foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

ABUSI SUGLI ANIMALI

OSSIA, SOPRAFFARE

"La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali. Da ciò si può dedurre il trattamento che ella riserva alle persone. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

Gli animali sono esseri viventi, che con noi condividono sentimenti ed emozioni, ma che pure per molti versi non ci somigliano e non sappiamo capire. Tendiamo spesso ad antropomorfizzare un cane pensando di viziarlo, in realtà lo stiamo maltrattando. E se mentre accarezziamo il gatto in modo insistente, quasi fosse un peluche, lui si volta e ci graffia non è per maleducazione felina, ma in risposta alla stupidità umana. Non solo, spesso ci spingiamo oltre, negando agli animali la loro natura, i loro bisogni e desideri, per asservirli alle nostre esigenze e ai nostri piaceri. Fino ad arrivare alla crudeltà: combattimenti tra cani, corse di cani e cavalli, caccia e pesca come sport, carcerazione negli zoo e nei circhi, sperimentazione farmaceutica, abbandoni, allevamenti intensivi e macellazione a catena di montaggio.

Ma se tante sono le facce in cui si dipana il nostro rapporto con gli animali, per lo più imbevuto di una crudeltà e di una violenza di cui non sembriamo nemmeno essere consapevoli, è giunto il momento di prendere posizione, di non più negare o misconoscere le ingiustizie di cui siamo responsabili o testimoni.

Entriamo ora più nei particolari del discorso dei diritti degli animali e dei doveri dell'uomo, citando ovviamente il principale decreto giuridico internazionale emesso a tutela dei diritti animali e riferimento fondamentale per denunciare i tanti e diversi gradi di sfruttamento degli animali. L'articolo n.1 della Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali, elaborata dall'Unesco nel 1978, recita: "Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all'esistenza".

E' triste constatare come spesso questo enunciato sia disatteso.

Ripartendo dalla semplice considerazione delle necessità naturali proprie di ogni specie, in termini di spazio, alimentazione, socialità tra gli individui, comunicazione e habitat, a volte appare difficile considerare compatibili gli ambienti e i trattamenti riservati a buona parte degli animali da noi detenuti.

L'uccisione (art. 544 bis), il maltrattamento (art. 544 ter), lo sfruttamento in spettacoli (art. 544 quater), il combattimento (art. 544 quinquies), l'abbandono (art. 727) di un animale è considerato in Italia un reato. Un comportamento cioè non accettato dalla società e considerato tanto grave da dovere essere valutato da un magistrato.

Tutto ciò non determina però con certezza le corrette regole da seguire per assicurare condizioni di benessere a tutte le specie animali. C'è quindi un po' di confusione quando si devono valutare alcune situazioni.

Alcuni esempi.

Uccidere un cane giovane e sano è maltrattamento.

Uccidere animali giovani e sani appartenenti ad altre specie per poi mangiarli è invece una pratica accettata.

Non dare da mangiare a sufficienza ad un animale è sicuramente sbagliato ed è, nei casi più gravi, un reato.

Dare da mangiare ad un animale fino a farlo diventare obeso è altrettanto sbagliato (accorciamo la vita al nostro cane anche del 30%) ma non è considerato un reato.

Se tagliassi senza motivo la zampa ad un cane mi renderei colpevole di vivisezione. Se taglio le orecchie ad un cucciolo di cane senza alcuna ragione se non per conferire un aspetto più aggressivo non sono altrettanto colpevole?

Ci vuole ancora tempo e, soprattutto, impegno da parte di noi tutti perché si possano definire e far condividere a tutti le azioni considerate come maltrattamento di animale.

Non facciamoci scoraggiare...Le ultime leggi sulla tutela di alcune specie sono molto precise (vitelli a carne bianca, suini, galline ovaiole, animali da esperimento, trasporto di animali) e vengono fatte applicare ma... non basta. Devono comunque cambiare alcuni comportamenti che forse appartenevano a ragione all'uomo primitivo, ma che purtroppo sono ancora incoraggiati da molti organi di informazione.

Esempio: l'istinto di addomesticamento che ci fa sentire attratti dai cuccioli di qualunque specie. I cuccioli stanno meglio con i loro genitori...

L'istinto della caccia come fonte di alimento. Se proprio non c'è altro da mangiare...

Il desiderio di possedere animali insoliti da mostrare agli altri. ("Vieni ti faccio vedere il coccodrillo che ha mangiato mia nonna...").

Cambiare il cane di razza come si fa con le automobili e i vestiti seguendo le mode.

Entriamo nel dettaglio della tematica. Per esempio: AL CIRCO NON TUTTI SI DIVERTONO!!!

Avete mai pensato a come vivono gli animali del circo?

È giusto tenere un animale in prigione per tutta la vita?
Nel loro elemento naturale leoni ed elefanti vivono e si muovono sulle grandi distese africane. Quelli del circo arrivano a passare in gabbia o in zone confinate fino a 23 ore al giorno, viaggiano costantemente in tutte le situazioni atmosferiche ed in situazione di stress.

È giusto negare agli animali il loro comportamento naturale?
In libertà gli elefanti sono intelligenti, curiosi e con una forte struttura sociale; i leoni sono cacciatori che controllano un vasto territorio. Nel circo tutto questo viene represso e conseguentemente si sviluppano comportamenti "neurotici" (come dondolamenti, gesti ripetitivi e "pacing").

È umano negare agli animali il giusto esercizio?
In natura gli elefanti camminano fino a 50 km al giorno per cercare acqua e cibo. Nel circo gli elefanti non hanno mai libertà di movimento, essendo chiusi in recinti (spesso elettrificati).

È giusto che la gente venga incoraggiata a ridere degli animali?
Originariamente il circo si basava esclusivamente sulle capacità degli esseri umani. Alcuni dei circhi più apprezzati ed a più alta redditività al mondo non fanno uso di animali (Cirque du Soleil, Circus Oz, the New Pickle Circus, e Cirque d'Hiver).

I circhi sono sicuri?
Il circo è un business pericoloso. Ogni anno molti animali muoiono o rimangono feriti, così come i loro addestratori.

Cambiare si può?
Le pubbliche amministrazioni dovrebbero avere il coraggio di disincentivare queste pratiche crudeli nei confronti degli animali, un cambiamento radicale è possibile come lo dimostra il Comune di Pioltello (Milano). Nei circhi, gli animali, oltre ad essere prigionieri come negli zoo (spesso in condizioni ancora peggiori), sono costretti ad addestramenti crudeli ed umilianti. Per un orso è naturale ballare o per le foche giocare con un pallone? Per i grandi felini è naturale saltare attraverso un cerchio infuocato, considerato anche il terrore atavico degli animali per questo elemento? Obbiettivamente, crediamo che non sia naturale! Per stravolgere completamente l'istinto di un animale, è necessario ricorrere alla violenza. Per far alzare alternativamente le zampe ad un orso si utilizzano piastre e pungoli elettrici (nel passato erano braci ardenti), per far "sorridere" un pony lo si punge ripetutamente sul muso con uno spillone.

Liana Orfei, nota circense, spiega che "La iena non la domi mai perché non capisce. Puoi punirla cento volte e lei cento volte ti assale e continua ad assalirti perché non realizza che così facendo prende botte mentre, se sta buona, nessuno le fa niente." E ancora, la signora Orfei afferma che le foche "possono essere ammaestrate solo per fame e non si possono picchiare perché la loro pelle, essendo bagnata, è delicatissima. Ma con un pò di pesce ottieni quello che vuoi". Anche per insegnare alle tigri a salire sugli sgabelli, si usano la fame e le botte, continua la signora Orfei: "...poi ricomincia la storia con la carne finché la belva si rende conto che se va su riceve dieci-dodici pezzettini di carne, se va giù la picchiano, e allora va su".

Alcuni circhi come gli australiani "Flyng Fruit", i canadesi "Cirque du soleil", i francesi "Les Colporteurs", gli americani "Minimus", hanno scelto di non utilizzare più gli animali, valorizzando al meglio la bravura di giocolieri, trapezisti, clown, comici, mimi, contorsionisti. Il circo senza animali è la direzione da seguire, l'unica in sintonia con una società che si autodefinisce civile.

Il CIRCO: esperienza educativa o esercizio alla crudeltà?

“ Per decidere che è sbagliato tenere gli animali nei circhi è sufficiente pensare al terrore che devono provare quando sono catturati, il togliere loro la libertà, la possibilità di muoversi, di fare parte di un branco.”

“ Durante l’addestramento gli animali vengono ‘addomesticati’ con scariche di corrente, per non parlare dei forconi e degli uncini usati per far fermare gli elefanti: sulle gambe e su altre parti molto più sensibili. I metodi crudeli vengono utilizzati dall’addestratore proprio per far capire all’animale chi è che comanda, cosa impossibile con un semplice ‘premio’ a fine esercizio.”

“ Non vado mai allo zoo perché non sopporto la miserevole vista degli animali in cattività. Aborro l’esibizione di animali ammaestrati. Quanta sofferenza e punizioni devono sopportare quelle povere creature per dare pochi momenti di piacere a uomini privi di ogni sensibilità.”

Sembrano frasi pronunciate da “intransigenti” animalisti e invece appartengono rispettivamente a Milady Orfei, figlia di Paolo (il primo degli Orfei a fondare un circo), a Paride Orfei e, cambiando totalmente genere, ad Albert Schweitzer. Né mancano numerosi altri esempi di lucide considerazioni sull’utilizzo degli animali nei circhi di tutto il mondo.

A nessuno sfuggono difatti le motivazioni che possano indurre una tigre a saltare attraverso un cerchio infuocato, essendo noto il terrore che i felini provano per il fuoco. Così come l’elefante che rischia la vita assumendo un’innaturale posizione a testa in giù, con l’enorme peso dell’intestino che grava sul cuore o ancora la simpatica scimmietta vestita da marinaretto che “sorride” al proprio addestratore. Provateci voi con la promessa di un delizioso bocconcino o di una carezza a fine esercizio. Si tratta allora di particolari doti di coraggio o di telepatia con gli animali da parte degli addestratori? Macché, costoro adoperano i medesimi mezzi con cui non troppo tempo fa, l’uomo bianco impose all’uomo nero di coltivare le proprie piantagioni di cotone, strappandolo alla propria terra, sradicando le sue radici, privandolo non solo della libertà ma anche della dignità di essere senziente e della voglia di vivere. Eppure quegli uomini vissero. Forse perché tutto sommato non andava poi tanto male? No. Probabilmente perché esiste un istinto di sopravvivenza che prevale sulla più misera esistenza, perché esiste la speranza che l’incubo un giorno finirà, perché il suicidio è una finezza metafisica, intellettuale. Così l’uomo nero subì ogni tipo di vessazione per paura della minaccia costante della morte qualora non avesse soddisfatto le più ignobili pretese del padrone. Così l’animale, essere senziente e quindi capace di provare sensazioni quali la gioia, il dolore, la paura, il terrore, la solitudine, l’angoscia del distacco, l’amore per i propri cuccioli, accetta di indossare un’ insulsa bardatura e di ballare una ancor più insulsa marcetta sotto applausi scroscianti, urla scomposte, luci accecanti di riflettori, fruste sibilanti. In quel momento sarà più forte il ricordo della quiete della foresta, dell’appartenenza ad un gruppo interrotta dal rapimento seguito all’uccisione dei genitori (unico modo per catturare i piccoli) o delle torture subite durante l’addestramento?

“La prima cosa che gli scimpanzé devono imparare è che l’uomo è il padrone assoluto. Nessuno scimpanzé, all’inizio sopporta di essere vestito, solo le punizioni lo porteranno alla sottomissione e alla perfetta obbedienza. Quando l’animale, al termine dell’esercizio, getta le braccia al collo di chi lo ammaestra è come se dicesse: "Ho fatto quello che volevi, per favore non mi castigare" Parola di addestratore.

E se il babbuino osasse ribellarsi e mordere l’addestratore? Il signor Munslow, ex dipendente di un grande circo internazionale, ci spiega come risolsero la questione: strappandogli i denti con una pinza, senza anestesia. Le urla di dolore e l’impossibilità di mangiare durarono diversi giorni e la lezione servì perfettamente allo scopo.

Il famoso “sorriso” che lo scimpanzé rivolge all’addestratore, non è altro che una smorfia di ansia e tensione. Parola di Desmond Morris, il più famoso etologo vivente.

Si potrebbe continuare con numerosi, agghiaccianti, esempi. Basti citare quello più lampante: la fretta impaziente con cui gli animali escono dalla pista al termine del loro numero. Perfino la prigionia delle loro minuscole celle è preferibile all’agonia dello spettacolo. E durante le trasferte? Centinaia di chilometri asserragliati in vagoni chiusi, senza né luce né acqua. Questi viaggi non portano forse alla mente quelli analoghi causati, non più di sessant’anni fa, dall’altrettanta follia di una parte di uomini e dalla complice indifferenza di altri?

“La crudeltà sugli animali è il tirocinio della crudeltà sugli uomini” ammonisce Orazio. Ed è a questo tirocinio che si vogliono introdurre gli studenti delle scuole italiane?

E’ a tutti noto come i circhi che sfruttano gli animali si garantiscano la sopravvivenza. Non certo con i biglietti degli spettatori, dal momento che cresce il rifiuto del pubblico di assistere a spettacoli frutto della tortura e della sopraffazione nei confronti degli animali. Campano grazie ai cospicui contributi statali (Fondo Unico per lo Spettacolo, e si parla di molti miliardi), e grazie anche alla collaborazione delle maggiori agenzie educative dello Stato: le scuole, che danno ai circensi agio di distribuire agli studenti (operazione della quale a volte si occupano direttamente i docenti nelle classi) biglietti con la riduzione del costo. Tali strazianti spettacoli, per colmo di indifferenza, ignoranza ed ipocrisia, vengono quindi inseriti tra le attività extracurriculari, sebbene si svolgano spesso in orario di lezione, sotto forma di “opportunità educativa”. Perché non considerarle, a questo punto, “educazione all’ambiente?”

Cosa può esserci di educativo in un’attività basata sulla coercizione, sulla violenza, sulla privazione della libertà e della dignità di un essere vivente? Cosa dovrebbero imparare gli inconsapevoli alunni, che per ottenere qualunque aberrante obiettivo, basta applicare la legge del più forte? Che la schiavitù è contemplata dalla nostra società quale fonte di divertimento? O vogliamo convincerli, con buona pace di qualunque principio di onestà, che gli animali si divertono? O che semplicemente in una società antropocentrica, anzi “occidentalcentrica”, il parere ed il rispetto per chi è diverso (per nazionalità, religione, razza, cultura o specie) non conta nulla? A questo è deputata la scuola? Pare di no.

In considerazione difatti, dell’enorme importanza che riveste la tutela dell’ecosistema, in una società “globalizzante” e indifferente ai danni perpetrati nei confronti di flora e fauna, il Ministero dell’allora “Pubblica” Istruzione, ha siglato con la LAV, principale associazione animalista in Italia, riconosciuta Ente Morale e organizzazione Non Lucrativa di Pubblica Utilità Sociale, un protocollo d’intesa (01/10/1999) con lo scopo di “promuovere la diffusione e l’approfondimento dei temi dell’educazione al rispetto di tutti gli esseri viventi nelle scuole di ogni ordine e grado”, sottolineando come, creare consapevolezza sui diritti, doveri e responsabilità nei riguardi degli animali, costituisca una base formativa per un corretto rapporto anche con gli umani. Oggi il Ministero dell’Istruzione promuove l’attività circense nelle scuole. Prendiamo atto della totale inversione di tendenza di questo governo riguardo al rispetto per gli esseri più indifesi del pianeta (che non hanno voce né mezzi per difendersi) a favore invece, di quanti traggono profitto dal loro sfruttamento, maltrattamento, dalla loro coercizione, strazio, morte. La gente comincia a capire. A poco servono dunque le bugie dei circensi circa le ottimali condizioni dei “loro” animali o circa il fatto che vivano nelle loro gabbie da più generazioni: un qualunque documentario super partes dimostra come sia difficilissimo riuscire a indurre gli animali della foresta a riprodursi in stretta cattività, ma anche quando fosse (e non è) l’istinto alla libertà e ai grandi spazi è comunque innato ed enorme resta la sofferenza per la loro negazione. E pensare che uno dei più etici articoli del nostro Codice Penale punisce chiunque adoperi gli animali in giochi o spettacoli insostenibili per la loro natura o li detiene in condizioni incompatibili con la loro natura, valutata secondo le loro caratteristiche etologiche, prevedendo in caso di recidiva anche il ritiro della licenza o l’interdizione dall’esercizio dell’attività. Come è possibile che dall’osservanza dell’art.727 del codice penale (già tanto ignorato) siano esonerati circhi e zoo? Che ricevano altresì lauti finanziamenti statali?

E’ indispensabile impedire l’utilizzo delle strutture scolastiche per diffondere la cultura dello sfruttamento degli animali. Sarebbe auspicabile che, così come già succede in qualche provincia del territorio nazionale, gli assessori alla Pubblica Istruzione e all’Ambiente e le Istituzioni preposte al settore educazione, inviino circolari in tal senso a tutte le scuole del Comune o della Provincia di pertinenza, con buona pace di qualche impellicciatissima insegnante che ancora oggi, sensibilizzata sull’argomento, esclama “ma è l’unico modo affinché i ragazzi possano vedere da vicino le belve!” Ci permettiamo ancora una volta di rispondere con una citazione, questa volta di un noto medico e scrittore svedese, Axel Munte: “Se volete rendervi conto di quale razza di barbari veramente noi siamo, dovete soltanto entrare nella tenda di un serraglio ambulante. La crudele bestia feroce non è dietro le sbarre, ma davanti!” E aggiungiamo che è istruttivo osservare gli animali nei contesti naturali, ottimamente rappresentati, a livello didattico, dai sussidi audiovisivi, a meno di non voler maturare il convincimento che sia naturale per un cavallo sorridere alle battute del domatore. Fingendo magari di non accorgersi dello spillone con cui, abilmente nascosti, gli si punge il muso.

Cosa chiediamo, in nome della “civiltà”, di mettere sul lastrico un’intera categoria? Soprassedendo sulla malafede dell’argomentazione a difesa della barbarie e ricordandoci che con la stessa logica si muove guerra ad un popolo al solo fine di soddisfare i biechi interessi di alcune “categorie”, rispondiamo che un circo può sopravvivere con acrobati, giocolieri, prestigiatori, clown, contorsionisti, e tutti gli altri artisti umani che si dedicano a tale attività per loro libera scelta.

Il Maltrattamento nei confronti degli animali, un affare da 3 miliardi di euro all’anno.

Le ragioni per cui gli animali sono sfruttati, torturati e uccisi sono tante. Ma ognuno di noi ha il potere di fermare questo sterminio con un consumo consapevole: con le sue scelte di ogni giorno. Tutte le nostre scelte hanno una ricaduta sugli animali. Quando mangiamo qualcosa. Quando compriamo un qualsiasi prodotto. Quando assistiamo ad uno spettacolo. Quando sosteniamo un’iniziativa o un’associazione. Possiamo fermarci a riflettere e capire se quello che facciamo implica morte e sofferenza per gli animali: perché la CONOSCENZA E' POTERE. La società umana moderna di basa sullo sfruttamento dei più deboli, i vantaggi dei pochi privilegiati corrispondono allo sfruttamento di una moltitudine sterminata i cui fondamentali diritti non vengono riconosciuti. Lo sfruttamento degli animali è una costante della nostra società, essa trae profitto dalla sofferenza altrui quotidianamente, nascondendo le pratiche crudeli spesso anche a coloro che ne traggono direttamente o indirettamente giovamento. Il Rapporto Zoomafia della LAV è un’analisi sistemistica, di natura socioeconomica e criminologica, dello sfruttamento degli animali da parte della criminalità organizzata e non. Il Documento analizza i vari filoni della zoocriminalità cioè:

*      combattimenti tra cani

*      i cavalli e le corse clandestine

*      la “cupola del bestiame

*      il business dei canili e del traffico di cani

*      il contrabbando internazionale di animali 

*      il bracconaggio & la criminalità

*      il traffico di fauna selvatica

*      il malandrinaggio di mare. 

Il Maltrattamento nei confronti degli animali, un affare da 3 miliardi di euro all’anno. Questo è il guadagno della Zoomafia, un fenomeno fatto di truffe, barbarie e sofisticazioni a spese di cavalli, cani e tante altre specie. In più, l’era digitale ha portato anche Internet ad avere un ruolo decisivo in questo genere di crimini, con il supporto agli scambi illegali e la pubblicazione di video sempre più cruenti e scaricati. L’ultimo rapporto Zoomafia la LAV disegna un quadro che va ben oltre reati “classici” come le corse clandestine di cavalli e i combattimenti tra cani. Traffico internazionale di cuccioli e animali esotici sono all’ordine del giorno, così come il business di canili abusivi, il bracconaggio e la pesca di frodo oltre agli illeciti alimentari. Guardando il fenomeno più da vicino, ci si accorge che i reati collegati alle competizioni clandestine o a quelle “regolari” truccate ricavano ben un terzo della torta. Un miliardo guadagnato sulla pelle di animali costretti a correre su terreni inadatti e su strade in cattivo stato, spesso uccisi dopo le corse o abbattuti perché gravemente feriti dopo un incidente in corsa. Il fenomeno è ampio e ramificato: solo in un anno bloccate 12 gare per un totale di 62 cavalli sequestrati e 129 persone denunciate. A 300 milioni ammontano i guadagni di chi organizza combattimenti tra cani, mentre addirittura a 500 milioni quello dei canili abusivi (frutto di convenzioni con alcuni Comuni) e del traffico internazionale di cuccioli. Una struttura sofisticata quest’ultima, che ha portato al sequestro di centinaia tra certificati e libretti sanitari, microchip e farmaci. Altro fenomeno che non conosce sosta è quello delle macellazioni clandestine e dell’alterazione dei certificati di provenienza. Oltre che a danno degli animali, questo particolare crimine mette in serio pericolo anche quegli ignari consumatori che dovessero entrare in possesso delle carni così ottenute. Un giro d’affari che in questo caso renderebbe 400 milioni di euro ai trafficanti di bestiame. A questi reati ricordiamo si aggiungono quelli a danno di animali esotici, richiesti persino come “nascondiglio” per la cocaina (come accaduto a un raro pitone bianco), per non parlare della pesca con esplosivi e del traffico di datteri e ricci di mare, destinati a ristoranti compiacenti. Infine sono stimati sui 500 milioni di euro gli introiti illegali per i trafficanti di animali e piante rare: un fenomeno che secondo il Corpo Forestale dello Stato sarebbe pericolosamente in aumento. I dati giunti dalle Procure, quindi limitati all’emerso, danno visione di un quadro piuttosto esteso: ben 2.160 le denunce, pari a circa un reato a danno degli animali ogni due ore. Ciro Troiano, criminologo e responsabile per l’Osservatorio LAV sulle zoomafie, sottolinea come: «Il numero dei reati ufficiali rappresenta solo una parte di quelli effettivamente compiuti. Molti reati, infatti, pur essendo stati commessi restano, per motivi vari, nascosti e non vengono registrati. Naturalmente, la quota di reati nascosti sul totale di quelli reali – il cosiddetto numero oscuro – varia a seconda del tipo di reato, soprattutto in funzione della sua gravità. Il reato di maltrattamento di animali per sua natura ha un numero oscuro altissimo.»

Il rapporto redatto dalla Lav sottolinea l'importanza di Internet per la vendita illegale di cuccioli, la raccolta di scommesse, le truffe e i raggiri che coinvolgono gli animali. Muove un business illegale di tre miliardi di euro. Tutto basato su corse clandestine di cavalli, combattimenti, "Cupola del bestiame" e sofisticazioni alimentari. Ma non solo: contrabbando di fauna esotica, pesca illegale, traffico di cuccioli e business dei canili. A fotografare il fenomeno è il Rapporto Zoomafia 2011 redatto da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell'Osservatorio della Lav sul tema. La Zoomafia si presenta sempre più come un fenomeno parcellizzato tra ormai "storiche" illegalità - truffe nell'ippica e corse clandestine di cavalli, macellazioni clandestine, abigeato, bracconaggio e pesca illegale, lotte tra cani, business canili - e nuove frontiere criminali: in particolare, i traffici di animali via internet e il traffico di cuccioli. Il Rapporto della Lav fa il punto su ogni capitolo della complessa realtà delle zoomafie. Partendo da un "classico" crimine che assorbe ben un terzo del giro d'affari complessivo: le corse clandestine di cavalli con relative scommesse, un business da ben un miliardo di euro. Dodici le corse clandestine di cavalli bloccate dalle forze dell'ordine, 129 persone denunciate, 62 cavalli sequestrati: un'emergenza zoomafiosa ancora più impressionante se, oltre ai dati, si prende in considerazione il fenomeno nel lungo periodo. In tredici anni da quando la Lav ha iniziato a raccogliere i dati per il Rapporto Zoomafia, sono state denunciate 2.997 persone, sequestrati 1.032 cavalli e 92 corse clandestine bloccate. Cavalli massacrati, macellati, fatti a pezzi e gettati nella spazzatura o uccisi sulla strada dopo una gara illegale. Dietro le corse clandestine di cavalli c'è anche questo, la strage di cavalli morti sulle strade o feriti gravemente a seguito di incidenti e finiti sul posto. Ma cavalli e corse clandestine viaggiano anche sul web: in rete ci sono centinaia di video con le sfide tra cavalli costretti a correre su fondi stradali disagiati. Molti video hanno addirittura la colonna sonora di canzoni neomelodiche dedicate ai cavalli e alle corse clandestine. Migliaia i contatti. Il business dei canili e del traffico di cani ammonta invece a 500 milioni di euro. Resta stabile, confermando l'allarme lanciato da tempo, il business legato alla gestione di canili «illegali» (strutture spesso sovraffollate e inadeguate sotto l'aspetto igienico-sanitario e strutturale) così come il business sui randagi, che garantisce agli sfruttatori di questi animali introiti stimati intorno ai 500 milioni di euro l'anno, grazie a convenzioni con le amministrazioni locali per la gestione dei canili. Nel 2010 sono stati sequestrati numerosi canili abusivi: da Bari a Rieti, da Taranto a Napoli, da Caserta a Messina. Gli interventi e le operazioni di contrasto contro l'importazione illegale di cuccioli dai paesi dell'Est hanno portato in due anni, solo in base alle notizie di stampa, al sequestro di oltre mille cuccioli, centinaia di microchip-trasponditori e libretti sanitari, farmaci, dispositivi medici. L'importazione illegale di cuccioli, infatti, vede attivi gruppi organizzati, che fanno uso di modalità operative raffinate, e che hanno reti di appoggio e connivenze. Intanto sono arrivate le prime sentenze di condanna contro i trafficanti. La "Cupola del bestiame" muove invece un malaffare da 400 milioni di euro, con falsificazione di documenti sanitari, associazione per delinquere, contraffazione di sostanze alimentari, macellazione clandestina, abigeato e doping: sono solo alcuni dei reati accertati nel corso dell’ultimo anno per un business che non sfugge al controllo della criminalità organizzata. Si attesta invece sui 500 milioni di euro il contrabbando di fauna e la biopirateria, che vede un traffico di animali e piante rare che non si ferma, anzi: secondo l'ultimo rapporto del servizio Cites del Corpo Forestale dello Stato, sarebbe addirittura in aumento. Proseguono, poi, i combattimenti tra animali, un crimine dal valore di 300 milioni di euro, denuncia il Rapporto. E non si ferma l'uso di animali a scopo intimidatorio, che vede tra i suoi ignari protagonisti addirittura un pitone albino di tre metri, usato per nascondere cocaina purissima e minacciare i rivali. Altro capitolo delle Zoomafie il 'malandrinaggiò di mare, un malaffare da 300 milioni di euro che vede il mare saccheggiato da organizzazioni criminali dedite, ad esempio, alla pesca di frodo con esplosivi, alla raccolta di datteri e ricci di mare destinati al mercato clandestino di ristoratori e consumatori compiacenti, alla pesca illegale di tonno rosso. Altro protagonista del Rapporto Zoomafie, con un ruolo di prim'ordine inevitabile nell'era digitale, il web: i numeri sono allarmanti e i principali modi di utilizzo di internet per attività illegali contro gli animali sono la diffusione di immagini e video relativi ad uccisioni e atti di violenza, il commercio e traffico di animali, la raccolta di scommesse su competizioni, la promozione di attività illegali a danno di animali, le truffe e raggiri con il loro uso fittizio. I dati delle Procure italiane attestano un nuovo fascicolo ogni due ore per reati a danno di animali, con 2.160 procedimenti sopravvenuti in un anno nel 40% delle Procure che hanno risposto alla Lav. I reati più diffusi sono quelli previsti dalla normativa sulla protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio. Ma si tratta di fattispecie diverse non riconducibili tutte, stricto sensu, all'attività venatoria, poichè sono compresi, oltre ai classici reati commessi nella caccia o nel bracconaggio, anche i reati di vendita e commercio di fauna selvatica, di detenzione di specie particolarmente protette, di detenzione di animali appartenenti alla tipica fauna stanziale alpina della quale è vietato l'abbattimento, di detenzione di specie nei cui confronti la caccia non è consentita. Stilando una classifica dei reati, dai dati si evince che la Procura con meno procedimenti per reati contro gli animali è quella di Mondovì (Cuneo) con un solo procedimento per maltrattamento di animali. La Procura con il maggior numero di procedimenti sopravvenuti nell’ultimo anno, sempre in base al campione del 40% analizzato, è invece quella di Bergamo, con ben 73 procedimenti per uccisione di animali, 31 per maltrattamento, 34 per abbandono e detenzione incompatibile e 67 per reati venatori. Ciò non vuol dire, ovviamente, che in quella provincia si maltrattino più animali, ma solo che sono stati aperti più fascicoli. La cupola del bestiame. Grande preoccupazione desta anche il fenomeno della cosiddetta "cupola del bestiame" e dei reati connessi, che vanno dalle truffe ai danni dell'Erario, dell'Unione europea e dello Stato, al traffico illegale di medicinali, dal furto di animali da allevamento, alla falsificazione di documenti sanitari, fino ai gravissimi reati di procurata epidemia e diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati. La Lav stima il relativo giro d'affari con un fatturato annuo di almeno 400 milioni di euro. Accanto al mercato clandestino di carne, il rapporto annovera tra le attività criminali legate agli animali, l'abigeato (il furto di bestiame), che interessa circa 100mila animali l'anno, e le sofisticazioni alimentari. Assume sempre più i connotati dell'attività criminale organizzata il fenomeno del bracconaggio sia di animali vivi, con introiti vicini a 250mila euro, sia di animali morti, che muovono un giro d'affari di circa 5 milioni di euro. Molto fiorente il traffico illecito di fauna esotica protetta (avorio, pappagalli, tartarughe, ma anche caviale e farmaci cinesi contenti sostanze derivanti da animali protetti), che interessa circa un terzo di quello legale, con un business quantificabile in circa 500 milioni di euro l'anno. Il traffico dei cuccioli. Cresce il traffico di cani importati dai Paesi dell'Est: circa 30mila cuccioli importati illegalmente ogni anno in Italia. Stabile, ma sempre allarmante, il business legato alla gestione di canili "lager" e quello sui randagi che garantisce agli sfruttatori di questi animali introiti stimati intorno ai 500 milioni di euro l'anno, grazie a convenzioni con le amministrazioni locali per la gestione dei canili. Il fenomeno della cinomachia è animato da nuovi e pericolosi intereressi come l'esportazione dei cani verso i Paesi dell'Est dove le leggi su tale materia sono meno severe. Il mare saccheggiato. Senza dimenticare, da ultimo, il mare, letteralmente saccheggiato dalle organizzazioni criminali, con un giro di affari di circa 300 milioni di euro l'anno attraverso il traffico di datteri di mare, o di ricci, destinato al mercato clandestino di ristoratori compiacenti, o per l'uso delle «spadare», reti lunghe anche 20 chilometri, al bando dal 2002, che fanno strage di pescespada e di specie protette come delfini, tartarughe, capodogli. Reti usate ancora a centinaia.

I CANILI DELL'ORRORE. Il business dei randagi. La mafia dei canili e il business del randagismo. La denuncia su “Affari Italiani”. del Dr. Angelo Troi, Veterinario presidente dalla Sivelp (Sindacato italiano Veterinari Liberi Professionisti). «I costi della sanità sono uno dei punti critici di bilancio per il nostro Paese, fin qui nulla di nuovo. L'Italia garantisce infatti un livello di assistenza che non è affatto scontato nei paesi industrializzati, pur con picchi di eccellenza e gravi cadute di tono. Non tutti i cittadini sono al corrente di finanziare in questo capitolo anche la sanità animale, intesa in origine come un complesso di interventi pubblici di grandissima rilevanza, volti a garantire che gli animali non trasmettano malattie all'uomo e che gli alimenti di origine animale siano salubri. Ma nel nostro Paese si sta costruendo un'altra veterinaria, quella del randagismo, che prevede canili e spostamenti di animali e vorrebbe anche ospedali e persino una mutua: il tutto nell'inconsapevolezza generale di costi che gravano sulle casse pubbliche. Purtroppo l'idea della salute pubblica è relegata a mero accessorio, nel senso che la diffusione di malattie infettive (ad esempio la leishmaniosi, pericolosa per l'uomo) in tutto il Paese attraverso questi animali, non è certo il problema prioritario. Con un'etica dai risvolti discutibili. Esiste un'etica della tortura? Del carceriere? Delle sofferenze inflitte? Ripensare il sistema del randagismo vuol dire praticare un difficile esercizio anche contro l'ipocrisia e i luoghi comuni, vuol dire scontrarsi contro la disneyzzazione della nostra cultura, cercando di praticare l'Etica affrontando interrogativi scomodi. Che esista un sistema del randagismo è cosa sicura: arriviamo al paradosso dell'esistenza di un Assessorato al Randagismo (Comune di Lecce). Ma non solo questo ce lo dimostra. Ci sono anche le decine di milioni di euro spesi dallo Stato italiano - solo per il mantenimento-, ci sono migliaia di associazioni, cooperative, movimenti, spesso con un fortissimo contatto politico, sempre con una grande risonanza mediatica, a dimostrare che esiste un vero e proprio Sistema del randagismo. Fino a qui, sarebbe ancora il meno. In fondo esistono sistemi nella gradazione dal legittimo al corrotto per molti altri aspetti della travagliata vita italiana. Non ci muoveremmo più di tanto contro l'ormai consueta demagogia spesa per la ricerca nemmeno della poltrona, a volte un semplice sgabello comunale, nemmeno per i soldi spesi male. Il problema è che ci sono sofferenze inaudite, indicibili, inflitte con colpevole noncuranza a migliaia di animali prigionieri di questo Sistema. Ripensare il sistema dei canili vuol dire riflettere con serena e spietata autocritica sui risultati pratici creati da una legislazione demagogica nazionale unita ai piccoli poteri e alle grandi negligenze locali. Forse è arrivato il momento. I cani nei canili soffrono. Ce lo dicono molte inchieste a volte sincere, a volte interessate più all'audience che al miglioramento reale delle cose, ce lo dicono i veterinari, ce lo conferma una semplice valutazione diretta delle cose. Ma anche qui, si potrebbero accettare sofferenze finalizzate alla realizzazione di un benessere futuro dei cani, cosa che invece non avviene. I cani sono imprigionati nei canili, vittima di un Sistema che ha tutto l'interesse a mantenerli in prigionia per poter prosperare, per mantenere un potere, per ricevere denaro da distribuire senza doverne rendere conto. Non occorre arrivare alle situazioni dei canili lager, purtroppo così diffuse, per vedere queste sofferenze. Anche nei canili milionari, tirati su a suon di cemento e consulenze, i cani soffrono comunque, perché il Sistema non è incentrato su di loro, ma sui carcerieri che ne traggono ancora l'ultimo guadagno, quello di presentarsi come anime pie nascondendo la realtà delle cose. I cani soffrono perché, oltre alle situazioni di carenze igieniche e strutturali assolutamente comuni, vengono privati del diritto ad un'esistenza concretamente corretta, in nome di un astratto diritto ad un'"esistenza". Nessuno ha interesse a favorirne le adozioni, tanto meno un'esistenza almeno serena. Ancora peggiore è la teoria del "liberiamoli tutti", togliendo ai proprietari quella responsabilità penale personale, tanto invocata e declamata, quanto platealmente aggirata dal cane di quartiere, dalle colonie, dai mille artifici per dare questa responsabilità a tutti e quindi a nessuno, persino spacciando il fenomeno per "profonde radici della tradizione" e scaricandolo sugli amministratori locali. Animali in branco nella migliore delle ipotesi accattoni o spazzini, nella peggiore spietati, quanto improvvisati assassini. Se solo questi animali avessero la possibilità di una vera rappresentazione, se solo qualcuno facesse (qualche volta è successo) una vera inchiesta sulle loro condizioni di vita da prigionieri del Sistema, se solo una commissione indipendente e dotata di poteri valutasse serenamente il rapporto costi-benefici dell'approccio italiano al randagismo dell'ultimo ventennio, non ci andrebbe molto per scoprire il velo sulle sofferenze, gli sprechi, le bugie che sommergono questo angolo buio della società italiana. Ripensare il sistema dei canili vuol dire progettare meccanismi virtuosi che evitino alla base il sistema randagismo. Non occorrerebbe molto, le esperienze di altre nazioni potrebbero esserci utili. Ad esempio, immaginare un modello in cui il proprietario veramente identifichi il proprio animale e che le banche dati siano reali e non oggetti misteriosi ed applicati a macchia di leopardo, senza comunicazione tra loro. Dobbiamo arrivare anche all'estrema domanda, se sia meglio continuare a soffrire in una gabbia o accettare l'eutanasia come estremo, pietoso, coraggioso, ultimo atto di affetto e rispetto verso animali che hanno diritto a non essere strumenti di biechi interessi, come pacificamente accettato nella quasi totalità degli Stati. Le Zoomafie non sono solo quelle dei combattimenti clandestini o del traffico di animali, ma le appoggiano anche quelli che agitano frequentemente questi spauracchi per distogliere gli sguardi dalla vera realtà. Andate in un canile, e non chiedete di fare uscire il cane per una passeggiata. Fate di meglio: chiedete di entrare nella loro gabbia, restateci cinque minuti di orologio e quando uscirete allora sarete pronti per discutere veramente di randagismo.»

Sempre su “Affari italiani” gli risponde Massimo Comparotto, presidente dell'Organizzazione internazione per la Protezione degli Animali. «E' certamente importante sottolineare la drammatica situazione conseguenza del business legato al fenomeno del randagismo e dei canili lager. Non bisogna tuttavia commettere l'errore di non considerare le possibili strade percorribili per contrastare e arginare il problema a favore di soluzioni drastiche ed eticamente scorrette come quella di sopprimere gli animali piuttosto che lasciarli vivere nei canili o gattili. Si sente spesso parlare del fatto che le nostre carceri sono sovraffollate, ma come soluzione al problema non viene certo presa in considerazione quella di uccidere i detenuti! Il paragone può sembrare forte, ma è senza dubbio calzante. La presa di coscienza della dignità di ogni animale e del rispetto della vita degli esseri viventi ha portato all'entrata in vigore nel 1991 della legge quadro per la prevenzione del randagismo (n.281/91) che riconosce il diritto alla vita per cani e gatti che fino a quel momento venivano soppressi o ceduti ai laboratori di vivisezione appena dopo tre giorni di detenzione. L'uccisione è quindi un reato e questa legge deve essere considerata un punto di partenza imprescindibile per migliorare la situazione presente: non avrebbe alcun senso quello di fare passi indietro, se non quello di mettere in discussione il diritto alla vita di altri esseri viventi. Tuttavia, tale diritto deve garantire un'esistenza che soddisfi i bisogni propri della specie, condizione non sempre soddisfatta in canili definiti lager. Purtroppo infatti la legge 281 si è rivelata valida nei principi ma insufficiente nell'attuazione pratica tanto che, approfittando dell'incapacità delle amministrazioni locali nel mettere in atto soluzioni che tengano conto del benessere degli animali, alcuni privati hanno lucrato sulla gestione dei randagi stipulando convenzioni con i comuni e creando canili dove più le gabbie sono stipate più è alto il profitto. Per contrastare il fenomeno del randagismo come business è importante agire alla base di questo sistema, incentivando ogni comune a creare un proprio canile che, avvalendosi della collaborazione con le associazioni animaliste, abbia come obiettivo quello di favorire le adozioni garantendo nel contempo condizioni di vita idonee agli animali ospitati. La realtà del canile non deve essere necessariamente quella di un lager: la presenza di operatori e volontari preparati affiancati da esperti del settore cinofilo e un efficace programma di adozioni, possono offrire ai cani una vita degna di questo nome. Per il comune inoltre si tratterebbe di sostenere un costo pari, se non inferiore, a quello a cui è necessario far fronte per appoggiarsi ad un canile convenzionato gestito da un privato. Elemento fondante affinchè questo processo diventi virtuoso è ovviamente l'educazione delle persone ad un corretto rapporto uomo-animale, educazione che passa anche attraverso forme di adozione come quella del cane di quartiere o delle colonie feline. Non si tratta infatti di una deresponsabilizzazione del singolo cittadino, ma di un modo attraverso cui garantire anche ad animali che vivono in libertà di essere tutelati e di prevenire quindi tutte quelle forme di sopruso e maltrattamento a cui vanno spesso incontro i randagi.»

Come risponde a Massimo Comparotto. Il presidente dell'Organizzazione Internazionale Protezione Animali non è d'accordo con l'eutanasia degli animali. «La mia è chiaramente una provocazione. Non mi piacciono i paragoni bambini-animali, carcerati-animali. I livelli di discussione sono ovviamente diversi. Io ho voluto sollevare un problema per l'opinione pubblica. E vorrei che questo tema venga affrontato come viene fatto negli altri paesi civili». Che cosa contesta all'Italia? «Non possiamo pensare di essere i migliori solo perché abbiamo fatto una legge che è buonissima dal punto di vista delle intenzioni ma in pratica allarga il randagismo in tutto il paese. Questa è oggi la realtà. In 20 anni di normativa si è arrivati alla situazione attuale, in cui anche zone che erano prive di randagi si sono trovate piene di cani vaganti. Io non ho proposto la soluzione, ho voluto aprire una discussione su un problema». Chi c'è dietro il business del randagismo? «La 'ndrangheta per prima, ma anche tantissime altre persone. In questi casi va sempre cercato chi ci guadagna. Ed è semplice capirlo, basta vedere dove arrivano i soldi pubblici. Chiaramente le associazioni criminali sono più veloci di altri a trovare il modo per recuperare i fondi che dovrebbero andare invece agli animali». C'è un coinvolgimento politico? «La politica è come tutto il resto della società. Ci saranno cento politici che votano una legge in piena buona fede e con il massimo della trasparenza, ci sarà un politico che ha a che fare con associazioni che non usano come dovrebbero i fondi per gli animali. La politica sicuramente ha cavalcato la questione mediatica. Ma a guadagnarci, inutile nasconderlo, sono anche alcuni veterinari pubblici di alcune regioni». Puglia e Sicilia sono al collasso per il numero di cani randagi… «Per questo vorrei portare gli italiani a una riflessione. Tempo fa lessi un articolo in cui un cittadino di Palermo che torna nella sua città, in mezzo ai randagi. E la vede come una cosa normale. Tornare a Palermo corrisponde a tornare in mezzo ai randagi. Nel resto dell'Europa sono considerati un problema, qualcosa fuori posto. E invece ci si abitua alla normalità del patologico. Vedere i cani per strada in Italia sta diventando, troppo, qualcosa di normale. Ma non può e non deve essere così». Lo Stato spende almeno mille euro per ogni cane randagio. E' una cifra spropositata? «Sì, si spendono almeno mille euro, ma anche di più. Una cifra assurda se si considera che il problema non viene risolto». A chi vengono dati i soldi? «I soldi vanno per il mantenimento del cane nel canile alle associazioni o ai privati cittadini che decidono di aprire una struttura. Il problema è poi come vengono utilizzati questi soldi, se per i cani o per altri scopi. E poi i mille euro non sono sufficienti, perché bastano solo per il mantenimento dei cani. Da fonte ministeriale sappiamo che in Italia ci sono 600mila randagi. Mi domando: l'Italia si è fatta i conti sul fatto che deve spendere mille euro per ognuno di questi cani. O non si è resa conto dell'impatto economico?» E ci sono anche problemi sanitari e per l'ambiente... «Certo, i danni sanitari sono pazzeschi, soprattutto se si decide di spostare un animale. Un esempio. Se un cane siciliano malato di leishmania viene portato al nord diventa un problema. Primo perché ci vogliono tantissimi soldi per curarlo e poi perché se la malattia non viene curata, può trasmettere la leishmania a un altro cane o a una persona. Non mi sembra, questa, un'etica del randagismo». Quando parliamo di randagi parliamo dunque di un problema di salute? «Assolutamente sì, ed è per questo che sono stati creati i canili. E' il motivo per cui consiglio di guardare anche che cosa si fa in molti paesi europei, dove sono state trovate soluzioni diverse, anche come l'eutanasia. Io ritengo che un cane in una gabbia non stia bene, magari altri la pensano diversamente da me. Occorre una soluzione, e il sindacato che presiedo si batte per questo. Non vogliamo l'eutanasia, è una soluzione estrema. Eppure viene utilizzata da moltissimi paesi europei. A volte è il sistema più umanitario».

Truffe e assenza di controlli nel fallimento delle politiche di protezione e vigilanza sui cani abbandonati. Così come un’inchiesta de La Stampa. Cinque mesi fa era toccato a un bimbo nel beneventano: era stato azzannato dai cani randagi. Allora il sottosegretario con delega alla Salute aveva parlato di «degrado» e di responsabilità dei sindaci. Cinque mesi dopo nulla sembra cambiato, e un bimbo in più è stato ucciso. «Se il governo taglia i fondi per la lotta al randagismo è normale che ci si trovi davanti a questi episodi», denuncia Lorenzo Croce, presidente dell’Aidaa, l’Associazione per la difesa degli animali. Già da questo anno infatti i fondi caleranno del 20%, di oltre un milione di euro: dai 4.945.000 euro previsti dalla finanziaria dello scorso anno a 3.819.000 euro con una riduzione complessiva di circa 5 milioni di euro in tre anni. «Già era difficile prima affrontare il problema dei cani randagi, lo sarà ancora di più ora», sostiene Croce. E nei casi di ferite o morti causate da cani senza padrone non è ancora ben chiaro di chi sia la responsabilità. A volte del comune, altre dell’Asl, a seconda dei casi, a giudicare dalle sentenze dei tribunali ordinari e della Cassazione.  Sono circa 600 mila i cani randagi in base alle cifre del ministero della Salute, cifre ufficiali in una materia che di ufficiale non ha proprio nulla, ed infatti secondo Bruno Mei Tomasi, presidente dell’Anta (Associazione Nazionale per la Tutela degli Animali) sarebbero più del doppio, un milione e mezzo, i cani abbandonati. Solo in circa 150 mila quelli ospitati nei canili rifugio, gli altri sfuggono ad ogni controllo. E i controlli da fare sarebbero molti come stabiliscono le leggi, ma sarebbero 1.650 i comuni italiani fuorilegge che non hanno un canile comunale o una convenzione con un canile consortile o gestito dall’Asl o con un canile rifugio, dove ricoverare i cani abbandonati e randagi. L’80% di questi comuni si trova al Sud.  La maglia nera spetta a Sicilia, Puglia e Lazio anche per la spesa. «Su un miliardo e mezzo di finanziamenti la Puglia da sola ne spende circa il 10%, 150 milioni l’anno. E Sicilia e Lazio poco di meno», spiega Bruno Mei Tomasi. «In Puglia c’è un canile quasi in ogni comune e in ogni canile ci sono dai 3 ai 400 cani. Soltanto Taranto spende 1 milione e 200 mila euro l’anno per la lotta al randagismo. Intorno ai canili c’è un giro di affari e truffe vertiginoso. Da poco sono stati trovati 170 cani randagi in una azienda di Matera che si occupava di servizi sanitari, sequestrata per fallimento. Quando ci si trova di fronte a situazioni simili è lecito pensare che questi cani venissero usati per sostituire gli animali morti nel canile in modo da mantenerne inalterato il numero e quindi i finanziamenti».

Un’inchieste di “La Repubblica”. I cani randagi in Italia sono circa 600mila, di cui un terzo nei canili. Un business che il ministero valuta sui 100 milioni di euro l'anno, ma che la Lav stima al doppio. Una rete di "prigioni" fuorilegge e spesso controllate dalle mafie dove 'il migliore amico dell'uomo' è ammassato, malnutrito, maltrattato; e da dove a migliaia partono per il Nord Europa per trasformarsi in cavie o animali da pelliccia. Il business dei cani randagi pagato con i soldi pubblici. Mezzo milione di cani senza padrone. Solo un quarto trova posto nei canili.

L'80% degli animali abbandonati perdono la vita in seguito ad incidenti stradali. Ma i canili non bastano, e fondi continuano a ridursi.

135.000 Il numero di animali che vengono abbandonati ogni anno in Italia.

80% La percentuale di animali abbandonati che perdono la vita in seguito ad incidenti stradali.

1144 Il numero di canili e rifugi in Italia.

590.549 Il numero di cani randagi.

149.424 Il numero di cani randagi nei canili.

2.604.379 Il numero di gatti randagi.

4.271.578 I fondi stanziati nel 2005 dal Ministero della Salute contro il randagismo.

3.086.085 Nel 2008. Fonti: Lav, Ministero della Salute.

Per ogni animale accalappiato e chiuso in un canile il comune di riferimento spende dai trecento ai mille euro l'anno. Ma nella gran parte dei casi questo flusso di denaro non evita che i cani siano malati, malnutriti, stipati in gabbie sovraffollate. E che alimentino un traffico imponente di finte "adozioni" che li deporta sui tavoli della sperimentazione del Nord Europa, come ha denunciato il portale "il respiro.eu". Vengono reclusi in strutture fatiscenti, maltrattati e dimenticati, a volte trasferiti clandestinamente in altri Paesi per finire nei laboratori della ricerca, oppure trasformati in cibo in scatola o pellicce. È il business del randagismo, l'affare dei canili, un traffico che si svolge con pochi controlli. È una storia dove s'intrecciano sperpero del denaro pubblico, malasanità, criminalità organizzata. Dove gli interessi in gioco sono più alti di quanto non si sappia e la legge viene sistematicamente ignorata. Alla fine il silenzio conviene a tutti. Sindaci, polizia, giudici, medici della Asl. Tutti complici, a volte senza neanche saperlo. È l'Italia dei canili, un paese degli orrori. Quanti sono i cani randagi e quelli nei canili e quanto costa allo Stato mantenerli? In tasca di chi vanno i soldi? E quanti animali dietro finte adozioni finiscono all'estero in una tratta illecita? Il business del randagismo e dei canili viene valutato intorno ai 200 milioni, anche se l'ultimo rapporto "Zoomafia" stima il giro complessivo del traffico di cani 500 milioni di euro. Valutazioni realistiche stimano i cani vaganti 600 mila, di cui 200 mila ricoverati nei canili, per ogni cane rinchiuso il comune di appartenenza spende dai 300 ai 1000 euro l'anno. Una spesa significativa che però non mette gli animali al sicuro. Il canile non sempre è l'ultima tappa. L'ultima denuncia parla di un traffico di cani e gatti all'estero, esportazione illegale mascherata da finte adozioni. Gli animali finiscono nei laboratori della sperimentazione, come cibo in scatola per i loro simili più fortunati, per fornire pellicce. É la denuncia che arriva dal portale "ilrespiro.eu", dove la giornalista Margherita D'Amico ha condotto un'inchiesta che dà corpo a dubbi e sospetti che da tempo si rincorrono. "Un processo che avrà inizio il 19 dicembre a Napoli sul traffico di cani e gatti da Ischia in Germania costringerà a non ignorare questa realtà agghiacciante", dice D'Amico. "Spediti in carichi su furgoni, station wagon, oppure affidati ai cosiddetti "padrini di volo", cani e gatti randagi provenienti dall'Italia, ma anche da Spagna, Grecia o Turchia, confluiscono ogni anno nei paesi del nord Europa, in Germania arrivano dai 250 ai 400 mila cani". Nell'inchiesta è citata la testimonianza di Enrica Boiocchi, vicepresidente del Gruppo Bairo, associazione molto attenta all'argomento: "Finché non vedi con i tuoi occhi non capisci. Partecipai al fermo di un carico al confine con la Svizzera: un trasportino per gatti di quelli piccoli, di stoffa, ne conteneva nove. I cani, come di prassi in queste spaventose spedizioni, erano sedati, imbambolati, nemmeno si tenevano seduti. Ogni giorno mezzi carichi di questi sventurati passano la frontiera svizzera, li vediamo, eppure non li ferma nessuno". Stipati nelle gabbie all'interno dei veicoli, gli animali attraversano l'Italia e oltrepassano i controlli superficiali. Si tratterebbe un giro di denaro enorme. "Sono finita in questa voragine a metà degli anni 90", racconta al sito ambientalista Francarita Catelani, fondatrice di UNA-Uomo Natura Animali Cremona. "Dal napoletano ci segnalarono che la titolare di un'associazione tedesca stava partendo con un carico di cani. Furono prima fermati a Barberino del Mugello, ma la Asl li lasciò passare. Poi, a Como, lo stop. Il capo veterinario della Asl di Como capì. Redasse tre verbali e il giorno dopo il furgone fu scortato fino all'imbocco dell'autostrada per Caserta". Ma la vicenda di Como non è l'unico caso di intervento delle forze dell'ordine. "Un paio d'anni fa ad Ancona sono stati bloccati 102 cani provenienti dalla Grecia. C'è stato un fermo ad Arezzo sei anni fa, e ancora a Padova. E a Verona, nel 1995, si aprì un'indagine per verificare nomi e indirizzi a cui erano stati dati in adozione 100 cani. Risultarono tutti falsi, dal primo all'ultimo". Ci sono poi le denunce dell'Enpa, sezione di Perugia, contro 40 cani di un canile umbro adottati in Germania. C'è infine il caso di Ischia. «Un piccolo gruppo di volontari di Ischia per anni si oppone alle massicce esportazioni organizzate dal canile di Forio. Solo nel 2006, a suon di denunce, gli animalisti riescono a ottenere il fermo di un furgone e l'avvio di un'indagine assai accurata da parte della Procura di Napoli condotta dal pm Maria Cristina Gargiulo, che si serve anche di intercettazioni telefoniche», racconta D'Amico. La fase preliminare dell'inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio di cinque imputati per maltrattamento di animali, falsità ideologica e materiale, associazione per delinquere finalizzata all'illecito traffico di esseri senzienti. «Nel frattempo, però, il rifugio di Forio è stato ceduto alla Pro Animale Fur Tiere in Not e. V. con sede in Germania che ha 32 punti di raccolta e smistamento di cani e gatti in tutta Europa. Le spedizioni di animali vengono ufficialmente interdette solo nell'estate 2011, in attesa degli esiti del processo che avrà inizio presso il Tribunale di Napoli fra poco più di un mese». Adozioni all'estero fittizie, sulle quali dovrebbero vigilare le Asl. «É attraverso i loro registri, infatti, che scorrono a centinaia, migliaia, le pratiche. Come non insospettirsi davanti alle stesse persone che richiedono venti, trenta, cinquanta lasciapassare per volta?» Ma qualsiasi mercato illecito è possibile perché i canili italiani vengono gestiti senza controlli. Se il traffico verso l'estero può essere il caso limite, c'è poi l'indifferenza di tutti che rende possibile il degrado quotidiano. “Feriti, affetti da patologie e infezioni, malnutriti, relegati in spazi angusti e sovraffollati, trascurati e soli: questo lo stato in cui versano i "migliori amici dell'uomo" in molte strutture, pubbliche e private". Questo è scritto in un documento del Ministero della Salute che ha diffuso recentemente un video dei canili peggiori d'Italia, girato durante le ispezioni di 39 strutture da parte della task force per la tutela degli animali. Il filmato è visibile sul sito www.salute.gov.it. «I canili sono un sistema che serve a far soldi. La legge diceva che andavano creati dei rifugi e i canili dovevano rimanere solo come presidi sanitari e luoghi di transito. Così non è stato - spiega Rosalba Matassa, a capo della squadra formata da nove veterinari e due amministrativi - Dove nasce il business? I comuni invece di creare canili municipali stipulano convenzioni con società private, spesso sono aste al ribasso, anche solo 50 centesimi al giorno per ogni cane. Fatto l'accordo, nessuno controlla. Il sindaco ha la tutela dei cani, quindi è il responsabile ma non risponde mai di fatto e noi non abbiamo il potere neanche di infliggergli una multa». La mappa del degrado attraversa tutta l'Italia, al Sud la situazione è peggiore perché il business è in mano alla criminalità, ma ogni regione ha i suoi scheletri, nel senso letterale. Solo nel 2011 sono stati fatti 6 sequestri.

È stato chiuso il canile di Somma Lombardo dove tra i cani malnutriti c'era anche una gabbia con due tigri e altri animali esotici.

A Terni c'è stata un'ispezione dopo varie segnalazioni di maltrattamenti, una storia lunga e mai risolta, la Procura sta indagando.

A Foligno segnalazioni per maltrattamenti.

A Ceprano, Frosinone, il canile è sotto sequestro amministrativo. 

Chiuso Poggio Sannita: maltrattamenti.

Aragona in Sicilia, una sorta di canile abusivo, senza legge e senza controlli, un caso di cui si parla da anni, solo ora si sta svuotando.

Chiuso definitivamente ad aprile dopo anni di battaglie il lager per definizione, quello di Cicereale, in Campania, diventato un caso nazionale. Dentro duemila cani, per ciascuno la famiglia Capasso percepiva due euro al giorno. Ci sono stati anni di battaglie giudiziarie prima della chiusura. L'unico caso in cui il ministero si è costituito parte civile.

Nei casi di sequestri la situazione che si presenta è sempre la stessa: cani scheletrici, malati, nessuna sterilizzazione, spesso promiscuità, a volte morti. Tra i reati più frequenti riscontrati, frode, medicinali scaduti, esercizio abusivo della professione medica. Il trenta per cento degli abbandoni avvengono nel periodo della caccia, vittime i cani ritenuti non più abili. Il venticinque per cento d'estate, in concomitanza con le ferie. Da vent'anni esiste una legge, la 281, che vieta di sopprimerli e chiede di iscriverli a un'anagrafe canina e di dotarli di microchip, ma è largamente inapplicata. Intorno al business dei canili, a volte, si svolge una vera e propria guerra. «Avevo denunciato lo condizioni di un canile, mi hanno tagliato le ruote dell'automobile - dice una veterinaria che vive in Campania - sono molte le strutture al Sud dove è difficile entrare e chi ci riesce per fare foto lo fa a proprio rischio». Le denunce sullo stato dei canili arriva dai volontari e dalle associazioni che sui siti, Facebook, YouTube, svelano le condizioni in cui vivono gli animali, è un esercito agguerrito, che combatte ogni battaglia a proprie spese, cure veterinarie, stalli, staffette per salvare gli animali più giovani o più malandati. S'incontrano su siti come www.cercapadrone.it o chiliamacisegua.it, l'agenzia Geapress, ma il muro di silenzio che circonda le loro denunce è più forte. «C'è nella Finanziaria del 2008 un articolo che stabilisce che le convenzioni possono essere stipulate solo con quei canili che consentono un'apertura al pubblico e ai volontari ma non viene rispettata perché le adozioni significherebbero una perdita economica», dicono le volontarie di Associzionecanililazio. Ma perché ci sono tanti cani randagi e rinchiusi e che fine ha fatto la legge sul randagismo e le sterilizzazioni? L'esercito di cani che affolla i canili è infatti il risultato degli abbandoni e delle mancate sterilizzazioni. "Sono circa 135 mila i cani e i gatti che ogni anno vengono abbandonati, il 30 per cento degli abbandoni avviene durante il periodo della caccia, quando i cacciatori si liberano dei cani che non sono più abili, il 25 per cento avviene d'estate nel periodo delle ferie", calcola la Lav. I privati abbandonano i propri cani in mezzo alla strada, legati ai lampioni, o davanti ai canili, i comuni dall'altra parte non realizzano le anagrafi canine e le campagne di sterilizzazione, i cani così vagano fino a quando non se ne occupano le cronache, succede quando aggrediscono qualcuno. Dal 2005 al 2008 il ministero ha stanziato circa 16 milioni di euro per combattere il randagismo. Ma molte Regioni non hanno nemmeno chiesto i fondi. «Dal 1991 esiste una legge, la 281, è una legge avanzata, stabilisce che i randagi non vanno soppressi, che deve esistere un'anagrafe canina, ogni animale deve avere un microchip per l'identificazione. Ma pochi comuni rispettano queste regole. Sono molte le norme disattese perché i reati che riguardano gli animali sono considerati da tutti di serie B - dice Rosalba Matassa - Disattese anche le ordinanze regionali. In Puglia, per esempio, esiste la norma per cui non ci possono essere più di 200 animali in ogni canile ma nessuno la rispetta. Il canile di Ostuni ne ha 1600, il Natura center di Cassano, ne ha 1400. Strutture che percepiscono somme ingenti. Per combattere il degrado il randagismo è stato incluso nei piani di rientro di alcune regioni commissariate (Calabria, Molise, Campania) e quindi devono obbligatoriamente fare interventi, la gestione corretta dell'anagrafe canina adesso rientra nei Lea, livelli essenziali di assistenza». Intanto il tempo passa, è un tempo sempre uguale quello nei canili, che siano quelli inaccessibili dell'Irpinia o quelli senza fondi da anni di Catania, il tempo scorre monotono tra le reti arrugginite, alcuni cani è possibile vederli girare in tondo, ossessivamente su se stessi. É così a Borgo Hermada, Latina, canile sequestrato e sempre lì come in quello di Domicella, Avellino, andava messo a norma, aveva 60 giorni di tempo, sono passati mesi. Avevano escogitato un metodo tanto efficace quanto terribile. Un finto sistema di adozioni attraverso cui decine di cani randagi venivano spediti da Ischia fino in Germania, la destinazione però non era un nuovo padrone ma un altro canile dove venivano sottoposti a sperimentazioni. Il sito web ilrespiro.eu racconta dell'accusa dei Pm napoletani ai danni degli ex responsabili del canile di Panza, sull'isola di Ischia, a processo dal prossimo 19 dicembre per maltrattamento di animali, falso ideologico e materiale e associazione per delinquere. Il sistema era semplice. Secondo ilrespiro.eu nei moduli di richiesta delle adozioni venivano fatti firmare in bianco ai richiedenti più fogli di quanti ne fossero necessari. Firme utilizzate invece per compilare multiple, e false, richieste di affidamento che autorizzavano la partenza di decine di cani dal canile dell'isola. Una piccola percentuale dei quattrozampe finiva realmente nelle case di nuovi padroni, i restanti erano invece destinati a canili tedeschi. Ad insospettire gli abitanti dell'isola, erano stati proprio i furgoni in partenza dal porto con all'interno decine di gabbie. Dubbi che avevano trovato un primo riscontro dalle indagini dei pm, che durante un controllo nel 2006 avevano scoperto che gran parte delle firme che accompagnavano le richieste di adozioni erano in realtà contraffatte. I cani venivano destinati a prestanome, cittadini tedeschi residenti in Italia, e poi inviati in aereo verso destinazioni sconosciute. Nelle successive indagini della procura, il sistema criminale aveva trovato nuovi riscontri, tra cui una serie di bonifici internazioni, dell'ordine di 10mila euro, ricevuti con cadenza regolare dalla fondazione che aveva in gestione il canile e che avevano fatto pensare che le somme potessero provenire dai reali destinatari degli animali. Il traffico illegale di cuccioli di migliaia di cani e gatti arriva principalmente da paesi membri come Slovacchia, Ungheria e Romania. E' dunque necessario il coinvolgimento delle istituzioni comunitarie e dell'Europol. La proposta è stata avanzata dal ministro degli Esteri Franco Frattini, nel corso della presentazione, alla Farnesina, del manuale "Procedure per l'esecuzione dei controlli nella movimentazione comunitaria di cani e gatti". L'Italia ha tradotto in legge (n. 201/2010) la Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, che inasprisce le pene e introduce il reato di traffico illecito di animali da compagnia. Adesso, il ministero della Salute, in collaborazione con la federazione veterinari (Fnovi) e la Lega Antivivisezione (Lav), ha messo a disposizione dei veterinari e delle forze dell'ordine un manuale che dà indicazioni sui nuovi strumenti per contrastare i traffici illeciti di animali domestici. «Negli ultimi anni - spiega Ilaria Innocenti della Lav - la movimentazione illecita di cuccioli di cane e gatto è fortemente cresciuta, rendendo necessari interventi normativi specifici: il manuale costituisce lo strumento pratico affinchè le norme trovino piena applicazione sul campo». Nel giugno del 2011, la prima sentenza di condanna in applicazione della Legge 201/2010 è stata emessa dal Tribunale di Pistoia verso tre persone, con il patteggiamento di pene fino a 3 anni e 1 mese di reclusione. I tre, padre e figlio e una donna ungherese, furono arrestati a conclusione dell'indagine denominata Kutya (in ungherese: cane), a opera del Corpo Forestale dello Stato di Pistoia e Prato e coordinata dalla Procura della Repubblica di Pistoia, nell'ambito della quale furono sequestrati 27 cuccioli importati illegalmente dall'Europa dell'Est, oltre a 175 documenti comprovanti la vendita degli animali, 130 passaporti ungheresi di cani e altro materiale fra cui documenti sanitari, cellulari, computer, medicinali veterinari, microchip e siringhe per il loro inserimento. I risultati di questa battaglia sono incoraggianti: i sequestri si moltiplicano (1.000 in un anno) e arrivano anche le prime condanne dall'entrata in vigore della legge, ma il fenomeno rimane degno di attenzione, con un business da 300 milioni di euro l'anno, che sfrutta la domanda di animali a basso costo ma di razza. Per questo, secondo Frattini, bisogna coinvolgere anche la Commissione europea ed inserire la movimentazione degli animali da compagnia «tra le priorità di Europol», in modo da riuscire ad ottenere la «tracciatura delle rotte dei traffici».

Infine l'essere legati fin oltre la morte. In molti hanno sepolto nel giardino di casa, il cane o il gatto compagni di una vita: un gesto d'affetto, ma illegale. Ora non lo è più. Lo prevede, infatti, in molti paesi il «Regolamento comunale di affidamento, conservazione e dispersione delle ceneri»: ceneri di defunti umani, ma anche resti dei loro amici animali. Il regolamento, infatti, autorizza non solo il seppellimento del «fu» Fido o Micio in aree di proprietà del padrone, ma pure che si potrà disperderne le ceneri in natura, nelle stesse aree cimiteriali o aree riservate dal regolamento agli umani. Tale fatto prima vietato a breve non lo sarà più, né per gli umani né per gli animali (cavalli esclusi, che non rientrano tra gli animali di «compagnia e d'affezione».