Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri
forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od
ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le
provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici
sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti
autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
INGIUSTIZIA
OSSIA, LA LEGGE DEL PIU’ FORTE, NON LA FORZA DELLA LEGGE
DISFUNZIONI DEL SISTEMA CHE COLPISCONO IL SINGOLO

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.
Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.
Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.
Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."
di Antonio Giangrande
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Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.
Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.
Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.
Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.
I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.
La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.
Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.
“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.
Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”
Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.
Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.
Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.
Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.
A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.
Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.
Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.
La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.
In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.
Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.
Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.
Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.
Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.
Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).
Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.
Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.
Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".
Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.
CARA INGIUSTIZIA
Due processi, due assoluzioni. Due storie parallele, che accendono nuove luci sinistre sullo stato della giustizia in questo paese. Da una parte 39 “disobbedienti”, tra i quali il leader dei centri sociali veneti Luca Casarini, che erano imputati a Roma per una serie di espropri proletari compiuti nel novembre 2004. Dall’altra un ventenne di Taranto, Donato D. che nell’agosto 2004 aveva preso un ovetto Kinder in un chiosco ed era stato rinviato a giudizio. In entrambi i casi, l’accusa era furto aggravato.
Nel primo caso, le merci rubate dai disobbedienti assommavano a un totale di 54 mila euro di allora, nel secondo a meno di un euro. Nel primo caso, gli imputati erano non solo rei confessi (”È stata un’operazione mediatica” avevano dichiarato), ma erano stati immortalati da telecamere e riconosciuti dai commessi dell’ipermercato e dei negozi dove si erano svolti i furti.
Nel secondo caso, il reato era dubbio perché il ragazzo sosteneva che stava per pagare l’ovetto Kinder, mentre il proprietario al contrario lo accusava di averlo messo in tasca.
Sono stati tutti assolti.
Si sa il perché nel caso del ragazzo di Taranto: i carabinieri, accorsi al chiosco alle richieste del negoziante, avevano notato immediatamente che i jeans indossati dall’accusato erano così attillati da rendergli fisicamente impossibile il tentativo di nascondere alcunché, e che l’ovetto era perfettamente integro.
Nel secondo caso, invece, non si capisce proprio come il tribunale possa avere assolto gli imputati. Leggeremo le motivazioni della sentenza. Intanto va sottolineato che nel primo processo sono trascorsi 11 anni e 5 mesi dal fatto. Nel secondo, sono passati 2 anni e 8 mesi. E chissà quale è stata la spesa per lo Stato, per un ovetto che costava un euro!
Ha dovuto rimandare l'arruolamento in Marina perché ha subito un processo, durato tre anni, per il furto di un ovetto Kinder: reato per il quale è stato assolto dal tribunale di Taranto con la formula "perché il fatto non sussiste". Protagonista della storia, che fa riflettere sui costi e i tempi della giustizia, è un giovane di Taranto che, all'epoca dei fatti (il 4 agosto del 2009), aveva 18 anni. Il fatto avvenne a Montedarena, sulla litoranea ionico-salentina. Fu il gestore di un chiosco a chiedere l'intervento dei carabinieri e a denunciare il ragazzo sostenendo di averlo scoperto a rubare un uovo kinder, venduto al prezzo di un euro e dieci centesimi. “In caserma il padre del ragazzo propone al negoziante un risarcimento di ben 200 euro. Il negoziante accetta, ma il giorno dopo, al momento di rilasciare una liberatoria, rifiuta e qualche giorno dopo fa pervenire al ragazzo l’incredibile richiesta di 1600 euro di risarcimento”. La famiglia di Donato si oppone categoricamente e si va in tribunale. Fino all’assoluzione odierna, dove, secondo l’avvocato difensore “è stata determinante un’informativa dei carabinieri, in cui si legge che il ragazzo indossava dei jeans stretti, a vita bassa, quindi per lui sarebbe stato difficile, se non impossibile, nascondere in tasca l’ovetto”. Vicenda chiusa e tante scuse?
“Incontrerò i genitori del ragazzo, ma credo siano intenzionati a chiudere questa storia rapidamente. E’ stato un grave danno di immagine e ha fatto perdere importanti occasioni a Donato”. E, amaramente aggiunge: “A conti fatti, tra notifiche all’imputato, alla parte offesa, ognuna di 150 euro, le spese di cancelleria e i costi degli avvocati abbiamo fatto spendere allo Stato qualche migliaia di euro. Senza contare il tempo perso dai carabinieri, che avrebbero potuti essere impegnati in altre faccende, e del giudice”.
Tutto questo per un ovetto di cioccolato.
Secondo Luciana Cimino su “L’Unità” non tutti quelli che sono stati detenuti ingiustamente hanno diritto a un risarcimento dallo Stato che riconosca loro gli anni persi dietro le sbarre in attesa di giustizia. Non ne hanno diritto tutti quelli, e sono la maggior parte, a cui la sventura è capitata dal 45 al 1989, anno in cui è entrata in vigore la legge per la riparazione dell’ingiusta detenzione. Ma la legge, assurdamente, non è retroattiva. Da anni proposte di legge che vanno nella direzione di introdurre la retroattività (da ultimo quella di Rita Bernardini, dei radicali e di Pier Luigi Mantini, dell’Udc) giacciono in parlamento, senza essere mai calendarizzate. Eppure è una questione che riguarda milioni di persone. Sono infatti 4 milioni e mezzo, secondo i dati Eurispes forniti dall’Osservatorio Permanente sulle Carceri, gli errori giudiziari occorsi in Italia dal 45 al ’89. Almeno qualche centinaia di migliaia (cifra approssimata per difetto) sarebbero dunque le persone in attesa che lo Stato riconosca loro la pena inflitta erroneamente. Per questo diversi parlamentari del Pd (tra cui Paola Concia) Nicki Vendola, Rifondazione e dei Radicali assieme a giornalisti, professori universitari e al mondo dell’associazionismo delle carceri (come Patrizio Gonnella di “Antigone” e Luigi Manconi di “A Buon Diritto”) hanno firmato un appello per «introdurre il reato di retroattività nella legge sulla riparazione per l’ingiusta detenzione». «Molte vittime dell’errore giudiziario, contemplato dall’art.314 del codice di procedura penale, sono rimaste quindi prive della giusta riparazione – si legge nel testo dell’appello - e ciò è accaduto in aperta violazione degli articoli 2 e 24 della Costituzione, nonché delle norme della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Esistono tanti cittadini che hanno subito l’umiliazione del carcere, talvolta per anni e l’annichilimento del diritto inviolabile della libertà personale, consacrato dall’articolo 13 della Costituzione, ma non hanno ottenuto nessuna giusta riparazione e nemmeno quella somma di denaro che certo si direbbe meglio “conforto” che non “riparazione”. (…) E’ questa una situazione che offende la dignità del Paese e che contrasta con la concezione di salvaguardia dei diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica ha posto a fondamento del suo ordinamento costituzionale». «C’è da dire - spiega Marcello Pesarini, membro dell’Osservatorio Permanente sulle carceri e assieme a Giulio Petrilli promotore dell’appello - che se negli anni 70 e 80 la questione riguardava soprattutto detenuti “politici”, incarcerati in attesa di giudizio a causa del clima speciale dovuto agli anni di piombo, oggi la querelle riguarda soprattutto i migranti, che messi tra le sbarre per non aver ottemperato alla Bossi – Fini, si scopre solo dopo duri mesi di detenzione senza quasi diritti che avrebbero avuto diritto al riconoscimento dello status di rifugiato». Petrilli, responsabile diritti e garanzie del Pd della Provincia dell’Aquila, ha vissuto sulla pelle l’esperienza per la quale ora si sta battendo: «Mi sono fatto 6 anni di carcere per banda armata a 20 anni e sono stato assolto perché un pentito mi ha scagionato. Ho perso tutta la mia giovinezza, è stata un’esperienza terribile che mi ha segnato per sempre ma non ho diritto al risarcimento perché il mio processo è avvenuto tre mesi prima dell’entrata in vigore della legge. E’ una follia». «Sono esperienze dolorosissime vissute da “pesci piccoli” che non sanno come difendersi e che dopo il carcere si trovano la vita devastata», aggiunge Pesarini. L’obiettivo della petizione è costringere la stampa a occuparsi della cosa, arrivare a forme di pressione istituzionale di modo che il parlamento si attivi per discutere le due proposte di legge. Un aiuto insperato è arrivato a luglio dal Presidente della Camera Gianfranco Fini che ha sollecitato le Camere e i membri della commissione giustizia a interessarsi della questione. «Noi insistiamo perché è assurdo che per leggi sacrosante la retroattività non si applichi e per quelle ad personam si. Non stride tutto questo con i diritti dei cittadini?», si chiede Pesarini. E conclude Petrilli «fanno un gran parlare di garantismo ma la legge Fini-Giovanardi sulle droghe leggere e la Bossi- Fini sono l’antitesi del garantismo; noi chiediamo un garantismo che sia per tutti i cittadini e non solo per il ceto politico: è una battaglia di civiltà con la quale vogliamo denunciare le gli errori giudiziari che avvengono con le logiche emergenziali, ieri con il terrorismo, oggi con l’immigrazione; bisogna mantenere lo stato di diritto anche nell’emergenza».
Quando sbagliano le toghe: in un libro due avvocati ricostruiscono i casi più clamorosi del dopoguerra.
Gli innocenti in galera: non solo Tortora dice Concetto Vecchio su “La Repubblica”.
Domenico Morrone fu riconosciuto innocente dopo 15 anni, due mesi e ventitré giorni passati ad ammuffire in carcere. Il più grave errore giudiziario nella storia della Repubblica. Aveva 27 anni il giorno dell'arresto, 30 gennaio 1991, accusato del duplice omicidio di due minorenni a Taranto, la sua città. Pescatore incensurato, famiglia onesta, una fidanzata. Era un uomo di 42 anni piegato dalla malasorte quando lo fecero uscire: i capelli ingrigiti dalla sofferenza, preda di gravi depressioni, un fisico appesantito di venti chili. Nella promiscuità aveva contratto alcune malattie, tra cui l'epatite b. Inutilmente aveva gridato al vento la sua innocenza. Nessuno gli aveva creduto. In Italia dal dopoguerra - ha calcolato l'Eurispes - 4 milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o di ingiusta detenzione. Fino al 1989. Ad oggi bisogna aggiungerne un altro milione. L'errore giudiziario si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio un condannato viene riconosciuto innocente solo in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
Due avvocati, Claudio Defilippi e Debora Bosi, raccontano l'inferno delle ingiustizie in Toghe che sbagliano, Aliberti editore. Il caso più reclamizzato è quello di Enzo Tortora. Ma è solo il più noto. Un altro caso limite fu quello di Massimo Carlotto: sei anni di carcere, altrettanti di latitanza. Fu arrestato il 20 gennaio 1976. La grazia del presidente Scalfaro arrivò il 7 aprile 1993. Carlotto, forse non a caso, scrive fortunati noir. Daniele Barillà, condannato per traffico di droga perché con la sua auto si trovò sulla tangenziale sbagliata durante un inseguimento a un carico di 50 chili di cocaina: sette anni, cinque mesi e dieci giorni di galera. Arresto il 13 febbraio 1992. Il verdetto favorevole alla revisione del processo: il 23 luglio 1999. La sua storia è diventata un film. Ora vive all'estero. Lo Stato gli ha riconosciuto un indennizzo di tre milioni di euro. Massimo Pisano nel '93 fu accusato per avere ucciso la moglie, Cinzia Bruno, a Riano, vicino Roma. Cadavere trovato sul greto del Tevere. A condannarlo fu la confessione dell'amante, Silvana Agresta. Movente: voleva liberarsi della moglie per potersi risposare. Il 18 aprile 1996 la Cassazione chiude il caso: ergastolo. Otto anni in carcere. Poi la revisione del processo. Cambia tutto. La mattina del delitto si trovava al catasto. Ci sono ventidue riscontri documentali e testimoniali. Ad uccidere la moglie fu l'amante. Motivo: il rapporto tra i due amanti era in crisi e la donna temeva che Pisano volesse rompere la relazione. Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso il fratello Paolo nel 1954 ad Avola, fu scarcerato dopo sette anni perché Paolo invece che al camposanto viveva sotto mentite spoglie in un casale. Una messinscena tremenda, per far condannare il fratello all'ergastolo. Fu scarcerato, ma non ebbe una lira. All'epoca l'ingiusta detenzione non era contemplata dalla legge. Il caso Morrone è il più sconcertante di tutti. L'anziana madre è morta un anno dopo la sua liberazione, il 21 aprile 2006. Fa lo spazzino e ha chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro. La notte si sveglia di soprassalto, sente il rumore delle pesanti chiavi delle guardie carcerarie. Pensa di essere ancora in prigione. La sua storia mette inquietudine. Per due volte la Cassazione annullò le sentenze d'appello, ordinando nuovi processi e per altrettante volte la Corte d'assise di Bari confermò la condanna a 21 anni, una pena relativamente esigua per un delitto così efferato, segno, fanno notare gli autori, uno dei quali è il difensore del pescatore, che i giudici erano tormentati dai dubbi. La mattina del delitto aveva incontrato un amico appuntato, avevano conversato, poi aveva aggiustato l'acquario dei vicini. I vicini avevano confermato. Non bastava come alibi. I giudici trovarono il movente nel fatto che Morrone aveva denunciato i due ragazzini per un oscuro traffico di motorini, e perciò era stato vittima di un agguato. L'omicidio sarebbe stato una vendetta. Finì in cella accusato da due minorenni semianalfabeti che sostenevano di averlo riconosciuto sul teatro del delitto. Gli fecero l'esame sulla polvere da sparo: negativo. La giustizia fu celere: due anni dopo era già condannato in secondo grado. Fece lo sciopero della fame due volte. Scrisse ad Amnesty international. Interpellò il capo dello Stato. Presentò sei istanze di revisione del processo. Sette gradi di giudizio e quindici anni dopo (quindici!) due pentiti rivelarono che l'omicida era un tale Antonio Boccuni, che si era voluto vendicare dello scippo che i due minorenni avevano compiuto a danni della madre.
Sbagliare costa (allo Stato). Dal 2004 al 2007 213 milioni di risarcimenti.
I numeri della mala giustizia nel nostro Paese. Nell'ultimo decennio circa 8000 richieste di indennizzo all'anno per ingiusta detenzione. E per ogni giorno di carcere si spende 235 euro a persona. Nell'ultimo decennio sono state circa ottomila le richieste all'anno di risarcimento per ingiusta detenzione. Chi paga? Lo Stato, che nel triennio 2004-2007 ha dovuto destinare 213 milioni di euro alle vittime di errori giudiziari, reclusi o condannati a causa di false rivelazioni, indagini sbagliate o scambi di persona. Questo secondo l’inchiesta di Francesco Viviano su “La Repubblica”.
Da Enzo Tortora a Gigi Sabani. Quelle vittime della malagiustizia. False accuse, confessioni estorte e pentiti inattendibili. Così vip e cittadini comuni hanno pagato per colpe mai commesse. E solo per alcuni di loro, alla fine, sono arrivati i risarcimenti. Ecco alcune vicende tra milioni di casi.
· I sette imputati della strage di Via D'Amelio del luglio '92 che ha ucciso Paolo Borsellino e cinque membri della sua scorta. Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Giuseppe Urso detto "Franco" e Salvatore Profeta, indicati come responsabili dell'attentato e condannati all'ergastolo e Vincenzo Scarantino,18 anni di condanna perché ritenuto pentito, sono stati scarcerati nel novembre scorso dopo avere trascorso in galera 15 anni in prigione, in seguito alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza cha hanno riaperto il caso. Per loro il risarcimento è ancora da quantificare.
· Daniele Barillà, vittima di uno dei più famosi casi di mala giustizia. Viene arrestato l'11 febbraio 1992 nel comune di Nova Milanese per un grossolano scambio di persona: guidava una Fiat Tipo color amaranto con tre numeri di targa uguali a quelli di un narcotrafficante. Soprannominato l'Escobar della Brianza e condannato a 18 anni, ha passato 7 anni, 5 mesi e 25 giorni in carcere, nonostante fosse innocente. Ha ottenuto 4,6 milioni di euro di risarcimento, due già incassati in attesa del "saldo". Adesso vive in Francia.
· Patrick Lumumba, inizialmente accusato dell'omicidio di Meredith Kercher, trascorre quattordici giorni in carcere e poi viene rilasciato e prosciolto da ogni accusa. Per l'ingiusta detenzione ha ottenuto un risarcimento di 8000 euro. Dovrà essere risarcito anche da Amanda Knox, condannata per calunnia nei confronti del barista congolese. Ma la stessa Amanda e Raffaele sollecito sono stati assolti per il delitto di Meredith Kercher dopo quasi due anni di carcere.
· Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida e madre di 4 bambini. Viene arrestata nel 2005 con l'accusa di terrorismo. Su internet aveva pubblicato un volantino simile a quello delle Brigate Rosse di una fantomatica associazione con tanto di indirizzo e con il numero di telefono di casa e del cellulare di Maria Columbu. Un altro volantino spiegava come fare una bomba atomica: "procuratevi 110 chilogrammi di plutonio dal vostro "fornitore abituale" e contattare l'organizzazione terroristica del luogo". "E adesso che avete un ordigno nucleare, potete usarlo per spettacoli pirotecnici o per difesa nazionale". E poi ancora un altro volantino: " a morte lo Stato a morte Berlusconi". Condannata a 5 anni di reclusione. Nel 2010 viene assolta con formula piena. Per il giudice quelle "istruzioni" terroristiche erano "risibili" e "ridicole".
· Il presentatore televisivo Enzo Tortora, protagonista della più drammatica vicenda di mala giustizia del nostro Paese. Il 17 giugno 1983 viene arrestato a Roma con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione per delinquere di stampo camorristico, sulla base delle dichiarazioni di alcuni pregiudicati. Due anni più tardi viene condannato a dieci anni di carcere ma le accuse si rivelano completamente infondate nei seguenti gradi di giudizio, nei quali viene assolto. Torna in televisione nel 1987, duramente provato dalla sua vicenda giudiziaria. Morirà l'anno seguente a causa di un tumore.
· Serena Grandi, arrestata nel 2003 nell'ambito di un'operazione legata al traffico di stupefacenti, trascorre cinque mesi agli arresti domiciliari. La sua posizione verrà poi archiviata nel 2009. L'attrice verrà risarcita nel 2011 con 60mila euro.
· Il presentatore tv Gigi Sabani, arrestato nel giugno 1996 nell'ambito di un'inchiesta su presunti provini "a luci rosse". Trascorre quindici giorni in carcere poi nel luglio dello stesso anno viene rilasciato. L'anno successivo la sua posizione verrà archiviata. Nel 1999 viene risarcito con 24 milioni di lire per ingiusta detenzione.
· Karol Racz, uno dei due romeni accusati dello stupro di una ragazzina di 14 anni avvenuto nel parco della Caffarella a Roma il 14 febbraio 2009. Racz era stato accusato da un altro uomo, Alexandru Izstoika Loyos, che aveva ammesso di aver compiuto la violenza con la sua complicità. Dopo 35 giorni di carcere, gli inquirenti scoprono che la confessione dell'uomo è falsa e grazie al test del dna individuano i veri responsabili, altri due cittadini romeni.
· Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, trovata morta il 7 agosto 1990 in uno stabile di via Poma a Roma. Condannato il 26 gennaio 2011 in primo grado a 24 anni, ora, in appello, una superperizia ha smantellato le prove più pesanti a suo carico.
· Domenico Morrone, protagonista di uno degli errori giudiziari più clamorosi che abbiano coinvolto cittadini comuni. Condannato a 21 anni di carcere per l'omicidio di due ragazzi, dopo averne scontati 16 viene assolto quando viene accertato che ad uccidere era stata un'altra persona. Per l'ingiusta detenzione Morrone ha ottenuto la cifra record di 4,5 milioni di euro.
· Sandro Vecchiarelli, accusato dell'omicidio della giovane Chiara Bariffi, avvenuto nel il 1 dicembre 2002 sul lago di Como, trascorre 588 giorni in carcere poi viene assolto dalla Corte d'Appello. Viene risarcito con 170mila euro.
· Giuseppe Gulotta, accusato e condannato anche in Cassazione per l'omicidio di due Carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani) nel 1976. Trent'anni dopo un ex brigadiere, testimone delle torture che avevano indotto alla sua confessione, si è deciso a raccontare com'erano stati condotti gli interrogatori, rivelando l'innocenza di Gulotta.
Quegli errori giudiziari che costano come una manovra. Indagini approssimative. Magistrati (e legali) che sbagliano. Innocenti in cella. Enormi risarcimenti da pagare. Uno spreco umano ed economico insostenibile, che arriva a costare allo Stato diverse decine di milioni di euro ogni anno. L'ultimo, in arrivo, l'indennizzo per gli accusati della strage di via d'Amelio, ingiustamente condannati all'ergastolo e ora liberi dopo 18 anni di carcere in regime di 41bis. Ma qualcosa adesso dovrebbe cambiare. Lo ha detto anche il ministro Severino. C'è già un altro cittadino italiano pronto a entrare in una classifica "poco onorevole" per il nostro Stato: si chiama Raniero Busco e ha 46 anni. Nei prossimi mesi, se i giudici della Corte d'appello crederanno alla "verità" riscritta dalle perizie, sarà assolto dalla condanna a 24 anni per l'omicidio della sua ex fidanzata, Simonetta Cesaroni, la ragazza del "delitto di via Poma" avvenuto nella capitale il 7 agosto 1990. Se così dovesse accadere, il caso di Busco rientrerebbe nel nutrito elenco degli errori giudiziari. Una realtà che pesa, anche sotto il profilo economico, sull'amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Parola di Guardasigilli, messa nero su bianco dal neoministro Paola Severino nella sua relazione sullo stato della Giustizia in Italia, presentata alla Camera a gennaio: "Solo nel 2011, lo Stato ha pagato 46 milioni di euro per ingiuste detenzioni o errori giudiziari".
I condannati della strage di via D'Amelio. L'ultima vicenda di questo tipo, forse la più eclatante nella storia della Repubblica, è quella dei sette uomini che erano stati condannati come autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta, il 19 luglio 1992. Nell'autunno scorso, sono stati liberati: dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi tra l'altro in regime di 41 bis. La strage non era cosa loro. Il risarcimento? È ancora da quantificare. Il 13 febbraio scorso, invece, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. La cosa sconcertante è che, nel 1977, fu ucciso a Ficuzza (Palermo) anche l'ufficiale che aveva condotto quell'inchiesta con modi tutt'altro che ortodossi, il colonnello Giuseppe Russo: l'indagine sul suo omicidio ha prodotto un altro errore. Per la sua morte, infatti, sono stati condannati tre pastori e, solo vent'anni dopo, si è scoperto che esecutori e mandanti erano stati invece i Corleonesi. Ma il caso forse più paradossale di abbaglio giudiziario risale al 2005. Ne fu vittima Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini: condannata a quattro anni con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Ma quanti sono, in Italia, gli errori giudiziari? Quante persone hanno scontato, da innocenti, anni e anni di carcere? Quante vite e quante famiglie sono state distrutte? "Una statistica ufficiale, ministeriale, ci dice che tra il 2003 e il 2007 ci sono stati circa ventimila errori giudiziari, un numero enorme del quale non si parla mai, se non nei casi che fanno notizia. Ci sono poi vicende famose, e sconcertanti, rilanciate ogni volta che si scoprono nuovi episodi: dal caso Tortora al caso Barillà". Proprio questo aveva dichiarato, nel dicembre del 2010, l'allora l'avvocato e docente universitario Paola Severino, commentando la pista falsa che, durante le indagini sul rapimento della piccola Yara Gambirasio, aveva portato in carcere il cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l'omicidio della ragazza.
Ottomila richieste di risarcimento negli ultimi 10 anni. Le ingiuste detenzioni e l'enorme costo economico che comportano sono ormai al centro di una battaglia politico-legale avviata dalle associazioni contro gli errori giudiziari. Analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, Eurispes e Unione delle Camere penali italiane hanno rilevato che sarebbero quattro milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. "Nell'ultimo decennio ci sono state 8 mila richieste l'anno di risarcimento per ingiusta detenzione. E ben 2.500 sono state accolte. Ma la legge attuale non consente un adeguato risarcimento perché fissa il tetto massimo in 516 mila euro" afferma l'avvocato Gabriele Magno, bolognese, fondatore dell'Associazione nazionale vittime errori giudiziari. "Noi chiediamo l'abolizione di questo tetto, così come chiediamo che sia tolto il limite di tempo entro il quale si può avviare la causa di riparazione, che oggi è fissato in due anni dalla revisione del processo e dall'assoluzione".
213 milioni di risarcimento nel triennio 2004-2007. Senza considerare che ogni detenuto costa allo Stato 235 euro al giorno (la metà se è ai domiciliari): quanto pesano in termini di soldi gli errori giudiziari? I dati per i periodo 2004- 2007, forniti dal ministero dell'Economia, in quanto ufficiale pagatore parlano di 213 milioni di euro. I risarciti sono 3.600, per il 90 per cento italiani, per il resto stranieri. Il risarcimento più alto, di 4,6 milioni, lo ha ottenuto Daniele Barillà, scambiato nel 1992 per un trafficante internazionale di droga per il semplice fatto che aveva un'auto e una targa molto simili a quelle di un narcotrafficante pedinato dai carabinieri. Per Barillà, come per molti altri, oltre all'errore giudiziario, c'era il problema dell'ingiusta detenzione: cinque anni e mezzo, nel suo caso. "La vera novità è che per la prima volta, per lui, è stato accolto il concetto di risarcire il danno esistenziale" dice l'avvocato Magno. "Un danno che va ad aggiungersi a quello morale, biologico ed economico". Ma è sempre dei magistrati la colpa? No: l'avvocato Magno se la prende anche con i suoi colleghi: "In base alla mia esperienza, la responsabilità è dei giudici nella metà dei casi, per il resto è di noi avvocati: per i ricorsi presentati in ritardo, le scelte difensive sbagliate o gli errori procedurali. I magistrati possono sbagliare, come tutti: non ci interessa punirli, ma vogliamo venga risarcita la vittima e riabilitato il suo buon nome. E di fronte al rischio indennizzo, il giudice si autolimiterebbe e farebbe molta attenzione nell'adottare certi provvedimenti. Senza nulla togliere alla sua autonomia". L'attuale normativa sull'ingiusta detenzione e sugli errori giudiziari - secondo Magno - non sarebbe sufficiente per compensare chi ha subito danni quasi irreparabili. Così, la sua associazione ha già indicato alcune proposte di riforma: "La prima questione riguarda l'ingiusta detenzione e proprio il fatto che la richiesta di indennizzo è sottoposta a un limite di prescrizione di due anni dalla sentenza definitiva. Questo limite ci sembra assurdo, perché si crea una prescrizione brevissima che incide sull'efficacia reale della tutela di chi ha subito una simile ingiustizia. Vogliamo che quel limite di due anni sia sostituito con la clausola in ogni tempo, per dare modo a chiunque di rivalersi. Altra proposta: creare una sorta di automatismo che consideri le vittime di ingiusta detenzione privilegiate nel loro reingresso nel mondo del lavoro. Penso ai concorsi pubblici, dove la condizione di chi ha subito malagiustizia dovrebbe essere equiparata a quella dei portatori di handicap".
Le statistiche confermano che, negli ultimi 15 anni, sono state completamente scagionate oltre 300 mila persone. Soltanto tra il 1990 e il 1994, sono state quasi 24.500 le sentenze definitive pronunciate con la formula assolutoria più ampia: perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non ha commesso il fatto. Ad esse vanno aggiunte altre 73.326 persone assolte con una formula altrettanto liberatoria, ma più tecnica: il fatto non costituisce reato. In base ai dati disponibili, non proprio recentissimi, però, errori giudiziari o ingiuste detenzioni si registrano soprattutto al Sud. La Corte d'appello di Napoli guida questa classifica avendo riconosciuto il maggior numero di casi: 449 risarcimenti concessi nel 1999 (e 152 nel 2000), pari al 9,53 per cento del totale nazionale. In seconda posizione, la Corte di Reggio Calabria che, sempre nel 1999, ha dato al via libera a 420 autorizzazioni. Seguono Catanzaro e Palermo, con 412 e 406 sentenze nello stesso anno. Fino al 1999, oltre la metà dei risarcimenti sono stati riconosciuti da giudici del Sud, un quarto al Nord e un quinto al Centro. Ma altri indennizzi milionari, ben più consistenti di quello di Barillà, sono in arrivo. Se infatti, per i suoi cinque anni di prigione, lo Stato ha risarcito 4,6 milioni di euro, quanto dovrà rifondere agli ex ergastolani della strage Borsellino?
Gaetano Murana ha 44 anni e ha trascorso un terzo della propria vita dietro le sbarre per le accuse di Vincenzo Scarantino, che lo indicava tra gli esecutori della strage di via D'Amelio. La nuova verità sul 19 luglio 1992 lo ha portato fuori dalla cella: "Un'esperienza che non dimenticherò mai".
"Diciotto anni da incubo in carcere. Ero giovane ora sono un vecchio". Il racconto di Gaetano Murana, 54 anni, un terzo della propria vita trascorsa dietro le sbarre con l'accusa di essere tra i responsabili della strage di via D'Amelio. Una detenzione dura, in regime di 41bis: "Non dimenticherò mai le violenze e le umiliazioni subite. Ho perso i migliori anni del mio matrimonio". E chiede: "Ora almeno ridatemi un lavoro". L'ultimo "errore giudiziario" della giustizia italiana, riconosciuto nell'ottobre scorso dalla Procura Generale di Caltanissetta, riguarda gli ex imputati della Strage di via D'Amelio del luglio del 1992. Tra di essi, c'è Gaetano Murana, 54 anni, che ne ha trascorsi 18 in cella, in regime di carcere duro (il cosiddetto "41 bis" previsto per i mafiosi). Quando, nell'ottobre scorso, ha saputo nel carcere di Voghera dov'era rinchiuso che era diventato un "liberante" (cioè scarcerato in attesa della revisione del processo che, fra alcuni anni, lo dichiarerà definitivamente innocente) ha pianto per ore ed ore. Con il "Venerdì di Repubblica" ha accettato di rievocare la sua odissea e l'inizio di quei 18 anni trascorsi in carcere, senza colpa. "Non smetto di pensarci e, in certi momenti, riesco persino a sorridere, ma con amarezza. Per capire, bisogna partire dal giorno precedente il mio arresto. Era il 17 luglio 1994 e stavo guardando in tv la finale di Italia-Brasile dei Mondiali di calcio negli Stati Uniti, abbracciato a mia moglie. Ci eravamo sposati da poco. Mio figlio, Giuseppe, era nato un anno e un mese prima. Nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo, giunse la notizia che ha cambiato la mia vita. Il giornalista del telegiornale disse che un nuovo collaboratore di giustizia, Vincenzo Scarantino, stava raccontando fatti e misfatti sulla strage di via d'Amelio. Non dimenticherò mai la sua foto in televisione. È rimasta impressa nella mia memoria per tutti questi anni maledetti. La mattina seguente sono stato catturato mentre andavo al lavoro. Con la mia auto avevo fatto un'infrazione. Un'auto civetta mi ha subito bloccato. Credevo di ricevere una multa. I poliziotti mi dissero che avrei perso tre minuti. Ebbene, questi tre minuti sono durati 206 interminabili mesi e una manciata di ore. Quando alla squadra mobile mi hanno consegnato l'ordine di cattura per strage, ero stupefatto. Ho chiesto perché. I poliziotti mi hanno risposto: "Questo è un regalo che ci ha fatto Scarantino (il falso pentito, anche lui scarcerato, che lo aveva accusato ingiustamente)"". E gran parte di questa ingiusta detenzione per un errore giudiziario incredibile, Murana l'ha trascorsa in uno dei carceri più duri d'Italia. "Pianosa, il luogo che ha lasciato nella mia anima le ferite più profonde. Dopo l'arresto mi hanno portato nella sezione Agrippa, quella riaperta proprio per il 41 bis. Botte e sevizie, come hanno denunciato alcuni detenuti, erano all'ordine del giorno. Sono stato costretto a fare flessioni nudo per 3 anni, a subire violenza con l'uso del metal detector sui genitali. Ma non dimenticherò nemmeno i profilattici gettati nella minestra, il peperoncino nelle bevande, le sbarre battute a tutte le ore per tenerci svegli. Il 17 luglio del 1997 sono stato l'ultimo a lasciare Pianosa. Ma anche Caltanissetta è stato un altro posto da dimenticare. Mi rendo conto solo adesso, che negli anni, a tutte quelle botte mi ero quasi abituato. La sofferenza maggiore è stata la crescita di mio figlio. L'ho rivisto e l'ho potuto abbracciare solo dopo i primi 5 anni di carcere. È stato un supplizio. Così, ho anche perso i migliori anni di matrimonio. Ero un ragazzo, adesso mi sento stanco e vecchio. Ho perso una sorella, morta di tumore e che non ho potuto rivedere. E non ho più un lavoro: adesso pretendo di nuovo il mio impiego in Comune". Murana, in realtà, quel lavoro non c'è l'ha ancora ricevuto e meno che mai il risarcimento per l'errore che gli ha rubato 18 anni di vita. Bisognerà infatti attendere che si concluda il processo di revisione: in primo grado, in appello e, infine, in Cassazione. Quanti anni dovranno ancora passare?
Da 20 anni latitante in Brasile in attesa che si facesse giustizia. È stato condannato per la strage di Alcamo. Ma adesso la Corte ha riaperto il processo. Al telefono racconta come è dovuto scappare nel 1992 e come vive da 21 anni lontano dall'Italia. Fino all'ultimo secondo, fino a poco prima che la Corte di Cassazione, nel 1992, pronunciasse la sentenza che lo condannava all'ergastolo, Gaetano Santangelo era rimasto in Italia aspettando fiducioso in una decisione positiva. Solo quando seppe che non c'era nulla da fare, lasciò il nostro Paese destinazione Rio De Janeiro ("Partii con un regolare passaporto direttamente per il Brasile. Nessuna avventura, nessun giro attraverso il Paraguay come scrissero i giornali dell'epoca"). In Brasile vive tutt'ora con la moglie (che lo raggiunse dopo un po') ed un figlio che adesso ha 21 anni. Fino all'ultimo fino a quella pronuncia definitiva della Cassazione che condannava all'ergastolo lui, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli per l'uccisione di due carabinieri nella caserma di Alcamo nel 1976, Santangelo, che all'epoca dell'omicidio aveva 17 anni e, oggi, ne ha 53, aveva sperato che la giustizia facesse giustizia. Adesso, dopo 36 anni dal suo primo arresto, la giustizia sta arrivando a mettere la parola fine a un calvario che, tecnicamente, si chiama "latitanza" ("ma il Brasile ha detto no all'estradizione e io sto qui del tutto in regola"). Perché adesso, dopo che Gulotta finalmente è stato riconosciuto innocente, per Santangelo e Ferrantelli è cominciato il processo di revisione a Catania, che non si svolge davanti ad una normale Corte d'appello, ma davanti al Tribunale dei Minori perché all'epoca entrambi erano ragazzini, ingiustamente arrestati, ingiustamente torturati ed ingiustamente condannati all'ergastolo. Abbiamo raggiunto Santangelo in Brasile dove lavora nell'edilizia ("ho la mia squadra di muratori") che ha accettato di parlare con "Repubblica it" precisando però di non volere entrare nel merito della vicenda giudiziaria perché il suo processo è appena iniziato. Ecco cosa ci ha raccontato, ecco come ha vissuto fino ad ora in Brasile, le sue speranze il desiderio di tornare in Italia, il desiderio di rivedere i suoi parenti i suoi vecchi amici. E ci ritornerà quando sarà dichiarato ufficialmente innocente, quando finalmente gli toglieranno di dosso l'accusa infamante di avere ucciso due carabinieri che furono uccisi da altri.
Ventuno anni all'ergastolo, era innocente. "Chi mi ridarà la mia vita perduta?". Giuseppe Gulotta aveva 18 anni quando venne prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo come sospettato dell'omicidio di due militari dell'Arma. Venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto. Poi ritrattò invano. Il processo nel '90 con la condanna a vita. Nel 2007, con il pentimento di uno dei carabinieri che parteciparono all'interrogatorio, il nuovo processo e, oggi, la sentenza: "Non è colpevole. Lo Stato deve restituirgli libertà e dignità". Dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere, Giuseppe Gulotta, adesso cinquantenne, ha ottenuto giustizia e dignità. Alle ore 17,35 di oggi la Corte d'Appello di Reggio Calabria dove si è celebrato il processo di revisione, ha pronunciato la sentenza. Giuseppe Gulotta è innocente, e da oggi non è più un ergastolano, non è l'assassino che il 26 gennaio del 1976 avrebbe ucciso, assieme ad altri complici, due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, in un attentato alla caserma di Alcamo Marina, un paese al confine tra le province di Palermo e Trapani. "Gulotta non c'entra nulla; abbiamo il dovere di proscioglierlo da ogni accusa e restituirgli la dignità che la giustizia gli ha indebitamente tolto" ha detto oggi la pubblica accusa prima che la corte si riunisse in camera di consiglio per emettere una sentenza di assoluzione che Giuseppe Gulotta attendeva da troppo tempo. Da quando, 35 anni fa, appena diciottenne, fu arrestato, condotto in carcere e, più tardi, dopo la durissima trafila dei diversi gradi processuali, condannato all'ergastolo definitivamente. E con lui gli altri tre suoi presunti complici: due sono ancora latitanti in Brasile; il terzo, Giuseppe Vesco, si suicidò in carcere qualche anno dopo il suo arresto. Ad accusare Gulotta della strage fu appunto Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi - in circostanze non del tutto chiare - nelle carceri di ''San Giuliano'' a Trapani, nell'ottobre del 1976. A provocare la revisione del processo che si è finalmente concluso oggi con l'assoluzione di Gulotta, sono state le dichiarazioni, molto tardive, di un ex ufficiale dei carabinieri Renato Olino che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute a seguito di terribili torture da parte dei carabinieri. Olino, che si era dimesso dal'Arma proprio in seguito alla vicenda di Alcamo, non aveva retto al rimorso e aveva deciso di dire la verità. Gli altri carabinieri, oggi quasi tutti molto anziani, hanno fatto qualche ammissione o si sono rifiutati di rispondere. Ma la giustizia ha trovato elementi sufficienti per il processo di revisione e per questa assoluzione che, inevitabilmente, dovrebbe aprire la strada a un congruo risarcimento per gli imputati. Anche per gli altri due condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, fuggiti all'estero prima che la condanna diventasse esecutiva, ci sarà adesso la revisione. La notte del 27 Gennaio di quell'anno Carmine Apuzzo (19 anni) e l'appuntato Salvatore Falcetta, due militari dell'Arma, furono trucidati da alcuni uomini che avevano fatto irruzione nella piccola caserma di Alcamo Marina. L'attacco suscitò ovviamente forte impressione in Sicilia e in tutta Italia. Si puntò sulla pista politica e finirono nel mirino delle indagini alcuni giovani di sinistra. Pochi giorni dopo venne fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di una pistola in dotazione ai carabinieri. La sua casa venne perquisita e saltò fuori anche l'arma utilizzata per il delitto. Il giovane, però, si dichiarò estraneo ai fatti affermando soltanto che aveva avuto il compito di consegnare delle armi. In seguito alle pressioni dei carabinieri, Giuseppe Vesco cambiò rapidamente la sua versione: condusse gli inquirenti al luogo in cui erano conservati gli indumenti e gli effetti personali dei due agenti uccisi (in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico), dichiarò di aver fatto parte del commando che aveva fatto irruzione nella casermetta e fece il nome dei suoi tre complici: Gulotta, Ferrantelli e Santangelo. Dopo poco tempo Vesco ritrattò tutto e dichiarò che quanto da lui affermato era stato ottenuto in seguito di terribili torture. Nelle sue lettere dal carcere San Giuliano di Trapani descrive minuziosamente il comportamento dei carabinieri e come erano state estorte le confessioni dei fermati. Ma pochi giorni prima di essere nuovamente ascoltato dagli inquirenti, venne trovato impiccato nella sua cella, con una corda legata alle grate della finestra, cosa resa abbastanza difficile dal fatto che a Vesco era stata amputata una mano a causa di un incidente. E proprio a questa vicenda si legano le confessioni del pentito Vincenzo Calcara, che lascia intravedere una verità fino ad ora soltanto accennata, ma resa più concreta anche da alcune rivelazioni in cui si attesta una collaborazione tra mafia e Stato. Calcara avrebbe affermato che gli venne intimato di lasciare da solo in cella Giuseppe Vesco e che lo stesso venne ucciso da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie. Anche quanto affermato dal pentito Peppe Ferro libera i quattro dalle gravi accuse: "Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati... Erano solamente delle vittime... pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto". Dopo la chiamata di correità di Vesco, Giuseppe Gulotta fu arrestato e massacrato di botte per una notte intera. La mattina, dopo i calci, i pugni, le pistole puntate alla tempia, i colpi ai genitali e le bevute di acqua salata, avrebbe confessato qualunque cosa e firmò un documento in cui affermava di aver partecipato all'attacco alla caserma. Il giorno dopo, davanti al procuratore, Gulotta ritrattò tutto e provò a spiegare quello che gli era successo. Non venne mai creduto, neanche al processo che, nel 1990 lo condannò in via definitiva all'ergastolo. Poi, nel 2007, la confessione di Olino e la revisione chiesta e ottenuta dal suo avvocato Salvatore Lauria. Oggi l'assoluzione. Ma Giuseppe Gulotta ha trascorso gran parte della sua vita in carcere. Durante un breve periodo di soggiorno si è sposato con la donna che lo ha sempre "protetto" e che gli ha dato un figlio. Adesso, completamente libero, andrà a vivere a Certaldo, in Toscana, dove, da quando è in semilibertà, fa il muratore. "Sono felice di essere stato riconosciuto finalmente innocente. Ma chi potrà mai farmi riavere la gioventù che ho passato in carcere, chi potrà mai darmi quegli anni che ho perduto senza potere crescere mio figlio?".
SI PARTE DALL’USURA E SI ARRIVA ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.
Chissà se c'è ancora qualcuno convinto che lo tsunami finanziario non lo riguardi. Roba per élite di ricconi. O per i cervelloni di Wall Street, ma per fortuna qui è tutta un'altra storia. Perché se ancora qualcuno lo pensa si sbaglia, e di grosso. Siamo noi che abbiamo subìto i danni del grande crac. E chissà per quanto andrà avanti. Banche, assicurazioni e finanza sono nell'occhio del ciclone. In Italia, le famiglie continuano a rimetterci un mucchio di quattrini. Ora si scava tra le macerie e si vuole correre ai ripari. Ma il rischio è che, scattata una trappola, se ne prepari una nuova. C'è tutto questo in queste pagine. Non solo la vecchietta che è andata in banca con tutti i risparmi e ne è uscita con le sue belle obbligazioni Parmalat o Lehman Brothers, carta straccia. Né la famigliola che ha chiesto il mutuo per comprare casa ed è rimasta strozzata dalle rate in continua crescita. Né il professionista che si domanda come sia possibile che i fondi vadano sempre più a fondo. O l'incredulità di chi scopre che le spese sul conto corrente superano gli interessi. Ci siamo tutti noi, proprio tutti, intrappolati in un valzer di scandali, risparmi andati in fumo e inganni. La "tempesta perfetta" di questi anni, sommata a risparmi che si assottigliano, economia in ginocchio, costo della vita in continua crescita e stipendi fermi, ha mostrato che il re è nudo e la pazienza dei sudditi al limite. Ma il fatto è che il sistema finanziario ha invaso la nostra vita. Con questo mondo si ha a che fare tutti i giorni: la casa, l'auto, i risparmi, la pensione, le polizze, i finanziamenti. Tutti i giorni si scoprono costi invisibili e inganni. Uno slalom che genera disillusione, rabbia, sfiducia. Ci sono storie vere in questo libro, e ognuna descrive un pezzo di vita, tra verità non dette e truffe vere e proprie. Esempi concreti, carnefici e vittime, persone e famiglie che illuminano la freddezza dei dati. Per smascherare le trappole e scoprirsi un po' meno vulnerabili. Siamo tutti consumatori e siamo, chi più chi meno, dei potenziali debitori. Con questo mondo si ha a che fare tutti i giorni: la casa, l'auto, i risparmi, la pensione, le polizze, i finanziamenti. I giornalisti Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra con il libro "La trappola - Come banche e finanza mettono le mani sui nostri soldi" ci svelano questa realtà tentando di far luce su finanziamenti e rateizzazioni. Ci sono storie vere in questo libro e ognuna descrive un pezzo di vita, tra verità non dette e truffe vere e proprie. Ma c'è soprattutto un atto d'accusa ben preciso contro le banche, le assicurazioni e il mondo della finanza in generale, colpevoli di ingannare sistematicamente i propri clienti pur di far profitto.
Massimo Vallorani di Sky.tg24 chiede a Carmelo Abbate, qual è la trappola di cui parla nel suo libro?
La trappola è quella che ogni giorno le banche mettono in pratica contro i risparmi dei propri clienti, cercando di ingannarli, magari vendendo loro dei titoli non sicuri. Un esempio per tutti: Lehman Brothers. Già il 15 settembre di quest'anno si era a conoscenza della fragilità di questi titoli, della possibilità concreta di un fallimento. Eppure, le nostre banche (come quelle di tutto il mondo, del resto) vendevano tranquillamente questi titoli, li certificano come a basso rischio. Da noi, addirittura rientravano nei cosiddetti "Patti Chiari". Alla luce di quest'ennesimo episodio, dopo i crack Cirio e Parlamat, dei bond argentini, si capisce che c'è qualcosa che realmente non va nelle banche. Un sistema che deve essere radicalmente cambiato a favore dei cittadini e dei consumatori.
Il suo libro è pieno di esempi di persone che si sono trovati in difficoltà con gli Istituti di credito. Ma anche con finanziamenti stipulati e non rispettati. Emerge quasi sempre una costante: la mancanza di trasparenza. Può darci dei consigli per districarci in quella che lei descrive come una vera e propria giungla?
I consigli sono essenzialmente tre. Il primo è valutare con ponderazione qualsiasi proposta fatta dalla nostra banca. Leggere attentamente qualsiasi tipo contratto ci venga sottoposto. Magari facendosi aiutare da persone più esperte da noi. Il secondo è quello che qualsiasi sottoscrizione di fondi, gestioni patrimoniali, sia sempre e solo a capitale garantito. Il terzo consiglio è che quando si accende un finanziamento rateizzato bisogna sempre controllare il T.A.E.G. (Tasso Annuo Effettivo Globale). Si tratta di un tasso puramente virtuale. Non viene infatti utilizzato per calcolare le rate. Piuttosto è un indicatore, una cifra in grado di dichiarare il costo globale del prestito.
Lei solleva anche la questione delle carte di credito revolving? Possiamo usarle tranquillamente o dobbiamo diffidarne?
Diffidarne assolutamente. Le carte di credito revolving sono normali carte di credito che consentono di rimborsare a rate il saldo di fine mese. Peccato che sono pagate a caro prezzo, soprattutto in fatto d'interessi.
In Italia gli acquisti a rate online non sono ancora diffusi come nel resto d'Europa. Si tratta comunque di un fenomeno in forte espansione anche nel nostro Paese. Ci si può fidare?
Anche nel caso di acquisti a rate fatta su Internet vale la medesima cosa che per i finanziamenti tradizionali. Conviene scegliere sempre una finanziaria in qualche modo legate alle banche più conosciute o quanto meno sempre certificate. Anche nel mondo della rete vale sempre l'imperativo di informarsi prima di ogni acquisto.
Tutta la stampa ne parla. Il 28 maggio 2011 i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Milano hanno condannato l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta. La pena è maggiore rispetto ai tre anni che erano stati chiesti dalla Procura. E’ la prima volta che un governatore della Banca d’Italia viene condannato in un processo penale. Condanna anche per l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte a tre anni di reclusione, la stessa pena a cui è stato condannato il suo vice, Ivano Sacchetti, e il senatore del Pdl, Luigi Grillo (2 anni e 8 mesi). Per Giampiero Fiorani, l'ex numero uno della Banca Popolare italiana, condanna a un anno e otto mesi di reclusione in continuazione con i 3 anni e 3 mesi di carcere che aveva patteggiato nel marzo del 2008. Antonio Fazio, al telefono con i suoi legali, ha lapidariamente commentato la sentenza di condanna: "Ho operato sempre per il bene". Lo conforta sapere che, nella storia centenaria della Banca d'Italia, vi sono stati altri governatori che si sono ritrovati nei guai: alla fine però, sempre, ne sono usciti a testa alta. Nei giorni di massima tensione, per esempio, ricordava spesso le vicissitudini di Vincenzo Azzolini che, nell'Italia del fascismo e della guerra, viene "destituito e imprigionato ma senza dimettersi", con l'accusa di aver collaborato con i nazisti e consegnato loro parte dell'oro della Banca d'Italia. Sfugge per un soffio al plotone d'esecuzione, viene condannato, ma poi è assolto e completamente riabilitato. Non dimenticava di menzionare il caso di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, pure ingiustamente accusati. Fazio è stato chiamato in causa dopo una telefonata con Fiorani, intercettata dagli inquirenti milanesi nella notte tra l'11 e il 12 luglio 2005: in quell'occasione l'ex numero uno di Palazzo Koch aveva anticipato all'ad di Bpi il via libera di Bankitalia all'Opa lanciata su Antonveneta e da parte sua Fiorani aveva replicato con la celebre frase del «bacio in fronte». I mercati avrebbero saputo del via libera all'Opa di Bpl su Antonveneta, che metteva fuori dai giochi gli olandesi dell'Abn Amro, solo la mattina successiva alla telefonata. L'ex governatore è stato condannato anche a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, mentre per due anni non potrà contrattare con la pubblica amministrazione. Il processo avviato contro i cosiddetti "furbetti del quartierino" (molti di loro, come Stefano Ricucci e Emilio Gnutti, avevano patteggiato la pena in sede di udienza preliminare), arriva a sentenza con una sola assoluzione: quella di Francesco Frasca, ex capo della vigilanza di Bankitalia. Per lui la procura aveva chiesto una pena di 1 anno e 8 mesi, il tribunale ha deciso di assolverlo "per non aver commesso il fatto". "Mi aspettavo di essere assolto lo dico con franchezza", ha affermato al Tg1 l'ex presidente di Unipol, Giovanni Consorte. La fallita scalata della Bpl (poi diventata Bpi) ad Antonveneta nasce il 17 gennaio 2005 quando l'istituto lodigiano annuncia di aver superato la soglia del 2% del capitale della banca veneta, di cui gli olandesi di Abn Amro erano allora i maggiori azionisti. Successivamente, la Consob chiarirà che la Bpl aveva iniziato a rastrellare azioni sin dal novembre precedente. Nel febbraio del 2005 la Bpl riceve il permesso della Banca d'Italia per salire fino al 15% in Antonveneta e successivamente fino al 29,9%. Mentre gli olandesi restano fermi al 18%. Per questo Abn presenterà esposti alla Consob e un ricorso al Tar del Lazio contro il ritardo con cui Bankitalia ha autorizzato gli olandesi a salire al 20% e poi al 30% di Antonveneta, rispetto alle "celeri" autorizzazioni concesse alla Lodi. Ad aprile Abn lancia un'opa sulla banca veneta a 25 euro per azione, un mese dopo sarà il turno della Lodi con il lancio di un'offerta pubblica di scambio a 26 euro. Il 2 maggio la procura di Milano avvia le indagini e apre un fascicolo contro ignoti per aggiotaggio sulla scalata ad Antonveneta da parte di Bpl. Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30%, obbligandoli a lanciare un'opa sul 100% del capitale. Le indagini porteranno, nel luglio dello stesso anno, al sequestro dei titoli Antonveneta detenuti dalla Banca popolare italiana (che nel frattempo aveva cambiato nome da Bpl) e da Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, Danilo Coppola. A luglio arriveranno lo stop alle offerte Bpi da parte di Consob e Bankitalia. Nel decreto di sequestro delle azioni si fa menzione ad alcune intercettazioni che coinvolgono Fiorani e Fazio. Quest'ultimo avrebbe fornito informazioni privilegiate a Fiorani. Il 2005 si chiude con l'arresto di Fiorani e le dimissioni di Fazio da governatore della Banca d'Italia.
Lazio, Calabria, Sardegna, Piemonte e Valle d’Aosta. E poi Marche, Umbria e Toscana. Quella degli imprenditori e delle famiglie alle prese con scoperti bancari, anticipazioni, sconti è un’onda lunga che arriva a Roma, dove il Forum Antiusura Bancaria, lancia l’ultima offensiva contro quegli istituti di credito che non rispettano le regole. Il messaggio che parte dalla sede del Forum ed è diretto a Palazzo Altieri, sede dell’Abi è chiaro. Secondo gli organizzatori, guidati dal deputato Idv, On. Domenico Scilipoti, le banche “avrebbero organizzato e posto in essere un accordo associativo per l’attuazione di programmi delittuosi, finalizzati ad eludere le norme bancarie che hanno reso nulle clausole contrattuali agli usi piazza per la determinazione dei tassi d’interesse”. Più chiaramente, il Forum denuncia la possibilità che la scelta delle banche di non restituire gli interessi calcolati sulla fluttuazione dei tassi, sia una decisione presa collettivamente. E dunque, il Forum si prepara a depositare presso tutte le Procure d’Italia una denuncia con la quale chiede alla magistratura di indagare e di verificare se esista un grande fratello bancario che abbia consigliato agli istituti di non uniformarsi alle disposizione del Testo Unico bancario che ha sancito la nullità degli interessi “uso piazza”. Già al fianco del Forum Antiusura, l’associazione difesa dei consumatori SoS Utenti, ha anche presentato una classifica delle Regioni in cui la rimodulazione dei tassi d’interesse ha superato la soglia di usura. Undici le regioni nella black list con la Toscana in testa con oltre 7 milioni di euro di finanziamenti erogati a tassi oltre la soglia, seguita da Puglia e Basilicata con quasi 6 milioni di euro e dal Lazio, dove gli imprenditori in difficoltà per la crisi hanno chiesto aiuto alle banche pagando l’8,46 per cento di interesse su un totale di 5 milioni e 358 mila euro erogati. Lo studio di SoS Utenti, elaborato sul Bollettino della Banca d’Italia evidenzia che a soffrire di queste criticità sono soprattutto le piccole e medie imprese, quelle aziende a conduzione familiare che più delle altre hanno fatto ricorso al sistema bancario per garantirsi la sopravvivenza.
“Un milione e mezzo di imprese sono al limite del fallimento – denuncia il presidente del Forum, Domenico Scilipoti – e un milione e 250 hanno problemi seri che li hanno portati alla chiusura. Il forum antiusura bancaria nasce dall’esigenza di molti cittadini che sono stati trattati male dalle banche, scorrette nell’applicare tassi di interesse fuori dalla norma”. “Noi denunciamo la violazione della legge sulla trasparenza bancaria – ha aggiunto Emidio Orsini, protagonista di una personale lotta decennale per difendere le sue proprietà dai decreti ingiuntivi delle banche – leggi che hanno sancito la nullità della clausole “uso piazza”, che le banche non hanno rispettato, perché hanno ritenuto più conveniente non rispettare i correntisti. Parliamo di cifre enormi, miliardi di euro per milioni di correntisti”. Ma c’è chi come il professor Francesco Petrino, presidente del Sindacato Nazionale Antiusura Riabilitazione Protestati (Snarp) è andato oltre le banche, sostenendo che “Paghiamo interessi alle banche per 76 miliardi di euro con un tasso pari al 5 per cento – contro un tasso ufficiale europeo dell’1 per cento. Come Stato subiamo un furto del 4 per cento sul prestito per il debito pubblico dalla Banca d’Italia che dovrebbe che dovrebbe essere la banca di Stato”. E ha concluso: “La nostra banca nazionale ruba agli italiani sul debito pubblico 73 miliardi di euro”.
«L'ufficio studi Cgia di Mestre, sulla base dei dati relativi alle denunce presentate alle procure dalle vittime delle organizzazioni criminali, trascurando completamente i dati riferiti all'usura bancaria rilevati presso i bollettini della Banca d'Italia, ha elaborato e comunicato la classifica dell'usura in Italia, ponendo al primo posto la Campania ed all'ultimo posto il Trentino».
Così l'On. Scilipoti (IDV), presidente del Forum Nazionale Antiusura Bancaria, che fa invece riferimento alla classifica dell'usura ufficializzata dal Bollettino Statistico della Banca D'Italia, parte II del 2010. «Dai dati trimestralmente rilevati e pubblicati dalla Banca D'Italia si evince che a fine marzo 2010 - continua il deputato di Italia dei Valori - le famiglie produttrici italiane nell'utilizzare il credito per operazioni autoliquidanti (sconto portafoglio, anticipo fatture ecc.), hanno subìto usura in ben 11 Regioni, con tassi superiori a quello soglia. L'importo complessivamente usurato ammonta a ben 37,8 miliardi di €, coinvolgenti non meno di 302.000 famiglie svolgenti attività produttiva.
L'usura criminale a cui si riferisce il centro studi Cgia - continua l'On. Scilipoti - non rappresenta minimamente il fenomeno, e la dimensione è caratterizzata invece dall'usura bancaria che vede la stessa Campania al primo posto, con un tasso effettivo del 9,28% (ben superiore a quello soglia vigente nel primo trimestre 2010 pari al all'8,145%), ed il Trentino all'Ultimo posto con tasso effettivo al 5,07% e di molto inferiori a quello soglia. All'analisi del centro studi Cgia va aggiunto che è il fenomeno dell'Usura Bancaria che genera l'usura criminale. Quest'ultima non esisterebbe se non ci fosse la prima. I tassi usurari praticati dalle Banche per le operazioni autoliquidanti alle famiglie produttrici - precisa l'On. Scilipoti - superano di 7 volte l'inflazione che governa la dinamica dei prezzi praticabili nella produzione di beni e servizi. Inevitabilmente, prima o poi le famiglie che producono finiscono nella morsa della sospensione del credito bancario e buttate in pasto agli usurai criminali. In Campania, le famiglie che producono, pagano interessi quasi doppi, rispetto alle famiglie Trentine, per scontare portafoglio e anticipare crediti».
«Insomma - conclude l'On. Scilipoti (IDV), si vuole rendere meno efficace la "licenza di uccidere" le imprese che oggi l'Art.50 del Testo Unico Bancario mette a disposizione delle Banche».
Denunciato da una banca e assolto con formula piena Luigi di Napoli, che rinuncia anche alla prescrizione.
1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.
1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.
1996 – Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.
2005- Non sono mai state riaperte le indagini.
1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.
Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.
1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.
1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.
1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.
2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.
Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.
Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.
Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.
2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.
2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.
12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.
12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.
Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.
2001-2005- Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono gravate le sentenze a tutela della persona offesa. Di Napoli denuncia penalmente vari magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni. Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col giudice.
Di Napoli trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di sequestro della sentenza di fallimento.
5 Maggio 2005- Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le aggiudicazioni sono state opposte.
12 Maggio 2005- Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo l’arresto del giudice delegato e del curatore.
13 Maggio 2005- Due sostituti Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.
24 Maggio 2005- DI NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il sequestro delle sentenze di fallimento.
7 Giugno 2005- Il tribunale del Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di Lecce in favore dei giudici di Potenza.
30 Giugno 2005- il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura. Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”. Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.
6 Settembre 2005- La Corte di Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare disposta dai giudici di Lecce.
Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-01923. presentata da SERGIO D'ELIA lunedì 11 dicembre 2006 nella seduta n.084. D'ELIA. - Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Il 21 ottobre 2006, su un quotidiano nazionale (l'Avanti), è apparsa la notizia della situazione assurda e paradossale di cui è vittima Luigi Di Napoli: «Un imprenditore salentino nel tritacarne».
già il 19 ottobre 2006, nel corso di varie edizioni del telegiornale di Telenorba (emittente locale pugliese), è stato trasmesso un servizio sulla drammatica situazione che, in quelle ore, stava vivendo, a Gallipoli, la famiglia Di Napoli con intervista rilasciata dall'avvocato Roberto Di Napoli, figlio della vittima, che, disperato, lamentava la mancata tutela dello Stato e gli abusi da parte delle Forze dell'Ordine che, per eseguire il rilascio dell'unica abitazione del Di Napoli, avrebbero, perfino, invaso i locali dell'immobile impedendone l'accesso a chiunque, compresa l'emittente televisiva;
il signor Luigi DI NAPOLI, imprenditore leccese, sarebbe, dal 1988, oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria che lo ha distrutto economicamente e che sta compromettendo la serenità della sua famiglia; nel 1988, mentre contestava un appalto truccato, e riconosciuto tale nelle sedi amministrative, dopo avere ricevuto minacce, ha subito un attentato che lo costringe tuttora all'uso delle stampelle;
la sua è una storia di usura ed estorsione, di denunce reciproche tra la vittima e magistrati. Egli ha subito 21 processi e per 21 volte è stato assolto; ha sempre rinunciato ad amnistia e prescrizione per farsi processare;
il signor Di Napoli, tramite il figlio avvocato Roberto Di Napoli, sin dal 15 settembre 2006, aveva sollecitato il Commissario e il Comitato di solidarietà per le vittime dell'usura e dell'estorsione ad intraprendere ogni iniziativa al fine di far rispettare la sospensione dell'esecuzione ex articolo 20 legge n. 44 del 1999, intervenuta ope legis in favore della vittima Di Napoli in seguito al conforme parere dell'autorità amministrativa (S.E. Prefetto della Provincia di Roma) ricordando, tra l'altro, la ratio della legge n. 44 del 1999, che come ribadito dalla giurisprudenza, consente l'ammissibilità ai benefici ivi previsti anche in favore delle vittime fallite in seguito ed a causa delle condotte delittuose;
il 25 settembre 2006, Di Napoli ha subito l'accesso degli ufficiali giudiziari che gli chiedevano di rilasciare l'abitazione e, soltanto verso le ore 19, veniva comunicato il rinvio dell'esecuzione al 19 ottobre 2006; in tale data il Di Napoli afferma di aver subito un trattamento da parte sia dagli ufficiali giudiziari che dalle forze dell'ordine non in conformità con le norme vigenti in materia, subendo aggressioni fisiche che hanno comportato il ricovero dello stesso presso il locale Presidio Ospedaliero. Azione esecutiva che, stante il dolore causato al Di Napoli dalle percosse subite, è culminata con il suo arresto per presenta aggressione a pubblico ufficiale (arresto che è stato revocato soltanto lo scorso 23 novembre 2006) -:
1. le motivazioni per cui non siano stati adottati i provvedimenti al fine di fare osservare la sospensione di cui all'articolo 20 legge n. 44 del 1999 considerato che il Di Napoli ha già ottenuto pareri conformi del Prefetto di Roma che lo riconoscono meritevole dei benefici di cui alla legge antiusura ed antiestorsione;
2. se, nell'esecuzione della procedura di rilascio dell'immobile del 19 ottobre 2006 gli organi preposti abbiano agito nel pieno rispetto delle normative vigenti.(4-01923)
Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie non è il solo a denunciare pubblicamente le anomalie IMPUNITE E SOTTACIUTE in campo forense-giudiziario. “Il volto sporco della giustizia nel Salento” (libro – dossier). Testimonianza a cura dell’Avv. Fedele Rigliaco di Lecce.
Presentazione. Questo dossier vuole costituire un piccolo saggio dei numerosi casi di mala-giustizia nel Salento, che il sottoscritto difensore ha raccolto a seguito dell’incarico ricevuto di svolgere investigazioni ai sensi della legge 7-12-2000, n. 397. Egli è a disposizione delle autorità competenti a fornire ogni ragguaglio che dovesse occorrere sui casi esposti e su quelli non riportati in esso di cui, comunque, è a conoscenza. Questo opuscolo si prefigge, altresì, lo scopo d’invitare le autorità a prendere i provvedimenti di competenza. Nella mia veste di difensore incaricato di svolgere indagini ai sensi legge 7-12-2000, n. 397 sono venuto a conoscenza di casi di pessima amministrazione della Giustizia da parte di alcuni magistrati della Corte di Appello di Lecce, di Bari, di Potenza, di Catanzaro e di Bologna e di sperpero di preziose risorse di questa: archiviazione di procedimenti penali “de plano” finalizzati a favorire alcuni soggetti in danno di altri, insabbiamenti d’indagini importanti, fallimenti di aziende o di privati cittadini in assenza dei presupposti di legge, o condotti in modo scorretto, istanze di fallimento avanzate da usurai privati o da Istituti bancari che hanno praticato tassi d’interesse elevati, decreti ingiuntivi accordati ad usurai o ad Istituti bancari privi di titolo, disintegrazione di aziende ad opera di Istituti bancari che applicano interessi ultralegali anatocistici in assenza di contratti, trattamento di favore riservato da magistrati ad Istituti Bancari, dispendiose ed inutili consulente, diniego da parte di alcuni magistrati delle indagini difensive di cui agli artt. 391-bis e 391-nonies, utilizzo dei processi per calunnia come spauracchio per disincentivare i cittadini a denunciare amici di magistrati, corruzione di alcuni magistrati, terrorismo che promana da una parte della magistratura, condizionamenti da parte di magistrati su avvocati, archiviazione di procedimenti penali per comportamenti estorsivi da parte del Concessionario esattore delle tasse e da parte di Enti impositori, ecc..
CONTINUA……….
E ancora a Lecce. Un coraggioso Salentino si ribella alle banche usuraie e ai giudici che archiviano. Luigi De Magistris ex sostituto Procuratore di Catanzaro e poi europarlamentare dell’IDV è stato rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Salerno. De Magistris sarebbe imputato per il "delitto p. e p. dall'art. 328 co 1° CP perché, quale sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed assegnatario del procedimento penale n.2552/05/Mod.21 a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO, omettendo di procedere alle indagini ordinate ai sensi dell'art.409 co. 4° CPP dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio...". Non si tratterebbe di un'omissione qualunque ma, di un'omissione di indagini su collusione fra magistrati di Lecce e magistrati di Potenza con ipotesi delittuose gravissime che vanno dall'associazione per delinquere, all'estorsione, al favoreggiamento di banche che applicano tassi usurari disinvoltamente ed impunemente e che gli erano state ordinate da un GIP. Tutto ciò sarebbe scaturito da Luigi Stifanelli di Nardò (Lecce, Puglia), commerciante, ex senza tetto a causa dell’usura bancaria subita. Stifanelli si potrebbe definire uno degli uomini più coraggiosi e determinati d’Italia, nonostante tutte le angherie subite ha continuato a cercare giustizia. Il nostro impavido commerciante, anni fa aveva denunciato i giudici di Lecce per una brutta storia legata alla sua vicenda sulle banche, le indagini arrivarono a Potenza ma anche lì non ebbe giustizia. Allora si rivolse a Catanzaro e denunciò anche i giudici di Potenza, ma anche in questo caso i diritti di Stifanelli non furono rispettati. L’indagine era di De Magistris, una delle tante sulle toghe lucane. Alla seconda richiesta di archiviazione però, Luigi Stifanelli che è ormai più esperto di un avvocato nel parlare di articoli dei codici e di procedure, prepara una querela e la manda a Salerno. Alla Procura di Salerno dopo aver ascoltato la parte offesa hanno acquisito la documentazione dalle Procure di Potenza e Catanzaro, dopo di che i magistrati hanno richiesto il rinvio a giudizio di De Magistris davanti al Tribunale di Salerno. La prima udienza il giorno 21 Febbraio 2011.
Il seguito è cosa scontata. Trasmettiamo di seguito un esposto del commerciante di Nardò, Luigi Stifanelli, sull'assoluzione di Luigi De Magistris e pubblicata su Agenparl.it.
"Luigi De Magistris è stato assolto perché il fatto non sussiste: è la sentenza del Tribunale di Salerno nel processo per omissione in atti d'ufficio all'eurodeputato, per fatti risalenti a quando era ancora magistrato. ''Era un'accusa ingiusta e infamante - ha commentato De Magistris - ma sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, senza usare l'immunità parlamentare nè il legittimo impedimento''. Per il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ''giustizia è stata fatta''. Questa nota dell’Ansa tace la circostanza che il Giudice che ha assolto De Magistris è la Dr.ssa Maria Teresa Belmonte, moglie dell’avv. Giocondo Santoro, fratello del Santoro famoso conduttore di Annozero. Questo Giudice costituisce il simbolo della imparzialità quando deve giudicare De Magistris. Con tale Giudice il De Magistris ha fatto certamente un grande sforzo a difendersi “nel processo”!!! E’ notoria l’attività di sponsorizzazione dell’europarlamentare dell’Idv De Magistris da parte del Santoro televisivo su di una televisione pubblica. Nessuno ha prove per dire che la decisione dell’assoluzione sia stata presa davanti al focolare dei coniugi Santoro-Belmonte allargato al noto conduttore di Annozero; è innegabile, però è che il Santoro televisivo cognato della Belmonte è il padrino dell’europarlamentare. Ciò che è certo è che la sentenza, così come formulata, getta un’ombra lugubre sulla Giustizia, quella vera. Luigi De Magistris era imputato di un grave delitto. Egli, secondo l’accusa, “...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio..." quando era sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed aveva omesso di “procedere alle indagini ordinate…dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro” in un “procedimento…a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO”, che si era aperto a loro carico su denuncia del sottoscritto per ipotesi delittuose di “associazione per delinquere, favoreggiamento, falsità, concorso in estorsione ed usura” a carico di “alcuni magistrati di Lecce e di Potenza”. Nel fascicolo del Giudice certamente ci sarà stata l’ordinanza del GIP di Catanzaro che ordinava al De Magistris P.M. di proseguire le indagini nei confronti di altri magistrati di Potenza e di Lecce. Nel fascicolo del Giudice certamente vi è carenza assoluta delle indagini svolte dal De Magistris. Ci si attendeva nella ipotesi più rosea per l’europarlamentare l’assoluzione con la formula che il fatto che un P.M si rifuti di eseguire un ordine del GIP non costituisca reato; invece, l’assoluzione è stata con la formula più ampia, cioè, che il fatto non sussiste, che sta a significare che non vi è stato mai ordine di alcun GIP. Invece, l’ordine del GIP rivolto al De Magistris di proseguire le indagini era ben preciso. L’assoluzione perchè il fatto non sussiste può significare anche che il De Magistris abbia compiuto uno straccio d’indagine; invece, no; è proprio egli stesso che sul suo blog ha scritto di essersi considerato il “dominus” e di non aver inteso indagare per non fare spendere denaro. Dunque, la sentenza che ha assolto il De Magistris è smaccatamente falsa. Ciò che colpisce in questo processo è la rapidità con cui si è concluso; certamente, era necessario sgomberare le ombre sul candidato sindaco di Napoli: tre udienze velocissime a distanza di pochi giorni l’una dall’altra; con la scelta mirata del giorno dell’udienza in cui vi era lo sciopero degli avvocati, e, quindi, svolta in assenza del difensore della parte civile. Ammirevole la velocità con cui il Giudice Belmonte ha concluso questo processo; sarebbe interessante sapere se questa velocità nel concludere il processo De Magistris, abbia penalizzato qualche altro imputato vero innocente, che attende prima di lui da anni la conclusione del suo processo. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il suo rifiuto di indagare, all’epoca in cui egli era P.M. a Catanzaro, sulle sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Lecce di procedimenti penali a carico di soggetti bancari che praticavano e praticano tuttora usura ed estorsione. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati escussi i testi che avevo proposto al mio difensore, l’avv. Licia Polizio; infatti, avevo proposto come “testi i soggetti menzionati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione”, che avrebbero dovuto riferire su sistematiche archiviazioni facili da parte di magistrati di Lecce nei confronti di banche che operano usura ed estorsione e, precisamente i seguenti soggetti: l’On. Nichi Vendola, il sig. Franco Carignani, l’Avv. Fedele Rigliaco, Il giornalista de "Il Mondo" che scrisse l’articolo dal titolo "Com'è stretta la Puglia" il12 giugno 1998 N. 24, l’ex Ministro della Giustizia, on. Diliberto, il Giudice di Lecce Dr. Pietro Baffa, l’ex P.M. Dr. Aldo Petrucci, il presidente dello SNARP, sindacato nazionale antiusura, dell’anno 1999, il Giudice Dr. Gaeta di Lecce, l’ex Gip Dr. Francesco Manzo, l’ex Gip Dr. Fersini il consulente del P.M. di Lecce, Dr. Daniele Garzia, che dovrà riferire sulla seguente circostanza: la tabella dove erano indicati i tassi praticati allo Stifanelli da parte della banca erano abbondantemente superiore a quelli consentiti dalla legge il Dr. Leonardo Rinella che è stato P.M. presso la Procura di Bari, il quale aveva accertato, per il tramite del suo consulente, che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi; il consulente della Procura di Bari, Dr. Egizio De Tullio, il quale aveva accertato che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati acquisiti dal Giudice del dibattimento alcuni fascicoli che avevo proposto al mio difensore come richieste istruttorie. Così, infatti, scrivevo al mio difensore avv. Licia Polizio: “E’ necessario chiedere al Giudice del dibattimento l’acquisizione di alcuni fascicoli che dimostrano l’attività di “protezione dell’usura nel Salento” da parte di alcuni magistrati e che sono raccolti tutti nel Dossier a firma del Sig. Franco Carignani: 3445/94 rgnr. Tribunale di Lecce, n. 8133/ 95 RGNR del Tribunale di Lecce (Capoti), n.15950/97 RGNR del Tribunale di Bari (Bisconti - Durante), n. 2011/G/96 Presso la Direzione Nazionale Antimafia, n. 508/97 RGNR del Tribunale di Lecce, n. 1885/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 800/96/21/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 6647/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 3926/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 9725/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 19797/97/21 RGNR”. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il rifiuto di indagare sulle altrettante sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Potenza di procedimenti penali a carico di quei magistrati di Lecce che consentono tali “facili” archiviazioni. La carenza delle suindicate indagini ha consentito ad alcuni magistrati criminali di Potenza e di Lecce di crearsi l’usbergo della immunità e, così, proseguire con la loro opera delinquenziale di copertura di gravi reati, come l’estorsione, il favoreggiamento, l’usura, la falsità, di Banche, di società di riscossione dei tributi e di personaggi importanti. Insomma, per De Magistris e per il Giudice cognato del Santoro di Annozero tutto questo è cosa da nulla; che i magistrati di Lecce o di Potenza consentano ad estortori o usurai bancari o ad esattori delle tasse usurai a proseguire nella loro attività criminale con conseguente distruzione di molte imprese, di molte famiglie e dell’economia salentina è una cosa di poco conto. Oggi, affrancato dal peso dell’accusa, il De Magistris - che aveva il dovere d’indagare e d’impedire la prosecuzione di questi reati - si appresta con estremo candore a governare la città di Napoli massacrata dall’usura bancaria. Con la sentenza della “Giudicessa” cognata del Santoro televisivo alcuni magistrati di Lecce possono proseguire impunemente a favorire l’usura e l’estorsione delle Banche e dell’esattore delle tasse in danno dei salentini; tali magistrati sanno che troveranno, prima o poi, una Dr.ssa Belmonte che scriverà una sentenza perché “il fatto non sussiste”. Eppure le archiviazioni di procedimenti penali a carico di soggetti che, con minacce di pregiudizi, riuscirono ad estorcere del denaro crearono disagio, malessere e sconcerto nella popolazione salentina. In particolar modo furono gl’imprenditori che esternarono - con esposti a tutte le Autorità ed a tutte le Istituzioni dello Stato, alla Direzione Nazionale Antimafia, alla Commissione antimafia, alle Cariche istituzionali più importanti dello Stato - il disagio per la mancata tutela penale della proprietà; nell’immaginario collettivo si ebbe a formare l’idea di una sorta di sodalizio fra magistrati, banchieri ed altri soggetti. A seguito di ciò in data 24/09/’98 l’on. Nichi Vendola, all’epoca vice-presidente della Commissione antimafia, ora Governatore della Puglia, pose il dito su questa piaga del Salento; e, con atto di sindacato ispettivo n. 4/19855 sollevò questioni riguardanti le numerose e facili archiviazioni da parte della Procura della Repubblica di Lecce dei procedimenti penali “per i reati di estorsione, usura, truffa ed altro commessi da rappresentanti delle banche a danno di imprenditori Salentini” per sapere come mai molti salentini non avevano avuto la tutela penale, nonostante che i magistrati della Procura di Lecce avessero constatato l’applicazione di alti tassi d’interesse da parte di Banche; la vicenda ebbe vasto clamore, scaturito dalla divulgazione delle notizie attraverso la stampa. Nel succitato atto l’onorevole interrogante faceva riferimento ad un articolo comparso sul settimanale “Il Mondo” del 12 giugno 1998, n. 49 che dettagliava numerosi casi di archiviazioni di procedimenti penali. Quell’interrogazione venne archiviata perché il Ministro della Giustizia dell’epoca, on. Diliberto, ebbe a fornire una risposta contenente notizie false che gli furono fornite dalle articolazioni ministeriali competenti. L'On.le Consiglio Superiore della Magistratura con le circolari nn° 8160/82 e 7600/85, 4° commissione, e con la delibera del plenum dell'11 dicembre 1996 ha esplicitato che "l'esigenza generale, consistente nella tutela dell'imparzialità e della libertà da condizionamenti che devono connotare anche nell'apparire, l'attività giudiziaria, si pone quale specificazione del principio di tutela del prestigio della Magistratura inteso come apprezzamento sociale della corretta amministrazione della Giustizia". Secondo la Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza del 03 aprile 1988, n. 2265 "La responsabilità disciplinare del Magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell'Ordine Giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente inopportuni od avventati”. Questo esposto pubblico è rivolto alle autorità in indirizzo per quanto di loro competenza, in particolare al Presidente della Repubblica, per valutare se vi sono gli elementi per promuovere procedimento disciplinare nei confronti della Dr.ssa Belmonte se per accelerare il procedimento a carico del De Magistris abbia trascurato qualche altro procedimento che aveva delle priorità o per valutare se la decisione di assolvere il De Magistris con la formula “perché il fatto non sussiste” sia stata avventata in presenza di un’ordinanza ineseguita di un GIP."
Ma questo non basta. Sulla lotta alla mafia ed in particolare all'usura sconvolgente è la notizia data da tutti i giornali: arrestato il prefetto Carlo Ferrigno, ex Commissario nazionale antiracket ed antiusura.
Dal “Corriere della Sera” uno dei tanti articoli. “È l'ex commissario antiracket, sfruttava la sua posizione per ottenere favori sessuali da giovani donne. Il suo nome era spuntato in un’intercettazione del caso Ruby. È stato prefetto di Napoli, poi commissario nazionale antiracket. Uno dei più alti funzionari di Stato, in prima fila nella lotta alla mafia. L'ex prefetto Carlo Ferrigno, 72 anni, è stato arrestato con l'accusa di millantato credito ed è adesso agli arresti domiciliari. È indagato anche per prostituzione minorile per due casi segnalati nell'inchiesta. Secondo la Procura di Milano, dal 2005 a pochi mesi fa avrebbe fatto avance e ottenuto favori sessuali, promettendo in cambio il suo autorevole intervento nella pubblica amministrazione. Nell'ambito dell'indagine, è finito in carcere anche l'imprenditore Massimo Abissino, titolare di un negozio di moda in via Farini a Milano, che avrebbe tra le altre cose favorito la prostituzione di una delle due minorenni che avrebbero avuto rapporti con Ferrigno. Ad Abissino vengono contestati anche fatti di droga. Una delle giovani lavorava proprio nel negozio di Abissino come commessa. In totale, le parti lese, che riguardano condotte sessuali di Ferrigno per i reati di millantato credito e prostituzione minorile, sono 4: le due minorenni e due donne maggiorenni. In particolare, l'ex Prefetto, chiedendo prestazioni sessuali, millantava agevolazioni per le donne come la possibilità in un caso di far entrare una giovane in Polizia e, in un altro caso, di risolvere la questione di un permesso di soggiorno per un'altra ragazza. L’inchiesta, condotta dal pubblico ministero Stefano Civardi, è nata dalla denuncia del presidente di Sos racket e usura Frediano Manzi, che aveva raccolto le testimonianze di alcune vittime di usura ed estorsione, secondo le quali Ferrigno avrebbe promesso di «accelerare le pratiche per accedere al fondo antiracket e antiusura, farle passare in commissione, se avesse ottenuto in cambio prestazioni sessuali». In merito Frediano Manzi era stato sentito come persona informata sui fatti, ma il pm aveva poi secretato gli atti. «Da tempo circolavano le voci nel nostro ambiente di prestazioni sessuali che erano richieste soprattutto alle vittime di usura che presso la sede del Comitato Nazionale Antiracket a Roma, in Via Cesare Balbo 37, entravano in contatto con il Prefetto Carlo Ferrigno». Così si apre la lunga nota pubblicata sul sito dell'associazione antiracket già nel febbraio del 2010. All'epoca risalgono anche le testimonianze video registrate nella sede dell'associazione. Le presunte vittime di Ferrigno raccontavano la disavventura con il funzionario che era arrivato a molestarle pesantemente. «Queste voci riferivano di una prassi consolidata e perpetrata negli anni dal Prefetto: accelerare le pratiche per accedere al fondo antiracket e antiusura. Nel caso fossero stati uomini a far domanda al fondo, era loro richiesto esplicitamente se avessero avuto una "amica" da presentargli». Secondo quanto Manzi scriveva sul sito dell’associazione «era abitudine del commissario antiracket inviare un autista (...) con la macchina in dotazione del ministero a prelevare prostitute giovani e soprattutto minorenni, per fare orge e festini presso l’abitazione del Prefetto a Roma». Il nome di Ferrigno è poi spuntato in un’intercettazione svolta nell’ambito dell’inchiesta sul caso Ruby il 29 settembre 2010, in cui Ferrigno dice a un uomo parlando delle feste del presidente del Consiglio: «C’erano orge lì dentro non con droga, non mi risulta. Ma bevevano tutte mezze discinte. Berlusconi si è messo a cantare e a raccontare barzellette. Loro tre (Berlusconi, Mora e Fede) e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi alla fine erano senza reggipetto solo le mutandine strette...». Un racconto che all'alto funzionario era stato fatto da Maria Makdoum, ventenne danzatrice del ventre in un caso ospite a Villa San Martino. La ragazza era diventata la sua amante, e per controllarla avrebbe anche violato il sistema informatico del Ministero dell'Interno. Da quanto si è saputo, Ferrigno controllava i contatti telefonici della Makdoum, anche grazie all'aiuto di altre persone indagate. In particolare, aveva l'accesso ad alcuni account e a delle password per spiare il traffico telefonico della ragazza. Il presidente dell'associazione Sos-Racket e Usura, che ha dato il la all'inchiesta, Frediano Manzi commenta così l'arresto: «Noi siamo stati gli unici tra tutte le associazioni antiracket a denunciare questo fenomeno. Ora pretendiamo che vengano verificate le posizioni di tutti coloro che hanno ricevuto i finanziamenti disposti dal prefetto Ferrigno dal 2003 al 2006 periodo in cui è stato commissario Antiracket».”
Ma c’è di più. Sulle cronache locali di tutta Italia ci sono pagine e pagine che parlano del fenomeno: Fallimentopoli.
A Torino. Ricostruisce i fatti, confessa e si giustifica: «il sistema mi è sfuggito di mano». Giovanni Marabotto, l’ex procuratore capo di Pinerolo, in provincia di Torino, arrestato per associazione a delinquere, corruzione, truffa aggravata, non ha potuto che ammettere le sue responsabilità davanti al sostituto procuratore Maurizio Romanelli che lo ha interrogato per un paio d’ore circa. Di più: al magistrato, l’ex procuratore capo ha di fatto "consegnato" il suo tesoretto, quello che nel corso delle indagini ancora non è stato trovato, "custodito" in un conto aperto presso una Banca di Monte Carlo. Un deposito al quale gli inquirenti erano già arrivati ma solo come "sigla", senza sapere fino ad ora che proprio lì l’ex magistrato aveva fatto confluire le sue "fortune", cioè tutte le somme percepite nel tempo sulla marea di perizie disposte su indagini "inventate" su almeno 375 società. L’ex procuratore capo ha confessato di aver preso tangenti nel corso degli anni. Ma non nella percentuale del 30%, come gli contesta l’accusa, ma "solo" del 10%. Il "resto" finiva in altre tasche di quella piccola "catena" di consulenti, collettori e amici fidati creato ad hoc.
A Milano. Il Caso Maria Rosaria Grossi. A parlare negli interrogatori è Mauro Vitiello, magistrato in servizio al Tribunale di Milano, sezione fallimentare e dunque ex collega della Grossi: "Era sospettata di scambiare favori di natura economica con professionisti vari utilizzando il sistema della loro nomina nelle procedure concorsuali. Altra voce che correva sul conto della Grossi era relativa al fatto che avesse avuto relazioni sentimentali con avvocati e professionisti che lavoravano nello stesso settore dove lei svolgeva attività di giudice". Vitiello fa riferimenti espliciti: "La Grossi si occupò della vicenda lodo Mondadori (...)
A Firenze. Il giudice Sebastiano Puliga, già in servizio alla sezione fallimentare del tribunale di Firenze, e i professionisti che, secondo le accuse, avevano costituito con lui una sorta di comitato d'affari che lucrava sulle procedure fallimentari, sono stati rinviati a giudizio dal giudice dell' udienza preliminare di Genova Elena Daloiso. Sono accusati, a vario titolo, di concussione, corruzione, peculato, concorso in bancarotta. Si è chiusa così, con il rinvio a giudizio di 30 dei 36 indagati, l'inchiesta sul più grave scandalo scoperto a Firenze negli ultimi anni.
A Roma. La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Il magistrato è anche sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia. Usava una "falsa" identità, grazie a una tessera di riconoscimento che le era stata legittimamente rilasciata dalla Corte d'appello di Roma, ma sulla quale era riportata un'erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire "al riparo da possibili responsabilità patrimoniali". E c’è di più. Sono sei i magistrati finiti sotto inchiesta. Oltre a Briasco e al suo vice Anacleto Grimaldi, le imputazioni riguardano Pierluigi Baccarini, Vincenzo Vitalone, Pierluigi Bonato e Raffaello Capozzi. Gli ispettori li accusano di essere riusciti a farsi assegnare le pratiche più importanti aggirando le disposizioni sulla rotazione degli incarichi. E soprattutto di aver affidato la gestione dei fallimenti a commercialisti e avvocati di propria fiducia. Quale fosse la contropartita dovranno accertarlo le inchieste penali, ma il sospetto è evidente. I consulenti nominati ottengono infatti un compenso percentuale rispetto all' entità del fallimento e gestiscono i beni delle società in dissesto. Due di loro sono stati indagati per peculato dai magistrati romani che hanno poi trasmesso gli atti ai colleghi di Perugia competenti a indagare sulle toghe capitoline.
Ma che fine fanno i beni pignorati di cui si chiede la vendita?
Si premette che non sempre il magistrato procedente, sentito il Prefetto e il Presidente del Tribunale, opera la sospensione del procedimento di vendita, in caso di reato di usura.
Come spesso accade, può succedere, anche, che il magistrato titolare proceda alla vendita, (per dolo o colpa) nonostante nullità procedurali o addirittura insussistenza dei motivi, per intervenuto adempimento stragiudiziale dell'obbligazione.
Un’inchiesta di Enrico Bellavia per Repubblica svela come funziona il sistema delle aste giudiziarie. I trucchi e le pratiche illecite degli affaristi e delle cosche mafiose per pilotare le aste e far scendere di prezzo degli immobili. Un sistema che sulla carta offre “garanzie e trasparenza” ma che nella realtà…
Una casa su dieci passa di mano alle aste giudiziarie. Un mercato nel grande mercato immobiliare. E in costante crescita, con il trenta per cento di transazioni in più ogni anno. Centocinquantamila gli immobili ceduti in un anno. Con previsioni di ulteriore espansione, considerando che le proprietà a rischio di procedura esecutiva sono più del doppio. Dieci miliardi sui 100 della borsa del mattone vengono già spesi così, all'interno di un sistema che, sulla carta, offre mille garanzie di trasparenza, ma che gli operatori per primi considerano una prateria per le scorribande di speculatori affaristi e mafie. I vecchi proprietari rientrano con le buone o con le cattive in possesso degli immobili perduti, i nuovi potenziali acquirenti sono indotti a mollare l'affare o a versare sostanziose tangenti per non incontrare ostacoli. Agenzie che operano alla luce del sole e faccendieri che si propongono come consulenti alle aste si infiltrano tra le pieghe delle regole che governano gli incanti, ne pilotano gli esiti e fanno incetta di immobili.
Per il cittadino qualunque avventurarsi nell'acquisto di una casa o di un terreno messi in vendita dai tribunali equivale a intraprendere spesso un percorso pieno di insidie. Per evitare le quali il ricorso all'intermediazione diventa l'unica alternativa. Ma come funziona il sistema? Dove sono le trappole? Quali i trucchi?
Un esperto di aste che conosce bene quel mondo confessa candidamente: "Per un acquirente che decida di concorrere da solo, le speranze di concludere positivamente l'affare si assottigliano e di molto e soprattutto si assottigliano le previsioni di strappare un immobile a prezzi stracciati. Quello è mestiere per chi sa tenere a bada le offerte fino a far crollare il prezzo ed entrare in gioco solo quando le decurtazioni hanno fatto precipitare il valore del bene". Un gioco di nervi, ma anche e soprattutto di astuzia. Che autorizza metodi spicci, come l'allontanamento preventivo dei concorrenti o i patti di cartello che consentono la turnazione alle aste di gruppi organizzati. Si calcola che a rischio sia almeno il venti per cento delle compravendite, in cifre due miliardi di euro all'anno. Con buona pace del fisco che vedrà volatilizzarsi parte del proprio gettito in favore di una "tassazione criminale".
Il sistema prevede che la vendita sia gestita da un giudice. Ma, con l'obiettivo di velocizzare le transazioni e smaltire l'arretrato, chiudendo in tempi ragionevoli procedure esecutive che durano anche 15 anni, dal primo marzo 2006 si è introdotta la delega ai professionisti. Avvocati, commercialisti, esperti contabili, oltre ai notai che già operavano in precedenza, possono ora procedere alla vendita. Le aste sono pubbliche, chiunque può assistervi - gli annunci compaiono sui giornali e su Internet - e chiunque, meno che il vecchio proprietario, può concorrere. Nella vendita senza incanto le offerte arrivano in busta chiusa e rimangono segrete fino alla data fissata per l'aggiudicazione. Nel sistema con incanto, invece, le offerte vengono formalizzate a voce. La procedura prevede un sistema alternato fino a sei tentativi, esauriti i quali l'immobile scende ancora di prezzo e si ricomincia.
Prima di farsi avanti, nella prassi, si seguono delle regole. "C'è da sapere intanto - spiega la fonte che opera nel mondo delle aste - a chi appartiene l'immobile. Il nome del proprietario, soprattutto in certi ambienti, può dire molto e un passaparola sotterraneo consente di sapere se non ci sono ostacoli o se ci sono interessi precisi su quella casa, su quel terreno o su quel capannone industriale. La regola, in questi casi, è starsene alla larga il più possibile. Tutto deve svolgersi nella massima segretezza sino al momento dell'asta. Nei fatti però, basta conoscere in anticipo se ci sono altri potenziali acquirenti e avvicinarli, o contattarli appena dopo l'aggiudicazione per costringerli a ritirarsi o a pagare una tangente per ottenere il via libera all'affare e il gioco cambia". Chi opera in quel mercato sa che le informazioni equivalgono a moneta sonante. Accaparrarsele è il primo obiettivo. I fascicoli delle procedure stanno nei tribunali. Hanno accesso a quelle carte giudici e cancellieri. Conoscere per tempo lo stato della pratica garantisce un indubbio vantaggio. Ma l'idea che solo attraverso un'interessata fuga di notizie sia possibile garantirsi il primato è riduttiva. L'avvento dei professionisti nel gioco delle vendite ha moltiplicato, senza risolverli, i conflitti di interesse. Capita che a occuparsi dell'incanto sia lo studio di riferimento di un legale che ha seguito la procedura in passato come avvocato della banca intenzionata a rientrare del mutuo erogato e non pagato. Capita che la stima dell'immobile che deve andare all'asta sia affidata a un tecnico che ha rapporti di parentela diretti o indiretti con chi fatalmente concorre all'acquisto. L'esperienza e l'affidabilità richiesti come requisito per l'affidamento degli incarichi, mostrano come rovescio, la concentrazione in poche mani delle procedure delegate.
Le indagini che hanno gettato luce sul mondo delle aste truccate rivelano la costante presenza di "ganci" interni che offrono su un piatto d'argento informazioni da spendere al banco di intermediari che agiscono quasi sempre in gruppo, con o senza la copertura delle cosche, a seconda dei contesti. Ma sono quasi sempre indagini nate in altri ambiti che poi svelano i meccanismi delle combine. Le intercettazioni si rivelano fonti primarie. A Milano, dove si registra il record di aste, dieci anni fa, fu un giudice a insospettirsi per la presenza costante alle aste di alcuni personaggi. Chiese e ottenne che si aprisse un'inchiesta. Furono piazzate anche delle microspie e si scoprì così che c'era un gruppo capace di scoraggiare gli acquirenti fin dietro la porta del magistrato con minacce esplicite. Da Palermo, a Lecce, passando per Reggio Calabria, tre inchieste nate intorno a vicende di mafia, hanno permesso di ascoltare in diretta come prassi e metodi si pieghino agli interessi più disparati. Ma sono scoperte, per così dire casuali, all'interno di indagini partite per altro. Ma quali sono i metodi? Chi sono i mediatori? Come agiscono? Fatalmente è dalle indagini di mafia che arrivino le informazioni più aggiornate sulle storture del sistema. Svelano l'esistenza di colletti bianchi, professionisti al servizio di cosche più o meno organizzate che mettono a disposizione informazioni ed esperienza per pilotare il sistema.
A Palermo, nel 2008, era il potente clan dei Madonia a giocare con un misterioso avvocato mai individuato per assicurarsi di rientrare in possesso degli immobili finiti in una procedura fallimentare. Beni per milioni che, riacquistati all'asta, attraverso prestanome sarebbero sfuggiti così alle misure di prevenzione patrimoniale a carico dei padrini.
In Calabria, dove periodicamente, si sono accesi i riflettori sulle aste, a giugno scorso, l'indagine del Ros dei carabinieri, Meta, coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone ha permesso di accertare che intorno alle aste due cosche un tempo rivali, quelle degli Imerti-Condello e quella dei De Stefano-Tegano-Libri, sotto l'egida di Cosimo Alvaro di Sinopoli avevano siglato un patto di non belligeranza in nome degli affari. Compravano come immobiliari capaci di stare sul mercato con una solvibilità immediata. Gestivano il riacquisto per conto degli affiliati ma avevano allargato il giro stimato in cento milioni di euro, proponendosi come veri intermediari. Perno fondamentale era l'avvocato Vitaliano Grillo Brancati: non uno 'ndranghetista, ma un colletto bianco molto utile, "capace di spianare la strada" per le aggiudicazioni. Un professionista, un esponente della zona grigia che "supportava", come ha spiegato il procuratore nazionale Pietro Grasso, le operazioni della criminalità organizzata. Vitaliano Grillo Brancati avrebbe mandato avanti la moglie Anna Maria Tripepi, anche lei avvocato, a fare incetta di immobili. Non solo mafia anche in Calabria. A Vibo Valentia, nel maggio 2010, in cinque sono finiti arrestati dopo la scoperta di un carico di marijuana nel capannone del responsabile delle vendite giudiziarie. Si è ricostruita da lì una combine delle aste soprattutto dei beni mobili. Il resto lo ha spiegato un imprenditore che aveva perso la propria casa a un'asta beffa.
Nella intermediazione pura erano specializzate due famiglie pugliesi, una guidata da Salvatore Padovano di Gallipoli, l'altra dai Coluccia di Galatina, i cui affari sono stati radiografati a novembre 2010 dalla procura di Lecce guidata da Cataldo Motta. Gli emissari dei clan costituivano agenzie di mediazione capaci di restituire i beni agli insolventi, dietro pagamento di una provvigione. L'indagine ha subito una brusca accelerazione per una fuga di notizie che vedeva sospettato un ufficiale dei carabinieri. Ed è stata ritrovata anche un'agenda sulla quale il mediatore alle aste, Giancarlo Carrino di Nardò, aveva annotato tutti i suoi interventi. In una intercettazione il boss gli ricordava: "Noi siamo legati da complicità".
C'è poi l'aspetto del riciclaggio del denaro. Tra cauzione e oneri, per partecipare a un'asta, bisogna disporre di denaro contante: il dieci per cento subito, il saldo dall'aggiudicazione con assegni circolari in un periodo che va dai venti ai sessanta giorni. Tempi troppo stretti se si considerano quelli medi per ottenere un mutuo. All'acquisto si arriva con assegni circolari emessi dagli istituti bancari. E qui c'è un'altra possibile falla: "Il sistema dei controlli - spiega il professionista delle aste - è assolutamente inesistente. A partire dalla provenienza dei soldi che arrivano a costituire il capitale di acquisto. Basta aggirare le norme antiriciclaggio, con la complicità di una mano amica dietro allo sportello, per trasformare il denaro contante di dubbia provenienza in assegni circolari, e trovarsi in mano soldi puliti con i quali comprare all'asta un bene che rientra nel circuito legale. Nessuno va veramente a controllare come si sia costituito quel capitale: se provenga da un mutuo, da risparmi o dalla massiccia immissione di contante ripulito in banca". La lavanderia ha così il bollo del giudice.
L’usura, secondo l’art. 644 c.p., è l’attività di chi si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, secondo il calcolo della media dei tassi applicati ai titoli di Stato. A differenza delle vittime della mafia, a cui la legge 44/99 ha riconosciuto a tutti l’indennizzo per i danni subiti e non risarcibili dal responsabile, alle vittime dell’usura si applica una discriminazione ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi, per far fronte alle obbligazioni.
Secondo la legge 108/96 al "Fondo di solidarietà per le vittime dell'usura" istituito presso l'ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento iniziative anti-racket possono accedervi solo soggetti economici.
Il Fondo provvede alla erogazione di mutui senza interesse di durata non superiore al quinquennio a favore di soggetti che esercitano attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o comunque economica, ovvero una libera arte o professione, i quali dichiarino di essere vittime dei delitto di usura e risultino parti offese nel relativo procedimento penale. Il Fondo è surrogato, quanto all'importo dell'interesse e limitatamente a questo, nei diritti della persona offesa verso l'autore del reato.
Pare chiaro che il cittadino comune, vittima dell’usuraio, in quanto costretto da circostanze avverse a rivolgersi a questi per impedimento di accesso al credito da parte delle banche, sia discriminato dalla legge.
La stessa legge 44/99 ha introdotto la possibilità di ottenere la sospensione dei termini esecutivi per 300 giorni e di tre anni per quelli fiscali, sino all'esito dei giudizi penali incardinati a seguito di denunzie delle vittime. La sospensione la concede il giudice procedente, sentito il parere del Prefetto rilasciato entro 30 giorni dalla richiesta.
Anche sulle stesse sospensioni vi era discriminazione, sanata dall’intervento del parere emesso dal Consiglio di Stato il 3 dicembre 2007, in seguito al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il decreto del Commissario Straordinario del Governo Prefetto Lauro.
Oggetto del ricorso fu l’illegittimo orientamento seguito dal Comitato di Governo nel quantificare il danno da usura bancaria ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi previsto dalla L. 44/99 . Difatti pur riconoscendo lo status di usurato bancario l’ufficio Amministrativo sopra menzionato ha ritenuto di dover diversificare e penalizzare la condizione.
Il Consiglio di Stato ha accolto le critiche denunciate e ha riconosciuto che: “… Manca d’altronde, qualsivoglia precetto che legittimi una diversità di trattamento. Né può essere ravvisato nell’ordinamento attraverso una interpretazione contraria al principio di uguaglianza e ragionevolezza che struttura l’intero sistema costituzionale…”
Così argomentando il Consiglio di Stato ha dichiarato che l’atto impugnato è illegittimo e va conseguentemente annullato. Tale parere rappresenta una pietra miliare all’interno delle procedure di erogazione dei fondi e costituisce il modello interpretativo e di indirizzo al quale tutte le Prefetture d’Italia e l’ufficio del Commissario Straordinario di Governo dovranno attenersi.
Nell’intervista rilasciata a “Striscia la Notizia” il 18.12.07, il Commissario Straordinario del Governo, Prefetto Lauro, ha manifestato la volontà di costituirsi parte civile in tutti i procedimenti di usura ed estorsione bancaria.
Per la gente comune l'usura ha un significato del tutto incomprensibile, che rimane tale sino a quando accade di trovarsi nella condizione di ricorrere a un certo e oscuro amico, in apparenza benefattore. Completamente diverse sono invece le circostanze che inducono imprenditori e professionisti a ricorrere al credito alternativo a quello convenzionale. Mentre per il nucleo famigliare il ricorso all'usura avviene solo in circostanze straordinarie, per risolvere problemi che la normale redditività non consente di appianare, per gli imprenditori e i professionisti il meccanismo del ricorso all'usura scatta, quando per una qualsivoglia ragione si ritrovano incagliati verso la banca che gli ha dato credito, quando si accumulano rate insolute di mutuo o vengono revocati i crediti affidati.
In pratica si diviene potenziali vittime di usura a partire dal momento in cui il proprio nominativo viene censito dalla Banca Dati CRIF o dalla Centrale Rischi di Bankitalia o ancora nella Centrale di Allarme Interbancario, anche quando si è incorsi nel semplice caso che un proprio assegno è risultato scoperto a prima presentazione, o sia stato richiamato dal suo presentatore per accordi col debitore. La situazione di affidabilità peggiora poi se l'imprenditore o il professionista sono incorsi in protesti di assegni o cambiali.
In pratica, per il sistema bancario e finanziario del nostro paese, ai cittadini, alle imprese e ai professionisti i cui nomi finiscono nelle predette Banche Dati, indipendentemente dal loro patrimonio e dalle loro capacità reddituali, non viene data alcuna possibilità di appello, poiché sino a quando i loro nomi risultano nella lista nera sono e saranno letteralmente inibiti ad ogni operatività col sistema bancario. Fatto più grave, che, mentre per gli evasori fiscali, per coloro che incorrono in abusi edilizi e per una infinità di reati o condannati a pene detentive fino a tre anni, sono previste sanatorie, condoni e indulti che fanno sparire ogni traccia degli eventi e consentono a questi soggetti piena operatività, per i malcapitati dei protesti la situazione diviene drammatica, poiché non viene loro consentita alcuna possibilità di operare con e tramite banche, neppure volendo operare con mezzi e soldi propri, anche quando sono in grado di dimostrare di avere assolto al pagamento dei titoli finiti in protesto.
Problema per il quale, l'ABI e le banche tutte, si ostinano a negare soluzioni obiettive.
Va considerato che le banche sono gli unici soggetti abilitati dalla legge alla raccolta dei risparmi e al reimpiego con il credito. La situazione non è cambiata neppure quando nell'estate del 2006 è intervenuto il famigerato decreto Bersani n.248/2006 che col suo art.35, comma 12, obbligava gli italiani, a effettuare tutti i pagamenti tramite banca, carte di credito o bancomat, per consentire la tracciabilità e limitava sotto la soglia dei 500 euro ogni pagamento con l'utilizzo di contante.
Secondo il Centro Studi SNARP, in Italia, oltre 6 milioni di cittadini e imprese sono costretti ad operare in modo sommerso, solo perché, in modo del tutto incostituzionale, sono esclusi dalla possibilità di operare attraverso le banche. Un problema, ripetiamo, che vede coinvolti oltre 6 milioni di protestati, in aggiunta agli oltre 15 milioni censiti nella CRIF e nella Centrale Rischi.
Più di 20 milioni di cittadini dunque ai quali è preclusa l'operatività.
Il Consorzio Patti Chiari di emanazione ABI, costituito da circa 150 Banche, ha istituito sì "il conto corrente di base", si dà il caso però, che tutte le volte che lo SNARP ha trasmesso richieste in favore di soggetti per i quali tale tipo di conto sarebbe stato istituito, le banche non hanno mai ritenuto opportuno aprirlo, neppure quando si è fatto prioritariamente dichiarare agli interessati che non avrebbero richiesto il libretto degli assegni, e che avrebbero operato solo con mezzi propri.
Ma veniamo al nocciolo del problema. Con queste premesse e limitazioni, risulta inevitabile che in situazioni di bisogno, chi non può disporre di soluzioni convenzionali sia costretto a ricorrere a soluzioni estreme. E dopo essere finito nelle mani degli usurai, comincia per i malcapitati un periodo più o meno di lunga agonia, in dipendenza della durata del rapporto e soprattutto della dipendenza economica del soggetto sventurato.
Il Ministero dell'Interno anno dopo anno ha fatto costosissime campagne informative sulla legge anti-usura e anti-racket per esortare le vittime dell'usura e del racket a sporgere denuncia per essere protetti dalle istituzioni, ma tutto ciò si scontra con una dura realtà.
Il Prof. Francesco Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, ha avuto modo di istruire e seguire oltre 8 mila denunce, col risultato che, pur in presenza della documentata consistenza di ipotesi di reato, almeno la metà delle stesse, rimaste per anni insabbiate, sono state archiviate per prescrizione dei reati; per circa il 40% delle denunce è stata richiesta l'archiviazione, le cui opposizioni hanno condotto al rinvio a giudizio solo in una decina di casi; e per circa il 10% si sono ottenuti i rinvii a giudizio degli aguzzini con qualche condanna.
Di contro, il 92% delle vittime che hanno denunciato i propri aguzzini non hanno mai ottenuto l'accesso ai mutui di solidarietà, anche quando gli usurai sono stati condannati. Non è andata meglio per coloro che hanno invocato i fondi per la prevenzione, con cui viene garantito l'80% delle somme erogate; poiché gestiti dalle banche, nella maggior parte dei casi vengono concessi solo in favore di soggetti indebitati con le medesime, le quali così recuperano i loro crediti, spingendo gli altri, che hanno sofferenze con soggetti diversi dalle stesse, nelle braccia degli usurai.
Va fatto notare che, la maggior parte delle denunce sono state presentate per il reato di usura bancaria, fronte su cui la magistratura ha quasi sempre mantenuto un atteggiamento di notevole distacco, evidentemente perché considera usura, solo quella praticata da chi non espleta attività bancaria, e non invece l'usura praticata dalle banche, specialmente dopo l'uscita della contestata legge n. 24/2001 di interpretazione autentica della precedente legge n. 108/96, che autorizza il sistema creditizio ancora oggi a percepire interessi alle condizioni stipulate sui contratti antecedenti al 1996, frequentemente a tasso superiore al 40% annuo.
Ma tornando alle vittime, divengono ancor più vittime dopo la presentazione delle denunce: rimangono isolate più di prima, e tenute a debita distanza dalle banche e dagli usurai. Le richieste di accesso al fondo di solidarietà si sono rivelate un autentico fallimento, poiché la maggior parte dei soggetti ammessi, hanno richiesto 100 ed hanno ottenuto delibere per 20, e, per ottenere i 20, hanno dovuto attendere mesi, se non addirittura anni. La lungaggine burocratica è dovuta prima alle Prefetture delegate alla gestione amministrativa delle domande e poi al Comitato Consap, istituito presso il Ministero dell'Interno.
Peggio ancora l'iter per ottenere la sospensione dei termini esecutivi, che in passato hanno consentito il salvataggio di molte gravi situazioni. Difatti dopo la pronuncia della Corte Costituzionale n.457 del 14/12/2005, che ha attribuito al giudice delle esecuzioni il potere di concedere le sospensioni, si è rivelato del tutto inutile l'iter che prevedeva la domanda al Prefetto per l'emissione del decreto che autorizza la sospensione, subordinata però all'acquisizione del parere positivo del Presidente del Tribunale e di quello del pubblico ministero designato all'istruttoria delle denunce, con il risultato, che, anche in presenza di tutti e tre i pareri positivi, i giudici delle esecuzioni si ostinano a rigettare le richieste di sospensione delle esecuzioni e delle scadenze fiscali, dando così impulso a illegittime espropriazioni di interi patrimoni, calpestando ogni diritto che compete alle vittime, che si ritrovano beffate e ingannate. Tutto questo, mentre per la crisi che ha investito l'economia mondiale, nell'ultimo anno è aumentato del 27% l'indebitamento delle famiglie, è cresciuto del 32% il numero dei soggetti costretti a ricorrere agli usurai, ed è paurosamente aumentato il numero dei suicidi per debiti.
Secondo Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, “sembrerebbe esserci un patto federativo fra banche, uffici amministrativi, Prefetture, uffici giudiziari affinché i diritti dei cittadini vengano calpestati”.
Parole durissime che vengono pronunciate con la massima tranquillità, perché nascono da dati di fatto, sottolinea Petrino, docente di Diritto bancario. Una particolare forma mentis induce a pensare all’usura come a un reato commesso da nomadi, pseudo finanziarie, associazioni di falsi samaritani. In realtà “i principali usurai sono le banche”, afferma Petrino. Non è un caso che la legge anti-usura preveda anche l’usura bancaria che viene sanzionata sotto il profilo penale e civilistico.
Dal punto di vista civilistico esiste un articolo secondo cui anche le banche che superano per tasso le soglie stabilite trimestralmente dalla legge incorrono nel reato di usura. Il Consiglio di Stato ha stabilito che quando le banche si macchiano di usura sono sanzionabili penalmente e civilmente con la perdita degli interessi, “mentre la magistratura – attacca Petrino – si ostinava a far passare i tassi bancari ripristinandone il diritto”.
“In teoria la legge anti-usura ha istituito tutele per i cittadini e le imprese che denunciano il fenomeno (famoso lo slogan ‘denunciate l’usura e le estorsioni, noi vi tuteleremo’); nell’arco di dodici anni abbiamo presentato 8 mila denunce, ma nessuno di loro è stato tutelato dalla legge”.
Come se non bastasse “i Comitati di gestione dei fondi anti-usura hanno privilegiato soggetti che non avevano alcun diritto, tanto che sono partite inchieste sull’utilizzo dei fondi, chi li ha concessi, chi ne ha beneficiato; per non parlare poi – continua Petrino – del Fondo di prevenzione del fenomeno usuraio gestito da Confidi attraverso le banche che avevano concesso finanziamenti solo a soggetti che erano scoperti con quella banca. Il risultato? Imprese lasciate sole”.
Per Petrino la realtà è che le “banche si sono dimostrate istituzioni espropriative”. Il presidente nazionale punta il dito anche contro le Prefetture “responsabili di incomprensibili ritardi”.
Le anomalie sono tante, non ultima la sospensiva dei termini di esecuzione in attesa che i responsabili vengano rinviati a giudizio: “Troppe volte i giudici non tengono conto della sospensiva”. In altri casi vengono concessi i 300 giorni, ma l’istruttoria poi non viene conclusa (chissà come mai) e i beni finiscono venduti all’asta. Secondo Petrino “la banca è una società speculativa che eroga il credito dopo aver valutato l’immobile; quando il debitore diventa inadempiente e c’è un rapporto superiore al 60 per cento fra valore immobiliare e debito reale, la banca non può far vendere l’immobile da 100 a 40, ma tutt’al più prenderlo e rimborsare il debitore”.
A ingarbugliare il quadro ci si mette anche il ‘caso Banca d’Italia’: “La Banca d’Italia non è un organo dello Stato in quanto è stata venduta ad alcune banche”, spiega Argo Fedrigo, imprenditore, presidente del Comitato di sovranità monetaria. In pratica “la Banca d’Italia è privata e controllata da due Istituti che fanno capo all’estero: San Paolo Intesa e Capitalia Unicredit, queste ultime due dovrebbero essere controllate e invece controllano la Banca d’Italia; questo significa che la carta moneta non è di proprietà dello Stato, bensì delle banche”.
L’usura bancaria e l’usura comune, comunque indotta dalla banche, è solo un tassello anomalo del sistema creditizio italiano.
Altro tassello anomalo è l’impedimento della portabilità dei mutui da una banca ad un’altra. Tutti gli istituti di credito più importanti del nostro Paese sono stati condannati dall’Antitrust per pratiche commerciali scorrette per non aver applicato la legge sulla portabilità dei mutui (art. 8 della legge n. 40/2007), che non prevede spese a carico del consumatore per trasferire il mutuo a un’altra banca. L’ inchiesta aveva svelato il comportamento scorretto del 95% delle banche italiane che, nonostante il dettato della legge, facevano pagare il trasferimento del mutuo ostacolando la concorrenza e impedendo al cittadino di risparmiare. Chi è stato costretto a pagare le spese richieste dalla banca per trasferire il mutuo con la surrogazione ha diritto a chiederne il rimborso. La condanna dell’Antitrust è la conferma ulteriore che si è trattato di una richiesta illecita.
Altro tassello anomalo è la costituzione di società ad hoc per la gestione dei fallimenti. Le principali banche hanno infatti costituto apposite società denominate "Asteimmobili", nei principali Tribunali (Roma, Milano, Genova, ecc.), con la finalità di chiudere il cerchio quando i tartassati e maltrattati utenti non hanno la possibilità di adempiere alle obbligazioni, specie su mutui e prestiti.
ABI e banche si sono quindi ritrovate ben presto, con personale impiegato nella società costituita “Asteimmobili” a fare lavoro di cancelleria come altri pubblici ufficiali (con la non piccola differenza di non essere entrati per concorso e di non aver dovuto "prestare giuramento di fedeltà" allo Stato) in gangli alquanto delicati come le esecuzioni immobiliari, le procedure fallimentari, gli uffici dei giudici di pace, le corti d'appello sia civili che penali, le stesse procure.
Le precedenti società, per aver offerto un invidiabile vantaggio competitivo imbattibile, ossia la gratuità del servizio offerto, che svolgevano questo delicato lavoro, come Data Service ed Insiel, sono state sostituite dalla Asteimmobili Servizi spa con sede sociale presso l'A.B.I. (via delle Botteghe Oscure 46 di Roma) e come soci un pool di banche, quali Intesa San Paolo S. p. A., SI TE BA S. p. A., UGC Banca (Gruppo Unicredit), ICCREA Holding, Banca Monte Paschi di Siena, Credit Servicing, Banca Sella, Banco di Desio, Banca Carige, Banca Popolare di Verona e Novara, Interhol 2001 s.r.l., Banca del Piemonte, Bipielle S.G.C., Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Banca Popolare di Lajatico, Banca Popolare di Sondrio.
Come mai imprenditori taccagni e vessatori come le banche, dovrebbero offrire prestazioni di servizio gratuite allo Stato?
Per chiudere il cerchio, essendo la Asteimmobili di proprietà dell'Abi, e delle banche,che avrebbero investito 3,5 milioni di euro in questa operazione, con una generosa offerta con la finalità privatistica, come ad es. la trasformazione dei pignoramenti degli immobili (chiesti al 99% dalle stesse banche!) in vendite all'asta; oppure le procedure fallimentari di società (che devono soldi alle banche, altrettanto spesso); l'archiviazione (o no, si potrebbe anche sospettare, visto che non sempre il deposito di un atto processuale di diritto civile prevede rilascio di una ricevuta) degli atti e delle sentenze. Le banche gestiranno questi servizi con molta più efficienza, ma con minore attenzione per l'interesse pubblico, per la terzietà degli atti della pubblica amministrazione, per i diritti dei vessati cittadini sottoposti ad ogni sorta di abuso da parte degli Istituti di credito, alla stessa stregua di un “Dracula” chiamato a gestire la banca del sangue !
Per questo evidente conflitto di interessi tra gli istituti di credito, che avrebbero il dovere di salvaguardare anche il sudato risparmio investito nelle abitazioni per acquistare la prima casa per abitarci, tutelato dalla Costituzione, e la voracità di banche, non aduse a guardare mai le esigenze dei cittadini ed andare incontro a temporanee esigenze per onorare gli impegni, nel caso di specie con l’allungamento non oneroso della durata dei mutui stessi, i Senatori Di Lello, Casson (ex magistrati penali) e Bordon, hanno presentato una interrogazione parlamentare al Governo, mentre l’Adusbef, ha presentato esposti denunce alle Procure di Milano, Roma e Genova.
Il risultato delle anomalie su indicate è che da Nord a Sud, un sodalizio criminale in grado di condizionare l’attività giudiziaria, attraverso la collusione di intranei ai centri di comando della magistratura, sino alla Suprema Corte di Cassazione e al C.S.M., controlla indisturbatamente, da oltre 40 anni, le vendite giudiziarie e i fallimenti, garantendo impunità ai magistrati collusi con banche, finanziarie, usurai, speculatori, partiti e criminalità organizzata.
Era il 1998 quando la legge di riforma dava il via all'ambizioso progetto teso all'ottimizzazione delle tempistiche e della prassi legate alla vendita degli immobili da parte dei Tribunali competenti. In quel periodo il Tribunale di Milano era sommerso da una vera e propria valanga di procedure: 11.000 quelle pendenti, di cui 4.000 in attesa della fissazione della prima udienza, come dire bloccate a causa del mancato deposito dei certificati richiesti (quelli che in gergo tecnico vengono definiti "certificati ipocatastali"). Ed è stata sempre la stessa riforma a dare un "colpo d'acceleratore" all'intero comparto delle procedure esecutive, grazie alla sostituzione del certificato ipocatastale col certificato notarile ed alla sostituzione di termini più brevi per il deposito, pena l'estinzione della procedura stessa. Ma l'entrata in vigore di una normativa non sempre coincide con l'effettiva sua applicazione. Un impulso concreto, perciò, alla prassi delle esecuzioni immobiliari si è registrato grazie al lavoro sinergico promosso da un pool di magistrati di Milano unitamente all'Ordine degli avvocati ed al Consiglio notarile.
Obiettivo: coniugare garantismo ed efficienza nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti in materia. Da qui la prassi inaugurata dal Tribunale di Milano in seno alle procedure immobiliari rappresentata dalla delega al notaio. Almeno per tutti quegli immobili di valore superiore ai 50.000 euro. Una formula, questa, che ha rappresentato un vero e proprio acceleratore. Attraverso la delega, infatti, ogni giudice riesce oggi, in ogni singola udienza, a rilasciare dalle 15 alle 20 deleghe. Potremmo dire che, considerati i tempi medi necessari all'espletamento della intera fase notarile, che vanno dai 6 ai 18 mesi, la procedura avviata dal Tribunale di Milano può, a pieno regime, garantire l'espletamento di una esecuzione immobiliare ordinaria nel giro di un anno e mezzo/due, un termine che può dirsi senza dubbio più ragionevole ed accettabile se confrontato alla media europea.
Non si può, comunque, dimenticare che il percorso dei giudici del Tribunale di Milano è stato particolarmente difficile, soprattutto nei confronti di un problema estremamente rilevante quale quello legato alla turbativa d'asta, vero e proprio tallone d' Achille per il sistema delle esecuzioni.
E' proprio su questo punto che i giudici sono intervenuti in maniera decisa denunciando alla Procura il fenomeno. I giornali allora parlarono di un "cartello" di speculatori per le “aste truccate”. Una specie di organizzazione in grado di condizione le gare per l'acquisto degli immobili pignorati. Come dire, nessuno poteva partecipare ad un'asta giudiziaria senza pagare una "commissione" che andava dal 10 al 15 percento del valore dell'immobile che intendeva acquistare. In caso contrario il "cartello" soprannominato allora "La compagnia della morte" avrebbe fatto lievitare al prezzo.
In passato, a partire dall’esperienza pilota del Tribunale di Milano, stampa ed istituzioni hanno dato grande risalto alla pretesa "innovazione" del sistema delle vendite giudiziarie, dedicando intere pagine, anche di pubblicità a pagamento, sui quotidiani nazionali, facendoci credere che con gli otto arresti di avvocati e pubblici funzionari della c.d. "compagnia della morte", si sarebbe posto fine al cartello di speculatori, in grado di condizionare le gare d’asta per l'acquisto degli immobili pignorati.
Ci hanno spiegato e confermato che per svariati anni una banda di "professionisti" ha potuto agire impunita, scoraggiando la partecipazione alle aste del pubblico, che veniva intimidito e minacciato, imponendo il pagamento di un "pizzo" pari al 10-15% del valore dell'immobile pignorato e pilotando l'assegnazione su società immobiliari vicine o su professionisti, soggetti privati e prestanome, i cui interessi spesso sono risultati riferibili agli stessi magistrati giudicanti, come nei tanti casi da noi vanamente denunciati.
Lo stesso dicasi per quanto attiene l'ambito delle procedure fallimentari, controllate da un vero e proprio racket di professionisti delle estorsioni, che con il caso del maxi-ammanco negli uffici giudiziari del Tribunale di Milano, da cui sono stati sottratti in 10 anni da una cinquantina di fallimenti, circa 35 milioni di euro, mietendo oltre 7000 vittime, ha messo a nudo una ultradecennale capacità di delinquere interna agli uffici istituzionali, in grado di resistere ad ogni denuncia-querela, forma di controllo ed ispezione ministeriale. Fatti per i quali si è cercato, anche in questo caso, di farci credere che tutto sarebbe avvenuto all'insaputa dei magistrati, dei vertici del Tribunale di Milano e degli organismi di controllo preposti (CSM, Ministero di Giustizia, Procura di Brescia, Procura Nazionale Antimafia), i quali, invero, seppure edotti di tutto, dagli anni ‘80, hanno sistematicamente insabbiato anche le stesse segnalazioni di magistrati onesti, come la dr.ssa Gandolfi, occultando solo negli ultimi anni svariate decine di migliaia di esposti a carico di avvocati, magistrati e curatori fallimentari, nei cui confronti sono rimasti del tutto inerti, giungendo, persino, a tollerare la dolosa elusione dell’obbligo di registrazione delle denunce nell’apposito Registro delle notizie di reato, tassativamente previsto dall’art. 335 c. 1° c.p.p. (26.000 procedimenti insabbiati e occultati in soffitta dalla sola Procura di Brescia).
Un fenomeno che caratterizza la vita giudiziaria in ogni parte del Paese, mettendo in evidenza, come la “mafia giudiziaria” non sia una questione legata alle sole zone del sud a forte concentrazione criminale, ma una condizione connaturata all’esercizio stesso della giurisdizione e al modo di gestire le funzioni giurisdizionali - a tutela di interessi particolaristici, corporativi e lobbistici - ovvero al modo di intendere le stesse finalità del diritto, secondo una visione deviata rispetto ai principi dello stato di diritto, ormai storicamente entrata a fare parte della cultura dominante e delle perverse logiche di amministrazione della cosa pubblica, ad esclusivo appannaggio di partiti e gruppi affaristici trasversali, che della giustizia e del suo capillare controllo hanno fatto strumento di arricchimento occulto e fonte di finanziamento illecito, in base ad un “codice non scritto”, secondo cui, indipendentemente dalle latitudini, vince chi ha le giuste aderenze ed entra a fare parte del “giro” dei comitati d’affari.
Un “codice”, imposto dalla politica e dalla cultura dominante che accomuna il nord al sud del Paese e fa di quella che possiamo con giusta causa definire “mafia giudiziaria”, un fenomeno di elevatissima pericolosità sociale e allarme per la stabilità democratica e la sicurezza nazionale, riferibile alle logiche dominanti di gestione del potere e del finanziamento illecito dei partiti, che dalla malagiustizia si alimentano, attingendo ingenti risorse, consenso e protezione, grazie ai legami con la massoneria e la criminalità organizzata e mafiosa.
Non crediate, dunque, di essere gli unici ad avere subito un'ingiustizia dallo svolgimento delle aste giudiziarie o da anomale procedure fallimentari. Si tratta di un sistema criminale istituzionalizzato, da nord a sud del Paese, voluto e alimentato dagli istituti bancari e dalle mafie locali. Un malaffare legalizzato dallo Stato, che tende a mostrare l'efficienza dei Tribunali, nascondendo ogni coinvolgimento di magistrati e infedeli funzionari.
Quattro anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Da “La Repubblica”. È la condanna emessa dal tribunale di Perugia nei confronti di Pierluigi Baccarini, giudice della sezione Fallimentare del tribunale della capitale accusato di aver "pilotato" diversi procedimenti fallimentari trai quali quello della società che amministrava il tesoro immobiliare della Democrazia Cristiana. La sentenza è stata firmata dal giudice Beatrice Cristiani che ha condannato anche a 2 anni il commercialista Luciano Quadrini in relazione al crac appunto dell' Immobiliare Europa. Sotto processo oltre a Pierluigi Baccarini e Luciano Quadrini era finito anche Ercole Pugliese ( condannato a 3 anni), arrestati alla fine del 2004 e poi tornati in libertà. Tra gli imputati anche la moglie del magistrato, Luisa Fasoli (condannata a 2 anni e 4 mesi) e l'avvocato Oreste Fasano che è stato assolto. L' inchiesta, per corruzione anche in atti giudiziari è stata coordinata dai pm Sergio Sottani, Roberto Rossi e Andrea Claudiani. Secondo l' accusa il giudice Baccarini per cinque anni, dal ' 99 al 2004, il giudice avrebbe «ricevuto ingenti somme di denaro» per agevolare le procedure assegnate con «artifici» al suo ufficio. Nella distribuzione delle consulenze avrebbe «favorito costantemente» Pugliese e Quadrini e a quest' ultimo avrebbe assicurato una gestione del crack dell' Immobiliare Europa, ex immobili Dc, «atta a garantire gli interessi» curati dal commercialista. L' inchiesta era scattata a Roma dalle indagini dei pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci che nel 2005 avevano scoperto una sorta di "comitato d' affari" che gestiva l'attività fallimentari degli uffici di viale Giulio Cesare.
Dalle cronache dei giornali si apprende che una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie. Mantovano lo ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti. Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.
“Un procedimento disciplinare per tutti gli avvocati coinvolti nella vicenda delle aste giudiziarie sottoposte all’indagine della Procura”. È quanto ha annunciato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce Luigi Rella. “Ancora non c’è nulla di certo – ha dichiarato il presidente – ma non appena riceveremo notizie ufficiali da parte della Magistratura, avvieremo un procedimento disciplinare nei confronti di chi è coinvolto”. Nel giorno in cui la categoria degli avvocati fa sentire la sua voce nell’ambito dell’omicidio Romano, che ha visto prendere di mira gli avvocati per lo svolgimento non trasparente di alcune aste giudiziarie, il presidente Rella avverte: “Abbiamo sentito l’esigenza di intervenire in questa vicenda che si è poi dilatata. Se ci sono avvocati coinvolti non si può genericamente dire che lo sia tutta la categoria”. Rella continua dicendo che il fenomeno di cui si è parlato in queste settimane riguardante le aste sospette, esiste indubbiamente e conferma la volontà, da parte dei giudici, di eliminare tutte quelle influenze negative che ci sono sulle aste. “A Lecce la giustizia è al collasso – conclude il presidente – ma non ancora al fallimento”.
Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.
I primi particolari dell’inchiesta sono emersi nella primavera del 2011, con numerose perquisizioni e l’arresto dell’avvocato barese Marco Vignola. Dopo che l’indagine ha toccato alcuni giudici le carte sono passate a Lecce, ufficio competente a indagare sui magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Quattro i filoni d’indagine. In tre sarebbero stati individuati comportamenti penalmente rilevanti da parte di toghe baresi, in merito, sembra, alle modalità con cui per anni sarebbero stati gestiti i mandati di pagamento delle curatele. È il tema toccato in due informative che gli investigatori hanno depositato a fine settembre e fine ottobre ipotizzando, sembra, anche la corruzione in atti giudiziari. Che le indagini potessero allargarsi lo si era intuito leggendo la richiesta di misura cautelare nei confronti di Vignola, indagato per falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. «Occorre capire - scriveva tra l’altro il Pm barese Ciro Angelillis, ormai ex titolare di tutti i fascicoli - se e come sia stato possibile operare nel modo contestato senza che altri soggetti (cancellieri, creditori, giudici, bancari, ecc.) operanti all’interno di uffici in vario modo al controllo se non proprio alla gestione congiunta (col curatore) del patrimonio fallimentare se ne siano avveduti; occorre capire se vi siano state connivenze o, addirittura, forme di concorrenza nei reati commessi».
L’indagine era partita dalla presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro che sarebbe stata commessa dall’avvocato Gaetano Vignola, padre di Marco, curatore fallimentare da almeno un ventennio. Ma ora l’inchiesta si è allargata: in uno solo dei quattro filoni passati a Lecce sarebbero analizzate otto procedure. Più recente invece il fascicolo su Marco Vignola, indagato nella veste di curatore della procedura fallimentare «Nova Tessile Srl». I fatti contestati al giovane legale - che ha assistito Alessandro Mannarini, uno dei tre «moschettieri» del caso Tarantini - si riferiscono agli anni 2000-2008 e riguardano presunti falsi mandati di pagamento e l’appropriazione di 1,6 milioni dai conti del fallimento. Soldi che il professionista sta restituendo alla nuova curatela.
Ora tocca a Lecce iniziare la fase degli accertamenti su alcuni magistrati baresi.
"Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore. Da anni denuncio al mondo l’anomalia dei fallimenti, su segnalazione dei miei associati locali, spesso vittime di racket ed usura e rappresentanti di comitati territoriali. Lo denuncio pubblicamente da Presidente nazionale di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Il fenomeno copre tutta la penisola, ma le note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere”.
Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.
Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.
E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.
E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d'ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.
E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice: al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.
Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.
Nelle Marche l'inchiesta sul crack delle aziende dell'imprenditore sambenedettese ha coinvolto ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.
In Abruzzo, l’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.
A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara e uccide il suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.
Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania. A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”. A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l'interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.
Il sistema lobbistico di potere delle banche usufruisce di altri favoritismi: lo scandaloso meccanismo delle cartolarizzazioni che non ha risparmiato le casse dello Stato, la piccola e media impresa e i cittadini.
E’ doveroso spiegare in che cosa consiste di fatto la cartolarizzazione e quali sono le ragioni per cui la definisco, la più grande truffa organizzata dal sistema bancario in danno degli italiani.
Nel 1999, quando alla guida del governo italiano in barba a Prodi si era insediato D’Alema, il quale all’insegna del partito della coalizione della solidarietà ebbe a propinare agli italiani il grande evento rappresentato dalla promulgazione della legge n. 130/99, che soltanto gli esperti non allineati compresero subito essere una legge istituita per salvare le banche. Difatti di li a poco sono esplose le tre principali vicende cui si allude, conseguenti al mancato rimborso in misura adeguata delle obbligazioni emesse dallo Stato argentino, nonché da società riconducibili al gruppo Cirio e al gruppo Parmalat, titoli di cui le banche italiane hanno infestato i nostri poveri risparmiatori allettandoli con prospettive di lauti facili guadagni, per la sola finalità di scaricare quelle che si sarebbero presto rivelate perdite sulla pelle della povera gente. Va ricordato che in Italia sono stati sottoscritti circa 12 miliardi di euro di obbligazioni argentine, 1 miliardo di obbligazioni Cirio e 4,8 miliardi di obbligazioni Parmalat. Nel complesso si tratta dunque di quasi 18 miliardi di euro, ossia l’equivalente di tre finanziarie, che in massima parte si sono tradotti in consistenti perdite per varie centinaia di migliaia di investitori. E non sono stati gli unici casi purtroppo.
«Non è con le suggestioni» o «con il vibrato richiamo enunciato dal pm Francesco Greco» ai «tremendi guasti della finanza 'tossica' che si ricostruiscono i reati nelle aule di tribunale», qui «non si tratta di un convegno ma di accertamento penale»: e «l’enfasi » dei pm, «esibita» per sostenere «una sorta di aggiotaggio immanente» (tipo «la vicenda Parmalat è talmente grave, i fatti così macroscopici che qui tutti sono responsabili di tutto... »), avrebbe meritato «impegno degno di miglior causa» verso «ben altri responsabili certi del default, usciti» invece «per strategia inquirente con pene irrisorie» in patteggiamenti «già oggetto di indulto».
Trecento pagine di motivazione non argomentano solo la condanna a 10 anni di Calisto Tanzi per aggiotaggio e le molte assoluzioni decise invece il 18 dicembre 2008 per amministratori di Parmalat e funzionari di Bank of America: i giudici Luisa Ponti (processo Sme), Giuseppe Gennari (inchiesta Telecom) e Silvia Baldi vi formulano anche inedite critiche all’«errore di fondo» dei pm «i cui effetti deleteri hanno attraversato tutto il processo»; alla Consob «priva di curiosità» sui debiti Parmalat; e alle «scarse (a essere benevoli) capacità mnemoniche» del testimone Enrico Bondi, commissario Parmalat. Il Tribunale esprime «notevole imbarazzo» per un’accusa che «soffre di quei medesimi gravi difetti già segnalati dal Gip che respinse la richiesta di giudizio immediato (Piffer nel 2004,)». «Non emendati» dai pm. Ad esempio, Bank of America (BofA) o i consiglieri non esecutivi di Parmalat «per quale ragione avrebbero dovuto scandalizzarsi», se nel 2003 «Consob con poteri ben più ampi al termine di un’accurata attività ispettiva non solo non contestava alcun addebito, ma attestava l’attendibilità dei saldi contabili? Sia chiaro, questa domanda non vuole suonare come una critica alla Consob», tanto più che «i suoi accertamenti sono stati ostacolati in ogni modo da Tanzi », e «poi vale sempre il principio che meglio tardi che mai».
Ma «neppure si può alzare il dito contro» la banca BofA «pretendendo, come sostiene la consulente del pm, che dalla mera lettura dei bilanci si scoprisse l’arcano mistero celato dietro le scritture Parmalat». Altrimenti bisognerebbe ripensare alle «curiosità che Consob non aveva nutrito in precedenza pur visionando i bilanci»: su Epicurum, l’asserito fondo d’investimenti da 7 miliardi di dollari e in realtà inesistente, «neppure Consob ha consultato Internet e non si è resa conto che doveva essere falso perché sarebbe stato, pur sconosciuto, uno dei dieci più consistenti al mondo». E Bondi? «Imposto — ritiene di scrivere il Tribunale — come sempre e come in altre note vicende italiane da Mediobanca, neanche a lui, che pure conosceva almeno superficialmente i conti Parmalat al momento di accettare l’incarico, è parso così sospetto il rapporto tra indebitamento e liquidità, altrimenti non si sarebbe adoperato così apertamente» per provare a pagare il bond del dicembre 2003, «operazione che ha indotto più di un investitore a tornare sul titolo, convinto che il gruppo si sarebbe salvato».
Il Tribunale, poi, «avrebbe avuto interesse a conoscere» anche «il contenuto degli accordi riservati» tra Bondi e il capo (Lagro) del team di suoi consulenti PwC, perché, «se i compensi fossero legati al successo delle iniziative giudiziarie intraprese da Bondi in base al lavoro di verifica del team, ciò non potrebbe non avere una ricaduta sulla valutazione del teste Lagro, che tanto più guadagnerebbe quanto più sostenesse tesi funzionali al commissario». E la tesi di Tanzi, io vittima delle banche voraci? «Se il Collegio non esclude che alcuni istituti possano aver lucrato illecitamente dal rapporto con Parmalat, non per questo il ruolo di Tanzi non può essere ridimensionato, visto che il 'sostegno' bancario è servito a mantenere un sistema di cui era ideatore e primo avvantaggiato». Delusi dalla sentenza erano stati i 42mila risparmiatori rinviati dai giudici penali a una futura quantificazione dei danni in sede civile. Nel rifiutare il ricatto morale di «insostenibili generalizzazioni in nome della generica tutela del risparmiatore o della 'enormità' della vicenda Parmalat», i giudici rivendicano l’impietosa «verità: accertare il nesso causale tra condotta e danno avrebbe richiesto un’istruttoria su ciascuna delle 42mila parti civili che, va detto senza infingimenti, era impossibile da svolgere», pena «tempi intollerabili e sicura prescrizione». Se mai, proprio questo fallimento «dovrebbe fare riflettere sull’idoneità stessa del processo penale a fornire adeguato strumento di ristoro in caso di violazioni di massa che interessano migliaia di persone».
Ma torniamo alla sindrome della cartolarizzazione. Le banche italiane nel 1999, tirando le somme del contenzioso maturato dopo la crisi del 1992, si sono accorte che avevano crediti ipotecari con difficili probabilità di recupero per parecchie migliaia di miliardi, oltre a decine di migliaia di miliardi di crediti chirografi. Avendo i rappresentanti del sistema bancario mantenuto sempre buoni rapporti con i sinistri “governi della solidarietà”, sin da quando l’ex governatore Carli è stato ministro del tesoro, Ciampi, presidente della Repubblica, Dini e Prodi presidenti del Consiglio, hanno caldeggiato al suo successore una legge che permettesse lo sgravio dei bilanci delle partite difficili e l’abbattimento dell’importo dei crediti.
Col bene placido dell’allora presidente della Repubblica, è stata approvata una legge tutta italiana per la cartolarizzazione dei crediti, concepita per permettere alle banche una evasione legalizzata. Da quel momento si evince che nei soli primi due anni, 2000-2001, si è concretizzata in un buco di oltre 90.000 miliardi di lire per i conti dello Stato, danno ricaduto poi sui contribuenti.
Il 30 aprile 1999, con la legge n.130 intitolata “disposizioni per la cartolarizzazione dei crediti”, il governo presieduto da Massimo D’Alema, proseguendo nel suo progetto di sostegno alle povere banche italiane, dopo il decreto salva anatocismo del 1998, si è sentito in dovere di concedere alle banche un ulteriore strumento idoneo a distruggere la media e piccola imprenditoria del nostro paese, accattivandosi la riconoscenza del medioevale sistema bancario italiano.
Non appena questa legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, le banche più furbe, sempre pronte all’arrembaggio, avevano già costituito delle banali s.r.l. con capitale di 20 milioni di lire, ovviamente sottoscritto da esse stesse. S.r.l. alle quali hanno venduto crediti miliardari in cambio di obbligazioni (derivati - hedge found) di durata anche ventennale. Ma la vera astuzia degli scaltri manager delle grandi banche è consistita nel vendere in blocco (a se stesse), in cambio della promessa di pagamento del 40% del loro valore iscritto a bilancio, i crediti assistiti da garanzie ipotecarie, con perdite dichiarate del 60%. A questo si aggiungano anche i crediti chirografi per svariate centinaia di miliardi, svenduti a se stessi al 10% del loro valore a bilancio, partite per le quali le banche hanno dichiarato perdite del 90%.
Così che per conseguenza del metodo legalizzato delle elusioni fiscali e delle compensazioni per le presunte perdite subite a far data dall’anno 1999, le pseudo istituzioni creditizie, si sono sottratte al pagamento di molte migliaia di miliardi di vecchie lire di tributi, pari all’equivalente delle perdite multimiliardarie derivanti dalle cartolarizzazioni alle loro società controllate.
Ma non è tutto qui, le cause e gli effetti della cartolarizzazione derivante dalla legge D’Alema, si sono rivelati devastanti non solo per i conti dello Stato, ma anche per i debitori del sistema bancario, i quali si sono ritrovati a fare i conti con una nuova forma di usura e di estorsioni, attuata delle società di recupero crediti e delle immobiliari, in prevalenza di emanazione bancaria.
Veniamo al nocciolo del problema. Cartolarizzazione, significa “cessione dei propri crediti” ad altra azienda finanziaria, la quale, a fronte di posizioni creditorie ipotecarie contenziose paga con obbligazioni di durata anche ventennale, in media il 40% del valore dichiarato dalla banca venditrice dei crediti.
Così stando le cose, si è portati subito a pensare che la povera banca che si trova costretta a cedere i sui crediti, per esempio di un miliardo di euro, per effetto della cessione, incassa in 5/10/20 anni soltanto 400 milioni e perde di fatto l’importo di ben 600 milioni. Anche se i dati contabili portano in questa direzione, il risultato reale è ben diverso, poiché con l’operazione di cartolarizzazione, la banca venditrice, anziché perdere il 60%, in realtà realizza un duplice magnifico affare. Analizziamo insieme come e perché.
In dipendenza della cessione del credito, sul bilancio di esercizio, la banca consegue nello stesso anno dell’avvenuta cessione, l’immediato pareggio contabile dell’intero ammontare del credito ceduto. Il pareggio è costituito in parte dal controvalore incamerato con la percentuale pattuita per la cessione ed in parte per l’elusione fiscale conseguente alla perdita patrimoniale derivata dalla cessione del credito.
La prima «truffa» deriva dal fatto che per la perdita registrata, la Banca è esonerata dal versamento delle imposte dovute per pari ammontare delle presunte perdite dichiarate in bilancio.
La seconda operazione consiste nel fatto che la banca, per i medesimi crediti ceduti, con la formula della cartolarizzazione al momento della cessione, aveva già praticamente ammortizzato ognuno dei crediti vantati, poiché aveva già conseguito il beneficio degli ammortamenti attraverso il dispositivo degli accantonamenti annuali al fondo di svalutazione crediti e al fondo di rischio.
Questo graverà per il 50% circa sul debitore reale e per l’altro 50% sugli ignari cittadini contribuenti, costretti a pagare quelle tasse che gli istituti di credito sistematicamente eludono. Le operazioni di cartolarizzazione a partire dal 1999 sono state attuate dalle maggiori banche nazionali, per un ammontare stimato di oltre 300 miliardi di euro, pari a circa 580.000 miliardi di lire, con elusione fiscale derivata che ha aperto una voragine nei conti pubblici di almeno 150 miliardi di euro, pari a 290.000 milioni di lire.
La realtà che emerge è che le banche col meccanismo della creazione di società costituite, alle quali conferiscono mandato per la gestione dei crediti, fanno la parte del leone nei confronti degli sprovveduti cittadini e titolari di imprese, i quali si ritrovano di fronte ad autentici automi che discutono solo di rapporto tra credito preteso – benché infarcito di mostruosi interessi – e valore degli immobili in espropriazione, rapporto logico tra credito erogato e somme già rimborsate.
La conseguenza derivata è la assoluta impossibilità dei debitori a trovare soluzioni, se non quella di ricorrere al credito usuraio, per chi riesce a ottenerlo. In tale situazione i malcapitati delle cartolarizzazioni, vengono sottoposti ad una autentica aggressione psicologica e costretti a vivere in uno stato di totale insicurezza per l’imminenza della perdita della casa e per la triste sorte a cui si ritroverà esposto il proprio nucleo famigliare. Lo stato di stress emotivo–psico-fisico, in una gran percentuale di soggetti potrebbe portare alla graduale perdita delle difese immunitarie, e di conseguenza a gravissime patologie cardiache e tumorali senza scampo, come purtroppo è accaduto in moltissimi casi descritti sul dossier SNARP.
La drammatica situazione, è ignorata dal governo, oltre che dalla magistratura penale e tributaria.
Anzi, dopo il vertice di Parigi del 12 ottobre 2008 l'Esecutivo completa gli strumenti messi in campo con il decreto 9 ottobre 2008 n. 155 per far fronte alla crisi dei mercati finanziari.
Il nuovo decreto legge (13 ottobre 2008 n. 157, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 ottobre 2008 n. 240) introduce alcune misure per riattivare il funzionamento del mercato di prestiti interbancari. Le soluzioni adottate, attivabili fino al 31 dicembre 2009, vogliono favorire la liquidità, la capacità di finanziamento e la solvibilità delle banche con lo scopo di garantire il flusso di finanziamento all'economia reale.
Insomma, a garantire le Banche in sofferenza ci pensa lo Stato, ossia i cittadini vessati dalle stesse banche.
La crisi mondiale delle banche e del mondo della finanza ha scatenato una miriade incontrollata di opinioni. Sono spuntati opinionisti economici ovunque, tutti pronti a condannare il libero mercato indicandolo come la causa principale del finimondo finanziario a cui stiamo assistendo. Credere nel libero mercato, significa credere nella libertà dell’uomo di agire e a volte anche di sbagliare. Crederci non significa in ogni modo che chi sbaglia non debba pagare le conseguenze dei propri errori.
Il “diritto” o il rischio di fallire non deve rimanere appannaggio di pochi ma è il freno che regola il libero mercato che, se tolto o eluso, può provocare molti sconquassi.
Dove sta scritto che le banche non possano fallire? Dove sta scritto che non è giusto che una banca, grande o piccola che sia, finisca con dichiarare fallimento? Certo, le ripercussioni per il crollo di un grande istituto sono ingenti, con migliaia di posti di lavoro persi, piccoli risparmiatori coinvolti, azionisti che vedrebbero trasformarsi in carta straccia i loro investimenti (come del resto anche senza il fallimento dichiarato lo sono già). Lo spauracchio del fallimento, conseguenza logica di cattiva gestione, di perdita della clientela, di spese che superano le entrate, di mancanza di liquidità, è il vero regolatore del libero mercato. Crudele che sia, a volte cinico ma garanzia che richiama gli operatori alle proprie responsabilità.
D'altronde lo stesso metodo del fallimento è adottato per il clienti inadempienti delle stesse banche.
Allora, perché si chiede il fallimento delle imprese e viceversa si salvano le banche??
Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi gli istituti bancari raccolgono i soldi dei risparmiatori e li investono in attività di carattere finanziario. Direttamente. Per le grandi banche, ad esempio, oltre il 50% dei loro ricavi viene da questi strumenti finanziari. In questo modo, le banche da anni hanno perso il ruolo di intermediario del credito e stanno svolgendo un altro mestiere. Dopo i casi di Cirio e Parmalat, da allora centinaia di testimonianze di dipendenti del settore bancario raccontano come prodotti ad alto rischio siano stati venduti a massaie, pensionati e a chi ci metteva tutti i risparmi. Se all'inizio le banche hanno teso solo a massimizzare gli interessi degli azionisti, con profitti davvero notevoli anche negli ultimi anni, di recente hanno usato questo procedimento anche per scaricarsi delle insolvenze, sui clienti. E adesso i tassi interbancari sono alle stelle, le banche non si fidano più di prestarsi soldi tra loro.
Le banche non si prestano tra loro denaro perché hanno una crisi di liquidità e sono preoccupate di non essere in grado di soddisfare le eventuali richieste di rimborso che potrebbero arrivar loro dai risparmiatori. E poi c'è il problema enorme della montagna di titoli spazzatura dentro le loro tesorerie. Di fatto i bilanci dell'intero sistema globale sono falsati. D'altronde la massa di carta finanziaria che gira è 25 volte l'economia reale.
La distanza tra economia finanziaria e reale non c'è più.
Alla base di questa crisi vi è quindi il mancato ritorno di denaro alle banche che l’hanno prestato, ma che hanno agito come se quel denaro fosse comunque immediatamente disponibile per altre operazioni finanziarie. Vi è quindi un enorme mercato bancario parallelo, fatto di debiti non coperti.
Ed è su questo mercato parallelo, da cui non c'è praticamente nulla da recuperare, che i governi cercano di intervenire cercando di mettere in atto provvedimenti volti a sgonfiare la bolla prima che esploda: trasferire masse di denaro fresco dalle casse dello Stato alle casse delle banche ed elargire ulteriore denaro alle imprese che non saranno in grado di ottenere finanziamenti attraverso i canali del credito. Nessuna operazione di ingegneria finanziaria, solo un gigantesco passaggio di risorse dal pubblico al privato in nome della salvezza del sistema economico e finanziario, con conseguenti lacrime e dolori per i lavoratori e i pensionati.
Non solo le banche fanno ciò che vogliono in economia, ma “le banche rappresentano la rete più estesa della connivenza con gli interessi finanziari della mafia. I soldi vengono ripuliti lì”. Ne è convinto Francesco Forgione, presidente della commissione Antimafia, in una intervista a Sintesi Dialettica.
"La politica - spiega Forgione - non ha avuto la forza di approvare una buona legge come quella sull'anagrafe dei conti correnti - legge Mancino del 1993, mai applicata. Da qui, quando si arresta un mafioso e gli si vogliono congelare subito i conti correnti, il mafioso, o l'amministratore del mafioso, ha tutto il tempo per svuotarli e movimentarli via internet in uno dei tanti paradisi fiscali del pianeta. Noi non abbiamo neanche la possibilità, attraverso l'anagrafe dei conti correnti e l'anagrafe degli immobili, di capire anche gli spostamenti di proprietà e le movimentazioni catastali. Manca, quindi, la possibilità di intervenire proprio lì dove si concentra il potere mafioso".
Insomma, per il presidente della commissione Antimafia il ruolo delle banche è centrale. Per Forgione, dunque, è necessario aggredire "il santuario del mercato", altrimenti non si possono sconfiggere le mafie. "100.000 milioni di euro all'anno è l'ammontare di movimentazione delle mafie di cui almeno il 60% entra nell'economia legale - dice ancora -. Da qui si apre il problema della rintracciabilità dei flussi e dei patrimoni. Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui "finanziarizzano" le loro attività. E per colpire questo livello di "finanziarizzazione" e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario".
IL CERCHIO SI È CHIUSO. SI È PARTITI DALL’USURA E SI È ARRIVATI ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.
PARLIAMO DI GIUSTIZIA E GIUSTIZIERI. L'ITALIA IN MANO AI MAGISTRATI.
“TINTINNAR DI VENDETTE”. Manette facili, voglia di riflettori e vendette della politica. Ecco come è stata minata la fiducia nella giustizia. Nel volume il giornalista Guido Dell’Aquila riordina tutti i discorsi ufficiali in tema di giustizia di Oscar Luigi Scalfaro, un giurista che è stato giudice, un uomo politico che ha scritto la Costituzione e infine Presidente della Repubblica e del CSM dal 1992 al 1999 in un settennato di scontri politici acutissimi, che non hanno risparmiato né la sua persona né l’istituzione da lui rappresentata. Ne emerge sia la denuncia senza mezzi termini e in tempi non sospetti degli errori e dei vizi di certa magistratura troppo disinvolta con l’uso delle manette e davanti ai riflettori delle tv; sia l’incapacità dell’organo di autogoverno della categoria di perseguire dall’interno abusi e sbagli.
Quando toccò al lui essere sfiorato dal sospetto eccoti il discorso di Oscar Luigi Scalfaro del 3 dicembre 1993 trasmesso a reti unificate, che passò alla storia per la celebre frase «Non ci sto». In quell'occasione respinse le accuse di aver usufruito di fondi neri nel periodo in cui era stato ministro dell'Interno.
Chi è il cattivo magistrato? Quello che vince un concorso truccato, quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo il magistrato Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica.
Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».
Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini».
Così anche per il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano con nota del 27 novembre 2009. “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione, che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare. E' indispensabile che venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia".
Il libro è una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?».
C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche. Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino». Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.
Eppure nell’estate 1945, a guerra finita, l’allora 27settenne Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica italiana, sostenne con altri due colleghi la pubblica accusa al processo che vedeva imputati per «collaborazione con il tedesco invasore» l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i fascisti Arturo Missiato, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno, Raffaele Infante e Domenico Ricci. Dopo tre giorni di dibattimento fu chiesta per i sei la condanna a morte, eseguita il 23 settembre al poligono di tiro di Novara (in veste di pubblico ministero Scalfaro ottenne un’altra condanna capitale, che tuttavia non fu eseguita a causa dell’accoglimento del ricorso in cassazione del condannato Stefano Zurlo, ricorso suggerito, a quanto sostenne Scalfaro, da lui stesso).
La vicenda è nota: la fucilazione «firmata» da Scalfaro venne raccontata nei dettagli da "Il Giornale" nel 1996. Ed è anche noto che, successivamente alla rivelazione del "Il Giornale", Scalfaro stesso iniziò a manifestare dubbi sulla fondatezza dei processi, definendoli influenzati dal clima incandescente dell’epoca e dall’emozione popolare: in un’intervista rilasciata a Pierangelo Maurizio per Kosmos nell’ottobre 2006, Oscar Luigi Scalfaro ammise di «non aver elementi per rispondere» alla figlia di uno dei condannati, Domenico Ricci, che gli chiedeva di esprimersi sulla innocenza o colpevolezza del padre: «Lo interrogai - disse Scalfaro -. Era colpevole? Non so». Da notare che Scalfaro conosceva bene la famiglia Ricci, abitando nella stessa palazzina al piano di sopra, in corso Torino, a Novara. Domenico Ricci, brigadiere di pubblica sicurezza, quando venne fucilato aveva 48 anni. Lasciò la moglie e quattro figli, tutti minorenni. Lui e gli altri cinque non vennero uccisi alla prima maldestra raffica dell’inesperto plotone di esecuzione e sui corpi si accanì poi un gruppo di donne.
Fino a qui è (quasi) tutto noto. Ora, però, la cronaca ci riconsegna un’altra tessera di Storia. Dopo la morte di Scalfaro, la figlia Anna Maria (che oggi ha 78 anni) e il nipote Douglas Ruffini (40 anni) hanno deciso di rendere note le lettere inviate alla famiglia dal carcere di Novara da Domenico Ricci. Il quale, nell’ultima straziante pagina, scritta un’ora prima dell’esecuzione capitale, giurava di morire «innocente».
SONO STATO CONDANNATO A MORTE. NON HO PIÙ FORZA, IL PIANTO MI ASSALE.
Novara 29.6.1945
Cara Moglie. Con il cuore straziato debbo darti la dolorosa notizia, l’esito del mio processo è stato doloroso per me e per voi tutti, sono stato condannato alla pena di morte ciò che non mi sarei mai aspettato e che non meritavo [...]. Io ho fato ricorso in cassazione e mi auguro che venga accettato e così con l’aiuto di iddio che io prego sempre mi venga tramutata la pena se vi è possibile fatelo sapere anche a Francesco a Firenze se anche lui può fare qualcosa di bene, ti raccomando nel dare notizia a mia madre, se è ancora in vita, di essere prudente. Cara moglie ti chiedo di inoltrare domanda di grazia presso il Luogo Tenente del Re Principe di Piemonte esponendo tutti i casi pietosi e le condizioni della nostra famiglia e i quattro figli che noi abbiamo e la nostra casa sinistrata e che per quello fui costretto a trasferirmi nell’Italia settentrionale su ordine per mezzo di una circolare del ministero d’interno e anche per la fame che si soffriva mia e i nostri bambini, insomma pensate voi. Nella domanda mettete anche che nei quattro giorni del dibattito nessuna accusa specifica è stata fatta a carico mio né di omicidio né di rapina e ne di furto solo perché ero brigadiere e dicevano che avrei comandato io dopo Martino ciò che non è nulla vero. Cara moglie fatti coraggio che iddio aiuterà gli innocenti quello che ti raccomando i nostri quattro figli, per me più nulla ti dico tanto tu immagini quello che io soffro, però pregando iddio e sperando nella sua bontà divina mi sorreggo ancora per qualche giorno, se qualcuno di voi potesse venire a trovarmi potrei sorreggermi qualche ora di più, non ho più forza di scrivere il pianto mi assale. Vi bacio affettuosamente a tutti, tanti, tanti a Gina, Anna, vostro marito e padre. Domenico. Pregate per me addio.
TI RACCOMANDO LE BAMBINE. SONO LE COSE PIÙ CARE PER ME.
Novara 23.7.1945
Moglie carissima questa è la terza lettera che scrivo senza avere ancora una tua risposta perché? Scrivi subito e dammi tue notizie e dei bambini, fammi sapere anche se hai fatto qualcosa a Roma, per me, domanda di grazia per me a S.A.R. o al Vaticano. Io attendo vostre notizie, anche di mamma è ancora in vita mi auguro di si è digli che preghi per me. Ti raccomando le bambine guardale e tienile di conto che sono le cose più care per me, anche te fatti coraggio e spera nella grazia d’iddio perché solo lui è giusto, solo in questo luogo ho imparato a conoscere gli uomini e per questo che da questo momento ammiro le bestie. Cara moglie tutto quello che sta passando la nostra famiglia la sventura più grande di questo mondo lo dobbiamo al Sig. Lucchini l’uomo più cinico di questo mondo in tutta Novara non ho avuto nessuna imputazione a carico mio, solo quella di lui, spero che il nostro buon Gesù pregherà secondo il merito, vedi se puoi fare una capatina qui a novara insieme con qualcuno dei parenti il mio desiderio di rivedervi è tanto che qualche giorno finirò al manicomio. Vanda che cosa fa si è impiegata? Scrivetemi subito perché io non ho più forza a resistere. Vi bacio a tutti caramente, tanti, tanti a Ginotta, Vanda, Anna, più a tutti i parenti tuo affezionatissimo marito. Domenico Ricci. Scrivi, scrivi, baci.
SPERIAMO IN DIO CHE UN GIORNO. IO POSSA TORNARE DA VOI.
Novara 3.8.1945
Moglie Carissima, ho ricevuto una lettera scritta da Renzo, la quale mi da vostre buone notizie, assicurandomi che godete tutti ottima salute, medesimo posso dirvi di me fino ad oggi e speriamo in Dio che prosegua anche per l’avvenire, e venuta a trovarmi mia sorella Aurelia anche loro stanno bene. Osvaldo non è ancora tornato dalla Germania e non sanno notizie speriamo che presto anche lui possa tornare fra i suoi cari. Cara Assunta fammi sapere se Romolo e arrivato a Roma essendo che il collegio non c’è più a Gallarate e si è trasferito a Roma. Lui è partito quindici giorni indietro quindi spero che sia fra voi ti prego di stargli attenta come pure alle altre e speriamo in Dio che anche io un giorno, potrò ritornare fra voi. Ho fatto la domanda di grazia vedila anche voi a Roma di fare qualche cosa presso il ministero di Grazia giustizia. Cara Moglie fammi sapere qualche cosadei miei parenti e di mamma se è ancora viva oppure no scrivi spesso e fammi sapere tutto.
LA MIA SALUTE È BUONA. E COSÌ VOGLIO AUGURARMI PER VOI.
Novara 3.8.1945
cara sorella e cognato La mia salute è buona e così voglio Caugurarmi anche per voi, oggi ho scritto anche a mia moglie, non so come mai che loro non mi danno notizie scrivete anche voi a loro e ditegli che mi scrivano e mi danno loro notizie, io dubito che assunta non stà bene dato che lei era già stata operata per il fegato e adesso che aveva bisogno di tranquillità invece tutto al contrario,ma la bontà d’iddio aiuterà anche lei, come spero che aiuterà anche a me e tutti i miei cari [...]. Inviovi tanti baci a tutti tuo affezionato fratello e cognato.
MI MANTENGONO LE PREGHIERE. CHE FACCIO TUTTO IL GIORNO.
Novara 6.8.1945
Carissimi tutti, ho ricevuto la vostra in data 1˚ agosto sono lieto nel sentirvi che godete buona salute, anche io fino a questo momento non posso lamentarmi fin quando dura, speriamo Iddio e preghiamolo di cuore che la faccia durare sempre. Cara sorella vi ringrazio che avete dato comunicazione alla mia famiglia di quanto io desideravo, sarà solo difficile che potranno venire per mezzo che le comunicazioni sono poco comode, e poi credo, anzi sono convinto che assunta è molto malata tu sai che è stata operata per il male di fegato e quindi avrebbe avuto bisogno di tranquillità, pazienza il destino ha voluto così, però iddio vede e provvede anche per lei. Mi dite fra una quindicina di giorni verrete a trovarmi, puoi immaginare quale gioia è per me, speriamo però che sarò ancora in vita, poi mi dici di aiutarmi per far si che non vengo malato come vuoi che mi tiro su qui dentro? Mi mantengono le preghiere che faccio tutto il giorno, state tranquilli e coraggio.
Spero di rivedervi ancora.
QUANDO VIENI, PORTA UN PO’ DI TABACCO.
Novara 31.8.1945
Carissimi tutti, la mia salute fino ad oggi è discreta, mentre per voi voglio augurarmi che sia ottima. Carissimi non potete immaginare quale e quanto sia stato il dispiacere sapervi a Novara e non potervi vedere, potete immaginare con quale ansia attendevo per poter abbracciare Osvaldo dopo lunghi anni che non sapevo più notizie. Cara sorella adesso i colloqui sono ogni quindici giorni perciò puoi venire quando vuoi, se vieni non dimenticare la carta d’identità se no non ti rilasciano il colloquio. Cara sorella, io non ho notizie da casa, ti prego se tu sai qualche cosa di farmelo sapere, poi ti prego anche di scrivere a mia moglie edirgli che mi rimandano un po di soldi, perché io sono senza e debbo vivere con il solo vitto del carcere, e digli pure che scriva io non ho ancora ricevuto una lettera scritta da assunta quindi pensate. Cara sorella i soldi fatteli spedire te e poi quando vieni me li porti tu stessa. Quando vieni vedi se puoi portare un po di sigarette o tabacco con cartine e qualche scatola di fiammiferi. Saluti e baci a tutti arrivederci a presto.
QUI COMINCIA A FARE FREDDO. E IO NON Ò ROBBA INVERNALE.
Novara 19.9.1945
Carissimi tutti. Rispondo alla vostra lettera sono lieto nel sentire che godete ottima salute, anche di me posso assicurarvi medesimo fino ad ora, quando venite a trovarmi? Cara sorella questa lettera fammi la cortesia di darla a mia moglie. Cara Moglie. Ho ricevuto la tua lettera tramite mia sorella il primo scritto che ricevo da te, da quando sei partita da Novara, io di salute sto bene grazie iddio, così voglio augurarmi di te e i nostri bambini e tutti i nostri parenti. Cara moglie sono dispiaciuto che ti si è molto abbassata la vista e che ti sei molto sciupata, non prendertela di nulla coraggio e mangia e bevi e cerca di mantenerti bene, prega S. Rita che certamente ci fa la grazia da noi desiderata, io la prego sempre e con fede. Cara moglie quando venite? Qui incomincia a fare freddo e io nonò robba invernale, ora potete venire i treni ci sono tanti Roma Milano come pure Roma Torino quindi vedete un po’ fra te e Vanda chi vuole venire io preferisco che vieni te, ma se non sei in condizioni di viaggiare allora fai venire Vanda, Romolo, Anna, Gina come stanno? Annarella già mi ha scritto due volte mentre quel birbone di Romolo vuoi dirgli un po’ perché non mi scrive? Non avrà tempo, quando scrivete anche che scrive Vanda a me non minteressa basta che tu la firmi. La signora-Ines mi lava la biancheria tutte le settimane e mi porta anche qualche cosa ma tu sai che non fanno perché sono poveri. Vi bacio tanti a tutti tuo affezionatissimo marito.
MUOIO SI', MA INNOCENTE. NON DA TRADITORE.
Novara 23.9.1945
Famiglia mia carissima. È tuo marito che ti scrive e per i bambini è il papà, non piangete fra un’ora non ci sono più in questo mondo con santa rassegnazione passo all’altro. Coraggio iddio e S. Rita pregherà per voi. Salutatemi tutti i miei amici. Baciatemi tutti i miei parenti. Muoio sì, ma muoio innocente, è bene che tutti lo sappiano, la grande ingiustizia che stanno commettendo. Voi lo farete sapere perché nessuno deve mai dire che io sia stato un traditore, ho sempre servito la mia Patria con fede ed onore e con fede ed onore muoio. Viva l’Italia. Vi bacio a tutti caramente e dal cielo vi guarderò a tutti iddio vi aiuti e vi benedica tuo affezionatissimo marito e padre. Arrivederci in paradiso, addio. Addio.
Roma 6.8.1945.
Al Sig. Capo della Polizia del Ministero dell’Interno Io sottoscritta Assunta Tenchini moglie del Brigadiere di P.S. Ricci Domenico fu Romolo condannato alla pena capitale dal tribunale di Novara, rivolgo alla S.V.I. supplichevole domanda di grazia e prego che mi ascoltiate. Mio marito è stato nella Pubblica Sicurezza per molti anni, senza mai meritare una punizione, entrato a far parte di essa dopo che il corpo dei Vigili Urbani, a cui apparteneva dal 1924, fu disciolto, egli prestò servizio prima come motociclista poi come autista. Dal 1940 prestò servizio a Rieti come capo degli automezzi della Questura e qui ebbe la promozione al grado di brigadiere. Quando Roma era già stata occupata, nel 1944, dopo che aveva avuto la casa sinistrata dai bombardamenti, il Questore di Rieti lo obbligò a seguirlo in Alta Italia. Qui fu assegnato alla questura di Novara, dove svolse da principio mansioni di carattere esclusivamente burocratico. Dopo un po’ di tempo fu iscritto d’ufficio e contro la sua volontà,alla squadra di Novara. E questa è l’imputazione per cui si condanna a morte. Ma egli non prese mai parte ad azioni di carattere vessatorio contro chi che sia e la cosa risulta anche dagli atti del suo processo. Però mio marito non ha mai avuto la facoltà di difendersi, non è stato mai ascoltato obbiettivamente. Si può condannare così a morte un uomo? Egli non è mai stato un fascista, e nel 1933 fu obbligato ad iscriversi al defunto partito. Se in questo periodo caotico egli ha seguito chi lo comandava, tenete presente, però, che è padre di quattro figli tutti minori e che non poteva lasciarli morire di fame. Il suo può essere stato un atto di grave debolezza, non giustifica però una condanna capitale. Nessuno ha avuto niente da rimproverargli, non ha fatto male a nessuno. Solo un uomo in tutta Novara l’accusa un certo Lucchini, addetto sotto i nazi-fascisti alla mensa degli agenti, e ora nominato Vice Questore della città per meriti che noi non conosciamo. Essendo egli, per caso sfortunato, il più elevato di grado presente al processo, è stata applicata nei riguardi di mio marito la sanzione più grave, benché le azioni da lui svolte nella squadra suddetta siano state nulle. Vogliate ascoltarmi, e siate giusto con lui. Non vi chiedo di assolverlo, vi chiedo di rivedere il processo alla luce di una più obbiettiva giustizia. Ascoltate la supplica di cinque innocenti che stanno per essere travolti in una sventura senza rimedio, e che solo un vostro atto di clemenza può salvare. Se ritenete mio marito colpevole, condannatelo, ma non potete condannarlo a morte così; quando solo un uomo l’accusa. Siate clemente, ascoltatemi.
(Per gentile concessione della famiglia Ricci al quotidiano “Il Giornale”)
IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.
Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata.
Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.
Scherzi della politica e dell’informazione. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si muove foglia. Ogni tentativo va a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che hanno il comune obiettivo di abbattere il nemico politico. Toccare i giudici è considerato un attentato alla Costituzione. Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.
Basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, oltre che per errori giudiziari.
Responsabilità dei magistrati: solo 4 condanne - «Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici - ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave - Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte».
Qualcuno dice, va bè, ma lo Stato poi si rifà sul responsabile fino ad un terzo del suo stipendio.
Bene. Bisogna sapere che oggi per un magistrato la vita e la reputazione di una persona vale la stipula di una polizza assicurativa. E basta poco a tacitare le coscienze.
Nota: il premio viene stabilito in Euro 145,50= complessivi (polizza di Responsabilità Civile e polizza di Tutela Legale -non è possibile sottoscrivere le polizze separatamente) per le adesioni che avverranno nel periodo 15/04-15/10 di ogni anno, mentre è pari ad Euro 72,75= per le adesioni che avverranno nel periodo 16/10-14/04 di ogni anno. La Copertura assicurativa decorre dalla data del versamento.
I magistrati, specie di sinistra, si ribellano alla norma votata alla Camera: “attentato alla Costituzione!!!”
E c’è qualcuno di loro, noti rappresentanti della categoria che, intervistati, hanno il coraggio di dire: “è in contrasto con la normativa europea e la Costituzione Italiana” (Giuseppe Cascini, segretario ANM); ovvero “è difficile rispondere a chi non sa nemmeno di cosa si sta parlando” (Luca Palamara, presidente ANM).
A questi risponde il dr Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie: «La sentenza 13 giugno 2006 della grande sezione della Corte di Giustizia del Lussemburgo afferma che la Legge 117/88 viola i principi dell’Ordinamento Comunitario nella parte in cui la norma limita arbitrariamente l’ambito della responsabilità civile dei Magistrati. Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave ""inescusabile"" del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi (semplice colpa) in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto.»
I Magistrati dovrebbero solo applicare la legge, e dai risultati che appaiono sotto gli occhi di tutti spesso non ci riescono, ma questi vorrebbero anche emanarla.
E questo sì che è un attentato alla Costituzione!!!
Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata. Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.
Scherzi della politica e dell’informazione: ipocriti e codardi. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si era mossa foglia. Ogni tentativo era andato a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che avevano il comune obiettivo di abbattere Berlusconi. Ricordate? Toccare i giudici era considerato un attentato alla Costituzione. Poi all’improvviso, quando meno te lo aspetti, cioè il 2 febbraio 2012, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. L’idea, cioè l’emendamento alla legge comunitari 2011, è della Lega, ma coperti dal segreto l’hanno sostenuta in massa a destra come a sinistra, come probabilmente addirittura da alcuni esponenti dell’IDV. Quei furbetti del governo Monti, per bocca del Guardasigilli, hanno fatto la parte degli indignati perché anche a loro i pm fanno un po’ paura. Prima hanno chiesto al parlamento di votare contro.
Poi, smentiti dalla loro maggioranza Pd-Pdl, si sono augurati, sempre per bocca della ministra della Giustizia Severino, che il Senato bocci la legge. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente dal governo dei professori e da una parte della sinistra che dopo averli usati in chiave antiberlusconiana adesso li scarica. Ma hanno poco da urlare, le toghe. Non si capisce perché possano essere toccati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non i loro. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 avevano (invano) deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori e per dolo o colpa semplice. Sulla responsabilità civile la Camera vota in linea con l'Europa, facendo passare un emendamento della Lega che prevede la possibilità di fare ricorso contro giudici solo nel caso agiscano con dolo o colpa grave. Una posizione sacrosanta, che garantisce il giusto processo e tutela i cittadini e, questa l'indicazione dei vertici Ue, può sanare un grave difetto di sistema della giustizia italiana che allontana gli investitori stranieri. Ecco perché migliorare il processo civile può significare più competitività e non solo più "civiltà" (basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, senza contare gli errori giudiziari.
Sì alla responsabilità civile dei magistrati. La Camera ha approvato l'emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini votando contro il parere del Governo. A scrutinio segreto voluto dalla Lega, l'emendamento è passato con 264 sì e 211 no. Immediata la reazione delle opposizioni. Il leader Idv Antonio Di Pietro ha invocato il ricorso ai "forconi" da parte degli italiani, mentre il futurista Italo Bocchino ha definito il voto di Montecitorio "la vendetta della Casta" nei confronti della magistratura. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati ha usato toni assai aspri criticando la decisione dei deputati.
Si sa. In Italia i magistrati dovrebbero applicare la legge, e spesso non ci riescono, ma vorrebbero anche emanarla.
Cosa dice l'emendamento - La norma prevede che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave (non semplice colpa come per i comuni mortali, compresi i medici, gli ingegneri, ecc.) nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto". "Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto - si legge nel testo presentato dal deputato Pini - deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonchè se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea".
Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, semmai si acclamerà l'errore da parte di un suo collega (sic), mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.
Solo 4 condanne - "Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici", ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave. "Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte".
La posizione del governo - Il governo, come scritto, si era detto contrario all'emendamento leghista ribadendo però "l'impegno ad affrontare il tema della responsabilità dei magistrati nel quadro di una discussione organica ed in tempi rapidi, in una logica di insieme nella debita sede e in maniera organica". Lo ha ribadito il ministro per le Politiche comunitarie Enzo Moavero prima del voto, spiegando che "la legge comunitaria mal si presta ad affrontare tematiche di respiro più ampio rispetto al mero recepimento di normative. La sentenza della Corte di Giustizia Ue richiamata dall'emendamento - ha aggiunto - si riferisce a questioni di diritto europeo".
Con l’approvazione dell’emendamento è finita con Antonio Di Pietro a gridare contro una «maggioranza trasversale piduista» e l’Associazione nazionale magistrati a denunciare una «norma incostituzionale» contro la quale il sindacato delle toghe è pronto alle «più estreme forme di protesta». A partire dallo sciopero. A far infuriare l’ex pm e l’Anm, il via libera dell’Aula di Montecitorio all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile dei magistrati modificando la “legge Vassalli” del 1988, che finora ha consentito al cittadino, in caso di errore grave delle toghe, di rivalersi esclusivamente sullo Stato. I sì sono stati 264, i voti contrari si sono fermati a 211. Uno l’astenuto: l’ex ministro prodiano Giulio Santagata (Pd). Un esito che ha scatenato la caccia al franco tiratore con accuse incrociate tra Pdl e Pd. In mezzo il governo, in realtà il vero sconfitto: in Aula Enzo Moavero, ministro per gli Affari europei, aveva espresso parere contrario al provvedimento. Moavero prende la parola perché Pini presenta l’emendamento all’interno della legge comunitaria 2011. Motivazione: la sentenza della Corte di giustizia europea del 24 settembre 2011 che ha condannato l’Italia, «uno dei pochissimi Stati occidentali che non permette ad un cittadino che ha subìto un’ingiustizia o un danno» di ricorrere contro le toghe. Moavero, però, commette l’errore di schierare l’esecutivo contro l’emendamento. Meglio affrontare la materia, spiega, «in una logica di insieme, nella debita sede e in maniera organica». Un autogol perché di lì a poco Gianfranco Fini accoglierà la proposta della Lega di votare a scrutinio segreto: si tratta, spiega il presidente della Camera, di un tema che «incide sull’articolo 24 della Costituzione». Protetti dal segreto, i deputati si liberano dal vincolo dell’obbedienza al governo e l’emendamento passa addirittura con 26 voti in più della maggioranza richiesta. È il finimondo: Dario Franceschini, capogruppo del Pd, accusa il Pdl di aver disatteso gli impegni. «Non possiamo veder rispuntare la vecchia maggioranza», rincara la dose il segretario, Pier Luigi Bersani. Attacchi che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, bolla come «ingiustificati». I numeri gli danno ragione: sulla carta l’ex maggioranza (più i Radicali e l’intero gruppo Misto) disponeva di 227 voti. Lo stesso Pdl, inoltre, scontava 55 deputati assenti e 12 in missione. Conclusione: il testo non sarebbe potuto passare senza i franchi tiratori di Pd e Terzo polo. Una ricostruzione sposata da Di Pietro, che infatti denuncia l’esistenza di «cinquanta traditori che hanno votato in modo difforme dai loro gruppi. E cinquanta è un numero troppo grosso perché siano tutti di un solo gruppo: vanno cercati tra quanti si erano dichiarati contro l’emendamento Pini. Ovvero Pd, Udc, Fli e Idv». Fatto sta che il governo, incalzato dall’Anm che parla di «ritorsione contro la magistratura», non ci sta e invoca un intervento del Senato per correggere la norma. «Prendo atto della volontà del Parlamento. Confido però che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento», avverte Paola Severino, ministro della Giustizia, che dice no a «interventi spot». E Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, risponde all’appello: «La norma si potrà correggere. I magistrati aspettino a scioperare». Parole che non piacciono ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, che in Aula ha difeso l’emendamento: «Non vogliono questa norma? Ne scrivano una migliore. Ad esempio un disegno di legge organico al quale possa essere assicurata una corsia preferenziale. Il governo dia seguito alla pronuncia di una larga parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo». Il Guardasigilli è nel mirino del Pdl, dove non sono passate inosservate le sue ultime nomine. Dopo la scelta di due esponenti di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell’Anm, per le poltrone di capo di gabinetto e capo degli ispettori di via Arenula, Filippo Grisolia e Stefania Di Tomassi, il consiglio dei Ministri potrebbe rimuovere Franco Ionta dal vertice del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al suo posto, Severino è pronta a proporre la nomina di Giovanni Tamburino, presidente del tribunale di sorveglianza del Lazio. Negli anni Ottanta, Tamburino è stato tra i fondatori del “Movimento per la giustizia”, altra corrente di sinistra delle toghe.
LA STORIA
Il Partito Radicale, il Partito liberale italiano e il Partito socialista italiano, presentavano nel 1987 la richiesta di tre referendum per ottenere la responsabilità civile dei magistrati, come risposta ai sempre più frequenti problemi della giustizia.
Tra i principali protagonisti che in quegli anni si battevano per la riforma della giustizia vi era Enzo Tortora, conduttore televisivo accusato sulla base di alcune dichiarazioni di pentiti di essere colluso con la camorra e il traffico di stupefacenti, rivelatesi successivamente false. La lunga detenzione del conduttore, e la successiva elezione nelle liste Radicali che sosteneva le sue battaglie politiche, contribuiva ad alimentare la discussione pubblica nel paese e nei mezzi di comunicazione circa la situazione della giustizia italiana.
L'appello radicale per la riforma della giustizia veniva sottoscritto anche da molti magistrati: «L’otto novembre gli italiani sono chiamati ad esprimersi su due aspetti particolarmente rilevanti della crisi della giustizia. Di fronte a insensibilità politiche e a resistenza corporative, i referendum sulla giustizia rappresentano un’occasione unica offerta ai cittadini per riaffermare fondamentali principi dello stato di diritto, abolire anacronistici privilegi e irresponsabilità e rivendicare improrogabili riforme. Lo strumento referendario restituisce così la parola ai cittadini. Non è più accettabile che i magistrati che, per colpa grave, abbiano danneggiato un cittadino non siano chiamati a risponderne dinnanzi ad un loro collega. Introducendo la responsabilità civile dei magistrati per colpa grave (grave negligenza, grave imperizia, gravi omissioni) non si intacca ma si riafferma la loro autonomia ed indipendenza. Abrogando i poteri istruttori della commissione inquirente per i reati dei ministri si eliminano inammissibili impunità. Noi voteremo SI ed invitiamo a votare SI perché anche politici e magistrati rispondano, come ogni cittadino, di fronte alla legge».
I referendum abrogativi dell'8 novembre 1987 si conclusero con una netta affermazione dei «si».
Dopo la scelta degli italiani circa la responsabilità civile dei giudici, il Parlamento approvava la cosiddetta «legge Vassalli» (votata da Pci, Psi, Dc), che, secondo i Radicali, si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sullo stesso, ma solo entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio.
|
totale |
percentuale (%) |
||||||
|
Iscritti alle liste |
45 870 931 |
||||||
|
Votanti |
29 866 249 |
65,10 |
(su n. elettori) |
Quorum raggiunto |
|||
|
Voti validi |
25 896 355 |
86,70 |
(su n. votanti) |
||||
|
Voti nulli o schede bianche |
3 969 894 |
13,30 |
(su n. votanti) |
||||
|
Astenuti |
16 004 682 |
34,90 |
(su n. iscritti) |
||||
|
Voti |
% |
||||||
|
RISPOSTA AFFERMATIVA |
SÌ |
20 770 334 |
80,20% |
||||
|
RISPOSTA NEGATIVA |
NO |
5 126 021 |
19,00% |
||||
|
bianche/nulle |
3 969 894 |
||||||
|
Totale voti validi |
25 896 355 |
100% |
|||||
LA LEGGE
"Art. 11 C.P.P. (Competenza per i procedimenti riguardanti i magistrati).
1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge.
2. Se nel distretto determinato ai sensi del comma 1 il magistrato stesso é venuto ad esercitare le proprie funzioni in un momento successivo a quello del fatto, é competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello determinato ai sensi del medesimo comma 1.
3. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato sono di competenza del medesimo giudice individuato a norma del comma 1".
"Art. 30-bis C.P.C. (Foro per le cause in cui sono parti i magistrati). Le cause in cui sono comunque parti magistrati, che secondo le norme del presente capo sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale.
Se nel distretto determinato ai sensi del primo comma il magistrato è venuto ad esercitare le proprie funzioni successivamente alla sua chiamata in giudizio, é competente il giudice che ha sede nel capoluogo del diverso distretto di corte d'appello individuato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale con riferimento alla nuova destinazione".
"Spostamenti di competenza per i procedimenti penali nei quali un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato.
|
Dal distretto di |
Al distretto di |
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ROMA |
PERUGIA |
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PERUGIA |
FIRENZE |
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FIRENZE |
GENOVA |
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GENOVA |
TORINO |
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TORINO |
MILANO |
|
MILANO |
BRESCIA |
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BRESCIA |
VENEZIA |
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VENEZIA |
TRENTO |
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TRENTO |
TRIESTE |
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TRIESTE |
BOLOGNA |
|
BOLOGNA |
ANCONA |
|
ANCONA |
L'AQUILA |
|
L'AQUILA |
CAMPOBASSO |
|
CAMPOBASSO |
BARI |
|
BARI |
LECCE |
|
LECCE |
POTENZA |
|
POTENZA |
CATANZARO |
|
CAGLIARI |
ROMA |
|
PALERMO |
CALTANISSETTA |
|
CALTANISSETTA |
CATANIA |
|
CATANIA |
MESSINA |
|
MESSINA |
REGGIO CALABRIA |
|
REGGIO CALABRIA |
CATANZARO |
|
CATANZARO |
SALERNO |
|
SALERNO |
NAPOLI |
|
NAPOLI |
ROMA |
Il testo vigente dell'art. 4 della legge 13 aprile 1988, n. 117, recante: "Risarcimento di danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati", come modificato dalla legge 420/98 , é il seguente: "Art. 4 (Competenza e termini).
1. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato deve essere esercitata nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Competente é il tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
2. L'azione di risarcimento del danno contro lo Stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell'ambito del quale si é verificato il fatto che ha cagionato il danno. La domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro due anni che decorrono dal momento in cui l'azione é esperibile.
3. L'azione può essere esercitata decorsi tre anni dalla data del fatto che ha cagionato il danno se in tal termine non si é concluso il grado del procedimento nell'ambito del quale il fatto stesso si é verificato.
4. Nei casi previsti dall'art. 3 l'azione deve essere promossa entro due anni dalla scadenza del termine entro il quale il magistrato avrebbe dovuto provvedere sull'istanza.
5. In nessun caso il termine decorre nei confronti della parte che, a causa del segreto istruttorio non abbia avuto conoscenza del fatto".
Il testo vigente dell'art. 8 della citata legge 13 aprile 1988, n. 117, come modificato dalla legge 420/98, é il seguente: "Art. 8 (Competenza per l'azione di rivalsa e misura della rivalsa).
1. L'azione di rivalsa deve essere promossa dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
2. L'azione di rivalsa deve essere proposta davanti al tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello, da determinarsi a norma dell'art. 11 del codice di procedura penale e dell'art. 1 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
3. La misura della rivalsa non può superare una somma pari al terzo di una annualità dello stipendio, al netto delle trattenute fiscali, percepito dal magistrato al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta, anche se dal fatto é derivato danno a più persone e queste hanno agito con distinte azioni di responsabilità. Tale limite non si applica al fatto commesso con dolo. L'esecuzione della rivalsa quando viene effettuata mediante trattenuta sullo stipendio, non può comportare complessivamente il pagamento per rate mensili in misura superiore al quinto dello stipendio netto.
4. Le disposizioni del comma 3 si applicano anche agli estranei che partecipano all'esercizio delle funzioni giudiziarie. Per essi la misura della rivalsa é calcolata In rapporto allo stipendio iniziale annuo, al netto delle trattenute fiscali, che compete al magistrato di tribunale; se l'estraneo che partecipa all'esercizio delle funzioni giudiziarie percepisce uno stipendio annuo netto o reddito di lavoro autonomo netto inferiore allo stipendio iniziale del magistrato di tribunale, la misura della rivalsa é calcolata in rapporto a tale stipendio o reddito al tempo in cui l'azione di risarcimento é proposta".
LA POLIZZA ASSICURATIVA DI 145, 50 EURO ANNUE
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour - Roma
Dichiarazione da sottoscrivere da parte di chi aderisce all'assicurazione
Responsabilità Civile e Tutela Legale
(si prega di scrivere in stampatello)
Il sottoscritto_________________________________________________________________________________
Nato a __________________________ il _________________ Residente in ______________________________
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Eventuale recapito per l'invio della corrispondenza, se diverso dalla residenza:
Città ____________________________________________________ Prov. __________ C.a.p. _______________
Via _____________________________________________________________________ Numero Civ. ________
Nota: si raccomanda di aggiornare ad ogni variazione sia la residenza sia il recapito della corrispondenza
Lo scrivente, dichiara di aderire ai contratti di assicurazione unici e collettivi stipulati dalla A.N.M. per la Responsabilità Civile del Magistrato (Legge 117/88), per la Responsabilità Amministrativa e Contabile e per la Legge 24/03/01 n° 89 e per la Legge 626/94, nonché per la Tutela Legale e si impegna a corrispondere i relativi premi annuali:
a) quanto al periodo intercorrente dalla data del versamento alla prima scadenza anniversario di polizza, prende atto che la stessa scadrà il 15/04 di ogni anno. Dichiara che ha provveduto a versare il relativo premio a mezzo di c/c postale n° xxxxxxxx intestato all'Associazione Nazionale Magistrati – Gestione Assicurazione Responsabilità Civile - Palazzo di Giustizia - Piazza Cavour – Roma.
Nota: il premio viene stabilito in Euro 145,50= complessivi (polizza di Responsabilità Civile e polizza di Tutela Legale -non è possibile sottoscrivere le polizze separatamente) per le adesioni che avverranno nel periodo 15/04-15/10 di ogni anno, mentre è pari ad Euro 72,75= per le adesioni che avverranno nel periodo 16/10-14/04 di ogni anno. La Copertura assicurativa decorre dalla data del versamento.
b) quanto alle annualità successive corrisponderà il premio il cui importo e le cui modalità di versamento verranno comunicati ad ogni scadenza anniversaria.
Il Sottoscritto dichiara altresì di aver ricevuto il testo delle condizioni tutte di assicurazione e di accettare il contenuto delle medesime.
_______________________ , li _____________________ ______________________________ firma
CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA: I MAGISTRATI RESPONSABILI ANCHE PER COLPA SEMPLICE
Sussiste la responsabilità dei magistrati per colpa semplice secondo la Corte di Giustizia europea.
Il rapporto tra i cittadini e tra i cittadini e gli organi dello Stato è regolato dalla legge.
L’art. 3 della Costituzione esplicita che tutti hanno pari obblighi e diritti di fronte alla legge, senza che vi siano immunità ed impunità per nessuno. Solo al Presidente della Repubblica è riconosciuta la mancata responsabilità dei suoi atti.
Analizzando l’ambito del rapporto di prestazione di servizi manuali o intellettuali si denota che il lavoratore subordinato, che con colpa reca danno a qualcuno, è sottoposto alla legge penale, civile e disciplinare. Lo stesso dicasi per il lavoratore autonomo o il professionista. Il medico che sbaglia diagnosi o cura, risponde di omicidio o lesioni colpose e ne paga le conseguenze civili e deontologiche. L’ingegnere, l’architetto, il geometra, che per colpa sbaglia i progetti e causa dei crolli, risponde di omicidio o lesioni o disastro colposo e ne paga le conseguenze civili, ecc. ecc.
L’avvocato, il commercialista, il notaio, l’assicuratore ecc, che per colpa reca danno al suo cliente, paga le conseguenze civili e deontologiche.
Al dirigente pubblico, o al funzionario pubblico, o all'amministratore pubblico, o addirittura al Presidente del Consiglio dei Ministri, o ai singoli Ministri e sottosegretari, che per colpa recano danno ai cittadini, la Corte dei Conti chiede la rivalsa per il risarcimento del danno riconosciuto.
Da quanto detto pare che la legge sia uguale per tutti. Ad una attenta analisi della realtà ci si accorge, però, che la legge è uguale per tutti, meno che per i magistrati.
I magistrati sono liberi di incarcerare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per ingiusta detenzione, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per sequestro di persona.
I magistrati sono liberi di condannare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per l’errore giudiziario, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per calunnia e diffamazione.
Al cittadino, che per anni ha subito ingiustamente e per accanimento un procedimento penale che lo ha visto prosciolto, ovvero da vittima del reato ha visto il reato prescritto per inerzia, non c’è risarcimento riconosciuto, ne vi è abuso od omissione d’atti d’ufficio a carico dei magistrati. Lo stesso dicasi per il cittadino che è impedito alla giustizia civile per l’annosità dei processi.
C’è stato un referendum, approvato dalla quasi totalità dei cittadini italiani, che formalmente ha stabilito la responsabilità civile dei magistrati. Ossia: i magistrati che sbagliano devono risarcire i danni.
Invece, il rappresentante eletto dal popolo, ma lontano dagli interessi dei cittadini, con l’art. 2 della legge n. 117/88 ha previsto:
«1. Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.
2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.
3. Costituiscono colpa grave:
a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;
b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
b) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
c) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».
Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria».
Ad una lettura attenta della norma si palesa la volontà di non perseguire alcun Magistrato, specie se a decidere sul comportamento del singolo è la stessa corporazione di cui esso fa parte.
Se, come da molti è considerato, il magistrato è dio in terra, infallibile e perfetto nelle sue azioni, mai incorrerà nel dolo o colpa grave, tanto meno sarà ammissibile la semplice colpa, dalla legge esclusa, così come è per i comuni mortali. Secondo la conformità del pensiero dominante, l’appello accolto o il ricorso cassato non sono frutto di errori giudiziari penali risarcibili, ma oneri a carico dell’innocente, perseguito ingiustamente.
Per il diniego di giustizia, poi, secondo il modo di pensare conforme di gente codarda e collusa, l'impedimento è oggettivo. Non è responsabilità di chi amministra la giustizia, ma è colpa dello Stato, quindi del cittadino, che fa mancare all’apparato la sussistenza economica, ovvero è colpa degli utenti, che in massa, si rivolgono alla magistratura per chiedere giustizia.
I magistrati devono meritarlo il rispetto e non pretenderlo. L’art. 3 della costituzione non prevede cittadini unti dal signore, al di sopra della legge. Non è certo l’azione di rivalsa del Presidente del Consiglio dei Ministri, non superiore ad un terzo dello stipendio del responsabile, di cui all’art 13 della stessa legge, ad equilibrare gli interessi in campo.
L’azione di rivalsa opera solo in caso di indennizzo per ingiusta detenzione ed errore giudiziario, casi in cui rientra l’operatività della legge. Per tutto il resto non opera l’indennizzabilità dello Stato e ricade sulle spalle del cittadino.
La Corte di giustizia Europea censura la disciplina italiana della responsabilità dei magistrati, e, con essa, il mancato utilizzo dell’art. 234 CE, attraverso la SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione) del 13 giugno 2006:
«Responsabilità extracontrattuale degli Stati membri – Danni arrecati ai singoli da violazioni del diritto comunitario imputabili ad un organo giurisdizionale di ultimo grado – Limitazione, da parte del legislatore nazionale, della responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo e colpa grave del giudice – Esclusione di ogni responsabilità connessa all’interpretazione delle norme giuridiche e alla valutazione degli elementi di fatto e di prova compiute nell’ambito dell’esercizio dell’attività giurisdizionale»
Nel procedimento C-173/03, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa
Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione, contro Repubblica italiana.
La sentenza, di seguito acclusa, si inquadra in un risalente filone nell’ambito del quale il giudice comunitario da decenni ribadisce la responsabilità degli Stati per mancato rispetto del diritto comunitario da parte di tutte le loro istituzioni, in qualsiasi forma perpetrata. In questo caso la Cassazione italiana aveva dato torto alla società Traghetti del Mediterraneo, ricorrente per il risarcimento nei confronti della Tirrenia, non avendo tenuto conto della disciplina comunitaria relativa agli aiuti di Stato. Nel fare ciò la Cassazione aveva inoltre rifiutato di sollevare questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 234. Ed è questo forse un punto rilevantissimo nella sentenza pur densa di motivi interessanti (tra cui quello del colpo inferto alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati.
Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:
<Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale.
Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler>
A questo punto non si può pretendere che il cittadino, già tartassato, debba subire e tacere. Almeno che ci rimanga il diritto di lamentarci, se non, addirittura, di ribellarci.
LA RESPONSABILITA’ DISCIPLINARE E CIVILE DEI MAGISTRATI
LA SENTENZA 13 GIUGNO 2006 DELLA GRANDE SEZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL LUSSEMBURGO: LA LEGGE 117/88 VIOLA I PRINCIPI DELL'ORDINAMENTO COMUNITARIO, NELLA PARTE IN CUI LIMITA ARBITRARIAMENTE L'AMBITO DELLA RESPONSABILITA' CIVILE DEI MAGISTRATI.
CONVINTA ADESIONE DEI PRIMI AUTORI DELLA DOTTRINA.
La più autorevole, fra le conferme alle nostre tesi, non può che provenire dalla recentissima Sentenza 13 giugno 2006 resa dalla più alta magistratura esistente nell'ordinamento comunitario europeo, vale a dire dalla Grande Sezione della Corte di Giustizia U.E. del Lussemburgo.
La pronunzia, integralmente pubblicata su www.aziendalex.kataweb.it/, oltre che (sempre integralmente) sui settimanali giuridici ""Diritto e Giustizia"" fasc. 29/2006, pagg. 105 segg., e ""Guida al Diritto"", fasc. nr. 4 / 2006 <>, pagg.30 - 39, si caratterizza per l'affermazione, netta e categorica, dei seguenti principi di diritto, assolutamente dirimenti a favore della dimostrazione della fondatezza delle tesi qui sostenute:
I. Gli Stati membri dell'U.E. rispondono a titolo extracontrattuale del danno patito dai singoli, in conseguenza di violazioni manifeste del diritto comunitario compiute dagli organi giurisdizionali, quand'anche tali violazioni derivino dall'attività di interpretazione delle norme o di valutazione dei fatti e delle prove;
II. Per stabilire quando una violazione del diritto comunitario debba ritenersi manifesta "" si valuta, in particolare, alla luce di un certo numero di criteri quali il grado di chiarezza e precisione della norma violata, il carattere scusabile o inescusabile dell'errore di diritto commesso, o la mancata osservanza, da parte dell'organo giurisdizionale di cui trattasi, del rinvio pregiudiziale ai sensi dell'art.234, terzo comma, del Trattato C.E., ed è presunta, in ogni caso, quando la decisione interessata interviene ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte in materia "" (così il punto 43. della sentenza 13 giugno 2006); su questo punto, inoltre, il massimo giudice europeo conferma le precedenti sue statuizioni, rese a partire dalla sentenza 19 novembre 1991, cause riunite C - 6 / 90 e C - 9 / 90 ricorrenti ""Francovich ed altri"", e poi dalla sentenza 5 marzo 1996 cause riunite C - 46 / 93 e C - 48 / 93, e in ultimo dalla la sentenza 30 settembre 2003 causa C - / 224 / 01 ricorrente ""Kobler"";
III. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave ""inescusabile"" del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto comunitario.
I primi commenti della dottrina si registrano in termini di grande interesse ed enfasi.
IMPUNITOPOLI PER I FUNZIONARI PUBBLICI. FUNZIONARI PUBBLICI: IMPUNITA' ED IMMUNITA'.
Le persone in carcere per droga sono il 15%; quelli per reati contro il patrimonio il 31; quelli per i reati contro la persona il 15%. Marginali sono le aliquote riguardanti delitti come l' associazione mafiosa (3%) e infinitesimali quelli per i reati dei 'colletti bianchi', conferma della compresenza di due codici distinti.
C'era una volta la lotta alla corruzione. Lotta dura, simboleggiata da Mani pulite.
Lotta che ha sconvolto l'Italia della politica e dell'impresa nella metà degli anni Novanta.
Memorabile l'immagine di quell'industriale che usciva dal carcere milanese di San Vittore, borsa Vuitton in alto, simbolo di ricchezza e del suo potere. Aveva resistito poche ore alle manette. E giù una confessione-fiume sulle mazzette da lui girate a questo o quell'uomo politico. Purché si aprissero dietro lui le porte della prigione, in vista del processo.
Ma, dopo le sentenze, quanti corruttori o corrotti hanno veramente pagato?
Quanti gironi infernali hanno dovuto attraversare prima di riavere la libertà definitiva?
La sensazione che pochissimi fossero gli sfortunati era diffusa. Ora c'è la certezza. La legge non è uguale per tutti.
Nell'arco di vent'anni, dal 1983 al 2002, compreso quindi il periodo di Tangentopoli, solo il 2 per cento ha scontato pene in carcere, mentre il 98 per cento l'ha fatta franca. O perché è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni) o perché sono state riconosciute misure alternative (servizi sociali: tra due e tre anni). E soprattutto perché nell'87 per cento dei casi la sentenza è stata mite: sempre meno di due anni.
Sono cifre rese pubbliche da una ricerca condotta dall'ex pm Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani pulite, ora giudice di Cassazione, e Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all'Università dell'Insubria (Como e Varese). Ricerca riversata nel libro "La corruzione in Italia", editore Laterza. Due anni per un lavoro tutto sui numeri, tratti dal Casellario giudiziale centrale. Una miniera di dati che inizialmente dovevano dar vita a una smilza analisi destinata a una rivista specializzata di diritto. Ne è venuto fuori invece un volume di 373 pagine, ricco di grafici e tabelle. Dentro, un inedito censimento sulle tangenti "made in Italy". Con risultati choc.
Ad esempio, solo due condanne a Reggio Calabria (in vent'anni!). Ancora. Nessuno riesce a immaginare che la Finlandia, il paese più "virtuoso" in Europa, secondo le statistiche di Transparency International, possa registrare condanne per corruzione quasi uguali a quelle dell'Italia. Che invece, sempre secondo Transparency International (classifiche elaborate sulla base di indici di "percezione"), è al penultimo posto, davanti al fanalino di coda Grecia, la più corrotta.
A proposito di risultati. I due autori bacchettano i corpi di polizia che «tendono a privilegiare l'attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria», ossia trascurano le indagini delle procure. Per questo annotano: «Non riteniamo di poter correlare alla (loro) attività la massiccia emersione della corruzione negli anni '92-94».
Un'altra delle sorprese che balzano all'occhio leggendo "La corruzione in Italia" riguarda la distribuzione del sistema mazzettaro sul territorio: «Intere aree geografiche del nostro paese, almeno stando al numero delle condanne per corruzione e concussione (l'estorsione del pubblico ufficiale, ndr) passate in giudicato, non sembrano essere state neppure sfiorate dal fenomeno Tangentopoli».
Partiamo dai più bravi. Al primo posto, l'area della Corte d'appello di Milano (882 casi), seguita da quella di Torino (568), Napoli (538) e Lecce (poco meno di 500). Stupiscono Genova (137) e, soprattutto, Firenze, «interessata a malapena da Mani pulite». Nel Meridione c'è invece atmosfera da "grande freddo", con l'eccezione, come si è visto, di Lecce e Napoli, dove «la macchina giudiziaria sembra aver funzionato efficacemente». Se a Reggio Calabria, però, quanto a condanne, c'è il deserto, non meglio se la cavano altri distretti meridionali. Come L'Aquila, Potenza, Salerno e Campobasso, per nulla toccati dalle «inchieste per corruzione». Stesso clima dal fronte di altre città della Sicilia e della Sardegna: Catania, Caltanissetta e Cagliari. Ma come, tutto lo Stivale è pervaso da un'atmosfera tale da «rovesciare un intero sistema politico con una risonanza mediatica senza precedenti» e laggiù non succede nulla? Secco il commento di Davigo-Mannozzi: «La repressione della corruzione in Italia tra il 1983 e il 2002 è avvenuta a macchia di leopardo». Colpendo solo alcuni distretti e «lasciando completamente indenni altri».
Andiamo allora a vedere che cosa succede nel profondo Sud. Come si spiega la vicenda di Reggio? Non si può certo credere che quella fosse una zona franca. Tanto più che l'ex sindaco Agatino Licandro, dimessosi nel '92, quindi nel pieno di Mani pulite, ha raccontato nel libro "La città dolente" «i particolari del patto del disonore con nomi, fatti, circostanze, e citando tutti i documenti necessari per trovare riscontri e prove». Come mai ci si imbatte in un numero così modesto di fatti di corruzione? Non solo in Calabria, ovviamente, ma anche nelle altre regioni appena nominate.
Cerchiamo allora di capire, dati alla mano, se vi è uno stretto intreccio tra corruzione e criminalità organizzata. Con una premessa. Quello della corruzione è un "mercato illegale", come gli altri tipici mercati illegali, dal traffico di droga al gioco d'azzardo. Nelle zone ad alta densità mafiosa è anch'esso sotto il controllo delle singole associazioni espressione del territorio, vale a dire la 'ndrangheta in Calabria, Cosa nostra in Sicilia e così via. Pertanto non è un caso se ci sono funzionari pubblici a libro paga delle organizzazioni.
Insomma, pochi casi vengono accertati. Rappresentano la punta dell'iceberg, quella che spunta dall'acqua. Ma il grosso continua a rimanere sotto, nella montagna sommersa.
FUNZIONARI PUBBLICI: NON LICENZIATI PUR CONDANNATI.
Sintesi delle osservazioni sulla gestione disciplinare prodotte dalla Corte dei Conti con Delibera n. 7/2006/G, da cui si evince una palese immunità ed impunità.
In questo paragrafo vengono sintetizzate le valutazioni, inerenti ai profili gestionali critici e a problematiche situazioni consolidatesi negli uffici controllati:
a) i continui mutamenti organizzativi, originati da prescrizioni normative e/o amministrative e caratterizzati da un sostanziale disinteresse per le sorti di una funzione naturalmente “tipizzata”, come quella disciplinare, pregiudicano il principio di continuità della azione disciplinare e tendono a disperdere specializzazioni professionali nella difficile materia;
b) analoghi effetti produce la forte mobilità di dipendenti nel settore disciplinare;
c) nelle istituzioni scolastiche questi fenomeni si accentuano perché la nuova organizzazione, basata su criteri autonomistici, convive con l’arcaica e disefficiente struttura consultiva “piramidale”. Quest’ultima è titolare di un anomalo potere di codecisione, che viene implementato da una frequente utilizzazione interdittiva di sanzioni proporzionate all’illecito;
d) risulta ancor più lenta e difficoltosa, rispetto alle precedenti indagini compiute da questa Corte, la capacità di evadere le notizie istruttorie. Il fenomeno riguarda soprattutto i casi più problematici, ove si intuisce una tendenziale riottosità ad illustrare compiutamente le disfunzioni amministrative e le loro conseguenze;
e) la tempistica delle vicende penali permane ipertrofica e allontana nel tempo la definizione disciplinare dei reati;
f) la tempistica dei procedimenti disciplinari - sia pure con le eccezioni e particolarità evidenziate in relazione – presenta margini di miglioramento rispetto ai valori rilevati nelle precedenti indagini. Essa rimane tuttavia assolutamente problematica se rapportata ai tempi tassativi previsti dalla legge, il cui mancato rispetto invalida la legittimità formale delle sanzioni disciplinari. Il fenomeno si acuisce e tende a concentrarsi nelle istituzioni scolastiche;
g) tendono ad accentuarsi – soprattutto nelle istituzioni scolastiche – i problematici rapporti, già accertati nelle precedenti indagini, tra le cancellerie penali e gli uffici disciplinari, da ascriversi prevalentemente al comportamento delle prime ma - talvolta – anche alla inadeguatezza dei funzionari degli uffici disciplinari ad interagire con procure e tribunali;
h) si sono verificate situazioni di mancata applicazione delle pene accessorie inerenti al rapporto di impiego;
i) sono state intercettate alcune situazioni di mancata apertura del procedimento disciplinare, con conseguente impunità del soggetto condannato in sede penale per reati rilevanti;
j) le situazioni di ritardo e le disfunzioni amministrative, inficianti la regolarità formale dei procedimenti, induce i funzionari responsabili a minimizzare le sanzioni, in modo da prevenire i ricorsi degli interessati e gli esborsi pecuniari conseguenti;
k) anche per le sospensioni cautelari il complesso “diritto vivente”, risultante dalle eterogenee disposizioni, normative e dagli andamenti giurisprudenziali, produce l’effetto secondo cui, al centro delle valutazioni della amministrazione più che la esigenza cautelare rimane la preoccupazione degli effetti economici della sospensione stessa;
l) quanto alla tempistica della funzione cautelare emerge che tra la data del fatto illecito e l’adozione del provvedimento decorre un tempo medio superiore a due anni;
m) i complessi meccanismi giurisdizionali e amministrativi illustrati nella relazione provocano la frequente permanenza in servizio di condannati per reati gravissimi. Queste situazioni sono talvolta accentuate dagli apparati amministrativi competenti;
n) alcune pronunce, soprattutto di carattere arbitrale, presentano notevoli profili problematici, aggravando situazioni di disparità ed effetti, anche patrimoniali, negativi per l’amministrazione;
o) emerge una sensibile dissonanza tra le pronunzie penali e quelle dei giudici del lavoro anche in termini ermeneutici della legge n. 97/01. Su tale fenomeno si riverbera, probabilmente, la natura del rapporto di lavoro pubblico “privatizzato”, dietro la cui controversa connotazione semantica si nasconde un coacervo di interessi concreti diversi da quelli del rapporto di lavoro privato;
p) permane, rispetto alle precedenti indagini, la eterogeneità delle sanzioni disciplinari in ordine ad analoghe tipologie criminose. Su tale fenomeno incidono, tra l’altro, la presenza di irregolarità formali nel procedimento disciplinare ed i condizionamenti ambientali;
q) si consolidano fenomeni elusivi della funzione disciplinare, quali i passaggi ad altra amministrazione, alcuni dei quali con esiti di recidiva particolarmente gravi;
r) nell’esercizio della mobilità non risultano prassi di verifica, da parte della amministrazione ricevente, dei requisiti di moralità del dipendente trasferito;
s) le procedure di arbitrato e conciliazione, applicate alle condanne più gravi, consentono di negoziare interessi ontologicamente indisponibili, privando i reati più gravi di appropriate sanzioni.
MAGISTRATURA: FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI ???
PARLIAMO DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA.
Pubblichiamo la relazione del guardasigilli avv. prof.ssa Paola Severino sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2011 nel testo ufficiale depositato alle Camere. 17 gennaio 2012. Esemplare ed importante perché fatta da un tecnico e non da un politico, quindi riporta la cruda realtà.
RELAZIONE SULL'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NELL'ANNO 2011
INTRODUZIONE
“Sig. Presidente, Onorevoli Deputati,…….Al termine del mio intervento depositerò una completa documentazione sullo stato della giustizia, anche su supporto informatico, in modo da garantire il massimo della trasparenza e dell’accessibilità dei dati, mentre concentrerò l’esposizione sui punti di maggiore criticità del sistema giudiziario italiano…….. Si tratta di emergenze ben note che riguardano:
a) l’attuale stato delle carceri e le problematiche condizioni dei 66.897 detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un Paese come l’Italia;
b) il deficit di efficienza degli uffici giudiziari rispetto ad una domanda di giustizia che, in termini quantitativi, appare nettamente sovradimensionata nel confronto con le altre democrazie occidentali (il rapporto CEPEJ 2010 ci dice che, nel civile, con 4.768 contenziosi ogni 100.000 abitanti, l’Italia è al quarto posto in Europa per tasso di litigiosità, dietro Russia, Belgio e Lituania su 38 paesi censiti). Anche su questo ci si dovrebbe forse interrogare maggiormente: questo elevato tasso di litigiosità da cosa deriva? Da una propensione socio-culturale italiana alla conflittualità? Da una scarsa fiducia nella possibilità di affrontare a monte la controversia e di trovare soluzioni ragionevoli nel dialogo tra cittadini? Da una eccessiva complessità del tessuto normativo, tale da generare essa stessa un proliferare di contrasti interpretativi, la cui soluzione va devoluta al giudice? Ognuna di queste domande richiederebbe una approfondita analisi, perché la risposta ad esse potrebbe segnare un cambiamento di politica legislativa, volto ad incidere sulle cause di una domanda di giustizia così diffusa;
c) la problematica individuazione degli strumenti attraverso i quali, soprattutto nel settore civile, sia possibile procedere alla rapida eliminazione dell’arretrato accumulatosi negli ultimi trent’anni, senza stravolgere i nostri principi fondamentali, senza deludere le aspettative di quanti hanno già da tempo intrapreso il cammino processuale e senza limitare eccessivamente l’accesso del cittadino al sistema giudiziario per nuove istanze;
d) l’indifferibile razionalizzazione organizzativa e tecnologica dell’intera struttura amministrativa dei servizi giudiziari, in modo da utilizzare al meglio le risorse umane e finanziarie disponibili, realizzando risparmi di spesa che siano il frutto di interventi strutturali e non di semplici tagli alle dotazioni di bilancio. Vedete, in questi primissimi mesi di Governo mi sono resa conto di come i risparmi più razionali si potrebbero realizzare anche sulle spese “minori”, sol che si modificasse l’erronea attitudine mentale a pensare che il denaro e le risorse pubbliche siano “di nessuno”, convertendola nella corretta concezione che il denaro pubblico è “di noi tutti”, perché proviene dalle nostre tasse, dalla nostra fatica quotidiana, dal nostro lavoro, dal nostro impegno per contribuire alla crescita del Paese. Allora vedremmo come dalla somma dei piccoli-grandi sprechi e dalla loro eliminazione si potrebbe ottenere un ammontare molto più rilevante di quanto si pensi, ma soprattutto un cambiamento culturale, idoneo a garantire risparmi di spesa strutturali e non episodici.
Queste, dunque, le quattro principali criticità da affrontare che, di certo, non rappresentano una sorpresa se è vero che se ne parla da molti lustri.
Il quadro generale è, infatti, rappresentativo di una situazione che desta forti preoccupazioni sia in ordine all’enorme mole dell’arretrato da smaltire che, al 30 giugno del 2011, è pari a quasi 9 milioni di processi (5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia con riferimento ai tempi medi di definizione che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni). Peraltro nel settore civile l’inefficienza nella definizione dell’arretrato ha dato luogo a costose e talvolta paradossali conseguenze. Si è già detto che il ritardo nella definizione dei giudizi dipende, in larga misura, dal numero davvero esorbitante di questioni per le quali si richiede l’intervento del giudice. Con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado l’Italia è seconda soltanto alla Russia nella speciale classifica stilata nel citato rapporto CEPEJ. Ebbene, proprio questo fenomeno determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente alla ritardata giustizia. Al riguardo i numeri non ammettono equivoci.
Approvata la legge (n. 89 del 2001 a tutti nota come legge Pinto) che consente di indennizzare l’irragionevole durata del processo si è verificata una vera e propria esplosione di questo contenzioso passato dalle 3.580 richieste del 2003 alle 49.596 del 2010. Un secondo effetto negativo indotto da tale contenzioso è quello dell’ulteriore dilatazione dei tempi di definizione dei giudizi presso le Corti di Appello (cui è assegnata la competenza a decidere nella specifica materia) che si aggiunge all’entità ormai stratosferica e sempre crescente degli indennizzi liquidati (si è passati dai 5 milioni di euro del 2003, ai 40 del 2008 per giungere ai circa 84 del 2011). Il dato di maggiore rilievo mi pare, però, quello fornito nel 2011 dalla Banca d’Italia, secondo cui l’inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all’1% del PIL. Se a questo si aggiunge che nella categoria “Enforcing Contracts” del rapporto Doing Business 2010 l’Italia si classifica al 157° posto su 183 paesi censiti, con una durata stimata per il recupero del credito commerciale pari a 1210 giorni, mentre in Germania ne bastano 394, si coglie la misura di quanto ciò incida negativamente sulle nostre imprese segnando, anche sotto tale aspetto, una divaricazione di efficienza con i migliori sistemi dei Paesi dell’Unione Europea che frena, ineluttabilmente, le possibilità di sviluppo ed anche gli investimenti stranieri.
……Non meno rilevanti risultano le conseguenze dell’eccessiva durata del processo penale. E non inganni la circostanza che la durata media del processo penale è inferiore rispetto a quella del processo civile (4,9 anni rispetto agli oltre 7 del civile) poiché occorre tener conto che essa incide in modo sensibile anche sulla sorte degli oltre 28.000 detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano il 42% dell’intera popolazione carceraria (altra anomalia tutta italiana). E se è vero che la libertà personale può e deve essere limitata per tutelare la collettività è parimenti incontestabile che una dilatazione eccessiva della durata del processo a carico di imputati o indagati detenuti pregiudica questo delicato equilibrio tra valori di rango costituzionale ed aumenta, talvolta in modo intollerabile, la sofferenza di chi, ad onta della presunzione di innocenza, è costretto ad attendere, da recluso, una sentenza che ne accerti le responsabilità. Con la possibilità, non del tutto remota, che alla carcerazione preventiva segua una sentenza assolutoria.
La durata del processo penale incide, infatti, anche sul numero dei procedimenti (in media 2369 ogni anno) per ingiusta detenzione ed errore giudiziario e, in ogni caso, aggrava la misura dei pur doverosi risarcimenti a tale titolo erogati (nel solo 2011, lo Stato ha subito un esborso pari ad oltre 46 milioni di euro).
Se mi è consentita una digressione, senza alcun intento polemico, credo che i dati oggettivi che ho appena illustrato consentano di riflettere sull’effettività del sacrosanto principio di civiltà giuridica sancito dal terzo comma dell’art. 275 del codice di procedura penale secondo cui “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Quel che è certo è che un uso, per così dire, meglio calibrato della custodia cautelare in carcere sarebbe sotto più aspetti benefico per l’amministrazione giudiziaria e per il sistema carcerario, senza alcuna controindicazione per la collettività, se è vero che le esigenze di sicurezza possono essere alternativamente garantite da un ventaglio davvero ricco di opzioni di cui oggi il giudice dispone e che, se possibile, proveremo a migliorare ed incrementare. Detto questo, ho già manifestato in più occasioni la mia personale preoccupazione, anzi, la mia angoscia per lo stato delle carceri italiane e degli ospedali psichiatrici giudiziari e sento fortissima, insieme a tutto il Governo, la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti (ma anche degli agenti della polizia penitenziaria che negli stessi luoghi ne condividono la realtà e, spesso, le sofferenze). Si tratta, ancora una volta, di questioni di difficile soluzione a causa di complicazioni burocratiche e di difetti strutturali e logistici che si sono stratificati nel corso del tempo. Non intendo, però, soffermarmi sul numero e la composizione della popolazione carceraria, sulla vetustà e le condizioni delle strutture, sugli spazi che competono e su quelli effettivamente assegnati e su tutte le altre questioni fatte di freddi dati e numeri (che facilmente troverete nei documenti ufficiali). Tutto questo, infatti, dice poco della vera questione in ballo: siamo di fronte ad una emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana. Le innegabili difficoltà non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate. Qualunque giustificazione è infatti destinata a crollare miseramente non appena si varca la soglia di una delle strutture a rischio e si verifica personalmente la realtà. Lo dico da Ministro, ma anche e soprattutto da cittadino: questa situazione va migliorata subito, pur nella piena consapevolezza che non esista alcuna formula magica per risolvere questo annoso e doloroso problema, se è vero, come è vero, che anche in altri paesi la piaga del sovraffollamento carcerario è segnalata da numeri che parlano da soli (ad esempio: 80.000 detenuti nel Regno Unito e più di 2 milioni negli Stati Uniti). Solo un equilibrato insieme di misure, idonee a coniugare sicurezza sociale e trattamento umanitariamente adeguato del custodito o del condannato, potrà fornire un serio contributo alla soluzione del problema. Edificazione di nuove carceri, ma anche manutenzione e migliore utilizzo di quelle esistenti; misure alternative alla detenzione, ma anche lavoro carcerario; deflazione giudiziaria attraverso depenalizzazione di reati bagatellari e non punibilità per irrilevanza del fatto, ma anche effettività della pena. Sono solo alcuni esempi che dimostrano come il campionario delle possibili soluzioni sia molto ampio, ma che l’aspetto più difficile è quello di un corretto equilibrio tra aspetto afflittivo ed aspetto rieducativo della pena, tra carattere umanitario del trattamento del condannato e tutela del diritto dei cittadini alla sicurezza, tra riconoscimento dei più elementari principi di civiltà anche a chi è detenuto e pieno soddisfacimento dei diritti delle vittime e dei loro familiari.
§ La mediazione.
Con il decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 il Governo diede attuazione alla delega relativa all’introduzione in via generalizzata della mediazione come strumento di risoluzione alternativa delle controversie civili e commerciali. Si tratta di un’importante riforma che mira a ridurre in modo sensibile il numero di giudizi dinanzi al magistrato, offrendo alle parti uno strumento generale alternativo alla via giudiziale per risolvere le controversie dei cittadini. Questa importante riforma legislativa, completata con l’emanazione della normativa regolamentare di dettaglio è operativa dal 20 marzo 2011, con l’entrata in vigore delle norme sulla obbligatorietà della mediazione nelle materie tassativamente indicate dalla legge. Poiché l’analisi dei dati statistici riguarda soltanto il primo semestre dell’anno appena trascorso è certamente prematuro tentare una valutazione degli effetti della riforma sulla domanda di giustizia. Bisogna inoltre tener conto che è stata differita di un anno l’obbligatorietà della mediazione in materia di condominio e risarcimento del danno derivante da circolazione stradale. Nondimeno, rispetto alle 33.808 mediazioni iscritte nel primo semestre del 2011 si può cogliere un trend in crescita se si considera che a novembre 2011 le mediazioni registrate hanno superato la soglia delle 53.000 unità. Sorprendono, invece, i dati relativi allo scarso utilizzo della mediazione delegata dal giudice e l’elevato numero di mancate comparizioni dinanzi al mediatore. Vorrei però sottolineare due dati che mi sembrano rilevanti:
a) nell’80% dei casi le parti partecipano alla mediazione con l’assistenza di un legale di fiducia (e ciò vale a scongiurare almeno in parte le preoccupazioni della classe forense in ordine ad una possibile minorata tutela tecnica dei diritti dei cittadini);
b) in presenza delle parti il tentativo di mediazione si conclude con successo nel 60% dei casi, fatto che testimonia le grandi potenzialità deflattive dell’istituto.
§ Gli interventi in materia di organici della magistratura.
Al momento risultano presenti in organico 8.834 magistrati togati, con una scopertura di 1.317 posti.
§ L’Attività Ispettiva e di Gabinetto.
Nell’anno 2011 il Ministro ha dato il proprio concerto in ordine al conferimento di 72 Uffici Direttivi, mentre nel quadro della programmazione predisposta l’Ispettorato generale ha eseguito 42 ispezioni ordinarie e 14 inchieste. Risulta altresì esercitata l’azione disciplinare nei confronti di 46 magistrati per violazioni dei doveri di diligenza, correttezza e laboriosità, relativi a diverse ipotesi, tra le quali spiccano quelle relative a gravi e reiterati ritardi nel deposito delle motivazioni delle sentenze che, talvolta, hanno determinato inaccettabili scarcerazioni di pericolosi criminali per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare. L’Ispettorato Generale ha svolto anche 234 ispezioni ordinarie presso uffici giudiziari di ogni ordine e grado.
§ La Giustizia Minorile.
Con riguardo alla Giustizia Minorile, nel corso del 2011 l’esame delle statistiche ha confermato l’aumento generale della presenza di minori di nazionalità italiana, già iniziato negli anni immediatamente precedenti, anche nei Servizi residenziali, come i Centri di prima accoglienza e gli Istituti penali per i minorenni, che per molti anni hanno visto prevalere numericamente i minori stranieri. Attualmente la presenza straniera proviene prevalentemente dall’Est europeo (principalmente dalla Romania) e dal Nord Africa (Marocco soprattutto). In generale i reati contestati sono prevalentemente contro il patrimonio (60%), pur se non sono trascurabili le violazioni delle disposizioni in materia di sostanze stupefacenti (10%).
……È possibile applicare questo modello virtuoso anche al sistema giudiziario? Certamente sì, purché tutti i protagonisti: magistrati, avvocati, personale amministrativo, cittadini utenti, e non soltanto le istituzioni competenti (Governo, Parlamento e C.S.M.) siano disposti ad accettare che un altro modello di servizio giudiziario, più snello, più rapido, meno costoso e meno intasato, non soltanto è possibile, ma è oggi assolutamente necessario e non più rinviabile. Ciascuno di noi sarà magari chiamato a rinunciare a qualche privilegio o a qualche abitudine consolidata e rassicurante, ma così facendo consegneremo al Paese, cioè a tutti noi, un sistema giudiziario migliore e più giusto. Vi ringrazio.”
Galere da terzo mondo
L’inchiesta - denuncia su “La Repubblica”. Ogni 100 detenuti, 47 sono di troppo, ma uno su cinque ha un lavoro. Sono 67510 i reclusi in Italia, 45572 i posti disponibili. Un tasso di sovraffollamento del 149% contro il 99% della media europea. Resta alto il numero dei suicidi: 684 nel 2011. E dal 2000 sono 85 gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita.
I numeri:
67.510 I detenuti nelle carceri
45572 I posti disponibili
28457 I detenuti in carcerazione preventiva
47 I detenuti eccedenti ogni 100 posti disponibili
684 I suicidi in carcere nel 2011
85 I suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria dal 2000 ad oggi
99% L'indice di sovraffollamento nelle carceri europee
149% In Italia
1491 I condannati all'ergastolo
7311 I detenuti con meno di 25 anni
20,68% La percentuale di detenuti che lavora
3, 95 miliardi di € Le risorse a disposizione nel 2007
2, 77 miliardi di € Nel 2010
134 milioni di € La situazione debitoria dell'amministrazione penitenziaria
25mila I detenuti di origine straniera, pari circa al 30%
7000 Di questi, di origine balcanica
5200 I marocchini
3500 I romeni
675 milioni di € La cifra promessa in tre anni dal piano carceri di Alfano
9150 I posti previsti in più
20 I nuovi padiglioni previsti
Sessantottomila detenuti intrappolati in un sistema fatto per poco più di 45 mila. Strutture vecchie, condizioni igieniche disperate, cibo degno di canili, salute a rischio anche per le guardie, tasso di suicidi altissimo. E' la foto impietosa del nostro sistema penitenziario. Riuscirà il governo a porvi rimedio?Sporche, fredde, sovraffollate e invivibili. L'"inconcepibile orrore" delle carceri raccontata da Alberto Custodero. Una situazione ormai insostenibile, stigmatizzata anche da Napolitano: oltre 68mila detenuti rinchiusi in edifici destinati a non più di 45.654 persone. Una qualità della vita indegna di un paese civile. Il ministro della Giustizia, Severino ne riferisce alla Camera: "Le difficoltà non possono essere un alibi". E promette interventi per cominciare a svuotarle almeno parzialmente. A San Vittore, carcere milanese, in celle di sette metri quadrati respirano a fatica sei detenuti per 20 ore al giorno. Nel partenopeo Poggioreale per ogni gabbia ne ammassano anche una dozzina: a Natale mancava il riscaldamento e "centinaia di persone - racconta il deputato pd Guglielmo Vaccaro - stavano accalcate attorno a stufe di fortuna". Nell'anconetano Montacuto, teatro di una recente rivolta, alcuni reclusi sono costretti a orinare in appositi "pappagalli". I bagni sono sufficienti per 178 ospiti, non per i 448 che ci sono. A Monza (900 detenuti per 400 posti) la prigione si allaga quando piove ed è in atto un piano di parziale evacuazione. Nel supercarcere Torinese delle Vallette a giugno venti detenuti hanno dormito in palestra, su materassi buttati a terra. Nel carcere di massima sicurezza di Paliano, nel Frosinate, che ospita un quarto dei pentiti d'Italia, la direttrice fa la guardia in portineria: manca il personale. Ma "l'estremo orrore inconcepibile in un Paese civile", per usare le parole del presidente della Repubblica Napolitano, i Nas lo hanno trovato in 21 celle dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, in Toscana. E in altre 28 in Sicilia a Barcellona Pozzo di Gotto: in quei luoghi di detenzione per condannati definitivi malati di mente, i bagni a disposizione per pazienti con la diarrea erano senz'acqua. Alcune persone erano legate al letto nude, altri malati privi di farmaci. Il presidente del Dap, Franco Ionta, non ha esitato a definire "un'emergenza nell'emergenza carceri" il problema dell'opg siciliano, dove 200 detenuti potrebbero uscire, ma restano reclusi perché nessuno sa dove piazzarli. Le 206 carceri italiane stanno scoppiando, riempite come sono all'inverosimile: in 45mila e 654 posti, sono stipati più di 68 mila detenuti, il 30 per cento stranieri (e di questo, un terzo di origine balcanica). La qualità della vita s'è abbassata anche perché - lo denuncia il Gruppo Abele - dal 2007 al 2010 è stata ridotta la spesa annua, passata da 13170 euro pro-capite a 6275. "Ventottomila detenuti - dichiara il ministro della Giustizia Paola Severino nella sua relazione sullo stato della giustizia che presenta oggi alla Camera - sono in attesa di giudizio, il 42% dell'intera popolazione carceraria (anomalia tutta italiana)". Ventitremila sono comunque di troppo e creano la cosiddetta emergenza sovraffollamento. "Che emergenza non è - osserva la deputata radicale Rita Bernardini - perché è una situazione diventata cronica". "Siamo di fronte ad una emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica - ammonisce il ministro - poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana". Tre anni fa l'allora ministro della Giustizia Alfano aveva annunciato e promesso un faraonico piano-carceri triennale: 1800 assunzioni di agenti. E 670 milioni stanziati per costruire, entro il 2012, undici nuovi istituti e venti padiglioni in strutture già esistenti, per un totale di 9150 posti. Cosa sia stato realizzato di quel piano è mistero. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Compresi quelli del Papa che il 18 dicembre, durante la visita nel carcere romano di Rebibbia, ha detto che "il sovraffollamento e il degrado possono trasformare il carcere in una doppia pena". Anziché, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione, in un luogo di detenzione "finalizzato alla rieducazione". Se per l'ex ministro dell'Interno Giuliano Amato "il carcere è lo specchio della civiltà di un Paese", i 66 suicidi di detenuti del 2011 riflettono la gravità dello stato di salute del "pianeta carceri". "Le condizioni in cui si trovano i detenuti nelle celle italiane - aggiunge Amato - gli animalisti le ritengono intollerabili per i polli in batteria". Il presidente del consiglio regionale pugliese parla di "un'autentica emergenza sociale e umanitaria". Le Asl lanciano l'allarme sanitario, con il rischio (è il caso del carcere "le Sughere"di Livorno) di epidemie di Tbc e di diffusione di scabbia.
Ma è davvero costituzionalmente rieducativo un mondo carcerario nel quale il rischio suicidio è venti volte superiore a quello della popolazione "libera"? Dove l'indice di sovraffollamento medio è del 149 per cento contro il 99 per cento europeo? Dove fino a qualche mese fa c'erano 57 bambini sotto i 3 anni in prigione con le mamme-detenute? La realtà è nell'ammissione della stessa Severino: "Le innegabili difficoltà - dice a Montecitorio - non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate". La drammatica realtà è pure nella denuncia del garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che chiede lo stop dei nuovi ingressi a Regina Coeli "perché si rischia la catastrofe umanitaria". Nelle ordinanze dei giudici di Sorveglianza che scrivono che nel carcere romano "ci sono condizioni di criticità". Nelle parole del commissario del piano carceri e presidente del Dap, Ionta, secondo cui "con l'ingresso di mille unità al mese e 68 mila detenuti il sistema penitenziario vive le difficoltà maggiori dal Dopoguerra ad oggi". Nell'annuncio della Comitato per la prevenzione della tortura di Strasburgo che ha annunciato per il 2012 una ispezione nelle carceri italiane dopo la condanna del nostro Paese della Commissione europea dei diritti dell'uomo perché un detenuto bosniaco viveva in condizioni disumane di sovraffollamento. Nella proposta di legge del deputato pdl Rocco Girlanda che - unico ad accorgersene - chiede di vietare l'uso di bombolette del gas per cucina da cella in quanto alcuni detenuti le usano per suicidarsi. Altri, tossicomani, per sballarsi inalando il gas.
Il carcere è un mondo nel quale "guardie e ladri", detenuti e agenti, sono accomunati da un'unica tragica disperazione. Ai 66 suicidi dei carcerati (si impiccano coi lacci delle scarpe, inalando gas, tagliandosi i polsi, ingoiando lamette), si contrappongono quelli dei poliziotti, diciotto negli ultimi 5 anni. Troppi, tanto che lo stesso Ionta ad ottobre ha deciso di istituire una Commissione ad hoc per "indagare" sul fenomeno dei suicidi fra agenti della polizia penitenziaria. A questo proposito, però, il sindacato Sappe ha denunciato che i punti di ascolto psicologico per il personale vittima di disagio istituiti dal Dap nel 2008 sono rimasti un progetto non realizzato per mancanza di fondi. "I 50 psicologi che avevano vinto il concorso - sostengono i sindacati - non sono mai stati assunti". Alle rivolte dei detenuti (Ancona, Parma, Bologna, Cagliari, Prato), si contrappongono le manifestazioi dei poliziotti che, per protesta, si mettono in "autoconsegna". Una recente denuncia della Uil svela la crisi che attraversa lo stesso dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "Il Dap - dicono i sindacati - è sull'orlo del fallimento con un debito di 150 milioni che mette a rischio l'acquisto del vitto per i detenuti. E che costringe direttori e provveditori a mediare con i creditori per garantire l'erogazione di acqua, luce e riscaldamento".
Il governo Monti annuncia le sue contromisure per svuotare le carceri. "Edificazione di nuove carceri", annuncia il ministro Severino che però non dice con quali risorse. "Manutenzione di quelle esistenti". "Ma anche lavoro per i detenuti. E deflazione giudiziaria attraverso la depenalizzazione di reati bagatellari. Sono stati dimezzati i tempi massimi per la convalida dell'arresto (48 ore anziché 96), lasciando 21mila detenuti nelle camere di sicurezza delle forze dell'ordine o agli arresti domiciliari. Inoltre s'è innalzato da 12 a 18 mesi la soglia della pena detentiva residua per l'accesso alla detenzione domiciliare. Con questa norma agli oltre 3800 detenuti fino a oggi scarcerati se ne aggiungeranno altri 3327 con un risparmio di spesa di 375mila euro ogni giorno.
In questo mondo di drammi e sofferenza non può mancare anche una storia al contrario. Come quella del cinquatunesimo detenuto suicidatosi nel 2011: l'uomo s'è tolto la vita a tre giorni dalla fine pena. Per dirla con Erich Fromm, "aveva paura della libertà". Pazzi di solitudine o malati terminali. Ma il 41-bis non si può toccare. Il regime di assoluto isolamento applicato a condannati particolarmente pericolosi e ai boss della criminalità organizzata non sembra poter avere attenuazioni. Così persone sono morte, stanno morendo o sono andate fuori di testa senza che sia stato possibile curarle in condizioni dignitose. Lo discrezionalità dei giudici di sorveglianza. Il 19 maggio un detenuto, infettato dall'Hiv e allo stadio terminale di un tumore ai polmoni, s'è visto negare dai magistrati di Sorveglianza il diritto di trascorrere gli ultimi istanti di vita da cittadino libero. Ed è morto dietro le sbarre. Il garante del detenuto per la Toscana, Andrea Callaioli, ha gridato allo scandalo: "Un uomo nelle sue condizioni non doveva morire in prigione per questioni etiche". Ma esiste un'etica della morte in cella? E quanto grave deve essere una malattia per rendere incompatibile la detenzione? Un confine certo non esiste. Tutto è affidato alla discrezionalità dei singoli magistrati. "Quot capita, tot sententiae". Tanti giudici, tante sentenze.
E così può capitare che un detenuto possa impazzire perché seppellito vivo da 20 anni al 41-bis, il regime carcerario duro riservato a mafiosi e terroristi che li isola dal resto del mondo. È la morte civile che ha forse un senso quando un boss - o un terrorista - ha ancora il potere di comandare dalla cella. Ma che diventa una tortura, una crudeltà o un accanimento quando il regime duro viene reiterato nei confronti di boss nel tempo invecchiati, malati e non più pericolosi. Al 41-bis è vietato guardare la tv, parlare con altri detenuti, leggere, scrivere, uscire dalla cella. Una sola visita al mese per i familiari che, però, si possono contattare solo attraverso un vetro. E coi quali si può parlare solo con un telefono.
Vincenzo Stranieri si trova ininterrottamente al 41-bis dal 1984, all'epoca poco più che ventenne. Quel prolungato isolamento dal mondo ha nuociuto alla sua psiche, devastandola. Stranieri ha subito già diversi trattamenti sanitari obbligatori (Tso) con ricoveri in reparti psichiatrici. Ha perso 45 chili in pochi mesi. Periodicamente si ferisce in tutto il corpo. Ma secondo i giudici "merita" ancora il 41-bis e non, invece, una condizione carceraria "normale". Ma è rieducativo, dal punto di vista costituzionale, mantenere un detenuto malato di mente al regime 41-bis? Ed è etico negargli la possibilità di stare in carcere insieme agli altri detenuti? La vicenda di Stranieri è oggetto di un'interrogazione parlamentare di sei deputati radicali, e per la sua liberazione si batte disperatamente la figlia Anna, che non ha mai potuto abbracciare il papà. Un caso analogo riguarda un altro detenuto sottoposto al regime carcerario duro nel carcere di Parma. Si tratta di Gaetano Fidanzati, anziano boss mafioso (ha 76 anni) dell'Arenella Acquasanta che si trova dal dicembre 2009 al 41-bis. La deputata radicale Rita Bernardini s'è rivolta con una interrogazione al ministro della Giustizia per sapere se le gravi condizioni di salute in cui versa il detenuto siano compatibili col carcere duro. Una perizia medico legale, afferma la parlamentare, pur rilevando diverse malattie, ipertensione, diabete, disturbi cardiaci e cancro, sostiene la compatibilità con il 41-bis. Ma - chiede la Bernardini al Guardasiguilli - nel regime 41-bis è veramente garantita a Fidanzati e a tutti i detenuti che si trovano in analoghe gravi condizioni la tutela dei propri di diritti alla salute prevista dalla Costituzione? Cibo da cani e zero in igiene.
Così ci si ammala di carcere e ce lo dice Vittoria Iacovella. Solo dal 2008 esistono criteri nazionali per dare omogeneità alla tutela della salute dei detenuti. Ma la crisi e la mancanza di soldi hanno peggiorato la situazione: per i pasti di ciascun carcerato si spendono 3,8 euro al giorno; nei canili si arriva a 4,5. Il carcere intercetta e riflette la grande fragilità di questo Paese. Così, come aumenta il disagio psichico tra la gente comune (ne è colpito un quinto della popolazione italiana) scopriamo, nelle celle sovraffollate, che più del 15 per cento soffre di disturbi legati alla salute mentale, spesso associati a tossicodipendenza o alcolismo.
Gli stranieri rappresentano il 30-40% a seconda delle regioni, fino ad arrivare al carcere di Civitavecchia in cui sono presenti più di 100 nazionalità. Per i pochi medici, non sempre supportati dai necessari mediatori culturali, si rivela una Babele. La salute è strettamente legata all'alimentazione. Secondo il "Forum per il diritto della salute in carcere", il costo del cibo per un detenuto è di 3,8 euro al giorno e comprende colazione, pranzo e cena. Il comune di Roma ne spende 4,5 per ciascun ospite dei canili. Senza cure efficaci, i 5.200 malati di epatite B e C, i 2.500 sieropositivi (quasi certamente sottostimati), e la recrudescenza della tubercolosi sono un pericolo per tutti. Fino alla riforma del 2008, la salute in carcere era gestita da ogni singolo istituto penitenziario, in modo autonomo. Ciascun sistema rimaneva chiuso in se stesso con un'enorme disomogeneità nella gestione fra diverse città. Il Forum Nazionale per la salute in carcere ha lottato a lungo per riuscire a ottenere che i criteri fossero omogenei in tutto il territorio nazionale. Oggi la sanità penitenziaria è gestita dalle Asl competenti per territorio. "In teoria è una cosa giusta, una riforma che andava fatta - spiega Fabio Gui, operatore dell'ufficio del garante della regione Lazio per la salute in carcere - In pratica è difficilissimo attuarla a causa di anni di tagli ai budget delle Asl". Tuttavia, come sottolinea Roberto Di Giovan Paolo, senatore Pd e Presidente del Forum per la salute in carcere "non esiste un censimento delle emergenze sanitarie, le Asl non sanno con chi e con quanti pazienti detenuti devono lavorare. E' una cosa necessaria per la quale stiamo preparando un'interrogazione parlamentare".
La riforma ha aperto le porte del carcere ai medici esterni, ha reso tutto più trasparente, facendo emergere, però, anche tutte le criticità. Con la crisi economica gli operatori del settore testimoniano che la qualità del cibo è sempre più scarsa, le lenzuola sempre più sporche. "Spesso si parla di carcere per i suicidi o gli atti autolesionistici - racconta Gui - ma difficilmente si riesce a raccontare cosa porti a tali gesti. Qui il disagio psichico è fortissimo ed è in aumento sia per i detenuti che per la polizia penitenziaria. Si entra sani e si esce malati. A Bari ci sono letti a quattro piani. Scabbia, pidocchi, tubercolosi si diffondono velocemente fra i detenuti ma anche fra la polizia, gli operatori e le loro famiglie. Il sistema delle carceri italiane è una bomba in continuo procinto di esplodere, se finora non lo ha fatto è grazie agli operatori interni che continuano a fare i salti mortali, ma quanto potrà durare?"
Il pacchetto del neoministro Severino è stato accolto positivamente dalle associazioni del settore penitenziario. "Perché finalmente si preoccupa di guardare da dentro il carcere e di capire le differenze che ci sono fra i vari detenuti - sottolinea Gui -. Ad esempio è assolutamente positivo spostare i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche in modo che possano essere curati e recuperati. Abbiamo verificato che la recidiva di solito è del 70% mentre per chi è stato in strutture alternative cala al 30%".
Nelle carceri italiane i tossicodipendenti sono circa 21mila, le strutture che dovrebbero accoglierli, però, non sono abbastanza e non hanno i fondi sufficienti a farlo. La riforma in atto prevede anche la chiusura degli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, o manicomi criminali (che la legge Basaglia non cancellò). All'interno di questi, oggi, si trovano circa 1400 persone malate e socialmente pericolose per le quali sono necessarie terapie psichiatriche e misure di sicurezza particolari che dovranno essere gestite dai dipartimenti di salute mentale competenti per territorio. Ma le regioni hanno dimostrato di non avere le risorse necessarie a pagare le equipe che devono occuparsi di questi internati. Che fine faranno, in pratica, non si sa. Chi è positivo all'Hiv e fa una terapia antiretrovirale spesso ha difficoltà a reperire i farmaci. Chi si ammala di cancro lo scopre troppo tardi a causa delle attese di mesi per poter fare le visite e le analisi necessarie. "Alcuni pazienti detenuti vengono operati dopo 18-20 mesi dal momento in cui è stato diagnosticato loro il cancro - testimonia Gui -. Abbiamo portato alla Procura della Repubblica storie di persone che non si sono salvate a causa di questi colpevoli ritardi. A volte mancano le autorizzazioni alle visite, banalmente, perché il fax in tribunale è rotto e non ci sono i soldi per ripararlo".
PARLIAMO DI LESIONE DEL DIRITTO DI DIFESA.
Custodia cautelare: richiesta del PM e verifica di sussistenza delle esigenze e controllo di legittimità da parte del GIP ?!?
La riprova che il GIP non è altro che la longa manus del PM la dà “Il Corriere della Sera”. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». Gaetano Riina rimane in carcere perchè arrestato nel luglio 2011 per associazione mafiosa in quanto considerato nuovo capo del mandamento di Corleone. I magistrati della Dda partenopea stanno esaminando gli atti relativi all'inchiesta per valutare una eventuale nuova richiesta di misure cautelari dopo l'annullamento dei provvedimenti restrittivi. Il Riesame di Napoli (presieduto da Angela Paolelli) ha infatti annullato le ordinanze nei confronti non solo di Gaetano Riina, ma di altri otto indagati (tra cui Nicola Schiavone, fratello del capo del clan Casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan) motivando la scarcerazione col fatto che il gip di Napoli Pasqualina Paola Laviano, che aveva emesso le ordinanza di custodia cautelare, si era limitato a copiare o riassumere la tesi accusatoria della procura. L'indagine della procura di Napoli - coordinata dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm della Dda Francesco Curcio e Cesare Sirignano - ha accertato l'esistenza di una spartizione degli affari all'interno dei mercati ortofrutticoli da parte delle principali organizzazioni criminose del nostro Paese e il monopolio del settore dei trasporti su gomma da parte del clan dei Casalesi, alleato con la mafia siciliana.
"Totale testuale trasposizione del richiesta del pubblico ministero" e carenza di "qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari": con questa motivazione il Tribunale del Riesame di Napoli ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare a carico di Gaetano Riina, fratello del padrino di Cosa nostra, accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip campano, sostiene il Riesame, si sarebbe limitato a riproporre la richiesta d'arresto della procura, non sostituendo neanche le parole "questo pm" con "questo gip". Il provvedimento annullato risale al 14 novembre scorso: secondo la Procura di Napoli Gaetano Riina avrebbe preso accordi con il clan dei Casalesi per la gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia. Un'ordinanza successiva all'arresto eseguito il primo luglio a Mazara del Vallo, su richiesta della procura di Palermo che aveva portato in carcere Riina con l'accusa di essere il boss di Corleone.
Il Commento di Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Un episodio imbarazzante. Un gip appiattito, come si dice in questi casi, sulle tesi del pm tanto da copiare in buona sostanza la sua richiesta di arresto e trasformarla paro paro in un ordine di custodia. Sembra di essere tornati ai tempi di Mani pulite: allora alcuni gip dicevano sempre sì, senza se e senza ma, a tutto quello che le procure volevano. Invece siamo a Napoli e lo scivolone tocca incidentalmente una delle famiglie più note dell'Italia criminale: quella dei Riina. Il tribunale del riesame ha infatti annullato l'ordine d'arresto-fotocopia che riguardava Gaetano Riina, il fratello di Totò, il capo dei capi seppellito in cella sotto una valanga di condanne. Gaetano Riina, meno celebre di Totò, avrebbe fatto affari con i Casalesi mettendo insieme due business: quello dei mercati ortofrutticoli e quello del trasporto su gomma. Ora si dà il caso che il gip valuti le prove raccolte dal pm e decida, se il ragionamento dell'accusa gli è parso convincente, l'arresto, ma qui il gip di Napoli non avrebbe raggiunto nemmeno il minimo sindacale. Il tribunale del riesame, impietoso, parla di «totale, testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero» e carenza di «qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari, omettendo», così, «ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari». Addirittura, secondo il riesame il giudice si sarebbe dimenticato perfino di sostituire le parole, «questo pm» con «questo gip». Risultato: l'ordine di arresto per concorso esterno in associazione camorristica è finito nel cestino. Gaetano Riina non è stato scarcerato perchè a luglio era già stato ammanettato: questa volta su input della procura di Palermo che lo considera il nuovo boss di Corleone. Dunque, l'aspirante padrino resta dentro. Ma questo nulla toglie alla gravità dell'episodio che conferma un vecchio vizio di parte della magistratura italiana: la sciatteria e insieme la sudditanza culturale dei gip ai pm. Non è sempre così, naturalmente, ma da Mani pulite in poi l'allarmante fenomeno è stato denunciato infine volte dagli avvocati che dovrebbero essere sullo stesso piano dei pm e invece si trovano spesso spalle al muro. Incalzati dai pm e anche dai gip che sembrano ufficiali di complemento dell'accusa. È questa una delle ragioni da pesare a favore della separazione delle carriere, argomento di cui si parla a vuoto da quasi vent'anni. Ma la prima rivoluzione è quella che dovrebbe avvenire nelle teste dei giudici, non di tutti, ci mancherebbe, perchè proprio l'epilogo della vicenda napoletana insegna che molti giudici fanno, e bene, il loro mestiere. Il riesame esclude addirittura che il gip «abbia realmente preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm». Un disastro. I giudici hanno annullato l'arresto di Riina ma anche quelli di altri otto indagati, compreso il fratello di un altro celebre padrino: Nicola Schiavone che sta a Francesco detto Sandokan come Gaetano sta a Totò Riina. La girandola si è chiusa con la giustizia rossa di vergogna, ma in concreto poco è cambiato: solo tre indagati, quelli con le posizioni meno pesanti, sono stati scarcerati. Gli altri restano in cella, raggiunti da altri provvedimenti. E la procura corre ai ripari: la Direzione distrettuale antimafia di Napoli sta valutando se chiedere un nuovo arresto per Riina. L'indagine ha scoperchiato un accordo fra Cosa nostra e i Casalesi: alleati di ferro nel riscuotere il pizzo sul commercio di frutta e verdura fra la Sicilia e il resto d'Italia.
Va giù pesante anche Domenico Ferrara su “Il Giornale”. Si è comportato come lo studente scansafatiche che copia il compito in classe del secchione di turno. Ma il gip del tribunale di Napoli ha fatto di più: ha pure copiato male, facendosi beccare. Il tema in aula non aveva come oggetto la vacanza estiva, bensì l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica nei confronti di Gaetano Riina, fratello del capo dei capi di Cosa nostra, Totò. Insomma, un cognome di quelli che pesano e che enfatizza la scarsa attenzione posta dal giudice per le indagini preliminari, il quale si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto formulata dai pm della procura napoletana. Ma più che riassumere, il tribunale del Riesame parla di un vero e proprio copia e incolla, di errori grossolani e clamorosi. Un esempio? Nello scritto il gip non ha sostituito nemmeno le parole "questo pm" con "questo gip", mantenendo inoltre l'espressione "presente richiesta di misura cautelare". Come riporta il Giornale di Sicilia, "il mandato di cattura era stato emesso a novembre 2011 e il gip riteneva Gaetano Riina in combutta con i clan dei Casalesi nella gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e nord Italia". Provvedimento annullato, appunto, dal Riesame campano per "inesistenza della motivazione". La decisione che ha portato al rigetto delle richieste del gip è spiegata molto chiaramente: "Il provvedimento impugnato consiste nella totale testuale trasposizione della richiesta del pubblico ministero, con il solo inserimento di una breve parte introduttiva di carattere meramente giuridico", si legge sul quotidiano siciliano. E come se non bastasse i giudici del Riesame continuano: "Manca il riferimento espresso al provvedimento o all'atto richiamato...così come è del tutto carente qualsiasi accenno di autonoma valutazione in ordine agli elementi indiziari emersi nel corso delle indagini preliminari". Non è farina del suo sacco, sentenzierebbe un insegnante. La sentenza nei confronti dello stesso gip l'hanno fornita gli stessi giudici del Riesame: "Ha dimostrato di essere venuto meno al suo ruolo, omettendo ogni controllo e ogni valutazione sul risultato delle indagini preliminari, si esclude che abbia preso cognizione del contenuto delle ragioni esposte nella richiesta del pm". Una bocciatura senza appello. Chiamatela negligenza o imperizia. Magari il gip sarà stato oberato di lavoro da non potere dedicare tanto tempo al fratello del boss mafioso. Oppure la sua fiducia nel lavoro del pm di turno era tale da non rendere opportuna nessuna valutazione nel merito. Comunque sia ha copiato (pure male) e si è anche fatto beccare. E non siamo a scuola, ma in un'aula di tribunale.
Gli strumenti di difesa. Gli interrogatori di garanzia??
In Italia ogni giorno c’è un innocente che viene incolpato ingiustamente ed un colpevole che riesce a farla franca. E’ in questo dilemma che si opera. In virtù di esso, chi conosce bene la Giustizia in Italia, è abituato a conoscere l’uomo nei momenti più tristi della sua vita: o perché è accusato di aver commesso un crimine o perché lo ha subito. In entrambi i casi, l’uomo della strada deve difendersi in giudizio e quindi si prepara ad andare incontro al calvario giudiziario, che comporta il rischio di un crollo non solo economico, ma anche sociale, familiare e psicologico.
Quanti dicono: “Se sei innocente non hai nulla da temere” sono, a dir poco, ingenui o ignoranti, se non addirittura in malafede, perché la realtà nei nostri tribunali è ben diversa, posto che non basta avere ragione, ma occorre ottenerla. Sorprende l’incredulità o l’indifferenza di quei politici che prima fanno compiere la riforma del codice penale e di procedura penale ai penalisti, senza il supporto di veri esperti, e poi s’indignano quando le storture della procedura penale li colpisce direttamente o da vicino. Consideriamo un attimo lo strumento tecnico del cosiddetto “interrogatorio di garanzia” davanti al Gip (ma un’analoga riflessione la possiamo fare, ancor prima, tra l’avviso di garanzia e l’interrogatorio davanti al Pm). L’arresto in flagranza o il fermo, tecnicamente misure temporanee e precautelari, sono richieste dalla Pg e dal Pm e convalidate dal Gip, ovvero la custodia cautelare è disposta dal Gip su richiesta del Pm. Per questi istituti fa seguito il cosiddetto “interrogatorio di garanzia”, ma garanzia di cosa? Per chi?
L’arresto è la cosa più grave che può capitare ad una persona, perché lo priva della sua libertà personale e gli fa crollare addosso, in un attimo, tutte le certezze di una vita. Ora, una riforma penale dotata di senso umanitario e disposta secondo una giustizia amministrata in conto del popolo (non solo in nome), disporrebbe l’interrogatorio di garanzia prima dell’arresto, non dopo. Difatti, se il Gip dispone l’arresto oggi, ben motivandolo a pena di invalidità, come può il giorno dopo fare marcia indietro? Non sarà invece psicologicamente interessato (perché predisposto, anche in perfetta buona fede) a cogliere di più gli elementi di colpevolezza che quelli d’innocenza?
Il risultato di chi entra dal Gip con una situazione penalmente rilevante e ne esce con un aggravio di responsabilità (secondo il Gip, ovviamente), può essere causato: uno, dal meccanismo bizzarro dell’interrogatorio di garanzia, come suddetto; due, dalla psicologia del reo, ove questi non è consapevole (anche in buona fede) che determinate condotte corrispondono a determinate fattispecie di reato; tre, dalla “devastazione psicologica” del reo, il quale, tratto in arresto e finito sulla gogna mediatica deve fare i conti con lo stigma della colpevolezza (anziché dell’innocenza) fino a prova contraria. Per la persona accusata ingiustamente di un crimine, non contano tanto i provvedimenti giudiziari (se pur gravi e devastanti), quanto il fatto che nessuno sembra più disposto a credergli, da qui il rischio psicopatologico che col tempo tende ad accettare lo stigma della colpevolezza (ed a comportarsi di conseguenza), pur essendo innocente. Questo fattore trae in inganno molti periti psichiatri e giudici, se non sono esperti di criminologia. Togliere la credibilità al reo è il principale indizio del complotto. Ora, capita spesso che una persona quando è raggiunta da un avviso di garanzia grida al complotto; ma chiunque volesse incastrarlo, come primo atto, farebbe di tutto per togliergli l’attendibilità anche e, soprattutto, sui giornali, con articoli telecomandati.
Nei nostri tribunali, periodicamente, si lede, nei confronti dei più deboli, il diritto costituzionale dell’art. 24 al diritto di agire e di difendersi.
Si dichiara nullo il mandato dato dagli analfabeti con crocesegno autenticato dal proprio avvocato.
L’autentica del difensore vale per tutti, meno che per loro.
E’ stato sostenuto che “è inesistente, per difetto di forma, la procura alle liti con crocesegno in calce al posto della firma” (Cass. civ., II, 14 maggio 1994, n. 4718).
In questo caso la Corte di Cassazione dà interpretazione incostituzionale degli art.83 c.p.c., 110 c.p.p. e 39 att. c.p.p., che, violando l’art 3 (diritto di uguaglianza), differenzia l’autenticazione della sottoscrizione data dal difensore tra scolarizzati e analfabeti.
A questo si aggiunge l’impedimento ai soggetti con disabilità motorie di essere parti o testimoni in processi in cui hanno interesse.
Molti dei nostri uffici ed aule giudiziarie hanno delle barriere architettoniche insormontabili per i portatori di handicap. Questi soggetti deboli non possono stanziare o accedere in luoghi di giustizia aperti al pubblico, in quanto mancanti di accessi, bagni e panche idonei a loro.
A tutto questo si aggiunge la vergogna del "Patrocinio a spese dello Stato" ( legge 217/90 - 134/2001 – T.U. 115/2002)
Cos’è ?
Al fine di essere rappresentate in giudizio nei processi penali, civili ed amministrativi, sia per agire che per difendersi, le persone non abbienti possono chiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato, usufruendo dell’istituto del “Patrocinio a spese dello Stato”.
A quali condizioni di reddito può essere richiesto?
Per essere ammessi al Patrocinio a spese dello Stato è necessario che il richiedente sia titolare di un reddito annuo imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 9.723,84, rivalutati annualmente secondo dato Istat. Se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l'istante. Eccezione: si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi. Nel solo ambito dei procedimenti penali, la regola che impone la somma di tutti i redditi prodotti dai componenti della famiglia è contemperata dalla previsione di un aumento del limite di reddito che, a norma dell'art.92 del T.U., è elevato ad euro 1.032,91 per ognuno dei familiari conviventi.
La norma al fine di rendere immediato il diritto di difesa, a nullità assoluta prevede il riscontro all’istanza di ammissione a gratuito patrocinio, notificato all’interessato, entro 10 giorni dalla richiesta. La domanda contiene altresì, in autocertificazione a pena di reità, la dichiarazione di essere in possesso dei requisiti richiesti, quindi non devono essere allegati i documenti che ne attestino la veridicità, come per esempio la dichiarazione dei redditi.
La nomina del difensore, secondo la legge, avviene dopo l’ammissione al gratuito patrocinio.
Invece nella prassi i termini non sono rispettati, si impone l’illegittima allegazione di documenti e l’illegale nomina preventiva del difensore d’ufficio, iscritto nell’apposito elenco. La nullità palese, nonostante le nullità assolute, è sempre respinta. Inoltre, per impedire l’accesso, nei requisiti di ammissione si indicano limiti di reddito inferiori a quelli previsti dalla norma. Non solo delle citazioni a giudizio presso il Giudice di Pace si omette ogni riferimento al diritto di accesso al beneficio. Nel processo amministrativo si rigettano le istanze per mancanza di fumus: la commissione formata ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato, entra nel merito, adottando una sentenza preventiva senza contraddittorio, riservandosi termini che rasentano la decadenza per il ricorso al Tar.
Il gratuito patrocinio dovrebbe essere la tutela per il diritto di difesa dei più poveri e per questo motivo la parte politica di riferimento, secondo le loro enunciazioni, dovrebbe essere la “sinistra”.
Guarda caso, però, fu proprio il governo “D’Alema” con la legge del 2001 a prevedere l’obbligatorietà della scelta del difensore iscritto nell’elenco tenuto dal Consiglio dell’Ordine.
In questo modo il povero non può più scegliersi l’avvocato di fiducia pagato dallo Stato, quant’anche non sia iscritto nell’elenco, com’era prima, ma gli viene imposto un avvocato che a tutti gli effetti è un avvocato di ufficio.
Impedimenti all’accesso e scarse affinità elettive con i “difensori di ufficio” sono le cause delle soccombenze dei poveri nei giudizi in cui sono parti o imputati.
Gli effetti della lesione del diritto di difesa si appalesano dai dati del Ministero della Giustizia: la maggior parte dei detenuti è “E' PRESUNTA INNOCENTE”, IGNORANTE, INDIGENTE.
PARLIAMO DI ERRORI GIUDIZIARI ED INGIUSTA DETENZIONE.
(IN)GIUSTIZIA: 5 MILIONI GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.
Secondo un calcolo compiuto dall’Eurispes nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 5 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.
Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
Sui giornali si parla di storie di uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva.
"Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada".
Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione.
L’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela. E se la storia dell'errore giudiziario potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. Nel nostro ordinamento non esiste una norma che "indennizza l’ingiusta imputazione. Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare". Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. Nel "giro" si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora.
Giusta pena in giusto processo, ma dai resoconti giornalistici sul caso Stroppiana, il delitto della logopedista Marina di Modica, qualcosa non quadra. Nessuno osa criticare la sentenza. La Cassazione ha condannato Paolo Stroppiana per un delitto in cui si nota: niente arma, niente corpo, niente movente.
La Cassazione ha condannato un imputato per omicidio preterintenzionale che: o doveva essere assolto con formula piena; o doveva essere condannato per omicidio volontario e soppressione od occultamento di cadavere. Non esiste in diritto una via di mezzo !!!
Altro che "Le Iene portano bene". Al procuratore capo della Repubblica di Modica hanno portato solo un po' di fastidio. Il programma cult di Italia 1 si è occupato di un errore giudiziario scaturito da un caso, di cui si occupò Francesco Puleio ai tempi in cui lavorava alla procura del tribunale di Catania. Si tratta di errore giudiziario: la vicenda di Maria Columbu, una donna accusata di terrorismo per colpa di un volantino dai toni minacciosi palesemente risibili. Columbu ha trascorso 6 mesi in carcere e altri 6 agli arresti domiciliari, prima di essere prosciolta. Maria Columbu viene indagata per terrorismo, perchè in un volantino di stampo brigatista c'era il suo numero di cellulare.
Il servizio di Luigi Pelazza inizia con la presentazione di Maria Columbu che nel 2005 in Sardegna, a 39 anni, madre di 4 bambini, viene arrestata. L’accusa è pesante: terrorismo. In video si presenta una signora disabile su una sedia a rotelle. Secondo gli inquirenti avrebbe conosciuto un uomo su internet e con questo avrebbe incitato i visitatori della rete a compiere attentati alle più alte cariche dello Stato. Maria Columbu viene condannata a 4 anni carcere. Nel 2010, però è assolta con formula piena.
Maria racconta la storia: «anno 2002, bussano alla porta alle 6 di mattina. Era la Finanza. Mi dicono che sono indagata per terrorismo. Alla fine della perquisizione sequestrano i miei due computers, materiale cartaceo e questo volantino.» Mostrandolo a Luigi Pelazza.
Gli inquirenti lo considerano sovversivo, in quanto contiene una stella a 5 punte che rievoca le brigate rosse degli anni 70, ma a differenza di quei manifesti, su questo vi è anche il numero di Maria da contattare per informazioni. E’ un volantino anomalo.
«Ma vi pare – dice Pelazza - che se uno vuole fare un attentato mette il suo numero di telefono così lo possono rintracciare». Infatti il giudice che assolve Maria, nella sentenza, fa notare proprio questo. Un’altra prova che ha portato all’arresto della donna sono alcuni documenti trovati sul suo computer. Maria spiega che sul computer vi era un file scaricato da internet in cui si parlava di politica con opinioni personali, ove probabilmente si è sfogata "un pochino in modo più colorito del solito per la rabbia che avevo in corpo perché non mi sento protetta o garantita: a morte lo Stato; a morte Berlusconi". Ma non è detto che una cosa si dice e poi si faccia. Anche in questo caso il giudice che l’ha assolta l’ha creduta, tanto che nella sentenza scrive: "non è emerso durante l’attività investigativa l’esistenza di nessuna banda, neanche allo stato rudimentale". Pelazza spiega che tra i file sequestrati vi erano le istruzioni per costruire una bomba e ne spiega le indicazioni: "per prima cosa procuratevi 110 kg di plutonio dal vostro fornitore locale; suggeriamo di contattare l’organizzazione terroristica del luogo". Pelazza dice: è inverosimile, le bizzarre istruzioni terminano con un consiglio: "adesso che avete un ordigno nucleare, potete usarlo per spettacoli pirotecnici o per difesa nazionale". Il giudice che ha assolto Maria ha considerato le istruzioni: risibili, cioè ridicole ed in prigione non ci doveva proprio andare.
Luigi Pelazza spiega che le persone che finiscono in carcere ingiustamente c’è ne sono tante ogni anno.
A questo punto del servizio vi è l’intervista all’avv. Gabriele Magno dell’Associazione vittime degli errori giudiziari che spiega che secondo le statistiche dell’Eurispes negli ultimi 10 anni sono state depositate 8 mila richieste di indennizzo per ingiusta detenzione.
Ci si chiede, però, al di là dei soldi che poi paga il cittadino e non i magistrati, perché si fanno errori così grossolani.
Per questo motivo Luigi Pelazza si reca dal sostituto procuratore che ha chiesto ed ottenuto la condanna di Maria. Appunto Francesco Puleio.
Il procuratore Puleio, ha ricevuto nel suo ufficio del tribunale di Modica la "Iena" Luigi Pelazza, con cui si è intrattenuto pochi minuti.
Pelazza: «l’intervista riguarda questa donna, non so se lei se la ricorda, si chiama Columbu Maria Antonia».
Puleio infastidito chiede che all’interolcutore: «cosa vuole».
Pelazza: «abbiamo chiesto che indagini ha fatto la Procura per chiedere la condanna di queste persone. Quando ho letto le istruzioni per fare la bomba nucleare (per prima cosa procuratevi 110 kg di plutonio), la domanda che mi son fatto è come ha fatto a credere una cosa del genere».
Puleio in palese difficoltà risponde: «guardi sono passati 7 anni».
Pelazza «Ho capito, ma l’indagine è sempre quella».
Puleio: «non credo che le cose che lei mi mostra corrispondano a verità».
Pelazza: «sono atti processuali…».
Puleio: «me li lasci guardare con attenzione e le darò una risposta esauriente».
Pelazza: «se è stato fatto un errore così gigantesco».
Puleio: «lo dice lei, questo lo dice lei…ma quale errore».
Pelazza: «la Cassazione, lo dice la Cassazione».
Poi Puleio ha messo alla porta Luigi Pelazza a causa del tono a lui poco gradito che stava assumendo l'intervista: «maresciallo li accompagna i signori? Grazie ed arrivederci».
Pelazza: «però mi scusi».
Puleio: «mi faccia avere le sue domande, le darò le risposte. Poi rimanda l’intervista ed io vorrei parlare….conoscendo le cose. Ripeto sono cose di 7 anni fa. Mio figlio andava alla seconda elementare, adesso è al liceo».
Pelazza: «un bambino di 7 anni avrebbe capito che si trattava di una bufala, no?»
Pelazza poi spiega che esce dalla Procura ed invia al procuratore capo di Modica le domande per e-mail e questi dopo circa un’ora risponde che si rende disponibile ad un’intervista, ma solo se si firma un documento (e lo mostra): spiegando che il documento contiene delle condizioni, ossia: «se l’intervista non dovesse uscire come piace a lui – dice Pelazza - questo magistrato, non sappiamo con quale potere, non ci darebbe modo di darvene conto (rivolto ai telespettatori)».
Il giorno dopo Pelazza torna in Tribunale, ma un addetto alla sicurezza ferma il cameraman all’entrata, spiegano che non può entrare su disposizione del procuratore.
Pelazza sale da solo con in tasca solo un registratore e fa presente al procuratore che: «la donna si è fatta 1 anno di carcere, lei lo sa che è così…»
Puleio: «non è così….»
Pelazza: «non ci dà la possibilità di far vedere…»
Puleio: «lei sta registrando tutto…»
Pelazza: «io sto registrando. Lei mi può anche far arrestare, peggio ancora.. »
Puleio: «no, no, non è il caso. Vede le cose vanno inserite nel loro contesto, vanno contestualizzate. Se lei si presenta normalmente così…vestito da beccamorto, può sembrare un tipo balzano. Grazie ed arrivederci».
A questo punto Puleio spinge fuori dall’ufficio Pelazza che dice: «visto che però parla, perché mi spinge? perché mi spinge? Visto che però parla solo lei….questa è la democrazia come la interpreta lei, comunque noi abbiamo registrato e questo andrà in onda. Io glielo sto dicendo, arrivederci».
Pelazza a chiusura del servizio spiega che ogni anno in Italia 8000 persone finiscono in carcere ingiustamente.
Tutto documentato dalle "Iene" con la solita telecamera nascosta, dal momento che al cameraman era stato fatto divieto di entrare in tribunale.
E così Pelazza ha documentato l'intervista (o meglio, la tentata intervista) con tanto di reazione stizzita del procuratore, che poi fa accomodare la "Iena" fuori dal suo ufficio. Il servizio, andato in onda nella puntata de "Le Iene" di mercoledì 26 ottobre 2011, è stato visto praticamente da milioni di italiani e migliaia di modicani, curiosi di capire su cosa verteva l'intervista al procuratore. Puleio non ha rilasciato queste dichiarazioni all’inviato delle Iene perché, a suo avviso, trattasi di una trasmissione irriverente e burlesca.
A tutto ciò è conseguito solo indifferenza ed insensibilità al problema: nella società civile e sui media. Anzi, proprio sulla stampa, specialmente locale, si è ossequiosamente dato risalto alla piccata rimostranza del procuratore, omettendo il contenuto del servizio. Della nota del procuratore qui si da conto in calce al resoconto del servizio, per non essere tacciati di partigianeria anti magistrati e per rendere chiaro ed asettico quanto è successo. Nota che il procuratore ha distribuito ai media. lo stesso procuratore si è sentito in dovere di giustificare l'accaduto, sottraendo tempo al suo lavoro, e perchè ha deciso di mettere alla porta Pelazza, senza rilasciare dichiarazioni sul caso in oggetto, di cui lo stesso procuratore capo di Modica scrive diffusamente nella sua nota che riportiamo di seguito in versione integrale.
"Facendo seguito a delle notizie di stampa, desidero brevemente fare chiarezza su quanto avvenuto a proposito di un servizio della trasmissione televisiva «Le Iene» e concernente un processo da me trattato quale sostituto procuratore della Repubblica a Catania.
La scorsa settimana, un inviato della trasmissione si è presentato presso il mio ufficio, chiedendomi una intervista in ordine al processo celebrato a Catania nei confronti, tra gli altri, della signora C.M.A.
Mi sono dichiarato disponibile all’intervista, chiedendo a tale inviato – trattandosi di una trasmissione di intrattenimento e non già di informazione – un impegno a trasmettere l’intervista senza interruzioni o cesure e senza tagli o manipolazioni delle dichiarazioni rese che stravolgessero o modificassero il mio pensiero.
L’inviato mi ha risposto di non essere in grado di garantire il rispetto di tali richieste.
Ho allora riferito al mio interlocutore che non avrei rilasciato l’intervista e che non consentivo alla diffusione televisiva di immagini o dichiarazioni che mi riguardassero, accettando soltanto, per puro spirito di cortesia, di rendergli alcune dichiarazioni informali, al fine di esporre il mio punto di vista sul reale svolgimento delle vicende processuali.
Ho così chiarito quanto segue:
La signora C.M.A. è stata processata e sottoposta alla misura degli arresti domiciliari per i delitti di associazione con finalità di terrorismo ed eversione e di propaganda sovversiva per avere, tra l’altro, diffuso via internet (attraverso i siti, nella sua disponibilità, anarchyboom, amortelostato, morteaberlusconi) materiale teso a fomentare il sovvertimento delle istituzioni e lo scontro violento con le forze dell’ordine, nonché per aver diffuso istruzioni per il confezionamento, con modalità artigianali ed utilizzando materiali di facile reperimento, di ordigni esplosivi di vario genere (bomba acida, lampadina esplosiva, pipe bomb ecc.);
Nel corso del processo, la responsabilità della signora C.M.A. per i fatti sopra ricordati è stata valutata dapprima dai tre componenti della Sezione reati contro l’ordine pubblico e l’eversione della Procura di Catania, quindi è stata affermata dal G.i.p. e dal Tribunale del riesame di Catania, ed ancora dal G.u.p. e dalla Corte di appello di Catania;
Avverso le sentenze di condanna la signora non ha mai presentato ricorso, dimostrando con ciò di riconoscersi colpevole, ovvero di non riconoscere l’autorità dello Stato;
Nel corso del processo, l’ipotesi delittuosa di propaganda sovversiva è stata abrogata con legge n. 85 del 2006;
Solo dopo diversi anni, e su ricorso di un altro imputato, la Corte di cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte di appello di Catania;
La Corte di cassazione non ha posto in dubbio le condotte ascritte all’imputata, ritenute certe nella loro materialità, ma ha osservato che mancava la prova della esistenza di una struttura organizzativa di reale pericolosità. In esito al rinvio, la Corte di appello di Catania, nel corso di un nuovo giudizio, ha assolto l’imputata.
Non mi risulta che questi dati, da me esposti all’inviato, siano stati riportati nel corso della trasmissione, la quale, come anticipavo, è una trasmissione di intrattenimento, con finalità irridenti e burlesche che nulla hanno a che vedere con la corretta informazione giornalistica".
Il procuratore capo di Modica Francesco Puleio.
Una premessa ed una considerazione va fatta: in Italia solo i programmi di intrattenimento fanno informazione (vedi Striscia la Notizia e Le Iene), poi nell’errore giudiziario o nell’ingiusta detenzione la responsabilità va sempre ripartita tra chi chiede la condanna o la misura cautelare e chi dispone l’accoglimento dell’istanza. E’ risaputo che i magistrati giudicanti spesso sono dei passacarte, proprio perché sono colleghi dei magistrati inquirenti. La colleganza non permette sgarbi. Per questo i PM sono maggiormente responsabili e non si devono coprire con le manchevolezze dei colleghi. Se poi gli imputati preferiscono, pur innocenti, di agevolarsi della prescrizione, di adottare riti alternativi e patteggiativi o di non avvalersi dell’impugnazione, un motivo ci deve pur essere. Spesso si ritiene vano il tentativo di affermare una realtà storica tanto palese da non essere attestata con una verità giudiziaria.
“Cento Volte Ingiustizia” di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone (Mursia). Cento casi di errori giudiziari, ricostruiti con l'unico intento di sollevare una riflessione approfondita su una delle più attuali e delicate questioni della giustizia. La prefazione è affidata a Roberto Martinelli. L'opera vede anche l'intervento di altri quattro addetti ai lavori: il giudice Ferdinando Imposimato; l'avvocato Carlo Taormina, docente di procedura penale presso l'Università di Tor Vergata di Roma; Severino Santiapichi, per anni presidente della Corte d'Assise di Roma, ex procuratore generale presso la Corte d'Appello di Perugia; Renato Borruso, ex magistrato della Corte di Cassazione.
Dopo 18 anni di carcere nei penitenziari più duri e difficili d’Italia, lo Stato si è accorto che sei uomini erano estranei alla strage di Via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, e li rimette in libertà senza neanche una parola di scuse. Sei uomini, alcuni comunque vicini alle cosche, altri totalmente estranei, che entrarono in carcere ragazzi e ne escono, dopo 18 lunghi anni, vecchi nell’anima e privi di ogni speranza. Uomini che, nel frattempo, hanno perso la famiglia, il lavoro e persino la dignità; uomini cui lo Stato ha chiesto di pagare un prezzo altissimo per un delitto che non solo non hanno commesso ma che, addirittura, con ogni probabilità, è stato lo stesso Stato ad ordinare. Vittime sacrificali di un sistema perverso, in cui la giustizia si trasforma sempre più in ingiustizia. Vittime di un sistema giudiziario che non paga mai per i propri errori, anche per i più gravi, e che per le proprie decisioni affrettate ed ingiuste ha prodotto, solo nel 2010, come ci dice Eurispes, ben 8000 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione. 8000 richieste che, al di là degli aridi numeri, equivalgono ad 8000 persone che hanno visto rovinata la propria vita per errori giudiziari per i quali nessun giudice o pubblico ministero pagherà mai il conto. Come nascondere l’indignazione per uno Stato che non difende i suoi cittadini e li lascia in balia delle Procure? Fa rabbrividire il giustizialismo di chi, come fosse una partita di calcio, fa il tifo per le procure a prescindere, o per chi teorizza il “meglio un innocente in galera che dieci colpevoli liberi”; cari tifosi questa bella storia raccontatela alle famiglie, ai figli, agli amici di quell’uno finito in galera ed imprimetevi bene in mente la loro risposta. Se poi vi resta tempo andate a vedere cosa è accaduto alla procura di Taranto ed alla Procura di Potenza: scoprirete un mondo diverso in cui non sempre i buoni, come nei film, indossano toghe ed ermellini. E ricordatevi che gli altri siamo anche noi.
Non c'è colore politico o condizione economica e sociale che tenga, quando si è subìto un errore giudiziario o un'ingiusta detenzione. Dal dopoguerra al 2003 quattro milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o ingiusta detenzione o prosciolti perché il fatto non sussiste. Questo enorme numero è già vicino ai cinque milioni, se esteso al tempo odierno. Per quantità si tratta dell’intera popolazione di Toscana e Umbria assieme. Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.
La macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva. Meno male.
Secondo un rapporto del ministero della Giustizia, su 53 mila detenuti complessivi 16.740 sono in attesa del primo giudizio, 9.600 dell’appello, 3.200 del giudizio della Cassazione: il totale di questa popolazione carceraria "sospesa" è assai maggiore dei 22 mila detenuti perché condannati in via definitiva.
Questo succede: l’Italia è lo Stato maggiormente sanzionato dalla Corte europea. I capi d’accusa di Strasburgo: lentezza nei processi e nei risarcimenti. Ma quanto costa al “Bel Paese” la sua fatale distrazione? Parliamo in termini economici innanzitutto.
Le statistiche del ministero parlano di una media di 8000 richieste di riparazione per ingiusta detenzione l'anno, di cui ne vengono risarcite 2000. Ogni giorno di ingiusta detenzione costa allo Stato 235 euro che vengono ridotti della metà in caso di arresti domiciliari, in vista della minore afflittività. Il numero dei risarcimenti si eleva esponenzialmente a 36mila casi l'anno per l'irragionevole durata del processo (legge Pinto). Infine i casi di errore giudiziario, con revisione processuale, sono circa 100 l'anno. Ci sono molte storie limite, ma a nostro avviso è peggiore l'abuso che si fa della custodia cautelare, spesso inflitta per pericolo di fuga o di reiterazione del reato, o di inquinamento delle prove quando non ce ne sarebbe spesso bisogno. E sono molte le Corti d'Appello che condannano il Ministero dell'Economia, quindi gli stessi contribuenti, a riparare il danno.
Esempio eclatante di parte di quegli sprechi per cui il nostro Ministro dell’Economia si mette le mani nei capelli, nella ricerca costante di trovare una quadra al deficit nazionale prima che la falla nella carena diventi irreparabile e il veliero italiano inizi a sprofondare tra i pesci nelle profondità marine.
Parliamo adesso dei costi umani: per tutti la storia va sempre allo stesso modo. Alle 7 del mattino ti suonano alla porta di casa, con un mandato di perquisizione, e non puoi fare nulla. La vita ti cambia in un istante e non sei più padrone di nulla: sei entrato all’interno di un complesso sistema, che è la procedura, che è il diritto, che ti travolge e ti guida. Diventi un elemento passivo e il tuo destino viene affidato al giudizio, alle parole e all’intelletto di altre persone, spesso incapaci a ricoprire quel ruolo, nessuna di queste che ti conosce, a nessuno importa chi tu sia se non nella circostanza per cui sei imputato. Sei solo un fascicolo.
Ma sarà vero che tra le cause dei numerosi suicidi che avvengono dietro le sbarre ci sia proprio l'errore giudiziario? Molte volte è così. Il carcere fa la sua parte nelle persone psicologicamente deboli. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia, agli amici. Sono questioni che toccano tutti gli esseri umani; perché l'argomento non è strumentalizzabile a livello politico e non può non unire. E' per questo si è deciso di offrirvi un'analisi dettagliata, precisa e puntuale sugli errori commessi dalla macchina della giustizia negli ultimi anni, dal più famoso di Enzo Tortora ai tanti ragazzi messi dietro le sbarre ingiustamente. Per troverete pubblicata una storia, delle vite e dei sentimenti distrutti dalla giustizia ingiusta per cercare di dar voce, accanto ai tanti urlatori forcaioli, a chi non può parlare.
TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI?
Da "Il Secolo d'Italia" di mercoledì 8 giugno 2011
TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI? Da "Articolo 643" lo stop al carcere ingiusto e all'abuso della custodia cautelare. Anche un solo giorno di carcere può cambiare la vita di un uomo. Ricco o povero, famoso o nell'ombra, di destra o di sinistra. Non c'è colore politico o condizione economica e sociale che tenga, quando si è subìto un errore giudiziario o un'ingiusta detenzione. Lo slogan è "tutti vittime di fronte alla legge": sono oltre duemila le persone che ogni anno vengono risarcite dallo Stato per essere finite dietro le sbarre senza colpa. È di qualche tempo fa la proposta di legge targata Pdl, presentata alla Camera da Giuliano Cazzola, di istituire una Giornata della memoria per le vittime di errori giudiziari. Dal 2012, ogni 18 maggio, giorno emblematico della morte di Enzo Tortora, dovrebbero essere protagoniste quelle persone, note e meno note, le cui storie sono accomunate dallo stesso identico dramma. Perché quella perquisizione in casa alle 7 del mattino, quell'ordinanza di custodia cautelare e quei giorni da detenuto hanno cambiato per sempre la loro vita. Lo sa bene l'avvocato bolognese Gabriele Magno, presidente dal 2000 di "Articolo 643".
Dopo la Giornata della memoria per le vittime del terrorismo dedicata alle toghe, il Pdl chiede che sia istituita anche una Giornata della memoria per le vittime degli errori giudiziari. Promotore dell'iniziativa, Giuliano Cazzola. La data scelta è emblematica, il 18 maggio, giorno della morte di Enzo Tortora. Cosa ne pensa?
Magno: «Ovviamente con noi la proposta sfonda una porta aperta. Le statistiche del ministero parlano di una media di 8000 richieste di riparazione per ingiusta detenzione l'anno, di cui ne vengono risarcite 2000. Ogni giorno di ingiusta detenzione costa allo Stato 235 euro che vengono ridotti della metà in caso di arresti domiciliari, in vista della minore afflittività. Il numero dei risarcimenti si eleva esponenzialmente a 36mila casi l'anno per l'irragionevole durata del processo (legge Pinto). Infine i casi di errore giudiziario, con revisione processuale, sono circa 100 l'anno. Ci sono molte storie limite, ma a nostro avviso è peggiore l'abuso che si fa della custodia cautelare, spesso inflitta per pericolo di fuga o di reiterazione del reato, o di inquinamento delle prove quando non ce ne sarebbe spesso bisogno. E sono molte le Corti d'Appello che condannano il ministero dell'Economia, quindi gli stessi contribuenti, a riparare il danno.»
Quando e come nasce "Articolo 643", quali i casi più significativi a cui si è ispirata e qual è l'attività di intervento dell'associazione?
Magno: «L'associazione, che prende il nome dall'articolo 643 del codice di procedura penale sulla riparazione dell'errore giudiziario, nasce undici anni fa. L'occasione è stato uno studio dell'Eurispes, dove venivano fuori cifre spaventose: dal `48 al `99 erano state 4 milioni le persone che avevano subìto il carcere ingiustamente. E non c'era nessuna associazione che si occupasse del fenomeno. Certamente il caso emblematico che tutti conoscono è quello del giornalista Enzo Tortora, ma i casi sono troppi e tanti. Ma nel tempo, tappa dopo tappa, qualcosa è cambiato, in meglio, per fortuna. Prima del `99, data dell'entrata in vigore della legge Carotti, il risarcimento massimo era di 100 milioni delle vecchie lire, anche per vent'anni di carcere. E solo una persona ebbe l`indennizzo massimo: Clelio Darida, ex sindaco di Roma, guardasigilli e sottosegretario in varie fasi di governo, rappresentò il caso limite, per 90 giorni di carcere ingiusto. Con la legge Carotti, invece, si è passati dalla cifra massima di 100 milioni a 1 miliardo, quindi 500mila euro attuali, in caso di abuso della custodia cautelare. Altra data importante, per l'errore giudiziario, è stata il 2003, quando si è stabilito che non esiste un limite massimo di indennizzo, perché è entrata in auge la nuova figura giuridica del danno esistenziale. Caso emblematico è quello di Daniele Barillà, protagonista di uno scambio di persona e per questo accusato ingiustamente di essere un narcotrafficante. Dopo che l'Escobar della Brianza, così fu soprannominato dopo l'arresto, era stato condannato a 15 anni, la Corte d'Appello di Genova gli ha riconosciuto, per i sette anni e mezzo di carcere patito da innocente, il maxi-risarcimento di 4 milioni e 600mila euro per il danno esistenziale oltre a quello materiale.»
Dopo tanti anni di attività c'è un caso che l'ha maggiormente colpita?
Magno: «In realtà sono molti i casi a cui siamo affezionati. Fra i più noti a livello mediatico quello che ha coinvolto Gigi Sabani, che dopo la sua disavventura giudiziaria disse: «Ora rido, ma il dolore per quell'ingiustizia mi è rimasto. La spina riguarda il mio caso giudiziario. Un terribile errore che può capitare a tutti». Penso al musicista e compositore Lelio Luttazzi, che proprio mentre si trovava all'apice del suo successo, nel giugno del`70, fu arrestato con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti assieme all'attore Walter Chiari. Dopo circa un mese di carcere fu libero di uscire, completamente scagionato. E ancora, tra i casi più noti, quello del portiere di via Poma Pietrino Vanacore: il suo ultimo biglietto, lasciato in macchina, parlava abbastanza chiaro. Ma ci sono anche storie di gente comune, che prendiamo ugualmente a cuore, soprattutto quelle legate a episodi di violenza sessuale su donne e minori, perché in questi casi, oltre all'onta, c`è un discorso dei problemi che sorgono in carcere con gli altri detenuti. La vita di un uomo cambia anche con un solo giorno di carcere: per tutti la storia va sempre allo stesso modo. Alle 7 del mattino ti suonano alla porta di casa, con un mandato di perquisizione, e non puoi fare nulla. Per me fare questo lavoro è ormai una questione etica. Per un avvocato difendere gli innocenti è un enorme privilegio.»
E Pensa che tra le cause dei numerosi suicidi che avvengono dietro le sbarre ci sia proprio l'errore giudiziario?
Magno: «Molte volte è così, non posso escluderlo. Il carcere fa la sua parte nelle persone psicologicamente deboli. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia, agli amici. Sono questioni che toccano tutti gli esseri umani, ricchi e poveri, uomini di destra e di sinistra. Perché l'argomento non è strumentalizzatile a livello politico e non può non unire.»
E Come associazione attiva sul tema, avete mai presentato delle proposte per leggi "ad hoc" che migliorino la condizione delle vittime della malagiustizia?
Magno: «Sono due le proposte legislative più rilevanti di cui ci facciamo promotori. La prima questione riguarda l'ingiusta detenzione: la richiesta di indennizzo, differentemente dall'errore giudiziario, subisce un limite di prescrizione di due anni dalla sentenza definitiva. Questo limite ci sembra assurdo, perché si crea una prescrizione brevissima su un errore di questo o quel magistrato. E, se passano i due anni, lo Stato non pagherà più. Vogliamo che i due anni vengano sostituiti con l'inciso "in ogni tempo", per dare modo a chiunque di rivalersi. Dall'anno `89 al 2011 sono stati una sessantina i casi di magistrati "responsabili" di errore, e una metà sono stati stralciati. Altra proposta, creare una sorta di automatismo che consideri le vittime di ingiusta detenzione privilegiate nel loro reingresso nel mondo del lavoro, perché vengano riabilitate. Ad esempio, penso ai concorsi pubblici, dove la condizione delle vittime della malagiustizia dovrebbe essere equiparata, in un certo senso, a quella dei portatori di handicap. E` una questione di riabilitazione, di tornare alla vita prima di quelle.
E ancora Magno Da "Famiglia Cristiana" di martedì 1 novembre 2011.
«Negli ultimi dieci anni ci sono state 8.000 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione. E ben 2.500 sono state accolte. È un numero enorme. Ma la legge attuale non consente un adeguato risarcimento perché fissa il tetto massimo in 516 mila euro. Noi chiediamo l’abolizione di questo tetto, così come chiediamo, nel caso di errore giudiziario, che sia tolto il limite di tempo entro il quale si può avviare la causa di equa riparazione, che oggi è fissato in due anni dalla revisione del processo e dall’assoluzione».
A parlare è l’avvocato Gabriele Magno, fondatore dell’Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari. L’associazione, spiega, è nata dieci anni fa, quando lui e altri avvocati e giuristi si sono resi conto che non esisteva alcuna realtà che tutelasse le vittime della giustizia. E, oltre all’errore giudiziario e all’ingiusta detenzione, si occupa anche di una terza tipologia di problemi: l’eccessiva lunghezza dei processi. Naturalmente tutte queste associazioni tematiche che aspirano alla prima genitura ed all'esclusiva, molto attente ad non urtare la suscettibilità dei magistrati, causa del male, non fanno mai riferimento all'Associazione Contro Tutte le Mafie, colpevole di non santificare i magistrati, colpevole di non essere di sinistra e colpevole di non guardare in faccia nessuno e di dire sempre la verità, dando spazio anche a chi la ignora o la emargina.
«La lunghezza ingiustificata dei procedimenti italiani ha già portato a 38 mila ricorsi», aggiunge l’avvocato Magno. «Se il processo è troppo lungo non è più giustizia. In giurisprudenza è cosa nota: un processo deve avvenire in aula e non solo sulle carte; dev’essere immediato, cioè a ridosso dei fatti; dev’essere ragionevolmente rapido. Se no è un processo ingiusto».
Avvocato, perché l’Italia soffre da sempre di una giustizia lenta e inceppata?
«Perché, pur avendo inventato il diritto, ci siamo dimenticati di un suo caposaldo, che era già chiaro all’epoca dei romani: il precedente giudiziario è vincolante. È il principio su cui si basa la giustizia americana: la Corte Suprema emette 120 sentenze l’anno, ma tutti i tribunali e in tutti i gradi di giudizio vi si devono uniformare».
E in Italia, invece?
«I nostri riferimenti di giurisprudenza provengono dalle leggi. Il Parlamento legifera e il giudice deve applicare. Per farlo deve interpretare la legge. Le sentenze della Corte di Cassazione non sono vincolanti. Fanno giurisprudenza, ma ogni magistrato, ogni avvocato e ogni giudice trovano nella storia giurisprudenziale tutto e il contrario di tutto. La legge, poi, arriva spesso molto tardi rispetto al fenomeno che deve normare, e talvolta risulta inefficace già fin dal suo nascere. Ammesso che si faccia la legge...».
Che cosa intende dire?
«Che il Parlamento spesso agisce in base a ragioni di maggioranze, di opportunità del momento politico, di convenienza di una parte o dell’altra».
Come dev’essere la durata di un “processo giusto”?
«I tempi sono noti: 3 anni per il primo grado, due anni per il secondo, e 1 anno per la Cassazione, l’ultimo livello di giudizio».
E invece?
«E invece basta guardare ai ricorsi alla casistica di condanne dell’Italia alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per vedere quanti processi, specie civili, durano quindici, venti, o anche oltre 25 anni. In Italia è diventato quasi normale che si fissi l’udienza successiva di un processo civile due anno dopo, talvolta anche tre. Come si può aver fiducia in una giustizia che lavora con questi tempi?»
Negli ultimi anni ci sono stati alcuni casi di risarcimenti clamorosi, di milioni di euro…
«È vero. Riguardano processi di equa riparazione per errori giudiziari (il risarcimento nel caso del vero e proprio errore si chiama così). Ad esempio, il “caso-Barillà”, uno dei casi storici di cui si è occupata l’associazione, ha ottenuto il risarcimento di 4,6 milioni di euro. In quella vicenda, oltre all’errore giudiziario, c’era il problema di 5 anni e mezzo di ingiusta detenzione. Ma la vera novità è che per la prima volta era stato accolto dal giudice il concetto di risarcire il danno esistenziale, ossia le conseguenze pesantissime subite dalla vittima dell’errore che ne peggiorano definitivamente la qualità della vita. Il danno esistenziale va ad aggiungersi agli altri: danno morale, biologico, e via dicendo».
Qual è la vostra posizione? Che siano i magistrati in prima persona a pagare l’errore?
«No, noi non siamo del “partito anti-magistrati”. Anzi, pensiamo che la contrapposizione non aiuti affatto la giustizia. La nostra posizione è equilibrata: i magistrati possono sbagliare, come tutti; non ci interessa di punire i magistrati, ma che venga risarcita la vittima e riabilitato il suo buon nome. Pensiamo, tra l’altro, che di fronte al rischio dell’indennizzo, il magistrato si autolimiterebbe e porrebbe molta attenzione nel prendere certi provvedimenti».
Non c’è il rischio di limitare l’autonomia della magistratura?
«L’ultima cosa che vogliamo è limitarne l’autonomia, che è uno dei capisaldi della giustizia. Il magistrato è e deve rimanere autonomo».
È sempre del giudice la colpa dell’errore?
«Per la mia esperienza no. Lo è nel 50 per cento dei casi, l’altro 50 è di noi avvocati. Sapesse quanti ne vediamo commessi dai colleghi: ricorsi dimenticati, scelte difensive sbagliate, errori procedurali. Tanta giustizia ingiusta viene anche da scarsa preparazione di una parte della nostra categoria».
EURISPES: RAPPORTO SUL PROCESSO PENALE. La verità che mancava sul funzionamento del processo penale in Italia.
Nell’aprile del 2007 l’Eurispes e la Camera Penale di Roma, a suggello di un accordo operativo e scientifico, organizzavano e realizzavano una indagine – la prima del suo genere – volta a verificare, secondo i criteri rigorosi della scienza statistica, che cosa accadesse davvero nelle aule giudiziarie della Capitale impegnate nella celebrazione dei processi penali ordinari. L’idea della ricerca nasceva dalla constatazione, pur tuttavia non documentata fino a quel momento, che l’esperienza quotidiana nelle aule di giustizia offrisse indicatori sul processo penale non espressi dai dati generali raccolti ufficialmente, che non spiegano in definitiva quali siano le vere ragioni del malfunzionamento del sistema. Si è, insomma, in grado di misurare con esattezza la temperatura febbrile del paziente, ma non si ha la minima idea delle cause della malattia.
È nata così l’idea di una ricerca destinata a costituire un punto di non ritorno nelle annose dispute sulle cause della durata irragionevole dei processi penali in Italia.
Ad un anno di distanza la stessa indagine è stata ripetuta con un ambizioso obiettivo: monitorare i procedimenti attraverso l’analisi di un campione statistico nazionale e comparare i risultati con quelli già ottenuti su Roma. Si è trattato di un impegno organizzativo davvero straordinario, che ha coinvolto ben 27 Camere Penali territoriali secondo le indicazioni di natura statistica elaborate dall’Eurispes, e con la conseguente analisi di un numero imponente di dati da analizzare: 12.918 schede, ciascuna corrispondente ad un processo penale monitorato. Una indagine innovativa, realizzata sul campo con l’obiettivo di far emergere i veri problemi che attanagliano il nostro sistema giudiziario, attraverso il monitoraggio dei processi che si sono svolti nei Tribunali di: Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese e Venezia.
Le giornate di rilevamento sono state organizzate con lo specifico obiettivo di ricostruire e rispettare nel modo più fedele l’organizzazione delle udienze nei singoli Fori considerati. Il monitoraggio ha rigorosamente seguito l’intero arco temporale delle singole udienze: tutti i rilevamenti sono iniziati con l’apertura della udienza, e si sono conclusi con la chiusura della udienza stessa. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia.
Quanto incide, nel normale corso di un processo penale, l’impedimento a comparire del difensore perché impegnato in altro processo, e quanto la mancata citazione dei testimoni per l’udienza da parte del Pubblico Ministero? Quanto incide la nullità dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, con conseguente regressione della fase processuale, e quanto l’assenza del Giudice titolare? E quanto gli errori nella notifica degli atti, o le assenze dell’interprete o dei periti, o la mancata comparizione dei testimoni pur regolarmente citati per l’udienza, a cominciare da agenti o ufficiali di Polizia giudiziaria?
Queste le domande alle quali l’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione Camere Penali Italiane ha voluto dare risposta. L’analisi comparata di alcuni dei dati principali di questa ricerca, se da un lato offre in qualche caso la conferma di una Italia “a due velocità”, sembra in realtà indicare piuttosto che la crisi strutturale del processo penale, nei suoi quasi esclusivi profili organizzativi ed amministrativi, non salva alla fine dei conti nessuna area del Paese, restituendoci una inconsueta unità del Paese nel segno di un naufragio della giustizia penale.
La scarcerazione di sei condannati all'ergastolo per la strage di via D'Amelio, a diciannove anni dall'eccidio che uccise Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, per lo Stato italiano che nel 1992 fu dilaniato dalle bombe mafiose rappresenta allo stesso tempo un successo, una sconfitta e un mistero ancora aperto. È un successo, perché dimostra che le istituzioni (in questo caso la Procura e la Procura generale di Caltanissetta) hanno la capacità e la forza di ritornare sui passi sbagliati, e di tirare fuori di galera chi stava scontando una pena ingiusta. Anche quando i condannati sbagliati non hanno nomi importanti, ma anzi fanno parte di un girone sociale molto vicino a quello dei reietti. È però anche una sconfitta, perché per arrivare al riconoscimento dell'errore (che probabilmente poteva essere individuato anche nel corso dei processi) ci sono voluti troppi anni e soprattutto un mafioso, Gaspare Spatuzza, che dopo un decennio di prigione s'è «fatto pentito» e ha deciso di raccontare una nuova verità, decisamente più credibile di quella giudiziaria, nonché definitiva, ricostruita fino a quel momento. Fosse rimasto in silenzio, gli innocenti avrebbero finito i loro giorni in cella e l'Italia sarebbe rimasta con una falsa verità sulla fine di Paolo Borsellino. Una fine sulla quale la riapertura del processo aggiunge un ulteriore, inquietante mistero. Perché a questo punto non si tratta più soltanto di scoprire come mai l'erede di Giovanni Falcone fu ucciso con tempi, modalità e conseguenze che facevano e fanno sospettare interessi e regie che vanno oltre gli esecutori e mandanti mafiosi. Ora bisognerebbe scoprire perché le indagini dell'epoca, basate fra l'altro su tre falsi pentiti che fecero arrestare e condannare almeno sette innocenti, presero quella direzione. Fu solo un clamoroso errore investigativo oppure un depistaggio orchestrato ad arte? E in questo secondo caso, per conto di chi? Per coprire che cosa? Domande rimaste senza risposta, anche dopo la liberazione di chi è stato condannato ingiustamente.
Dal 18 luglio 1994 e fino al 28 ottobre 2011 è stato uno degli ergastolani accusati della strage di via d'Amelio. Ha attraversato l'inferno di Pianosa, che lui chiama la discoteca perché "si ballava dalla mattina alla sera per le sevizie", è rimasto in isolamento al 41 bis, ha perso il suo lavoro al Comune come spazzino, portando addosso il marchio di essere uno dei mafiosi che ha preparato l'attentato al giudice Borsellino. Gaetano Murana, scarcerato con altri cinque, compie 54 anni il 4 novembre: il suo primo compleanno da uomo libero dopo 18 anni in cella. Si racconta nella sua prima intervista a “La Repubblica”. Ha il viso scavato, adesso porta gli occhiali e ha le mani gonfie e rosse di chi ha maneggiato tanti detersivi per tirare a lucido le troppe celle in cui ha vissuto. Al polso l'unico "souvenir" che gli ricorda gli anni trascorsi in galera: un orologio Swatch di plastica, l'unico ammesso.
Da dove cominciamo signor Murana, dall'inizio o dalla fine?
«La conclusione dei miei giorni in carcere è assolutamente la parte più bella. A Voghera ho lasciato l'infinita tristezza per una falsa verità che non mi apparteneva e una pentola con il sugo di carne fatto con le mie mani, che, senza offesa, è uno dei migliori che si siano mai assaggiati nelle celle italiane. E io di carceri ne ho girate ben 8 in diciotto anni. È andata così: stavo arriminannu il sugo per non farlo appigghiare quando un agente è entrato nella mia cella di Voghera. Mi ha portato in infermeria dal capoposto che mi ha chiesto quale fosse la mia residenza. Lì ho capito e mentre già piangevo è stato il capoposto a dirmi: "Lei è liberante". A quel punto i miei compagni mi hanno aiutato a fare le valigie. Anche loro piangevano. I vestiti, le scarpe, le tute da lavoro li ho donati ai più bisognosi. Quando la porta carraia si è chiusa alle mie spalle ho cominciato a tremare. Mi sono guardato attorno, ero confuso. Mi sono seduto su un gradino e ho cominciato a piangere tutte le mie lacrime».
Andiamo indietro di 18 anni, al giorno dell'arresto. Come andò?
«Ancora ci penso e in certi momenti sorrido amaramente. Bisogna partire dal giorno prima per capire. Era il 17 luglio. Stavo guardando la finale Italia-Brasile del campionato mondiale di calcio Usa 94, abbracciato a mia moglie. Eravamo sposini. Mio figlio, Giuseppe, era nato un anno e un mese prima. Nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo l'annuncio che ha cambiato la mia vita. Il giornalista del tg diceva che un nuovo collaboratore di giustizia, Vincenzo Scarantino, stava raccontando fatti e misfatti sulla strage di via d'Amelio. Non dimenticherò mai la sua foto in televisione. È rimasta impressa nella mia memoria per tutti questi anni maledetti. Conosco Scarantino, abitava a 50 metri da casa mia. La mattina seguente sono stato arrestato mentre andavo al lavoro. Con la mia auto avevo fatto un'infrazione. Un'auto civetta mi ha subito bloccato. Credevo di ricevere una multa. I poliziotti mi dissero che avrei perso tre minuti. Ebbene, questi tre minuti sono durati 206 interminabili mesi e una manciata di ore. Quando alla squadra mobile mi hanno consegnato l'ordine di cattura per strage, ero stupefatto. Ho chiesto perché. I poliziotti mi hanno risposto: "Questo è un regalo che ci ha fatto Scarantino"».
Lei è stato accusato di avere "bonificato e sorvegliato" il luogo dell'attentato a Borsellino. Ed è finito al 41 bis, il carcere duro. Come ha resistito?
«Pianosa è quello che ha lasciato nella mia anima le ferite più profonde. Dopo l'arresto mi hanno portato nella sezione Agrippa, quella riaperta proprio per il 41 bis. Botte e sevizie, come hanno denunciato alcuni detenuti, erano all'ordine del giorno. Sono stato costretto a fare flessioni nudo per 3 anni, a subire violenza con l'uso del metal detector sui genitali. Ma non dimenticherò nemmeno i profilattici dentro alle minestre, il peperoncino nelle bevande, le sbarre battute a tutte le ore per tenerci svegli. Il 17 luglio del 1997 sono stato l'ultimo a lasciare Pianosa. Ma anche Caltanissetta è stato un altro posto da dimenticare. Mi rendo conto, adesso, che negli anni a tutte quelle botte mi ero quasi abituato».
Nel "Borsellino I" lei è stato assolto, e dal 2002 al 2005 è tornato in libertà. In appello poi è stato condannato all'ergastolo, pena confermata in Cassazione. Libertà a parte, cos'altro ha perduto in questi anni?
«La crescita di mio figlio: l'ho rivisto e l'ho potuto toccare dopo i primi 5 anni di carcere. È stato un supplizio. Poi ho perso i migliori anni di matrimonio. Ero un ragazzo, adesso mi sento stanco e vecchio. Ho perso una sorella, morta di tumore e che non ho potuto salutare. E ho perso il lavoro. Adesso pretendo di nuovo il mio impiego al Comune. Credo mi spetti, no?».
C'è stato qualcosa di buono, nonostante tutto, nella sua lunga carcerazione?
«Nel 2009, finalmente, dopo una lunga battaglia con l'avvocato Rosalba Di Gregorio, ho ottenuto la revoca del carcere duro. Ho potuto riprendere gli studi. Mi sono iscritto a ragioneria: andrò al terzo anno. Poi ho approfondito la mia fede. Ho letto e riletto i libri su San Francesco. Sono diventato anche un uomo più riflessivo e vorrei dedicarmi al volontariato».
Qual è il primo desiderio esaudito da uomo libero?
«Mi sono fatto preparare un piatto di pasta con le sarde, la mia preferita».
Se avesse Scarantino davanti cosa gli direbbe?
«Nulla, lo saluterei. È una vittima come me. Credo che le sue false dichiarazioni sono il frutto dei terribili anni a Pianosa. Vorrei solo chiedergli una cosa: Chi ti ha detto di fare il mio nome?»
Lasciando il carcere di Voghera Gaetano Murana confessa: «Sono felice e confuso. Non so neppure come pagare... con questi soldi nuovi non sono pratico. Io sono rimasto alla lira». In effetti sono trascorsi 18 anni da quando assieme ad altri sette imputati, tre dei quali incensurati, venne arrestato e poi ingiustamente condannato all' ergastolo per la strage di Via D'Amelio. Lui, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina e Cosimo Vernengo, detenuti rispettivamente a Milano, L' Aquila e nelle Marche, sono già tornati in libertà. Usciranno dopo anche Salvatore Profeta e Natale Gambino. Resta detenuto solo Gaetano Scotto, che deve scontare un residuo di pena. Molti torneranno nelle loro case del quartiere Guadagna a Palermo dove dovranno rispettare un precedente obbligo di firma in commissariato. Sono tutti liberi grazie alla decisione della Corte d'Appello di Catania che ha sospeso 8 delle condanne all'ergastolo per la strage in cui fu ucciso il giudice Borsellino. È l'attesa conseguenza della richiesta di revisione del processo avanzata dal procuratore generale di Caltanissetta Scarpinato. Ma torna libero anche Vincenzo Scarantino, il falso pentito sul quale sono stati costruiti i processi che hanno portato a quelle sentenze all'ergastolo. Vista la sua storia e il ruolo che ha avuto in questa vicenda giudiziaria tanti farebbero a gara per eliminarlo. Per questo ci sono stati frenetici contatti tra polizia, magistrati e il carcere dov'è detenuto per far scattare misure di protezione anche se non ne avrebbe alcun diritto. La Corte d'Appello di Catania non ha invece accolto, «allo stato degli atti», l'istanza di revisione del processo Borsellino. Una scelta tecnica, ampiamente messa in conto dalla stessa Procura generale di Caltanissetta. «Allo stato - argomentano i giudici - l'istanza di revisione fondata sull'asserita responsabilità di un terzo è inammissibile qualora la responsabilità non sia stata accertata giudizialmente in modo definitivo». In altre parole non ci può essere una revisione fino a quando le responsabilità alternative non vengano accertate con sentenza passata in giudicato. Come può essere una condanna su Scarantino per calunnia, ovvero una condanna per i responsabili della strage. Su questo punto l'avvocato Rosalba Di Gregorio che assiste 4 degli otto scarcerati, fornisce una diversa lettura ritenendo che per avviare la revisione basta una sentenza che accerti il falso commesso dal pentito Scarantino. «Comunque - aggiunge - l'importante è che degli innocenti abbiano potuto lasciare il carcere dopo tanti anni di ingiusta detenzione. Meglio tardi che mai». Il legale attende ora che si completi l'iter di revisione per presentare il conto allo Stato. Sarebbe opportuno anche che si procedesse con un inchiesta sui trattamenti riservati ai carcerati. Soddisfatti anche i magistrati di Caltanissetta che da anni cercano di venire a capo di quello che è stato definito un «colossale depistaggio» per il quale presto potrebbero scattare nuovi arresti. «La Corte d'Appello - afferma il procuratore Sergio Lari - ha ritenuto valida la nostra impostazione per la richiesta di revisione e lo dimostra la sospensione della pena per gli 8 imputati. Non ci sorprende invece l'inammissibilità della revisione perché i giudici hanno aderito ad un orientamento della Cassazione». È stato il pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato, a far crollare il castello di accuse di Scarantino raccontando di aver rubato lui l'auto utilizzata per l'attentato su mandato del boss Giuseppe Graviano.
Da ricordare la vicenda dell'attentato. Il 19 luglio 1992 in via D'Amelio muoiono in un attentato il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Il processo di primo grado si conclude il 26 settembre 1997 con gli ergastoli a 24 boss. Il processo bis nel 2002, la Corte d' Assise d'appello di Caltanissetta infligge 13 ergastoli ai mandanti ed esecutori della strage. A far riaprire le indagini le dichiarazioni del neopentito Gaspare Spatuzza (2008) che si autoaccusa di aver rubato la 126 utilizzata come autobomba nell'attentato.
Altro fatto eclatante e mediaticamente seguito è un altro fatto giudiziario. Il processo di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher diventa terreno di scontro politico sul fronte della Giustizia. Ad accendere le polveri della polemica è stato l’ex ministro Angelino Alfano: «La sentenza di assoluzione per Amanda Knox e Raffaele Sollecito fa pensare che in Italia per gli errori giudiziari nessuno paga». Nel merito della sentenza Alfano ha osservato che «i tre gradi di giudizio sono fatti proprio per consentire ripensamenti. Il tema che mi viene in mente, e che è giusto, è che - ha continuato Alfano - se la detenzione di Amanda è stata ingiusta, chi la risarcirà? Chi pagherà mai per una detenzione ingiusta sua e di Raffaele Sollecito?». «Io - ha concluso Alfano - mi attengo all’esito del giudizio della Corte, che ha dichiarato innocenti i due, con ciò affermando implicitamente che la detenzione non doveva esserci. In Italia il tema è che per gli errori giudiziari nessuno paga».
Una sponda immediata arriva da Marco Pannella, convinto che «tutto sommato, Amanda e Raffaele sono stati fortunati», perchè sia la pressione internazionale che il fatto di avere alle spalle famiglie economicamente solide ha consentito di accorciare i tempi di solito «lentissimi» dei giudizi. In caso contrario, assicura il leader radicale «avrebbero scontato 6 o 7 anni da innocenti». Il problema, afferma, sono le «migliaia di persone rinchiuse per reati mai commessi». E’ la conferma di una giustizia ingiusta, assicura l’associazione radicale ‘Nessuno tocchi Caino’. Il Codacons si rivolgerà alla Corte dei Conti per evitare che il risarcimento per l’errore giudiziario lo debbano pagare i cittadini.
Il tema è sempre quello degli errori giudiziari: in tv domenica 30 ottobre 2011 su Rai 1 con Lorella Cuccarini si parla di Raffaele Sollecito e Amanda Knox, rimasti 4 anni in carcere per via di un'indagine errata. In studio la sorella di Raffaele, Vanessa. Con molta amarezza la ragazza racconta il suo passato da ufficiale dei Carabinieri e il licenziamento avvenuto, secondo lei, per via delle ripercussioni derivate dal processo. Nel frattempo, in studio sono arrivati Irene Pivetti e Pierluigi Diaco. Le vittime si devono scontrare poi con coloro che negano sempre e comunque l'evidenza, trovando giustificazioni al potere, spesso per codardia o per collusione. Pierluigi attacca in maniera veemente Vanessa sulla questione dei Carabinieri, e quest'ultima insiste: "E' un dato di fatto che 2 anni dopo la vicenda, io sia stata licenziata dai Carabinieri. Il resto lo chiarirà il processo, poichè ho fatto ricorso". Poi, Irene Pivetti puntualizza: "non è un vero e proprio errore giudiziario, ma un iter coi suoi tempi". Farei provare a lei cosa significa stare dentro per 4 anni. Si dice che il sazio non crede il digiuno.
In studio, dopo la pausa, si parla della vicenda di Gennaro Scarcello. Un controllo dei Carabinieri lo trae in stato d'arresto nel carcere di Terni, in regime 41 bis. L'accusa è riciclaggio, per via di un assegno ricevuto in passato, peraltro denunciato alle autorità in quanto scoperto. Assieme agli ospiti, sono ora presenti il cappellano Don Sandro Spiano, del carcere di Rebibbia, e il magistrato Rosario Priore. Quest'ultimo spiega che tali errori, a volte, sono derivati da organi quali il pubblico ministero, definiti da lui "a caccia di prove" per via delle pressioni derivate da media e altri fattori. Don Sandro dibatte il problema etico della colpevolezza. Continua la storia di Gennaro, messa in piedi mediante un mini film. Gennaro infatti, dopo essere stato scarcerato, si trova di fronte a un diniego delle banche di liquidità e all'estromissione dall'azienda da parte del fratello. Di seguito, nel prosieguo del confronto televisivo, si pone la questione della sovraesposizione televisiva nei protagonisti di vicende giudiziarie. Persone come Amanda Knox, racconta un video, hanno ricevuto proposte per libri, video, film, mentre invece altre, come Gigi Sabani, Enzo Tortora e Luttazzi, sono stati rovinati da errori della giustizia.
In studio compare Isabella Sabani, sorella di Gigi, accusato di induzione alla prostituzione. Il caos mediatico creato dalla vicenda ha creato un vuoto nella sua carriera, nonostante fosse stato poi scagionato. Il conduttore è stato infatti tre anni senza contratti. Il dibattito è coadiuvato dal giudice Priore, che spiega come, già da allora, le pressioni che volevano portare il caso in TV erano altissime.
Viene presentato l'ultimo segmento della storia di Gennaro: tentando di riprendere un'attività, egli va incontro al fallimento, in preda a problemi di salute mentale. Tenta quindi di farla finita, ma viene aiutato dagli stessi Carabinieri, ricevendo un risarcimento per l'errore. Rimane comunque invalido per via della sua debole salute mentale, percependo un sussidio e vivendo, oltre che con quei soldi, grazie ai lavori di parcheggiatore e fattorino.
Tornati in studio, Gennaro viene intervistato, spiegando il suo riavvicinamento, nonostante tutto, col fratello. L'ultima considerazione viene affidata al giudice Priore, il quale dichiara: "bisogna educare i magistrati a un maggior senso di responsabilità".
«Certo che andrò a trovare Amanda a Seattle. - dice Raffaele Sollecito - È stata lei a invitarmi. Io ho accertato con gioia. E non è detto che aspetti Natale. Potrei farlo anche prima. In qualunque momento. Ho voglia di rivederla, di parlare, di guardarla negli occhi. Ci telefoniamo o ci scriviamo tutti i giorni, abbiamo bisogno ‘uno dell’altro sia per tentare di capire cosa è successo sia per guardare avanti, verso un futuro che sembrava spezzato per sempre e che invece possiamo ancora costruire. Abbiamo tante cose da dirci, dopo aver passato quattro anni in un girone infernale che ci ha stritolato, ci ha procurato sofferenze indicibili, ci ha rovinato la vita. Abbiamo rischiato l’ergastolo per un’accusa ingiusta, tanto assurda da apparire inverosimile. Anche lei, come me, chissà quante volte si sarà chiesta: “Ma cosa mi sta capitando?”. E non c’è stata risposta. Ecco perché, a quasi un mese dalla sentenza che ci ha assolto, ho la sensazione che la mia sia una vita sospesa. Mi pare tutto così irrazionale quel che è successo! Una settimana dopo avrei dovuto discutete la tesi di laurea e mi sono ritrovato in carcere con l’accusa di avere assassinato Meredith», Brillano gli occhi a Raffaele Sollecito quando parla d Amanda e lo fa, per la prima volta dopo la scarcerazione, in esclusiva con Oggi.
Ma sembra lontano, quasi assente. Chissà cosa insegue con la mente. Chissà quali fantasmi si annidano nei pensieri di questo ragazzo timido e garbato che l’avvocato Giulia Bongiorno ha definito «il signor nessuno in un processo “amandocentrico” ». Se veramente Raffaele è solo «un allegato» di Amanda (la definizione è sempre della Bongiorno), non lo sapremo mai e non sarà lui a rivelarlo, riservato com’è. Ma certo Amanda, malgrado tutto , è più che mai nei suoi pensieri. Quattro anni di carcere, di angoscia e di paura non hanno mandato in frantumi quel tenero legame che era nato improvvisamente nell’autunno del 2007 fra la ragazza di Seattle e lo studente di Giovinazzo. Quei quattro anni che nessuno dei due ha vissuto, chiusi com’erano fra quattro mura, senza speranze e senza futuro, schiacciati da una condanna a 25 e 26 anni e dalla prospettiva dell’ergastolo. Oltre 1.400 giorni che hanno lasciato segni dolorosi e incancellabili. Raffaele cerca di nasconderli ma appaiono evidenti. Impossibile capirne e saperne di più da lui. Non ha certo metabolizzato il macigno che gli è cascato addosso. Il peso lo opprime e le conseguenze chissà quando svaniranno anche se i familiari e un bel gruppo di amici gli sono ” premurosamente vicini nella bella casa di Bisceglie. Gli fanno compagnia, lo portano in barca o nei locali, la sera. «Deve ricominciare a vivere dal punto in cui aveva smesso. Deve riprendere a fare tutto quello che faceva prima. E deve riprendere a studiare per il corso universitario di realtà virtuale che aveva iniziato in carcere. Non sarà facile», dice Francesco Sollecito, il padre di Raffaele, un uomo che non riesce a nascondere amarezza e rancori, convinto che suo figlio non sia stato solo vittima di una grande ingiustizia ma di qualcosa di peggio.«Agli errori, se si è in buona fede, si può sempre porre rimedio», dice con un tono di voce che rivela astio e desiderio di ulteriore giustizia, «ma a Perugia è successo qualcosa di peggio, qualcosa e qualcuno che hanno rovinato la vita non solo a Raffaele. Una ottusa ostinazione, inspiegabile quando la realtà dei fatti, le prove, i testimoni inattendibili dimostravano tutto il contrario. Quegli interrogatori prima dell’arresto, fatti per entrambi senza l’assistenza di un avvocato, quell’interprete di Amanda che, anziché limitarsi a tradurre, visto che la ragazza non capiva e non parlava una parola di italiano, aveva la pretesa di fare la psicologa, aiutandola a ricordare, a rimuovere presunti traumi psichici che, secondo lei, bloccavano il ricordo doloroso dell’omicidio. La Corte di Cassazione ha giudicato quegli interrogatori inutilizzabili sia contro Lumumba sia contea se stessa. Un abominio giudiziario che non è servito certo a dare giustizia alla povera Meredich». «Inseguirò la verità fino alla fine» «Non voglio ripercorrere le tappe dell’inchiesta e dei due processi», aggiunge Francesco Sollecito, «lo farò in altra sede quando verrà il giorno nel quale a qualcuno chiederò conto di tutto questo. Ma una cosa la voglio dire: Raffaele è rimasto in carcere e ha rischiato di restarci per sempre per una impronta plantare, quella scoperta accanto al corpo di Meredirh, che non era la sua ma di Guede. La polizia scientifica ha ammesso l’errore dopo cinque mesi. Guede l’ha confessato al Pm Giuliano Mignini dopo serre mesi. Contro mio figlio Raffaele non c’era altro. E non parlatemi più del gancetto del reggiseno di Meredith. L’avvocato Bongiorno l’ha detto chiaro e tondo: “II vero giallo in questo dramma è il gancetto. La sua scomparsa e il suo ritrovamento”, riferendosi alla incredibile spiegazione data da Patrizia Stefanoni, responsabile della polizia scientifica: “Quel gancetto è traslato”. Avete capito? “E traslato”, ha detto. Ma un giorno conosceremo la verità e vuole sapere perché? Perché io la inseguirò per tutta la vita.
Visibilmente soddisfatta anche l’avvocato Giulia Bongiorno, uno dei legali di Raffaele Sollecito che rivela: «Nel corso del processo di primo grado, dopo che la perizia ci fu negata dissi al padre di Raffaele: “Suo figlio verrà condannato”. Dopo i risultati dell’ultima perizia gli ho invece detto: “Assolveranno suo figlio”. E’ il verdetto che ci aspettavamo – prosegue il noto legale -: dopo la nuova perizia l’estraneità di Raffaele è parsa inconfutabile. Una sentenza che non si è fermata alle apparenze, mentre in primo grado ci sono stati sospetti e illazioni. Peccato solo che la perizia non ci sia stata concessa prima, non ci sarebbero stati quattro anni di sofferenza e dolore».
E ancora sugli errori giudiziari. Luttazzi inedito e spietato. Ecco il film perduto contro la casta dei giudici. Arriva al festival di Roma 2011 l’opera scritta e girata nel 1972 dal musicista, vittima di un clamoroso errore giudiziario. La pellicola si chiama "Illazione" ed è stata ritrovata dalla moglie.
Un film contro lo strapotere dei giudici. Contro la loro impunità. Una pellicola di denuncia che, eravamo nel 1972, la Rai rifiutò di trasmettere. Una lacuna che viene colmata ora, 40 anni dopo. Domenica sera 30 ottobre 2011 Rai5 si trasmette "L’illazione", film scritto diretto e interpretato da Lelio Luttazzi, dopo che nel pomeriggio il Festival Internazionale del Film di Roma gli si è reso omaggio proiettandolo come evento speciale.
Girato con pochi mezzi in gran parte in una villa nella campagna romana dove un gruppo di persone si ritrova a cena, "L’illazione" è un’opera di appena 60 minuti che risente del clima e delle mode dell’epoca, con molti dialoghi e qualche digressione onirica. Il cuore della storia invece - gli errori dei giudici - è di un’attualità sconvolgente. E conserva la forza di un pamphlet, sebbene girato nel 1972, un anno dopo il proscioglimento di Luttazzi dalle accuse di detenzione e spaccio di droga nate da un’intercettazione tra Walter Chiari e uno spacciatore. Accuse che lo costrinsero a 27 giorni di carcere quand’era uno dei personaggi più amati dal pubblico, musicista sopraffino, presentatore di rara eleganza, simbolo della tv in bianco e nero. Finalmente ora vedremo "L’illazione", grazie alla dedizione della vedova Rossana Luttazzi e al restauro realizzato da «L’immagine ritrovata» di Bologna con la supervisione di Cesare Bastelli.
Con tanto di barba anticonformista, Luttazzi è uno scrittore deciso ad aiutare l’amico medico (Mario Valdemarin) caduto in depressione a causa delle lettere anonime che lo accusano di aver praticato l’eutanasia sul figlio neonato e sub-normale. Tra un bicchiere di vino e un disco jazz, lo scrittore sottopone la vicenda a un ambiguo magistrato (Alessandro Sperlì), acquirente del terreno adiacente la villa. Le cose però non vanno per il verso giusto e il giudice imbastisce a sorpresa una sorta di processo kafkiano in cui le vittime, in un susseguirsi di dialoghi acuminati, si trasformano in indiziati. «Tra noi intellettualoidi e voi magistrati c’è una differenza», osserva lo scrittore Luttazzi. «Mentre voi presumete di conoscere di volta in volta la verità noi viviamo nel dubbio perenne, come Socrate. Un brindisi alla cicuta!».
Il magistrato: «Lei è un artista, il nostro mestiere lo lasci a noi. Il popolo ha bisogno di essere rassicurato da una giustizia energica, severa, dura se serve». E così, in attesa di un caffè anti-abbiocco, il giudice severo e duro mette nel mirino il medico taciturno. «Di che cosa dubita», gli chiede lo scrittore. «Di niente, non sono un socratico. Focalizzo dei concetti». «O dei preconcetti», precisa Luttazzi prima di condensare la sua denuncia: «Quindi, lei che ha il potere di decidere della libertà e della vita di tutti noi si abbandona all’illazione come fanno quelli che stanno massacrando il mio povero amico. E magari a questo sistema si abbandona anche nella sua professione. Eh già, tanto anche se sbaglia, a chi deve rispondere, eh?». Le battute di Luttazzi fanno pensare anche oggi: «In una società ben organizzata chi ha responsabilità sociali andrebbe psicanalizzato prima di essere immesso nella professione. Certe tendenze negative che fanno parte della nostra natura, sadismo, volontà di potenza, narcisismo, esibizionismo ... possono spingerci a scegliere professioni dove possiamo meglio soddisfarci rimanendo al coperto». «E perché io dovrei psicanalizzarmi e lei che è scrittore no?», chiede il magistrato. «Perché io non ho il potere di mandare in galera la gente».
Fu Rossana Luttazzi a ritrovare nel ’78 durante un trasloco la pizza della pellicola: «“E questa cos’è?”, chiesi a mio marito. “È un film di qualche anno fa. L’ho scritto, girato, interpretato. Ma non se n’è mai parlato perché è contro un giudice”, tagliò corto lui». Tempo dopo, pur di vederlo, la moglie lo fece riversare in una cassetta vhs. «Ma Lelio non volle rivederlo. “Mi fa male... Lo sai che cosa mi ricorda... Non parlarmene più”, protestò. Così lasciai perdere», ricorda ancora la signora Rossana. Che un anno fa, pochi mesi dopo la morte del marito, nel luglio 2010, diede vita alla Fondazione Lelio Luttazzi. «Era il modo per continuare a occuparmi di lui, come avevo fatto per 36 anni. Mostrai L’illazione a un amico critico cinematografico, che mi spronò assolutamente a fare qualcosa perché il film di Lelio lo meritava».
Ilaria Cavo ha scritto “Il cortocircuito”. I casi di errori giudiziari sono un fenomeno reale e in forte crescita nelle aule dei tribunali italiani. Imprenditori, politici, star dello spettacolo e molto più spesso comuni cittadini sono vittime di frequenti errori, omissioni o banali equivoci con conseguenze però tragiche per le loro vite: nella maggior parte dei casi, per la lentezza della burocrazia italiana, saranno costretti a un calvario di anni o addirittura decenni alla fine del quale in molti casi saranno riconosciuti innocenti. Ilaria Cavo ci racconta le storie di alcune di queste persone, vicende spesso drammatiche, a volte tanto assurde da apparire grottesche, come quella di Elvio Zornitta, sospettato ingiustamente per anni di essere il famigerato Una bomber, o quella di Carlo Rossi, un normale responsabile amministrativo, arrestato per corruzione e poi assolto dopo una via crucis durata quindici anni.
“Il cortocircuito. Storie di ordinaria ingiustizia”, di Ilaria Cavo. In carcere da innocenti. Dal dj arrestato per un’intercettazione male interpretata al carabiniere infiltrato tra i pusher e accusato di spaccio. Marcello parla al telefono. Dice: “Vengo, prima passo a prendere Maria”. Si riferisce a un’amica che si chiama Maria, ma chi intercetta la conversazione si convince che stia parlando di marijuana. E, quando Marcello parla di “bibite”, pensa stia discutendo di dosi di stupefacenti. Peggio ancora quando informa un amico di stare trasportando delle “casse”: si tratta di altoparlanti per una serata musicale, ma chi intercetta collega la frase allo spaccio, immaginando che stia trasportando casse di droga. Per colpa di quelle telefonate, di quelle parole normalissime diventate segnali di colpevolezza, Marcello Maganuco ha passato due anni in galera. Prima nel carcere Malaspina di Caltanissetta, dove è entrato il 6 giugno 2001, poi ad Agrigento, da cui è uscito soltanto il 13 maggio 2003.
Troppe assurdità.
Questa storia assurda di mala-giustizia la racconta Ilaria Cavo, brava giornalista di Mediaset che per conto del programma Matrix si è occupata di celebri casi di cronaca nera. È contenuta, assieme a un’altra decina di simili situazioni, nel libro “Il cortocircuito. Storie di ordinaria ingiustizia”. Le vicende contenute nel volume riguardano per lo più casi che non hanno attirato su di sé l’attenzione dei media. Sono passati abbastanza in sordina. E forse per questo sono ancora più sconcertanti. Così come fa restare allibiti ciò che è capitato a Marcello Maganuco. Tutto succede perché i carabinieri di Gela, durante un’indagine su un traffico di droga in città, s’imbattono in una telefonata che G.M., presunto spacciatore, ha fatto a Marcello. Gli chiede un numero di telefono, quello di S.G., considerato dalle forze dell’ordine uno dei personaggi di spicco dell’organizzazione criminale su cui stanno indagando. Perché G.M. chiama Marcello? Perché Marcello lavora nelle discoteche, fa il deejay e il pr, incontra tantissima gente, organizza serate, trasferte in pullman, liste per entrare nei locali. Ha la sola responsabilità di conoscere due sospetti. Si limita a fornire un numero di cellulare, scandito cifra dopo cifra come emerge dall’intercettazione. Da quel momento, però, le sue parole al telefono sono ascoltate con attenzione e alcune conversazioni vengono considerate equivoche. Così Marcello viene arrestato e sconta due anni di custodia cautelare in attesa del processo. Che lo assolve da ogni accusa. Il suo calvario giudiziario, però, non è terminato. A causa della galera, Marcello - oltre a perdere due anni di vita - ha ritardato la maturità. Nei giorni dell’arresto avrebbe dovuto sostenere l’esame. A patto che entrasse in aula, davanti a tutti i compagni, con le manette ai polsi. L’umiliazione era troppo grande, ha rifiutato di sostenere il colloquio. Per guai come questi e per 24 mesi di ingiusta detenzione, ha chiesto un risarcimento allo Stato: 516 mila euro. La prima volta li ha richiesti nel 2005, ma la Corte di appello di Caltanissetta glieli ha negati. Motivo? Se l’hanno tenuto due anni in gabbia per niente è colpa sua. Colpa delle telefonate “ambigue”, considerate un “comportamento gravemente colposo”. Dunque uno telefona e anche se sono gli investigatori a capire male, la responsabilità è tutta sua. Marcello ha fatto ricorso, nel febbraio 2009 la Corte di cassazione gli ha dato ragione. Ma niente: nel dicembre dello stesso anno la Corte d’appello di Caltanissetta si è opposta di nuovo il risarcimento. Contando che la sua trafila è iniziata nel 2001, Maganuco è in ballo da circa 9 anni.
Nessun risarcimento.
Succede a quasi tutti i protagonisti del libro della Cavo. Finiscono in galera ingiustamente, qualche giudice riconosce gli errori dei suoi colleghi - dopo tempi d’attesa lunghissimi - ma poi lo Stato, per i motivi più vari, rifiuta di pagare dazio. Intanto, la vita di queste persone ne esce a pezzi. Altro caso stupefacente è quello di Carlo Rossi, geometra di Feltre. Lui ha scontato solo 4 giorni di carcere - comunque troppi, visto che immotivati - ma la sua vicenda processuale è durata dal 1995 al 2005, anno in cui è stato riconosciuto innocente. Vanno poi aggiunti ulteriori tre anni di visite al tribunale per farsi riconoscere un risarcimento, negato.
Che ha fatto Carlo Rossi? Ha cercato di far risparmiare soldi alla Ulss (unità sanitaria locale) di Belluno, per la quale lavorava. “Con la fusione delle unità sanitarie locali di Agordo, Cadore e Belluno in un’unica Ulss, come responsabile dell’economato, mi sono reso conto che uno stesso prodotto (in questo caso le strisce per l’esame del diabete) veniva acquistato a prezzi differenti, a pochi chilometri di distanza”, spiega Rossi. Il quale decide di svolgere un’asta tra fornitori per abbassare il prezzo. E ci riesce: spunta una cifra che dimezza la spesa a carico della struttura sanitaria. Ad aggiudicarsi la fornitura è la ditta Boehringer, e qui cominciano i guai. M.S., referente commerciale dell’azienda, è intercettato mentre parla con Rossi di prezzi e offerte. Poi, mentre spiega ad altri di conoscerlo. Chi ascolta i nastri ne deduce che il geometra sia colpevole di abuso d’ufficio. O di corruzione (il capo d’imputazione viene cambiato tre volte, cosa che non favorisce certo la difesa). Non c’è traccia di soldi che provino la corruzione. L’azienda che Rossi avrebbe favorito ne risulta danneggiata - aveva già contratti a cifre molto più alte, non si capisce perché avrebbe dovuto farseli cancellare - e non si riscontrano reati. Eppure il geometra prima finisce dentro per quattro giorni. Poi deve affrontare un iter impressionante, fino ad essere scagionato. Dopo oltre dieci anni di caos, sapete che ha ottenuto Rossi? Un risarcimento? Macché. Una richiesta di 38 euro da pagare per i diritti di cancelleria da parte del Tribunale di Belluno. Altra storia allucinante è quella di Gian Mario Doneddu. Sessanta anni, maresciallo dei carabinieri, ha ottenuto notevoli riconoscimenti internazionali (uno pure dal generale Dalla Chiesa) dopo una sfolgorante carriera da infiltrato. Sembrava destinato a un grande successo professionale, finché nel 1997 viene condotto in carcere. Si trova all’estero, per un incarico prestigioso. Rientra immediatamente, dunque non c’è dubbio che voglia scappare, ma viene richiesta la custodia cautelare (poi revocata). Accade che un collaboratore di giustizia, ex spacciatore, lo accusa di aver approfittato del suo ruolo di infiltrato per intascare droga. L’indagine riguarda vari colleghi, alcuni dei quali effettivamente colpevoli. Ma lui non c’entra. Viene coinvolto perché il suo nome è erroneamente inserito nel verbale d’interrogatorio del pentito. Una trascrizione sbagliata. Doneddu affronta un iter giudiziario durato 11 anni: nel 2009 viene scagionato. Gli serve un tempo infinito per dimostrare che non c’entrava, per ottenere le registrazioni degli interrogatori in cui il suo nome non compare e la sua posizione appare chiara: è innocente. Farà ricorso per chiedere un risarcimento, ma nel frattempo gli hanno stroncato la carriera. Leggendo le storie come la sua, e come le altre raccontate da Ilaria Cavo, viene da pensare una cosa sola: la riforma della giustizia è da fare. Subito.
“Cento volte Ingiustizia”, libro di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone.
Cento casi di errori giudiziari, ricostruiti con l'unico intento di sollevare una riflessione approfondita su una delle più attuali e delicate questioni della giustizia. La prefazione è affidata a Roberto Martinelli.
L'opera vede anche l'intervento di altri quattro addetti ai lavori: il giudice Ferdinando Imposimato; l'avvocato Carlo Taormina, docente di procedura penale presso l'Università di Tor Vergata di Roma; Severino Santiapichi, per anni presidente della Corte d'Assise di Roma, ex procuratore generale presso la Corte d'Appello di Perugia; Renato Borruso, ex magistrato della Corte di Cassazione.
L’idea di raccogliere in un volume cento storie di cittadini travolti dalla macchina della giustizia, nasce dal caso della piccola Miriam Schillaci, la bambina uccisa da un tumore che un medico aveva scambiato per violenza sessuale commessa dal padre. L’errore diagnostico indusse il giudice a sbagliare nel ritenere il genitore colpevole, e il giornalista a sbattere in prima pagina un “mostro” innocente.
Medico, magistrato e giornalista sono i rappresentanti delle tre corporazioni alle quali il cittadino affida la tutela della salute, della libertà e dell’onore. Per questo, quando queste categorie professionali cadono in errore, le conseguenze finiscono per avere un’incidenza maggiore sulla vita della gente.
Nel processo penale vige il libero convincimento del magistrato. Il suo giudizio è sovrano, prescinde dall'imponderabilità delle prove e degli indizi, dalle opinioni contrastanti dell'accusa e della difesa. Quel principio consente un'interpretazione dei fatti il più delle volte attendibile e verosimile, ma mai veritiera al punto di essere considerata del tutto aderente alla realtà storica. Il tentativo di far coincidere verità giudiziaria e realtà storica è la causa di molti errori giudiziari. Obiettivo del giudice è far emergere l’effettivo svolgimento dei fatti, affinché tra questo e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. In caso di conflitto tra le due verità (storica e processuale) il giudice è tenuto comunque a seguire soltanto quella processuale. Anche se intuisce la verità reale, il magistrato deve tener conto delle risultanze del processo che possono anche portare lontano dall'effettivo svolgimento dei fatti. Di qui la possibilità di cadere in errore. Trasformando un pronunciamento di giustizia in una chiave che apre le porte a un vero e proprio dramma.
Nell'emettere la sentenza, il giudice fonda il suo convincimento su elementi che gli provengono comunque da altri soggetti: i verbali, le sensazioni personali del testimone, i vuoti di memoria, l'interesse inconscio dell'imputato a nascondere uno spicchio, anche infinitesimale, di verità. Si arriva così alla formulazione di un verdetto che si allontana dalla verità, intesa come ricostruzione asettica dell'evento che ha dato origine al processo. Quando questo divario assume proporzioni macroscopiche e irreversibili, si finisce per commettere un errore giudiziario: un innocente si ritrova in carcere, condannato da una sentenza che lascia in libertà il vero colpevole del reato.
Le cronache riferiscono che l’errore è un’ipotesi che si verifica sempre più frequentemente. Le statistiche confermano che in carcere finisce un gran numero di innocenti. Le assoluzioni hanno toccato punte altissime. Si è tentato di creare una legge che regolasse la responsabilità del giudice che sbaglia. Ma il Parlamento ha approvato norme che prevedono la responsabilità dello Stato-giudice e non del singolo magistrato.
Fortemente voluta da un largo schieramento politico, nata da un referendum che provocò tante lacerazioni nel tessuto sociale del paese, la legge sulla responsabilità del magistrato ha finito per tradire le aspettative di coloro che credevano di poter ottenere una giustizia più sollecita, più corretta, più efficiente.
Fu il caso Tortora a mettere in moto il meccanismo della consultazione popolare. La vicenda umana del popolare presentatore, accusato di essere un camorrista e uno spacciatore di droga e poi scagionato, fu la bandiera che i promotori del referendum usarono per far cadere la barriera che il codice civile poneva alla chiamata in giudizio del magistrato responsabile di gravi errori commessi nella gestione del suo potere. Anni dopo l’entrata in vigore della legge, si rivelano esatte le previsioni di coloro i quali avevano manifestato scetticismo sull’effetto deterrente che le nuove norme avrebbero potuto avere sulla corporazione dei giudici. Il legislatore ha voluto salvaguardare l’autonomia del giudice, la sua libertà di applicare la legge, la sua indipendenza. Probabilmente c’è riuscito e lo ha fatto in un momento in cui tutti questi valori sono posti in discussione. Ma non ha realizzato quel regime di tutela del danneggiato pari a quella che altri paesi europei hanno introdotto nei loro ordinamenti.
E la gente lo ha capito: la giustizia continua a funzionare male come nel passato; i giudici continuano a sbagliare, senza curarsi troppo dei loro errori. Anche perché sanno che nel peggiore dei casi c’è un assicurazione che paga. Alcuni sbagliano in buona fede, altri meno. Alcuni perché non hanno strumenti adeguati e strutture idonee, altri perché si ritengono baciati dal dogma dell’infallibilità.
Ogni anno il gran numero di assoluzioni ripropone il tema della “giustizia-ingiusta”. La percentuale degli imputati assolti si aggira di media intorno al 40 per cento. Ma perché solo una piccola parte di questi si rivolge allo Stato per essere risarcita? Paura, sfiducia nelle istituzioni, voglia di dimenticare? Difficile rispondere. Ogni storia ha un suo risvolto che non consente interpretazioni generalizzate.
Non tutti gli assolti erano innocenti. Molti, forse, erano colpevoli e la giustizia li ha scagionati perché non è riuscita a dimostrarne la colpevolezza. Non tutte le assoluzioni presuppongono errori dei magistrati. Di certo la stragrande maggioranza di queste persone aveva probabilmente diritto a un risarcimento del danno subìto per essere stata ingiustamente sottoposta a un procedimento penale. Ma ha taciuto, si è tirata in disparte, ha preferito chiudere i suoi conti in perdita con la giustizia e mettere una pietra su un’esperienza triste e disarmante.
Luciano Rapotez - una delle più celebri vittime di errori giudiziari - sostiene che dal giorno in cui è nata l’Italia repubblicana, gli innocenti perseguitati dalla giustizia sono stati cinque milioni. Non tutti hanno subìto il carcere, ma tutti sono stati coinvolti in vicende che non li riguardavano. Da oltre quarant’anni Rapotez combatte per far valere il proprio diritto a essere risarcito. Fu accusato, innocente, di aver assassinato un orefice, la sua amante e la cameriera. Diventò “il mostro di san Bartolomeo” e scontò tre anni di carcere. Assolto, ha fatto causa allo Stato, ma i tempi della giustizia sembrano eterni: “Aspettano la mia morte - dice - ma non intendo dargliela vinta”.
Non tutti hanno la sua tenacia e la sua forza d’animo: i dati più recenti rilevati nelle corti d’appello e relativi ai procedimenti in corso sono disarmanti per la loro esiguità. le cause promosse contro lo Stato per responsabilità civile del giudice, ingiusta detenzione ed errore giudiziario sono state poche. Come dire che solo una persona su cento ha avuto il coraggio di farsi avanti per avere giustizia. Se da una parte la legge sulla responsabilità del giudice ha fallito il suo scopo, se non si è dimostrata uno strumento valido a garanzia del cittadino, dall’altra c’è una qualche resistenza anche nel chiedere l’indennizzo per ingiusta detenzione. L’istituto è stato introdotto dal nuovo processo penale e consente all’imputato che ha subìto un periodo di carcerazione preventiva ingiusta, di ottenere un risarcimento.
L’indennizzo prescinde dalla responsabilità del magistrato che ha convalidato il provvedimento restrittivo della libertà. È una sorta di riparazione dell’errore fisiologico, del rischio imprevedibile di ogni processo. Al momento dell’entrata in vigore del nuovo rito penale, rappresentò una novità assoluta della nostra legislazione, che conosceva fino ad allora soltanto l’istituto dell’errore giudiziario. Quest’ultimo presupponeva invece una sentenza di condanna e una successiva revisione del processo. Il caso più clamoroso è rimasto quello di Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo per aver ucciso il fratello che si scoprì, dopo qualche anno, essere vivo e vegeto.
Di certo la giustizia che sbaglia non paga. Non pagava prima del referendum, non ha pagato dopo la legge sulla responsabilità civile dei giudici, non paga ora. È una realtà che Enzo Tortora aveva intuito prima di morire. Per il suo calvario di presunto colpevole nel processo alla Nuova camorra organizzata, aveva citato in giudizio lo Stato per ottenere un risarcimento di cento miliardi. Una richiesta assurda, pensarono in tanti. In realtà, la sua fu solo una provocazione, un modo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su un problema reale che tanti anni dopo resta ancora irrisolto.
Proprio Tortora fu una delle prime vittime di errore giudiziario provocato dalla testimonianza di alcuni pentiti. Erano ancora gli anni Ottanta e i collaboratori di giustizia non erano riconosciuti come fonte di prova nel processo penale. Dopo le testimonianze dei Buscetta, dei Mutolo, dei Contorno, il Parlamento ha riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia e la quasi immunità per tutti i delitti commessi prima di quello che i giudici definiscono “ravvedimento operoso”. La nuova legge è stata interpretata da due sentenze della Suprema Corte, che hanno di fatto scardinato il sistema garantista che proteggeva l’imputato dalle possibili verità di comodo, imponendo al magistrato un controllo diretto e puntuale su ogni affermazione del collaborante. Fino al 1992 la Cassazione aveva sempre sostenuto l’esigenza che ogni affermazione di un pentito dovesse trovare riscontro nei fatti. Tutto ciò comportava un impegno assai gravoso per la pubblica accusa. Trovare riscontri su storie di mafia lunghe decenni e raccontate “a puntate” risultò impossibile. Di qui il nuovo corso della giurisprudenza che ha facilitato il compito dei magistrati, introducendo il principio secondo il quale la concordanza tra due testimonianze parallele equivaleva al riscontro. Un’assurdità bella e buona, che la giurisprudenza riconoscerà cambiando di nuovo il corso della giustizia, quando si accorgerà che i pentiti parlano tra loro, studiano le carte dei processi, hanno avvocati in comune, al dibattimento danno prova di capacità mnemonica fuori dall’ordinario.
Uno degli ultimi casi in cui si è parlato di errore è il processo Pacciani. La pubblica accusa, dopo aver sostenuto con ostinazione e fermezza - e poi ottenuto - la condanna dell’imputato, ha fatto macchina indietro e ne ha chiesto l’assoluzione. Il processo era durato sette mesi e trenta udienze dibattimentali e si era concluso con una condanna all’ergastolo per quattordici dei sedici omicidi commessi dal “mostro di Firenze”. Senza disporre nuove indagini e basandosi solo sulla lettura della sentenza di condanna, la procura generale ha rimesso in discussione il castello probatorio costruito a carico dell’imputato. A questo punto si è verificato un fatto senza precedenti: nel momento stesso in cui la corte d’assise d'appello stava per decidere, la procura della Repubblica - che aveva sostenuto la colpevolezza di Pacciani - ha disposto e annunciato pubblicamente l’arresto di un presunto complice del principale imputato. Per tutta risposta, la corte ha assolto Pietro Pacciani dando vita a un mostro giuridico a due teste, in cui il nuovo arrestato rischia di diventare complice di un innocente. Un mese dopo la stessa procura ha annunciato l'arresto di un terzo complice, reo confesso. A questo punto si apre uno scenario nuovo e dagli sviluppi imprevedibili. Resta il fatto che all'interno della vicenda si sia insinuato un tipo di errore assolutamente inedito, su cui giuristi e addetti ai lavori disserteranno a lungo.
“Toghe che sbagliano”, libro di Claudio Defilippi e Debora Bosi, propone le storie di innocenti reclusi, abbandonati e mai risarciti, con la beffa finale data dal fatto che nessuno ha mai pagato per questi errori giudiziari. Claudio Defilippi, avvocato del foro di Milano, già procuratore onorario presso la Procura di Reggio Emilia, è patrocinante presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. Professore presso la Scuola di specializzazione dell’Università di Pisa, è autore di varie pubblicazioni in materia di diritti umani e responsabilità dello Stato. Debora Bosi, avvocato del foro di Parma, è autrice di testi giuridici in materia di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e al Comitato per la prevenzione della tortura di Strasburgo.
Un libro che apre uno squarcio nel sistema giudiziario italiano, confermando che la sintesi dei mali della giustizia italiana è tutta qui, nei casi proposti. Casi per i quali nessun pubblico ministero ha mai pagato. Casi per i quali nessun giudice ha mai pagato. Casi sui quali, dopo, segue spesso il silenzio delle istituzioni. Casi che rasentano l’assurdo giuridico. Sono casi di mala-giustizia sconvolgenti, per i quali gli autori pongono una domanda retorica: «Quale risarcimento lo Stato dovrebbe concedere al cittadino vittima di un errore giudiziario e sottoposto al 41 bis, ossia il carcere duro?».
Da Enzo Tortora a Daniele Barillà fino a Domenico Morrone, quindici anni in galera da innocente e una causa allo Stato lunga e ingarbugliata per essere finalmente e degnamente risarcito. Ingiuste detenzioni mostruose per le quali l’Italia è il Paese più condannato in Europa, ed errori giudiziari grotteschi. Questo è un libro che narra devastanti abbagli, vite stroncate e mai riparate. Ma è anche un libro che racconta gli ingranaggi rotti della macchina giudiziaria, contro cui gli autori, tra i pochi avvocati esperti in processi di revisione, si sono scontrati per anni: «I giudici possono rigettare, de plano, senza alcun contraddittorio, le richieste di revisione, pertanto il sistema impedisce, come oggi prevede la legge, il diritto pieno alla prova». Se sei innocente e finalmente, dopo anni, hai le prove, resti dentro. Grottesco, ma tutto dannatamente vero.
Una società civile che permette di tenere in carcere degli innocenti, per essere genuflessa ai poteri forti, è una società collusa e codarda.
Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un’omissione o un abuso d’atti di ufficio da parte del magistrato che non ha saputo o voluto cercare prove a discarico, così come la legge lo obbliga a fare.
Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un infedele patrocinio da parte del difensore che non ha saputo o voluto difendere il proprio cliente, spesso dovuto allo stato d’indigenza dell’indagato/imputato.
Eppure la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, (Sent. 13 marzo 2008 n. 11251/08), ha stabilito che non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente imputato poi assolto. I Giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che "in tema di danni provocati dall'attività giudiziaria, l'ordinamento vigente prevede la riparazione del danno, patrimoniale e non patrimoniale, patito per: a) custodia cautelare ingiusta (art. 314 c.p.p.); b) irragionevole durata del processo, (legge 24.3.2001 n. 89, c.d. legge Pinto); c) condanna ingiusta accertata in sede di revisione, ovverosia errore giudiziario (art. 643 c.p.p.)". Aggiunge poi la Corte che "non prevede invece alcun indennizzo per una imputazione ingiusta, cioè per una imputazione rivelatasi infondata a seguito di sentenza di assoluzione. Così come ovviamente non consente di duplicare, in sedi processuali diverse, la riparazione dello stesso danno".
Secondo un calcolo compiuto dall’Eurispes sarebbero quasi 5 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero della Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni. Dal dopoguerra al 1995. Questo enorme numero è già vicino ai 5 milioni, se esteso al tempo odierno. Per quantità si tratta dell’intera popolazione di Toscana e Umbria assieme.
Dal 1945 al 1995 in cella vi sono stati 4 milioni di innocenti. Dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. La percentuale di persone prosciolte è risultata pari al 43,94 per cento di quelle sottoposte a giudizio. In cifre assolute, più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E ancora: di questo milione e mezzo sono più di 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Tradotti in cifre, i mali della giustizia fanno rabbrividire. Si chiamano errori giudiziari e in 50 anni di storia repubblicana hanno travolto 4 milioni di italiani. Per omonimia, perizie errate, calcoli approssimativi sulla permanenza in carcere. Errori o distrazioni che hanno avuto costi altissimi per le casse dello Stato. Non per niente il rapporto che l'Eurispes ha preparato e che è stato presentato a gennaio del 2006, si intitola: "Un popolo a rischio. Gli italiani e la macchina della giustizia".
Ad oggi non vi sono a riguardo dati statistici ufficiali da parte del Ministero della Giustizia, per ovvie ragioni, ma ormai siamo vicini ai 5 milioni di vittime del sistema. Adesso quasi ogni giorno, sostiene il rapporto dell'Eurispes, "lo Stato si vede costretto a riconoscere i propri errori e a rifondere cittadini innocenti".
Più in generale, l'Eurispes sostiene che il fenomeno degli "errori giudiziari" in Italia è in ogni caso soltanto "la punta di un iceberg". Infatti, "per una piccola parte di situazioni accertate e riparate, c'è comunque un numero altissimo di realtà che restano senza soluzione: sul totale delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione o responsabilità civile dei giudici, quelle che vanno a buon fine rappresentano la minoranza". La ricerca riporta anche alcune considerazioni di "addetti ai lavori", come il senatore Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore, e l'avvocato Carlo Taormina. Imposimato sostiene che "i procedimenti sono ormai quasi tutti indiziari, basati cioè su fatti desunti dall'esistenza di altri fatti. In pratica, il risultato di una deduzione logica: terreno ideale per l'errore; troppo spesso l'indizio non è altro che un sospetto che si è trasformato in un indizio, prima di tramutarsi ulteriormente in prova". Per Taormina, invece, esiste "una condizione di squilibrio" in particolare a vantaggio del pm e come conseguenza si verificano "errori giudiziari che incidono sull'impostazione dell'accusa".
La vittima di un ingiustizia è vittima, sì, si un errore giudiziario, ma spesso è anche vittima di un'ingiusta detenzione.
L'errore giudiziario consiste nella scoperta, mediante l'impugnazione straordinaria della revisione (cfr. artt. 629 ss c.p.p.), dell'ingiustizia sostanziale di una sentenza irrevocabile di condanna.
E' importante ricordare che è la stessa Costituzione a richiedere che il legislatore determini le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari (cfr. art. 24, comma 4, Cost.).
I presupposti necessari alla riparazione dell'errore giudiziario sono sia positivi, sia negativi (art. 643 c.p.p.).
Il presupposto positivo è il proscioglimento in sede di revisione; i casi di revisione del processo sono essenzialmente il contrasto tra giudicati penali, il contrasto tra giudicato penale e civile o amministrativo, la scoperta di nuove prove (cfr. art.630 c.p.p.).
I presupposti negativi sono i seguenti: innanzitutto chi è stato prosciolto in sede di revisione non deve aver dato causa per dolo o colpa grave all'errore giudiziario; in secondo luogo, il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della pena detentiva che sia computata nella determinazione della pena da espiare per un reato diverso.
La quantificazione del danno esistenziale da errore giudiziario è legato fondamentalmente ad un duplice ordine di fattori: anzitutto alla genericità dell’espressione utilizzata dal legislatore nella indicazione dei parametri di riferimento per la commisurazione dell’entità della riparazione e, in secondo luogo, alla considerazione che, in realtà, stando anche al dato letterale, non si può parlare tecnicamente di risarcimento del danno da errore giudiziario, ma di indennità o indennizzo.
E’ in quest’ottica che si pone la ricorrente massima giurisprudenziale in base alla quale "la riparazione dell’errore giudiziario, come quella per l’ingiusta detenzione, non ha natura di risarcimento del danno ma di semplice indennità o indennizzo in base a principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale o ingiustamente condannato".
La ricostruzione in questi termini della riparazione per l’errore giudiziario (avente, dunque, natura indennitaria e non risarcitoria) risponde alla precisa finalità di evitare che il danneggiato debba fornire la prova sia dell’esistenza dell’elemento soggettivo (dolo o colpa) delle persone fisiche che hanno agito, sia la prova dell’entità dei danni subiti.
Per quanto riguarda l'ingiusta detenzione, all'imputato è riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un'equa riparazione per la custodia cautelare subita ingiustamente (artt. 314 e 315 c.p.p.).
Questo diritto è stato introdotto con il codice di procedura penale del 1988 ed è in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione dei diritti dell'uomo (cfr. art 5, comma 5, C.E.D.U.).
La domanda di riparazione è presentata dall'imputato dopo che la sentenza di assoluzione è divenuta irrevocabile e sulla richiesta decide la Corte di Appello con un procedimento in camera di consiglio.
Il presupposto del diritto ad ottenere l'equa riparazione consiste nella ingiustizia sostanziale o nell'ingiustizia formale della custodia cautelare subita.
L'ingiustizia sostanziale è prevista dall'art. 314, comma 1, c.p.p. e ricorre quando vi è proscioglimento con sentenza irrevocabile perchè il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato.
E' importante tenere presente che, ai sensi del successivo comma 3 dell'art. 314 c.p.p., alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a procedere e il provvedimento di archiviazione.
L'ingiustizia formale è disciplinata dal comma 2 dell'art. 314 c.p.p. e ricorre quando la custodia cautelare è stata applicata illegittimamente, cioè senza che ricorressero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 c.p.p., a prescindere dalla sentenza di assoluzione o di condanna.
In materia rilevanti novità sono state apportate dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, cosiddetta "Legge Carotti", il cui articolo 15 ha apportato modifiche all’art.315 del codice di procedura penale.
In particolare, è aumentato il limite massimo di risarcimento per aver patito un’ingiusta permanenza in carcere, passando da cento milioni di lire ad un miliardo (oggi € 516.456,90), ed è altresì aumentato il termine ultimo per proporre, a pena di inammissibilità, domanda di riparazione: da 18 a 24 mesi.
Sui giornali si parla di storie di uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva.
Secondo un rapporto del ministero della Giustizia, su 53 mila detenuti complessivi 16.740 sono in attesa del primo giudizio, 9.600 dell’appello, 3.200 del giudizio della Cassazione: il totale di questa popolazione carceraria "sospesa" è assai maggiore dei 22 mila detenuti perché condannati in via definitiva. "Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada".
Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione. Ogni tanto lo Stato paga: il ministero dell’Economia conteggia in 213 milioni di euro i soldi sborsati nel periodo 2004-2007 per risarcire le vittime di errore giudiziario e per custodia cautelare ingiusta (il grosso del malloppo). I risarciti sono 3.600: il 90% italiani, il 10% stranieri, perché si difende chi può.
L’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela. E se la storia dell'errore giudiziario potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. Nel nostro ordinamento non esiste una norma che "indennizza l’ingiusta imputazione. Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare". Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. Nel "giro" si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora.
Sono uomini bagnati. Con il freddo nelle ossa, per sempre. "Sa come si dice dalle mie partì? Chi è stato bruciato dall’acqua calda ha paura dell’acqua fredda". Le "parti" di Francesco Masala sono la Calabria e una stanza muta dove ha soggiornato per dieci armi, scontando una pena più lunga (16 anni) per un omicidio compiuto da un altro, un criminale con tanto di pedigree. Lui, Masala, nel novembre del 1985 era un ragazzo che sei mesi prima aveva messo un mattone nella costruzione del suo futuro, prendendo la Maturità. Quel mattone divenne cemento, a destra, sinistra, sopra, sotto. Una porta blindata era il diversivo di quest’orizzonte negato. Non sono storie di denaro, ma sono storie d’amore. Francesco Masala era un ragazzino, dunque. E il futuro già dietro le spalle. Lei sapeva che Francesco era innocente, il suo Francesco, che cresceva e restava un bell’uomo, un metro e 85, spalle larghe, viso dolce, occhi inarcati e castani, capello lungo, barba che va e viene. Lei c’è anche 23 anni dopo. E mo, cosentino come i protagonisti, che da vent’anni ha "questo tarlo: far capire ai giudici che Francesco è innocente". Quella sera di novembre aveva la colpa di essere sul marciapiede di piazza Kennedy accanto a Sergio Palmieri, impiegato comunale. Si riparavano dalla pioggia. Un killer conosciuto e sanguinario freddò Palmieri, due colpi precisi. Molti i testimoni, nessuno fece il nome dell’assassino. I poliziotti torchiarono un coetaneo e conoscente di Masala, finché non gli fecero ammettere di aver visto sparare l’amico. Il "falso" testimone affermerà 23 anni dopo: "Non ho mai detto di aver visto Masala con la pistola in mano. Lo interpretarono gli inquirenti". Vi furono dubbi, una prima scarcerazione di un anno, nel 1989 (e Masala fu chiamato al servizio di leva!). Indefesso, il procuratore generale fece ricorso e la Cassazione lo accolse, rispedendo il calabrese in carcere. Il presidente della Suprema Corte era Corrado Carnevale, quello che semmai scarcerava i mafiosi. Il tarlo rode ancora l’avvocato: "Il processo di revisione è cominciato otto anni fa, a Salerno. Le procure sono oberate di carichi, e dilatano nel tempo la conclusione di un processo che deve certificare un loro errore. E per la causa civile serviranno altri dieci anni". Questo succede: l’Italia è lo Stato maggiormente sanzionato dalla Corte europea. I capi d’accusa di Strasburgo: lentezza nei processi e nei risarcimenti. Masala oggi è sposato e fa il manovale in una ditta di telefoni. Ha una figlia, "volevo che sapesse che sono innocente".
Nella storia di Felice Turco, siciliano di Gela, ci sono otto processi e un’ammissione di colpa che abbrevierà i tempi del processo di revisione: è la stessa procura di Caltanissetta che ha rinnegato la soluzione ai delitti del 1998. Morirono un commerciante e un ragazzo (Fortunato Belladonna, 16enne) accusato di essere l’esecutore dell’altro omicidio. La coinquilina di Belladonna era la testimone del delitto del commerciante: per questo i due episodi furono collegati. Il nome di Felice Turco fu un depistaggio dei pentiti di mafia. Prese l’ergastolo, la pena massima, con sentenza definitiva. Adesso sono sette i collaboratori di giustizia che lo scagionano, "Turco non c’entra niente". Colui che lo accusò con più vigore si è suicidato dopo aver ammesso la menzogna.
Melchiorre Contena ha occhi sorridenti, umidi. Andò a trovarlo nel suo appartamento nel senese perfino il Tg1, nel podere dove nel 1977 viveva di pastorizia. Il 31 gennaio di quell’anno, poche colline più a sud, l’imprenditore milanese Marzio Ostini venne rapito. La famiglia pagò, i rapitori sparirono. Di Ostini non si saprà più niente. Sono gli anni dell’Anonima sequestri, sono terre dove lavorano molti pastori emigrati dall’isola. Gli inquirenti picchiarono subito nel mondo dei pastori sardi. Uno di loro, Andrea Curreli, venne fermato che vagava senz’arte né parte con due targhe in tasca di auto rubate. Interrogato, snocciolò una fantasiosa verità, risolvendo d’un colpo il caso-Ostini: "Il sequestro è stato pianificato al podere dei Contena". È un racconto lardellato di evidenti rancori e bugie. Si scoprì che Curreli aveva lavorato come servo pastore per Contena e fu allontanato perché inaffidabile. Non era una confessione ma una vendetta. Eppure quelle parole inchioderanno Contena nella sua cella. Il pastore di Orune ha oggi un filo di voce, ancor meno memoria. Un maledetto ictus gli ha complicato i ricordi. Sarebbero serviti a raccontare una vita intera passata nel posto sbagliato, per colpa d’altri, senza sapore, a rimbalzare fra muri spessi e grigi e cancelli di ferro. Con la lucida consapevolezza di essere vittima del furto più atroce, quello della libertà. Derubata in nome del popolo italiano: 31 anni di carcere, e altri 10 passati nel limbo di una parvenza di libertà ritrovata, ma l’onore ancora no, per quello ha dovuto attendere il 18 luglio 2008, quando la corte d’assise dell’Aquila scrive: "Contena è innocente". Ha gli occhi felici perché adesso, con i capelli bianchi e la stanchezza della vecchiaia, si fa compagnia con la dignità e l’onore che i giudici gli avevano tolto. Per lui, parla la moglie, Miracolosa Goddi. C’è sempre stata, nella buona e nella cattiva sorte: "Non c’interessano i soldi. Hanno detto che i Contena sono persone perbene. Questo volevamo".
Angelo Rizzoli, una storia tra carcere e malattia. Dieci mesi trascorsi in carcere e tre agli arresti domiciliari. Poi, Angelo Rizzoli, nipote del re dell’editoria arrestato nel 1983, è stato prosciolto. Ospite a "Niente di personale", il magazine condotto da Antonello Piroso in onda il 27 febbraio 2007, alle 21.30 su LA7, riportato su “Il Giorno” in pari data, Rizzoli ci tiene però a precisare durante la sua intervista un "particolare" che ha reso ancora più dolorosa la sua vicenda: "Io ho la sclerosi multipla, una malattia che secondo me è incompatibile con la vita carceraria e che, purtroppo, girando cinque istituti di pena, si è notevolmente aggravata". Angelo Rizzoli parla poi di quanto gli sia costato essere l’erede di una famiglia così illustre. "Purtroppo, portare un nome altisonante comporta anche delle negatività. Nel carcere di Bergamo, dove tra l’altro ero assieme a Enzo Tortora, sono stato anche estorto dal direttore. L’ho denunciato, sono stato rimesso in libertà, ma quando sono stato nuovamente arrestato, mi hanno rimandato lì". Eppure Rizzoli spiega al conduttore di aver detto esplicitamente: "Portatemi in tutti i carceri che volete, meno che a Bergamo". Niente da fare. Il Direttore è stato poi condannato a 5 anni per estorsione. "E a Bergamo - prosegue - il direttore mi ha messo 45 giorni in cella di punizione, dal 10 novembre fino al giorno di Natale. Quando sono uscito, ero in uno stato di disperazione, ma anche in una condizione di grandissima prostrazione fisica". "Essere nato con un nome fortunato e in una famiglia baciata dal successo - commenta poi - non garantisce nella vita che queste condizioni di privilegio durino, anzi.
In qualche modo, io ho subito una legge di compensazione, perché, ai tanti benefici che ho avuto nella nascita, sono seguite poi altrettante sofferenze. E non parlo solo per me. Ho visto amici morire della mia stessa malattia, andare in galera mio fratello e morire mio padre, mentre mia sorella, indagata per lo stesso reato, non ha resistito e si è gettata fuori dalla finestra. Per queste vicende giudiziarie e per salvare la mia società sono finito nelle braccia della P.2.. Nessuno mi voleva aiutare, perché c’era la politica in mezzo".
Quando si parla delle vicissitudini giudiziarie di Berlusconi, l'argomento dovrebbe essere vagliato senza paraocchi ideologici, ma basterebbero solo rudimenti di diritto per farsi una propria opinione sul sistema giustizia in Italia. Il caso Berlusconi è esemplare. Per un premier non basta personalizzare gli accanimenti, perchè se capita a lui, figuriamoci ai poveri cristi.
Esemplare è il caso Ruby. A Milano i pm chiedono il rito immediato per i reati di concussione e prostituzione minorile. Bruti Liberati parla di prove evidenti, ma poi ammette: le telefonate del premier sono irrilevanti. E dice: "Non c'è reato ministeriale". Ruby indagata per false generalità. Berlusconi: "Accuse infondatissime, c'è una finalità eversiva". Il Csm: "Magistrati denigrati". Bossi: "Vogliono lo scontro fra istituzioni". Davanti al palazzo di giustizia di Milano la protesta dei sostenitori del Pdl: "Silvio resisti".
Berlusconi: "Sono dei processi farsa, accuse infondatissime". E ancora: "Queste pratiche violano la legge, vanno contro il Parlamento, la procura di Milano non ha competenza territoriale, nè funzionale. La concussione non c’è, è risibile, non esiste. Sono cose pretestuose, a me spiace che queste cose abbiano offeso la dignità del Paese e hanno portato fango all’Italia", Silvio Berlusconi risponde a stretto giro di posta ai magistrati di Milano. I pm "hanno una finalità eversiva", ha detto il Cavaliere. "È una vergogna, uno schifo", dice il premier. "Alla fine nessuno pagherà, alla fine come al solito pagherà lo Stato. Farò una causa allo Stato visto che non c’è responsabilità dei giudici", ha aggiunto il presidente del Consiglio. Le indagini dei giudici milanesi "hanno solo una finalità di disinformazione mediatica. Io non sono preoccupato per me, sono un ricco signore che può passare la sua vita a fare ospedali per i bambini del mondo...", ha concluso Berlusconi. Intervistato da Belpietro, il direttore di “Libero”, il premier è poi tornato sull'accanimento giudiziario nei suoi confronti: un record mondiale, ha sostenuto ironizzando. "Una persecuzione politica da parte dei magistrati di sinistra" che si è espressa in "più di cento indagini" e "28 processi, un record assoluto nella storia dell’uomo in tutto il mondo". Poi ha snocciolato i numeri record della "persecuzione": "Ci sono state 2.560 udienze. Se avessi dovuto presenziare a tutte avrei avuto un’udienza al giorno". Il premier ha inoltre ricordato che sono stati impegnati "più di mille magistrati" con "un costo da parte mia di 300 milioni di euro in avvocati e consulenti". Il Cavaliere ha infine ricordato di aver avuto 10 assoluzioni, 13 archiviazioni e 4 processi ancora in corso "assolutamente inventati, ridicoli, grotteschi".
Ma non è solo la fondatezza delle accuse a far pensare. Si parla anche della velocità.
A tal proposito, si riporta il pensiero di Filippo Facci, che racchiude il pensiero di molti commentatori. "Eccolo il processo breve, anzi immediato, anzi esclusivo: è quello organizzato da un’intera procura che per mandare alla sbarra Berlusconi si è fatta prestare gente anche da altri uffici, così da macinare tutte le fotocopie necessarie. Eccolo il processo brevissimo, quel giudizio immediato addirittura preannunciato all’Ansa e che dovrebbe presupporre «l’evidenza della prova» anche se la prova non è evidente manco per niente, perché abbiamo una concussione senza concussi (la questura di Milano non si ritiene vittima) e poi abbiamo dei fatti di prostituzione minorile (con Ruby, anche qui, presunta parte offesa), la cui effettività e consapevolezza del reo sarebbero tutte da ricostruire, come tuttavia un’udienza preliminare non ricostruirà: il rito alternativo, infatti, la salterà di netto. Ha vinto la scuola di Ilda Boccassini, ha vinto la linea dura che mira alla guerra lampo e alla torsione della giurisprudenza ai diktat della Procura di Milano, come ai vecchi tempi: un rito immediato per prostituzione minorile è fuori dal Codice? Non sta in piedi neanche con lo sputo? Staremo a vedere. Già si sapeva che la priorità dell’azione penale, qui in Italia, era notoriamente rivolta a problemi fondamentali quali sono appunto la prostituzione minorile e la concussione telefonica: ora sappiamo che non è così, la priorità infatti è generica e ad personam (altri indagati come Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora saranno giudicati con rito ordinario, senza fretta) e riguarda specificamente, questa priorità, il presidente del consiglio: una forma di ennesimo privilegio. Eccoli i processi brevi, che ci sono già e che funzionano benissimo: quelli a Berlusconi. Ben lo sanno quei giudici che a Milano hanno sbrigato l’Appello del caso Mills in un solo mese e mezzo, per fare un esempio a caso. Il processo lungo, invece, a Milano continua a impiegare almeno sette anni per mandare in primo grado un processo per usura. Lo stesso processo lungo, nel resto d’Italia, impiega un minimo di cinque anni per un penale in primo grado, da otto a trent’anni per un civile, sette anni e mezzo per un divorzio, quattro anni per un’esecuzione immobiliare. Il processo breve, invece, quello cioè ad personam, ha fatto filare il primo grado del processo Mills per la bellezza di 47 udienze in meno di due anni: hanno lavorato talvolta sino al tardo pomeriggio, talvolta anche nei weekend. È lo stesso processo breve che ha visto depositare le motivazioni della sentenza d’Appello in soli 15 giorni anziché in 90: così il ricorso in Cassazione è stato velocizzato. Ma non c’è soltanto il solito caso Berlusconi. Il processo breve, inteso come discrezionalità della magistratura nel dare impulso ai processi che preferisce, ha chiuso il caso Cogne in tre anni, e, in generale, corre come un treno ogni volta che i giornali ne scrivono. Mentre altri procedimenti dormono, e come mai? Forse è perché manca la carta per le fotocopie - l’hanno usata tutta a Milano - o perché qualche cancelliere era in malattia, la segretaria è in maternità, insomma le solite cose che secondo l’Associazione nazionale magistrati costituiscono i veri e soli problemi «strutturali» che ci vedono in coda a tutte le classifiche sulla giustizia. Problemi nei quali la magistratura, resta inteso, non ha né arte né parte."
Sullo sfondo del nuovo processo sul cosiddetto Rubygate c’è un dato numerico che nel blog "In-Giustizia" di Maurizio Tortorella su “Panorama” si è considerato. Gli antiberlusconiani lo considerano un tema insieme ridicolo e irrisorio. Anzi, a volte se ne appropriano proprio per dimostrare la pericolosità sociale dell’uomo. Invece pare un dato impressionante e incontrovertibile, che dimostra solo un accanimento giudiziario mai visto: Silvio Berlusconi, da quando è sceso in campo nel 1994, è stato messo sotto processo 29 volte in Italia (per la stragrande maggioranza dei casi a Milano) e una in Spagna. A Madrid fu Balthasar Garzon, il giudice più internazionale d’Europa, a indagarlo nel 1997 per presunte malversazioni su Telecinco, l’emittente televisiva. Risultato: procedimento archiviato in istruttoria nel dicembre 2008, 11 anni più tardi. In Italia, dei 29 procedimenti aperti dal 1994 al 2010, due hanno riguardato reati gravissimi come la strage e uno l’associazione mafiosa; altri hanno avuto come ipotesi di reato la corruzione, l’appropriazione indebita, il falso in bilancio, la concussione, la frode fiscale, la ricettazione… Sono stati tutti, com’è noto, processi durissimi dal punto di vista mediatico e spesso anche lunghi. Di questi procedimenti, però, 12 sono terminati con un’archiviazione in istruttoria, e questo significa che lo stesso pubblico ministero ha ritenuto non doversi procedere, o per mancanza di prove o per insussistenza dell’ipotesi di reato; altri cinque sono finiti in prescrizione, e due sono stati cancellati per intervenute modifiche legislative (sono questi i cosiddetti casi delle «leggi ad personam»). Altri sei sono ancora in corso (tra loro il nuovo processo sul Rubygate), ma per tre il pm ha già chiesto l’archiviazione. Restano infine quattro assoluzioni piene. Il computo dice che Berlusconi è stato processato quasi due volte l’anno, dal 1994. Non da sottovalutare sono anche i processi-scandalo mediatici. Prima: Patrizia D'Addario, la escort barese che ha aperto la strada alle indagini sugli scandali sessuali di Silvio. Lo ha incastrato registrando le serate trascorse con il premier tra Villa Certosa e Palazzo Grazioli, cercando di dimostrare anche le notti di sesso con il presidente del Consiglio sul "lettone di Putin". Poi, nel 2009, Noemi Letizia, "colpevole" di aver scattato troppe immagini con il premier per il suo 18esimo compleanno a Napoli. Foto che fecero il giro del mondo e misero di nuovo in imbarazzo Berlusconi. Senza dimenticare che furono la rovina matrimoniale del premier. Noemi è la causa del divorzio con Veronica Lario, stanca di "un marito che frequenta minorenni". Ultima ma non ultima Ruby Rubacuori. La 18enne che si è finta nipote di Mubarak e ha diverse volte partecipato alle feste del bunga bunga a villa di Arcore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da Ruby è partita l'inchiesta che vede Berlusconi di fronte a un giudizio immediato per concussione e prostituzione minorile. Nessun capo di stato o di governo aveva mai ricevuto una così grave accusa.
Di Berlusconi e i suoi processi parla Bruno Vespa su l'Unità del 11 ottobre 2008, rispondendo a Marco Travaglio.
“Scrivo nel mio libro che Berlusconi dopo l’ingresso in politica ha avuto 22 processi e non 15 o 17 come scrive Travaglio, è perché ho i numeri di protocollo che sono costretto ad esibire: 1) N° 842/95 (Falso in bilancio Fininvest per libretti al portatore. Archiviato). 2) N° 6081/95 (Edilnord commerciale. Archviato). 3) N° 6031/94 (Palermo associazione mafiosa, archiviato nel ’97; riciclaggio, archiviato nel ’98). 4) N° 1370/98 (Caltanissetta su stragi Falcone e Borsellino, archiviato). 5) N° 3197/96 (Firenze su strage via dei Georgofili, archiviato) 6) N° 3000/96 (Progetto Botticelli, archiviato) 7) N° 11343/99 (Lodo Mondadori, prosciolto dal Gup perché il fatto non sussiste, amnistiato in appello e in Cassazione). 8) N° 11262/94 (Tangenti Guardia di Finanza, assolto per non aver commesso il fatto per tutti i capi d’imputazione tranne uno in cui c’è stata assoluzione per insufficienza probatoria). 9) N° 9811/93 (All Iberian, assolto per intervenuta prescrizione). 10) N° 10594/95 (Medusa, assolto per non aver commesso il fatto). 11) N° 4262/95 (Macherio, assolto da tre imputazione perché il fatto non sussiste e da una per amnistia). 12) N° 11747/97 + 12193/98 (Corruzione Ariosto Sme, assolto per non aver commesso il fatto e perché il reato non sussiste). 13) N° 5888/02 (Falso in bilancio Ariosto Sme, assolto perché il fatto non costituisce reato). 14) N° 735/96 (“Consolidato, falso in bilancio”, assolto perché il reato si è estinto per prescrizione). 15) N° 2569/99 (All Iberian 2, assolto perché il fatto non è più prevista dalla legge come reato). 16) N° 2569/99 (Lentini. Estinto per prescrizione). Altri tre procedimenti (“Diritti”, “Mills”, “Mediatrade”) sono in corso come il processo Telecinco in attesa di archiviazione dopo che il tribunale ha assolto tutti gli otto imputati per i quali è stato celebrato il processo. E siamo a quota ventuno. Il 22esimo processo, il più vecchio (N° 5746/93 Viganò Verzellesi ha visto Berlusconi inscritto nel registro degli indagati il 28 gennaio del ’95. L’archiviazione è avvenuta cinque anni dopo. Nessuna indagine è stata dunque avviata su Berlusconi prima del suo ingresso in politica. Ho sempre sostenuto che il Cavaliere non è entrato in politica solo per “salvare l’Italia dai comunisti”, ma anche per proteggere le sue aziende. I Poteri Forti gli avrebbero fatto fare la fine di Angelo Rizzoli, depredato di tutto. Enrico Cuccia gli aveva fatto revocare dalla sera alla mattina fidi importanti. Glieli mantenne soltanto Cesare Geronzi, l’uomo che avrebbe salvato il Pds dai debiti. Due parole, infine, sul caso Travaglio – Schifani – Ciuro. A chiunque può capitare di avere in buona fede rapporti con una persona che poi si scopre più che discutibile. Ma occorre un bel coraggio per crocifiggere il presidente del Senato per aver avuto un rapporto con una persona condannata per mafia 14 anni dopo, mentre si trascorrevano ripetutamente le vacanze e si accoglievano le amichevoli segnalazioni di una persona come il maresciallo Ciuro arrestato tre mesi dopo l’ultimo soggiorno con il giornalista Travaglio e definito “figura estremamente compromessa con il sistema criminale” prima della condanna in Corte d’Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento. Ma Ciuro aveva una grande benemerenza. Come scrivono Marco Travaglio e Saverio Lodato nel loro libro “Intoccabili”, il maresciallo era stato impiegato dal Pubblico Ministero Ingroia (anche lui partecipe delle stesse vacanze) “nell’ultima fase delle indagini su Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest”.
Da Panorama l’elenco dei procedimenti penali a carico di Silvio Berlusconi aggiornati al 19 aprile 2012:
1. Proc. Pen n. 5746/93 R.G.N.R. “Viganò Verzellesi” (si segnala che il dott. Berlusconi è stato iscritto nel registro degli indagati il 28/01/1995) Reati contestati: corruzione archiviato l’8/08/2000;
2. Proc. Pen. n. 842/95 R.G.N.R. “Falso in bilancio Fininvest libretti al portatore” Reati contestati: falso in bilancio archiviato il 21/09/2004;
3. Proc. Pen. n. 6081/95 R.G.N.R. “Edilnord Commerciale” Reati contestati: falso in bilancio archiviato il 21/09/2004;
4. Proc. Pen. n. 6031/94 R.G.N.R. “Palermo riciclaggio” Reati contestati: concorso esterno in associazione mafiosa – riciclaggio concorso esterno in associazione mafiosa: archiviato il 19/02/1997 riciclaggio: archiviato il 25 – 27/11/1998;
5. Proc. Pen. n. 1370/98 “Stragi Caltanissetta” Reati contestati: concorso in stragi archiviato il 3/05/2002;
6. Proc. Pen. n. 3197/96 R.G.N.R. “Stragi Firenze” Reati contestati: concorso in stragi archiviato il 14/11/1998;
7. Proc. Pen. n. 3000/96 R.G.N.R. “Progetto Botticelli” Reati contestati: falso in bilancio – frode fiscale archiviato il 16/02/1998;
8. Proc. Pen. n. 11343/99 R.G.N.R. “Lodo Mondadori” Reati contestati: corruzione giudiziaria assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 12/05/2001 ha dichiarato di “non doversi procedere perché il reato si è estinto per intervenuta prescrizione” (concesse le attenuanti generiche), sentenza confermata in Cassazione;
9. Proc. Pen. n. 11262/94 R.G.N.R. “Tangenti GDF” Reati contestati: corruzione assolto. La sentenza della Corte di Cassazione del 19/10/2001 ha “assolto in ordine a tutti i capi di imputazione per non aver commesso il fatto”. Solo per il capo D) l’assoluzione è ai sensi dell’art. 530 co 2 (insufficienza probatoria), dichiarata dalla Corte d’Appello e confermata dalla Cassazione;
10. Proc. Pen. n. 9811/93 R.G.N.R. “All Iberian 1” (si segnala che il dott. Berlusconi è stato iscritto nel registro degli indagati il 23/11/1995) Reati contestati: finanziamento illecito ai partiti assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 26/10/1999 ha dichiarato di “non doversi procedere perché i reati si sono estinti per prescrizione”, sentenza confermata in Cassazione;
11. Proc. Pen. n. 10594/95 R.G.N.R. “Medusa” Reati contestati: falso in bilancio – appropriazione indebita assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 13/06/2000 ha “assolto dal reato ascritto per non aver commesso il fatto”, sentenza confermata in Cassazione;
12. Proc. Pen. n. 4262/95 R.G.N.R. “Macherio” Reati contestati: falso in bilancio – appropriazione indebita – frode fiscale assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 28/10/1999 (sentenza definitiva) ha “assolto dal reato di falso in bilancio perchè il fatto non sussiste, dichiarato non doversi procedere per il reato di appropriazione indebita per intervenuta amnistia e confermata la sentenza del Tribunale per la frode fiscale perché il fatto non sussiste”;
13. Proc. Pen. n. 11749/97 + 12193/98 R.G.N.R. “Corruzione Ariosto SME” Reati contestati: corruzione assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 27/04/2007 ha “assolto dal reato per l’episodio di cui al capo A) per non aver commesso il fatto ai sensi dell’art. 530 co 2 cpp e per l’episodio di cui al capo B) perchè il fatto non sussiste ai sensi dell’art. 530 co 1 cpp” sentenza confermata in Cassazione;
14. Proc. Pen. n. 5888/02 R.G.Trib.(stralcio del n. 11749/97 + 12193/98) “Falso in bilancio Ariosto SME” Reati contestati: falso in bilancio assolto. La sentenza del Tribunale del 30/01/2008 (sentenza definitiva) ha “dichiarato il non doversi procedere in ordine al reato ascrittogli perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”;
15. Proc. Pen. n. 735/96 R.G.N.R. “Consolidato” Reati contestati: falso in bilancio assolto. La sentenza del GIP del 13/02/2003 ha “dichiarato il non doversi procedere in ordine al reato di falso in bilancio ascritto perché gli stessi sono estinti per prescrizione”, sentenza confermata in Cassazione;
16. Proc. Pen. n. 2569/99 R.G.N.R. (stralcio del n. 9811/93) “All Iberian 2” Reati contestati: falso in bilancio assolto. La sentenza del Tribunale del 26/09/2005 ha “assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”;
17. Proc. Pen. n. 2601/94 R.G.N.R. “Lentini” Reati contestati: falso in bilancio assolto. La sentenza della Corte d’Appello del 13/12/2005 ha confermato la sentenza del Tribunale “di non doversi procedere perché il reato si è estinto per prescrizione”;
18. Proc. Pen. n. 262/97Y R.G.N.R. - Tribunale di Madrid “Telecinco” Reati contestati: reati societari – reati contro la Pubblica Amministrazione (diritto spagnolo) archiviato il 13/10/2008;
19. Proc. Pen. n. 22694/01 R.G.N.R. “Diritti” Reati contestati: falso in bilancio – appropriazione indebita – frode fiscale con sentenze del 7/07/2006 e 28/05/2007 il Tribunale di Milano ha dichiarato il non doversi procedere per i reati di falso in bilancio e di appropriazione indebita in quanto estinti per prescrizione. Per il reato di frode fiscale è in corso il dibattimento;
20. Proc. Pen. n. 6859/05 R.G.N.R. “Mills” Reati contestati: corruzione giudiziaria Assolto: 25/02/2012 il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione;
21. Proc. Pen. n. 40382/05 R.G.N.R. “Mediatrade Milano” Reati contestati: appropriazione indebita – frode fiscale Prosciolto: Il GUP di Milano ha “prosciolto per non aver commesso il fatto”; in data 01/12/2011 il PM ha depositato ricorso in Cassazione;
22. Proc. Pen. n. 31358/10 R.G.N.R. “Mediatrade Roma” Reati contestati: frode fiscale In corso l’udienza preliminare;
23. Proc. Pen. “Santa Margherita Alitalia (convegno del giugno 2009)” Reati contestati: aggiotaggio e insider trading Archiviato il 18/11/2011;
24. (*) Proc. Pen. n. 58833/07 R.G.N.R. “Intercettazioni Saccà” Reati contestati: corruzione archiviato il 17/04/2009;
25. (*) Proc. Pen. n. 1349/08 R.G.N.R. “Corruzione Senatori” Reati contestati: corruzione archiviato;
26. (*) Proc. Pen. Trib. Ministri “Saint Just” archiviato il 26/01/2009;
27. (*) Proc. Pen. Trib. Ministri “Voli di Stato” archiviato l’8/10/2009;
28. (*) Proc. Pen. n. 41895/09 “UNIPOL - Intercettazioni Fassino Consorte” Reati contestati: rivelazioni segreto d’ufficio. Disposto il rinvio a giudizio il 7/02/2012. In corso il dibattimento(richiesta di archiviazione del 16/12/2010 - 15/09/2011 il G.i.p. ha disposto l’imputazione coatta per Berlusconi - 22/09/2011 chiesto il rinvio a giudizio);
29. (*) Proc. Pen. n. 55781/2010 + 5657/11 R.G.N.R. “Caso Ruby” Reati contestati: concussione – favoreggiamento prostituzione minorile il 15/02/2011 il g.i.p. ha disposto con decreto il giudizio immediato (prima udienza dibattimentale: 6/4/2011);
30. (*) Proc. Pen. “Innocenzi – Anno Zero” Reati contestati: abuso d’ufficio Chiesta l’archiviazione;
31. (*) Proc. Pen. “Minzolini – De Scalzi” Reati contestati: abuso d’ufficio. In corso le indagini preliminari;
32. (*) Proc. Pen. “vilipendio alla magistratura” Reati contestati: vilipendio all’ordine giudiziario. In corso le indagini preliminari;
33. (*)
Proc. Pen.
Tribunale di Bari Reati contestati: induzione a rendere false
dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria
In corso le indagini preliminari.
(*) trattasi di procedimenti personali e quindi non riguardanti il Gruppo Fininvest. I dati relativi non rientrano tra quelli della c.d. “sintesi”.
Indagini per stragi a Firenze, Palermo e Caltanissetta: si tratta di tre indagini riguardanti le stragi di mafia degli anni 1992/1993, indagini già archiviate in passato (v. n. 5 e 6). Ad oggi non disponiamo di dati ufficiali, ma solo di notizie di stampa. Negli ultimi mesi ci sono state sia smentite (Firenze), sia conferme (Palermo), circa l’iscrizione di Silvio Berlusconi nel registro degli indagati.
Quando ci sono, le condanne di Silvio Berlusconi per corruzione e altro, non arrivano mai al giudizio definitivo: o per assoluzione o per prescrizione. E le sentenze e le motivazioni delle sentenze sono tutte postmoderne, nel senso che non stabiliscono una verità giuridica, introvabile nei processi politicizzati, ma si limitano a fungere da interpretazione tra le interpretazioni.
Il caso Mills è indicativo: il condannato non è Berlusconi, perché il lodo Alfano lo tiene fuori dal processo, ma nelle motivazioni della condanna di I grado a Mills il premier è tirato in ballo pesantemente come corruttore di un testimone. Giudicato senza essere processato. Giudizio arbitrario brandito dalle opposizioni a fini politici che, oltre ad aizzare le folle all’odio, danno un’immagine meschina dell’Italia all’estero: il Presidente del Consiglio italiano è un corruttore e un pregiudicato. Che fare? Credere o non credere? E a che cosa credere, a una sentenza che non c’è, o alle motivazioni che invece ci sono? Credere a un giudice che ha vinto un concorso (come si vince in Italia), o a un politico che ha vinto le elezioni (come si vincono in Italia)?
Vorrei vivere, come la maggioranza assoluta degli italiani, in un paese in cui la legge fosse uguale per tutti e tutti fossero uguali davanti alla legge. Vorrei un paese in cui i giudici applicano la legge dello Stato, rispettandola essi stessi, e non attuando un programma di risanamento e di salvezza politica della Repubblica deciso nei loro club e nelle loro correnti politiche, perché hanno sentore di poter perdere i loro privilegi ed impunità. Un paese in cui le decisioni dei tribunali hanno delle conseguenze veloci e certe, perché promanano da una sede autorevole e indiscussa, e un cittadino difeso e giudicato da un sistema di giustizia imparziale (e riconosciuto tale dalla totalità dei cittadini e non solo di sinistra). Ma questo paese non è il mio, non è il nostro.
Lelio Luttazzi, scomparso l’8 luglio 2010, ad 87 anni, nella sua abitazione di Trieste, in questo momento, è l’attualità. Perché Luttazzi è una delle tante vittime (naturalmente innocenti) delle intercettazioni telefoniche e delle libere interpretazioni del loro contenuto. Quelle stesse intercettazioni, usate dai media come gogna, che sono al centro del dibattito politico nazionale. Raccontava l’artista a Gian Antonio Stella, il 28 agosto del 1995: «Abitavo a Roma, davanti alla fontana di Trevi. La sera prima avevo fatto tardi. Mi sveglio e la donna di servizio mi fa: "Ha chiamato Walter Chiari, chiede di essere richiamato all'albergo Baglioni di Bologna. Prima però dovrebbe telefonare qui a Roma a un certo Lelio Bettarelli, a un numero che le ha lasciato, per dirgli di mettersi in contatto con il signor Chiari a Bologna perchè lui non riesce a prendere la linea". Non ebbi sospetti. E vero che nel giro si diceva che Walter sniffava, ma io non l'avevo mai visto farlo. Non mi passava per la testa che quel Bettarelli fosse uno spacciatore e che io potessi essere usato come ponte. Si figuri poi se potevo immaginare che la telefonata era intercettata. Fatto sta che chiamo 'sto Bettarelli e gli giro il messaggio. Stiamo per chiudere e lui mi fa: "A lei serve qualcosa?". E io come un baccalà : "Qualcosa cosa?". E lui, che aveva capito di essersi sbagliato pensando che anch'io fossi un cocainomane: "Ah, niente, niente, buongiorno". E mette giù. Fine». Qualche giorno dopo quella telefonata, Luttazzi si ritrovò a casa due finanzieri che, dopo una perquisizione (senza risultati) dell’appartamento, lo condussero nel carcere romano di Regina Coeli ove rimase, da innocente, per ben 27 giorni. Qualcuno, evidentemente, dopo un affrettato “2+2”, aveva deciso che anche «il maestro» fosse immischiato nel traffico di sostanze stupefacenti. Quella detenzione, quell’errore giudiziario, lasciarono su Luttazzi delle cicatrici indelebili. Una bellissima presenza in una TV monolitica, confessionale, ma attraverso la quale delle persone eccezionali, riuscivano a far passare la propria genialità, in modo anche sofferto. All’apice della fama, nel 1970 viene arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti. Era innocente e fu assolto. Diceva: “ormai la gente rimarrà sempre con il dubbio”. Sentiva di aver subito un ingiusto marchio. Solo radio, un poco di “Hit parade”. e poi il lungo isolamento con qualche brevissima interruzione, fino alla partecipazione a San Remo 2009 con Alisa. La ferita del 1970, lo aveva segnato per tutto il resto della vita, soffrendo di ricorrenti crisi depressive, rimanendo sempre lucido e schietto.
La tv piange la prematura scomparsa di Gigi Sabani. Faceva l'imitatore, il suo umorismo era facile e popolare, una risata la strappava sempre. Gigi Sabani è stato uno di quei conduttori davanti a cui si aprivano tutte le porte, cui non mancavano le occasioni per inseguire un successo che pareva senza fine. Poi un bel giorno qualcosa si è rotto. Nell'estate del 1996 finisce in manette... si inaugura la prima grande inchiesta di Vallettopoli. La storia finisce in niente, viene prosciolto senza nemmeno arrivare al processo. Ancora, di fronte allo scandalo della seconda Vallettopoli, Sabani non riusciva a darsi pace: “Quando io e altri fummo sbattuti violentemente in prima pagina, senza certezze sulle eventuali responsabilità, nessuno, a parte pochi, si impegnò per difendere la nostra dignità”.
Tagliato fuori dalla tv, sbalzato dal trono, Sabani subì anche la beffa del risarcimento. Tredici giorni di ingiusta detenzione patiti dal presentatore dal 18 giugno all'1 luglio del 1996 gli valsero 24 milioni di lire (più un milione e rotti per le spese processuali). In tribunale avevano fatto i conti della serva: gli arresti domiciliari sono meno 'afflittivi' della gattabuia, il contratto con Sotto a chi tocca di Canale 5 non era ancora firmato, nel 1997 Sabani ci aveva rimesso 'solo' 250 milioni rispetto all'anno precedente e così via. Probabilmente, 24 milioni Sabani li guadagnava in una o due serate e la Corte d'appello di Roma non aveva tenuto conto che per un presentatore l'immagine è tutto e l'immagine di Sabani aveva subito un brutto colpo. Dal quale, con ogni probabilità, non si è mai più ripreso.
Non bisogna dimenticare il caso di Simonetta Cesaroni. Cose allucinanti. Una condanna, che per i più va al di qua del ragionevole dubbio. Raniero Busco è stato condannato a 24 anni di carcere: nell'aula bunker di Rebibbia la sentenza di I grado sul delitto di via Poma. Dopo due decenni, la morte di Simonetta Cesaroni trova “un colpevole”, che per molti non è “il colpevole”. Nel processo per la morte della ragazza uccisa il 7 agosto 1990 con 29 coltellate, Busco, ex fidanzato della Cesaroni, era l'unico imputato. Il pm Ilaria Calò aveva chiesto l'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà. Questo dopo la morte di Pietrino Vanacore, additato dalla stampa ed accusato dai magistrati di essere coinvolto nell’omicidio. Colpevole. Dopo più di 20 anni. Ma la condanna va al sistema giudiziario. E’ il fallimento di uno stato di diritto. Quale rito si è rispettato se dopo venti anni sono venuti meno tutte le prove e tutti gli strumenti difensivi. LA PENA. E’ la sanzione prevista che lo Stato, a mezzo dell’Autorità Giudiziaria affligge all’autore di un fatto illecito. La pena svolge diverse funzioni: da un lato quella di punire il colpevole per il reato commesso mentre dall’altro lato ha funzione rieducativa che mira alla riabilitazione del reo e al suo reinserimento in società. Il cd. doppio binario della pena previsto dal Codice, risponde al principio previsto dalla Costituzione che, all’art. 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti disumani e che debbono tendere alla rieducazione del condannato in modo da consentirgli il reinserimento nella società una volta scontata la pena. Dopo più di venti anni quale prevenzione a vantaggio della società ci può essere e quale rieducazione si può prevedere per il reo. Colpevole. Una parola che piomba nel silenzio carico di tensione dell’aula-bunker come una slavina. È Raniero Busco il mostro che ha ucciso vent’anni prima la fidanzata Simonetta Cesaroni. È lui l’assassino feroce che ha massacrato la figlia del ferrotranviere della Metro con 29 colpi di tagliacarte, affondando la lama anche all’interno della zona genitale. È il meccanico di Morena l’impassibile killer che per un ventennio ha nascosto l’orrore del suo gesto dietro la facciata del tranquillo padre di famiglia. Questa è la «verità» dei giudici, che, a fronte della richiesta di carcere a vita del pm, hanno condannato l’imputato a 24 anni di reclusione. Una «verità» che non convince. Una condanna che non si aspettava nessuno. Non Busco e il suo legale Paolo Loria, che ha annunciato il prevedibile ricorso in appello. Non i giornalisti che hanno seguito il processo a Rebibbia durante gli undici mesi abbondanti del dibattimento. E neppure l'opinione pubblica, che dalle tv e dai giornali si è fatta un'idea sulla fragilità degli scarsi indizi raccolti contro l'imputato. Ecco, tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove. Anche l'annuncio che la camera di consiglio sarebbe durata appena tre ore (previsione sbagliata per difetto di trenta minuti) aveva fatto credere che si sarebbe deciso per l'assoluzione. Ma così non è stato. Entrati nella «stanza del giudizio» il 26 gennaio 2011 alle 12.30 e usciti alle 16.08, i due giudici togati e gli otto popolari hanno deciso altrimenti. È il presidente della III Corte d'assise Evelina Canale a leggere il dispositivo: «Visti gli articoli 533 e 535, dichiara Busco Raniero colpevole del delitto ascrittogli e, con le attenuanti generiche equivalenti alla contesta aggravante, lo condanna alla pena di 24 anni di reclusione». Parole che gelano l'aula. Busco e la moglie sono ammutoliti. Lo stesso il loro difensore. Solo dal fondo dello stanzone che ha accolto terroristi e mafiosi qualcuno del pubblico piange e urla «No,no!». E il fratello di Raniero, che ascolta la sentenza abbracciato a lui e alla moglie Roberta, ripete infuriato due volte: «Che state a di'!». Poi, quando fotografi e cameramen li accerchiano, trascina l'imputato fuori dall'aula. «Perché devo essere io la vittima, tutto questo è ingiusto, profondamente ingiusto - avrebbe poi detto Raniero al suo avvocato - Dire che sono deluso è poco». «Una decisione pesante che non accontenta il concetto di giustizia - dice con amarezza Paolo Loria - Contro il mio assistito c'erano solo indizi e nessuna prova». Busco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e, se la sentenza passerà in giudicato, non potrà più esercitare la patria potestà. Infine dovrà risarcire i danni alle parti civili «da liquidarsi in separata sede» e pagare provvisionali «immediatamente esecutive» di 100 mila euro alla sorella della vittima Paola e di 50 mila alla madre Anna di Gianbattista. Insomma, il verdetto riconosce l'aggravante della crudeltà chiesta dal pm (anche se non segue l'accusa sulla strada dell'ergastolo), e però ne annulla le conseguenze sulla pena grazie alle attenuanti. Soddisfatti il pm e i legali di parte civile. Ma anche dalle loro dichiarazioni traspaiono dubbi non fugati dal processo. Lucio Molinaro, che ha seguito la vicenda per tutti questi venti anni, spiega che «noi ora dobbiamo credere che Busco sia colpevole, perché tre ore sono sufficienti per verificare le prove e prendere una decisione». Massimo Lauro, che con Federica Mondani assiste la sorella della vittima, osserva che «Almeno in teoria, adesso la parte che rappresento sa chi ha ucciso Simonetta». E il legale che rappresenta il Comune, Andrea Magnanelli, commenta: «Domani Roma si sveglia con un mistero in meno». Ma l'impressione di tutti è esattamente quella opposta. Il processo era iniziato il 3 febbraio 2010. L'accusa, il pm Ilaria Calò, aveva chiesto la condanna all'ergastolo. I giudici della terza corte d'assise, dopo una riunione in camera di consiglio, ha concesso all'imputato le attenuanti generiche. Per venti anni si è cercato la verità su quell’efferato delitto compiuto nell'ufficio dell'Associazione alberghi della gioventù dove Simonetta lavorava. Il 7 agosto 1990 Simonetta a 21 anni venne massacrata con un tagliacarte. Il suo carnefice la colpì 29 volte in tutto il corpo, ferite profonde circa 11 centimetri. Ad ucciderla però, fu un trauma alla testa. L'ipotesi degli investigatori fu che le coltellate erano state inferte sul cadavere solo per depistare le indagini. Il corpo seminudo e senza vita della ventunenne venne scoperto alle 11 di sera. L'autopsia accertò che non aveva subito violenza carnale e che la sua morte era avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il Busco, all'epoca aveva 26 anni ed era il fidanzato della vittima. Il primo ad essere stato sospettato del delitto fu il portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore che scoprì il delitto. Poi gli inquirenti puntarono i loro sospetti su Federico Valle che era il nipote di un architetto che abitava in quel palazzo, Cesare Valle. Per il primo alcuni giorni dopo il delitto arrivò il fermo, mentre per il secondo nel 1992 un avviso di garanzia. Successivamente prima nel 1993, il Gup prosciolse dall’accusa di favoreggiamento Vanacore e Valle da quella di omicidio, e poi nel 1995 la Cassazione definitivamente emise la decisione di non rinviarli a giudizio. Le indagini ripartivano da zero. Gli inquirenti sospettarono che l’assassino fosse nella cerchia dei contatti della ragazza. Tra gli altri indagati finì anche Salvatore Volponi, il suo datore di lavoro, anche per lui il fascicolo venne archiviato. La svolta nelle indagini nel 2006. I risultati delle analisi di tracce di saliva rinvenuta sul reggiseno di Simonetta, ritrovato, dopo anni, dimenticato, e rimasto incustodito, in un armadietto del laboratorio di medicina legale, portarono al Dna dell’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco. Busco venne iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario nel settembre del 2007. Gli investigatori, inoltre, prelevano anche l'impronta dell'arcata dentaria di Busco, al fine di confrontarla, attraverso le foto autoptiche del 1990, con il morso riscontrato sul seno di Simonetta. Il 9 novembre 2009 venne poi rinviato a giudizio e il 3 febbraio 2010 iniziò il processo. Nel corso del quale, il 9 marzo, a pochi giorni dalla sua prevista deposizione come teste, Vanacore si tolse la vita. Scompariva di scena un personaggio importante, e forse detentore di qualche segreto, di questa intricata vicenda. il 26 gennaio 2011 poi, la sentenza di primo grado. Il mistero che ha avvolto per tanti anni la morte di Simonetta Cesaroni è davvero svelato? Il difensore di Busco, Paolo Loria, ha affermato: “Non è stata fatta giustizia, andremo in appello”. “Non c'è prova alcuna che Raniero Busco abbia ucciso Simonetta Cesaroni. Non si sa nemmeno con certezza che sia mai entrato in quell'ufficio”. Sono le parole del criminologo Francesco Bruno che si è detto profondamente stupefatto della condanna a 24 anni dell'ex fidanzato della Cesaroni. “Ancora una volta si dimostra come i giudici di primo grado risentano delle ipotesi accusatorie”, ha spiegato Bruno aggiungendo che: “Busco sarà certamente assolto in appello, ma sarà ben difficile cancellare quel marchio che gli hanno appiccicato addosso. Speravo che infine si tenesse in maggiore considerazione la fragilità accusatoria e che nel dubbio si arrivasse ad una soluzione più' ragionevole. Così non è stato, tuttavia nella condanna a 24 anni c’è tutto il senso di una non certezza della sua colpevolezza”. “La sentenza di condanna a 24 anni per Raniero Busco non risolve il caso di Via Poma, lascia troppi interrogativi sospesi e irrisolti, dubbi e contraddizioni”. Ad affermarlo il criminologo Carmelo Lavorino, autore tra l’altro di un libro sul delitto di via Poma. Comunque sia per ora Busco non andrà in carcere. Nonostante la condanna a 24 anni di reclusione infatti, la corte non ha disposto alcuna misura in merito. Un fatto questo dovuto allo stato della sentenza. Quella emessa è infatti una sentenza non definitiva emessa in primo grado di giudizio. In Italia una sentenza diviene 'definitiva' solo al terzo grado, con il pronunciamento della Corte di Cassazione. Il caso in cui un condannato finisce in carcere dopo il primo grado si verifica solo se ci sono i presupposti per la custodia cautelare, che sono tre: pericolo di fuga, possibile inquinamento delle prove e possibile reiterazione del reato commesso. In questo caso il provvedimento restrittivo potrebbe essere applicato solo se ci fosse un reale pericolo di fuga. Cosa questa che sembra poco probabile che possa verificarsi. Busco ricorrerà in appello nella certezza dell’assoluzione in secondo grado di giudizio come ha anticipato il suo legale. Un ricorso in appello che invece, se non ci fosse porterebbe Busco in carcere. L’ordinamento infatti, prevedere che decorsi i 45 giorni dal deposito delle motivazioni di primo grado, la sentenza diverrebbe definitiva e il pm come 'giudice dell'esecuzione' potrebbe disporre la carcerazione del condannato.
Inaspettata dopo il 1° grado, ma attesa secondo la super perizia arriva il 27 aprile 2012 intorno alle 13 la sentenza d’appello: Raniero Busco è innocente, «assolto per non aver commesso il fatto».
Raniero Busco è stato assolto dalla prima corte d’assise d’appello di Roma per non aver commesso il fatto. L’uomo era accusato di aver ucciso Simonetta Cesaroni, assassinata il 7 agosto del 1990 in via Poma, che all’epoca era la sua fidanzata. Decisiva per l’assoluzione la perizia disposta dai giudici in appello: il segno su un seno di Simonetta non sarebbe riconducibile ad un morso di Busco e sul reggiseno della ragazza oltre al Dna dell’ex fidanzato comparirebbero altri due Dna. La sentenza di primo grado l’aveva condannato a 24 anni di reclusione per omicidio. Busco dopo la sentenza è stato colpito da un lieve malore: è stato sorretto dal fratello e dalla moglie, poi ha pianto abbracciato ai familiari. Arriva dopo 22 anni la sentenza che rivela la verità giudiziaria sull'omicidio di Simonetta Cesaroni, massacrata con 29 coltellate il 7 agosto 1990. La Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Roma, che venerdì 27 aprile si era ritirata in camera di Consiglio intorno alle 11, ha impiegato circa due ore e mezza per decidere la conclusione del nuovo processo per il caso di via Poma. Intorno alle 13.30 la pronuncia: Busco è stato dichiarato non colpevole. E' stata così annullata la sentenza di primo grado che aveva condannato l'ex fidanzato di Simonetta a 24 anni di reclusione. La sentenza è stata accolta da un urlo di sollievo. «Da oggi ricomincio a vivere - ha detto Busco -. Quando è uscita la Corte, in un attimo, ho rivisto tutta la mia vita». La verità, l'identità del «mostro» che assassinò la giovane romana, resta un giallo. La Corte d'Assise e d'Appello ha ritenuto dunque fondati i rilievi sollevati dai consulenti nominati dalla corte stessa, gli autori della superperizia secondo la quale il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa - considerato in primo grado la «firma» dell’assassino, ovvero il segno perfetto della dentatura anomala di Busco - non era un morso. La conferma della condanna era stata sollecitata dal procuratore generale Alberto Cozzella, insieme con gli avvocati di parte civile. Mentre la tesi dei difensori Franco Coppi e Paolo Loria era che Busco dovesse avere la piena assoluzione «per non aver commesso il fatto», così come prevede l'art. 530 del codice di procedura penale al primo comma. E così è stato. Assenti i familiari di Simonetta, l'imputato Raniero Busco era presente in aula assieme alla moglie Roberta Milletari. «Non so come sarebbe finita la nostra storia ma non ho mai pensato di farle del male - aveva detto Busco durante l'udienza del 23 aprile -.
Quando ho saputo della sua morte ho provato lo stesso dolore che ho provato quando ho perso mio padre». E aveva concluso rivolto alla corte: «Da voi mi aspetto il riconoscimento della mia innocenza». Busco è stato colto da malore dopo la pronuncia di assoluzione. Sorretto dal fratello e attorniato da una gran ressa di telecamere e fotoreporter l'ex fidanzato di Simonetta è stato portato in una stanza dai carabinieri che svolgono l'ordine pubblico in Corte d'appello. Alla lettura della sentenza, Busco avrebbe prima esultato abbracciando la moglie, poi secondo alcune testimonianze sarebbe stato colto da un lieve malore. Ma uno degli avvocati ha smentito: «No, è stato composto. Ha solo pianto di gioia». Abbracci e commozione tra gli amici dell'imputato per la vittoria della linea difensiva. Il primo a parlare di morso era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. L’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso». «Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa. Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui Dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente». ”E’ una sentenza emessa dall’unico organo deputato ad emettere una pronuncia in appello. Va accettata e rispettata” commenta alla stampa il procuratore generale, Alberto Cozzella. “All’esito del deposito delle motivazioni (la corte d’assise si è presa almeno 90 giorni) - ha aggiunto Cozzella – decideremo il da farsi. Non è escluso, anzi assolutamente probabile, che ricorreremo in Cassazione”. I giudici presieduti da Mario Lucio D’Andria sono entrati in Camera di Consiglio poco dopo le 11. La riunione in camera di Consiglio è stata preceduta dalle repliche delle parti che, a sostegno delle rispettive tesi accusatorie e assolutorie hanno ripercorso le tappe fondamentali della vicenda esaminando punto per punto anche gli esiti peritali che da una parte portano a scagionare l’imputato e dall’altra come sostiene la Procura generale a confermare le responsabilità di Busco. E si accende la polemica sul dna, diventato prova regina in questo processo. “L’assoluzione di Raniero Busco era attesa, perchè nel condannarlo non sono state tenute in considerazione tutte le prove ma si è data un’importanza esagerata al solo Dna” afferma alla stampa il medico legale Angelo Fiori, uno dei periti all’epoca del delitto. “Questa sentenza sottolinea come non si possa usare solo il Dna nei processi, ma vadano prese in considerazione tutte le prove” afferma Fiori. ”Già all’epoca – prosegue – era emerso che il sangue trovato sulla porta era incompatibile con il gruppo di Busco, e questo secondo me già bastava a non includerlo nei sospettati. Ci si è basati invece solo sul Dna trovata sul presunto morso sul seno, ma senza tenere conto del fatto che c’erano quelli di tre persone, e non solo di Busco”. D’accordo con l’analisi anche Vincenzo Pascali, uno dei consulenti della Procura di Roma: “C’è stata una mancanza di lucidità nella valutazione delle prove – dice – la sentenza è dovuta al fatto che si sono considerate conclusive delle evidenze che invece non lo erano”. Da considerare una cosa: se non ci fosse stata la super perizia, perché non ammessa, o perché non necessaria, cosa sarebbe successo?
Non si dimentica il caso Enzo Tortora. Era un presentatore televisivo molto noto. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita. Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla Procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui, prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino, finiranno nel tritacarne altre 855 persone. Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere, i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi. L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti.
E la stampa, dichiaratamente forcaiola e filo-magistratura, riesce a dare il peggio di sé.
E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia. Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna.
Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.
Nel giugno del 1984 Enzo Tortora, nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana, viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.
Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.
Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV, protetto dall’immunità parlamentare, si consegna. Resterà agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.
Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.
Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.
Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.
Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà, purtroppo, ancora molti.
Nel gennaio 2002 un uomo è stato assolto per non aver commesso il fatto dopo aver trascorso 16 mesi in carcere con l’accusa di violenze carnali e lesioni. L’anno prima, a febbraio, un condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso la moglie fu lasciato libero dopo sette anni dietro le sbarre. A giugno dello stesso anno un giovane di 25 anni è stato riconosciuto innocente dopo aver trascorso 6 anni e 4 mesi in carcere, come presunto omicida. Tre casi di clamorosi errori giudiziari, citati nel rapporto Eurispes sulle storie di ingiusta detenzione. Secondo un calcolo compiuto dall’istituto di ricerca nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 4 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al Ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni. La vicenda di Filippo Pappalardi arrestato a Gravina con l’infamante accusa di aver ucciso i due figli Ciccio e Tore, poi scagionato dall'evidenza delle scoperte degli investigatori, è solo l'ultimo di tanti casi che in Italia hanno visto protagonisti genitori presunti pedofili o assassini, spesso vittime di gogna mediatica e invece poi rivelati dalle indagini non colpevoli. Il primo caso clamoroso fu quello di Lanfranco Schillaci. Insegnante di matematica a Limbiate, vicino a Milano, nell'aprile 1989 divenne un 'mostro da prima pagina': aveva portato la figlia Miriam di 2 anni all'ospedale Niguarda, perché perdeva sangue, accusato di abusi e pedofilia anche dai vicini di casa, si vide allontanare la bambina dal Tribunale dei minori fino a quando, poche settimane dopo, i medici dell'ospedale decretarono che Miriam perdeva sangue perché affetta da teratoma sacro-coccigeo. Un cancro al retto che la portò alla morte il 3 giugno dello stesso anno. Anche l'allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, chiese pubblicamente scusa all'insegnante per "le ingiuste sofferenze, che la terrena limitatezza delle attività dello Stato vi ha così crudelmente inferto".
Nel settembre 1996 un tassista milanese di 45 anni, Marino, sulla base delle consulenze di psicologi e periti, che poi si rivelarono incompetenti, fu accusato di abusi sessuali nei confronti della figlia di tre anni: il Tribunale dei minori del capoluogo lombardo prima decide per un allontanamento cautelativo dalla famiglia della piccola, poi riaffida la piccola ai genitori. Nel frattempo la separazione con la moglie, infine l'assoluzione.
Nello stesso anno un pensionato di 61 anni viene condannato in primo grado a sette anni e tre mesi di reclusione per presunti abusi sessuali e maltrattamenti nei confronti delle nipotine di 7 e 3 anni: queste si rivelarono poi 'suggestionate' dalle convinzioni a priori dei periti e dopo 18 mesi di carcere, nel 2001, il pensionato è stato assolto.
Alla fine degli anni '90 don Giorgio Govoni, parroco di S. Giorgio, chiesetta di Modena, è accusato di essere responsabile, con altri, di abusi nei confronti di 13 bambini tra i quattro mesi e i 13 anni negli anni 1996-1997 e 1998: si parla addirittura di un giro di pedofilia perpetrata nei cimiteri. Don Giorgio fu scagionato sia dalla sentenza in primo grado che dalla Corte d'Appello di Bologna, ma non fece in tempo a sentire la riabilitazione dei giudici perché morì, si dice di crepacuore per le accuse.
Ancora. A Torino, nel 2000, il professor P., insegnante di musica in una scuola media della città, viene indagato per violenza sessuale nei confronti di due alunni. Il professore fu prosciolto due anni dopo: i ragazzi si erano inventati tutto.
Nel 2001 è la volta di un altro caso clamoroso. Paola Mantovani, 44 anni, accusa alcuni albanesi di aver fatto irruzione nella villa di famiglia e di aver ucciso il figlio Matteo, bambino autistico di 14 anni. La donna però viene subito coinvolta nelle indagini, accusata dell'omicidio, infine è assolta nel 2006.
Nel luglio 2004, a Brescia, due suore, che si erano sempre dette innocenti, vengono assolte in secondo grado con formula piena "perché il fatto non sussiste" dall'accusa di aver commesso, tra il 1999 e il 2000, abusi sessuali nei confronti di otto bambini che frequentavano la scuola materna di un paese vicino Bergamo. Sempre a Brescia, nel 2007, dopo due anni di indagini e 120 udienze, vengono assolti dall'accusa di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di alunni della scuola materna Sorelli sei maestre, un bidello e un sacerdote: "Il fatto non sussiste".
Nel gennaio 2005, ancora a Brescia, la Corte di appello scagiona definitivamente Giuseppe R., 48 anni, accusato di aver molestato sessualmente nel 1997 il figlio di due anni e mezzo. Oltre il danno la beffa: nonostante la verità raggiunta nel frattempo il bambino era stato dato in adozione alla mamma e al suo nuovo compagno.
Nel giugno 2005, questa volta a Bologna, un pakistano di 28 anni lascia il carcere dopo un anno di detenzione per abusi sessuali nei confronti di una bambina di 11 anni poi rivelatisi inesistenti. Due mesi più tardi Elena Romani, un'hostess di Vercelli, è accusata di omicidio preterintenzionale nei confronti della piccola Matilda, la figlia di 22 mesi. Il Tribunale di Novara la scagiona.
Qualche mese dopo, è il febbraio 2006, don Giorgio Carli, parroco della chiesa di Don Bosco a Bolzano, accusato di violenze sessuali nei confronti di una sua parrocchiana, che all'epoca dei fatti era minorenne, viene assolto e abbandona la detenzione dopo tre anni.
Arriva marzo, l'Italia è scossa dalla vicenda del piccolo Tommaso Onofri, il piccolo di 18 mesi malato di epilessia rapito a Casalbaroncolo, vicino Parma. Nei primi giorni delle indagini finisce nel registro degli indagati il padre del bambino, Paolo Onofri: gli investigatori scoprono nel pc dell'uomo centinaia di file pedopornografici. Giornali e tv lo accusano. Alcune settimane dopo il tragico epilogo: il piccolo Tommaso è stato ucciso dai rapitori la sera stessa in cui fu portato via dalla sua casa.
Infine il caso di Rignano Flaminio, piccolo paese alle porte di Roma. Nell'aprile 2007 sei persone (tre maestre, una bidella e due personaggi esterni alla scuola) vengono arrestate per violenza sessuale reiterata su bambini della scuola materna Olga Rovere, minacce, percosse, sequestro di persona, produzione e commercio di materiale pedo-pornografico. I giornali parlano di "orchi" e di "asilo degli orrori", ma già nel giro di pochi giorni, però, le prove e testimonianze contro i sei traballano e si invita alla prudenza. Il 10 maggio il Tribunale del riesame di Roma decreta la scarcerazione per tutti gli arrestati per "mancanza di gravi indizi". In ottobre, poi, la Cassazione evidenzia contro i sospettati "elementi ma non indizi gravi". Le cronache parlano anche dei bambini di Basiglio (MI), che non c’entravano nulla con quel disegno osè che ritraeva la sorella con il fratello, allontanati dai genitori per oltre due mesi. In quella vicenda furono indagati preside e maestre, che attivarono l’intervento degli assistenti sociali con la falsa accusa che il disegno l’avesse fatto la bambina.
L’elenco degli errori giudiziari è infinito.
Francesco Pagano, ex direttore di Regina Coeli. Accusato da un magistrato di Vibo Valentia di concorso in sequestro di persona. E questo avviene dopo che il sequestrato, l’armatore D’Amico, crede di riconoscere uno dei suoi rapitori in Tiberio Cason, re della mala romana. Ma Cason ha un alibi di ferro: all’epoca del sequestro era rinchiuso in carcere, a Regina Coeli, appunto. Quello che per Cason è un alibi inattaccabile diventa l‘“indizio” per accusare Pagano. In sostanza il direttore del penitenziario romano avrebbe organizzato e protetto una fuga clandestina di Cason dal carcere. Pagano viene interrogato per complessive trenta ore dal magistrato calabrese che lo indizia di reati di concorso in sequestro di persona e procurata evasione. Un’accusa fumosa, una storia che va avanti comunque per un paio di anni e dalla quale l’imputato verrà completamente scagionato al termine di una lunga istruttoria. Colpito da infarto Pagano morirà pochi mesi più tardi.
Bruno Broglia, commerciante di tessuti, viene accusato di complicità nel sequestro del suo socio di affari. Secondo il magistrato inquirente avrebbe architettato il sequestro per impadronirsi dell’azienda. Un’accusa che non resta in piedi neanche in istruttoria, tant’è che Broglia sarà completamente scagionato senza arrivare al processo. Un’accusa che il commerciante inquisito non regge: morirà poche settimane dopo per un attacco cardiaco.
Giacomo Rosapepe, direttore del manicomio di Sant’Eframo. Condannato in primo grado a cinque anni, nell’ambito di un’inchiesta su alcune telefonate fatte da un internato utilizzando l’apparecchio dell’istituto. Alla condanna viene accoppiata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici: Rosapepe è quindi immediatamente rimosso dall’incarico e, in preda allo sconforto, tenta di togliersi la vita, ma viene salvato in tempo. Qualche mese più tardi la sentenza di appello lo manda assolto con formula piena. Ma ormai è troppo tardi. Completamente distrutto dall’esperienza patita, Rosapepe ritenta il suicidio, questa volta riuscendoci.
Alfonso Agnello arrestato per l’uccisione del cronista del Mattino Giancarlo Siani verrà rilasciato dopo pochi giorni. In “diretta” dal telegiornale il magistrato aveva comunicato che “al di là di ogni ragionevole dubbio Alfonso Agnello era da ritenersi uno dei killer del cronista Giancarlo Siani”.
Giuseppe Pecorelli viene scarcerato dopo nove mesi dal blitz anticamorra nel quale è coinvolto, tra gli altri, Enzo Tortora, per mancanza di indizi. Era finito in carcere dopo le rivelazioni di un “pentito”. Pecorelli era accusato di aver preso parte ad una esecuzione di stampo mafioso avvenuta nel carcere di Poggioreale. Le indagini rivelano che all’epoca del delitto il giovane non era in carcere, aveva solo tredici anni.
Mario D’Errico, di Succivo (Caserta), viene scarcerato perché innocente, dopo cinque anni e mezzo di custodia cautelare in carcere. Era stato accusato di aver ucciso un’insegnate del suo paese.
Antonello Demontis, pescatore, e Mauro Marangoni, marittimo, vengono riconosciuti estranei il 6 giugno 1985 dall’accusa di aver ucciso un pensionato a scopo di rapina. Hanno trascorso ventun mesi in carcere, in detenzione preventiva.
Francesco Maiorana, di Nocera Inferiore, viene scarcerato il 26 luglio 1985 per mancanza di indizi. Era stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. La denuncia era partita da un “pentito”. Ha patito una carcerazione di dieci mesi.
Mario Amoruso, di Mugnano (Napoli), accusato di omicidio, viene assolto il 18 novembre 1985 per “non aver commesso il fatto”. L’estraneità di Amoruso nella vicenda è apparsa tanto evidente nel corso del dibattimento, da indurre lo stesso Pubblico Ministero, al termine della sua requisitoria, a chiedere l’assoluzione con formula piena. Amoruso era stato arrestato tre anni prima, tutti trascorsi in carcere.
Stefano Lo Grasso, Michele Marino, Salvatore Marco, Gaspare Fiorino, Vito Mareca, accusati di estorsione continuata, vengono assolti il 29 febbraio 1986 perché il fatto non sussiste. Erano stati arrestati il 15 giugno 1984, e hanno trascorso due anni in cella prima di essere processati e prosciolti.
Domenico Zarrelli, accusato dell’assassinio degli zii e della cugina avvenuto il 30 maggio 1975, viene condannato all’ergastolo il 9 maggio 1978. Dopo tre processi d’appello e due sentenze della Cassazione, dieci anni trascorsi per la metà tra il carcere di Poggioreale e quello di Procida con un soggiorno di un mese e mezzo nel manicomio giudiziario di Sant’Eframo dove viene sottoposto a perizia psichiatrica, viene assolto con formula piena. Non è uno “sbaglio” tant’è che la Cassazione nella sentenza di assoluzione scrive “a carico di Zarrelli non esisteva nessun indizio e mai e poi mai nessuna corte avrebbe potuto condannarlo”.
Aldo Sardone amministratore di una ditta di Agrigento, trentadue anni, è rimasto in carcere per ventuno giorni a causa di una distrazione, un banale errore. Arrestato perché dichiara di aver risposto ad una telefonata ricattatoria che -visto che il telefono era sotto controllo- non risulta registrata. Dopo ventuno giorni -essendo l’avvocato difensore riuscito ad ottenere la trascrizione dei nastri- come per un prodigio la telefonata a cui fa riferimento Sardone c’è, esiste.
Giovanni Amato, muratore disoccupato di Palermo, viene arrestato nell’aprile del 1984, dopo che un rapinatore si “pente”. Dopo nove mesi, 275 giorni, viene scarcerato. E’ lo stesso giudice istruttore a spiegarne il perché, “Ho avuto la sfortuna di trovarmi tra le mani uno di quei casi in cui l’errore è inevitabile. Sì, proprio inevitabile. Succede perché deve succedere. Gli elementi coincidevano tutti”. Il fatto che abitassero nello stesso quartiere è l’elemento coincidente. Fatto salvo che si trattava di un altro Giovanni Amato.
Pietro Parracchio, presidente della Corte di Assise di Catania, viene arrestato l’1 dicembre 1984 per corruzione. A lanciare l’accusa è un “pentito”, Salvatore Parisi accusato di diciotto omicidi. Il magistrato, a detta del Parisi, l’aveva assolto in cambio di cento milioni, un gioiello per la moglie e un aiuto finanziario per la ristrutturazione della villetta. Il 22 luglio 1985, sette mesi dopo, il Tribunale della libertà annulla il mandato di cattura; scagiona il magistrato e manifestato sul merito processuale “un dissenso che non è solo marginale”.
Bino Baiamonte geologo palermitano arrestato il 3 gennaio 1984 per “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Dopo quattro giorni di detenzione apprende che un “pentito” ha rivelato che, in un periodo di comune detenzione all’Ucciardone, da un Bino Baiamonte ha ricevuto terribili confidenze. Ma Baiamonte non era mai stato all’Ucciardone perché non era mai stato arrestato. Poteva dunque considerarsi un fortunato se in solo quattro giorni Baiamonte aveva chiarito la propria posizione, beninteso stando in carcere. Dopo due settimane viene invitato a presentarsi in Questura: vogliono consegnato il passaporto e ogni altro documento che possa consentirgli l’espatrio. Altre due settimane, altro invito; gli viene tolto il porto d’armi e gli viene ingiunto di disfarsi dei fucili che possiede. In data 7 giugno, urgente convocazione al nucleo giudiziario dei carabinieri: gli notificano tre ingiunzioni, perché indiziato di otto delitti tra i più gravi accaduti a Palermo in questi ultimi anni.
Agatino Litrico nato il 19 luglio del 1956, nel quartiere di San Birillo a Catania. Pasticciere di ventotto anni ha avuto la “disgrazia” di dividere nome, cognome e luogo e data di nascita con un criminale. Per scoprire l‘“errore” e per riconoscerlo ci sono voluti settanta giorni che Agatino Litrico ha passato nelle carceri Nuove di Torino. Ma ad Agatino Litrico era già accaduto otto anni prima di finire in cella, per un paio di giorni, sempre per “errore”.
Vito Surdo bancario del Credito italiano di Salemi, paese della provincia di Trapani, nell’estate del 1985 fu arrestato con l’imputazione di “associazione per delinquere, intimidazione ed estorsione”. Dopo sei mesi di carcere e quattro di arresti domiciliari la Procura della Repubblica di Trapani riconosce che non ci sono indizi sufficienti che giustifichino il processo.
Dante Forni bolognese, otto processi, ventidue mesi di carcerazione preventiva scontata in sette prigioni, alcune delle quali “speciali”. Infine il verdetto della Corte di Cassazione, che sancisce l’assoluzione con formula piena da tutti i reati e da tutte le accuse che via via si erano accumulate.
Adriana Avico il 19 dicembre 1984 si lasciava alle spalle il carcere romano di Rebibbia; libertà provvisoria. Aveva già scontato due mesi di carcere, di cui trentatré giorni in isolamento. L’accusa era: associazione per delinquere. Alla fine è stata assolta “per non aver commesso il fatto”.
Francesco Perrillo e Giuseppe Giordano, di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli; scrivono il 5 ottobre 1985 una lettera pubblicata dal quotidiano `La Repubblica’: “Noi sottoscritti Perillo Francesco e Giordano Giuseppe, classe 1928 (classe sfortunata e disgraziata, anche Tortora è del ‘28), ringraziamo pubblicamente attraverso le colonne della “Repubblica” chi ci ha privato della libertà personale per circa un anno, trasferendoci con violenza dai nostri domicili di onesti e integerrimi lavoratori nel carcere più infame del mondo, a contatto con assassini, ladri, drogati, magnaccia, con malfattori della peggior specie. In una fetida cella abbiamo trascorso i primi mesi a piangere, sì abbiamo pianto e tanto, noi uomini di lavoro sessantenni abbiamo pianto come quando eravamo bambini, e come allora abbiamo tanto pregato. Molte volte, tante volte, ci siamo trovati i pantaloni impregnati di urina. Grazie a chi non ha ritenuto opportuno e necessario fare dei `riscontri oggettivi’ (signor Bocca, la Madonna, quella della sofferenza, l’aiuti e la protegga insieme alla sua famiglia), perché sarebbe bastato un usciere del Tribunale per constatare che vivendo e lavorando in un unico basso, per di più al centro del paese, non si poteva certamente ospitare per mesi i latitanti Rosetta Cutolo e Vincenzo Casillo. Alle nostre preghiere di mandare qualcuno a rilevare quanto affermavamo, i giudici ci invitavano a confessare. E siamo stati quasi tentati di farlo. Di confessare l’impossibilità pur di venire fuori da quell’incubo. E così oggi, dopo circa tre anni, ci hanno assolto con `formula piena’. Grazie, grazie a tutti. Adesso non siamo che due relitti umani con la devastazione nel cuore e nella mente. Grazie soprattutto ai signori che hanno levato voci in favore dei Tribunali meridionali, con l’augurio che un giorno anche ad essi, o magari ai loro figli, possa capitare questa sciocchezzuola che a noi è capitata”.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati sulla propria pelle, accusato di interesse privato in atti di ufficio. Tutto nasce dopo la conclusione di un sequestro di persona. Il rapito e il suo avvocato, a liberazione avvenuta, vengono accusati di simulazione di reato. Imposimato, nella sua qualità di giudice istruttore, non è d’accordo, e dispone l’archiviazione del procedimento. Scatta, a questo punto, l’accusa contro di lui. Il processo ha luogo a Firenze. Si conclude con l’assoluzione piena. Dopo questa esperienza, Imposimato dichiara: “Il mio sentimento nei confronti della giustizia è di natura quasi di terrore. La mia esperienza mi conferma nella convinzione che sia ancora molto alta, e non solo per il mio caso personale, la possibilità di errori. In fondo è più facile difendersi da colpevoli che da innocenti. Un innocente è travolto dalla macchina dei sospetti. Nel mio processo fui trattato con molta durezza. Sembrava che il mio passato non avesse alcun peso. Per settimane ho dovuto leggere il mio nome a carattere cubitali, sui giornali: `Giudice accusato…’. L’assoluzione piena venne invece riportata con una breve notizia”. Imposimato ricorda quei giorni con una profonda amarezza. Tornano in mente sequenze da incubo, sottili insinuazioni, taglienti calunnie: ecco, anche lui, finalmente, il giudice irreprensibile, come gli altri, sul banco degli imputati: “Perfino un’assoluzione, dopo la condanna della pubblica opinione, non è sufficiente a riparare il danno subito”. “Mi fanno paura”, dice ancora Imposimato, “i giudici che sono o si ritengono `preparati’, perché conoscono a memoria i codici. Non è solo la preparazione, che pure occorre, e neanche il coraggio, ma l’equilibrio, la maturità, il senso delle cose. Chi afferma che anche per i giudici andrebbero fatte perizie psichiatriche, o attitudinali, non dice una sciocchezza. Andrebbero bene per evitare di commetterne, di sciocchezze, sulla pelle di gente innocente”. E conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
Non bisogna dimenticare i casi esemplari e noti come quello di Daniele Barillà, protagonista di un clamoroso caso di errore giudiziario per il quale ha scontato sette anni di carcere e affrontato tre gradi di giudizio prima che venisse riconosciuta la sua innocenza.
Barillà, nei lunghi anni passati in prigione è venuto a conoscenza di altri casi simili al suo? “Tanti, e potrei fare anche i nomi ma sarebbe una mancanza di rispetto. Il vero male è questo maledetto patteggiamento. Molti, anche se innocenti, accettano pur di tornare alle loro case e poter riabbracciare i propri cari. Io potevo uscire dopo 6 mesi ma non ho patteggiato perché ero sicuro di poter dimostrare la mia innocenza. La ‘mitica squadra’….."Già! Di loro faceva parte anche il capitano Ultimo. Seguì la macchina sbagliata, al processo fu uno dei miei accusatori e la sua testimonianza risultò determinante, chi poteva credere che un tale eroe avesse commesso un così grave errore?” Sette anni di carcere, 24 prigioni diverse. Come si può sopravvivere a tanto sapendosi innocente? “Giravo con in mano i verbali dei miei processi e dicevo a tutti che ero innocente. Qui siamo tutti innocenti – mi rispondevano – mica solo tu. Ho capito che ognuno ha i suoi guai.
Esemplare è il caso Mariani e Crosignani. Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze? A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare. Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire, che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti. La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono.
A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro.
E’ allucinante il calvario dell’orunese Melchiorre Contena. Riconosciuto innocente dopo 30 anni di carcere. Accusato del sequestro-omicidio Ostini. Negli anni Novanta gli ex latitanti Soru e Mongile confessarono: «I veri colpevoli siamo noi», ma solo nel 2008 viene proclamato l’errore giudiziario.
Questa è la storia di Melchiorre Contena, pastore di Orune (NU), e di sua moglie Miracolosa Goddi.
Il 18 luglio 2008 la corte d’assise d’appello di Ancona ha messo fine a un incubo durato trent’anni, spazzando via l’accusa terribile di sequestro di persona e omicidio che aveva sprofondato Melchiorre Contena nel buio universo chiuso del carcere. E’ l’epilogo di una complicata e contraddittoria storia giudiziaria che ha visto pronunciarsi per quattro volte i giudici di merito e per due quelli di legittimità. Senza contare due pronunce in risposta alla richiesta di revisione del processo. La sentenza finale, quella che stabilisce che Melchiorre Contena è innocente, arriva però quando l’orologio del tempo ha scandito anche l’ultimo giorno della pena.
Tutto comincia alle 22,30 del 31 gennaio 1977. Marzio Ostini, imprenditore milanese di 38 anni, sposato e padre di un bambino di sei, torna nella sua villa “Le Querce”, nella tenuta di Armatello, a San Casciano Bagni, nel Senese. In casa lo attendono tre uomini armati e mascherati. Modi spicci, ruvidi, e poche parole in un inconfondibile accento sardo. Prima di andare via con l’imprenditore milanese dicono a Miscio: «Vogliamo cinque miliardi (poco meno di due milioni e mezzo di euro). E non avverta la polizia, altrimenti il riscatto raddoppia». Marzio Ostini svanisce nel buio insieme ai suoi carcerieri. Marzio Ostini non tornerà mai a casa e il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Le indagini si orientano subito verso gli ambienti dei pastori sardi.
Il 25 marzo del 1977, quella che risulterà la svolta nelle indagini: un giovane servo pastore di Fonni, Andrea Curreli, viene trovato in possesso di due targhe appartenenti a un’auto rubata alcuni mesi prima. A fine aprile, i giornali pubblicano un messaggio della famiglia del rapito che dice di essere disposta a pagare 300 milioni di lire a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili alla liberazione di Marzio. Dopo qualche giorno, lo stesso Curreli si presenta spontaneamente alla stazione dei carabinieri di Montefiascone e racconta di essere stato invitato, nell’ottobre del 1976, nel podere di Melchiorre Contena, a una riunione nella quale si era pianificato il sequestro di Carlo Ostini, il padre di Marzio. E fa i nomi di tutti i partecipanti a quel summit: Melchiorre, Bernardino e Battista Contena, Marco Montalto, Giacomino Baragliu e Pasquale Delogu. Di più: dice che successivamente Baragliu e Battista Contena, ubriachi, gli avrebbero confidato di aver ucciso Marzio Ostini.
I Contena, Baragliu, Delogu e Montalto finiscono in carcere e, poco dopo, vengono arrestati anche altri due sardi: Pietro Paolo De Murtas e Gianfranco Pirrone. Sconcertante il comportamento di Curreli che, con due lettere in due occasioni diverse, ritratta tutto, ma poi davanti al giudice istruttore reitera le accuse.
Non basta: le sue versioni altalenanti vengono smentite da molte verifiche degli investigatori ed emerge che Curreli in passato era stato servo-pastore dai Contena che poi lo avevano allontanato perché inaffidabile sul lavoro. E il giovane servo pastore non aveva mai nascosto il suo rancore per i tre fratelli di Orune.
Dopo qualche mese finisce in carcere anche il pastore di Paulilatino Antonio Soru, trovato con alcune banconote provenienti dal sequestro Ostini. Andrea Curreli, dunque, è l’unico vero pilastro dell’accusa. Per dire la verità, si rivela subito un pilastro molto fragile. Tanto che, nel corso del processo, celebratosi davanti alla corte d’assise di Siena, la sua versione frana clamorosamente. La difesa porta in udienza l’impressionante curriculum del “super accusatore”: 35 denunce per falsa testimonianza, simulazione di reato e furto. Melchiorre Contena e gli altri imputati il primo marzo del 1979 vengono assolti.
La corte d’assise d’appello di Firenze, il 21 febbraio del 1980, arriva alle stesse conclusioni: Curreli, che si è addirittura autoaccusato dicendo di essere stato il vivandiere della banda, è inattendibile e l’assoluzione per Melchiorre Contena viene confermata.
Sembra tutto finito. E invece la Cassazione riapre i giochi: accogliendo il ricorso della procura generale, rinvia il processo alla corte d’assise d’appello di Bologna che, senza neppure riaprire l’istruttoria dibattimentale, ribalta le sentenze di Siena e Firenze. Per Melchiorre Contena la condanna è a trent’anni di carcere. In estrema sintesi, i giudici di Bologna giudicano Curreli attendibile. Eppure sulla sua credibilità ha sempre avuto fortissimi dubbi perfino il suo avvocato, Fabio Dean, diventato famoso come difensore del gran maestro della loggia massonica P2, Licio Gelli.
Curreli, uscito di galera subito dopo il processo, sarà assassinato poco tempo dopo alla periferia di Roma. Ma il caso Ostini si evolve anche in un processo parallelo. Antonio Soru di Paulilatino, Pietrino Mongile di Ghilarza e Lussorio Salaris di Borore sono sospettati fin dall’inizio di essere coinvolti nel rapimento. Nel luglio del 1986, Salaris viene ucciso nel suo podere di San Donnino, al confine delle province di Perugia e Terni. Per questo delitto, il 5 dicembre 1989, vengono condannati Soru e Mongile a 27 anni e sei mesi. Secondo la corte d’assise d’appello di Perugia, Salaris sarebbe stato punito perché avrebbe tenuto per sè parte del riscatto proveniente da un sequestro di persona compiuto dai tre e avrebbe poi cercato di “vendere” i suoi due complici ai carabinieri. Conferme clamorose arrivano prima da Antonio Soru nel 1993 e poi da Mongile tre anni dopo. I due raccontano infatti che il sequestro era stato organizzato da loro e da Salaris e che quest’ultimo aveva ucciso l’ostaggio con un colpo di piccone in testa perché aveva paura di essere scoperto. Soru e Mongile dicono anche che loro non erano d’accordo sulla soppressione dell’ostaggio e che avevano eliminato Salaris perché questi si era tenuto parte del riscatto e li aveva poi traditi. Le loro confessioni sono suffragate da robusti riscontri.
Si arriva così a due sentenze radicalmente contraddittorie, a due verità insanabilmente incongruenti.
E’ quello che giuridicamente viene definito conflitto di giudicati. Eppure quella della revisione del processo per Melchiorre Contena è una strada ancora lunga. Infatti, nel 2002 la corte d’assise d’appello di Ancona dice no alla riapertura del processo. Ma nel maggio del 2004 la Cassazione interviene e trasmette gli atti del processo alla corte d’assise d’appello dell’Aquila che, nel luglio scorso, dice che Melchiorre Contena è innocente.
Ora, anche per gli altri sette imputati, si apre la porta della riabilitazione. Dopo trenta lunghissimi anni.
"Ci voleva il suicidio di Lombardini perché decidessero di occuparsi di quel che succede qua", commentava ieri, con sardo disincanto, un magistrato isolano. Eh sì, perché il palazzo di giustizia di Cagliari si chiama da molti anni "palazzo dei veleni". Proprio come quelli di Roma e di Palermo. Con una differenza: i veleni mafiosi palermitani e quelli politici romani sono sempre diventati, nel momento stesso della loro sintesi chimica, veleni nazionali, mentre i veleni sardi, fino al suicidio Lombardini, sono sempre rimasti sardi. Eppure con quelli nazionali avevano molti punti in comune. In alcuni casi li hanno anticipati. La Sardegna ha avuto un "caso Tortora" due anni prima di quello "vero". Si chiamava "caso Manuella", dal nome di un civilista assassinato nell' aprile del 1981. Per l' omicidio Manuella, e per traffico di droga, finirono in manette quattro avvocati: uno di loro, Aldo Marongiu, morì di tumore, proprio come Enzo Tortora, pochi anni dopo la fine della sua tragedia giudiziaria. L' inchiesta si era svolta in un cupo clima inquisitorio, con tre pentiti che adeguavano progressivamente le loro menzogne alle esigenze dell' accusa. Finì dopo due anni, con l' assoluzione dei quattro avvocati e, in seguito, con una veloce e indulgente indagine del Csm sui metodi del pm Enrico Altieri e del giudice istruttore Fernando Bova che lasciò con l' amaro in bocca l' inferocito foro di Cagliari. Luigi Lombardini era allora capo dell' ufficio istruzione. Sostenne, salvo defilarsi ai primi scricchiolii della tesi accusatoria, la sgangherata indagine dei due colleghi. Aveva altro di cui occuparsi. Risolveva a raffica tutti i sequestri di persona degli anni 77-79, i latitanti cadevano nelle sue mani come tordi, i giornali esaltavano il giudice-sceriffo. Le denunce di qualche avvocato sui suoi metodi di indagine (gli interrogatori con la pistola sulla scrivania, i testimoni accusati di concorso per indurli a parlare, etc. etc.) non trovavano ascolto da nessuna parte. Nemmeno al Csm. In quegli anni l' Anonima era arrivata a tenere contemporaneamente in ostaggio diciannove persone, tra le quali tre cittadini inglesi e i cantanti Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Lombardini aveva risolto quella situazione. E se qualche pastore innocente era rimasto stritolato, pazienza: i garantisti, allora, erano meno, ed erano più poveri, di oggi. Le cose cominciarono a cambiare quando, a metà degli anni 80, andò in pensione il procuratore generale Giuseppe Villasanta, magistrato potentissimo, considerato una specie di viceré della Sardegna. Col pensionamento di Villasanta, Lombardini perse un grande protettore, l' uomo che ne aveva fatto il giudice unico antisequestri, e si rafforzò il fronte avverso. Si era trattato - per quanto queste categorie possono valere nel mondo giudiziario - dello scontro tra una destra (Villasanta- Lombardini) e una specie di sinistra. Sul fronte opposto a quello del giudice-sceriffo c'erano infatti Magistratura democratica (uno dei leader era il sostituto procuratore antimafia Mauro Mura), qualche altro giudice garantista, e il composito e sempre fluttuante mondo forense. Così quando alla procura generale di Cagliari fu nominato Francesco Pintus, ex senatore della Sinistra indipendente, si pensò che la partita fosse definitivamente chiusa. Nessuno poteva immaginare che sullo stagno dei veleni cagliaritani si stava per rovesciare l' autobotte dei veleni milanesi e romani. Nessuno aveva preso in considerazione l'esplosiva personalità di Pintus, uomo temerario fino all'autolesionismo, come lo strabiliante incontro con Grauso dimostra. Ex membro della sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, Pintus cominciò a entrare in conflitto con la sinistra quando, in una intervista, prese le difese dell' ammazza- sentenze. Qualche tempo dopo, nel discorso inaugurale, attaccò i metodi del pool di Borrelli. La sua domanda per la procura generale di Milano fu letta come una specie di dichiarazione di guerra. Schiacciato, come si dice, "a destra", il garantista di sinistra Pintus divenne il principale sponsor dell'ormai ex sceriffo Lombardini nella corsa, perduta, per la guida della procura della Repubblica di Cagliari. Quasi contemporaneamente perse la sua corsa per Milano. Negli ultimi due anni gli esposti e i contro esposti sardi hanno tempestato il Csm. Un giudice di Sassari, Gaetano Cau, che accusa Lombardini e Pintus di interferenze; Pintus che invia al Csm un'intervista di Cau; Lombardini che viene alle mani col pm Paolo De Angelis; l'ex procuratore Franco Melis che segnala le interferenze di Lombardini nelle indagini sui sequestri; otto sostituti che sottoscrivono un esposto contro Pintus. Sarà un caso, ma il Csm ha cominciato a occuparsi seriamente dei veleni cagliaritani quando, con Pintus, hanno varcato il Tirreno. Per la prima volta sugli uffici giudiziari sardi, con le loro miserie e le loro deviazioni, è stato acceso un grosso riflettore.
A Caserta marcire in prigione senza avere colpe. Era il destino di Alberto Ogaristi, operaio accusato di omicidio, condannato all´ergastolo. Ma, ancora prima, segnato dalla "tragedia" di essere nato a Casal di Principe. Tutto perso. Fino a quando le parole di un pentito offrono alla coscienza di un pm e alla determinazione di un avvocato il riscontro: «Non fu lui». Eppure non basta. Passeranno giorni, forse mesi, forse anni, prima che la giustizia della logica si traduca in quella delle carte. Prima che un innocente possa riprendersi la propria esistenza.
La fetta di paese che non si arrende, sorride. Senza brindisi. E in una palazzina di via Giovanni Spadolini, a Casal di Principe, la madre dell´ergastolano che non aveva colpe da espiare, Teresa Ricciardi, si tormenta le mani, aspettando che torni libero il suo Alberto. «Ce l´avevo a morte con la giustizia. Pure i cortei e la fiaccolata mi hanno impedito. I parroci, don Franco Picone e don Carlo Aversano, ci erano vicini. Ora dico: ridatemelo presto. Mio figlio esce a testa alta».
Eccolo il caso di Alberto Ogaristi, «muratore e stuccatore», dall’età di 15 anni, da Reggio Emilia in Germania. Nato a Casal di Principe, incensurato e figlio di persone incensurate, primogenito del proprietario di un bar poi ammalatosi di cirrosi epatica, Alberto viene arrestato il 6 luglio 2007 come presunto killer del pregiudicato Antonio Amato - ucciso il 18 febbraio del 2002, nella faida di Villa Literno. Ad accusarlo è il cognato della vittima del raid, un cittadino albanese, Qoqu Telat, sfuggito per miracolo (oggi tornato in Albania, irreperibile). L´albanese crede di riconoscere l´assassino nella foto segnaletica di Alberto Ogaristi. I magistrati non credono all´alibi raccontato dalla fidanzata di allora (oggi è sua moglie: ma si erano appartati in auto, lei si vergognava di farlo sapere, ed esitò nella deposizione). Lui viene assolto in primo grado, ma condannato in appello. Con sentenza passata in giudicato. Ergastolo. Invece. È un clamoroso errore giudiziario. Svelato, definitivamente, dalle indagini dei carabinieri di Caserta e dai pm Raffaello Falcone e Marco Del Gaudio, che con un´ordinanza inchiodano tre pregiudicati per quel delitto: Luigi Guida, di 59 anni, Luigi Grassia, di 36 e Gaetano Ziello, di 29 (ai quali la misura è stata notificata in carcere). E scagionano di fatto, sulla scorta del racconto del pentito Emilio Di Caterino - che a sua volta conferma quanto dichiarato dal collaboratore Massimo Iovine - l´innocente Alberto. Tuttora detenuto nel carcere di Rebibbia. E ora a Casale, la signora Teresa bacia santini e madonne. «Scrivetelo che avevamo fatto di tutto per fare venire a galla la verità. Tutto sembrava perso. Ma non ho mai smesso di pregare». È una cinquantasettenne invecchiata di colpo, famiglia di contadini, quattro figli. Prova ad assaggiare un sollievo che sa di non potere ancora abbracciare. Anche il suo avvocato, Romolo Vignola, penalista tenace del foro di Santa Maria Capua Vetere, un professionista che non ha smesso di credere che l´antidoto alla malagiustizia fosse riposto nelle pieghe più asciutte e pazienti della giustizia, suggerisce moderazione: «Ci dà conforto sapere che ormai l´innocenza di Alberto è una verità sostanzialmente acquisita. Ma tecnicamente dobbiamo superare ostacoli importanti. Impossibile dire tra quanto tempo il mio assistito lascerà il carcere. Purtroppo siamo ancora alla fase del rigetto opposto alla nostra istanza di revisione del processo. Passaggi che due genitori non capiscono. Ma si fideranno, ancora. L´avvocato Vignola dice grazie ad un magistrato, in particolare: «Con encomiabile e davvero laica capacità di ascolto il pm Falcone che aveva sostenuto la pubblica accusa è stato poi il primo a lottare con noi, quando si è reso conto, già nel dicembre 2007, che il pentito Iovine scagionava Ogaristi. La stessa Procura generale di Napoli si è attivata». Si attende solo che giustizia sia fatta.
Le nostre TV e i nostri giornali sono pieni di storie inutili di gente senza arte, né parte, riportate da giornalisti inutili senza arte, né parte. E’ doveroso da parte mia, Antonio Giangrande riportare ai posteri la vicenda di un eroe contemporaneo. Piccole e grandi storie di questa Italia alla rovescia. Tutta la Stampa ne parla. A volte non basta una confessione per essere certi di avere un colpevole di un reato. Lo dimostra la sentenza della Corte d'appello di Reggio Calabria che dopo 21 anni, due mesi e 15 giorni di detenzione ha assolto per non aver commesso il fatto Giuseppe Gulotta, 55 anni, accusato della strage alla casermetta di Alcamo Marina, in Sicilia. Il fatto avvenne il 27 gennaio 1976, quando vennero uccisi due carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, all'epoca poco più che diciottenni. Dai loro armadietti sparirono divise e armi, e altri effetti personali. Dopo la strage, il 13 febbraio, venne fermato con due armi sull'automobile Giuseppe Vesco. Una delle pistole era una Beretta calibro 9, in dotazione alle forze dell'ordine. Il ragazzo disse che doveva solo consegnarle armi sulla spiaggia, fu interrogato e fece i nomi di Giuseppe Mandalà, che venne trovato in possesso di armi, e dei presunti complici, Gaetano Santangelo, Vincenzo Ferrantelli e Gulotta, diciannovenne all'epoca dei fatti. Quest'ultimo si è sempre dichiarato innocente, ma fu condannato all'ergastolo con sentenza definitiva nel 1990. Eppure dopo diversi anni a l'ex brigadiere Renato Olino, che si occupò del caso, ha rivelato che per far confessare Vesco erano stati usati metodi persuasivi "eccessivi", scagionando di fatto il condannato. Ci sono voluti però altri nove processi, tra rinvii della Cassazione e questioni procedurali, perché la Suprema Corte concedesse la revisione del processo, iniziata finalmente nel 2009. Nel frattempo, Vesco è stato trovato impiccato nell'infermeria del carcere di Trapani, ma l'ipotesi di una sua confessione forzata è stata confermata anche dalle parole di un collaboratore di giustizia siciliano, Vincenzo Calcara.
Gulotta, 21 anni all'ergastolo da innocente.
"Ho sempre sostenuto di non avere colpe". Giuseppe Gulotta è stato condannato all'ergastolo per l'uccisione di due militari ad Alcamo, nel 1976. Ha pagato questo reato con la propria libertà. Dal 1990 è in carcere. Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell'Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo anti-terrorismo di Napoli, che partecipò allora alle indagini, ha raccontato la sua verità: "Confessò perché lo torturammo". Assolto dopo aver trascorso ventidue anni di carcere. Giuseppe Gulotta è stato scarcerato dopo la sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria che l’ha ritenuto estraneo alla strage alla casermetta di Alcamo Marina, in Sicilia, avvenuta il 26 gennaio del 1976. «Aspettavo questo momento da 36 anni» ha detto Gulotta. L’uomo era stato accusato ingiustamente di essere l’autore della strage dove morirono due carabinieri diciottenni, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta.
La vicenda di Giuseppe Gullotta è articolata da una serie di processi. Il primo capitolo l’aveva scritto la Corte d’Assise di Trapani che aveva assolto l’imputato. La Corte d’Assise di Palermo però, ribaltò il verdetto e lo condannò all’ergastolo. I legali ricorsero in Cassazione che annullò quella condanna e trasferì gli atti nuovamente a Palermo, ad altra sezione. Nuova condanna all’ergastolo per Gulotta. Stessa decisione presero successivamente le Corti d’Appello di Caltanissetta e Catania, investite da altri rinvii trasmessi dalla Cassazione. Nel 1990 la sentenza è divenuta definitiva.
L’imputato non si è mai arreso. I suoi difensori Baldassarre Lauria e Pardo Cellini hanno cercato e trovato nuovi elementi per far riaprire il caso. Una prima istanza di revisione del processo presentata a Messina fu annullata. I legali si rivolsero ancora una volta in Cassazione che ha accolto la revisione inviando gli atti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Al processo i giudici reggini hanno raccolto nuove testimonianze, tra cui quella dell’ex brigadiere Renato Olino, all’epoca in servizio al reparto antiterroristico di Napoli che si occupò dell’inchiesta sulla strage. Il brigadiere ha fatto alcune ammissioni: in particolare ha riferito che ci furono dei «metodi persuasivi eccessivi» per far «cantare» un giovane Giuseppe Vesco, che finì con accusare Gulotta. Il pentito Vincenzo Calcara, poi, sentito in videoconferenza ha dichiarato di aver appreso in carcere dell’estraneità alla strage di Gulotta. Nella sua requisitoria il procuratore generale Danilo Riva ha chiesto l’assoluzione dell’imputato. «Spero che anche per le famiglie dei due carabinieri sia fatta giustizia» ha detto Gulotta, avvicinato dai giornalisti dopo la sentenza.
Ventuno anni all'ergastolo, era innocente.
"Chi mi ridarà la mia vita perduta?".Giuseppe Gulotta aveva 18 anni quando venne prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo come sospettato dell'omicidio di due militari dell'Arma. Venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto. Poi ritrattò invano. Il processo nel '90 con la condanna a vita. Nel 2007, con il pentimento di uno dei carabinieri che parteciparono all'interrogatorio, il nuovo processo e, oggi, la sentenza: "Non è colpevole. Lo Stato deve restituirgli libertà e dignità". Dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere, Giuseppe Gulotta, adesso cinquantenne, ha ottenuto giustizia e dignità. Alle ore 17,35 di oggi la Corte d'Appello di Reggio Calabria dove si è celebrato il processo di revisione, ha pronunciato la sentenza. Giuseppe Gulotta è innocente, e da oggi non è più un ergastolano, non è l'assassino che il 26 gennaio del 1976 avrebbe ucciso, assieme ad altri complici, due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, in un attentato alla caserma di Alcamo Marina, un paese al confine tra le province di Palermo e Trapani.
"Gulotta non c'entra nulla; abbiamo il dovere di proscioglierlo da ogni accusa e restituirgli la dignità che la giustizia gli ha indebitamente tolto" ha detto oggi la pubblica accusa prima che la corte si riunisse in camera di consiglio per emettere una sentenza di assoluzione che Giuseppe Gulotta attendeva da troppo tempo. Da quando, 35 anni fa, appena diciottenne, fu arrestato, condotto in carcere e, più tardi, dopo la durissima trafila dei diversi gradi processuali, condannato all'ergastolo definitivamente. E con lui gli altri tre suoi presunti complici: due sono ancora latitanti in Brasile; il terzo, Giuseppe Vesco, si suicidò in carcere qualche anno dopo il suo arresto.
Ad accusare Gulotta della strage fu appunto Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi - in circostanze non del tutto chiare - nelle carceri di ''San Giuliano'' a Trapani, nell'ottobre del 1976. A provocare la revisione del processo che si è finalmente concluso oggi con l'assoluzione di Gulotta, sono state le dichiarazioni, molto tardive, di un ex ufficiale dei carabinieri Renato Olino che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute a seguito di terribili torture da parte dei carabinieri. Olino, che si era dimesso dal'Arma proprio in seguito alla vicenda di Alcamo, non aveva retto al rimorso e aveva deciso di dire la verità. Gli altri carabinieri, oggi quasi tutti molto anziani, hanno fatto qualche ammissione o si sono rifiutati di rispondere. Ma la giustizia ha trovato elementi sufficienti per il processo di revisione e per questa assoluzione che, inevitabilmente, dovrebbe aprire la strada a un congruo risarcimento per gli imputati. Anche per gli altri due condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, fuggiti all'estero prima che la condanna diventasse esecutiva, ci sarà adesso la revisione.
La notte del 27 Gennaio di quell'anno Carmine Apuzzo (19 anni) e l'appuntato Salvatore Falcetta, due militari dell'Arma, furono trucidati da alcuni uomini che avevano fatto irruzione nella piccola caserma di Alcamo Marina. L'attacco suscitò ovviamente forte impressione in Sicilia e in tutta Italia. Si puntò sulla pista politica e finirono nel mirino delle indagini alcuni giovani di sinistra. Pochi giorni dopo venne fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, trovato in possesso di una pistola in dotazione ai carabinieri. La sua casa venne perquisita e saltò fuori anche l'arma utilizzata per il delitto. Il giovane, però, si dichiarò estraneo ai fatti affermando soltanto che aveva avuto il compito di consegnare delle armi. In seguito alle pressioni dei carabinieri, Giuseppe Vesco cambiò rapidamente la sua versione: condusse gli inquirenti al luogo in cui erano conservati gli indumenti e gli effetti personali dei due agenti uccisi (in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico), dichiarò di aver fatto parte del commando che aveva fatto irruzione nella casermetta e fece il nome dei suoi tre complici: Gulotta, Ferrantelli e Santangelo.
Dopo poco tempo Vesco ritrattò tutto e dichiarò che quanto da lui affermato era stato ottenuto in seguito di terribili torture. Nelle sue lettere dal carcere San Giuliano di Trapani descrive minuziosamente il comportamento dei carabinieri e come erano state estorte le confessioni dei fermati. Ma pochi giorni prima di essere nuovamente ascoltato dagli inquirenti, venne trovato impiccato nella sua cella, con una corda legata alle grate della finestra, cosa resa abbastanza difficile dal fatto che a Vesco era stata amputata una mano a causa di un incidente. E proprio a questa vicenda si legano le confessioni del pentito Vincenzo Calcara, che lascia intravedere una verità fino ad ora soltanto accennata, ma resa più concreta anche da alcune rivelazioni in cui si attesta una collaborazione tra mafia e Stato. Calcara avrebbe affermato che gli venne intimato di lasciare da solo in cella Giuseppe Vesco e che lo stesso venne ucciso da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie. Anche quanto affermato dal pentito Peppe Ferro libera i quattro dalle gravi accuse: "Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati... Erano solamente delle vittime... pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto".
Dopo la chiamata di correità di Vesco, Giuseppe Gulotta fu arrestato e massacrato di botte per una notte intera. La mattina, dopo i calci, i pugni, le pistole puntate alla tempia, i colpi ai genitali e le bevute di acqua salata, avrebbe confessato qualunque cosa e firmò un documento in cui affermava di aver partecipato all'attacco alla caserma. Il giorno dopo, davanti al procuratore, Gulotta ritrattò tutto e provò a spiegare quello che gli era successo. Non venne mai creduto, neanche al processo che, nel 1990 lo condannò in via definitiva all'ergastolo. Poi, nel 2007, la confessione di Olino e la revisione chiesta e ottenuta dal suo avvocato Salvatore Lauria. Oggi l'assoluzione. Ma Giuseppe Gulotta ha trascorso gran parte della sua vita in carcere. Durante un breve periodo di soggiorno si è sposato con la donna che lo ha sempre "protetto" e che gli ha dato un figlio. Adesso, completamente libero, andrà a vivere a Certaldo, in Toscana, dove, da quando è in semilibertà, fa il muratore. "Sono felice di essere stato riconosciuto finalmente innocente. Ma chi potrà mai farmi riavere la gioventù che ho passato in carcere, chi potrà mai darmi quegli anni che ho perduto senza potere crescere mio figlio?". spettavo questo momento da 36 anni".
Giuseppe Gulotta, accusato ingiustamente di essere l'autore del duplice omicidio dei carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, avvenuto nella casermetta di Alcamo Marina il 27 gennaio 1976, lascia da uomo libero il tribunale di Reggio Calabria dove dopo esattamente 36 anni dal giorno del suo arresto (21 gli anni trascorsi in cella) è stato dichiarato innocente. Un nuovo macroscopico caso di malagiustizia. "Non ce l'ho con i carabinieri" - Alla lettura della sentenza, al termine del processo di revisione che si è svolto a Reggio Calabria, Gulotta è scoppiato in lacrime, insieme alla sua famiglia. Accanto a lui c'erano gli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini che lo hanno assistito durante l'iter giudiziario. "Spero - ha dichiarato l'uomo parlando con i giornalisti - che anche per le famiglie dei due carabinieri venga fatta giustizia. Non ce l’ho con i carabinieri - ha precisato - solo alcuni di loro hanno sbagliato in quel momento". "Fatta giustizia giusta" - Giuseppe Gulotta, nonostante la complessa vicenda giudiziaria che lo ha portato a subire nove processi più il procedimento di revisione, non ha smesso di credere nella giustizia. "Bisogna credere sempre alla giustizia. Oggi è stata fatta una giustizia giusta", ha però aggiunto. Un ultimo pensiero va all’ex brigadiere Renato Olino, che con le sue dichiarazioni ha permesso la riapertura del processo: "Dovrei ringraziarlo perché mi ha permesso di dimostrare la mia innocenza però non riesco a non pensare che anche lui ha fatto parte di quel sistema". La vicenda - Il 26 gennaio 1976 furono trucidati i carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. Ad accusare Gulotta della strage fu Giuseppe Vesco, considerato il capo della banda, suicidatosi nelle carceri di San Giuliano a Trapani, nell'ottobre del 1976 (era stato arrestato a febbraio). Gulotta, in carcere per 21 anni, dal 2007 godeva del regime di semilibertà nel carcere di San Gimignano (Siena). Venne arrestato il 12 febbraio 1976 dai militari dell'Arma dopo la presunta confessione di Vesco. Nel 2008 la procura di Trapani ha iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di sequestro di persona e lesioni aggravate alcuni carabinieri, oggi in pensione, che nel 1976 presero parte agli interrogatori degli accusati della strage di Alcamo Marina: il reato contestato agli agenti è quello di tortura nei confronti degli interrogati.
Venti anni in galera: Gulotta è innocente.
Le rivelazioni di un carabiniere: "Confessò perché lo torturammo". Giuseppe Gulotta è in carcere dal ’90 per l'uccisione di due militari ad Alcamo, avvenuta nel 1976: "Ho sempre detto delle sevizie. Nessuno mi ha mai creduto".
Era poco più che maggiorenne, Giuseppe Gulotta siciliano di Alcamo Marina (Trapani), quando iniziò il suo lungo calvario, che attraverso nove processi lo ha portato dietro le sbarre con l’accusa di duplice omicidio per la strage di Alcamo Marina del gennaio 1976. Condannato all’ergastolo per aver ucciso — in concorso con due complici tuttora latitanti — due carabinieri trucidati in caserma. Condannato ma innocente. Reo confesso, ma sotto tortura. L’ha gridata, la sua innocenza, attraverso 14 anni e 9 processi. Ma inutilmente: l’ergastolo lo sta scontando dal ’90, nel carcere di Ranza di San Gimignano (Siena). Una speranza si è accesa nell’autunno del 2007, quando Renato Olino, brigadiere in congedo dei carabinieri del Nucleo antiterrorismo, che indagò sul duplice omicidio, rivelò al sostituto procuratore di Trapani che la confessione di Gulotta, effettivamente, fu estorta con la violenza. Ci sono voluti tre anni di battaglie legali per ottenere la revisione del processo. Oggi, a distanza di 34 anni dai fatti, la testimonianza di Olino, sarà ascoltata dai giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria (cui è stato affidato il nuovo processo).
Gulotta, che adesso ha 53 anni, in tutto questo tempo si è sempre professato innocente. Per la sua buona condotta gli è stato concesso anche il regime di semilibertà: di giorno lavora come muratore a Poggibonsi, quando smonta raggiunge a Certaldo la sua compagna Michela (dalla quale ha avuto anche un figlio, William di 22 anni), ma a mezzanotte è costretto a tornare in cella.
«Il mio calvario — racconta — cominciò quel maledetto giorno di molti anni fa quando insieme ad altri due giovani alcamesi fummo sospettati di aver ucciso l’appuntato Salvatore Falcetta e il militare Carmine Apuzzo che dormivano in caserma. Gli inquirenti che facevano parte di un commando antiterrorismo di Napoli, mandato apposta per indagare sul caso, ci arrestarono e ci sottoposero ad un terribile interrogatorio dove ci torturarono per farci confessare». I tre giovani, tra l’altro accusati dalla testimonianza di Giuseppe Vesco, un alcamense psicolabile, conosciuto con il nomignolo di «Peppe ‘u pazzu», davanti al magistrato ritrattarono tutto, ma nessuno li credette più. Tutti colpevoli, tutti condannati all’ergastolo. L’unico, però, che ha conosciuto il carcere è stato Gulotta, perché gli altri si sono dati alla latitanza in Brasile, da dove hanno chiesto inutilmente la grazia.
A distanza di anni, però, Renato Olino è pronto a raccontare ai giudici gli sconcertanti retroscena sui metodi utilizzati durante l’interrogatorio di molti anni fa. Rivelazioni che l’ex carabiniere aveva già fatto al sostituto procuratore di Trapani nel 2007 e che hanno permesso agli avvocati, Baldassarre Lauria e Pardo Cellini, di chiedere alla Cassazione la revisione del processo a carico di Gulotta.
Giuseppe Gulotta, condannato per la strage della casermetta di Alcamo Marina del 27 Gennaio 1976, in cui furono uccisi barbaramente nel sonno i due militari Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, e furono rubate, dopo la strage, armi, munizioni e divise.
La svolta sulle indagini avvenne il 13 febbraio. A un posto di blocco fu fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, su una Fiat 127 verde con una targa di cartone “Trapani 121”. Questi aveva in mano una pistola (si pensa che fosse scarica dato che il giovane aveva un arto amputato) e dopo una perquisizione ne venne trovata una seconda. Era una Beretta in dotazione ai carabinieri, probabilmente rubata durante l’omicidio della casermetta. Dopo una perquisizione a casa del ragazzo e attente analisi si dimostrò che Vesco era in possesso dell’arma del delitto. Fu dunque interrogato dai carabinieri ma questi negò in modo deciso la sua partecipazione all’agguato dicendo che doveva solo consegnare le armi a qualcuno. Dopo aver negato in tutti i modi la sua partecipazione alla strage improvvisamente il fermato Vesco cambiò versione.
Vesco fece ritrovare armi e divise in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico. Vesco confessò di aver partecipato alla strage insieme ad altri tre ragazzi: Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. I tre ragazzi alcamesi più il partinicese Mandalà furono tutti tratti in arresto per omicidio e costretti a confessare firmando un verbale di riconoscimento di colpevolezza. La versione accertata dei fatti fu la seguente: Giovanni Mandalà, il bottaio di trentotto anni di Partinico, avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica e a sparare invece sarebbero stati Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, avrebbe solo messo a soqquadro le stanze.
30 anni dopo, il colpo di scena. Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo anti-terrorismo di Napoli, che partecipò allora alle indagini, ha spiegato come si sono svolti veramente i fatti. Dopo 32 anni dall’accaduto l’ex brigadiere Olino ha affermato chiaramente che sia a Vesco che agli altri ragazzi accusati, le confessioni furono estorte con violenza. Vennero messi nelle loro bocche imbuti e versati al loro interno grossi quantitativi di acqua e sale. Gli accusati furono anche picchiati e venne usato anche un “telefono da campo” in grado di produrre scariche elettriche per torturare ulteriormente i fermati. Giuseppe Vesco però aveva dichiarato già nel 1976, dopo aver firmato la sua colpevolezza, di essere stato torturato. Dopo qualche mese da quel tragico gennaio 1976 Vesco aveva provato anche a scagionare i presunti complici, purtroppo senza riuscirci. Ma il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima di essere ascoltato dagli inquirenti: Giuseppe Vesco, nonostante avesse un arto imputato, viene ritrovato impiccato alle sbarre della finestra della sua cella. Gli accusati da Vesco, anche loro torturati, subiscono un’odissea di condanne dopo un iter giudiziario complicato. Ergastolo per il bottaio Giovanni Mandalà, che avrebbe aperto la porta della caserma con la fiamma ossidrica e custodito le armi, ergastolo a Giuseppe Gulotta, che avrebbe sparato, 20 anni a Gaetano Santangelo, che avrebbe sparato anche lui ma allora minorenne, e 20 anni anche a Vincenzo Ferrantelli, che ha rubato armi e divise anche lui minorenne. Mandalà è deceduto di morte naturale dopo essersi fatto diversi anni di carcere, Santangelo e Ferrantelli, tra un appello e l’altro, si sono rifugiati in un paese del Sudamerica che non ha accordi di estradizione con l’Italia.
Il brigadiere Olino s’è presentato spontaneamente nel 2008 davanti al procuratore capo della Procura di Trapani e ha rivelato che furono mandati in galera degli innocenti. Gulotta ha chiesto e ottenuto la revisione del processo. Un collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, della famiglia di San Cataldo di Caltanisetta, soltanto recentemente ha illustrato un’altra verità: quando era in carcere a Trapani venne a sapere da altri mafiosi di Alcamo che la strage della casermetta era stato un errore. Era stato stabilito di affidarla ad alcuni affiliati della famiglia di Alcamo ma poi era stato deciso di che non si sarebbe fatta più. Il contro-ordine purtroppo era arrivato troppo tardi e la mafia aveva ugualmente eseguito l’operazione. Perché la mafia doveva eseguire tale strage? Perché Cosa Nostra aveva pianificato una serie di attacchi allo Stato: era stata decisa una vera e propria strategia della tensione. Probabilmente accordi segreti tra mafia e servizi segreti deviati. Un altro mafioso della famiglia di Alcamo, Giuseppe Ferro, conferma che la strage della casermetta non fu eseguita da quei giovani accusati e che la mafia questo lo sapeva bene.
Oggi dopo le rivelazioni di Renato Olino, i magistrati indagano ancora e sono tornati sulle tracce di GLADIO. La presenza di Gladio è documentata a Trapani negli anni 90 (con l’esistenza del misterioso Centro Scorpione) ma le indagini sulla casermetta inducono a ritenere che questa a Trapani ci fosse già da molto tempo prima.
Il 26 gennaio 1976 Apuzzo e Falcetta avrebbero fermato un furgone. Danno l’alt, vogliono vedere cosa trasporta. La scoperta è incredibile: ci sono tantissime casse piene di armi e gladiatori della sede trapanese di Gladio. Tutti vengono portati nella casermetta per il verbale ma Apuzzo e Falcetta vengono uccisi. Un poliziotto del trapanese ha riferito recentemente alla magistratura che una fonte sicura gli riferì nel 1993 la vera storia della strage della casermetta: Il furgone fermato portava armi di Gladio, nella casermetta fu organizzata una messa in scena, forse i carabinieri furono portati altrove e poi riportati morti all’interno della caserma. Dagli armadi probabilmente sparì anche qualcos’altro. E per questo furono uccisi perché non venisse svelata «Gladio» che per vent’anni ancora sarebbe rimasta segreta, ma forse anche per non far svelare qualcos’altro… Le rivelazioni dell’ex brigadiere Olino hanno portato sotto inchiesta i componenti di quel gruppo: Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Chiamati a rispondere davanti al pm nonostante la conclamata prescrizione si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Da loro nessuna conferma ma neanche alcuna smentita.
In carcere 11 anni ma era innocente scagionato grazie alla sua compagna. E' lei che non ha mai mollato. Per dieci anni ha cercato le prove per scagionare il compagno, in carcere per omicidio. è lei che non ha mai smesso di credere a quel giuramento. «Sono innocente», le disse prima di essere sbattuto in cella. Giuseppe Lastella, ragioniere di Bari accusato ingiustamente, in carcere c' è rimasto per undici anni. Avrebbe dovuto scontarne trenta se non ci fossero stati l' amore, la tenacia, la forza di Elisabetta che è riuscita a far riaprire il processo e a cambiare un destino baro. Era l'aprile del 1990, in provincia di Cosenza fu ucciso un pregiudicato coinvolto in un traffico di stupefacenti, Domenico Chionna. Prima di morire fece il nome dei suoi killer e indicò un autosalone gestito da Giuseppe Lastella. Il ragioniere fu rinviato a giudizio ma assolto in primo grado. Seguì l' appello del pubblico ministero, e il secondo processo a Catanzaro si concluse con una condanna a trent' anni. La sentenza fu impugnata in Cassazione che l' annullò, affidando il nuovo giudizio alla corte d' Assise di Reggio Calabria. La gioia durò poco, il 26 ottobre del 1994 arrivò di nuovo una condanna a trent' anni, poi confermata a piazza Cavour. Giuseppe Lastella rimase in carcere. Sembrava una situazione irrimediabile, ma Elisabetta decise di non rassegnarsi. Credeva al suo uomo, credeva a ciò che le diceva il cuore. Diventò un segugio. Fu così che si mise a fare indagini per conto suo. E riuscì a trovare nuovi indizi. Gli avvocati chiesero la revisione del processo. Domanda respinta. Elisabetta decise di insistere con l' ennesimo ricorso in Cassazione, che a sorpresa dispose un processo di revisione davanti alla corte d' Appello di Salerno: il giudizio è stato dichiarato ammissibile perché due presunti complici di Lastella dichiararono che questi era completamente estraneo all' omicidio. «Se dopo undici anni la storia è finita bene - dice l' avvocato Gregorio De Palma, del foro di Bari - lo si deve soprattutto all' amore e alla tenacia della compagna dell' imputato. Non lo ha mai abbandonato, ha partecipato a tutti i processi, non ha mai messo di sperare e di lottare».
Un’attenzione a parte merita Taranto: TARANTO: IL FORO DELL’INGIUSTIZIA. ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI.
Per gli errori giudiziari non ci sono avvocati locali che hanno il coraggio di mettersi contro i magistrati di Taranto. I Pubblici Ministeri che, presumibilmente, hanno sbagliato, intervengono in processi in cui si dovrebbe acclamare il loro errore e perseguono chi si oppone a questo stato di cose.
"Basta errori giudiziari che distruggono la vita dei cittadini. Basta impunità per i responsabili". Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta sulla Giustizia in Italia, in generale, e a Taranto, in particolare. Una società civile che permette di tenere in carcere degli innocenti, per essere genuflessa ai poteri forti, è una società collusa e codarda. Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un’omissione o un abuso d’atti di ufficio da parte del magistrato che non ha saputo o voluto cercare prove a discarico, così come la legge lo obbliga a fare. Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un infedele patrocinio da parte del difensore che non ha saputo o voluto difendere il proprio cliente, spesso dovuto allo stato d’indigenza dell’indagato/imputato".
Il presidente continua: “Secondo l’Eurispes sono 5 milioni gli italiani vittime di errori giudiziari negli ultimi 50 anni, ma a noi interessano i casi concreti. E’ di questi giorni l’ennesima denuncia, riportata da alcuni giornali, contro la violazione della libertà personale presso il Tribunale di Taranto. Succede a Taranto, ma tutta Italia ne parla. E’ una cosa normale? E, soprattutto, è possibile che simili situazioni siano tollerate?
I fatti. Leggendo i giornali si viene a sapere che alcune persone sono detenute (altre, invece, hanno già scontato la pena detentiva inflitta) per una serie di reati per i quali, invece, si ha il reo confesso con tanto di ritrovamento delle prove. Ma per la giustizia italica tutto ciò non è sufficiente ed in carcere si ritrovano un po’ tutti: innocenti (presunti colpevoli) e colpevole (per sua stessa ammissione).
Il Caso Sebai: l’ingiustizia più grande d’Italia.
La vergogna. Ben Mohammed Ezzedine Sebai (il Killer delle vecchiette), che tra il 1995 e il 1997 si macchiò dell’omicidio di ben 14 anziane tra Puglia e Basilicata. Nonostante il legittimo sospetto che non vi potesse essere serenità di giudizio, ed non essendo prevista la ricusazione del PM, si è permesso di giudicare il Sebai a Taranto con il rito abbreviato per delitti di cui altri già erano stati condannati dal quel foro e accusati, in particolare, dagli stessi PM. Nessuno delle parti in causa (pubblici ministeri, avvocati e giudice), che abbia chiesto la rimessione del processo in altro foro per legittimo sospetto di parzialità nel giudizio.
L’umiliazione. I media tacciono la vergogna. Nella puntata di “Agorà” dell’8 febbraio 2011 su Rai Tre, dalle 9.00 alle 11.00, sarebbe dovuta andare in onda un’inchiesta della giornalista Angela Caponnetto sulla censurata vicenda Sebai. Nell’inchiesta si sarebbero potute ascoltare le parole di Michele Donvito, fratello di Vincenzo, suicidatosi nel carcere di Teramo nel 2005, accusato dell’omicidio di Celestina Commessatti, uccisa nella sua abitazione di Palagiano, in provincia di Taranto, il 14 agosto 1995. Eppure già nel 1999 il tunisino Ben Mohamed Ezzedine Sebai si era dichiarato colpevole dell’omicidio della stessa, confessione rafforzata di particolari e dettagli solo nel 2006. In studio era presente anche la giornalista che per cinque ore ha intervistato Donvito sulla triste vicenda, che ha coinvolto e stravolto la sua famiglia, eppure, a detta del suo conduttore, Andrea Vianello, di tempo non ce n’è stato a sufficienza e il servizio è saltato. La Caponnetto è stata liquidata con delle semplici scuse e la vicenda rimane nell’oblio.
Il 10 febbraio del 2006, Sebai Ezzedine – un 33enne immigrato tunisino - rilascia una confessione al dott. Nobile della Procura di Milano, successivamente confermata dinanzi al P.M. di Taranto Dott.ssa Montanaro, nell'ambito della quale ammette la propria responsabilità in merito all'omicidio di 15 anziane signore. Si tratta di donne sole, sgozzate nelle loro abitazioni, che ricordavano al reo confesso le donne che da bambino lo picchiavano e seviziavano. Sulla decisione del Sebai di confessare la verità e di scagionare persone che egli sapeva con sicurezza essere innocenti ha, senza alcun dubbio, influito il suicidio di Vincenzo Donvito il quale, dopo aver proclamato per anni la sua innocenza, non ha retto al regime carcerario ed al tormento di essere recluso ingiustamente e si è tolto la vita impiccandosi in carcere.
13 agosto del 1995, omicidio di Celestina Commessatti avvenuto in Palagiano (Taranto)– Condannati: Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli, Vincenzo Donvito. La confessione del Sebai è supportata da una perquisizione locale effettuata presso un pregiudicato della zona nell'ambito della quale venivano rinvenuti gioielli di sicura appartenenza della Commessatti e che il ricettatore afferma essergli stati venduti da un tunisino rispondente al nome di Fathi Said, pseudonimo di Sebai Ezzedine. Giuseppe Tinelli è recluso presso il carcere di Ivrea da 11 anni, Davide Nardelli ha scontato 7 anni di carcere e Vincenzo Donvito in data 21 luglio 2005, si è tolto la vita all'interno del carcere di Castogno, nei pressi di Teramo, dopo aver scontato 7 anni di carcere. Donvito aveva sempre proclamato, inutilmente, la propria innocenza e si è determinato a togliersi la vita non potendo più reggere il peso di una ingiusta detenzione, nè si era tenuto conto delle testimonianze a discarico.
17 maggio del 1997, omicidio di Pasqua Rosa Ludovico avvenuto a Castellaneta – Condannati: Vincenzo Faiuolo, Francesco Orlandi. Il Sebai nella dichiarazione rilasciata all'autorità giudiziaria afferma la completa estraneità di Faiuolo ed Orlandi ai fatti di sangue per cui sono stati condannati. Uno dei punti fondamentali di questa confessione, e dalla quale si desume l'innocenza degli stessi, è l'individuazione dell'ora esatta della morte della vittima che è avvenuta in un'ora in cui i due fratellastri si recavano nei campi a lavorare e vi rimanevano per tutto il pomeriggio. Alla luce delle dichiarazioni del Sebai veniva emesso decreto di perquisizione locale dell'appartamento di cui il tunisino aveva la disponibilità fino al momento del suo arresto. In data 15.05.2006 il reparto operativo dei Carabinieri di Taranto procedeva ad ispezionare la cantina dove, all'interno di una buca, rinvenivano oggetti che le nipoti della vittima riconoscevano essere appartenuti alla loro zia. In tutti questi casi, il Sebai afferma la completa estraneità dei condannati ai delitti da lui commessi. E, soprattutto, riferisce circostanze precise e pienamente concordanti, relative sia alle modalità che ad i tempi di esecuzione degli omicidi. Le modalità di uccisione delle vittime sono state definite dai periti incaricati del “caso Totaro” come una sorta di “firma dell'autore”. Il Sebai, inoltre, descrive la scena dei crimini con dovizia di particolari dimostrando di essere a conoscenza dello stato dei luoghi in cui i delitti sono stati commessi. Vincenzo Faiuolo (che da 12 anni sconta la propria pena ed attualmente è ristretto presso il carcere di Volterra) e Francesco Orlandi (attualmente in regime di libertà vigilata, dopo aver scontato 11 anni di carcere).
29 luglio del 1997, omicidio di Maria Valente – Condannati: Giuseppe e Arcangela Tinelli, Carmina Palmisano. Il Sebai, già condannato per questo omicidio, confessa di non aver mai conosciuto i coimputati e di aver sempre agito da solo. Anche in questo caso a carico dei condannati non c'è nessuna prova. Infatti in casa della Valente venne rinvenuta solo un'impronta digitale appartenente al Sebai. La procura di Taranto ha rinviato il Sebai a giudizio per l'omicidio della signora Celeste Commesatti e della signora Pasqua Ludovico, ma non per la signora Maria Valente, per il quale il Sebai era già stato condannato unitamente a Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano, ritenendo impossibile processare nuovamente il Sebai per lo stesso omicidio, secondo il principio del ne bis in idem. Non ha però preso in considerazione il fatto che, in relazione a detto omicidio, sono stati condannati anche Giuseppe Tinelli (ad oggi ancora ristretto presso il carcere di Ivrea), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano. A questo proposito preme sottolineare come la Procura generale di Taranto avrebbe potuto e, secondo lo scrivente, avrebbe dovuto chiedere la revisione penale della sentenza che vedeva condannati ingiustamente, per l'omicidio della Valente, il Sebai unitamente agli altri tre summenzionati imputati, in quanto questi sono stati scagionati dalle dichiarazioni confessorie di Sebai Ezzadine Ben Mohamed, ed alcuni di loro stanno ancora scontando un'ingiusta pena.
L'innocenza dei condannati è ulteriormente suffragata dalla sentenza emessa dal Gup di Lucera in data 15.02.2008 il quale ha rilevato che nessun dubbio è scaturito dalle emergenze processuali “in ordine alla ricostruzione del fatto ed alla sua ascrivibilità ad un'azione cosciente e volontaria del Sebai”. La confessione del serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, è “pienamente attendibile”: lo scrive il gup del tribunale di Lucera (Foggia) Carlo Chiriaco motivando la sentenza con la quale, il 15 febbraio, ha condannato Sebai a 18 anni di reclusione (con rito abbreviato) per l’omicidio di Celeste Madonna, di 81 anni, uccisa a Lucera il 25 aprile 1996.
A seguito delle dichiarazioni confessorie formulate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, in riferimento alla posizione di Giuseppe Tinelli l'avvocato Claudio Defilippi, difensore di quest'ultimo ha proposto istanza di revisione presso la Corte d'Appello di Potenza, presentata in data 2 settembre 2008, avverso la sentenza n. 05.1998 che lo riteneva colpevole, in concorso con Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, dell'omicidio della signora Celestina Commesatti (omicidio avvenuto in Palagiano il 13 agosto 1995) ed una successiva istanza di revisione volta ad ottenere la revoca della sentenza n. 06 del 2002 che lo riteneva colpevole, in concorso col Sebai Ezzedine, in qualità di esecutori materiali dell'omicidio di Maria Valente (omicidio avvenuto in Palagiano il 29 luglio 1997). La prima istanza di revisione è stata rigettata dalla Corte d'Appello di Potenza che ha ritenuto inesistente un contrasto di giudicati, non essendo ancora pervenuti ad una sentenza di condanna definitiva in ordine ai fatti dei quali si è autoaccusato il Sebai. Sulla seconda istanza di revisione l'esito negativo è scontato. Anche in riferimento alle posizioni di Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi l'avvocato Claudio Defilippi ha presentato due istanze di revisione davanti alla Corte d'Appello di Potenza, volte ad ottenere la revoca della sentenza che li ha ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dell'omicidio di Pasqua Ludovico. Anche queste istanze di revisione sono state rigettate. Le dichiarazioni confessorie del Sebai Ezzadine Ben Mohamed, a seguito delle quali lo stesso è stato mandato a giudizio per gli stessi fatti, evidenziano la possibilità dell'esistenza di gravi errori giudiziari. Si tenga presente, a questo proposito, che sono già stati comminati a persone presumibilmente innocenti complessivi 100 anni di carcere, con il conseguente pericolo per lo Stato italiano di dover pagare ingenti somme a titolo di risarcimento per detti errori giudiziari, pari a 100 milioni di euro, più spese processuali. Tutto a carico della collettività e non dei responsabili.
A questo punto la “logica” e i precedenti giurisprudenziali vorrebbero che – di fronte all’ammissione di colpa da parte di Sebai Ezzedine ed in base ai riscontri oggettivi – i condannati innocenti venissero scarcerati, almeno coloro che non sono già fuori dopo aver scontato una pena ingiustificata. E invece nulla, perché la giustizia (e la “g” è minuscola non a caso) prima di tirarli fuori dalle patrie galere attende che il tunisino venga condannato in via definitiva di fronte alla Cassazione per i quindici delitti commessi in terra pugliese. Si noti bene, l’attesa secondo i tempi biblici italici. Potenza, competente per il processo di revisione risponde di no. "Sebai è credibile, ma questo non basta”.
Invece a Taranto, dove il 19 dicembre 2008 e l’8 gennaio 2009 si è tenuta l’udienza contro Sebai, questo non è credibile, perché si è autoaccusato dei delitti solo per scagionare i veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. La richiesta di assoluzione per il Sebai è giunta da parte del Pm Pina Montanaro al termine del processo con rito abbreviato per l’uccisione di Grazia Montemurro, di 75 anni (Massafra, 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86, (Castellaneta 14 maggio 1997). La stessa richiesta ha fatto il Pm Vincenzo Petrocelli per l’omicidio di Celeste Commessatti, di 73, (Palagiano, 13 agosto 1995). A sorpresa, però, vi è stata una richiesta di condanna, formulata nel corso dello stesso processo con rito abbreviato, riguardante l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia, di 90 anni, uccisa a Laterza (Taranto) il 21 agosto del 1997. La richiesta di condanna è stata presentata dal Pm Maurizio Carbone.
A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto, quindi senza alcun condannato a scontare la pena.
Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per gravi ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità per errore giudiziario". Non solo i pm erano incompatibili, ma incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.
L’ingiustizia si evidenzia nel fatto che a decidere sulle eventuali responsabilità dei magistrati requirenti sia un collega dello stesso foro. Si palesa, altresì, dal fatto che la procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi; per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione. Strano che proprio in quel caso la credibilità non dia seguito ad alcuna conseguenza per i magistrati che hanno sbagliato, non essendoci innocenti in carcere da risarcire. Da tener conto che il pm Vincenzo Petrocelli è stato coinvolto in un altro caso di grave errore giudiziario, in quanto già accusatore di Domenico Morrone, 15 anni di carcere da innocente, risarcito con 4,5 milioni di euro, senza contare che era, anche, il Pubblico Ministero procedente al caso di Carmela, la ragazza che si tolse la vita gettandosi dal 7° piano, vittima di abusi sessuali e mai creduta dal Petrocelli.
Per questi motivi l'avv. Luciano Faraon di Venezia, difensore di Sebai, si è rivolto al Premier, al Guardasigilli, al Procuratore generale presso la Cassazione, al CSM e al Procuratore generale di Lecce.
Mentre il difensore di alcuni dei condannati «per orrore», Claudio Defilippi, avvocato di Modena, legale di 6 delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna), ha chiesto al Guardasigilli di inviare gli ispettori per verificare l’operato della procura di Taranto. Tutto lettera morta. ''La procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi; per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione”. Lo evidenzia l’avv.Claudio Defilippi legale di sei delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna) detenute da lunghi anni “pur essendo innocenti”.
Dei delitti per i quali gli otto sono stati condannati si è successivamente accusato Sebai. Defilippi chiede che il gup di Taranto Valeria Ingenito, dinanzi alla quale è a giudizio Sebai, disponga un confronto all’americana tra i suoi assistiti e il tunisino. E rilancia: “il fatto che i tre pm di Taranto non la pensino allo stesso modo sull'attendibilità di Sebai dovrebbe spingere il ministro della Giustizia a disporre un’ispezione in procura”. Per Defilippi, vi è nel processo una “situazione di incompatibilità dei pm Montanari e Petrocelli”.
“Questi – sottolinea – prima hanno chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio e la condanna definitiva di alcune persone che si proclamano da sempre innocenti (Vincenzo Donvito, poi suicidatosi, Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo) e successivamente chiedono l’assoluzione per gli stessi omicidi per il serial killer”.
27 aprile 2010. Al contrario della Procura Generale di Potenza, la Procura Generale presso la Corte d’appello di Bari ha espresso parere favorevole al giudizio di ammissione alla revisione del processo per il detenuto Vincenzo Faiuolo, condannato alla pena definitiva di 25 anni di reclusione (13 anni e 6 mesi già scontati) per l’omicidio di un’anziana della quale si è poi accusato il serial killer di anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai.
Faiuolo, in carcere a Volterra per il delitto di Pasqua Ludovico, di 86 anni, compiuto a Castellaneta (Taranto) il 14 maggio 1997. Egli è stato ritenuto esecutore materiale del delitto, per il quale fu processato anche il suo fratellastro, Francesco Orlandi. Questi si ritenne avesse avuto un ruolo secondario, motivo per il quale fu condannato per omicidio a 11 anni di reclusione, pena che ha interamente scontato.
Entrambi hanno confessato il delitto ma tempo dopo hanno spiegato che la confessione era stata estorta con minacce e violenza degli investigatori, tesi questa che ha portato la magistratura barese ad affermare che il caso deve essere riaperto, sia alla luce delle «prove sopravvenute», che sono ritenute «serie», sia in virtù degli elementi di riscontro forniti da Sebai negli ultimi anni: il serial killer si è infatti accusato di aver ucciso 14 anziane tra il 1995 e il 1997, compresa Ludovico.
Sebai ha così scagionato otto persone che erano state condannate negli anni per aver compiuto i diversi omicidi. I magistrati che finora hanno giudicato il serial killer non lo hanno ritenuto credibile perchè – è il ragionamento – egli si è autoaccusato degli omicidi solo per scagionare gli otto veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. Uno di questi, Vincenzo Donvito, si è suicidato in cella a Teramo il 21 luglio 2005 dopo aver proclamato per sette anni la propria innocenza.
La richiesta di revisione è stata presentata da Defilippi sulla base di una serie di elementi. Tra l’altro Faiuolo aveva confessato di aver ucciso la donna con un coltello (recuperato) che si è poi rivelato diverso da quello usato dall’assassino; ha poi spiegato di aver colpito la vittima con fendenti sferrati personalmente con la mano sinistra (perchè è mancino), invece la donna è stata assassinata da un killer destrimano. Ancora: gli anelli che la donna possedeva sono stati trovati nella disponibilità di Sebai, così come un articolo di giornale che parlava del delitto.
"La decisione dei giudici baresi è un successo importante perchè riapre il caso Sebai. L'attenzione ora va agli otto innocenti, di cui uno si è suicidato in carcere, che sono stati condannati a complessivi 100 anni di carcere per delitti che non hanno compiuto. Il silenzio di questi otto innocenti oggi è finalmente finito”. Così l’avv.Claudio Defilippi commenta la decisione della Corte d’appello di Bari di ammettere la revisione del processo per il proprio assistito, Vincenzo Faiuolo, condannato a 25 anni di reclusione per aver ucciso un’anziana.
Del delitto si è poi accusato il serial killer delle anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 46 anni. “Abbiamo trovato a Bari dei magistrati che hanno voluto vedere dentro le cose. Mi auguro – afferma Defilippi – che si possa al più presto verificare la responsabilità di un altro innocente, Giuseppe Tinelli, condannato all’ergastolo per gli omicidi di Celeste Commesatti (Palagiano, Taranto, 13 agosto 1995) e di Maria Valente (Palagiano, 29 luglio 1997), ma che da sempre si dice innocente”.
“Tinelli – prosegue il legale – ha tentato di suicidarsi per due volte in carcere ingerendo candeggina. Spero che, dopo 15 anni di detenzione, possa ottenere la sospensione della pena per questi due delitti che non ha commesso”. Il legale sostiene inoltre che il giudizio di revisione per Faiuolo, per attrazione, riaprirà anche la posizione processuale dell’altro concorrente nel delitto, Francesco Orlandi, condannato a 11 anni, pena che ha interamente scontato a Trani (Bari) ed è ora libero. Delle otto persone “innocenti”, sei delle quali sono difese da Defilippi, le sole detenute sono Tinelli e Faiuolo.
Dunque cosa è successo dal giorno in cui venne comunicato che la richiesta di revisione era stata accettata?
“E’ successa una cosa molto grave - dice l’avvocato De Filippi a “Il Democratico”. - Prima la Corte di Appello di Bari ha accettato la richiesta di revisione, ma poi mi è arrivato un provvedimento dalla Corte di Assise di Appello di Bari che non c’entra niente e che ha revocato tutto. Ora: cosa c’entra la Corte di Assise di Appello di Bari?! Questo si chiama provvedimento abnorme: cioè quando non c’entra niente!
Praticamente un giudice che non c’entra niente ha fatto un provvedimento che revoca quello emesso dal giudice competente. La Corte di Assise di Appello di Bari non ha nessuna competenza in merito a questo processo”.
Cioè lei sta dicendo che la Corte di Appello di Bari e la Corte di Assise di Appello di Bari sono due cose diverse e sganciate in merito a questo caso giudiziario?
“Assolutamente si. È la Corte di Appello di Bari che ha la competenza del caso, non quella di Assise”.
Ma allora come spiega questo provvedimento? Perché è stato fatto?
“Io non lo so. Non so le ragioni per le quali sia avvenuto tutto questo. Io non so più cosa pensare perché sinceramente ogni mia mossa viene cancellata. Ogni mia mossa viene bloccata: non so cosa pensare”.
Ma lei non ha nemmeno una vaga idea del perché si sia verificato questo ennesimo, improvviso intoppo al normale svolgimento del processo di Faiuolo?
“Questo è il più grosso caso di errore giudiziario della storia d’Italia. Si immagini un po’ se c’è gente che non lo vuole bloccare…Io non so chi sia e cosa faccia, so solo che tutte le cose che faccio mi vengono bloccate sistematicamente. Questo provvedimento qua è assolutamente abnorme, dato da un giudice non competente e che non doveva essere di competenza. Non si capisce perché questo giudice lo abbia fatto. Non si capisce niente!”
Ma quindi ora che ne sarà del processo? E’ stato tutto ‘chiuso’?
“Non è chiuso niente: io ho fatto ricorso in Cassazione contro questo provvedimento, perché è assolutamente abnorme. I provvedimenti abnormi sono tali per cui ci potrebbe essere una responsabilità disciplinare per il giudice che lo ha emesso. Non doveva venire fuori questo giudice, perché è assolutamente incompetente con il caso”.
Come si può commentare tutto questo?
“Dicendo che è una situazione paradossale, assolutamente strana. E il tutto nell’assoluta assenza di media, giornali e tv”.
Quello di Vincenzo Faiuolo potrebbe essere, a tutti gli effetti, un grave caso di malagiustizia. La riapertura delle indagini e la revisione del processo, infatti, potrebbero testimoniare l’esistenza di plurimi errori giudiziari fatti dal foro competente (quello di Taranto) che all’epoca condannò Vincenzo Faiuolo ed altri con l’accusa di omicidio. Qualora tali ipotetici errori giudiziari venissero dimostrati, infatti, un gran numero di giudici e magistrati verrebbe a trovarsi in seria difficoltà poiché dovrebbe rispondere e giustificare il perché di tali errori. In più c’è da considerare che questo è un caso, complessivamente, da 100 anni di carcere: risarcire 100 anni di carcere costerebbe moltissimo allo Stato.
Nonostante ciò, i Magistrati di Taranto hanno denunciato presso la Procura di Potenza il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr. Antonio Giangrande, il collegio difensivo del Sebai ed altri testimoni perché questi hanno espresso dubbi di legalità riguardo il Processo Sebai, ossia il “killer delle vecchiette”. Il reato contestato: calunnia nei confronti della difesa, per essersi permessi di contestare con atti di rito le sentenze avverse; false dichiarazioni rese a difensore nei confronti dei testimoni. In quest'ultimo caso la denuncia non è stata fatta dal difensore, ma dai magistrati. Bah!!
Continua la battaglia dei Magistrati di Taranto contro l’Associazione Contro Tutte le Mafie ed il suo presidente. “Non contenti di aver archiviato tutte le mie denunce e dei miei clienti, fino a che mi hanno permesso di fare l'avvocato, compresa quella ricevuta da altra procura e nella quale gli stessi magistrati di Taranto erano denunciati, ed accolte tutte quelle contro di me, pur pretestuose, come quella di calunnia per aver proposto come avvocato di terzi opposizione ad una archiviazione - dice il dr Antonio Giangrande - alcuni Magistrati di Taranto, prima mi hanno denunciato a Potenza perché ho pubblicato sui miei siti le interrogazioni parlamentari e gli articoli di stampa, che parlavano degli insabbiamenti delle inchieste presso il foro di Taranto, poi mi hanno denunciato a Potenza, assieme al collegio difensivo del Sebai, per aver rilevato abnormi anomalie riguardo il processo al killer delle vecchiette. Le anomalie sollevate erano che il foro di Taranto, magistrati giudicanti ed inquirenti, non doveva occuparsi, per conflitto di interesse, dei delitti di cui il Sebai si dichiarava autore e per i quali i giudici di Taranto avevano già condannato altri imputati. In quel processo il Sebai si accusava di 14 delitti, dando dovuti riscontri. A Taranto è stato creduto solo per un delitto, guarda caso, per quello dove non si è mai trovato un colpevole. Gli esiti di quel processo potevano far emergere responsabilità dei magistrati che si erano prodigati a far condannare dei presunti innocenti e per questo si urla che era poco opportuno che gli stessi dovessero intervenire, più che sulle sorti dei detenuti, sulle conseguenze della loro presunta negligenza od imperizia.”
Su questi fatti, silenzio assordante da parte delle Istituzioni. Le denunce penali presentate dal presidente dell'Associazione Contro Tutte Le Mafie, Dr Antonio Giangrande, contro la Procura di Taranto, inviate a Potenza, sono rimaste lettere morta. A seguito dell'indifferenza della Procura di Potenza le denunce penali contro la Procura di Taranto sono state inviate presso altre Procure. Queste hanno reinviato a Taranto le denunce ricevute. Risultato: la Procura di Taranto da denunciata ha archiviato con abuso, in conflitto di interessi, le denunce contro se stessa.
Silenzio assordante da parte delle Istituzioni. Così come è per tutte le interrogazioni parlamentari che hanno sollevato problemi di etica giudiziaria e forense di quel foro. Interrogazioni che sono state presentate non da Parlamentari tarantini. Nemmeno l'On. Franzoso ha avuto il coraggio di ribellarsi, se non per altri, almeno per se stesso. Come molti ricorderanno, l'on. Pietro Franzoso, tarantino, all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa ha riservato alla notizia poco spazio e pochissimo risalto.
Nella problematica è da segnalare l’astensione alla lotta della classe forense tarantina contro i magistrati di quel foro per procedimenti di declaratoria di errori giudiziari.
Il presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ricorda altri casi.
Gronda ingiustizia la storia della strage della barberia, così come è stata rivisitata dalla Corte di Appello di Potenza. Quella Corte ha scagionato quattro innocenti, condannati come feroci killer per la mattanza dell’1 ottobre del 1991. Il punto di non ritorno della guerra di mala. Quel maledetto giorno i sicari della mala irruppero nella barberia di Giuseppe Ierone, all’imbocco di via Duomo. Spararono all’impazzata con mitra e pistole. Poi fuggirono lasciandosi alle spalle quattro morti e due feriti. Cercavano i boss rivali, invece, inchiodarono al suolo innocenti che con quella guerra tra bande non avevano nulla a che fare. Il primo di una lunga serie di tragici errori. Nelle ore successive alla mattanza, le indagini imboccarono la strada sbagliata. In carcere finirono cinque persone.
A distanza di sedici anni la Corte di Appello di Potenza ha definitivamente scritto che quattro erano innocenti. Giovanni Pedone, Massimo Caforio, condannati a trent’anni come esecutori materiali, e Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati ad undici anni come fiancheggiatori. Con quel tremendo delitto non c’entravano. Ma la Corte di Potenza, nel motivare la revisione va oltre il verdetto, svelando definitivamente particolari che inducono a riflettere. Un aspetto su cui oggi si è soffermato l’avvocato Carlo Petrone che in questa brutta vicenda ha assistito Giovanni Pedone, noto con il soprannome di “fafetta”. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocente ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre. Collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Di Bari avevano parlato, adombrando il sospetto di un depistaggio messo in atto da un boss che a suo dire era vicino ai servizi segreti. Ma quando quelle dichiarazioni furono portate in Appello, la Corte le bollò come un tentativo di inquinamento probatorio. E fa specie leggere che quel secondo grado del procedimento cominciò e si concluse in un giorno a dispetto della complessità del caso. Come dire che se la giustizia è lenta l’ingiustizia in quel caso fu rapidissima. Così come rapidi giunsero gli arresti per il quadruplice omicidio. A spianare la strada sbagliata agli uomini della Squadra Mobile un confidente. “Quel confidente - scrivono i giudici di Potenza - fu messo in camera di sicurezza con Aiello e Bello i quali si decisero poi a parlare”.
«E’ certo - ha detto l’avvocato Petrone - che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini».
Continua il dr Antonio Giangrande, parlando del caso Morrone.
“Domenico Morrone un terzo della sua vita l'ha spesa dietro le sbarre. 16 anni. Ingiustamente. Lo avevano arrestato nel 1991 e condannato a 21 anni, perché, secondo l'accusa, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzini davanti a una scuola media di Taranto. Non era vero. E la verità è saltata fuori. Grazie alle confessioni di due pentiti e ad una revisione del processo, la Corte d'Appello di Lecce l'ha assolto. La stessa Corte gli ha riconosciuto 4,5 milioni di euro: soldi che pagheranno i cittadini italiani e non i responsabili dell'errore.
In base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri, coordinati dal pm del tribunale di Taranto Vincenzo Petrocelli, Morrone, poche ore dopo i fatti, fu sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Ad incastrarlo - secondo l'accusa - c'erano le testimonianze di alcune persone. Sia al momento del fermo sia durante i processi a suo carico, l'imputato ha sempre detto di essere estraneo ai fatti, ma nessuno gli ha creduto.
«Questo processo è stato caratterizzato da lacune immense - denuncia l'avv. Defilippi - e i giudici di merito non hanno mai tenuto conto dell'alibi che Morrone aveva, che era stato confermato sin dal primo annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione. L'imputato ha sempre detto che al momento del delitto si trovava nell'appartamento dei coniugi Masone, che vivevano sullo stesso pianerottolo dell'abitazione della sua famiglia. I Masone hanno confermato l'alibi del giovane durante il processo ma sono stati condannati per falsa testimonianza, così come è stata condannata la mamma del giovane che aveva riferito la stessa circostanza: «Queste persone - conclude il legale - sono cadute nella fossa dell' inferno solo per aver detto la verità».
A Taranto si deve subire e si deve tacere. Potenza agevola. Processato per diffamazione a mezzo stampa il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) riporta le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti.
Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.
L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.
La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.
I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.
Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.
Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.
La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.
Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.
Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.
La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero di farlo condannare per diffamazione per aver pubblicato le inchieste sulle consulenze o perizie false; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.
Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.
Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. La procura di Taranto, investita per competenza, ha reiterato il sequestro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo, e alla pagina di Taranto, le prove sugli insabbiamenti della Procura locale.
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro il giudice di Manduria, che condanna sempre quando il Giangrande o un suo assistito è imputato, ovvero assolve sempre quando il Giangrande o un suo assistito è persona offesa. Questo sempre in contrasto alle prove acquisite.
Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale. Situazione che non assicura una adeguata difesa.
Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere, per sè e per gli altri. Peggio è capitato ad un ispettore di polizia che è stato denunciato, condannato e trasferito in pochi giorni: la sua colpa aver denunciato i malaffari istituzionali. A Taranto si deve subire e si deve tacere !!!”
Ma anche Lecce non ha nulla da invidiare a Taranto per quanto riguarda l’ingiustizia.
Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può. Da anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato fin anche dalla Cassazione a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi. Lui ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996.
Il Cervetti si è sempre proclamato innocente.
Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Dalle dichiarazioni risulta evidente che Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce, ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici.
L’avvocato Claudio DeFilippi è convinto che, se le rivelazioni del pentito fossero saltate fuori in tempo, questo ragazzo sarebbe già stato liberato. Egli denuncia: «Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti».
De Filippi, che ha scritto nel 2008 il libro “Toghe che sbagliano” – Aliberti editore, è lo stesso avvocato che difende anche coloro che da anni in carcere, in base alle dichiarazioni di Sebai, risultano essere innocenti per i delitti delle vecchiette avvenuti nella zona di Taranto e Bari. E’ lo stesso che ha difeso Domenico Morrone di Taranto, anch’egli detenuto in carcere da innocente per tanti anni.
Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso procuratore generale di Lecce che chiede la revisione del processo per il Cervetti. La Corte d’Appello di Potenza la nega.
PARLIAMO DI OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.
Delitto di via Poma. La mano armata della Giustizia senza un limite.
Ovunque, nel mondo civile, questo sarebbe archiviato come un insuccesso delle autorità inquirenti, da noi, invece, lo si riesuma, periodicamente, per esaltare la tenacia di chi conduce le indagini. Ogni volta che il delitto di via Poma torna agli onori della cronaca, automaticamente, torna, in video e in pagina, la foto di Pietrino Vanacore.
La sua pietra al collo ce la sentiamo un po' tutti, e dovrebbe sentirsela la giustizia italiana che sa essere feroce nel punire, pur non essendo capace di giudicare.
Vanacore, il portiere dello stabile, che trovò il cadavere di Simonetta, fu arrestato tre giorni dopo, il 10 agosto 1990. Le cronache si riempirono di quest'omicidio, scandagliando e scardinando la vita di quel disgraziato. Gli andò anche bene, perché fu scarcerato il 30 agosto e, meno di un anno dopo, il 26 aprile del 1991, fu accolta la richiesta d'archiviazione, presentata dalla procura stessa. Ci volle più tempo, fino al gennaio del 1995, perché la Cassazione ponesse la parola "fine" alla faccenda, rendendo definitiva l'archiviazione.
Era finita, e lui si ritirò a vivere nella Puglia, a Torricella, da cui era venuto. E dove s'è ammazzato il 9 marzo 2010. Perché? Perché nonostante la Cassazione, in Italia la giustizia non sa usare la parola "fine", sicché una nuova indagine è stata archiviata. Nel maggio del 2009, e l'anno precedente, il 20 ottobre 2008, Vanacore aveva subito l'ennesima perquisizione domiciliare. Era atteso in tribunale, il 12 marzo 2010, per testimoniare. Non era neanche tenuto a rispondere, perché la giustizia lo considera ancora "indagato in procedimento connesso".
Ma, statene certi Vanacore avrebbe visto ancora il suo volto, esposto alla nazione, associato all'omicidio. Ha deciso di risparmiarselo, o, più probabilmente, non ha saputo reggerlo. La domanda è: che senso ha? Quale legge ha stabilito la possibilità di condannare all'ergastolo mediatico dei cittadini riconosciuti innocenti, ma di cui l'ultimo pennivendolo può disporre, usando le immonde formule di "già indagato", "fu imputato", "a lungo sospettato", "protagonista di una storia oscura", e così via macellando? Un cittadino può accettare d'essere ingiustamente sospettato e accusato, salvo riuscire a dimostrare, in tempi brevi, la propria innocenza. Subisce un danno, comunque, talora gravissimo, ma ciascuno di noi sa che può accadere. Quel che non dovrebbe accadere è che per il resto della vita si sia un oggetto nelle mani di chi non sa che pesci prendere, non sa che storie raccontare, e, quindi, ricorre al tuo nome e alla tua faccia quando gli fa comodo. E, si badi, questo vale per la giustizia, che è incivilmente e inconcludentemente interminabile, ma vale anche per ciascuno di noi.
Anzi, a un certo punto dovremo ammettere che abbiamo la peggiore giustizia del mondo civile anche perché abbiamo la peggiore politica e la peggiore cultura giuridica e il peggiore sistema informativo. Mancano, o sono flebili, le voci capaci di dire basta. Guardatevi attorno: la politica si rinfaccia questioni giudiziarie, anche se chiuse, anche se campate per aria. Le tifoserie politiche non fanno che parlare d'accuse penali, pensando che possano surrogare il giudizio morale e politico. La giustizia stessa campa d'accuse e ci lascia a digiuno di sentenze. Il tutto imbarbarisce il nostro vivere civile e seppellisce la presunzione d'innocenza. Vanacore s'è spinto oltre: ha preteso d'avere l'ultima parola. Non gli sarà riconosciuta neanche quella.
Il figlio accusa: «Mio padre condannato senza processo».
È anche lui portiere, come il papà che dal vecchio mestiere non ha avuto che dispiaceri. Lavora a Torino, custode di uno stabile dell’elegante quartiere della Crocetta. «Mio padre è stato condannato senza un processo - accusa Mario Vanacore - lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent’anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci». Anche lui, del resto, era stato sfiorato dall’inchiesta, per colpa di una visita di cortesia fatta al papà il 2 agosto del ’90, prima di partire per le vacanze con la moglie Donatella e la figlia di pochi mesi. Tanto bastò per ricevere un avviso di garanzia, assieme alla mamma Giuseppa De Luca, affinché i magistrati potessero comparare il suo sangue con quello di una traccia ematica trovata sulla porta dell’ufficio di Simonetta. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno - continua Mario Vanacore - aveva tanti progetti, voleva comprare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente perché lui era innocente».
Padre e figlio avrebbero dovuto testimoniare in aula al processo per la morte della Cesaroni. Accanto a Pietrino ci sarebbe stato il legale di sempre, Antonio De Vita. «Si sentiva braccato - racconta il penalista - vittima di una continua caccia all’uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero. Non era la nuova chiamata dei giudici ad intimorirlo, piuttosto il fatto di doversi nuovamente sentire braccato, accerchiato dai media. Vanacore era psicologicamente stressato e si riteneva perseguitato, un uomo senza scampo, anche se su di lui non c’erano più sospetti».
«Ci hanno tolto il piacere di vivere, ma noi abbiamo solo una colpa: quella di essere poveri». Pietro Vanacore scriveva così a Maurizio Costanzo in una lettera piena di dolore e di rabbia per la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Simonetta Cesaroni, che lo aveva segnato nel profondo. La brutta copia della missiva inviata al noto conduttore televisivo è saltata fuori dalle carte che i carabinieri hanno sequestrato a casa di Vanacore.
Dopo aver trovato in mare il corpo senza vita dell’ex portiere di via Poma, infatti, i militari della compagnia di Manduria avevano perquisito la sua abitazione a Monacizzo ed avevano ritrovato un contenitore pieno di documenti. Tra le carte c’era anche la minuta della lettera inviata a Costanzo.
Vanacore conosceva di persona il giornalista perché questi aveva acquistato l’appartamento in cui ad agosto del 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. Per qualche anno, dopo il delitto, Pietrino Vanacore aveva continuato a fare il portiere dello stabile in cui si era trasferito Costanzo. Poi, dopo l’assoluzione dall’accusa di omicidio, nel 1995, Vanacore era tornato in provincia di Taranto, al suo paese Monacizzo, frazione di Torricella, insieme con la moglie Pina De Luca. Proprio qui, il 9 marzo 2010, è stato ritrovato senza vita, annegato, nel piccolo specchio d’acqua della baia in cui si affaccia la torre saracena di Torre Ovo.
Il corpo di Vanacore era «ancorato» alla terraferma da una lunga corda che lo cingeva alla caviglia. L’altro capo della cima era legato ad un pino marittimo posto sul ciglio della litoranea.
L’ex portiere di via Poma, come aveva stabilito qualche giorno dopo l’autopsia, è affogato in un metro d’acqua. Il suo suicidio, però, resta avvolto da una pesante coltre di mistero. Vanacore, prima di morire, aveva lasciato anche alcuni biglietti che oggi sembrano ricalcare il tono della lettera indirizzata a Costanzo.
«È ignobile e disumano - scriveva ancora nel 2008 l’ex portiere di via Poma -, addossarci una colpa così grande. Se io, o la mia famiglia avessimo saputo qualcosa lo avremmo detto subito e senza riguardo per nessuno ».
Vanacore scrisse quella lettera dopo l’ottobre del 2008, quando i giudici della procura di Roma decisero di riaprire il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, chiamando alla sbarra l’ex fidanzato della giovane Raniero Busco. A casa Vanacore, a Monacizzo, arrivarono i carabinieri per una perquisizione. L’uomo dovette credere di essere ripiombato nell’incubo. La stessa sensazione che deve aver provato a fine febbraio quando a casa ricevette l’atto di citazione. Doveva presentarsi il 12 marzo 2010 al processo, a Roma, come testimone. Forse non ha retto. Forse davvero quei venti anni di sospetti, come ha scritto prima di morire, lo avevano già ucciso.
All’udienza del 12 marzo, il pm Ilaria Calò nel suo intervento ha fatto riferimento proprio alla posizione di Vanacore: «L'importanza delle chiavi (dell'appartamento di via Poma) è enfatizzata dalla tragedia che ha colpito la famiglia Vanacore in questi giorni. La circostanza che le chiavi siano state sequestrate nella portineria e che non siano state trovate tracce di dna di Vanacore sugli abiti di Simonetta Cesaroni e sulla porta di ingresso dimostra che il portiere ha scoperto il corpo prima della sorella di Simonetta e che invece di chiamare la polizia, pensando che vi fosse stato un incontro clandestino tra Simonetta e il presidente degli ostelli della gioventù Francesco Caracciolo o il direttore Corrado Carboni o il capo della ragazza il commercialista Salvatore Volponi, ha telefonato ai tre dimenticando l'agendina rossa Lavazza sul tavolino dell'ufficio, restituita dall'ispettore Brezzi a Claudio Cesaroni un mese dopo circa».
Secondo la ricostruzione del pm, Vanacore sarebbe entrato nell'appartamento dove «trovò la porta socchiusa», entrò, vide il corpo e fece le tre telefonate in questione e poi richiuse la porta «usando le chiavi di riserva appese a un gancio dietro la porta». Questa situazione, secondo il magistrato, «ha innescato dei comportamenti anomali nella portiera, che hanno depistato le indagini per oltre venti anni. Questo spiega la riluttanza della donna a dare la chiavi alla polizia, l'agitazione di Volponi che era stato informato prima, le menzogne di Caracciolo e di altre persone che saranno sentite in aula. Le chiavi sono uno snodo fondamentale».
«In base a quale elemento il pm può dire che la porta era socchiusa? Da dove esce fuori? Penso che la questione delle chiavi sia stata chiarita all'epoca del proscioglimento di Vanacore. Non conosco questa nuova impostazione accusatoria. Loro avevano un mazzo di chiavi per fare le pulizie, non avevano bisogno di servirsi di un mazzo di scorta». Così il difensore della famiglia Vanacore, Antonio De Vita. «A me, come difensore della famiglia Vanacore, non è stato comunicato nulla - prosegue - Sento per la prima volta questa ricostruzione. Come si fa a dire che la porta era aperta? Se devono essere fatte nuove contestazioni, il dibattimento non è la sede opportuna. I Vanacore dopo quanto accaduto nei giorno scorsi non stanno bene e ho fatto presente alla corte il motivo della loro assenza».
Ai funerali di Pietrino Vanacore, intorno alla sua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che gli voleva bene. Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla sua comunità: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!»
La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza.
Intanto, intorno alle sue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti. La sua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma lo ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che lo indicava come l’orco, pur senza condanna.
Non poteva dirsi vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni. Per venti anni è stato perseguitato da innocente acclamato. Voleva l’ultima parola per dire basta. Non l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto hanno continuano ad infangare il suo onore. Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare.
La sua morte è un omicidio di Stato e di Stampa.
Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.
INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!
Quando la legge non è uguale per tutti.
Gabriella Nuzzi: Come si uccide un’inchiesta. Da Il Fatto Quotidiano del 6 Agosto 2010.
"Ho scelto di percorrere in questi mesi la strada della riflessione e del silenzio. Non certo per timore, né per rassegnazione. L’esame introspettivo degli eventi consente di trovare soluzioni, le migliori possibili, per sé e per gli altri. Di fronte all’ingiustizia, e più di tutto se gli è inflitta, un magistrato, che sia davvero tale, non cerca vie di fuga, né comodi ripari. Perciò, ho continuato a credere nella magistratura e nel suo operato. La Grande Bugia della guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro, creata ad arte per sottrarre a me e ai colleghi salernitani le inchieste sugli uffici giudiziari calabresi e privarci delle funzioni inquirenti, non può non trovare risposte giuridiche e giudiziarie. Macigni e ostacoli sulla verità. Quando il 2 dicembre 2008 furono eseguiti il sequestro probatorio del fascicolo “Why Not” e le perquisizioni ai magistrati che l’avevano gestito a colpi di stralci e archiviazioni, si accusarono i Pubblici ministeri salernitani di aver redatto provvedimenti “abnormi” ed eversivi, manifestando in tal modo “un’eccezionale mancanza di equilibrio, un’assoluta spregiudicatezza nell’esercizio delle funzioni ed un’assenza del senso delle istituzioni e del rispetto dell’Ordine giudiziario”. Con queste motivazioni, l’8 gennaio 2009, su proposta del capo dell’Ispettorato Arcibaldo Miller (coinvolto nello scandalo P3), il ministro della Giustizia Alfano richiese, in via d’urgenza, alla Sezione Disciplinare del Csm, presieduta da Nicola Mancino, l’applicazione di “misure cautelari” disciplinari nei miei confronti, del collega Verasani e del procuratore Apicella. Intervento preannunciato in Parlamento dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo (coinvolto nello scandalo P3) ai suoi amici di partito On.li Amedeo Laboccetta & C., che, in difesa dei calabresi, chiedevano la testa del dott. De Magistris e di noi altri suoi “sodali”. L’intero mondo politico-giudiziario, spalleggiato dalla grande “libera” stampa, che scatenò una tempesta mediatica, condannò la nostra scelta investigativa come un atto di “terrorismo giudiziario”, un attacco “senza precedenti” alle istituzioni democratiche, ispirato al perseguimento di fini personalistici e politici, di pericolosità tale da esigere una repressione esemplare e immediata. La Prima Commissione del Csm presieduta da Ugo Bergamo avviò il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, poi sospeso in attesa degli esiti disciplinari. L’Associazione Nazionale Magistrati accettò di buon grado l’epurazione, nell’illusione di una futura pace dei sensi. Dopo appena dieci giorni, con un processo da Santa Inquisizione, ci strapparono le funzioni inquirenti, allontanandoci dalla nostra Regione. Una cortina di silenzio e indifferenza s’innalzò intorno al “caso Salerno”. I magistrati calabresi inquisiti, autori del contro-sequestro del “Why Not”, instaurarono un procedimento penale a nostro carico e del dott. De Magistris, trasmettendolo poi alla Procura di Roma che, con l’Aggiunto Achille Toro (indagato sullo scandalo G8 Sardegna), si mise a investigare liberamente sulle nostre vite private, senza alcun fondamento. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione presiedute dal dott. Vincenzo Carbone (coinvolto nello scandalo P3) chiusero in gran fretta il capitolo disciplinare con una pronuncia sommaria, storico esempio di come sia possibile, in tema di etica giudiziaria, affermare tutto e il contrario di tutto. Si aprirono a nostro carico ulteriori procedimenti penali e disciplinari, branditi come clave, affinché ci sentissimo sotto perenne minaccia. Il 19 ottobre 2009, la stessa Sezione Disciplinare, su relazione dell’avv. Michele Saponara, accolse l’azione disciplinare promossa dal Procuratore generale della Cassazione Esposito, infliggendo a me e al collega Verasani la sanzione della perdita di anzianità (rispettivamente, sei e quattro mesi) e del trasferimento d’ufficio di sede e funzione. Non è stato facile resistere a tanta violenza morale. Una violenza frutto di arbitrio, che ha indecentemente calpestato ogni regola, senza arretrare neppure di fronte al riconoscimento giurisdizionale della legalità e necessità dei nostri comportamenti. La delegittimazione, l’isolamento, l’eliminazione sono metodi di distruzione mafio-massonici. E noi abbiamo pagato per aver osato far luce sulla massoneria politico-giudiziaria. Da allora, pazientemente, ho atteso che a parlare fossero i fatti. E i fatti, nel tempo, come tasselli di un incomprensibile puzzle, si stanno lentamente ricomponendo. Logge, cappucci e grandi vecchi. Alcuni di coloro che hanno concorso alla nostra epurazione pare avessero incontri con presunti appartenenti ad un’associazione segreta. Dunque, di fronte a innegabili evidenze, parlare oggi di consorterie massoniche interne anche agli apparati giudiziari non è più atto eversivo o scandaloso. Ampi dibattiti si sono aperti sulla “questione morale” delle nostre istituzioni. L’Associazione Nazionale Magistrati, rimembrando proprio la nostra vicenda, ha stigmatizzato la “caduta nel vuoto” delle sue richieste di rigore, gridate a gran voce. Sicché contro l’ennesima ipocrisia del “sistema” s’infrange oggi il mio silenzio. Mi rivolgo agli illustri attivisti del correntismo giudiziario, quelli che mai sono stati sfiorati da un dubbio o da un ripensamento, trovando superfluo finanche articolare il pensiero. Esprimano, nella loro purezza, e possibilmente con cognizione di causa, una posizione precisa su ciò che di illecito è stato compiuto ai nostri danni, sull’“etica” che l’avrebbe ispirato, sulle scandalose ingiustizie di un “sistema” che, ancora oggi, incredibilmente, avalla l’impunità, lasciando che i potenti, corrotti o collusi, continuino a rimanere ai loro posti o peggio, siano premiati. Non sono i loro rappresentanti più degni a spartirsi gli scranni del nostro “autogoverno”, a decidere nomine, promozioni, trasferimenti, punizioni disciplinari? O forse l’associazionismo sta dissociandosi da se stesso? Non vi sono oggi “questioni morali” che non lo fossero anche ieri. E allora occorre ripartire da zero, passando attraverso un profondo mea culpa. Questa pericolosa caduta libera di credibilità può arrestarsi soltanto con il ripristino del primato del Diritto e il ripudio definitivo delle logiche di appartenenza e protezionismo. Solo proponendosi tali obiettivi e scegliendo figure di guida autorevoli, per integrità, indipendenza e competenza, l’Ordine giudiziario può sperare in un autentico rinnovamento morale, nell’interesse supremo del popolo e della democrazia."
Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!
Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.
L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.
L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".
"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.
Lecce come Potenza.
La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.
IL CASO GIANGRANDE. Il Dott. Antonio Giangrande, Presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie e autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ha presentato il seguente ricorso ai 950 Parlamentari italiani: nessuno si è degnato a dare riscontro.
“PREMESSO CHE
da 15 anni sono vittima di bocciature ritorsive al concorso forense;
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ho partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo con gli allegati probatori a: Presidenza della Repubblica; Presidenza del Consiglio; Ministero della Giustizia; Ministero degli Interni; Ministero della Funzione Pubblica; Ministero del lavoro; Ministero dei giovani; Ministero Pari opportunità; Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda che tocca varie competenze amministrative ed istituzionali, per mezzo di una interrogazione ai soggetti interessati.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Il far passare la vittima per mitomane o pazzo, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.”
Già in precedenza era stato presentato un esposto al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia, a cui nessun riscontro è seguito.
“dal 10 aprile 2001 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Giustizia per ben 36 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Giudiziari di Taranto, Potenza e Bari circa gli insabbiamenti delle denunce presentate; il Sottosegretario alla Giustizia di Francavilla Fontana (BR), anziché rispondere al Dr. Antonio Giangrande come la legge gli impone, ha diffidato pubblicamente il medesimo di continuare ad “alluvionare” il suddetto parlamentare con le segnalazioni di malagiustizia; a questo si aggiunge la risposta del capo di gabinetto del Ministro che, in data 25/01/2006, prot. 201/4244 (G), gli dice di attendere l’esito istruttorio dei procedimenti ministeriali attivati molti anni prima;
dal 2 agosto 2004 ad oggi, ha interpellato il Ministero della Funzione Pubblica per ben 8 volte, chiedendo la verifica dell’operato degli Uffici Ministeriali interpellati circa gli insabbiamenti dei ricorsi presentati;
il Presidente della Repubblica, U.G. 551/2003 prot. SGPR 25/02/2003 0022081 P, UAG 197/2006 prot. SGPR 28/06/2006 0075602 P, più volte ha investito del problema il Consiglio Superiore della Magistratura, a cui è conseguito un naturale nulla di fatto;
a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti Umani ha aperto un procedimento, n. 11850/07, GIANGRANDE contro ITALIA, per l’insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e ricorsi amministrativi. La maggior parte delle lettere morte sono avvenute presso le Procure della Repubblica di tutta Italia, senza che sia conseguita l’obbligatoria azione penale, o l’obbligato perseguimento per calunnia, ovvero l’accusa di mitomania, nei confronti del Dr. Antonio Giangrande ed altri denuncianti, nonostante che alcuni esposti contenessero l’accusa di associazione mafiosa per avvocati e magistrati.”
Invece di ricevere giustizia, si è aperto a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.
L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.
La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.
I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.
Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.
Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.
La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.
Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.
Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.
La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.
Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.
Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.
Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo.
Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale. Istanza rimasta lettera morta, impedendo la regolare nomina di un difensore e la sua strategia difensiva.
Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere.
Non capita quasi mai. Quasi. E infatti è capitato che a Taranto la giustizia-lumaca ha preso a correre come un treno. L’eccezione che conferma la regola è nell’incredibile vicissitudine giudiziaria capitata a Franco Maccari, poliziotto-sindacalista del Coisp, denunciato per aver sollevato accuse scomode.
È capitato tutto in un giorno: la querela nei suoi confronti è approdata in procura la mattina stessa in cui è stata presentata; il suo fascicolo è stato immediatamente assegnato dal Procuratore Capo; prima del calar del sole da neoquerelato si è ritrovato iscritto nel registro degli indagati; tempo due giorni e ha subìto un sequestro preventivo prontamente autorizzato, notificato a casa e convalidato.
Roba da guinness. Da far strabuzzare gli occhi ad avvocati e magistrati di mezzo Stivale: una piccola luce di speranza per migliaia di uomini e donne in attesa di un giudizio da anni.
Non succede mai, ma è successo. A Taranto, in quella stessa Procura finita a novembre 2006 in un’inchiesta dei colleghi potentini per un sospetto «rallentamento» nelle indagini, accuse di insabbiamento con incartamenti al vetriolo su intrecci tra politica e malaffare, con Asl e Comune nel mirino.
Certi faldoni, secondo un’interrogazione parlamentare di Pino Lezza, ex deputato di Forza Italia, ora a capo di un'associazione cattolica liberale, sarebbero stati messi appositamente in sordina, con un andamento lento, molto lento.
Ecco invece che, oggi, a presentarsi in Procura per rispondere di diffamazione arriverà puntuale il poliziotto-sindacalista. Tre dei quattro procedimenti penali a suo carico sono stati aperti con velocità supersonica e abnegazione esemplare.
Il tutto nasce da un esposto dell’ex questore Eugenio Introcaso, risentitosi per certe affermazioni. Non sappiamo com’è, ma le carte contro Maccari sono arrivate a destinazione a velocità ipergalattica. «Con rapidità decisamente inusuale - commenta Giuseppe Salvatore Cutellè, legale di Maccari - tanto da averci indotto a scrivere al Csm e al Procuratore generale di Cassazione. Questo doppio passo della giustizia ci lascia quantomeno perplessi».
Nel corso dell'attività di sindacalista, Maccari prende di petto alcune scelte gestionali dell'ex numero uno della questura tarantina, lo fa riempiendo comunicati destinati all'ufficio relazioni sindacali del Viminale, poi pubblicati sul sito internet del sindacato.
La prima querela per diffamazione è del 13 gennaio 2006. Il 30 dello stesso mese la squadra mobile redige il verbale d'elezione a domicilio e nomina dell'avvocato. Il 28 febbraio scatta il sequestro preventivo del sito www.coisp.it, sequestro subito convalidato ed eseguito a Roma il 6 marzo dagli agenti della Digos appositamente inviati da Taranto. Quindi, la denuncia del 13 luglio, trasformata in avviso di garanzia nel corso di una stessa mattinata.
Procedura lampo anche per la denuncia del 17 luglio 2006. «Circostanze - afferma Maccari - che evidenziano senza ombra di dubbio una corsia preferenziale che ci lascia quantomeno perplessi. Pare incredibile che in una Procura oberata dalla mole di lavoro come quella di Taranto, tutto passi in secondo piano rispetto a una semplice querela di diffamazione. Vi sono denunce per reati ben più gravi che restano ferme nei cassetti per mesi. Eppure nel mio caso, e per più di una volta, tutto si è svolto con una celerità che ha del paradossale. Per questo chiediamo al Csm di controllare se non vi siano i presupposti di incompatibilità ambientale e, nel caso, di avviare dei procedimenti disciplinari».
Ma questo non succede solo a Taranto.
Ci sono voluti 28 anni, dal 1972 al 2000, per mettere in piedi il San Salvatore, e pochi minuti per mandarlo al tappeto: i costi sono stati nove volte più del previsto. I giornali ci parlano che il progetto dell'ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Costi lievitati fino a quota 214 miliardi e 222 milioni. Ma lo scandalo nello scandalo è un ospedale senza agibilità in piena zona sismica. E’ lo scandalo dell’Aquila dove la struttura è stata evacuata subito dopo il terremoto perché pericolante. Ora un ispettore di polizia rivela ai microfoni di “Studio Aperto”, il telegiornale di “Italia 1”, del 14 aprile 2009 edizione delle 12,20 che l’ospedale dopo l’inaugurazione del 2000 non ha mai ricevuto il certificato di agibilità perché mancava l’accatastamento.
“Pare che non siano stati fatti neanche gli atti di vendita dei terreni- dice il poliziotto- e quindi non stando tutti gli atti di vendita, non la possono neanche accatastare, quindi come fai ad accatastare una struttura su un terreno che comunque non è tuo?”.
L’ispettore di polizia aveva presentato una denuncia in questura il 28/12/2008. Nel documento si parla anche dei lavori alla filiale interna all’ospedale della Cassa di Risparmio dell’Aquila, spostata per fare un favore alla banca. I locali non avrebbero mai ricevuto l’agibilità.
“I poteri forti sono la banca – continua il poliziotto - la Cassa di Risparmio, che è comunque presente in tutto il territorio dell’Aquila ed anche dell’Abruzzo e fuori. E comunque c’hanno potere e l’ASL. Questi sono i poteri forti che ti tagliano le gambe. Quindi tu quando vai a toccare questi poteri………..”
La questura fa sapere che ci sono indagini in corso. La procura assicura controlleremo tutto.
Ma dopo questa denuncia per il poliziotto è iniziato l’inferno.
“Mi sono trovato il trasferimento d’ufficio in Questura. Morale della favola: alla fine hanno trasferito solo me d’ufficio. Quando ho fatto questa segnalazione, ho chiesto comunque che mi delegassero a fare le indagini e naturalmente non l’hanno fatto. Lo dico con tutto il cuore, fanno letteralmente schifo.”
La magistratura è matrigna: è pronta nel perseguire; è omissiva nell’aiutare.
Vorrebbero far passare per mitomane o pazzo chi è pronto a non essere omologo al sistema socio-mafioso italiano. Purtroppo qualcuno si arrende.
Pietro Palau Giovannetti, oltre ad essere il coraggioso Direttore Responsabile del giornale on line “La voce di Robin hood”, è tra i padri fondatori del "Movimento per la Giustizia Robin Hood" e della rete di "Avvocati senza Frontiere", organizzazioni no profit che, da oltre 20 anni, si battono per l'affermazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e una giustizia pulita libera dagli interessi delle mafie e delle corporazioni, sostenendo quella parte sana e assolutamente minoritaria della magistratura, che non si presta a legittimare gli abusi che quotidianamente vengono perpetrati nelle aule di giustizia, dai poteri dominanti nei confronti dei cittadini più deboli e indifesi.
A fronte del suo impegno civile e delle sue coraggiose denunce nei confronti dei cd. "poteri forti" Pietro Palau Giovannetti ha subito oltre 750 procedimenti penali con le accuse più disparate e capziose per pseudoreati di natura ideologica, scaturenti dalle sue stesse denunce, mai esaminate, o dai suoi taglienti articoli giornalistici, i cui procedimenti nella stragrande maggioranza dei casi si sono conclusi con assoluzioni con formula piena o, con archiviazioni de plano per manifesta infondatezza delle notizie di reato.
Tra i tanti "procedimenti-farsa" sollecitamente istruiti a suo carico a tempi di giustizia scandinava dalle Procure e Corti di Appello di mezza Italia (da Torino, Treviso, Milano, Brescia, Trento, Trieste, Venezia, Alessandria, Bologna, Firenze, Roma, Palmi, Reggio Calabria), si registrano anche due singolari richieste di "perizie psichiatriche", da parte delle Procure di Milano e di Torino, nonché dalla Procura Generale di Milano, proprio come in uso nelle dittature dei Paesi dell'Est.
Per la mole di attività persecutorie a cui è stato sottoposto la sua figura è stata paragonata a quella di Danilo Dolci (pacifista nonviolento) che, come lui, dal 1952, dedicò la sua vita alla causa delle persone più deboli, in Sicilia, venendo ingiustamente arrestato e condannato per reati di opinione dalla magistratura di regime dell'epoca tutt'oggi asservita agli interessi della politica e della mafia siciliana.
La condanna venne infatti laconicamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, seppure in sua difesa avessero testimoniato i maggiori intellettuali e Premi Nobel dell'epoca e l'arringa fosse stata pronunciata dal grande giurista Piero Calamandrei, tra i padri della Costituzione.
Ma non sono i soli.
Questa è la trascrizione, in esclusiva sull’Espresso, dell'ultima lettera di addio del professore universitario messinese Adolfo Parmaliana, prima del suicidio avvenuto l’1 ottobre 2008, gettatosi giù da un viadotto.
"La mia ultima lettera. La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.
Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.
Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.
Chiedete all'Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all'Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.
Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.
Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d'animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.
Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.
Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.
Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era 1° mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l'università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.
I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.
Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.
Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.
Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l'ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.
Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.”
Omicidio Claps. Gildo scrive ad Elisa: «Mia cara sorellina...»
«Stai tranquilla, i tuoi cari non mollano, non temono la verità e se ne fregano di quanti imbarazzi possano ancora creare, la vergogna è solo la loro, noi siamo gente perbene»: lo ha scritto Gildo Claps il 9 aprile 2010 in una lettera alla sorella, Elisa, scomparsa il 12 settembre 1993, quando aveva 16 anni, il cui cadavere è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della canonica della chiesa della Santissima Trinità, a Potenza.
La lettera, affidata da Gildo Claps all’ANSA e riportata da tutta la stampa, comincia con un commovente «mia cara sorellina» e prosegue con un tono delicato: «Stavolta un rimprovero devo proprio fartelo...», ha aggiunto il fratello di Elisa, chiedendole «come ti è venuto in mente di farti ammazzare proprio in chiesa, e in quella chiesa per giunta». Subito dopo, però, la lettera assume un tono ironico e polemico, se non di aperta accusa, nei confronti di chi indagò sulla scomparsa di Elisa: «Pensa – scrive Gildo – a quel povero magistrato e ai poliziotti che hanno indagato, pensa poverini a quante cose dovranno spiegare». Non mancano riferimenti a Danilo Restivo, unico indagato nell’inchiesta, al padre, «un notabile amico di notabili», al questore che a Natale del 1993 «mise alla porta» la madre di Elisa («Tornò a casa piangendo, persa nel suo dolore dove spesso nemmeno noi riuscivamo a raggiungerla»), ai depistaggi: «E infine, ripeto, far ritrovare i tuoi miseri resti in una chiesa, questo proprio dovevi evitarlo», ha scritto Gildo alla sorella, facendo considerazioni critiche sul vescovo e sui sacerdoti della Santissima Trinità sul ritrovamento ufficiale del cadavere e sul fatto che, invece, era già stato trovato quasi due mesi prima.
IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA
«Mia cara sorellina, stavolta un rimprovero devo proprio fartelo: ma come ti è venuto in mente di farti ammazzare proprio in chiesa, e in quella chiesa per giunta; e come se non bastasse te ne sei stata lì per 17 anni invece di prendere le tue poche cose e allontanarti con garbo ed in silenzio fino farti inghiottire per sempre dalle nebbie del tempo. Ti rendi conto che così facendo hai messo in imbarazzo tutti? Capisco che ti hanno toccato il cuore le lacrime di mamma e di papà, posso comprendere che hai voluto dare a me e Luciano (altro fratello) un segno tangibile che questi anni non sono trascorsi invano, ma potevi farlo in modo diverso e soprattutto evitando di mettere tante persone che contano nelle condizioni di dover spiegare i loro comportamenti davanti ad un paese intero.
Pensa adesso a quel povero magistrato e ai poliziotti che hanno indagato, pensa poverini a quante cose dovranno spiegare; come faranno a far capire alla gente che non sono mai entrati in quella chiesa a cercarti se non dopo tanti anni e peraltro senza trovarti. Hai messo in difficoltà anche noi che dobbiamo chiarire come mai a poche ore dalla tua scomparsa, ci precipitammo in chiesa ma non riuscimmo a salire fin sopra perchè le chiavi di quella porta le aveva solo il parroco che in quel momento non era presente.
Capisci, adesso dovremo spiegare come mai due ragazzi e pochi amici avevano avuto l'intuizione di andare a guardare lì, e investigatori di provata esperienza se ne sono semplicemente dimenticati. E poi sorellina mia, dovevi incontrarti proprio con Danilo (Restivo, indagato per la morte di Elisa) quel giorno? Hai messo di nuovo in difficoltà quel bravo magistrato e ancora una volta noi stessi. Ti rendi conto che abbiamo dovuto scavare nel passato di quel povero ragazzo, far venir fuori tutta una serie di episodi spiacevoli che lo riguardavano? Ci hai costretto ad accusarlo fin dal primo giorno, ma con l’intuizione dei grandi investigatori ci diedero dei pazzi, NOI. E poi era pur sempre il figlio del direttore della Biblioteca Nazionale, un notabile amico di notabili, dico io, non potevi incontrarti con il figlio di un operaio in cassa integrazione? Sarebbe stato tutto più semplice.
Ti rendi conto sorellina – prosegue la lettera di Gildo Claps alla sorella – che ora dovranno spiegare il motivo per cui non andarono ad interrogarlo quel giorno stesso, non sequestrarono i suoi vestiti, non acquisirono i tabulati telefonici? Quale imbarazzo per persone che negli anni hanno continuato a fare il loro 'dovere' mentre noi ci si consumava piano nel vuoto della tua assenza.
E ricordi quando mamma fu messa alla porta dal questore poco prima di quel Natale del 1993, il primo senza di te, ricordi le sue parole esatte: 'signora basta, non può venire ogni giorno qui con i suoi figli a disturbare, sua figlia è scappata di casa, lo vuole capire o no?' Tornò a casa piangendo, persa nel suo dolore dove spesso nemmeno noi riuscivamo a raggiungerla. E quando gli avvocati di uno degli indagati, attingendo a fonti confidenziali, ci dissero che eri in Albania? Noi pensammo subito ad un ennesimo depistaggio, ma da lassù sono certo che avrai visto per un attimo una scintilla negli occhi di mamma, era il riflesso sepolto della segreta speranza di saperti ancora in vita.
Pensa adesso se a qualcuno venisse in mente di andare a chiedere loro quali erano queste fonti confidenziali, capisci sorellina quale imbarazzo sarebbe per due stimati professionisti dover dare spiegazioni su questa vicenda? E infine, ripeto, far ritrovare i tuoi miseri resti in una chiesa, questo proprio dovevi evitarlo. Il vescovo, il parroco, il vice e giù fino all’ultimo anello della catena sono ora costretti a spiegare come, quando, chi? E già, sarebbe stato tutto così semplice, lineare, se fosse stato vero che un’impresa edile, nell’effettuare lavori di riparazione, avesse casualmente scoperto il tuo corpo. Invece no, tutto complicato in questa maledetta faccenda e ancora una volta tutto così imbarazzante. Forse sono state prima le donne delle pulizie, no scusa, il viceparroco, no lui non ne sapeva niente, era gennaio, no febbraio, sì, ma di quale anno? Il vescovo dice di non sapere, non ammette oggi di aver saputo ma non pensava che fossi tu (come se ciò facesse la differenza), però il giorno dopo il ritrovamento, con il suo avvocato si affretta a rassicurare i fedeli che la chiesa riaprirà presto al culto (era sicuramente questa la cosa che la città sconvolta voleva sapere per prima); il parroco sfida chiunque a dimostrare che lui sapesse, il vice sapeva ma se n'era dimenticato.
Da ultimo proprio ieri ho saputo sorellina, che qualcuno circa un anno fa, nei bagni del Gran Caffè aveva scritto più volte con un pennarello, Elisa Claps è nella Trinità, un altro matto certamente. Sai sorellina, sembra quasi che nessuno volesse trovarti ma che tanti sapessero dov'eri, forse devono aver fatto un pensiero profondamente cristiano, è stata buttata lì per tanti anni, anno più anno meno che cosa cambia? Oggi sorellina rischi di mettere in imbarazzo la parte buona di questa città, quella che non si è mai arresa, quella che si è stretta intorno a te e ha pianto con noi, quella che gridava verità e giustizia, quella che ripudia i compromessi, il quieto vivere, le consorterie e gli intrallazzi, quella che ha il coraggio di chiedere conto a tutti, che siano uomini di chiesa o di potere. Ti lascio, ma solo per il momento, e stai tranquilla, i tuoi cari non mollano, non temono la verità e se ne fregano di quanti imbarazzi possano ancora creare, la vergogna è solo la loro, noi siamo gente perbene».
IL MISTERO USTICA. Il 27 giugno 1980, alle 21 circa, i radar cessavano bruscamente di registrare la traccia dell'Itavia 870, un Dc-9 in volo tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone di cui 13 bambini. L'aereo sembrava scomparso, ma dopo alcune ore, spese in frenetiche quanto false ricerche, si raggiungeva la certezza che era caduto in mare a nord dell'isola di Ustica. Nessun superstite tra gli 81 passeggeri.
IL MISTERO BOLOGNA. Trenta anni di indagini e sentenze.
Ecco un riepilogo della lunga inchiesta giudiziaria, tra depistaggi di servizi deviati e colpi di scena, su quel 2 agosto 1980, quando una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna causando 85 morti e 200 feriti. Quello di Bologna è stato l'attentato più grave della storia italiana ed è avvenuto poco più di un mese dopo la strage di Ustica sull'aereo partito da Bologna.
28 AGO 1980: arrestate diverse persone sulla base delle rivelazioni del pentito Giorgio Farina. Gli ordini di cattura sono 47 in tutto. Nella primavera del 1981 per competenza territoriale Bologna passa a Roma le indagini su 44 dei 47 indagati. Nell'aprile 1986 Roma scagiona tutti dall'accusa di associazione sovversiva.
6 FEB 1981: arrestato Giuseppe Valerio 'Giusva' Fioravanti, accusato anche di concorso nella strage di Bologna.
1 GIU 1981: si forma l'Associazione dei familiari delle vittime della strage.
5 MAR 1982: arrestata Francesca Mambro, colpita, tra le altre accuse, da un mandato di cattura per concorso nella strage. Lei e il suo compagno Fioravanti sono stati accusati da Massimo Sparti.
14 GIU 1986: 20 persone sono rinviate a giudizio per la strage.
19 GEN 1987: comincia a Bologna il processo di primo grado. L'11 luglio 1988 la seconda corte d'assise condanna all'ergastolo per il reato di strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco, per calunnia pluriaggravata a 10 anni di reclusione Licio Gelli (cinque anni condonati), Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte (tre anni condonati ciascuno). Otto le condanne per banda armata.
25 OTT 1989: comincia il processo d'appello. Il 18 luglio 1990 la corte d'assise d'appello annulla i quattro ergastoli inflitti in primo grado a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco e li assolve dall'accusa di essere gli autori materiali della strage. La sentenza condanna per concorso nel reato di calunnia Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte a tre anni di reclusione ciascuno, tutti condonati. Per banda armata Valerio Fioravanti è condannato a 13 anni, Francesca Mambro a 12 anni, Gilberto Cavallini a 11 anni ed Egidio Giuliani a otto anni.
12 FEB 1992: la Corte di Cassazione a sezioni unite annulla la sentenza d'appello con rinvio ad un processo d'appello bis.
16 MAG 1994: una sentenza della prima corte d'assise d'appello di Bologna condanna all'ergastolo per la strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco, mentre assolve Massimiliano Fachini. Per il depistaggio delle indagini la corte condanna a dieci anni per calunnia aggravata da finalità di terrorismo Licio Gelli e Francesco Pazienza, a otto anni e cinque mesi Pietro Musumeci e a sette anni e 11 mesi Giuseppe Belmonte. Cinque le condanne per banda armata.
23 NOV 1995: le sezioni penali unite della corte di Cassazione confermano la sentenza d'appello che condanna all'ergastolo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, confermate anche l'assoluzione per Massimiliano Fachini e le condanne per Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Per Sergio Picciafuoco la corte di Cassazione dispone l'annullamento della sentenza con rinvio a Firenze.
18 GIU 1996: la corte d'assise d'appello di Firenze assolve Sergio Picciafuoco ''per non aver commesso il fatto'' dall'accusa di strage. Il 15 aprile 1997 la Cassazione conferma l'assoluzione.
30 GEN 2000: una sentenza del tribunale dei minori di Bologna assolve Luigi Ciavardini, ex appartenente ai Nar, dall'accusa di aver partecipato alla strage, ma lo condanna a tre anni di reclusione per banda armata. Ciavardini all'epoca della strage aveva 17 anni.
17 NOV 2005: la procura di Bologna conferma di aver dato vita ad un'inchiesta bis sulla strage, nata dalle risultanze della commissione Mitrokhin. Al centro dei nuovi accertamenti (il fascicolo è contro ignoti) il terrorismo palestinese e due personaggi: il terrorista internazionale Carlos, conosciuto anche come 'lo sciacallo', e Tomas Kram, delle 'Revolutionaere Zellen' tedesche, esperto di esplosivi e legato a Carlos, che pernottò a Bologna nella notte tra l'1 e il 2 agosto, peraltro registrandosi in albergo col proprio nome.
11 APR 2007: la sentenza della Cassazione chiude la stagione dei processi contro Ciavardini. Per la Suprema Corte, che conferma la condanna di Ciavardini a 30 anni di carcere, l'ex Nar ha aiutato Mambro e Fioravanti nell'esecuzione della strage e vi ha partecipato materialmente. Il 24 marzo 2009 a Ciavardini è concessa la semilibertà.
APR 2009: al termine dei cinque anni di libertà condizionata che ha estinto la pena, Fioravanti torna in libertà. Il 7 ottobre 2008 il tribunale di sorveglianza di Roma aveva concesso la libertà condizionale alla Mambro fino al 2013. Mambro e Fioravanti hanno sempre negato di aver messo la bomba alla stazione di Bologna.
IL MISTERO MATTEI. Lunedì 27 ottobre 2008, nel palazzo dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piazza Adriana 3 in Roma, si è svolto un convegno dedicato a Enrico Mattei nel 46° anniversario della sua morte, dal titolo: La straordinaria 'vicenda Mattei' fra oblio e occultamento. Questo in occasione dell’inizio del master dell’'Istituto Enrico Mattei Alti Studi in Vicino e Medio Oriente presieduto dal prof. Moffa, che è ormai noto per la sua instancabile ricerca della verità storica di contro alle "verità storiche rivelate" del politicamente corretto, strumentalizzate a fini di controllo del pensiero.
In quella sede vi era il magistrato Enzo Calia, autore dell'inchiesta sull'attentato aereo di Bascapé in cui morì Mattei. E' la prima volta che il pubblico ministero Enzo Calia parla diffusamente della sua inchiesta, archiviata nel 2005 ma con importante risultato certo: quello in cui morì Mattei fu attentato e non "incidente", come ufficialmente ripetuto per decenni dopo il 1962.
Cominciamo dalle fondamenta, che è allo stesso tempo cronaca dei nostri giorni, l'economia mondiale in crisi, la rovina di tantissimi lavoratori e famiglie, i timidi o difficili tentativi di reazione del capitalismo industriale produttore di ricchezza reale, ai contraccolpi borsistici della finanza transnazionale. Una dialettica oggi forte e eclatante, dopo che alla svolta del secolo il rapporto fra capitale industriale e capitale finanziario ebbe raggiunto il gap di 1 a 10, ma vecchia quasi quanto il capitalismo e già esistente al tempo di Enrico Mattei: figura eccezionale – il fondatore e presidente dell'ENI - di capitalista di stato, sostenitore del sistema misto pubblico-privato, produttore come pochi capitani d'industria italiani di "ricchezza reale" per il benessere e lo sviluppo del suo paese: a cominciare, ma non solo, dalla metanizzazione dell'apparato produttivo nazionale.
IL MISTERO MORO. Sono stati - e sono destinati a restare - i 55 giorni più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi soltanto rievocare il caso Moro vuol dire preparasi ad entrare in un ramificato tunnel di segreti e interrogativi, di domande senza risposta e di inconfessabili trame.
Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso.
Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplificare il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito. Aldo Moro, presidente della DC, per almeno vent’anni personaggio centrale della politica italiana, viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che – per la prima volta dal 1947 - sancisce l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo.
Per rapirlo la sua scorta, composta da cinque uomini, viene sterminata. Il gruppo armato che s’impadronisce di Moro afferma di volerlo processare, per processare tutta la Democrazia Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale. I 55 giorni in cui Moro sarà detenuto in un "carcere del popolo" apriranno infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana, mentre i brigatisti finiranno col dimostrarsi – con i loro documenti miopi e vetusti - completamente avulsi dalla realtà storica del paese.
La fine di Moro è nota: il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo ucciderà, "eseguendo la sentenza", così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR. Quel colpo di pistola, con tanto di silenziatore, risulta assordante ancora oggi.
Cinque diversi procedimenti giudiziari con più di una decina di sentenze, una sesta inchiesta avviata (" Il Moro sesties"); i particolareggiati racconti dei brigatisti rossi ("pentiti" o dissociati); il lungo lavoro di una commissione parlamentare d’inchiesta (la commissione Moro); l’impegno di un altro organismo parlamentare (la commissione stragi); almeno una ventina di libri. Eppure l’ombra di Aldo Moro continua a muoversi nelle segrete stanze del potere con il suo fardello di misteri, di punti non chiariti, di dubbi ed interrogativi.
Anche se il tempo passa e ci allontana sempre più da quei tremendi 55 giorni, il caso Moro continua a rappresentare il nodo dei nodi dei misteri d’Italia.
Sommersi dallo stillicidio di notizie – spesso contraddittorie – che da quasi un quarto di secolo ci vengono propinate con ossessiva regolarità, è sempre più facile giungere ad una conclusione: nell’affaire Moro la volontà di attacco allo Stato di un manipolo di terroristi si è perfettamente intrecciata con la capacità di quello stesso Stato di gestire l’intera, tragica vicenda a proprio vantaggio.
A distanza di tanti anni ancora non sappiamo: quanti brigatisti parteciparono all’assalto di via Fani; se tra loro ci fossero elementi esterni; se quell’attacco fu, in qualche modo, teleguidato; dove Moro fu custodito; cosa effettivamente il prigioniero raccontò ai suoi secondini; chi decise effettivamente di ucciderlo e, soprattutto, perché; che fine hanno fatto "le rivelazioni integrali" (il famoso memoriale Moro).
Non sappiamo neppure se quella delle forze dell’ordine chiamate a liberare il prigioniero fu solo clamorosa inefficienza oppure occulta connivenza con i sequestratori. Sappiamo però che sia gli uomini dei servizi segreti, sia quelli della P2 nel caso Moro ebbero un ruolo per certi versi determinante.
L’eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate dall’On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa accadde in quella primavera del 1978.
Dice Galloni: "Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati all'interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di questo".
Altre inquietanti testimonianze intervengono a a dissipare la nebbia disinformativa.
La testimonianza di Francesco Fonti raccolta da Riccardo Bocca.
Il pentito della 'ndrangheta Francesco Fonti rivela come, dietro richiesta di parte della Democrazia cristiana, cercò la prigione di Aldo Moro durante il suo rapimento: dai contatti con il Sismi a quelli con la banda della Magliana e Cosa Nostra. Fino all'incontro con il segretario Dc Benigno Zaccagnini.
Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da "L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre 2009, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive. Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici). E sempre Fonti decide di rivelare all’espresso un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane, pubblicato da “L’espresso” del 22 settembre 2009.
"Il mattino del 20 marzo 1978 si presenta nel mio appartamento a Bovalino, sulla costa jonica in provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano che in quel momento è al vertice della famiglia di San Luca: "Sebastiano ti vuole incontrare immediatamente", dice Giuseppe. E sono parole che non prevedono repliche. Sebastiano non è soltanto il mio capo, ma anche uno degli uomini più potenti della 'ndrangheta. Dunque non discuto e obbedisco, ritrovandomi poco dopo seduto al tavolo ovale del suo salone. Sono preoccupato, non so cosa aspettarmi, ma lui non perde tempo: "Ciccio, hai visto questa brutta storia di Aldo Moro?", dice. "Ecco, dobbiamo intervenire. Devi salire di corsa a Roma. Devi individuare, tramite i nostri paesani e i contatti che hai con questi cazzi di servizi segreti, dove si nascondono i brigatisti che hanno rapito il presidente".
Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese), ma anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.
Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della 'ndrangheta. Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.
Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto. Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente".
Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti. Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me. "Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all'agente Pino".
La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona". Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.
A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei carcerieri di Aldo Moro. "So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini". Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente. Ci vediamo il 25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a quello?", conclude con un'altra risata.
Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo. Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti. Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un 'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo. Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: "Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli", dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c'entra con Moro".
A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l'intervento di Giovannone). "Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto. In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.
È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato. Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.
Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l'onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio'. Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica. Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone"). È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade. Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in contatto tramite Pino".
La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro. Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe politica. Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell'organizzazione), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte. Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. "Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco, "e troverete i carcerieri di Aldo Moro". "Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato. "Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.
Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica. I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: "Moretti, c'è la solita lettera". Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell'Interno". Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.
“Doveva morire”. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta.
Libro di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato.
Il caso Moro è una tragedia per la quale non tutti hanno pagato le loro colpe. Perché il suo sacrificio e quello dei cinque uomini della scorta non sia vano, scrivono gli autori, occorrono ulteriori indagini e l'istituzione di una commissione d'inchiesta internazionale, formata da giuristi indipendenti. Dopo decenni, nonostante il tempo abbia portato a naturale declino molti dei motivi ispiratori di quella triste stagione, resta a noi la sensazione di un cammino incompiuto della democrazia nel nostro Paese. Un Paese che non sa fare i conti con il proprio passato cammina a rilento, circondato da troppe ombre e da troppi fantasmi.
«Vede, a coloro che lo hanno fatto uccidere non posso stringere la mano….perchè uno può dire li perdono e io nel profondo li ho perdonati. Ma quando li vedo, attraverso la strada e vado dall'altra parte». Nella breve intervista posta a conclusione del libro-inchiesta scritto dal giudice Ferdinando Imposimato e dal giornalista Sandro Provvisionato, Eleonora, moglie di Aldo Moro, lo statista democristiano sequestrato e assassinato dalle Br, non pronuncia mai i nomi dei "quattro stupidi mascalzoni" le cui "perverse mire" hanno causato la morte di un innocente. Ma quei nomi ricorrono nelle oltre 350 pagine di minuziosa ricostruzione di uno dei grandi misteri mai compiutamente risolti della storia italiana del dopoguerra. I nomi non sono solo "di quei poveretti" che gli hanno sparato, ma anche e soprattutto dei dirigenti DC, Andreotti e Cossiga in testa, che nulla fecero, meglio tutto misero in atto per impedire l'apertura di un canale di trattative per liberare l'amico di Partito, simbolo non solo del gruppo dirigente democristiano, ma responsabile dell'apertura al Pci, del tentativo di cancellare " il fattore K " ovvero l'esclusione pregiudiziale dei comunisti da qualsiasi ipotesi di governo o di maggioranza.
" Doveva morire ". A partire dal titolo, il libro di Imposimato e Provvisionato indica con nettezza una tesi. Aldo Moro è stato volutamente abbandonato al suo destino dal gruppo dirigente DC e non per la superiore " ragion di stato ", ovvero la volontà di non cedere al ricatto terrorista. La sua morte dopo il sequestro, a giudizio degli autori, non aveva alternative "per stabilizzare la situazione interna e salvare milioni di italiani dal comunismo". Non solo: l'allora ministro degli Esteri conosceva troppi segreti, dall'organizzazione paramilitare Gladio allo scandalo Lockheed, dai finanziamenti occulti della Dc all'affare Montedison fino ai veri burattinai di quel processo di destabilizzazione che tenne sotto scacco per troppo tempo il nostro Paese, passato sotto il nome di strategia della tensione.
Libro di parte, dunque. Imposimato è uno dei magistrati incaricati dell'indagine poi arenatasi per l'incomprensibile decisione di avocare l'inchiesta alla procura generale, togliendo ogni capacità investigativa ai giudici istruttori. E' lui "la voce narrante" dell'inchiesta, cucita dalle abili mani di un cronista di razza, Sandro Provvisionato, responsabile degli speciali del Tg 5 e con alle spalle una lunga carriera e dodici anni trascorsi all'Ansa, da praticante fino a capo della redazione politica. La tesi non è perciò frutto di un generico anatema, ma la puntigliosa ricostruzione dei cinquantacinque giorni del sequestro e dei fatti che precedettero e seguirono il tragico evento. Un'inchiesta densa di fatti, documenti, testimonianze che fanno da supporto all'ipotesi istruttoria. Il filo da dipanare si presenta con tale groviglio che non tutti i nodi si sciolgono al termine della disamina. Ci sono parti, soprattutto relative al coinvolgimento di servizi segreti di altri paesi o ai legami del terrorismo internazionale, che si fermano sulla soglia di ipotesi, sia pure plausibili. Sono invece le pagine dedicate alla ricostruzione del sequestro che si presentano con un impianto di indiscutibile robustezza.
Una particolare citazione merita il capitolo delle occasioni mancate, ovvero delle opportunità di giungere alla prigione dove era tenuto Aldo Moro o all'arresto di carcerieri e complici. Il 18 marzo 1978, solo due giorni dopo la strage di via Fani, i poliziotti bussano alla porta di via Gradoli, dove vivono il capo delle BR Mario Moretti e la sua compagna Barbara Balzerani, due dei brigatisti che componevano il commando di via Fani. Gli agenti non ottengono risposta e se ne vanno. La base brigatista verrà scoperta trentadue giorni dopo il rapimento. La prigione di via Montalcini viene ufficialmente trovata solo nel 1980. Ma l'Ucigos, struttura di servizi alle dirette dipendenze del ministro degli interni, c'era arrivata due anni prima raccogliendo significative testimonianze degli inquilini rimaste senza esito. Infine l'incredibile vicenda dell'appartamento di Via Monte Nevoso 8 a Milano, forse la ricostruzione più completa e ricca di documentazione tra le molte proposte di questi anni sul caso. Nello stabile i carabinieri fanno irruzione il primo ottobre 1978, a ridosso della nomina del generale Dalla Chiesa a capo dei reparti speciali antiterrorismo. Nel blitz vengono catturati i brigatisti Nadia Mantovani, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma soprattutto viene trovato il memoriale Moro. Tutto? No, perché a dispetto di cinque giorni di attento scandaglio, ai militari stranamente sfugge una parte dei manoscritti, celata dietro un pannello in cartongesso che verrà rimosso dodici anni dopo dai nuovi inquilini. Dietro quel fragile paravento verranno fatte trovare le carte più scottanti del memoriale, le risposte dello statista DC alle domande scritte di Moretti. Guarda caso, quelle domande riguardano proprio i misteri prima ricordati, da Gladio in poi, che rendevano crudelmente improponibile il ritorno alla libertà di Aldo Moro.
Il duro j'accuse contro i dirigenti DC alla guida del governo in quei giorni drammatici, Andreotti e Cossiga in testa, è condotto con rigore documentale. «Nella storia del delitto Moro la prudenza è d'obbligo- scrive Imposimato nelle conclusioni- Occorre evitare di passare da una verità di comodo a una scarsamente dimostrata. Ma occorre anche evitare l'errore opposto: pretendere prove matematiche e assolute, granitiche per dimostrare un fatto. La verità non è facile da scoprire, ma non è possibile chiudere gli occhi di fronte a una storia che ha nei documenti occultati e fortunosamente ritrovati il suo fondamento indiscutibile. Con l trascorrere degli anni e l'acquisizione di nuove prove – afferma Imposimato – e soprattutto dopo il lavoro di redazione di questo libro mi appare chiara una cosa: il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estranea l'appoggio della Raf e l'interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa. Ma ha rappresentato il punto di convergenza di interessi disparati. In questa operazione perfettamente riuscita, sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia (Ferracuti, criminologo che tracciò il profilo del Moro non più Moro dentro il covo delle Br), del Kgb (l'agente Sokolov presentatosi a Moro come studente borsista), la mafia (Pippo Calò che si interessò con i suoi contatti con la Banda della Magliana per scoprire il covo) ed esponenti del governo (Cossiga ministro dell'interno ed Andreotti presidente del Consiglio), gli stessi inseriti nel comitato di crisi. Tutti questi dopo il 16 marzo 1978, hanno vanificato le opportunità emerse per salvare la vita di Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo».
IL MISTERO SULLA MASSONERIA. L’inchiesta portata avanti da De Magistris probabilmente tocca quello che a nostro parere è il problema più grosso del nostro stato, da decenni: i rapporti tra criminalità organizzata, politica e finanza. Pochi si ricordano dell’inchiesta che nel 1992 Cordova fece sulla massoneria calabrese. E pochi hanno notato le similitudini con l’attuale inchiesta di De Magistris. Vale la pena ricordarle.
IL MISTERO PEDOFILIA. Quanto ha svelato la maxi-inchiesta di Torre Annunziata sulla pedofilia via Internet, va al di là di ogni immaginazione. Centinaia, forse migliaia, di piccoli seviziati. Bambini stuprati, uccisi e filmati. L’allarme, tuttavia, era stato lanciato da tempo. Un numero incredibile di persone sparisce ogni giorno nel nulla, soprattutto giovanissimi. Molti di loro si trovano, di altri non se ne sa più niente. E’ come se si fossero volatilizzati, spariti. Nel mondo spariscono ogni anno molte migliaia di persone. Ogni anno in Italia sono dichiarati scomparsi oltre 2000 minori. Alcuni di loro tornano a casa da soli, altri vengono ritrovati dalle Forze dell'Ordine, altri ancora non hanno mai fatto ritorno.
IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE. Il mostro di Firenze: quella piovra insinuata ai vertici dello Stato. Una strage di Stato mai chiamata come tale. Nella vicenda del mostro di Firenze è stato scritto tanto. E i dubbi sono tanti. Pacciani era davvero colpevole? C’erano veramente dei mandanti che commissionavano gli omicidi? Pochi si sono occupati invece di un aspetto particolare di questa vicenda: i depistaggi, le coperture eccellenti, le morti sospette.
IL MISTERO MOBY PRINCE. Si delineano nuovi sconcertanti scenari per la tragedia del Moby Prince, il traghetto sulla rotta Livorno - Olbia che appena uscito dal porto alle 22:27 del 10 aprile 1990, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, provocando la morte di 140 persone bruciate vive perché rimaste per un'ora senza il minimo soccorso.
Il legale di parte civile, avrebbe scoperto prove mai esaminate nel corso delle numerose inchieste che si sono succedute negli anni attorno alla vicenda che, per il muro di omertà che la circonda ed i suoi risvolti internazionali, è stata definita “Ustica del mare”.