foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

IMPUNITA’

QUANDO LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI

“L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

Di Antonio Giangrande

Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.

Italiani: raccomandati e pure bugiardi.

Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.

A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".

Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.

Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!

In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.

In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.

I MAGISTRATI

CORSI E RICORSI STORICI: QUANDO LE COSE IN ITALIA NON CAMBIANO MAI.

C'è differenza tra fare il giudice ed essere giudice.

In Italia si diventa magistrato per concorso pubblico, così come può essere un concorso all'italiana. Spesso si è predestinati per discendenza nell'assolvere quel compito, per interesse familistico od ideologico. Quindi non si può essere certi che chi siede sullo scanno sia all'altezza del suo compito. La magistratura è un mestiere? Una missione? Una predisposizione? La risposta la dà Dante Troisi con “Diario di un giudice”.

Ancora “insuperato” nel suo genere, per riprendere una definizione di Italo Calvino, il Diario di un giudice di Dante Troisi è un libro problematico, di potente carica morale, permeato fino al midollo da un severo sguardo sul mondo dei vinti, degli sconfitti di una società meridionale primitiva e solitaria. Scrittore acutissimo e raffinato, Troisi racconta la sua vita di giudice in una Cassino ancora distrutta e avvolta dalle macerie della guerra, ma abitata da giudici e avvocati che regolano, giudicano, accusano, condannano e assolvono i molteplici componenti di un tempo terribilmente arcaico.

Quando venne pubblicato nel 1955 questo diario fece scandalo. Fu ritenuto lesivo per l’ordine giudiziario e l’autore, giudice a Cassino, fu sottoposto a procedimento dalla Corte disciplinare di Roma che si concluse con una censura. Una parola odiosa allora come oggi. Il libro, con evidenza autobiografico, rivelava con crudezza come si amministrava la giustizia: in forma di diario, con linguaggio essenziale, raccontava la vita di ogni giorno in un tribunale alternando verbali di carabinieri e interrogatori, con il racconto dei casi della povera gente. Ne emergono due mondi lontanissimi fra loro: quello della giustizia e quello del popolo in nome del quale essa viene esercitata. Non vi sono parole più efficaci per raccontare il “Diario di un giudice” di quelle della recensione che Alessandro Galante Garrone ne fece sulla «Stampa» nell’agosto del 1955: «Un giudice vero, di quelli che siedono in tribunale, distanti impassibili immoti nella loro nera toga; un giudice che non solo racconta quel che giorno per giorno gli passa dinanzi, ma dalla sala di udienza ti introduce di soppiatto nella camera di consiglio e ti rivela le pieghe più minute di quel mondo arcano, inaccessibile ai profani; scruta e osserva i colleghi e gli avvocati, senza indulgenza, anzi con ironia amara e crudele; e sente l’angoscia e il disgusto di sé, di quel fare giustizia ridotto a mestiere, e il lento franare delle speranze in una “giustizia nuova”. Ma nel libro c’è, prima di tutto, una mirabile vivacità di scrittore». Il tema della giustizia, del potere, delle garanzie non ha mai perso la sua centralità nell’Italia repubblicana. Oggi come negli anni Cinquanta. Una questione cruciale della nostra società nel racconto di uno scrittore impietoso e di talento.

Tra testimonianza e finzione in forma di diario e con linguaggio essenziale, la vita di ogni giorno in un tribunale; con verbali di carabinieri e interrogatori e il racconto dei casi della povera gente. Ne emergono due mondi lontanissimi fra loro: quello della giustizia e quello del popolo in nome del quale essa viene esercitata. Una riflessione, dolente, impietosa, sul fare giustizia. Diario di un giudice uscì nel 1955 nei «Gettoni», celebre collana diretta da Elio Vittorini per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l’autore finì nei guai. Per averlo scritto, «diffamando la magistratura», il giudice Dante Troisi fu sottoposto a provvedimento disciplinare e sanzionato con una «censura». Elio Vittorini interpretò il testo sottolineando il suo essere specchio di una «società primitiva, impetuosa e insieme come stupefatta di non riuscire ad avere altro di civile che avvocati e giudici». Tra testimonianza e finzione, il libro si presenta al lettore come un diario nel vero senso della parola, in cui un uomo che di mestiere giudica gli altri, destinato per ufficio a una cittadina meridionale, riversa giorno per giorno, a ciglio asciutto, dal lunedì alla domenica, tutto ciò che gli capita, nel lavoro, in famiglia, tra colleghi, in città. E ciò che succede nella sua coscienza.   Così, accanto alla rappresentazione di una società inesorabilmente arretrata e di magistrati che si sentono non uomini di giustizia ma d’ordine quasi fossero l’occhio vigilante di una gerarchia il cui corpo morale è costituito dal prete, dal medico, dal militare, dal signore, la lettura fa oggi l’effetto di una riflessione, dolente, impietosa, sul fare giustizia. Una riflessione resistente al tempo. 

Mentre scava nella coscienza dell’imputato, il giudice lacera la sua. Registra, con uno stupore non logorato dalla routine, il consegnarsi del dolore del vivere, che si libera senza ritegno e senza mediazioni nella camera rituale. Scruta facce e storie misteriosamente predestinate alla colpa, che non hanno dalla loro nemmeno la fortuna di suscitare pietà. S’interroga su come l’arbitrio sugli esseri umani possa diventare un campo di interessi e di favori. Riconosce quell’aria conventuale, quel tanfo di sagrestia che terribilmente sembra separare i magistrati dalla vita. Infine, confessa come un segreto di cui è urgente liberarsi, l’attrazione angosciosa che esercita il potere di giudicare. «Ho la vocazione a fare il giudice. Mi sono agitato per negarlo, ma in questa professione ho il migliore rifugio, la difesa più sicura».  Diario di un giudice è un racconto di concreta verità e insieme una meditazione di grande fervore esistenziale.  Questo mescolarsi di cronaca sociale e confessione ne fa un classico: forse il più importante romanzo su un giudice mai pubblicato in Italia.

Troisi, se il giudice non è al di sopra di ogni sospetto. Questa l'analisi del giurista Carlo Federico Grosso su "La Stampa". Nel racconto di Dante Troisi, uscito la prima volta negli Anni Cinquanta, "l'angoscia per quel fare giustizia ridotto a mestiere". Ritorna la denuncia impietosa sulla magistratura che negli Anni Cinquanta costò all’autore una condanna disciplinare. Nel suo Diario Troisi racconta, giorno, dopo giorno ciò che gli capita in ufficio, nel rapporto con i colleghi, in famiglia. E spiega ciò che succede nella sua anima: sentendo «crescere l’angoscia per quel fare giustizia ridotto a mestiere» e per «quel lento franare delle speranze in una giustizia nuova» (Galante Garrone, su La Stampa, in una bella recensione del 1955 alla prima edizione).

Nel libro di Troisi, ora ripubblicato cinquant'anni dopo da Sellerio, si alternano resoconti di processi, rapporti di carabinieri, storie (piccole o terribili) di povera gente di provincia, riflessioni personali. Soprattutto si affiancano mondi fra loro lontanissimi: lembi di una società arretrata e dolente, predestinata a delinquere e inesorabilmente condannata, una magistratura (fatta di uomini d’ordine più che di giustizia) che, pur esercitando la funzione giudiziaria «in nome del popolo sovrano», quel popolo considerava un suddito fastidioso, nei cui confronti occorreva, principalmente, utilizzare la durezza delle leggi. Emergono, per altro verso, i rituali della carriera, il gusto del potere, l’arbitrio sulle persone, l’interferenza degli interessi, o, comunque, le modalità burocratiche con le quali si esercita, molte volte, il mestiere giudiziario. C’è, poi, la descrizione delle antipatie, delle gelosie, delle compiacenze (nei confronti dei superiori e della gerarchia ministeriale), dell’isolamento (quell’aria «conventuale» che allontana i magistrati dalla vita). Perché, si domanda a un certo punto l’autore, quando affrontiamo il tema dell’efficienza ci chiediamo se è stato celebrato un numero sufficiente di processi e mai se si è giudicato in modo giusto? Perché molti magistrati non vivono con la preoccupazione di operare bene, ma, piuttosto, di riuscire graditi ai superiori? E poi, in un crescendo, c’è la denuncia delle sciatterie, dei pregiudizi, delle arroganze, delle intransigenze. C’è ad esempio, annota lo scrittore, il pubblico ministero che, comunque vada il dibattimento, ha già segnato la misura della pena; il presidente che controlla l’orologio e conta i processi da sbrigare; il giudice che pensa palesemente ad altro. C’è il giudice che, giovanissimo, procede convinto di esercitare una missione (al quale mai, pertanto, verrebbe in mente di «far prevalere la pietà sulla durezza della legge»), e c’è il giudice che, segnato dalle esperienze o dalla frustrazione, condannerà o assolverà con fastidio routinario (ma in fondo, soggiunge l’autore, non so chi dei due sia peggiore).

Siamo «tabù», soggiunge Troisi, ci sentiamo divinità, non accettiamo critiche. Molte volte siamo, con gli imputati, come i medici con i malati poveri (con riferimento ai quali, essendo pagati in misura forfettaria, sentono, ad ogni nuovo arrivo, soltanto fastidio). Per altro verso i nostri figli, standoci vicini, crederanno che il mondo sia diviso in buoni e in cattivi, e noi «dalla parte dei buoni» (oggi basta infatti infierire contro qualcuno per farsi catalogare fra i giusti; quindi «nessuno è più giusto di noi»). Vorrei, invece, egli scrive, che gli imputati capissero che siamo «zeppi di difetti, di dolori, di noia, di ambizioni, di desideri meschini». Forse, soggiunge, «essi lo intuiscono», siamo noi che «troppo sovente ce ne dimentichiamo, e non ci giova». Diario di un giudice è dunque, come ha scritto un acuto commentatore, «racconto di concreta verità e insieme una meditazione di grande fervore esistenziale». Questo «mescolarsi di cronaca sociale e di confessione personale» ne fa, forse, «la storia più importante mai pubblicata in Italia su giudici e giustizia». Si tratta, d’altronde, di una riflessione resistente al tempo, tuttora di grandissima, sconvolgente, attualità.

La magistratura, oggi, è molto diversa da allora (ma l’intera nostra società ha mutato pelle, è diventata più ricca, complessa, articolata). Costume e mentalità sono cambiati, non c’è più quel «sistema d’ordine» in forza del quale il magistrato si sentiva «occhio burocratico vigilante» di una gerarchia della quale erano parte il prete, il militare, il poliziotto, il signore (bellissima la descrizione di questa situazione a p. 222 della nuova edizione del Diario). E’ scomparsa quella «società primitiva», descritta in modo così ricco e penetrante, sulla quale si esercitava allora, senza controlli, la coercizione giudiziaria. La Costituzione, e i suoi diritti, si sono pian piano incarnati nel Paese, ed anche i magistrati hanno dovuto tenerne conto (molti di essi, anzi, negli anni settanta sono stati protagonisti del cambiamento).

Eppure, quella denuncia impietosa mantiene l’originaria forza propulsiva. Oggi, come allora, Troisi insegna che qualità primarie del giudice dovrebbero essere attenzione, sensibilità, umanità, coscienza critica. Guai a chi esercita il mestiere con arroganza, a chi si lascia abbagliare dalla funzione esercitata, a chi si pavoneggia con la «nobile» professione conquistata, e poi, magari, la interpreta in modo routinario, sciatto, superficiale (pensando, soprattutto, alla carriera, alle ferie, al rapporto con il capo). Oggi, sicuramente, nell’ordine giudiziario vi sono molti più «Troisi» di un tempo. Sacche d’ignavia, compromesso, piaggeria, favori chiesti e ricambiati, o, per altro verso, di arroganza e prepotenza, sono comunque perduranti. Sono ancora sul tappeto, in particolare, i temi centrali di una giustizia più «giusta», di un ordine giudiziario che non sia in larga misura espressione di potere, di una magistratura attenta alle garanzie dei cittadini.

Ecco perché il Diario di un giudice, nonostante i grandi cambiamenti, mantiene, intatta, la sua efficacia dirompente. Vale la pena ricordare, a questo punto, che nel 1956 Troisi fu condannato (disciplinarmente) per avere infangato, con il Diario, l’ordine giudiziario; e che nel 1974, a seguito dello scioglimento (nel 1973) della «sezione penale» della quale era diventato presidente («ha dato fastidio – ha commentato Troisi in una conferenza stampa - che questo collegio non si limitasse a sfogliare il codice per comminare condanne e cercasse, invece, di capire perché era stato commesso un reato»), diede le dimissioni lasciando anzitempo la magistratura.

L’altra casta. Ecco le toghe multistipendio.

La casta dei magistrati: doppi incarichi, consulenze e indennità che si accumulano.

Il governo Monti squarcia il velo dei doppi incarichi. Consulenze, cumulo di stipendi e conflitti di interesse. Il Resoconto di Francesco Grignetti su “La Stampa”.

È davvero arrivata l’era della trasparenza. Il governo per la prima volta squarcia il velo dell’oscurità e presenta in Parlamento i dati su stipendi e doppi incarichi, o terzi, o quarti, dei magistrati italiani. Non soltanto gli ottomila della magistratura ordinaria, ma anche quelli in organico all’Avvocatura dello Stato, Tar, Corte dei Conti, Consiglio di Stato. Nel mazzo c’è davvero di tutto. Si va dal rigorosissimo Giuseppe Esposito, magistrato del Tar di Napoli, che partecipa a incontri con le scolaresche di Vico Equense e devolve gli 800 euro di compenso alla biblioteca scolastica, al caso ben diverso del consigliere di Stato Gabriele Carlotti che, oltre lo stipendio regolare, riceve dall’Autorità per l’Energia 100 mila euro l’anno in quanto responsabile della direzione Affari giuridici. Un’operazione di glasnost senza precedenti resa possibile da un emendamento del deputato Roberto Giachetti, Pd, che chiede di fissare paletti precisi sugli incarichi «fuori ruolo». Già, perché la miriade di doppi incarichi pone problemi etici, possibili conflitti di interessi, commistioni. Ma anche economici. E su tutti sta per abbattersi la scure del tetto da 294 mila euro, pari al guadagno del presidente della Cassazione.

Alcuni numeri, innanzitutto. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha la radiografia dei magistrati ordinari: su 8.734 toghe, sono 227 quelle collocate fuori ruolo, pari al 2,6% del totale. Nell’ultimo anno, poi, il Csm ha autorizzato 1423 incarichi a tempo parziale. «Nella gran parte dei casi si tratta di incarichi di docenza». Perlopiù sono lezioni universitarie e i magistrati in questione incassano poche migliaia di euro.

Altro discorso (e altre cifre) quando il ministro Filippo Patroni Griffi consegna gli emolumenti dei 516 giudici della magistratura amministrativa, i 456 della contabile, i 360 dell’avvocatura dello Stato. Interessante è la dinamica salariale di questi ultimi: incassano stipendi per 54 milioni di euro, da ultimo decurtati per le misure di solidarietà a 53 milioni, più un’indennità particolare detta «propina» che rappresenta altri 55 milioni di euro. Per fare un solo caso esplicativo, il capo dell’ufficio, l’avvocato generale dello Stato, sua eccellenza Filippo Ignazio Caramazza, gode di un trattamento fondamentale di 289 mila euro a cui va aggiunta la «propina» di altri 324 mila euro. Caramazza risulta avere un incarico extragiudiziale in quanto membro della commissione di accesso ai documenti amministrativi. Senza cifre. Pierluigi Di Palma, vicesegretario generale della Difesa, giudice dell’Avvocatura di Stato che incassa 179 mila euro di trattamento fondamentale e 186 mila di «propina», ha ottenuto nel corso del 2011 anche 70 mila euro come consulente giuridico dell’Agenzia spaziale italiana. Risulta essere anche presidente del collegio arbitrale per una vertenza tra Anas e Asfalti Sintex, ma non è indicato l’emolumento. La categoria dei giudici amministrativi - provenienti da Tar e Consiglio di Stato - rappresenta la spina dorsale dei ministeri. Sono moltissimi quelli che hanno il doppio incarico di giudice e di capoufficio legislativo o capogabinetto. Il più noto è forse Filippo Patroni Griffi, presidente di sezione del Consiglio di Stato. In quanto ministro alla Pubblica amministrazione è colui che ha portato questi dati in Parlamento e doverosamente ha inserito anche i dati che lo riguardano. Patroni Griffi comunica quindi di essere fuori ruolo dal momento della nomina nell’Esecutivo. Da quella data guadagna 17 mila euro al mese in quanto ministro. Ha appena esaurito anche l’incarico extragiudiziario di presidente del Consiglio arbitrale in una vertenza tra Fiat e Tav, percependo 76.950 euro netti. Da questi elenchi emerge una raffica di doppi incarichi: Michele Buonauro cumula l’incarico di giudice del Tar con la consulenza giuridica all’Autorità per le Comunicazioni e che per due giorni a settimana di impegno incassa 35 mila euro lordi; Paolo Carpentieri ottiene 60 mila lordi come capo dell’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali; Giuseppe Caruso prende 58 mila lordi in quanto membro della commissione di valutazione dell’impatto ambientale al ministero dell’Ambiente; il sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà è fuori ruolo e incassa 25 mila euro netti annui dalle funzioni di segretario del Consiglio dei ministri; Claudio Contessa incassa 73 mila euro per l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro; Roberto Garofoli ottiene 70 mila euro lordi in quanto capo di gabinetto del ministro per la Pubblica amministrazione. Di moltissimi poi lo stesso ministero non ha ancora i dati sugli emolumenti e si riserva di comunicarli. 

ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.

Sono stati sorpresi mentre si scambiavano una mazzetta di quattromila euro. Così sono stati presi, in flagranza di reato, il giudice Pietro Vella e l'avvocato Fabrizio Scarcella. I due sono stati arrestati il 13 marzo 2012 su ordine di cattura firmato dal gip del Tribunale di Potenza su richiesta della locale procura della Repubblica che è competente per i procedimenti a carico dei magistrati di Taranto. Vella e Scarcella, che operavano nel settore civile, portati nel carcere del capoluogo jonico devono rispondere di concussione. I carabinieri di Taranto che hanno indagato su delega della procura hanno sorpreso i due in flagranza di reato mentre si scambiavano una mazzetta di quattromila euro. La vicenda riguarda una presunta concussione ai danni di un imprenditore di Taranto titolare di una grossa stazione di servizio. L'uomo aveva un contenzioso con la compagnia petrolifera che minacciava di ritirargli il marchio. L'avvocato Scarcella avrebbe fatto avvicinare l'imprenditore da un suo collaboratore che lo avvisava di una prossima visita degli ispettori delle Entrate che lo avrebbero rovinato. L'emissario consigliava quindi di rivolgersi al legale che avrebbe risolto il problema. All'appuntamento con l'avvocato Scarcella l'imprenditore avrebbe ricevuto la proposta di una mazzetta di ottomila euro che il legale avrebbe diviso con il giudice Vella al quale toccava il compito di aggiustare il contenzioso con la compagnia petrolifera. L'imprenditore avrebbe finto di accettare l'accordo raccontando tutto ai suoi avvocati e ai carabinieri che avrebbero organizzato la trappola. Con una telecamera nascosta, il presunto concusso si sarebbe recato in mattinata nello studio dell'avvocato con la prima tranche della mazzetta di quattromila euro in banconote tutte precedentemente fotosegnalate. Per tutto il pomeriggio i carabinieri hanno pedinato l'avvocato che si è incontrato con il giudice al quale avrebbe consegnato la sua parte di banconote. A quel punto è scattata la trappola.

Ma il giudice non è nuovo agli altari della cronaca. Ruolino di marcia disastroso anche per Pietro Vella, giudice a Taranto. Le sue sentenze arrivavano dopo il periodo previsto: con 700-800 giorni di ritardo in 14 casi (in 12 dei quali superiore a due anni); 800-900 giorni dopo il tempo stabilito in 28 casi; con 900-1.000 giorni di troppo dopo in 28 casi. Vella ha addirittura infranto 47 volte il muro dei 1000 giorni; in 21 di questi 47 casi ha cincischiato più di tre anni e 5 volte ha indugiato più di quattro anni, con una punta massima di 1684 giorni. Per la sezione disciplinare del Csm si tratta di «ritardi pluriennali gravemente lesivi del generale interesse pubblico... sintomatici di negligenza e di insufficiente laboriosità, nonché di inadeguata capacità di organizzazione del lavoro giudiziario». Risultato: l’ammonimento !!!

Ma ci sono altri precedenti di arresti eccellenti. Il pubblico ministero di Taranto, Matteo Di Giorgio, è stato arrestato dai Carabinieri del Comando provinciale di Potenza con l’accusa di concussione. Di Giorgio è stato arrestato al termine di un’inchiesta avviata nel 2008. Secondo quanto è stato possibile apprendere, i Carabinieri hanno cominciato ad indagare dopo una serie di denunce presentate da cittadini che si ritenevano danneggiati dal magistrato. Le indagini hanno permesso di stabilire che Di Giorgio avrebbe compiuto atti contrari al suo ufficio e avrebbe ricevuto in cambio numerose utilità, ma non denaro. L'inchiesta è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Potenza, competente sui magistrati del Distretto della Corte di Appello di Lecce.

Il procuratore chiedeva tangenti. Arrestato Marabotto: 30% su false consulenze.

Giuseppe Marabotto era scampato a un primo processo per un serio reato (aveva rivelato a un indagato che il suo telefono era sotto controllo). Chiacchierato da molti anni e divenuto procuratore di Pinerolo, ha costruito in una tranquilla periferia giudiziaria un regno personale e il malaffare perfetto per chi, come lui, si sentiva impunito stando dalla parte della legge: 11 milioni di euro sottratti allo Stato sotto forma di consulenze fiscali seriali ed inutili ai fini di azioni giudiziarie. Si sapeva dal 2005. Si sa anche che i commercialisti e consulenti della procura restituivano a un suo collettore il 30 per cento. «Ci sono spese da sostenere» veniva detto loro. In tre hanno confessato. Pesanti le accuse: corruzione, associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato. Il magistrato, che in questi anni da indagato è riuscito prima a farsi trasferire alla Corte d’appello di Genova e ad andare poi in pensione, è stato arrestato e portato da Torino nel carcere di Pavia insieme al commercialista Ruggero Ragazzoni. Gli altri due ammanettati di giornata, il professionista Mario Emanuele Florio e il ginecologo, medico legale anche per pm torinesi e collettore delle tangenti, Dario Vizzotto, sono stati destinati al carcere di Opera. Ma il secondo a sera era ancora in procura, a Milano, interrogato su richiesta del suo legale (Mauro Anetrini). Tirava aria di confessione.

Magistrati di spicco, politici di primo piano, uomini delle forze dell’ordine e affiliati: è un’operazione anti-’ndrangheta che coinvolge tutti i livelli. Corruzione, favoreggiamento personale, rivelazione del segreto d’ufficio con l’aggravante di aver agevolato le attività della ‘ndrangheta: con queste accuse, la Dda di Milano ha arrestato il giudice Vincenzo Giglio, 51 anni, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria e della prima sezione della Corte d’assise, esponente della corrente di sinistra di Magistratura democratica, docente di diritto penale alla Scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università statale Mediterranea di Reggio Calabria. Secondo gli inquirenti, avrebbe favorito un esponente del clan Valle-Lampada, di origine reggina ma insediato da decenni in provincia di Milano, legato ai Condello di Reggio. In cambio avrebbe ottenuto “spinte” di carriera per la moglie Alessandra Sarlo, dirigente della Provincia e commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia, poi messa sotto inchiesta per mafia.

Quattro anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. È la condanna emessa dal tribunale di Perugia nei confronti di Pierluigi Baccarini, giudice della sezione Fallimentare del tribunale della capitale accusato di aver "pilotato" diversi procedimenti fallimentari trai quali quello della società che amministrava il tesoro immobiliare della Democrazia Cristiana. La sentenza è stata firmata dal giudice Beatrice Cristiani che ha condannato anche a 2 anni il commercialista Luciano Quadrini in relazione al crac appunto dell' Immobiliare Europa. Sotto processo oltre a Pierluigi Baccarini e Luciano Quadrini era finito anche Ercole Pugliese ( condannato a 3 anni) , arrestati alla fine del 2004 e poi tornati in libertà. Tra gli imputati anche la moglie del magistrato, Luisa Fasoli (condannata a 2 anni e 4 mesi) e l' avvocato Oreste Fasano che è stato assolto. L' inchiesta, per corruzione anche in atti giudiziari è stata coordinata dai pm Sergio Sottani, Roberto Rossi e Andrea Claudiani. Secondo l' accusa il giudice Baccarini per cinque anni, dal ' 99 al 2004, il giudice avrebbe «ricevuto ingenti somme di denaro» per agevolare le procedure assegnate con «artifici» al suo ufficio. Nella distribuzione delle consulenze avrebbe «favorito costantemente» Pugliese e Quadrini e a quest' ultimo avrebbe assicurato una gestione del crack dell' Immobiliare Europa, ex immobili Dc, «atta a garantire gli interessi» curati dal commercialista. L' inchiesta era scattata a Roma dalle indagini dei pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci che nel 2005 avevano scoperto una sorta di "comitato d' affari" che gestiva l' attività fallimentari degli uffici di viale Giulio Cesare.

La "cortesia" di dare parere negativo alla questura di Imperia che chiedeva di applicare la sorveglianza speciale a un pregiudicato aveva un prezzo. E questo prezzo era naturalmente a carico del pregiudicato in questione. Pregiudicato che si è premurato di promettere una certa somma di denaro al giudice che doveva dare il proprio parere sulla richiesta della polizia. Si chiama corruzione in atti giudiziari ed è uno degli spunti che la procura di Torino ha portato dal gip per ottenere l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per il giudice Gianfranco Boccalatte, presidente del tribunale di Imperia. Da oggi dunque Boccalatte, che nell’inchiesta era indagato, è agli arresti in quel di Limone Piemonte, 1500 abitanti sulle montagne di Cuneo, dove ha una casa. In carcere invece sono finiti quelli che la procura di Torino ha identificato come suoi sodali, e nel caso appena citato, corruttori: oltre a Giuseppe Fasolo, autista-factotum del giudice già detenuto alle Vallette di Torino, accusato con Boccalatte di corruzione in atti giudiziari e millantato credito tentato, anche due pregiudicati calabresi che frequentavano, come dimostrano video e foto della questura, la casa del giudice. Si tratta di Nicola Sansalone e Leonardo Michele Andreacchio. Proprio a quest’ultimo, la procura di Torino contesta la corruzione del giudice Boccalatte che avrebbe dovuto esprimere quel famigerato parere negativo sulla proposta della questura di Imperia.

E questo è niente in confronto a quello che non si dice ed a quello che si insabbia.

Giorgio Napolitano il 27 aprile 2010 parla da garante dell'autonomia e indipendenza della magistratura, nella sua doppia veste di presidente della Repubblica e del Csm, evidenziando nel suo intervento tutti gli abusi e le omissioni di un apparato elevato a casta impunita, composto, però, da semplici funzionari dello Stato: «La magistratura non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali. Non vanno assecondate chiusure corporative, dissimulate insufficienze professionali, tollerati casi di inerzia o cattiva conduzione degli uffici. Fare attenzione a non cedere a esposizioni mediatiche o a sentirsi investiti di missioni improprie ed esorbitanti oppure a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici, che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dei singoli magistrati, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale».

La riforma della giustizia "è necessaria, perché è un'emergenza grave, in quanto le indebite ingerenze della magistratura su altri poteri dello Stato costituiscono una vera emergenza democratica". Così Silvio Berlusconi intervenendo a Mattino 5 del 24 dicembre 2010.

In un dispaccio del 2008 pubblicato da Wikileaks Spogli, l’ex ambasciatore Usa a Roma, sottolinea che “sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano”.

Una testimonianza allucinante. Nemmeno uno può più dire: nessuno tocchi la Magistratura.

E il giudice si tolse la toga "Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi".

Su “Il Giornale”: Per 42 anni al servizio dello Stato, 80mila sentenze e mai un giorno d’assenza. Sei volte davanti al Csm per le critiche alla corporazione: "Sempre prosciolto".

Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».

Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.

Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.

Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto - ragiona - provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».

Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura.

Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».

Perché ha fatto il magistrato?

«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.

«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?

«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano».

Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.

«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».

Sono sconcertato.

«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

Può fare qualche caso concreto?

«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro - con costi miliardari, parlo di lire - i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

Prego. Sono rassegnato a tutto.

«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».

Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.

«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

Cioè?

«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?

«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».

Un sistema che ha fatto scuola.

«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?

«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

Come mai la giustizia s’è ridotta così?

«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.

«Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?

«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».

E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.

«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

No, no, non mi risparmi nulla.

«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

In che modo se ne esce?

«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

E per le altre magagne?

«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

Ci provi.

«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?

«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?

«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

Gli chiese scusa?

«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».

«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.

«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».

Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?

«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?

«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

MAGISTRATURA: LOTTA ALL’ILLEGALITA’, LOTTA DI POTERE, O POTERE DI INTIMIDAZIONE PER L’ESERCIZIO DEL POTERE POLITICO?!?

Facciamo nostra l’analisi di Jimmomo (Federico Punzi) su Legno Storto. Ogni anno lo stesso vigoroso discorso, e se il capo dello Stato non ravvisasse con preoccupazione delle pesanti anomalie nei comportamenti di certi magistrati, non sentirebbe l'esigenza ogni anno di ripetere raccomandazioni così specifiche ai giovani magistrati. Nelle aperture dei loro siti internet ("Basta scontri tra politica e toghe") i giornali mainstream di fatto nascondono il monito del presidente, che è tutto rivolto all'indirizzo dei magistrati. Napolitano il 21 luglio 2011 è stato eloquente, a parole, ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è latitante. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.

Per il presidente della Repubblica «alla crisi di fiducia in atto» nel sistema-giustizia concorre «anche un offuscamento dell'immagine della magistratura, sul quale non mi stanco di sollecitare una seria riflessione critica». Esorta i giovani magistrati a «ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non cedere a fuorvianti "esposizioni mediatiche", a non sentirsi investiti di "improprie ed esorbitanti missioni", a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale». Atteggiamenti evidentemente diffusi anche secondo il capo dello Stato, se sente il bisogno di mettere così caldamente in guardia le nuove leve della magistratura.

«L'affermazione e il riconoscimento del ruolo dei magistrati - prosegue Napolitano - non può prescindere dal rispetto dei limiti che, di per se stesso, tale ruolo impone. Il magistrato deve assicurare - in ogni momento, anche al di fuori delle sue funzioni - l'imparzialità e l'immagine di imparzialità su cui poggia la percezione che i cittadini hanno della sua indipendenza e quindi la loro fiducia». Non solo imparziali nelle loro funzioni, dunque, i magistrati devono anche apparire imparziali, è il monito di Napolitano, perché ne va della loro stessa indipendenza e credibilità.

«Vanno perciò evitate - ammonisce il capo dello Stato - condotte che comunque creino indebita confusione di ruoli e fomentino l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura. Ciò accade ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà».

Ma Napolitano rileva delle anomalie e degli abusi anche nell'uso delle intercettazioni e della carcerazione preventiva, raccomandando caldamente, «nell'avvio e nella conduzione delle indagini», di «applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti. Il discorso vale, in specie, per le intercettazioni cui non sempre si fa ricorso - come invece insegna la Corte di Cassazione - solo nei casi di "assoluta indispensabilità" per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio». Dunque, raccomanda di «evitare l'inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti o chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti stessi», così come invita «a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l'apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l'applicazione di misure cautelari».

Napolitano con le sue raccomandazioni e i suoi moniti traccia un identikit molto preciso, che corrisponde perfettamente a Woodcock e Ingroia. Ma viene palesemente preso per il culo, visto che ciò nonostante proprio i magistrati che più di tutti eccedono nei comportamenti che si sforza di stigmatizzare vengono premiati e onorati.

Il Corriere della Sera ne parla. Rischia il trasferimento d'ufficio per incompatibilità «ambientale» o «funzionale» il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, titolare dell'indagine sulla cosiddetta P3, su Finmeccanica e su altre delicatissime vicende. Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto una pratica sul pranzo, a dicembre 2010, nell'abitazione dell' avvocato Luigi Fischetti in cui erano presenti, oltre a Capaldo, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il suo allora consigliere politico Marco Milanese, il deputato del Pdl per il quale i giudici di Napoli hanno chiesto alla Camera l'autorizzazione all'arresto. L'apertura della pratica, affidata alla Prima commissione, è stata sollecitata da consiglieri togati che fanno capo ad Area, il cartello elettorale delle correnti di sinistra di Magistratura democratica e dal Movimento per la giustizia. Durissima la reazione di Capaldo. «È da oltre un anno che resisto a tentativi diretti a delegittimarmi e a impedirmi di portare avanti, insieme con altri colleghi, inchieste molto scomode. E non voglio credere alle voci di corridoio le quali sostengono che quanto sta accadendo ruota intorno alla poltrona del futuro procuratore della Repubblica di Roma», ha aggiunto la toga, ritenuto da molti il candidato naturale alla successione dell'attuale procuratore, Giovanni Ferrara. «Sono sereno», ha aggiunto Capaldo. «Mi fa piacere che il Csm si stia interessando a una vicenda emblematica di una clamorosa strumentalizzazione massmediatica: mi auguro che sappia trovare la forza di individuare le gravi responsabilità di chi manipola la verità per conquistare illegittimamente fette di potere». Accuse gravi, che rischiano di scatenare un'altra bufera. E di cui c'è traccia anche in un colloquio con «L'Espresso». «È un attacco, attraverso la mia persona, anche al mio ufficio. L' aumento dell'attività della Procura di Roma, che ha svolto molte inchieste importanti colpendo santuari politici, economici, finanziari e criminali - ha sottolineato -, ha fatto convergere su noi i riflettori dei mass media. È possibile che in ambienti collegati ai soggetti colpiti dalle nostre inchieste si stia cercando di delegittimare il nostro lavoro». Quanto al pranzo con Tremonti e Milanese, «nulla di illecito: solo i malpensanti possono credere che si sia parlato di fatti giudiziari. È diritto di un magistrato e di un ministro potersi incontrare, se non fanno cose illecite». Capaldo ha detto di non sapere che al pranzo avrebbe partecipato Milanese, peraltro all'epoca non ancora indagato» da Roma. Il procuratore aggiunto non ha rinunciato a qualche frecciata ai colleghi di Napoli riguardo alle indagini su episodi avvenuti nella Capitale: «È importante la competenza perché non è solo un fatto burocratico, ma è un primo aspetto di legalità. Il nostro Paese - ha osservato - difetta di legalità e la magistratura deve dare l'esempio di una legalità complessiva. Svolgere indagini per cui non si è competenti è una forma di violazione alla norma. Una forma di illegalità». E aggiunge che se le inchieste di Roma appaiono sulla stampa «è per l'importanza oggettiva delle inchieste e non per il clamore, un po' provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». Il procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, si dice convinto che il collega non si riferisca alla procura partenopea: «Nel caso mi sbagliassi, preferisco non aggiungere altro per evitare clamori provinciali».

Stefano Zurlo su Il Giornale. Questa volta il velo di silenzio è caduto. La guerra di potere che normalmente si combatte nelle ovattate stanze della magistratura italiana è arrivata alla superficie. L’ingorgo delle inchieste che si incrociano e si sovrappongono fra Roma, Firenze, Napoli, Perugia ha scosso le palline nel bussolotto. Sono in palio almeno tre poltrone di lusso: quella di procuratore nazionale antimafia e quelle di procuratore capo a Roma e Napoli. Per piazzale Clodio si combatte una partita durissima e dunque Giancarlo Capaldo, candidato naturale alla successione di Giovanni Ferrara, esce allo scoperto con una dichiarazione più affilata di un coltello: «Non voglio credere alle voci di corridoio le quali sostengono che quanto sta accadendo ruota intorno alla poltrona del futuro procuratore di Roma». Capaldo è nel mirino dei pm di Napoli che indagano sul cosiddetto «sistema Milanese». E Napoli, dopo la cacciata di Agostino Cordova, è un feudo di Magistratura democratica e delle cosiddette toghe rosse. Si sa, tutte le indagini di per sé sono ineccepibili e l’azione penale è obbligatoria. Ci mancherebbe. Ma la politica giudiziaria aiuta a capire, il mosaico del potere della magistratura e la sua incredibile, quasi surreale, suddivisione in correnti e sottocorrenti che si combattono aspramente e si spartiscono il potere, serve come una lente d’ingrandimento per comprendere quel che avviene nel backstage dei palazzi di giustizia. E nelle zuffe, di solito «secretate» dai protagonisti, fra toghe nere, rosse e azzurre. Con successivo intasamento, a colpi di ricorsi, dei vari Tar.

Ci sono inchieste che accelerano all’improvviso, altre che dormono sonni profondi, com’è stata quella sui Grandi eventi e la cricca finché è rimasta nelle mani della Procura di Roma, altre che convergono sullo stesso obiettivo. E ci sono indagini che corrono fra squilli di tromba, dipingono scenari tenebrosi, ma al dunque si perdono in niente senza partorire nemmeno il classico topolino. Esagerazioni?

La lunga inchiesta che il Giornale ha condotto, nel silenzio generale, sui «rovinati da Woodcock» dovrebbe insegnare qualcosa. Il Giornale ha intervistato un catalogo intero di personaggi, volti noti e noti e facce sconosciute, indagati, azzoppati o arrestati dai giudici di Potenza su richiesta del Pm John Henry Woodcock. Dall’ex sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi, al principe Vittorio Emanuele di Savoia a Ernesto Marzano, fratello dell’ex ministro Antonio e via elencando. Il quadro: vite rovinate, carriere troncate, affetti dispersi come la cenere portata via dal vento. Un disastro che si è ripetuto in anni diversi, lungo piste investigative diverse e con modalità diverse, ma sempre con gli stessi, sconcertanti, risultati sul piano giudiziario: lo zero assoluto. È mai possibile che imprenditori incensurati siano stati intercettati per mesi e mesi, indagati per corruzione e associazione a delinquere, qualche volta blindati in cella, per poi essere puntualmente prosciolti? Attenzione: prosciolti e non assolti, perché il più delle volte altri pubblici ministeri, dopo aver letto i fascicoli ereditati da Woodcock per competenza, hanno semplicemente chiesto l’archiviazione e non se la sono sentita nemmeno di chiedere ad un Gip il processo per questo o quell’indagato. Un’anomalia che è difficile trasformare in una successione precisa di numeri, e un’anomalia le cui responsabilità vanno naturalmente suddivise fra l’ufficio della procura e quello del Gip di Potenza che ha firmato gli arresti, ma un’anomalia che alla fine è passata inosservata. Non è stata valutata e non è stata pesata: resta solo nei racconti, di parte ma drammatici, di chi è stato investito da quel ciclone e nella tempesta ha perso molto se non tutto.

Oggi Woodcock si è trasferito a Napoli, epicentro delle grandi inchieste italiane, e da Napoli prosegue sempre, fra standing ovation e consensi acritici, il suo lavoro di scavo, concentrato negli ultimi tempi su quel mistero dei misteri chiamato P4. Vedremo: ma le indagini finite nel nulla a Potenza, come certe malinconiche incompiute del Sud, e le dichiarazioni di Capaldo - che pure sono da accogliere con cautela vista la sua delicata posizione - dovrebbero servire a far decollare una riflessione seria. Senza i veli dell’ipocrisia. La magistratura non può continuare ad esercitare un potere enorme senza contrappesi. Gli errori devono essere puniti e chi sbaglia deve pagare. Senza che questo provochi riflessi condizionati o venga letto come il solito intervento a piedi uniti della politica. Qualcosa nell’apparto giudiziario non funziona e, senza retorica, le storie che abbiamo messo in fila lo dimostrano. Il Csm, l’Anm e i parlamentini vari di cui abbonda la corporazione dovrebbero prenderne atto. Arrossire. E battere un colpo.

Di Woodcock parla il suo vecchio Procuratore Generale in un servizio di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su Il Giornale. Una requisitoria spietata. Che porta per una volta idealmente alla sbarra Henry John Woodcock, uno che di solito è più a suo agio se sta dall’altra parte. Il 19 marzo 2007, di fronte al Csm, il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, viene chiamato a dire la sua sul clima avvelenato nel palazzo di giustizia lucano. E il Pg non si fa pregare. I suoi strali sono per il procuratore capo Giuseppe Galante, che si dimetterà poco dopo, per il pm Vincenzo Montemurro e per il gip Alberto Iannuzzi. Ma soprattutto, per Woodcock. Descritto come poco attento all’altrui privacy, ma anche all’altrui libertà, e molto, troppo attento a conquistare visibilità. A costo di crearsi una struttura autogestita.

Sul punto, un «fatto gravissimo», Tufano è tanto diretto quanto duro. «Il dottor Woodcock - attacca - si è creato una procura dentro la procura, un’enclave impenetrabile di pretoriani suoi, fatti di vigili urbani e di polizia stradale. Un’enclave impenetrabile allo stesso procuratore. Porte chiuse. Fedelissimi che danno conto solamente a lui». Per Tufano l’utilizzo dei vigili urbani è «uno schiaffo alle forze dell’ordine», perché «è come se le investigazioni le dovesse fare una polizia privata, sua, per sfiducia nei confronti di carabinieri, gdf e polizia». E a titolo di esempio degli effetti della «procura privata» di Woodcock, Tufano ricorda il Savoiagate: «Quando c’è stato il caso Savoia, il procuratore Galante non sapeva assolutamente niente». A dirglielo a giochi praticamente fatti è Woodcock, secondo Tufano, che ricorda il pm rivolgersi a Galante in corridoio in questi termini: «Procurato’, allora l’arrestamm a stu fetentone do Re?».

Quanto ai rapporti con le forze dell’ordine, rammenta ancora il Pg, Woodcock nelle sue inchieste ha indagato molti pezzi grossi dell’Arma, aprendo un fronte di scontro con i carabinieri. Sono finiti indagati o arrestati (in inchieste poi archiviate) il generale Stefano Orlando, poi passato al Sisde, l’ex comandante generale dell’Arma Guido Bellini, il comandante provinciale Blangiardo. «Woodcock - continua Tufano - ha intercettato perfino i carabinieri, ma a livello di capo di Stato maggiore regionale, Improta, e del comandante provinciale. E li ha intercettati mentre la mia procura generale, insieme ai carabinieri, faceva un’inchiesta delegata proprio sulla procura della Repubblica. Un fatto estremamente grave di cui ho dato conto nelle mie relazioni», conclude il Pg. Che snocciola l’ultimo motivo di contrasto tra procura e Arma. Un’indagine durata 18 mesi, «il massimo delle proroghe», a carico del comandante provinciale Polignano, che «aspirava a diventare comandante dell’aliquota carabinieri». Nel fascicolo «quasi niente», però «gli hanno bruciato la candidatura». La storia finisce «come finiscono tante cose della procura di Potenza, con un’archiviazione», dice Tufano, ricordando che persino per «firmare lo stampato di accoglimento» il gip Iannuzzi ci ha messo altri sette mesi».

Già, Iannuzzi. Il rapporto tra Woodcock e questo gip, dice Tufano, è «un grumo che deve essere chiarito». Troppo automatico il passaggio dalle richieste all’ordinanza. «C’è la richiesta di un arresto e c’è un gip che la concede, e questo gip è Iannuzzi», ricorda il Pg a proposito dell’arresto (poi annullato) del presidente della camera penale di Basilicata Piervito Bardi, «e lì c’è un copia-incolla che io ho già denunciato pubblicamente (...), perché la libertà della gente è sacra»....

Altra vicenda significativa è la «sequenza» del Savoiagate. «Il 29 maggio parte questa richiesta di 2.200 pagina, 30-40 faldoni (...) e in 17 giorni il giudice Iannuzzi esamina 30-40 faldoni e scrive un’ordinanza di 2.300 pagine. In 17 giorni. Tutto è possibile. Se però si confrontano ordinanza e richiesta, si vede ancora una volta che è il copia/incolla del cd-rom. Tra questo sostituto e Iannuzzi passa il cd-rom... ».

Proprio nel Savoiagate Tufano individua molte anomalie nell’operato di Woodcock. Il Pg rivela un retroscena nella vicenda dell’ex portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, finito in manette per iniziativa del pm potentino. Per Tufano Woodcock l’ha infilato ad arte nel tritacarne dell’inchiesta. «Quella - mette a verbale nell’audizione a Palazzo dei Marescialli - è una vicenda particolarissima. Le telefonate che riguardavano questo signor Sottile, poche, si fermano nel maggio di un anno prima. A quel punto, il pm avrebbe dovuto raccogliere queste cose, iscrivere il Sottile e mandare le carte a Roma». Ma Woodcock no. «Lo iscrive un anno dopo - insiste il Pg - per immetterlo nel calderone Savoia, lo arresta prima, poi mandano le carte a Roma». E l’affaire Savoia, prosegue il procuratore generale, contiene «un altro aspetto grave», ossia quello dei «poveracci che non c’entrano niente con le indagini ma che si ritrovano con i nomi sui giornali, con il trucco». Un «trucco» che consiste nel mettere nella richiesta anche elementi poco attinenti all’indagine, e poiché la richiesta del pm quando arriva al gip «viene trasfusa direttamente e diventa ordinanza», il gioco è fatto. E i «poveracci», spiega Tufano, «vanno sui giornali per cose che non hanno niente a che vedere con l’indagine e si generano degli effetti terribili, negativi: famiglie lacerate, reputazioni distrutte». Qualche esempio? «Caso Savoia: vanno nella richiesta di misura cautelare i colloqui della moglie di Fini, ci va a finire D’Alema, come colui che avrebbe portato i soldi all’estero. Bruno Vespa, la Saluzzi. Persino Piero Grasso, il procuratore antimafia».

In 36 mesi, 129 anni di intercettazioni e 7 milioni di euro di spesa. È nota la passione per l’ascolto di Woodcock, ma il Pg rivela un «fatto grave»: «Ha intercettato i colloqui tra i difensori e i loro difesi», nascondendo cimici in una saletta. Altro dettaglio inquietante: 30 faldoni di «atti di risulta», in gran parte intercettazioni telefoniche tra privati, mandati al macero da Woodcock finirono in una discarica «dove chiunque avrebbe potuto prenderle e leggersele».

Tufano si fa infine qualche domanda sulla «spinta ad avere notorietà» di Woodcock, oltre che sulla «disinvoltura per la libertà delle persone, Vip in questo caso» che il pm manifesta. Il riferimento è alla richiesta, nel 2002, dell’«autorizzazione per la cattura di due deputati», Angelo Sanza di Fi e Antonio Luongo dei Ds. La Camera «ovviamente» rigettò, ricorda Tufano, ma «se fosse dipeso da Woodcock sarebbero dovuti andare a finire in galera». Sul mancato arresto di Luongo il Pg ha un altro aneddoto al vetriolo, che riguarda la richiesta di archiviazione per il deputato, in cui Galante, Montemurro e Woodcock, scaricano la «colpa» del nulla di fatto sull’innovazione legislativa, con l’entrata in vigore della Pecorella. «Ma se il Riesame in tutti quei casi ha detto “qua addirittura non c’è nemmeno la motivazione”, se la Cassazione ti dice che non c’è niente, tu vuoi dare la colpa del fatto che non c’è niente alla legge?». La passione per i Vip del pm anglonapoletano torna nelle parole del Pg quando questi ricorda al Csm che nel 2003 Woodcock indaga «Sergio D’Antoni, Franco Marini, Flavio Briatore, Tony Renis, Umberto Vattani, Anna La Rosa e Gasparri». «Ho letto che c’è stata archiviazione - chiosa Tufano - ma lui chiede, per esempio, la cattura di Tony Renis, e i domiciliari per Anna La Rosa. Il gip Romaniello gliele rigettò, ma se fosse stato per lui queste persone erano meritevoli di cattura». 

In tempi in cui la magistratura si può accanire contro un Premier e questo, anziché intervenire sulle anomalie del sistema, personalizzando, accusa qualcuno di loro di essere sovversivo e comunista, ci si chiede cosa accadrà al povero cristo. Specie se ci si ostina ad ignorare l'ipotesi del "Difensore Civico Giudiziario" con poteri della magistratura a tutela dei cittadini.

La Casta, com’è stata chiamata quella dei magistrati, difende se stessa con la giustizia «domestica» e corporativa. Quella del Csm, dove si celebrano i processi promossi dai titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il Procuratore generale della Cassazione. Nell’ultimo decennio in Italia la media dei magistrati colpiti dalla rimozione dall’ordine giudiziario per gravi illeciti disciplinari, è di 1,3 ogni anno. Tra il 2000 e il 2007 la sanzione più grave è stata applicata 6 volte, nel triennio 2008-2010 ha riguardato 7 toghe. Nel 2008 le sanzioni disciplinari di vario grado hanno colpito meno dello 0,5 per cento dei magistrati.

Per il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, che ne ha parlato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che l’altissimo numero degli esposti di privati cittadini, dice l’alto magistrato, «è la testimonianza più evidente dell’insoddisfazione, largamente diffusa, per il “servizio giustizia”». Delle 1.382 denunce arrivate lo scorso anno alla Procura generale ne risultano 573 di privati, anche se per Esposito in realtà sono molti di più per un errore di classificazione. Le cause intentate dai cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari, negli ultimi 10 anni sono costate allo Stato italiano circa 400 milioni di euro. Quello dei ritardi nel deposito delle sentenze è un problema enorme. Ed Esposito denuncia: «Non siamo più in grado neanche di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo (legge Pinto, ndr.». La Corte europea di Strasburgo ci ha condannato per 475 casi di ritardi nel pagamento dei risarcimenti: si è passati da quasi 4 milioni di euro del 2002 agli 81 del 2008.

Ma perché i magistrati che sbagliano non pagano mai?

Il nodo riguarda tutti noi, comuni cittadini prigionieri di una casta, quella dei magistrati, che rifiuta di autoriformarsi per conservare privilegi, potere e una immunità che non ha pari al mondo. Quando un chirurgo sbaglia ad amputare una gamba viene cacciato sui sue piedi. Se un pm o un giudice sbaglia, clamorosamente ed evidentemente, nulla accade. Le loro incapacità e lentezze causano drammi personali e danni ingenti alla nostra economia, tenendo lontano dal mercato investitori stranieri e scoraggiando i nostrani. Negli ultimi sette anni, su 1.010 magistrati finiti sotto processo disciplinare, 812 sono stati assolti, 126 sono stati ammoniti, 38 censurati, 22 multati e soltanto 6 rimossi. Nessun ordine professionale ha una casistica di autointervento sui propri iscritti così blanda.

Che un magistrato sia infallibile, sempre in buona fede e comunque in sé, è una leggenda da sfatare. Sono uomini come tutti, con i loro limiti e convinzioni. Il Giornale pubblica una serie di storie raccolte da Stefano Zurlo che i giornali gazzette delle Procure si guardano bene dal raccontare. Sciatteria. Errori plateali. E, in qualche raro caso, anche comportamenti da valutare col metro del codice penale. Per scoprire vizi e difetti della magistratura italiana - di una minoranza, sia chiaro - bisogna leggere le carte delle sentenze sfornate dalla sezione disciplinare del Csm, il tribunale dei giudici italiani. Le storie che Stefano Zurlo ha raccolto, una settantina, compongono il libro "La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana", Piemme editore.

C’è quella del Giudice che organizza una sorta di raid punitivo contro l’agenzia di viaggi che gli aveva venduto un viaggio inesistente da 1300 euro per l’Egitto; o che scarcera l’ergastolano con la più sorprendente delle motivazioni: è depresso; o che ubriaco minaccia i carabinieri; o che dimenticano i detenuti, in cella o ai domiciliari, per mesi; o quella delle toghe che, in vena di goliardate, spalmano barattoli interi di Nutella nei bagni del tribunale; o che non paga il conto al ristorante e in risposta alle proteste del gestore manda i carabinieri; o che chiede l'elemosina sotto il tribunale e che pur giudicata incapace di intendere e volere resta al suo posto; o che fa ipnotizzare un imputato per saperne di più.

C’è il giudice del copia e incolla, specializzato nel riprodurre per pagine e pagine le memorie scritte dagli avvocati. Senza ritegno. C’è il magistrato che concede ad un detenuto, e non è una barzelletta, il permesso di incontrare la figlia per il compleanno, ma firma l’atto dodici volte in dodici mesi. Poi non contento si supera: dà a un altro carcerato l’ok per far visita al fratello in punto di morte; solo che qualche tempo prima l’aveva autorizzato a partecipare al funerale dello stesso fratello, risorto dunque per l’occasione. Senza memoria. E c’è la toga che pensa di essere sul set di un qualche film sgangherato, dove il copione è infarcito di parolacce e insulti. Frasi offensive che lui indirizza agli stimati colleghi, invitandoli a «non prenderlo per il c...» e chiedendo infine un’inverosimile «perizia “anofonica” perché ormai non si è più sicuri neanche nell’intimità del cesso». Sono alcune delle storie trattate dalla Sezione disciplinare del Csm e raccolte nel libro. Storie incredibili, accadute in Italia negli ultimi anni e spesso chiuse dal tribunale dei giudici con sentenze di assoluzione. Oppure con condanne all’acqua di rose.

Non solo “sti signori” sono impuniti per motivi di colleganza e di casta, ma, addirittura è impedito parlarne. Su “Panorama” e su “Il Giornale” la testimonianza di una giornalista. “Non sono ancora le 9 quando in casa di Anna Maria Greco, la cronista de "Il Giornale" «colpevole» di aver scritto un articolo intitolato La doppia morale della Boccassini, suonano alla porta. Tranne la figlia che si sta preparando per uscire, gli altri dormono tutti. Ad alzarsi è il marito. L’uomo non fa in tempo ad aprire, che in un attimo quelli hanno già imboccato la strada per la camera da letto. Manco si trattasse di dover scovare un pericoloso latitante pluricondannato, i carabinieri si presentano in cinque. Devono subito localizzare la giornalista e notificarle l’ordine di perquisizione disposto dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani nell’ambito dell’indagine a carico del membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura Matteo Brigandì, accusato di abuso d’ufficio per aver passato, proprio a lei, un fascicolo riservato. Anna Maria non è indagata di nulla. Ha solo scritto un articolo riguardante un procedimento disciplinare a carico di Ilda Boccassini risalente al 1982 quando, la principale accusatrice di Silvio Berlusconi per il caso Ruby, fu costretta a difendersi davanti al Csm dopo essere stata beccata in atteggiamenti amorosi con un giornalista di "Lotta continua". Anna Maria non è indagata, eppure le rivoltano la casa: setacciano stanza per stanza, smontano cassetto per cassetto, controllano foglio per foglio. Alla fine della perquisizione le porteranno via il suo pc personale, le agende, i documenti, ogni singolo foglio con la sigla “Csm”, come se non fosse normale trovarne nella casa di una cronista che da vent’anni si occupa di giudiziaria. «La cosa più grave – racconta Anna Maria a "Panorama.it" mentre è ancora in attesa di firmare il verbale della perquisizione assistita dal suo avvocato – è che si sono portati via pure il pc di mio figlio, al quale io non ho mai nemmeno avuto accesso. Speriamo che almeno quello ce lo restituiscano in fretta». Eh già, perché magari è proprio nel computer del figlio 24enne che Anna Maria avrebbe potuto nascondere il fascicolo incriminato, a meno che non l’abbia occultato nella redazione romana del Giornale perquisita anch’essa in mattinata. «Io quel fascicolo l’ho visto, ma non ce l’ho. E comunque non sapevo che si trattasse di carte segrete dal momento che riguardano un procedimento risalente all’’82 conclusosi, come ho anche scritto nel mio articolo, con un’assoluzione per la Boccassini. Dov’è il segreto?» . La Greco, che in tutta la sua carriera non ha mai subito una perquisizione domiciliare, non nasconde rabbia e sorpresa. Da una parte è ancora scossa per quanto accaduto poche ore prima in casa sua, dall’altra si sente delusa e amareggiata perché a “denunciarla” su un giornale è stata proprio una che fa il suo stesso mestiere. Anna Maria non fa nomi, ma è semplice capire a chi alluda. Il giorno dopo la pubblicazione del suo articolo, infatti, su "Repubblica" Liana Milella svela la presunta fonte dello scoop del Giornale sulla Boccassini, ossia lo stesso Brigandì oggi accusato d’abuso d’ufficio. «Qui siamo davanti a un fatto clamoroso: una giornalista che, invece di tutelare un principio cardine del nostro lavoro come la copertura delle fonti, arriva a fare una cosa del genere. Dovrebbe vergognarsi». Nessun attestato di solidarietà, dunque, da chi per mesi si è battuto contro il bavaglio alla libera informazione? «Macché solidarietà! Da altri sì, non certo dai colleghi di Repubblica». A parte scovare il fascicolo che le avrebbe passato Brigandì, secondo la Greco, dietro la doppia perquisizione ordinata oggi in casa sua e al Giornale, c’è una chiara intenzione intimidatoria nei confronti di chi esercita questa professione. «Da oggi il mio lavoro diventerà ancora più difficile di quello che è normalmente, – spiega la cronista - occuparsi di giustizia, e in particolare della condotta dei magistrati, è sempre più rischioso. Anche quando hai in mano fatti e documenti certi che comprovano delle responsabilità a loro carico, devi muoverti in punta di piedi». Secondo la Greco, invece di essere una casa di vetro, trasparente agli occhi dei cittadini, la giustizia è sempre più una casa di piombo, «se nemmeno dopo 30 anni dalla chiusura di un procedimento a suo carico, la gente ha diritto di sapere cosa ha fatto un magistrato, che democrazia è? Perché non si dovrebbe parlare oggi di un fatto che può essere d’interesse per l’opinione pubblica dal momento che quel magistrato si sta occupando di un’indagine che riguarda la privacy di una persona? Perché – si chiede ancora Anna Maria mentre aspetta solo che la lascino andare a casa e riprendere il suo lavoro – i cittadini non dovrebbero sapere certe cose?».” «I carabinieri - ha spiegato la giornalista - mi hanno detto che dovevano procedere a una perquisizione personale e, di fronte a una donna carabiniere, ho dovuto spogliarmi integralmente. Non si tratta quindi semplicemente di una consegna degli abiti, come sostenuto dalla procura, ma di una procedura molto imbarazzante. Confermo altresì, come scritto nel mio articolo, di non essere stata toccata. Mi chiedo - ha concluso - se sia normale che una giornalista venga costretta a rimanere nuda di fronte a un'esponente delle forze dell'ordine senza nemmeno essere indagata. Lascio il giudizio ai lettori».

Fughe di notizie. Fughe inarrestabili. Fughe senza colpevole. È così che va la giustizia italiana da quando la giustizia fa notizia. Dal primo ciak di Mani pulite. Certo, allora gli arresti si susseguivano sul nastro della procura, al quarto piano, e qualche volta il Gabibbo arrivava sotto casa prima dei carabinieri e prima delle manette. Oggi gli spifferi portano sui giornali frammenti di verbali in tempo reale, notizie che servono a far discutere, ma non aggiungono un grammo all’inchiesta, intercettazioni che poi, a bocce ferme, riservano sorprendenti riletture. La contabilità degli incendi mediatici, quella non la tiene più nessuno. Figurarsi. Già nell’ormai lontanissimo 1995, un’epoca fa, gli avvocati del Cavaliere, contestavano 130 fughe non ortodosse. Numeri che oggi, se aggiornati, verrebbero polverizzati. Numeri che, naturalmente, nessuno dentro i palazzi di giustizia ha mai preso sul serio. Perché le Procure spesso considerano la fuga un episodio deplorevole, ma non un reato, così come invece è, specie se commesso da un loro collega. E perché le poche indagini aperte sono davvero, per dirla con il linguaggio della magistratura, atti dovuti. Atti dovuti e nulla più. Atti senza futuro. Gli avvocati del Cavaliere, ma non solo loro, hanno depositato nel tempo diverse denunce, a Milano, e anche a Brescia, competente per i reati compiuti dalla magistratura di rito ambrosiano. In un caso e nell’altro i risultati sono stati nulli.

Ed è inutile contestare, tanto il potere in Italia è nelle mani della magistratura, non nelle mani del popolo. Ed infatti, a seguito della perquisizione del 1 febbraio 2011 presso l’abitazione di Anna Maria Greco e presso la redazione de "Il Giornale" disposta dalla procura di Roma attinente alla pubblicazione di documenti interni al Csm riguardanti il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, la Federazione nazionale della stampa aveva commentato in una nota: “Oggettivamente, non se ne può più. Nello scontro politica-magistratura non possono essere chiamati a pagare i giornalisti se danno notizie, ancorché su di esse e sulla loro valenza in termini di interesse pubblico, ciascuno possa avere opinioni diverse. La perquisizione di oggi a carico della collega de 'Il Giornale' Anna Maria Greco appare, allo stato, assolutamente incomprensibile, oltreché, nei fatti, pesantemente invasiva". "Le notizie 'riservate', non escono mai con le proprie gambe. - aggiungeva la nota FNSI - Ma se si volesse prendere a prestito una espressione del moderno linguaggio politico-giudiziario, si potrebbe dire che si va a cercare presunte colpe, neanche meglio precisate, nell''utilizzatore finale'. Cosi non si può andare avanti. Ai giornalisti è chiesto, tanto più in questa fase di scontro politico e istituzionale dai toni esasperati, di alzare l’asticella della responsabilità, per non fare la fine dei vasi di coccio. Ma occorre misura e rispetto, da parte di tutti". Critica sulla vicenda, per altri profili, anche l'Unione Camere Penali. "Si possono esprimere ampie riserve, non solo estetiche, in merito allo 'scoop', strumentale e bacchettone, del 'Giornale' sulla dottoressa Ilda Boccassini, che segna l'ennesimo episodio di imbarbarimento dello scontro in atto, cosi come si possono anche avanzare fondati interrogativi - afferma una nota della Giunta UCPI - sulla necessita di custodire come il terzo segreto di Fatima gli atti dei procedimenti disciplinari dei magistrati risalenti a trenta anni fa, ma non ci si può esimere dal registrare anche l'inusitato spiegamento di mezzi processuali con cui, ancora una volta, la magistratura reagisce quando viene coinvolto un collega". "Mentre tante Procure leggono sonnacchiose sui quotidiani gli atti dei propri processi, di cui per legge e vietata la pubblicazione, quando viene interessato un magistrato scattano prontamente i sigilli alle stanze di un organo costituzionale e si perquisiscono con altrettanta solerzia quelle di un giornale, anch'esso avamposto del diritto di manifestazione e diffusione del pensiero, difeso dalla Costituzione", commentano i penalisti. "Se ce ne fosse stato ancora bisogno, abbiamo avuto la riprova", conclude la nota UCPI, "di quanto sia discrezionale non solo l'esercizio dell'azione penale, ma anche le sue stesse modalità, con buona pace del principio di eguaglianza che tutti invocano".

“Così strozzano la magistratura”, il titolo di un’inchiesta del “L’Espresso” a firma di Emiliano Fittipaldi.

Raccomandazioni a iosa. Concorsi illegittimi. Promozioni politiche. Familismo esasperato. E pressioni della massoneria... Un giudice del Tar denuncia, con nomi e cognomi, i comitati d'affari del sistema giustizia.

Alessio Liberati è stanco di combattere. Ma ha giurato di non mollare, e con questa intervista sembra volerlo dimostrare a tutti. Per cominciare ai suoi nemici, che ormai sono davvero tanti. Liberati fa il magistrato da dodici anni. Prima in terra di 'ndrangheta, a Locri, dove faceva il giudice penale, poi alla Corte d'appello di Catania. "Oggi lavoro al Tar Toscana, e da due anni sono impegnato nella politica sindacale interna. Ne ho viste di tutti i colori, ho denunciato fatti assai strani agli organi preposti, ma non mi hanno dato ascolto. Allora faccio quello che non ho mai fatto prima: parlare con un giornale". Ora ha deciso di metterci la faccia. Prima ha fondato l'Ami, una nuova associazione che coinvolge, tutti insieme, giudici, pm, magistrati amministrativi e contabili. Ora a "L'espresso" fa una lunga lista di nomi e cognomi, di storture e scorrettezze che, dice, "stanno minando la credibilità dei massimi organi della giustizia amministrativa. Consiglio di Stato in testa". E che pochi vogliono vedere. La battaglia del magistrato inizia nel 2007, quando viene bocciato al concorso per passare dal Tar al Consiglio di Stato: "Ponevo dei dubbi sui titoli di uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, che a mio parere non aveva i requisiti per partecipare al bando. Più una serie di gravi errori procedurali. Ho fatto ricorso, e così è cominciato il mio inferno". Naturalmente si è pensato che avesse vestito i panni del Torquemada solo per ripicca, per vendetta. Ma lui replica così: "Pochi giorni fa è uscita la sentenza del Tar. Che su Giovagnoli non è entrata nel merito, ma ha dichiarato che il concorso è di fatto illegittimo". Il concorso "illegittimo", però, non è stato annullato, e Liberati ha avuto un risarcimento beffa: mille euro. "Ora la palla passa alla presidenza del Consiglio, che potrebbe intervenire facendo chiarezza sul più importante concorso della giustizia amministrativa. Ma da Palazzo Chigi tutto tace". Sarà una coincidenza, ma dopo il ricorso comincia per Liberati una lunga via Crucis. Da accusatore ad accusato. Azioni disciplinari e pressioni non si contano: "Il nostro organo di controllo ha disposto il monitoraggio di tutte le e-mail, in cui denunciavo fatti gravi per verificare se siano lesive del prestigio della categoria. L'ex presidente del Consiglio di Stato Paolo Salvatore ha aperto un procedimento disciplinare contro di me".

I rimproveri, chiamiamoli così, sono tanti: "In primis mi dicono di aver diffuso un verbale non pubblico nel quale un mio collega poneva dubbi sul caso Giovagnoli.

Poi sostengono che abbia diffamato e irriso Carmine Volpe, un magistrato che ha chiesto un'invalidità di servizio per una patologia alla schiena". La storia merita di essere ascoltata. E Liberati la racconta così: "Secondo Volpe, l'ernia gli era venuta perché alzava fascicoli troppo pesanti sul lavoro. L'invalidità inizialmente gli è stata negata, poi lui ha fatto ricorso al Tar che gli ha dato ragione. Io, in un dibattito pubblicato on line su una mailing list dedicata ai giudici amministrativi, mi sono "complimentato" con lui. Visto che avevo scoperto che nel frattempo aveva corso una frazione, tre chilometri, di una maratona di beneficenza". Chissà se si tratta dello stesso Carmine Volpe che qualche tempo fa ha fatto di meglio, chiudendo la mezza maratona Roma-Ostia, 21 chilometri, in un'ora e 44 minuti. "C'è stata anche un'interrogazione parlamentare, ma il governo non ha mai risposto. Il paradosso è che mentre io sono sotto inchiesta per aver denunciato i rischi della giurisdizione domestica (cause di giudici che possono essere decise da colleghi che lavorano nella porta a fianco), Volpe è entrato a far parte dello staff del ministro Raffaele Fitto ed è stato promosso presidente di sezione del Consiglio di Stato".

La terza accusa, così come la racconta Liberati, suona paradossale. Il magistrato ha ricevuto una lettera anonima sulla sua scrivania che parlava, letteralmente, di sentenze truccate, giudici indagati, arbitrati usati come ricompensa e raccomandazioni: "I fatti erano specifici, e ho mandato la missiva al Consiglio di presidenza per eventuali accertamenti. Loro non hanno fatto nessuna istruttoria, ma hanno aperto una pratica disciplinare contro di me. Dicendo che, spedendola acriticamente, ho fatto implicitamente mie le accuse dell'anonimo".

Torna l'accusa di fondo: la sua campagna è mossa dall'invidia perché ha perso il concorso, sostengono i suoi detrattori. Ai quali risponde: "Legittimo pensarlo, per carità. È vero, è andata male, anche se ero primo per titoli. Ma non ce l'ho con nessuno. Chiedo solo trasparenza e chiarezza per uno dei concorsi pubblici più importanti del Paese, per il massimo organo della giustizia amministrativa. Ricordo che sono consiglieri personalità come il ministro Franco Frattini, Antonio Catricalà, Nicolò Pollari".

E allora, visto che c'è, Liberati ne racconta un'altra ancora, quella sul cosiddetto concorso delle mogli: "Qualche tempo fa due colleghi, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti, e Salvatore Mezzacapo hanno partecipato alle nomine della commissione del concorso al Tar a cui partecipavano le rispettive consorti. Sarebbe stato opportuno che i due si astenessero dalle pratiche, e invece hanno partecipato anche alla votazione con cui fu nominato presidente aggiunto del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, presidente della commissione di quel concorso. Le mogli hanno vinto...". Non si tratta di fatti e comportamenti difficili da accertare, eppure tutto tace. De Lise l'anno scorso è diventato presidente al posto di Salvatore. Entrambi sono finiti nel mirino di Liberati, che ne ha pagato il fio. Oltre le tre azioni disciplinari in corso, infatti, contro il giudice rompiscatole ne sono state aperte altre, però rimaste, per sua fortuna, solo sulla carta. Ecco com'è andata.

"Notai che il nome e la corrispondente data di nascita del presidente di un'associazione dei magistrati di Palazzo Spada, Filoreto D'Agostino figurava in un elenco di massoni pubblicato da un sito Web. Ho chiesto così di verificare l'eventuale iscrizione di magistrati alle logge (come si sa, il vincolo di obbedienza che si deve ai "fratelli" è incompatibile con incarichi in magistratura). Anche in questo caso, fatti non difficili da accertare, ma non è successo niente, anzi hanno aperto un'istruttoria contro di me, dicendo che la lettera poteva essere lesiva dell'onore della categoria". Ancora: "Un'altra pratica è stata intentata quando mi accusarono di aver offeso Salvatore e De Lise su Internet. Non so di cosa si trattasse, visto che lo stesso De Lise mi negò l'accesso agli atti. Certo, ho ricordato, nella solita mailing list per addetti ai lavori, che Salvatore è stato indagato nel 2008 per concorso in corruzione in atti giudiziari e abuso d'ufficio. E ho pubblicato le intercettazioni della cricca che riguardavano De Lise. Ma non ho offeso proprio nessuno". Poi non se n'è fatto niente. Nel frattempo esplodeva l'inchiesta su Angelo Balducci e la Protezione civile, e spuntavano i nomi dell'ex presidente del Tar Lombardia Pier Maria Piacentini e dei giudici contabili Antonello Colosimo e Mario Sancetta.

Ormai fedele al suo ruolo, Liberati ha aperto un ennesimo fronte, stavolta con altri magistrati: gli incarichi esterni ("Un consigliere prende in media 130 mila euro lordi l'anno, ma alcuni vi aggiungono lavori extra da decine di migliaia di euro che non sarebbero rimborsabili"), l'assenza di trasparenza, gli arretrati pazzeschi della giustizia amministrativa. E sempre con nomi e cognomi. Accuse fondate? Non dovrebbe essere difficile verificarlo. Intanto però Liberati si sente deluso: " Sto pensando di andare a lavorare all'estero. Ma vada come vada, non potrò esimermi dal fornire alle procure competenti gli elementi che, per difendermi, ho raccolto sui rapporti tra magistrati amministrativi, comitati d'affari, politica e massoneria. Non è coraggio, è la mia coscienza che me lo impone".

PARLIAMO DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA.

I Papponi in Toga. L’appetito dell’ultracasta. I giudici del CSM sono 27 e ci costavano 29 milioni di euro l’anno. Ne hanno chiesti al governo 35 milioni. Far tintinnare le manette conviene, così da un’inchiesta di “Libero”.

L’unico a tirare la cinghia è il suo presidente, Giorgio Napolitano, che per la prima volta nella storia ha ridotto la spesa per il Quirinale. L’esempio del Capo dello Stato non ha contagiato però Nicola Mancino e i giudici che lo affiancano nell’organo di autogoverno della magistratura. Non hanno alcuna intenzione di mettersi a dieta, anzi. Dopo avere sfondato già nel 2008 e nel 2009 le previsioni di spesa costringendo il Tesoro a mettere una pezza da due milioni di euro, ora mettono le mani avanti chiedendo al Governo ben 35,3 milioni di euro contro i 28,6 previsti nel bilancio pubblico.

La cifra poi lieviterebbe di un altro milione e mezzo nel biennio successivo e sarebbe davvero difficile spiegare perché tutte le amministrazioni dello Stato debbono contrarre la spesa pubblica e i giudici no. Anche se raramente una richiesta che arriva dalle toghe viene cestinata da chi la riceve. Un po’ come ha raccontato l’ex democristiano (poi passato al Pdl), Giuseppe Gargani in un suo libro ricordando l’approvazione parlamentare delle due leggi del 1966 e del 1973 che stabilivano gli scatti automatici di carriera e di portafoglio dei magistrati: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». Il costo del Csm riguarda un numero assai più ristretto di magistrati: quelli eletti in consiglio e quelli segretari contabili, ma anche lì la politica non si è mai permessa brutti scherzi. Anche il rigidissimo ministero del Tesoro, poi divenuto ministero dell’Economia, ha chiuso spesso almeno un occhio sui bilanci del Csm, che quasi mai hanno rispettato le previsioni iniziali, sfondando ogni capitolo di spesa, compreso quello tenuto in assai considerazione degli stipendi dei magistrati lì eletti.

È accaduto anche con il documento contabile ufficiale: quello relativo al 2008 e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 14 ottobre 2009. Nicola Mancino & c avevano in budget 5,9 milioni di euro alla voce “spese per compensi e altri assegni ai componenti del Csm”, e cioè le sole indennità e rimborsi spese per i membri togati e non togati del consiglio superiore.

Quel tetto di spesa è stato sfondato di 318.776 euro, e a consuntivo se ne sono pagati 6 milioni e 272 mila euro. Cifra assai simile a quella che spende l’organo di autogoverno della magistratura per la formazione delle toghe. Una voce fra le meno sondate e che porta a pagare le spese di convegni come quello che sui processi in tv (con gettoni di presenza essenziali pagati a Giovanni Floris o Aldo Grasso) o come quello con protagonisti non troppo diversi (di scena ancora Floris) su come tenere riservate le indagini durante l’istruttoria: sono sicuramente i giornalisti gli esperti della materia.

PARLIAMO DI CORTE COSTITUZIONALE E CONSIGLIO DI STATO: ORGANI DI GARANZIA ??

Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari.

Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento".

Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta".

La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra).

Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».

Da “Il Giornale”, poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”.

Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina.

Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili».

Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro».

E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili.

Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.

Parliamo ora del Consiglio di Stato e di casta.

Le ovattate stanze di Palazzo Spada ne hanno viste di tutti i colori, così non sorprende che davanti al nuovo scandalo che ha travolto il Consiglio di Stato nessuno abbia fatto una piega. La storia recente è costellata di indagini e manette: nel 2003 un consigliere fu condannato (in primo grado) a tre anni per concussione, nello stesso anno un collega finiva alla sbarra accusato di ricettare tesori archeologici, nel 2007 un terzo membro è stato arrestato per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. I 13 anni che i pm di Milano hanno chiesto per Nicolò Pollari sono stati commentati con un'alzata di spalle, nonostante l'ex capo del Sismi, messo in Consiglio dal governo Prodi, sia stato definito addirittura come il "regista di un sistema criminale" che ha coperto la Cia nel sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar.

Pollari non si è dimesso dall'incarico. Niente di nuovo: persino il presidente supremo Paolo Salvatore, quando nel 2008 finì indagato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, preferì rimanere incollato alla sua poltrona.

Nessuno si sognerebbe mai di lasciare una delle cariche più ambite d'Italia, rifugio dorato per generali, ex ambasciatori, prefetti e trombati eccellenti della politica. All'organo "di rilievo costituzionale", che ha la doppia funzione di dare pareri legislativi al governo e fare da appello al Tar, non è facile accedere: il 25 per cento dei posti è riservato ai vincitori del concorso, stessa quota è appannaggio di Palazzo Chigi, mentre il 50 per cento è destinato ai magistrati del Tar con circa trent'anni di anzianità alle spalle. Una volta entrati nella casta dei consiglieri, il gioco è fatto. È difficile quantificare il loro lavoro in maniera oggettiva, ma quasi sempre chi viene nominato dal governo viene inserito nelle sezioni che danno pareri ai ministeri, mentre sembra consuetudine che i magistrati di lungo corso si dedichino alle sentenze, più delicate.

Il consigliere Antonio Catricalà, di sicuro, se ne sta con le mani in mano. Oggi è ufficialmente presidente di sezione fuori ruolo, ma da tempo immemore non entra a Palazzo Spada, avendo preferito fare il capo di gabinetto, il consigliere giuridico e il segretario generale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Poi capo dell'Authority per la concorrenza e il mercato (Antitrust) e guadagna 477 mila euro annui, a cui aggiunge quelli percepiti come presidente di sezione. Un extra da "ottomila euro al mese", ammette a "L'espresso" con onestà intellettuale. Sembra incredibile ma accumulare due stipendi è un suo diritto. Non solo: chi è "prestato" ad altre istituzioni conserva sia il salario base sia l'indennità giudiziaria, la voce legata ai rischi di essere un giudice. La intasca anche chi, di fatto, fa un altro mestiere.

E dire che ci si rivolge a lui, quale presidente dell'AGCOM, per ripristinare la legalità circa gli abusi di lobby e caste e loro accesso tramite concorsi pubblici truccati. Risposta: siamo incompetenti.

Il doppio trattamento è un privilegio di altri undici "fuori ruolo": da Salvatore Mario Sechi, consigliere del presidente della Repubblica, a Alessandro Botto dell'autorità di vigilanza dei Lavori pubblici, dal vice segretario della presidenza del Consiglio Luigi Carbone al braccio destro del ministro Sacconi, Caro Lucrezio Monticelli. Che spiega: "Prendo 8300 euro netti come consigliere, ma solo la parte accessoria dello stipendio di capo di gabinetto. Quant'è? Circa 4 mila euro netti al mese". Pure Franco Frattini è un consigliere, che non consiglia da un pezzo, visto che passa da lustri da un incarico politico all'altro. Il ministro degli Esteri ha rinunciato allo stipendio parlamentare, ma la carriera "fantasma" a Palazzo Spada continua ad andare a gonfie vele: è stato promosso, due settimane fa, presidente di sezione. Ruolo che farà lievitare la sua busta paga.

Fare un giro nello splendido Palazzo Spada è illuminante. Il Consiglio di Stato è un Eden spesso semivuoto, dove 84 consiglieri (più dieci fuori ruolo) beccano in media 130 mila euro l'anno lordi e i 21 presidenti, quasi un quinto del totale del personale, si intascano secondo dati ufficiali circa 14 mila euro lordi al mese. Gli scatti d'anzianità arrivano puntuali ogni due anni. Un monte stipendi che allo Stato costa oltre 14 milioni l'anno, senza contare le spese per le otto auto blu, a disposizione dei vertici, tutte a noleggio Consip. Macchine, sussurra qualcuno, che spesso fanno avanti e indietro portando solo i documenti che i magistrati firmano da casa: i consiglieri hanno dentro la sede solo un "appoggio" e un armadietto, e spesso lavorano dal loro salotto facendosi vedere solo nei giorni d'udienza. "Palazzo Spada è piccolo", si giustificano. Non è tutto: per far funzionare la macchina circa 25 milioni vanno nella busta paga di 324 dipendenti, un esercito tra dirigenti, distaccati e personale di ruolo. In pratica, l'organismo pesa sulle casse dello Stato una quarantina di milioni di euro, a cui vanno aggiunte le spese di gestione e bollette varie.

Entrare nella casta del Consiglio di Stato attraverso il concorso pubblico è il sogno di molti, e il casting dovrebbe essere davvero accurato. Negli ultimi tre anni ce l'hanno fatta solo in cinque.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo. Intanto Giovagnoli si è subito iscritto al gioco preferito dei suoi colleghi più anziani, quello degli incarichi multipli: da gennaio fa il dopolavorista come docente per la Ita spa, un'attività da 48 mila euro l'anno. Giuseppe Barbagallo per 30 mila euro lavora invece come giudice all'Organizzazione internazionale del Lavoro, mentre Francesco Bellomo prende 35 mila euro dalla società "Diritto e Scienza a.r.l.". Roberto Chieppa guadagnerà 7.200 euro per 8 lezioni alla Trentino School of Management, Ermanno De Francisco arrotonda di 40 mila l'anno facendo il consulente del dipartimento per gli Affari giuridici.

Paradossali i casi di Umberto Maiello e Francesco Riccio: hanno ruoli interni che per legge gli consentono l'esenzione parziale dal lavoro, ma hanno il tempo per l'attività all'Agcom il primo (35 mila euro per il 2009) e all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori (3 mila euro al mese fino al 2011, poi si vedrà) il secondo.

La lista è infinita, e delle due l'una: o fanno poco a palazzo Spada e hanno molto tempo libero oppure, se dedicano qualche ritaglio di tempo al secondo incarico, le altre amministrazioni pubbliche li pagano assai generosamente. Di sicuro dentro la casta non si dice di no a nessuno. Nemmeno a Carlo Deodato, il capo di gabinetto del ministro antifannulloni Renato Brunetta. Che somma lo stipendio da consigliere, gli 80 mila euro per l'incarico al ministero e i 28 mila l'anno come tecnico di supporto del "commissario straordinario per la gestione dell'emergenza idrica del Simbrivio". L'anno passato aveva garantito, come si legge in un verbale del 9 luglio scorso, "che non avrebbe mai più chiesto ulteriori proroghe". La proroga è stata invece chiesta, votata con scrutinio segreto e, a maggioranza, autorizzata.

PARLIAMO DEL PROCESSO AI MAGISTRATI: LA CASTA DELLE CASTE.

Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite.

Fannulloni? Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l'autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato. Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l'hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un'autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. Da una inchiesta de “L’Espresso” si rileva tutto ciò.

I modelli virtuosi. Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento.

Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti.

Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo.

A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l'Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno.

Ma anche nel tribunale penale di Roma c'è stata una razionalizzazione.

Profondo nero. E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c'è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c'è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d'appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia.

La radiografia della catastrofe è stata presentata dal Ministro della Giustizia.

L'arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l'appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini. Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l'appello: il che significa l'impunità assicurata per un'infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano 'tecnicamente inefficienti'. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell'arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?

Senza qualità. Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c'è una massa di magistrati 'senza qualità'. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell'informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato dal segretario di Magistratura Democratica, la corrente 'rossa' delle toghe ma anche quella storicamente più impegnata sul fronte dell'efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio. Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l'allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?

Carriera garantita. Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all'incarico che svolgono. Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l'organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella seguente) sono tra le più alte d'Europa. Il premio c'è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: nell’ultimo anno si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 'puniti' l'anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. "Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo. Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l'indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse". Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano 'Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato'".

L’odierno sistema di valutazione ha un solo limite: l'esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale. "In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un'azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici 'laici': "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa.

Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell'Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di 'Repubblica'? La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l'arretrato in sospeso è diventata esemplare.

Nei palazzi di giustizia si sente spesso una lamentela, comune tra pm e avvocati. I capi non denunciano i fannulloni. I capi non organizzano il lavoro. I capi non aggrediscono l'arretrato. Quella dei dirigenti è l'altra grande questione, fondamentale per risollevare la produttività. Finora la managerialità non pesava nella designazione: si diventava procuratori e presidenti per anzianità e accordi tra le correnti sindacali. Il peso dell'arretrato È chiaro, da soli i magistrati non potranno mai risolvere tutto l'handicap. Una ricerca del ministero indica l'impresa come impossibile. Per rianimare le Corti d'appello ci vorrebbero 134 nuovi giudici, tutti Stakanov, tutti preparatissimi e capaci di dare subito il massimo. Senza nuove regole organizzative, però, ogni rinforzo sarebbe inutile. Nella Corte d'appello penale, l'anticamera della prescrizione e quindi la discarica dei processi, servirebbero 32 mesi di lavoro solo per smaltire l'arretrato. Ma con poche regole di buon senso si potrebbe invertire la rotta. Ad esempio la standardizzazione dei fascicoli. Avete mai messo le mani nei faldoni di un processo? Spesso somigliano alle valige di fine vacanza: sciogliendo i lacci esplodono, rivelando una confusione profonda. Quando l'incartamento passa da un pm al suo sostituto, ci vogliono ore solo per trovare il bandolo della matassa. Invece, basterebbero pochi schemi condivisi per non sprecare tempo. Ma la rivoluzione può arrivare anche da un uso integrato dell'informatica: creare procedure a misura di rete. A Milano fino a dieci anni fa nelle udienze civili a turno uno degli avvocati scriveva a mano il verbale. Oggi nella stessa città usando il Web per uno solo dei passaggi del processo civile si sono guadagnati 60 giorni: il decreto ingiuntivo telematico ha fatto risparmiare due mesi di meno ad avvocati, cittadini e tribunale. Cosa ci vuole ad estenderlo a tutta Italia?

Autonomia e corporativismo. Alla politica l'efficienza non interessa. E c'è la resistenza 'culturale' di una parte consistente dei magistrati. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro 'La questione immorale' alle "colpe dei magistrati". Racconta tra l'altro del programma informatico che aveva creato per coordinare le agende dei protagonisti del processo ed evitare quei rinvii che sfiancano la giustizia. Un'iniziativa che invece di procurargli una medaglia venne accolta con disprezzo dal Csm. "Quel programma è ancora lì ma nessuno lo usa. E ho capito che il processo penale è quello che è per via delle leggi stupide, delle leggi ad personam, della carenza di uomini e mezzi, ma anche, e in chissà quale percentuale, per via dell'incapacità organizzativa dei magistrati e dei dirigenti degli uffici".

E ai governi i giudici fannulloni sono sempre piaciuti: "La politica offre uno scambio ai meno produttivi: io non minaccio i tuoi privilegi, tu non minacciare me", sintetizza il professor Guarnieri. Perché un modello di efficacia la magistratura italiana lo ha creato e imposto nel mondo. Una squadra che lavorava sette giorni su sette, con processi avviati in fretta e una percentuale di condanne irripetibile, un elevato livello di informatizzazione e una produttività mai eguagliata. Si chiamava “Pool Mani Pulite”. Lo detestavano politici, imprenditori e grand commis. Lo detestava una fetta consistente degli stessi giudici. Ed è proprio per evitare che quel modello venisse riprodotto ancora oggi si varano riforme su riforme, destinate a distruggere ogni speranza di giustizia.

Remunerazione garantita. Ecco la busta paga togata e l’organico previsto ed esistente.

Busta paga togata. Proiezione retribuzione mensile magistrati con le nuove valutazioni quadriennali di professionalità 

 

 

QUALIFICHE

 

VECCHIE QUALIFICHE

 

ANZIANITÀ

 

STIPENDIO

 

LORDO INCLUSE INDENNITÀ

Magistrato ordinario in tirocinio

Uditore dopo 6 mesi

1

2.037,24

3.429,92

Uditore dopo 6 mesi

2

2.037,24

3.429,92

Magistrato ordinario

Magistrato di Tribunale

3

2.858,12

4.830,06

Magistrato di Tribunale

4

2.858,12

4.830,06

Magistrato ordinario dalla prima valutazione di professionalità

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

5

3.966,65

6.006,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

6

3.966,65

6.006,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

7

4.204,65

6.244,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

8

4.204,65

6.244,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

9

4.442,65

6.482,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

10

4.442,65

6.482,30

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

11

4.680,65

6.720,29

Magistrato di Tribunale dopo 3 anni

12

4.680,65

6.720,29

Magistrato ordinario dopo un anno dalla terza valutazione di professionalità

Magistrato di Corte di Appello

13

5.877,04

7.950,53

Magistrato di Corte di Appello

14

5.877,04

7.950,53

Magistrato di Corte di Appello

15

6.148,28

8.221,77

Magistrato di Corte di Appello

16

6.148,28

8.221,77

Magistrato di Corte di Appello

17

6.419,53

8.493,02

Magistrato di Corte di Appello

18

6.419,53

8.493,02

Magistrato di Corte di Appello

19

6.690,78

8.764,27

Magistrato ordinario dalla quinta valutazione di professionalità

Magistrato di Cassazione

20

8.074,23

10.181,57

Magistrato di Cassazione

21

8.074,23

10.181,57

Magistrato di Cassazione

22

8.262,01

10.369,34

Magistrato di Cassazione

23

8.262,01

10.369,34

Magistrato di Cassazione

24

8.449,78

10.557,12

Magistrato di Cassazione

25

8.449,78

10.557,12

Magistrato di Cassazione

26

8.637,55

10.744,89

Magistrato di Cassazione

27

8.637,55

10.744,89

Magistrato ordinario alla settima valutazione di professionalità

 

Magistrato di Cassazione F.D.S.

28

10.343,59

12.504,25

Magistrato di Cassazione F.D.S.

29

10.343,59

12.504,25

Magistrato di Cassazione F.D.S.

30

10.563,67

12.724,33

Magistrato di Cassazione F.D.S.

31

10.563,67

12.724,33

Magistrato di Cassazione F.D.S.

32

10.783,74

12.944,40

Magistrato di Cassazione F.D.S.

33

10.783,74

12.944,40

Magistrato di Cassazione F.D.S.

34

11.003,82

13.164,48

Magistrato di Cassazione F.D.S.

35

11.003,82

13.164,48

Magistrato di Cassazione F.D.S.

36

11.223,90

13.384,56

Magistrato di Cassazione F.D.S.

37

11.223,90

13.384,56

Magistrato di Cassazione F.D.S.

38

11.443,97

13.604,63

Magistrato di Cassazione F.D.S.

39

11.443,97

13.604,63

Magistrato di Cassazione F.D.S.

40

11.664,05

13.824,71

Magistrato di Cassazione F.D.S.

41

11.664,05

13.824,71

Magistrato di Cassazione F.D.S.

42

11.884,13

14.044,78

Magistrato di Cassazione F.D.S.

43

11.884,13

14.044,78

Magistrato di Cassazione F.D.S.

44

12.104,20

14.264,86

Magistrato di Cassazione F.D.S.

45

12.104,20

14.264,86

Magistrato con funzioni apicali di legittimità

Primo Presidente della Corte di Cassazione

 

16.628,45

18.854,71

 

Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. Così risulta da un’inchiesta di Panorama.

E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio 2009, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.

Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.

Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.

Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.

Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.

Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.

“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.

Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.

La giustizia italiana poi si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.

“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.

Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.

Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo De’Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

Certo, però, sembra che ad indicare la luna, da stupidi si guardi il dito. Il problema non è la militanza politica fuori ruolo, ma quella svolta all’interno del sistema giudiziario, in seguito alla spartizione degli incarichi, come succede alla RAI, alla sanità, ecc. ecc.

10 giugno 2009. Angelino Alfano, Ministro della Giustizia parla, alla rubrica “Punto di vista”  del Tg2  della RAI, di nomine lottizzate ai vertici degli uffici giudiziari; "un planning, all'interno del quale si dice: a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente due procuratori aggiunti da un'altra parte". Parole che provocano una bufera al Csm.

Tre consiglieri di sinistra - i togati Giuseppe Maria Berruti (Unicost), Ezia Maccora (Magistratura democratica) e il laico dei Ds, Vincenzo Siniscalchi - si dimettono dalla Commissione per gli incarichi direttivi, di cui sono stati presidenti, a tutela della "dignità" del Consiglio e ritenendo di essere stati accusati da Alfano del compimento di reati. Un fatto tanto più grave visto che ad accusarli è proprio il "loro" ministro, i cui rapporti con il Csm dovrebbero essere improntati alla leale collaborazione.

Dopo le dimissioni dei tre consiglieri del Csm in polemica con le dichiarazioni del Ministro della Giustizia riguardo alla presunta «lottizzazione» degli incarichi, il Guardasigilli Alfano ha precisato: «Lo hanno fatto non dimettendosi dal Csm, ma dalla Commissione incarichi direttivi che a luglio sarebbe scaduta comunque. Mi sto battendo per evitare che i vertici degli uffici giudiziari, cioè i procuratori e i presidenti di Tribunale vengano lottizzati. Cioè, non è possibile che si faccia un planning, all'interno del quale si dica : a questa corrente spetta questa procura, a quest'altra corrente, siccome non ha avuto un procuratore, spettano due procuratori aggiunti da un'altra parte. Questi sono meccanismi che orami sono rifiutati anche in politica. Penso che invece a guidare le procure debbano andare i migliori, senza bisogno di controllare prima di mandarli a guidare un ufficio giudiziario qual è lo spillino della corrente che hanno affisso sulla giacca».

Ma per la poltrona le toghe bloccano la giustizia. Così risulta da un inchiesta de “Il Giornale”.

Giudici contro giudici. Uomini di legge che - forse per la prima volta - si sentono a loro volta vittime di una ingiustizia. Perché non hanno ricevuto il posto che volevano, che forse meritavano, anzi, che certamente meritavano. Oppure - altra ingiustizia! - perché vengono sfrattati dalle poltrone che occupavano da anni, a volte da decenni, e che ambivano ad occupare ancora. Colpa, in ogni caso, del Consiglio superiore della magistratura. Contro le decisioni del Csm piovono centinaia di ricorsi dei giudici che si sentono traditi dall’organo di autogoverno, cioè proprio dall’organo che dovrebbe tutelarne libertà, autonomia, diritti. E che, nel loro caso, ha clamorosamente fallito. Così dicono.

Nella dura lotta tra giudici per le poltrone che contano, è sempre accaduto che qualche magistrato sconfitto imboccasse la strada - consentita dalla legge - del ricorso alla magistratura amministrativa: prima il Tar del Lazio, poi il Consiglio di Stato. Ma ora è diventata moda, alluvione, prassi costante.

Non c’è quasi delibera del Csm che non venga impugnata da chi si è visto scavalcare per un posto di procuratore o di presidente di tribunale. Ricorsi, controricorsi, richieste di sospensiva, appelli incidentali, e poi su su fino all’ultimo gradino, la richiesta al Colle, l’istanza al Presidente della Repubblica affinché si scomodi a stabilire chi diamine ha il diritto di andare a dirigere la procura di Dronero o Roccacannuccia. Una montagna di carte e di ricorsi che intasa la già malconcia giustizia amministrativa. Ma, nelle intenzioni dei ricorrenti, tutto questo accade a fin di bene, nell’interesse non tanto del singolo appellante ma in quello superiore della giustizia. In questi giorni il Csm si è dovuto occupare di un’altra infornata di ricorsi. Una lettura istruttiva, quella dell’ordine del giorno. Vi si intravedono drammi di uomini ormai non più giovani, ombre di lotte fratricide, di rancori antichi e nuovi, di manovre correntizie. C’è il giudice Michelino Ciarcià, che fece domanda per presiedere il tribunale di Sciacca, e venne bocciato. Rifece domanda per il tribunale di Gela, e fu bocciato pure lì, e ora impugna tutto quanto. Col giudice Carminantonio Esposito il Csm è stato ancora più spietato: né il tribunale di sorveglianza di Firenze, né quello di Bologna, e nemmeno quello più modesto di Potenza sono stati ritenuti alla sua portata. Poteva Carminantonio Esposito non fare ricorso? Non poteva.

Così, uno dopo l’altro, dal Nord al Sud (soprattutto) i giudici sconfitti si ribellano e nella marea di opposizioni contestano la «discrezionalità» delle delibere pronunciate dal Consiglio superiore della magistratura e gli avanzamenti di carriera che - dicono - terrebbero conto più dell’area politica di appartenenza che del curriculum. E insieme a loro si ribellano quelli che il Csm vuole costringere a lasciare una sedia che occupano ormai da troppi anni. Lo prevede una legge, che - come si è ammesso da destra e da sinistra - ha posto fine al malvezzo di procure e tribunali occupati a vita come satrapie, con i loro titolari che diventavano parte integrante e inamovibile del potere locale. Eppure c’è chi non si rassegna. A volte, si intuisce, perché la poltrona è importante. Più spesso perché lo è così poco da divenire una sinecura. Ci sono giudici che trovano intollerabile l’idea di lasciare dopo anni il tribunale di Oristano, il tribunale dei minori dell’Aquila, una sezione del tribunale di Frosinone. E fanno ricorso al Tar.

Conoscono la legge, e non si arrendono con facilità, a costo di trasformarsi in stakanovisti del ricorso. Il giudice Vincenzo Serpotta, non avendo alcuna intenzione di mollare il posto di procuratore aggiunto a Catania, inanella quattro ricorsi uno dietro l’altro. Il dottor Domenico Platania (che pure vorrebbe andare a fare il procuratore a Ragusa, e per questo ha presentato un altro ricorso) si rivolge addirittura al Quirinale perché nel frattempo il Csm gli vuole togliere la seggiola di procuratore a Modica. E via di questo passo.

Come vanno a finire, questa valanga di ricorsi? Male, quasi sempre. Ma intanto si è prodotta una valanga di carta, si è intasata ancora un po’ la giustizia, e come effetto collaterale si è lasciata ancora un po’ a bagnomaria una sede giudiziaria che magari aspettava da tempo il nuovo capo, che finalmente l’ha visto arrivare e che però non sa se il capo resterà lì davvero o verrà spodestato prima o poi da una sentenza del Tar del Lazio. Una delle cariche più importanti della Repubblica, quella di primo presidente della Cassazione, è rimasta per mesi e mesi in balia dei ricorsi incrociati. E negli ultimi mesi, una dopo l’altra, due poltrone di uffici giudiziari importanti - quella per la Procura generale di Venezia e per la Corte d’appello di Brescia e per un posto di procuratore aggiunto a Catania - sono tornate senza titolare sicuro dopo che il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso degli sconfitti, ha annullato le nomine faticosamente varate dal Csm.

PARLIAMO DI ACCESSO TRUCCATO.

Un esempio per tutti.

«Ma voi del Giornale non sapete una cosa pazzesca su Antonio Di Pietro e il giudice Corrado Carnevale, sì proprio quello a cui gli amici di Tonino danno addosso dicendo che aggiustava i processi per conto di Cosa nostra...». L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare uscente dell’Mpa di Raffaele Lombardo, ci rimanda a quando nel 1980-81 il cosiddetto giudice «ammazzasentenze», da presidente della commissione d’esami del concorso in magistratura, fece di tutto per promuovere l’allora vice commissario di polizia molisano che ai test aveva fatto una figura a dir poco penosa.

(«Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro - ha raccontato Carnevale -: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito...»).

Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Altro che recriminazioni per l’ipergarantista Carnevale che proprio grazie ai giustizialisti alla Di Pietro si ritroverà a lungo nei guai. Non ci resta che chiedere direttamente a lui, all’integerrimo magistrato in pensione Felice Filocamo, che agli esami orali proprio con Di Pietro ebbe un curioso botta e risposta. «Nel grande giorno - scrive Filippo Facci nel suo libro su Di Pietro - gli chiesero un documento perché si identificasse e reagì stizzito: “Ma io sono il commissario Di Pietro”. “Si, certo, ma solo quando me lo avrà dimostrato”...».

Giudice Filocamo, scusi il disturbo. Sappiamo che lei non ha mai parlato di questa storia degli esami di Antonio Di Pietro per indossare la toga. Ma l’onorevole Belcastro ci ha riferito che...

«Fermatevi. Parlate con il giudice Carnevale, è lui l’autore di tutto (risatina), di quella raccomandazione. Io ero solo il segretario della commissione, chiedete, chiedete a Carnevale».

Corrado Carnevale si è già espresso dicendosi pentito d’aver raccomandato Tonino a diventare un pm. L’onorevole Belcastro, riferendo di una vostra confidenza, ci ha raccontato che non si trattò solo di raccomandazione ma di molto di più, e di più grave, a seguito di un esame quantomeno disastroso da parte di Di Pietro. Esame ben al di sotto della sufficienza e a seguito del quale sarebbero stati strappati compiti e verbali. Sarebbe stato commesso un reato...

«Che ormai sarebbe prescritto (risata). La prego, la fermo. Diciamo che anche se sono passati tanti anni è antipatico rivelare quelli che sono, e restano, i segreti di una camera di consiglio. Non si fa. Non mi faccia scendere nei particolari che vi ha riferito Belcastro, non è mio costume, non insista».

Almeno se lo ricorda quell’esame?

«E come non me lo ricordo? L’esame del vicecommissario Di Pietro è stato... poco decoroso perché insomma... la commissione era convinta che non dovesse essere promosso. Poi è successo quello che è successo e...».

E?

«E... niente. In quell’occasione è stato fortunato (risata). Seguendolo, negli anni, ho potuto notare come sia stato sempre fortunato. Come quando prese soldi e regali da quelle persone lì, a Milano. Si è detto che non era reato, benissimo, ma non fu una cosa molto decorosa per lui e per la magistratura. Così come non ha fatto una bella figura quando venne sospeso dal consiglio nazionale forense per aver tradito il mandato difensivo di un suo assistito accusato d’omicidio, che peraltro, se non ricordo male, era pure il suo migliore amico».

A proposito di questo «tradimento» la Cassazione ha appena chiuso il caso confermando la «condanna» a Di Pietro.

«Ecco, appunto, per indegnità, per scorrettezza, più di questo che gli devono dire?».

Non ce ne voglia, Filocamo. Ma dobbiamo tornare all’esame di Di Pietro perché le cose riferite dall’onorevole Belcastro, anche se il reato è prescritto, sono comunque di una certa rilevanza.

Belcastro parla di verbali e compiti strappati...

«Strappare i verbali... dico... strappare... guardi, in camera di consiglio ognuno esprime la propria opinione, e alla fine, sommando le opinioni, ha prevalso l’opinione generale contraria alla promozione di Di Pietro. Poi, con l’intervento di qualcuno che ha ritenuto che quella decisione non fosse... come dire... beh, ha capito, la commissione poi cambiò idea. Ci furono delle discussioni, la decisione venne rivista. Se chiedete al giudice Carnevale vi può dire lui come andarono veramente le cose. Lui era il capo, lui era il presidente. Io ero solo il segretario della commissione e il segretario, verbalizzavo punto e basta, non avevo poteri decisionali».

Faccia uno sforzo, presidente. Davvero non si ricorda se ha strappato il compito di Di Pietro e se poi qualcun altro l’ha riscritto?

«Cercate di capire... sono passati trent’anni...».

E non è tutto.

Entrare nella casta del Consiglio di Stato attraverso il concorso pubblico è il sogno di molti, e il casting dovrebbe essere davvero accurato. Negli ultimi tre anni ce l'hanno fatta solo in cinque.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”.

I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con “Panorama” Berardi.

In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.

Cinquemilaquattrocentosettantacinque giorni per accertare che i temi di un candidato al concorso per entrare in magistratura, svoltosi nel maggio 1992, non erano mai stati esaminati. Furono promossi 275 uditori giudiziari, tutti in servizio in ogni parte d'Italia. Ma perché gli elaborati del candidato numero 621 - l’avvocato penalista Pierpaolo Berardi, di Asti - non vennero neppure letti? «Bella domanda. Avrebbe dovuto accertarlo la procura di Perugia», dice. Il sospetto che forse, in quel concorso, qualcosa fosse stato già deciso prima, è forte. Dopo una battaglia lunga quindici anni, il Csm, con una delibera, ha detto che quelle tre prove non erano mai state esaminate dalla commissione, la stessa che, nel 2003, venne pure chiamata a «riesaminare» le prove. I temi taroccati. Ora la solitaria avventura di Berardi, ci riporta al punto zero. Il Csm, nella delibera, spiega che non può fare altro che prendere atto (della mancata correzione) e che l'unica strada percorribile per avere giustizia è quella di ricorrere a un altro, l’ennesimo, giudice. Le prove del concorso si erano svolte dal 20 al 22 maggio 1992. I risultati di «non idoneità» erano stati comunicati solo nell'aprile 1993. Il verbale della correzione precisa la durata: tre minuti esatti per ogni elaborato; stesso tempo utilizzato per i candidati ammessi agli orali. Parte il primo ricorso al Tar che ordina la ri-correzione degli elaborati, perché tre minuti non servono a niente. E siamo arrivati al 4 novembre 1996. Passano quattro anni. Il Csm si rivolge anche al Consiglio di Stato. Nel 2000 conferma quanto stabilito dal Tar. Berardi: «Non mi fermo. So benissimo che i temi non erano mai state letti. Dal’94 al 2000, incontro i ministri della Giustizia Biondi, Flick, Diliberto e Fassino. Anche l’ex pg della Cassazione Vittorio Sgroj, amareggiato e sconfortato». Scontro durissimo: «In questo periodo devo fare altri due ricorsi autonomi al Tar per avere l'accesso agli atti e trovo, con una ricerca a campione, almeno 10, 15 temi incompatibili con la poi avvenuta promozione a magistrato. Nel mio giorno di"correzione" un candidato non ha mai svolto la traccia di diritto penale ma di diritto civile, ripetendo sempre lo stesso concetto. In un'altra sessione un candidato cita passi interi di libri. Un terzo scrive strafalcioni di diritto penale da non consentire di superare l’esame all'università, altro che concorso in magistratura!». Berardi è fiducioso. Nonostante tutti questi atti «comprovanti le gravi illiceità», si dice che la brevità del tempo non indica certo «un’omessa correzione». Se fosse stata riconosciuta, come è stato accertato, «avrebbero dovuto aprire un disciplinare clamoroso, denunciare e riconoscere, il falso nei verbali», commenta amaro Berardi. Nel 2002, viene disposta la ri-correzione da parte della stessa Commissione. Quella che non aveva mai aperto le buste. «La ricuso, ma il Csm, il Tar ed il Consiglio di Stato dicono che va bene così. Mi rivolgo al Consiglio di Stato per la revocazione del giudizio, poi alle Sezioni Unite della Cassazione». L’archiviazione L’avvocato si rivolge alla magistratura di Perugia, che riapre per tre volte le indagini senza mai compiere un solo atto investigativo: dal 1995 al 2004, silenzio totale. Nemmeno quando si scopre che dagli archivi del ministero è sparito il fascicolo con i relativi elaborati di uno dei candidati vincitori, Francesco Filocamo. Solo alla fine del 2004 c’è un interrogatorio. Morale, archiviazione. Nella correzione da 180 secondi non c’è nessun falso, ma solo una «illegittimità amministrativa», poiché effettivamente i temi furono corretti in modo non attento. Insomma, tutto ok. O quasi. La battaglia diventa guerra. Anche di nervi: «Sono andato a Roma 78 volte e a Perugia circa una decina. Il tempo intercorso tra l'inizio di questa vicenda e oggi, escludendo i mesi bisestili, sono di 5475 giorni. Un contatto quotidiano con i soggetti che hanno avuto la ventura o sventura di aiutarmi». Anno 2007. L’avvocato Anna Mattioli, che assiste il collega, redige un’istanza di ri-correzione, testardamente riproposta nonostante le sentenze passate in giudicato per la «macroscopica ed evidente diversità di trattamento con un’altra candidata». Lei ebbe la garanzia di una nuova commissione e dell'anonimato. Berardi no. C’è aria di sconfitta: «L’8 maggio del 2008, il Csm mi ha risposto che sì, è vero, c’è una differenza tra me e l'altra candidata perché a me i temi non furono mai corretti, tanto è vero che si parla di correzione e non di ri-correzione e che un giudizio non c'era mai stato. Il Csm riconosce ora, che la disparità di trattamento può essere fatta valere davanti ad un giudice. Finalmente, la verità. E adesso vado avanti».

Ma sul concorso in magistratura c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo.

Giudici che si defilano all’ultimo momento. Caos totale. Commissari d’esame che abbandonano senza motivo. Minacce, insulti. Vicequestori sorpresi con materiale proibito nascosto nella biancheria. È il quadro desolante del concorso per l’ingresso in magistratura tenuto a Milano dal 19 al 21 novembre 2008: non più nel racconto dei candidati ma, per così dire, dall’altra parte della barricata. È la relazione che il presidente della commissione d’esame, il giudice di Cassazione Maurizio Fumo, ha inviato al Consiglio Superiore della Magistratura, che, nonostante tutto, convalida la prova d’esame per il semplice motivo che rifare tutto costerebbe troppo.

Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima».

"Vi racconto il concorso da giudice: tutto truccato". «Una scena che non dimenticherò facilmente. Marasma totale, candidati che chissà come erano riusciti a portarsi appresso intere enciclopedie giuridiche, nessuno che sapeva che pesci pigliare, e in mezzo al caos un membro della commissione che strillava “Fermate quello spelacchiato che incita le persone”. Sembrava di essere al mercato, non al concorso per una delle professioni più delicate della nostra società».

Questo è il racconto di V. che ha trent’anni e - per motivi che spiegherà più avanti - non vuole vedere il suo nome sui giornali. Ma il suo nome ce l’ha il ministro della Giustizia Angiolino Alfano, in calce all’accorata lettera che V. gli ha mandato per raccontargli le condizioni surreali in cui si è svolto a Milano, dal 19 al 21 novembre 2008, il concorso per 500 posti da magistrato. Delle decine di testimonianze come quella di V. si dovranno occupare in diversi. Il ministero, che ha avviato una inchiesta interna. Il Consiglio superiore della magistratura che - su richiesta dei Movimenti riuniti e di Md - stamattina aprirà una sua indagine. E la Procura della Repubblica di Milano sul cui tavolo sono arrivati gli esposti che alcuni candidati inferociti si sono precipitati a depositare dopo avere rinunciato a portare avanti la prova.

«Io non voglio buttarla in politica», dice V., «non voglio ipotizzare che ci fossero forme di corruzione o di connivenza. Non sta a me accertarlo. A noi spetta denunciare le irregolarità macroscopiche che erano sotto gli occhi di tutti e che la commissione ha fatto finta di non vedere. Adesso leggo che il ministero per fare luce sulla vicenda ha chiesto una relazione al presidente della commissione. Che obiettività ci si può aspettare? Perché non vengono sentiti anche i candidati?».

Tema dello scandalo: l’introduzione - da parte di numerosi candidati all’oceanica prova d’esame convocata presso la Fiera di Milano - di vietatissimi codici commentati. Tradotto per i profani: agli esami per magistrato i temi riguardano faccende astruse («diritto di abitazione del coniuge superstite e della tutela del legittimario nel caso di atti simulati da parte del de cuius», recitava una traccia di settimana scorsa) cui i candidati debbono rispondere basandosi unicamente sui testi di legge, e non sui codici assai diffusi in commercio che, in fondo alle pagine, forniscono le risposte a ogni dubbio. Peccato che alla Fiera di Milano i codici del secondo tipo circolassero quasi liberamente. Risultato: sollevazione degli onesti, assalto alla presidenza, la prova che si blocca, riparte, finisce a notte inoltrata tra urla di «vergogna, buffoni», minacce, metà dei 5.600 candidati che abbandonano senza consegnare il compito. Come è stato possibile? Il presidente della commissione d’esame, il consigliere di Cassazione Maurizio Fumo, rifiuta ogni spiegazione. Così per ricostruire i fatti - che rischiano di portare all’annullamento della prova - bisogna affidarsi al racconto di V. e degli altri candidati.

«La mia non è una denuncia anonima - dice V. - il ministro ha il mio nome in mano. Ma io quell’esame voglio riprovare a affrontarlo, stanno per essere banditi altri 350 posti. E se il mio nome girasse ne uscirei enormemente penalizzata».

Che una aspirante magistrata sia convinta che il «sistema» si vendicherebbe della sua denuncia civile la dice lunga sull’aria che tira. V. non si dichiara ancora ufficialmente una disillusa, ma poco ci manca. «Io da sei anni non faccio altro che prepararmi per questo concorso. Voglio fare il magistrato, e credo che lo farei bene. Non ho aspirazioni missionarie, non ho una visione giustizialista della società. Ma credo che ogni società abbia bisogno di una cultura delle regole, e che per questo servano magistrati equilibrati e preparati. Io credo di essere entrambe le cose. Consideravo il concorso per magistratura l’ultima trincea della meritocrazia, evidentemente mi sbagliavo. All’idea che questo concorso premi i furbi che “ci hanno provato” mi sento profondamente indignata».

«Abbiamo passato un giorno intero - racconta - a fare controllare i testi di cui chiedevamo di servirci. A me hanno tolto persino i segnapagine. Il giorno dell’esame ci sono ragazze che si sono viste perquisire anche la busta dei Tampax. I controlli, insomma, sembravano seri. E invece quando siamo entrati nell’aula è arrivata la sorpresa. C’erano candidati che avevano sul banco, con tanto di autorizzazione, codici commentati, manuali di diritto, enciclopedie. A quel punto è partita la protesta». Ma chi è stato, a permettere l’ingresso dei testi vietati? «I controlli li facevano i vigilantes, gli stessi che poi giravano tra i banchi. Non so chi li abbia istruiti. Ma so che un codice semplice si distingue facilmente da uno commentato: c’è scritto in copertina, e uno è alto un terzo dell’altro. Impossibile non accorgersene».

E allora? Come è stato possibile? «Non lo so. Era una situazione surreale. E il presidente diceva: la prova va avanti, non è successo niente. Nei due giorni successivi il concorso è andato avanti così, chi copiava dai testi e chi si arrangiava in qualche modo. Se provavi a guardare il banco del vicino quello ti saltava in testa: cosa vuoi, fatti i fatti tuoi, vattene». Ed era il concorso da cui sarebbero usciti i magistrati di domani.

Niente male per essere un concorso per futuri magistrati. Niente male poi, se il concorso, è organizzato dal ministero della «Giustizia». Dentro le aule è entrato di tutto: fotocopie, fisarmoniche con possibili tracce e, soprattutto codici «irregolari», cioè «commentati» ma nonostante questo approvati dai cancellieri durante i controlli con tanto di timbro del dicastero di via Arenula. Così c'è stata una sollevazione generale per almeno un'ora. E l'inizio del concorso, già in ritardo, è stato posticipato ulteriormente. Andiamo per ordine.

LA STORIA – Il lunedì nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho, iniziano le procedure della prova del concorso nazionale da magistrato. Cioè 5.600 laureati in legge, per 500 posti da uditore giudiziario da assegnare. Portano dentro le aule i testi che potranno consultare in aula. Ma prima devono superare il controllo. Cioè, un cancelliere di tribunale, quindi un esperto, verifica i libri, ne controlla che siano realmente dei codici, che non vi siano infilati dentro dei fogli e che non ci sia scritto nulla. Ma soprattutto che siano conformi al bando. Cioè dei semplici codici senza commenti. Due giorni di lavoro e code interminabili. E cosa succede? Mercoledì, giorno della prova scritta, i futuri magistrati si ritrovano degli aspiranti colleghi con testi «fuorilegge» però con tanto di timbro del ministero della Giustizia.

LE DENUNCE - Intorno alle 18, quando è stato consentito ai candidati che lo desideravano di lasciare il padiglione, sono stati decine quelli usciti furenti: «O i cancellieri sono incompetenti, e non si capisce perché il ministero si serva di loro, oppure sono in malafede», denuncia Marco che arriva da Napoli. «Io sono stata sottoposta ad un controllo che è durato dieci minuti. Non si spiega come sia possibile che quei volumi vietati abbiano ottenuto il timbro ministeriale. Eppure, anche un bambino vedrebbe che il tomo pesa il doppio perché contiene dei commenti», urla Katia dalla Sicilia. Così è partita la sollevazione al coro di «vergogna, vergogna» all'indirizzo della commissione d'esame. Proteste e denunce in procura. Una cinquantina di ragazzi ha anche abbandonato il concorso: «Vogliamo che la prova venga annullata!», ci dice un ragazzo che arriva da Genova.

IL PRESIDENTE DIMISSIONARIO – Il venerdì in tanti hanno rinunciato alla prova. E si chiedevano come mai il presidente della commissione nominato appena due settimane prima della prova, dopo una settimana ha lasciato l'incarico: «Forse il suo telefono era diventato rovente», afferma un futuro magistrato che vuole restare anonimo (sic!). «Una settimana a Milano per fare il concorso, ho speso 1000 euro tra albergo e viaggio, e devo assistere ad un simile spettacolo». E in tanti non si spiegano come mai il concorso si tenga nella sede unica di Milano quando negli anni passati si teneva anche a Roma. Giovanni da Catania è lapidario: «Forse qualcuno della Lega vuole penalizzare la maggioranza dei concorrenti che arriva dal sud?». Ma questa è un'altra polemica.

Intanto i trucchi vengono da lontano. Ecco una interrogazione parlamentare per una sessione truccata.

Legislatura 14, Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05120.

Pubblicato il 30 luglio 2003. Seduta n. 455

MEDURI, BEVILACQUA, SUDANO, CONTESTABILE, GENTILE, RAGNO, AZZOLLINI, CIRAMI, EUFEMI, CASTAGNETTI, MORSELLI, GUBERT, GRILLOTTI, BATTAGLIA ANTONIO, PERUZZOTTI, FERRARA, ULIVI, BONGIORNO, MENARDI, MUGNAI.

-         Al Ministro della giustizia. - Premesso:

che il quotidiano “Il Giornale” del 14 maggio 2003 ha pubblicato il seguente articolo sotto il titolo: “Concorso truccato in magistratura”:

“C’è l’ombra di uno scandalo sull’ultimo concorso in magistratura: il grave sospetto che un membro della Commissione d’esame per uditori giudiziari, un magistrato, abbia commesso scorrettezze per favorire un candidato. O, addirittura, sia stato corrotto. Tutto segreto, per ora. Ma i titolari dell’azione disciplinare, il Procuratore generale della Cassazione e il Ministro della giustizia, sarebbero stati informati per valutare le iniziative di loro competenza.

La Procura di Roma, da parte sua, avrebbe aperto una pratica, subito secretata, per indagare sulla vicenda e accertare quali reati sono ipotizzabili. Anche il Consiglio superiore della magistratura, nella persona del suo vicepresidente, Virginio Rognoni, sarebbe stato messo al corrente. Tanto più perché il magistrato coinvolto, e sarebbe una donna che veste la toga a Napoli, avrebbe già dato le dimissioni dalla Commissione “per motivi di famiglia”.

Così l’organo di autogoverno della magistratura, per la precisione la nona commissione, ha dovuto provvedere con urgenza a nominare il sostituto perché l’esame degli scritti potesse procedere senza interruzione. Anche questa pratica del CSM è stata secretata e questo la dice lunga sulla gravità dell’episodio e sulle ripercussioni che potrebbero esserci: quantomeno una batosta all’immagine di serietà e correttezza di questa fondamentale prova d’accesso dalla quale si esce abilitati ad indossare la toga.

Stiamo parlando del concorso nazionale che si è tenuto a Roma a fine gennaio. Una folla di giovani aspiranti magistrati, più di mille a quanto sembra, ha inizialmente superato i quiz di ammissione e successivamente si è cimentata sulle due prove scritte di diritto. In questi giorni la Commissione, formata prevalentemente da magistrati ma anche da alcuni professori universitari, sta appunto correggendo i temi. E pare che proprio da un compito abbia avuto origine lo scandalo.

Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. Una volta superata la prova scritta i candidati devono passare anche quella orale, che probabilmente partirà all’inizio dell’estate, ma la strada è spianata.

Sarebbe dunque inquinata la prova di accesso in magistratura? Di scandali per i concorsi da avvocati e da notai se ne ricordano tanti, ma questa volta la cosa sarebbe anche più grave, almeno perché è proprio in questa fase che si selezionano i servitori dello Stato che devono amministrare la giustizia, con indipendenza e imparzialità.

Accedere alla Commissione d’esame in magistratura è per questo un fatto di prestigio. Basti pensare che proprio a quest’ultima aveva chiesto di partecipare Francesco Saverio Borrelli, appena andato in pensione. Il Csm lo aveva anche nominato, ma poi il “padre” di Tangentopoli ci aveva ripensato e aveva rinunciato per motivi personali. Forse, perché contava di rientrare presto in servizio attivo appellandosi alla nuova legge che estende l’età pensionabile da 70 a 75 anni, senza immaginare che il Csm avrebbe osato sbarrargli il passo”;

che successivamente tutti i maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato;

che per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio;

che a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani;

che una luce sinistra grava, quindi, su tutto il concorso, e che nessuno può avere certezza che tutti gli ammessi lo meritassero veramente e tutti gli esclusi fossero veramente non idonei;

che, quindi, grava forte il sospetto che, domani, qualche imbroglione, gratificato indebitamente da esaminatori non irreprensibili, possa diventare giudice di altri uomini, forse più onesti o meno fortunati di lui;

che molti autorevoli giornali, qualcuno addirittura nell’editoriale, hanno invocato l’annullamento del concorso,

si chiede di sapere se, al fine di tranquillizzare tutti i cittadini e per ridare credibilità e fiducia nelle Istituzioni e soprattutto nell’Ordine Giudiziario, da anni al centro di forti polemiche e dure critiche, il Ministro in indirizzo non intenda, come a giudizio dell’interrogante dovrebbe e come da più parti viene richiesto, annullare il concorso in discussione, bandendone uno nuovo ed evitando che dello stesso facciano parte commissari presenti nel concorso di cui si è detto, che agli interroganti, anche sulla base delle notizie di stampa citate, parrebbe viziato da scandali ed imbrogli.

PARLIAMO DI TOGHE MASSONICHE.

Può un magistrato venir meno al vincolo di fedeltà giurato, pena la morte, per entrare in massoneria? E quali prove possono addurre quei giudici o pm che affermano di esserne usciti? Qui sentiamo alcuni esperti e passiamo in rassegna le carriere di tante toghe che sicuramente quel patto di sangue lo avevano sottoscritto. Molti sono ancora in servizio. E rivestono ruoli apicali.

Dai tribunali massonici “ordinari” fino alle regole inconoscibili delle Logge coperte o non riconosciute. Con una serie di misteri non ancora svelati.

Che il giuramento massonico non sia uno scherzo, ma un impegno tremendamente serio, lo confermano tanto i diversi testi “sacri” conservati nelle Logge, quanto i massimi studiosi delle regole muratorie, e non solo in Italia.

Qual è, allora, la punizione per chi viene meno?

Stando alle regole ufficiali, esistono tribunali massonici che partendo dal livello regionale, in tre gradi di giudizio, emettono la sentenza. Il peggio che può capitare ad un affiliato di livello medio-basso è il provvedimento di espulsione. E' il caso, ad esempio, delle infinite beghe all'interno del Grande Oriente d'Italia sede napoletana, con tanto di accuse reciproche di furti, appropriazioni indebite, truffe. Il tribunale massonico è peraltro venuto alla luce nel corso dei diversi procedimenti penali (quelli della magistratura ordinaria, naturalmente) che hanno visto massoni coinvolti, come nel caso della Loggia Spinello.

Tutto questo riguarda i comuni mortali, le decine di migliaia di ragionieri, avvocati, impiegati e funzionari pubblici che troviamo regolarmente negli elenchi. Ma come funziona per i vip, quasi sempre iscritti in logge coperte o, come abbiamo visto, in obbedienze di più recente fondazione ma riconosciute all'estero e comunque avvolte dal più fitto mistero? Cosa succede, insomma, ad un confratello di altissimo grado che viene meno al giuramento? Qual è il castigo per colui che, dopo aver avuto accesso al sancra sanctorum dei segreti - anche personali, giudiziari o economici - dei confratelli, decide di infrangere il patto di sostegno incondizionato ai confratelli o, peggio, di rivelare ciò che ha appreso nelle alte sfere delle super logge?

«In questi casi - spiega un noto consulente delle Procure - non esistono regole conosciute. Ciò che a noi risulta sono solo i giudizi dei tribunali massonici ufficiali». Ed è proprio lungo questo vago confine che si rincorrono le ipotesi - molte presenti anche sul web con tanto di circostanziate ricostruzioni - su alcuni stranissimi “incidenti” o improvvisi e inspiegabili “suicidi” degli ultimi anni. Si tratta, in tutti i casi che qui ricorderemo, di personalità non ufficialmente iscritte alla massoneria, ma sulla cui vicinanza o appartenenza alle Logge sono stati spesso avanzati dubbi.

Cominciamo da Lorenzo Necci che, grazie alla militanza nel Pri - il partito che si richiama al padre della massoneria Giuseppe Mazzini e che contava tra le sue fila il maggior numero di confratelli - e all'amicizia personale con Ugo La Malfa, da figlio di un ferroviere era diventato numero uno delle Ferrovie di Stato, dal cui portone principale era uscito lasciando nelle casse un buco da miliardi di euro. A maggio 2006 Necci muore senza un perchè, in ospedale, dopo essere stato investito dalla Range Rover di un piccolo artigiano locale mentre si recava in bicicletta al campo da golf nella zona di Ostuni, dove trascorreva i week end. Senza che nessuno avverta la necessità di chiedere l'autopsia. Ha portato con sè, fra gli altri, tutti i segreti del colossale buco nero di denaro pubblico denominato “Treno ad Alta Velocità”, che proprio in quegli anni stava arrivando all'attenzione della magistratura.

26 novembre. Siamo sempre nel 2006, anno maledetto. L'imprenditore televisivo Giorgio Panto si leva in volo, come fa abitualmente quasi tutte le settimane, con il suo elicottero verso l'isola di Crevan, nella laguna di Venezia. Un percorso conosciuto a menadito per un pilota, come lui, superesperto. Non ci sono condizioni meteorologiche avverse ma all'improvviso il cielo è squarciato da una fiammata. L'elicottero si schianta in laguna. Perde così la vita l'uomo che aveva osato sfidare il centro-destra italiano. Fino al punto da sancire la vittoria, alle politiche di quell'anno, del centrosinistra di Romano Prodi. Con i 92.079 voti raccolti dalla lista autonoma di Panto, infatti, la destra di Silvio Berlusconi avrebbe ottenuto il premio di maggioranza, vincendo le elezioni. Era vicino alla massoneria, Panto? Non ci sono elementi sicuri per affermarlo. A parte l'amicizia con i redattori della rivista Il Piave, cui collabora regolarmente Licio Gelli.

Meno di un anno dopo - siamo a luglio 2007 - ancora una morte, improvvisa e del tutto inspiegabile, di una personalità molto in vista. Dopo essere rientrato da una mattinata di udienza al tribunale di Prato il re degli avvocati milanesi, Corso Bovio, rientra tranquillamente nel suo studio di via Podgora a Milano. E' di umore normalissimo. Saluta i collaboratori e si chiude nella sua stanza. Pochi minuti dopo si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola in bocca. Questa la versione ufficiale, l'unica, su un caso che avrebbe meritato, per le tante stranezze, ben altri approfondimenti. Era iscritto alla massoneria, il principe del foro Corso Bovio, sui cui manuali hanno studiato intere generazioni di giornalisti italiani? Non appare in alcun elenco ufficiale. Ma di sicuro lo era la sua famiglia, a cominciare dal nonno Giovanni Bovio, illustre giurista e senatore della repubblica, cui è intitolata una fra le più importanti logge del Grande Oriente d'Italia che ha sede a Napoli, la città dove Corso Bovio era nato nel 1948. Difensore di personaggi come Marcello Dell'Utri, Paolo Berlusconi e, più recentemente, Stefano Ricucci, secondo indiscrezioni, pubblicate dal Sole 24 Ore all'indomani della sua scomparsa, Bovio custodiva un archivio “esplosivo”, dal quale sarebbe stato possibile riscrivere la vera storia del capitalismo italiano. Dopo il sequestro da parte della Procura milanese, su quelle carte, da allora, è caduto il silenzio.

Gli italiani lo hanno capito da tempo, a reggere davvero le sorti del Paese non sono né le banche né le istituzioni democratiche e nemmeno la magistratura: sono i massoni - regolari o, quasi sempre, appartenenti a logge coperte - che proprio in quei tre ambiti sono capillarmente infiltrati. A confermare questa consapevolezza arriva, da ultimo, il sondaggio lanciato sul sito della Voce, al quale hanno partecipato 466 lettori: un piccolo ma significativo campione, secondo il quale (56,8%) sono sempre loro, i confratelli, a detenere saldamente le leve del potere. E tutto attraverso quel vincolo di segretezza che, dopo l'iniziazione, si può cancellare solo con la morte.

Lo dicono, chiaro e tondo, le parole stesse del giuramento: «prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra».

Chiaro, no? Come la mettiamo, allora, con quei confratelli che rivestono ruoli apicali in settori nei quali è richiesta la loro facoltà decisionale? Basta insomma, per fare un esempio, che qualche magistrato se la cavi dicendo frasi del tipo «La massoneria? Io l'ho lasciata da tempo...», senza poterlo in alcun modo provare? E come si comporterà se l'imputato - o, più spesso, l'avvocato di quest'ultimo - è un grembiulino come lui?

Cominciamo dal primo quesito. Giuseppe De Lutiis, uno fra i più autorevoli studiosi di eversione e di poteri occulti, consulente di numerose Procure della repubblica, non ha dubbi: «dalla Massoneria si esce solo nel caso in cui si venga espulsi. Altrimenti si rimane “in sonno”, una condizione comunque revocabile in qualsiasi momento». Aggiunge un altro consulente, più volte fin dagli anni ‘80 al fianco dei pm in indagini sulle Logge segrete: «accade con una certa frequenza che un massone in sonno decida di rientrare tra i confratelli attivi, anche perchè spesso la scelta dell'“assonnamento” è dovuta all'assunzione di cariche pubbliche. Il suo ritorno viene vissuto come una festa: non solo non occorre rifare tutti i complessi rituali dell'iniziazione, ma spesso riceve in dono il passaggio ad un grado superiore rispetto a quello che aveva lasciato. Questo indica che dalla massoneria non ci si può “dimettere”: loro lo vivono come un battesimo, che non prevede alcuna possibilità di “sbattezzarsi”».

Tutto ciò riguarda le Logge regolari, con tanto di elenchi depositati, mentre sulle eventuali “norme” vigenti fra i massoni coperti non è possibile azzardare ipotesi. Di sicuro, il giuramento non viene meno nè potrà essere mai svelata l'identità dei confratelli. Quali siano le “punizioni” per chi trasgredisce, si può a questo punto solo immaginarlo.

E' sulla base di questa premessa che siamo andati a cercare chi sono, dove sono ora e cosa fanno alcuni magistrati sulla cui originaria affiliazione massonica non ci sono dubbi. I 37 nomi che qui di seguito proponiamo, infatti, sono presi per buona parte dagli unici elenchi (comprensivi delle Logge coperte) che siano mai venuti alla luce: quelli sequestrati nel ‘92 dall'allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova. Altri nomi li abbiamo invece ricavati dall'elenco ufficiale dei massoni pubblicato nel 2008 dalla Voce, che non include la consistente fascia di vip affiliati ad obbedienze cosiddette “non regolari”, ma assai più potenti e generalmente riconosciute da Logge estere.

Sulla cima della piramide ci sarebbe in questo periodo, per fare un esempio, la “Gran Loggia Italiana Massonica”, i cui adepti, che si definiscono «un gruppo di Fratelli Massoni provenienti da varie Obbedienze, (G.O.I., Piazza del Gesù, Gran Loggia Regolare d'Italia, Gran Loggia Massonica Italiana, Logge di San Giovanni, Gran Loggia della Repubblica di San Marino)», adducono a fondamento della loro scelta la risibile motivazione di poter affiliare anche le esponenti del gentil sesso (facoltà ampiamente prevista da una delle due principali obbedienze regolari, vale a dire la Gran Loggia d'Italia di Palazzo Vitelleschi).

Fondata ad Arezzo nel marzo 2002, la nuova compagine non poteva che essere benedetta da Licio Gelli in persona. Nessun problema, se non fosse per un piccolo particolare venuto a galla in un articolo della Nazione di fine 2006: la donazione fatta dal venerabile e dai suoi confratelli ai poveri del Sacro Cuore di Arezzo. Racconta al quotidiano il parroco, don Angelo Chiasserini: «Quello che valuto è la finalità dell'iniziativa, che è di beneficenza. E' stato Tiberio Terzuoli, gran maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale, a contattarmi, spiegandomi successivamente che all'iniziativa avevano contribuito anche Gelli e Giuseppe Sabato, sovrano della Gran Loggia Massonica Italiana». Che di lì a poco si sarebbe invece ribattezzata Gran Loggia Italiana Massonica.

Ma chi è Giuseppe Sabato il “sovrano”? Non sarà per caso lo stesso rampante manager di Banca Esperia, la holding finanziaria che fa capo a Silvio Berlusconi? Impossibile affermarlo con certezza, visto il segreto assoluto che vige nella neo-Loggia aretina. Di sicuro, però, oggi a dominar la scena sotto i cappucci sono i maghi dell'alta finanza. Come accade a Napoli, dove dominus incontrastato della Loggia Bovio è il commercialista Giovanni Esposito, assurto nell'olimpo supermassonico dell'Arco Reale, rito di York. «Il baricentro - dice ancora il nostro esperto - ai livelli medio-alti si sta spostando dalle Logge coperte a queste consorterie non riconosciute dalle obbedienze tradizionali, ma gemellate con compagini estere come la Loggia Montecarlo, che ha sede nel Principato di Monaco».

Se questi sono ora gli assetti finanziari “globalizzati” dei confratelli, non meno interessante sarebbe definire quali e quanti magistrati vestono oggi il grembiule sotto la toga. Missione quasi impossibile, dal momento che a scoprire le carte dovrebbero essere i loro stessi colleghi, come in perfetto isolamento fece Cordova nel ‘92 e come, intorno al 2000, aveva provato a fare a Napoli un altro pm-coraggio, Luigi De Ficchy, attuale procuratore capo a Tivoli e all'epoca impegnato nell'inchiesta sulla Loggia deviata Spinello, naufragata nelle nebbie della procura capitolina. Mentre i circa mille faldoni dell'inchiesta Cordova marciscono ancora nei sotterranei di piazzale Clodio, a Roma.

E' tradizionalmente considerato l'approdo su cui vanno a dissolversi le inchieste giudiziarie più scottanti, quelli che chiamiamo - e che probabilmente resteranno - i misteri di Stato. E la sua fama leggendaria di porto delle nebbie il tribunale di Roma non ha mancato di alimentarla, con vicende come quelle che hanno investito, per fare solo qualche esempio, magistrati quali il gip Renato Squillante o, anni addietro, il piduista Carmelo Spagnuolo. Ma quali sono realmente oggi gli assetti in quella enclave giudiziaria e, soprattutto, nella sua Procura? A rivelare particolari inediti è il consulente delle Procure Antimafia Gioacchino Genchi, vicequestore, esperto informatico e per anni al fianco dell'allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Le rivelazioni, che emergono dalla sua lunga esperienza sul campo, esplodono nelle pagine del monumentale “Il Caso Genchi” scritto col giornalista Eduardo Montolli edito da Aliberti.

Più volte nel libro ricorre la figura di Giancarlo Elia Valori, potentissimo grand commis di Stato, l'uomo che De Magistris riteneva di aver individuato come il grande vecchio della massoneria transnazionale. Frequentissime le conversazioni telefoniche fra lo stesso Valori ed il procuratore aggiunto della capitale Achille Toro, lo stesso inquirente che decide di non astenersi quando si tratta di sequestrare l'archivio Genchi, benchè nei tabulati delle conversazioni di Valori fosse presente tante volte il suo stesso nome. E benchè - ricorda Genchi - da quei tabulati risultassero le tante telefonate fatte proprio da Toro e dalla sua famiglia all'indagato numero uno di Why Not, l'avvocato di Valori e parlamentare Pdl Gianni Pittella. Valori: l'uomo che aveva ammesso a Palazzo San Macuto di aver presentato il generale Peron a Licio Gelli... Notizie su un altro procuratore aggiunto della capitale arrivano dall'ambiente degli avvocati e riguardano Giancarlo Capaldo. In particolare le attenzioni di alcuni settori forensi si appuntano sulla notizia che l'alto magistrato è fratello di Pellegrino Capaldo, il potente banchiere, vicino all'Opus Dei, da sempre in prima fila per sostenere i politici impegnati nell'operazione Grande Centro per far rinascere una balena bianca di stampo affarista. «Stupisce perciò - sbotta un avvocato - che indagini delicate come quelle sull'Operazione Sofia, finalizzata ad un analogo obiettivo, fossero state affidate proprio al pm Capaldo».

Eppure, provando a scorrere le carriere delle toghe messe a nudo dal mastino di Palmi, Agostino Cordova, più qualche nome venuto fuori in elenchi recenti, le sorprese non mancano. Ecco allora qui di seguito, in ordine alfabetico, alcuni esempi significativi fra i tanti magistrati che avevano giurato fedeltà alla massoneria.

ABBADESSA Lorenzo - Classe 1939, nato a Napoli (dove gli Abbadessa sono conosciuti come influente famiglia di medici), dal 2006 si è iscritto all'albo degli avvocati e risulta avere lo studio a Soverato, perla costiera della provincia di Catanzaro. Con la qualifica di “Magistrato” lo si ritrova invece negli elenchi dei massoni aggiornati a tutto dicembre 2007 e pubblicati dalla Voce nel 2008. Lorenzo Abbadessa è attualmente responsabile, proprio a Catanzaro, della Procura generale della repubblica presso la Corte d'Appello, in via Falcone e Borsellino.

ALIBRANDI Tommaso - Nato a Roma l'8 agosto del 1933, è iscritto negli elenchi ufficiali della massoneria aggiornati a tutto il 2007 con la qualifica di “Magistrato al Consiglio di Stato”. Negli anni ‘90 era stato invece attivo presso la Corte dei Conti. Nel ‘93 il suo nome è fra gli indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla telefonia dal pm della capitale Guglielmo Muntoni (giudice Maria Cordova) insieme - fra gli altri - a Carlo De Benedetti, al costruttore Mario Lodigiani e all'ex ministro Paolo Cirino Pomicino. In quegli anni Alibrandi era stato capo dell'ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali, presidente del Tar della Val D'Aosta nonchè ex “uomo ombra” dell'allora ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì. Di provata fede Pri è anche Alibrandi (già senatore del partito di Giorgio La Malfa), che nel 2003 ritroviamo in pista fra i promotori della resuscitata Voce Repubblicana. Dal 2008 esercita la professione di conciliatore bancario.

ARIOTI Alfredo – Un Alfredo Arioti nato a novembre del 1941 compare con la dicitura esplicita di “magistrato” negli elenchi ufficiali degli iscritti alla massoneria di Perugia a tutto dicembre 2007. Si tratta dello stesso Alfredo Arioti Branciforti presente nell'organico della magistratura italiana come “nato a Palermo il 26 novembre 1941”. Il che risulta fra l'altro dal suo curriculum pubblicato da E-Campus, formazione universitaria a distanza, nel quale viene specificato che «dopo essere stato uditore presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Roma, veniva nominato Pretore in Valle D'Aosta a Donnaz». Nel 1969 «si trasferiva a Perugia, dove svolgeva le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale». Dal 1981 Arioti è «Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Perugia. In tali funzioni esplicava numerose e delicatissime inchieste anche nei confronti di varie organizzazioni terroristiche quali Brigate Rosse, NAR, Prima Linea, Ordine Nuovo, talchè subiva un attentato terroristico, perpetrato da una organizzazione eversiva, concretizzatosi in esplosioni di colpi di arma da fuoco nei confronti della sua abitazione». Al Csm Arioti aveva dichiarato di essersi allontanato dalla Massoneria fin dal 1992, dopo che per ben due volte l'organo di autogoverno lo aveva dichiarato non idoneo a funzioni superiori proprio a causa di quella affiliazione, che gli aveva fra l'altro fatto meritare consistenti avanzamenti all'interno del sodalizio muratorio. Ne dava notizia, nel 2004, il bollettino di Magistratura Democratica, senza peraltro precisare quali prove avesse addotto il magistrato a riprova del suo allontanamento dalla massoneria, visto che il nome compare ancora negli elenchi 2007. Di Alfredo Arioti si sono comunque più recentemente occupate le cronache locali. E' accaduto nel 2008, quando il coordinatore Pdl Fabrizio Cicchitto (piduista) lo voleva come candidato a sindaco di Perugia; poi il diretto interessato preferì restare in magistratura - ci informa la Nazione il 19 novembre - e non se ne fece nulla.

ARMANI Giuseppe - Classe 1937, nato a Reggio Emilia, Armani è ancora presente in quanto “Magistrato” negli elenchi degli affiliati 2007, benchè abbia da tempo lasciato la toga. Il suo nome venne alla luce già col sequestro Cordova nei primi anni ‘90 insieme a quelli di una ventina fra giudici, pretori e pubblici ministeri, tutti poi sottoposti al giudizio del Csm. Dedicatosi in seguito prevalentemente agli studi giuridici, Armani è autore di libri sulla Costituzione in uso negli istituti superiori. Nel 2006 ha pubblicato a Bologna un volume nel quale vagheggia l'idea di un'Italia laica e liberale.

CASOLI Giorgio - Compare negli elenchi 2007 pure Giorgio Casoli di Perugia, nato il 12 settembre del 1928. Anche il suo nome era rimbalzato alle cronache (e al Consiglio Superiore della Magistratura) dopo i sequestri del ‘92. Intrapresa la carriera come pretore ad Assisi e a Perugia, è a Milano come giudice di Corte d'Appello negli anni del terrorismo; passa poi in Cassazione dove diventa presidente di sezione. Di qui comincia anche la carriera politica: sindaco di Perugia dall'80 all'87, lo stesso anno entra a Palazzo Madama col Psi, dove siede nella giunta delle immunità parlamentari e nella commissione giustizia; sarà poi sottosegretario alle Poste nel governo presieduto da Giuliano Amato. Casoli torna alla ribalta nel 1996, quando conferma ai pm milanesi molte delle accuse lanciate dalla superteste Stefania Ariosto, cui è legato da antica amicizia. Soprannominato dagli amici “il Pertini dell'Umbria”, è considerato oggi in area Pd, dopo l'avvicinamento di qualche anno fa al Partito Popolare.

D'AGOSTINO Luciano - La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D'Agostino, classe 1955, è pm a Locri. «Sono sconcertato - dichiara ai giornali - queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Anche nel caso di D'Agostino assistiamo alle affermazioni - peraltro senza prove - su una presunta uscita dalla massoneria, proprio come si fa per dimettersi da un Cral: «prima di prendere servizio a Lamezia Terme avevo scritto alla loggia Luigi Ferrer di Napoli, regolare del Grande Oriente d'Italia, per segnalare che ritenevo l'esercizio di funzioni giurisdizionali non compatibile con l'appartenenza alla massoneria. Da allora non ho avuto alcun rapporto con i massoni». Basta la parola. Sapeva che era una Loggia coperta?, gli chiede il cronista del Corriere della Sera. E lui: «Un grande oratore del GOI ha detto che è una loggia coperta. Nel breve periodo in cui ne ho fatto parte, non lo era». Non riesce a convincere il Csm, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l'appartenenza alla massoneria è lesiva dell'imparzialità dell'ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D'Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l'altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale. Dal 2007 è tornato a Locri, dove attualmente è giudice per l'udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al tribunale di Salerno. L'accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l'affidamento ad una ditta dell'incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D'Agostino era in servizio alla Dda di Catanzaro.

DI BLASI Salvatore - Attualmente giudice al tribunale civile di Milano, Di Blasi era fra le toghe iscritte alla massoneria dell'elenco Cordova. Nel 2001 aveva assunto anche il delicato incarico di presidente di sezione in seno alla Commissione Tributaria della Lombardia. In questo periodo il giudice Di Blasi si sta occupando invece della vicenda Innse, la fabbrica milanese del legno a rischio chiusura.

FRANCIOSI Nicolò - Anche lui presente negli elenchi Cordova del lontano ‘92, oggi il giudice Franciosi, napoletano, classe 1942, è consigliere della Corte d'Appello a Milano. Nel 2003 fa parte della terna giudicante che respinge la richiesta avanzata dai legali di Cesare Previti di ricusazione dei giudici nel processo Imi-Sir. Turbolente le vicissitudini del giudice Franciosi dinanzi al Csm per quell'antica affiliazione: dopo la sanzione disciplinare fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Strasburgo condanna al risarcimento in favore di Franciosi, non il Csm, ma lo Stato italiano, reo di scarsa chiarezza sulle norme che regolano l'appartenenza alla massoneria nel caso di un magistrato. Il Consiglio Superiore, però, nel 2002 respinge la richiesta avanzata da Franciosi di revisione della sentenza di sanzione e, due anni dopo, dice no anche all'inserimento della sentenza europea nel suo fascicolo personale.

LA SERRA Renato - Ecco un magistrato-confratello di cui si sono praticamente perse le tracce. Le ultime notizie che lo riguardano risalgono al 1998 quando, nell'ambito dell'inchiesta a carico dell'ex procuratore generale di Roma Vittorio Mele e del ras della sanità pugliese Francesco Cavallari, vennero a galla i viaggi generosamente offerti dall'imprenditore agli amici in toga, compresa la leggendaria trasferta a Parigi cui prese parte anche l'allora pretore di Trani Renato La Serra. La sua affiliazione alle Logge, emersa negli elenchi Cordova del ‘92, gli era costata, due anni dopo, una sanzione disciplinare dinanzi al Csm.

MAESTRI Angelo Massimo - Classe 1944, originario della provincia milanese, è in servizio alla Corte d'Appello del tribunale di Palermo. Un caso, il suo, analogo a quello di Nicolò Franciosi: dopo la scoperta dell'affiliazione attraverso il sequestro Cordova, riceve la sanzione disciplinare dal Csm, che sarà confermata anche in Cassazione. Nel 2004 la Corte di Strasburgo condanna lo Stato italiano a risarcire Maestri con 10 mila euro. I problemi, nella carriera di Maestri, però, sono stati anche altri: il suo trasferimento da La Spezia (dove era stato per lunghi anni pretore) a Palermo, era stato infatti disposto nel 2001 dal Csm, che lo accusava di aver ricevuto fidi bancari di consistente importo senza garanzie. Situazione che, sommata alle contestazioni per la affiliazione massonica, non solo determinò il trasferimento, ma anche la destinazione dell'ex pretore “ad un organo collegiale”.

MARSILI Mario - Carriera brillantissima per il genero del Venerabile Licio Gelli, del quale aveva sposato la figlia Maria Grazia. Venuto allo scoperto come massone in sonno nella P2 dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, il dottor Marsili si è gettato alle spalle l'onta di quello scandalo, ottenendo perfino una promozione dal Csm (nell'89), fino a balzare nel ruolo apicale che riveste oggi: sostituto procuratore generale al tribunale di Roma. Una Procura del resto, quella di piazzale Clodio, che per anni aveva visto al vertice un altro pisuista di fama, il massone Carmelo Spagnuolo. Prima giudice istruttore ad Arezzo, poi alle sezioni giudicanti del tribunale di Perugia, Marsili ebbe solo un piccolo incidente di percorso nell'84, quando fu sottoposto a procedimento penale dinanzi al tribunale di Verona (per accuse relative alla sua carriera di piduista) e, per questo, gli fu sospeso lo stipendio. In seguito all'assoluzione, riprese la sua escalation nei ranghi della giustizia italiana. Tanto che furono affidate proprio a Marsili le indagini sull'eversione nera di stampo neofascista, comprese quelle a carico di Mario Tuti e l'inchiesta sulla strage dell'Italicus. Come sono andate a finire, lo sappiamo.

MEZZATESTA Michele - No, non era un'affiliazione massonica qualsiasi, quella del magistrato Michele Mezzatesta, nei primi anni ‘90 presidente del tribunale fallimentare di Palermo. Perchè alla stessa Loggia del capoluogo siciliano facevano capo anche fior di mafiosi (fra cui il “ragioniere” di Cosa Nostra Pino Mandalari e Salvatore Greco, fratello del “papa” Michele Greco), politici ed affaristi. “La pietra entra grezza ed esce levigata”, si leggeva all'ingresso di quel tempio, cui gli inquirenti erano arrivati seguendo le tracce di un narcotrafficante agrigentino. La questione si è riaperta in qualche modo nei mesi scorsi, dopo che i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno chiesto all'Aisi, attuale sancta sanctorum dei Servizi segreti italiani, di visionare gli archivi sulla strage di Capaci. In compenso Mezzatesta non figura più nei ranghi della magistratura italiana.

MONDELLO Fabio - Consigliere di Corte d'Appello a Roma, dopo il clamore seguito al ritrovamento del suo nome fra i massoni del sequestro Cordova, nel ‘96 Mondello finisce nuovamente nei guai a causa di un processo che lo vede imputato insieme all'allora presidente di Cassazione Filippo Verde per aver usufruito di viaggi offerti dalla Canon ad alti esponenti del ministero di via Arenula, dove i due magistrati avevano prestato servizio nei primi anni ‘90. Il nome di Mondello rimbalzò contemporaneamente anche nell'ambito di un altro scottante procedimento, quello che vide coinvolto il gip della capitale Renato Squillante e l'avvocato Attilio Pacifico. In seguito alla condanna in primo grado riportata a Perugia per la vicenda Canon, Mondello ha lasciato la magistratura.

MONTI David - Un caso davvero spinoso, quello di David Monti, il cui nome è legato all'inchiesta, condotta quando era pm ad Aosta, denominata Phoney Money ed incentrata su traffici intarnazionali che coinvolgevano massoni, alti prelati e pezzi dello Stato. Correva l'anno 1996 e nessuno si ricordava più che il nome di David Monti era negli elenchi sequestrati da Agostino Cordova. Anche Monti, all'epoca, aveva fatto ricorso alla solita scusa: «la mia iscrizione alla massoneria? Una semplice curiosità giovanile». Sarebbe interessante sapere come ha fatto il magistrato (e con lui diversi altri colleghi) a cancellare il complesso rituale dell'affiliazione ma, soprattutto, a rinnegare il giuramento di sangue fatto dinanzi ai confratelli. Una bella letterina di dimissioni, come al circolo del golf? Di sicuro Monti ha proseguito senza impedimenti la sua carriera nell'ordinamento della magistratura italiana. Ed oggi è gip a Firenze.

MONTI Mauro - Classe 1947, riveste attualmente l'alta carica di sostituto procuratore aggiunto al tribunale di Bologna, la città dove è nato. Dopo la scoperta del suo nome negli elenchi sequestrati da Cordova, di Mauro Monti le cronache non si erano più occupate. Tornano a farlo ad agosto 2009 quando, su richiesta dello stesso Monti, il tribunale accoglie le istanze avanzate in appello dai difensori di Saverio Masellis e Francesco Cardamone, esponenti del clan dei casalesi accusati per aver gestito bische clandestine nel riminese. Risultato: per i due la sentenza di condanna è stata annullata e gli atti tornano al gup.

NANNARONE Paolo - I problemi cominciano fin dall'83, perchè il nome di Nannarone è già lì, negli elenchi della Loggia Propaganda 2, insieme a quelli di altri magistrati. A differenza dei colleghi, Nannarone viene assolto dal Csm. E benchè lo si ritrovi nuovamente negli elenchi Cordova del ‘92, il magistrato continua la sua carriera senza problemi; quello stesso anno presiede al tribunale di Perugia (dove ha svolto la gran parte della sua attività) la Corte d'Appello che proscioglie il finanziere “a un passo da Dio” Pierfrancesco Pacini Battaglia, difeso dall'attuale parlamentare di An Giulia Bongiorno. Nel ‘96 ritroviamo Nannarone a capo della Corte d'Assise chiamata a pronunciarsi sul delitto del giornalista Mino Pecorelli. Ritenuto incompatibile, sarà sostituito dal collega Giancarlo Orzella. Nel 2000, sempre a Perugia, pronuncia una storica sentenza: i clienti delle prostitute non sono punibili per favoreggiamento. Classe 1939, lasciata la magistratura Nannarone è oggi nell'organigramma di vertice della Banca Popolare di Cortona.

PINELLO Francesco - Classe 1932, presidente del Tribunale di sorveglianza di Palermo, nel 2005 fa parlare di sè per il regime di semilibertà concesso al pluriomicida del Circeo Angelo Izzo, tanto che l'allora guardasigilli Roberto Castelli decise di inviare gli ispettori in Sicilia. In precedenza il nome di Pinello era balzato alle cronache negli elenchi massonici del ‘92, che gli costarono un procedimento disciplinare del Csm a suo carico.

PONE Domenico - In quegli elenchi del ‘92 c'era anche Domenico Pone: una cosa da poco rispetto alla scoperta, avvenuta nel lontano 1983, della sua contemporanea affiliazione alla P2, proprio mentre prestava servizio alla suprema Corte di Cassazione. Segretario, all'epoca, di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, Pone rappresenta uno fra i pochissimi casi di magistrati rimossi dall'ordinamento giudiziario per appartenenza alla Loggia fondata da Licio Gelli.

RESTIVO Nicola - E' giudice per le indagini preliminari a Perugia, Nicola Restivo. Una delle ultime operazioni che portano la sua firma risale a maggio 2009, quando convalida il sequestro di biomasse trasportate illecitamente nelle campagne umbre. Nel 2007 un altro blitz, questa volta a carico di operatori assenteisti nella locale azienda ospedaliera. Nel ‘92, quando era procuratore capo a Perugia, il suo nome rimbalzò fra quelli dei massoni nelle liste Cordova. Il che, come abbiamo visto, non ha intralciato la sua brillante carriera.

RINAUDO Antonio - Anche la iscrizione di Rinaudo alla massoneria viene a galla con gli elenchi del ‘92. In servizio a Torino (la città in cui è nato nel 1948) come pubblico ministero, si è occupato dell'ex giocatore della Juve Michele Padovano, sotto accusa per un presunto traffico di droga col Marocco. Nel 2006 le intercettazioni a carico di Luciano Moggi disposte dalla Procura partenopea portano alla luce la frequentazione assidua fra l'ex plenipotenziario del calcio italiano ed il pm Rinaudo, fra cene con signore e scambi di regali natalizi. Ai magistrati napoletani che lo interrogano sulla sua possibile affiliazione alle Logge, Moggi risponderà: «Massone io? Mai»...

ROMAGNOLI Riccardo - E' in servizio al Tribunale civile di Roma il dottor Romagnoli, che a gennaio dello scorso anno ha pronunciato una storica sentenza riguardante Poste Italiane. Nel 1996, a seguito del ritrovamento del suo nome negli elenchi massonici del ‘92, a Riccardo Romagnoli il Csm inflisse la perdita di due anni d'anzianità. Il che scatenò la vibrata protesta del Grande Oriente d'Italia.

ROMANO Guido - E' presidente del Tar della Calabria, il magistrato Guido Romano. La sua affiliazione - il nome era presente negli elenchi del ‘92 - non ha dunque turbato una carriera piena di soddisfazioni professionali. La decisione dell'allora guardasigilli Giovanni Conso di deferire al Csm i magistrati massoni, fra i quali Romano, fu aspramente criticata dal gran maestro Eraldo Ghinoi.

SALEMI Guido - Consigliere di Stato, giudice al Tribunale superiore delle acque pubbliche e componente della Commissione tributaria centrale. Queste le attuali qualifiche di Guido Salemi, che al Consiglio di Stato ha pronunciato nel corso degli anni numerose e rilevanti sentenze. La sua iscrizione in massoneria venne alla luce con gli elenchi del ‘92.

SCARAFONI Stefano - Fra quelle carte c'era anche il nome di Stefano Scarafoni. Romano, classe 1961, all'epoca giudice al Tribunale di Tolmezzo, Scarafoni doveva essersi iscritto giovanissimo alla massoneria. Oggi è in servizio come magistrato fra i più attivi alla sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli.

SERGIO Ferdinando - Il suo nome - al pari di quelli dei colleghi Domenico Pone, Guido Romano e Paolo Tonini - venne fuori in una lettera sequestrata nella villa di Licio Gelli in Uruguay. Dalla missiva emergeva che il venerabile avrebbe finanziato con 25 milioni di vecchie lire la campagna elettorale di quei quattro magistrati, quando nel ‘77 erano stati eletti ai vertici della Anm.

SERIANNI Vincenzo - Originario di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, fino al 2001 è stato presidente di Corte d'Appello a Milano. Presente negli elenchi del ‘92 (quando presiedeva una sezione giudicante al Tribunale di Torino), l'anziano magistrato calabrese, classe 1929, risiede da anni nella zona di Casale Monferrato, dove frequenta il locale Rotary e presiede la Giunta esecutiva alla Camera di Commercio.

SPINA Antonio - Ad aprile ‘95 il Csm gli commina la sanzione disciplinare per l'affiliazione alla massoneria, venuta alla luce con gli elenchi del ‘92, mentre Spina esercitava la funzione di pretore a Sciacca, in Sicilia. Attualmente non risulta presente nei ranghi della magistratura.

TONINI Paolo - Il nome di Tonini era compreso nella lista dei magistrati trovata nella villa sudamericana di Gelli (vedi Ferdinando Sergio). Da tempo Tonini è passato nei ranghi accademici come docente di Diritto processuale penale, che insegna all'Università di Firenze. In tale veste organizza incontri patrocinati dal Csm per la formazione e il tirocinio delle nuove leve in magistratura.

TRAPANESE Mario - A lungo presidente di sezione al Tribunale di Ancona, dopo il ritrovamento del suo nome negli elenchi del ‘92 fu deferito - insieme ai colleghi-confratelli - alla sezione disciplinare del Csm dall'allora ministro Conso. Origini napoletane, l'anziano magistrato si dedica oggi, sempre ad Ancona, a sostenere le sorti di un'associazione benefica, la Lega del Filo d'Oro.

VELLA Angelo - Ha fatto epoca, nel 1990, la decisione di Palazzo dei Marescialli, che aveva bloccato la promozione di Vella a presidente di sezione del Tribunale felsineo per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria. Un parere che scatenò le ire di Francesco Cossiga. Nel 1974 il giudice Vella si era occupato della strage dell'Italicus. In anni più recenti, almeno fino al 2001, è stato membro della Corte di Cassazione.

VITALI Massimo - Era sostituto procuratore a Brescia ai tempi della strage di Piazza della Loggia e proprio a lui, insieme ad altri due colleghi, furono affidate le indagini su una tragica vicenda della quale ancor oggi si cerca una verità. La affiliazione di Vitali alla Massoneria verrà alla luce solo con gli elenchi del ‘92. Cosa fa ora? Classe 1946, originario di Grosseto, Vitali è in servizio. Sempre a Brescia. Come consigliere di Corte d'Appello.

Una annotazione finale: diamo per scontato che tutti i magistrati qui elencati e le centinaia di colleghi iscritti alla massoneria svolgano il loro lavoro con diligenza e professionalità. Quello che il cittadino (vittima, imputato, parte offesa, imprenditore a rischio fallimento) ha il diritto di sapere è che restano legati fino alla morte a quel giuramento. Che la massoneria non è un gioco di società dal quale si esce a piacimento. E che violare quel patto ha significato, per molti, perdere la vita.

PARLIAMO DI TOGHE ASSENTEISTE.

Per i magistrati non è previsto alcun controllo delle presenze e delle ore di lavoro.

«Non ho nulla contro i magistrati, mi sono anche simpatici», tuttavia «la giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati». Così il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, torna a spiegare la sua proposta di introdurre i tornelli negli uffici giudiziari. Intervenendo a Porta a porta del 27 ottobre 2008, alla quale ha partecipato anche il presidente dell'Anm, Luca Palamara, Brunetta ha spiegato: «I tornelli servono ad una organizzazione scientifica del lavoro, così da misurare la produttività e l'efficienza. È noto che i magistrati lavorano poco. Nei tribunali ci sono caos, confusione e ritardi».

«Non ce l'ho con i magistrati, ma non possono esistere della aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini - dice Brunetta in una lettera pubblicata dalla Stampa - La fine dell'anarchia giudiziaria, dal punto di vista dell'organizzazione degli uffici è solo un primo passo perché i costi della giustizia che non funziona sono insopportabili, sia in termini di spesa pubblica, sia di civiltà collettiva. Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, i cittadini e l'economia del Paese. Abbiamo avviato l’operazione trasparenza sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione. Come sono andate le cose nel comparto della giustizia? Non lo so, non lo sa nessuno, perché quei dati non sono mai arrivati. Hanno risposto alcune amministrazioni centrali, ma la trasparenza è stata rifiutata dall’insieme degli uffici periferici. Non abbiamo dati relativi alle presenze dei magistrati, ma neanche dei cancellieri e dell’altro personale amministrativo, che sono tutti dipendenti pubblici. Che sia chi amministra la giustizia a sottrarsi alla trasparenza non è un bell’esempio. I tempi della giustizia italiana (penale, civile, amministrativa) sono scandalosamente lunghi, al punto da esporci a fondati e preoccupanti rilievi internazionali. Una giustizia che viaggia con i tempi italiani non merita di chiamarsi giustizia. Di questo, naturalmente, non portano la responsabilità solo i magistrati, essendoci colpe enormi del legislatore. Ma sono responsabili anche i magistrati. Per esempio: la legge è chiarissima, stabilendo che le motivazioni delle sentenze si depositano contemporaneamente o pochi giorni dopo la lettura del dispositivo, e solo in casi eccezionali entro tre mesi. La regola, di fatto, è che le motivazioni arrivano dopo molti mesi, e talora dopo anni. Nessuno paga, perché i tempi che riguardano i cittadini sono perentori (quindi obbligatori), mentre quelli cui devono attenersi i magistrati ordinatori (vale a dire che sono solo indicativi). Non credo sia tollerabile. Dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali. Nel solo tribunale penale di Roma quasi l’80% dei rinvii è dovuto ad errori procedurali commessi dagli uffici, il che meriterebbe un serio controllo di produttività, con premi a chi lavora bene e sanzioni per chi lo fa come capita. Ogni volta che si solleva il tema la risposta dei magistrati è: servono più soldi. Ma noi abbiamo più magistrati e spendiamo più della media europea. Spendiamo troppo, non troppo poco, ma spendiamo male, come dimostra il capitolo informatizzazione: ci sono 7000 server al servizio della giustizia (ne basterebbe il 10%) e 169 sale dedicate (ne basterebbero 29). Tutto questo non solo è costato per gli acquisti, ma costa ogni anno, in servizi di assistenza e manutenzione, un occhio della testa. E non funziona, perché la telematica richiede integrazione dei sistemi, non moltiplicazione dei centri autogestiti ed autoreferenziali. E integrazione vuol dire scientificità dell’organizzazione con relative responsabilità manageriali e di gestione che, nei nostri palazzi di giustizia, semplicemente non esistono. Ognuno per sé, magari in buona fede, ma in totale disorganizzazione.»

PARLIAMO DI ESAME PSICOFISICO - ATTITUDINALE PER I MAGISTRATI.

Per loro non è previsto, per altre professioni meno responsabilizzanti, sì. Andrebbe rispolverata la casistica raccolta da un ex consigliere del CSM, laddove si ricorda che i magistrati italiani non vengono sottoposti a esami psichiatrici (né prima né durante), come appunto è obbligatorio per altri professionisti. Se un giudice è pazzo, posto che ce ne si accorga, pazienza: deciderà della libertà altrui. Nella casistica si raccontava del giudice, che si vide respingere una denuncia perché ritenuto infermo di mente: concluse tranquillamente la sua carriera. C’è il caso del giudice che in piena udienza si alzava gridando «Ho i ceci sul fuoco». C’è quello fissato sull’incostituzionalità dell’ora legale: andava alle udienze solo in base all’ora solare. C’è la storia del Consigliere d’Appello arrestato perché aveva compiuto atti osceni con un ragazzo adescato al cinema: il CSM lo prosciolse riconoscendogli una totale incapacità di intendere e di volere, ma riprese servizio.

Ci sono pazzi e pazzi, anche tra i magistrati. Come scrive Filippo Facci su “Il Giornale” sulla casta in toga che, a differenza di altre caste, sfugge all’esame dell’idoneità mentale, di casi psichiatrici ve ne sono svariati oltre a quello citato nella rubrica: dal giudice che abbandona l’aula perché «signor presidente, ho i ceci sul fuoco» e che giudica incostituzionale l’ora legale, al consigliere d’appello sorpreso nel bagno di un cinema a fare sesso con un ragazzo, ma assolto dal Csm perché ha sbattuto la testa sulla porta della toilette «e ciò lo avrebbe reso - scrive Mauro Mellini nel libro La fabbrica degli errori edito da Koinè - per un certo tempo incapace di intendere».

È di qualche tempo addietro la storia del giudice di La Spezia indagato per aver tagliato le gomme all’auto di una collega per questioni di parcheggio: un po’ come quel pretore di Nicosia che litigò coi carabinieri per il «posto riservato» ai magistrati, che in realtà non esisteva. Sempre in Liguria, anni fa, due magistrati finirono sotto accertamento per il tiro al bersaglio, con rivoltelle, sui fascicoli riposti in archivio. Quanto ai pm «pistoleri», le cronache rimandano a due episodi: un gip arrestato in Sicilia per aver fatto sparare a un professore universitario reo d’aver bocciato la nipote quattro volte di seguito e un pm di Milano «ammonito» per aver estratto minacciosamente la Beretta in faccia a un avvocato e per aver sparato in aria al culmine di un litigio nel traffico.

Uno, dieci, troppi casi. A un sostituto sono stati contestati atti di libidine su un handicappato mentre un giudice marchigiano, senza motivo, non si è recato in tribunale per tre mesi, finendo con l’essere dichiarato incapace di intendere e di volere. In Calabria un giudice ha picchiato e insultato un guardalinee in un campionato dilettanti, un altro è stato beccato mentre tirava calci in una serie minore sotto falso nome perché colpito da squalifica per ingiurie. Tra i casi celebri - alcuni riportati ne La giustizia dimenticata di Massimo Martinelli, Gremese editore - quello della donna in toga sorpresa a fare regate transoceaniche nonostante fosse in congedo per malattia: «Le ferie erano concordate. E il ritorno mediatico che c’è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura».

Scalpore fece la storia di quel giudice accusato di eccesso di retorica nei dispositivi delle sentenze: i riferimenti andavano da Virgilio a Polifemo, dal mago Houdini a Kafka, da Cicciolina a Montesquieu passando per Aristotele, Bach, Madonna (la popstar), la legge delle dodici tavole e buon ultima la Sibilla Cumana. La denuncia al Csm parlava di motivazioni infarcite di citazioni stravaganti e bizzarre, spesso al limite del grottesco, ritenute «superflue, non pertinenti». Un magistrato di Rimini ha prodotto un’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale a forma di piece teatrale. La stravaganza non è estranea nemmeno alla toga di origini sarde che, per fare un dispetto ai colleghi, ha imbrattato con «abbondanti strisciate di Nutella» le pareti del bagno dell’ufficio. Ammonito. Il Csm si occupò anche di un giudice pugliese accusato di ossessionare con le sue avances segretarie e cancelliere del tribunale. E un’eccessiva inclinazione per i piaceri della carne costò il trasferimento per incompatibilità ambientale a una toga marchigiana accusato di perseguitare l’amante e suo marito, arrivando a dichiarare la sua relazione extraconiugale in diretta tv. C’è poi il pretore piemontese che, stando al Csm, finì sospeso perché «pronunciava a breve distanza di tempo sentenze radicalmente contrastanti sul medesimo oggetto del contendere» con «motivazioni emozionali e metagiuridiche». Pescando a caso spunta l’incredibile vicenda del magistrato chiamato dal Csm a giustificare comportamenti «confusi e deliranti». L’interessato affida la sua difesa a 13 cartelle scritte in stile Ionesco. Un passaggio: «Sentivo l’incombenza di un pericolo che soverchiava il mio destino (di coda di lepre da buttare innanzi alla muta), e toccava la sicurezza dello Stato... mancai poi il suicidio, giacché caddi sui piedi. Tornai così in servizio con nuove funzioni». Il Csm decise di non decidere. Il magistrato restò in servizio, anni dopo si tolse la vita. E che dire di quel pm di Ancona che per dimostrare la sua tesi accusatoria è arrivato a sottoporre a «seduta ipnotica un testimone al fine di recuperare ricordi rimossi». Poi capita che la politica parli di toghe impazzite e di test. C’è chi scomoda Woodcock, il pm dei vip, e come Gasparri di An finisce in tribunale. E chi come Andreotti è stato perseguito per aver dato del folle al magistrato Mario Almerighi: «È pazzo, dica quello che vuole, mi procura solo divertimento».

PARLIAMO DI TOGHE CORPORATIVE.

Consiglio Superiore della Magistratura: 1.282 giudici sotto processo.

È il numero dei procedimenti disciplinari in 10 anni. 290 condannati, 156 dimessi prima della sentenza.

I numeri: oltre mille segnalazioni all’anno contro i magistrati alla Procura generale della Cassazione. Solo il 10% va alla disciplinare. Quasi tutti assolti.

Le accuse: molti giudizi sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti. Poi ci sono i comportamenti delle toghe. C’è qualche nome noto, coinvolto nelle più recenti burrasche giudiziarie, come Luigi de Magistris (condannato) e Henry John Woodcock (assolto). E qualche altro meno noto ma importante (procuratori in carica, giudici di processi delicati o che hanno appassionato l’opinione pubblica), molti dei quali assolti, ma alcuni condannati; per esempio i magistrati del tribunale di sorveglianza di Palermo che concessero la semilibertà al «mostro del Circeo» Angelo Izzo facendolo tornare a Campobasso dove uccise di nuovo, ai quali è stato inflitto un «ammonimento ».

Infine c’è un elenco di nomi quasi mai balzati all’onore (o al disonore) delle cronache. E’ il piccolo esercito di toghe finite sotto processo davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: il «tribunale» che giudica gli illeciti commessi al di fuori di eventuali reati. E’ l’organo di giustizia interno all’ordine giudiziario e al suo autogoverno, spesso finito a sua volta sotto processo perché di manica troppo larga.

L’idea che le toghe si autoassolvano fa ormai parte del «comune sentire» anche se i magistrati (ma pure qualche osservatore esterno) la considerano soprattutto un luogo comune. Fatto sta che un diverso sistema, come la collocazione della Disciplinare fuori dal Csm, è uno dei temi sul tavolo quando si parla di riformare la giustizia, come di questi tempi. E scavare tra qualche cifra può forse aiutare a comprendere il problema.

Fino alla riforma varata nel 2006, che comincia a far vedere i suoi effetti soltanto adesso, doveva andare sotto processo disciplinare (avviato dal procuratore generale della Cassazione o dal ministro della Giustizia) «il magistrato che manchi ai suoi doveri o tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario ». Formula forse troppo vaga che però, con un andamento un po’ ondivago da un anno all’altro, nell’ultimo decennio 1998-2007 ha portato davanti alla Sezione del Csm 1.282 magistrati (punta massima nel 2006, 153, e minima nel 2007, 87) su un numero complessivo di toghe italiane che oggi è arrivato a 9.000; ma bisogna tener conto dei casi in cui uno stesso giudice o pubblico ministero è stato giudicato più volte.

Degli oltre 1.200 casi giudicati, i condannati sono stati 290 (in media 29 all’anno), cioè il 22 per cento. Ma in questa valutazione bisogna considerare un altro dato: i 156 «imputati» che hanno abbandonato l’ordine giudiziario prima della sentenza, interrompendo così il procedimento.

Comunque la percentuale dei condannati è quella, mentre la media dei colpevoli nei processi penali dopo i tre gradi di giudizio arriva a circa il 40 per cento.

Le sanzioni inflitte dalla Disciplinare vanno dalla più lieve (l’ammonimento) alla più grave (destituzione dall’ordine giudiziario) passando per misure intermedie come la censura e la perdita dell’anzianità. La maggior parte delle condanne sono alla pena minima, ma il consigliere «laico» dell’attuale Csm e della Sezione disciplinare Michele Saponara commenta: «Anche sanzioni lievi, o addirittura certe assoluzioni, pesano sulla carriera del magistrato perché finiscono nel fascicolo personale e vengono considerate quando c’è la valutazione di professionalità per le promozioni o altro. Quindi un semplice ammonimento può avere conseguenze pesanti per chi lo subisce».

Saponara non è un «laico» qualunque. E’ un avvocato che ha dato battaglia in processi movimentati (difendeva Previti nei dibattimenti «toghe sporche», coimputato Berlusconi) ed è stato parlamentare di Forza Italia. Non può essere sospettato di «tenerezza» nei rapporti con i magistrati, e dopo due anni passati a giudicare le toghe spiega: «Direi che il funzionamento è fisiologico, e sinceramente non vedo grosse storture nel sistema. Certo, si può pensare come sostiene qualcuno di aumentare la componente "laica" rispetto a quella "togata" (attualmente è di un terzo, 2 su 6, secondo la proporzione che la Costituzione stabilisce per il Csm), ma non cambierebbe molto. Spesso mi ritrovo ad essere il più buono al momento del giudizio, perché conosco il sistema giudiziario e mi rendo conto che ci sono molte componenti dietro il comportamento di un magistrato incolpato». I numeri di coloro che finiscono sotto processo disciplinare (e quel 20 per cento o poco più di condannati) sono il risultato di un lavoro che parte da cifre molto più vaste. Ogni anno alla Procura generale della Corte di Cassazione, il «motore» dell’azione disciplinare verso i giudici, arrivano oltre mille segnalazioni; dagli uffici giudiziari (con la riforma i procuratori generali locali sono obbligati a segnalare gli eventuali illeciti, pena finire loro stessi sotto procedimento disciplinare), dal ministero all’esito delle ispezioni, da semplici cittadini. E ancor più ne vengono «lavorate», scartando quelle infondate o da archiviare dopo una semplice istruttoria. Nel 2007 ne sono arrivate 1.307, ne sono state definite 1.479 (smaltendo un po’ di arretrato) e alla fine è stata esercitata l’azione disciplinare davanti al Csm solo in 103 casi. Nel 2008,(secondo i dati del 15 dicembre), sono state definite 1.457 posizioni (su 1.361 sopravvenute) e s’è avviato il procedimento per 99 magistrati.

«La Disciplinare è uno dei cardini dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura — spiega il sostituto procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, che ne ha fatto parte da "togato" del Csm — giacché è preposta non solo a giudicare la deontologia e sanzionare comportamenti scorretti, ma anche a garantire i singoli magistrati da iniziative infondate. Il problema, semmai, è che nel settore disciplinare finiscono problemi che hanno a che fare con la valutazione della professionalità, dove ci sarebbe molto da innovare».

Buona parte dei giudizi davanti al Csm sono per i ritardi nella definizione dei procedimenti, (ritardi, spesso, pretestuosamente giudicati fisiologici dalle toghe per le difficoltà strutturali degli uffici giudiziari). Ma le più recenti sentenze hanno stabilito una soglia di quei ritardi, oltre la quale la sanzione arriva anche se non viene acclarata l’indolenza del magistrato.

Poi ci sono i comportamenti, dentro e fuori i processi, sanzionati secondo un elenco di casi espressamente previsti dalla legge del 2006, con la «tipizzazione» degli illeciti. «Forse questa riforma— dice Elisabetta Cesqui, componente "togata" del Csm per Magistratura democratica, nonché membro della Disciplinare—ha lasciato scoperte delle aree di comportamenti che invece andrebbero sanzionati, ma è ancora presto per valutarne gli effetti. Conviene sperimentarla. Non si può dire che quello attuale sia un sistema che funziona alla perfezione, ma per lo meno è trasparente rispetto ad altri casi di giustizia domestica. E che sia domestica, nel nostro caso, lo stabilisce la Costituzione. A volte si commette l’errore di caricare il settore disciplinare di troppe attese, dovute al mancato funzionamento della responsabilità civile del giudice e di altri problemi che invece dovrebbero trovare soluzioni nei meccanismi della giustizia ordinaria».

Questo è lo scandalo maggiore in Italia. Non è possibile che un magistrato giudichi in modo esclusivo un collega per abusi od omissioni, insabbiamenti od accanimenti giudiziari. Ogni avvocato è a conoscenza dell’esito scontato degli esposti rivolti al CSM in riferimento al comportamento irrituale adottato da alcune “toghe” locali, come lo è per le denunce penali presentate presso i colleghi degli stessi. Esposti e denunce non scevri di ritorsioni. Per questo è indispensabile una figura istituzionale di tutela dei diritti del cittadino. Istituzione con poteri giudiziari, che non sia un magistrato. Con la nuova Istituzione, saranno sempre i magistrati ad indagarsi ed a giudicarsi, ma, intanto, il “DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO” verifica ogni atto adottato nel procedimento contestato dal cittadino, controllando se l’atto stesso sia stato attinente alla legge. Se così non fosse, il procedimento contestato con i rilievi sollevati passerebbe alla competenza di altro distretto giudiziario.

Caso esemplare per dimostrare l'opera di insabbiamento di una categoria che si eleva al di sopra della legge, rendendosi impunita ed immune.

Giudice del tribunale di Milano sorpreso a fare sesso con un quattordicenne nella toilette di un cinema: assolto perché tre anni prima aveva sbattuto la testa. No, non c’è niente da ridere. Di questi tempi, con un premier indagato a Milano per sfruttamento della prostituzione minorile senza che vi siano agli atti prove certe di un suo rapporto intimo con una diciassettenne, occorre ripensare a certe storture della giustizia. Ecco perché alcuni componenti del Csm hanno sentito il bisogno di rispolverare a “Il Giornale”, a firma di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica, una storiaccia a luci rosse su un magistrato milanese sporcaccione. Gli atti dei tre gradi di giudizio del processo a carico di un ex giudice di corte d’appello e gli approfondimenti svolti dal giornalista Stefano Livadiotti (nel libro scritto nel 2009 «Magistrati l’ultracasta») e prim’ancora dall’ex parlamentare radicale Mauro Mellini (nel pamphlet «il golpe dei giudici») ci consegnano uno spaccato indecente della casta in toga. La vicenda si sviluppa lungo un quarto di secolo, partendo dalla metà degli anni Settanta. La toga in questione si ritrova in un cinema di periferia della Capitale. Per sua sfortuna, in sala, tra gli spettatori, c’è un poliziotto fuori servizio che si precipita nella toilette quando sente urlare «zozzone, zozzone». Era successo che la «maschera» aveva sorpreso il giudice e il ragazzino chiusi in bagno. Quest’ultimo, preso a verbale, confermerà le avances dell’adescatore che, a suo dire, si era avvicinato alla sua sedia, gli aveva sfiorato i genitali riuscendo successivamente a convincerlo a procedere oltre in bagno, in cambio di denaro. E qui, stando al processo, si sarebbe consumato un rapporto orale. Il giudice finisce dritto in cella. Nega ogni addebito, ma finisce alla sbarra per atti osceni e corruzione di minore. Contestualmente la Disciplinare del Csm che lo sospende dalle funzioni. La condanna, a sorpresa, è però di lieve entità: un anno appena. «Atteso lo stato del costume» l’approccio sessuale viene considerato dai giudici solo «contrario alla pubblica decenza». In appello il reato diventa «atti osceni». Ma poiché - scrive Livadiotti - il primo «approccio col ragazzino è avvenuto nella penombra e l’atto sessuale si è poi consumato nel chiuso del gabinetto» i giudicanti del giudice imputato arrivano a sostenere che «il fatto non costituisce reato». Il Nostro viene condannato ad appena 4 mesi, ma la Cassazione lo premierà ancor di più annullando la sentenza «senza rinvio», limitatamente al delitto di corruzione di minorenne «a seguito dell’estinzione del reato in virtù di sopravvenuta amnistia». Il Csm si adegua alla Supreme Corte revocando la sospensione dal servizio. Ma la sezione Disciplinare, guidata dal numero due di Palazzo dei marescialli, Vincenzo Conso, è pronta al miracolo. Durante l’istruttoria si fa presente che il medico curante del giudice ha sostenuto di aver sottoposto la toga imputata a intense terapie... tre anni prima «a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto del capo contro l’architrave di una bassa porta. Si trattava di ferite trasversali da taglio all’alta regione frontale» dice il sanitario. Tre anni prima? E che c’entra con quanto avvenuto tre anni dopo? Non è chiaro nemmeno perché sia stato chiamato a testimoniare un notaio la cui sorella era stata la dolce metà del giudice: «Il loro fidanzamento è stato ineccepibile dal punto di vista morale». Per i più che comprensivi componenti del Csm, infatti, «ciò che colpisce e stupisce, in questa dolorosa vicenda, è che l’episodio si staglia isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intere esistenza fatta di disciplina morale, studi severi, impegno professionale». Isolato ed estraneo. Per cui le spiegazioni di quel rapporto orale sono due: un raptus o una devianza sessuale. Si propende per la prima ipotesi, anche perché, prendendo a prestito quanto riferito dagli psichiatri, «l’episodio in esame non solo costituisce l’unico del genere ma esso, anzi, ponendosi in contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici» che iniziati tre anni prima «si trovano in piena produttività» tre anni dopo. Traducendo: la vecchia botta in testa, con un ritardo di oltre mille giorni, è stata fatale. «Ha svolto un ruolo di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità - osserva il Csm - fino all’organizzazione della sindrome nell’episodio de quo». Il giudice è diventato scemo in ritardo e solo per un po’, perché è subito tornato normale. «Proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco dai fattori contingenti e condizionanti - prosegue il Csm - hanno favorito il completo recupero della personalità nella norma, com’è testimoniato dai successivi 8 anni di rinnovata irreprensibilità». S’è trattato di un banale incidente di percorso. L’imputato può tornare a giudicare? Certo. Perché «trattasi di episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità». Il giudice sporcaccione va assolto. Non è punibile, udite udite, perché ha agito «in stato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto». Transeunte. Dopodiché è tornato sano come prima, ha ripreso servizio, e stando a quanto racconta l’ex radicale Mellini «è stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di Cassazione conseguendo però tale qualifica con un ritardo di molti anni». Ciò ha comportato un cumulo di scatti d’anzianità sullo stipendio di consigliere d’appello. E per il «principio del trascinamento» il giudice si è ritrovato «a portarsi dietro, nella nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto grazie a tali scatti e a essere quindi pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali. Questi ultimi, grazie al principio del galleggiamento, hanno ottenuto un adeguamento della loro retribuzione al livello goduto dal giudice». Fatti due conti, l’onere per lo Stato di questo «marchingegno» ha sfiorato i 35 milioni di euro di oggi. Tanto è costato l’incontro nel wc, transeunte parlando.

Sugli insabbiamenti corporativi è ancora in vigore la Circolare del CSM n. 13682 del 5 ottobre 1995, che rileva omesse al Consiglio Superiore della Magistratura le informative concernenti i procedimenti penali a carico di magistrati. Tali procedimenti, che non sono pochi, al contrario, sono conosciuti dalla stampa.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 28 settembre 1995, ha approvato la circolare in oggetto, che di seguito si riporta:

“Con deliberazione n. 151/91 in data 13 gennaio 1994 il Consiglio Superiore della Magistratura ha richiesto ai Procuratori Generali ed ai Procuratori della Repubblica:

a) di dare immediata comunicazione al Consiglio, con plico riservato al Comitato di Presidenza, di tutte le notizie di reato, nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati, che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio;

b) prescindendo dall’obbligo di informazione, previsto dall’art. 129 disp. att. c.p.p., di informare di loro iniziativa il Consiglio, oltre che dei fatti cui il procedimento si riferisce e del suo inizio, anche del suo svolgimento, nelle varie fasi e nei diversi gradi, salvo che sussistano e vengano comunicate ragioni che possono rendere inopportuna la immediata comunicazione, per il positivo sviluppo delle indagini e/o per la sicurezza delle persone;

c) di trasmettere di loro iniziativa i provvedimenti più rilevanti e quelli conclusivi nelle diverse fasi e nei vari gradi dei procedimenti e dei processi a carico di magistrati.

Con la deliberazione in data 17 maggio 1995, concernente lo svolgimento di ispezioni ed inchieste ministeriali, il Consiglio ha ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità in linea di principio del segreto investigativo e della rimessione alla valutazione del magistrato procedente della sussistenza di specifiche ragioni per il mantenimento del segreto anche nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza.

Si sono dovute constatare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni ed il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione della indagine preliminare.

Quasi mai gli uffici del Pubblico Ministero provvedono ad una informativa sui fatti cui il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi delle fasi e gradi del procedimento, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi di indicazioni utili al Consiglio.

Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano nel medesimo tempo fatte ai titolari della azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l’esigenza di pronta informazione del Ministro di Grazia e Giustizia e del Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione. Tale stato di cose impedisce al Consiglio di svolgere le proprie funzioni e si traduce in uno spreco di attività di comunicazione, richiesta, sollecitazione, ecc..

PARLIAMO DI TOGHE POTENTI.

In Italia i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente, esercitando una sorta di “reggenza giudiziaria” sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo il Financial Time, è a lungo andare, dannoso per la democrazia e che costituisce, tra l'altro, uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura.

PARLIAMO DI “TOGHE MAFIOSE, EVERSIVE E SOVVERSIVE”.

Dizionario Garzanti della lingua italiana: «Sovversivo è colui che mira a sovvertire un ordinamento politico e sociale, essendo animato da un disordinato intento di ribellione più che da chiare idee rivoluzionarie».

E che dire di un magistrato che dichiara pubblicamente di non sentirsi obbligato ad applicare una legge dello Stato, qualora la ritenga ingiusta?

In un commento sul “La Stampa” il Presidente del Tribunale dei minori di Genova ha confessato i turbamenti interiori prodotti dall’emendamento «blocca processi». Chiude l’intervento con un inquietante «non so se potrò obbedire». É questa l’inevitabile conclusione di un ragionamento che parte da un assunto a dir poco partigiano: «Una sorta di padrone tiene il posto del Primo Ministro, piega il Parlamento al proprio volere e si libera della giustizia. Nel complesso ci si trova di fronte a una lesione ripetuta e grave delle regole fondamentali della Repubblica e i magistrati non possono obbedire a leggi fatte per elevare al rango di padrone dei concittadini un solo cittadino e la sua corte di servitori». Parole gravissime per un magistrato, che però non suscitano la minima reazione nell’Associazione Nazionale Magistrati.

Ma il suo non è certo un caso isolato tra i magistrati, per quanto ancora più esplicito, rispetto a una costante azione politica tesa a respingere leggi sgradite, attaccandosi a cavilli o dubbi di incostituzionalità. Fu detto pubblicamente che il Tribunale di Milano avrebbe cercato di neutralizzare sul piano interpretativo i «guasti» legati alle nuove norme internazionali sulle rogatorie. Tanto che il Ministro della Giustizia Castelli minacciò l’invio degli ispettori a Milano per verificare se ci fossero magistrati che non applicavano la legge. Ancora più recentemente, sulla stessa scia, il Procuratore Aggiunto di Milano ha sparato contro la riforma della giustizia, dichiarando serenamente che anche se fosse diventata legge, per lui sarebbe cambiato poco: «Sono proprio curioso di vedere che sanzioni vorranno infliggermi».

Secondo il Presidente emerito Francesco Cossiga: “L'Associazione Nazionale Magistrati non è però un'associazione di cittadini qualunque: essa è quell'associazione - ormai diventata, per debolezza delle istituzioni democratiche e della politica, una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo - che raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là ed anche fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Le intercettazioni hanno ormai il posto che avevano prima i pentiti. Ma i primi mafiosi stanno al Consiglio Superiore della Magistratura».

Dello stesso tenore Fabris: "Chiediamo - ha detto il capogruppo alla Camera, Fabris - al Capo dello Stato di intervenire in occasione del plenum del Csm con parole chiare perché quello che sta accadendo è di una gravità inaudita". "Non si può - ha concluso Fabris - usare la clava della giustizia per finalità eversive come sta avvenendo in Campania da parte di un pezzo di magistratura".

PARLIAMO DI TOGHE ROTTE, OSSIA TOGHE CONTRO.

Un blog per i «ribelli» che propongono: non votiamo alle elezioni dell'Anm: i Magistrati, sono un'altra casta. L'accusa di Tinti, Procuratore a Torino: «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta» «È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi, ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa, “Toghe rotte”, un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni.

PARLIAMO DI “TOGHE ROSSE”, CASTA TOGATA E POLITICIZZATA.

Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell'Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, "di parte" era balenato nella mente. Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”.

Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani. E’ il 30 ottobre 2011.

Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che «siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali. - E poi ancora parole in difesa della Costituzione - La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste.- Infine viene fuori il vero Ingroia - Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni, e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è, ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare».

Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. «Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui - ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci - ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche».

La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamente il «dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità».

Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. «Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi. E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere della nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire».

«Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intervento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri», sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl. Insomma, Ingroia se lo aspettava: le sue parole avrebbe suscitato un vespaio. E così è stato.

Ma non c'è da stupirsi della partigianeria di Ingroia. Qualunque magistrato è partigiano a favore di una Costituzione "catto-comunista" che ha elevato a "dio in terra" la figura del magistrato e che l'andazzo istituzionale ha legittimato la magistratura da organo costituzionale a "Potere costituzionale", pur non avendo alcuna delega rappresentativa del potere del popolo sovrano.

La stampa ha coniato l’epiteto “Toghe Rosse” per definire il cartello di magistrati riconducibili allo schieramento del centrosinistra, organizzati in correnti e sindacati di categoria, influentissimi, determinanti e ben rappresentati in Parlamento. A loro è addebitato il tentativo si sovvertire il sistema democratico, quindi controllare il potere legislativo, attraverso l’uso politico ed illegale del potere giudiziario. In un libro («L'uso politico della giustizia», ed. Mondadori, pag.320), tutti gli aspetti dell'anomalia italiana sono descritti analiticamente da Fabrizio Cicchitto: l'anomalia italiana e il sistema Tangentopoli, la Prima Repubblica e il finanziamento irregolare dei partiti, la mafia, Andreotti, Falcone, Violante e le cooperative rosse e bianche, Magistratura democratica, l'uso politico della giustizia e Berlusconi, Marcello Dell'Utri e la mafia, l'establishment finanziario-editoriale e i furbetti del quartierino e la Banca d'Italia. A cominciare dalla scelta fatta da Palmiro Togliatti di fare il ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo di unità nazionale: «Il segno di un'attenzione, poi risultata crescente, del Pci nei confronti degli apparati dello Stato (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, Guardia di finanza, servizi segreti), che doveva fare il suo salto di qualità negli anni Settanta con l'azione condotta da Ugo Pecchioli e successivamente da Luciano Violante». Mentre «nella magistratura emergeva progressivamente la tendenza a una crescente conquista di influenza, di potere, di immagine nella società italiana», spinte favorite dall'ordinamento giuridico italiano che consente alla magistratura un'autonomia assoluta, e finché nel 1964 sorge Magistratura democratica, un'associazione di magistrati dichiaratamente di sinistra e che diventa un vero e proprio soggetto politico e si collega al Partito comunista dando un colpo mortale allo Stato di diritto, fondato sulla divisione dei poteri e sulla terzietà del giudice.

È in questo quadro che Cicchitto passa in rassegna la vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite, con l'interpretazione dominante e paradossale di opporre politici colpevoli ad imprenditori vittime, mentre le grandi imprese italiane erano tutt'altro che concusse e dal sistema di Tangentopoli traevano tutti gli utili possibili: «C'è ancora da spiegare - e Cicchitto cita Francesco Cossiga - perché la classe politica fu decimata mentre la classe imprenditoriale fu risparmiata, considerando i corrotti più colpevoli dei corruttori». Sicchè i nomi di Craxi, Forlani, Andreotti vengono cancellati dalla nomenclatura del paese, mentre Agnelli, De Benedetti, Ligresti neppure vengono sfiorati, «un colpo di Stato legale, nel senso che un ordine autonomo dello Stato, indipendente ma non sovrano, ha surrogato il potere sovrano del Parlamento, ha prevaricato gli altri poteri, ha modificato gli equilibri della vita politica democratica, ha decretato la morte di passati storici, usando come arma di giudizio storico e politico l'indagine giudiziaria».

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, presentata dai senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un`intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un`indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un`indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano, per ciò che mi concerne, intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni a distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

«Riteniamo gravissime e degne di attenzione da parte del ministro della Giustizia le dichiarazioni del Capo della Procura di Bari, Emilio Marzano, in merito ad una delle inchieste in corso sulla sanità pugliese». Lo sostengono in una interrogazione parlamentare dell’8 luglio 2009 i deputati pugliesi del Pdl (primo firmatario Luigi Vitali), in relazione alle indagini sulle tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, il cui scandalo ha coinvolto la Giunta regionale pugliese di sinistra presieduta da Niki Vendola, che aggiungono: «Il procuratore Marzano incredibilmente giustifica l'operato di un pm, Roberto Rossi, che tiene aperta fino ad oggi una inchiesta per fatti commessi tra il 2001 e il 2004, causando probabilmente, e per stessa ammissione del Procuratore Capo, la prescrizione dei reati, piuttosto che chiedergliene conto. Ma quel che è più grave è che sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi il procuratore Marzano aggiunge anche che ad alcuni degli indagati in questa inchiesta sarebbe stato contestato il reato di associazione a delinquere solo per "questioni di metodo legate al potenziale coordinamento con inchieste sorelle"».

«Insomma – dicono i deputati – non solo il procuratore giustifica un pm che tiene aperta una inchiesta per 5 anni, arrivando forse a far prescrivere i reati, ma ammette candidamente che un reato gravissimo come l’associazione a delinquere viene contestato solo per questioni di metodo… Peccato che nel frattempo, nonostante reati prescritti e questioni di metodo, quelle persone siano finite in prima pagina su tutti i giornali accusate di associazione a delinquere. Quel che accade alla Procura di Bari è vergognoso: alcune inchieste, su cui pure sembrano emergere fatti gravissimi e a quanto pare riscontrati, vengono condotte con i guanti bianchi, quasi giustificando l’esigenza di interrogare persone informate dei fatti, altre invece vengono direttamente sbattute in prima pagina con foto e nomi di persone a cui, a quanto dice il Procuratore, vengono ascritti contestati reati o prescritti o contestati solo per "metodo". Riteniamo che ci siano tutti gli elementi affinchè il Ministro della Giustizia valuti se avviare iniziative ispettive, al fine della individuazione delle responsabilità in ordine a questi gravissimi comportamenti».

“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali, perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi, storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.

In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.

Sui corsi e ricorsi storici, inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'Alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione: “Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

PARLIAMO DI “TOGHE BIANCHE”?

Di seguito si riporta il testo integrale della lettera del 7 agosto 2009 di Niki Vendola, Presidente della giunta regionale pugliese di centro sinistra, alla Desiree Digeronimo, P.M. antimafia di Bari. Da premettere che Vendola, a causa delle inchieste sulla “sanitopoli pugliese”  aveva già ritenuto opportuno azzerare la sua giunta, designando nuovi assessori.

“Gent.ma Dott.ssa Digeronimo, l’amore per la verità non mi consente più di tacere.

Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità. “Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!). In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Degironimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori. Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali. Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede.

Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole. Nichi Vendola”.

Nel riportare i fatti, non ci possiamo esimere di eccepire sul comportamento delle parti. Quando, nelle alte sfere, qualcuno è toccato dalle grinfie della magistratura, si accusa la medesima di adoperarsi per protagonismo o nell’interesse di una parte politica: mai per la giustizia.

Certo nessuno fa bella figura: non il politico danneggiato, né il magistrato accusato, né i media che si prestano a dare voce solo al potente pizzicato e non a migliaia di innocenti in carcere.

In questo stato di cose, però, quando siamo noi ad essere fogocitati dalla Giustizia, con quale spirito ci possiamo affidare nelle mani di questi signori ?? E chi ascolta le nostre grida di sofferenza??

PARLIAMO DI PRIVILEGI, SEGRETI E CONCORSI TRUCCATI.

Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro. C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffaele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.

Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro, l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.

La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.

L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro  l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il Procuratore di prima nomina a 60 mila.

C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista, visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese, a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori  hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare  e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.

Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di  1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe. I magistrati ordinari prendono di media 120.000 euro annui, a differenza dei magistrati onorari (4.000 precari), che svolgono il 20 per cento del lavoro giudiziario, e però sono pagati 98 euro lordi a udienza con contratti triennali.

Di quel miliardo di euro, i  magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità. A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona.

Per di più le retribuzioni dei magistrati sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal CSM, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali, che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio, ma fanno altro.

E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare  un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra  dalla  BNL Broker Assicurazioni: con soli 138,60 euro all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che  la legge voluta da Vassalli e Craxi (a cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine), mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai. 

Come se non bastasse la casta del partito dei giudici, ora ci sono  nuovi privilegi e nuovi privilegiati, che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.

Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. E qui il privilegio si incrocia con il potere politico, che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi, che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri  sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte Costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis. Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da Consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi.

Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta, quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla Capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la Corte dei Conti potè chiedere i danni  in quanto la Corte Costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può fare quello che crede. Sempre a spese del contribuente.

I concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire, finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.

Esclusi i concorsi truccati recenti, il più famoso fu quello  del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi  di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento,  mentre altri non erano neanche stati corretti benché scartati. Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne Segretario Generale del CSM.

La carica di giudice costituzionale è molto ambita. Non a caso per scegliere quelli di nomina parlamentare i partiti si azzuffano per anni. A causa certo della delicatezza del ruolo, visto che la Consulta è chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità delle leggi, a decidere sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, ad ammettere o respingere le richieste di referendum. Ma anche per la grande appetibilità dell'incarico, per il quale scendono in pista parlamentari di grido, docenti di chiara fama, illustri giuristi e principi del foro. Tutti desiderosi di scalare il colle del Quirinale, dove ha sede la Consulta, e di conquistare lo scranno. Che non significa solo indossare la toga suprema tra le alte magistrature della Repubblica, ma anche aggiudicarsi appannaggi e benefits principeschi. A cominciare dallo stipendio.

Quanto guadagnano i designati? 416 mila euro lordi nel caso del semplice giudice, addirittura 500 mila il Presidente. Una cifra che fa impallidire il compenso del Presidente della Repubblica, inchiodato a 218 mila euro e umilia quello del Presidente del Consiglio che, sommando indennità parlamentare (146 mila euro), stipendio da Premier (altri 55 mila), e indennità di funzione (poco più di 11 mila), è riuscito a malapena a superare i 210 mila euro l'anno. Ma alla Corte Costituzionale gli alti livelli retributivi non portano benefici solo per i nove anni previsti dal mandato. Scaricano effetti miracolosi anche sulla liquidazione e il trattamento pensionistico dei magistrati. Anche nei casi di cessazione anticipata dall'incarico.

Di quali benefits godono esattamente? La Corte Costituzionale costa ogni anno circa 50 milioni di euro. A parte la modesta entrata legata alla vendita di sue pubblicazioni (7 mila 800 euro), tra le voci attive di bilancio ci sono solo le ritenute del trattamento di quiescenza sulle retribuzioni del personale (900 mila euro), e quelle dei giudici (450 mila). Per il resto si regge completamente sul contributo dello Stato che è di circa 47 milioni di euro. Di queste risorse per i giudici si spendono circa 6 milioni per le retribuzioni e 4 per le loro pensioni (i trattamenti in corso sono 24, vedove comprese). Come organo costituzionale, al pari di Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, la Consulta organizza autonomamente attraverso l'Ufficio di Presidenza (tre giudici più il Segretario Generale), le sue attività e dispone a proprio piacimento delle risorse economiche (il 90 per cento se ne vanno in spese fisse), senza la minima interferenza esterna. La struttura amministrativa (circa 220 persone), è divisa in vari servizi (studi, gestione del personale, ragioneria, eccetera), che supportano l'attività della Corte ed è guidata da un Segretario Generale, nominato dalla Presidenza con incarico temporaneo tra alti magistrati o esperti. Quello attuale, magistrato della Corte dei Conti, guadagna circa 230 mila euro lordi l'anno.

In questo universo burocratico approdano i giudici al momento della nomina. In carica per nove anni, i fortunati vengono per un terzo designati dalle tre magistrature superiori (Cassazione, Corte dei Conti, Consiglio di Stato), per un altro terzo dal Parlamento in seduta comune e per il resto scelti direttamente dal Presidente della Repubblica. Si insediano cominciando a contare sulla ricca retribuzione che per legge è equiparata a quella del primo presidente della Corte di Cassazione aumentata però della metà. In totale, fanno appunto 416 mila euro. Un premio aggiuntivo va poi al Presidente, al quale viene riconosciuta una indennità di rappresentanza pari a un quinto della retribuzione del giudice: sono altri 80 mila euro circa, che fanno lievitare la retribuzione a quasi 500 mila. A chi non piacerebbe riscuotere un simile appannaggio?

Alla Consulta gran parte dei giudici ci riescono perché, tranne poche eccezioni, quasi tutti riescono a scalare il supremo scranno. Il Presidente non viene infatti scelto dai membri della Corte in base ai meriti, ma tenendo conto dell'anzianità di carica. Per questo si continua ad assistere a un tourbillon di nomine, anche per brevissimi periodi.

Il giudice può contare su una segreteria composta di tre persone, una delle quali assunta anche dall'esterno. Tutto qui? No, perché l'eletto ha poi diritto ai cosiddetti assistenti di studio, da lui scelti fiduciariamente. Si tratta di persone specializzate, professori universitari e magistrati (attualmente i distaccati dal CSM sono una quarantina), che fanno ricerche e allestiscono fascicoli sulle delicate questioni che la Corte è poi chiamata a dirimere. In origine questi assistenti erano quattro e per tutti e 15 i magistrati della Consulta. Ma con gli anni i loro ranghi si sono infoltiti: nel 1961 sono diventati uno per ciascun giudice; dall'84, anno in cui si è registrato un vero boom, i magistrati si sono autoassegnati ciascuno addirittura tre assistenti che, oltre a continuare a riscuotere lo stipendio dell'amministrazione di provenienza, incassano pure una discreta indennità dalla Corte: 33 mila 690 euro l'anno (oltre il cellulare gratis), se lavorano a tempo pieno, più di 25 mila se impiegati a tempo parziale. Questi assistenti dovrebbero restare alla Corte al massimo nove anni, quelli del mandato del giudice che li chiama. Ma lasciare il palazzo e i suoi privilegi non è facile, così scaduto il novennio molti fanno di tutto per restare accettando persino una ricollocazione nel cosiddetto "ossario", termine con il quale viene ormai definito l'ufficio studi.

Come mai questo andazzo? Perché prestigio a parte, l'impegno alla Consulta non è poi così massacrante. I giudici infatti lavorano a settimane alterne (senza contare che per tutto il mese di luglio e fino al 20 settembre di regola si fermano del tutto). In quella in cui sono impegnati (l'altra viene definita manco a dirlo "settimana libera"), arrivano in sede il lunedì pomeriggio per la Camera di Consiglio, il martedì fanno udienza pubblica, dalla mattina seguente discutono le cause e scrivono sentenze. Il giovedì alle 13 finisce tutto, raramente i lavori si trascinano nel pomeriggio. Ma se accade niente paura, i giudici possono tranquillamente ritirarsi e fare la siesta nei confortevoli pied-à-terre, 2-3 stanze con bagno e angolo cottura, di cui sono dotati (anche quelli residenti a Roma) al quinto piano della Consulta o nel vicino palazzo di via della Cordonata. Un punto d'appoggio che consente di evitare strapazzi e soprattutto di risparmiare soldi per l'albergo o l'affitto di un appartamento.

Come stabilito dall'Ufficio di Presidenza i giudici costituzionali hanno poi diritto a una carta di libera circolazione sulle ferrovie; al rimborso dei viaggi aerei e dei taxi; a una tessera Viacard e a un apparato telepass per la libera circolazione sulle autostrade. Non potevano poi certo mancare il cellulare e il computer e nemmeno il telefax, anche a casa e a spese della Corte, come l'utenza telefonica fissa dell'abitazione privata.

Poi c'è il capitolo autovettura. Ai giudici è riconosciuto il rango di ministro. E come quest'ultimo hanno diritto a una macchina di servizio con ben due autisti personali, a disposizione sia a Roma che nella città di residenza. Ma mentre il ministro perde il privilegio una volta cessato dall'incarico, il giudice costituzionale conserva l'auto (solitamente di grossa cilindrata, Audi, Lancia e Alfa Romeo) e il diritto ai servizi di uno chauffeur anche quando va in pensione, sia che abiti o lavori a Roma. Insomma, un servizio completo, con qualche ulteriore stonatura. Interessanti anche le clausole fissate dalla Consulta per l'utilizzo delle auto. Ciascun giudice ha diritto a una dotazione di carburante: 405 litri mensili per quelli in carica, 360 per gli emeriti. Con la Corte che si fa carico di tutte le altre spese, a cominciare da quelle per il garage e per un servizio di manutenzione mensile, per la tassa di circolazione, l'assicurazione, il furto, l'incendio, il soccorso stradale e persino il rinnovo delle patenti degli autisti in servizio.

Infine, il ricco capitolo delle liquidazioni e delle pensioni. Il periodo durante il quale il giudice ha ricoperto la carica, sia svolgendo il mandato pieno di nove anni che quello ridotto in conseguenza di una cessazione anticipata, è utile alla pensione. Il mandato del giudice costituzionale è assimilato infatti a un rapporto di pubblico impiego e, ai fini pensionistici, è ricongiungibile, secondo la normativa fissata per i pubblici dipendenti, con i servizi prestati presso lo Stato o con ogni altro periodo di lavoro subordinato. 

È proprio grazie a queste ricongiunzioni e agli alti livelli retributivi concessi a giudici e presidenti che si registrano alla Corte i casi di superliquidazione (la buonuscita viene calcolata sulla base dell'ultimo stipendio moltiplicato il numero degli anni di lavoro).

Le toghe della Procura Generale Militare  presso la Cassazione tengono in media 6 udienze l'anno.

I giudici della Procura Generale Militare presso la Cassazione, per dire, hanno dovuto sobbarcarsi in un anno (assistiti da 35 dipendenti vari, per circa metà militari e circa metà civili) sei udienze: una ogni due mesi, da spartire in quattro. I tre del Tribunale di Sorveglianza militare, che contano su 32 assistenti a vario titolo, hanno competenza sull'unico carcere militare rimasto aperto, quello casertano di Santa Maria Capua a Vetere, dove dovrebbero essere recluse solo persone in divisa condannate dalla giustizia ordinaria per reati ordinari, ma di fatto è vuoto. Quanto ai dati complessivi, poi, lasciano di sasso: i 79 magistrati «con le stellette» (in realtà non le portano per niente: sono giudici come gli altri solo che hanno scelto una carriera parallela) addetti ai nove tribunali sparsi per la penisola (Roma, La Spezia, Torino, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo) e i loro 17 colleghi delle tre corti d'Appello (Roma, Napoli e Verona) sono chiamati infatti a lavorare sempre di meno. Al punto che in un anno hanno emesso, tutti insieme, un migliaio di sentenze su temi spesso irrilevanti se non ridicoli: circa 300 in meno dei verdetti penali di un tribunale ordinario minore come quello di Bassano del Grappa.

PARLIAMO DELLA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.

Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata.  Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.

Scherzi della politica e dell’informazione: ipocriti e codardi. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si era mossa foglia. Ogni tentativo era andato a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che avevano il comune obiettivo di abbattere Berlusconi. Ricordate? Toccare i giudici era considerato un attentato alla Costituzione. Poi all’improvviso, quando meno te lo aspetti, cioè il 2 febbraio 2012, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. L’idea, cioè l’emendamento alla legge comunitari 2011, è della Lega, ma coperti dal segreto l’hanno sostenuta in massa a destra come a sinistra, come probabilmente addirittura da alcuni esponenti dell’IDV. Quei furbetti del governo Monti, per bocca del Guardasigilli, hanno fatto la parte degli indignati perché anche a loro i pm fanno un po’ paura. Prima hanno chiesto al parlamento di votare contro. Poi, smentiti dalla loro maggioranza Pd-Pdl, si sono augurati, sempre per bocca della ministra della Giustizia Severino, che il Senato bocci la legge. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente dal governo dei professori e da una parte della sinistra che dopo averli usati in chiave antiberlusconiana adesso li scarica. Ma hanno poco da urlare, le toghe. Non si capisce perché possano essere toccati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non i loro. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 avevano (invano) deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori e per dolo o colpa semplice. Sulla responsabilità civile la Camera vota in linea con l'Europa, facendo passare un emendamento della Lega che prevede la possibilità di fare ricorso contro giudici solo nel caso agiscano con dolo o colpa grave. Una posizione sacrosanta, che garantisce il giusto processo e tutela i cittadini e, questa l'indicazione dei vertici Ue, può sanare un grave difetto di sistema della giustizia italiana che allontana gli investitori stranieri. Ecco perché migliorare il processo civile può significare più competitività e non solo più "civiltà" (basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, senza contare gli errori giudiziari.

Sì alla responsabilità civile dei magistrati. La Camera ha approvato l'emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini votando contro il parere del Governo. A scrutinio segreto voluto dalla Lega, l'emendamento è passato con 264 sì e 211 no. Immediata la reazione delle opposizioni. Il leader Idv Antonio Di Pietro ha invocato il ricorso ai "forconi" da parte degli italiani, mentre il futurista Italo Bocchino ha definito il voto di Montecitorio "la vendetta della Casta" nei confronti della magistratura. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati ha usato toni assai aspri criticando la decisione dei deputati.

Si sa. In Italia i magistrati dovrebbero applicare la legge, e spesso non ci riescono, ma vorrebbero anche emanarla.

Cosa dice l'emendamento - La norma prevede che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave (non semplice colpa come per i comuni mortali, compresi i medici, gli ingegneri, ecc.) nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto". "Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto - si legge nel testo presentato dal deputato Pini - deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonchè se abbia   ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea".

Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, semmai si acclamerà l'errore da parte di un suo collega (sic), mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.

Solo 4 condanne - "Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici", ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave. "Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte".

La posizione del governo - Il governo, come scritto, si era detto contrario all'emendamento leghista ribadendo però "l'impegno ad affrontare il tema della responsabilità dei magistrati nel quadro di una discussione organica ed in tempi rapidi, in una logica di insieme nella debita sede e in maniera organica". Lo ha ribadito il ministro per le Politiche comunitarie Enzo Moavero prima del voto, spiegando che "la legge comunitaria mal si presta ad affrontare tematiche di respiro più ampio rispetto al mero recepimento di normative. La sentenza della Corte di Giustizia Ue richiamata dall'emendamento - ha aggiunto - si riferisce a questioni di diritto europeo".

Con l’approvazione dell’emendamento è finita con Antonio Di Pietro a gridare contro una «maggioranza trasversale piduista» e l’Associazione nazionale magistrati a denunciare una «norma incostituzionale» contro la quale il sindacato delle toghe è pronto alle «più estreme forme di protesta». A partire dallo sciopero. A far infuriare l’ex pm e l’Anm, il via libera dell’Aula di Montecitorio all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile dei magistrati modificando la “legge Vassalli” del 1988, che finora ha consentito al cittadino, in caso di errore grave delle toghe, di rivalersi esclusivamente sullo Stato. I sì sono stati 264, i voti contrari si sono fermati a 211. Uno l’astenuto: l’ex ministro prodiano Giulio Santagata (Pd). Un esito che ha scatenato la caccia al franco tiratore con accuse incrociate tra Pdl e Pd. In mezzo il governo, in realtà il vero sconfitto: in Aula Enzo Moavero, ministro per gli Affari europei, aveva espresso parere contrario al provvedimento. Moavero prende la parola perché Pini presenta l’emendamento all’interno della legge comunitaria 2011. Motivazione: la sentenza della Corte di giustizia europea del 24 settembre 2011 che ha condannato l’Italia, «uno dei pochissimi Stati occidentali che non permette ad un cittadino che ha subìto un’ingiustizia o un danno» di ricorrere contro le toghe. Moavero, però, commette l’errore di schierare l’esecutivo contro l’emendamento. Meglio affrontare la materia, spiega, «in una logica di insieme, nella debita sede e in maniera organica». Un autogol perché di lì a poco Gianfranco Fini accoglierà la proposta della Lega di votare a scrutinio segreto: si tratta, spiega il presidente della Camera, di un tema che «incide sull’articolo 24 della Costituzione». Protetti dal segreto, i deputati si liberano dal vincolo dell’obbedienza al governo e l’emendamento passa addirittura con 26 voti in più della maggioranza richiesta. È il finimondo: Dario Franceschini, capogruppo del Pd, accusa il Pdl di aver disatteso gli impegni. «Non possiamo veder rispuntare la vecchia maggioranza», rincara la dose il segretario, Pier Luigi Bersani. Attacchi che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, bolla come «ingiustificati». I numeri gli danno ragione: sulla carta l’ex maggioranza (più i Radicali e l’intero gruppo Misto) disponeva di 227 voti. Lo stesso Pdl, inoltre, scontava 55 deputati assenti e 12 in missione. Conclusione: il testo non sarebbe potuto passare senza i franchi tiratori di Pd e Terzo polo. Una ricostruzione sposata da Di Pietro, che infatti denuncia l’esistenza di «cinquanta traditori che hanno votato in modo difforme dai loro gruppi. E cinquanta è un numero troppo grosso perché siano tutti di un solo gruppo: vanno cercati tra quanti si erano dichiarati contro l’emendamento Pini. Ovvero Pd, Udc, Fli e Idv». Fatto sta che il governo, incalzato dall’Anm che parla di «ritorsione contro la magistratura», non ci sta e invoca un intervento del Senato per correggere la norma. «Prendo atto della volontà del Parlamento. Confido però che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento», avverte Paola Severino, ministro della Giustizia, che dice no a «interventi spot». E Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, risponde all’appello: «La norma si potrà correggere. I magistrati aspettino a scioperare». Parole che non piacciono ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, che in Aula ha difeso l’emendamento: «Non vogliono questa norma? Ne scrivano una migliore. Ad esempio un disegno di legge organico al quale possa essere assicurata una corsia preferenziale. Il governo dia seguito alla pronuncia di una larga parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo». Il Guardasigilli è nel mirino del Pdl, dove non sono passate inosservate le sue ultime nomine. Dopo la scelta di due esponenti di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell’Anm, per le poltrone di capo di gabinetto e capo degli ispettori di via Arenula, Filippo Grisolia e Stefania Di Tomassi, il consiglio dei Ministri potrebbe rimuovere Franco Ionta dal vertice del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al suo posto, Severino è pronta a proporre la nomina di Giovanni Tamburino, presidente del tribunale di sorveglianza del Lazio. Negli anni Ottanta, Tamburino è stato tra i fondatori del “Movimento per la giustizia”, altra corrente di sinistra delle toghe.

Anche i magistrati italiani sbagliano, come tutti i comuni mortali. Spesso violando la legge. E’ raro, però, trovare il nome di un magistrato inquisito, sbattuto nelle prime pagine delle cronache. Casi unici, poi, sono i magistrati condannati dai colleghi. A questa genuflessione si sono adeguati i nostri parlamentari, bacchettati dalle Autorità comunitarie.

Sussiste la responsabilità dei magistrati anche per colpa semplice secondo la Corte di Giustizia europea.

Il rapporto tra i cittadini e tra i cittadini e gli organi dello Stato è regolato dalla legge.

L’art. 3 della Costituzione esplicita che tutti hanno pari obblighi e diritti di fronte alla legge, senza che vi siano immunità ed impunità per nessuno. Solo al Presidente della Repubblica è riconosciuta la mancata responsabilità dei suoi atti, non privati.

Analizzando l’ambito del rapporto di prestazione di servizi manuali o intellettuali si denota che il lavoratore subordinato, che con colpa reca danno a qualcuno, è sottoposto alla legge penale, civile e disciplinare. Lo stesso dicasi per il lavoratore autonomo o il professionista. Il medico che sbaglia diagnosi o cura, risponde di omicidio o lesioni colpose e ne paga le conseguenze civili e deontologiche. L’ingegnere, l’architetto, il geometra, che per colpa sbaglia i progetti e causa dei crolli, risponde di omicidio, o lesioni, o disastro colposo e ne paga le conseguenze civili, ecc. ecc.

L’avvocato, il commercialista, il notaio, l’assicuratore ecc, che per colpa reca danno al suo cliente, paga le conseguenze civili e deontologiche.

Al dirigente pubblico, o al funzionario pubblico, o all'amministratore pubblico, o addirittura al Presidente del Consiglio dei Ministri, o ai singoli Ministri e Sottosegretari, che per colpa recano danno ai cittadini, la Corte dei Conti chiede la rivalsa per il risarcimento del danno riconosciuto.

Da quanto detto pare che la legge sia uguale per tutti. Ad una attenta analisi della realtà ci si accorge, però, che la legge è uguale per tutti, meno che per i magistrati.

I magistrati sono liberi di incarcerare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per ingiusta detenzione, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per sequestro di persona.

I magistrati sono liberi di condannare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per l’errore giudiziario, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per calunnia e diffamazione.

Al cittadino, che per anni ha subito ingiustamente e per accanimento un procedimento penale che lo ha visto prosciolto, ovvero da persona offesa ha visto il reato archiviato o prescritto per inerzia, non c’è risarcimento riconosciuto, ne vi è abuso od omissione d’atti d’ufficio a carico dei magistrati. Lo stesso dicasi per il cittadino che è impedito alla giustizia civile per l’annosità dei processi.

C’è stato un referendum, approvato dalla quasi totalità dei cittadini italiani, che formalmente ha stabilito la responsabilità civile dei magistrati. Ossia: i magistrati che sbagliano devono risarcire i danni.

Invece, il rappresentante eletto dal popolo, ma lontano dagli interessi dei cittadini, con l’art. 2 della legge n. 117/88 ha previsto:

«1.      Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.

2.      Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.

3.      Costituiscono colpa grave:

a)             la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;

b)            l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;

b)             la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;

c)             l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».

Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria».

Ad una lettura attenta della norma si palesa la volontà di non perseguire alcun Magistrato, specie se a decidere sul comportamento del singolo è la stessa corporazione di cui esso fa parte. D'altronde basta poco a giustificare un diniego di giustizia.

Se, come da molti è considerato, il magistrato è Dio in terra, infallibile e perfetto nelle sue azioni, mai incorrerà nel dolo o colpa grave, tanto meno sarà ammissibile la semplice colpa, dalla legge esclusa, così come è per i comuni mortali. Secondo la conformità del pensiero dominante, l’appello accolto o il ricorso cassato da altro magistrato, non sono frutto di errori giudiziari penali risarcibili, ma oneri a carico dell’innocente, perseguito ingiustamente.

Per il diniego di giustizia, poi, secondo il modo di pensare conforme di gente codarda e collusa, l'impedimento è oggettivo. Non è responsabilità del Magistrato, quando amministra la giustizia, o quando è seduto in Parlamento a farsi le leggi, ma è colpa dello Stato, quindi del cittadino, che fa mancare all’apparato la sussistenza economica, ovvero è colpa degli utenti, che in massa, si rivolgono alla magistratura per chiedere giustizia.

I magistrati devono meritarlo il rispetto e non pretenderlo. L’art. 3 della costituzione non prevede cittadini unti dal Signore, al di sopra della legge. Non è certo l’azione di rivalsa del Presidente del Consiglio dei Ministri, non superiore ad un terzo dello stipendio del responsabile, di cui all’art 13 della stessa legge, ad equilibrare gli interessi in campo.

L’azione di rivalsa opera solo in caso di indennizzo per ingiusta detenzione ed errore giudiziario, casi in cui rientra l’operatività della legge. Per tutto il resto non opera l’indennizzabilità dello Stato.

La Corte di giustizia Europea censura la disciplina italiana della responsabilità dei magistrati e la mancata applicazione dell’art. 234 CE. Lo fa con la sentenza del 13 giugno 2006, nel procedimento C-173/03, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova, con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione, contro Repubblica Italiana.

La sentenza si inquadra in un risalente filone, nell’ambito del quale il giudice comunitario da decenni ribadisce la responsabilità degli Stati per mancato rispetto del diritto comunitario da parte di tutte le loro istituzioni, in qualsiasi forma perpetrata. In questo caso la Cassazione italiana aveva dato torto alla società Traghetti del Mediterraneo, ricorrente per il risarcimento nei confronti della Tirrenia, non avendo tenuto conto della disciplina comunitaria relativa agli aiuti di Stato. Nel fare ciò la Cassazione aveva, inoltre, rifiutato di sollevare questione pregiudiziale, ai sensi dell’art. 234. Ed è questo forse un punto rilevantissimo nella sentenza pur densa di motivi interessanti (tra cui quello del colpo inferto alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati).

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara: “Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado, per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale, che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler”  

A questo punto non si può pretendere che il cittadino, già tartassato, debba subire e tacere. Almeno che ci rimanga il diritto di lamentarci, se non, addirittura, di ribellarci.

GLI AVVOCATI

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.

Parliamo di lavoro. A proposito del viceministro al Lavoro Martone e di Sfigati.

Su “L’Espresso”, così come su tantissimi giornali nazionali o locali, vi è stata pubblicata una lettera aperta del Dr. Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS. Da 20 anni partecipa al concorso forense: i suoi compiti non sono corretti, ma dichiarati tali da commissioni composte e presiedute da chi è stato da lui denunciato perché trucca l’esame. Il Tar di Lecce respinge i suoi ricorsi, nonostante vi siano decine di motivi di nullità.

«Il viceministro Martone provoca i fuori corso universitari: "Se a quell'età sei ancora all'università sei uno sfigato". Ha ragione, eppure finisce alla gogna. Polemiche pretestuose sulla frase da chi ha la coda di paglia. Michel Martone, viceministro del Lavoro secondo il quale un 28enne non ancora laureato è spesso "uno sfigato". Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?

A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.

A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).

Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.»

Tale lettera è inserita in una inchiesta più larga su un malcostume ed illegalità noto ed utile a tutti. E si viene a sapere da Gianluca Di Feo su  “L’Espresso” che l'amico del padre del viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl, Dell'Utri, per far sistemare il giovane. Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3. «Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere».  L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive.

Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo». Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati.

Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su suoi contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta».  Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.

Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.

Uno dei momenti clou della puntata del 2 febbraio 2010 di “Servizio Pubblico” è stato l’intervento di Marco Travaglio che ha scelto un obiettivo ben preciso per la sua invettiva. Il vice ministro Michel Martone e la sua infelice dichiarazioni sugli sfigati. A dire il vero Travaglio non ha iniziato subito incalzando l’incauto vice ministro. Prima ha fatto alcune considerazioni sulla possibilità di eliminare l’articolo 18 e sulla monotonia del posto fisso. Il primo affondo di Marco Travaglio è per Mario Monti, “Ha un posto da senatore a vita, più fisso di cosi si muore…Ma nel vero senso della parola”. Michel Martone viene presentato così, “Nonostante il nome e la faccia non è un parrucchiere per signora”. Travaglio si mette, con la consueta precisione ed ironia, a fare le pulci alla rapidissima carriera del vice ministro. Laureato giovanissimo, Martone, vede la sua carriera accademica e lavorativa accompagnata da una serie di esami e concorsi superati al primo colpo. Una particolarità, la commissione esaminante è presieduta sempre dalla stessa persona o da un amico stretto della stessa. In entrambi i casi persone molto vicine al padre di Martone, un “Potentissimo magistrato romano” che ha frequentato molto l’ufficio dell’avvocato Previti. Il curriculum del vice ministro Michel Martone è una lunga risata amara, soprattutto per chi, invece, non ha avuto una strada così liscia.

Ciò non basta. Qualcos'altro serve a dimostrare l'inaffidabilità dei TAR per la tutela dei diritti e degli interessi legittimi. A Tal proposito su LA7 il programma “Piazza Pulita” manda in onda il servizio sui fratelli Martone: il prof. Michel e l’avv. Thomas.

Dopo aver sviluppato la solita litania su Michel si passa al fratello. Thomas nel 2004 partecipa all’esame per diventare avvocato e viene bocciato alla prova scritta. Lui, però, non si perde d’animo, a differenza di tanti altri, e fa ricorso al Tar. L’intervistatore chiede agli avvocati amministrativisti: «se vengo bocciato all’esame di avvocato e faccio ricorso al Tar quante possibilità si hanno di vincere il ricorso»: “non moltissime” rispondono questi.

Thomas Martone lamentava al Tar che alla sua prova scritta fosse stato attribuito solo una votazione numerica senza alcun giudizio. L’avvocato amministrativista spiega che bisogna dimostrare che il punteggio attribuito è ai limiti dell’irragionevolezza manifesta. L’intervistatore chiede «e se mi lamento per il fatto che mi sia stato attribuito soltanto un voto numerico?» L’avvocato spiega che il voto numerico, secondo la giurisprudenza, va bene se la procedura ha previsto che c’era il voto numerico e che se i criteri per il voto numerico sono stati esplicitati preventivamente. Un altro avvocato spiega che qualche ricorso è stato accolto, ma hanno detto che è molto difficile.

Invece Thomas Martone c’è riuscito. Ce l’ha fatta. La prima sezione del Tar del Lazio ha deciso che la sua prova scritta andava giudicata da un’altra commissione che questa volta lo ha promosso.

L'intervistatore cerca Thomas Martone nel suo studio, che si trova a due passi da Piazza San Pietro, in via della Conciliazione in un palazzo di proprietà della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. In altre parole Propaganda Fide.

L’intervistatore chiede a Thomas: «non è vero che va tutto bene ai figli dei Martone, perché io ho scoperto che lei fu bocciato allo scritto dell’esame per diventare avvocato.»

Martone: «io non vedo che cosa possa interessarvi e perché vi debba rispondere. Mi dispiace.»

L’intervistatore: «non è vero che i Martone sono tutti raccomandati, perché se lei fosse stato raccomandato non l’avrebbero bocciato allo scritto all’esame per avvocato.»

Martone: «lasciate perdere.»

L’intervistatore: «come ha fatto lei a vincere il ricorso, che peraltro non lo passa praticamente nessuno questo ricorso? Si ritiene fortunato per questo. Poi mi risulta che questo palazzo sia di Propaganda Fide. Come ha fatto ad essere inquilino di Propaganda Fide?»

Martone: «Si paga, anche profumatamente. Tutto qua.»

L’intervistatore: «come fa a sapere che ci c’è una disponibilità di immobili in locazione?»

Martone: «si informi non è esattamente così.»

Intervistatore: «e come è stato, mi dica lei. Cosa le costa. E’ una domanda semplice.»

Martone: «non so dove volete arrivare, mi dispiace.»

Intervistatore: «siccome uno dice “gli altri sono sfigati” se fanno ritardi con gli studi, però i Martone hanno un po’ di fortuna.»

Martone: «non è così. Se lei va a vedere su internet cosa intendeva dire mio fratello, capirà che è il contrario.»

Intervistatore: «ho capito, però guarda caso, il fratello di Martone bocciato allo scritto non è così fortunato. I Martone non sono così super raccomandati. E’ vero no. Questo ce lo può confermare?»

Dopo l’intervista Martone ha scritto alla redazione per precisare che lo studio in via della Conciliazione lo condivide con un collega più anziano titolare del contratto con Propaganda Fide da 40 anni. Quanto al ricorso al Tar contro la bocciatura all’esame di avvocato sottolinea che la Commissione che giudicò la sua prova era composta da 4 avvocati ed un solo magistrato, anziché 2 come previsto dalla legge, e che sui suoi elaborati mancava ogni segno grafico che dimostrasse l’effettiva correzione. Che ha sostenuto regolarmente la prova orale diventando così uno dei 250.000 avvocati italiani.

Italiani: raccomandati e pure bugiardi.

Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.

A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio  Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".

Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.

Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!

In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.

In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.

Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.

PROFESSIONI: ANTITRUST CONTESTA A 12 CONSIGLI DEGLI ORDINI DEGLI AVVOCATI POSSIBILI INTESE RESTRITTIVE DELLA CONCORRENZA

Avviata istruttoria nei confronti degli Ordini di Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari. Secondo l’Autorità con i loro comportamenti porrebbero ostacoli all’ingresso nel mercato dei servizi legali da parte degli avvocati qualificati in un altro Stato membro dell’Unione. Contestata infrazione al diritto comunitario.

L’Antitrust ha avviato un’istruttoria per verificare se dodici Ordini degli avvocati stiano ostacolando l’esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Secondo l’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, le prassi seguite dagli Ordini al centro dell’istruttoria (Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari) sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario. L’istruttoria è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l’abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario. Secondo le due denunce, gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli ‘avvocati stabiliti’, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione. I comportamenti degli Ordini, che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione, sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l'Autorità intende affiancare con l'utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi.

Dunque, faro Antitrust su 12 Ordini degli avvocati per possibili intese restrittive della concorrenza. L'Authority ha avviato infatti un'istruttoria "per verificare se 12 Ordini degli avvocati stiano ostacolando l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell'Unione europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza". Per l'Autorità le prassi seguite dagli Ordini al centro dell'indagine (Roma, Milano, Chieti, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari) "sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario".

Sono gli abogados, avvocati che hanno conseguito il titolo per l'esercizio della professione in Spagna. Sino al giugno 2009 l'omologazione era automatica, in virtù delle direttive della Comunità europea. Poi il Consiglio nazionale forense ha imposto un giro di vite e molti Ordini hanno chiuso le porte in faccia agli abogados. Ma dalla parte degli abogados c'è anche la sentenza n.28340 del 22 dicembre 2011, pronunciata dalla Corte di Cassazione a Sezioni unite. La sentenza dice che l'unica condizione richiesta per l'inserimento nella sezione speciale degli avvocati comunitari-stabiliti è «l'iscrizione nel Registro generale del Collegio degli abogados di Barcellona». Dunque, abogado, visto che (sino al 31 ottobre 2011) in Spagna non era previsto un esame di Stato per ottenere l'abilitazione alla professione.

L'istruttoria, spiega l'Antitrust, è stata avviata dopo due segnalazioni, fatte da un avvocato che aveva ottenuto il titolo in Spagna e dall'Associazione italiana avvocati stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario. Secondo le due denunce, gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all'iscrizione nella sezione speciale dell'albo dedicata agli 'avvocati stabiliti', in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia da un decreto legislativo del 2001. Il decreto - spiega l'Authority - consente l'esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione "è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d'origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l'avvocato può iscriversi all'albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione". I comportamenti degli Ordini, conclude l'Autorità, "che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell'Unione, sono peraltro oggetto di valutazione anche della commissione europea, che l'Autorità intende affiancare con l'uso dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi".

L'esodo nasce dalla difficoltà di superare l'esame di abilitazione, assolutamente ostico. L'esame resta uno scoglio difficile da aggirare. La fuga verso la Spagna è iniziata nel 2005 ed è diventata fenomeno di massa dopo che la direttiva n.36 della Comunità europea ha sancito il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali all'interno dei paesi membri. Ma nel gennaio del 2009 un'altra sentenza, la cosiddetta «Cavallera» emessa dalla Corte di Giustizia, ha rimescolato le carte. Perché in quella sentenza si respingeva il ricorso presentato da un italiano laureato in ingegneria che dopo avere omologato il suo titolo di studio in Spagna, chiedeva di essere automaticamente inserito nell'albo italiano degli ingegneri, senza sostenere l'esame. Il rigetto del ricorso non era sfuggito al Consiglio nazionale forense, che cinque mesi dopo, il 25 giugno 2009, con una circolare impose una stretta sull'iscrizione degli abogados, invitando i vari ordini degli avvocati a verificare che gli aspiranti avessero maturato, all'estero, un'esperienza professionale adeguata. E gli abogados finirono sulla graticola.

I Consigli dell'ordine mantennero potere discrezionale ma molti seguirono le indicazioni del Cnf. Iniziò allora un'altra migrazione, quella verso Ordini più "favorevoli".

Avvocato e abogado. Le differenze sono minime, non incidono nell'esercizio della professione e spariscono dopo tre anni. L'abogado viene iscritto nella sezione speciale e deve lavorare d'intesa (devono firmare entrambi) con un legale iscritto all'albo ordinario italiano. Dopo tre anni, l'abogado può chiedere all'Ordine di essere integrato nell'albo ordinario. Ma, se non vuole aspettare, al rientro dalla Spagna può sottoporsi alla prova attitudinale (al Cnf) per ottenere l'immediato riconoscimento del titolo: non più abogado, subito avvocato.

CHI DIFENDE I CLIENTI DAI DIFENSORI ?!?

I più si iscrivono all'università inseguendo un immaginario fatto anche di benessere, che spesso non coincide con la realtà. Solo il 35 per cento dei laureati superano l’esame di abilitazione. Di questi, se va bene, la maggior parte arriva a mille euro al mese e senza previdenza.

Si iscrivono all’università pieni di sogni, con l'idea di avviarsi alla professione di Perry Mason, per difendere gli interessi dei buoni e combattere le ingiustizie del mondo. Un mestiere, l’avvocato, fortemente legato all´idea di un benessere economico e di un affermato ruolo sociale. Di nobili intenti, manco a parlarne. Ottenuta la laurea, si scontrano, invece, con una realtà ben diversa: soldi pochi, fatica tanta. Ben oltre i 30 anni sono costretti a vivere con l’aiuto dei genitori.

Guai poi a non essere omologato all’andazzo. Guai ad essere fuori dal coro. Denunciare abusi ed omissioni del sistema giudiziario ti mette contro tutti e tutto. Deontologia domestica vuole rispetto tra colleghi e con i magistrati. Ossia: omertà o complicità.

Ogni anno i giovani laureati in legge, usciti dall'università, si iscrivono nel registro dei praticanti: dopo due anni di gavetta, sfruttati e non remunerati, con evasione fiscale e previdenziale perpetrato dai dominus a loro danno e coperta dalle autorità di controllo tributario, tenteranno di dare l'esame di abilitazione finale per poter esercitare la professione. Solo il 35 per cento di loro supera però quell'esame. Uno sbarramento importante, che tuttavia non è sufficiente ad evitare che la categoria sia in costante esubero, con la drammatica conseguenza di una crisi sempre più forte del settore dell'avvocatura.

Sistema vetusto e chiuso. Nessun adeguamento alla innovazione o allo standard europeo. Nessun rinnovamento all'approccio forense delle questioni. Sottomissione alla magistratura. Senso snaturato della mansione del difensore. Non vi è diversificazione delle competenze ed attenta e sistematica tutela dei diritti lesi.

Le giovani leve omologate e la lobby al Parlamento fanno sì che il vecchio avanza e nulla si rinnova.

Quindi, meno lavoro per tutti, meno guadagni, grandi difficoltà ad avviare un proprio studio, e una concorrenza spietata che va spesso a discapito della deontologia professionale, è il quadro a tinte fosche che negli ultimi anni sta caratterizzando il panorama forense, e che viene tratteggiato con sempre maggiore preoccupazione sia dagli Ordini che dalle associazioni di categoria. In attesa di riforme fatte dagli stessi avvocati per limitare la concorrenza, come l'inserimento del numero chiuso all’università di legge, o gravami sul concorso di abilitazione, in un mondo di "imprenditori di se stessi", la categoria cerca da sempre di correre ai ripari.

Una forma collaudata dagli albori dell’istituzione dell’albo degli avvocati è il controllo sulle abilitazioni: gente fidata, con natali degni, omologata e conforme al sistema.

Il Concorso indetto dal Ministero della Giustizia è definito dai più: “un concorso truccato”. Così come quello per la Magistratura ed il notariato.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati locali. Nomina vietata dalle norme.

Rispetto a un tempo ci sono meno praticanti intesi nel senso "tradizionale" del termine. L'iter all'università, la pratica da un dominus per imparare il mestiere, e l'avvio del proprio studio, è cambiata. Oggi, come prima, il "privilegio" di trovare un avvocato di grido disposto ad "assumere" o insegnare, è spesso concesso a pochi, fortunati e spesso "figli di".

Senza un dominus degno ti tale ruolo che ti insegna a mettere su lo studio, ci troviamo di fronte a tanti giovani abbandonati a se stessi: non hanno i soldi per iscriversi alla cassa forense, non conoscono forme di assicurazione e di prevenzione, oppure non se le possono permettere. Si privilegiano dunque altre strade rispetto alla pratica, come le scuole forensi. Da solo non ce la fai, sei allo sbaraglio. La soluzione migliore è unire le forze e aprire uno studio con altri colleghi. Divisione dei costi. Gestire uno studio significa anche affrontare difficoltà che non ti aspetti, devi acquisire nozioni anche di marketing e di contabilità. Però ti dà il sapore di fare l'avvocato davvero.

«Oggi 90 mila avvocati dichiarano redditi sotto ai 15 mila euro in Italia - spiega l'avvocato Massimo Gotta presidente dell'Aiga (associazione italiana giovani avvocati) di Torino - con un guadagno medio che si aggira intorno ai 1000 euro al mese. I giovani avvocati non si iscrivono alla cassa che prevede assistenza e previdenza anche in caso di infortunio o di morte, perché è costosa e obbligatoria solo oltre un certo limite di reddito». Senza soldi i giovani avvocati «non investono in libri e codici, e si crea una situazione di concorrenza dove i clienti si accaparrano per cifre ben al di sotto dei limiti tabellari». Ma la conseguenza si fa sentire: «Questa è una professione che si impara per mimesi, sul modello del dominus: la deontologia, ad esempio, si apprende proprio negli studi».

E’ questo modus operandi fondato sull’omologazione e non sul merito che conforma le menti dei futuri avvocati, a tutela degli interessi corporativi e personali. Giovani avvocati destinati a diventare semplici “azzeccagarbugli” e non avvezzi e strenui difensori della legalità.

Oggi tanti avvocati, da una parte criticano le norme sulla mediazione, dall'altra parte diventano mediatori o addirittura soci delle imprese di conciliazione e mediazione, tanto bistrattate in apparenza, poi sostenute dietro le quinte.

I legali non sempre sono infallibili. Qualche volta non sono neanche onesti del tutto. Ma proteggersi dagli errori non è sempre facile. Avvocati che prendono risarcimenti destinati ai clienti senza informarli, errori professionali che minano il diritto alla giustizia degli assistiti, parcelle da capogiro.

A riguardo la lettera di Pietro Ichino (giuslavorista, avvocato, giornalista, parlamentare PD) al Corriere della Sera è sintomatica.

“Caro Direttore, mentre la riforma dell’avvocatura muove i primi passi in Parlamento e gli avvocati fanno — legittimamente— sentire il loro fiato sul collo ai politici, sarebbe bene che gli utenti incominciassero a fare altrettanto. Il disegno di legge in discussione al Senato, dedicato alla promozione degli interessi economici di chi già appartiene al ceto forense, non affronta neppure di striscio quello che a me sembra il problema cruciale: il conflitto di interessi in cui l'avvocato si trova ogni volta che gli si aprono davanti due o più strade per la difesa del cliente e la strada più vantaggiosa per quest'ultimo non è la più vantaggiosa per l'avvocato stesso. Nella maggior parte dei casi, il cliente non è in grado di controllare efficacemente le scelte del difensore, come il paziente non è in grado di controllare le scelte del medico. Glielo impedisce la netta asimmetria informativa che caratterizza qualsiasi rapporto professionale: il professionista è colui che sa, il cliente è tale proprio perché nella materia specifica non sa. Per esempio, fra la transazione e il ricorso all’autorità giudiziaria, o a un arbitrato, la scelta dell’avvocato può essere dettata più dalle sue prospettive di guadagno che dall’interesse effettivo del cliente, il quale nella maggior parte dei casi non è in grado di valutare con piena cognizione i vantaggi dell’una o dell’altra scelta. Lo stesso accade nel rapporto tra medico e paziente, quando si tratta di scegliere tra diversi possibili mezzi diagnostici o protocolli terapeutici, di cui alcuni siano i più lucrosi per il terapeuta ma non i più appropriati nel caso specifico.

Mettiamoci nei panni di una persona che si è affidata a un avvocato e che si trova a nutrire un dubbio sull’adeguatezza o correttezza del suo operato. Oggi quella persona, se si rivolge a un altro avvocato per averne un parere e un consiglio, si sentirà rispondere che, a norma del codice deontologico forense, senza il consenso del primo legale la pratica non può neppure essere aperta, a meno che il rapporto con lui venga chiuso e la sua parcella interamente pagata: una norma che di fatto protegge l’avvocato incompetente o disonesto dalla «concorrenza» di quello competente e onesto. In questi casi il rapporto con il difensore può diventare, per il cliente, una trappola pericolosa. Anche perché litigare con il proprio avvocato è assai disagevole: a verificare la congruità dell’onorario per l’opera da lui svolta sarà un Consiglio dell’Ordine composto interamente da avvocati, comprensibilmente più propensi alla solidarietà con il collega-elettore che non alla sensibilità per le ragioni del cliente. È ben vero che nella grande maggioranza dei casi sono l’onestà e la correttezza dell’avvocato a garantire il cliente meglio di qualsiasi possibile forma di controllo dall’esterno del rapporto professionale. Ma anche l'avvocato più onesto e più competente può sbagliare ed essere tentato di non riconoscerlo; e anche nel ceto forense, come in tutti gli altri, qualche incompetente, qualche rapace e qualche disonesto c’è. Se la funzione essenziale dell’Ordine consiste nel garantire l’affidabilità dell’avvocato, la nuova legge destinata a disciplinare la materia non può eludere il problema del conflitto di interessi nel rapporto professionale.

Un modo per affrontarlo — sulla scorta delle esperienze che si offrono nel panorama internazionale— è innanzitutto quello di consentire a ciascun avvocato di rendere, con le dovute garanzie di riservatezza, una second opinion sul merito di qualsiasi pratica, nonché un parere sull’operato dell'altro avvocato che la segue, anche quando il rapporto tra quest’ultimo e il cliente è tuttora in corso. Ancor più efficace, poi, sarebbe l’attivazione da parte del Consiglio dell’Ordine, in ogni distretto, di un servizio gratuito, aperto a chiunque intenda controllare l’opera del proprio legale e svolto congiuntamente da un avvocato e da un magistrato competenti per materia, con garanzia di rigoroso segreto su tutto quanto viene loro sottoposto. A chiedere queste innovazioni non dovrebbero essere soltanto le associazioni degli utenti, ma prima ancora gli avvocati stessi (chi scrive è uno di loro): al prestigio della categoria non giova certo l'immagine di casta chiusa e avida, cui in passato hanno contribuito i comportamenti non irreprensibili di alcuni suoi membri, coperti di fatto da quella che poteva apparire come benevola indifferenza dei Consigli dell’Ordine.”

A cosa servono gli Ordini se non tengono ordine tra i loro iscritti, pretendendo il rispetto delle regole deontologiche?

Ma è una domanda obbligata dopo la lettura di "La zona grigia - Professionisti al servizio della mafia"; edizioni «La Zisa», in cui Nino Amadore, del Sole 24 Ore, ricostruisce le ambiguità e i silenzi dei vari Ordini nei confronti degli associati coinvolti in faccende di mafia, camorra, 'ndrangheta. Colletti bianchi che, a sentire il Presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, sono indispensabili ai criminali: «Cosa Nostra gode purtroppo di una vasta rete di fiancheggiatori nell'ambito di una certa borghesia mafiosa, fatta di tecnici, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici e della burocrazia».

Come potrebbero certi padrini potentissimi ma semi-analfabeti investire nell'edilizia in Lussemburgo, nell'acquisto di un pacchetto azionario alle Cayman, o nell'acquisto di 12 miliardi di metri cubi di gas dall'azienda ucraina Revne per «un valore di mercato di tre miliardi di euro» senza «un'accorta analisi fatta da gente preparata, che conosce i mercati »?  Sempre lì torniamo: «quando» un Ordine può intervenire? Nel caso del processo per il riciclaggio del «tesoro » (stima: 150 milioni di euro) di Vito Ciancimino, il libro segnala come i professionisti condannati siano stati due: un tributarista ed un avvocato. Cinque anni e 4 mesi a testa. Ma se il tributarista è stato subito sospeso dall'Ordine di Palermo, l’avvocato risulta, molti mesi dopo la sentenza, ancora al suo posto. O così dice il sito dell'Ordine di Roma. Come mai? Se un Ordine non serve a tenere ordine «al di là» degli iter giudiziari, a cosa serve? A organizzare belle cene in compagnia?

PARLIAMO DELL’ABILITAZIONE TRUFFA.

Non capisco l’accanimento di certe “penne e tastiere saccenti”, che parlano di un fenomeno di cui nulla sanno, se non il sentito dire o il luogo comune.

Tanto si parla, in modo interessato, di centinaia di migliaia di avvocati operanti che causano il dissesto della giustizia e per questo se ne chiede la riduzione.

Tanto si è parlato di Catanzaro con i compiti fotocopia.

Tanto si è parlato delle tracce conosciute in anticipo su internet.

Queste “penne e tastiere saccenti” nel 2011 hanno pensato bene di montare il caso dei cellulari nelle sedi di esame. Strumento per farsi dettare l’elaborato. Anzi qualcuno si è spinto fino a dire che questo malcostume o lassismo è proprio dell’Italia meridionale.

Se bastasse il cellulare a far passare l’esame!!

Sono rimasto colpito come a Salerno i candidati siano stati trattati da terroristi e sottoposti al controllo del Metal Detector.

Certo è che queste penne saccenti pensano bene di non toccare i poteri forti e, giusto per scrivere, se la prendono con la parte più debole, ossia: i candidati.

Non si sognerebbero mai di scrivere che se trucchi ci sono, essi si annidano nelle commissioni d’esame fatti da avvocati principi del foro, magistrati incorruttibili e dotti professori universitari.

Questi “giornalisti”, bocca della verità, mai direbbero che la Commissione nazionale per l’esame di avvocato del 2010 è stata denunciata, in quanto la presidenza dava adito a dubbi circa la sua nomina. Mai direbbero che la 1ª sottocommissione di esame di Palermo 2010 è stata denunciata per aver dichiarato falsamente che i compiti sono stati corretti, mentre invece questi sono stati resi immacolati. Mai direbbero che il Tar di Lecce è stato denunciato in quanto lo stesso, in presenza di ricorsi simili contro i giudizi negativi dati alle prove scritte, ha adottato decisioni difformi.

Spero che la prossima volta, quando qualcuno oserà scrivere sul concorso di avvocato, si affidi ad un esperto o attinga le notizie da chi ha esperienza acquisita in 15 anni di partecipazione, tramutata in un libro e in un portale web, contenente tutto ciò che riguarda la tematica. Per esempio chiedere al dr. Antonio Giangrande o attingere le notizie sul suo portale web www.controtuttelemafie.it o visionare i filmati sul canale you tube “malagiustizia”.

Un articolo di Tobia Di Stefano su “LiberoQuotidiano” racconta l’esame per l’abilitazione alla professione di avvocato da un punto di vista diverso: quello del portale mininterno.net, il portale dei concorsi pubblici. Dove migliaia di interessati si sono dati da fare per raccontare cosa stava succedendo nelle “segrete” stanze delle aule di esame.

Esame-farsa per gli avvocati 2011. Ammessi cellulari e sms. Con gli smartphone i candidati si scambiano pareri: nessun sequestro dei telefoni. Tracce e soluzioni già prima di entrare in aula.

Cronaca di una farsa annunciata: martedì 13 dicembre va in scena la prima prova dell’esame da avvocato 2011. Il parere civile. Due testi e migliaia di tirocinanti disseminati tra le fiere e le scuole del Belpaese. Un caos. Ciascuna sede inizia a un orario diverso, telefonini (sono proibiti i dispositivi digitali), soprattutto i Blackberry, che entrano come nulla fosse, tracce copia incollate in rete mentre i provetti legali devono ancora accomodarsi e bagni usati a mo’ di copisterie. Nessuno scoop è una routine che si ripete da anni, ma a leggere minuto per minuto il forum della redazione di mininterno.net (portale sui concorsi pubblici) viene da chiedersi a cosa serva. Il primo messaggio è datato 7 e 36 del mattino. Tale “Mik” che chiede: «Si sanno le tracce?». Che fretta, i nostri devono ancora entrare. E infatti gli arrivano risposte interlocutorie, «di già possibile?» replica “anaflagio”.

Passano pochi minuti e quello che era un appello isolato si trasforma in un coro. Otto e 23, 8 e 27, 8 e 47, poi le 9: «Raga ste tracce...». Monta la tensione. “Pronto soccorso esame”: «A Napoli sono in alto mare!!! Sono entrati in pochissimi…». Oppure: «Ho sentito che a Salerno addirittura ci sono i metal detector...». Quindi «legale»: «Ragazzi massima collaborazione come negli anni passati!!!».

E poi una voce unica: «A Padova?», «A Napoli?», «A Catanzaro», «A Milano». Notizie?.

Allarme rosso: «A Salerno stanno sequestrando i cellulari… c’erano dei carabinieri in borghese tra i candidati…». Non è vero. I minuti passano. Ore 9 e 53 “Vale” dà la prima traccia. A spizzichi e bocconi: «L’agenzie immobiliare beta, aveva ricevuto… un mandato per la vendita di un immobile… Media (in realtà è Mevia) concludeva successivamente la vendita del suo bene, a mezzo dell’intervento di un’altra agenzia immobiliare…. Il candidato assunta la veste di difensore dell’agenzia beta…». Ci sono lacune, è evidente, ma il dado è tratto.

No, non è così, sarebbe la traccia dell’anno prima. Serve di più. Occhio, posta pure un tale, “Polizia postale”: «Gli utenti di questo forum che diffonderanno notizie dall’interno delle sedi d’esame saranno rintracciati e immediatamente espulsi dalle rispettive sedi». Gelo in chat. Si studiano strade alternative. «Facciamo un gruppo su Facebook», suggerisce “Stella”. «No restiamo qui è uno scherzo». E intanto “Polizia Postale” insiste. Occhio, arrivano conferme. Ore 10 e 59, Capparola: «Raga: “ag immobiliare e condominio». C’è anche la seconda. «Così non significa nulla! Chi sa, postasse le tracce per intero». E certo. Ore 11 e 43, le tracce arrivano per intero, fonte “pinco pallino”. La prima, quella sull’agenzia immobiliare viene integrata, la seconda è sul condominio: «Caio, che abita in un condominio, viene richiesto, dalla ditta Gamma che fornisce il combustibile utilizzato nell’impianto di riscaldamento condominiale centralizzato, del pagamento dell’intera fornitura di gasolio. Il candidato, assunta la veste di legale di Caio, rediga parere, illustrando gli istituti sottesi alla fattispecie ecc ecc.». Arrivano i suggerimenti, la giurisprudenza in materia. Nuovi dettagli sulle tracce. Si discute, ci si confronta. Ore 12 e 21: la prima soluzione è già in rete. Ore 12 e 21: «A Napoli hanno appena iniziato a dettare». Ore 13: è in rete anche il secondo parere, quello sul condominio. Ne arrivano altri e altri ancora. «Raga coordiniamoci. Qual è quello buono». E chi può dirlo. Fermi tutti. Parla “già dato” (uno che l’esame deve averlo superato qualche anno fa): «Capisco la voglia di aiutare colleghi, amici e parenti... capisco che questo esame è assurdo da ogni punto di vista... mi sembra però che voi una cosa non l’abbiate capita: “passare lo scritto è solo questione di culo. Non importa se hai svolto l’esame da Dio, bisogna vedere chi ti corregge, se quel giorno è nervoso o sereno, se ha già corretto altri compiti e quanti ne sono già passati... e basta». Ore 14 e 50, l’amministratore del Forum: «A causa della continua violazione delle regole del forum e delle leggi vigenti in Italia siamo costretti a chiudere la discussione». Ore 14 e 52, la risposta: «Ma taci e smettila di dire idiozie...». Anche per quest’anno la farsa è servita.

In modo diverso la storia filo razzista raccontata da ruota “Il Giornale”. Concorso per avvocati? Si passa con il cellulare. I telefonini sono proibiti, ma non per i furbi. Il sito internet con tutte le soluzioni dei quiz ieri era cliccatissimo. Ma a esami scritti ancora in corso...

«Una domanda x tutti, ci sarà qualche anima pia che svolgerà le tracce per poi farle girare?», chiede alle 11,19 Axel 74, uno che se il nickname non mente ha 37 anni suonati. «Qualcuno può riportare gentilmente le tracce?», si angoscia poco dopo un altro. Accontentati alle 11,43 da uno che si autoaccredita nel nickname Pinco pallino attendibile: «Traccia 1 (aggiornamento): L’agenzia immobiliare Beta... Traccia 2 (aggiornamento): Caio, che abita in un condominio...». Ok, la traccia è giusta. Il sito è mininterno.net, ma il Viminale non c’entra nulla, anche se si gioca chiaramente sull’equivoco. Si tratta del «portale di riferimento per la preparazione personale a tutti i concorsi pubblici e ad altri esami basati su quiz a risposta multipla», come si autocelebra sulla home page.

Un sito supercliccato. Si celebrava infatti il primo dei tre giorni dell’esame di Stato per avvocati, la prova di parere motivato in materia regolata dal codice civile. Così il forum «Toto tracce esame avvocato 2011/2012» per tutto il giorno ha ospitato il tam tam delle aspiranti toghe, all’opera nelle decine di sedi nazionali, e di chi da fuori, davanti a un computer, cercava evidentemente di aiutarli.

Intendiamoci: l’uso di telefonini e altri strumenti elettronici è rigorosamente vietato nelle sedi di esame. Ma viene il dubbio che in qualche città le regole non siano state fatte rispettare con tanto zelo. Altrimenti Biscottina, alle 11,38, non scriverebbe accorata: «Ragazzi, ma qui pubblicate anche qlc info circa la risoluzione delle tracce???». E l’aiuto arriva: sono le 12,21 quando qualcuno posta una lunga soluzione della prima traccia, con tanto di analisi della questione, norme da considerare nella redazione del parere, giurisprudenza in materia e conclusioni. Basta cambiare due o tre parole, aggiungere un’imperfezione civetta et voilà, mezzo esame è fatto. Alle 13,01 arriva anche la soluzione alla seconda traccia: chi ha un iPad o un blackberry sfuggito ai controlli è a posto. Ecco, i controlli. Molti dei «post» sul forum informano sulla possibilità di fare entrare nelle varie sedi di esame strumentazioni elettroniche. «A Catanzaro pare ci siano i Jumper per i cellulari» (i jumper sono strumenti che schermano gli impianti elettronici) scrive uno alle 9,08. «A Salerno hanno messo i metal detector!» è il grido di angoscia di Paco1789 alle 9,52. Ma Indignados alle 10,02 lo smentisce: «A Salerno non ci sono metal detector... Non dite str...ate». Altre note di cronaca da Napoli: «Tutto come altri anni... c’è chi si è portato la stampante», dice uno. «I cell funzionano e non ci sn metal detector!!!!», aggiunge un altro. L’esame della Mostra d’Oltremare nel capoluogo campano, con ben 6274 candidati, a giudicare dalle citazioni è il più caotico (Pronto soccorso esame scrive: «Un appello a chi ha amici e colleghi a fare l’esame a Napoli. Appena escono le tracce pubblichiamole perché tanto a loro detteranno tardissimo e possiamo aiutarli tranquillamente!»), ma anche Salerno, Lecce, Messina, Catanzaro, Reggio Calabria, Bari sono i luoghi di questa geografia tutta meridionale dell’aiutino, del «c’ho un amico», del mezzuccio. Che irrita anche alcuni frequentatori del forum: «Certo che sto esame è scandaloso come il Paese che abitiamo...», scrive uno alle 15,05. Sottoscriviamo l'indignazione non il razzismo.

Di altro tenore è il resoconto fatto da "Il Corriere della Sera". Sigillati in aula per l'abilitazione: esami d'avvocato con metal detector. La carica dei 1.300. L'Ispettore: avevamo chiesto anche la totale schermatura per cellulari.

Tutta blindata la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Salerno per l'esame da avvocato, iniziato martedì 13 dicembre 2011: transenne lungo le vie d'accesso, passaggi obbligati, nastro adesivo per sigillare porte e finestre e la presenza imponente delle forze dell'ordine, per garantire l'assoluta trasparenza delle prove concorsuali ed impedire a chiunque di introdursi all'interno delle aule. Per la prima volta sono stati utilizzati anche due metal detector di tipo mobile, in numero inferiore rispetto a quelli richiesti dalla Corte d'Appello di Salerno, non collocati presso tutti gli ingressi, per inibire l'utilizzo di cellulari e dispositivi tecnologici.

In tutto 1.301 i praticanti avvocati abilitati al patrocinio legale, aspiranti a far parte dell'ordine. Al contrario dell'anno prima, un clima estremamente sereno ha contraddistinto la prima giornata delle prove, svoltesi in contemporanea in tutta Italia. «Nessuna perquisizione - sottolinea l'avvocato Andrea Di Lieto, professore di Diritto degli Enti Locali e preside della prima sottocommissione della Corte d'Appello di Salerno - massima disponibilità da parte di tutti. Molti cellulari sono stati consegnati volontariamente così come alcuni codici non consentiti. La prova è partita leggermente in ritardo, intorno alle 11.45, dopo le operazioni di identificazione. Era presente anche l'ispettrice del Ministero della Giustizia per assicurare la regolarità dell'esame. Si tratta di indicazioni su scala nazionale, sebbene le varie sottocommissioni, composte da due avvocati, due magistrati e un professore, con i relativi supplenti, siano assolutamente autonome. Abbiamo richiesto anche la totale schermatura per i cellulari in tutta l'area, ma non siamo riusciti ad ottenerla». Particolarmente semplici anche le tracce del primo giorno di esami, con la possibilità di scegliere tra due pareri di diritto civile, di cui uno sull'istituto della mediazione e l'altro sul condominio. Poi dovrà essere elaborato, invece, un parere di diritto penale, mentre per ultimo, per l'atto giudiziario, la scelta sarà ampia, con la possibilità di decidere tra penale, civile ed amministrativo. «La fase di correzione partirà il 15 gennaio, con metodo incrociato - aggiunge Di Lieto - le quattro commissioni di Salerno correggeranno i compiti di Lecce mentre i nostri candidati saranno valutati a Catania. In genere quando il giudizio avviene al nord, la percentuale degli ammessi alle prove orali scende al di sotto del 40%». In realtà, analizzando le stime delle precedenti sessioni, il trend percentuale sembra attestarsi addirittura intorno al 20%. Nel 2010, sui 1.233 partecipanti agli esami da avvocato, soltanto 218 hanno superato gli scritti, mentre più di mille furono i bocciati.

Circa il 70-80% dei candidati è costretto a reiterare le prove almeno per tre volte consecutive, determinando ansia ed apprensione nei confronti delle prospettive di inserimento futuro ed allungando i tempi per poter intraprendere la libera professione. La giurisprudenza salernitana sembra connotarsi sempre più come casta chiusa, quasi impraticabile, soprattutto per chi proviene da background socio-culturali differenti. Continue bocciature a sessione nel percorso universitario, che bloccano gli studenti per anni sulla stessa disciplina, generando un clima di panico, impotenza e sfiducia nelle proprie capacità intellettuali e verso il futuro. Intanto, mentre a livello nazionale si profila l'idea di liberalizzare l'accesso all'ordine, per alcuni l'ennesimo tentativo per accedere alla professione sembra essere il mito della «via spagnola», che permette, dopo due anni, il riconoscimento del titolo in Italia.

Ma come risponde la città. Avvocati, esame blindato, resoconto di “La città di Salerno”. Sono 1301 i candidati iscritti alle prime tre prove per diventare avvocato. Cinque gli ingressi blindatissimi per accedere all’aula destinata agli esami. In funzione i metal detector, anche se sono stati usati soltanto a campione.

Discriminazione. Terrorismo psicologico. Meritocrazia. Sono stati i termini più ricorrenti utilizzati dagli aspiranti avvocati salernitani che si sono messi in fila, davanti ai cinque blindatissimi ingressi della Facoltá di Giurisprudenza, per sostenere la prima di tre prove.

C’era la prova di civile, quella di penale e poi i candidati dovranno elaborare un atto giudiziario. Compiti scritti necessari per poter accedere agli orali e successivamente alla professione. L’umore non era dei migliori. Parecchi dei presenti si sono presentati per la terza volta. «E sará senz’altro l’ultima», hanno dichiarato in molti, esasperati dalla trafila interminabile, e dallo stress psicologico, per tentare di raggiungere l’abilitazione. Addirittura vi era qualche candidato ritornato nel campus per la settima volta.

Fin dalle sei del mattino i candidati sono arrivati alla spicciolata: in tutto hanno presentato domanda in 1.301. I metal detector preannunciati, e messi in uso per evitare che gli esaminandi utilizzassero il cellulare, hanno funzionato. Ma non per tutti. Lo strumento di rilevazione metallica è stato impiegato solo a campione. Gli aspiranti avvocati appena varcato l’ingresso hanno presentato i documenti e poi consegnato il cellulare. Prima di entrare in aula un operatore ha passato ai raggi x i candidati. Secondo alcuni il metal detector potrebbe essere azionato da oggetti metallici, come la fibbia di una cintura oppure un orologio, pertanto la rilevazione non è attendibile. «Solo qui succede. E’ un trattamento impari perché ogni Corte d’Appello utilizza un metodo diverso e questo è decisamente discutibile», ha puntualizzato una ragazza.

Le critiche sul sistema di controllo sono piovute a iosa. I praticanti avvocati, arrivati con tanto di valigie al seguito piene di codici, erano sfiduciati perché sottoposti a ispezioni eccessive. Tra quelli che non sono sfuggiti al metal detector, chi è stato più audace, nonostante i suoni emessi dal "cercametalli", ha superato lo sbarramento affermando semplicemente di non possedere un cellulare. I più timorosi, invece, lo hanno consegnato e fatto imbustare per poi ritirarlo all’uscita.

«Per come veniamo trattati, ci vorrebbe solo una rivoluzione», ha commentato una candidata. Positivo, invece, il giudizio di P. L. che ha affermato: «In teoria il metal detector ci sta anche bene, se servisse, però, ad evitare che qualcuno bari. Ma dovrebbe essere adottato in tutto il Paese». Sul piede di guerra non solo i praticanti ma anche i genitori, molti dei quali hanno voluto esser presenti per sostenere moralmente i propri figli che si sono ritrovati a presentarsi per l’ennesima volta alla prova.

«L’anno scorso ci hanno fatto togliere gli stivali - hanno ricordato due candidati - venivano in bagno a controllarci e ci sequestravano il materiale cartaceo nascosto in nostro possesso. Eravamo poco meno di 1.100 candidati. Ci stavano col fiato sul collo. Annullarono 600 prove: l’ispettore ministeriale scrisse nella relazione che sorprese 60 candidati con il cellulare e fu costretto a buttarli fuori. Risultò che il 75 per cento aveva copiato. Su oltre 1000 candidati solo 216 risultarono idonei. Siamo stati vittime di pregiudizi della Corte d’appello di Torino che corresse gli elaborati». Per gran parte dei candidati le prove sono troppo complicate. «Un modo - spiega un giovane - per eliminare la "concorrenza". Le selezioni dovrebbero essere fatte durante gli studi non all’esame di abilitazione. Spero che l’Ordine ad agosto venga abolito». 

Italiani: raccomandati e pure bugiardi.

Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.

A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio  Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".

Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.

Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!

In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.

In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.

Viviamo nel Paese degli ordini professionali e delle caste.

Quando si parla di “poteri forti” in Italia non si può non parlare degli ordini professionali, retaggio delle antiche corporazioni medievali (che tuttavia erano cosa diversa e non si configuravano come strutture rigide e chiuse). Cliccando su Wikipedia si trova un elenco di ben 27 albi professionali presenti in Italia, divisi tra 19 ordini propriamente detti (i primi creati in età fascista) per il cui accesso occorre una laurea, tranne nel caso dell’ordine dei giornalisti, e 8 collegi professionali, per il cui accesso occorre un semplice diploma superiore. Gli ordini professionali oggi rappresentano un duro ostacolo verso la creazione di un regime economico compiutamente liberale, basato sulla libera concorrenza. Per far parte di un ordine e poter esercitare la professione bisogna seguire un iter burocratico pieno di ostacoli. Innanzitutto un giovane laureato che volesse diventare ingegnere, avvocato o una qualsiasi professione il cui esercizio è sottoposto all’iscrizione in un albo deve praticare due o tre anni di tirocinio presso un professionista già abilitato senza la garanzia di un compenso minimo, visto il vuoto legislativo in materia di contratto per i tirocinanti; in seguito deve sostenere un esame di Stato per l’ammissione all’albo. Tali esami sono stati oggetto di critiche e accusati di essere subordinati agli interessi degli ordini e non della collettività, penalizzando il merito dei candidati. Inoltre gli ordini rappresentano un limite alla libera concorrenza per via di alcune regole dei vari codici deontologici professionali come l’obbligo di applicazione di tariffe minime, pena la radiazione dall’albo, oppure il divieto di pubblicità, regole difese dagli ordini come antidoto alla concorrenza sleale ma che di fatto aprono la strada alla creazione di cartelli, che danneggiano gli interessi dei cittadini e degli utenti. Nel tempo queste strutture hanno acquisito una fortissima capacità di pressione sulla politica e sui governi che ha soffocato sul nascere qualsiasi tentativo di “liberalizzazione” del sistema degli ordini. Un primo, importante provvedimento legislativo fu il famoso “decreto Bersani” emanato nel Luglio 2006 e convertito definitivamente in legge nel mese successivo; tra le varie misure contenute nel testo vi sono l’abolizione delle tariffe minime di ingegneri, architetti e avvocati, la possibilità di vendere farmaci da banco anche nei supermercati (seppur con un laureato in farmacia), l’aumento delle licenze dei tassisti e l’abolizione del divieto di pubblicità. Tale decreto però suscitò la protesta selvaggia delle categorie interessate, specie dei tassisti, e gran parte delle misure è rimasta di fatto inapplicata. Il 30 giugno 2011, nel corso di un consiglio dei ministri, il ministro Giulio Tremonti propose nella manovra correttiva, in particolare nell’articolo 3, di vietare la fissazione obbligatoria delle tariffe minime, di rendere meno rigido il divieto di pubblicità e di eliminare il numero chiuso previsto dai vari ordini per liberalizzare il mercato; inoltre proponeva di abolire l’esame di Stato per l’ammissione all’albo dei commercialisti e degli avvocati. Ma proprio su quest’articolo 22 parlamentari del Pdl, in gran parte avvocati, sostenuti anche dal ministro La Russa, si sono opposti fermamente minacciando di far mancare il loro voto alla manovra e costringendo il governo a rallentare i tempi e trattare.

Ma,nonostante si parli spesso del bisogno di liberalizzazioni, non sono mancate proposte e disegni di legge volti a creare altri ordini e albi ,come ad esempio quello dei coreografi o dei traduttori, e fino a pochi anni fa non erano pochi i politici a proporre l’istituzione di un albo degli imam. L’ultima proposta in tal senso riguarda un Ddl bipartisan presentato in Senato il 13 settembre 2011 firmato da parlamentari della Lega, Idv e Pdl per istituire 5 nuovi ordini e 20 albi professionali dell’ambito sanitario.

In questo quadro sociale, è difficile trovare una soluzione: c’è chi propone una soluzione drastica, come l’abolizione di tutti gli ordini o solo di alcuni (ad esempio quello dei giornalisti), altri di mantenere gli ordini con le sole funzioni di carattere associazionistico, altri, come il liberale Carlo Lottieri, propongono invece di creare una pluralità all’interno del sistema degli ordini attraverso la creazione di più ordini di una stessa professione, cercando di “liberalizzare” il sistema degli ordini. Di sicuro una riforma seria e drastica degli ordini servirebbe, anche perché non costerebbe nulla e andrebbe a vantaggio dei cittadini e delle nuove generazioni. Ma sarà possibile questo in un paese di caste?

Architetti, avvocati, consulenti del lavoro, farmacisti, geologi, geometri, giornalisti, ingegneri, medici e odontoiatri, notai, periti industriali, psicologi, dottori commercialisti ed esperti contabili. Ordini professionali che, secondo l’Antitrust (garante per la concorrenza ed il mercato), agiscono come delle “caste”.

Con privilegi ingiustificati e un’elevata resistenza al cambiamento. L’organismo che vigila sulla concorrenza ha terminato un’indagine in corso sugli Ordini professionali. E per il garante il risultato è preoccupante: “Dall’indagine conoscitiva su 13 Ordini professionali emerge una scarsa propensione delle categorie ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti”. Anzi, ‘’la liberalizzazione della pattuizione del compenso del professionista, la possibilità di fare pubblicità informativa e di costituire società multidisciplinari - si legge nelle conclusioni - non sono state colte come importanti opportunità di crescita ma come un ostacolo allo svolgimento della professione”.

Gli ordini, secondo l’Antitrust, non possono più tardare nell’adeguarsi alle normative europee. Così il garante invita ad agire con gli strumenti legislativi contro l’immobilismo degli ordini. E propone alcune modifiche “necessarie”, come “prevedere percorsi più agevoli di accesso alle professioni” attraverso corsi universitari e “tirocinii proporzionati alle effettive esigenze di apprendimento”, non stage infiniti. Sarebbe poi giusto, secondo l’organismo, che la nozione di “decoro professionale” sia “elemento che incentivi la concorrenza tra professionisti e rafforzi i doveri di correttezza professionale nei confronti della clientela e non per guidare i comportamenti economici dei professionisti”.

Secondo l’associazione dei consumatori Aduc, le parole dell’Antitrust "rendono giustizia di una situazione sotto gli occhi di tutti: i tentativi di riforma degli ordini sono inutili. Quand’anche qualcosa dovesse apparire, si tratterebbe comunque di fumo negli occhi. Solo la loro abolizione potrebbe democratizzare offerte e domande".

O via le caste o si muore dice Luigi Zingales su “L’Espresso”.

Tutti ce l'hanno con i partiti, che in effetti hanno molte colpe. Ma il Paese è pieno di gruppi chiusi, che mirano solo a perpetuare i propri privilegi e le proprie rendite di posizione. Danneggiando tutti gli altri, specie i giovani. Negli Stati Uniti la protesta ha scelto come obiettivo Wall Street, simbolo della finanza, il luogo dove lavora l'1 per cento più ricco della popolazione. Coloro che - secondo i manifestanti -avrebbero derubato il rimanente 99 per cento di un futuro migliore. L'Italia è messa molto peggio degli Stati Uniti. Quale dovrebbe essere l'obiettivo della protesta? Dove si annida l'1 per cento di privilegiati che impedisce il successo al rimanente 99 per cento? La risposta più naturale sarebbe Montecitorio, simbolo del potere politico. Non sono forse i politici che ci hanno ridotto in questa situazione? Ma è una risposta che oscura la vera fonte del problema. I politici li eleggiamo noi.

Riflettono gli interessi (le lobby) del nostro Paese. Negli Stati Uniti la lobby più potente è sicuramente quella finanziaria, da cui il luogo della protesta. Seguendo la stessa logica in Italia il luogo adeguato per la protesta dovrebbe essere la piazza centrale di ogni paese. Lì si annida la lobby più potente d'Italia: i notabili locali. A differenza dei ragazzini maleducati di Wall Street, si tratta di signori di buone maniere. Ma dietro la loro aria bonaria, non sono meno pericolosi. Molti di loro criticano i sindacati per la difesa corporativa del posto di lavoro, ma la loro difesa dei privilegi è più strenua di quella dei camalli del porto di Genova. Non lo fanno in piazza, ma nei corridoi dei palazzi, e proprio per questo hanno maggiore successo.

Chi sono i notabili della piazza centrale? C'è il farmacista, spesso figlio del farmacista del paese. Le farmacie godono di restrizioni imposte dallo Stato alla vendita dei medicinali. Queste restrizioni mantengono i prezzi elevati a danno dei consumatori. Anche le timide riforme di Bersani sono state affossate dal governo Monti. Il commissario europeo che ha osato sfidare Microsoft ha dovuto chinarsi di fronte alla lobby dei farmacisti. Sopra la farmacia in molti paesi c'è' l'ufficio del notaio, altra professione tramandata di padre in figlio e protetta dallo Stato, che limita il numero di notai e impone tariffe minime. Non è solo una tassa su tutte le attività produttive, ma anche uno spreco di cervelli. I guadagni gonfiati dai limiti alla concorrenza attirano nella professione molti giovani brillanti, che avrebbero potuto dedicarsi proficuamente ad attività più produttive. A fianco del notaio nella piazza principale c'è l'ufficio dell'avvocato, un'altra professione spesso tramandata di padre in figlio, protetta da un ordine corporativo. Di fronte alla farmacia in molte piazze centrali c'è la sede di una banca. Una volta era una banca locale, oggi è parte di un gruppo nazionale. Ma anche qui i posti si tramandano di padre in figlio. Il motivo è che la banca non è gestita secondo criteri di efficienza, ma secondo criteri clientelari. Anche se perde, poco importa, tanto i principali azionisti non hanno messo i soldi loro, ma i soldi altrui. Anzi i soldi nostri, i soldi che appartenevano ai comuni e che oggi sono controllati da fondazioni gestite dai residui della prima Repubblica. Il notaio, il farmacista, il bancario, l'avvocato e il presidente della fondazione si trovano tutti a prendere l'aperitivo al bar centrale, anche quello tramandato di padre in figlio. Questo settore, almeno, è competitivo. Ma anche il barista gode di un vantaggio: una certa tolleranza nell'applicazione delle leggi. La sua cucina non è proprio a norma e la cassiera non sempre emette lo scontrino fiscale. Ma con l'appoggio dei notabili clienti riesce a farla franca. Ognuno difende strenuamente il proprio privilegio, non capendo che il privilegio mio è costo tuo. L'Italia si sta trasformando in una società per caste, dove i giovani non hanno futuro. La strenua difesa dei privilegi personali alla fine danneggia tutti. Ma nessuno è disposto a rinunciare da solo al suo privilegio. Se è l'unico a farlo, ci perde. Solo se tutti lo facciamo contemporaneamente, ci guadagniamo tutti. C'è bisogno di un patto civile per le riforme, dove tutti rinunciano a qualcosa, per guadagnarci tutti. Se Monti non è capace di farlo chi mai lo potrà fare?

Riformiamo quegli Ordini, intima  Alessandro De Nicola su “L’Espresso”.

Le categorie professionali si oppongono a qualsiasi cambiamento. Una difesa delle proprie prerogative che dimentica la rivoluzione in atto nei servizi intellettuali. E rinuncia a guidare la modernizzazione. Nel Belpaese si ha l'impressione che le professioni intellettuali tradizionali siano da tempo arroccate nella difesa delle loro prerogative e che anzi, complice la crisi, chiedano che vengano estese anche a loro nuove protezioni.

La "modernizzazione" del settore è vista dai rappresentanti degli ordini professionali tutt'al più come implicante maggiori obblighi di formazione professionale ma niente più, tant'è che, appena prima della legge di stabilità (che impone entro 12 mesi una radicale ristrutturazione degli Ordini professionali), stavano procedendo di buona lena in Parlamento vari provvedimenti restrittivi: la riforma dell'Ordine dei giornalisti che restringeva le possibilità di accesso, l'istituzione di nuovi Albi (tra cui quello degli igienisti dentali, professione che schiude le porte a luminose carriere in altri campi) e la modifica dell'ordinamento forense che mirava a reintrodurre le tariffe professionali inderogabili e una serie di limitazioni, guarentigie, divieti che andavano in senso contrario alla liberalizzazione del settore.

I professionisti sono una lobby ben organizzata (basti pensare che circa il 40 per cento dei parlamentari appartiene a una categoria professionale) e vocale. Nonostante il problema della concorrenza e dell'efficienza del mercato dei servizi professionali (che rappresentano un fatturato di 200 miliardi di euro) si ponga ormai dal 1997, quando l'Autorità antitrust pubblicò la prima indagine conoscitiva sul tema (e nel 2003 l'allora commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, ricordasse: "Non credo che gli ordini dovrebbero essere coinvolti nella sfera economica dei professionisti, dettando regole sul comportamento nel mercato dei loro iscritti, come per esempio fissando le tariffe o vietando la pubblicità"), l'unico vero scossone si ebbe con il decreto Bersani che abolì i minimi tariffari, introdusse il patto di quota lite e diede via libera alle parafarmacie. Poi più niente, se non un gioco di interdizione degli Ordini che hanno cercato di limitare la portata della riforma.

Orbene, ormai gli studi sul settore sono numerosi: quelli della Banca di Italia hanno evidenziato che i servizi professionali nei Paesi meno regolamentati contribuiscono a una maggior crescita del Pil (una media dello 0,8 per cento in più) e la concorrenza migliora la qualità del servizio (al contrario di quello che si sente dai rappresentanti di categoria, sempre attenti alla "qualità" del servizio da non "svendere"); l'Antitrust o, da ultimo, la Fondazione Debenedetti, mostrano un certo nepotismo e una completa casualità nell'accesso (in alcuni capoluoghi i promossi all'esame di Stato sono il 90 per cento, in altri meno del 10), nonché una scarsa propensione degli Ordini a disciplinare gli iscritti (propensione che non è aumentata dopo la Bersani, segno che l'abolizione delle tariffe non ha inciso sulla qualità...).

Inoltre, le professioni si stanno rivoluzionando: sempre di più nel mondo agiranno società di capitali (ammesse anche dalla legge di stabilità) per fornire a basso costo e su base globale servizi ora pagati con parcelle "dignitose". L'asimmetria informativa caratteristica delle prestazione professionale (il cliente non è in grado di giudicare la bontà di ciò che si riceve), grazie a Internet, al rafforzamento delle strutture interne delle aziende e all'attivismo delle associazioni dei consumatori si sta riducendo. Sempre più l'outsourcing verso giurisdizioni (o regioni all'interno dello stesso Paese) più convenienti, tecnologia ed innovazione sia nei servizi che nel metodo di parcellazione (i clienti pretendono ora di associare il professionista al proprio rischio imprenditoriale) saranno per il mondo professionale la formula per creare valore aggiunto e crescere o quantomeno non essere spazzati via. Se questo è vero, invece che organizzare anacronistiche astensioni dalle udienze ed emettere indignati comunicati contro la mercificazione delle arti liberali, i professionisti dovrebbero cogliere al volo le opportunità della liberalizzazione e, per una volta, guidare il processo di cambiamento invece che esserci trascinati dentro, impreparati e subalterni.

L'ORDINE NON SI TOCCA.

Espressione frutto di uno studio redatto da Gaetano Basso e Michele Pellizzari.

Il testo originale della manovra finanziaria 2011 prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni. Ma ventidue senatori-avvocati della maggioranza hanno minacciato di non votare l'intero provvedimento se quelle norme non fossero state cancellate. E sono stati subito accontentati. Insomma, anche in un momento drammatico sembrano aver prevalso gli interessi di lobby. Eppure, questa era l'occasione giusta per avviare una riforma che, insieme ad altre, potrebbe incoraggiare la crescita economica dell'Italia. È opinione diffusa che i tanti tentativi di riforma delle professioni siano stati bloccati dalle folte e ben rappresentate lobby di avvocati, notai, commercialisti, preoccupati più di difendere i propri interessi che di tutelare l'interesse comune. Eppure, gli ordini professionali sostengono che non è così e in molti, compreso chi scrive, sarebbero disposti a credere loro e avviare insieme un dibattito serio su quali interventi di riforma siano necessari. È difficile, però, non dare l'impressione di una casta chiusa e refrattaria a ogni cambiamento se i fatti sono quelli che ci consegna la cronaca relativa al dibattito sulla manovra 2011. Nella sua formulazione iniziale essa prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni, alcuni dei quali molto radicali. Si andava dall’abolizione del divieto di incompatibilità tra attività commerciale e professionale, all’impossibilità di vietare da parte degli ordini la pubblicità per ragioni di decoro, fino all’abolizione dell’esame di stato per avvocati e commercialisti. Ma 22 senatori-avvocati del Pdl hanno inviato al presidente del Senato una sconcertante lettera nella quale si dicevano pronti a non votare il provvedimento, rischiando di far cadere il ministro Tremonti e di gettare il paese in una catastrofica crisi finanziaria, se quelle norme non fossero state cancellate. I senatori erano supportati da un nutrito gruppo di deputati liberi professionisti (58 in totale: 44 avvocati, 13 medici e 1 notaio) che si sarebbero opposti all’iter della manovra alla Camera. Detto fatto, grazie anche offerto alle parole di sostegno del ministro-avvocato Ignazio La Russa. Ed è significativo che i ventidue avvocati rivoltosi non abbiano tanto espresso perplessità sul come si interveniva per liberalizzare il settore, ma abbiano semplicemente chiesto di derubricare l'argomento. Il gruppo dei 22 alla fine ha avuto ragione grazie alla mediazione del Presidente del Senato-avvocato Renato Schifani. Il governo si è però impegnato entro 8 mesi dall’entrata in vigore della manovra a legiferare in materia di ordini professionali. Altrimenti “ciò che non sarà espressamente vietato sarà libero”.

UNO STUDIO SUI PROBLEMI DEGLI ORDINI

In un rapporto preparato per la Fondazione Rodolfo Debenedetti sul tema delle professioni regolamentate, abbiamo evidenziato che gli ordini servono a garantire la qualità dei servizi offerti in mercati nei quali è difficile per il consumatore valutare la capacità degli operatori e la qualità dei servizi prodotti. Quelle stesse norme, tuttavia, generano limitazioni della concorrenza con potenziali effetti negativi sul benessere collettivo. Alla politica spetta la decisione di dove collocare il paese in questo trade-off tra qualità e concorrenza. Difficile procedere con un dibattito costruttivo se non si riconosce questo duplice aspetto della regolamentazione e si continua a sostenere che non vi è alcun problema di concorrenza nelle professioni. Nel rapporto presentiamo una serie di analisi empiriche che suggeriscono che qualcosa non funziona nelle procedure di selezione all'ingresso in molte professioni e non sempre entrano necessariamente gli operatori più qualificati. Questo è il caso delle professioni (commercialisti e consulenti del lavoro) in cui osserviamo un peggioramento della qualità dei servizi offerti al crescere di una misura di familismo della professione che si osserva nel rapporto stesso. Da qui alcune proposte di riforma: andrebbero eliminati, ad esempio, potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato o corretto dagli stessi professionisti che saranno concorrenti diretti di chi l'esame lo supera. In un precedente contributo su questo sito abbiamo dimostrato come questo tipo di riforma abbia avuto effetti significativi nella selezione degli avvocati, in particolare annullando il ruolo giocato dai cognomi nell’esame di stato. Inoltre, sarebbe auspicabile separare il ruolo di auto-regolamentazione degli ordini da quello di rappresentanza degli interessi di categoria.

UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ

In seguito alla presentazione del nostro studio siamo stati investiti da una miriade di attacchi (si veda la rassegna stampa sul sito della Fondazione Debenedetti) spesso molto duri, ma mai nel merito dell'analisi, e in alcuni casi esplicitamente offensivi. Gli attacchi, così come l'episodio dei ventidue avvocati del Pdl, evidenziano quanto sia diffuso l'atteggiamento di difesa a priori dello status quo. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, se liberalizzato, potrebbe contribuire fino all’ 11 per cento del PIL nel lungo periodo, come sostenuto in uno studio della Banca d’Italia. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, come sostiene l'Antitrust, costa al paese quanto il conto energetico. Nella manovra si sarebbe potuto affrontare la questione con una riforma a costo zero che, insieme ad altre, avrebbe il potenziale di incoraggiare la crescita economica dell'Italia, condizione indispensabile per non ritrovarci a breve a dover di nuovo fronteggiare situazioni finanziarie critiche come quelle di questi ultimi giorni. L'episodio dei ventidue avvocati è preoccupante anche perché rischia di mandare un messaggio negativo sulla credibilità dell'intera manovra, i cui contenuti, anche in un frangente così delicato, sono soggetti alle intemperanze di alcuni parlamentari. Per sostenere la credibilità delle misure in discussione, la maggioranza, di cui questi parlamentari fanno parte, avrebbe dovuto mettere i “dissidenti” di fronte all'aut-aut votare o dimettersi, invece di dare loro seguito per voce di autorevoli esponenti del governo. Come è possibile convincere i mercati che l'Italia manterrà gli imponenti impegni assunti con questa manovra, se la nostra politica si mostra così debole?

QUELLE BARRIERE PER GLI ASPIRANTI AVVOCATI

La riforma dell'avvocatura in discussione al Senato prevede tra l'altro un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. A tutela di un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti, secondo quanto sostiene l'Ordine forense. Ma un'analisi statistica mostra che chi ha un cognome molto rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. E fa nascere il sospetto che la professione non sia esente da potenti pratiche corporative. La riforma dell'avvocatura attualmente in discussione al Senato propone, tra le altre cose, un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. Per esempio, oltre all'esame di abilitazione e al lungo praticantato di due anni, sarà necessario superare anche un pre-test per l’iscrizione all’albo dei praticanti e frequentare, durante il periodo di pratica, corsi di formazione organizzati dagli ordini.

I COGNOMI DI UNA PROFESSIONE

L'argomentazione principale a favore dell'introduzione di barriere all'ingresso in una professione, e in particolare in quella forense, riguarda la qualità dei servizi offerti. Soltanto i professionisti migliori e più motivati, che si aspettano un ritorno elevato dall'esercizio della professione, sarebbero disponibili a sopportare il lungo periodo di praticantato, la preparazione del difficile esame di abilitazione e la lenta e faticosa costruzione di un adeguato portafoglio clienti. In assenza di praticantato o con un esame meno selettivo entrerebbero nella professione avvocati meno qualificati e meno motivati, a svantaggio anche del cliente. Anche le tariffe minime e il divieto della pubblicità commerciale potrebbero essere letti in quest'ottica. Un avvocato poco capace potrebbe comunque riuscire a sopravvivere nella professione offrendo servizi a basso costo e pubblicizzando tale offerta. L'esame, le tariffe minime e il divieto di pubblicità sarebbero, in questo senso, barriere all'ingresso nella professione che servirebbero a tenere alla larga i “peggiori” e a mantenere un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti. O almeno questo è ciò che sostiene l’Ordine forense. In quest'ottica, dunque, il superamento delle barriere non dovrebbe essere legato ad altro se non alle capacità professionali dei candidati.

Una prima analisi in questa direzione può essere condotta sulla base dei dati (pubblici) sugli iscritti agli albi, disponibili presso il sito del Consiglio nazionale forense. Da questi dati è possibile calcolare l'età in cui ogni avvocato si è iscritto al proprio albo, una variabile che è influenzata sia da quanto tempo si impiega a laurearsi sia da quante volte si sostiene l'esame di abilitazione. In media si diventa avvocati a 32 anni. È facile desumere che se l’età media di laurea in Italia è 26,5 anni (così come riportato dalle statistiche del Miur) un giovane avvocato viene impiegato in media 5,5 anni come praticante (di cui due obbligatori e gli altri, probabilmente, dovuti a bocciature all'esame di abilitazione). Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni (e che ha avuto anche spazio su queste pagine) abbiamo messo in relazione l'età di iscrizione all'albo con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell'albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. Quando l'indicatore è maggiore di 1 significa che il cognome è sovra-rappresentato nell'albo rispetto alla popolazione, il contrario se l'indice è minore di 1. In media, il cognome di un avvocato appare nell'albo 50 volte di più che nella popolazione. Nel grafico mostriamo la relazione tra l'età di iscrizione all'albo e l'indice. Si nota chiaramente che esiste tra queste due variabili una forte relazione negativa che è statisticamente significativa (al 1 per cento). Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. Per esempio, chi non ha alcun omonimo nell'albo diventa avvocato con un trimestre di ritardo rispetto alla media.

Naturalmente, possono esserci molte spiegazioni per l'evidenza statistica del grafico. Quella più positiva riguarda la possibilità che, benché il cognome non fornisca informazioni dirette sulle capacità intellettuali di una persona, è plausibile che avere un parente avvocato aiuti a diventare un bravo avvocato, perché si impara da una persona vicina e più esperta. Quella più maliziosa suggerisce, invece, che la professione sia attraversata da pratiche corporative così potenti da generare il risultato del grafico.

CHI CORREGGE LE PROVE DI AMMISSIONE

È difficile riuscire a scoprire quale sia l'interpretazione corretta e tuttavia possiamo trarre qualche indicazione dalla riforma del 2003, che ha introdotto l’abbinamento casuale delle corti d’appello per la correzione delle prove scritte negli esami di ammissione (legge 167/2003). Prima della riforma, ovvero fino al 2003, ogni corte d'appello correggeva i propri esami. Dal 2004 in poi ogni corte d'appello è abbinata casualmente a un'altra e l'una corregge gli scritti dell'altra. L’obiettivo della riforma era quello di uniformare il numero di idonei tra sedi del Nord (storicamente un numero esiguo) e quelle del Sud (storicamente elevato) e per debellare eventuali pratiche scorrette nella correzione degli scritti).

Il secondo grafico mostra la stessa correlazione tra frequenza relativa del cognome e età di iscrizione all'albo per gli albi del Nord (a sinistra) e per quelli del Sud (a destra), separando avvocati iscritti prima e dopo il 2004. Come si vede, prima della riforma l'effetto “cognome” è molto più forte al Sud che al Nord (circa due terzi più elevato). Dopo la riforma l'effetto praticamente scompare in entrambe le aree. Ci sembra che questa evidenza sia più coerente con l'interpretazione maliziosa che con quella positiva, il che mette seriamente in dubbio l'argomentazione che le barriere all'entrata servano a mantenere alta la qualità dei servizi legali.

Conti pubblici e liberalizzazioni. L' inchiesta: La prevalenza del «familismo». Lo studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sulle «Dinastie professionali» presentato alla Bocconi.

Ordini e professioni, quando il merito dipende da famiglia ed area geografica, parola di Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”.

Peso politico. Il Cup, coordinamento unitario delle libere professioni, ha dichiarato il peso della propria rappresentanza: 3 milioni 590 mila persone.

Commissioni e competenza. Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Nepotismo. Nel confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti, figli o nipoti di avvocati e farmacisti, sono oltre il triplo della media.

Esami di Stato, a Bari passa il 74% degli architetti, a Palermo il 18. I geologi hanno il 91% di chance a Napoli, solo il 36 in Puglia.

Aspiranti commercialisti veneziani, portate un cero alla Madonna della Salute: avete il 92% delle probabilità di essere bocciati all'esame. Aspiranti commercialisti catanesi, stappate lo spumante: sotto l'Etna non bocciano nessuno. Lo dice uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sugli Ordini professionali. Che pare dimostrare quanto scriveva Indro Montanelli: così come sono servono solo a «difendere le mafie di interessi corporativi». Un'accusa che gli Ordini respingono sdegnosamente da anni. Ma contro la quale, come dimostra la riluttanza con cui molti hanno collaborato a questo studio sul familismo, che è durato tre anni e sarà presentato alla Bocconi col titolo «Dinastie professionali», non fanno poi molto. Basti dire che alla richiesta dei ricercatori della Fondazione (Gaetano Basso, Andrea Catania, Giovanna Labartino, Davide Malacrino e Paola Monti) coordinati da Michele Pellizzari, docente alla Bocconi, l'Ordine dei medici ha risposto di no, spiacenti ma «pur apprezzando le finalità della ricerca» l'elenco completo degli iscritti in suo possesso non lo dava: lo chiedessero uno a uno a tutti i centodieci ordini provinciali. Auguri. Che gli Ordini professionali italiani siano bloccati e debbano essere spalancati alla concorrenza l'Europa lo dice da anni. Ma la risposta è da sempre recalcitrante. Rileggiamo cosa disse, ad esempio, quando era ministro della Giustizia, l'ingegner Roberto Castelli: «La Commissione europea e l'Antitrust vorrebbero abolire gli ordini; noi invece siamo impegnati a difenderli perché pensiamo che gli ordini e tutto il ricco mondo delle professioni siano un patrimonio fondamentale della nostra società». Opinione condivisa, nonostante i proclami thatcheriani («Gli elettori devono scegliere tra liberismo e comunismo, liberismo e statalismo»), da Silvio Berlusconi: «Pensiamo che il sistema degli albi professionali regolato per legge sia molto meglio del sistema delle libere associazioni di professionisti presenti nei Paesi anglosassoni». Questione di voti: «Rappresentiamo una massa di 3 milioni e 590.000 persone», intimò anni fa ai partiti il Cup, Coordinamento unitario delle libere professioni. Traduzione: chi ci tocca perde le elezioni. Perfino le innovazioni della legge Bersani del 2006 (via le tariffe minime e largo alla pubblicità comparativa per fare spazio ai giovani...) sono state accanitamente combattute e svuotate nonostante uno studio di Michele Pellizzari e Giovanni Pica (Università di Salerno) presentato al convegno bocconiano dimostri che prima del 2006 tra gli avvocati «la probabilità di lasciare la professione diminuiva con la produttività, ovvero lasciavano i più bravi. Dopo il 2006, questa relazione si inverte e sono i meno produttivi a lasciare la professione». Un miglioramento qualitativo che evidentemente non interessa più di tanto i consoli e proconsoli della categoria, che siedono in massa alle Camere (134 avvocati su 952 parlamentari) e monopolizzano i consigli dell'Ordine al contrario di quanto accade ad esempio in Gran Bretagna dove ai vertici stanno dei rappresentanti anche degli studenti e più ancora dei consumatori, cioè dei clienti. Una situazione che il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà ha più volte denunciato parlando di «ingiustificati privilegi ai professionisti» e accusando gli ordini di essere «chiusi in se stessi» e di non fare «gli interessi dei consumatori». Per capirci, è più facile staccare in salita Alberto Contador sulle rampe del Puy de Dome che aprire le professioni ai giovani se gli Ordini, come ha scritto Tito Boeri, «continuano ad inserire nelle commissioni d' esame (quelle che decidono chi si può iscrivere agli albi) persone che esercitano queste attività e che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti di loro». Questo è il quadro. Confermato dai dati dello studio presentato alla presenza di Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani, dove si dimostra come «la probabilità di superare l'esame non dipenda esclusivamente dalle qualità del candidato» ma anche da altro. La decantata valorizzazione del «merito», parola abusatissima (Mariastella Gelmini la invocò 37 volte in una proposta di legge), dipende insomma dall'area geografica: se sei un giovane architetto e fai l'esame a Bari hai 74 probabilità su 100 di passare, se lo fai a Palermo 18. Se sei un giovane geologo hai il 91% di possibilità di farcela a Napoli, il 36 a Bari. E così via. Sbalzi così clamorosi da imporre una alternativa: o tutti i geni di una determinata professione nascono in una zona e tutti somari in un'altra o i voti non dipendono dalla bravura dei candidati ma dal capriccio e dalle chiusure delle commissioni. Succedeva lo stesso, una volta, anche con l'esame degli avvocati. Col record, un anno, del 94% di bocciati a Milano e del 94% di promossi a Catanzaro. Finché, dopo lo scandalo scoppiato nel capoluogo calabrese (2.295 temi copiati su 2.301) fu deciso di far esaminare i temi di ogni distretto giudiziario alla commissione di un altro. Ed è cambiato tutto. Bene, incrociando i nomi degli iscritti agli 11 Ordini (notai, avvocati, architetti, farmacisti, commercialisti, consulenti del lavoro, giornalisti, geologi, medici, ostetriche e psicologi) dei quali i ricercatori sono riusciti a raccogliere la quasi totalità degli iscritti, salta fuori una quota altissima di familismo. Messi a confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti figli o nipoti di avvocati e farmacisti sono oltre il triplo della media. I medici addirittura il quadruplo. Non sempre questa ereditarietà, si capisce, è negativa: talora «un bravo professionista insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta un bravo professionista». Dati alla mano, è il caso delle ostetriche. E, spesso, anche dei medici. Non così di altri: nel caso dei commercialisti e dei consulenti del lavoro, si legge nel dossier, «troviamo evidenza, statisticamente significativa e robusta, di peggior qualità dei servizi professionali (..) dove il livello di familismo è più alto». Cioè? «Nelle province dove le omonimie incidono maggiormente sulle iscrizioni all'albo dei commercialisti, l'evasione fiscale è più alta». Quanto alle aree dove il familismo è più diffuso, non mancano le sorprese. I numeri dicono infatti che certo, lo spazio ai figli e ai nipoti, ai cognati e ai cugini nel Sud è nettamente maggiore rispetto al Centro e più che doppio rispetto al Nord-ovest. Ma al Nord-est, no: anzi, la «parentopoli» nelle professioni, per difendere le posizioni di rendita, è perfino più estesa che nelle regioni meridionali della fascia adriatica. Ahi ahi, la «razza Piave»...

PARLIAMO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA. SONO LORO A DOVER SVELARE I CONCORSI TRUCCATI

Da “Il Fatto Quotidiano”: Fermate quel concorso al Tar.

Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si sta svolgendo in questo periodo un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar.

Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di PresidenzaCpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti.

Ora, il dubbio è questo. Se un candidato è entrato in aula con i compiti già svolti, davvero può ritenersi certo che il concorso si sia svolto regolarmente per gli altri candidati? O non è forse legittimo sospettare che i compiti possano averli avuti anche altri candidati? E allora, perché la commissione (composta quasi tutta da magistrati amministrativi e nominata di fatto dal Cpga) non ha annullato il concorso in via di autotutela?

Ho già scritto in un altro post la incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei.

Orbene, anche in questo concorso la vittoria del blasonato fratello Mattei era ampiamente anticipata da voci correnti, prima ancora della apertura delle buste contenenti i nomi, tanto da indurmi personalmente (anche per la mia qualità di Presidente di una, pur piccola, associazione di Magistrati) a formalizzare una lettera di chiarimenti, regolarmente protocollata presso l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi. Un’ipotesi rara, in cui è addirittura formalizzato ufficialmente quello che si dice che accadrà di un concorso per l’accesso in magistratura (già oggetto di indagini penali) e che si verifica puntualmente.

La mia richiesta di chiarimenti purtroppo non ha mai avuto risposta, mentre pare sia notizia di questi giorni che il fratello Mattei abbia passato gli scritti del concorso per 15 soli posti.

Come dicevo, il condizionale è d’obbligo, non avendo il Cpga rilasciato, almeno sinora, alcun comunicato. Vedremo, ma intanto una certezza vi è già: la commissione nominata dal Cpga non ha attivato le pratiche per annullare quel concorso e la mia lettera sulle anticipatorie voci relative alla vittoria del Mattei giace da mesi in qualche cassetto, regolarmente protocollata.

Da “Il Corriere della Sera”, invece…

Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.

Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.

Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.

Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.

Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.

Ancora da “Il Fatto Quotidiano”. Fermate quel concorso per Consigliere di Stato!

Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse ieri le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli).

Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove.

Ma i fatti più gravi sono altri due. In primo luogo la celebrazione, nel giorno di pausa tra le varie prove scritte, di una seduta (che è pubblica) dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa nella sala ove si stava tenendo il concorso, senza spostare i codici legislativi portati dai concorrenti, che sono quindi rimasti accessibili da parte di persone esterne al concorso. In secondo luogo la violazione del principio dell’anonimato: diversamente dagli altri concorsi pubblici, la commissione ha costretto i candidati che avevano bisogno di fogli aggiuntivi per scrivere i temi, a compilare un modulo già predisposto, indicando il numero di fogli presi e firmandolo. In questo modo la commissione, aprendo le buste con le prove da correggere ed incrociando i dati sul numero di fogli aggiuntivi richiesti, ancor prima di aprire la busta con il nominativo del candidato al termine della correzione di tutte le prove, è in grado di conoscere chi dei (soli) 29 concorrenti ha scritto quel tema che si sta correggendo.

Per essere più chiari, la commissione sa sin da ora che l’ottimo V. è l’unico ad aver richiesto 12 fogli aggiuntivi per la prova di amministrativo e 14 per la sentenza e 14 per il diritto internazionale. Che lo studiosissimo M. è l’unico ad averne richiesti sempre 8, nei primi tre giorni di prova. Che il bravissimo P. ne ha chiesti 13 per redigere la sentenza, mentre la diligentissima D. ne ha presi 5 per la prova di tributario e amministrativo e 8 per la sentenza. Il bravissimo D. ne ha presi 3 per diritto tributario, 6 per diritto amministrativo, 5 per la sentenza, mentre V. ne ha richiesti, per le stesse prove, rispettivamente 5, 4 e 4. E via dicendo per tutti gli altri concorrenti. Una procedura che rende quindi inutili tutte le accortezze previste per garantire l’anonimato e che, in considerazione del basso numero di concorrenti, avrebbe potuto facilmente essere evitata consegnando un numero maggiore di fogli a tutti i candidati o, semplicemente, non operando il “censimento”.

Non è la prima volta che le prove di concorso del massimo organo (il Consiglio di Stato) deputato a giudicare della regolarità di tutti i concorsi pubblici italiani sono oggetto di irregolarità e polemiche: dopo il c.d. “caso Giovagnoli“, nel 2010 il Tar del Lazio ha dichiarato illegittimi i concorsi celebrati negli anni 2006 e 2007. Nel concorso del 2009 sono state corrette circa 700 pagine di compiti in poco più di 3 ore, per una media di 3,5 pagine al minuto: un record da guiness dei primati. Nel 2010, invece, ha vinto un candidato che aveva scritto un libro il cui titolo era esattamente identico al titolo della prova scritta di diritto civile.

Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente!

Shock  a Cecchina (Roma). Da tutta la stampa e in particolare da “Il Tempo” del 23 giugno 2011. C'è anche una vigilessa figlia di un generale dei carabinieri nel gruppo di fuoco del massacro di via Colle Nasone. L'insospettabile killer di 42 anni - sorella di un ufficiale della Guardia di finanza, con una sorella questore. Clamoroso: la notizia che balza agli occhi non è l’accusa dei gravi reati per la vigilessa, ma il fatto che in quella famiglia vi sia un DNA particolare che li porta a vincere i concorsi pubblici più disparati ed a ricoprire gli incarichi più prestigiosi. Veramente bravi: Generale dei Carabinieri, Ufficiale della Guardia di Finanza, Questore di Pubblica Sicurezza, Vigile urbano.....Quante famiglie come queste in Italia, alla faccia di chi ha partecipato a quei concorsi, risultante non idoneo?!?

L’Associazione Contro Tutte le Mafie consiglia ai candidati bocciati ad un concorso pubblico di chiedere copia dei propri elaborati e il verbale di correzione. Probabilmente troveranno i compiti immacolati e risulterà che il tempo, intercorso tra l’apertura e la chiusura della sessione diviso i compiti corretti, essere di pochi minuti: insufficiente per effettuare l’apertura della busta, lettura, correzione, commento e consultazione dei commissari, giudizio e verbalizzazione. Ciò prova che si è dichiarato il falso nell’attestare che il compito è stato corretto e si è commesso un abuso nel dichiararlo non idoneo. A questo punto si consiglia di presentare una denuncia penale contro i nominativi della commissione correttrice e, contro l’insabbiamento, con la postilla di essere informati della richiesta di archiviazione per presentare opposizione. Contestualmente va presentato ricorso al Tar. Tutto ciò dovrebbe portare all’abilitazione e al risarcimento del danno.

Si deve evitare, però, ogni comparazione dei compiti, tenuto conto che sono tutti uguali, perchè copiati o suggeriti, in quanto ciò potrebbe portare all'annullamento dei compiti indicati, con conseguente denuncia penale.

Motivi di contestazione al Tar è pure la mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

Motivi di contestazione al Tar sono pure le anomalie sulla composizione della commissione e delle sottocommissioni. Per quanto riguarda l'avvocatura la norma prevede la presenza necessaria di un componente delle categorie degli avvocati, dei magistrati e dei professori universitari. Cosa che spesso non succede. Presente alle prove orali deve essere il presidente della Commissione centrale, cosa impossibile, come inopportuna è anche la nomina del Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'ordine…”. Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti di sottocommissione Villani e commissione centrale De Giorgi, entrambi presenti a Lecce: «siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare»? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni da Giangrande denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e sui principi di diritto del parere dato.

Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi e la Costituzione garantisce legalità, imparzialità ed efficienza.

Di fatto, le commissioni da sempre adottano una percentuale di ammissibilità, che contrasta con un concorso a numero aperto: 30% al nord, 60% al sud.

Di fatto, le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria.

Di fatto, i tre compiti non sono corretti, ma falsamente dichiarati tali, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. (3/5 minuti per elaborato: per aprire la busta con il nome e la busta con l’elaborato, lettura del parere di 4/6 pagine, correzione degli errori, consultazione dei commissari per l’attinenza ai principi di diritto, verbalizzazione, voto e motivazione).

Di fatto, i voti dei tre elaborati sono identici e le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054, e quella n. 4-07953 presentata da Augusto di Stanislao mercoledì 7 luglio 2010, seduta n.349. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa. Solo, però, se presentati in modo ordinario, in quanto le commissioni impediscono l’accesso al beneficio del gratuito patrocinio.

Di fatto, il Ministero non risponde alle interrogazioni parlamentari, né ai ricorsi dei candidati. Le denunce penali contro gli abusi e le omissioni, poi, sono gestite dai magistrati, componenti delle stesse commissioni contestate, per cui le stesse rimangono lettera morta.

Di fatto, gli ispettori in loco del Ministero della Giustizia sono componenti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che come tali non possono far parte delle Commissioni, in quanto dalla riforma del 2003 sono stati esautorati per il loro comportamento.

Di fatto, alcuni candidati superano l’esame al primo tentativo. Chi presenta le denunce penali circostanziate e provate, invece, deve rinunciare a causa delle ritorsioni.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro. Il concorso per diventare notai, 3300 candidati per 200 posti, è stato sospeso il pomeriggio del 29 ottobre 2010 per questioni di ordine pubblico. Una cosa mai successa nella storia del Notariato che fino a ieri vantava una delle selezioni ritenute più oggettive, severe e serie d’Italia. Gli agenti della polizia penitenziaria si sono trovati a dover fronteggiare una vera e propria rivolta. Centinaia di candidati inferociti hanno impedito la lettura della terza e ultima prova scritta a suon di slogan, fischi e boati all’indirizzo della commissione. Scene da corteo in piazza, più che da concorso pubblico. Una rivolta che ha covato una notte intera. Colpa della seconda prova di giovedì, quella sulla traccia «mortis causa». Dopo la lettura, alcuni candidati erano partiti a spron battuto consegnando il compito nel giro di poche ore. Un’anomalia presto spiegata: la traccia era pressoché identica (persino i nomi sono gli stessi) a un’esercitazione fatta eseguire ai suoi allievi da una scuola notarile di Roma, la Anselmo Anselmi. Una coincidenza fatale. Già prima dell’inizio del concorso c’erano state polemiche sulla composizione della commissione: sei magistrati romani, tre docenti romani (di cui uno sostituito all’ultimo) e sei notai, tutti del Sud. Poche ore dopo la seconda prova, sui forum dei praticanti notai si è scatenato il finimondo. Commenti durissimi all’indirizzo dei commissari, rabbia, rassegnazione, richieste di annullamento del concorso: tutto il campionario di emozioni di chi, per anni, ha studiato in vista del concorso e si sente derubato del suo futuro. Ma anche aspre critiche e indignazione da parte di notai già affermati. Il giorno dopo la protesta si è trasferita dalla rete alla vita reale. Massima ironia della sorte: il concorso per chi dovrebbe certificare la validità degli atti sospettato di irregolarità. Ma i candidati, ieri, erano tutto fuorché ironici. «La commissione è scesa alle 13 per dettare le tracce dell’ultima prova - racconta Denis Martucci, uno dei candidati -. Io ero nell’altro padiglione, ma i fischi si sentivano fin da noi. I commissari non riuscivano a parlare. Si sapeva che ci sarebbe stata tensione: ciò che è successo giovedì è gravissimo, alcuni candidati erano chiaramente avvantaggiati». Racconti più crudi da chi si trovava nel padiglione della protesta. «Quando è arrivata la commissione duecento persone si sono piazzate davanti al bancone chiedendo spiegazioni per quel che era successo il giorno prima - racconta un altro candidato - Questa situazione è andata avanti per due ore. Poi il presidente ha chiesto l’intervento della forza pubblica. Gli agenti hanno circondato il gruppone davanti al banco e hanno cominciato a spingerlo per disperderlo. Non avevo mai visto una cosa del genere». C’è il caos. Gli agenti chiedono rinforzi, i candidati vengono fatti sedere a forza o espulsi, ci sono banchi rovesciati e persone che cadono e vengono calpestate. Quando l’ordine sembra ripristinato, i commissari tentano di nuovo di leggere la terza traccia. Ma da seduti, i candidati, replicano con fischi, applausi, slogan. La situazione diventa irreversibile quando la commissione dichiara la traccia letta e la prova buona: nessuno è riuscito a sentirla, ma non si può procedere oltre perché la prova dev’essere sostenuta in otto ore. Avendo ormai sforato le 16 si finirebbe oltre la mezzanotte e la prova non sarebbe valida. Si scatena di nuovo il putiferio e la commissione dichiara sospesa la prova e fa allontanare i candidati. Una bufera: il Notariato dichiara nulle le prove, il ministero attende il verbale dei commissari. A complicare le cose la presenza di candidati parenti di personaggi noti come il figlio del ministro Ignazio La Russa e di Bruno Vespa. Senza contare il caso di omonimia di una candidata che porta lo stesso nome della moglie del ministro Angelino Alfano. Il suo dicastero è quello che organizza il concorso e nomina la commissione. Ieri in serata, Alfano ha dichiarato: ««Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti, al fine di prendere la decisione che mi compete». La moglie? «È con lui negli Stati Uniti - dicono dal ministero - Almeno questo...». Ma già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

“Le Toghe Ignoranti”, inchiesta di Fabrizio Gatti sul "L'Espresso". Rimasta doverosamente ignorata dai media ossequiosi del potere giudiziario. Al popolino meglio non far sapere in che mani sono poste le loro vite.

Appunti nascosti nel reggiseno. O in una cartucciera... Errori di grammatica. Sfondoni di sintassi. Scarsa conoscenza del codice penale. "L'espresso" ha letto i temi dei candidati che domani dovranno governare la giustizia. In pochi si salvano da un disastro generale. La dottoressa F., giovane magistrato di freschissima nomina, ha da poco messo in pratica l'antico insegnamento contadino del non darsi la zappa sui piedi. E anche quello poliziesco del non spararsi nelle parti intime.

La dottoressa F. ha infatti partecipato agli scritti del concorso per magistrato ordinario nel novembre 2008. Ha poi chiesto l'annullamento dello stesso concorso al Tar del Lazio per le presunte irregolarità di cui era stata testimone. Ha quindi saputo di aver passato gli scritti. Ha superato gli orali nella primavera 2010. Ha immediatamente dimenticato le irregolarità di cui era stata testimone. E ha dichiarato al Tar la "sopravvenuta carenza di interesse" chiedendo ai giudici, nel maggio 2010, di annullare la richiesta di annullamento. Il 9 agosto, il Tar ha finalmente archiviato la bomba a orologeria del ricorso che l'audace candidata aveva piazzato sulla testa dei commissari d'esame. Niente male come inizio carriera. La sentenza è arrivata in tempo per vedere il nome del nuovo magistrato nell'elenco dei 253 vincitori, pubblicato dal ministero della Giustizia il giorno di Ferragosto. L'eccessiva attenzione a certe parti del corpo è invece costata l'esclusione ad altri laureati. Lo scrive Maurizio Fumo, presidente della commissione d'esame e consigliere della Corte di Cassazione, che in un verbale riservato prende atto "purtroppo, dell'atteggiamento obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima". Si trattava evidentemente di un vicequestore donna. Piuttosto che reggiseni e reggicalze, alcuni maschi hanno trovato ovviamente più consono indossare cartucciere da cacciatore dove nascondere i pizzini. Bernardo Provenzano ha fatto scuola ovunque.

La generazione dei furbetti è entrata nelle aule di giustizia. I furbetti della toga: ragazzi e ragazze, più e meno giovani, che si sono formati studiando tra leggi ad personam e discussioni sul processo breve, tra le invenzioni del ministro Angelino Alfano e le comparsate tv dell'avvocato del premier, Niccolò Ghedini. Una generazione al passo con i tempi, tanto da averne già gustato il succo: l'importante è andare avanti. Chissenefrega. Così hanno rubato il posto ai migliori rimasti esclusi. Almeno questo denunciano le decine di ricorsi presentati al Tar del Lazio. Qualcosa però tutti questi ragazzi, promossi e bocciati, incontrati negli ultimi giorni, hanno già assimilato: hanno paura di parlare. Nemmeno quando si tratta dei loro diritti costituzionali. Niente nome e cognome, per carità. Potrebbe danneggiare il futuro. La legge bavaglio per loro è già una pratica. Anche per molti di quei 253 che dopo un periodo di tirocinio come uditori, diventeranno giudici, pubblici ministeri, gip, gup. E, quando sarà il loro momento, presidenti di Tribunale, procuratori della Repubblica, membri del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale.

"L'espresso" ha letto i tre temi scritti da ciascuno dei magistrati appena nel 2010 nominati dal ministero. E ha analizzato i 235 verbali della commissione d'esame. Non mancano gli errori di ortografia. Pagine bianche e righe nere che assomigliano a singolari segni di riconoscimento (vietatissimi). Fogli pasticciati e scritti sui margini come fossero fumetti. Ma anche i documenti della commissione non scherzano. Voti allegati senza timbri ministeriali. Fogli volanti inseriti in mezzo ai verbali di valutazione. Correzioni e cancellature senza firme di convalida. La legge è stagionata, la 1860 del 15 ottobre 1925. Ma su questi punti è chiara. Articolo 18: "Le cancellature o correzioni, che occorressero, devono essere approvate una per una dal presidente e dal segretario, con annotazione a margine o in fine". Non ci sono prove che i commissari nominati tra magistrati, professori universitari e avvocati siano stati scorretti. Ma un po' troppo pasticcioni sì.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco".

La questione che ha spinto quasi tutti i ricorsi è anche la presunta impreparazione della commissione nella compilazione dei verbali. Impreparazione che, secondo i ricorrenti, potrebbe avere viziato l'esame già dagli scritti, organizzati tra il 19 e il 21 novembre 2008 in due padiglioni della Fiera di Milano a Rho. Questo è il resoconto del presidente dei commissari: "Va innanzitutto ricordato che lo scrivente è stato individuato quale presidente della commissione esaminatrice", scrive di se stesso Maurizio Fumo in un verbale riservato inviato al ministro e al Csm, "solo pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, a seguito della rinunzia del presidente nominato". Contrariamente a quanto stabilito dalla commissione in carica per il precedente concorso, "si è ritenuto di non ammettere testi contenenti note di dottrina e giurisprudenza anche se le relative pagine fossero state spillate o fatte spillare". Le operazioni di identificazione dei candidati (con tesserini questa volta senza foto) e di controllo dei testi con i codici durano due giorni, il 17 e il 18 novembre: "Sono affluiti circa 5.600 candidati. La media dei testi che ciascuno ha inteso introdurre può individuarsi in 5 o 6 per candidato. Per un totale, quindi, di 28.000-33.600 volumi". E qui cominciano i pasticci. Perché la regola in Italia, anche nel concorso per magistrati, è sempre flessibile: "Il problema della spillatura, nonostante l'annunzio pubblicato sul sito ministeriale, si è riproposto". I candidati che mostrano ai 250 sorveglianti i testi commentati e spillati "vengono invitati a strappare le pagine contenenti note di dottrina o giurisprudenza... oppure a rinunciare al codice stesso". I partecipanti che accettano la soluzione "hanno ottenuto la ammissione dei codici così purgati": che però "continuavano a recare sulla copertina la dicitura "codice commentato"". La mattina del 19 novembre la commissione si riunisce per scegliere le tre tracce di diritto amministrativo: "Subito dopo l'individuazione delle tre tracce, il professor Fabio Santangeli ha rappresentato di doversi allontanare per tornare a Catania... Né d'altronde il Santangeli poteva essere trattenuto d'autorità", ammette Fumo: "A tal punto la commissione ha ritenuto, all'unanimità, necessario eliminare le tre tracce e procedere all'individuazione di tre nuove tracce della medesima materia". Passano le ore. "Non pochi candidati", in attesa fin dalle 8, è sempre scritto nel verbale, "hanno lamentato di essere investiti da flussi violenti di aria fredda". Alle 12,45 la prova scritta non è ancora cominciata. Ormai sono evidenti sui banchi i testi con la dicitura "codice commentato". E i più rispettosi delle regole non la prendono bene. Scoppia la lite. Volano libri, qualche sedia, al grido di vergogna, vergogna: "La commissione, colta in un primo tempo di sorpresa per la violenza, la volgarità e la natura apertamente minacciosa che aveva assunto la protesta, ha comunque mantenuto la calma... solo, dopo più di un'ora e grazie all'atteggiamento fermo ma prudente della polizia penitenziaria, è stato possibile instaurare una qualche forma di dialogo... Altri inoltre chiedevano e ottenevano di verbalizzare dichiarazioni". Quel verbale, controfirmato da otto candidati, secondo i testimoni contiene nomi di persone sorprese con testi irregolari e ora promossi magistrati. Ma è impossibile verificare. Finora il Csm ha impedito l'accesso al documento. E il Tar Lazio non ha ancora depositato una decisione presa nel merito il 28 aprile 2010. "Nei giorni successivi le prove si svolgevano in maniera abbastanza regolare", conclude il presidente Fumo: "Si rendeva necessario tuttavia istituire un apposito banco delle espulsioni... In quanto il numero delle persone trovate in possesso di materiale non consentito (appunti, codici con annotazioni, testi giuridici mascherati con copertine di codici, telefonini e persino un orologio con database) era molto elevato".

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale.

Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

I NOTAI

PARLIAMO DI ACCESSO ALLA PROFESSIONE.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro. Il concorso per diventare notai, 3300 candidati per 200 posti, è stato sospeso il pomeriggio del 29 ottobre 2010 per questioni di ordine pubblico. Una cosa mai successa nella storia del Notariato che fino a ieri vantava una delle selezioni ritenute più oggettive, severe e serie d’Italia. Gli agenti della polizia penitenziaria si sono trovati a dover fronteggiare una vera e propria rivolta. Centinaia di candidati inferociti hanno impedito la lettura della terza e ultima prova scritta a suon di slogan, fischi e boati all’indirizzo della commissione. Scene da corteo in piazza, più che da concorso pubblico. Una rivolta che ha covato una notte intera. Colpa della seconda prova di giovedì, quella sulla traccia «mortis causa». Dopo la lettura, alcuni candidati erano partiti a spron battuto consegnando il compito nel giro di poche ore. Un’anomalia presto spiegata: la traccia era pressoché identica (persino i nomi sono gli stessi) a un’esercitazione fatta eseguire ai suoi allievi da una scuola notarile di Roma, la Anselmo Anselmi. Una coincidenza fatale. Già prima dell’inizio del concorso c’erano state polemiche sulla composizione della commissione: sei magistrati romani, tre docenti romani (di cui uno sostituito all’ultimo) e sei notai, tutti del Sud. Poche ore dopo la seconda prova, sui forum dei praticanti notai si è scatenato il finimondo. Commenti durissimi all’indirizzo dei commissari, rabbia, rassegnazione, richieste di annullamento del concorso: tutto il campionario di emozioni di chi, per anni, ha studiato in vista del concorso e si sente derubato del suo futuro. Ma anche aspre critiche e indignazione da parte di notai già affermati. Il giorno dopo la protesta si è trasferita dalla rete alla vita reale. Massima ironia della sorte: il concorso per chi dovrebbe certificare la validità degli atti sospettato di irregolarità. Ma i candidati, ieri, erano tutto fuorché ironici. «La commissione è scesa alle 13 per dettare le tracce dell’ultima prova - racconta Denis Martucci, uno dei candidati -. Io ero nell’altro padiglione, ma i fischi si sentivano fin da noi. I commissari non riuscivano a parlare. Si sapeva che ci sarebbe stata tensione: ciò che è successo giovedì è gravissimo, alcuni candidati erano chiaramente avvantaggiati». Racconti più crudi da chi si trovava nel padiglione della protesta. «Quando è arrivata la commissione duecento persone si sono piazzate davanti al bancone chiedendo spiegazioni per quel che era successo il giorno prima - racconta un altro candidato - Questa situazione è andata avanti per due ore. Poi il presidente ha chiesto l’intervento della forza pubblica. Gli agenti hanno circondato il gruppone davanti al banco e hanno cominciato a spingerlo per disperderlo. Non avevo mai visto una cosa del genere». C’è il caos. Gli agenti chiedono rinforzi, i candidati vengono fatti sedere a forza o espulsi, ci sono banchi rovesciati e persone che cadono e vengono calpestate. Quando l’ordine sembra ripristinato, i commissari tentano di nuovo di leggere la terza traccia. Ma da seduti, i candidati, replicano con fischi, applausi, slogan. La situazione diventa irreversibile quando la commissione dichiara la traccia letta e la prova buona: nessuno è riuscito a sentirla, ma non si può procedere oltre perché la prova dev’essere sostenuta in otto ore. Avendo ormai sforato le 16 si finirebbe oltre la mezzanotte e la prova non sarebbe valida. Si scatena di nuovo il putiferio e la commissione dichiara sospesa la prova e fa allontanare i candidati. Una bufera: il Notariato dichiara nulle le prove, il ministero attende il verbale dei commissari. A complicare le cose la presenza di candidati parenti di personaggi noti come il figlio del ministro Ignazio La Russa e di Bruno Vespa. Senza contare il caso di omonimia di una candidata che porta lo stesso nome della moglie del ministro Angelino Alfano. Il suo dicastero è quello che organizza il concorso e nomina la commissione. Ieri in serata, Alfano ha dichiarato: ««Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti, al fine di prendere la decisione che mi compete». La moglie? «È con lui negli Stati Uniti - dicono dal ministero - Almeno questo...». Ma già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Venerdì 13 marzo 2009, alla Nuova Fiera di Roma, l’esame di Stato notarile si è trasformato nell’ennesimo siparietto che potrebbe invalidare la validità dell’ultima prova. Gli ingredienti ci sono tutti: sospetti, accuse e rivolte. Dopo lo scandalo che nel 2008 investì il concorso da magistrato, ora tocca all’esame notarile di cadere nel vortice delle polemiche.

Alle prime luci di mercoledì 11 marzo circa 3.900 candidati si sono messi in fila davanti alla Nuova Fiera di Roma per sostenere il concorso. “E’ la seconda volta che mi presento – racconta una ragazza che preferisce rimanere anonima – perché non so ancora se ho superato il vecchio esame”. In effetti il penultimo bando aveva indetto un concorso per ottobre 2007: in “palio” vi erano 230 posti. Della correzione di quelle prove non si ha ancora avuto esito così diversi candidati hanno pensato bene di iscriversi e sostenere nuovamente l’esame. In coda già alle 8 e mezza – prima che i cancelli si chiudano definitivamente – e sui banchi per l’una per iniziare l’esame. Tre le materie, tre le buste per ciascuna materia. Si estrae tra inter vivos (contratto), mortis causa (testamento) e atto di diritto societario. “Dato il nostro numero ci hanno diviso in due padiglioni differenti – racconta Martino, candidato che la settimana scorsa ha sostenuto il concorso – per legge due volontari del padiglione in cui non è presente il presidente di Commissione devono presenziare all’estrazione della materia, all’estrazione della traccia e alla lettura di quest’ultima”. I gesti si ripetono come riti. Tutto deve essere a norma di legge. La tensione è forte. Venerdì 13 a leggere la traccia – una fusione societaria – è il presidente della Commissione, Sergio Del Core (magistrato della Corte di Cassazione). Non vengono distribuite fotocopie. I candidati prendono appunti, scrivono in silenzio. Non vola una mosca. Finita la dettatura inizia la prova.

“A differenza dei due giorni precedenti non si è sentita la voce del presidente chiamare i candidati del nostro padiglione per partecipare alla conta per la selezione della persona che avrebbe estratto la busta con la traccia – continua a raccontare Martino – non si è sentito il presidente dar conto dell’estrazione della traccia e nemmeno aprire la busta e iniziare la dettatura”. In realtà, due ragazze sono presenti. “Non è stata una dettatura anticipata, semplicemente non si è sentito che si stava procedendo all’estrazione – spiega una delle volontarie del padiglione 6 – ho pescato io: non facciamo una polemica per tutto”. Ricostruire la dinamica risulta difficile. Resta il fatto che numerosi candidati del padiglione 6 sono in piedi, in fila ai bagni, a chiacchierare col vicino di banco. La baraonda scoppia proprio quando il presidente di Commissione ammette: “Mi dicono che devo ripetere tutto perché non si è sentito niente”. La protesta si scalda. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” alcuni candidati si avvicinano al tavolo dove sono seduti alcuni commissari per illustrare la necessità di annullare il concorso o, quantomeno, di ripetere le operazioni, a partire dall’estrazione delle buste. “Come facevano le due candidate prescelte a sapere che dovevano recarsi nel padiglione 5 per procedere all’estrazione? – si chiede Giorgio – come mai, a un certo punto, il presidente ha iniziato a dettare la traccia velocemente senza che noi avessimo scritto ancora niente?”.

“L’osservanza delle regole è fatta apposta per poter escludere ogni dubbio che il concorso sia truccato”, spiega Martino raccontando come l’intervento della polizia penitenziaria in difesa dei commissari del padiglione 6 fosse “inutile”. Alcuni ragazzi hanno addirittura invitato gli agenti a verbalizzare. Immediato l’imbarazzo. “I poliziotti erano divisi tra due fuochi – continua Martino – si sono accorti che qualcosa era andato storto; tuttavia, non potevano opporsi ai commissari”. “La storia della dettatura della traccia è futile, c’è ben di peggio”, spiega Marco, un candidato del padiglione 6 che, sul forum di www.romoloromani.it, racconta di aver visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”. Marco è demoralizzato: “La divisione a favore di terzo è un dogma indimostrabile: devi prenderla per fede e accettarla”. Quindi? “Passerò i prossimi anni a cercare una raccomandazione, visto che studiare non serve a nulla”.

Di precedenti la storia dei concorsi pubblici è piena. L’ultimo risale al novembre 2008 alla Fiera di Milano a Rho in occasione del concorso nazionale da magistrato. Allora avevano partecipato 5.600 laureati in legge per 500 posti. Anche allora i candidati avevano chiesto l’annullamento della prova perché sui banchi erano “comparsi” fotocopie, fogli con possibili tracce e codici commentati, il tutto con il timbro d’approvazione del dicastero di via Arenula. Per legge, infatti, ciascun candidato può portare con sé codici da consultare previo controllo del cancelliere di tribunale. Compito di quest’ultimo è controllare che i volumi siano conformi al bando. “Sono stata sottoposta a un controllo che è durato dieci minuti – aveva denunciato una candidata – non si spiega come sia possibile che quei volumi abbiano ottenuto il timbro ministeriale. Eppure, anche un bambino vedrebbe che il tomo pesa il doppio perché contiene dei commenti”. Anche in quel caso ci fu una mezza sommossa popolare che portò diversi candidati ad abbandonare il concorso.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Un mix di irregolarità e gaffe macroscopiche che gettano un'ombra su uno degli ultimi concorsi pubblici che si vanta di trasparenza e massimo rigore: quello notarile. Una gara che permette di accedere ad una delle professioni più invidiate, protette e meglio retribuite del Paese. Le prove incriminate riguardano il concorso indetto nel 2004. Gli scritti si sono tenuti nel novembre del 2005 e tra qualche giorno i 187 vincitori verranno incoronati con la pubblicazione della graduatoria finale, ma nel frattempo i compiti sospetti sono finiti in un fascicolo della Procura di Roma, che ha aperto un procedimento penale per abuso d'ufficio contro ignoti, girandolo poi a Perugia, per il presunto coinvolgimento di magistrati del distretto della capitale.

Il dossier che colpisce al cuore il mito del 'concorso perfetto' nasce su Internet. Un gruppo di bocciati, delusi dai risultati, decide di controllare de visu le correzioni della commissione. Quasi per gioco, a turno, vanno al ministero della Giustizia (le prove sono pubbliche e dunque consultabili) per spulciare gli scritti dei fortunati ammessi agli orali. Dal passaparola on line a febbrili contatti telefonici, nasce un dossier fitto di dati, riscontri e liste di cantonate. Una sorta di j'accuse che prima circola nel mondo notarile, poi finisce sulla scrivania di un professionista affermato che, incredulo, denuncia tutto al Consiglio nazionale, l'organo supremo della categoria. Paolo Piccoli, il presidente, è costretto ad avvertire il ministero e i pm.

Al vaglio dei magistrati, dunque, ci sono le prove scritte degli aspiranti professionisti (una simulazione di veri atti notarili), le quali contengono 'nullità', ossia errori formali che, se fossero stati compiuti durante la normale attività, in qualche caso avrebbero portato persino al ritiro del sigillo e alla cancellazione dall'ordine. Invece dell'automatica bocciatura e dell'eliminazione dal concorso, chi ha dimenticato di allegare certificati fondamentali (come quello di destinazione urbanistica) ha superato la prova in cavalleria. "Un candidato in un unico scritto ha scordato un documento fondamentale, non ha letto l'atto e ha fatto firmare in ordine sparso i testimoni. Altri concorrenti per molto meno sono stati bocciati, questo chissà perché è stato addirittura premiato con cinque punti aggiuntivi", racconta Gian Enrico Figari, avvocato, che ha partecipato al concorso per ben sei volte.

Non solo. Altri aspiranti sbagliano a inserire postille, alcuni dimenticano di far siglare le parti, un concorrente stipula un documento senza mettere la firma del notaio in calce: tutti promossi, nonostante aberrazioni formali che potrebbero portarli, nella real life, a sanzioni pesantissime. In qualche caso, infine, ci sarebbero gravi discrasie tra il giudizio scritto sul compito e quello riportato sul verbale. Il figlio di un eurodeputato dell'Udc, ad esempio, su un elaborato viene inizialmente bocciato, ma il giudizio negativo viene interlineato a penna e sostituito da un punteggio sufficiente a superare la prova. Nonostante ci fosse, secondo il dossier, un grave errore "per giudicare il compito non idoneo". Stesso trattamento per la figlia di un notaio (che però scrive un atto apparentemente perfetto): prima bocciata, poi cambio repentino di valutazione e promozione. Se non ci fosse dolo intenzionale, come nessuno può al momento dimostrare, e i commissari si fossero semplicemente ingannati, sarebbe stato logico almeno trovare traccia dell'equivoco sul verbale. Dove, invece, non v'è alcun riferimento alla doppia votazione.

Il notariato ha cercato di tenere lo scandalo in naftalina, cercando di non far trapelare il malcontento dei 'non idonei' e di chi ritiene che l'accesso all'ordine debba seguire strade più trasparenti. "Sull'inchiesta c'è il segreto istruttorio, non so nulla", spiega Ilario Marsano, consigliere nazionale con delega ai concorsi, da sempre paladino di un'apertura della professione ai giovani, "noi abbiamo spedito il fascicolo ai magistrati come atto dovuto, senza intenti di denuncia contro la commissione".

Marsano ammette le sviste dei correttori. Errori che, di fatto, rischiano di minare la credibilità del concorso. L'analisi dei 2 mila scritti è durata ben 16 mesi, con un carico medio di quattro temi al giorno per una commissione che tra presidente, supplenti, effettivi e segretari arriva a 12 componenti. Una lentezza che, se impedisce di aumentare il numero totale di pubblici ufficiali, avrebbe quantomeno dovuto assicurare controlli a prova di bomba.

Figari è deluso, e non lo manda a dire. "È il primo anno che, in modo più o meno organizzato, abbiamo deciso di controllare una parte (piccola) dei compiti ammessi, e molti errori che abbiamo trovato sono davvero pazzeschi. Premiare atti nulli è come perdonare il medico che uccide per sciatteria il paziente o l'ingegnere che fa cadere il ponte costruito male. Difficile non accorgersi di errori così gravi. Uno scandalo che fa male, perché ho sempre avuto profondo rispetto per la categoria di cui un giorno spero di poter far parte". Il giovane avvocato ritenterà, sperando che l'iter del nuovo concorso sia meno travagliato del precedente. Nato male fin dall'inizio: il giorno degli scritti la tensione era alle stelle, e un candidato scoperto con una cartucciera è stato arrestato dalla polizia penitenziaria per resistenza. Poi i sospetti, le accuse e le denunce per la correzione. Dulcis in fundo, lo scorso novembre l'unica bocciata agli orali (su 187 ammessi) ha fatto ricorso al Tar per ripetere la prova. Richiesta accettata: i commissari si erano dimenticati di verbalizzare le domande, così hanno dovuto rifare l'esame una seconda volta. Al secondo tentativo la ragazza è stata promossa.