato alla sfera individuale dei singoli soggetti che si trovano in concreta relazione con i luoghi interessati dall’evento dannoso, in ragione della loro residenza o frequentazione abituale. Ove sia dimostrato che tale relazione è stata causa di uno stato di preoccupazione è configurato il danno non patrimoniale in capo a detti soggetti, danno risarcibile in quanto derivato da reato.

In armonia con un’altra decisione della Cassazione (Cass. Sez. Un. civ. n. 26972/2008) il giudice di legittimità delle leggi ha, inoltre, stabilito che va esclusa l’autonomia del c.d. danno esistenziale, il quale non rappresenta altro che una delle voci del danno non patrimoniale.

Nel caso in cui il fatto illecito, da cui è derivato il danno, si configuri come reato, il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica.

INDENNIZZO PER SERVITU’ INDUSTRIALE

In diritto si definisce servitù (o servitù prediale) un diritto reale minore di godimento su cosa altrui, consistente in "un peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario" (art. 1027 del codice civile).

L'utilità del fondo dominante, presente o futura, è estremo essenziale della servitù: può consistere nella maggiore comodità del fondo, può anche essere inerente alla sua destinazione industriale. Per questo si parla di Servitù Industriale. Tuttavia, deve sempre essere utilità di un fondo, non quello personale del proprietario. In quest’ultima ipotesi si ha un un diritto personale di godimento, la cosiddetta servitù aziendale.

INDENNITA’ DI RISTORO CIVICO

Tributo locale a carattere amministrativo per speciali prestazioni (servitù atipica).

PARLIAMO DI DISASTRI IDROGEOLOGICI.

La natura non fa sconti. Prima o poi, gli errori ricadono addosso a chi li ha compiuti. Seminando la morte, come a Messina.

Ciò che riceve, restituisce. Nel bene come nel male. Una terra tutelata restituisce una sicura protezione idrogeologica.

Una terra violentata non può far altro che produrre altra violenza. Non perché sia matrigna, ma perché l’uomo le ha sottratto gli strumenti per proteggere proprio se stesso.

Non c’è bisogno di evocare lo spettro di Sarno, con le sue 140 frane e i suoi 137 morti nel maggio 1998. Basta guardare il 2009. Frane e quattro morti al Nord, due a Borca di Cadore (18 luglio). Due vittime nel Trapanese per un nubifragio (2 febbraio). Due operai morti sotto una frana a Caltanissetta (28 gennaio). Frane in tutto il Sud, chiusi 60 chilometri di autostrada (29 gennaio). Due morti e quattro feriti per una frana sulla Salerno-Reggio Calabria (25 gennaio). Poco prima, alla fine del 2008, gli spettacolari danni e l’autentico terrore di Roma per la clamorosa piena del Tevere (dicembre 2008). Inferno d’acqua a Cagliari, tre morti (22 ottobre). Maltempo: due morti, Valtellina isolata (13 luglio). Po e Dora, rotti gli argini, ponti bloccati e scuole chiuse. E si potrebbe continuare tristemente così, con titoli sempre uguali, lì a dimostrare che la natura non fa sconti.

La ricetta del disastro è precisa. Si prende un territorio come l'Italia, con 7 Comuni su 10 a rischio idrogeologico. Si spargono case abusive a profusione, possibilmente nelle aree in cui si espandono fiumi e torrenti in piena. S'immettono in atmosfera gas serra, quanto basta per modificare il ciclo idrico e produrre piogge interminabili e violente. Poi si aspetta. Non a lungo.

Case dichiarate inagibili e nessun controllo. Scarsa manutenzione e fondi investiti male. Così, la tragedia di Messina del 1 ottobre 2009 passa sotto inchiesta e diventa disastro colposo con decine di morti.

Il rischio frane e alluvioni interessa praticamente tutto il territorio nazionale. Come ben documentato in "Ecosistema a rischio", edizione novembre 2008, secondo l'indagine a cura di Legambiente e la Protezione civile sono ben 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, il 70% del totale dei comuni italiani, di cui 1.700 a rischio frana, 1.285 a rischio di alluvione e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione.

Il nostro territorio è reso ancora più fragile dall’abusivismo, dal disboscamento dei versanti e dall’urbanizzazione irrazionale. Sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta le regioni con la più alta percentuale di comuni classificati a rischio (il 100% del totale), subito seguite dalle Marche (99%) e dalla Toscana (98%). Sebbene in molte regioni la percentuale di comuni interessati dal fenomeno possa apparire ridotta, la dimensione del rischio è comunque preoccupante. In Sardegna e in Puglia, ad esempio, nonostante la percentuale dei comuni a rischio sia tra le più basse d’Italia, le frane e le alluvioni degli ultimi anni hanno provocato vittime e notevoli danni.

Oltre a tanti piccoli comuni, anche molte delle grandi metropoli e città italiane sono considerate a rischio idrogeologico come risulta dallo studio del Ministero dell’Ambiente e dell’UPI.

Questi dati mettono in luce chiaramente la fragilità di un territorio in cui semplici temporali, provocano continui allagamenti e disagi per la popolazione. Una situazione che deriva soprattutto dalla pesante urbanizzazione che ha subito l’Italia, in particolare lungo i corsi d’acqua.

Complessivamente sono ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un’efficace ed adeguata politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza. Appena il 37% dei comuni intervistati svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico. Un comune su quattro non fa praticamente nulla per prevenire i danni derivanti da alluvioni e frane. Sono ben 787 le amministrazioni comunali che risultano svolgere un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico complessivamente negativo.

Si chiedono in molti come sia possibile che gli organi preposti non comprendano ciò che Legambiente o semplici cittadini denunciano... Potremmo rispondere che è la normalità se l'avversario è un potente.

E per potente non si intende il capo del governo, tanto per citare uno che va per la maggiore... Per essere intoccabili basta possedere terreni edificabili, frequentare circoli nautici o casinò, aver frequentato gli stessi istituti di un magistrato... Potente è colui che costruisce palazzine anche in luoghi impossibili per costruttori "normali" e che può mettere a disposizione agli amici degli amici, appartamenti a prezzo stracciato o imprese per lavori gratuiti in ville; potente è il medico che cura gli interessi e la salute di altri potenti e all'occasione può aiutare a eliminare anche gravidanze scomode; potente è quel personaggio che mette in contatto universi apparentemente lontani (lecito con l'illecito); potente è colui che ha conoscenze al Fallimentare o alla Commissione Tributaria...

Dunque abbiamo dimostrato come fare chiudere gli occhi a qualche controllore. Il sacco edilizio ha precisi responsabili, che, grazie alle coperture e complicità di cui godono tutt'ora, non hanno mai pagato in Tribunale per le loro colpe.

E che vengano oggi certi inviati nazionali a farci la morale - dopo che hanno omesso per anni di scrivere su talune vicende giudiziarie per non avere problemi - ci fa indignare ancora di più: tenetevi i vostri trenta denari di Giuda e non parlate agli italiani onesti che combattono ogni giorno in trincea, di etica e morale.

Sommersi da frane e fango. Dalla Toscana alla Sicilia, il dissesto continua a uccidere. Ma gli interventi per sanare il territorio restano fermi, tra sprechi e scandali. Ecco perché, raccontato dall’Espresso.

Acqua e fango continuano a uccidere indisturbati. Dopo Messina, è toccato a Ischia. Nel 2009 le alluvioni hanno cancellato il Natale di migliaia di famiglie e tenuto prigionieri del mare centinaia di turisti a Capodanno, da Capri alle Eolie. In Toscana l'attesa del 2010 è stata scandita dalla piena del lago di Puccini, il Massaciuccoli, un conto alla rovescia per scongiurare un disastro annunciato. Stessa scena in Liguria, Sardegna, Lazio e Campania. Addirittura i botti hanno lasciato posto a tuoni e tempeste, morti e feriti sono stati quelli dell'acqua e non più dei fuochi d'artificio. E quando è finita la pioggia sono arrivati neve e gelo. I meteorologi lo chiamano "tempo estremo" ma ormai di estremo ha davvero poco. È sempre la stessa tragedia italiana che si ripete quando il cielo diventa nero.

Carmine Abate aveva 44 anni, era lo chef di un ristorante della Costiera amalfitana e stava preparando il pranzo quando il costone roccioso l'ha travolto. Qualche settimana prima era toccato ad Anna, aveva 15 anni e stava andando a scuola. È annegata dentro l'auto ai piedi del monte Epomeo sotto gli occhi dei genitori. Ma la lezione sembra non servire. Basta ritornare a Sarno, dove il fango fece 160 vittime e i lavori sono finiti al 90 per cento. Progetti alla mano, ci sarebbe da stare tranquilli. Si vedono i canali di cemento pronti a imprigionare l'acqua e grandi vasche capaci di raccogliere la terra lavica sciolta in fango. Mancano ancora le case, c'è gente che aspetta da quel 5 maggio 1998, ma nell'Italia delle cattedrali nel deserto averci messo un decennio è considerato un record.

Eppure non è così. È sufficiente spostarsi di qualche chilometro, a San Felice a Cancello sull'altro versante dell'Appennino, e guardare in alto. La montagna franò quella stessa notte, ma i lavori in quota non sono nemmeno cominciati e quelli a valle non sono finiti. Il vecchio alveo Arena che dal Seicento faceva defluire le acque dalla collina Cancello è ridotto a un rigagnolo. Erbacce, detriti e rifiuti ne ostruiscono il corso. L'effetto di un appalto da 23 milioni lasciato a metà. Muri come totem eretti nel bel mezzo della campagna, finché c'erano i soldi e poi abbandonati: puoi correrci in macchina dentro la conduttura di scolo che scende dal monte Sant'Angelo. Passa in mezzo a case, giardini, strade comunali per poi finire nel nulla. L'acqua si accumula nella cava di San Felice, una di quelle descritte in "Gomorra", coprendo immondizia, copertoni, eternit, carcasse di cani e gatti uccisi dai topi. Il sindaco Pasquale De Lucia ha scritto all'Arcadis, l'Agenzia che dal 30 aprile ha sostituito il commissario per l'emergenza di Sarno: «Rileviamo con sconcerto e vergogna che i lavori sono in corso di realizzazione e, fatto ancora più grave, non è dato sapere in che tempi e in che modi gli stessi si concluderanno». Ma i responsabili sono già cambiati, i vecchi uffici smantellati, gli operai scomparsi.

Questa è solo una delle tante storie, dell'Italia che non fa prevenzione. L'ultima denuncia in ordine di tempo arriva dalla Corte dei conti, che ha censito i cantieri fantasma del piano idrico nazionale. Sono opere che oltre a mettere in sicurezza il territorio dovrebbero trasformare quei fiumi d'acqua killer in riserve per i periodi di siccità. Eppure nel Paese dove sette comuni su dieci sono a rischio alluvioni e dove il caldo incenerisce migliaia di ettari di bosco, restano un miraggio. Sono stati approvati progetti per 1,1 miliardi di euro, i fondi del Cipe ci sono, ma i lavori non partono. E se partono, non finiscono mai.

Lo scenario peggiore è al Sud, dove sono arrivati 330 milioni: «Dei 21 decreti di concessione emessi, ne risulta collaudato uno soltanto», scrive la Corte dei conti. Non va molto meglio nella pianura Padana, dove i milioni messi sul piatto sono 770: «Su 45 opere finanziate, ne risultano poste in esercizio 24». Poco più della metà. Per misurare la gravità della situazione, basterebbe un raffronto: l'ex Cassa del Mezzogiorno, che spese 140 miliardi di euro in decenni di sprechi e ruberie, oggi è quella che grida allo scandalo: «Al Sud la situazione è tragica », dice il commissario ad acta Roberto Iodice, l'ingegnere con le lenti spesse che ha ereditato il ramo irrigazione del vecchio baraccone (diventato Agensud e poi soppresso nel 1993 da Giuliano Amato), col compito di attuare in fretta il piano nazionale e poi fare le valigie. Bene, lui è ancora al suo posto e non ci riesce proprio a sbrigare le pratiche. Nel ginepraio di enti che si rimpallano le competenze, spesso i soldi di canali e dighe non fanno in tempo ad arrivare ai consorzi di bonifica, incaricati di indire le gare, che già si sono volatilizzati. La cosa incredibile è che il meccanismo è perfettamente legale. Ecco come fanno.

Dei 60 enti che operano nel Meridione (su 120 in tutto), circa il 25 per cento è oberato dai debiti e firma bilanci in rosso, fra bonifiche mai completate e impianti fatiscenti. Non appena Bankitalia gira i fondi per le opere, a riscuoterli si presentano i creditori con i documenti in mano: «A volte arrivano pochi minuti dopo l'erogazione. Ma ci rendiamo conto?», dice il commissario. Così i soldi pubblici finiscono in tasca ai privati, a Equitalia, all'Inps con la copertura delle stesse leggi che li avevano stanziati per opere di interesse nazionale. «Questo al di là che i debiti dichiarati siano reali, le manutenzioni descritte nei consuntivi siano davvero avvenute e i costi per l'irrigazione siano conformi. Spesso le gestioni sono disinvolte », ammette Iodice, che da anni chiede al Parlamento di vietare i pignoramenti per quei fondi senza che Roma abbia mai varato una legge.

Quando i soldi arrivano finalmente a destinazione, spesso l'iter si ferma di nuovo. La ditta che ha vinto dichiara, pochi mesi dopo, di non avere abbastanza quattrini per finire il lavoro e invoca una variante, poi un'altra e un'altra ancora. I contenziosi sono tanti. Ci sono pendenze di fronte ai tribunali di Salerno, Eboli, Potenza, Campobasso,Vallo della Lucania, Avellino, Bari e Pescara. Decine di istruttorie, revoche di appalti già concessi (ne sono in corso 93), ricorsi contro ditte inadempienti (ce ne sono 38 già aperti), procedure di recupero per oltre 50 milioni di euro. Al Sud sette appalti su dieci vengono aggiudicati con ribassi del 35-40 per cento in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna quando nel Nord si scende al massimo del 20 per cento. «Significa che c'è un risparmio », si giustificano le imprese in gara. Non è così.

I prezzi ritoccati servono ad aggiudicarsi il lavoro ma non a finirlo. E la lista è lunga. A Olbia è tutto fermo: la rete idrica che doveva unire il nuovo depuratore al distretto nord della cittadina è rimasta sulla carta, con la risoluzione dei contratti a gara avvenuta. A Nurra piove, ma il progetto da oltre 12 milioni per il recupero delle acque di Sassari è stato assegnato a una ditta che non ha mai nemmeno montato le impalcature. Strano per una delle regioni più a rischio, dove a settembre è morto Andrea Pira, pastore di 38 anni, travolto dalle acque di un torrente. Anche in Puglia ci sono i progetti, ma non si lavora. La vasca di accumulo a Lama di Castellaneta è rimasta sulla carta, pur con 11 milioni già erogati e un bollettino di strade allagate, ferrovie interrotte e ospedali fuori uso per le alluvioni di ottobre. A Catania non è mai partita la sistemazione del canale Cavazzini, un cantiere da 25 milioni vinto con un ribasso del 32 per cento. Troppo: «La ditta che si è aggiudicata il lavoro ci ha chiesto prima ancora di partire di modificare il materiale della condotta principale, perché quello previsto dal loro stesso progetto costava troppo», spiegano all'ex Agensud. «Sono cose incredibili, che avvenivano in passato. Oggi la legge Merloni lo vieta, l'iter si ferma per anni e si deve ricominciare da zero».

Piemonte, Veneto e Lombardia stanno un po' meglio. Hanno avviato tutte le procedure, anche se si lavora a rilento. Le opere in funzione sono ancora troppo poche, secondo i giudici contabili. Così pure in Toscana e in Emilia Romagna: «Nella maggior parte dei casi non sono rispettate le date di consegna, dilatate dalle proroghe concesse e dalle varianti», dice la Corte dei conti. Che nella pratica significa che ci sono cantieri ancora aperti lungo l'Adda o il Po, che gli impianti irrigui in prossimità di fiumi e laghi non sono pronti, pur progettati da anni, che molta acqua è fuori controllo o viene sprecata, con danni all'agricoltura e rischi per gli abitanti. Dei quattro interventi da 127 milioni classificati come urgenti dal piano idrico, nessuno è stato ancora collaudato. Si tratta di dighe, come quella di Montedoglio in Valdichiara. Ma c'è anche il dolo. Come a Genova dove il torrente Bisagno è coperto da viale Brigate Partigiane, proprio dove le acque invasero la città durante l'alluvione del 1970 che uccise 44 persone. Il Comune sta spendendo 170 milioni per aumentare la portata eppure a monte si continua a edificare.

A La Spezia, a pochi chilometri dalla foce del Magra, l'Anas progetta uno svincolo stradale: «Più del 70 per cento dei Comuni realizza opere di messa in sicurezza che aumentano la fragilità del territorio invece che diminuirla », denuncia Legambiente. Addirittura i controlli anti-mafia finiscono per bloccare gli appalti.

Capita che in gara ci siano aziende con tutte le carte in regola che poi lasciano i lavori a metà, fuggendo con i quattrini. Mentre le ditte che hanno sempre portato a termine i cantieri si trovano eliminate a causa di ricorsi ad hoc, che si appigliano a timbri e vizi di forma. È successo a Salerno con un'impresa veneta: «Alcune dichiarazioni emesse per ottenere i requisiti certificavano lavori non effettuati, che tuttavia nulla centravano col tipo di opera messa a gara. Così abbiamo dovuto bloccare tutto e ricominciare. Con l'assurdo che, chi le carte le ha in regola spesso non costruisce », denuncia il commissario: «È giusto fare i controlli, ma devono essere finalizzati a far meglio e non peggio ». Metteteci anche l'Ance, l'associazione dei costruttori, che sempre più spesso al Sud si rivolge al Tar se il bando non contiene l'aggiornamento dei prezzi a carico delle Regioni e perennemente in ritardo. Un problema che al Nord si supera alzando le offerte ed evitando così di perdere anni per una manciata di euro. E che in Sicilia finisce davanti al giudice. Gli ultimi tre casi a Catania, Trapani e Caltanissetta con altrettanti canali mai realizzati. «Qualcuno ci marcia», tuona Iodice: «Ora dovremo aggiornare i progetti, ripetere i bandi, le assegnazioni e i pareri. Con costi enormi e tempi lunghissimi». Come se fango e frane possono attendere le lungaggini della giustizia italiana per tornare a colpire.

ECOMAFIE: 70 REATI AL GIORNO E UN BUSINESS DA 20 MILIARDI DI EURO.

Una montagna di rifiuti speciali alta come l’Etna (3.100 metri, pari a 31 milioni di tonnellate) inghiottita dalla terra. 28mila edifici abusivi, interi quartieri, costruiti in un anno. E 25.776 reati accertati contro l’ambiente, per un giro d’affari complessivo sopra i 20 miliardi di euro, un quinto circa del fatturato globale delle mafie.

Cifre e immagini evocative date dall’ultimo rapporto sulle ecomafie in Italia stilato da Legambiente.
Crescono le agromafie, il racket degli animali, il traffico di rifiuti pericolosi.

Altro grande business delle ecomafie è poi l’abusivismo edilizio e i reati contro il patrimonio naturale.

PARLIAMO DI INQUINAMENTO ATMOSFERICO.

Nelle otto maggiori città italiane l'inquinamento atmosferico urbano è stato responsabile in un anno di 3.472 decessi, 4.597 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici ogni anno.

10 morti al giorno per smog.

I dati, che sono stati discussi da Legambiente e Oms nel corso di un seminario su "Inquinamento urbano e salute in Italia e in Europa: dall'evidenza dei dati all'urgenza delle politiche", appaiono drammaticamente gravi.

Lo studio del Centro Europeo Ambiente e Salute dell'Oms mette infatti in evidenza l'impatto sulla salute dei cittadini delle alte concentrazioni di inquinanti nell'aria delle città italiane calcolando le morti, i ricoveri ospedalieri ed i casi di malattia imputabili alle concentrazioni medie di PM10, la frazione respirabile delle polveri, che, grazie al piccolo diametro, può arrivare sino alle vie più profonde, portandosi dietro sostanze altamente inquinanti e spesso cancerogene come il Benzoapirene.

Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all'ospedale «Moscati» di Taranto, non l'aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».

A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d'Italia e dell'Europa occidentale per i veleni delle industrie. L'inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall'Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.

Ma a Taranto c'è qualcosa di più subdolo. A Taranto c'è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l'8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c'è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».

Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l'abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.

Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un'occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. L'Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L'Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.

PARLIAMO DI INQUINAMENTO DELLE ACQUE.

La contaminazione dell’acqua è causata dall’immissione di sostanze quali prodotti chimici e scarichi industriali e urbani, che ne alterano la qualità, compromettendone gli abituali usi.

Alcuni dei principali inquinanti idrici sono: le acque di scarico contenenti materiali organici che per decomporsi assorbono grandi quantità di ossigeno; parassiti e batteri; i fertilizzanti e tutte le sostanze che favoriscono una crescita eccessiva di alghe e piante acquatiche; i pesticidi e svariate sostanze chimiche organiche (residui industriali, tensioattivi contenuti nei detersivi, sottoprodotti della decomposizione dei composti organici); il petrolio e i suoi derivati; metalli, sali minerali e composti chimici inorganici; sabbie e detriti dilavati dai terreni agricoli, dai suoli spogli di vegetazione, da cave, sedi stradali e cantieri; sostanze o scorie radioattive provenienti dalle miniere di uranio e torio e dagli impianti di trasformazione di questi metalli, dalle centrali nucleari, dalle industrie e dai laboratori medici e di ricerca che fanno uso di materiali radioattivi.

Anche il calore liberato nei fiumi dagli impianti industriali e dalle centrali elettriche attraverso le acque di raffreddamento può essere considerato un inquinante, in quanto provoca alterazioni della temperatura, che possono compromettere l’equilibrio ecologico degli ecosistemi acquatici e causare la morte degli organismi meno resistenti, accrescere la sensibilità di tutti gli organismi alle sostanze tossiche, ridurre la capacità di auto - depurazione delle acque, aumentare la solubilità delle sostanze tossiche e favorire lo sviluppo di parassiti.

Le sostanze contaminanti contenute nell’acqua inquinata possono provocare innumerevoli danni alla salute dell’uomo e all’equilibrio degli ecosistemi. La presenza di nitrati (sali dell’acido nitrico) nell’acqua potabile, ad esempio, provoca una particolare condizione patologica nei bambini che in alcuni casi può condurre alla morte. Il cadmio presente in certi fanghi usati come fertilizzanti può essere assorbito dalle colture e giungere all’uomo attraverso le reti alimentari; se assunto in dosi elevate, può provocare forti diarree e danneggiare fegato e reni. Tra gli inquinanti più nocivi per l’uomo vi sono alcuni metalli pesanti, come il mercurio, l’arsenico, il piombo e il cromo.

Gli ecosistemi lacustri sono particolarmente sensibili all’inquinamento. L’eccessivo apporto di fertilizzanti dilavati dai terreni agricoli può avviare un processo di eutrofizzazione, cioè di crescita smodata della flora acquatica. La grande quantità di alghe e di piante acquatiche che si viene a formare deturpa il paesaggio, ma soprattutto, quando si decompone, consuma l’ossigeno disciolto nell’acqua, rende asfittici gli strati più profondi del lago e produce odori sgradevoli. Sul fondo del bacino si accumulano sedimenti di varia natura e nelle acque avvengono reazioni chimiche che mutano l’equilibrio e la composizione dell’ecosistema (quando le acque sono molto calcaree si ha, ad esempio, la precipitazione di carbonato di calcio). Un’altra fonte di inquinamento idrico è costituita dalle cosiddette piogge acide, che hanno già provocato la scomparsa di ogni forma di vita da molti laghi dell’Europa settentrionale e orientale e del Nord America.

Gli inquinanti delle acque provengono soprattutto dagli scarichi urbani e industriali, dai processi di percolazione, dai terreni agricoli e dalle aziende zootecniche.

Le acque di scarico urbane e industriali rappresentano una delle fonti principali di inquinamento idrico. Scarsa conoscenza degli impianti, controlli insufficienti, inosservanza della normativa: sono le principali irregolarità emerse dalle acque impure degli impianti di depurazione italiani.

Quando questi esistono o sono funzionanti!!

Lo denuncia anche un’indagine del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri.

Le cronache ci parlano di centri abitati mancanti di fogne. Il che significa inquinamento di fiumi, mari e falde acquifere. Nessuno, però, contesta le omissioni degli amministratori locali per le mancate infrastrutture. Nessuno persegue gli ispettori delle Ausl perché non rendono inabitabili le abitazioni e inagibili i locali commerciali per mancato adeguamento alle norme igienico sanitari.

Molte aziende che gestiscono le acque pretendono il pagamento del canone di depurazione anche in assenza dello specifico impianto. Non è una novità che la certezza del diritto da noi sembra un optional. Nessun organo dello stato ha impedito finora la mostruosità giuridica, che si perpetua, del "pagamento coatto" di un servizio non prestato: il canone di depurazione in assenza dello specifico impianto. Quegli Enti che continuano a perpetrare questo sopruso in dispregio della sentenza 335 10-10-'08 della Corte Costituzionale.

È un’Italia ancora con molte carenze quella che esce da una disamina ad hoc sui servizi idrici, messi questa volta sotto la lente del “Blue Book 2009”: se da una parte i costi affrontati ogni mese da una famiglia media arrivano a sfiorare appena i 20 euro, molto meno delle spese affrontate ad esempio per bollette telefoniche e combustibili, dall’altra emerge un Paese ancora alle prese con una rete fognaria tuttora non all’altezza, con picchi negativi, dal punto di vista della copertura, in Sicilia, Toscana e Campania.

A livello territoriale, informa il Rapporto, il record per il costo più alto per i servizi idrici se l’è aggiudicata Agrigento (con una spesa annua di 440 euro), seguita da Arezzo (410) e Pesaro e Urbino (409); diversamente i costi più contenuti sono stati quelli sopportati da Milano (103 euro), Treviso e Isernia (108 e 109 euro).

Altro capitolo dolente analizzato dal Blue Book è quello, purtroppo annoso, degli impianti di fognatura e di depurazione, di cui sarebbe privo rispettivamente il 15 e il 30% del Paese. A fronte infatti di una rete totale di 337.452 chilometri di acquedotti, il servizio di fognature, con una rete complessiva di poco meno di 165 mila chilometri, coprirebbe soltanto l’84,7% dei cittadini, quota che scende al 70% per quanto riguarda i sistemi di depurazione. A livello regionale, quest’ultimo capitolo vede la Sicilia maglia nera per gli impianti di depurazione, con una copertura del 53,9%, seguita da Toscana (62,7%), Campania (67%) e Sardegna (68%). Quanto alla rete fognaria, le situazioni più critiche riguardano Sardegna e Liguria (entrambe 75%), Umbria (77,1%) e Veneto (78,1%).

PARLIAMO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE.

L'inquinamento del suolo non può essere considerato come un fenomeno autonomo: è sempre strettamente collegato all'inquinamento dell'acqua, perché è provocato spesso dallo scarico di liquami, oppure perché può produrre come contaminazione l'inquinamento della falda acquifera sotterranea.

Nel terreno si verifica il ciclo dell'azoto, molto importante perché tutti i tipi di vita hanno bisogno d'azoto, che è uno dei componenti essenziali della materia vivente. Per aumentare la produzione agricola l'uomo, invece, ha introdotto spesso la monocoltura, che ha spezzato gli equilibri biologici ed impoverito la fertilità naturale del terreno, richiedendo l'uso dei diserbanti, insetticidi concimi azotati prodotti dall' industria chimica. Un'altra grave causa d'inquinamento del suolo è costituita dalla massa di rifiuti solidi prodotti dalla città (in Italia 0,7Kg al giorno per abitante) e dalle industrie. I rifiuti urbani sono formati da scarti organici alimentari, da carta, materie plastiche, bottiglie di vetro, contenitori metallici ecc. ed anche da fanghi provenienti dagli impianti di depurazione dell'acqua.

I rifiuti industriali contengono materiali speciali e tossici come scarti o sottoprodotti dei processi di lavorazione chimica o meccanica. Per evitare l'inquinamento del suolo, i rifiuti urbani devono essere convogliati nelle discariche controllate, ovvero in aree opportune in cui i rifiuti d'origine organica possano decomporsi. Sarebbe meglio fare una raccolta differenziata dei rifiuti al fine di recuperare e riciclare taluni materiali come la carta e il vetro.

Si alternano strati di rifiuti e strati d'inerte, in modo che in assenza d'aria si realizzi un processo di decomposizione riduttivo con trasformazione finale dei rifiuti.

Le discariche devono essere localizzate in posizioni caratterizzate da grandi spessori di strati impermeabili, e distanti dalle falde acquifere sotterranee. Talvolta può essere vantaggioso usufruire di cave abbandonate di pietra, argilla o sabbia, contribuendo cosi anche al recupero delle aree degradate; quando la cava viene riempita con i rifiuti si può procedere al recupero finale, ricoprendo la distanza con uno strato di terreno su cui realizzare prati o boschi. Per i rifiuti industriali è necessario invece adottare sistemi di smaltimento adeguati, evitando ogni pericolo di contatto con le falde acquifere sottostanti.

Le eventuali aree di raccolta devono allora avere fondi resi impermeabile nel tempo con argilla, catrame o cemento. Si può ricorrere all'eliminazione dei rifiuti mediante altri metodi: “il compostaggio”, cercando di trasformare i rifiuti in composti utilizzabili come concimi; “la combustione” con semplice incenerimento, oppure con produzione d'idrocarburi liquidi o gassosi.

Invece, in Italia, sparisce nel nulla una montagna di rifiuti “tal quale” alta 2000 metri. “Tal quale” è definito l’insieme indiscriminato di rifiuti contenuti nella busta della spazzatura di chi non attua la raccolta differenziata. Secondo Legambiente per illegalità nel ciclo dell'immondizia è sempre in testa la Campania. Lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, spesso di provenienza extraregionale, si somma alla gestione commissariale di quelli urbani. Un balzo in avanti per il Veneto, al secondo posto, il che conferma lo spostamento verso nord del baricentro di questi traffici, non solo come zona di procacciamento degli scarti industriali smaltiti illegalmente nelle regioni centrali e meridionali d'Italia, ma anche come sito finale. La Puglia si mantiene al terzo posto e il foggiano si conferma una terra dove si scaricano illegalmente, nei terreni agricoli, i rifiuti prodotti dal centro-nord, scorie sempre più spesso spacciate per compost.

Le cronache ci parlano di un’Italia disseminata di discariche abusive, di discariche che nessuno vuole e di metodi alternativi di smaltimento che non sono adottati, come la differenziata, o addirittura contestati, come gli inceneritori.

Scandalo ha fatto “monnezzopoli” in Campania. Un territorio sommerso per mesi dai rifiuti.

Ma sottaciuto ed esemplare è il caso “Trieste”.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta per individuare i «punti caldi» in cui mani sconsiderate e imprese truffaldine hanno abbandonato ogni genere di rifiuti nel territorio del Friuli Venezia Giulia. Metalli pesanti, idrocarburi, mercurio, piombo, plastiche, acque nere, inerti edili, medicinali, rifiuti ospedalieri, ma anche carcasse di animali e resti umani.

Nulla è stato risparmiato. Cento grotte sono diventate discariche; una cinquantina di doline hanno subito la medesima sorte, così come molte cave carsiche in cui l’attività estrattiva era cessata da tempo. Intere zone sono state sottratte alla popolazione, al pascolo e alle coltivazioni.

A ogni cavità è attribuita una precisa «tipologia del degrado». Si va dai generici rifiuti, allo scarico di acque nere, ai medicinali, all’inquinamento non meglio specificato, agli idrocarburi, ai motorini e ciclomotori.

Certo, le discariche scoperte negli ultimi anni lungo la costa da Barcola a Muggia, hanno dimensioni centinaia, se non migliaia di volte maggiori. Ma sull’altipiano, al di là dell’immensa discarica di Trebiciano, il fenomeno è diffuso a macchia di leopardo.

Le discariche del Carso e quelle della costa sono collegate da un sottile file rosso. Metalli, plastiche, idrocarburi, residui di combustioni, acque nere. Non c'è che l’imbarazzo della scelta.

Non solo risulta che l'intero porto di Trieste è pesantemente inquinato.

Esso in parte è stato inserito nel SIN (Sito Inquinato Nazionale) di Trieste. L’ultima notizia sparata con grande clamore sui media nazionali riguarda, infatti, uno scarico a mare di residui di demolizione dei cantieri edili per un volume di rifiuti riscontrato di 4.000 metri cubi.

Le altre discariche che sono state denunciate sono decisamente più preoccupanti.

Andiamo dal terrapieno di Barcola, discarica a mare di fanghi industriali e diossina (120.000 metri quadrati di superficie per oltre 500.000 metri cubi di rifiuti), alla discarica Acquario a Muggia, altra discarica costiera da circa 30.000 metri quadrati con circa 160.000 metri cubi di rifiuti tossici (idrocarburi e metalli pesanti tra cui il mercurio), ad altre discariche costiere a Muggia dove sarebbero stati seppelliti anche resti provenienti dalle esumazioni dei cimiteri provinciali, passando per la Valle delle Noghere (confine tra Trieste e Muggia), che sbocca in mare e dove sono stati scaricati almeno 20 milioni di metri cubi di rifiuti industriali.  Non ultime anche le altrettanto preoccupanti discariche sul Carso.

Sono stati denunciati alcuni allevamenti di mitili che si trovano proprio di fronte a queste discariche e che sono stati inevitabilmente contaminati senza che l'autorità giudiziaria intervenisse in alcun modo.

Un esposto è stato presentato sugli inquinamenti dell’inceneritore di Trieste.

Tutto lettera morta, obbligando gli esponenti a rivolgersi alle autorità comunitarie.

In seguito a questa attività di denuncia civile, nonostante i reati siano perseguibili d’ufficio, è conseguita una condanna con Decreto Penale, senza contraddittorio e senza esercizio di difesa, contro un aderente all’Associazione Contro Tutte le Mafie, non per calunnia o diffamazione, ma per aver rappresentato senza titolo una associazione ambientalista.

Fra i tanti veleni che contaminano la nostra Terra quasi esausta, uno dei più subdoli è l’amianto.

Questo minerale appartenente al gruppo dei silicati possiede caratteristiche fisiche speciali e ricercate (resistenza, refrattarietà al fuoco e straordinaria duttilità: una sua fibra è 1300 volte più sottile di un capello umano). Ma l’inalazione anche di una sola fibra può causare patologie mortali.
Mesotelioma pleurico, asbestosi o fibroma polmonare, lesioni pleuriche e peritoneali, carcinoma bronchiale: sono questi i nomi, davvero spaventosi, dei mali incurabili inequivocabilmente collegati all’esposizione ad amianto.

Ogni anno in Italia sono circa 4000 i morti per mesotelioma e asbestosi. Nel mondo, circa 100.000. In questi numeri da brivido (il picco mondiale dovrebbe raggiungersi fra decina d’anni) è il sunto di una storia: “Amianto, storia di un killer”.

È una storia che andrebbe ascoltata, se non altro perché ci riguarda tutti da vicino. La racconta Stefania Divertito, scrittrice e giornalista già premiata dall’Unione cronisti italiani nel 2004 per l’inchiesta sull’uranio impoverito, abbinando metodo scientifico rigoroso e fine sensibilità, e un tono piacevole mai sopra le righe.

Su e giù per l’Italia, visitando porti cantieri discariche e poi aule di tribunali e stanze d’ospedale, bussando a tanti portoni per raccogliere testimonianze dirette dalle famiglie delle vittime e dei lavoratori che ancora lottano per un risarcimento, o semplicemente per veder riconosciuti i propri diritti.

L’Italia è uno dei paesi mondiali che ha fatto un uso più massiccio di amianto, a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso e fino alla sua messa al bando nel 1992. Molte delle case popolari degli anni ‘50 ne sono ancora imbottite, ma è presente anche in scuole, università, ristoranti, uffici pubblici, magazzini, autorimesse, alberghi, stabilimenti balneari, aziende, perfino ambulatori medici.

C’è di sicuro nelle tantissime discariche abusive a cielo aperto, a contatto dei cittadini che lì vicino vi transitano.

Le bonifiche sono state, a seconda delle regioni, più o meno parziali. In ogni caso nel 17,65% degli istituti scolastici italiani è stata accertata la presenza di amianto, secondo uno studio di settore della Cgil compiuto nel 2008. Studi recenti testimoniano che per ammalarsi potrebbe essere sufficiente aver respirato anche solo una volta la polvere nociva.

Visto che fino a poco tempo fa l’amianto era onnipresente nelle nostre vite e il rischio riguarda anche i semplici cittadini, inconsapevolmente troppo vicini a qualche discarica abusiva o a una tettoia di Eternit, la prevenzione dovrebbe essere capillare. Invece è disturbante individuare ancora una volta tra le pieghe di questa storia la regia dell’inquinamento globalizzato, dal primo anello della catena – i produttori di materiali pericolosi ma a basso costo come l’amianto, con le loro politiche centrate sull’economia a discapito della salute – all’ultimo, cioè lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici.

In Italia il diritto al risarcimento per le malattie ad esso collegate è stato ed è ostacolato, oltre che dai vertici delle lobby guidate a livello mondiale dall’industria canadese, da normative incomplete e confuse, cavilli che sfidano il buon senso: per esempio, i lavoratori del settore marittimo non riescono ad accedere ai benefici previdenziali perché per dimostrare di aver lavorato in ambienti contaminati con l’amianto dovrebbero farsi firmare il curriculum da armatori che nella maggior parte dei casi sono falliti, fuggiti, deceduti.

PARLIAMO DI INQUINAMENTO ACUSTICO.

Nell’annuario dei dati ambientali l'ISTAT ha rilevato che il 37,8% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all'inquinamento acustico. Un dato questo certamente preoccupante, conseguenza, in parte, della scarsa attenzione che, fino ad oggi, è stata riservata alla materia.

Le cause di tale disfatta sono molteplici, a partire da quelle socio-culturali, giacché una qualche sensibilità ai temi ambientali si è diffusa nel nostro Paese solo in tempi abbastanza recenti, allorquando abbiamo potuto “toccare con mano” i danni causati dall’inquinamento. Questo modo di operare ha impedito di avviare una vera e propria programmazione, propedeutica a una politica di prevenzione, affiancata a interventi su singoli e specifici casi come, di regola, è necessario fare.

PARLIAMO DI INCENDI IN ITALIA.

Gli incendi in Italia causano danni incalcolabili alla salute, all'economia, all'immagine internazionale e alla bellezza naturale. Vanno distrutti boschi di valore inestimabile, con piante di alto fusto, come pini, lecci, querce, castagni e faggi oltre a macchia mediterranea ricca di lentischi, mirti, ginepri, corbezzoli e ginestre insieme con arbusti vari tipici dei territori colpiti. Sono arsi vivi e uccisi uccelli, spesso ancora implumi, e animali da pelo, insetti e creature di ogni tipo. Gli animali scampati al fuoco perdono il loro habitat naturale e sono costretti a stanziarsi in ambito diverso, con gravi ripercussioni per l'ecosistema e turbativa alla stessa attività umana. E’ clamoroso l’episodio denunciato dall'ANCI regionale siciliana secondo cui nei caldi giorni di agosto, durante gli incendi, oltre la metà dei dipendenti della Protezione civile è in ferie. 

CHI TUTELA LA SALUTE DEI CITTADINI ???

RIFIUTI IN ITALIA

RACCOLTA DIFFERENZIATA: SI PARLA BENE, SI RAZZOLA MALE

Nei sacchi neri del Palazzo del potere finiscono carte intestate, caffè e avanzi di salame

Gigi D’Alessio, mito pop della cultura musicale partenopea, t-shirt gialla in posa davanti al Castel dell’Ovo di Napoli, esortava «Anche tu fai come me» e prestava così il suo volto alla campagna per la raccolta differenziata che il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo aveva fortemente voluto insieme al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da lì è ripartita «Striscia la notizia», che il 22 settembre 2008, per inaugurare la 21ª serie, ha mandato in onda lo «scoop» dell’inviato Valerio Staffelli proprio sul comportamento dei palazzi del potere in materia di differenziata.

Le telecamere nascoste frugano nei sacchi di immondizia davanti a Palazzo Chigi (sede del Governo) e Palazzo Madama (Senato): ne escono pomodori, salame, caffè, bottiglie di plastica, carta intestata «Governo italiano». E il camioncino dell’immondizia riversa il suo contenuto in un camion più grande; di differenziata neanche l’ombra.

EMERGENZA RIFIUTI

Gestione ''arretrata'' dei rifiuti, ''grave emergenza'' in cinque regioni (Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia), produzione boom con 32 milioni di tonnellate nel 2005 contro i 26 milioni del '96, ancora primato assoluto della discarica con il 54% dei rifiuti urbani raccolti. Intanto la raccolta differenziata divide l'Italia in tre con il 38,1% al nord, il 19,4% al centro e l'8,7% al sud. Grave il quadro sulla gestione dei rifiuti speciali e pericolosi: ''Ben 26 milioni sono scomparsi nel nulla nel 2004''. Commissariati per l'emergenza ''un fallimento costato 1,8 miliardi dal '97 al 2005''.

Questa la fotografia scattata in un dossier al centro dell'VII Congresso nazionale di Legambiente presentato a Roma il 4 dicembre 2007 al convegno dal titolo ''Emergenza rifiuti, fuori dal tunnel - Le luci, le ombre e le proposte per superare la crisi''.

In particolare dal Congresso di Legambiente emergerebbe un'Italia con molte ombre e qualche luce. Ecco il pacchetto-immondizia che contraddistingue il nostro Paese:

Produzione: 32 milioni nel 2005 contro poco meno di 26 milioni nel '96.

Gestione: 54% dei rifiuti urbani prodotti finisce in discarica.

Raccolta differenziata: Italia a tre velocità. Nel 2005 il nord a 38,1% con punte record in Veneto con 47,7% e in Trentino Alto Adige con il 44,2%; il centro al 19,4% e solo in alcune aree allo standard del nord; il sud all'8,7%. Per le città, la prima su 103 capoluoghi di provincia è Novara con 66,9%, ultima con 1,8%. Milano è 43° con il 30,5%, Roma 64° con 16,2%, Napoli 94° con 6,1%.

Rifiuti pericolosi: 26 milioni di tonnellate scomparsi nel nulla nel 2004.

Ombre: in 4 anni la novità negativa più importante è il Codice ambientale (ora in revisione dall'attuale Governo); mancato avvio operativo per il sistema di raccolta dei rifiuti hi-tech; "incomprensibili proroghe" sul divieto di smaltire in discarica rifiuti indifferenziati non pretrattati, divieto previsto inizialmente dal 1° gennaio 2000.

Luci: crescita del numero dei comuni "ricicloni". Quelli con oltre il 35% di differenziata premiati nel 2007 sono stati 1.150 contro i 300 del 2000.

Emergenza: ancora in 5 regioni, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia.

In Puglia e Sicilia il regime commissariale non è stato prorogato.

Commissariamenti: "Un fallimento da 1,8 miliardi di euro" spesi tra il 1997 e il 2005 senza alcun sostanziale miglioramento della gestione dei rifiuti.

Proposte: modifica del Codice ambientale; ecotassa con aumento dei costi smaltimento in discarica; raccolta porta a porta per spingere su differenziata; politiche e incentivi per riduzione di rifiuti e imballaggi; regime ordinario nelle regioni commissariate; premio economico all' attività dei Consorzi per il riciclaggio dei rifiuti.

CHI COMBATTE L'ABUSIVISMO EDILIZIO ???

WATERFRONT, IL MARE RUBATO. Inchiesta di “La Repubblica”.

Dalla Liguria alla Sicilia, sulle coste italiane proliferano i progetti di nuovi porti turistici che portano con sé una cospicua dote di appartamenti, residence, alberghi, centri commerciali, e via cementificando. Italia Nostra, Legambiente e Wwf sono sul piede di guerra. Ma alcune battaglie sembrano ormai perdute. Vediamo quali, porto per porto... Così un business miliardario conquista le spiagge "inedificabili". Santa Margherita Ligure, Marina di Massa, Napoli, Siracusa, Lipari... Stando alle leggi e ai piani regolatori non è possibile costruire alcunché a meno di centocinquanta metri dal mare. Ma ecco che una nuova parola magica, "Waterfront", sta spianando la strada a opere edilizie che, da sole, valgono al momento un miliardo e mezzo di euro. Nella Liguria devastata dall'alluvione c'è chi è pronto a mettere altro cemento su una costa che non regge più all'urto dell'acqua che scende dai monti. In Sicilia invece il cemento si vuole depositare direttamente davanti al mare, nel cuore di un sito Unesco. Ecco le mani sulle coste d'Italia. Le ruspe di colossi delle costruzioni e dell'impiantistica, di magnati del petrolio o di imprenditori sconosciuti, hanno già acceso i motori. Vogliono prendersi le rive del Belpaese, che in teoria - cioè secondo la legge - sono inedificabili. Per metterci palazzoni, alberghi, ristoranti e centri commerciali. La parola magica che consente di aggirare il divieto assoluto di costruire entro i 150 metri dalla battigia è "waterfront", declinata in sigle del tipo "rifacimento della costa" o "nuovo porto turistico".

Da Santa Margherita Ligure a Siracusa, passando per Marina di Massa, Cecina, Fiumicino, Napoli, Brindisi o Lipari, ecco i grandi affari in riva al mare. In campo imprese e società pronte a gettarsi a capofitto su un business che solo di opere edilizie vale al momento 1,5 miliardi di euro, che si moltiplicano a dismisura se si aggiungono gli affari commerciali collaterali una volta ultimate le costruzioni. Per cercare di arginare quelle che gli ambientalisti definiscono "le mille Val di Susa in riva al mare" si battono giornalmente associazioni come Italia Nostra, Wwf e Legambiente, e sparuti comitati di cittadini spesso lasciati soli dalla politica locale a fronteggiare poteri forti, anzi fortissimi, visto che in tempi record riescono a farsi approvare varianti urbanistiche su misura come non accadeva nemmeno nella Palermo o nella Napoli del sacco edilizio.

 Il viaggio nei waterfront d'Italia parte dalla Liguria, da Santa Margherita. Qui la società Santa Benessere, guidata da Gianantonio Bandiera, imprenditore ligure noto per il rifacimento del teatro Alcione e per il progetto del contestato porticciolo a Punta Vagno, ha presentato al Comune un progetto da 70 milioni di euro e la richiesta di concessione demaniale dell'area portuale per i prossimi 90 anni. Cosa vuole realizzare? Un centro di talassoterapia da 30 mila presenze annue e l'allungamento del molo e della diga foranea per chiudere il golfo e consentire anche a megayacht di 50 metri di poter attraccare a Santa Margherita. Dal Fai ad archistar come Renzo Piano, in tanti contestano il piano della Santa Benessere, che dietro di sé ha soci e finanziatori più o meno occulti. L'azionista di maggioranza della società che ha presentato il progetto è un trust inglese, la Rochester holding, che a sua volta ha tra i finanziatori Gabriele Volpi, magnate diventato miliardario con il petrolio nigeriano e che oggi guida un gruppo da 1,4 miliardi di fatturato con proprietà che vanno dalla logistica petrolifera alla pallanuoto e al calcio: è proprietario della Pro Recco e dello Spezia. I soldi insomma ci sono. Lui, Volpi, prende le distanze dicendo di non sapere nulla di questo progetto e di avere investito "soltanto nel trust inglese". In realtà nel cda della Santa Benessere siedono Bandiera e Andrea Corradino, entrambi soci dello Spezia calcio. Il Comune ligure ha dato tempo fino a tutto novembre per presentare osservazioni al piano. Una torre di otto piani sul mare a guardia di un porto da 800 posti. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa è a buon punto un progetto, gradito alle amministrazioni comunali, che attorno al nuovo "marina" prevede quaranta appartamenti, un residence a tre piani, uno yacht club, una piazza da seimila metri quadrati e il piccolo "grattacielo". Pochi chilometri più a Sud di Santa Margherita altre ruspe e altri costruttori si stanno muovendo per realizzare alberghi sul mare laddove sulla carta non si potrebbe piazzare nemmeno un palo della luce. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa il gruppo di Francesco Caltagirone Bellavista vuole costruire un porto turistico da 800 posti. Peccato però che tra le strutture a supporto metta anche "40 appartamenti, uno yacht club e un residence a tre piani". "E perfino una torre di otto piani e una piazza da 6 mila metri quadrati", dice Antonio Delle Mura, presidente di Italia Nostra Toscana. Le amministrazioni comunali guardano con molto interesse all'iniziativa, in ballo ci sono investimenti per 250 milioni di euro e lavoro per molti concittadini. "Nessuno pensa alle conseguenze ambientali e all'impatto devastante per quest'area, con il rischio di erosione della spiaggia e occultamento della vista a mare: tutti sembrano essersi dimenticati, inoltre, che il progetto presentato ricalca una iniziativa del 2001 presentata dall'Autorità portuale e bocciata allora dal ministero dell'Ambiente", aggiunge Delle Mura. Italia Nostra in Toscana insieme al Wwf è impegnata però anche su un altro fronte, quello di Cecina. In campo c'è una cordata d'imprenditori locali raccolta nel Club nautico che vuole rivoltare come un calzino il vecchio porticciolo, allargandone la capienza a mille posti barca. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che accanto al porto si vorrebbe realizzare un parcheggio da 2 mila posti auto, 400 box attrezzati, 40 esercizi commerciali, un hotel a 4 stelle, un centro benessere e 80 appartamenti. E, ciliegina sulla torta, un padiglione esposizioni per la nautica e un mercatino del pesce, con ristorante ed eliporto. "Cosa c'entra tutto questo con un porto turistico?", si chiede la professoressa Roberta De Monticelli, che ha denunciato quanto sta accadendo a Cecina alla Commissione Europea: "Spostare una foce e realizzare un pennello a mare che cambierà le correnti, il tutto in una riserva dello Stato, insomma è davvero incredibile", aggiunge la De Monticelli.

Ma è a una manciata di chilometri da Napoli che si sta giocando una delle partite edilizie più importanti del Mezzogiorno. E precisamente a Pozzuoli nell'ex area industriale Sofer-Ansaldo, oggi di proprietà della Waterfront flegreo: società, questa, del gruppo dell'ingegnere Livio Cosenza, settantenne, grande elettore dell'attuale sindaco di Pozzuoli Agostino Magliulo, padre dell'onorevole Giulia e di Francesco, 35 anni, amministratore delegato della Watefront. Nel board della società in questione siede inoltre Carlo Bianco, consigliere d'amministrazione della Pirelli Re. La partita inizia quando il Comune nel 2007 affida all'architetto Peter Eisenman un piano di riqualificazione dell'area. Il piano viene consegnato all'amministrazione, che a sua volta firma subito un protocollo d'intesa con la Waterfront. Cosa prevede il mega progetto di Eisenman? Semplice, la realizzazione di un polo turistico alberghiero con annesso centro commerciale, un polo per la nautica da diporto con tanto di accademia della vela e un terzo polo definito genericamente "polifunzionale". La Waterfront affida subito la progettazione esecutiva a uno studio locale, nel quale lavora tra gli altri la figlia del sindaco di Pozzuoli. Il Cipe, nel frattempo, stanzia 40 milioni di euro per la bretella che collegherà l'area all'autostrada, con tanto di parere positivo della commissione parlamentare Ambiente e territorio nella quale siede l'onorevole Cosenza. Le ruspe sono pronte, visto che le carte ci sono tutte e sono in regola. In arrivo 600 milioni di euro d'investimenti, con tanto di anticipo già approvato da Intesa Sanpaolo. Per il professore d'economia dell'Università di Napoli Ugo Marani si tratta "di un bel progetto che sarà trasformato in scempio" e per questo "va fermato".  E nel golfo incantato di Ortigia si punta a costruire sull'acqua. Siamo nel cuore di uno dei luoghi patrimonio dell'Unesco: l'isola che ospita l'antico centro di Siracusa. Qui i progetti di nuovi porti sono due: il primo chiamato Marina di Archimede è già avviato, mentre il secondo prevede una piattaforma a mare, da edificare, grande come sette campi di calcio. L'opposizione di Pozzuoli, dal Pd a Rifondazione protesta, ma al momento l'iter burocratico è già concluso e c'è poco da fare. Altri affari sono in corso nelle grandi città. Sul litorale romano, a esempio, il sindaco Gianni Alemanno ha in mente progetti in grande stile: attraverso l'Eur spa punta a stravolgere il waterfront di Ostia, costruendo beauty farm, alberghi, centri commerciali, ristoranti e perfino una scuola di surf, il tutto con la scusa di raddoppiare il porto attuale. A Palermo, invece, il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo piano regolatore del porto, che prevede la realizzazione di un ennesimo porticciolo turistico nella zona di Sant'Erasmo, a due passi dal centro storico della città e nonostante vi siano già altri tre porti turistici in funzione sul lungomare palermitano. Nel capoluogo siciliano gli ambientalisti da anni contestano la riqualificazione di Sant'Erasmo, che sarà affidata a una società privata che gestirà il porticciolo per i prossimi trent'anni.

Le ruspe e le betoniere sono invece già in azione nel cuore di un luogo protetto dall'Unesco: Ortigia, centro storico di Siracusa che si affaccia sul bellissimo golfo aretuseo intriso di storia e leggende greche. Qui il gruppo Acqua Pia Marcia del costruttore Francesco Caltagirone Bellavista ha iniziato i lavori d'interramento per il nuovo porto turistico che sarà chiamato Marina di Archimede. Il progetto da 80 milioni di euro, presentato nel 2007 da una società locale, approvato dal Comune a tempo di record e acquistato in corsa dal gruppo Caltagirone, prevede lavori su un'area di 147 mila metri quadrati, 50 mila dei quali in riva al mare: saranno realizzati 507 posti barca, ma anche "uffici, negozi ristorante, caffetteria, centro benessere e un albergo", dice il deputato regionale del Pd, Roberto De Benedictis. Ma al Comune è arrivata una seconda richiesta, questa volta da parte di una società d'imprenditori locali, la Spero srl, che vuole realizzare un altro porto a fianco di quello di Caltagirone. La Spero vuole investire 100 milioni di euro per costruire un molo da 430 posti barca e sul mare una piattaforma - grande quanto sette campi di calcio - da rendere edificabile per mettere in piedi alberghi, centri commerciali, uffici pubblici, ristoranti, tabaccherie e anche una libreria, per dare un tocco di cultura a un'operazione che, come sostiene il deputato Pd Bruno Marziano, "realizzerebbe il sogno di qualsiasi costruttore: cementificare il mare". Il Comune ha già approvato il progetto e l'ha inviato alla Regione per l'autorizzazione integrata ambientale. "Ci si chiede però come sia possibile costruire alberghi in riva al mare o sul mare, in un sito protetto dall'Unesco. Sarebbe una follia", dice ancora De Benedictis. Intanto Legambiente annuncia battaglia: "Difenderemo Ortigia da queste speculazioni", giura il presidente regionale Domenico Fontana.

Santa Margherita, Massa Carrara, Napoli, Siracusa, sono soltanto la punta di un iceberg fatto di speculazioni sulle coste in nome dell'esigenza di nuovi posti barca che servono per attrarre turisti ma anche per costruire in zone inedificabili. Italia Nostra ha in corso una ventina di battaglie per bloccare la costruzione di nuovi porti, come quelli di Cecina, San Vincenzo e Talamone in Toscana, o Fiumicino, Anzio e Civitavecchia nel Lazio e, ancora, risalendo, quelli di Sarzana e Ventimiglia in Liguria. Soltanto in Sicilia sono già stati varati, o stanno per essere approvati, progetti di costruzione di ben 12 porti, da Menfi a Licata, da Marsala a Capo d'Orlando e Lipari, benedetti da 24 milioni di euro dell'Unione europea. Soldi pubblici per porti che saranno gestiti da privati scelti spesso senza alcuna procedura di evidenza pubblica. "Il territorio costiero è evidentemente sotto attacco", dice la presidente di Italia Nostra, Alessandra Mottola Molfino. Secondo Sebastiano Venneri, presidente nazionale di Legambiente, si tratta di puri e semplici affari perché basterebbe riqualificare i vecchi porti per ottenere migliaia di nuovi posti barca senza ulteriori cementificazioni: "Abbiamo appena completato uno studio che mette nero su bianco come sia possibile ottenere ben 39.100 nuovi posti barca semplicemente riqualificando i porti abbandonati - dice Venneri - circa 13 mila posti sono attivabili immediatamente con piccolissime opere di restauro, 9 mila posti in tempi brevi e altri 15.800 con lavori che non vanno oltre i 24 mesi". Ma in questo caso il business sarebbe molto meno appetibile. Almeno per i signori del cemento. Incendi, bombe, buste con pallottole La malavita all'attacco del Circeo. Pressioni e minacce contro chi è chiamato alla tutela dei 22 chilometri di costa laziale praticamente intatta. L'abusivismo le prova tutte in attesa delle sanatorie. La difesa di un modello economico che ha al centro i valori della natura che possono essere messi a frutto Un ordigno incendiario con 8 inneschi davanti alla sede del parco del Circeo. Due pallottole inviate al presidente del parco del Pollino. Migliaia di richieste di sanatoria pendenti nei territori sotto tutela. Villette travestite da serra che spuntano fidando nel prossimo condono. E' dura la vita degli ambientalisti nell'era delle norme edilizie fluttuanti e dei piani casa che suggeriscono allargamenti fino a ieri proibiti. Ed è dura in particolare nelle regioni in cui gli interessi della criminalità organizzata sono in espansione. "In alcune zone la crescita della tensione è palpabile", spiega Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi. "Penso al Cilento, dove Angelo Vassallo, il sindaco che si opponeva alla speculazione edilizia che premeva sul parco, è stato assassinato. Al Pollino delle intimidazioni contro il presidente, che ha ricevuto una busta con due pallottole. Ai roghi usati come arma di pressione. E a molti altri casi in rispettare la legge diventa pericoloso" L'ultimo e più evidente di questi casi è il Circeo, un parco pioniere che rischia di essere travolto dalla pressione di chi vuole mettere le mani su quei 22 chilometri di costa quasi intatta. Nato nel 1933, terzo dopo il Gran Paradiso e il parco d'Abruzzo, il Circeo ha resistito - sia pure con qualche fatica - all'assalto alla baionetta degli anni Sessanta: ha perso il tratto più settentrionale, divorato dalle case, ma la controffensiva di metà degli anni Settanta gli ha fatto guadagnare tre piccoli laghi nell'entroterra. E' una storia che si può leggere anche senza un libro. Basta arrampicarsi sul promontorio della maga Circe per ottenere un colpo d'occhio più eloquente di un trattato. Il paesaggio è disegnato con precisione: la sagoma regolare della grande foresta planiziale, 3.500 ettari che costituiscono l'ultimo retaggio delle selve di pianura che coprivano l'Italia; il centro urbano di Sabaudia, un agglomerato senza sbavature; la linea delle dune, che si estende per 22 chilometri, spezzata solo da rarissime costruzioni. E poi, appena lo sguardo esce da questo mondo ordinato, si comprende il significato del termine "area protetta". Nei luoghi non tutelati lo sviluppo degli ultimi decenni non ha concesso quartiere: l'assedio del cemento, dell'asfalto, delle serre balza agli occhi. Il confine tra questi due mondi è netto, un tratto che segue i contorni del parco circoscrivendolo con precisione. "Da queste parti la storia dell'abusivismo è lunga", racconta Sergio Zerunian, responsabile dell'ufficio territoriale per la biodiversità che la Forestale mantiene a Fogliano, accanto al giardino botanico creato dai Caetani alla fine dell'Ottocento. "Si è cominciato con gli interventi in aree molto delicate, con tracce di storia millenaria, si è andati avanti con la proliferazione dei posti barca e delle villette che alle volte vengono nascoste, durante i lavori, dietro gabbie di granturco o pareti di una finta serra". E si va avanti ancora oggi con la moltiplicazione dei roghi nelle aree più pregiate del promontorio - che come ricorda il direttore del parco del Circeo Giuliano Tallone - hanno messo in pericolo anche le case vicine; con la pressione che ha portato a 3.500 domande di condono all'interno del parco; con l'attentato in pieno giorno che ha distrutto i materiali didattici davanti alla sede del parco. Tanto che il presidente della commissione urbanistica del Comune di Sabaudia, Francesco Sanna, parla di "piano preordinato". Chi sono i nemici del parco? "Il proliferare di incendi e l'attentato vanno letti come un sintomo, un malessere. Un malessere che però è di pochi e nasce da un cambio di prospettiva non accettato", risponde Gaetano Benedetto, il presidente del parco del Circeo. "Proprio perché questo territorio si è salvato vale di più e gli investimenti hanno una redditività maggiore. Ma per passare da un modello usa e getta a un modello di valorizzazione bisogna rispettare le regole. A qualcuno dà fastidio? Noi riteniamo di fare gli interessi di chi vive nel parco arginando il nuovo cemento non previsto dai piani regolatori". La scommessa - continua Benedetto - è costruire un sistema in cui la bellezza crea valore al di là dei vecchi modelli economici: "Il piano casa della Regione Lazio agisce in deroga al piano paesaggistico e blocca la legge salva coste, consentendo di aumentare le cubature. Ma qui non è applicabile perché una legge nazionale di salvaguardia non può essere vanificata da una legge regionale". Da una parte il tentativo di realizzare un modello economico capace di far fruttare nel lungo periodo le risorse della natura, dall'altra un coagulo di interessi in cui trovano spazio anche i clan. "La malavita organizzata, come dimostrano le inchieste sui Casalesi e sulla 'ndrangheta, ha deciso che questo territorio deve diventare uno dei centri di riciclaggio del denaro sporco", precisa Marco Omizzolo, di Legambiente. "Pressioni di tutti i tipi sono in aumento nel Lazio: molti parchi vivono una fase di asfissia economica voluta, altri sono commissariati, altri sono coinvolti nelle inchieste sul ciclo illegale dei rifiuti. Anche Ventotene, nell'arcipelago di fronte al Circeo, un'isola con straordinarie potenzialità, da anni è oggetto di speculazioni e di progetti proposti dalle amministrazioni locali che vanno in senso contrario alla tutela sbandierata: l'ultimo è il costosissimo tunnel che dovrebbe devastare l'isola per far più posto alle macchine". Parliamo di un'area in cui è stato costituito un "vero sistema criminale che Libera, l'associazione antimafia presieduta da don Ciotti, non ha esitato a chiamare la Quinta mafia", aggiunge il deputato Pd Ermete Realacci in un'interrogazione parlamentare in cui si elencano molti episodi di intimidazioni e aggressioni contro funzionari di polizia e dirigenti del Comune di San felice Circeo e di Sabaudia. "Una mafia che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione più eclatante. Basti pensare che stando ai dati delle forze dell'ordine nel parco nazionale del Circeo sono 1 milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro. Secondo gli investigatori una parte è imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico-economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti".

Case abusive e condoni edilizi

Mai dire mai. La Campania vuole un altro condono. Parola di Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. Ma certo che tocca il cuore, vedere le ruspe abbattere la casa di Bacoli dove viveva Jessica, la ragazza disabile presa a simbolo da tutti gli abusivi. Ed è vero che troppo spesso le rare case buttate giù sono di poveracci che non hanno l'avvocato giusto. Ma la soluzione qual è: un'altra sanatoria come vorrebbe la Regione Campania? Giurando che stavolta sarà davvero l'ultimissimissima? È ipocrita e pelosa, la solidarietà di troppi politici campani verso gli abusivi (pochi) che in questi giorni, un sacco di anni dopo le prime denunce e le prime sentenze, si sono ritrovati alla porta i caterpillar. Dove erano, mentre intorno a loro la regione intera si riempiva di baracche e villini e laboratori e autorimesse fuorilegge? Dov'erano mentre la nobile via Domiziana veniva stuprata da fabbricati illegali costruiti perfino in mezzo all'antico tracciato sventrando il meraviglioso basolato romano? Dov'erano mentre nella «zona rossa» dei 18 comuni vesuviani, assolutamente vietata, si accatastavano case su case a dispetto degli allarmi su una possibile eruzione (« Hiiiii! Facimm' 'e corna! ») e del piano di evacuazione di circa mezzo milione di sfollati che richiederebbe 12 giorni? Dice l'autore della proposta galeotta, il pidiellino Luciano Schifone («nomen omen», ringhiano gli ambientalisti) che si tratta solo di sanare i «piccoli abusi» e cioè, come ha spiegato al Mattino, gli aumenti volumetrici non oltre il 35% previsti dal piano casa regionale varato nel dicembre 2009 e ritoccato nel 2010, ma realizzati prima che quel piano fosse approvato. Per di più, dice, «è previsto un aumento del 20% degli oneri di urbanizzazione». Sintesi: in fondo gli abusivi hanno abusato prima che l'abuso fosse legalizzato dalla legge della Regione. Tornano in mente le assicurazioni di Giuliano Urbani, allora ministro dei Beni Culturali davanti a chi temeva disastri dal condono berlusconiano del 2003: «È solo per piccoli abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene». Alla fine, dopo avere scatenato i peggiori istinti cementieri, finì per essere parzialmente utilizzato anche dai palazzinari che ad Acilia, ad esempio, avevano tirato su a due passi dalla tenuta presidenziale di Castelporziano una selva di condomini per un totale di 283 mila metri cubi totalmente abusivi. Sanati con 1.360 (milletrecentosessanta: uno per appartamento) condoni individuali. Mettiamo che ogni appartamento avesse solo una decina di finestre: 13.600 finestre. Piccoli abusi... I numeri sono mostruosi. Secondo l'urbanista Paolo Berdini autore di una ricerca capillare su tutta la penisola, «dal 1948 a oggi sono stati (...) compiuti oltre 4.600.000 abusi, più di 74.000 ogni anno, 203 al giorno». E l'Agenzia del Territorio, come ricorda il dossier Legambiente del 2010, «dal 2007 a oggi ha censito più di due milioni di edifici non accatastasti, per l'esattezza 2.076.250 particelle clandestine». Nella grande maggioranza concentrati al Sud. E chi è in testa alle regioni-canaglia secondo un'indagine del Cresme, con 19,8 case abusive su 100 esistenti? La Campania. Nonostante un dossier dell' Ispra dica che «l'Italia è uno dei Paesi a maggiore pericolosità vulcanica» e che «le condizioni di maggior rischio riguardano l'area vesuviana e flegrea, l'isola d' Ischia...». Non si dica che si tratta solo di scelte sventurate di povera gente educata da una cattiva politica ad arrangiarsi «perché tanto prima o poi con lo Stato ci si mette d' accordo». Certo, questa è la tesi. Che non a caso ha scelto come simbolo la famiglia di quella Jessica di cui dicevamo all'inizio, difesa l'altra sera da una fiaccolata per le vie di Bacoli, in faccia a Pozzuoli, alla quale ha partecipato («È solo per stare vicino alle famiglie che hanno fatto le case in modo illegale, ma non per speculazione. Non hanno altro e una volta messi fuori che faranno?») perfino il vescovo Gennaro Pascarella. No, c'è di più. Lo spiega un recente rapporto di Legambiente: «In Campania ben il 67% dei Comuni che sono stati sciolti per mafia dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio. A Giugliano, nell'hinterland napoletano, la Procura di Napoli procede all'arresto di ben 23 vigili urbani e individua nel locale Comando dei vigili il "covo" dal quale si gestiva il business dell' abusivismo sull'intero territorio comunale. E ancora il triste primato detenuto dagli abitanti di quel luogo che un tempo si definiva "agro" sarnese nocerino, tredici comuni per un totale di 158 chilometri quadrati e che di agricolo hanno conservato ben poco, dove circa il 10% della popolazione residente, neonati compresi (ben 27.000 persone su 285.000), è stato denunciato almeno una volta per abusi edilizi». Vale per Giugliano, vale per il Lago Patria devastato dal mattone illegale e selvaggio, vale per Ischia che con 62 mila abitanti vanta il record di 28 mila abusi edilizi, vale per San Sebastiano al Vesuvio dove il sindaco Giuseppe Capasso, nel contempo presidente della Comunità del Parco del Vesuvio, si spinse a lagnarsi con l'allora governatore Antonio Bassolino perché «i tanto attesi effetti di una possibile ripresa economica» dovuti al «piano casa» spinto da Silvio Berlusconi avrebbero potuto «non investire l'area vesuviana» a causa proprio delle regole sulla «zona rossa». Zona ad alto rischio che sta nel gozzo anche al sindaco di Sant' Anastasia, Carmine Esposito, che un paio di settimane fa si è avventurato a sostenere che «la Regione Campania deve un ristoro economico per aver bloccato i territori vesuviani in zona rossa». Parole che Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato nel settembre 2010 perché cercava di difendere il parco del Cilento dall'assalto del cemento camorrista, non avrebbe mai pronunciato. Mai. Ma lui cercava di spiegare ai suoi cittadini che la difesa dell'ambiente era innanzitutto un interesse «loro». Non ammiccava alle cattive abitudini per raccattare voti...

I diversi tipi di abusivismo edilizio

Il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo"

E' di grande attualità in questo momento il tema dell'abusivismo. Quarant'anni di edilizia selvaggia ha arrecato gravi danni al territorio, all'ambiente, alla convivenza civile e al concetto stesso di legalità. Ma il fenomeno complessivo di devastazione ambientale mista a inefficienza e corruzione che dall'ultimo dopoguerra sta distruggendo il territorio italiano non può essere semplicemente ascritto alla voce "abusivismo".

Il quadro delle illegalità e delle devastazioni è assai variegato, e un tentativo di riassumerlo con tutti i necessari "distinguo" comporterebbe la stesura di un trattato. Si possono porre una serie di "punti fermi": catalogare cioè in forma necessariamente telegrafica le varie situazioni e tipologie di quel che oggi genericamente viene indicato come "abusivismo" tout court, ovvero "mostri di cemento" o simili. Ecco dunque in breve sintesi:

1) ABUSIVISMO VERO E PROPRIO. Trattasi essenzialmente di edifici realizzati in totale assenza di concessione edilizia, in genere su aree dove gli strumenti urbanistici non ne consentirebbero comunque il rilascio. E' un fenomeno esploso nelle periferie cittadine nel dopoguerra, ed è innegabile che, in buona misura, abbia costituito una risposta emergenziale alla necessità di abitazioni degli strati più poveri della popolazione inurbata. Indagare sulle cause dell'inefficienza pubblica di fronte all'espansione demografica porterebbe assai lontano. Qui basti dire che in molti casi l'abusivismo è stato un "sottoprodotto" della grande speculazione edilizia e fondiaria, in certo modo ad essa funzionale, e che tutti i tentativi di dare in tempo utile al Paese una normativa urbanistica capace di porre un freno all'abuso dello jus aedificandi sono falliti di fronte alla coalizione di forze politiche ed economiche variamente assortite (v. il "caso legge Sullo" dei primi anni '60!).

Ma era nella logica stessa del fenomeno che - sistemate in qualche modo le folle di senza tetto - esso si volgesse verso obiettivi più remunerativi. In epoca più recente è quindi iniziato il fenomeno dell'assalto alle coste, alle spiagge, ai boschi delle località turistiche, sovente con la copertura "morale" di presunte necessità abitative, di fatto inconsistenti.

Questo tipo di abusivismo - quello totale- ha colpito l' Italia in modo assai discontinuo. Sarebbe un grosso errore dire che il territorio -anche solo quello costiero- è stato devastato dagli "abusi" edilizi; in realtà danni enormi sono stati arrecati da quella che si potrebbe definire edilizia semilegale, o solo formalmente legale (di cui si dirà ai punti successivi). Resta tuttavia innegabile che l'abusivismo, concentrato soprattutto in alcune zone di ogni Regione, ha avuto effetti devastanti: le campagne intorno alle grandi città, la via Prenestina a Roma, l' area Vesuviana, Ischia e Capri, i Campi Flegrei, l'agro nocerino-sarnese e mille altri luoghi, a volte carichi di bellezza e di storia, sono stati massacrati, insieme a centinaia di Km. di coste, da questo fenomeno incivile. Caso paradigmatico quello del Monte Argentario - luogo mitico e supervincolato della "civile Toscana"- laddove nel '74 le denunce del WWF portarono alla scoperta di centinaia di edifici abusivi (o falsamente legali, ad esesmpio per essere stato autorizzato il "restauro" di manufatti inesistenti!), che nell'insieme stavano trasformando il Promontorio in una sola lottizzazione abusiva. E qui più che altrove è apparsa con chiarezza la mistificazione demagogica messa in atto da chi - politici e amministratori in primo luogo- ha cercato di spacciare per "piccolo abusivismo dei contadini locali" quel che invece era la costruzione di vere e proprie ville (o embrioni di esse), da rivendere ad alto prezzo ad acquirenti esterni....

2) ABUSIVISMO LEGALIZZATO. Ci si riferisce, ovviamente, al frutto dei vari condoni, sempre più simili nei loro effetti a un'incivile "sanatoria permanente" (rischio inutilmente fatto presente dal WWF fin da quando si cominciò a parlare di un condono). Per come è stata gestita tutta l'operazione condono non ha fatto che rafforzare la diffusa convinzione che, prima o poi, tutto sarebbe stato sanato, anche gli abusi a venire. Oltre a ciò, il gravissimo problema dei controlli, affidato in toto a amministrazioni locali sovente corresponsabili e a Soprintendenze dai mezzi irrisori, aveva fatto temere il peggio, che puntualmente si è verificato.

Leggiamo oggi (stime del CRESME) che dal 31/12/1993 (ultima data utile per l'ammissione di immobili al condono) ad oggi sono state realizzate oltre 200.000 nuove abitazioni abusive. Ed altre 230.000 case erano sorte nel giro di appena due anni (1983/4) come conseguenza del primo condono. E' dunque chiarissimo che gli abusivi incalliti non hanno mai creduto nel "giro di vite" annunciato al termine della sanatoria, ma che al contrario hanno approfittato dei condoni per realizzare sempre nuove costruzioni, anche a termini di condonabilità scaduti, contando di riuscire in qualche modo a sanarle (per successiva riapertura dei termini, ovvero truccando le denunce per quanto concerne le date di costruzione).

A riprova del caos venutosi a creare, due casi limite: la rivolta (apertamente spalleggiata da certi sindaci) degli abusivi organizzati in Sicilia - quelli di speculazione ben mascherati dietro quelli "di necessità"- i quali semplicemente non volevano pagare per nessun tipo di condono, e il tentativo di far condonare perfino.....il "Mostro di Fuenti". Anni addietro infatti l'allora Ministro dei Beni CC.AA. V. Bono Parrino, sul finire del proprio mandato si accingeva a firmare un parere positivo preliminare al condono (essendo la zona vincolata), in quanto il Mostro "non sembrava in contrasto con rilevanti interessi ambientali...". Una macroscopica svista, almeno si spera, ma che dimostra la superficialità e l' improvvisazione con le quali tutta la sciagurata vicenda dei condoni è stata gestita.

3) EDILIZIA SEMILEGALE, O SOLO FORMALMENTE LEGALE. Qui il discorso si fa ben più complesso. Infatti se per edifici "semilegali" si possono intendere quelli realizzati in grave difformità dai progetti approvati, ovvero sulla base di progetti che non avrebbero potuto essere approvati (esempio classico: villette munite di "regolare" concessione edilizia, ma che nell'insieme formano una lottizzazione), per edifici "formalmente legali" si debbono intendere invece quelli muniti di tutti i "pezzi di carta" necessari, ma che ugualmente hanno sul territorio un impatto devastante.

Ed in quest' ultima categoria rientrano proprio le colate di cemento più inconsulte ed oltraggiose dall' ultimo dopoguerra. Dalle orrende periferie urbane degli anni '60 alle lottizzazioni negli ultimi boschi e pinete costiere (vedi il "caso Capocotta"). Da certi squallidi villaggi turistici sulle Alpi e sugli Appennini ai tentativi scellerati di costruire ville di lusso lungo tutta l'Appia Antica (chi, tra gli "addetti ai lavori" non ricorda le vibranti invettive di Antonio Cederna?) dai vari "mostri" come quello di Fuenti (che in effetti era sostanzialmente dotato di varie autorizzazioni) alle ignominiose lottizzazioni che hanno cancellato in gran parte la morfologia stessa delle nostre coste. Tutto questo, ed altro ancora, è stato fatto almeno in gran parte dei casi nel sostanziale rispetto della legalità formale, e di conseguenza spesse volte confortato da sentenze dei vari TAR, del Cons. di Stato. Quante volte, dietro edifici che costituiscono un insulto alle regole del buon gusto e del viver civile, e di cui ci si domanda chi sia stato così folle da progettarli e autorizzarli, c'è una sentenza emessa "nel nome del popolo italiano"....

E qui per essere più chiari occorrerebbe rifare la storia delle leggi sull' urbanistica e sul paesaggio (teoricamente interfacciate, secondo il legislatore degli anni '30 e '40; di fatto tenute ermeticamente separate, e conculcata fino a tempi recenti la seconda). Il "tradimento" delle leggi urbanistiche si è consumato attraverso il rifiuto di considerare il paesaggio e l'ambiente come invarianti del territorio e limiti naturali all'edificabilità. Attraverso le fallimentari vicende della legge "Ponte" n° 765 (che, nata per mettere un argine allo scempio, grazie al vergognoso "anno di moratoria" sulle licenze edilizie e alla sopravvivenza degli anacronistici Programmi di Fabbricazione si risolse in un colpo di acceleratore per tutte le lottizzazioni), attraverso il rifiuto di porre alcun serio vincolo all'edificabilità almeno nelle aree extraurbane di maggior pregio. O attraverso la permissività irresponsabile con la quale sono stati approvati pessimi strumenti urbanistici locali (tra i quali i Programmi di Fabbricazione, concepiti su misura per le esigenze della proprietà fondiaria e delle lottizzazioni), ecc.

Oggi il quadro generale è indubbiamente mutato: costruita gran parte del costruibile l'attenzione va fatalmente spostandosi verso la salvaguardia di ciò che è rimasto, e verso un parziale recupero dell'ambiente - laddove possibile- che passa per la demolizione degli abusi peggiori e la "decostruzione" di manufatti anche legali ma ambientalmente insostenibili (riconversione di aree industriali obsolete, difesa dei terreni agricoli, ecc.). Qui molto altro ci sarebbe da dire sul sistema dei Parchi e Riserve (nazionali e regionali) faticosamente avviato, sui Piani Paesistici che, con forti ritardi e molte incongruenze, sono ovunque in via di approvazione, ecc. Tuttavia affrontare anche questi aspetti pur fondamentali porterebbe a sviluppi eccezionali. Emerge invece una nuova preoccupante tendenza fra molte Regioni, le quali, nella perdurante assenza di un Testo Unico statale sull'urbanistica e sulla scia dell'esempio della Toscana, stanno dotandosi di una propria legislazione urbanistica fortemente innovativa (cosa non esente da critiche sul piano della costituzionalità), ed improntata a criteri di "elasticità", flessibilità e completa valorizzazione delle autonomie locali. Cosicchè, ad esempio sarebbero gli stessi Comuni ad approvare i propri strumenti urbanistici (ribattezzati "Piani Strutturali", anzichè "Regolatori", a sottolinearne il valore programmatico e non vincolante), spettando alle varie autorità "di controllo" solo il potere di presentare delle "osservazioni", ecc.

Anche questo è un discorso che porterebbe lontano, ed è quindi il caso di fermarsi a un accenno. Resta tuttavia l'ineludibile esigenza di fare ordine e chiarezza nella materia urbanistico/edilizia, cominciando con l'approvare quella legge-quadro (o Testo Unico) nazionale di cui si parla inutilmente fin dal dopoguerra. Altra questione di grande portata ed attualità, certamente non risolta da Tangentopoli, è quella della moralizzazione di tutta la politica, e conseguentemente della pubblica Amministrazione. Non c'è infatti il minimo dubbio che gran parte della devastazione territoriale che si è cercato finora di descrivere sia stata provocata dalla pura e semplice corruzione (e in vaste aree da veri e propri interessi di mafia), il territorio essendo stato ridotto a merce di scambio tra politici, mercanti di aree e costruttori.

E allora, tornando al tema delle demolizioni, oltre a casi emblematici quali ad esempio il "Mostro di Fuenti" e suoi consanguinei, occorrerebbe cominciare a pensare seriamente - stabilendo una scala di priorità a seconda della gravità ambientale - alla demolizione almeno di una buona parte di quegli oltre 18.000 abusi non sanabili verificatisi a partire dall'entrata in vigore della legge 47/1985 nelle aree vincolate paesaggisticamente, nei Parchi e sul Demanio.

ll fenomeno è molto complesso.

C'è quello che viene definito abuso di necessità, proprio di chi ha costruito una casa per abitarci, cioè una "prima casa" e non una casa di villeggiatura o "seconda casa". In ogni caso questi abusivi hanno infranto la legge e non sembra giusto "condonare" perché agli italiani onesti (la maggioranza) che la casa l'hanno costruita in modo legale (naturalmente pagando le tasse relative, cosa che gli abusivi non fanno) può sembrare un premio ai "furbi".

E c'è poi l'abusivismo legato alla grande criminalità organizzata (Mafia, Camorra, 'Ndrangheta), che non di rado si intreccia con il primo. Orientarsi è difficile, ma qui di seguito riportiamo alcuni dati, ufficiali.

GLI ECOMOSTRI

Gli ecomostri sono le enormi costruzioni di cemento che deturpano  siti archeologici,  spiagge e oasi naturalistiche (da qui il nome, mostro ecologico). Si tratta di costruzioni abusive nate dalla "collaborazione" tra imprenditori disonesti e politici locali corrotti. In Italia i mostri di cemento erano 14, ora ne sono rimasti 11 perché il Governo ha finalmente cominciato la guerra contro l'abusivismo edilizio.

Il primo mostro abbattuto è stato il FUENTI, un mega albergo costruito alla fine degli anni '70 sulla costiera amalfitana: 34 mila metri cubi di cemento,  24 metri di altezza (sette piani), 2000 metri quadri di superficie. Tutto questo in un'area che l'Unesco aveva dichiarato patrimonio dell'umanità. È stato definito un "misfatto ecologico esemplare". 

LE TAPPE DELLA STORIA DEL "FUENTI"

1968 Il 5 agosto del 1968 il Comune di Vietri sul Mare concede la licenza edilizia e la Sovrintendenza della Campania dà il nulla-osta paesaggistico. L'area è già sottoposta a vincolo.

1971 L'edificio viene terminato nel 1971, dopo polemiche e sospensioni dei lavori. Nello stesso anno la Sovrintendenza revoca il nulla-osta poiché la costruzione non corrisponde ai progetti presentati. Anche il Comune annulla la licenza e i provvedimenti sono confermati dal Consiglio di Stato nel 1981.

1985 Con il condono edilizio del 1985 la società proprietaria chiede la sanatoria dell'edificio: la Regione Campania dà parere favorevole, ma il Ministero dei Beni culturali annulla il nulla-osta della Regione.

1992 Una sentenza del Tar (Tribunale amministrativo regionale) della Campania conferma la decisione del Ministero dei Beni Culturali.

1997 Una sentenza del Consiglio di Stato (dicembre) stabilisce che l'albergo non può essere condonato. L'Hotel Fuenti è stato utilizzato solo per i terremotati dell'Irpinia.

Il secondo ecomostro abbattuto è stato PUNTA PEROTTI - Complesso residenziale costituito da due edifici di 11 e 13 piani sul lungomare di Bari. Il complesso è stato realizzato nell' ambito di due piani di lottizzazione che prevedono la realizzazione di 290.000 metri cubi complessivi. La struttura è stata edificata ad una distanza inferiore a 300 metri dal mare e posizionato in modo da nascondere totalmente la vista del lungomare a sud di Bari.

02/04/2006 - Conclusa la prima fase della tanto attesa demolizione dell'ecomostro Punta Perotti a Bari. Tutto come previsto: 350 chilogrammi di tritolo hanno fatto implodere i due terzi della saracinesca che da oltre dieci anni taglia il lungomare barese. 

23/04/2006 - Seconda esplosione: crolla anche la seconda parte dell'ecomostro. Il 24 aprile è attesa l'ultima esplosione che demolirà interamente la costruzione.

Nel gennaio 2001 il Ministro dell' Ambiente e il Ministro dei Beni Culturali hanno presentato un disegno di legge per la tutela ambientale ed il recupero dei siti compromessi dalla speculazione. È previsto l'abbattimento degli 11 ecomostri ancora esistenti. Eccone l'elenco:

SPALMATOIO DI GIANNUTRI - Complesso edilizio destinato a mini-appartamenti grande complessivamente 11.000 metri cubi, realizzato in una zona ad elevato pregio paesaggistico all' interno del Parco nazionale dell' Arcipelago Toscano.

SCHELETRO DI PALMARIA - Complesso edilizio destinato ad albergo e miniappartamenti, alto circa 25 metri e con un volume di 10.000 metri cubi. L' area si trova nel territorio del Parco nazionale delle Cinque Terre.

CONCA DI ALIMURI - Struttura edilizia destinata ad uso alberghiero realizzata a ridosso della battigia, non ancora ultimata. Il complesso ricade all' interno del Piano urbanistico territoriale della penisola sorrentino-amalfitana.

BAIA PUNTA LICOSA - Si tratta di 53 edifici destinati a residenza, costruiti, ma non ancora ultimati, all' interno di un' area caratterizzata dalla presenza di alberi di particolare pregio (pino d' Aleppo). L' area si trova all' interno del territorio del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano.

PIETRA DI POLIGNANO A MARE - Complesso turistico costituito da una struttura alberghiera ed alcuni villini, per un volume complessivo di 34.000 metri cubi. Il complesso ricade nella fascia di 300 metri dalla battigia, in area soggetta a vincolo paesistico di tutela assoluta.

FOSSA MAESTRA - Complesso edilizio vicino Massa Carrara destinato ad accogliere 65 mini appartamenti e locali accessori. Si trova in un' area classificata come zona di valore paesaggistico ed ambientale da sottoporre a conservazione.

BAIA DI COPANELLO - Complesso edilizio costituito da albergo ed abitazioni a schiera, realizzato in assenza di concessione edilizia.

VILLAGGIO SINDONA - Complesso costituito da 12 edifici a schiera realizzato in località Cala Galera e non ancora ultimato. L' area ricade nella riserva naturale di Lampedusa, soggetta a vincolo paesaggistico ed idrogeologico. È inoltre sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta.

CAPO ROSSELLO - Complesso di edifici residenziali per complessivi 9.000 metri cubi, realizzato in prossimità della battigia.

CALA DEI TURCHI - Complesso alberghiero vicino Agrigento di circa 15.000 metri cubi. L' edificio non è stato ancora completato.

IL CONDONO EDILIZIO

Il condono edilizio non è mai stato una soluzione positiva al problema. Anzi. Non appena si comincia a parlare di condono edilizio, il numero di edifici abusivi cresce enormemente: tutti sperano di essere "condonati", cioè di vedersi riconosciuti legittimi proprietari di una casa costruita illegalmente. Ad esempio, l'anno precedente al condono edilizio del 1985 voluto dal Governo Craxi, cioè il 1984, è stato l'anno peggiore per l'abusivismo: su un totale di 270.000 nuove abitazioni circa un terzo (80.000 unità) erano abusive.

 
ABUSIVISMO REGIONALE -  1998
 

REGIONE

%

Piemonte

1,8

Valle d'Aosta

0

Lombardia

3,8

Trentino Alto Adige

0,5

Veneto

3,9

Friuli Venezia Giulia

0,5

Liguria

0,9

Emilia Romagna

2,5

Toscana

2,7

Umbria

0,6

Marche

1,5

Lazio

4,8

Abruzzo

7,0

Molise

2,0

Campania

19,8

Puglia

12,8

Basilicata

1,9

Calabria

8,8

Sicilia

18,2

Sardegna

5,9

Le cose recentemente vanno un po' meglio, ma i dati sono sempre gravi.

Secondo gli studi di Legambiente e dell'Istituto di ricerca Cresme, nel quinquennio 1994-1998, cioè dopo il condono approvato dal "Governo Berlusconi-Radice", sono state realizzate 232.000 nuove case abusive, per una superficie complessiva di 32.5 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare di 29.000 miliardi di lire. L'evasione fiscale è di 6.700 miliardi di lire.

Solo nel corso del 1998 sono stati costruiti ben 25.000 stabili abusivi (3,5 milioni di mq, un valore di mercato stimato superiore ai 3.000 miliardi di lire e una evasione fiscale pari a 730 miliardi). Il 76,3% delle costruzioni illegali (vedi tabella a fianco) è concentrato nelle regioni meridionali e nelle isole; al Centro la percentuale scende al 9,7% mentre al  Nord risale al 14%.

Le regioni più corrette sono per lo più al Nord (la  Valle D'Aosta con lo 0%, il Trentino con lo 0,5 %, l' Umbria con lo 0,6 % e la Liguria con lo 0,9%).  Il mattone illegale è invece ancora abbastanza presente nel Lazio (4,8%), in Lombardia (3,8%) ed in Veneto (3,9%).

Al Sud, in particolare il fenomeno è concentrato in Campania (19,8%), Sicilia (18,2%), Puglia (12,8%) e Calabria (8,8%), dove esiste quasi il 60% del totale nazionale delle costruzioni illegali. Ciò dimostra che il fenomeno dell'abusivismo è legato al fenomeno delle organizzazioni criminali e mafiose, che sono particolarmente radicate nelle quattro regioni citate.

Concludiamo con una novità sulla "tipologia dell'abusivo" come è emersa da un'indagine di Legambiente sull'abusivismo a Roma e nel Lazio negli ultimi anni: i "costruttori spontanei" hanno abbandonato le periferie per spostarsi su aree pregiate. La maggior parte degli abusivismi, infatti, è stata individuata all'interno dei parchi: 33 lottizzazioni su un totale di 74, estese per 209 ettari su un totale di 314. I restantiabusi si registrano nelle aree adiacenti ai parchi e in zone esterne agli stessi.

Si vede che anche gli abusivi romani, come quelli agrigentini della Valle dei Templi, sono sensibili alle bellezze naturalistiche e archeologiche. Popolo di poeti, di artisti, di pensatori, di santi, di scienziati....

Norme antisismiche violate. Abruzzo lunedì 6 aprile 2009, ore 3,32

Gli allarmi inascoltati. La scossa devastatrice. Le vite spezzate. La disperazione dei sopravvissuti. Il dramma dei bambini. Eroi e vecchi camion. Un reportage da “Il Corriere della Sera” a “L’Espresso” e “Panorama”.

I vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.

Bestioni appesantiti da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del motore, si sono fermati in autostrada e, come certi muli di una volta, non han voluto saperne di ripartire. Eccole qui, la faccia dello Stato. L’Italia dei vetusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi. Carrette di lamiera che dopo essere state lasciate «dieci anni nei capannoni» (parole di un comunicato ufficiale del sindacato di base Rdb-Cub) sono finite «fuori uso per problemi di ribaltamento e rotture ai supporti del serbatoio dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso. Non puoi sentirti orgoglioso di come sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri, senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina dopo, tra le macerie di Onna, la delusione dei volontari della Protezione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riescono a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».

È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano.

Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. Ma, come accusava Il Sole 24 ore del 7 aprile 2009, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, nel 2006, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».

Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno dal sisma. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse del 6 aprile 2009, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo Berlusconi alle Regioni del giugno 2008, mai nella prima bozza del «piano casa», mai nell’in­tesa del 31 marzo 2009. Mai. Con il terremoto in Abruzzo Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi, che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica».

Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana prima. Dove l’articolo 6, precipitosamente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché dopo una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.

Qualcuno adesso dovrà indagare. Una volta sepolti i morti e sistemati gli sfollati, dovrà spiegare perché a L'Aquila il cemento impastato dieci o vent'anni prima già si sbriciola come pane secco. Dovrà dire perché queste travi si sono spezzate e hanno fatto un massacro. Come in Abruzzo, con il brivido delle scosse di assestamento e il vento del Gran Sasso che spazza le macerie di via Luigi Sturzo, centro città, cento per cento di morti nelle case nuove là in fondo alla strada. Nuove. Eppure sono venute giù.

Se due mesi di sciame sismico riducono così il cemento, allora l'allarme lo dovevano dare molto prima. Invece questo passerà alla storia come il primo terremoto previsto in Italia. E, purtroppo, anche come il primo snobbato dalle autorità. Hanno ignorato l'annuncio del disastro molti sindaci della provincia per finire, su su, agli esperti della Protezione civile.

Eppure la previsione di Giampaolo Giuliani, tecnico del laboratorio scientifico del Gran Sasso insultato e denunciato per procurato allarme, non è uno scoop da premio Nobel. Che la liberazione di gas radon dagli strati profondi delle rocce riveli l'arrivo di un forte terremoto, lo si impara al primo anno di Geologia all'università. Anche in Italia. È vero che non è possibile conoscere con precisione quando colpirà la scossa. Ma a L'Aquila e lungo l'Appennino la terra tremava e da fine febbraio. Avere un laboratorio di fisica proprio dentro il Gran Sasso, la montagna attraversata dalle faglie e dalle tensioni geologiche di questo disastro, era poi una immensa opportunità. Forse bastava sfruttarla. Nessun preallarme nemmeno per i soccorsi in una regione fatta di antichi paesi di sassi e pietre.

Lunedì 6 mattina a Civita, una frazione a pochi chilometri da Onna, vicino all'epicentro in provincia, gli abitanti hanno dovuto sbarrare la strada a un convoglio dei vigili del fuoco per chiedere loro di estrarre due persone. Le hanno tirate fuori che erano già morte. I pompieri son ripartiti subito per L'Aquila. I cadaveri sono rimasti a Civita, per terra, fino alle quattro del pomeriggio: "Quando è arrivata un'auto delle pompe funebri", raccontano i testimoni. Sono le priorità a stabilire dove si devono fermare i convogli. I primi sono stati inviati dove c'erano più cadaveri: a L'Aquila, a Onna, a Paganica. Così gli abitanti delle piccole frazioni hanno dovuto aspettare. Non c'erano alternative. Da martedì, secondo la Protezione civile, con l'arrivo dei rinforzi da tutta Italia, anche i centri più piccoli sono stati raggiunti. Nonostante la previsione del terremoto, però, gli abitanti della città e di tutta la provincia avevano creduto alle rassicurazioni degli esperti della commissione Grandi rischi, riprese dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dal governo e dalle autorità locali. Nessuno immaginava che perfino le costruzioni più moderne di L'Aquila fossero trappole. Non lo sapevano i ragazzi italiani e stranieri morti e feriti nel pensionato universitario, nemmeno i quattro studenti sepolti in due stanze prese in affitto in un'altra villa in via Sturzo. Non lo poteva immaginare.

Gran parte delle strade di L'Aquila in quei giorni era al buio. In molte case però non mancava la luce. Vedi le finestre illuminate dentro le tapparelle abbassate. Credi che ci sia qualcuno lassù. Invece è la fotografia di lunedì 6 aprile, ore 3,32, il momento esatto della scossa, 5,9 gradi della scala Richter, nemmeno un record in Italia.

A metà di via Sturzo la fuga di una famiglia su un'Alfa Romeo è rimasta bloccata al cancello, quando un grosso pezzo di cornicione l'ha colpita in pieno. In una camera da letto spogliata dai muri perimetrali è ancora accesa l'abat-jour sul comodino. Sui balconi sopravvissuti al crollo, il bucato steso la domenica sera. I libri negli scaffali. Le sveglie che ancora suonano la mattina presto. Persiane semichiuse che ricordano le ville calcificate di Pompei. Istantanee di vita quotidiana. Al buio si intuisce la sagoma di quattro donne avvolte nelle coperte di lana. Si fanno coraggio insieme e dormono sulle sedie davanti alla casa di una di loro. Non hanno voluto andarsene al centro di raccolta. Pochi passi più avanti, in fondo a via Sturzo, le fotoelettriche illuminano il vuoto. Due ruspe rimuovono il groviglio di tondini di ferro. L'armatura a queste costruzioni non manca. Stupisce l'apparente fragilità del cemento. Tre o quattro ville, tutte uguali, si sono accasciate sui loro piani. Resta soltanto il tetto di due. In una sono morti due anziani. Nella seconda almeno quattro studenti tra i quali un ragazzo della zona di Vasto, in Abruzzo. La sua mamma sostenuta da un'amica piange da ore. «Ho provato a far suonare il suo telefonino», sussurra, «risulta irraggiungibile. Un collega di università di mio figlio ha invece chiamato il telefonino di un suo compagno di stanza sepolto là sotto. Quello suona ancora, ma da domenica notte nessuno risponde».

Subito più avanti il cumulo di macerie nasconde la bimba di tre anni e tutta la sua famiglia. Rimossi i blocchi di cemento, trovano prima il piccolo materasso del lettino. Si vede subito che apparirà un bambino. Non ci sono più bare. Nemmeno bodybag, i sacchi utili per trasportare le vittime delle emergenze, che l'Italia ha regalato negli anni scorsi alla Libia. I soccorritori liberano dai calcinacci una coperta di lana. La ripiegano per usarla come barella. Avvolgono la piccola nella lana e la adagiano sulla terra. Vigili del fuoco e guardia forestale interrompono per qualche minuto il lavoro a mani nude nei detriti. Li guida un abitante del quartiere in tuta blu, grigio di polvere fin nei capelli. «Adesso restano da trovare un'altra bambina, la sua mamma e il suo papà», spiega l'uomo al capo operazioni dei pompieri: «Poi dobbiamo tirare fuori gli anziani che abbiamo visto nella casa accanto. Ma non so quanti sono». Arriva finalmente l'ambulanza, allontanata per caricare le macerie su due grossi camion. «Come si chiama questa bambina?», chiede un'infermiera della Croce rossa. Nessuno sa rispondere. Non ci sono parenti. Non ci sono vicini. Tutti sotto le macerie. Forse una quindicina di morti. Tutti sepolti dal crollo di case relativamente nuove. Intorno le costruzioni più vecchie e i condomini sono rimasti in piedi. Hanno danni strutturali. La facciate bombardate. Ma i loro abitanti hanno almeno avuto il tempo di svegliarsi e fuggire.

In via Sant'Andrea all'angolo con Generale Francesco Rossi, prega la mamma di Armando Cristiani. Per arrivare fin qui bisogna sfidare i calcinacci che le scosse sparano come cecchini dalle cime dei palazzi. Antonio Rossi, il papà, cammina su e giù con un piccolo ombrello in mano e un sacchetto di biscotti sottobraccio. Era la cena che un vigile urbano gli ha regalato. Sulla montagna di macerie continua il lavoro di altri eroi. Rischiano la vita e altri crolli per salvare Marta, un'altra studentessa tradita dalle norme antisismiche dei palazzi dell'Aquila. Una ragazza raggiunta nel pomeriggio dagli speleologi e dai soccorritori del Club alpino italiano. «Marta ci ha detto di aver sentito delle grida salire dalla tromba delle scale. Una voce molto più sotto di lei», racconta uno speleologo: «Abbiamo chiamato, abbiamo provato ma non ci ha risposto nessuno». Antonio Cristiani è convinto che suo figlio sia lì ad aspettare che qualcuno lo tiri fuori. Erano sei studenti in affitto, in un appartamento al terzo piano. Tutti dispersi. «Ho sentito mio figlio sabato sera», racconta la mamma, «mi ha detto che c'era appena stata una forte scossa. Eravamo preoccupati, ma lui diceva che poi passava».

Trema ancora la terra. Scosse forti che fanno crollare i muri che ormai non si reggono più. Gli speleologi portano in superficie Marta, la avvolgono, la caricano su un'ambulanza. «La ragazza era incastrata accanto a un armadio», racconta il soccorritore che l'ha liberata: «Sotto c'era il vuoto e dovevamo stare molto attenti a non farla cascare più in basso». Questi soccorritori sono ragazzi di poche parole. Lo speleologo dice solo che di mestiere fa il carpentiere- saldatore: «Niente nomi, non servono». E se ne va sulla montagna di macerie a cercare Martina, studentessa di Ingegneria gestionale. È la grande Italia dei volontari, quanto mai uniti da Nord a Sud. I genitori di Martina aspettano avvolti in una coperta. Il padre è rassegnato: «Ormai mi devo mettere il cuore in pace». In via Persichetti, altro quartiere, altra strage. I condomini sono sbrecciati. Le case dell'Ottocento sembrano quasi indenni. In mezzo il crollo delle palazzine più nuove ha spianato l'isolato. Due bare attendono in mezzo alla strada che qualcuno le recuperi. “L'Aquila - Visa Persichetti, non identificata", scrive un soccorritore con il pennarello sul nastro adesivo. L'assenza di funzionari dell'anagrafe impedisce al momento di sapere chi sono i residenti a ogni indirizzo. L'identificazione verrà fatta nei prossimi giorni. Anche se la mancanza di numero civico sul nastro adesivo non sarà d'aiuto. Appare nel buio Pasqua E., la mamma di Alice Dal Brollo. È arrivata da Cerete in provincia di Bergamo e scopre che nessuno sta scavando nella casa di sua figlia. Poco fa c'è stata una scossa oltre il quarto grado Richter. Per questo i vigili del fuoco si sono allontanati. Tornano poco dopo con la guardia forestale. «Alice è sicuramente lì. Una sua compagna di stanza l'hanno già trovata morta. Un'altra, ritornata a L'Aquila da Sora poco prima del terremoto, è riuscita a scappare. Forse mia figlia è bloccata». La quarta studentessa, anche lei di Sora, deve ringraziare l'influenza che si è presa. E domenica sera non è tornata a L'Aquila. Alle nove del mattino i genitori scoprono che Alice è morta. Come Luigi Giugno, 34 anni, guardia forestale, ucciso nell'unica camera da letto crollata nel loro palazzo. L'hanno trovato sopra il lettino del suo bimbo, Francesco, 2 anni, che ha tentato inutilmente di proteggere. Accanto il cadavere della moglie e la valigia già pronta per il ricovero al reparto maternità. Francesco questa settimana avrebbe avuto una sorellina. Anche la loro casa sembrava sicura. Dovremmo costruire case antisismiche, come in Giappone e in California dove i palazzi tremano ma pochi si fanno male. Invece spenderemo quei soldi per un grande ponte a Messina. Silvio Berlusconi l'ha ripetuto in questi giorni. Dove? Dopo aver visto le macerie a L'Aquila.

Il crollo della prefettura. L'ospedale lesionato. La questura inagibile. Così i soccorsi sono rimasti senza testa. Perché nonostante le scosse nessuno aveva verificato gli edifici ?

Giù la Prefettura: quello che doveva essere il centro nevralgico della gestione dell'emergenza è completamente fuori uso e ridotto a un cumulo di macerie. Inutilizzabile anche la questura, altro luogo considerato fondamentale per affrontare le grandi calamità. E poi si sbriciolano anche gli impianti dell'ospedale San Salvatore, inaugurato dieci anni fa, costruito con colonne in cemento armato e sale operatorie di cartapesta. Così il terremoto spazza via tre dei pilastri dei soccorsi: obbliga la Protezione civile a rivedere da zero i piani di intervento, in una zona che da sempre si conosce come sismica e che da settimane vive una sciame di scosse. Ma dove nessuno si era preoccupato di verificare la robustezza dei capisaldi per affrontare la crisi più drammatica: fino a domenica il palazzo ottocentesco della Prefettura era il fulcro di ogni strategia.

Davanti al collasso di queste strutture, il professor Franco Barberi, vulcanologo e presidente vicario della Commissione grandi rischi, non usa mezzi termini. "È desolante vedere un simile spettacolo di inefficienza e imprevidenza in un paese come il nostro che a misurarsi con le conseguenze dei forti terremoti dovrebbe essere abituato da sempre". E accusa: "Le responsabilità sono diffuse a tutti i livelli, purtroppo siamo un paese che non impara le lezioni". Invece l'emergenza è stata doppia, trasformando la pianificazione in improvvisazione.

Guido Bertolaso, sottosegretario e commissario straordinario per questo disastro, è stato persino costretto a sdoppiare la sala operativa, il cervello di tutte le operazioni. Una parte è finita nei locali della scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle, una parte ha dovuto addirittura chiedere ospitalità a una struttura privata come la Reiss Romoli: un centro di alta formazione per le telecomunicazioni appartenente a Telecom Italia. Eppure, mai come questa volta si poteva essere pronti a scattare. Bastava rispettare la legge e ascoltare i segnali della natura, usando buon senso.

Dopo la strage di San Giuliano di Puglia, dopo l'assurdità di un terremoto che rade al suolo soltanto la scuola ossia l'edificio che doveva essere più solido, dopo la morte di quei ventisette bambini erano state varate nuove regole. Ma sono passati sette anni da quel sisma, scioccante ma di dimensioni limitate, e i controlli sui palazzi pubblici non sono ancora diventati operativi: rinvio dopo rinvio, l'entrata in vigore delle norme continua a slittare. La legge ignora i tempi della terra. E così in Abruzzo tanti sono morti per colpa di verifiche che i legislatori hanno preferito rimandare. Con oltre 70 mila edifici da esaminare, finora in tutta Italia di verifiche ne sono state fatte sette mila, appena il dieci per cento del totale. In Abruzzo la media è ancora più bassa. Quanto, nessuno lo sa esattamente. Un alto responsabile della Protezione civile che preferisce mantenere l'anonimato confessa con rabbia a “L'Espresso” di avere chiesto questi dati alla Regione Abruzzo senza riuscire ad ottenerli. Quello che è sicuro invece è che nessun intervento è stato fatto negli ultimi anni sugli edifici crollati all'Aquila, nonostante la Protezione civile disponesse di 280 milioni di euro per l'analisi della vulnerabilità e la messa in sicurezza delle strutture strategiche.

Il palazzo della Prefettura, per esempio, per la sua storica usura, secondo il professor Barberi andava pesantemente rinforzato. Oppure, in mancanza di volontà o di risorse, abbandonato a favore di un'altra sede sicura che ospitasse il quartiere generale dei soccorsi. Altre strade da seguire non ce n'erano. Non aver fatto né una cosa né l'altra apre un delicato capitolo sul fronte delle responsabilità che, secondo Barberi, "vanno comunque individuate". Il crollo della Prefettura ha infatti fatto perdere ore chiave. Subito dopo quella maledetta scossa delle 3.32 la macchina dell'emergenza a L'Aquila è rimasta senza testa: nessuna centrale, nessuna rete di collegamenti per coordinare il territorio con le strutture nazionali. Per indirizzare i soccorsi verso i paesi più colpiti, per orientare i mezzi a seconda delle necessità. "C'era un gravissimo problema di reti telefoniche e non riuscivo a contattare, dirigenti della provincia e sindaci", denuncia il presidente della Provincia, Stefania Pezzopane: "La gravità di quello che stavamo vivendo non è stata percepita subito".

I vertici delle operazioni si sono prima installati nella scuola di Telecom Italia, poi si sono trasferiti nella base della Guardia di Finanza, che disponeva di spazi per i veicoli e di connessioni con tutti gli apparati dello stato. Per ore c'è stato incertezza su come rintracciare i responsabili delle operazioni e sulla gestione delle informazioni. Ore preziose, in cui altre persone potevano essere salvate: altri superstiti oltre ai cento estratti dal coraggio di abitanti e soccorritori. Perchè nessuno ha verificato la stabilità della Prefettura? I piani di intervento, che la indicavano come centrale dell'emergenza, ricadono sotto la responsabilità della Protezione civile. Ed è incredibile che nonostante lo sciame di scosse che da giorni sia mancata la minima precauzione. Stefania Pezzopane parla di "tragedia annunciata": "Soprattutto dopo quello che succedeva da due mesi con numerosissime scosse come quella forte del 30 marzo che ci aveva portato alla chiusura di scuole". A più di dieci ore dal sisma, dichiara sempre la presidente della Provincia: "Ho l'impressione che la situazione del circondario sia stata sottovalutata".

La scossa del 30 marzo poteva essere un segnale d'allarme per mettere la macchina della Protezione civile in posizione di lancio. L'area interessata dai fenomeni sismici dista pochissimo da Roma, da Pescara e da Ancona, con una rete autostradale celebre per la sua estensione. Ci sono a distanze ridotte aeroporti civili e militari, ci sono basi di elicotteri, ci sono caserme dell'esercito e delle forze dell'ordine. C'era tutto per essere ineccepibili. E invece sono venuti a crollare i pilastri per la gestione dell'emergenza, lasciando nella confusione le prime ore, quelle più importanti per salvare le persone intrappolate tra le macerie.

Ancora più grave il caso dell'ospedale San Salvatore, entrato in funzione nel 1994 e che avrebbe dovuto resistere ad ogni genere di sisma. Invece è stato addirittura evacuato per le pesanti lesioni strutturali registrate anche nell'armatura del cemento. "E pensare che è costato tantissimo", afferma il suo direttore generale Roberto Merzetti: "In più, secondo le carte di cui disponiamo era stato a suo tempo garantito per resistere a terremoti addirittura più forti di quello che abbiamo appena registrato".

Non si sa quali garanzie siano a suo tempo state date per la Casa dello studente crollata e costata la vita di alcuni ragazzi. Anch'essa però era stata realizzata in cemento armato puntualmente spappolatosi sotto la spinta del sisma. Cemento del tutto particolare e inadatto alla bisogna e sul quale, sospettano in Regione, costruttori disonesti potrebbero avere speculato realizzando armature di scarsa qualità. Su tutto questo già si invoca l'intervento della magistratura. Perché i soccorritori arrivati sul posto lunedì si sono prodigati per tirare fuori dalle macerie quante più persone possibili, ma quelle ore chiave perse nell'assenza di un quartiere generale possono avere determinato la fine per molte altre vite imprigionate tra le travi. Nella speranza che almeno questa volte la lezione serva a evitare altri disastri futuri.

“Qui sono cadute anche le case nuove”. Parole di allarme del sindaco de L’Aquila a conferma che non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto del 6 aprile ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. L’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile (per il 90%). Come l’hotel “Duca degli Abruzzi”, che non era in un palazzo di pietra antica e si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno, fino alla ormai tristemente nota Casa dello studente, in via XX Settembre, costruita a metà degli anni sessanta e crollata su se stessa.

Un problema non solo dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. La Protezione civile calcola che in Italia siano 80 mila gli edifici pubblici “vulnerabili”: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22 mila, 16 mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500. Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità, anche economiche? Un’autorità centrale specifica non esiste e gli enti responsabili sono una quantità enorme: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, province e comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili, così come capire quali siano le priorità: bisognerebbe pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio.

Secondo statistiche Istat elaborate dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edile (ANCE), le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio - alto.

Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli, è stato molto netto: “Non stupisce affatto che della Casa dello studente sia crollata la parte più giovane. Tutti gli edifici costruiti negli anni ‘50 e ‘60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo tra i 5 e i 30 anni”. E, a proposito del piano casa presentato dal Governo, dice: “Questo piano potrebbe rappresentare uno stimolo importante per ricostruire edifici a rischio a costo zero per lo Stato. Chi demolisce un edificio per ricostruirlo ampliato del 35 per cento potrebbe dare in permuta la volumetria aggiuntiva all’impresa che fa l’intervento ed avere un’abitazione sicura praticamente a costo zero con la consapevolezza che tanto prima o poi quell’edificio avrebbe richiesto un intervento radicale ai fini della sicurezza”.

A oggi, dice Stefanelli, manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni. Forse solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996 (”Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”) seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’Ordinanza della Protezione Civile 3274, che ha rimappato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, denominato “Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica”. Scienziati e tecnologi parlano chiaro: serviranno strutture antisismiche. Così a mettere le proprie competenze a disposizione delle popolazioni colpite dal sisma scende in campo il CNR che ha progettato, e testato con successo un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma di Kobe che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Il progetto si chiama Sofie, Sistema costruttivo fiemme, ed è un prototipo messo a punto dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (IVALSA CNR), insieme alla Provincia di Trento.

A convalidare il progetto italiano, spiega il CNR, “sono stati i laboratori dell’Istituto nazionale di ricerca sulla prevenzione disastri (NIED) di Miki, in Giappone, dove, alla fine del 2007, la casa di legno di sette piani e 24 metri di altezza realizzata dall’Ivalsa-Cnr di San Michele all’Adige ha resistito con successo al test antisismico considerato il più distruttivo per le opere civili: la simulazione del terremoto di Kobe di magnitudo 7,2 sulla scala Richter”. “Il legno è una valida alternativa ai metodi costruttivi tradizionali, in acciaio o muratura, e soprattutto un’alternativa economica, visto che, a parità di costi, le prestazioni e i rendimenti sono migliori”, dice una nota del Cnr. Attualmente, il primo esempio di rigorosa applicazione della tecnologia Sofie a un edificio pubblico è in fase di realizzazione a Trento, con un collegio universitario di 5 piani che ospiterà, in piena sicurezza, circa 130 studenti.