PROBLEMI DI MORALITA' DEL PARTITO DEMOCRATICO


LE GRANE GIUDIZIARIE

CANDIDATI AL PARLAMENTO: ELEZIONE 13 APRILE 2008

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

Partito democratico (18)

Benvenuto Romolo: Ex Margherita, condannato in primo grado nel 1999 a 140 mila lire di ammenda per percosse all’ex convivente. I fatti risalgono alla metà degli anni Novanta. Il legame fra i due si era ormai deteriorato. L’uomo politico pensò bene di concluderlo a ceffoni. La donna lo denunciò e ne ottenne la condanna. In appello, poi, Benvenuto chiese scusa e risarcì il danno, ottenendo la rimessione di querela, il «non luogo a procedere» e l’estinzione del reato.

Bubbico Filippo: Ex Ds, rinviato a giudizio e poi assolto in primo grado per abuso d’ufficio nel processo sulla defenestrazione del direttore generale dell’Asl di Venosa (Potenza); indagato a Catanzaro dal pm Luigi De Magistris per truffa aggravata all’Unione europea in un’inchiesta su 20 miliardi di lire di fondi comunitari stanziati per un progetto di bachicoltura in Basilicata mai decollato; indagato ancora a Catanzaro nell’inchiesta «Toghe lucane» del pm De Magistris con le accuse di associazione per delinquere, abuso e truffa in relazione a diverse operazioni del presunto «comitato d’affari» lucano nella sanità e nei finanziamenti europei a villaggi turistici in Basilicata.

Carra Enzo: Ex Dc ed ex Margherita, condannato in via definitiva a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero. Per i giudici, Carra è un falso testimone che, con il suo «comportamento omertoso» e la sua «grave condotta antigiuridica», ha giurato il falso dinanzi al pool di Milano nel 1993, tentando di «assicurare l’impunità a colpevoli di corruzione, falso in bilancio e finanziamento illecito» nella maxitangente Enimont.

Castagnetti Pierluigi: Ex Dc ed ex Margherita, ha una prescrizione per corruzione. Il 5 dicembre 2002 il pm di Ancona Paolo Gubinelli ha chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione, accusandolo di aver ricevuto una tangente di 15 milioni di lire nel 1991-92 dall’imprenditore anconetano Luigi Marrino in cambio del decreto di concessione dell’Istituto vendite giudiziarie. Secondo l’accusa, Castagnetti – all’epoca capo della segreteria politica del segretario Dc Mino Martinazzoli – avrebbe accettato quel denaro «per compiere atti contrari ai doveri del suo ufficio rivestito» nell’interesse non solo di Marrino, ma anche di un monsignore di Reggio Emilia, Pietro Iotti, che aspirava a ottenere una quota dell’Ivg. Ma il 15 aprile 2003 il gup Sante Bascucci gli concede le attenuanti generiche e dichiara così prescritto il reato. Cocilovo Luigi: Ex Dc ed ex Margherita, rinviato a giudizio a Palermo per corruzione, viene assolto nel 2002 pur essendo ritenuto responsabile del reato, cioè di una mazzetta di 350 milioni versatagli da un imprenditore edile del Ragusano, Domenico Mollica, in cambio della “pace sindacale” nei suoi cantieri. Colpevole, ma assolto: com’è possibile? Semplice. Il Tribunale e poi la Corte d’appello di Palermo, in base alla cosiddetta legge costituzionale del «giusto processo», sono costretti a cestinare la confessione dell’imprenditore che l’aveva corrotto: utilizzata per condannare Mollica per aver corrotto Cocilovo, non può essere usata per condannare Cocilovo per essere stato corrotto da Mollica. Motivo: è stata resa dinanzi al pm, ma non ripetuta in tribunale, dunque inutilizzabile nei confronti di terze persone. Che però Cocilovo si sia fatto corrompere, i giudici del Tribunale lo ritengono più che assodato, tant’è che lo definiscono «collettore di tangenti... disposto a concedere favori sindacali». Crisafulli Vladimiro: Ex Ds, ha visto finire in archivio l’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa alla Procura di Caltanissetta, nata dal del filmato dei carabinieri che lo ritraeva in un hotel di Pergusa mentre abbracciava e baciava il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, e discuteva con lui di appalti pubblici, assunzioni e favori vari; in un’altra indagine, aperta per rivelazione di segreti d’ufficio dalla Procura di Messina, la sua posizione è stata stralciata con richiesta di archiviazione al gip, che non s’è ancora pronunciato.

Cusumano Stefano: Ex Dc, nel 1999 quand’era sottosegretario al Tesoro per l’Udeur nel governo D’Alema, ma non parlamentare, fu arrestato a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta nell’indagine sugli appalti truccati da 120 miliardi di lire per la costruzione dell’ospedale Garibaldi; il 13 aprile 2007 è stato assolto dall’accusa di mafia, mentre la turbativa d’asta è caduta in prescrizione.

D’Alema Massimo: Ex Ds, s’è salvato per prescrizione del reato (accertato) di finanziamento illecito nel processo a proposito di 20 milioni di lire in nero versatigli nel corso di una cena, negli anni 80, dal boss delle cliniche Francesco Cavallari, legato alla Sacra corona unita; ha poi avuto un’archiviazione a Reggio Emilia per i presunti fondi neri incamerati dal Pci-Pds; archiviata a Roma anche l’inchiesta per finanziamento illecito nata a Venezia, che lo vedeva indagato con Achille Occhetto e con Bettino Craxi; a Parma invece, dove Calisto Tanzi sosteneva di averlo finanziato con inserzioni pubblicitarie sulla rivista della sua fondazione Italianieuropei, D’Alema è rimasto un semplice testimone; infine la Procura di Milano sta ancora vagliando la sua posizione nell’ambito delle indagini sulla scalata dell’Unipol alla Bnl di Consorte nell’estate del 2005: il gip Clementina Forleo, che ipotizzava un suo concorso nell’aggiotaggio di Consorte, ha trasmesso gli atti alla Procura, sostenendo che non è necessario il permesso del Parlamento europeo per usare nei suoi confronti le famose intercettazioni telefoniche.

De Filippo Vito: Ex Margherita, indagato e arrestato nel 2002 nell’inchiesta del pm Woodcock, che chiedeva di condannarlo a 1 anno e 6 mesi per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (presunte mazzette pagate dalla ditta De Sio per vincere appalti da enti come Inail ed Eni-Agip in Val d’Agri), De Filippo viene assolto alla fine del 2004 insieme ad altri politici coinvolti (mentre vengono rinviati a giudizio gli imprenditori presunti corruttori); indagato nel 2004, sempre a Potenza, per associazione a delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, corruzione e turbativa d’asta per presunti rapporti con esponenti della cosche della ’ndrangheta e poi archiviato in fase d’indagine; rinviato a giudizio e assolto dall’accusa di abuso d’ufficio per uno scandalo della sanità. A quest’ultimo proposito, come per il suo coimputato Bubbico, il pm chiede la condanna sua (e di altri 10 imputati) a 1 anno e 8 mesi per aver cacciato nel 2001 dalla direzione generale dell’Asl 1 di Venosa (Potenza) Giuseppe Panio e averlo sostituito a Giancarlo Vainieri, gradito alla giunta e in particolare ai Ds, sebbene i giudici del lavoro avessero reintegrato al suo posto il dirigente defenestrato. Ma nella tarda serata del 3 marzo 2008, proprio mentre a Roma i vertici del Pd lo inseriscono nelle liste per le elezioni politiche, il Tribunale assolve lui e gli altri imputati perché «il fatto non costituisce reato». Forse perché, dopo la controriforma dell’abuso del 1996, il reato scatta solo se è dimostrato l’interesse patrimoniale di chi fa e di chi riceve il favore e la volontà specifica di agevolare qualcuno e sfavorire qualcun altro. C’è infine un’indagine sulle pressioni politiche per alcune nomine ai vertici delle aziende ospedaliere lucane. Il pm Woodcock, nel 2007, chiede al Gip di inoltrare al Parlamento la richiesta di usare le intercettazioni telefoniche «indirette», in cui alcuni indagati chiacchierano con 9 parlamentari (tra i quali il governatore De Filippo e l’allora ministro Mastella, che parlano della rimozione del direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza, Michele Cannizzaro, dopo il coinvolgimento di quest’ultimo nell’inchiesta «toghe lucane» a Catanzaro). Il gip respinge la richiesta, perché nel frattempo la Consulta ha demolito la legge Boato, sostenendo che non occorre il permesso delle Camere per usare telefonate in cui compaia la voce di un parlamentare nei confronti di persone intercettate, ma non indagate. Dunque il pm potrà proseguire il suo lavoro senza chiedere nulla al Parlamento. In questa indagine, secondo un quotidiano locale della Basilicata, è inquisito anche De Filippo. Ma questi smentisce e la Procura tace.

Gozi Sandro: Fedelissimo di Romano Prodi, è indagato – secondo «Panorama» – per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle logge segrete dalla Procura di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta «Why Not» sui fondi pubblici succhiati da consulenze fittizie e società create da politici calabresi (e non) di destra e di sinistra. «Why Not» è una società di lavoro interinale (appartenente al consorzio Clic) che fa capo al ciellino Antonio Saladino, leader calabrese della Compagnia delle Opere, che nel 2006 avrebbe promesso e forse anche raccolto voti per il centrosinistra.

Laganà Fortugno Maria Grazia: Ex Margherita, la vedova di Franco Fortugno – il medico e vicepresidente del Consiglio regionale calabrese assassinato in un agguato mafioso il 16 ottobre 2005 davanti al seggio dove si vota per le primarie dell’Unione – è indagata in una delle inchieste della Procura di Reggio Calabria sulla malasanità nell’ospedale di Locri, dove il marito era primario in aspettativa e la signora vicedirettrice sanitaria. Ipotesi di reato: truffa ai danni dello Stato, per presunte forniture sanitarie irregolari.

Latorre Nicola: Ex Ds, è stato indagato a Potenza per favoreggiamento, poi ha visto la sua posizione finire in archivio: ascoltando alcune telefonate di un gruppo di uomini d’affari in rapporti con lui e con l’ex presidente del Perugia Calcio, Luciano Gaucci, i magistrati avevano ipotizzato che fosse stato Latorre ad avvertire l’imprenditore dell’indagine a suo carico. Altre intercettazioni telefoniche l’hanno portato Latorre a un passo dal finire indagato a Milano per le scalate bancarie dei furbetti del quartierino. La sua voce è stata infatti registrata più volte, mentre discuteva con il numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, dell’assalto alla Bnl, e addirittura con Stefano Ricucci, impegnato nella scalata al Corriere. Il gip Forleo, quando si è trattato di trasmettere le conversazioni al Parlamento per ottenere l’autorizzazione al loro utilizzo, ha scritto che almeno otto telefonate di Latorre (e D’Alema) attestano «i ruoli attivi ricoperti» nella scalata Unipol a Bnl, «contrassegnati all’evidenza da consapevole contributo causale» all’aggiotaggio addebitato a Consorte. Ora la sua posizione è al vaglio della Procura di Milano, a cui il gip Forleo ha trasmesso gli atti, dopo che il Senato ha negato l’ok all’uso delle intercettazioni a suo carico.

Lolli Giovanni: Ex Ds, è imputato in udienza preliminare a Bari per favoreggiamento nell’inchiesta sui presunti abusi della Missione Arcobaleno. Nel 1999 il governo D’Alema lancia l’operazione umanitaria «Arcobaleno» per sostenere i profughi kosovari fuggiti in Albania durante la guerra civile. Secondo l’accusa, durante e dopo la Missione, la Protezione civile allora presieduta da Franco Barberi, grazie a una fitta rete di complicità e amicizie con «esponenti apicali della politica», mise in piedi una «associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la Pubblica amministrazione» (peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio) e «ogni altro reato necessario o utile per i perseguimento degli scopi illeciti». In pratica la magistratura ritiene di aver scoperto enormi ruberie, tangenti e dirottamenti degli ingenti fondi pubblici stanziati per i profughi, ma in realtà rimasti in Italia. Per questo la Procura barese ha chiesto nel febbraio del 2007 il rinvio a giudizio di 26 persone, a cominciare da Barberi, giù giù fino a Lolli. Nel 1999, quand’era responsabile nazionale Associazionismo e Sport dei Ds, Lolli avrebbe informato due indagati che il loro telefono era sotto controllo, facendo così saltare gli accertamenti in corso da parte degli investigatori. Di qui l’accusa di favoreggiamento. L’udienza preliminare è in corso dal 10 maggio 2007. I reati, a tale distanza dai fatti (l’indagine partì nel gennaio del 2000), rischiano la prescrizione.

Lusetti Renzo: Ex Dc, ex Margherita, già pupillo di De Mita, già assessore a Roma nella giunta Rutelli, in quest’ultima veste nel 2001 è stato condannato dalla Corte dei conti a risarcire il Comune di Roma oltre 2 miliardi di lire per consulenze ingiustificate. In appello l’importo è stato ridotto di un quinto.

Margiotta Salvatore: Ex Margherita, è indagato a Potenza per falso ideologico e a Catanzaro, secondo l’Ansa, per abuso d’ufficio. La prima inchiesta è condotta dal pm Henry John Woodcock, che nel luglio del 2006 ha proposto al gip Alberto Iannuzzi di chiedere alla Camera l’autorizzazione a utilizzare conversazioni telefoniche in cui compare anche la voce di Margiotta. Il caso – dov’è indagata anche la signora Margiotta, cioè il capo della Mobile di Potenza, Luisa Fasano, per abuso d’ufficio – nasce dalle indagini che il 6 maggio 2006 portarono all’arresto del faccendiere Massimo Pizza, accusato di aver messo in piedi un’organizzazione specializzata in grosse truffe ai danni di imprenditori. Dalle intercettazioni telefoniche saltò fuori che Fasano e Margiotta parlavano di una contravvenzione per eccesso di velocità fatta all’autista del deputato e, secondo l’accusa, si interessavano per farla annullare. Margiotta avrebbe addirittura stilato una dichiarazione ufficiale, su carta intestata della Camera dei Deputati, per attestare che il suo autista correva perché lui doveva assolutamente arrivare in tempo a una riunione con un importante ministro della Margherita. Di qui l’accusa di falso ideologico. Ma dalle conversazioni della Fasano – sia con il marito, sia con altre persone – emergerebbe anche una fitta rete di rapporti con uomini politici (soprattutto del centrosinistra), amministratori locali, alti magistrati di Potenza (in particolare il sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi) e uomini delle forze dell’ordine, finalizzati a interessi personali e di carriera. Di qui l’ipotesi di peculato e rivelazione di segreto d’ufficio. L’inchiesta di Catanzaro, che riguarda anche i coniugi Margiotta, è quella denominata «Toghe lucane» e condotta dal pm Luigi De Magistris: l’episodio per cui sarebbe indagato Margiotta per abuso d’ufficio è il suo presunto ruolo nella nomina di Michele Cannizzaro (marito della pm potentina Felicia Genovese, indagata e trasferita a Roma) a direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza. Nella stessa inchiesta è indagata certamente per abuso d’ufficio anche la moglie Luisa Fasano, che il 7 giugno 2007 ha subito anche una perquisizione a casa e in ufficio: in quel momento si è appreso che è accusata di aver «influenzato» – dalla postazione privilegiata di capo della Mobile di Potenza – varie indagini aperte dalla Procura, «insabbiandone» alcune, ostacolando l’attività di magistrati e investigatori, operando per «non garantire il genuino andamento dei procedimenti», cercando di «influire sul loro corretto andamento», «insabbiandone» alcuni e favorendo «il ruolo politico del marito» deputato. Letta la notizia sull’Ansa, Margiotta ha smentito di essere sotto inchiesta («non mi risulta essere indagato e comunque che non ho ricevuto alcun avviso di garanzia»), confermando che invece lo è la sua signora.

Papania Antonio: Ex Margherita, il 24 gennaio 2002 ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio. La vicenda risale al 1998. Papania, all’epoca assessore regionale al Lavoro, venne coinvolto in un’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo su una compravendita di posti di lavoro. Secondo i magistrati, alcuni esponenti di un sindacato, il Failea, avevano promesso assunzioni a quindici ex detenuti in cerca di lavoro in cambio di somme di denaro che arrivavano fino a 3 milioni di lire. Per le assunzioni i sindacalisti si sarebbero rivolti a pubblici ufficiali e politici. A Papania, che aveva dato lavoro a disoccupati privi dei titoli richiesti dalla legge, i pm avevano contestato il concorso esterno in associazione a delinquere e l’abuso d’ufficio. La prima accusa è stata però archiviata dal gip. Secondo gli investigatori, Papania era stato contattato dall’organizzazione, guidata da Francesco Paolo Alaimo, arrestato, per ottenere l’inserimento dei disoccupati. In un’intercettazione ambientale Alaimo parlava con un altro indagato di una percentuale del 3 per cento da pagare a Papania solo quando fosse riuscito «a far traghettare i soldi gestiti dalla Regione a un’associazione costituita appositamente suggerita dal politico». Secondo Papania però non vi fu mai nessuna promessa di tangente. L’indagine ha riguardato piani di inserimento professionale, cantieri di lavoro, lavoratori socialmente utili, precari tante volte scesi in piazza per sollecitare assunzioni, scatenando proteste con incidenti.

Rigoni Andrea: Ex Margherita, è stato condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per un abuso edilizio sul monte di Porto Azzurro, all’isola d’Elba, insieme alla madre, alla sorella e al direttore dei lavori. In appello, poi, si è salvato grazie alla prescrizione del reato.

Vitrano Gaspare: Ex Margherita, è stato condannato dalla Corte d’appello di Palermo a 9 mesi di reclusione per falso in atto pubblico e imputato in Tribunale per abuso d’ufficio. Secondo l’accusa, per sanare una irregolarità che lo avrebbe fatto decadere da deputato regionale della Sicilia per aver presentato in ritardo la domanda di aspettativa, avrebbe falsificato i registri di presenza nel suo ufficio di dipendente dell’ente Regione, con la complicità di altri due funzionari.

http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Se_li_conosci_li_eviti.pdf


LE GRANE GIUDIZIARIE DI LORENZO RIA

La Badessa. Indagati anche Ria (P.D.), Sergio (P.D.) e Manni (R.C.).

I fatti commessi tra il 1998 e il 2003

LECCE - 4 FEB. 2008 - Secondo l'accusa, con fondi pubblici destinati al centro di accoglienza "La Badessa" sarebbe stata acquistata l'emittente televisiva L'Atv. Nelle indagini sono coinvolti anche Lorenzo Ria, Piero Manni e Luigino Sergio.

Sono giunte a conclusione le indagini sui fondi del Ctm di Lecce (associazione per la solidarietà e la cooperazione internazionale) portate avanti dal sostituto procuratore Giovanni Galliotta.

Nel ciclone giudiziario sono coinvolti in 13. L'ipotesi dell'accusa per i fatti commessi tra il 1998 e il 2003 sono tre: abuso di ufficio al peculato, falso e truffa ai danni dello Stato e riciclaggio ed emissione di fatture false.

L'inchiesta fa luce sull'impiego di somme erogate dallo Stato per l'assistenza agli ospiti del centro di accoglienza "La Badessa" per l'acquisto da parte del Ctm dell'emittente televisiva L'Atv.

Sotto la lente sono finiti nomi illustri della politica salentina, tra i quali Lorenzo Ria, all'epoca presidente della Provincia di Lecce, Luigino Sergio, allora assessore provinciale e socio della Ctm Onlus, Vinicio Russo, presidente del direttivo del Ctm, ai quali si contesta il reato di abuso di ufficio. Le pratiche per gestire la masseria poi divenuta centro di accoglienza si sarebbero svolte irregolarmente, ossia senza procedere a gara, senza la necessaria autorizzazione e in mancanza di controlli amministrativi sul centro.

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=4008


PROBLEMI MASSONI PER PRODI

ROMA - 13 luglio 2007 - Il presidente del Consiglio Romano Prodi è indagato per abuso d'ufficio dalla procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta "Loggia di San Marino". L'iscrizione sulla lista degli indagati, per la procura, è un atto dovuto per permettere al presidente del Consiglio di chiarire i rapporti tra il premier e altri personaggi sotto inchiesta.

L'indagine condotta dal sostituto procuratore Luigi De Magistris si riferisce a un presunto comitato d'affari tra San Marino e Bruxelles nel quale sarebbero coinvolte delle persone in qualche modo collegabili al premier. Ci sarebbe anche un'utenza telefonica intestata a Prodi alla quale le persone coinvolte si sarebbero più volte collegate. Il premier ha fatto sapere di non aver ricevuto nessun avviso di garanzia.

Il nome di Prodi sarebbe emerso nel corso di una perquisizione ad Antonino Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere del Sud Italia e titolare di una miriade di società che hanno lavorato e ottenuto contributi da regioni ed enti locali italiani e dall'Unione europea. Sull'agenda di Saladino compare un numero di cellulare sotto la voce "Prodi". La procura di Catanzaro lo affida a un consulente informatico, Gioacchino Genchi, che, di telefonata in telefonata e di voltura in voltura, risale al primo titolare (una società di nome "Delta"), poi all'Ulivo di Bologna, all'Ulivo nazionale e, infine, alla presidenza del Consiglio, l'ultimo ente che paga la bolletta.

Sul cellulare in questione arrivano e partono telefonate con diversi utenti tra i quali un vecchio amico di Prodi, Piero Scarpellini, impiegato in una società con sede nella Repubblica del Monte Titano e definito dal pm nel decreto di perquisizione 'consulente di Prodi' ('consulente non pagato dell'ufficio del consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio per i paesi africani, ha precisato di recente palazzo Chigi)". Anche il figlio di Scarpellini, Alessandro che a sua volta collabora con il premier, risulta indagato.

Seguendo i tabulati telefonici, gli inquirenti giungono anche all'onorevole Sandro Gozi, ex funzionario dell'Unione europea, già assistente di Prodi a Bruxelles e attualmente suo sostituto in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Altre utenze coinvolte sono quelle degli alti ufficiali della Guardia di Finanza, Walter Cretelli e Paolo Poletti, entrambi già indagati e perquisiti in questa vicenda. Da lì (anche se non ci sono contatti diretti con l'utenza attribuibile a Prodi) si arriverebbe anche a personaggi come Giuliano Tavaroli, il famoso "spione" della vicenda Telecom.

http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/prodi-indagato/prodi-indagato/prodi-indagato.html

ROMA - Prodi, secondo il sito di Panorama, è indagato dalla procura di Catanzaro per abuso d'atti d'ufficio. Il Premier ha immediatamente replicato che «pur non avendo ricevuto alcun avviso di garanzia o informazione al riguardo, non posso che testimoniare, come sempre, la mia totale fiducia nel lavoro dei magistrati che hanno voluto tutelare la mia persona, se l'avviso di garanzia sarà effettivamente confermato, con un atto che permetterà di dimostrare la mia totale estraneità a qualsiasi eventuale accusa». Per la procura, ha scritto il settimanale della Mondadori, l'iscrizione del Presidente del Consiglio nel registro degli indagati si tratta di un atto dovuto, anche a tutela delle garanzie della Difesa, che permetterà di chiarire i rapporti tra il premier e altri personaggi sotto inchiesta per la cosiddetta loggia di San Marino.

L'INCHIESTA SULLA LOGGIA DI SAN MARINO - Che l'inchiesta si fosse allargata in ambiti non lontani dal premier era cosa già nota. «Da mesi il sostituto procuratore Luigi De Magistris - scrive Panorama - sta indagando su un presunto comitato d'affari che, sull'asse San Marino-Bruxelles, si sarebbe arricchito incassando finanziamenti dell'Unione europea in modo illegale.

Al centro dell'inchiesta, oltre a numerose società sospette, ci sono alcuni uomini considerati dagli inquirenti molto vicini a Prodi e che sono già stati iscritti sul registro degli indagati per i reati di associazione per delinquere, truffa aggravata e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.

Come l'onorevole Sandro Gozi, ex funzionario dell'Unione europea, già "assistente politico" di Prodi a Bruxelles e attualmente suo sostituto in Commissione Affari Costituzionali della Camera». «Per De Magistris - scrive Panorama - uno degli uomini chiave a San Marino sarebbe, invece, un'altra vecchia conoscenza del Professore: Piero Scarpellini, 57 anni, impiegato in una società con sede nella Repubblica del Monte Titano e definito dal pm nel decreto di perquisizione «consulente di Prodi» («consulente non pagato dell'ufficio del consigliere diplomatico della presidenza del consiglio per i paesi africani» ha precisato di recente palazzo Chigi)».

I SOSPETTI SU UN NUMERO TELEFONICO - «I personaggi in questione - aggiunge Panorama - sarebbero tra i principali interlocutori dell'utenza telefonica 32074... intestata alla Delta spa e che De Magistris ipotizzerebbe essere riconducibile al «Presidente del consiglio dei ministri, o a qualche diretto collaboratore del suo staff». Adesso la procura vuole capire se ci sia un nesso tra la perfetta conoscenza da parte dell'entourage del premier della macchina comunitaria e di tutti i suoi ingranaggi (Prodi è stato presidente della commissione dal 1999 al 2004) e le presunte truffe euromilionarie ai danni dell'Unione europea».

«Gli inquirenti - prosegue Panorama - non escludono che il Professore fosse all'oscuro delle operazioni sospette realizzate intorno a lui e sulla cui illegalità gli investigatori avrebbero già trovato nelle ultime settimane riscontri, documentali e testimoniali. Dall'inizio dell'inchiesta uno degli strumenti investigativi più utilizzati dall'accusa sono stati i tabulati telefonici. Ora, per poter valutare la posizione dell'onorevole Prodi, gli inquirenti potranno chiedere l'autorizzazione al parlamento per l'acquisizione del traffico telefonico del premier, in base alla legge numero 140 del 20 giugno 2003».

 Il Corriere della Sera 13 luglio 2007

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/07_Luglio/13/prodi_indagato_catanzaro.shtml


GIUSTIZIA. La Corte dei conti contesta 50 incarichi ad esterni: 46 commissionati dall’attuale titolare del ministero e 4 dagli ex.
Consulenze d’oro, ministri nei guai.

Indagato il guardasigilli Castelli e i suoi predecessori Fassino e Diliberto.

Roma. Finisce davanti al tribunale dei ministri la vicenda delle cinquanta consulenze esterne affidate da tre ministri della Giustizia sulle quali la Corte dei Conti ha sollevato rilievi pesanti. La Procura di Roma ha indagato per abuso di ufficio il guardasigilli Roberto Castelli, i predecessori Piero Fassino e Oliviero Diliberto, i sottosegretari Michele Vietti, Jole Santelli e Giuseppe Valentino ed altri 39 tra magistrati, funzionari, direttori di ufficio e capi dipartimento del ministero di via Arenula.

Il grosso delle consulenze al centro dell’inchiesta, cioé 46 casi, riguarda la gestione Castelli, due la gestione Fassino ed altrettante quella di Diliberto.

Secondo i pm Adelchi d’Ippolito, Maria Cristina Palaia e Giancarlo Amato - che hanno disposto la trasmissione degli atti al tribunale dei ministri - gli indagati non avrebbero accertato che all’interno del ministero esistevano analoghe professionalità cui affidare gli incarichi assegnati, invece, che commissionare le consulenze a soggetti esterni con i conseguenti costi maggiori. In questo modo sarebbe stato procurato un ingiusto profitto ai consulenti che, in alcuni casi, avrebbero depositato semplicemente relazioni copiate.

Le reazioni di alcuni degli esponenti politici coinvolti non si sono fatte attendere. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, dopo aver sottolineato di non avere notizia dell’iniziativa giudiziaria, si è limitato a commentare: «Se le notizie fossero vere, vorrebbe dire che dal 1999 a oggi il ministero della Giustizia sarebbe stato retto da una accolita di malfattori formata da tre ministri, vari sottosegretari, magistrati, funzionari, direttori di uffici, capi dipartimento. Mi sembra davvero una teoria inverosimile».

Fabrizio Mori, capo della segreteria di Piero Fassino. «L’onorevole Fassino - ha detto - dimostrerà l’assoluta correttezza del suo operato, stante che le consulenze contestate, poche e di modestissima entità monetaria, furono conferite nel pieno rispetto della normativa allora in vigore».

La normativa in cui si poteva muovere l’ex ministro della Giustizia era molto più rigida rispetto a quella in cui si è mosso l’attuale ministro Roberto Castelli. Quest’ultima circostanza è stata sottolineata anche dai magistrati contabili nella loro relazione alla Corte dei Conti che ha originato gli accertamenti dei pm di piazzale Clodio.

Il sottosegretario Giuseppe Valentino (An) rivendica anche a nome dei suoi predecessori di aver «operato nel rispetto della legge» e ritiene «sorprendente» l’iniziativa della Procura di Roma, così come «è sorprendete la singolare interpretazione della Corte dei Conti sulla vicenda». «Perché gli incarichi non sono stati attribuiti a personale interno al ministero anziché a figure esterne? Le consulenze sono un valore aggiunto. Noi ci siamo avvalsi di giovani giuristi che ci dessero una mano; le competenze dei magistrati dell’ufficio legislativo del ministero sono altre».

La faccenda della consulenze esterne non va giù soprattutto all’Ugl Statali che annunciano un presidio, il prossimo 27 aprile, davanti al Tribunale di Roma, a Piazzale Clodio, e una lettera aperta al ministro della Giustizia Roberto Castelli. Il tutto per protestare contro la «distrazione» del Guardasigilli nell’assegnazione delle risorse economiche.

Il Guardasigilli - afferma in una nota Paola Saraceni, dell’ Ugl ministeri - «sugli u lteriori stanziamenti del fondo di amministrazione riesce ad essere scavalcato di cinque milioni di euro dal suo pari alla Difesa; e di tre milioni di euro dal ministero degli Esteri. Inutile parlare di altre priorità come la mobilità volontaria, l’assunzione dei precari e la riqualificazione. Mentre negli uffici e nelle galere, il personale rischia di scoppiare».

«Eppure - conclude l’Ugl - proprio il ministro Castelli disse che non valeva la pena investire nella giustizia che dilapidava soldi però all’epoca non intendemmo bene se si riferisse alla gestione del personale oppure alle consulenze affidate dal ministero negli ultimi dieci anni».

L'Arena IL GIORNALE DI VERONA

Mercoledì 20 Aprile 2005 nazionale Pagina 8

http://francilastrega.splinder.com/archive/2005-04


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