
I VENEZIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
MAFIOPOLI NEL VENETO
MAFIA A NORDEST: GLI OCCHI SULLE GRANDI OPERE
"Parlare di mafia in Veneto? Ma se qui la mafia non c´è". Quante volte si è detto e ripetuto: e in Veneto si lavora sodo. Eppure qui sono stati mandati al confino personaggi che hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della mafia. Qui sono arrivati "Totuccio" Contorno, Salvatore Badalamenti, nipote di quel "Tano" che fece ammazzare Peppino Impastato. Qui Giuseppe Madonia ha potuto condurre i propri business, con la complicità di alcuni imprenditori locali. Ma il Veneto non ha solo importato mafia: l´ha pure creata. In nessun´altra regione italiana, al di fuori di quelle meridionali, è nata un´organizzazione con le caratteristiche del 416 bis. Il Veneto l´ha avuta e l´ha chiamata Mala del Brenta.
Questo è il sunto del libro “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” di Danilo Guarretta e Monica Zornetta.
Il clan Lo Piccolo puntava a Nordest. Aveva messo gli occhi su una serie di operazioni edilizie a Chioggia (Venezia) e nella zona termale di Abano (Padova). Sono gli sviluppi dell'indagine palermitana che, tra l'altro, ha condotto all'arresto dell'avvocato Marcello Trapani, che continuava a tessere le fila per conto dei Lo Piccolo. Obiettivi: mettere le mani sul Palermo calcio e, soprattutto, «diversificare» al Nord.
Ecco l'articolo pubblicato il 25 settembre 2008 su Nuova Venezia, Mattino di Padova e Tribuna di Treviso.
La mafia in Veneto. Infiltrazioni: un'emergenza nazionale. Lo si sospettava. Meglio, lo si temeva. Bastava ascoltare gli allarmi lanciati da Roberto Saviano, autore di «Gomorra». O prendere sul serio le analisi del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «La criminalità organizzata è ormai una realtà anche al Nord. E’ nelle regioni più ricche che cerca la maggiore redditività ai suoi investimenti». Bene, se ce ne fosse stato bisogno, ecco la prova provata: la mafia sta arrivando (è arrivata?) pure nel ricco Nordest. Il clan palermitano dei Lo Piccolo aveva messo gli occhi sulla riqualificazione del porto di Chioggia e puntava ad aggiudicarsi una serie di interventi edilizi nella città lagunare così come nella zona termale di Abano. Affari per diversi milioni di euro, messi in piedi con una rete di collusioni in sede locale.
Cosa nostra ha mille vite, come i gatti. E come lo stesso clan dei Lo Piccolo. Salvatore, erede di Bernardo Provenzano, è stato arrestato, insieme con il figlio Sandro, il 5 novembre 2007, dopo 25 anni di latitanza. Qualche giorno prima, per l’esattezza il 25 settembre, aveva fatto in tempo a costituire la società «Petra», quella che appunto doveva operare a Chioggia. Non solo il clan cercava di riorganizzarsi, ma non aveva cessato le mire espansioniste.
Per il Nordest è un brutto risveglio. È vero che la mafia del Brenta di Felice Maniero aveva provato a muoversi in collegamento con le famiglie del Sud. Ma sono vicende che si perdono negli anni e nelle cronache. Il tentato sbarco a Chioggia è un segnale forte, mette in evidenza una precisa strategia: la mafia, prima azienda italiana con 90 miliardi di fatturato (più dell’Eni, per intenderci), pari al 7 per cento del Pil (dati contenuti nel rapporto Sos impresa della Confesercenti), segue l’odore dei soldi. E nel Veneto, finalmente avviato a realizzare le grandi infrastrutture, di soldi da qui ai prossimi 10-20 anni ne gireranno parecchi.
Qualcuno, se vuole, può continuare a pensare che cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta siano problemi del Mezzogiorno. Di più, il cancro del Mezzogiorno, il vero freno al suo sviluppo, il motivo per cui le regioni meridionali non sono appetibili al capitale privato. Non è così. La mafia è un’emergenza nazionale e come tale va affrontata. Perché la piovra, in epoca di globalizzazione, va a caccia di affari ovunque. Figurarsi se si ferma al Sud. A Varese e in Brianza, di recente, è stato scoperto un traffico di rifiuti tossici, l’ultimo megabusiness della malavita. A Milano si sta discutendo sull’opportunità di creare una commissione che vigili sugli appalti dell’Expo 2015, dopo che la Procura di Busto Arsizio ha aperto un fascicolo sui rischi di infiltrazione mafiosa. Ora la storia di Chioggia.
Deve reagire lo Stato, certo. Ma anche per le associazioni degli imprenditori (in primis i costruttori dell’Ance) e dei commercianti è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti: bisogna scoprire ed espellere chi ha collusioni mafiose. È la scelta compiuta da Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana. Occorre estenderla a tutte le categorie. E a tutta Italia.
http://sandromangiaterra.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/mafia-a-nordest.html
POLIZIOTTOPOLI NEL VENETO
UNABOMBER: CHIUSE LE INDAGINI PER LA MANOMISSIONE DEL LAMIERINO
La decisione è stata presa stamane dalla Procura della Repubblica di Venezia e intanto il ministero dell’interno ha sciolto il pool di 30 carabinieri e poliziotti che indagava sulla questione.
VENEZIA – 17 MARZO 2008 - Chiuse le indagini sulla manomissione del lamierino nel caso Unabomber. La decisione è stata presa stamane dalla Procura della Repubblica di Venezia. Indagato per la vicenda è Ezio Zernar il poliziotto del Laboratorio di indagini criminalistiche che aveva nella propria disponibilità il pezzo di metallo.
Gli atti passano ora al Gip, e i legali di Zernar potranno produrre eventuale materiale per confutare la tesi accusatoria che potrebbe portare al rinvio a giudizio per i reati di falso in atto pubblico, calunnia e deterioramento di corpo di reato. Vittima della manomissione sarebbe Elvo Zornitta, l'ingegnere di Azzano Decimo (Pordenone) indagato per la vicenda Unabomber dalla Procura di Trieste.
INDAGINE. Intanto il ministro dell'Interno ha sciolto il pool interforze che indagava da alcuni anni su Unabomber. "Avevamo già ridotto al minimo gli uomini - ha detto il procuratore della Dda di Venezia, Vittorio Borraccetti, riferendosi agli atti in accordo con la Procura di Trieste con cui Venezia indagava sul bombarolo - e quindi ne avevamo chiesto la chiusura". "Ora è giunto il provvedimento - ha concluso -. Su richiesta delle Procure di Venezia e Trieste e il pool è sciolto".
Commentando il danno della manomissione del lamierino Borraccetti ha invece detto: "Era una indagine importantissima, delicata e difficilissima - ha detto - ma per una serie di vicende è finita come è finita". Il primo danno è stato fatto "da una importante fuga di notizie", ha aggiunto, riferendosi alla possibile compatibilità tra il lamierino e delle forbici di Elvo Zornitta, l'ingegnere di Azzano Decimo (Pordenone) indagato a Trieste per la vicenda Unabomber.
http://www.unionesarda.it/DettaglioCategorizzato/?contentId=18772
PARENTOPOLI IN VENETO
Taxisti, casta impenetrabile si entra solo se si è parenti.
I vincitori del concorso sono tutti figli o parenti di altri assegnatari. Dopo il ricorso di un candidato, Tar e Consiglio di Stato impongono al Comune di sospendere i permessi. Ma nessuna decisione è stata presa.
VENEZIA - MESTRE – 8 nov. 2007 - Domanda: può un impiegato, un operaio, una persona qualsiasi fare il tassista a Mestre? La risposta, scorrendo la lista dei dodici candidati vincitori dell'ultimo bando comunale, sembra solo una: no, non può. Tutti i titolari della contestata licenza conquistata nel 2006, infatti, sono figli oppure parenti di altri tassisti già operativi in terraferma. Una cosa di per sé non sorprendente, visto che si tratta di un «mestiere» facilmente tramandabile in famiglia. Resta il fatto, però, che sia il Tar sia il Consiglio di Stato, dando seguito al ricorso di un partecipante «trombato», Luciano Montefusco, hanno comunque evidenziato delle serie anomalie nello svolgimento del concorso comunale. Ecco dunque accettate le tesi dei legali del ricorrente: i criteri di assegnazione dei punteggi sono stati decisi solo dopo aver aperto le buste e letto il curriculum dei candidati. Da qui l'accusa velata di un bando «guidato ad hoc» per consegnare le licenze a persone prestabilite. E, in questo contesto, le «parentele» fanno certo pensare. Ma dimostrano, per lo più, l'esistenza di una «casta», come succede, per esempio, nel mondo dei notai. La patata bollente, semmai, adesso è nelle mani dell'assessore alla Mobilità Enrico Mingardi. Da lui si attendono decisioni sulla sospensione delle dodici licenze, come richiesto con una ordinanza dal Consiglio di Stato.
Le parentele. Sulla questione delle parentele i tassisti mestrini non hanno dubbi. «Niente da rimproverarci - spiegano i rappresentanti della categoria -. Le licenze sono andate a chi ha ottenuto i migliori punteggi. Non certo a chi, dopo essersi piazzato 86esimo su 89 partecipanti, ha deciso di fare ricorso». Per quanto riguarda invece l'ordinanza del Consiglio di Stato, «quello è un problema dell'amministrazione comunale».
Le contestazioni. Le parentele relative ai dodici candidati riaprono comunque la questione dei criteri di assegnazione dei punteggi per la conquista della licenza. Per gli avvocati di Montefusco, infatti, prima si sono aperte le buste dei candidati, poi si sono scelti i criteri. Strano, per esempio, secondo i legali, che si sia deciso di premiare più la professionalità che l'anzianità. Si voleva forse favorire qualcuno? Sì, secondo il ricorrente Montefusco. Ma anche il Tar e il Consiglio di Stato hanno visto alcune anomalie. Ordinando di fatto l'annullamento di quel concorso.
La casta. Resta a Mestre il problema di una categoria, quella dei tassisti, che pare a «circolo chiuso». Non è la sola, sia chiaro. Ma qui stiamo sempre parlando di un servizio pubblico. All'ultimo bando, su una novantina di partecipanti, più della metà era già del mestiere: sostituti, autonoleggiatori. Gli altri candidati, invece, provenivano da lavori diversi: impiegati, operai, dipendenti di qualche azienda. Tutti però con le idee chiare, più che mai intenzionati a conquistare una preziosa licenza taxi. C'è qualche chance per loro? Oppure è tutto già deciso?
Le interrogazioni. Nessuna risposta, intanto, alle interrogazioni di Sebastiano Bonzio (Rc) e Saverio Centenaro (Fi) sull'ordinanza del Consiglio di Stato. «Per ora la giunta non dice nulla - spiegano in coro -. La situazione è ingessata. E le dodici licenze restano lì». Sulla questione della parentele, pochi commenti. «Non ho mai avuto alcuna notizia certa su questa faccenda - dice Centenaro -. Chiederò lumi all'amministrazione comunale». Per Bonzio, «la cosa non stupisce troppo. Diciamo che la percezione era questa. Anche se si vuole lasciare qualche spiraglio di fiducia».

IESOLO
Ai domiciliari Alessandro Finotto di San Donà e Matteo Morin di Jesolo. Divieto per Francesco Pavan, favoreggiamento per Jenny Bonaldo
Violenze e furti, arrestati due vigili.
Nei guai altri due colleghi: sono accusati di aver picchiato venditori ambulanti
JESOLO. 15 APRILE 2007 - Mohamed Ennasi, ambulante marocchino con licenza, di mezza età, aveva chiesto consiglio ad un turista italiano: quello gli aveva spiegato che si trattava di fatti gravi, insistendo perché si facesse le fotografie per dimostrare un giorno quei lividi provocati dalle botte sulla faccia e sul corpo. E aveva ragione, adesso quelle foto sono una delle prove che hanno «incastrato» quattro vigili urbani di Jesolo, due agli arresti domiciliari, un terzo con divieto di dimora e la quarta indagata per gravi reati.
Secondo il pubblico ministero Roberto Terzo, si facevano giustizia spicciola, picchiando gli ambulanti extracomunitari, abusivi o meno, appropriandosi di quello che sequestravano, e li offendevano, urlando loro «sporchi mussulmani», «conigli» ed altro. Alessandro Finotto (22 anni, San Donà) e Matteo Morin (26 anni, Jesolo) sono agli arresti domiciliari nelle loro case, mentre Francesco Pavan (40 anni, Quarto d’Altino) deve stare lontano da Jesolo Lido. Gravi i reati loro contestati a diverso titolo: sequestro di persona, rapina, lesioni, peculato, omissione in atti d’ufficio, numerosi falsi e ingiurie.
Sono vigili urbani a tutti gli effetti, ma vengono assunti dal Comune di Jesolo solo per i tre mesi estivi, mentre Jenny Bonaldo (30 anni, Jesolo) è effettiva presso la Polizia municipale: è indagata per favoreggiamento perché avrebbe dovuto controllare l’operato dei tre, invece avrebbe partecipato seppur in modo marginale alle loro bravate e li avrebbe anche coperti e protetti. Per i tre il pm veneziano aveva chiesto l’arresto in carcere, mentre per la donna aveva chiesto la sospensione dal lavoro, ma il giudice Daniela Defazio, pur ritenendo che nei confronti di tutti vi fossero indizi gravi e sufficienti, ha graduato le misure cautelari.
A denunciare ai carabinieri i due episodi altrettanti ambulanti, entrambi in regola sia con il permesso di soggiorno che con la licenza, di origine marocchina. Il primo è stato Ahmed El Achquar: ai militari di Jesolo prima e a quelli della sezione di Polizia giudiziaria della Procura lagunare poi ha spiegato che il 25 luglio dello scorso anno fu bloccato dalla pattuglia dei tre ausiliari, che gli sequestrarono 25 teli da mare senza neppure rilasciargli il verbale del sequestro, verbale che invece sono accusati di aver compilato per il Comando della Polizia municipale. Alcuni di quei teli, assieme ad orologi presumibilmente provenienti da un altro sequestro fatto sulla strada, gli investigatori hanno ritrovato e sequestrato in casa di Finotto.
Mezz’ora prima, lo stesso giorno di luglio, però, i tre con l’appoggio della collega più anziana avevano portata a termine un’altra impresa. Avevano bloccato un secondo ambulante marocchino, Ennasi, lo avevano sbattuto in macchina, lo avevano portato fuori dalle zone del centro e lo avevano picchiato: pugni e schiaffi in faccia, ginocchiate sui fianchi, manganellate sulle gambe. Quindi, stando al capo d’imputazione, gli avevano strappato il cellulare e 700 euro, senza più restituirgli nulla.
Per precauzione, nel caso si fosse presentato poi al comando per protestare, avevano compilato una relazione, convalidata da chi doveva controllarli, la Bonaldo, in cui non solo non riferivano di aver sequestrato telefonino e soldi, ma in più si erano inventati che un extracomunitario rimasto ignoto aveva danneggiato lievemente la loro automobile di servizio. Due dei quattro sono stati sentiti prima di finire in manette ed hanno respinto le accuse, i nuovi interrogatori davanti al giudice Defazio si svolgeranno la prossima settimana.
«Non si è trattato - ha voluto precisare ieri il procuratore della Repubblica Vittorio Borraccetti - di eccesso di zelo o dell’utilizzo di modi rudi e fuori dalle regole, che pur sarebbero stati comportamenti deprecabili e da perseguire, ma di veri e propri delitti comuni commessi abusando delle loro funzioni di pubblici ufficiali. Naturalmente c’è anche per loro la presunzione di innocenza, ma gli indizi raccolti sono pesanti».
Le indagini non sono concluse perché ci sono altri episodi di violenza nei confronti di extracomunitari che gli investigatori dei carabinieri stanno prendendo in considerazione. Nell’ottobre dello scorso anno la Nuova, grazie alle interrogazioni dei consiglieri comunali Antonio Priviero dell’Udc e di Salvatore Esposito di Rifondazione comunista, aveva preannunciato l’esistenza di questa inchiesta della Procura lagunare.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Violenze-e-furti-arrestati-due-vigili/1574248