Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità
tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con
professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di
mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha
voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono
propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
DISINFORMAZIONE
PARAGRAFO 1: MASSMEDIOPOLI
OSSIA, L’INFORMAZIONE CORROTTA



“L’Italia della libera informazione, di parte e gossippara, che pende dalle veline giudiziarie e la notizia la fa, non la dà. L’editoria è la casta più importante. Gli editori sono i veri censori e i manipolatori della coscienza civile. Il sistema prima riconosce la libertà di manifestare il proprio pensiero e poi ne impedisce l’esercizio.
Sia libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d'informare e di essere informati, così come sia libero l'esercizio della stampa da vincoli di Albi, Ordini e collegi”.
di Antonio Giangrande
Roma, 10 maggio 2012. “La Corte di Cassazione annulla senza rinvio perchè il fatto non sussiste”. Alle ore 19 e 30 le Parole del Presidente della terza sezione della Cassazione risuonano nell’aula oramai vuota del Palazzaccio. Il Supremo Collegio emette cosi una sentenza molto attesa e pone cosi fine a cinque anni di dispute dottrinarie ed infuocati, dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale, assolvendo lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta accusato di diffamazione a mezzo stampa e stampa clandestina. Dunque i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina, quindi non rientrano nemmeno nell'aggravante della diffamazione a mezzo stampa.
La III Sezione della Corte di Cassazione presieduta da Saverio Felice Mannino, con la relazione del magistrato Santi Gazzara e la presenza del sostituto procuratore generale Policastro, ha deciso in udienza pubblica sullo scottante caso degli obblighi di registrazione come testata telematica dei blog e sulla natura di stampa clandestina dei blog non registrati.
No, i blog non sono stampa clandestina. Parola della Cassazione, che con un «rinvio perché il fatto non sussiste» ha raso al suolo una sentenza che se confermata avrebbe potuto distruggere l'Internet italiano. La Corte di Cassazione con sentenza del 10 Maggio 2012 ha sancito che i blog non possono essere «colpevoli» del reato stampa clandestina. Semplicemente perché non sono «stampa». E’ una conclusione ovvia, scontata, normale per chiunque sia figlio di questo secolo ed abbia chiaro che fare informazione non è un privilegio di pochi, né una concessione dello Stato ma una libertà fondamentale di tutti, sancita sin dal 1789 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è del cittadino. Storica sentenza della Cassazione che sancisce che i blog non sono da considerarsi "stampa clandestina".
«È una sentenza che fissa un principio», dice Guido Scorza, avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie. La sentenza dice che non serve procedere alla registrazione della “testata” presso il Tribunale della Stampa per gestire un blog di informazione con la conseguenza che non si configura il reato di “stampa clandestina” previsto dalla vecchia legge sulla stampa.
LIBERTA' - «È una conclusione ovvia, scontata, normale», dice Guido Scorza. In pratica dicendo che non c'è obbligo di registrazione dice che ai blog non sarebbero applicabili le discipline sulla stampa. Prima fra tutti, l'obbligo alla rettifica. Un mannaia sulla libertà dei blogger. Ma in quanto a libertà di informazione, c'è poco da brindare. La sentenza che di certo pone oggi un paletto, potrebbe esse superata da nuove leggi, di cui si parla da mesi. «Questa sentenza, soprattutto non convalidando le precedenti, sgretola l’ennesimo tentativo di imbrigliare l’informazione sul web nella burocrazia pensata oltre mezzo secolo fa per i giornali di carta», dice Guido Scorza.
LA SENTENZA - Il "caso" è quello di un giornalista siciliano, Carlo Ruta, condannato nel 2008 dal tribunale di Modica per il reato di stampa clandestina (pronuncia confermata poi nel 2011 dalla Corte di appello di Catania). Il giornalista curava saltuariamente "Accade in Sicilia", blog impegnato a informare sui fenomeni mafiosi. Ed è proprio per un post pubblicato su "Accade in Sicilia" che un magistrato si era sentito offeso. Tocca tutti ma non toccare loro: lesa maestà, i magistrati. Soggetti che poi trovano sponda nei loro colleghi. E aveva querelato per diffamazione Carlo Ruta. L'uomo, storico, giornalista e autore del blog "Accade in Sicilia", era stato accusato dal procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera, che si era dichiarato anche parte lesa sentendosi danneggiato da certi interventi online di Ruta. Il tribunale di Modica, considerando il blog una vera e proprio testata giornalistica (e cioè un “prodotto editoriale” per la legge n. 62/2001, e in quanto “stampa periodica, avrebbe dovuto essere registrato presso il Tribunale competente) lo aveva condannato. Ora la Cassazione, con una sentenza dal valore storico, ha stabilito che un blog non è di per sé un prodotto editoriale e la figura del blogger non è sovrapponibile con quella del giornalista. Nella pratica significa che i blog, e i loro animatori (giornalisti e no), potranno continuare l'attività, senza obbligo di registrare la testa. Un primo passo per una maggiore libertà. Anche se le leggi che riguardano i nuovi media digitali sono tutt'altro che chiare. Il reato di "stampa clandestina" è previsto dalla legge sulla stampa, legge n. 47 dell'8 febbraio 1948, ma era da trent'anni che non portava ad una condanna: nonostante questo il primo(risalente al 2008) e secondo grado di giudizio avevano finora ritenuto colpevole Carlo Ruta, che era stato condannato a pagare un'ammenda di 150 euro e a subire il sequestro del suo blog, chiuso nel 2004.
Scherza con i fanti e lascia stare i Santi.
Mai dimenticare la saggezza dei proverbi! Come quello che dice «scherza coi fanti ma lascia stare i santi» e che dovrebbe mettere in guardia dalla difficoltà di raccontare (e rappresentare) adeguatamente la verità storica sui fatti di cronaca che diventeranno storia. Da piccolo mia madre mi ripeteva spesso questa massima popolare “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi” e come tutte le massime anche questa contiene una filosofia spicciola, ma vitale; ciò che è “Santo” deve essere rispettato.
Vuoi fare satira sul Presidente del Consiglio o sui parlamentari o sui politici eletti dal popolo? Lo puoi fare.
Vuoi offendere a piacimento il Presidente del Consiglio ed i parlamentari o i politici eletti dal popolo? Lo puoi fare.
Puoi criticare l'operato del magistrato, che palesa pecche ed illogicità, foriero di errori giudiziari, ingiuste detenzioni, omessa giustizia e comunque evidente ingiustizia, esercitato nella veste di funzionario pubblico che ha vinto un concorso all'italiana? No. E' lesa maestà!!
Per questo chi santifica i magistrati e pende dalle loro labbra o dalle loro veline, vigendo l’impunità per loro riguardo la violazione del segreto di ufficio, è immune da qualsivoglia ritorsione.
Non è così per chi, invece, decide di raccontare i fatti al di là della verità giudiziaria e della cultura ideologica imperante. Esercitare in Italia il diritto di critica e di cronaca è pericoloso.
Antonio Giangrande, scrittore ed autore della collana editoriale “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” è subissato di denunce per diffamazione a mezzo stampa e qualcuna, anche, per calunnia da parte di quei magistrati un po’ permalosi e megalomani che si sentono lesi nella loro maestà. Diffamazione attribuita al Giangrande per articoli scritti da altri e pubblicati autonomamente anche da giornali esteri (fino in Sud Africa) riferiti all'orinaria malagiustizia italiana o a risibili motivazioni di archiviazioni di denunce penali. Molti di questi magistrati sono gli stessi che hanno insabbiato le denunce di Giangrande contro i loro colleghi magistrati che insabbiano in terra di mafia. Peccato però che nessuna condanna sia conseguita, in quanto i medesimi denuncianti mai si sono presentati in udienza, causando il naturale proscioglimento.
Ma questo non è un fatto isolato e riferibile esclusivamente a chi è emarginato per il sol fatto che racconta ciò che vede e per questo accusato di mitomania o pazzia.
In giro ci sono altri mitomani o pazzi.
Da “La Stampa”: Rinviata a giudizio per aver criticato il primo pm che indagò sulla morte violenta del figlio. Eppure, non fosse stato per la sua ostinazione di madre, forse le indagini sulla fine di Federico Aldrovandi si sarebbero impantanate in quell’incredibile versione ufficiale per cui il ragazzo era deceduto in seguito all’assunzione di droghe, durante un controllo di polizia particolarmente movimentato. Invece Patrizia Moretti non si arrese, aprì un blog che attirò l’attenzione di tutta l’Italia sulla vicenda e di fatto riuscì a imprimere una svolta decisiva all’inchiesta: quattro poliziotti furono poi condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo del giovane 18enne, morto per le botte prese mentre era ammanettato a terra. Non solo, lo Stato ha riconosciuto alla famiglia un risarcimento danni da due milioni di euro in cambio dell’impegno a non costituirsi parte civile.
Ma ora, il gup del tribunale di Mantova ha deciso di processare la madre di Federico per diffamazione a mezzo stampa. Insieme a lei sono stati rinviati a giudizio due giornalisti e il direttore del quotidiano La Nuova Ferrara. E così, con una capriola che ha il sapore del paradosso giudiziario la donna che era riuscita a ottenere giustizia per suo figlio ora si ritrova lei a subire un processo. La frase che le è costata l’incriminazione, pronunciata nel gennaio 2006 quattro mesi dopo la morte di Federico, quando le indagini ancora languivano, è questa: «È un fascicolo ancora vuoto». Patrizia Moretti si prepara a una nuova battaglia in tribunale: «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi imputata per aver criticato chi non aveva fatto le prime indagini sulla morte di mio figlio. I giudici hanno deciso per il processo e noi lo faremo, e così come lo avevano fatto a Ferrara a Federico ora lo faremo noi al magistrato che mi ha denunciata». Si chiama Maria Emanuela Guerra la pm che condusse la prima parte dell’inchiesta prima di rinunciare all’incarico e che ha ritenuto lesive quelle dichiarazioni. La Moretti da parte sua non si aspettava né che il magistrato andasse a fondo nella querela né, tantomeno, che ieri il gup decidesse per il rinvio a giudizio: «Abbiamo prodotto documenti che dimostrano che le mie parole sono state dette in tribunale, durante due dei processi per l’omicidio di Federico, e che sono sancite in due sentenze. Eppure il Gup ha disposto il rinvio a giudizio». E’ addolorata ma non ha perde la sua determinazione: «Non mi tiro indietro. Io della dottoressa Guerra non volevo più sentir parlare, ma se mi tira per i capelli ci sarò, e allora dovrà dire lei perché ha aperto il fascicolo solo il 16 gennaio, perché non è andata sul posto e perché non ha sequestrato i manganelli». Il legale della Moretti, Fabio Anselmo, aggiunge che la pm «sarà il nostro principale teste a discarico” e ricorda come, stranamente, il docufilm del giornalista Rai Filippo Vendemmiati – «E’ stato morto un ragazzo», che a maggio sarà anche premiato dal presidente Napolitano -, pur riportando le stesse parole non sia stato oggetto di alcuna denuncia. «Tutto ciò è pazzesco ma a questo punto non vedo l’ora di andare a processo, così verrà fuori tutto quanto – aggiunge la madre di Federico – La cosa che mi dispiace è che l’udienza è stata fissata per il 1˚ marzo 2012…».
Aldrovandi, stampa alla sbarra. Ricordate il ragazzo di 18 anni ucciso da tre poliziotti a Ferrara nel 2005? Il giornale della città aveva sostenuto quella che poi è emersa come la verità, criticando il giudice che aveva fatto le prime, inconcludenti, indagini. E ora il suo direttore è sotto processo. Ecco che cosa scrive al “L’Espresso”.
Dal direttore del quotidiano “La Nuova Ferrara” riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Caro direttore, è sempre bello tornare nella propria città. Non sarà così, però, il primo marzo: in Tribunale a Mantova, con alcuni colleghi, sono imputato in un processo per diffamazione. Dove sta la notizia? Il fatto è che siamo alla sbarra per aver dato voce a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Una donna coraggiosa che, grazie al suo blog, ha fatto emergere la verità sulla morte del figlio di 18 anni: non per un'overdose, ma per le conseguenze di un fermo di polizia. Quattro poliziotti sono stati condannati in primo e secondo grado. Ma questa è una guerra che non finisce mai, perché dall'altra parte della barricata c'è una pm, Maria Emanuela Guerra, che ci ha mitragliato di querele ogni volta che la Moretti parlava dell'inchiesta e dei suoi lati oscuri. Ne ho collezionato un pacco, che conservo sulla scrivania. Alla Guerra, prima titolare delle indagini, è stato rimproverato da più parti di non essere andata sul luogo in cui morì Federico il 25 settembre 2005 fidandosi della versione dei poliziotti. Poi abbandonò l'inchiesta, che in mano ad un altro pm, Nicola Proto, subì un'accelerazione decisiva. Nella motivazione della sentenza d'appello di Bologna, il giudice Luca Ghedini scrive tra l'altro:«...Le indagini preliminari? Iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo pm (la Guerra)». Ma gli aspetti oscuri sono tanti. Tanti giornali e televisioni hanno raccolto le stesse testimonianze, sul caso Aldrovandi è uscito un documentario ("E' stato morto un ragazzo", di Filippo Vendemmiati) che ha vinto il David di Donatello. Ma la Guerra ha querelato sempre e solo noi. Inoltre, in vista dell'udienza penale del primo marzo a Mantova, si è costituita parte civile chiedendo al nostro giornale almeno 300 mila euro per i gravi danni al suo onore e al suo prestigio. Somma che si aggiunge al milione e mezzo di euro che chiede nel processo civile in calendario il 21 marzo al Tribunale di Ancona. Non manca la beffa: oltre al sottoscritto sono imputati il collega Daniele Predieri e un nostro ex collaboratore, Marco Zavagli, che non è l'autore dell'articolo contestato, scritto invece dalla giornalista Alessandra Mura. Un grossolano errore che abbiamo fatto notare nell'udienza preliminare a Mantova, senza successo. Per la Procura è uno pseudonimo. Ma nel mio giornale nessuno ne fa uso, semplicemente hanno scambiato gli autori di due articoli. Il legale della Guerra ha chiesto un rinvio dell'udienza: il primo marzo l'avvocato Flora ha una lezione all'Università di Firenze. Non sappiamo ancora se sarà accolta. Mi chiedo cosa succederebbe in caso di condanna: quello che per due Tribunali (Ferrara e Bologna) è verità, per un altro (Mantova) sarebbe diffamazione. Per la giustizia e la libertà d'espressione sarebbe la fine. Paolo Boldrini, direttore della 'Nuova Ferrara'.
DELLA SERIE: SUBISCI E TACI, SIAMO IN ITALIA, TERRA DI POETI, NAVIGATORI E TIRANNI!!
MEDIA ED INFORMAZIONE: UNA VERGOGNA.
A proposito di giustizia (omertà) ed informazione (censura), ossia della morale di magistrati e giornalisti, io Antonio Giangrande a chi mi legge non racconto la mia opinione o scrivo delle mie esperienze, in riferimento alle ritorsioni e le censure subite combattendo in prima linea contro i poteri forti. Poteri resi impuniti e coperti da cricche autoreferenziali. Processi senza condanna per diffamazione a mezzo stampa e archiviazioni delle mie denunce. Appunto. A proposito di giustizia ed informazione mi immedesimo nell’esperienza di Carlo Vulpio, che come me si batte in prima linea senza peli sulla penna e faccio mia la sua storia, identica in tutto e per tutto a quello che avrei potuto dire io, ma che proprio i media mi impediscono di farlo. Quei giornalisti che sono amici dei magistrati (e guai a parlar male di loro), o che quando parlo o scrivo di raccomandazioni in generale, quei giornalisti ti dicono: "io non sono raccomandato". Si pensi un po', questi poi con che spirito scrivono articoli o formano trasmissioni tv in tema di giustizia o di lavoro. Vulpio si rivolge al Direttore de “Il Giornale”, il quale pubblica la lettera, non per lo scandalo in sé, ma solo perché è notoriamente antagonista della sinistra.
“Ecco la cricca di carta che "protegge" Nichi Vendola”. Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore. Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate. «Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese. A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio. La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera, scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato. Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento. Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia. Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola. L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo... In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra, meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione. Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’Istituto Luce , al confronto, è il New York Times .»
PARLIAMO DEI GIORNALISTI PREZZOLATI MALE.
Festival del Giornalismo di Perugia, 17 aprile 2011. Sul banco dei relatori sale il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino che viene introdotto dalla domanda del moderatore Roberto Zarriello: «…. chiederei al Presidente dell’Odg Iacopino: le storie raccontate sono queste, il mondo del giornalismo è sicuramente in difficoltà! E’ anche vero però che piangersi addosso e dire non si può fare più questo mestiere non serve a nulla. Che cosa possiamo fare, che cosa possiamo iniziare a fare, Presidente?»
Il Presidente inizia il suo intervento: «…la tentazione – dice Iacopino – che sento serpeggiare è come di creare quasi una figura del nemico tra di noi. Il nemico non è tra di noi, il nemico ha delle caratteristiche precise, io lo continuo a chiamare ladro, il nemico è fatto e rappresentato dagli editori. Se noi non ci chiariamo questa cosa e continuiamo a punzecchiare ora la Fnsi, ora l’Odg, perdiamo di vista quello che è il problema vero.»
A questo punto del suo intervento il Presidente Iacopino comincia ad illustrare leggendo da un copioso fascicolo che porta in grembo una serie di casi di sfruttamento del lavoro segnalati all’Ordine Nazionale:
1) faceva le pagine di cultura e spettacolo per il Domani della Calabria 150 euro per 2 mesi di lavoro;
2) 2 mesi di lavoro al Mattino di Napoli 325 euro lordi;
3) La Finanziaria editoriale quotidiano della Calabria 6 euro e 50 lordi al pezzo, tale compenso non potrà in ogni caso superare i 195 euro lordi mensili;
4) Il Giornale di Sicilia più di un mese di lavoro 422 euro;
5) Ciociaria Oggi ogni mese 150, 200 euro;
6) Finegil mese di marzo 119 pezzi 512 euro media di 4 euro e 30 lordi.
Interrompendo brevemente l’illustrazione dei casi di sfruttamento raccolti dall’Ordine il Presidente riferendosi all’intervento di De Benedetti all’ultimo Congresso Nazionale della Fnsi di Bergamo del gennaio scorso, stigmatizza: «… ha avuto l’impudenza di dire che lui non capiva perchè mai dovesse pagare un giornalista di Repubblica che collabora con l’on line : “non gli diamo forse maggiore visibilità?” , il passo successivo – prosegue Iacopino – sarà che vi daranno visibilità e li dovrete pagare voi! Io ho qui l’elenco delle aziende partecipate dall’Ing. Carlo De Benedetti, che fa milioni di euro di utili l’anno grazie all’azione che con i suoi giornali e le sue televisioni riesce a fare inevitabilmente ….»
L’intervento del Presidente dell’Odg prosegue con la citazione di nuovi esempi di episodi di sfruttamento:
7) una tv di Bergamo con un editore costretto a patteggiare una condanna per mobbing;
8) una emittente fa dei servizi li vende a Rai 3 che glieli paga 300 euro l’uno;
9) il Gazzettino di Venezia ci sono tre fasce: 4 euro per 999 caratteri, 9 euro e 50 tra 1000 e 2000 caratteri, 15 euro per 2000/3000 caratteri che nessuno scrive più, non so di che cosa stiano parlando;
10) ancora il Gazzettino 214 euro per una serie di pezzi scritti dal 2 al 30 gennaio;
11) la Voce della Romagna un giornale che riceve dallo Stato 2 milioni e 500 mila euro di contributo l’anno che dice di pagare 2 euro i pezzi a far data di un anno dalla pubblicazione;
12) un collega che viene dall’Ifc di Urbino quindi viene dalla scuola; il Quotidiano della Calabria lo ha pagato 6 euro e 50 lordi al pezzo per un massimo di 200 euro lordi al mese;
13) la Provincia Pavese 7 euro lordi per più di 40 righe, 5 euro lordi al di sotto, 3 euro per le brevi anche questo collega viene dall’Ifg di Urbino;
14) il Messaggero Veneto edizione di Gorizia cancellata da un giorno all’altro, il collega che segnala il caso stava in redazione scriveva una media di 6 pezzi al giorno per 200 euro mensili di media;
15) La Città di Salerno 1 euro e 55 al pezzo.
«Posso continuare fino a quando volete – sottolinea Iacopino – perchè io ho fatto questo appello e nel giro di 48 ore ho ricevuto più di 800 segnalazioni. Noi ci continuiamo a raccontare che il problema della libertà di stampa in questo Paese è dato dal conflitto di interesse, è una menzogna! Il conflitto di interesse c’è, non c’è ne uno solo, non c’è solo quello di Berlusconi, c’è quello di De Benedetti, c’è quello di Caltagirone con le sue attività nell’edilizia e i giornali! Guardateli i giornali: un indice di volumetria che cambia significa milioni di euro di incasso! Il problema principale, il vero attentato alla libertà di stampa nel nostro Paese è rappresentato da quei ladri che ci sono tra gli editori! Vi rubano la vita in questo modo e vi tengono in una condizione sistematica di schiavitù e quando tu dipendi solo da questi rettili non hai la possibilità di fare il tuo lavoro in maniera assolutamente libera responsabile….Rubano i vostri sogni e rubano la verità ai cittadini…»
"Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani" (Rizzoli, pagg. 412) di Giampaolo Pansa. Nel saggio sull’informazione del grande giornalista, un capitolo devastante sui conduttori-divi dei talk targati Rai (e dintorni). Da Santoro alla Dandini, da Gruber a Lerner, dalla Annunziata a Floris, Pansa ne ha per tutti. Peccato che la faziosità politica di costoro è stata pagata da tutti con il canone obbligatorio, anche da coloro che odiavano quella ideologia politica.
Un ritratto impietoso del mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisione. I giornali, nessuno escluso, sono sempre più faziosi. Eppure c’è chi non vuole ammetterlo e si presenta come immune da ogni partigianeria. È il caso di testate come la Repubblica, L’espresso e, talvolta, del Corriere della Sera. Spesso, dietro alla millantata obiettività si cela l’ossessione anti-Cavaliere, la volontà di distruggerlo con ogni mezzo, incluse le inchieste scandalistiche sulla vita privata (cinicamente tirate fuori per motivi di tirature: il gossip «politico» ha risollevato le vendite di Repubblica). Storia personale (Pansa è uno dei più grandi giornalisti italiani) e pubblica si intrecciano in un affresco accurato. Non mancano parti esilaranti, come l’incredibile rassegna delle smentite pubblicate dai quotidiani colti in castagna. Presentiamo, in queste pagine, due stralci dal libro, il primo dedicato ai telepredicatori di sinistra, il secondo a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica ed Espresso, giornali nei quali Pansa ha lavorato per molti anni, ricoprendo cariche importantissime.
"Michele Santoro si era sempre fatto notare per lo stile e le qualità del leader politico. Per cominciare, risultava il più anziano dei sultani rossi. Nel luglio 2011 quella parte d’Italia che lo ama festeggerà a dovere il suo sessantesimo compleanno. Poi era il televisionista rosso di più lunga durata. Stava sugli altari dal 1987, quando aveva 36 anni e ancora esisteva la Prima Repubblica. Il successo iniziale fu Samarcanda, seguito da Il rosso e il nero del 1992, entrambi su Rai 3. In quel tempo Michele era magro, astuto e ambiguo quanto occorreva. Nell’ottobre del 1991 andai a intervistarlo per l’Espresso. E mi resi conto che era sicuramente di sinistra, ma la sua fedeltà andava a un solo partito rosso: quello di Santoro. Con un timbro anarco-populista, forse derivato dalla militanza giovanile in un gruppo maoista: Servire il popolo. Per la Prima repubblica erano tempi tragici. I politici apparivano stremati e si trovavano sull’orlo dell’abisso di Tangentopoli. Santoro me li descrisse con la sicurezza del ras televisivo che si sente sempre più forte. Disse: «I partiti non saranno così stupidi da tagliare la lingua a Samarcanda. Noi siamo matti, imprevedibili e liberi. E continueremo a rompere. Io rompo o sto zitto: non vedo vie di mezzo». Poi mi spiegò: «Non è vero che il successo di Samarcanda mi abbia dato alla testa. Io sono un topo in mezzo agli elefanti dei partiti. Saltello per evitare che le loro zampe mi schiaccino. Se mi salvo, continuerò a rompere. I politici possono starne sicuri». Santoro si sentiva il capo di una forza personale che poteva decidere con chi allearsi o no. Per questo, all’improvviso, scelse di passare sul fronte opposto alla Rai: Mediaset, la corazzata di Berlusconi. Anche nel fortino del Cavaliere mise in mostra un’invidiabile capacità nel trattare gli affari. Ottenne uno stipendio da nababbo, più l’assunzione di tutta la sua squadra con il massimo dei compensi. E costruì un altro talk show di successo: Moby Dick nel 1996. Ma al Cavaliere, più furbo di tanti suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversario, ben piazzato su un terreno insidioso: la televisione. Per di più, gli stava sui santissimi per la sua aria da padrone. Lo liquidò. E Santoro divenne il primo dei Grandi epurati, messi fuori dalla tv grazie agli editti del Cavaliere. Michele ritornò in Rai. Poi la sinistra, sempre generosa con i divi della tv, gli offrì una exit strategy di lusso: il 14 giugno 2004 lo fece eleggere deputato europeo. Ma il Parlamento di Strasburgo era il posto più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Santoro sopportò per meno di due anni il fastidio di doverlo frequentare. Poi si dimise. E nel 2006 decise di rincasare in viale Mazzini. E diede vita a un nuovo programma: Annozero. Sotto questa bandiera, Santoro inaugurò un’altra stagione personale: il conduttore da guerra. Contro chi? Ma che domanda! Contro il suo vecchio padrone privato: Berlusconi. Il nemico da sconfiggere, il demonio da scacciare, il caimano da uccidere. Divenne il più mussoliniano fra i sultani rossi dei talk show. E ogni giovedì, in prima serata su Rai 2, riprese a imporci il proprio comandamento: credere, obbedire e combattere. Sempre con lo stesso obiettivo: mandare a gambe all’aria il tiranno di Arcore. Il pubblico di sinistra continuò ad adorarlo. Santoro era la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esisteva, ma poteva essere battuto. Nella scala gerarchica della Rai, Michele iniziò a contare più di dieci Paolo Garimberti, il presidente. E più di Mauro Masi, un direttore generale senza un potere reale nei confronti di Annozero. Ma nel paese dei balocchi televisivi, tutto è volatile. La forza di un programma e di un conduttore può sparire di colpo, o attenuarsi a ritmi terrificanti. È quel che accadde a Santoro verso la metà del novembre 2010. Quando il nuovo spettacolo di Fazio & Saviano cominciò a fare ascolti mirabolanti, confinando Annozero nell’angolo dei perdenti, sia pure provvisori. [...]
Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, mi appariva il Santoro dei poveri, formato Festa dell’Unità, quella del tempo che fu. Aveva di continuo l’ansia di non poter risultare abbastanza rosso. Ma ci riusciva ogni volta. La scelta degli ospiti era bipartisan. Non così il suo atteggiamento. Il compagnone di Ballarò si mostrava sempre amichevole nei confronti degli invitati di sinistra. Nei momenti di difficoltà, costoro sapevano di poter contare sul suo aiuto, offerto con lo zelo di un croce-rossino fedele nei secoli. Ma con gli interlocutori di destra, la musica cambiava di colpo. Con loro Floris sfoderava l’altro lato di se stesso. Diventava gelido e spesso scioccamente irridente. Li interrompeva, li silenziava, li metteva alle strette. Insomma, un capoclasse perfetto: buono con i buoni, cattivo con i cattivi. E in molti casi pomposo. Con il vezzo ridicolo di celebrare se stesso: lo vedete quanto sono imparziale, liberale, democratico?
Una sua gemella era Lucia Annunziata, la regina di In mezz’ora. Di lei rammento l’affanno di mandare al tappeto l’ospite che aveva di fronte per trenta minuti filati. Se chi s’azzardava a sedersi davanti a lei apparteneva al giro politico opposto al suo, anche un bambino avrebbe subito intravisto il difetto di Lucia. A lei non interessavano le risposte dell’interlocutore, ma soltanto le proprie domande. Che dovevano sempre risultare aggressive, grintose, insomma cazzute, se posso usare per una signora questo lessico da bettola. Una sola volta toccò a Lucia di andare ko. Accadde con quel satanasso di Berlusconi. Il Caimano si alzò e la piantò in asso, sola e abbandonata in piena diretta tv.
Un’altra dama sinistra era Serena Dandini, la regina di Parla con me , famosa per il divano rosso. E dal martedì al venerdì sempre disposta ad accogliere chiappe eccellenti dell’opposizione al cavaliere. Da lei erano passati Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, Bill Emmott, l’ex direttore dell’ Economist, Stefano Rodotà, Massimo Cacciari, Carlo Azeglio Ciampi, Guglielmo Epifani, Sabrina Ferilli, Antonio Tabucchi, Corrado Augias e tanti altri avversari del Berlusca. Davanti a Scalfari e alla sua sacra barba bianca, Serena cadde in deliquio. Era seduta accanto a lui, ma sembrava in ginocchio. Pronta a incoronare ogni risposta, anche la più banale, con la sua entusiastica risata. Un giorno, Pietrangelo Buttafuoco disse di lei:«Ha l’espressione un po’ così, di quelli che ridono pure in un cimitero». Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera, il più acuto tra quelli a disposizione dei lettori di quotidiani, fu spietato con madama Dandini. Scrisse: «Ride in continuazione per sottolineare la sua ironia e la sua intelligenza, caso mai fossero sfuggite». Poi aggiunse: «Da un programma che impiega tredici autori e la consulenza di altri quattro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una mini fiction dopolavoristica». Risultato? Un continuo calo d’ascolti.
A Santoro & C. si potevano aggiungere altre eccellenze rosse che non dipendevano dalla Rai. Consideriamo il caso di La7, una rete privata e senza obbligo di canone per l’utente. Qui a dominare era Lilli Gruber, già parlamentare europea di sinistra, che ogni sera metteva in mostra la propria militanza. Sempre piacevole a vedersi, ma soltanto per la sua bellezza e per l’eleganza by Armani. Confesso che ad affascinarmi era l’eterna giovinezza della conturbante Dietlinde, con quel viso di porcellana senza età, un’attrazione irresistibile per un maschio dai capelli bianchi. Anche per questo dettaglio, mi domandavo perché mai dimenticasse il proprio ruolo. Per tramutarsi da conduttrice in uno dei litiganti inviati al suo Otto e mezzo. Con il risultato di far scrivere all’implacabile Grasso del Corrierone: «La Gruber rappresenta un vecchio modo di fare giornalismo. Nel suo programma non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti». In questo scontro, Lilli voleva sempre vincere. Per arrivare a questo risultato, adottava spesso il sistema del due contro uno. I due, tutti anti-Cav, erano lei e uno degli invitati, entrambi nemici giurati del Caimano. L’uno era un ospite di centrodestra, destinato fatalmente a soccombere. E non metto nel conto il filmato di Paolo Pagliaro che, ogni sera, offriva il proprio soccorso rosso.
Più o meno lo stesso era quel che pensavo a proposito di un altro programma di La7: L’Infedele di Gad Lerner. Ecco l’ennesimo talk show da combattimento. Sempre contro il maledetto Cavaliere. E per questo noioso e banale, da non guardare. Mai una sorpresa né un guizzo di genialità imprevista. Ma in fondo era il ritratto del suo autore. Da tempo Lerner stava immerso in una fantastica regressione politica. Che lo aveva sospinto all’indietro nel tempo. Ossia agli anni Settanta, quando Gad s’illudeva di fare la rivoluzione proletaria nelle file di Lotta continua. Allora aveva perso e la sconfitta si era mutata in un incubo destinato a perseguitarlo. Come una condanna a cercare di continuo una vittoria che l’ascolto ridotto seguitava a negargli. [...]
Molto più interessante di Serra ( Michele, ndr ), risultava il personaggio di Fabio Fazio, la cui presa di posizione a vantaggio della sinistra era scoperta, scopertissima. Nonostante questo, amava interpretare il ruolo opposto al televisionista settario. Era quello dell’abatino estraneo a qualsiasi parrocchia, amico di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressione sempre stupita, il vestito strafugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà, nella Rai odierna frantumata in sultanati, Fazio era il più sultano di tutti. Un signore gelido, capace di muoversi senza guardare in faccia nessuno, curatore attento dei propri comodi. E all’occorrenza anche cattivo. Con la manina avvolta nella flanella grigia e lo stiletto avvelenato ben nascosto. Era con questa lama che Fazio, nel suo programma abituale, Che tempo che fa, praticava una censura inflessibile. Truccata da libertà di scelta, quella che spetta a tutti i conduttori di talk show. In realtà, il pallido Fabio non sceglieva, ma discriminava. Gestendo in modo autoritario il potere di promuovere libri e autori. Un regime accettabile in una tv privata, però non alla Rai. Che è pur sempre pagata dal canone sborsato dai «tutti» ai quali Saviano voleva parlare."
PARLIAMO DI “MOSTRI IN PRIMA PAGINA” E “BUFALE” GIORNALISTICHE.
“Quando la notizia non si dà, ma si fa”, dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
Sbatti il mostro in prima pagina……e se il mostro fosse totalmente estraneo al reato imputatogli e assolutamente innocente, come successe a Enzo Tortora e ad altri 5 milioni di cittadini innocenti, vittime di errori giudiziari negli ultimi decenni ? Sbatti il mostro in prima pagina è un film del 1972 diretto da Marco Belloccio ed interpretato da Gian Maria Volontà. La trama definisce la Milano degli anni ’70. Nel clima teso della contrapposizione politica, nella redazione del quotidiano fittizio “Il Giornale” (l'omonimo verrà fondato 2 anni dopo, nel 1974) il redattore capo, su invito della proprietà, segue gli sviluppi di un omicidio a sfondo sessuale per incastrare un militante della sinistra extraparlamentare e strumentalizzare il fatto politicamente. La campagna mediatica sortisce l'effetto sperato, ed il mostro viene condannato innanzitutto sulle prime pagine del giornale e la condanna, in primis morale, aiuta l'area reazionaria a screditare gli ambienti della sinistra nella fase elettorale.
Il cinema ha posto attenzione su un fenomeno diffuso in Italia. Il tempo passa, le parti si invertono, ma il vizio non si perde.
Si usa denominare quarto potere la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell'elettorato. È questo un uso metaforico del termine potere, distinguendolo da quello legislativo, esecutivo e giudiziario.
In Italia ogni notizia diffusa dalla stampa sembra la lettura pedissequa della velina passata dalle autorità giudiziarie o di pubblica sicurezza. Il gergo è quello dell’accusa.
Nessuno spazio è dato alla difesa. Nessuna remora a pubblicare l’immagine e i dati delle persone.
Naturalmente le fughe di notizie, per fatti sottoposti a segreto istruttorio, dovrebbero essere perseguite, incriminando i magistrati che ne sono i custodi. Invece la punizione è parziale.
Carlo Vulpio, già inviato del Corriere della Sera, è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Non solo è stato incriminato, ma è stato anche rimosso dal giornale. Ma torniamo all’oggetto dell’inchiesta.
Il fenomeno dei falsi scoop è la dèbacle del giornalismo italiano.
18 luglio 2009: a partire dalle 15,30 tutte le Agenzie battono la notizia di tre suore fermate in autostrada tra Torino e Aosta perchè correvano a 180 all'ora per correre dal Papa in ospedale. Il troppo stroppia: un'altra notizia che mette in cattiva luce delle religiose? Nella redazione di “Avvenire” qualcuno ricorda che pochi giorni prima si parlava di una neo-suora, di cui erano state pubblicate foto piccanti su Facebook; di un sacerdote beccato a guidare ubriaco perchè aveva fatto 4 messe di seguito... E allora parte il primo controllo, in parallelo -va aggiunto- a quello dei cronisti de “Il Giornale”. In un minuto e mezzo “Avvenire” scopre che dietro queste storie ci sono sempre gli stessi avvocati. E scopre che alla Polizia non risulta niente.
“Falsi giornalistici. Finti scoop e bufale quotidiane” (Guida editore). Il saggio presenta un tema scottante, quello dei falsi giornalistici. Esso mette in luce come, negli ultimi anni, molti dei quotidiani italiani, che hanno calamitato l'attenzione dei lettori, risultino invece falsi del tutto. Tra l'altro i redattori hanno sempre meno la possibilità di verificare la credibilità delle notizie, che vengono diffuse alcune volte con lo scopo di diminuire la credibilità dei giornali, oppure per utilizzare gli stessi come strumento per calunniare o mettere in difficoltà qualcuno. Il volume è stato adottato nell'Università di Salerno, Facoltà di Sociologia e Corso di laurea in Scienze della comunicazione.
Ma allora, viene da chiedersi, come la mettiamo con i media, che spesso propongono ai loro lettori, oltretutto con ambizioni di ufficialità, burle fantasiose ed inverosimili almeno quanto quelle pubblicate, con chiaro intento provocatorio e clownesco, dai siti internet sparsi per il pianeta?
Un esempio lampante è stato offerto dal celebre quotidiano francese "Le Monde", che anni fa diede in prima pagina la notizia della morte di Monica Vitti, provocando lo sconcerto dell'attrice.
I giornalisti, senza che vi sia intervento disciplinare da un ordine elevato a casta, continuano ad attentare alla reputazione dei cittadini indifesi, coprendosi dietro il diritto di critica o di cronaca. D’altro canto, invece, tacciono le malefatte dei poteri forti, per collusione o per codardia.
Per fare sensazione e nocumento si redigono i pezzi, improntandoli in modo tale da anticipare giudizi di condanna: giudizi che sono propri di un procedimento giudiziario in contraddittorio e, come ben si sa, già di per sé inattendibili con un “sistema giustizia” allo sfascio.
Neanche, poi, che i giornalisti venissero dalla luna, senza macchia e senza peccato. Invece si scopre che le modalità di accesso alla professione sono identiche a quelle degli avvocati, magistrati, professori universitari, ecc..(con inchieste che ne hanno inficiato la credibilità), o che i media sono foraggiati dalla politica e dall’economia. Fatti, questi, che ne minano la credibilità.
Poi, spesso, si scopre, anche, che chi vorrebbe imporre a noi la morale, invece è peggio del mostro sbattuto in prima pagina. Notorio è quanto è successo al direttore di “Avvenire”, il cui curriculum morale è stato pubblicato da Vittorio Feltri su “Il Giornale.”
Questo è l’articolo pubblicato su “Il Giornale” del 28 agosto 2008. “«Articolo 660 del Codice penale, molestia alle persone. Condanna originata da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall’ottobre del 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è constatato il reato». Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.
Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia. A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali. Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere. Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona. O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...».
Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di Avvenire da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radio-televisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore. Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del presidente del Consiglio. E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza».
Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa, sul giornale che dirige «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».
Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».
I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze. Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano.”
PARLIAMO DELLA PROFESSIONE DEL GIORNALISTA.
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, dispone l’articolo 21 della Costituzione. Ma una Costituzione materiale si è imposta, anno dopo anno, al di là e contro la Carta Fondamentale, insinuandosi nella legislazione ordinaria fino a rendere lettera morta i principi – complementari e irrinunciabili perché un ordinamento possa dirsi democratico – della libertà di informare e del “conoscere per deliberare”. Al punto che il Rapporto sulla libertà di stampa nel mondo compilato da “Reporters Sans Frontières” pone l’Italia al trentacinquesimo.
Malandata, degradata, in malafede. E in peggioramento. È la professione giornalistica secondo il giudizio dei lettori (e spettatori) italiani. La visione che esce dall’indagine commissionata dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia ad Astra Ricerche, dal titolo “L’immagine sociale dei giornalisti e le aspettative degli italiani”, non è confortante. Le interviste telefoniche sono state fatte a un campione di 2.004 persone con più di 15 anni, rappresentativo di 50,6 milioni di italiani (esclusi i membri di convivenze come ospedali, caserme, conventi e simili).
Per gli intervistati, i giornalisti italiani hanno otto grossi difetti: sono bugiardi (per il 68%), incompetenti (per il 60%), esagerati nel gonfiare le notizie (per il 59%), non indipendenti (per il 52%), schierati politicamente (per il 48%), corrotti e mercenari (per il 40%), narcisisti (per il 30%) e poco comprensibili (è l’opinione del 30%). La valutazione del professionista nel complesso è pessima per il 32 per cento degli interpellati, cattiva per il 23 per cento, sufficiente per il 10 per cento, buona per il 20 per cento e ottima per il 15 per cento.
L’utilità del giornalismo in generale è considerata nulla dal 12 per cento degli italiani interpellati, scarsa dal 15 per cento, media dal 19 per cento, alta dal 16 per cento, altissima dal 38 per cento. In sintesi, se la categoria è poco apprezzata, è anche forte la domanda di un giornalismo competente, appassionato e utile. La cattiva reputazione dei professionisti e il disinteresse da parte del pubblico per le loro questioni sindacali sono mitigati dalla richiesta di un’informazione credibile e che pensi prima di tutto agli interessi di chi legge.
Già nel 1945, dalle colonne di Risorgimento liberale, Luigi Einaudi aveva levato la sua voce contro l’istituzione di un Ordine dei giornalisti: “L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”. Una previsione, quella del primo Presidente della Repubblica, che trova drammatico riscontro nella realtà odierna.
La legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti ha garantito, contro la Costituzione, non la libertà di stampa di tutti i cittadini, ma la libertà della stampa, intesa come corporazione giornalistica. Caduto il regime fascista, la sostanza strutturale è rimasta immutata: la corporazione ha preso il nome di Ordine. Laddove, secondo il dettato costituzionale, avrebbe dovuto essere consentito a tutti i cittadini l’esercizio della libertà di stampa, la legge n. 69 del 1963 ha stabilito che “nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non é iscritto nell’albo professionale”.
Come può essere considerato, se non effetto di una bardatura corporativa a difesa di privilegi di casta, il vero e proprio percorso di guerra che, chi intenda intraprendere la professione di giornalista, deve affrontare prima di arrivare all’esame? Una professione a tutti gli effetti non libera, nel momento in cui essere riconosciuto praticante, e avere quindi titolo di ammissione all’esame, è spesso frutto di un negoziato politico: lottizzazione partitocratica, familismo, clientela, sono la regola. Proprio come sono la regola le raccomandazioni al momento del cosiddetto concorso di esame. Gli scandali, che periodicamente si ripetono, non mancano di rammentarcelo.
Nemmeno la nascita, negli ultimi anni, di numerose scuole di giornalismo, la cui frequentazione biennale è sostitutiva del periodo di praticantato presso un editore, è valsa a migliorare la situazione: spesso le stesse si trasformano in una sorta di diplomificio, dove acquistare l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti professionisti.
In Italia vi è da una parte la qualifica, altrove sconosciuta, di “Pubblicista”, e dall’altra lo status sociale vitalizio, indipendente dall’esercizio della professione, di “Giornalista Professionista”.
In Italia vi è la commistione fra giornalisti e lobbisti, vale a dire funzionari redattori di uffici stampa o pubbliche relazioni: identificazione pericolosa per chi svolge un’attività di giornalista legata a valori costituzionalmente protetti; ma, d’altra parte, implicitamente offensiva per chi si vede costretto a mascherare la propria attività di informatore di parte, che è pienamente legittima all’interno di meccanismi di mercato chiari e rigorosi.
In Italia vi è l’assurda discriminazione fra redattori di quotidiani da una parte e redattori di emittenti radiofoniche o televisive di agenzie e periodici specializzati dall’altra, indipendentemente dal fatto che i suddetti mezzi di comunicazione abbiano diffusione per via tradizionale o telematica, salvaguardando in tal modo le forme più moderne di accesso alla professione.
In Italia vi è la precarizzazione del giornalista e della verità.
Oggi la percentuale dei collaboratori di un giornale si aggira intorno al 75%. Questo vuol dire che i giornalisti contrattualizzati sono appena il 25% dell’intero organico e di solito hanno compiti di coordinamento, di impaginazione, di verifica dei pezzi. Per le tv locali le cose non vanno meglio: il ricorso ai giovanissimi di primo pelo, che non pretendono, ma nemmeno assicurano professionalità, è sempre maggiore, così come a società esterne, troppo pochi i veri professionisti con regolare contratto di categoria che possono garantire la qualità del prodotto.
Moltissimi “operatori part time dell’informazione”, per sopravvivere offrono la loro prestazione professionale, creando servizi legati a quello che viene chiamato “ufficio stampa”.
“Fare l’ufficio stampa di” significa veicolare in sostanza il messaggio ai media di politici, enti, aziende, associazioni predisponendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa.
Cosa succede se lo stesso giornalista cura l’ufficio stampa di qualcuno e scrive anche sul giornale o lavora in tv? La risposta più corretta è: dipende.
In gergo si chiama conflitto di interesse e nuoce inevitabilmente alla salute della verità e della obiettività. Infatti, la legge vieta esplicitamente questo genere di commistione.
Peccato che nessuno faccia rispettare la norma.
Chi dovrebbe controllare non sa e non vuole vedere. Così abbiamo giornalisti, che scrivono anche su quotidiani molto diffusi, o in tv che vengono pagati per fare i portavoce di politici.
Saranno poi naturalmente prontissimi a “far passare” articoli sul giornale per il quale lavorano.
Poi ci sono quelli che sono “pagati dal Sindaco”, che li ha “assunti” e continuano a scrivere sul giornale, magari lavorano in tv o rivestono ruoli organizzativi, per cui possono influire persino sul taglio da dare a certe notizie o a tutte le notizie.
Tutti si definiscono giornalisti, pochi lo sono veramente. Testimonianza “Per fatto personale”, scritta da Filippo Facci. "Alla fine del mio «Di Pietro, la storia vera» c’è un fuori-capitolo che racchiude alcune peripezie personali che ho sempre omesso di raccontare. Non farlo neppure stavolta sarebbe stata reticenza."
Avevo ventiquattro anni e volevo fare il giornalista. Nel gennaio 1991 vantavo già tre o quattro querele e fu allora che incontrai Antonio Di Pietro per la prima volta. Avevo cominciato presto, e dal giornaletto in cui spadroneggiavo, a Monza, approdai a delle collaborazioni con «l’Unità» e con «la Repubblica». Tuttavia le querele giungevano scientificamente solo al giornaletto che mi dava da vivere e che perciò dovetti lasciare.
Di Pietro lo conobbi appunto per una querela: era in toga e me l’indicarono; gli rivolsi un saluto formale che lui non ricambiò. Non gl’importava nulla di quella causa, lo si capiva. Sembrava mestamente annoiato dalle sciocchezze e dalle querele di me giornalistucolo, e quella sua burocratica indolenza non me la sarei più schiodata dalla mente. La querela non ebbe seguito.
Finito il militare, i miei contatti con «l’Unità» e con «la Repubblica» erano saltati. Mi ero sposato l’anno prima, a ventitré anni, ed ero disoccupato: l’unico contatto che riuscii a procurarmi fu con la redazione milanese dell’«Avanti!», dove per un paio d’anni avrei lavorato da abusivo. A me importava solo di fare il giornalista.
Mi diedi da fare. Di Pietro lo rividi nel dicembre 1991 quando mi mandarono a intervistarlo con la testuale premessa che era «amico nostro». L’incontrai di nuovo seguendo Mani pulite: l’«Avanti!» era ritenuto il giornale dei ladri e lo chiamavano «la gazzetta degli avvocati», e tra una diffidenza e l’altra i nervi di una mia collega avevano cominciato a cedere; avevano mandato avanti me perché secondo il mio caporedattore ero un «cane sciolto».
Ma un cronista dell’«Avanti!», al tempo, aveva poche alternative tra l’essere considerato un cane sciolto o l’essere considerato un cane. Ricordo quando entrai nella sala stampa del palazzo di giustizia e tutti uscirono, come capitò anche a un cronista del «Secolo d’Italia». Ricordo quando davanti a una clinica privata, dove un famoso finanziere era agli arresti ospedalieri, il gruppetto dei cronisti cambiava marciapiede a seconda della mia posizione. Quando mi capitò di pubblicare dei verbali d’interrogatorio che guastarono i piani di chi scriveva in pool, poi, un collega mi disse a brutto muso che secondo lui i miei verbali erano falsi. Un altro cronista mise in relazione la fuga notturna di un dirigente socialista con una mia possibile spiata. Lo scrisse pure.
In tutto questo la situazione si era fatta ancora più complicata perché la sede romana dell’«Avanti!» vedeva nella redazione milanese un avamposto craxiano – ciò che era – e man mano che decresceva il potere di Craxi cresceva anche il tentativo di isolarci e di toglierci peso. Io formalmente neppure esistevo: non avrei potuto neanche stare in redazione; il direttore di allora, su cui non esprimo un’opinione perché non ho l’immunità parlamentare, si chiamava Roberto Villetti e ogni tanto telefonava da Roma per sincerarsi che io fossi rimasto a casa o scrivessi comunque da fuori, quando invece in redazione praticamente ci dormivo. A un certo punto, in un periodo in cui peraltro non arrivava più una lira perché le tangenti erano finite – questo l’avrei appreso poi – Villetti prese a togliermi anche la firma dagli articoli: ma neppure sempre, a giorni alterni, quando capitava. Pensai di aggirare l’ostacolo ricorrendo alla doppia firma col mio caporedattore milanese, Stefano Carluccio, un amico: ma a un certo punto il direttore risolse togliendo solo la mia firma e lasciando quella di Carluccio sotto articoli che però avevo scritto io.
Nell’insieme: lavoravo da abusivo per il giornale dei ladri, ero disprezzato dai colleghi e da chiunque in quel periodo sapesse dove scrivevo, completamente gratis, in teoria non potevo neppure entrare in redazione e sotto i miei articoli c’era la firma di un altro. Però c’era la salute.
Continuai a seguire Di Pietro e Mani pulite anche quando l’atmosfera si fece ancora più elettrica e quando due persone che conoscevo, inquisite, si suicidarono. Scrivere sull’«Avanti!» certo mi forzava a guardare le cose da un punto di vista speculare, ma probabilmente c’entrava anche il mio carattere e un’età in cui avevo davvero poco da perdere. In ogni caso il clima che ribolliva nel paese non mi piaceva. Mi venne naturale raccogliere del materiale su cui lavorare: di giorno, quindi, seguivo la cronaca, e la sera ci ragionavo, approfondivo, scrivevo, ne discutevo sino a tarda notte.
Continuai a occuparmi di Di Pietro anche quando l’«Avanti!» chiuse i battenti e rimasi a spasso. Era la fine del 1992. Fu un brutto colpo, soprattutto perché ormai ero catturato dagli avvenimenti. La redazione era chiusa ma spesso ci dormivo dentro perché a casa c’era qualche problema. Presi a indagare, feci domande in giro, raccolsi ritagli di giornale. Un paese intero invocava manette e io intanto fingevo di fare il giornalista come di consueto: assumevo informazioni, le ordinavo, le assemblavo, ne parlavo: solo che, il giorno dopo, non usciva nessun mio articolo. Mi limitavo a ingrassare e limare un mio libro impossibile, una sorta di rivisitazione della carriera di Di Pietro e della sua inchiesta devastante. Non avevo nient’altro da fare, né di nient’altro m’importava.
Era il periodo dei governi che non riuscivano a governare, l’anno delle bombe a Milano e a Roma, delle speculazioni internazionali: l’atmosfera da torbido complotto era illuminata solo dalla mirabolante traiettoria di Antonio Di Pietro. Un sondaggio, tra «abbastanza», «molta» e «moltissima», gli attribuiva il 90 per cento della fiducia degli italiani. Neppure certi suicidi eccellenti avevano scosso l’opinione pubblica: il 60 per cento degli italiani riteneva che l’uso della carcerazione preventiva andasse bene così. Neppure quel clima da carboneria e la mia vocazione di bastiancontrario mi divertivano più: ero pur sempre un ragazzo di ventisei anni che voleva fare il giornalista. Cercai di defilarmi.
Scrivevo. Il libro era ormai denso e particolareggiato sino alla paranoia, quasi quattrocento pagine che ingenuamente e nelle maniere più improbabili tentai di proporre a qualche casa editrice. Non interessò a nessuno perché ero un perfetto sconosciuto, ma nondimeno perché era il periodo che era. Sulla copertina di «tv Sorrisi e Canzoni » l’icona del magistrato più amato dagli italiani troneggiava su un titolo cubitale: Di Pietro facci sognare.
Conobbi Bettino Craxi semplicemente telefonandogli: fu poco prima che quasi lo linciassero all’Hotel Raphaël, all’inizio del 1993. Non dirò nulla di lui. Conobbi altre persone tra le più care, in quel periodo: uomini e ragazzi che difendevano storie che non erano le loro, e che dicevano follie che un giorno sarebbero state ovvie. L’effervescenza di Mani pulite mi disvelò codardie raggelanti e dignità insospettabili.
Il mondo delle persone normali, a poco a poco, mi perse. Sfumarono amicizie e affetti, il matrimonio era ormai consunto, mio padre intanto leggeva il forcaiolo «Indipendente» di Vittorio Feltri. Poi, un giorno di aprile, mi telefonò un personaggio di una fantomatica casa editrice straniera, uno che diceva di aver saputo del mio dattiloscritto da qualche collega di Palazzo Marino, la sede del Comune di Milano. Si disse interessato. Ci vedemmo due volte in un bar del centro e nel secondo incontro mi mostrò anche un libro pubblicato da questa casa editrice straniera, la Marshall di Dublino. Nel trattenere una copia del mio lavoro mi disse che uno scritto come il mio in Italia non sarebbe mai stato pubblicato, e con mio sbigottimento mi diede una busta che – verificai poi – conteneva 4 milioni in contanti. Gli lasciai anche due mie foto. Una, lo feci per scherzare, mi ritraeva che avevo circa un anno.
A metà luglio il settimanale «Il Sabato» pubblicò un dossier che conteneva tutta una serie di notizie imbarazzanti per Antonio Di Pietro. Erano cose che perlopiù conoscevo e che nel mio libro fantasma avevo sviluppato in parte meglio e in parte peggio. Furono sbrigativamente bollate come «calunnie» come capitava a ogni minimo rilievo mosso contro Di Pietro, ma fu un altro fatto a colpirmi. Mi suonavano stranamente familiari, di quel dossier, almeno un paio di passaggi. Ebbi l’impressione che l’estensore avesse quantomeno consultato il mio libro fantasma, ma fu solo un primo campanello d’allarme. Presto un altro episodio l’avrebbe terribilmente superato.
Il mio ex caporedattore, Stefano Carluccio, mi convinse a fare causa all’«Avanti!» così da ottenere almeno il praticantato d’ufficio, un riconoscimento legale che mi avrebbe permesso di fare l’esame da giornalista professionista. All’Ordine della Lombardia c’era Franco Abruzzo, ritenuto vicino a quel che rimaneva del Psi. La mia causa fu accolta. A Roma feci l’esame scritto e scelsi un tema sul cosiddetto «nuovismo» maturato dopo Mani pulite, anche se l’enfasi della titolazione avrebbe potuto indurmi a migliori consigli. Fui soddisfatto del mio lavoro, ma tempo dopo appresi che mi avevano bocciato. Diedi di nuovo l’esame scritto e scelsi l’analisi di un decreto legge sulla giustizia, il Decreto Gargani. Presi il voto più alto di tutta la sessione. Preparai l’orale e intanto non combinavo granché.
Nel dicembre 1992 avevo conosciuto l’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri, ex amicone di Antonio Di Pietro, e mi aveva già confidato qualche notevole aneddoto su Tonino, Ninì come lo chiamava lui. Passavo a trovarlo nella ridicola speranza che potesse aiutarmi a trovare lavoro e mi dava udienza anche perché era avvolto da una solitudine impressionante. Un giorno mi mostrò un faldone pieno di appunti infarciti di correzioni illeggibili, voleva una valutazione. La forma faceva abbastanza schifo e glielo dissi, ma gli proposi di fare un libro intervista purché corredato di domande e risposte vere. Pillitteri aveva lottizzato e piazzato giornalisti ai più alti livelli, ora aveva me. Ci mise un po’ ad accettare. A lavoro finito, l’ex sindaco mi favorì due appuntamenti con due editori, ma andò male. Nel febbraio 1994 tentai di mia iniziativa con la romana Newton Compton e sorpresa: accettarono. Mi posero dei tempi di consegna strettissimi così da uscire entro le elezioni del 27 marzo. Ero sbalordito.
L’esame orale da giornalista fu sempre in febbraio. Si doveva discutere una tesina scelta dal candidato e rispondere a un po’ di domande. I commissari sbirciarono il voto dello scritto e si compiacquero. Ma poi, di fronte a una commissione composta da magistrati e giornalisti, cominciai a discutere la tesina «Commistioni tra magistrati e giornalisti nell’inchiesta Mani pulite» perché ero fatto così. Anche un po’ scemo, a riguardarmi oggi, ma ero uno che non mollava mai. Gli altri aspiranti professionisti sgranarono gli occhi di fronte all’harakiri e l’esame non fu piacevole, durò almeno il doppio del consueto e anche la camera di consiglio si protrasse per un’ora secca. Fui promosso col minimo dei voti, grazie, appresi, a un commissario che poi venne a cercarmi.
Ero finalmente un disoccupato professionista e pensai che l’importante fosse non fermarsi. Cominciai a girare da un avvocato all’altro per raccogliere varie storie di malagiustizia, mia vecchia passione di quando sedicenne militavo nei Radicali. Cercai di condensare queste storie in un altro volume in cerca di fortuna. Ogni tanto ripensavo all’improbabilità di quell’editore straniero, tutte le stranezze, i contanti senza ricevuta, neppure un numero telefonico o un indirizzo dove rintracciarlo. Era sparito e pensai che potesse essere normale in un periodo in cui nulla lo era.
Un vecchio amico di mio padre lavorava alla neonata «Voce» di Montanelli, e provai lì. Erano in overbooking, ma il tizio mi procurò un appuntamento con Maurizio Belpietro, vicedirettore del «Giornale ». Quest’ultimo mi accompagnò dal capo della cronaca di Milano, Daniele Vimercati, e gli propose di mettermi alla prova. Ma non mi chiamò mai. Era un ottimo giornalista, era vicino alle posizioni di Bossi e io ero uno che aveva lavorato all’«Avanti!» da abusivo.
Un mattino mi segnalarono uno dei tanti anonimi su Mani pulite che circolavano per le redazioni. C’era una copertina grigia col titolo Gli omissis di Mani pulite e risultava edito da una certa «Marshall Ltd-Irlanda», firmato da Anonimo giornalista. Centonovantadue pagine fitte. Era il mio libro, Anonimo giornalista ero io. Sulla retrocopertina, piccolina, c’era anche la mia foto di quando avevo un anno.
Rimasi di sale. Da una parte la rabbia per quell’incredibile lavoro perduto nell’oceano degli anonimi, dall’altra un timore irrazionale di venire scoperto per aver fatto qualcosa che in realtà non volevo neppure nascondere. Fu difficile non parlarne con nessuno per mesi, per anni. Tanto più quando il settimanale «Panorama», poco tempo dopo, in un trafiletto, fece cenno al volume e titolò Veleni contro Mani pulite. Mi raccontarono che alcuni colleghi della giudiziaria si divertirono con la caccia all’autore e seppi che non sospettarono di me perché non mi ritenevano all’altezza.
Il libro intervista con Pillitteri, Io li conoscevo bene, uscì a marzo inoltrato. «Panorama» ci dedicò un’intera pagina e altri articoli uscirono sulla «Stampa» e sul «Messaggero». Spesso neppure mi nominavano, ma fui contento anche se dell’argomento principe del libro, Antonio Di Pietro e certi suoi legami imbarazzanti, preferirono non parlare.
Già lavoravo ad altro: la raccolta delle storie di malagiustizia mi appassionava. In luglio, nei giorni del disgraziato Decreto Biondi, il mio amico Luca Josi mi propose di presentarle sotto forma di libro in via di pubblicazione, anche se propriamente non c’era il libro e non c’era l’editore; diceva che si poteva contrapporlo a quanti, a fronte delle lagnanze garantiste, invocavano ogni volta esempi e casi concreti.
Nella saletta di un hotel romano, non certo grazie a me, intervennero Vittorio Sgarbi, l’avvocato Nicolò Amato e il professor Paolo Ungari. Uscì un trafiletto sul «Giornale» e uno sul «Corriere della Sera». Fu un risultato, dati i tempi. Qualche giorno dopo si fece vivo tal Roberto Maggi, già editore di Sgarbi con la sua Larus di Bergamo. Aveva letto il trafiletto sul «Corriere ». Disse che il libro gli interessava molto ma tutto venne rimandato a settembre. Gli credetti. Passai l’intero agosto a lavorarci sopra.
In settembre, dopo ripetuti rinvii, Maggi si rese irreperibile e compresi poi perché: stava per pubblicare La Costituzione italiana: diritti e doveri commentata da Antonio Di Pietro con prefazione di Francesco Cossiga. Presto avrebbe editato anche due testi di educazione civica sempre firmati dall’ex magistrato. Roberto Maggi cercò di convincermi che aveva grandi progetti e che non avrebbe avuto problemi a pubblicare anche me, perché era un liberale, e la cosa incredibile è che io credetti anche a questo. Continuai a lavorarci. Non ero cretino: ero di mente lineare, poco incline al barocchismo e al retroscena, figlio di mezzi tedeschi, soprattutto crederci era gratis.
Il mio ultimo appuntamento alla Larus di Bergamo fu il 3 febbraio 1995. Attesi due ore in una saletta e poi eccomi nell’ufficio di Maggi, dove appesa al muro c’era una gigantografia di Antonio Di Pietro firmata da Bob Krieger. Mi spiegò che non poteva permettersi di pubblicare il mio lavoro perché l’aveva mostrato all’ex magistrato. In sostanza aveva cercato di farsi bello con lui bloccando il mio libretto. Questo disse, almeno. Rimasi malissimo.
I primi di giugno 1995 ero a Monza a giocare a pallacanestro. Non possedevo un telefono cellulare e sul bordo del campetto d’un tratto comparve mio padre: mi disse che mi stavano cercando urgentemente dal «Giornale», quotidiano che intanto lui era passato a leggere. Finii la partita e solo molto più tardi, da una cabina del telefono, appresi che Di Pietro era stato inquisito a Brescia, e mi proposero di scrivere un articolo tipo «io l’avevo detto» sulla base di quanto avevo già scritto nel libro-intervista a Pillitteri. Dovetti precipitarmi al «Giornale» con la canottiera ancora madida di sudore e ricordo l’orrore negli occhi di Vittorio Feltri che allora se la tirava con l’eleganza british-campagnola. Scrissi un affresco sul reticolo di amicizie discutibili dell’eroe nazionale. Il giorno dopo, più di un quotidiano fu costretto a inseguirmi. «L’Unità», circa il libro intervista con Pillitteri, scrisse di «veleni», e «la Repubblica» che «il pamphlet rischia di diventare un best seller che pare già depositato agli atti dell’inchiesta di Brescia». Il best seller mi fruttò in tutto 1.081.623 lire. Cominciai a scrivere sul piccolo quotidiano «L’Opinione» grazie a una raccomandazione di Pillitteri, ma stavano per addensarsi nubi davvero nere.
Procure e redazioni, al tempo, erano invase da scritti anonimi contro la magistratura milanese, e si prospettava l’ombra di un Mister X che fungesse da suggeritore dei cosiddetti veleni indirizzati contro Di Pietro. Il clima da spy-story era a mille. Il 3 luglio 1995 sul «Giornale» lessi questo titolo: Mister X era già in un libro di due anni fa. Sottotitolo: Un memoriale anonimo pubblicizzò tutti i veleni e gli omissis del gruppo di Mani pulite. Testo: «Oggi andrebbe a ruba. Allora, nel maggio 1993, circolò per il tribunale come i samizdat clandestini del dissenso russo. Gli omissis di Mani pulite, un pamphlet di 192 pagine, raccontava già tutto. Gli anonimi e i Mister X che sono venuti dopo avevano alle spalle quel superdossier».
Avevo la certezza che non sarebbe finita lì. Ebbi l’irrazionale sensazione che qualcuno mi stesse cercando. Non mi trovò la Spectre, ma Stefano Zurlo del «Giornale». Mi telefonò e mi chiese esplicitamente se Mister X fossi io. Negai. Per giorni. A un mio generalizzato timore si accompagnava la consapevolezza che la storia dell’inglese che scippa i libri dei giovani cronisti era incredibile, nel senso di poco credibile.
Cedetti, ovviamente. La verità per la verità interessava relativamente, lo sapevo bene: la scoperta di un ingenuo Mister X probabilmente avrebbe potuto smentire chi prefigurava dei potenti burattinai di centrodestra dietro la diffusione dei dossier anonimi. Decisi di correre il rischio. Al «Giornale» incontrai Maurizio Belpietro per la quinta volta in una quinta veste diversa: prima ero stato un imberbe che cercava lavoro, poi l’autore di un libro intervista con Pillitteri, poi l’autore di un libro inesistente su casi di malagiustizia, poi un giocatore di basket avvolto da un alone non propriamente di mistero, ora un Mister X di ventotto anni che viveva al quartiere Giambellino. Gli chiesi come avessero fatto ad arrivare a me e mi rispose che mi aveva riconosciuto dalla foto di bambino stampata dietro il dossier.
«Il Giornale», il 24 luglio, aprì la prima pagina con uno spaventoso titolone: Ecco l’autore del dossier Di Pietro. Sottotitolo: Filippo Facci, un giovane cronista dell’«Avanti!», scrisse due anni fa un rapporto in cui anticipava le accuse all’eroe di Mani pulite. Si insisteva ancora col «samizdat clandestino del dissenso russo». Stavo per finire in un mare di guai. La Procura di Brescia mi convocò e mi interrogò per sei ore: il samizdat russo finì agli atti. Anche il libro intervista con Pillitteri era già finito agli atti. Vi finì anche la faccenda del libro sui casi di malagiustizia fermato dalla Larus. Mi chiesero del presunto editore inglese o irlandese e risposi che mi si era presentato come «Olinco» o forse «Holinko», non avevo mai visto il suo nome per iscritto. Gli inquirenti, com’era prevedibile, mi chiesero se avessi mai ricevuto altri dossier anonimi e gli consegnai quelli che avevo. Vollero sapere se li avessi utilizzati per scrivere il mio libro e li invitai a verificare che in qualche caso li avevo addirittura smentiti. Il giorno dopo, sul «Giornale»: Caso Di Pietro, cronista sotto torchio. Sottotitolo: Sei ore e mezzo senza neanche una pausa caffè. Pochi giorni dopo trovai la casa perquisita e devastata da chi cercava chissà che cosa. Non mancava nulla, a parte qualche documento poco significante. Sporsi denuncia alla polizia e fui interrogato di nuovo a Brescia.
Settembre coincise con propositi di rinnovata normalità: scrivevo sempre per «L’Opinione», mi concentravo sul lato oscuro di Antonio Di Pietro e setacciavo nuovi casi di malagiustizia. Ogni tanto, almeno una volta alla settimana, sentivo Craxi al telefono. Mi chiamava lui. Gli piaceva che io venissi praticamente dal nulla, per quanto poteva saperne.
Il 12 settembre 1995 sulla «Repubblica» uscì un articolone titolato Il Mistero Holinko. Sottotitolo: Salamone indaga su un libro contro Mani pulite. Un estratto: Chi è il signor Anthony Holinko? E chi si nasconde dietro la Marshall Ltd, casa editrice fantasma con sede forse a Dublino? La Digos bresciana sta indagando sul misterioso emissario dell’ancor più misteriosa Marshall, la casa editrice che nel ’93 pubblicò il libro Gli omissis di Mani pulite, un pamphlet che in Italia circolò semiclandestino, spesso in fotocopie, e che anticipava alcuni dei temi recenti delle accuse contro Di Pietro. Il pm Salamone sta cercando di capire se esistono dei legami tra la casa editrice irlandese e un’altra entità oscura apparsa sullo scenario recente di Mani pulite, l’agenzia investigativa americana, ma con ufficio di corrispondenza a Parigi, che avrebbe svolto, per conto di chissà chi, lunghe indagini sul passato dello scopritore di Tangentopoli.
Un mattino mi contattò l’ex mezzobusto del Tg2 Alda D’Eusanio, mai conosciuta prima. Disse che aveva letto le mie disavventure e mi elencò dei colleghi che le avevano parlato bene di me, tutti nomi però a me sconosciuti. La incontrai a Roma e mi spiegò che per il programma «L’Italia in diretta», su Raidue, avrei potuto fare dei servizi su casi di malagiustizia purché non trattassero di politici. Accettai e iniziai la trafila per il contratto. Pensai che potessero c’entrare Pillitteri o Craxi.
Il 14 settembre ero ancora a Monza a giocare a pallacanestro. Trillò il cellulare che mi ero finalmente procurato: era Craxi. Cercai di capire se c’entrasse con la faccenda di Raidue: «La conduttrice mi ha parlato di come si potrebbe trattare il tema del garantismo», gli dissi, omettendo nomi e cognomi come era d’uso. Ma non riuscii a capire.
La conclusione della telefonata, testuale, fu la seguente:
Craxi: A te ti controlleranno il telefono, devo supporre…
Facci: Sì, forse, ma non è un problema…
Craxi (scherzoso): Nessunissimo problema, neanch’io nessunissimo problema…
In realtà c’era problema. Aspettando la Rai, mi ributtai sull’«Opinione » e su Di Pietro, tema che tirava molto. Furoreggiava l’inchiesta su Affittopoli e io mi ero fissato di trovare i dati sull’appartamento a equo canone che il Fondo pensioni Cariplo aveva concesso all’ex magistrato alla fine degli anni Ottanta. Ne avevo già scritto nel mio libro fantasma e nel mio libro intervista a Pillitteri, con tanto di indirizzo, ma la notizia non era mai deflagrata. Mi procurai lo schedario del Fondo pensioni Cariplo e un funzionario mi diede tutte le conferme del caso. Mi capitò di parlarne al telefono col mio amico Luca Josi. Sinché un mattino, per coincidenze varie, capii che «il Giornale» avrebbe probabilmente sparato la notizia l’indomani e mi prese il panico. Allertai il direttore dell’«Opinione», Arturo Diaconale, e scrissi l’articolo in un battibaleno. Nel tentativo di anticipare «il Giornale» telefonai a tutte le agenzie di stampa perché preannunciassero quel che «L’Opinione» avrebbe pubblicato, ma servì a poco. «Il Giornale» l’indomani sparò la notizia in prima pagina e quasi nessuno si accorse che sull’«Opinione» ne avevo scritto anch’io. Era il 22 settembre.
Il pandemonio fu il 29 settembre. Il pubblico ministero Paolo Ielo, al Tribunale di Milano, denunciò «campagne giornalistiche coordinate da Hammamet» e citò espressamente gli articoli che «il Giornale» aveva dedicato all’equo canone di Di Pietro: disse che la diffusione della notizia era stata pilotata da Craxi a Vittorio Feltri, e la riprova, aggiunse, ne era un’intercettazione telefonica tra Craxi e Luca Josi, il mio amico. Feltri venne additato come un robot craxiano e i telegiornali di mezzogiorno si scatenarono. Io ci misi poco a capire com’era andata davvero: io avevo parlato a Josi dell’articolo che stavo preparando per «L’Opinione» e lui probabilmente ne aveva fatto cenno a Craxi, ma le varie telefonate erano state intercettate e i magistrati avevano capito che si parlasse di un articolo per «il Giornale» anziché per «L’Opinione». Passai una mezz’ora disperata: che fare? Esporsi di nuovo? Temevo per il mio contratto con la Rai.
Mi esposi, chiaro. Telefonai al «Giornale» e feci pure fatica a farmi ascoltare. Il giorno dopo, morale, ecco un’altra intervista dove spiegavo tutta la dinamica. Vittorio Feltri titolò il suo editoriale Esigiamo pubbliche scuse e però scrisse così: «Filippo Facci, e non un mio redattore, ha attinto notizie da fonte socialista riguardo a Di Pietro … “L’Opinione” ha pubblicato la notizia in questione proprio su segnalazione di Luca Josi. Facci, che è persona onesta, ammette tutto ciò in un’intervista che riportiamo». Ma come? Era il contrario della verità: io nell’intervista non dicevo niente del genere, non avevo attinto a nessuna fonte socialista, avevo solo parlato a Josi di un articolo che stavo preparando. Ma niente da fare, Feltri ripeté le stesse cose al «Messaggero» e alla «Repubblica». In un’intervista al «Corriere della Sera» giunse a dire: «Avevo ragione. Abbiamo rintracciato Filippo Facci il quale ci ha confermato quel che sospettavamo». Cioè: adesso erano stati loro ad aver capito, e ad aver rintracciato me, ricettore di notizie provenienti da Hammamet.
Il robot craxiano ero diventato io. Telefonai al «Giornale» e l’indomani fu abbozzata una rettifica dallo stesso Feltri, ma era tardi: un altro delirante articolo di un cronista giudiziario, sempre e incredibilmente sul «Giornale» dello stesso giorno, mi citava tra gli «irriducibili collaboratori di Craxi» e cercava di dimostrare chissà che cosa con un collage di intercettazioni varie. Intanto «la Repubblica» titolava Craxi, il burattinaio e il «Corriere della Sera» È Craxi il segretario di Forza Italia. Tutti i giornali pubblicarono centinaia di intercettazioni tra Craxi e il resto del mondo. Altri telefonisti craxiani erano Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, e giornalisti come Enrico Mentana, Emilio Fede e Bruno Vespa. Un altro telefonista, Alessandro Caprettini, direttore dell’«Italia settimanale», fu licenziato. Il mio ex compagno di scrivania all’«Avanti!» Luca Mantovani, portavoce del parlamentare di Forza Italia Vittorio Dotti, fu licenziato a sua volta perché aveva spedito a Craxi la copia di un’interrogazione parlamentare. Mancavo io.
Tra i telefonisti c’era anche Alda D’Eusanio, l’ex mezzobusto che mi aveva proposto il lavoro alla Rai. I giornali pubblicarono un’intercettazione dove lei diceva a Craxi «Sarò la tua voce» e l’associarono a un’altra intercettazione, questa:
Craxi: A te ti controlleranno il telefono, devo supporre…
Facci: Sì, forse, ma non è un problema…
Craxi (scherzoso): Nessunissimo problema, neanch’io nessunissimo problema…
C’era problema. «L’Unità» del 5 ottobre deprecava il mio «contratto milionario» (66 milioni di lire lordi per un anno) e tre interpellanze parlamentari fecero il resto. Il contratto venne stracciato con il consenso del presidente della Rai Letizia Moratti. In sintesi: avevo dato una notizia vera, l’equo canone goduto da Di Pietro, e avevo perso il lavoro.
Nel giorno in cui «l’Unità» sanciva la fine di ogni mia velleità contrattuale, oltretutto, «Panorama» mi ritirava in ballo per il libro fantasma: un lungo e complicato articolo citava un dossier anonimo che avevo consegnato alla Procura di Brescia, uno dei tanti, e lo definiva «in stile Fbi». Si ritirava in ballo il samizdat russo o irlandese scritto al Giambellino. Il quotidiano «L’Indipendente» titolò Di Pietro spiato dai servizi segreti, citandomi.
Avevo ventott’anni, volevo fare il giornalista.
Nel periodo successivo divenni una specie di pendolare tra Milano e Brescia, nella duplice veste di cronista e di testimone. Di Pietro ormai era nel mio destino. Un’altra mia inchiesta sull’«Opinione», dopo una testimonianza che rilasciai sempre a Brescia, fece aprire un filone d’indagine contro l’ex magistrato per alcune sue presunte concussioni al ministero della Giustizia. Senza farla troppo lunga: mi sarebbe capitato di far iscrivere Di Pietro nel registro degli indagati altre due volte.
Di Pietro mi seppellì di querele e mi denunciò anche per calunnia. In una memoria difensiva chiese di appurare i miei rapporti con Craxi e di inoltrare rogatorie internazionali in Irlanda. Quando si discusse il rinvio a giudizio per calunnia, pochi mesi dopo, l’udienza preliminare durò sei ore e io e Di Pietro sfiorammo lo scontro fisico. L’ex magistrato ce l’aveva in particolare col mio libro fantasma: «È da quel dossier» disse «che sono cominciati tutti i miei guai». Ma quel dossier, che diversamente da altri non era un dossier ma solo un disperato e tentato libro, diceva tutte cose vere. Cose che reggono, ancor oggi, la prova del tempo. Fui prosciolto.
L’aria cambiò lentamente, ma cambiò.
Le storie di malagiustizia che riuscivo a trovare, grazie al rinnovato garantismo berlusconiano e al mio buon rapporto con Maurizio Belpietro, ottennero spazio sul «Giornale». Presi a collaborare anche con «Il Foglio» di Giuliano Ferrara. Ogni tanto, per esempio su «Panorama», uscivano articoli imbarazzanti che mi esaltavano come «il cronista che sapeva troppo ». Un quotidiano di Trento, non trovandomi, e in mancanza d’altro, intervistò mio padre. Dopo vari tentativi nel 1996 riuscii a trovare un editore anche per il libro sui casi di malagiustizia, intitolato Presunti colpevoli: lo pubblicò Mondadori. Altri giornali si soffermarono sul mio caso e a dirla giusta fu «Il Foglio»: «Dopo tre anni di peregrinazioni, Filippo Facci ha trovato l’editore, ma più probabilmente le condizioni politiche». Era la verità. Le stesse condizioni politiche, un anno dopo, mi permisero di pubblicare una prima biografia su Antonio Di Pietro sempre per Mondadori. Temendo chissà che cosa, Di Pietro disse alla «Repubblica»: «So cosa vogliono fare, … chi lo fa. E ho preso le mie contromisure. Anzi vorrei dare un consiglio: chi sta realizzando la diffusione di un pamphlet che mi riguarda, ci pensi due volte».
Il libro uscì lo stesso. In autunno, davanti al palazzo di giustizia milanese, per la stupida legge dei corsi e ricorsi, ci fu una manifestazione del centrodestra in cui il libro fu addirittura agitato da qualche manifestante, o questo almeno lessi.
I primi di giugno 1999 ero di nuovo a Monza a giocare a pallacanestro quando un mio compagno di squadra mi disse che alla sua fidanzata, studentessa alla Cattolica, avevano chiesto di me durante un esame. Impossibile, dissi. Era vero. L’esame era Storia del giornalismo italiano e nel tomo intitolato appunto Storia del giornalismo italiano dalle origini ai giorni nostri, a pagina 366, c’era un capitoletto titolato «Le fonti e le disavventure delle notizie». Si parlava di «tre casi limite, espressione di tre diversi momenti della storia italiana: portano il nome di Zicari, Pecorelli e Facci».
Di Giorgio Zicari ricordavo che era talmente ben informato che l’accusarono di essere colluso coi servizi segreti, di Mino Pecorelli che ebbe la fama di ricattatore prima di essere preso a revolverate nel 1979. Il terzo ero io.
"Curiosa e ambigua la vicenda di Filippo Facci, un giovane di 26 anni nel 1993, che rimane disoccupato quando l’«Avanti!» chiude il 31 dicembre 1992. Il quotidiano del Partito socialista, fondato il 25 dicembre 1896 da Leonida Bissolati, viene travolto dallo scandalo di Tangentopoli che distrugge la carriera politica di Bettino Craxi, costretto a fuggire in esilio nella sua villa di Hammamet, Tunisia. Facci è autore di un libro intervista al cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano. S’intitola Io li conoscevo bene. Nel 1993, colleziona particolari e notizie su Antonio Di Pietro, ne escono centonovantadue pagine che documentano le amicizie pericolose del pubblico ministero più famoso d’Italia e simbolo del rinnovamento morale. Il dattiloscritto viene pagato 4 milioni da un oscuro personaggio, sedicente editore di una piccola casa editrice irlandese. Alcuni mesi dopo, pagine del libro iniziano a comparire sui quotidiani, ma il volume ancora non è stampato. Circolerà in seguito clandestinamente. I contenuti entreranno nell’inchiesta giudiziaria su Di Pietro che si concluderà a Brescia nel marzo 1996 con il proscioglimento dell’ex magistrato."
In autunno ricevetti qualche invito residuo a presentare la biografia su Di Pietro, e uno mi colpì in particolare: era del Rotary Club Milano Giardini, accanto al palazzo della stampa dove c’era la redazione dell’«Avanti!». Il giornalista che mi aveva invitato era lo stesso che anni prima aveva impaginato quel Di Pietro, facci sognare che troneggiava sulla copertina di «tv Sorrisi e Canzoni». Fu lui a dirmelo. Quella sera, per farmi voler bene, dissi subito qualcosa che ripeto ancor oggi: «Negli anni di Mani pulite, la percentuale di italiani favorevoli ad Antonio Di Pietro ha oscillato tra il 90 e il 95 per cento. Se mi applaudite, ora, presumo che sia perché al tempo rientravate in quel residuo 5-10 per cento».
Nel maggio 2000, vagando per Milano in motorino, imboccai sparato via Giulio Uberti in netto contromano: un’auto blu dovette inchiodare e rischiò seriamente di mettermi sotto, la ruota anteriore del mio scooter si fermò a non più di un centimetro dal suo paraurti. Alzai il braccio per scusarmi. Mi avvicinai e vidi che alla guida c’era il pubblico ministero Paolo Ielo, autore peraltro di un paio di querele contro di me. Sembrava impietrito. Abbassò il finestrino e mi disse: «Facci, ma se poi ti mettevo sotto, chi ci credeva che era colpa tua?».
Antonio Di Pietro, per molti anni, rifiutò ogni invito in programmi televisivi dove fosse prevista la mia presenza. Ha cambiato atteggiamento dal 2005 in poi.
Dei colleghi che uscivano dalla sala stampa quando vi entravo io, ora, almeno quattro sono discreti amici. Il collega che mi accusò d’aver pubblicato dei verbali falsi è passato a scrivere gialli metropolitani, come in fondo faceva già allora. L’altro collega che m’accusò di aver favorito la fuga di un dirigente socialista ha sposato una mia amica.
Nel tardo agosto 2009, con il ritorno di Vittorio Feltri in via Negri, ho abbandonato «il Giornale» dopo quindici anni. Il collega che fece un collage di intercettazioni telefoniche sul «Giornale» e fece strappare il mio contratto, Gianluigi Nuzzi, oggi condivide il mio stesso incarico – inviato speciale a «Libero» – sotto il mio stesso direttore, Maurizio Belpietro.
Dal 1992 a oggi è passata una mezza generazione e ci sono giovani e meno giovani che di Antonio Di Pietro sanno a malapena che faceva il magistrato. Credo di aver scritto questo libro anche per loro.
PARLIAMO DI TV PUBBLICA IN MANO AI PARTITI.
La Rai è stata sottoposta ad esame da un Comitato Istruttorio per l'Amministrazione, che rivela nero su bianco e in modo riservato la 'Situazione dell'organico del gruppo Rai'. Con una raccomandazione pesante, senza troppi giri di parole: verificare addirittura "la capacità dei 'capi' di governare uomini e processi produttivi". La cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Più che un rapporto, è un vero e proprio censimento Rai. Una radiografia aritmetica della stratificazione elefantiaca della televisione di Stato, gravata da anni di blocchi, clientelismi, raccomandazioni. Un minuzioso elenco che snida figure antropologiche - spot, presenti, non si sa perché, soltanto in alcune sedi: un geometra, ma solo a Firenze; cinque annunciatori tra Bolzano, che ne ha tre, e Trieste, che ne ha due. E che mette in luce il 'peso' di alcune aree significative. Ventotto addetti alla segreteria del Consiglio d'Amministrazione, 49 alla Direzione Generale (compresi i distaccati verso società del gruppo), 397 ai Servizi Generali, 114 alla Pianificazione e Controllo, 142 all'Amministrazione e 133 all'Amministrazione e Abbonamenti, 679 alle Riprese pesanti, 252 alle Risorse Umane con ben 21 alti dirigenti. Lo studio ci va giù duro: "Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attività. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche, che non ha confronto con gli altri servizi pubblici europei".
Un organico “monstre” che, tra contratti a tempo indeterminato e determinato, abbraccia 1.771 giornalisti, di cui 54 sono vice direttori, quasi cinque per ognuna delle 11 testate, 931 programmisti-registi, 76 aiuti registi, 476 assistenti ai programmi.
Il dettagliatissimo rapporto dimostra come nonostante i prepensionamenti a tutti i livelli, il popolo Rai non accenni a diminuire. Per forza. La televisione di Stato continua a essere sotto lo scacco della politica e dei partiti, che a ogni cambio di Palazzo Chigi si precipitano a chiedere le teste di direttori (e così giù per i rami) per inserire innesti nuovi, più organici all'ennesima colonizzazione. I tg regionali, poi, sono fondamentali postazioni per favori, clientele, assunzioni. I dati del Tgr sono quasi pulp: 851 persone di cui 689 giornalisti. E il Coordinamento delle sedi regionali (che non si occupa dei centri di produzione sparsi per il paese) conta 656 dipendenti. È vero che la Rai è obbligata a dare voce alle 19 regioni e 2 province autonome, come notano a viale Mazzini. Ma 1.507 addetti rappresentano un numero più che pulp. Addirittura post-moderno.
Lo studio è il manifesto numerico di un modello politico e ideologico. Il fenomenale format organizzativo del carrozzone è arduo da cambiare. Difficile modificare un giacimento di Stato, aureo per i partiti, alimentato pure dal lascito feudale di poter tramandare il proprio posto fisso agli amati parenti.
Nelle conclusioni, gli analisti sottolineano come, nel mercato della comunicazione, il servizio pubblico si giustifichi soltanto se è produttore di contenuti. Per potenti e per raccomandati, c'è sempre Mamma Rai. Per gli altri, la Rai è solo matrigna.
La Rai non è solo soggetta a interferenze politiche. Va detto. E’, anche, un ambiente familiare di figli, padri, cugini, cognati e nuore. Impermeabile ai partiti. Un blocco di relazioni indistruttibile che sopravvive a qualunque governo. Con matrimoni combinati sin dalla nascita tra i figli di capostrutture e di programmisti. Una difesa naturale dall’ingerenza della politica e anche della libera informazione. Una riaffermazione dei valori della famiglia e dell’impiego statale. L’elenco pubblico dei nomi più noti è in rete da tempo. E’ probabile che sia incompleto o in parte superato. E che tra relazioni affettuose e accoppiamenti dei circa 13.000 dipendenti del gruppo, all’interno e all’esterno della struttura, il numero dei figli di, nipoti di, cognati di, sia proliferato. Un po’ come avviene nelle conigliere.
Figli (f): Tinni Andreatta, responsabile fiction di Raiuno, (f) dell'ex ministro dc Beniamino. Natalia Augias, Gr, (f) del giornalista e scrittore Corrado. Gianfranco Agus, inviato, (f) dell'attore Gianni. Roberto Averardi, Gr, (f) di Giuseppe, ex deputato Psdi. Francesca Barzini, Tg3, (f) dello scrittore e giornalista Luigi junior. Bianca Berlinguer, conduttrice del Tg3, (f) di Enrico, segretario del Pci. Barbara Boncompagni, autrice, (f) di Gianni. Claudio Cappon, direttore generale, (f) di Giorgio, ex direttore generale dell'Imi. Antonio De Martino, Gr, (f) dell'ex ministro socialista Francesco. Antonio Di Bella, direttore Tg3, (f) di Franco, ex direttore del "Corriere della Sera". Claudio Donat-Cattin, capostruttura Raiuno, (f) dell'ex ministro democristiano Carlo. Jessica Japino, programmista regista delle edizioni di "Carramba", (f) di Sergio. Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema e responsabile della Divisione Uno, (f) dell'ex presidente della Repubblica Giovanni. Marina Letta, contrattista a tempo determinato, (f) di Gianni, sottosegretario alla Presidenza a Palazzo Chigi. Pietro Mancini, Gr, (f) del socialista Giacomo. Maurizio Martinelli,Tg2, (f) del giornalista Roberto. Stefania Pennacchini, Relazioni istituzionali Rai, (f) di Erminio, ex sottosegretario Dc. Claudia Piga, Tg1, (f) dell'ex ministro dc, Franco. Francesco Pionati, notista politico del Tg1, (f) dell'ex sindaco di Avellino. Alessandra Rauti, redattore del Gr, (f) di Pino, segretario del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore. Silvia Ronchey, autrice e conduttrice di programmi, (f) di Alberto, ex ministro dell'Ulivo ed ex presidente di Rcs. Paolo Ruffini, direttore Gr, nipote del cardinale e (f) di Attilio, ex deputato e ministro dc. Sara Scalia, capostruttura di Raidue, (f) della giornalista Miriam Mafai. Maurizio Scelba, Tg1, (f) di Tanino, ex portavoce del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Mariano Squillante, ex corrispondente da Londra, poi a RaiNews 24, (f) dell'ex giudice Renato. Giovanna Tatò, Raitre, (f) di Tonino, consigliere di Enrico Berlinguer. Carlotta Tedeschi, Gr, (f) di Mario, senatore Msi. Daniel Toaff, capostruttura e autore della ‘Vita in diretta’, (f) dell 'ex rabbino di Roma, Elio. Stefano Vicario, regista di Giorgio Panariello, (f) del regista cinematografico Marco. Stefano Ziantoni Tg1 (f) dell' ex presidente dc della Provincia di Roma Violenzio. Rossella Alimenti, Tg1, (f) di Dante, ex vaticanista Rai. Paola Bernabei, Ufficio stampa, (f) dell'ex direttore generale della Rai, Ettore, proprietario della società di produzione Lux. Giovanna Botteri, Tg3, (f) di Guido, ex direttore sede Trieste Rai. Manuela De Luca, conduttrice Tg1, (f) di Willy, ex direttore generale Rai. Giampiero Di Schiena, Tg1, (f) di Luca, ex direttore dc del Tg3. Annalisa Guglielmi, sede Rai di Milano, (f) di Angelo Guglielmi, ex direttore di Raitre. Piero Marrazzo, conduttore di ‘Mi manda Raitre’, (f) dello scomparso giornalista Giò. Simonetta Martellini, Raiuno, (f) di Nando, radiocronista sportivo. Luca Milano, dell' ufficio contratti, (f) di Emanuele, ex direttore Tg1 ed ex vice direttore generale. Barbara Modesti, Tg1, (f) dell'annunciatrice Gabriella Farinon e del regista Rai Dore. Monica Petacco,Tg2, (f) di Arrigo, storico e consulente di programmi Rai. Andrea Rispoli, Raidue, (f) del conduttore Luciano, ex Rai. Fiammetta Rossi, Tg3, (f) di Nerino, ex direttore del Gr2, e moglie del ex segretario dell'Usigrai, Giorgio Balzoni, caporedattore al politico del Tg1. Cecilia Valmarana, (f) di Paolo, uno dei padri del cinema coprodotto dalla Rai, nella struttura di RaiCinema. Paolo Zefferi, (f) di Ezio, giornalista, è a Rainews 24.
Fratelli (fr) e sorelle (s): Angela Buttiglione, direttore dei Servizi Parlamentari, (s) di Rocco, segretario del Cdu. Nicola Cariglia, sede Rai di Firenze, (fr) di Antonio, ex segretario del Psdi. Silvio Giulietti, telecineoperatore nella sede Rai di Venezia, (fr) di Giuseppe, uomo Rai e Usigrai, ex responsabile dell'informazione dei Ds. Max Gusberti, vice di Stefano Munafò a Raifiction, (fr) di Simona, capostruttura di Raidue. Sandro Marini, Tg3, (fr) di Franco, ex segretario del Ppi. Giampiero Raveggi, capostruttura di Raiuno, (fr) dell'ideatore del programma "Odeon" Emilio Ravel (nome d'arte). Antonio Sottile, programmista regista di "Linea Verde'', (fr) di Salvo, portavoce di Gianfranco Fini. Maria Zanda, capo della segreteria di Roberto Zaccaria, (s) di Luigi, ex responsabile dell'Agenzia del Giubileo.
Mogli e mariti (m): Milva Andriolli, sede Rai di Venezia, è l'ex (m) di Silvio Giulietti, fratello di Giuseppe. Anna Maria Callini, dirigente alla segreteria di Raidue, (m) di Gianfranco Comanducci, vice direttore della Divisione Uno. Roberta Carlotto, direttore Radiotre, (m) dell'ex esponente Pci Alfredo Reichlin. Sandra Cimarelli, Palinsesto Raidue, (m) di Franco Modugno, direttore dei Servizi immobiliari Rai. Antonella Del Prino, collaboratrice a "La vita in diretta", (m) del giornalista Oscar Orefice. Simona Ercolani, autrice di programmi Rai, (m) del giornalista Fabrizio Rondolino, ex portavoce di Massimo D'Alema. Paola Ferrari, conduttrice, (m) di Marco De Benedetti. Anna Fraschetti, vice del capo ufficio stampa Bepi Nava, (m) di Mario Colangeli, vice direttore Tg3 e sorella di Luciano, quirinalista Tg3. Giovanna Genovese, compagna di Sergio Silva, padre della ‘Piovra’ è delegata alla produzione. Ginevra Giannetti, consulente Rai International, (m) di Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente, An. Giuseppe Grandinetti, Gr, (m) della senatrice verde Loredana De Petris. Francesca Manuti, produttrice di "Sereno variabile" di Raidue, (m) di Paolo Carmignani, vicedirettore Raidue. Lucia Restivo, capo struttura Raidue, (m) di Sergio Valzania, direttore Radiodue. Anna Scalfati, Tg1, conduttrice di programmi, (m) di Giuseppe Sangiorgi, membro dell'Authority ed ex portavoce di De Mita. Cristina Tarantelli, Servizi Parlamentari, (m) di Carlo Brienza, RaiSport. Daniela Vergara, anchorwoman del Tg2, (m) del conduttore Luca Giurato.
Nipoti (n), cognati (c) e vari: Ferdinando Andreatta, dirigente di Rai- Way, (n) di Nino. Guido Barendson, conduttore Tg2, (n) di Maurizio. Aldo Mancino, dirigente RaiWay (n) dell'ex presidente del Senato, Nicola. Giuseppe Saccà, (n) di Agostino, direttore di Raiuno, nell'orchestra del programma di Raiuno ‘Torno sabato-La lotteria'. Adriana Giannuzzi, ufficio Diritti d'autore, (c) dell'ex senatore ed ex membro del Csm Ernesto Stajano e moglie del vicedirettore della Divisione Due Luigi Ferrari. Alfonso Marrazzo, Tg2, cugino di Piero. Marco Ravaglioli, Tg1, marito di Serena Andreotti, figlia di Giulio. Tommaso Ricci, Tg2, (c) di Angela e Rocco Buttiglione. Carlotta Riccio, regista, (c) di Claudio Cappon direttore generale Rai. Luigi Rocchi, dirigente area Business&development, genero di Biagio Agnes. Laura Terzani,Tg3, nuora di Antonio Ghirelli.
PARLIAMO DI TV PRIVATA IN MANO AI PARTITI.
Le emittenti operanti risultano essere 584, di cui 115 comunitarie e 469 commerciali, gestite da 427 società di capitali. Le misure di sostegno corrisposte dalle Stato sin dal 1999 alle tv locali sono corredate da un grafico che evidenzia come nel corso degli anni e con le diverse leggi finanziarie i contributi siano passati da circa 12 a 90 milioni di euro, assumendo un rilievo significativo nei bilanci delle imprese e contribuendo a un sensibile aumento dell’occupazione.
PARLIAMO DELLE FREQUENZE NAZIONALI IN MANO AI PARTITI.
IL CASO EUROPA 7. Il circuito nacque per volontà dell'imprenditore Francesco Di Stefano, con cui sostituì Italia 7 tra il 1997 e il 1998. Il palinsesto consisteva di programmi della precedente emittente e altri film trasmessi a ciclo continuo. Nel 1999 Di Stefano decise di avventurarsi nel progetto di creare una televisione nazionale e dovette abbandonare l’emittente di cui era proprietario, la romana Tvr Voxson.
Nel luglio 1999, Di Stefano, con 12 miliardi di lire derivanti dalla precedente attività di syndication, decise di partecipare alla gara pubblica per l' assegnazione delle frequenze televisive nazionali, prevista dalla Legge 31 luglio 1997, n. 249, al fine di ottenere due concessioni per Europa 7 e per 7 Plus. Il Piano nazionale di assegnazione delle frequenze per la radiodiffusione televisiva aveva individuato 51 bande usabili (45 della gamma UHF e 6 della gamma VHF). Ad ogni emittente dovevano essere assegnate 3 bande su cui trasmettere, a seconda della zona geografica, per un totale teorico di 17 emittenti, di cui 6 a livello locale, 3 per i canali nazionali RAI e 8 per le emittenti nazionali private. Ulteriori parti libere dello spettro usabili per la trasmissione avrebbero dovuto essere dedicate sempre alle emittenti locali. La gara prevedeva, per semplificare e velocizzare le assegnazioni, che se un vincitore di concessione stesse già trasmettendo su scala nazionale, in modo compatibile con quanto deciso dalle suddivisioni delle bande, avrebbe potuto continuare ad impiegare le stesse frequenze, senza attendere il piano di adeguamento delle frequenze. In virtù del ristretto numero di frequenze assegnabili, gli articoli 1 e 2 della concessione prevedevano per i concessionari un termine massimo di 24 mesi dalla notifica della concessione per dimostrare, una volta avute le frequenze (che quindi era previsto venissero assegnate prima di questo termine), di essere in grado di usare le frequenze assegnate coprendo l'80% del territorio nazionale, compresi tutti i capoluoghi di provincia (per le assegnazioni effettuate con la precedente legge Mammì era stato ritenuto sufficiente il coprire il 60% del territorio), a cui si aggiungevano eventualmente altri 12 mesi di proroga in caso di problemi, a giudizio del Ministero.
Con Decreto Ministeriale del 28 luglio 1999 si dichiarano le vincitrici delle concessioni e Francesco Di Stefano risultò vincitore di una concessione per Europa 7 (settima in classifica); in concomitanza Rete 4, che già trasmetteva a livello nazionale, perse la concessione. La commissione ministeriale della gara negò la richiesta per 7 plus, ma Francesco Di Stefano fece ricorso al Consiglio di Stato, che ordinò al ministero di dare la seconda concessione.
Nel luglio 1999, Europa 7 ottiene dallo Stato Italiano la concessione per una rete nazionale, ma il Governo D’Alema non le assegna le frequenze per iniziare a trasmettere a causa della mancata applicazione del piano nazionale di assegnazione delle frequenze. Anche Rete 4 non ottiene la concessione. Dall’aprile 2000 al giugno 2001 il Governo Amato si disinteressa completamente della vicenda di Europa 7, permettendo in questo modo a Rete 4 di continuare a trasmettere senza concessione. Il 22 settembre 1999 fu registrata la concessione di Europa 7 alla Corte dei Conti e il 28 ottobre 1999 gli fu rilasciato il titolo concessorio. La licenza prevedeva l'inizio delle trasmissioni entro il 31 dicembre 1999: il piano di Europa7 prevedeva 700 assunzioni, un centro di produzione a Roma di 20000 m2, composto da 8 studios e una library di programmi.
Europa 7, al contrario del servizio pubblico e di altri concessionari privati, ancora non trasmetteva su scala nazionale, doveva pertanto attendere il piano di assegnazione delle frequenze per poter iniziare le trasmissioni. Alcuni ricorsi effettuati da Rete Mia, Rete Capri e Rete A (oltre a 7 Plus) ritardarono la realizzazione del nuovo piano. Il ministero delle comunicazioni con autorizzazione ministeriale del 1999 e contravvenendo al risultato della gara pubblica, permise la prosecuzione delle trasmissioni analogiche da parte di Rete 4 e Tele + Nero. In una nota del 22 dicembre 1999, il ministero si impegnava comunque con Centro Europa 7 perché in breve tempo si arrivasse "di concerto con l'Autorità, alla definizione del programma di adeguamento al piano d'assegnazione delle frequenze". A seguito del ricorso al Tar da parte di Europa 7 in relazione a questa nota, con sentenza n. 9325/04 si affermò che il Ministero avrebbe dovuto assegnare subito le frequenze una volta deciso, in base all'esito della gara, di assegnare la concessione.
Nel novembre 2002 alla Corte Costituzionale fu chiesto di valutare la costituzionalità dell'art. 3, comma 6 e 7, della legge 31 luglio 1997, n. 249, che permettevano a chi ha un numero di reti superiore al 20% massimo previsto di prorogare le trasmissioni in analogico, a patto che a queste si inizino ad affiancare le trasmissioni via satellite o cavo, fino ad un termine che doveva essere deciso dall’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La Corte con la sentenza 466/2002, confermò, come già nel 1994, che nessun privato può possedere più del 20% delle frequenze televisive e le reti eccedenti (Rete 4 e TELE+ Nero), dovevano cessare la trasmissione in via analogica terrestre. La Corte tuttavia ritenne non incostituzionale il comma 6 (che ammetteva le proroghe), ma incostituzionale il comma 7 (per cui il periodo della durata massima della proroga non era fissato dalla legge, ma la sua decisione era demandata all'Autorità per le Comunicazioni, che tuttavia non si era ancora espressa in merito nonostante fossero già trascorsi diversi anni sia dall'emanazione della legge sia dalla gara). La stessa Corte fissò un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003 per il passaggio esclusivo al satellite e/o al cavo, basandosi su una valutazione dell'AGCOM che riteneva quella data sufficiente per trasferire tutte le trasmissioni di Rete 4 e TELE+ Nero su mezzi digitali, senza ovviamente entrare nello specifico del caso della ricorrente Europa 7 (che aveva chiesto di considerare incostituzionali entrambi i commi, in quanto "l'attuale normativa di settore", ovvero le proroghe per le reti eccedenti regolate dai due commi, "le impedirebbe di utilizzare concretamente le frequenze che le sono state assegnate nella fase di pianificazione"), che per le precedenti decisioni (il DM del luglio 1999) rimaneva comunque l'assegnataria delle frequenze che così si fossero liberate.
Nell'estate del 2003, il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano e l'introduzione della trasmissione digitale terrestre. La legge viene approvata dal Parlamento, ma l'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, la rinvia alle camere. Nel messaggio di rinvio Ciampi fa esplicito riferimento sia alle problematiche relative alla pluralità dell'informazione, sia al concetto di un termine certo per il regime transitorio introdotto proprio dalla sentenza n. 466 del 20 novembre 2002. Così, per poter garantire a Rete 4 di continuare a trasmettere via etere e a Rai Tre (la terza rete pubblica) di poter continuare ad ospitare pubblicità, il 24 dicembre 2003 il governo Berlusconi vara un decreto Legge (decreto legge n. 352/2003, divenuto giornalisticamente noto come "decreto salvareti"), trasformato in legge nel febbraio 2004. Il decreto prevede che le "reti eccedenti" possano proseguire le trasmissioni sulle frequenze da loro impiegate, sia nell'analogico che nel digitale, fino al termine di una verifica sullo sviluppo delle reti del digitale terrestre. La legge Gasparri viene successivamente approvata definitivamente nell'aprile 2004 (legge n. 112/2004), bloccando la riassegnazione delle frequenze delle concessioni analogiche, in attesa del passaggio completo al digitale terrestre con una diversa assegnazione delle frequenze. Centro Europa 7 fece nuovamente ricorso al TAR del Lazio, chiedendo di ottenere l’assegnazione delle frequenze e richiedendo un risarcimento per il danno subìto dall'impossibilità di trasmettere. Il ricorso fu respinto il 16 settembre 2004 in quanto pur avendo vinto la gara, Europa 7 non aveva un diritto soggettivo all’assegnazione delle frequenze per trasmettere, assegnazione che spettava in ultima istanza alle autorità in base alle varie normative, che tuttavia nel frattempo erano cambiate per prolungare la possibilità alle reti esistenti ed eccedenti di continuare a trasmettere. Dallo stesso TAR nello stesso giorno fu invece accettato il ricorso contro la nota del ministero del 22 dicembre 1999, sostenendo appunto che il Ministero doveva assegnare le frequenze una volta avuto l'esito della gara.
Nel luglio 2005 il Consiglio di Stato, dopo il ricorso di Centro Europa 7 contro la sentenza del TAR, chiese alla Corte di Giustizia Europea di rispondere a 10 quesiti, dove fu messo in discussione il quadro legislativo e un risarcimento danni in favore di Europa 7. La Corte di Giustizia Europea ha condannato infatti l'Italia a una multa di 350 mila euro per ogni giorno di ritardo nell'applicazione della direttiva europea a partire dal 1 gennaio 2009 (circa 130 milioni di euro all'anno) se Rete 4 non abbandonerà le frequenze analogiche in favore di Europa 7 vincitrice della gara di assegnazione. La sanzione verrà calcolata con effetto retroattivo fino al 1 gennaio 2006.
Il 31 gennaio 2008 la Corte ha emesso la sentenza su tale ricorso:
« L’art. 49 CE e, a decorrere dal momento della loro applicabilità, l’art. 9, n. 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «quadro»), gli artt. 5, nn. 1 e 2, secondo comma, e 7, n. 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «autorizzazioni»), nonché l’art. 4 della direttiva della Commissione 16 settembre 2002, 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, devono essere interpretati nel senso che essi ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. » (Causa C-380/05, sentenza della Corte Europea).
L'11 dicembre 2008, il Ministero dello Sviluppo Economico ha assegnato le frequenze VHF III a Europa 7, ma Di Stefano in un'intervista ha manifestato nuovamente il suo dissenso, aspettando la pronuncia del Consiglio di Stato sul risarcimento danni. La richiesta di risarcimento prevede un importo pari a 3,5 miliardi senza assegnazione di frequenze, e 2,16 miliardi con le frequenze.
Soldi a carico dell’erario, ossia a scapito dei cittadini gli italiani.
PARLIAMO DI GIORNALI IN MANO AI PARTITI.
Il libro “La Casta” fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. “La Casta dei giornali”, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. Lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.
Come avviene questo finanziamento? La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali, agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 29, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10… Le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative.
Una stampa, un’editoria, tenute al cappio, attraverso i soldi pubblici, dal potere politico quanto possono essere indipendenti e liberi?
Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.
Come un cittadino può sapere a chi sono erogati i contributi all’editoria?
Basta collegarsi, su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
PARAGRAFO 2: CENSUROPOLI
OSSIA, L’INFORMAZIONE IMPEDITA

PARLIAMO DI LIBERTA' DI MANIFESTARE IL PENSIERO RICONOSCIUTA SOLO AI GIORNALISTI.
I giornalisti, professionisti abilitati come sistema comanda. Lo scandalo all’esame per giornalisti, salta fuori la lista dei raccomandati.
Da Repubblica — 07 novembre 1991, pagina 23, sezione CRONACA: Tre interrogazioni parlamentari, un'indagine della magistratura e il licenziamento in tronco di un caposervizio si sono abbattuti come una tempesta sugli esami di idoneità professionale per giornalisti che si sono tenuti a Roma. Il fatto è rimbalzato nelle redazioni quando, probabilmente per colpa di un errore telematico, è stata diffusa dalle stampanti del Senato l'elenco di 27 esaminandi con a fianco il nome di esponenti del giornalismo nelle vesti di sponsor: si va da Guidi (presidente dell' ordine nazionale) a Morello (presidente dell' ordine del Lazio), da Signoretti (vicepresidente dell' istituto di previdenza, Inpgi) a Artizzu (dell'ordine della Sardegna), a Bartoloni, il più ricorrente nella lista (capo cronista del quotidiano il Popolo) a Tucci (inviato del Corriere della Sera). Inoltre, figurano altri padrini i cui nomi, però, non sono attribuibili con certezza. Fatto sta che sotto ai raccomandati ci sono poi trascritte le prime 5-6 righe dei temi svolti, ovvero l'inizio dell'articolo dal quale risalire all'autore, che invece dovrebbe rimanere rigorosamente anonimo fino a dopo la correzione. Evidente il sospetto che quella lista servisse per facilitare la promozione dei candidati segnalati. Immediato l'inferno di voci scatenate dalla notizia: un coro d'indignazione certamente, ma anche di curiosità, per il modo con il quale è venuta fuori la storia. La lista, infatti, è "comparsa", sembra per caso, nella sala stampa di Palazzo Madama, dove un cronista parlamentare cercando sul proprio computer delle notizie, si è imbattuto nell'insolito dispaccio memorizzato nel cervellone dell'agenzia giornalistica Agi. Il dubbio su chi potesse aver inserito delle informazioni così delicate nella rete accessibile a tutti gli altri colleghi anziché nel proprio archivio elettronico è durato pochi minuti. Sia perché c'è un solo giornalista dell'Agi nella commissione esaminatrice, sia perché lo stesso ha diffuso un comunicato con il quale si è subito dimesso dall'incarico. Antonio Amoroso, prima di ricevere la lettera di licenziamento, aveva tentato di difendersi: "Ho appreso - ha detto Amoroso - che qualcuno, introducendosi negli archivi interni dell'agenzia Italia ha riprodotto alcuni miei appunti personali... si trattava di una serie di segnalazioni di candidati provenienti da diverse fonti, che mi erano pervenute nei giorni scorsi. Solo per mia memoria avevo incluso le segnalazioni ricevute nel 'privato' del mio archivio. Mi riservo naturalmente - aggiunge - ogni azione nei confronti di chi, con atto fraudolento, ha voluto diffondere informazioni che erano destinate ad uso solo ed esclusivamente personale".
La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica.
L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati.
Costituendo al tempo stesso espressione della libertà di pensiero ed insostituibile strumento di informazione al servizio esclusivo della collettività, il diritto di cronaca vanta una tutela rafforzata. E finisce per prevalere sul diritto del singolo individuo, anche se “inviolabile”. Il reato di diffamazione, l’illecito civile, qui non sorgono, pur in presenza di una obiettiva lesione, perché è lo stesso ordinamento giuridico a permetterla (art. 51 c.p.: “L’esercizio di un diritto […] esclude la punibilità”). Nel linguaggio giuridico in questo caso si dice che il comportamento illecito è scriminato, e la lesione non dà luogo ad alcuna responsabilità.
Tutela rafforzata, ma non assoluta. Il diritto inviolabile del singolo individuo soccombe di fronte all’esigenza informativa, ma nel rispetto di alcune precise condizioni. Di stabilire quali siano queste condizioni si è incaricata la giurisprudenza, a partire dalla storica sentenza che scrisse il cosiddetto decalogo del giornalista (Cass. 18 ottobre 1984 n. 5259). Secondo tutti i giudici che, a partire da quella storica sentenza, si sono ritrovati a dover affrontare problematiche relative al diritto di cronaca, quest’ultima si configura correttamente soltanto quando concorrono i seguenti tre requisiti: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti.
In assenza anche di uno solo di questi requisiti, il diritto inviolabile risorge in tutta la sua pienezza, rendendo illecita la manifestazione di pensiero.
Un’ultima considerazione va fatta riguardo ai soggetti che possono beneficiare del diritto di cronaca. Sarebbe errato sostenere che il privilegio di informare è riservato al giornalista. L’art. 21 Cost. non può riguardare una ristretta categoria. In realtà, l’ambito di applicazione del diritto di cronaca non è riferito al soggetto che lo esercita, ma al mezzo attraverso il quale viene diffuso il pensiero.
Così, il diritto di cronaca va riconosciuto a chi narra fatti o esprime un pensiero utilizzando un mezzo tecnicamente idoneo ad informare una cerchia indeterminata di persone. Quindi, non solo al giornalista, ma anche a chi scrive sul giornalino della scuola o dell’università, su un volantino poi distribuito al pubblico, a chi interviene in un forum o tiene un blog su internet. Persino chi scrive sui muri della città può invocare il diritto di cronaca, se vengono rispettati gli altri requisiti (interesse pubblico e continenza formale), anche se il più delle volte i messaggi scritti sui muri, non riportando fatti ma giudizi, risultano meglio riconducibili alla problematica della critica.
Il Testo unico sulla privacy (D.lgs. 196/2003) non ha abolito la legge n. 633/1941 sul diritto d'autore e in particolare l'articolo 97 di questa legge, che afferma: "Non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico". Sul risvolto di tale norma si suole articolare l'ampiezza del diritto di cronaca: si può pubblicare tutto ciò che è collegato a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Nel concetto di pubblicazione lecita è compresa anche la fotografia di persone che godano di notorietà o che ricoprano uffici pubblici. Il giudice può autorizzare la pubblicazione della foto di un minore sequestrato o scomparso: in questi casi prevale "la necessità di giustizia o di polizia".
Il diritto della stampa di informare su indagini in corso e quello del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza: lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo che, nella sentenza del 7 giugno 2007, ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione (ricorso n. 1914/02). Questo perché i tribunali interni avevano condannato due giornalisti che avevano pubblicato un libro sul sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand.
La Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, inoltre, con tre sentenze (Goodwin, Roemen e Tillack) ha dichiarato che i giornalisti non possono essere indagati e perquisiti per violazione del segreto istruttorio. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con l'articolo 10, protegge le fonti dei giornalisti. Il segreto è funzionale al diritto dei cittadini a conoscere tutto quel che accade nei palazzi del potere. Le decisioni di Strasburgo sono vincolanti per i giudici italiani.
Il nostro Codice di procedura penale, in base alla relativa legge-delega, "deve adeguarsi alle norme delle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia e relative ai diritti della persona e al processo penale".
La Costituzione italiana del 1948 supera l'esigua visione fornita un secolo prima dallo Statuto Albertino, che all'art. 28 prevedeva che “La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”. Saranno proprio delle leggi dello Stato, infatti, a consentire nell’epoca repubblicana le censure tipiche del periodo fascista.
L'art. 21 della Costituzione stabilisce che: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
La Corte di Cassazione italiana ha recentemente stabilito una serie di requisiti affinché una manifestazione del pensiero possa essere considerata rientrante nel diritto di critica e di cronaca: veridicità (non è possibile accusare una persona sulla base di notizie false), continenza ed interesse pubblico. Se si tratta di fatti personali, anche se veri e continenti, non dovrebbero essere pubblicati. Al riguardo operano i limiti previsti dai reati di diffamazione ed ingiuria. In generale costituiscono un evidente limite al diritto di cronaca anche l'onorabilità e la dignità della persona. Tutto ciò è diventato sempre più vero dopo la legge sulla privacy del 1996. Chi è coinvolto in procedimenti giudiziari non potrebbe essere fotografato in un momento in cui è sottoposto a carcerazione. Allo stesso modo il nome e le immagini di minori sono oscurati dal 1996.
Quindi, il diritto di manifestare il proprio pensiero si concretizza nella libertà di critica, di informare ed essere informati.
Libertà di informare, o libertà "attiva" di informazione: la dottrina considera garantita dalla Cost. anche la diffusione di informazioni (oltre che del proprio pensiero). Diritto di cronaca è un particolare caso di libertà di informare.
Libertà di essere informati, o libertà "passiva" di informazione; non è esplicitata in Costituzione, ma è ravvisabile in diversi testi normativi. Diritto di accesso ai documenti amministrativi è un importante caso del diritto ad essere informati.
Per mezzo s'intende non solo il mezzo di espressione, ma anche le modalità di divulgazione del pensiero a un certo numero di destinatari; non è la disponibilità dei mezzi ad essere garantita, bensì la loro libertà di utilizzo.
La libertà di informare e la libertà di essere informati danno luogo al c.d. diritto all’informazione.
Circa le modalità di esternazione del pensiero, anche critico, la Cassazione ha affermato che esso può manifestarsi anche in maniera estemporanea, non essendo necessario che si esprima nelle sedi, ritenute più appropriate, istituzionali o mediatiche, ove si svolgano dibattiti fra i rappresentanti della politica ed i commentatori. Diversamente, verrebbe indebitamente limitato, se non conculcato, il diritto di manifestazione del pensiero che spetta al comune cittadino.
Inoltre, sempre la Cassazione, ha affermato che la critica può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, utilizzando anche espressioni suggestive, quanto più elevata è la posizione pubblica della persona che ne è destinataria.
Questo è quanto scritto nelle norme superiori, ma di fatto, poi, il sistema ti dà e il sistema ti toglie.
Carlo Ruta è uno storico siciliano che l'8 maggio 2008 è stato condannato per "stampa clandestina" perché proprietario di un sito internet, che faceva informazione civile senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica. La violazione è quella dell'art. 16 della legge 47 del 1948 che riguarda principalmente i giornali cartacei, ma che è stata in questo caso applicata al web e ai blog. Negli Stati Uniti d'America, il primo emendamento della Costituzione, che protegge la libertà di stampa, tutela anche blog e altri website "amatoriali". In Italia i blogger, come ultimo baluardo di verità, rischiano ogni giorno di essere querelati o addirittura incriminati per diffamazione a mezzo stampa, processo che può essere chiesto anche, pretestuosamente, da personaggi dichiarati colpevoli in sede penale e condannati a lunghe pene detentive anche per fatti gravissimi.
Questo cosa vuol dire?
Vuol dire che nell’Italia repubblicana “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” solo se si manifesta sulla stampa periodica.
La stampa periodica e gli altri strumenti di informazione vengono imbrigliati dalla legge sulla stampa (L. n. 47 dell'8 febbraio 1948), nella quale i due cardini sono la creazione del direttore responsabile e l'istituzione dell'Ordine dei giornalisti ( L. n. 69 del 1963). I criteri ispiratori della legge sono quel «senso altissimo di responsabilità» di cui ha parlato Mussolini alla prima riunione dei giornalisti fascisti, e la «prevalenza della libertà dello Stato su quella del cittadino» sbandierata da Amicucci, segretario del sindacato nazionale fascista dei giornalisti, che prende il posto della disciolta Federazione della stampa.
Altro problema si è posto con la nascita dell'emittenza privata e con le radio e telegiornali diffusi dai privati e per questo la legge 14 aprile 1975 "Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva" ha sancito con l'articolo 7: “Ai telegiornali ed ai giornali radio si applicano le norme sulla registrazione dei giornali e periodici contenute negli articoli 5 e 6 della legge 8 febbraio 1948 n. 47, i direttori dei telegiornali e dei giornali radio sono, a questo fine, considerati direttori responsabili”. Con il programma radiotelevisivo di approfondimento informativo si analizza una notizia che ha già formato oggetto di cronaca, quindi acquisita dal telespettatore, allo scopo di garantirgli un’adeguata informazione su un fatto di indubbio interesse pubblico. Un contenitore molto gradito al grande pubblico è il talk show, dove il conduttore, generalmente in piedi, è idealmente circondato dai partecipanti. Introdotto il tema della trasmissione, il conduttore dà via al dibattito, ponendo domande alle quali i partecipanti rispondono esponendo le loro tesi.
Nel programma di approfondimento informativo l’obiettivo primario del giornalista conduttore è dissipare ogni dubbio facendo emergere la verità. Di conseguenza, presenterà il fatto così come accertato attraverso inchieste, testimonianze, provvedimenti giudiziari, documenti, fonti ufficiali, etc. Ricorrerà all’ausilio di soggetti dotati di una particolare competenza sul tema da trattare. Insomma, dovrà favorire la relazione del telespettatore al fatto.
Qui il giornalista conduttore produce informazione. Ha un ruolo attivo nel programma e ne è il protagonista, parte essenziale del contraddittorio. Può, anzi, deve interrompere, contraddire l’ospite, che fa affermazioni non rispondenti al vero, avendo unicamente la funzione di relazionare il telespettatore alla realtà. Quando il suo atteggiamento è a ciò finalizzato, il giornalista conduttore non può mai essere tacciato di “faziosità”, perché garantisce l’obiettività dell’informazione.
Ma negli ultimi anni è andata manifestandosi la tendenza a far prevalere sull’accertamento della verità il punto di vista, la valutazione, la posizione soggettiva di chi partecipa al programma. Tendenza marcata nei programmi informativi a contenuto politico. Qui l’aspetto dell’inchiesta giornalistica è marginale, a volte assente. I protagonisti del programma sono i soggetti politici, rappresentati nel rispetto del principio del pluralismo, ma che nella maggior parte dei casi sono, per ovvi motivi, portatori di un interesse incompatibile con l’interesse della collettività ad acquisire il fatto nella sua completezza ed obiettività.
Da più parti si attribuisce il fenomeno ad una precisa scelta delle testate e degli stessi giornalisti conduttori, che volutamente rinunciano ad approfondire il fatto per dare spazio alle voci dei politici. E’ anche vero, però, che una simile conduzione è sostanzialmente imposta dalle norme che negli ultimi periodi si sono incaricate di disciplinare il sistema radiotelevisivo, in gran parte emanate dalla Commissione Parlamentare di Vigilanza, organo di natura indiscutibilmente politica, visto come sono nominati i suoi 40 membri (pariteticamente dai presidenti di Camera e Senato, ma scelti tra tutti i gruppi parlamentari).
Quindi, per manifestare il proprio pensiero bisogna essere giornalisti. Inoltre, la maggior parte delle agenzie di stampa, dei giornali e delle televisioni sono di proprietà editoriale privata. Molto spesso questo proprietario è un partito, oppure sono gestiti da grandi gruppi economici e finanziari che esercitano ogni tipo di influenza. Quando la proprietà è pubblica, essa è in mano agli schieramenti politici. Da qui l’espressione di lottizzazione del sistema informativo pubblico: fazioso e disinformativo.
Quale libera informazione può essere fornita da soggetti prezzolati dall’economia (proprietà o pubblicità) o genuflessi alla politica o all’Ordine che ne detiene l’Albo.
“All'albo siam fascisti” è un contributo sul tema di Rinaldo Boggiani.
Furono i Gesuiti, nell'Ottocento, a proporre che i giornalisti fossero obbligati ad iscriversi ad un Albo professionale. Da allora...
Perché in Italia c'è l'albo dei giornalisti? A chi mai è venuta l'idea di schedare chi scrive? Una gran bella idea se ci pensiamo un pò: facciamo l'esame a chi vuole esercitare la prima delle libertà, quindi commissioni, programmi, temi da fare in un certo modo, libri da scrivere, libri da consigliare, corsi, esami, raccomandazioni, restituzione di favori; costruiamo un elenco dei promossi e, una volta promossi, in riga e ben allineati. Insomma perché e da chi l'idea della tessera?
Nel primo editoriale del 1850 di Civiltà Cattolica (la rivista dei gesuiti istituita nel 1850 per volere di Pio IX) si legge: "per insegnar grammatica ai putti ci vogliono non so quanti anni di stage e quanti brevetti di capacità; ma a timoneggiare la pubblica opinione basta... basta che? Io non saprei definire il minimum della capacità richiesta per essere giornalista, in quanto se, per impossibile potesse esercitarsi questo mestiere senza saper leggere e scrivere, l'essere analfabeta non ne sarebbe per certo un impedimento". "Ed è cosa così indifferente" scrive ancora la rivista in un editoriale del 1856, "che sia onesto o malvagio, dotto od ignorante colui che ogni mattina manda in giro per tutta Europa dodici, sedici, venti colonne, che attossicate vi porteranno la morte? Oh se premesse davvero l'educazione del popolo, allora sì che costoro dovrebbero subire un esame che a più d'uno farebbe passare il ruzzo di sputar sentenze".
L'istituzione di un sistema che selezioni coloro che possono scrivere sulla stampa periodica, è nei programmi politici dei gesuiti.
"Il giornalismo non ha nessuna garanzia" scrive ancora Civiltà Cattolica il 4 dicembre 1883: "Mentre ad insegnar l'abbiccì in una scoletta di bambinelli si vogliono studi lunghi, esami, difficili e costose patenti; per fondare una gazzetta, ossia piantar cattedra di filosofia, diritto, storia, scienze naturali, d'ogni cosa insomma, ed influire nei destini d'uno Stato basta che il cittadino sia maggiore d'età e goda del libero esercizio dei diritti civili. Quindi l'avvocato senza clienti, il professore senza scolari, il medico senza ammalati, il bocciato agli esami di laurea, l'impresario fallito, l'impiegato a spasso e tutta siffatta roba che non ha nulla da perdere e nulla da guadagnare, trova sempre spalancata la porta del giornalismo".
E ancora nel 1913: "Il peggio è che la professione di giornalista è libera nel suo esercizio da qualunque impaccio, non richiedendosi né prova d'idoneità, né abilitazione, né garanzie di moralità, Insomma di tanti esami e patenti, la stampa n'è affatto immune. In nome del popolo sovrano ogni educatore deve possedere il suo certificato in carta bollata, dal dotto universitario al sottomaestro di villaggio. N'è fornita perfino la suora che vigila sui marmocchi nei giardini d'infanzia; solo il grande pulpito della pubblicità è libero; qualunque mestatore o farabutto può salirvi in veste da profeta per esprimere la sua opinione".
"Con l'istituzione dell'Albo professionale" scriverà Ermanno Amicucci, il proponente della legge che istituisce Ordine e Scuola di giornalismo, futuro Segretario Generale del Sindacato Nazionale Giornalisti, ultimo direttore del Corriere della Sera dell'era fascista, "il Fascismo ha risolto questo problema: che usurpatori non autorizzati s'impadroniscano d'un potere. Non sarà più possibile d'ora innanzi fare del giornalismo, l'agognato refugium peccatorum, il comodo asilo di tutti i profughi, il ricorrevo di molti spostati; per esercitare la professione di giornalista, a norma delle disposizioni contenute nel regolamento per l'Albo, occorrerà possedere ben determinati titoli culturali e morali".
Art. 7 legge 31 dicembre 1925, n. 2307: "È istituito un ordine dei giornalisti che avrà le sue sedi nelle città ove esiste corte d'appello". L'albo risponde a un'ideologia di vertice, di controllo, di comando, di pianificazione quindi, che i fascisti accolgano l'idea dei gesuiti, non fa certo meraviglia, anzi è la conferma che un'organizzazione dall'alto non può rinunciare a un tale controllo.
Con la caduta del fascismo, la neonata democrazia avrebbe dovuto abolire l'albo, metterlo fra i tristi ricordi della follia totalitaria: quelli da far studiare ai ragazzi per alimentare la memoria storica.
Ma gli obiettivi politici della nuova classe dirigente, erano altri. Come cancellare un tale strumento di potere? Un veloce maquillage e voilà, il gioco è fatto. I giuristi, quelli che vivono all'ombra della sedia del principe, si misero al lavoro cambiando alcune parole.
Così l'art. 4 del regio decreto del 26 febbraio 1928, n. 384: "L'albo dei giornalisti è composto di tre elenchi, uno dei professionisti, l'altro di praticanti, il terzo di pubblicisti", diventò l'art. 1 della legge repubblicana del 3 febbraio 1963, n. 69: "È istituito l'ordine dei giornalisti. A esso appartengono i giornalisti professionisti e i pubblicisti, iscritti nei rispettivi elenchi dell'albo".
E ancora: Regio decreto 26 febbraio 1928, a. 1: "Presso ogni sindacato regionale fascista dei giornalisti esistente nel regno è istituito l'albo professionale per i giornalisti. I giornalisti che siano residenti nelle colonie, sono iscritti nell'albo professionale di Roma". Legge repubblicana del 3 febbraio 1963, n. 69, a. 26: "Presso ogni Consiglio dell'Ordine regionale o interregionale è istituito l'albo dei giornalisti. I giornalisti che abbiano la loro abituale residenza fuori del territorio della Repubblica sono iscritti nell'albo di Roma".
Ecco fatto: tutto come prima. Oggi ci ritroviamo a rimpiangere le libertà del ‘800.
"Albi di giornalisti!" ha detto Luigi Einaudi, "Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire agli altri di pensare con la propria testa. L'albo è un comico non senso, è immorale perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero".
Arnaldo Mussolini, suo fratello, Rocco e Amicucci vollero il vertice di controllo dell'organizzazione giornalistica al Ministero. La legge repubblicana del 3 febbraio 1963, n. 69, dispone: "È istituito, con sede presso il Ministero di Grazia e Giustizia, il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti"; "Il Ministro per la grazia e giustizia esercita l'alta vigilanza sui Consigli dell'Ordine".
Una questione di legittimità costituzionale in merito alle attribuzioni del Ministro di grazia e giustizia sull'Ordine, è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza del 23 marzo 1968, n. 11).
Ritorniamo sul problema: non si sa mai che ci sfugga qualcosa. Si può giustificare l'Ordine dei giornalisti in un sistema democratico?
Può continuare in democrazia un istituto voluto da un regime totalitario perché, con quello, perfettamente logico, necessario?
Se un istituto risponde a un'organizzazione dall'alto (fascista, cattolica), come giustificarlo in un'organizzazione dal basso (democratica, pluralista)?
Come si può giustificare un Ordine dove logicamente non può esserci che disordine?
Una organizzazione sociale dove ognuno può dire ciò che pensa, non può che essere disordinata.
"L'agitazione e l'instabilità" ha scritto Boggiani, "sono naturali nelle repubbliche democratiche".
Il sistema democratico vuole ordine fra i soggetti pubblici attraverso un meccanismo di pesi e contrappesi, di checks and balances, cioè di controlli incrociati dove la libera stampa funziona da controllore principale, da cane da guardia della democrazia; e naturale disordine fra i soggetti privati. In Italia, vige ancora la formula inversa. Ordine fra i cittadini, tenuti in soggezione da una scomposta miriade di leggi; e disordine fra i soggetti pubblici, slegati dall'elettore perché così vogliono le nostre regole legate al passato.
In merito all'Ordine dei giornalisti, cosa ne pensa la Corte Costituzionale?
"La legge istitutiva dell'Ordine", ha detto il giudice che doveva ripulire l'ordinamento dalle invenzioni fasciste, "disciplina l'esercizio professionale giornalistico e non l'uso del giornale come mezzo di manifestazione del pensiero, sicché, esso non tocca il diritto di manifestare liberamente il pensiero che l'articolo 21 della Costituzione riconosce a tutti" (sentenza n. 11 del 1968). Neanche un ubriaco scriverebbe un concetto così scombinato: da una parte l'esercizio professionale dall'altra l'uso del giornale.
Se l'Ordine dei giornalisti non ha alcuna legittimazione democratica; se la sua istituzione è storicamente e logicamente fascista, quale giustificazione danno, a quali argomentazioni affidano la propria difesa i vertici dell'Ordine stesso?
Le argomentazioni sono di questo tenore: "L'Ordine significa il riconoscimento giuridico della professione di giornalista. L'esame di Stato è prescritto dall'articolo 33 della Costituzione. Senza esami e senza titolo chi lavora nelle redazioni si riduce a essere un impiegato o un mestierante. Senza la legge istitutiva dell'Ordine verrebbe meno, inoltre, l'obbligatorietà giuridica di osservare regole etiche".
Primo: sono argomentazioni già sentite. "Il Sindacato Nazionale Fascista dei Giornalisti si propone di tutelare gli interessi morali e materiali dei professionisti della categoria".
Secondo: l'art. 33 della Costituzione al comma 5 dice: "È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale". Non dice altro. Dal testo della dichiarazione, detta e scritta in più occasioni, sembra che la Costituzione legittimi l'Ordine.
Terzo: "l'obbligatorietà giuridica di osservare regole etiche", risponde solo a un'ideologia totalizzante; è un ossimoro, cioè un serpente logico che si mangia la coda, del tipo libertà obbligatoria. "La libertà di stampa" dichiarò infatti il Duce, al primo Congresso del Sindacato Nazionale Fascista dei giornalisti in Campidoglio nel gennaio 1924, "non è soltanto un diritto, è un dovere".
L'Ordine, insomma, è a tutela della moralità e professionalità del giornalista.
"L'Ordine dei giornalisti" dicono i vertici istituzionali dell'Ordine "è a garanzia dell'indipendenza".
Secondo il rapporto del maggio 1994 della organizzazione privata americana Freedom House sulla libertà di stampa nel mondo, l'Italia figura all'ultimo posto tra i paesi industrializzati a causa dell'intreccio fra media, potere economico e potere politico.
Mettere i giornalisti davanti al fenomeno Tangentopoli è come sparare a un morto: dove erano i giornalisti mentre il sistema imputridiva? Cosa scrivevano quando tutti sapevano tutto? In un sistema democratico il giornalista controlla tutti. In Italia tutti controllano i giornalisti.
E veniamo, per chiudere il cerchio, ai circoli della stampa. "Ciascun Sindacato regionale fascista" scrive l'on. Amicucci "ha istituito uno o più Circoli della Stampa, luoghi di riunione in cui i giornalisti raccolgono intorno a sé la parte più eletta del mondo intellettuale della città".
E così ancora oggi. "L'episodio più vergognoso dell'intera vicenda Tortora è forse rappresentato dall'accorrere della Napoli bene al Circolo della Stampa per la presentazione del libro “Gianni il bello”, autobiografia di Giovanni Melluso (uno dei pentiti autoaccusatosi di traffico di droga per poter accusare Tortora) dettata da questo ineffabile personaggio a una signora, congiunta di un alto magistrato. Attorno alla depositaria della preziosa narrazione fecero ressa magistrati, consorti dei medesimi, direttori di giornali, uomini di mondo e di affari, cortigiani vari".
"I Circoli della Stampa" scrisse l'on. Ermanno Amicucci, "hanno una funzione ricreativa e culturale".
PARLIAMO DI CENSURA: VERA O PRESUNTA.
Con le note dell'Orchestra di piazza Vittorio si è aperta alle 15.30 del 3 ottobre 2009 la manifestazione per la libertà di informazione convocata dalla Federazione nazionale della stampa. Solo bandiere della Cgil e dei partiti di opposizione.
Molti slogan, cartelli, manifesti e striscioni antiberlusconi.
"Mi spiace non aver potuto partecipare all’iniziativa della Fnsi sulla libertà di stampa. Ho semplicemente sbagliato piazza e mi sono ritrovato in una manifestazione del Pd, di Rifondazione Comunista con la partecipazione di Cgil e di tanti esponenti dello spettacolo", ha dichiarato alle agenzie stampa il segretario del consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino. "C’era anche il sosia dell’onorevole Antonio Di Pietro, perché non poteva certo essere il leader dell’Italia dei valori, primatista tra i politici delle cause contro i giornalisti", ha concluso Iacopino.
Alla manifestazione e all’appello di “La Repubblica” per la libertà di stampa ha partecipato Saviano. “Verità e potere non coincidono mai”: così Roberto Saviano ha chiuso il suo intervento alla manifestazione per la libertà dell'informazione. “La libertà che vogliamo difendere - ha detto l'autore di Gomorra – è la possibilità di raccontare senza doversi aspettare ritorsioni”.
Nota bene: “Gomorra” edito dalla Mondadori di Berlusconi.
Molti dei manifestanti e dei firmatari dell’appello contro Berlusconi, però, non disdegnano di lavorare con le sue aziende: Mondadori (editoria), Medusa (film), Mediaset (televisione). E si arrabbiano se glielo rammenti.
La manifestazione si è svolta quando Bianca Berlinguer, primogenita dei quattro figli del leader del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer e di Letizia Laurenti (con una sorella giornalista a Studio Aperto di Mediaset), era direttore del TG3 RAI e quando le settimane prima erano in onda su RAI 2 “Anno Zero” di Santoro e Travaglio, su Rai3 “Ballarò” di Floris, “Parla con me” della Dandini, e da ultimo “Che tempo che fa” di Fazio, programmi monotematici antiberlusconiani.
Il mondo dell'informazione non si è presentato compatto all'iniziativa di protesta di Roma. Dalla manifestazione si è dissociata, ad esempio, la componente sindacale della Fnsi "L'Alternativa" e l'associazione di giornalisti "Lettera22".
L'Alternativa, in una nota, sottolinea: "I giornalisti, si sa, hanno un solo sindacato, l'Fnsi, un sindacato unitario dicono, un sindacato unico diciamo. Noi della componente sindacale 'L'Alternativa' ci abbiamo provato per anni a, come dice il "Che", 'combattere le istituzioni dall'interno': presentando liste, entrando negli organismi, facendo accordi ampi anche con chi da noi era lontano, culturalmente, idealmente e politicamente. Lo abbiamo fatto nel nome di quello che secondo noi dovrebbe fare un sindacato: tutelare i posti di lavoro, le buste paga e le condizioni di lavoro dei colleghi. Tutti i colleghi. Purtroppo chi gestisce da anni il sindacato dei giornalisti preferisce fare politica, anziché fare sindacato". Ennesima conferma di ciò, dopo i vari scioperi 'politici' indetti o annunciati in questi anni, è "la pseudo manifestazione per al libertà di stampa, che si configura - secondo L'Alternativa - per quella che è: la difesa della 'loro' libertà di usare il sindacato per parlare a nome dell'intera categoria dei giornalisti a fini di propaganda politica. L'Alternativa conclude: "E' evidente, a questo punto, che questo sindacato non ritiene di tutelare tutti coloro che fanno questo mestiere, ma solo chi lavora a Repubblica o all'Unità.
Netto il no alla manifestazione anche da parte dell'associazione "Lettera22": E' evidente che la manifestazione indetta dall'Fnsi, formalmente in “difesa della libertà di stampa” (e a cui aderisce la Cgil) è in realtà una manifestazione a fini di propaganda politica. Una strumentalizzazione alla quale purtroppo presteranno il fianco molti colleghi e molte testate vicine all'opposizione e alla quale è arrivato, purtroppo, anche l'avallo dell'Ordine dei giornalisti". "Lettera22" indica quattro motivi di dissociazione: "Primo, perché a noi la piazza non piace, perché con le manifestazioni si pretende di spacciare la volontà di pochi, a volte anche molti, per la volontà di tutti. Le adunate oceaniche è meglio lasciarle alla politica, e le manifestazioni a chi è all'angolo e non ha altre strade: ha perso il lavoro, è sfruttato, non ha diritti civili. Secondo, perché se è vero che esistono molti problemi e molte minacce alla libertà d'informazione in Italia, questo non accade da oggi: perdurano e si sono aggravati sotto i governi (di centrosinistra come di centrodestra). Ma crediamo che sia ridicolo, se non pretestuoso, identificarli con le querele del premier all'Unità e a Repubblica o con il cosiddetto 'caso Boffo' lanciato dal Giornale". Terzo elemento di dissociazione, "perché si chiede il 'diritto di essere informati da parte di tutti i cittadini per avere tutti gli elementi necessari a formarsi un'opinione', ma in realtà si vuole solo l'impunità per ripetere alla nausea un elemento, tralasciandone tanti altri, per condizionarla l'opinione. Dire una cosa vera infatti, occultandone altre, non significa dire la verità. Quarto, infine - conclude Lettera22 – perché non si può affermare di avere fiducia nella magistratura e pretendere che i processi si svolgano regolarmente e, contemporaneamente, affermare che ricorrere ai tribunali, soprattutto in procedimenti civili, chiedendo risarcimenti per milioni di euro, si configura oggettivamente come un tentativo di intimidazione e di ricatto morale. E' evidente che le parate come quella di Roma sono organizzate da quelli che, se potessero, la libertà di stampa la imbavaglierebbero. La libertà di stampa non manca, insomma, manca la stampa libera".
Nell'edizione delle 20 del Tg1 il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale per esprimere forte dissenso sulla manifestazione sulla libertà di stampa. "Negli ultimi 10 anni sono 430 le querele dei politici, per il 68% di esponenti di sinistra. E' possibile che la libertà di stampa venga messa in pericolo solo da due querele di Berlusconi contro L’Unità e contro La Repubblica?", ha detto.
Allergici al guinzaglio del governo e difensori del collare a strozzo democratico. Indignati dal ricorso alla cause civili contro i giornali amici, salvo intasare le aule di giustizia con richieste di risarcimento e azioni penali contro il nemico di classe. Le contraddizioni non hanno mai fatto paura alla sinistra italiana e la tradizione è stata rinverdita con la manifestazione - in diretta su Sky e sul Tg4 - dei querelanti contro le querele.
Come ha salmodiato Marco Travaglio ad Annozero, «negli Usa un giornalista deve controllare una cosa sola, che la notizia sia vera. In Italia ci sono denunce civili e penali ed esposti all’Ordine...». Eppure ha trascurato che su 6.745 cause penali e civili intentate alla stampa dal 1994 all’ottobre 2009, le richieste di esponenti del centrosinistra ammontavano a 312 milioni su un totale di 486 milioni di euro.
Sì, proprio da quel fiume composito, con facce vecchie e nuove, che era in piazza con Travaglio e i mille rivoli della galassia giustizialista. Tutti habitué della querela. A partire dalla Cgil, con i suoi sempre numerosissimi pensionati, che potrebbe dare qualche buon consiglio agli avvocati del premier su come farle (e anche vincerle). L’epoca d’oro è stata quella di Sergio Cofferati promotore di diverse azioni penali e civili contro il Giornale e Libero. Poi anche contro ministri della Repubblica, Roberto Maroni, allora responsabile del Lavoro, e Gianni Alemanno.
Ma, soprattutto, ci saranno loro i protagonisti della politique politicienne di centrosinistra. Sempre pronti ad innalzare i loro vessilli quando si tratta di andar contro Berlusconi, ma che non esitano a dar contro le «iene dattilografe» quando scrivono o dicono qualcosa che non garba.
È il caso di Antonio Di Pietro, uno dei primi ad appoggiare la manifestazione. Un vero recordman della querela con oltre 300 cause (357 secondo Repubblica) contro la stampa e ben 700mila euro incassati. Con buona pace del diritto di critica. Non ci sarà, ma ha formalmente aderito, l’ex premier Massimo D’Alema. Tutti lo ricordano per la maxi-richiesta di risarcimento da 3 miliardi di vecchie lire ai danni del povero Forattini per una vignetta su Repubblica sulla lista Mitrokhin, ma ne ritirò anche un’altra da 2 miliardi al Corriere che aveva osato criticarlo sulla sua strategia sindacale. La richiesta di risarcimento da 500mila euro alla Stampa per un articolo che lo citava in riferimento a un dossier dell’agenzia investigativa Kroll. E nel 2002 querelò Repubblica per un’intervista a Maurizio Gasparri che lo tacciò di «spregiudicatezza» per la sua passione nautica. Non è solo il Giornale a essere nel centro del mirino, ma anche la cosiddetta stampa democratica.
Ne sa qualcosa il professor Giovanni Sartori, editorialista del Corriere, che si beccò una querela da Rosy Bindi quand’era ministro della Salute. Incarico istituzionale dal quale non esitò a far causa a destra e a manca ai tempi del dibattito sulla «cura Di Bella». E che dire della sinistra più o meno radicale? In piazza ci sarà anche Nichi Vendola. Lui non ha mai avuto la querela facile, ma alcuni suoi ex-assessori sì, ogniqualvolta quotidiani locali e nazionali denunciavano alcune irregolarità amministrative. E in piazza dovrebbe esserci pure Oliviero Diliberto, il segretario del Pdci, che querelò Libero per la pubblicazione di un verbale del comitato centrale nel 2006 al grido di: «Ci hanno già finanziato la campagna per le politiche con 100mila euro». E proseguì chiedendo un milione al portavoce della comunità ebraica di Milano per un’intervista a Repubblica in cui stigmatizzava le sue posizioni anti-israeliane.
Non sorprenda, in questo mare magnum della sinistra, come la piazza possa mettere assieme tutto e il suo contrario. Il vignettista Vauro con i suoi colleghi del Manifesto si ritroveranno assieme ai cigiellini, immemori di quando nel 1997 l’allora direttore Parlato censurò un disegno anti-Cofferati. Così come Milena Gabanelli, di Report, potrebbe incrociare il candidato segretario Pd del Lazio, Roberto Morassut, che querelò la trasmissione per una puntata di fuoco sul piano regolatore della giunta Veltroni del quale era assessore.
La mobilitazione è tale che ci si potrebbe dimenticare che a promuovere l’iniziativa è stata la Federazione della stampa. E che sia un’agitazione contro il governo lo ha ammesso anche L’Altro, il quotidiano della sinistra diretto da Piero Sansonetti, che il giorno prima ha pubblicato lo sfogo di una lettrice, Daniela Greco, nel quale si denunciava il «dissenso a comando». Quello di chi dice che «c’è un nemico dell’informazione e la società civile deve scendere in piazza». Argomenti che costringono Sansonetti a prendere atto che quella di oggi è una manifestazione contro il governo, «contro Berlusconi». Il resto è secondario.
Ma il rito manifestarolo è rispettato in tutto. Anche nel mescolare proteste diverse in un unico minestrone, organico alla battaglia del momento. Il peggio questa volta è toccato ai precari della scuola. Dovevano fare la loro manifestazione, ma la Cgil, secondo tradizione, ha fatto confluire il suo corteo dentro quello dell’informazione.
Si usa denominare quarto potere la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell'elettorato. È questo un uso metaforico del termine potere, distinguendolo da quello legislativo, esecutivo e giudiziario.
In Italia ogni notizia diffusa dalla stampa sembra la lettura pedissequa della velina passata dalle segreterie politiche o, peggio ancora, dalle autorità giudiziarie o di pubblica sicurezza. Il gergo è quello dell’accusa.
Nessuno spazio è dato alla difesa. Nessuna remora a pubblicare l’immagine e i dati delle persone.
Naturalmente le fughe di notizie, per fatti sottoposti a segreto istruttorio, dovrebbero essere perseguite, incriminando i magistrati che ne sono i custodi. Invece la punizione è parziale.
Carlo Vulpio, già inviato del Corriere della Sera, è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Non solo è stato incriminato, ma è stato anche rimosso dal giornale. Ma torniamo all’oggetto dell’inchiesta.
I giornalisti, senza che vi sia intervento disciplinare da un ordine elevato a casta, continuano ad attentare alla reputazione dei cittadini indifesi, coprendosi dietro il diritto di critica o di cronaca. D’altro canto, invece, tacciono le malefatte dei poteri forti, per collusione o per codardia. Da anni si denuncia il sistema dei concorsi pubblici truccati nell’avvocatura, magistratura, notariato. Da anni si segnalano gli insabbiamenti delle denunce scomode o la violazione del diritto di difesa. Risultato: indifferenza, insofferenza, indisponenza.
Per fare sensazione e nocumento si redigono i pezzi, improntandoli in modo tale da anticipare giudizi di condanna: giudizi che sono propri di un procedimento giudiziario in contraddittorio e, come ben si sa, già di per sé inattendibili con un “sistema giustizia” allo sfascio.
Neanche, poi, che i giornalisti venissero dalla luna, senza macchia e senza peccato. Invece si scopre che le modalità di accesso alla professione sono identiche a quelle degli avvocati, magistrati, notai, professori universitari, ecc..(con inchieste che ne hanno inficiato la credibilità), o che i media sono foraggiati dalla politica e dall’economia. Fatti, questi, che ne minano l’attendibilità.
Poi, spesso, si scopre, anche, che chi vorrebbe imporre a noi la morale, invece è peggio del mostro sbattuto in prima pagina. Però questo non si può dire. Vittorio Feltri è stato attaccato da tutto il sistema di potere per aver pubblicato il curriculum morale del direttore di “L’Avvenire”.
E che dire della presa di posizione del nostro “apparato informativo”, libero di denigrare la reputazione di un Premier (e del Paese che rappresenta), ma insofferente a ricevere le sue citazioni per danni.
In difesa della libertà di stampa (libertà di diffamare o di censurare) si sono raccolte firme e organizzate manifestazioni, come quella del 3 ottobre 2009 della Fnsi, il sindacato dei giornalisti.
Silvio Berlusconi ha presentato a “Porta a Porta” del 15 settembre 2009, in diretta TV, i risultati dei frenetici lavori del suo Governo che hanno permesso di consegnare una casa ai primi dei tanti sfollati vittime del terremoto in Abruzzo di cinque mesi prima. In quella sede ha parlato di libertà di informazione. La Rai «è l’unica televisione al mondo che è contro una sola parte politica». E via elencando, da Anno Zero a Ballarò, passando per Report. Insomma, «manifestare contro la libertà di stampa è contrario alla realtà» visto che «nella tv e nella stampa ci sono troppi farabutti». Con una digressione su la Repubblica, «non un giornale ma un super-partito con un editore svizzero e un direttore dichiaratamente evasore fiscale».
Ecco alcuni stralci degli articoli ed editoriali che il giorno dopo i quotidiani hanno dedicato alla trasmissione. Lasciamo a voi lettori decidere se la libertà di stampa sia in pericolo o meno. E quali sono i limiti di questa libertà.
Repubblica
“Un monologo con insulti e menzogne nel salotto del servizio pubblico”, di Curzio Maltese: “Dopo mezz’ora si capisce qual è il vero scopo della trasmissione a reti unificate. Un attacco frontale alla stampa, anzi per dirla tutta a Repubblica. Noi giornalisti di Repubblica siamo «delinquenti», «farabutti» che ci ostiniamo a fargli domande alle quali il premier non risponde da mesi. Se non con questo impasto di minacce e menzogne, con la favola della «perdita di lettori e copie»: un’affermazione smentita dalle vendite del giornale in edicola che sono in costante ascesa.”
Corriere della Sera
“La tv dell’obbligo. Così un evento diventa rituale a reti unificate” di Aldo Grasso: “Perché, in questo modo, anche una cerimonia importante come l’inaugurazione delle casette antisismiche ha dato adito a ogni sospetto. E soprattutto è parso uno di quei rituali sovietici a reti unificate, in stile Putin, a metà strada tra populismo demagogico e culto della personalità.”
La Stampa
“Nel salotto di Porta a Porta lo show senza concorrenza” di Mattia Feltri: “Il farfallone amoroso gode del suo giorno dell’orgoglio e si riabilita - sempre che ne avesse bisogno - vestendosi e rivestendosi come Leopoldo Fregoli. Occhi lucidi e respiro lungo: tutti felici.”
Il Manifesto
“La Porta dei Miracoli” di Micaela Bongi: “A inizio giornata, il conduttore unico è pronto per scortare il Cavaliere tra le nuove casette di legno (che non sono arrivate in Abruzzo grazie al governo), per poi beatificarlo nel suo studio alle 9 di sera, in diretta TV.”
Bene. In questo stato di cose, però, nessuno si accorge che sono i grossi gruppi editoriali ad aizzare alla lotta, solo con intento politico e/o economico.
La loro libertà, non quella di migliaia di giornalisti perseguitati o sfruttati. Per questi ultimi solo silenzio ed indifferenza.
L'Unione nazionale cronisti italiani e il Sindacato cronisti romani denunciano un ennesimo attacco della magistratura alla libertà di informazione avvenuto a Latina: il livello di allarme per la difesa di uno dei valori fondanti della democrazia è elevato.
La Procura di Latina ha aperto un'inchiesta contro Franco Matricardi, direttore di un portale internet, per violazione del segreto di indagine su un episodio di stupro e rapina, avendo pubblicato l'ordinanza del tribunale del riesame (regolarmente depositata in cancelleria e, quindi, di dominio pubblico!) sull'innocenza dei presunti responsabili, peraltro confermata dal successivo processo.
L'Unci denuncia che l'attacco al diritto-dovere di cronaca è ormai divenuto sistematico, e nella maggior parte dei casi non solo è privo di giustificazioni, ma in aperto e palese contrasto con la lettera e la sostanza del codice di procedura penale, delle sentenze della Corte di Strasburgo, della Costituzione e delle leggi.
Da Venezia ad Ancona, da Perugia a Latina, da Palermo a Genova, per parlare solo degli ultimi mesi, i Pm sono entrati - contemporaneamente e, sembra, in modo coordinato - in azione contro i cronisti, il diritto di cronaca e la libera informazione al servizio dell'opinione pubblica.
Davanti a questa offensiva, che non trova precedenti nella storia democratica del paese, l'Unci ha deciso di comporre un "Bestiario" con i casi più gravi, un dossier da inviare al Presidente del Csm.
Poi c’è la censura contro chi si batte per svelare le verità taciute dai media.
Il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande, ha presentato, inutilmente alla magistratura di Potenza una denuncia penale contro un magistrato della Procura di Brindisi che, per la pubblicazione di un singolo atto pubblico contenuto in una pagina del sito web dell’associazione, ha adottato, con incompetenza territoriale e non convalidati, reiterati decreti nulli di sequestro del medesimo sito arrecando grave danno d’immagine e interrompendone l’attività.
Il Magistrato negli atti di sequestro e in atti di indagine presentati al GIP ha omesso ogni riferimento e menzione della stessa associazione e ha indicato ragioni di urgenza, per un procedimento iscritto un anno prima.
Il sito web oscurato conteneva migliaia di pagine di notizie di informazione locale estrapolate da articoli di stampa. Alcune inchieste riguardano la stessa Procura di Brindisi coinvolta nel caso Forleo. Ogni tentativo di impugnazione è stato vano.
Poi è la stessa Rai che censura le associazioni scomode. Questa è l’interrogazione parlamentare.
Atto n. 4-03178 Pubblicato il 6 dicembre 2007 Seduta n. 263
RUSSO SPENA - Al Ministro delle comunicazioni. - Premesso che:
"il 20 giugno 2007 la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi accoglieva una domanda di accesso al palinsesto RAI da parte dell'associazione "Contro tutte le mafie", associazione tra l'altro riconosciuta dal Ministero dell'interno;
successivamente, il 17 ottobre 2007, la RAI revocava l'autorizzazione ad insaputa dell'associazione;
l'8 novembre la RAI inviava una squadra e un regista per le riprese del servizio sull'associazione, facendo pertanto presumere il superamento di ogni perplessità e l'accettazione della messa in onda del servizio;
considerato che:
il 15 novembre l'associazione chiedeva di conoscere la data di messa in onda e riceveva risposta certa indicante un servizio della durata di dieci minuti nella trasmissione di RAI1 del 23 novembre 2007 alle ore 10.40;
di fatto, il 23 novembre la trasmissione veniva cancellata ed il palinsesto di RAI1 stravolto;
immediatamente l'associazione si attivava per chiedere la motivazione dell'oscuramento del servizio telefonando alla redazione del programma di RAI1, che però negava risposta e annunciava una futura lettera di motivazione (in palese violazione della legge 241/1990 che prevede la risposta immediata in seguito a domanda d'accesso ad un servizio);
solo il 3 dicembre 2007 l'associazione riceveva uno scarno comunicato in cui si rilevava che l'autorizzazione era stata rilasciata il 20 giugno e poi revocata il 17 ottobre in seguito a proposta della RAI che non reputava degna l'associazione, adducendo addirittura perplessità circa la sua organizzazione,
si chiede di sapere:
per quale motivo si sia intervenuto a censurare una trasmissione programmata, nonostante vi sia stato parere favorevole della Commissione di vigilanza alla divulgazione;
perché la redazione abbia inviato una motivazione "postuma" ed evitato di rispondere alle domande poste nella stessa data di mancata messa in onda."
C’è da dire che l'art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell'articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l'inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica.
L'interpretazione dell'art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati.
Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito. Ciò avviene in proprio o con l’editore.
La produzione in proprio con distribuzione porta a porta, è un’ipotesi fallimentare. L’opera non essendo sostenuta dalle istituzioni e non pubblicizzata dai media, non è acquistata da una moltitudine di utenti finali.
La produzione tramite un editore può avvenire, in modo improprio con la compartecipazione alle spese, ovvero senza oneri per l’autore. Naturalmente l’editore vaglia, corregge e censura le bozze dell’opera, oltre che valutarne la commerciabilità. Spesso non è importante l’opera, ma che l’autore sia un personaggio noto alle cronache, o che sia seguito dal pubblico, per usufruire dei benefici di visibilità. Spesso si privilegiano argomenti fatui e non di approfondimento e di denuncia, perché la società contemporanea sente l’esigenza di estraniarsi dalla realtà quotidiana.
L’editore, acquisendo i diritti dell’opera, la distribuisce e la vende, riconoscendo una minima parte dei proventi all’autore, per di più dopo molto tempo.
Paradosso: l’impedimento alla libertà di manifestare il pensiero è posto proprio dal sistema che ne prevede l’esistenza.
L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità.
L’editoria, quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni.
A questo punto, per manifestare liberamente il proprio pensiero, si è costretti a rivolgersi ad apparati: che conformano l’opera alle proprie aspettative; che sono omologati, in quanto foraggiati dalla politica e dall’economia ed intimoriti dalla magistratura; che hanno distribuzione esclusiva e rapporti promozionali poco trasparenti. A riguardo è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’enturage.
Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti.
C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale.
Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog, superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario.
Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva.
In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero.
Attilio Bolzoni appronta l’inchiesta giornalistica sulle baronie universitarie baresi, ma dalla redazione di "Repubblica" di Palermo, per svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. La censura sulla giustizia è scandalosa. Si nascondono dati eclatanti del Ministero della Giustizia: solo 13 denunce su 100 hanno un dibattimento; si nascondono dati eclatanti dell’Eurispes, il 31% dei reati non è denunciato per sfiducia. Insomma il 90 % dei reati è insabbiato dai Pubblici Ministeri, dalla prescrizione e dalla sfiducia. Quello che resta, spesso, è soggetto ad assoluzione o ad errore giudiziario (5 milioni in 50 anni, secondo l’Eurispes). Dalle persone in carcere, indigenti e presunte colpevoli, così come riferisce il dipartimento penitenziario, si nota che a pagare è sempre il povero cristo.
Parlare delle nefandezze del “Sistema Italia” significa porsi contro “il Sistema di Potere”. Automatica è l’emarginazione. L’Associazione Contro Tutte le Mafie per aver denunciato pubblicamente le malefatte, pur essendo riconosciuta dal Ministero dell’Interno, non è iscritta all’Albo della Regione Puglia, né è iscritta nell’elenco del Comune di Avetrana (TA), sede legale dell’Associazione.
Se si vìola la censura sono guai. Un Sostituto Procuratore di Taranto ha presentato denuncia contro il Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, dr Antonio Giangrande e altri direttori di giornale presso la Procura di Potenza per diffamazione. La colpa: aver riportato le interrogazioni parlamentari sugli insabbiamenti della Procura di Taranto. Questo è avvenuto citando e pubblicando atti parlamentari e le testuali motivazioni contenute in una richiesta di archiviazione. Le motivazioni legittimavano il fatto che un Ufficio Protocollo di un Comune non lasciasse la ricevuta degli atti consegnati e rendevano lecito il fatto che, sempre in quel Comune, a vincere il concorso a Comandante dei Vigili Urbani fosse il dirigente dell’Ufficio del Personale, che rivestiva anche le funzioni di Comandante pro tempore, tenute in attesa della sua nomina conseguita per un concorso da esso stesso indetto e regolato. La Procura di Potenza ha proceduto immediatamente. Peccato che a proprio a Potenza siano rimaste insabbiate tutte quelle denunce presentate contro la Procura di Taranto.
Ancora. Un Consigliere Comunale del Comune di Santi Cosma e Damiano, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati. Il Consigliere Comunale e il Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie sono stati denunciati dalla “mafia”, per calunnia e diffamazione, in quanto da questa meritoria attività è conseguita una duplice interrogazione parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio. Atti che danno ragione ai denuncianti e che sono stati pubblicati sul portale di informazione dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie per rompere l’omertà.
Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che non si conosce, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli “editti bulgari”, i tribunali.
Ciliegina sulla torta della censura è la rinuncia del Papa a visitare l’Università La Sapienza di Roma dopo forti proteste di studenti e professori contro il suo punto di vista su “Galileo e la scienza”. La polemica è senza precedenti in un Paese dove le critiche alla Chiesa cattolica sono di solita in sordina.
Alcune piccole emittenti locali radiotelevisive, attraverso l'"Associazione Contro Tutte Le Mafie", denunciano una realtà impunita e sottaciuta.
L'attività imprenditoriale e l'informazione delle emittenti radiotelevisive sono condizionate da molteplici fattori: il dipendere dai sovvenzionamenti pubblici nazionali (decisi dalla politica centrale) e dalle commesse pubblicitarie dei candidati locali per le loro campagne elettorali, porta a trattare con i guanti bianchi alcune tematiche che toccano la politica di governo centrale e locale e, per forza di cose, a tacere le manchevolezze degli organi istituzionali periferici (Magistratura, Prefettura, ecc.), o gli abusi del sistema socio economico legato alla politica di riferimento.
Insomma: in tempo di crisi, l'aspetto economico è la censura che blocca la libera informazione.
Ma questo non è il solo cruccio che avvilisce le imprese radiotelevisive.
Alcune di loro sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale.
Quale è il trucco ?!
Ogni emittente ha una frequenza su cui è autorizzata a trasmettere con un'antenna di una certa potenza, per non disturbare le trasmissioni delle emittenti viciniori. Alcune di loro, tra cui alcuni grandi network nazionali, pensano bene di centuplicare illegalmente la loro potenza, irradiando il loro segnale di molto oltre a quello per cui sono autorizzati. In questo modo disturbano o oscurano le trasmissioni altrui, impedendo a questi l'acquisizione del mercato pubblicitario, fonte di sostentamento, che leso, porta al fallimento dell'impresa.
Il Ministero, informato dalla parte interessata, comunica la data dell'ispezione alla controparte, che ha il tempo di ripristinare la legalità, per poi ripetere l'abuso ad ispezione finita. Tempi e costi dell'operazione tecnica sono ammortizzabili da chi si avvantaggia illegalmente dell'acquisizione pubblicitaria indebita. Mal che vada, comunque, la parte colta in fragrante, deve sorbire solo una piccola multa.
Ma non è il solo problema che attanaglia le radio e le tv locali oneste.
Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli.
Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98.
Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia.
13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti.
Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006.
Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione.
La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza.
E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.
E non è tutto. Il ministero dello Sviluppo economico zittisce la voce di Radio Padania Libera nel Salento. In una nota del 24 gennaio 2011 fatta pervenire in copia al Comune di Alessano, i competenti organi ministeriali scrivono che l’impianto dell’emittente leghista «non si intende autorizzato». Radio Padania dal 17 dicembre 2010 ha trasmesso nel Capo di Leuca da una postazione situata proprio ad Alessano e dotata di un sistema radiante collegato a un impianto da due kilowatt di potenza. Il segnale viaggia sui 105.600 MHZ in modulazione di frequenza e disturba quello dell’emittente salentina Radio Nice del gruppo leccese Mixer Media dell’editore Paolo Pagliaro, che trasmette su identico canale da Parabita. La radio lumbard ha i contenuti dei palinsesti carichi di risentimenti contro i meridionali espressi a chiara voce dai radioascoltatori padani, cui si lascia microfono libero. Ma la nota del ministero dello Sviluppo economico che sospende le trasmissioni di Radio Padania non risolve l’anomalia di mercato delle frequenze. Infatti il vero problema consiste nel fatto che Radio Padania gode del triplice privilegio di acquisire le frequenze in deroga, di avere un contributo annuale da parte del governo, di diventare proprietaria della frequenza trascorsi novanta giorni. La vera anomalia è proprio questa: in un momento in cui il mercato delle frequenze è bloccato, Radio Padania può, trascorsi novanta giorni, permutare le proprie frequenze ottenute in deroga con altre frequenze di radio commerciali. Occorre modificare questo privilegio concesso dalla finanziaria Bossi-Berlusconi del 2001. L’emittente della Lega Nord, in quanto comunitaria dovrebbe rendere un servizio, ma l’unica cosa che fa è quella di riempire di insulti i meridionali, senza che mai nessuno abbia denunciato il suo direttore per diffamazione a mezzo stampa.