PROBLEMI DI MORALITA' DELLA LEGA


LE GRANE GIUDIZIARIE DELLA LEGA

CANDIDATI AL PARLAMENTO: ELEZIONE 13 APRILE 2008

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

Lega Nord (8)

Bossi Umberto: Condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; condannato in via definitiva per istigazione a delinquere e per oltraggio alla bandiera; indagato e imputato in altri procedimenti penali. Il 16 dicembre 1999 la Cassazione l’ha condannato a 1 anno per istigazione a delinquere, per aver incitato i suoi, in due comizi a Bergamo nel 1995, a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza». Tremaglia, suo futuro collega ministro, l’aveva denunciato. Altra condanna definitiva nel 2007 a 1 anno e 4 mesi (poi commutati in 3.000 euro di multa, interamente coperti da indulto) per vilipendio alla bandiera italiana, per aver dichiarato nel 1997: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Niente sospensione condizionale della pena, che però è coperta da indulto (che cancella anche quelle pecunarie fino a 10 mila euro): insomma, Bossi non pagherà nemmeno un euro. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato, per aver detto, sempre nel 1997, durante un comizio: «Il tricolore lo metta al cesso, signora... Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Nel 2002 la Camera ha negato ai giudici l’autorizzazione a procedere, ritenendo le espressioni rientranti nella libera attività parlamentare e dunque coperte da insindacabilità; ma nel 2006 la Consulta ha annullato la delibera di Montecitorio, disponendo che Bossi sia processato come un comune cittadino. Il Senatùr è invece uscito indenne dal lungo processo per resistenza a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ’96, la sede leghista di via Bellerio a Milano: condannato a 7 mesi in primo grado e a 4 in appello, Bossi s’è visto annullare con rinvio la seconda condanna dalla Cassazione, che ha disposto un nuovo processo d’appello. E qui, nel 2007, è stato assolto. Ancora aperto, invece, il processo di Verona per le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996: Bossi, con altri quarantaquattro dirigenti leghisti, deve rispondere in udienza preliminare di attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, nonché di aver costituito una struttura paramilitare fuorilegge. Ma, almeno in questo caso, rischia poco o nulla: allo scadere dell’ultima legislatura, la maggioranza di centrodestra ha riformato i primi due reati (punibili ora solo in presenza di atti violenti), in modo da assicurarne la decadenza al processo di Verona. L’ennesima legge ad personam. Una volta tanto non per il Cavaliere, ma per il Senatùr. Il procuratore di Verona Guido Papalia, però, tiene duro sull’accusa residua di associazione paramilitare. Allora, nel 2007 la Camera regala l’insindacabilità ai deputati imputati, tra i quali Bossi, Calderoli e Maroni, quasi che la Guardia Padana fosse un’«opinione». A quel punto Papalia ricorre nuovamente alla Consulta con un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, come ha già fatto contro un analogo provvedimento impunitario adottato dal Senato per salvare Gnutti e Speroni.

Bragantini Matteo: Nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 3 anni d'interdizione dall'attività politica, per istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nell’agosto-settembre 2001 la Lega Nord di Verona aveva organizzato una campagna (“Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”) contro la comunità Sinta di Verona. Nelle motivazioni, i giudici di primo grado scrivono che Bragantini e i suoi 6 coimputati, fra i quali l’attuale sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, hanno “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato… un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”. Il 30 gennaio 2007, la Corte d’appello di Venezia riduce la pena da 6 a 2 mesi, assolvendo i leghisti dall'istigazione all'odio razziale, confermando la condanna per la propaganda razzista e i risarcimenti ai sette Sinti (2500 euro per ciascuno) e all’ente morale Opera Nomadi (8 mila euro), costituitisi parte civile. Bragantini è ricandidato alla Camera per la Lega Nord nel Veneto1.

Brigandì Matteo: Arrestato e condannato in primo grado il 24 novembre 2006 a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Torino per truffa aggravata ai danni della Regione Piemonte (a cui dovrà risarcire 255 mila euro): avrebbe, in veste di assessore regionale al Legale, aver architettato un raggiro ai danni della Regione per regalare 6 miliardi di lire pubblici all’amico imprenditore Agostino Tocci, titolare di una concessionaria di auto di lusso, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni del 1994 e del 2000.

Calderoli Roberto: Indagato a Milano per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Giampiero Fiorani. Il quale sostiene di averlo foraggiato per garantirsi l’appoggio politico della Lega durante il suo tentativo di scalata alla Banca Antonveneta: con il suo sottosegretario Brancher, l’allora ministro delle Riforme si sarebbe spartito 200mila euro. Salvo per prescrizione nel processo per i tafferugli con la polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano (resistenza a pubblico ufficiale), Calderoli è scampato al processo in corso a Verona per le camicie verdi (attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, struttura paramilitare fuorilegge) grazie a una legge ad personam e all’insindacabilità regalatagli dal Senato (contro cui però la Procura ricorrerà alla Consulta).

Caparini Davide: Salvo per prescrizione nel processo per resistenza a pubblico ufficiale nel processo sui tafferugli con la polizia durante una perquisizione nella sede leghista di via Bellerio a Milano.

Castelli Roberto: Indagato per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze facili al ministero della Giustizia durante il secondo governo Berlusconi, s’è salvato grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 gli ha regalato l’immunità totale per i suoi presunti reati ministeriali, negando l’autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Roma. Per gli stessi fatti la Corte dei Conti l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di 98.876,96 euro e gliene ha contestato un altro di circa 400 mila euro.

Maroni Roberto: Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della sede leghista di via Bellerio a Milano. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati da una riforma legislativa ad hoc, varata dal centrodestra nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il terzo.

Stefani Stefano: Indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, ha ottenuto la richiesta d’archiviazione del procedimento perché la Procura non ha potuto usare le intercettazioni indirette che facevano sospettare qualcosa di poco chiaro nella vicenda dei finanziamenti pubblici al quotidiano «Il Giornale d’Italia». In pratica, come molti suoi colleghi parlamentari, anche Stefani è un miracolato dalla legge Boato che – prima della sentenza della Consulta del 2007 – rendeva inutilizzabili le intercettazioni in cui compariva la voce di un eletto dal popolo.

http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Se_li_conosci_li_eviti.pdf


Verona, 11 gen. 2008 (Apcom) - E' stata fissata il prossimo 28 marzo l'udienza relativa all'inchiesta sulle 'Camicie verdi' avviata dalla Procura di Verona ben dodici anni fa, mentre nove anni ci sono voluti per il primo rinvio a giudizio. Lo si apprende da ambienti giudiziari.

Il 28 marzo dovrà comparire di fronte al Gip di Verona anche il sindaco di Treviso ed europarlamentare, Giampaolo Gobbo, insieme ad Alberto Mazzonetto. Oltre a loro si dovranno presentare davanti al giudice le cosiddette 'Camicie verdi', un gruppo di esponenti della Lega Nord che secondo l'accusa, avrebbero attraverso un'organizzazione politico-militare, cercato di minare l'integrità dello Stato Italiano nel tentativo di separare il Nord dal Sud.

L'inchiesta ha conosciuto diversi passaggi parlamentari che sono stati necessari per chiedere di sottoporre a giudizio numerosi parlamentari leghisti. Dall'indagine avviata dalla Procura scaligera sono usciti di scena alcuni vertici dello stato maggiore del Carroccio, come Umberto Bossi e Francesco Speroni, all'epoca coperti dall'immunità parlamentare.

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/01_gennaio/11/lega_nord_verona_28_marzo_udienza_gip_su_inchiesta_camicie_verdi,13798194.html


LE GRANE GIUDIZIARIE DI CASTELLI

PROBLEMI PER CASTELLI, FASSINO E DILIBERTO PER LE CONSULENZE D'ORO

Si apre il processo della Corte dei Conti a Roberto Castelli. Richiesto un milione di danni per le consulenze facili

Il 17 novembre nell'aula magna della Corte dei conti a Roma si aprirà il processo a Roberto Castelli. Il ministro della Giustizia è accusato dal procuratore Guido Patti di un danno erariale che si aggira sul milione di euro per la nomina di consulenti di dubbia utilità nelle materie più disparate. Si va dalla società incaricata di monitorare l'efficienza dei magistrati, allo psicologo esperto in leadership, Amedeo Maffei, scelto per studiare i carcerati.

La consulenza più importante è certamente quella conferita a Giuseppe Magni per l'edilizia penitenziaria. In questo caso, secondo il procuratore Patti, "l'illegittimità e illiceità del comportamento del ministro è eclatante": Castelli avrebbe creato "la figura del "consulente personale a tempo pieno"... una "entità" con poteri decisionali non prevista nell'organigramma dell'amministrazione". Solo per Magni, la Procura della Corte chiede a Castelli ben 211 mila e 988 euro. Per 98 mila risponde da solo, per il resto in solido con Magni e il comitato che ha approvato la sua attività.

Per le consulenze Castelli è indagato anche dalla Procura di Roma per abuso di ufficio. Accusa doppiamente imbarazzante perchè contemporaneamente l'ex consulente per l'edilizia penitenziaria, Magni, è indagato per corruzione a Roma in una seconda inchiesta proprio per una storia di carceri. Da tempo il consulente non sente Castelli, ma in passato il rapporto era strettissimo e Magni aiutava il ministro nelle campagne elettorali.

Le sue credenziali però non sono piaciute alla Corte: "In merito alla "provata competenza" richiesta dalla legge, nel curriculum del dottor Magni si legge che egli è laureato in scienze politiche, che è stato amministratore di alcune società, che dal 1993 è stato socio militante della Lega Nord e dal 1995 sindaco per la Lega del comune di Calco e infine che è stato parlamentare eletto al "Parlamento di Chignolo Po". "Dal documento preso in esame", continua Patti, "pertanto non è desumibile affatto che il dottor Magni fosse un esperto in materia penitenziaria".

Dopo averne demolito il curriculum, il procuratore passa a analizzarne l'attività. Magni dichiara di avere visitato moltissime carceri. "La documentazione in parola tuttavia in gran parte non è stata rinvenuta dal Ministero (in quanto non esistente)". Poi prosegue: "Singolare che invece il consulente abbia omesso di indicare una trasferta a Mosca, autorizzata dal ministro, il silenzio serbato su tale viaggio dal dottor Magni", sempre secondo Patti, "si spiega agevolmente atteso che non è rinvenibile alcun collegamento tra l'incarico e la trasferta a Mosca".

Stesso discorso per analoghe trasferte in Albania, Stati Uniti e Canada per una spesa di 6 mila euro, richiesti indietro perchè non avrebbero legame con l'incarico.

Per il Procuratore, Castelli è colpevole di avere rinnovato ben sette volte l'incarico a Magni nell'arco di tre anni, con il beneplacito di un comitato composto da tre funzionari, anche loro citati in giudizio. Il ministro non poteva assegnare a Magni "competenze amministrative in settori delicati a scapito delle strutture istituzionalmente competenti" senza nemmeno accertarsi che ve ne fosse necessità. Patti riporta i passi delle relazioni di Magni e li fa seguire da punti interrogativi per irriderne la vaghezza. "Si è intervenuti (chi è intervenuto? Sicuramente non il dottor Magni, bensì la struttura amministrativa competente) risolvendo emergenze (quali?)". Dopo dieci pagine di punti interrogativi, il procuratore chiosa: " La maggior parte delle affermazioni sono del tutto generiche".

La Procura è poi sorpresa perchè "leggendo le relazioni predisposte dal dottor Magni si ha la netta sensazione che egli si consideri a capo dell'amministrazione penitenziaria". li procuratore critica anche il rinnovo dell'incarico nel febbraio 2003 per la sua valenza retroattiva (vietata secondo Patti) e per la strana conversione da Lira a euro: "Il compenso di euro 48.842 è quasi il doppio di quello di Lire 48 milioni corrisposto nel semestre precedente".

Magni non è più al Ministero, ma quando, a giugno, il giornale locale "Merate on line" ha parlato delle sue consulenze, Castelli ha scritto in sua difesa: "Magni mi ha accompagnato in Albania perchè in quel paese il Ministero ha costruito un carcere per far scontare agli albanesi la pena in casa loro e negli Usa perchè abbiamo visitato penitenziari pubblici e privati". Castelli accusa il procuratore di non averlo sentito e di aver usato "sarcasmi gratuiti come l'accenno alla militanza nella Lega". Magni, per Castelli, era l'uomo giusto al posto giusto. La fine della sua consulenza è stata negativa: "Il Ministero funziona peggio e la burocrazia rischia di prendere il sopravvento sul ministro".

MARCO LILLO L'espresso 13 ottobre 2005

http://osservatoriobresciano.it/dossiers/paghi.html

GIUSTIZIA. La Corte dei conti contesta 50 incarichi ad esterni: 46 commissionati dall’attuale titolare del ministero e 4 dagli ex.
Consulenze d’oro, ministri nei guai.

Indagato il guardasigilli Castelli e i suoi predecessori Fassino e Diliberto.

Roma. Finisce davanti al tribunale dei ministri la vicenda delle cinquanta consulenze esterne affidate da tre ministri della Giustizia sulle quali la Corte dei Conti ha sollevato rilievi pesanti. La Procura di Roma ha indagato per abuso di ufficio il guardasigilli Roberto Castelli, i predecessori Piero Fassino e Oliviero Diliberto, i sottosegretari Michele Vietti, Jole Santelli e Giuseppe Valentino ed altri 39 tra magistrati, funzionari, direttori di ufficio e capi dipartimento del ministero di via Arenula.

Il grosso delle consulenze al centro dell’inchiesta, cioé 46 casi, riguarda la gestione Castelli, due la gestione Fassino ed altrettante quella di Diliberto.

Secondo i pm Adelchi d’Ippolito, Maria Cristina Palaia e Giancarlo Amato - che hanno disposto la trasmissione degli atti al tribunale dei ministri - gli indagati non avrebbero accertato che all’interno del ministero esistevano analoghe professionalità cui affidare gli incarichi assegnati, invece, che commissionare le consulenze a soggetti esterni con i conseguenti costi maggiori. In questo modo sarebbe stato procurato un ingiusto profitto ai consulenti che, in alcuni casi, avrebbero depositato semplicemente relazioni copiate.

Le reazioni di alcuni degli esponenti politici coinvolti non si sono fatte attendere. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, dopo aver sottolineato di non avere notizia dell’iniziativa giudiziaria, si è limitato a commentare: «Se le notizie fossero vere, vorrebbe dire che dal 1999 a oggi il ministero della Giustizia sarebbe stato retto da una accolita di malfattori formata da tre ministri, vari sottosegretari, magistrati, funzionari, direttori di uffici, capi dipartimento. Mi sembra davvero una teoria inverosimile».

Fabrizio Mori, capo della segreteria di Piero Fassino. «L’onorevole Fassino - ha detto - dimostrerà l’assoluta correttezza del suo operato, stante che le consulenze contestate, poche e di modestissima entità monetaria, furono conferite nel pieno rispetto della normativa allora in vigore».

La normativa in cui si poteva muovere l’ex ministro della Giustizia era molto più rigida rispetto a quella in cui si è mosso l’attuale ministro Roberto Castelli. Quest’ultima circostanza è stata sottolineata anche dai magistrati contabili nella loro relazione alla Corte dei Conti che ha originato gli accertamenti dei pm di piazzale Clodio.

Il sottosegretario Giuseppe Valentino (An) rivendica anche a nome dei suoi predecessori di aver «operato nel rispetto della legge» e ritiene «sorprendente» l’iniziativa della Procura di Roma, così come «è sorprendete la singolare interpretazione della Corte dei Conti sulla vicenda». «Perché gli incarichi non sono stati attribuiti a personale interno al ministero anziché a figure esterne? Le consulenze sono un valore aggiunto. Noi ci siamo avvalsi di giovani giuristi che ci dessero una mano; le competenze dei magistrati dell’ufficio legislativo del ministero sono altre».

La faccenda della consulenze esterne non va giù soprattutto all’Ugl Statali che annunciano un presidio, il prossimo 27 aprile, davanti al Tribunale di Roma, a Piazzale Clodio, e una lettera aperta al ministro della Giustizia Roberto Castelli. Il tutto per protestare contro la «distrazione» del Guardasigilli nell’assegnazione delle risorse economiche.

Il Guardasigilli - afferma in una nota Paola Saraceni, dell’ Ugl ministeri - «sugli u lteriori stanziamenti del fondo di amministrazione riesce ad essere scavalcato di cinque milioni di euro dal suo pari alla Difesa; e di tre milioni di euro dal ministero degli Esteri. Inutile parlare di altre priorità come la mobilità volontaria, l’assunzione dei precari e la riqualificazione. Mentre negli uffici e nelle galere, il personale rischia di scoppiare».

«Eppure - conclude l’Ugl - proprio il ministro Castelli disse che non valeva la pena investire nella giustizia che dilapidava soldi però all’epoca non intendemmo bene se si riferisse alla gestione del personale oppure alle consulenze affidate dal ministero negli ultimi dieci anni».

L'Arena IL GIORNALE DI VERONA

Mercoledì 20 Aprile 2005 nazionale Pagina 8

http://francilastrega.splinder.com/archive/2005-04


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