foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

FRODI SPORTIVE

OSSIA, IL FURBO E’  SEMPRE PRIMO

PARLIAMO DELLA CASTA DEL CONI.

Ci si basa su un’inchiesta di Gianfrancesco Turano pubblicata su “L’Espresso”. Dalla federazione del nuoto a quella del pattinaggio, in Italia la burocrazia sportiva è un altro modo per riempire le tasche di politici di secondo piano, attraverso diarie, rimborsi e consulenze varie. E se facessimo un po' di pulizia?

La circolare 134 spedita urbi et orbi dal segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi, parla chiaro. Le riduzioni di costi varate nel 2008 e rubricate alla voce "rimborsi Stato per riduzioni spese" non bastano più. Nel 2011 il comitato olimpico ha faticato parecchio a fare quadrare i conti, senza riuscirci. Il presidente Gianni Petrucci, giunto alla fine di un lungo regno sullo sport italiano e pronto a diventare primo cittadino di San Felice Circeo, ridente località di villeggiatura nel basso Lazio, ha presentato ricavi per 462 milioni di cui 448 in contributi statali con un risultato negativo di 18 milioni di euro. Le previsioni per il 2012 sono in linea con l'austerità del governo tecnico: i trasferimenti dello Stato allo sport nazionale scenderanno a 409 milioni di euro e il risultato sarà - si spera -positivo per 3,5 milioni di euro. Il miracolo del profitto con meno entrate sta appunto nella circolare 134. Un miracolo concentrato in poche righe e in un paio di raccomandazioni. La prima è che i presidenti delle 45 federazioni sportive affiliate dovranno accontentarsi di un gettone giornaliero lordo massimo di 130 euro e per non più di 240 giorni all'anno. In totale, 31.200 euro. E' una somma ben lontana dalla diaria di 400 euro quotidiani percepita, per esempio, dal presidente della Fip (basket) Dino Meneghin e pari a un massimo di 146 mila euro complessivi all'anno. Del resto, i contributi allo sport sono gestiti come i contributi alla politica. In teoria, i bilanci dovrebbero essere pubblici e trasparenti. In pratica, spesso non sono né l'uno né l'altro. Né c'è da stupirsi. In Italia sport e politica sono sempre andati a braccetto. Ai tempi della prima Repubblica, Giulio Onesti ha tenuto il timone del comitato olimpico per oltre 30 anni grazie alla benedizione di un altro Giulio, di cognome Andreotti. Lo stesso Petrucci ha fatto carriera sotto la protezione del sette volte premier democristiano. A sua volta, Petrucci ambisce a lasciare il testimone al suo braccio destro, il firmatario della circolare 134 Pagnozzi, detto Lello, una vita trascorsa nei corridoi del palazzo sul Tevere progettato da Enrico Del Debbio ai tempi del Duce.  Anche oggi gli uomini alla guida delle federazioni sportive hanno bisogno di patronage politici, tanto che a volte i politici si occupano direttamente della questione. Per limitarsi a pochi esempi, quando la Fisi (sport invernali) è finita nella tempesta, il suo presidente Giovanni Morzenti si è dimesso dopo un braccio di ferro con l'allora ministro degli Esteri Franco Frattini e una condanna in primo grado per concussione. Alla fine, la Fisi è stata commissariata e affidata per quasi un anno al Gran Ciambellano dello sport nazionale Franco Carraro, in passato presidente della Federazione sci nautico e della Federcalcio ai tempi di Calciopoli, membro del Cio (comitato olimpico internazionale) e sindaco di Roma ai tempi della Triade Craxi-Andreotti-Forlani. Paolo Barelli della Federnuoto è alla terza legislatura come senatore del Pdl. Stessa casacca, ma alla Camera, per Sabatino Aracu (pattinaggio e hockey a rotelle), coinvolto nell'inchiesta sulla Sanitopoli abruzzese e sotto accusa per la gestione di spese e rimborsi della sua federazione. Proprio spese, rimborsi, consulenze dubbie del Coni e delle federazioni sono attualmente al vaglio della sezione della Corte dei conti che ha il compito di vigilare sugli enti pubblici. Nella lista è inclusa Coni servizi, società per azioni creata nel 2002 in pieno tsunami berlusconiano, quando andavano di moda le spa a controllo pubblico che disponevano di libertà d'azione e discrezionalità maggiori. Coni servizi doveva risolvere la crisi finanziaria del Coni dopo il crollo dei ricavi da Totocalcio. Il risultato è che la spa, partita con oltre 2.600 dipendenti nel 2003 ha dovuto girare buona parte dei suoi lavoratori alla casa madre e alle federazioni per ridurre i costi del personale da 104 a 54 milioni di euro nel 2010. Così è stato evitato il tracollo e, grazie allo scarico di costi sulle federazioni, Coni servizi ha potuto chiudere i conti in attivo nel 2010 per 5 milioni di euro. Il profitto sarebbe stato più alto senza gli oltre 5 milioni spesi dalla spa per perizie, consulenze e prestazioni professionali non meglio identificate. Pesano inoltre i 10 milioni messi nel calderone "altri costi per servizi". Non poco per una società che i servizi dovrebbe essenzialmente venderli e che, al di fuori dei trasferimenti di fondi dal Coni e delle concessioni per impianti sportivi, dai servizi ricava appena 4 milioni di euro contro i 10 spesi. Anche per il 2012 il Coni sosterrà la sua spa con contributi per 138 milioni di euro in crescita rispetto ai 134 versati nel 2011.

Se una società per azioni come Coni servizi riesce a essere vaga con le poste di bilancio, figurarsi le federazioni. Anche qui, in teoria i bilanci sono pubblici e dovrebbero essere consultabili dal cittadino contribuente, magari on line visto che tra i costi delle federazioni ci sono anche i siti. Di fatto, l'inchiesta de "l'Espresso" ha suscitato un campionario di risposte alquanto varie, a volte bizzarre. Anche in alcuni sport molto seguiti, come la pallavolo, la disponibilità a mostrare i conti è scarsa e la completezza dell'informazione è impossibile. L'elenco delle spese pubblicato nelle tabelle isola alcune voci che sono apparse significative, a cominciare dai costi del personale e degli organi federali, quelli messi nel mirino dalla circolare 134 ispirata alle norme del decreto "mille proroghe" di fine febbraio. Il tentativo di contenere stipendi e collaborazioni è riuscito poche volte (sport invernali, scherma) con aumenti consistenti per pallacanestro e ciclismo. Il taglio ai compensi degli organi federali è realizzato con decisione dalla Figc di Giancarlo Abete, di gran lunga la federazione più ricca e, in proporzione, una delle meno dipendenti dai trasferimenti del Coni (82,5 milioni di euro su 176 di ricavi complessivi). A dispetto dei problemi giudiziari, anche Aracu ha seguito la stessa politica, mentre aumentano i gettoni di presenza per la federnuoto del collega di partito Barelli. Renato Di Rocco del Federciclismo è intervenuto drasticamente sulle spese di comunicazione, più che dimezzate rispetto al 2009. Un capitolo che ha visto tagli generali è quello delle spese per i controlli antidoping. La maggior parte delle federazioni investe poche migliaia di euro di budget nel contrasto alle pratiche farmaceutiche illecite. Sono numeri che, ovviamente, vanno sommati ai controlli degli enti sovranazionali specializzati come la Wada. Ma sorprende che nel tiro a volo (Fitav) si spenda poco meno di quanto è a bilancio della scherma e quasi il triplo dei 2.500 euro della ginnastica che investe oltre 14 mila euro in coppe e medaglie. Di gran lunga in testa all'elenco dei test antidoping è la Federcalcio che, però, ha dimezzato l'investimento in modo drastico da 2,5 a 1,3 milioni di euro. La Fidal (atletica leggera) è scesa da 174 a 107 mila euro.

Altre federazioni, come nuoto e pesistica, nemmeno evidenziano i costi dell'antidoping nelle scritture contabili a disposizione del pubblico. L'unica eccezione a questa tendenza è il ciclismo che passa per una delle discipline più colpite dal doping ma, secondo i tecnici e gli appassionati delle due ruote, è soltanto uno degli sport più controllati. La Fci di Di Rocco ha aumentato le spese per il contrasto ai medicinali proibiti fino a circa 200 mila euro all'anno. In ogni caso, una goccia nel mare.

"Evasione fiscale milionaria sugli ingaggi dei calciatori". Il caso approfondito da Giuliano Foschini e Marco Mensurati su “La Repubblica”.

Indagato il gotha dei procuratori. Da Moggi Jr a Pasqualin, in 21 indagati dalla procura di Picenza. I loro compensi iscritti nei bilanci delle società in modo da non pagare l'Iva. Dopo Calciopoli e il calcioscommesse, un altro scandalo si abbatte sul calcio italiano. Stavolta quello che succede in campo non c'entra niente, stavolta c'entra quello che succede negli uffici dei club. E cioè una gigantesca evasione fiscale messa in atto dai procuratori dei calciatori e dalle società calcistiche. I truffati, stavolta, non sono solo i tifosi, ma tutti i cittadini. Un numero preciso per quantificare questa evasione, per il momento, non c'è. "Decine di milioni di euro" dicono, ad occhio, gli investigatori che indagano su questo caso solamente da fine novembre 2011. L'unico numero in grado di rendere l'idea del giro è quello dei procuratori indagati che sono 21 e, soprattutto, sono tutti "big". Gente dal nome importante - si va da Moggi jr a Pasqualin - i cui carnet di assistiti sembrano estratti dagli album delle figurine Panini. Come capita spesso con le storie di grandi dimensioni, anche questa prende spunto da una vicenda minuscola. Il 21 aprile 2011, il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Piacenza comincia una verifica a campione nei confronti della squadra locale, tra l'altro in grossa difficoltà economica (oggi è fallita) perché travolta tra le altre cose dalla vicenda calcioscommesse. "Nel corso dell'attività ispettiva è stato rilevato che il Piacenza - si legge nell'informativa mandata alla procura della Repubblica - ha iscritto i costi sostenuti derivanti dalle prestazioni professionali rese dagli agenti dei calciatori nella voce dei "Diritti pluriennali dei calciatori professionisti"". Che cosa significa? "Che ai fini del pagamento dell'Iva la società ha detratto l'imposta indicata in fattura". Quindi, non ha pagato l'imposta sul valore aggiunto e sui redditi. Secondo la Finanza in maniera assolutamente illegale, essendo l'intermediazione di un procuratore un tipo di prestazione "da ritenere indetraibile". "In questo modo - si legge nell'informativa - è stato così implementato un sistema fittizio attraverso il quale i corrispettivi dovuti agli agenti per le attività svolte per conto dei calciatori vengono, nella sostanza, traslati direttamente in capo alla società calcistica attraverso il conferimento di un incarico all'agente del calciatore stesso". Per fare in modo che però il sistema funzionasse i procuratori hanno emesso fatture false alla società, fatture che "facevano riferimento a prestazioni di servizi inesistenti", perché nessuno dei procuratori aveva lavorato per il Piacenza calcio ma al massimo per i calciatori. In questa maniera facendo risparmiare tasse alla società e risparmiando anche loro stessi. Insomma un pasticcio che ha permesso "una importante evasione fiscale" e che con ogni probabilità è stato replicato in altre realtà anche molto più grandi. Per questo il pubblico ministero della procura di Piacenza Antonio Colonna ha iscritto al registro degli indagati oltre all'allora amministratore delegato del Piacenza, la creme dei procuratori sportivi italiani: tra gli altri, i più noti sono Claudio Pasqualin, Alessandro Moggi, Silvano Martina, Giovanni Branchini, Matteo Roggi, Tullio Tinti, Andrea Pastorello, Marcello e Giuseppe Bonetto. A tutti è contestato un articolo del decreto del 2000 sull'evasione fiscale che punisce "chiunque utilizzi fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte". Si rischia da uno a tre anni di carcere. Oppure una maxi multa. L'inchiesta è ancora nelle fasi delle indagini preliminari e Finanza e procura di Piacenza stanno valutando come e quanto allargare un'indagine che estesa ai club più importanti potrebbe portare nelle casse del fisco milioni di tasse evase illegalmente in questi anni. L'iniziativa della procura di Piacenza prende in contropiede procuratori e società che, consapevoli dell'anomalia della loro prassi (e di essere stati scoperti dalla finanza), nei mesi scorsi avevano chiesto a Equitalia di avviare un tavolo per valutare una possibile via d'uscita "morbida". Che però non potrà riguardare l'aspetto penale della vicenda. Spregiudicati, potenti e ricchissimi, ecco i veri padroni del calciomercato secondo Fabrizio Bocca su “La Repubblica”. Commissioni fino al 10 per cento, gestiscono un business da 150 milioni l'anno. Boniperti non voleva nemmeno riceverli, ora gestiscono ogni trattativa. Trent'anni fa era un'avventura. Quando Dario Canovi, avvocato romano tra i precursori del mestiere di procuratore di calcio, entrò nell'ufficio di Antonio Sibilia ad Avellino per trattare il contratto di Juary - che il presidente avrebbe addirittura spedito a consegnare una medaglia d'oro a Raffaele Cutolo - quello si tolse la Magnum dalla fondina e l'appoggiò sul tavolo. "È che quando sto seduto mi dà fastidio". A quei tempi i procuratori non li volevano tra i piedi: Boniperti con loro non parlava, si rifiutava di riceverli e di farli entrare alla Juve. Oggi invece la dimensione degli affari è industriale e gli interessi planetari. Un mercato non sempre fuori regola e da codice penale, ma molto disinvolto. Maurizio Zamparini ha denunciato per estorsione il procuratore argentino di Javier Pastore: dal trasferimento de El Flaco al PSG, Marcelo Simonian tramite la Dieci football Corporation ha incassato una fetta di 12 milioni, dopo richiesta di 17. Dei 39,8 milioni pattuiti con i francesi il Palermo ne ha incassati 22,8 e il resto se ne è andato in premi all'Huracan e in una maxifetta al procuratore che in realtà è comproprietario del giocatore. In ogni caso il giudice ha deciso l'archiviazione e si va in appello. In Europa e in Italia gli agenti fanno mercato a tutto campo. Mettono in piedi l'affare e lo fanno lievitare. Il famoso agente Fifa Mino Raiola, ex pizzaiolo italo-olandese (maturità classica e 7 lingue per altro) nato a Nocera Inferiore e che cominciò a fare affari nel suo ristorante di Haarlem frequentato da Bergkamp, Rijkaard e quelli dell'Ayax, è diventato la testa di ponte del Milan: Ibrahimovic, Robinho, Van Bommel, Emanuelson. Il primo gran colpo in Italia fu Nedved alla Juve (2001), il prossimo sarà l'asta per Balotelli, la sua specialità. Ogni volta che Ibra cambia club o rinnova Raiola apre le casse: la percentuale di un procuratore va dal 4 al 10% sul lordo (per Ibra 20 milioni l'anno, fino a 2 milioni dunque per il suo agente). Due anni fa il suo giro d'affari annuale era di circa 5 milioni, ora molto di più. Metodi spicci, famosa l'intercettazione Moggi-Raiola in Calciopoli circa il trasferimento di Ibra alla Juve dall'Ayax, che ovviamente va ammorbidito. Raiola: "Domani Ibra non si presenta all'allenamento"; Moggi: "Continuiamo a far guerra, non lo mandare ad allenarsi"; "Eh, io la sto facendo guerra!". Anche Ernesto Bronzetti è un formidabile procacciatore di calciatori, terreno di caccia soprattutto la Spagna, Vieri, Kakà. Figo e altri sono passati per le sue mani. Uno dei più quotati è l'avvocato cosentino Beppe Bozzo, che ha esteso la sua attività dai calciatori (Cassano, Gilardino, Quagliarella), ad allenatori come Ranieri e Mazzarri. L'ultimo colpo grosso è stato di Sergio Berti, il più tosto di tutti: a De Rossi aveva procurato un contratto da 9 milioni netti al City, la Roma si è dovuta svenare per garantirgliene almeno 6-6,5 bonus compresi. Il più originale Armin Ruznic che importa sloveni a Palermo, tutti con la "ic" finale come lui: Ilicic, Bacinovic, Kurtic, Handelkovic. Alessandro Moggi, 5 mesi nel vecchio processo Gea e 20 di squalifica sportiva, ha intanto riaperto a Dubai la Gea World Middle Est, costola della vecchia agenzia dei figli di papà (Riccardo Calleri, Chiara Geronzi, Francesca Tanzi, Giuseppe De Mita, Davide Lippi) che arrivò a 262 procure. I soldi muovono tutto. Con 1.502 milioni di "costo imputabile al personale" in A (Report Figc 2012), ai procuratori può finire un bottino fino al 10%: 150 milioni. Il mercato ormai è internazionale. La Gestifute del potente avvocato portoghese Jorge Mendes vale 400 milioni: gestisce Mourinho e Cristiano Ronaldo, Quaresma, Coentrao. Allenatore e giocatori con lo stesso procuratore. Mentre l'anglo iraniano Kia Joorabchian, registrato con un passaporto canadese alla camera di commercio di Londra, addirittura acquista cartellini di giovani talenti sudamericani, assistendoli e stipendiandoli, in attesa che esplodano. Non ha una licenza di agente ma un fondo d'investimento (MSI) nelle isole Vergini, tramite cui sono passate le "importazioni" di Tevez e Mascherano al West Ham, e poi via così. Famose le foto di Galliani e Joorabchian in camicia a Rio: ma il ricco affare Tevez-Pato-Milan-City-Psg venne stoppato da Berlusconi. Alla faccia dei divieti Fifa il magnate brasiliano, Delcir Sonda, 24 supermercati in Brasile, tramite il fondo DIS sede a Chui al confine con l'Uruguay, detiene quote di 60 calciatori brasiliani, tra cui Ganso e Neymar (il Barça è pronto a sborsare 65 milioni). I prossimi affari della grande torta.

Le Mafie nel Pallone“, editore Abele-Ega. Forse non c’erano molti dubbi che le mafie fossero entrate nel mondo del calcio. Un libro di Daniele Poto adesso mette nero su bianco la sporcizia in questo ambiente. Il controllo del territorio, lo scambio con la politica. E 15 miliardi l’anno di riciclaggio. Riciclaggio di soldi mediante sponsorizzazioni, partite truccate, scommesse clandestine, presidenti prestanome, il grande affare del mondo ultrà, le scuole calcio. La mafia ha saputo infiltrarsi anche in Serie A. Lo testimonia “Le mafie nel pallone – Storie di criminalità e corruzione nel gioco più truccato al mondo". Daniele Poto parla di “oltre trenta clan coinvolti”. Dai Lo Piccolo ai Casalesi, dai Mallardo ai Pellè, dai Misso alla cosca dei Pesce e Santapaola. “Si tratta di un fenomeno diffuso tanto al centro-sud quanto al nord d’Italia: Lombardia, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, e sospetti in Abruzzo”. Nel dossier viene presentato il caso-limite del Potenza Calcio e del suo Presidente Giuseppe Postiglione, che in soli tre anni ha portato la squadra in serie B, salvo poi essere esclusa dal campionato professionistico. Un tentativo di sistematizzare l’enorme influenza del sistema delle mafie nazionali (cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, mafia tout court) ed internazionali nell’alveo del grande spesso equivoco affare che è il calcio. Più gioco che sport, quindi soggetto a trucchi, riciclaggi, controllo sul territorio, arruolamento malavitoso della gioventù. Una grande fotografia sull’esistente dai primordi del calcio scommesse al sistema attuale delle connivenze ad alto livello aprendo uno scandalo spaccato delle collusioni con le istituzioni e con gli ultrà. Dalla descrizione generale dell’intreccio calcio-mafia ai casi particolari scendendo lungo la penisola. Dalla Lombardia e Lazio alla Sicilia, passando da Abruzzo, Puglia, Lucania, Calabria. Scoprendo che anche Provenzano, i Santapaola, gli Spatuzza ed i Pesce hanno frequentato il football nostrano.

È arrivato anche al Nord il complesso sistema di infiltrazioni criminali che, come si evince dal dossier, ha trovato terreno fertile in vasti settori del mondo calcistico. Scommesse, partite truccate, riciclaggio di denaro sporco, presidenti boss. Queste le voci dell’imponente giro d’affari che la criminalità organizzata è riuscita ad assicurarsi all’interno del sistema calcio. Che il pallone rappresentasse una ribalta molto ambita per i boss non era una novità. A sorprendere è piuttosto il fatto che gli stretti legami fra mafia e società calcistiche non siano più un fenomeno esclusivo del Mezzogiorno. La geografia criminale va dalla Lombardia al Lazio, abbracciando Campania, Basilicata e Calabria, toccando la Puglia, con sospetti in Abruzzo e con un radicamento profondo in Sicilia. E con il Nord che appare non immune da questa onda di illegalità calcistica. Nella spartizione della torta c’è dentro tutto il gotha della mafia, dai Lo Piccolo ai Casalesi, dai Mallardo ai Pellè, dai Misso alla cosca dei Pesce a quella dei Santapaola. I clan usano il calcio in primo luogo per riciclare denaro, approfittando della completa assenza di organi di controllo che possano vigilare sulla provenienza dei soldi che vi circolano. Le scommesse e i trasferimenti dei giocatori sono le vie più comode attraverso le quali la criminalità organizzata può ripulire i suoi proventi illeciti e al tempo stesso cementare i rapporti con la politica. Sono più di trenta i clan direttamente coinvolti o contigui, censiti nelle principali inchieste sui casi di corruzione nel mondo del calcio. Le mafie si servono di una delle passioni più diffuse per acquisire consensi. Tutto comincia dal basso. Dall’irragionevolezza dei conti (permessa, come detto, dalla mancanza di adeguati strumenti di controllo), ma anche dalla bolla economica determinata dal mondo dei diritti televisivi. Un filone di illegalità in gran parte inesplorato, che arriva alla ribalta solo quando è troppo tardi.

Pensare che le mafie, dalla mafia siciliana, alla ndrangheta calabrese, alla camorra campana e via dicendo, stessero lontano dal mondo del calcio, era una pia illusione. Tra l’altro smentita spesso dalle indagini di polizia che di tanto in tanto mettono sotto accusa dirigenze, ultras, organizzazioni per essere dedite ad affari se non direttamente mafiosi, certamente poco trasparenti. In effetti, le mafie nel mondo del calcio sono così penetrate da tempo, che è stato possibile ricavare un libro, un racconto in forma di dossier di quanto il calcio sia ormai incancrenito con le metastasi della mafia al suo interno. Un sistema che, come si legge nei vari rapporti, comincia fin dalle scuole-calcio, quando il giovane viene inserito in quel sistema anti-Stato, dove più che i meriti contano le appartenenze alle cosche, la raccomandazione “deviata”. Ed in questo, l’anello debole sono proprio i genitori, non a caso ritenuti spesso la piaga del calcio, pronti a qualunque compromesso per favorire l’escalation del figlio. E poi ancora, tutto l’affaire del riciclaggio di denaro per squadre in cui la percentuale di stranieri è dell’ordine del 40% e dove si possono creare fondi neri con le irregolarità della compra-vendita. Ma anche nelle piccole realtà la disonestà è la regola. In Sicilia, un certo Alfonso Sclafani, classe 1982, cambiava sempre nome ed età per giocare anche dove non poteva. Messosi in luce per questa “bravura”, ha fatto un provino all’Empoli ma non è stato scelto. Adesso fa l’idraulico a Palermo. E la statistica dice che in Sicilia, solo un tesserato su 10.000 arriva al grande calcio.

Tanti fatti che Daniele Poto, giornalista professionista con una sensibilità particolare per lo sport, ha messo in evidenza nel suo libro, “La mafia nel pallone“. Poto è pratico di sport avendo passato la sua vita professionale dentro diversi quotidiani tra cui Tuttosport, Messaggero, Corriere della Sera oltre che riviste specializzate nel mondo sportivo come Atletica Leggera, Jogging ed è stato “Giornalista dell’Anno” 1990 per la ginnastica. E’ autore di diversi libri, sia del settore sportivo che in genere tra cui si possono ricordare “Un’anima in fondo al canestro“, “Un delitto per male” ed ha in preparazione un noir dal titolo “Nessuna pietà per i vinti“. Daniele Poto, giornalista sportivo, è l'autore del libro/inchiesta "La mafia nel pallone", Abele-Ega editore. Proprio di questo libro, abbiamo parlato con Daniele di mafia e calcio, di manipolazione sociale e sport. E le notizie non sono incoraggianti.

(Intervista fatta il 28 settembre 2010 e pubblicata su http://endasscicli.wordpress.com)

Daniele, tu dici che la mafia è nel pallone. Non nel senso che è confusa ma proprio che è entrata nel mondo del calcio. Da quanto tempo?

La storicità dell’intervento si può circoscrivere con il tentativo di scalata di Chinaglia alla Lazio ovvero la prova per operazioni di serie A in tutti i sensi dopo una serie di preliminari nel calcio minore. Se la mafia è affare evidentemente non poteva prescindere da un intervento mirato nel mondo del calcio, una delle principali industrie del paese. E da quel giorno l’escalation è avvenuta in progressione geometrica con il massiccio impiego di investimenti e di persone, meglio se apparentate a famiglie mafiose.

Se la mafia è dentro il sistema del calcio, lo fa – diciamo – per spirito sportivo o ci sono altre motivazioni?

Lo spirito è tutt’altro che sportivo. Il calcio è un pretesto, un aggancio per controllare il territorio. Ci imbattiamo in personaggi che sanno poco o nulla di sport, poco o nulla di calcio, ma che si affidano spesso sul posto ad addetti ai lavori conniventi ed omertosi. Ed il campanilismo fa il resto con l’ambiente, la piazza i tifosi, meglio se ultrà. La miscela diventa incandescente, il rischio di omologazione altissimo.

Si parla di ipotesi di riciclaggio. Dovrebbero allora essere solo le grandi società ad essere interessate. Le piccole hanno difficoltà economiche e parlare di riciclaggio sembra impegnativo. O ci sono prove che accade anche in Eccellenza, Serie D e via dicendo?

Il riciclaggio in genere avviene nel segno di grandi capitali. Spesso con operazioni di import ed export off-shore in combinazioni con banche di paesi conniventi se non addirittura canaglia. Ma un riciclaggio di livello economico nettamente inferiore può scattare anche nel calcio minore sopratutto se la sopravvivenza di un club è legato a contributi di Provincia, Regione, Comune e dunque altamente influenzabili. Qui l’intreccio tra calcio-mafia e politica spesso diventa stringente.

Il controllo della società civile attraverso il calcio, passa anche per le piccole realtà sociali, le piccole società di provincia?

Sicuramente. E nel libro, con uno spaccato geografico a macchia di leopardo questo si constata soprattutto in Puglia. In un paesino come Racale la sintesi del controllo squadre-territorio-voto di scambio politico è un esempio classico. Ed in 2^ e 3^ categoria si si maschera meglio. Certi episodi non sono sotto le luce dei riflettori. L’operatività non è condizionata da un reale controllo.

Quanto è grande questo fenomeno? Si può dare un ordine di misura?

Il giornalismo investigativo è alla ricerca di unità di misura. Si può, con un certo beneficio d’inventario, opinare che un 10% dei proventi annui delle mafie in Italia, provengano dal mondo del calcio. Dunque un’unità di grandezza che può essere valutata sui 15 miliardi di euro. E nei prossimi anni percentuale e valore economico sono annunciati in crescendo, come testimoniato anche da un recente allarmante rapporto dell’Ocse.

Geograficamente, questo fenomeno, ha delle caratterizzazioni? Più al sud o anche il nord è sotto questo scacco?

Nel libro l’area geografica va dal Lazio alla Calabria, interessando Puglia, Lucania e, naturalmente, Sicilia. Ma le recenti operazioni combinate di magistratura e forze dell’ordine fanno ritenere che la rivelazione sui prossimi fenomeni emergenti avverrà proprio al nord. E sarà una vera e propria sorpresa per chi continua a ritenere indenni dalla penetrazioni mafiosi certi territori, fintamente incontaminati.

Le tifoserie, parliamo magari delle zone a più ampio tasso di illegalità diffusa, hanno dei capo-bastone mafiosi? Insomma, sono controllate anche quelle?

Sicuramente. Abbiamo ripetuti denunciati episodi a Napoli ed a Roma relativamente alle squadre locali, nel secondo caso la Lazio. Per semplificare allo stadio San Paolo non puoi vendere una bottiglietta di coca cola se non rientri nella sfera d’influenza dei clan. Insomma pizzo su pizzo. Ancora una volta all’insegna del grande affare economico.

La rivolta contro la “tessera del tifoso” può essere anche contro il rischio di un controllo troppo stretto delle forze dell’ordine sugli affiliati alle mafie?

In parte si, in parte no. C’è anche una fascia genuina di tifosi che si ribellano all’omologazione di una tessera che ha precisi risvolti commerciali nel tentativo di fidelizzazione della tifoseria. Ed il comportamento delle società nei confronti di questo ritrovato, contenendo un elemento di diffusa ambiguità, ha ulteriormente confuso le acque.

Come hai studiato questo fenomeno mafioso? Hai trovato difficoltà, ci  sono dati, le procure hanno aperto dei dossier?

A parte la bibliografia corrente, non tropo cospicua, ho frugato nelle migliaia di pagine dei rapporti antimafia e delle inchieste di polizia, spesso suggestivamente denominate con etichette di battaglia. Un’inchiesta non può prescindere dai rapporti investigativi e dalle intercettazioni, uno strumento investigativo indispensabile per la ricerca. Come si sa, incredibilmente messo in discussione negli ultimi tempi.

Quando si parla di mafia, si intende anche camorra e ndrangheta?

Le mafie è un sostantivo plurale che tutto riassume. Dunque la mafia di cosa nostra, ma ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la camorra e le infinite diramazioni localistiche. In Lucania ad esempio alcune di queste metastasi si incrociano in pericolose sintesi ad uso e consumo regionalistico e dei boss locali.

La connivenza dei presidenti delle società, è evidente e cosciente o si trovano a dover far buon viso a cattiva sorte come nel caso di imposizione del pizzo?

I presidenti cercano di non compromettersi e spesso fanno gestire questo intricato e compromettente tipo di rapporti con personaggi di livello inferiore nell’organigramma societario. In questo modo riescono a dimostrare la propria buonafede. Potrei fare l’esempio del Palermo di Zamparini dove il personaggio che si è bruciato per le proprie frequentazioni è stato il dirigente Foschi.

La politica si appoggia a questo fenomeno? La politica è cosciente che esiste?

La politica sa che il fenomeno esiste: la mafia. Come la mafia nel calcio. Spesso fa finta di dimenticarselo. Ma è in periferia e nelle isole che l’accoppiamento mafia-politica è più spesso verificato. Se il calcio è consenso è chiaro che può dare un cospicuo aiuto alla politica che su quello si fonda. Fino ad arrivare al voto di scambio.

Perché il calcio si ed altri sport no? Oppure ci sono anche infiltrazioni anche la?

Uno scandalo nel cricket ha dimostrato che c’era un movimento di scommesse internazionale che truccava le partite. Nel basket un dirigente siciliano è stato messo sotto scacco da Dell’Utri. Per la mafia diventano interessanti e di rilievo gli sport di maggiore esposizione economica. Dunque basket, pallavolo e ciclismo per quanto riguarda la realtà italiana.

PARLIAMO DI CALCIOPOLI.

Calciopoli. Ultima fermata.

Calciopoli non è nata certo nel nuovo millennio. Sin da quando è nato il calcio nel nostro Paese ha convissuto con scandali, sospetti, truffe, sospetti, violenze. Un secolo di lati oscuri del gioco più bello del mondo che il giornalista Antonio Felici racconta nel libro «Le pagine nere del calcio. Tutti gli scandali minuto per minuto» (edizioni Iacobelli, pagine 320).

Il volume ripercorre tutti i momenti in cui il pallone si è sporcato di fango, a partire dal primo scandalo, quello che portò alla revoca dello scudetto 1926-27 vinto sul campo dal Torino. Protagonista fu il terzino della Juventus Luigi Allemandi, accusato di avere intascato sostanziose mazzette per favorire la vittoria granata nel derby della Mole. Ci sono poi il calcioscommesse del 1980, quello che costò tra l'altro la retrocessione in serie B a Milan e Lazio; i sospetti di corruzione nella partita Italia-Camerun ai mondiali 1982, che consentì agli azzurri di passare il turno e iniziare la cavalcata verso il titolo iridato; il Totonero-bis del 1986; i sospetti sullo scudetto 1988, perso in modo rocambolesco dal Napoli si disse per scongiurare una superperdita di chi gestiva il Totonero; infine il calcioscommesse 2011.

E calciopoli, lo scandalo che fece tremare nel 2006 le fondamenta del calcio italiano e che rappresenta una ferita non ancora rimarginata, come dimostrano le polemiche attuali? Gli è dedicato il secondo capitolo, il più corposo del volume, intitolato «Moggiopoli».

Ma non di sola corruzione si parla nel libro di Felici. Ci sono anche capitoli dedicati ad altre ombre, come il doping, sia quello «selvaggio» praticato negli anni Settanta e Ottanta al quale si attribuisce una scia di calciatori morti (tra gli altri Beatrice, Rognoni, Lombardi e Signorini), sia quello più evoluto denunciato da Zdenek Zeman, allora allenatore della Roma, in un'intervista del 1998 all'Espresso. E poi c'è la pagina degli scandali amministrativi ed economici, e quella delle violenze che hanno costellato di croci decenni di calcio.

«Questo - spiega Felici - non è un libro di condanna, ma un atto d'amore, un grido di dolore. Vorrei tornare a raccontare il bello del calcio. E credo che l'unico modo per farlo sia affrontare i problemi. Ho scritto questo libro perchè mi sono accorto che il calcio è molto spesso esposto a situazioni bruttissime, a scandali che non dovrebbero toccare questo sport meraviglioso. Ho tentennato, perchè essere giornalista sportivo per me significava raccontare il gioco, non certo le vicende negative legate ad esso. Ma ho capito che l'unico modo per mantenere sano questo sport è vigilare. In caso contrario finiremmo per non avere più niente di bello da raccontare».

Ebook gratuito su calciopoli: "Il processo illecito". TUTTE LE VERITÀ NASCOSTE DELL'ESTATE DEL CALCIO: INTERCETTAZIONI ABUSIVE, SABBIE, FUMI, ABUSI DI POTERE E PROCURE CREATIVE. Le sentenze “Calciopoli” sanciscono che non ci sono partite alterate. Che il campionato sotto inchiesta, 2004-2005, è da considerarsi regolare. Ma che la dirigenza juventina ha conseguito effettivi vantaggi di classifica per la Juventus FC anche senza alterazione delle singole partite. In pratica, la Juventus è stata condannata per omicidio, senza che nessuno sia morto, senza prove, né complici, né arma del delitto. Solo per la presenza di un ipotetico movente. Sotto il nome di Luther Blissett si annida ogni scrittore e giornalista che lo desideri: lo pseudonimo è collettivo, a disposizione di tutti. “Il processo illecito”, approfondita ma appassionante analisi della vicenda ‘calciopoli’, è firmata proprio Luther Blissett. Vale a dire che è un documento anonimo.  “Il processo illecito” è strutturato su più livelli di lettura. Ovvero può essere goduto da chi non sa nulla del cosiddetto “scandalo Juventus” come da chi ne conosce i minimi dettagli, o almeno così crede. Lo scopo del testo è diradare la nube di disinformazione che s’è abbattuta sulla vicenda ‘calciopoli’. A partire dall’enigma delle responsabilità. I campionati di calcio erano truccati; ma solo da Moggi? O hanno un senso anche le dichiarazioni di Paolo Bergamo, ex designatore degli arbitri di serie A, “tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti”? È vero che le intercettazioni di dirigenti come Facchetti e Galliani sono sparite all’inizio delle indagini per poi venire misteriosamente “dimenticate”? E se sì, cosa contenevano quelle intercettazioni? È vero che Galliani aveva promesso a Paparesta favori da parte del Parlamento italiano, all’epoca berlusconizzato? E se sì, quali favori? E perché nelle sue conclusioni la Procura di Torino ha sostenuto che, dalle intercettazioni telefoniche, si evinceva una realtà diametralmente opposta a quella emersa attraverso gli organi di stampa all’attenzione del popolo italiano? Attorno a tali inquietanti quesiti ruota l’inchiesta, che è in grado di appassionare quanti amano indagare - a prescindere dall’esito positivo o negativo della ricerca - la verità dietro le apparenze.

Il documento che state leggendo è stato concepito in maniera tale da venire incontro alle esigenze di tutti coloro che si avvicinano all’argomento trattato a seconda del loro grado di conoscenza della materia, proprio come fosse un corso di lingua organizzato in diversi livelli di difficoltà. Non pensiate che tale approccio derivi da una qualsiasi sorta di presunzione culturale, bensì molto più semplicemente da una pura constatazione della realtà dell’informazione massmediatica italiana degli ultimi periodo. O meglio, della disinformazione che sta alla base di tutta la questione qui esposta. Ecco che allora nella stesura del documento si è pensato di doverci rivolgere sia a coloro già introdotti agli argomenti e alle vicende del tema trattato, sia a coloro che vi si avvicinano senza alcun bagaglio informativo pregresso e che troverebbero quindi insostenibile la lettura, ad esempio, delle sentenze di primo e secondo grado della cosiddetta “giustizia sportiva”, se prima non fossero adeguatamente preparati, informati e portati a conoscenza delle basi su cui poggia tutto il teatrino dell’assurdo passato alla storia sotto il nome di “calciopoli” (o, sotto la forma di ancora più raffinata nonsense, con il nome di “moggiopoli”). Da qui l’esigenza di produrre questa Prima Edizione, di un successivo più ampio documento, in cui verrà descritto in modo discorsivo e fluido il senso di quello che è stato il processo alla Juventus e di gran parte di questa vicenda, il tutto supportato con citazioni e richiami alla documentazione ufficiale agli atti. Questa prima parte si conclude quindi con articoli e interviste di autorevoli personaggi che hanno espresso il loro parere, fuori dal coro, sull’argomento. Per il lettore “alle prime armi” questa parte può essere di per sé già sufficientemente esaustiva e per questo motivo si è deciso di pubblicare questa come edizione a sé stante, in modo tale da sfruttarne la doppia natura. La successiva edizione di questo documento, che si disegna come un approfondimento delle documentazioni ufficiali, potrebbe essere definita come il livello avanzato del “corso”: lì si analizzeranno nel dettaglio le documentazioni ufficiali e più precisamente le sentenze di primo e secondo grado, il ricorso al Tar e l’audizione di Borrelli davanti al Senato. Infine, nel concludere la presentazione di questo lavoro, vorremmo mettere in risalto un ulteriore aspetto: pur avendo tentato di portare alla luce il più possibile, ci rendiamo conto che oltre a quelli presentati, vi sono altri aspetti della vicenda ancora ben poco chiari, e che non sono, per diverse ragioni, ancora stati affrontati.

Ne vogliamo qui citare alcuni, per chiarire il contesto e darvi spunti di riflessione:

• le dichiarazioni di Paolo Bergamo (“tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti”);

• la sparizione delle telefonate di alcuni dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono “dimenticate” (Facchetti e Galliani);

• le citazioni sui presunti favori di Galliani in parlamento a Paparesta (anche questi “dimenticati” dal procuratore federale Palazzi);

• le dichiarazioni di De Santis (“molti mi chiamavano, mai sentito moggi”);

• le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”) e chissà quante altre incongruenze che potremmo qua esserci dimenticati.

Tutte circostanze che, a dir poco, sarebbe stato opportuno verificare ed approfondire se solo si fosse voluto fare. Non tanto per istruire un “processo serio”, ma quantomeno per istruire un “processo” e non piuttosto una “Santa Inquisizione”.

Infine vorremmo concludere questa presentazione, con la classica forma dei ringraziamenti, che vanno a tutti coloro che nel forum hanno sostenuto, anche solo in modo morale, il topic dal quale trae spunto questo lavoro. Non vorremmo tediarvi fin dall’introduzione con ipotesi, commenti, pareri. Intendiamo piuttosto presentarvi i fatti così come ci sono stati forniti dagli organi di informazione. Inoltre osservarli con un occhio attento, critico e diffidente, ed evidenziare tutto ciò che non torna, che è incongruente, che ci hanno dato per scontato, o per vero, e invece non lo è affatto. Vi proponiamo fin d’ora un riassunto della nostra analisi, e se avrete la voglia di leggere il seguito, vi troverete tutte le conferme alle asserzioni qua sotto riportate:

1. Nelle accuse alla Juventus formulate dal Procuratore Federale Stefano Palazzi, sinteticamente, i fatti contestati si riferiscono alle seguenti partite 2004/2005:

1a: Juventus – Lazio Art. 6 CGS (illecito sportivo)

1b: Bologna – Juventus Art. 6 CGS (illecito sportivo)

1c: Juventus – Udinese Art. 1 CGS (comportamento scorretto)

1d: Classifica alterata

2. La Sentenza di Primo Grado (Pres. Cesare Ruperto) in merito a quei punti sentenzia che:

1a: non vi sono estremi di illecito, contempla solo Art. 1 CGS

1b: non vi sono estremi di illecito, contempla solo Art. 1 CGS

1c: è in effetti Art. 1 CGS

Ma sentenzia anche che la somma di Artt. 1 CGS di cui sopra ai punti 1a, 1b, 1 c'è stata funzionale al conseguimento dell’Art. 6 CGS di cui sopra al punto 1d.

3. La difesa della Juventus, tra le altre cose, obbietta che una sommatoria di più Artt. 1 (comportamento sportivo sleale e non probo) non può portare ad una incolpazione per Art. 6 (illecito sportivo), portando ad esempio la metafora che tante diffamazioni non comportano una condanna per omicidio: obiezione ineccepibile.

4. La Sentenza della Corte d’Appello (Pres. Piero Sandulli) conferma in toto la sentenza Ruperto, ma poichè il punto 3. (Obiezione della difesa della Juventus) è a tutti gli effetti da considerarsi ineccepibile, si sente di dover precisare che la inammissibile somma algebrica di Artt.1 è da considerarsi piuttosto come "ineliminabili tasselli funzionali alla realizzazione dell'art.6" (il “totale” di cui gli artt.1 sarebbero gli “addendi”).

In tutto questo sostenere che la classifica è effettivamente stata alterata è assurdo se preso come fatto avvenuto, poichè se avvenuto sarebbe opportuno e necessario specificare in quale partita ciò si sarebbe verificato. Invece, ed è questo l'aspetto strabiliante di tutta la vicenda, tutto il procedimento giuridico (dal dossier d’indagine dei CC alle sentenze delle corti federali) si è svolto eliminando di volta in volta le sospette partite illecite per manifesta infondatezza. Tutte e 38 le partite indagate sono state esaminate e in tutte e 38 non si è riscontrata alcuna anomalia; le ultime a cadere sono quelle scagionate dalla Corte d’Appello, ovvero Juventus-Lazio e Bologna-Juventus. Da qui il grottesco concetto di "classifica che si altera senza alterare alcuna gara".

Le sentenze “Calciopoli” sanciscono che non ci sono partite alterate. Che il campionato sotto inchiesta, 2004-2005, è da considerarsi regolare. Ma che la dirigenza juventina ha conseguito effettivi vantaggi di classifica per la Juventus FC anche senza alterazione delle singole partite. In pratica, la Juventus è stata condannata per omicidio, senza che nessuno sia morto, senza prove, né complici, né arma del delitto. Solo per la presenza di un ipotetico movente.

Il Libro approfondisce i temi trattati da Il libro nero del calcio. La Juventus. La Nazionale. I presidenti. Gli arbitri. Da Moggi a Giraudo. Da Pairetto a De Santis. E Lippi, Carrara, Biscardi.

Tutte le intercettazioni, telefonata per telefonata. Il libro nero del calcio. II testo integrale dell'atto di accusa dei carabinieri, 2006 Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A. Supplemento al settimanale L'espresso.

L'espresso offre in queste pagine un documento eccezionale: la ricostruzione completa dei metodi usati dalla cupola che ha dominato il calcio negli ultimi anni, attraverso l'informativa originale dei carabinieri del Nucleo operativo di Roma. Costituisce la base dell'indagine della Procura di Napoli e contiene migliaia di intercettazioni telefoniche, centinaia di verbali e decine di note sui pedinamenti dei big del calcio: Luciano Moggi e Antonio Giraudo, all'epoca rispettivamente direttore generale e amministratore delegato della Juventus; Pier Luigi Pairetto e Paolo Bergamo, designatori arbitrali dal 1998 al 2005; Massimo De Santis, arbitro internazionale, considerato dagli inquirenti il principale referente di Moggi nella categoria dei fischietti; un altro ex designatore (nell'anno 1997-98) e commentatore della moviola su La7, Fabio Baldas; Tullio Lanese, ex presidente dell'Associazione italiana arbitri; Franco Carraro, allora presidente della Federazione italiana gioco calcio; il suo vice, Innocenzo Mazzini; il segretario generale Francesco Ghirelli; Maria Grazia Fazi, potente segretaria della Commissione arbitrale (Can); il segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi; alcuni dirigenti di società calcistiche come Diego e Andrea Della Valle (Fiorentina), Claudio Lotito (Lazio), Pietro Franza (Messina) e Leonardo Meani (Milan).

Molto importante in questa documentazione anche il ruolo di procuratori sportivi, mediatori e dirigenti delle società di "valorizzazione" dell'immagine dei calciatori, come la famosa Gea: Alessandro Moggi (figlio di Luciano), Davide Lippi (figlio del e. t. della Nazionale, Martello). Chiara Geronzi (figlia del numero uno di Capitalia, Cesare), Riccardo Calieri (figlio dell'ex presidente della Lazio e del Torino, Gian Marco), più altri personaggi minori, sempre legati alla Gea.

Non mancano in queste intercettazioni diversi giornalisti sportivi e non, come lgnazio Scardina e Ciro Venerato (Rai), Aldo Biscardi (La7), Lamberto Sposini (ex numero due del Tg5 e ospite abituale al "Processo di Biscardi"), Tnny Damasceni e Franrn Melli (opinionisti tv).

"L'espresso" ha scelto di pubblicare integralmente questa documentazione (omettendo solo gli indirizzi privati e le utenze telefoniche delle persone intercettate) per permettere ai lettori di farsi un'idea delle dimensioni di questo scandalo, avendo a disposizione un materiale esauriente e di prima mano, frutto di due anni di indagine da parte dei carabinieri. Quello che pubblichiamo, redatto con un linguaggio molto chiaro dal maggiore dei carabinieri Attilio Auricchio, completo delle quattro "informative di reato" confluite nell'indagine "Off Side" (in inglese, "fuori gioco") coordinata dai sostituti procuratori di Napoli Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice. L'inchiesta nasce da una costola di un procedimento (seguito da questi due magistrati) sulla camorra napoletana e in particolare sui rapporti tra il sottobosco del calcio e il clan Giuliano di Forcella. Partendo dai pubblici ministeri - attraverso una serie di intercettazioni - hanno scoperto un giro di calciatori che scommettevano sulle partite del campionato. In alcune di queste conversazioni sono saltati fuori i nomi di due arbitri, Luca Palanca e Marco Gabriele. La posizione dei due fischietti in quell'indagine è stata archiviata, ma le intercettazioni e i pedinamenti sono continuati perchè i pm volevano capire se erano stati commessi altri reati, tra cui quello di frode sportiva e violazione delle regole della concorrenza con minacce: è il settembre 2004. A questo punto, di telefonata in telefonata, nasce l'indagine Off Side, che mette nel mirino il cuore del sistema calcistico,  a partire dalla Gea e dal condizionamento degli arbitri operato da una cupola di potere caratterizzata non solo dalla forza interna ma anche dalle alleanze trasversali tra dirigenti di alcuni grandi club, procuratori e arbitri. E' bene precisare che le 39 persone i cui nomi aprono il documento non sono tutte indagate: infatti alla denuncia della polizia giudiziaria (in questo caso i carabinieri) ha fatto seguito un'autonoma valutazione dei magistrati, che hanno iscritto nel registro degli indagati solo una parte delle persone segnalate dai carabinieri. Inoltre solo per alcuni (Moggi, Giraudo, Mazzini, Bergamo, Pairetto, Lanese, De Santis, Fazi, Mazzei, Ghirelli, Rodomonti, Baglioni, e Scardina) è stato ipotizzato il reato più grave, quello di associazione per delinquere.

Ma tenuto conto degli sviluppi ci sono delle reazioni.

«Paolo Dondarini ha presentato un esposto diretto alla Procura della Repubblica di Roma con il quale ha posto formalmente la questione in ordine alla genesi delle scelte investigative che hanno condotto a 'brogliacciare', trascrivere ed utilizzare soltanto una parte delle intercettazioni effettuate nel contesto delle indagini e non altre, pure presenti agli atti ed oggettivamente di decisiva rilevanza probatoria. - Lo rende noto l'avvocato bolognese Gabriele Bordoni che assiste l'ex arbitro Dondarini nel processo 'Calciopoli'. - Ricordando che nella logica dell'attuale processo penale sussiste obbligo del Pubblico Ministero rispetto allo svolgimento d'indagini anche in favore dell'indagato e che l'articolo 111 Costituzione consacra il diritto alla prova per l'indagato-imputato (che significa garantire al soggetto le condizioni per poter conoscere appieno il materiale d'indagine e per provare i fatti utili e favorevoli alla propria difesa), si deve registrare che nel procedimento noto alle cronache con il nome di 'calciopoli' ci si è discostati da tali principi, dal momento che l'approfondita rilettura degli atti processuali (resa possibile soltanto dallo sforzo immane compiuto dai consulenti di altre difese che hanno impiegato un tempo enorme, di cui Dondarini non disponeva, visti i ritmi del Giudizio abbreviato che aveva prescelto come era suo diritto), ha rivelato numerose intercettazioni telefoniche effettuate nel corso delle indagini preliminari – dalle quali emergono circostanze decisive al fine di dimostrare la sua estraneità ai fatti – che non erano state in alcun modo evidenziate ed, anzi, erano state catalogate in maniera tale da non consentirne in concreto il rinvenimento nè l'impiego processuale (da parte delle difese e dello stesso Giudice). La rilevante quantità di comunicazioni intercettate certamente avrà creato qualche difficoltà di analisi e cernita, ma è singolare come tutte le captazioni ora rinvenute e trascritte presentino note oggettivamente favorevoli alle tesi difensive mentre erano state tutte relegate nel limbo dell'introvabile; difficile pensare che siano sfuggite casualmente proprio tutte le intercettazioni nelle quali era direttamente coinvolto Dondarini e che ne rilevavano palesemente un atteggiamento inconciliabile con le accuse».

Calciopoli choc: «Tutto quello che non sapete». Inchiesta de “Il Corriere dello Sport”.

Un investigatore rivela: «Troppi buchi nelle intercettazioni, è stata una cosa forzata: non abbiamo mai scoperto una vera partita truccata».

Parla uno degli uomini di Calciopoli. Parla, racconta, descrive pagine di un libro inedito, svelandoci le “sue” verità. L'idea è che le sue rivelazioni non siano solo un sasso nello stagno ma uno stimolo al dibattito. E su queste colonne chi vuole e vorrà rispondere troverà uguale ospitalità. Intanto, il nostro interlocutore parla (ci dice) per liberarsi da un peso, per sperare che la “sua” verità possa diventare verità storica. Un appuntamento mancato nei dintorni di Firenze, l’attesa attorno all’ora di pranzo, un hotel a fare da coreografia. Viene o non viene? No, non verrà, un contrattempo, all’ultimo momento, perché succede così anche nei film che fanno botteghino. Ma è una parentesi, che si chiude qualche giorno dopo, nel cuore di Roma, un ufficio con vista fra la cupola di San Pietro e il Tevere, mentre intorno brillano le luci di Natale. Si comincia che il sereno del cielo sta per farsi azzurro, si finisce che è notte ed il freddo è tornato pungente. Parla, uno degli uomini di Calciopoli. Non uno qualsiasi, però. Ma uno che, in quell’inchiesta, stava dall’altra parte, dalla parte di chi, quelle indagini, le ha fatte. Un investigatore. Ci qualifichiamo, i documenti sul tavolo, non per mancanza di fiducia, ma per garanzia reciproca. Chiede che il suo nome non venga svelato sul giornale. E poi racconta....

Calciopoli, definito il più grande scandalo del calcio mondiale, nasce da quale inchiesta?

«La cosa degli arbitri, l’inchiesta che stava a Napoli. Da lì poi parte un supplemento di indagini, perchè a Torino avevano archiviato e mandato gli atti... Da questo hanno preso spunto e da lì sono partite varie intercettazioni, all'inizio erano due telefoni controllati, telefonino e telefono di casa...»

Da due telefoni a oltre centosettantamila intercettazioni?

«Si allarga il giro con le telefonate: questo conosceva quello, quello conosceva quell'altro e si iniziano a mettere tutti i telefoni sotto controllo. In un momento uscivano venti numeri di telefono nuovi. Parlavano, parlavano... Parlavano di stupidaggini alla fine, niente di che... Fino a quando si è arrivati a Moggi. Anche se, quando senti il sonoro, quello scherza, quell'altro fa il fenomeno...».

Lei ascoltava le telefonate?

«Si, sentivo le intercettazioni».

Quanti eravate?

«Dodici, ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, in via in Selci. Ma non pensate alle bobine di una volta. Ci sono computer, entri con la password...e ognuno seguiva una singola utenza.. Poi alla fine si faceva una riunione, io ho seguito questo, ho seguito quell'altro e si faceva resoconto».

Ci spieghi una cosa: come mai le telefonate che riguardavano l’Inter non sono entrate nell’inchiesta? Eppure il loro tenore non era diverso da quelle che abbiamo letto, dal 2006 ad oggi...

«Noi facevamo i baffetti: dopo ogni telefonata usavamo il verde se le conversazioni erano ininfluenti, l’arancione se c'era qualche cosettina. Col rosso parlavano di calcio (nel senso, cose che potevano interessare all’inchiesta). Noi facevamo un rapido riassunto, un brogliaccio. Ogni telefonata aveva il suo brogliaccio, nome cognome e di cosa parlavano, se era interessante.. C'era una cartellina con il nome».

Ha mai intercettato una telefonata dell’Inter? Le ha mai sentite? Sapeva che c’erano?

«Che ci stavano sì, ma io personalmente no. Io facevo altro...»

Ma lei ha mai sentito Bergamo, ad esempio, che parlava con Facchetti. O con Moratti.

«Tu non è che fai sempre gli stessi... Se capita che non ci sei, c'è un altro che ascolta».

Una giornata a sentire le intercettazioni, a mettere i baffetti e scrivere i brogliacci. E poi?

«Tutte le sere si facevano le riunioni a fine servizio. Attorno ad un tavolo».

Ha mai avuto la sensazione di “tagli”?

«No. Che poi c'erano Auricchio (il tenente colonnello del Nucleo Investigativo dei Carabinieri) e Di Laroni (maresciallo capo dei Carabinieri) che decidevano cosa mettere o non mettere nell'informativa è un altro discorso. Ma durante le riunioni no».

Però alcune intercettazioni non sono finite nell’inchiesta, nelle indagini. Un’anomalia?

«C’erano perché ci sono le registrazioni. La cosa un po’ anomala è il server delle intercettazioni.

E’ in Procura, a Roma, a Piazzale Clodio. Quando c’era qualche problema, e capitava spesso, telefonavamo a chi era in Procura: “Guarda, la postazione 15 qui non funziona, che è successo?” “Vabbé adesso controllo....”. Dopo un po’ richiamavano da Piazzale Clodio: “Ti ho ridato la linea, vedi un po’”. Andavi a controllare, magari avevi finito alla telefonata 250 e ti ritrovavi alla telefonata 280. E le altre 30? “Me le so perse...”».

Chi contattava il responsabile del server a Piazzale Clodio?

«Non ci parlavamo solo noi, c’era anche il responsabile della sala. Ci parlava Auricchio, ci parlava Di Laroni...».

E’ tecnicamente possibile non intercettare un’utenza sotto controllo per un determinato periodo di tempo?

«Tranquillamente. Tu stacchi il server e la cosa si perde».

Torniamo alle telefonate alle quali avevate messo i baffetti rossi: non sono finite nell’inchiesta.

«Evidentemente non ci dovevano andare, che devo dire.... Non lo so questo. So soltanto che quello che veniva fatto, veniva fatto per costruire. Poi io ti porto il materiale, t’ho portato il mattone ma se tu non ce lo metti, sto mattone..».

Vi hanno detto che l’indagine doveva essere fatta su Moggi, Bergamo, Pairetto, eccetera?

«No, no. Noi eravamo liberi».

Quindi il lavoro di scrematura veniva fatto dopo?

«Sì, nella seconda fase».

Avete mai intercettato le sim estere? Quelle del gestore svizzero, per capirci.

«Quando vai ad intercettare una scheda straniera, in questo caso Svizzera, devi chiedere l’autorizzazione. E loro che cosa hanno fatto? L’hanno chiesta ma, nello stesso tempo, hanno già attaccato il telefono. Ma a quel telefono non parlavano. In quindici giorni, questa scheda, non ha fatto niente».

Di chi era la scheda?

«Di Luciano Moggi».

Non la usava?

«Non faceva niente, telefono muto. E’ come se tu metti sotto (controllo) questo telefono (e indica il suo) e poi questo è spento per un mese. Zero. E quindi questa cosa delle schede è stata un po’ accantonata perché poi l’autorizzazione non te la dava nessuno».

Si parlava di anomalie.

«Nel corso di questa indagine sono nate delle cose che inizialmente non c’erano, mentre cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più».

Cioè?

«Un esempio di quello che non c’era e si è materializzato nel giro di poco tempo: Martino Manfredi (ex segretario della Can A-B). Quando l’abbiamo portato in ufficio era morto, era un cadavere, tremava, aveva paura... Diceva: “io non so niente, non ‘è successo niente, ma quando mai... “. E piangeva sul fatto del posto di lavoro... “come faccio... non posso lavorare più, mi devo sposare...”. Dopo un po’ di tempo, sto Martino un giorno è andato a lavorare in Federcalcio.... quando lui ha cominciato ad essere interrogato.... improvvisamente è uscita la storia delle palline. Quella è la cosa che io dico: è lecito e capibile da parte sua, un po’ meno da.... »

Si può definire un pentito?

«Non lo so. Prima non sapeva niente, poi sapeva tutto, sapeva di questo, di quell’altro, di Pairetto, della Fazi...».

Lei ha detto: cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più. Cioè?

«La storia dell’intercettazione ambientale a Villa La Massa, vicino Firenze».

E’ il pranzo che secondo l’accusa rappresenta l’architrave del patto per salvare la Fiorentina. Andrea e Diego Della Valle da una parte, Mazzini e Bergamo dall’altra. Bene, e cosa non c’è più?

«Di questo incontro si è saputo nell’arco di 4, 5 giorni, attraverso le intercettazioni. Il servizio era organizzato con telecamera e microfono direzionale. Se la cosa fosse stata fatta in un locale dove c’era gente e avendolo saputo «Scoppiò una lite tra capi: uno voleva chiudere il caso l’altro no e si andò avanti» un po’ prima, si potevano mettere microspie dappertutto. Invece così, in pochissimo tempo, e non a Roma ma a Firenze, era difficoltoso. Con il microfono direzionale, a cinquanta, cento metri, senti quello che uno dice. E lo filmi con la telecamera. Però sta voce non s’è mai sentita.... Io so che l’hanno sentita... Questa cosa è importante perché là io so che non hanno parlato di niente. Questi qui hanno parlato ma non hanno detto niente di.... Magari pensi che Della Valle abbia detto a Mazzini: “Dai, famme vince, mandami quest’arbitro”, che sarebbe stata una cosa penalmente rilevante. Invece, non hanno detto niente. Ci sono le immagini, Diego e Andrea che scendono dal furgoncino, che si sono incontrati con Bergamo. Hanno dato più rilevanza a questo che non facendo sentire l’audio».

Secondo lei, quindi, l’audio c’è?

«Non secondo me. L’audio c’è».

Sicuro?

«Sicuro».

La difesa della Fiorentina, durante il processo, ha puntato proprio sulla presunta esistenza di quest’audio....

«La Fiorentina evidentemente qualcosa ha saputo... E’ come il fatto del “Libro nero” (dell’Espresso), cioè, sto libro nero da là è uscito, non è un foglio, è tutta l’informativa e qualcuno l’ha data all’Espresso. Quindi i buchi ci stanno. Della Valle qualcosa sa».

Come funziona un’intercettazione ambientale con il microfono direzionale?

«E’ una valigetta, c’è un microfono che somiglia ad una specie di pistola con una parabola. La punti verso il soggetto....Ma da quel giorno non s’è saputo più nulla di questa cosa qua...».

Ricorda altre situazioni poco chiare?

«No, a queste ho sempre pensato. E mi dico: perché uno deve passare i guai, per che cosa? E quell’altro, perché deve andare dentro? Moralmente ti pesa, dopo un po’ ti dici: mamma mia».

Tra quelli che sono stati condannati in primo grado, quali sono quelli che pagano troppo o ingiustamente?

«Io dico la verità, la maggior parte. Cioè, è una cosa fatta, forzata un po’, ci stava la telefonata, però se vai a vedere effettivamente le partite, partite veramente truccate, dove l’arbitro è stato veramente coinvolto. Non ci sono. Non c’è la partita dove si dice: adesso li abbiamo beccati. Si era parlato di questo è Lecce-Parma, di De Santis, quella di “mi sono messo in mezzo”. E’ una spacconeria, quello voleva fare il fenomeno».

Sì, ma sono state condannate tante persone. Lei, invece, parla di spacconate: qualcosa non torna....

«Secondo me, di veramente importante, che uno deve prendere cinque anni, sei anni, non ci sta niente. Poi magari pensi all’eccessivo modo spavaldo di Moggi che può dare anche fastidio, questo ci può stare, quello è il periodo in cui era prepotente, arrogante. Ma da lì ad arrivare a.... Bisognava dimostrare che c’era un’associazione. Lui, solo lui (Moggi) fa l’associazione? Così è un’altra cosa... E’ una questione di prestigio, di carriera».

Ma l’hanno fatta tutti, la carriera?

«Mica tanto: Auricchio e Arcangioli stanno alle scuole.... non è che so stati proprio premiati....Uno alla scuola Ufficiali, uno alla scuola Allievi...»

Non ricorda niente altro di particolare. Non necessariamente di anomalo. Magari anche solo di curioso.

«Mi hanno raccontato di alcune cenette: Auricchio, Arcangioli, Narducci, anche altri personaggi che hanno segnato quel periodo di Calciopoli. In qualche caso, mi sono chiesto che importanza poteva avere andare a mangiare con Narducci. Sono andati a cena a Napoli, di fronte al Vesuvio, a Castel dell’Ovo... da Zi’ Teresa. E non c’erano solo gli investigatori».

Ha detto che non c’era nulla di penalmente rilevante: c’è stato qualcuno che, ad un certo punto, ha avuto dubbi sul peso dell’indagine, sulla necessità di continuare ad andare avanti?
«Sì, Arcangioli. Disse: basta. E lì è nato lo scontro con Auricchio, arrivarono ai ferri corti».

Quindi voleva stoppare l’indagine perché debole?

«Sì, Arcangioli sì. Erano impegnate quindici, venti persone per questa cosa qua. E l’autista; e quello che deve andare di continuo a Napoli. Non era cosa... In una sezione di sessanta persone, ne levi quindici, le altre fanno tutto il lavoro».

Qualche pentito c’è stato?

«No».

In via in Selci (è la sede del Nucleo Investigativo dei Carabinieri), dove si sono svolti gli interrogatori, sarebbero successe due cose: una che Moggi si mise a piangere e l’altra che l’ex arbitro Paparesta accusò un malore: verità o leggenda?

«Non è vero».

Il resoconto dai più importanti giornali. Il Corriere della Sera, La Stampa, Libero news.

Per il Tribunale di Napoli il sistema Moggi esisteva. Ed esisteva la Cupola del pallone, un'organizzazione con arbitri, designatori e dirigenti federali che nella stagione 2004-2005 condizionò il campionato di calcio di serie A per un solo scopo: favorire la Juventus e le altre squadre che si mettevano sotto la protezione dell'uomo che della Juve era il direttore generale. Il processo Calciopoli è finito. E la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Napoli condanna a cinque anni e quattro mesi di reclusione Luciano Moggi, in quanto capo e promotore di quella Cupola che in termini giuridici fu una associazione per delinquere. Intorno a lui gli ex designatori arbitrali Paolo Bergamo (tre anni e otto mesi) e Pierluigi Pairetto (un anno e 11 mesi), l'ex direttore di gara Massimo De Santis (un anno e 11 mesi anche per lui) e l'ex vicepresidente della Federcalcio Innocenzo Mazzini (2 anni e 2 mesi).

Il bilancio complessivo del processo conta sedici condanne e otto assoluzioni. Riconosciuti responsabili di frode sportiva, tra gli altri, i fratelli Diego e Andrea Della Valle, proprietari della Fiorentina, il presidente della Lazio Claudio Lotito, quello della Reggina Lillo Foti e gli ex arbitri Salvatore Racalbuto e Paolo Bertini. Assolti, invece il giornalista Ignazio Scardina, il dirigente del Messina Mariano Fabiani, e l'ex segretaria della Can (la commissione arbitri) Maria Grazia Fazi, unica donna tra i 24 imputati. È una sentenza che sposa in larghissima misura l'impianto accusatorio messo in piedi dalla Procura di Napoli, con i pubblici ministeri Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci (il primo alla Direzione distrettuale antimafia e il secondo in aspettativa e assessore nella giunta del sindaco di Napoli de Magistris), e sostenuta in aula, nella seconda fase del dibattimento, dal pm Stefano Capuano. È suo l'unico commento alla sentenza: «Dimostra che il lavoro della Procura non era affatto una farsa». Da Moggi invece nemmeno una parola davanti a taccuini e microfoni. Appena il giudice Teresa Casoria finisce di leggere la sentenza e se ne va da un'uscita laterale dell'aula 216, Moggi attorniato dal suo immancabile stuolo di consulenti e accompagnatori abituali gli sussurra in lacrime: «Mi hanno ucciso». In aula restano il suo avvocato Maurilio Prioreschi, a spiegare che sicuramente ricorreranno in appello, e suo figlio Alessandro, a guardare nel vuoto, mentre pochi minuti prima aveva accompagnato l'intera lettura del dispositivo scuotendo la testa. Anche Paolo Bergamo se ne va senza dire una parola, ma a mezza voce ne dice molte e pure pesanti, tanto che il suo avvocato, Silvia Morescanti, deve quasi portarselo via a forza. E, come gli altri condannati, annuncia che ricorrerà in appello. E sarà proprio il ricorso al secondo grado di giudizio che potrebbe sospendere la pena accessoria forse più eclatante, tra quelle comminate: il divieto di accedere a luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive e di presiedere società sportive per tre anni. Se e quando questa pena diventerà esecutiva, Lotito dovrà lasciare la presidenza della Lazio e insieme con i Della Valle, Foti e tutti gli altri (compreso ovviamente Moggi), le partite potrà guardarsele soltanto in televisione.

Le condanne:

5 anni e 4 mesi Luciano Moggi ex ad Juventus;

3 anni e 8 mesi Paolo Bergamo ex designatore Can;

2 anni e 2 mesi Innocenzo Mazzini ex vicepresidente Figc;

1 anno e 11 mesi Pier Luigi Pairetto ex designatore Can e Massimo De Santis ex arbitro;

1 anno e 8 mesi Salvatore Racalbuto ex arbitro;

1 anno e 6 mesi Pasquale Foti presidente Reggina;

1 anno e 5 mesi Paolo Bertini ex arbitro Antonio Dattilo ex arbitro;

1 anno e 3 mesi Claudio Lotito presidente Lazio e Andrea Della Valle pres. onorario Fiorentina e Diego Della Valle azionista Fiorentina e Sandro Mencucci ad Fiorentina;

1 anno Leonardo Meani ex addetto arbitri Milan e Claudio Puglisi ex assistente e Stefano Titomanlio ex assistente.

Assolti: Pasquale Rodomonti ex arbitro; Maria Grazia Fazi ex segretaria Can; Mariano Fabiani ex ds Messina; Gennaro Mazzei ex designatore assistenti; Ignazio Scardina giornalista; Marcello Ambrosino ex assistente; Enrico Ceniccola ex assistente; Silvio Gemignani ex assistente.

Ci sono sentenze che sorprendono e altre che non sorprendono. Quella partorita dopo un lustro di chiacchiere e colpi di scena nell’aula 216 del tribunale di Napoli ha sbalordito tutti quanti: non colpevolisti, colpevolisti, menefreghisti, informatissimi. Si può essere amici di Moggi o acerrimi nemici, si può tifare la Juve, l’Inter, l’Oratorio Mariuccia, si può amare il calcio o detestarlo, ma quel che è accaduto deve far riflettere tutti quanti. Il processo Calciopoli è un suffle che s’è sgonfiato sul più bello. Appena messo in forno eravamo tutti convinti: Moggi è colpevole, gli altri imputati forse. Poi il suffle ha preso forma e le cose son cambiate di molto: la difesa di big Luciano ha prodotto prove, testimonianze, ha smontato accuse, ha dimostrato in maniera insindacabile che il calcio pre-2006 era un mare di fango e porcherie dove tutti (ma proprio tutti) si muovevano nel sottobosco secondo la legge del «io faccio così, perché lui fa cosà. Se io non mi cautelo, quello là me la mette in quel posto e buonanotte». Abbiamo ascoltato intercettazioni di ogni genere e anche i commentatori più intransigenti alla fine si son convinti: «Ma quale Cupola, al massimo Moggi era quello cui piaceva far credere di contare più degli altri». La sentenza dice una cosa più di altre: sforzarsi di dimostrare la propria innocenza a volte non basta. Succede quando l’opinione pubblica vive di un imprinting vecchio cinque anni. Nel 2006 per tutti Moggi era un Padrino, chissenefrega se il suo lavoro e quello dei suoi avvocati ha stravolto le carte. C’è di che preoccuparsi, soprattutto quando ti accorgi che, calcio o “vita”, certe consuetudini non cambiano.

La Juve ha prodotto un comunicato per scaricare Moggi in tre minuti netti. Probabilmente era già pronto. In ambito giornalistico li chiamano “coccodrilli”. Servono per dire addio a qualcuno che ha lasciato il segno. Moggi ha fatto diventare la Juve il club n° 1 al mondo, la Juve ricambia con una badilata sulla schiena. Mah.

Sbatti Luciano Moggi in prima pagina, e di qualcun altro è meglio dimenticarsi. Tra i mille risvolti della sentenza napoletana su Calciopoli, che ha visto la pesante condanna dell'ex dg della Juventus a 5 e anni e 4 mesi e degli ex designatori Bergamo e Pairetto ce n'è uno che in questi mesi rischia di essere più extracalcistico che pallonaro. Diego Della Valle, il patron della Fiorentina nonchè grande indignato, anti-politico e Sol dell'avvenire che mette d'accordo terzopolisti e salotti radical-chic è stato condannato a un anno e tre mesi così come il fratello Andrea e il presidente della Lazio Claudio Lotito. Un anno di reclusione anche per l'ex responsabile dei rapporti con gli arbitri del Milan, Leonardo Meani, tutti per frode sportiva. Fra tutti, però, la condanna più pesante come riflessi è senz'altro quella dello scarparo. Però di Della Valle non ha parlato quasi nessuno. Come sottolinea Dagospia, il TgLa7 di Enrico Mentana ha relegato la notizia della sentenza in fondo in fondo, e fin qui nulla di male: una più che legittima scelta editoriale nel giorno delle dimissioni di Berlusconi. La stranezza è che Mentana si è dimenticato di citare Diego, suo celebre testimone di nozze. Forse proprio perché era caduto Berlusconi, non era il caso di citare chi si è candidato da tempo a sostituirlo...

Un foglio in mano e, accanto, i suoi avvocati. Luciano Moggi è caduto, ma è pronto a rialzarsi facendo rotta sul processo d'appello: la ripartenza di big Luciano comincia dallo studio romano dei legali Maurilio Prioreschi e Paolo Rodella.

Cinque anni e quattro mesi, la pena. Moggi era l'unico promotore della «cupola» che governava il calcio nella stagione 2004-2005, scrivono i giudici. Teme di restare il solo a pagare? «Non temo niente, penso solo al momento in cui tornerò in aula per l'appello: il verdetto sarà completamente diverso...».

Moggi unico promotore della vicenda e Juventus che da un paio di giorni è uscita dal processo... «In campo non andavo certo io. Mica stiamo parlando di Moggi-Udinese o Moggi-Lazio: non capisco e sono sorpreso per l'atteggiamento del club. Come si fa a pensare che non facessi gli interessi della Juve? Li ho fatti anche con le sim straniere: ero pedinato e intercettato, dovevo difendere le nostre strategie di mercato. Me le hanno comprate loro. Andrea (Agnelli) fa benissimo a chiedere la restituzione dei due scudetti, li abbiamo vinti meritatamente perché eravamo i più forti».

Ma in quella Juve chi era il vero rappresentante legale del club con diritto di firma? «Antonio (Giraudo). Lui, per me, era la società e a lui spettava mettere la firma anche per un euro di spesa. Io facevo la squadra».

In questi mesi, lei ha più volte usato parole al miele per la nuova Juve. Ora si è rotto qualcosa? «Le ho usate e lo rifarò. Per me non è cambiato niente, però quanta fretta a prendere le distanze ora che nessuno può più chiedere i danni alla società bianconera».

Ritorniamo al momento della lettura delle sentenze... «C'era un silenzio, uno strano silenzio in aula. Ho immediatamente pensato che avremmo fatto bene anche noi a chiedere la ricusazione del collegio, così come fatto dall'accusa in più di un'occasione. Non c'era serenità fra le tre donne giudici, da quando le due a latere avevano testimoniato contro la presidentessa Casoria».

A proposito della ricusazione del giudice Casoria. Situazione strana per certi versi e che spinge alla dietrologia, soprattutto perché chi potrebbe giovare dall’allontanamento del giudice non saranno né Luciano Moggi né gli imputati, che hanno chiesto a più riprese che si ottenga una sentenza e la verità. Cerchiamo di fare un po' d'ordire. Narducci e Capuano pm di Calciopoli presentano al Tribunale di Napoli una richiesta di ricusazione nei confronti della Casoria che dicono non avere la giusta serenità nell’elaborare una sentenza. In parallelo c’è un esposto al Csm contro di lei per ripetuti insulti e minacce a colleghi e sottoposto. Il Consiglio dei Magistrati riunitosi ha censurato questo tipo di atti e confermato le accuse mosse alla Casoria. Cosa c'entra questo con Napoli? C'entra perché questa decisione potrebbe influenzare i giudici della Corte d’Appello ad accettare l’istanza di ricusazione che vorrebbe dire ripartire da zero con le indagini. Una situazione che per certi versi suona strana. Di solito sono le difese a ricusare un giudice, poiché non si sentono tutelate o ritengono che il giudice possa non essere “libero” e imparziale nel giudicare. Intanto la settima sezione della Corte di Appello di Napoli (Presidente Di Mauro, Relatore Cappiello, a latere Giudice Acierno) ha rigettato la richiesta di ricusazione del Giudice di Calciopoli, Teresa Casoria. La Casoria rimane al suo posto, dunque, superando la terza istanza di ricusazione, la seconda formulata dai pm Narducci (ormai fuori dal processo) e dal suo collega Capuano. Nelle cinque pagine di conclusioni della vicenda, le giudici della Corte d'Appello sottolineano che la Casoria è stata in udienza un giudice giusto e senza alcuna animosità nei confronti dei pm, riconoscendo peraltro le difficoltà "caratteriali" della composizione della Corte. I giudici sottolineano, però, che i momenti di frizione tra la Casoria e le sue due colleghe Gualtieri e Pandolfi non hanno in alcun modo creato problemi alla vita del processo Calciopoli.)

É vero che come dice il suo grande accusatore, il pm Narducci, lei si è difeso più puntando l'indice sul coinvolgimento di altri protagonisti che pensando a smontare le accuse sul suo conto? «Narducci, adesso, è in Comune a fare l'assessore. Bene, farebbe meglio a stare zitto. Ma come si fa a condannare una persona per un vantaggio di gioco non fischiato come nel caso di Kakà contro la Juve? Narducci fa il politico, Palamara, mio accusatore nel processo Gea, è diventato segretario nazionale dell'Associazione magistrati: se mi fanno un altro processo diventano Presidenti della Repubblica (ride)».

Moggi è la rovina del calcio italiano? «Moggi, al calcio italiano, ha fatto vincere un Mondiale: andatevi a leggere come era composta l'Italia a Berlino».

Moggi cade nelle ore in cui la storia del premier Berlusconi è destinata a cambiare. Strane coincidenze... «Io sono caduto da tempo, in questo ho di gran lunga preceduto Berlusconi. E, comunque, non mi sono mai fatto male...».

Il più grosso rimpianto? «Vedere andare in fumo il duro e vincente lavoro mio e di Giraudo. A Napoli è finito solo il primo round, aspetto il secondo per la rivincita».

Per i posteri per non dimenticare e ricordare che la storia, come la conosciamo, la scrivono sempre i vincitori, per questo spesso è menzognera. Un resoconto asettico di una vicenda che ha fatto parlare e scrivere tanto.

Campionato di calcio 2004-2005. Allenatore Fabio Capello. Rosa della Juventus:

1 Gianluigi Buffon – nazionale Italia, portiere più forte al mondo

2 Ciro Ferrara – nazionale Italia

3 Alessio Tacchinardi – nazionale Italia

4 Paolo Montero – nazionale Uruguay

5 Igor Tudor – nazionale Croazia

6 Nicola Legrottaglie – nazionale Italia

7 Gianluca Pessotto – nazionale Italia

8 Emerson – nazionale Brasile

9 Zlatan Ibrahimović – nazionale Svezia. Capo Cannoniere del campionato (16)

10 Alessandro Del Piero – nazionale Italia

11 Pavel Nedvĕd – nazionale Repubblica Ceca

12 Antonio Chimienti

13 Mark Iuliano – nazionale Italia

14 Alessandro Birindelli – nazionale Italia

15 Mauro Germán Camoranesi – nazionale Italia

16 David Trezeguet – nazionale Francia

17 Stephen Appiah – nazionale Ghana

18 Gianluca Zambrotta – nazionale Italia

19 Manuel Blasi – nazionale Italia

20 Lilian Thuram – nazionale Francia

21 Landry Bonnefoi

22 Olivier Kapo – nazionale Francia

23 Ruben Olivera – nazionale Uruguay

24 Marcelo Danubio Zalayeta – nazionale Uruguay

25 Jonathan Zebina – nazionale Francia

26 Fabio Cannavaro – nazionale Italia

27 Adrian Mutu – nazionale Romania

28 Domenico Criscito – nazionale Italia

29 Christian Abbiati – nazionale Italia

30 Andrea Masiello

31 Andrea Rossi

32 Paolo De Ceglie – nazionale Italia

33 Rey Volpato

34 Michele Paolucci - nazionale U 21

Campionato di calcio 2005-2006. Allenatore Fabio Capello. Rosa della Juventus:

1 Gianluigi Buffon – nazionale Italia, portiere più forte al mondo

2 Alessandro Birindelli – nazionale Italia

3 Giorgio Chiellini – nazionale Italia

4 Patrick Vieira – nazionale Francia

5 Robert Kovač

6 Gianluca Pessotto – nazionale Italia

3 Alessio Tacchinardi – nazionale Italia

4 Paolo Montero – nazionale Uruguay

5 Igor Tudor – nazionale Croazia

6 Nicola Legrottaglie – nazionale Italia

8 Emerson – nazionale Brasile

9 Zlatan Ibrahimović – nazionale Svezia. Capo Cannoniere del campionato (16)

10 Alessandro Del Piero – nazionale Italia

11 Pavel Nedvĕd – nazionale Repubblica Ceca

12 Antonio Chimienti

14 Federico Balzaretti – nazionale

15 Domenico Criscito – nazionale Italia

16 Mauro Germán Camoranesi – nazionale Italia

17 David Trezeguet – nazionale Francia. Capocannoniere (23)

18 Adrian Mutu – nazionale Romania

19 Gianluca Zambrotta – nazionale Italia

20 Manuel Blasi – nazionale Italia

21 Lilian Thuram – nazionale Francia

22 Landry Bonnefoi

22 Olivier Kapo – nazionale Francia

23 Giuliano Giannichedda – nazionale Italia

24 Ruben Olivera – nazionale Uruguay

25 Marcelo Danubio Zalayeta – nazionale Uruguay

26 Gladstone

27 Jonathan Zebina – nazionale Francia

28 Fabio Cannavaro – nazionale Italia

29 Christian Abbiati – nazionale Italia

30 Michele Paolucci – nazionale U 21

31 Claudio Marchisio – nazionale Italia

Fatto incontrovertibile è che molti dei nomi indicati sono campioni del mondo nella nazionale italiana e francese, oltre ad aver vinto scudetti e coppe europee ed intercontinentali.

Oggettivamente erano i calciatori migliori con l’allenatore migliore che ci fossero in Italia.

Quasi tutti, dopo calciopoli sono stati svenduti alle migliori squadre europee: Barcellona, Real Madrid, Milan, ecc.

Al lettore il compito di dare alle rose indicate una valutazione qualitativa imparziale, senza partigianerie o fanatismi.

Con Calciopoli non è mai finita. Da Giuseppe Guastella su “Il Corriere della Sera” del 2 giugno 2011 un resoconto raccapricciante. Bastano sei mesi di indagini e qualche telefono sotto controllo perché un nuovo scandalo investa il mondo del calcio rischiando di travolgere i campionati di serie B e Lega pro e lambendo anche quello di A. Dalle 606 pagine dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Cremona Guido Salvini emerge un panorama sconcertante, ed è difficile credere che nessuno si sia mai accorto di nulla. Un'organizzazione criminale di 16 persone tra novembre 2010 ed aprile 2011 ha interferito almeno su 18 partite, riuscendo a condizionare il risultato di parecchie di esse e incassando centinaia di migliaia di euro con le scommesse legali. Da “Il Giornale” i nomi in vista. Il nome di spicco è quello di Beppe Signori, ex attaccante e capitano della Lazio (Foggia di Zeman, Bologna per chiudere la carriera), visto anche ai Mondiali '94 con la Nazionale di Sacchi. Per lui sono scattati gli arresti domiciliari. Il bomber, 43 anni, era conosciuto nel mondo del calcio come un appassionato di scommesse. Famoso l'episodio in cui mise in palio un milione con un compagno per mangiare una brioche intera in 30 passi. Nell’ordinanza, il giudice scrive: "Beppe Signori, è leader indiscusso per ragioni di prestigio personale del gruppo di Bologna. Il suo nome non deve essere pronunciato o deve essere pronunciato con cautela. Si preferisce parlare di 'Beppe nazionale' o di colui che ha segnato 200 gol in serie A". Indagato, a piede libero, anche Stefano Bettarini, ex marito di Simona Ventura e commentatore della trasmissione "Quelli che il calcio", coinvolto nel 2004 in una storia di scommesse quando era alla Sampdoria e squalificato dalla giustizia sportiva. Sarebbe coinvolto nel tentativo di truccare Inter-Lecce. E con lui Cristiano Doni, capitano dell'Atalanta appena tornata in serie A. Pure lui già finito in vicende di scommesse per Atalanta-Pistoiese di Coppa Italia nel 2001. C’è anche l’ex calciatore Mauro Bressan, 40 anni, tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta della procura di Cremona. L’ordinanza all’ex centrocampista di Fiorentina, Genoa, Venezia, Foggia, Bari, Cagliari e Como è stata notificata nella sua abitazione di Cernobbio dalla squadra mobile comasca. Bressan ha vinto la coppa Italia del 2001 con la Fiorentina e ha poi concluso la sua carriera in Svizzera. E tra gli arrestati c’è anche l’ex capitano del Bari, Antonio Bellavista. Sarebbe stato uno dei coordinatori dell’organizzazione. Coinvolti anche il difensore dell'Ascoli Vittorio Micolucci, il centrocampista Vincenzo Sommese e Gianfranco Parlato, ex giocatore di serie B e C.

Domenica 14 novembre 2010, stadio «Zini» di Cremona. I padroni di casa della Cremonese battono 2-0 la Paganese nel girone A di Lega pro, la ex C1. Durante l'incontro un collaboratore dello staff e 5 calciatori si sentono male, quasi cadono in catalessi. Due finiscono in ospedale e un terzo mentre torna a casa perde i sensi e il controllo dell'auto tamponando un'altra vettura. Le analisi scoprono nel sangue una presenza anomala di Lormetazepan, un ansiolitico delle benzodiazeprine commerciato come Minias, probabilmente ingerito con il tè caldo negli spogliatoi. Quando la società denuncia l'inquietante episodio con il direttore generale Sandro Turotti, e il procuratore Roberto Di Martino decide di mettere sotto controllo i telefoni di chi era negli spogliatoi. L'attenzione della polizia si concentra subito sul 26enne portiere Marco Paoloni. I telefoni dicono che è in contatto con personaggi del mondo delle scommesse, come Massimo Erodiani, al quale fanno capo alcune ricevitoria, una a Pescara, da dove partono scommesse anche all'estero; Marco Pirani, un odontoiatra di Stirolo (Ancona), e Giorgio Buffone, Ds del Ravenna calcio. Costoro sono in contatto con calciatori corrotti e dirigenti compiacenti di società sportive. Giocatore incallito, Paoloni ha accumulato debiti per più di 165 mila euro tanto da costringere la moglie a mettere un'ipoteca sulla casa dei genitori. Forse aveva garantito la sconfitta della Cremonese con la Paganese, ma non essendo riuscito a convincere i compagni aveva provato a metterli ko drogandoli. L'inchiesta del pm Di Martino porta alla luce «un sodalizio che opera da anni», scrive Salvini, e che ogni settimana prova a truccare le partite, a volte riuscendoci, a volte no, con «un meccanismo oliato che ruota intorno a Erodiani e Pirani» e una «frequenza di manipolazioni impressionante» in grado di gestire anche 5 partire contemporaneamente». Incontri prevalentemente Lega pro, «dove per stipendi più bassi e blasone meno alto» è più facile convincere calciatori disonesti, ma la «manipolazione riguarda anche partite di B e A». Erodiani, Pirani e Buffone contano su «propri» calciatori corrotti che sono lo «strumento stabile di possibili ulteriori rapporti con altri calciatori della stessa squadra o di altre», che «scommettono nelle stesse partite che truccano» e che a volte sono costretti a firmare assegni in pegno a garanzia che si comportino «bene» con un rigore causato al momento giusto o un'apparente distrazione che in difesa consenta all'avversario di fare gol. Non sempre, però, ci riescono perché «se non vi è un accordo direttamente tra le società, o comunque a conoscenza di tutti i giocatori, non esiste certezza». E quando i risultati negativi si ripetono, il gruppo entra in crisi e tenta di recuperare i soldi con nuove partite truccate o direttamente da calciatori. All'organizzazione fanno capo diversi gruppi di scommettitori che pagano la corruzione dei calciatori. Ci sono i «Milanesi», gli «Zingari», nomadi ormai stanziali che investono centinaia di migliaia di euro, una cellula che scommette in Albania e i «Bolognesi» il cui «leader indiscusso» è Beppe Signori. Personaggio carismatico nel mondo del calcio e grande conoscitore dell'ambiente, in carriera Signori ha segnato 273 gol. Ma di lui non bisogna parlare «neanche per scherzo al telefono», dice Pirani ad Erodiani il 19 marzo. Indagato per associazione a delinquere e illecito sportivo, Signori viene pedinato dalla Polizia che lo fotografa il 15 marzo con altri personaggi coinvolti nell'inchiesta. Avrebbe investito «60 mila euro sulla partita Atalanta-Piacenza» del 19 marzo 2011 per la quale sono indagati anche il capitano e bandiera dell'Atalanta Cristiano Doni e il calciatore del Piacenza Carlo Gervasoni, che «avevano realizzato la combine». L'organizzazione aveva previsto tutto nei dettagli con almeno tre reti segnate addirittura in specifici momenti. Così avviene: il primo gol è di Doni su calcio di rigore per fallo del piacentino Zanoni; Doni segna anche la seconda rete su fallo di rigore, guarda caso, di Gervasoni; la terza ha la firma di Ruoppolo. Per Padova-Atalanta del 26 marzo l'obiettivo dell'organizzazione è il pareggio e, infatti, finisce 1-1. A corroborare il sospetto di trucchi sono i 23 milioni di euro giocati su siti asiatici di scommesse e le parole di un indagato che al telefono dice di aver saputo da Cristiano Doni che l'incontro era truccato. Ci provano anche con la serie A, ma non riescono a condizionare Inter-Lecce del 20 marzo che si chiude sull' 1-0, invece che con almeno 3 gol, come avevano scommesso. Paoloni aveva fatto credere di poter combinare la gara con la complicità di giocatori del Lecce. Forse millantava, contando su un Inter che, in lotta per lo scudetto, avrebbe comunque strapazzato un Lecce che giocava per la salvezza. Un episodio che coinvolge anche l'ex calciatore Stefano Bettarini, divorziato dalla showgirl Simona Ventura, al quale Bellavista rivela la combine invitandolo a scommettere. Per questo è indagato di illecito sportivo, ma avrebbe scommesso anche su Padova-Atalanta. Nel complesso l'operazione sarebbe costata, secondo Erodiani 300 mila euro, 150 mila li perdono i «Bolognesi», 60 ce li rimette il solo Signori. Un fallimento che, unito a quello di Benevento-Pisa (1-0 invece di 4 gol garantiti da Paoloni), scatena «una sorta di caccia all'uomo», con minacce pesanti e un tentativo di estorcere al portiere corrotto 13.000 euro di risarcimento. Beppe Signori compare pure nelle scommesse per Atalanta-Piacenza del 19 marzo e Benevento-Pisa. Anche Alessandria-Ravenna del 20 marzo di Lega pro poteva essere truccata, ma tutto sfuma perché non si chiude l'accordo tra le due società, impedito da questioni economiche sorte nonostante gli incontri tra il presidente dell'Alessandria Giorgio Veltroni e il direttore sportivo del Ravenna Giorgio Buffone. Al pari di altri episodi non penalmente rilevanti, se ne occuperà la giustizia sportiva. Gli Zingari di soldi ne hanno. Sono pronti a tirare fuori dalle tasche 300/400 mila euro per condizionare due partite di serie A. Parlano al telefono di un personaggio che «con loro - scrive Salvini - aveva lavorato per alcune partite di serie A combinate» anche se le intercettazioni non consentono alla Procura di Cremona di andare oltre i sospetti. Erodiani, ad esempio, racconta che «l'hanno scorso ho fatto il Chievo a Milano... Over tre e mezzo (più di 3 reti, ndr.)... si sono presentati là... hanno detto vi facciamo vincere la partita, fateci fare un gol!». La partita finì tre a uno. Il Cosenza è in «precarie condizioni economiche» che, scrive la Squadra Mobile di Cremona, inducono i calciatori a «vedere la partita» con il Benevento del 28 marzo, come riferisce Paoloni che a gennaio è stato ceduto ai campani: «Mi hanno chiamato quelli lì di giù ... (uno, ndr.) mi ha detto che hanno parlato con quattro di loro e che tutto è a posto» ma vogliono tantissimo, «una cucuzza per tutti (100 mila euro, ndr.). Io ho detto che non glieli do, al massimo arrivo a 5 (50 mila, ndr.)». Il 13 febbraio i campani giocano con il Viareggio. Erodiani telefona al suo complice Gianfranco Parlato: «Non avete intenzione... domenica di perdere?». Parlato: «Per fare un po' di cassa». Erodiani: «Si può fare un'offerta... si vuole organizzare... se uno se la studia bene...». Durante la partita Pirani chiama sull' 1-1: «Alla fine sta andando come volevamo noi». L'incontro termina 2-2, centrando in piano la scommessa su almeno tre gol.

Lo scandalo calcio-scommesse 1980 è uno scandalo che colpì il calcio italiano nella stagione agonistica 1979-1980 e vide coinvolti giocatori, dirigenti e società di Serie A e di Serie B che truccavano le partite di campionato attraverso scommesse che, se dal punto di vista penale non erano considerate reato, per la FIGC rappresentavano casi di illecito sportivo. Le società coinvolte nell'inchiesta erano Milan, Lazio, Bologna, Avellino, Perugia in Serie A; Palermo e Taranto in Serie B. Si trattò del primo grande scandalo di illeciti sportivi e partite truccate nella storia del calcio italiano, tanto che il Presidente federale Artemio Franchi (all'epoca anche Presidente dell’UEFA) decise, in seguito, di rassegnare le dimissioni dalla carica che ricopriva e il tutto avveniva a soli tre mesi dall'inizio del Campionato europeo di calcio 1980, svolto proprio in Italia, il che faceva perdere molta credibilità al calcio nazionale, sia in patria che all'estero.

Il secondo scandalo del calcio-scommesse fu un'inchiesta del 1986 relativa ad un giro di scommesse illegali relative ad alcune partite di calcio nei campionati professionistici nelle stagioni 1984-1985 e 1985-1986. L'inchiesta, che seguì una vicenda analoga scoppiata nel 1980, nacque da alcune intercettazioni telefoniche e venne condotta dal Procuratore di Torino, Giueseppe Marabotto, poi arrestato per altre vicende. E’ stato accusato di corruzione, Giuseppe Marabotto, ex procuratore di Pinerolo, poi trasferito alla Corte di Appello di Genova quindi pensionato. Avrebbe intascato il 30% di 10 milioni di consulenze assegnate nel suo lavoro. Era spesso ospite di Biscardi, finì in una intercettazione di Calciopoli per un favore chiesto a Moggi, che doveva intervenire su un altro amico, vicino all’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli (Lega).

I pm di Napoli Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci, che hanno indagato sugli intrighi del mondo del pallone hanno sentito anche la versione di Armando Carbone, l'uomo-chiave del caso scommesse del 1986. Quello scandalo, ha sostenuto Carbone, sarebbe stato «architettato da Luciano Moggi per colpire il sistema di potere di Italo Allodi», il dirigente del primo scudetto del Napoli. Anche se, afferma ancora Carbone, Allodi «si tenne fuori e venne tenuto fuori» da quella vicenda. Il testimone riferisce dei suoi interrogatori dell'epoca, davanti al giudice torinese Giuseppe Marabotto (il cui nome è finito anche nelle intercettazioni dello scandalo del 2006) che conduceva le indagini su quella vicenda. «Venivo chiamato a fornire spiegazioni sulle partite comprate - si legge nel verbale - Potevo parlare di qualsiasi vicenda e anzi Marabotto era particolarmente interessato a conoscere i fatti del Napoli e di Italo Allodi. Ogni volta che provavo a parlare del Torino e della Juventus - è la versione di Carbone - Marabotto mi rispondeva che bisognava parlare di altro». Carbone ha anche sostenuto di aver ricevuto da un dirigente del Napoli di allora l'offerta di 200 milioni di lire (poi mai ricevuti) per non presentarsi davanti alla giustizia sportiva.

Lo scandalo del calcio italiano del 2006 è stato, in ordine di tempo, il terzo grande scandalo (dopo quello del 1980, noto come Calcioscommesse e quello del 1986, noto come Secondo calcioscommesse o Calcioscommesse 2) a investire il mondo del calcio italiano, anche se come portata ed effetti è stato certamente maggiore dei primi due. Definito dalla stampa ironicamente Calciopoli (per assonanza con Tangentopoli, laddove in quel caso a reggere l'espressione era il termine tangente), Calciocaos o anche Moggiopoli (la Gazzetta dello Sport lo definì, molto impropriamente, anche Sistema Moggi) si dipanò, secondo le risultanze processuali, tra il 2004 e 2006, ed emerse il 2 maggio 2006 a seguito di alcune intercettazioni operate dal tribunale di Torino e soprattutto da quello di Napoli nei confronti delle dirigenze di quattro club italiani: Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan. Sotto accusa in un secondo filone d'indagini anche la Reggina e l’Arezzo.

L'accusa principale è di illecito sportivo, verificato nel tentativo di aggiustare le designazioni arbitrali per determinati incontri di campionato o di intimidire (o corrompere) gli arbitri assegnati affinché favorissero le azioni conclusive di una squadra a danno dell'altra.

La cosiddetta "cupola", che avrebbe condizionato i campionati di calcio, è per molti aspetti simile alla P2 e alla mafia. Questa l'opinione del Pubblico Ministero che ha svolto la sua relazione all'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli imputati di “Calciopoli”. Per il Pm infatti la norma dell'articolo 416 del codice penale, il reato di associazione per delinquere contestato ai presunti appartenenti alla "cupola", «sta un pò stretta» in questa vicenda. «C'è qualcosa che ricorda più un'associazione segreta, una organizzazione che fa del vincolo della segretezza il suo dato essenziale», le cui finalità «non si esauriscono nella commissione di uno specifico reato». Secondo il Magistrato essa «ricorda quanto previsto dall'articolo 1 della Legge Anselmi, una legge pensata in funzione della P2», che esercita «un condizionamento delle istituzioni pubbliche». L'organizzazione inoltre «può ricordare i profili di una associazione di tipo mafioso: è stata infatti una organizzazione strutturata in cui il vincolo associativo non solo era intervenuto e si era determinato nell'accordo, ma veniva ulteriormente rinsaldato».

In realtà, in era calciopoli, tutte le società calcistiche e in particolare quelle «che avevano un peso maggiore», raccomandavano e facevano segnalazioni nei confronti della terna arbitrale: è quanto ha sostenuto un ex guardalinee, Rosario Coppola, salernitano, in qualità di testimone al processo su Calciopoli.

Secondo il testimone, i fatti si riferivano a presunte pressioni esercitate dall'allora designatore Gennaro Mazzei per ammorbidire il referto riguardante l'espulsione del calciatore colombiano Ivan Ramiro Cordoba avvenuta durante la partita di campionato tra i nerazzurri e il Venezia. Ivan Ramiro Cordoba fu espulso durante un Inter-Venezia del 16 settembre 2001. Al 33esimo minuto del primo tempo il colombiano ebbe un alterco proprio con Coppola e scattò il cartellino rosso. Per quella espulsione il difensore sudamericano interista era stato squalificato per due gare consecutive di campionato. Coppola ha però sostenuto di non aver aderito alla sollecitazione che avrebbe ricevuto: "Da quel momento in poi non ho più fatto la serie A e questo è solo uno degli episodi che potrei raccontare".

L'ex guardalinee ha detto che quando esplose lo scandalo, raccogliendo un appello alla collaborazione dell'ex procuratore Borrelli, si presentò spontaneamente dai carabinieri per rendere dichiarazioni sul sistema delle designazioni nonchè delle segnalazioni che provenivano dalle società di calcio. Ha citato come esempio la squalifica inflitta dopo un Inter-Venezia al difensore nerazzurro Cordoba: per tale vicenda avrebbe ricevuto sollecitazioni da parte di Gennaro Mazzei (collaboratore dei designatori Bergamo e Pairetto), che avrebbe ricevuto a sua volta pressioni per ammorbidire il referto nei confronti del calciatore dell'Inter. Rosario Coppola ha sostenuto che tale vicenda non fu tuttavia verbalizzata dai carabinieri che investigavano perchè ciò «non interessava» in quanto, secondo gli investigatori, ciò non emergeva dalle intercettazioni telefoniche in possesso degli inquirenti. Coppola si è soffermato, inoltre, sul ruolo dell'ex dirigente milanista Leonardo Meani presso il quale molti guardalinee, a suo dire, si facevano raccomandare. Gli assistenti, a loro volta, cercavano di farsi raccomandare dai dirigenti delle società «per avere visibilità ed essere in un certo giro».

«Calciopoli c'è ancora. Gli arbitri e i dirigenti coinvolti nello scandalo sono tornati a dettar legge. E la cupola del pallone non è mai scomparsa». La denuncia dell'ex fischietto Gianluca Paparesta.

Il calcio italiano è un meraviglioso mondo di impunità, cooptazioni e intrecci clanici oggi come quattro o cinque anni fa. Dopo la breve fiammata di Moggiopoli, con annesse squalifiche e penalizzazioni, è tutto tornato serenamente come prima, con gli stessi arbitri e gli stessi dirigenti federali, demiurghi di un potere chiuso in se stesso e allergico alle regole.

A lanciare il sasso nello stagno della cupola restaurata è l'unico arbitro che al processo di Napoli sarà testimone d'accusa contro Moggi e i suoi amici, dopo essere stato prosciolto da ogni addebito. è Gianluca Paparesta, 39 anni, barese: l'uomo che fu verbalmente aggredito dallo stesso Moggi negli spogliatoi di Reggio Calabria e che, invece di negare tutto come hanno fatto i suoi colleghi, ha parlato e continua a parlare di "un sistema in grado di manipolare e stravolgere la realtà", come scrive nelle pagine del suo blog www.paparesta.com. Un sistema che oggi non lavora più a senso unico - come ai tempi in cui si favoriva solo Moggi e i suoi protetti - ma è finalizzato soprattutto a perpetuare se stesso e il suo potere, attraverso coperture reciproche e rapporti privilegiati con i club più potenti. Un sistema che passa attraverso nomi noti e personaggi sconosciuti, ma che in ogni caso non ammette alcuna voce contraria.

Prendete la Federcalcio, ad esempio. Pochi sanno che il potente braccio destro di Giancarlo Abete, appena rieletto presidente con una maggioranza bulgara (era l'unico candidato), è Antonello Valentini, che nell'agosto del 2004 parlava con Moggi al telefono dicendogli che nella Figc c'era bisogno di "gente funzionale al sistema", perché sennò "ci buttiamo la merda in faccia da soli", ottenendo ovviamente il pieno appoggio dell'allora boss juventino. Paparesta, senza far nomi, ha pubblicato sul suo sito il testo integrale di quella telefonata, per far capire che il sistema è ancora tutto lì. Una denuncia peraltro caduta nel silenzio più completo, con l'unica eccezione di Oliviero Beha al Tg3.

Ma basta un'attenta rilettura delle carte per capire a chi e a che cosa si riferisca Paparesta nel suo blog. Il sistema di cui parla infatti non comprende solo ignoti seppur importanti dirigenti. All'arbitro di Bari, probabilmente, non sarà sfuggito che mentre lui è stato di fatto licenziato pur dopo il pieno proscioglimento a Napoli, altri fischietti ed ex fischietti continuano a ricoprire ruoli fondamentali sebbene il loro coinvolgimento nelle vicende di Calciopoli sia stato parecchio maggiore, tanto da portarli in alcuni casi ad essere rinviati a giudizio dai magistrati napoletani.

E proprio rileggendo atti in buona parte già noti spiccano diverse curiosità su diversi personaggi che a vario titolo sono protagonisti anche di questo campionato. Come Roberto Rosetti, oggi arbitro top a cui vengono affidate le partite più importanti, i suoi colleghi Matteo Trefoloni e Paolo Dondarini, che pure continuano a dirigere incontri di serie A, oltre a Pierluigi Collina, che degli arbitri è il capo e il designatore.

Rosetti, ad esempio, è uno che non è mai stato neppure deferito sebbene in una conversazione registrata l'allora designatore Paolo Bergamo mostrasse gratitudine nei suoi confronti perché era stato "decisivo nel passaggio (dalla B alla A, ndr) della Fiorentina", con riferimento a una contestatissima direzione di gara nello spareggio decisivo dei viola contro il Perugia, nel giugno del 2004. Lo stesso Rosetti è l'arbitro che secondo il guardalinee Narciso Pisacreta aveva ricevuto una strana telefonata per parlare di un fallo di mano nell'intervallo di una "pilotata" (così la definì l'ex numero due della Figc Innocenzo Mazzini) partita tra Lazio e Fiorentina, violando tutte le regole che proibiscono agli arbitri di parlare al cellulare con chiunque durante una partita. E sempre Rosetti è l'arbitro che, come emerge da un'altra intercettazione, aveva cenato dopo una partita con il figlio di Galliani, definito dallo stesso Rosetti "un ragazzo delizioso". Oggi Rosetti è il rappresentante ufficiale degli arbitri in attività ed è stato inserito nella lista dei 38 preselezionati per i Mondiali in Sudafrica.

Così come continua a calpestare i campi di serie A il suo collega Paolo Dondarini, che è stato rinviato a giudizio nel processo di Napoli con l'accusa di frode sportiva per aver avvantaggiato la Juventus (in una partita contro la Sampdoria) e la Fiorentina (in un match decisivo per la salvezza contro il Chievo). Al termine della gara tra bianconeri e doriani, Dondarini ricevette la visita affettuosa di Luciano Moggi, che davanti a un caffè promise future designazioni per altre partite in trasferta dei bianconeri. Curioso che cinque anni dopo l'arbitro che ha ricevuto i ringraziamenti di Moggi sia ancora in attività, mentre quello che da Moggi si è preso gli insulti (Paparesta) sia stato licenziato. Lo stesso Dondarini è quello che in una conversazione tra l'allora presidente degli arbitri Tullio Lanese e il giornalista della 'Gazzetta' Antonello Capone veniva definito "killer", nel senso che avrebbe eseguito l'ordine di far perdere i veronesi per garantire la salvezza dei viola ("Era normale, l'avevo detto io", commentò in quell'occasione Lanese). Solo uno scherzo?

Se Dondarini dovrà rispondere ai magistrati di Napoli, nessuno domanderà invece alcunché a Matteo Trefoloni. Nel caotico marasma di Calciopoli, forse agli inquirenti sportivi (e non) è sfuggito il fatto che Trefoloni ha fornito di fatto quasi una confessione, rivelando ai carabinieri di Roma che "Bergamo e la Fazi (cioè il designatore di allora e la sua potente segretaria, ndr) svolgevano un'attività volta a determinare in noi arbitri una sudditanza psicologica che si traduceva poi a seconda delle partite che si andava ad arbitrare in una gestione delle stesse in linea con il volere dei citati". Un atto di accusa e di autoaccusa senza mezzi termini. E più avanti lo stesso Trefoloni ha spiegato che la carriera di arbitro dipendeva da quanto si seguissero i "consigli" di Bergamo. Del resto, Trefoloni nella stagione 2004-2005 era riuscito ad ammonire (e quindi a far squalificare) tutti e tre i diffidati del Parma perché la settimana dopo gli emiliani dovevano incontrare la Juventus. E nella stagione successiva aveva ripetuto la stessa operazione cinque volte, impedendo a giocatori del Lecce, del Parma (due), della Lazio e del Palermo di scendere in campo la domenica successiva contro i bianconeri. Sempre Trefoloni è quello che la segretaria di Bergamo, Maria Grazia Fazi, spinge per una designazione "così incameriamo altri 5 mila euro". La settimana scorsa Trefoloni, fresco reduce da una direzione in serie A, è andato a una riunione di giovani fischietti a Carrara per spiegare che "gli arbitri devono sempre trasmettere un messaggio di sicurezza e autorevolezza": lui, che aveva mandato un falso certificato medico per evitare di arbitrare un Juventus-Roma che lo terrorizzava per le troppe pressioni subite.

In questo quadro non stupisce che a designare gli arbitri oggi sia quel Pierluigi Collina che, quando era un fischietto in attività, parlando con un consulente del Milan architettava un incontro segreto con Galliani, che doveva avvenire in un ristorante nel giorno di chiusura, perché nessuno potesse scoprirlo. Lo stesso Collina che non risulta aver sempre versato all'Associazione arbitri le quote dovute dei proventi delle sue sponsorizzazioni, un 10 per cento che sommato per i vari marchi (da Opel a Diadora) fa un gruzzolo di parecchie migliaia di euro. E lo stesso Collina che dopo aver garantito a Paparesta il reintegro a proscioglimento avvenuto, si è reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, impedendogli di tornare in campo.

Paparesta non si dà per vinto e continua la sua battaglia con un ricorso dopo l'altro (l'ultimo al Tribunale nazionale di arbitrato per lo Sport). "Non racconto la verità a rate, ho già detto tutto quello che sapevo alla giustizia sportiva e ordinaria. Ora voglio solo capire il motivo di tanta disparità di trattamento e di tanto accanimento nei miei confronti", dice. E non vuole credere che il suo sia un allontanamento dal sapore 'educativo', utile cioè a far capire ai fischietti in attività che non ci si deve mai mettere contro il sistema, al quale bisogna essere - appunto - funzionali.

Ma quella di Paparesta non sarà una battaglia facile, anche perché dall'altra parte a dirigere la musica c'è tale avvocato Mario Galavotti, consulente legale della Federcalcio su incarico di Abete. Un grande amico di Moggi, che nel settembre del 2004 è intervenuto per salvare il figlio (procuratore) di Lucianone da una squalifica, facendola tramutare in una piccola ammenda.

Calciopoli e gli insabbiamenti. Si apre un nuovo fronte, Calciopoli non finisce mai: le nuove intercettazioni (altre ne salteranno fuori, presto) coinvolgono anche l'Inter di Moratti. Da valutare comunque se ci sono reati sportivi. "Il bello deve ancora venire, c'è molto altro...", sibila Luciano Moggi, che secondo i pm di Napoli era il capo della Cupola. E i suoi avvocati cercano di allargare ancora più il fronte. "Un dato di fatto è inequivocabile: se le intercettazioni di cui si parla oggi fossero state trasmesse all'Ufficio indagini della Federcalcio nel 2006, con ogni probabilità l'esito di quel giudizio sarebbe stato diverso quanto meno sotto la quantificazione delle sanzioni e la loro applicazione anche ad altri dirigenti e società di calcio", così gli avvocati Maurilio Prioreschi e Paolo Rodella, che insieme a Paolo Trofino, difendono Moggi a Napoli. "Prendiamo atto che la procura di Napoli definisce disinformazione la divulgazione di intercettazioni di altri dirigenti calcistici con i designatori - dice l'avvocato Prioreschi - Mi sarei aspettato che gli inquirenti avessero dichiarato di aver aperto una inchiesta per accertare come mai non una sola intercettazione che riguarda alcuni dirigenti diversi da Moggi non è stata trascritta: quando si è trattato dell'ex dg della Juventus hanno trascritto anche quella tra lui e la moglie sul panettone da portare a cena a casa di Pairetto. Noi difensori certamente sappiamo che parlare al telefono non è reato e forse è meglio che questo concetto la procura di Napoli lo chiarisca a se stessa". Non finisce qui. "Non escludiamo di intraprendere le opportune iniziative perché si riconsideri il processo calcistico a Moggi - aggiunge l'avvocato Paolo Rodella - ciò che emerge delle intercettazioni, aldilà della loro rilevanza penale che sarà valutata dal Tribunale - è il fatto che altri dirigenti hanno violato, e forse più di Moggi perché fino ad ora hanno taciuto - i principi di lealtà e onorabilità sportiva sanciti dall'articolo 1 del regolamento federale".

Hanno fatto scalpore e intercettazioni di Bergamo con Moratti. In una, ad esempio, parlano di Paolo Bertini, l'arbitro di Arezzo: successo dell'Inter sulla Sampdoria, direzione di gara perfetta, premiata con un  voto altissimo (8,80) dal commissario arbitrale. I complimenti di Moratti per l'arbitro. "E pensare - ricorda ora Bergamo - che dicevano che Bertini era filojuventino, che fesseria. Una delle tante. Che andassero a vedere le partite dirette da Bertini...". L'ex internazionale di Arezzo è stato coinvolto pure lui in Calciopoli, pur non essendoci nemmeno una delle 151.000 intercettazioni che lo vede protagonista. "Ora la verità sta venendo finalmente a galla ma quante storie abbiamo vissuto in questi anni: come quella del sorteggio truccato. Macché truccato. Perché non hanno mai interrogato i notai, i giornalisti dell'Ussi che facevano il sorteggio?", si chiede adesso l'ex designatore livornese. "Io parlavo con tutti perché era consentito a quei tempi", ricorda ancora. Stanno uscendo altre intercettazioni: con Moratti ma anche con Meani, con Galliani, con Cellino.

"Normale, niente di strano, niente di illecito", insiste Bergamo. "Di queste nuove intercettazioni, che io sapevo che c'erano, ora si dovrà tenere conto a Napoli". Ci sarà battaglia: gli avvocati degli imputati illustri incalzeranno ancora il tenente colonnello Attilio Auricchio, che ha condotto le indagini. "Macché indagini - tuona Luciano Moggi - si è fidato delle intercettazioni e dei tabellini dei giornali (la Gazzetta e Repubblica, ndr) senza un riscontro, senza una perizia, senza sentire nessuno...". Ci sono falle evidenti nell'inchiesta di Auricchio ma basterà questo per riaprire il processo sportivo? Giancarlo Abete l'ha sempre detto: la vicenda sportiva è chiusa, nessuna revisione. Ma gli avvocati la pensano diversamente.

Calciopoli 2: lo scandalo della disparità di trattamento.

Una ''frequenza ed assiduità di contatti'' tra presidenti e dirigenti arbitrali che rendono Calciopoli 2 del tutto analoga allo scandalo del 2006. E' questa la conclusione a cui giunge nelle motivazioni del suo provvedimento il procuratore federale Stefano Palazzi. Il quadro probatorio che emerge dalle nuove intercettazioni su Calciopoli è ''consistente'' e delinea - sostiene Palazzi nelle motivazioni - ''una serie di condotte omogenea a quelle già evidenziate'' in Calciopoli del 2006.

Il giudizio di Palazzi è duro nei confronti dell'Inter e di Facchetti: la società nerazzurra violò l'articolo 6, cioè fu colpevole di illecito sportivo. "Questo Ufficio ritiene che le condotte fossero certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica in favore della società Internazionale FC, mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale e la lesione dei principi di alterità, terzietà, imparzialità ed indipendenza, che devono necessariamente connotare la funzione arbitrale".

Dai documenti "è emersa l'esistenza di una rete consolidata di rapporti, di natura non regolamentare, diretti ad alterare i principi di terzietà, imparzialità e indipendenza del settore arbitrale, instaurati, in particolare fra i designatori arbitrali Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto (ma anche, sia pur in forma minore, con altri esponenti del settore arbitrale) ed il Presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti". "Dalle carte in esame e, in particolare, dalle conversazioni oggetto di intercettazione telefonica, emerge l'esistenza di una fitta rete di rapporti, stabili e protratti nel tempo" con l'obiettivo, tra l'altro, di condizionare il settore arbitrale. "La suddetta finalità veniva perseguita sostanzialmente attraverso una frequente corrispondenza telefonica fra i soggetti menzionati, alla base della quale vi era un consolidato rapporto di amicizia, come evidenziato dal tenore particolarmente confidenziale delle conversazioni in atti", afferma la procura. Secondo la relazione, "assume una portata decisiva la circostanza che le conversazioni citate intervengono spesso in prossimità delle gare che dovrà disputare l'Inter e che oggetto delle stesse sono proprio gli arbitri e gli assistenti impegnati con tale squadra", si legge ancora.

"In relazione a tali gare il presidente Facchetti si pone quale interlocutore privilegiato nei confronti dei designatori arbitrali, parlando con essi delle griglie arbitrali delle gare che riguardano la propria squadra nonchè della stessa designazione della terna arbitrale ed interagendo con i designatori nelle procedure che conducono alla stessa individuazione dei nominativi degli arbitri da inserire in griglia e degli assistenti chiamati ad assistere i primi".

Per quanto riguarda invece Massimo Moratti, la sua posizione e il giudizio del procuratore federale sembrano meno gravi: "Comunque informato della circostanza che il Facchetti avesse contatti con i designatori, come emerge dalle telefonate commentate, nel corso delle quali è lo stesso Bergamo che rappresenta tale circostanza al suo interlocutore. (...) Ne consegue che la condotta del tesserato in esame, Moratti, in considerazione dei temi trattati con il designatore e della frequenza dei contatti intercorsi, appare in violazione dell'art. 1 CGS vigente all'epoca dei fatti, sotto i molteplici profili indicati".

"In alcuni casi -osserva la procura- emerge anche l'assicurazione da parte dell'interlocutore di intervento diretto sul singolo direttore di gara, come rivelato da alcune rassicurazioni che il designatore arbitrale rivolge al proprio interlocutore, in cui si precisa che l'arbitro verrà 'predisposto a svolgere una buona gara' o, con eguale significato, che è stato 'preparato a svolgere una bella gara'; o ancora, affermazioni del designatore volte a tranquillizzare il presidente Facchetti sulla prestazione dell'arbitro, nel senso che gli avrebbe parlato direttamente lui o che già gli aveva parlato".

"In un caso, addirittura, il designatore arbitrale, nel tentativo di tranquillizzare il proprio interlocutore e sedare le preoccupazioni di quest'ultimo sulle tradizioni negative della propria squadra con un determinato arbitro, afferma che quest'ultimo è stato avvertito e che sicuramente lo score dell'lnter sotto la sua direzione registrerà una vittoria in più in conseguenza della successiva gara di campionato", afferma ancora il procuratore.

"Tale capacità di interlocuzione in alcuni casi diventa una vera e propria manifestazione di consenso preventivo alla designazione di un arbitro e rappresenta un forte potere di condizionamento sui designatori arbitrali, fondato su rapporti di particolare amicizia e confidenza che il Presidente Facchetti può vantare nei confronti degli stessi designatori e che trovano la loro concretizzazione espressiva nella effettuazione anche di una cena privata con Bergamo e nello scambio di numerosi favori e cortesie (elargizione di biglietti e tessere per le gare dell'Internazionale, di gadget e borsoni contenenti materiale sportivo della squadra milanese, etc...) e non meglio precisati 'regalini'".

A tutti quelli che oggi si nascondono dietro la prescrizione quasi fosse un bizzarro (o salvifico) tiro della sorte alla Figc, all’allora capo dell’Ufficio Indagini, Borrelli, all’allora (e pure ora) procuratore Palazzi, ricordiamo i fatti trascurati o malamente interpretati dalla giustizia sportiva prima della decisione del 26 luglio 2006 che hanno portato alla succitata prescrizione, evitabilissima, e ad una decisione senza presupposto come quella assunta consegnando all’Inter il titolo 2006.

17 marzo 2006. L’Espresso pubblica lo scoop sulla vicenda dello spionaggio del team di Tavaroli e della Telecom. Tavaroli e Cipriani erano “avvisati” per associazione per delinquere dal 4 maggio 2005 e Tavaroli era il responsabile delle intercettazioni legali dal 2003 e fino al 2005 (anche durante il periodo d’indagine napoletana, settembre 2004 - giugno 2005).

11 maggio 2006. Lo scandalo è appena divampato, le prime intercettazioni compaiono sui giornali, ci sarebbero anche quelle di Facchetti. “La Repubblica” intervista Nucini racconta del suo lavoro di intelligence illegale nei meandri della Can per l’Inter e mentre un altro giornalista amico di Tavaroli, Luca Fazzo, racconta di un Facchetti che registrava gli incontri e il cd con le rivelazioni «viene fatto girare» e arriva secondo Fazzo l’input interista alla Bocassini. Facchetti non risponderà sulla circostanza.

20 maggio 2006. L’assistente Rosario Coppola va spontaneamente a deporre dal maggiore Auricchio: «Fecero pressioni per sistemare un referto riguardante la squalifica dell’interista Cordoba. Auricchio mi disse che l’Inter a loro non interessava».

23 maggio 2006. Repubblica: «Dall’Inter a Telecom, i 100 mila file degli spioni». Si parla dei movimenti Inter sul caso Nucini e dell’intelligence contro De Santis, Pavarese, Fabiani. Il tutto senza denunciare alcunché alla Figc.

2 giugno 2006. Una pagina di intervista di Repubblica: parla Cipriani, colui che spia e si fa pagare per farlo dall'intervista di Repubblica: parla Cipriani, colui che spia e si fa pagare per farlo dall'Inter. Vieri a parte, afferma «Pirelli mi fece spiare l’arbitro De Santis» (nel 2004, prescrizione nel 2009?) Ultimamente preciserà meglio chi fossero i committenti.

8 giugno 2006. Bergamo depone all’Ufficio Indagini: a Borrelli e i suoi ribadisce quanto detto più volte, «parlavo al telefono con tutti, anche con Facchetti». Nessuno, però, approfondisce.

15 giugno 2006. Articolone sul Corsera dal titolo «Vieri spiato quando giocava con l’Inter»: in fondo bastava approfondire o porsi domande sulla legittimità di quella sola operazione per escludere comportamenti appieno leali. La mancata chiamata in causa interista nei giorni di Calciopoli fa venire meno la possibilità di chiedere ragione ad un Facchetti ancora vivo.”

Poi a loro della Figc ricordiamo gli effetti per alcuni e non per tutti:

14 luglio 2006: sentenza di primo grado della Caf per calciopoli. La Juventus è condannata alla Serie B con 30 punti di penalizzazione, lo scudetto 2004-2005 è revocato, quello del 2005-2006 non assegnato.

25 luglio 2006: sentenza di appello della Corte federale, la Juventus in Serie B con 17 punti di penalizzazione, lo scudetto 2004-2005 resta revocato, quello del 2005-2006 non assegnato.

26 luglio 2006: la Federcalcio assegna lo scudetto 2005-2006 all'Inter, reperendo il parere di una commissione di tre saggi che si esprime in materia. La commissione in questione è costituita da Gerhard Aigner, ex segretario Uefa, Massimo Coccia, avvocato ed esperto di diritto sportivo, Roberto Pardolesi, ordinario di diritto privato comparato.

27 ottobre 2006: sentenza sportive definitive su Calciopoli dopo l'arbitrato del Coni. Juve in B con 9 punti di penalizzazione. Fiorentina in A con 15 punti di penalizzazione. Lazio in A con 3 punti di penalizzazione. Milan in A con 8 punti di penalizzazione.

13 aprile 2010: alla luce delle nuove intercettazione emerse nel processo penale in corso a Napoli si rileva che 'tutti parlavano con tutti'. Il riferimento è a una cena di Facchetti, presidente dell'Inter a casa del designatore Bergamo e a telefonate dello stesso Facchetti e del presidente nerazzurro Moratti con i designatori.

10 maggio 2010: la Juventus, in considerazione degli ultimi risvolti emersi durante il processo penale, come preannunciato dal suo presidente Andrea Agnelli presenta un esposto sullo scudetto 2005-2006.

31 marzo 2011: Moratti incontra il procuratore federale Palazzi e ribadisce di non intendere restituire lo scudetto 2005-2006 e nega alcun illecito.

1 luglio 2011: il procuratore federale Stefano Palazzi archivia per sopravvenuta prescrizione le posizioni di Moratti. Facchetti e di altri dirigenti in merito a Calciopoli 2006.

4 luglio 2011: il procuratore Palazzi inoltra le motivazioni del suo procedimento. L'Inter sarebbe deferita per illecito.

L’estate del 2006 sarà ricordata per le sentenze di calciopoli con cui è stato spazzato via il sistema di potere che condizionava arbitri, decideva partite e assegnava scudetti. E mentre l'Italia discuteva sulla Juventus e su Moggi, in Puglia andava in scena qualcosa di molto simile. Anche in Puglia, quell'anno, era in azione un sistema che ha colpito per 57 volte, con gli stessi metodi, lì dove il calcio dovrebbe essere più puro: nei campionati giovanili. Questa è la storia della più grande truffa mai tentata in Italia in un campionato federale, perfino più grande (per numero di episodi accertati) di quella che ha visto sul banco degli imputati i big della serie A. Una truffa impressionante, scoperta grazie a un appassionato dirigente cui tutti davano del matto. E che con le sue denunce ha permesso di stabilire che qualcuno, per un intero campionato, ha sistematicamente alterato i referti dei tornei regionali Allievi e Giovanissimi per pilotare le ammonizioni e non far scattare le squalifiche a carico di giocatori ragazzini. Sì, esatto: hanno truccato pure il campionato degli adolescenti. 

L'inchiesta della Federazione sulla calciopoli pugliese è durata oltre un anno, ed è andata avanti a fatica tra reticenze e incredibili omissioni. Conviene cominciare dalla fine, dal deferimento chiesto il 27 giugno 2008 dal procuratore Stefano Palazzi a carico di quattro persone, il giudice sportivo Francesco Guaglianone e i suoi sostituti Luigi Caruso, Nicola D'Ecclesiis e Corrado Fontana. L'inchiesta condotta dall'avvocato Paolo Mormando, dell'ufficio indagini, è forse stata l'estremo tentativo del sistema di mettere tutto a tacere. Ma Mormando non ha potuto non vedere quello che c'è scritto nelle carte. E cioè che ogni settimana, per l'intero campionato 2006/2007, qualcuno interveniva scientificamente per accomodare i referti arbitrali. 

Supponiamo che una certa domenica il signor Tizio venisse ammonito. E supponiamo che si trattasse della quarta ammonizione, che stando alle regole avrebbe dovuto far scattare una giornata di squalifica per la domenica successiva. Invece sul comunicato ufficiale della federazione quella quarta squalifica diventava quinta, o magari veniva attribuita al signor Caio (che in un paio di casi nemmeno esisteva), o ancora veniva pubblicata con settimane o mesi di ritardo. Insomma, c'era qualche giovane calciatore cui veniva concesso il bonus: non saltare mai una partita, o saltarla quando non faceva più alcuna differenza. I casi accertati dall'avvocato Mormando sono 42, 8 per il campionato Allievi e 34 per i Giovanissimi: riguardano in tutto 57 irregolarità. Per altre 7 partite, in Federazione sono spariti i referti. In media, ogni settimana venivano «ritoccate» due partite: Palazzi parla di «ritardi e ingiustificati differimenti nella comminazione delle squalifiche».

A cosa servisse tutto questo è evidente: a evitare che il signor Tizio saltasse per squalifica una partita importante. E quindi, in fin dei conti, ogni ammonizione taroccata, ogni referto che non si trova, è la prova provata che il campionato è stato alterato nei suoi esiti.

La responsabilità – questa la tesi esposta nell'atto di deferimento – è soltanto dei giudici sportivi e del loro «comportamento gravemente negligente». Ma perché, e a favore di chi siano state commesse le 57 irregolarità, Mormando non lo spiega e Palazzi non se lo chiede. A nessuno infatti viene in mente di chiamare i giocatori ed i presidenti delle squadre beneficiarie per chiedere conto dell'accaduto: come se la colpa di calciopoli fosse tutta di Moggi e non, poniamo, della Juventus o del Milan o dei loro terminali in Federazione. 

Un passo indietro. Dal primo luglio 2007 il settore giovanile e scolastico della Federcalcio passa sotto l'ala protettiva della Lega nazionale dilettanti: da braccio autonomo, diventa un ufficio distaccato. All'epoca della truffa sui referti il settore giovanile in Puglia era guidato da Manlio Incardona, che pur al corrente della questione – la denuncia era sul suo tavolo - decide di non muovere un dito e anzi, con Mormando, minimizza. Di fronte all'avvocato dell'ufficio indagini che lo interroga, chissà perché a Lecce e non a Bari, Incardona dice: io non ne so nulla, firmavo soltanto. Due mesi fa, alla scadenza del mandato, il presidente viene sostituito e per il momento esce di scena. 

Torniamo all'inchiesta e al deferimento di Palazzi. La Commissione di garanzia guidata dall'ex procuratore di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli, massimo organo della giustizia sportiva, è chiamata a giudicare per la calciopoli pugliese soltanto i quattro giudici sportivi. Ma sul tavolo di Borrelli, da fine settembre 2008, c'è una memoria presentata dall'avvocato Guaglianone: al massimo – dice in sostanza Guaglianone – posso aver peccato di omessa vigilanza, ma non ero io che alteravo i referti. Gli unici che avrebbero potuto farlo, sostiene l'avvocato, erano un impiegato della Federazione e un collaboratore, sedicente addetto stampa: le password per entrare nel sistema informatico che gestisce le ammonizioni e i comunicati ufficiali, del resto, ce le avevano solo loro. Questa dichiarazione è un siluro ad alzo zero e spiega anche perché Borrelli stia aspettando di decidere. Se è vero quello che dice Guaglianone, che è un avvocato e sa bene cosa si rischia ad accusare qualcuno senza averne la certezza, Borrelli avrebbe l'occasione di mettere le mani almeno sugli esecutori materiali della truffa: squalificare i soli giudici sportivi sarebbe un modo comodo per lavarsi la coscienza, un alibi per non andare a fondo in una storia che merita di concludersi con le punizioni più severe. «La vicenda è ancora al primo atto, e ce ne sarà almeno un secondo e forse un terzo», dice alla “Gazzetta del mezzogiorno” con amarezza Vito Tisci, presidente del comitato regionale della Lega dilettanti. «Negli anni passati – racconta - diversi presidenti si erano rivolti a me per raccontarmi di cose strane che avvenivano intorno al settore giovanile. Pensavo che fossero le solite chiacchiere da bar. Poi, quando ho visto le prove, mi sono dovuto ricredere».

Tisci, come chiunque legga le carte con un minimo di distacco, non può e non vuole credere che i colpevoli siano i giudici sportivi Guaglianone, Caruso, D’Ecclesiis e Fontana. Non ha senso, infatti.

Però, comprensibilmente, il presidente non fa ipotesi e non azzarda sentenze. Ma si lascia andare a uno sfogo: «Mi immagino un giovane che dice al suo presidente che domenica non giocherà perché sarà squalificato, e il presidente che gli risponde “non ti preoccupare, che ci penso io”. Mi chiedo cosa insegniamo a questi ragazzi». 

Tisci ha ragione da vendere. Perché finora, stando alle carte, l'unico ad aver pagato è l'uomo che attraverso le sue denunce ha fatto scoprire l'inganno. Si chiama Franco Massari, ha una piccola squadra a Bitonto, ed ha il vizio di leggere con attenzione i comunicati ufficiali. Quando si è accorto che un calciatore era passato improvvisamente dalla terza alla quinta ammonizione, ha alzato il telefono ed ha chiamato Bari. Gli ha risposto il solito impiegato (quello chiamato in causa da Guaglianone), che ha dovuto correggere l'errore. Poi, però, il solerte impiegato ha scritto al giudice sportivo dicendo che Massari lo aveva minacciato. Per Massari la giustizia sportiva è stata rapidissima: tre mesi di squalifica e un punto di penalizzazione. Il procuratore Pino Monaco aveva chiesto un anno e 10 punti di penalizzazione per entrambe le squadre che fanno capo a Massari: forse voleva essere certo che questo signore non aprisse più la bocca. Ma non basta. Nel collegio che ha giudicato il coraggioso presidente bitontino sedeva, tra gli altri, l'avvocato Cosimo Guaglianone, figlio del Francesco che ora deve rispondere di fronte a Borrelli. Papà imputato, figlio che giudica l'accusatore. I due avvocati sono entrambi ancora lì, al loro posto, a occuparsi di ragazzini che ogni domenica corrono dietro a un pallone. Pensando che sia la cosa più bella del mondo.

PARLIAMO DI SUDDITANZA PSICOLOGICA DEGLI ARBITRI: IL DOSSIER.

Tutta la verità sugli errori arbitrali. Ecco perché le grandi sono favorite.

I numeri confermano che la sudditanza psicologica esiste. Sono sempre le grandi squadre ad essere in qualche modo favorite, dopo il periodo della Juve tocca all'Inter.

A sostenerlo è una ricerca dell’Osservatorio sugli errori arbitrali, ad opera della Virtual Class in collaborazione con l’Adiconsum, l’associazione a difesa dei consumatori e dell’ambiente. Un lavoro molto complesso, con una banca dati complessiva in sette anni di oltre 1200 errori arbitrali in «situazioni di gol/non gol», spiega il responsabile della società Luciano Lupi, in pratica gli errori che hanno inciso sul risultato. Tradotto in percentuali, sempre secondo l’Osservatorio, gli errori arbitrali hanno falsato «il 46 per cento delle partite», e si stima, aspetto non secondario, che abbiano cambiato direzione «le vincite di oltre cinquanta milioni di euro» per quanto riguarda le scommesse sul calcio. I numeri, viene spiegato, sono stati elaborati confrontandoli con le moviole dei tre quotidiani sportivi, e con questo metodo di correzione del risultato della partita: un gol tolto o aggiunto ad ogni errore e 0,7 nel caso di rigore non concesso, per rispecchiare la percentuale statistica di realizzazione dal dischetto.

La società di ricerca si è spinta oltre, con una comparazione dei dati fra il periodo pre e post calciopoli. Per arrivare alle seguenti conseguenze: «Dal quadro sembra apparire abbastanza evidente come: a) esista una sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle squadre di vertice; b) nel dopo calciopoli questa sudditanza abbia cambiato direzione, a favore soprattutto dell’Inter.

PARLIAMO DI PASSAPORTI FALSI.

Per scandalo dei passaporti falsi s'intende una vicenda che colpì il calcio italiano nell'annata 2000 - 2001 relativa ai passaporti di alcuni calciatori extra-comunitari sui quali c'era scritto che essi avevano parenti di origine europea e, di conseguenza, venivano schierati come atleti comunitari.

Furono coinvolte società dirigenti e calciatori di Serie A e Serie B, tra cui: i campioni d’Italia proprio nel 2000 e nel 2001, Lazio con Juan Sebastian Veron e Roma con Gustavo Bartlet e Fàbio Jùnior; Inter con Alvaro Recoba; Milan con Dida; Juventus con Marcelo Zalayeta, Fabian Carini e Paolo Iglesias Montero; Udinese con Warley, Jorginho, Alberto e Da Silva; Vicenza con  Jeda, Dedè; Sampdoria con Job, Mekongo e Francis Zè.

PARLIAMO DI DOPING NEL CALCIO.

Fu l’allora allenatore della Roma, Zeman, a dar fuoco alle polveri. E’ il 25 luglio 1998. «Il calcio deve uscire dalla farmacia», dichiara in una intervista. Appena due giorni dopo il Coni apre un’inchiesta affidata all’avvocato Longo, mentre Zeman insiste nelle accuse e avanza sospetti su Del Piero e Vialli. Sul calcio dopato interviene la magistratura: il primo a occuparsene è il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, che il 9 agosto apre un’inchiesta sulla tutela della salute dei giocatori, seguito il giorno dopo dal pm Spinosa della Procura di Bologna.

Il 14 agosto Guariniello ascolta Del Piero, mentre Spinosa convoca Chiesa e Dino Baggio. Nell’inchiesta del pm bolognese sulla farmacia Guandalini compare il nome di Zeppilli, medico della Nazionale. Tre giorni dopo anche Vialli è interrogato a Torino.

La Procura del Coni, il 18 agosto, ascolta i medici Tavana (Milan), Zeppilli (Nazionale), Volpi (Inter), oltre a Veltrone, preparatore atletico della Juve.

Poi, il 20 agosto è il turno di Lippi, Simoni, Del Piero, Fuser, Vicini e Ronaldo.

Il 24 agosto Guariniello interroga il presidente del Coni, Pescante. Il giorno dopo lo stesso Coni conclude la sua inchiesta: «Nel calcio non c’è doping».

Ma Guariniello va avanti e il 4 settembre convoca Longo e Pescante sospettando irregolarità nei test del laboratorio Coni dell’Acqua Acetosa.

Il 9 settembre viene sospeso il segretario della Federazione dei medici sportivi del Coni Gasbarrone.

Un colpo di scena arriva il 19 settembre quando il laboratorio dell’Acqua Acetosa dice di aver smarrito la documentazione sui calciatori. Tre giorni dopo viene commissariata la federazione medici sportivi, mentre il 28 settembre si dimette Pescante.

Appena due giorni dopo scoppia lo scandalo insabbiamenti.

Il 5 ottobre la Procura di Roma invia cinque avvisi di garanzia ai responsabili del laboratorio Coni.

Il 6 dicembre parte un’indagine su 45 morti sospette nel calcio negli ultimi anni e il 16 dicembre viene inviato un avviso di garanzia ad Antonio Matarrese, ex presidente Federcalcio, e a Carlo Tranquilli, medico dell’under 21. Anche il presidente Nizzola, il giorno dopo, entra nel club degli inquisiti.

23 dicembre: Guariniello acquisisce i dati relativi ai primi tre mesi di antidoping nella nuova stagione calcistica.

31 dicembre: per Guariniello norme violate anche in questo campionato.

E il 17 gennaio 1999 mette sotto tiro anche gli arbitri.

Il 4 febbraio il Comitato olimpico internazionale vara l’agenzia indipendente per il controllo sul doping e stabilisce pene minime di due anni al primo caso di positività.

28 maggio: il governo approva la legge: pene da tre mesi a tre anni a chi somministra e a chi assume sostanze dopanti.

15 giugno: cento calciatori hanno usato sostanze proibite, parola di Guariniello.

PARLIAMO DI DOPING AMMINISTRATIVO.

Doping Amministrativo. Un illecito che falsa la competizione sportiva, perchè chi vi ha fatto ricorso ha in pratica messo in atto uno stratagemma contabile, non consentito, per ottenere una iscrizione alla quale non aveva diritto, oppure per avere una maggiore disponibilità economica da spendere sul mercato per rinforzare la squadra. Facile comprendere che se, anzichè ricapitalizzare, si investono quei soldi per acquistare calciatori più forti di quelli che si potrebbe avere, si crei un illecito che ha i suoi effetti su tutte le gare di campionato. La squadra che ha fatto uso di bilanci creativi, imbellettati o taroccati è partita in vantaggio rispetto a chi si è attenuto alle regole.

L'Inter non aveva i requisiti per iscriversi al campionato 2005/06. A sostenerlo sul Corriere è il pm di Milano Carlo Nocerino, che ha trascritto, nella chiusura delle indagini relative alle plusvalenze, quanto emerso dalla relazione della commissione per la vigilanza sulle società calcistiche. In particolare se la società nerazzurra «avesse evidenziato le perdite connesse alle plusvalenze fittizie, l'equilibrio finanziario sarebbe saltato e, appunto, non avrebbe superato i parametri chiesti dalla Covisoc per l'iscrizione al campionato 2005-2006». Insomma, secondo il P.M. non avrebbe giocato e poi vinto a tavolino il suo penultimo scudetto.

PARLIAMO DI BASKETTOPOLI.

È lungo l'elenco degli indagati in "Baskettopoli". Ben 44 le persone che, a vario titolo e con diverse responsabilità, avrebbero fatto parte del sistema di controllo dei campionati di serie B e C ipotizzato dalla magistratura di Reggio Calabria. Ai fini della ricostruzione delle attività e dell'individuazione dei presunti casi di combine, l'inchiesta ha trovato impulsi e riscontri nella collaborazione di tre arbitri. Di due di loro, originari e residenti in regioni del Centro, sono state intercettate le e-mail in cui parlavano dei presunti intrallazzi che avrebbero minato la credibilità della pallacanestro e messo in discussione la regolarità dei tornei. Il terzo arbitro, il 35enne reggino Alessandro Cagliostro (impiegato alla Polizia postale), ha contribuito invece alla ricostruzione della fitta rete di rapporti all'interno dell'organizzazione, indicando competenze, ruoli e presunte responsabilità.

Sono venute, dunque, dall'interno le denunce di presunte irregolarità nei tornei delle minors.

Secondo l'accusa, esisteva una organizzazione che stabiliva a tavolino l'esito delle gare e si avvaleva per determinarne l'esito della collaborazione di arbitri compiacenti, premiati con valutazioni eccellenti che favorivano la loro progressione in carriera.

Con i vertici del settore Commissari, nell'elenco degli indagati figurano sei arbitri e 35 commissari.

Nella ricostruzione delle attività del gruppo che, secondo l'accusa, controllava i destini di tante società di serie B e C e determinava l'esito delle gare o addirittura del campionato, gli investigatori della Polizia postale e delle comunicazioni di Reggio Calabria hanno girato in lungo e in largo per la Penisola.

I reati ipotizzati si sarebbero registrati in quasi tutte le regioni (Lazio, Calabria, Toscana, Sicilia, Umbria, Puglia, Campania, Veneto, Lombardia, Emilia, Piemonte). Delle partite sospette, ben otto sono state giocate in Toscana e una in Sicilia.

PARLIAMO DI DOPING.

All’inizio era «la bomba». Mirabolanti pozioni sciolte da mano artigianale nelle borracce dei corridori. Si chiudeva più di un occhio, i controlli non c’erano, erano ancora troppe le macerie, troppo scarse le minestre, per le crociate moralistiche.

Tutta la letteratura degli «angeli», delle «aquile», dei «cannibali» e dei «pirati» non svanisce, anzi. Per più di un secolo, questi folli incatenati al pedale si sono ammazzati di fatica e di farmaci, hanno dato il sangue, i bronchi, la prostata per rappresentare sulla loro pelle come se fosse umano e raccontabile qualcosa che umano e raccontabile non è. Per strappare stupori o solo qualche ingaggio decente. Condannati prima ancora che dannati. E noi, invece di celebrarli o comunque trattarli con il dovuto rispetto, questi incantevoli fachiri, li abbiamo liquidati come volgari imbroglioni. Anche lui, anche Marco Pantani. «Perché vai così forte in salita anche quando non serve?», gli chiese un giorno un gregario. «Per abbreviare la mia agonia», rispose lui, il ragazzo con la bandana e le orecchie a sventola, non sapendo o forse sapendo benissimo che quella era la sua epigrafe.

Ci sono anche le morti collaterali del doping. Valentino Fois muore come il suo amico Marco Pantani. La stessa melanconia. Lo stesso disastro esistenziale. Impossibile sopravvivere a una macchina infernale che prima ti spaccia per un eroe davanti alle folle e poi ti umilia davanti ai magistrati. Il primo caso accertato di decesso sportivo da doping è del 1886. Era un ciclista, guarda caso. Il gallese Arthur Linton morì dopo aver pedalato come un forsennato nella classica Parigi - Bordeaux. Nel cadavere il medico legale trovò una fantasiosa mistura di stricnina, cocaina ed etere. Gonfio di amfetamine crepò Alfredo Vanzini, alla fine della Milano - Rapallo del 1949.

La prima morte tossica in diretta televisiva fu quella di Tommy Simpson, l’inglese cominciò a sbandare come un ubriaco sui tornanti calvi del Ventoux prima di schiantarsi. Era il 1967. Da Arthur Linton a Valentino Fois, passando per Tommy Simpson, Marco Pantani e José María Jiménez, altro leggiadro e tossico scalatore finito in depressione cronica, la storia del ciclismo è storia di morti esplicite e misteriose, morti sospette, come quella di Jacques Anquetil, il dandy che a ogni arrivo pretendeva di trovare ostriche, champagne e “foie gras”, ma chissà cosa pretendeva alla partenza..., o quella recente del sudafricano Ryan Cox. Testimoni, pentiti e gole profonde hanno raccontato negli anni tutto quello che c’era da sapere sul tema. Dalle bombe sciolte nelle borracce al doping ematico di oggi, passando per corticoidi, anabolizzanti, l’Epo, il doping è diventato negli Anni 90 scientifico e sistematico.

Doping di squadra. Anche qui, condannati ancora prima che dannati. Non ti dopi più per vincere, ma per non perdere lavoro. Gli ultimi appestati si ostinano oggi a pedalare, accerchiati dal sospetto e con il passaporto biologico nella tasca. I falchi dell’antidoping si presentano ovunque con i loro test a sorpresa, anche al funerale del figlio. Come è successo di recente a Kevin Van Impe, gregario di Bettini. No, non è finito il ciclismo, sono finiti quelli all’altezza di raccontarlo. Gli stessi che ora si domandano se la morte di Fois è «il colpo di grazia». Il ciclismo ha già perso da un pezzo la grazia. C'è chi rischia la vita per vincere la corsetta ciclistica amatoriale alla sagra del prosciutto, siringandosi da sé. C'è chi riduce i propri testicoli a noccioline rinsecchite pur di gonfiarsi i bicipiti di un altro paio di centimetri. C'è chi va incontro al cancro, alla leucemia, alla trombosi, all'impotenza pur di arrivare al traguardo della maratona di paese prima dell'amico rivale. Sono i pazzoidi del doping della domenica. In Italia almeno mezzo milione di sportivi truccati e senza controllo, vittime del mito della vittoria anche quando la vittoria non vale niente, solo l'orgoglio di arrivare davanti, o di specchiarsi e vedere muscoli lucidi e turgidi da culturista. Sono i "dopati fai da te", cioè il vero motore di un'industria parallela a quella della droga, nelle mani della criminalità organizzata, che fattura due miliardi di euro all'anno. Perché quelli come Riccò sono soltanto la punta dell'iceberg. Sotto il fenomeno si rivela per quello che è: un commercio mondiale che coinvolge medici, farmacisti, allenatori e naturalmente atleti. Tutti complici per poter prescrivere, comprare, vendere e consumare anabolizzanti, Epo, ormoni della crescita, insulina, integratori, stimolanti, corticosteroidi e farmaci di varia natura che nascono per i malati, ma sono più richiesti dai sani: per andare più forte, per scolpirsi il corpo, per non sentire la fatica. Alla lunga ci si ammala e si muore, ma il dopato della domenica non si cura mai del lunedì.

La vetrina di un negozio per culturisti e palestrati in via Mazzini, pieno centro di Torino. Vasi giganti di creatina a 39 euro, slogan psichedelici e promesse assolute ("Vai oltre i tuoi limiti!"), fotografie di uomini e donne forse gonfiati col compressore, interi scaffali di pillole e pomate.

Un guasto culturale: per sentirci qualcuno abbiamo bisogno di forza, potenza, affermazione e falsa bellezza.

Secondo gli inquirenti, Nas e Guardia di Finanza, la mafia e la camorra gestiscono un mercato in crescita di circa il trenta per cento all'anno, con numeri da grande industria. Del resto in Italia vi sono oltre dodici milioni di sportivi praticanti, e più di tre milioni di tesserati. Le più recenti statistiche indicano che almeno 250 mila atleti agonisti ricorrono alla chimica per alterare le proprie prestazioni, e che almeno una palestra su dieci si rivela luogo di spaccio, commercio e consumo di doping.

I siringati della domenica ignorano, infine, quanto sia sottile il confine tra doping e tossicodipendenza. Ed è proprio da lì, dal cervello, che parte l'abnorme impulso ad essere più forti, più belli, più veloci, più gonfi, più scolpiti.