I TRIESTINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?

 


AMBIENTOPOLI

   
   

EMERGENZA AMBIENTE

Carso: discariche in cento grotte e 50 doline

Dai metalli alle acque nere ai medicinali, la mappa tracciata su iniziativa del Cai

Dalle discariche della costa, alle cavità dell’altipiano carsico.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta per individuare i «punti caldi» in cui mani sconsiderate e imprese truffaldine hanno abbandonato ogni genere di rifiuti nel territorio della provincia di Trieste. Metalli pesanti, idrocarburi, mercurio, piombo, plastiche, acque nere, inerti edili, medicinali, rifiuti ospedalieri, ma anche carcasse di animali.

Nulla è stato risparmiato. Cento grotte sono diventate discariche; una cinquantina di doline hanno subito la medesima sorte, così come molte cave carsiche in cui l’attività estrattiva era cessata da tempo. Intere zone sono state sottratte alla popolazione, al pascolo e alle coltivazioni.

Basta pensare alla colossale «collina delle vergogna», alta una quarantina di metri e formata dai rifiuti che il Comune di Trieste ha trasferito per 14 anni in un avvallamento posto a un solo chilometro di distanza dall’abitato di Trebiciano.

Tra il 1958 e il 1972, l’anno in cui entrò in funzione l’inceneritore di Monte San Pantaleone, decine di camion della Nettezza urbana vi riversarono ogni giorno plastica e pneumatici, immondizie e residui alimentari, carta e scatoloni. In totale più di 600 mila metri cubi. Il fuoco bruciava le immondizie giorno e notte e l’odore acre del fumo si spandeva per il Carso. L’intera area era infestata da torme di ratti e da sciami di insetti.

Ora questa massa di rifiuti è ricoperta da un paio di metri di terra che non ha nulla a che vedere con il Carso e con le sue peculiari caratteristiche litologiche. Arriva da un altro ambiente, quello marnoso-arenaceo: sulla sommità e sui fianchi di questa collina artificiale, crescono alberi ed erba. Ma sotto la «copertura» che ha nascosto il dileggio e lo strazio ambientale, i rifiuti continuano lentamente a modificarsi.

Dal punto di vista biologico il tempo dovrebbe averli inertizzati, ma a livello chimico la partita è ancora aperta. Il Carso è contrassegnato da un’idrografia a tre dimensioni: in profondità corre l’acqua del Timavo e tutta la massa di roccia calcarea è permeabile e fessurata. In pratica la pioggia raggiunge il livello di base dove scorrono le acque sotterranee e altrettanto accade per gli idrocarburi, i fanghi, e gli altri rifiuti abbandonati in superficie, nelle grotte e nelle doline. Vengono trascinati verso il fondo e il loro «percorso» subverticale è segnato per secoli.

I censimenti effettuati dai club di speleologi da anni e anni hanno sottolineato lo scempio avvenuto alle spalle della città. L’elenco delle grotte usate come discariche si è via via rimpolpato di nuovi nomi e nuove cavità. In pratica in un prossimo futuro, dovranno essere censite le grotte e gli abissi scampati all’inquinamento, più che quelle inquinate che costituiscono già oggi quasi la norma. Più sono prossime a una strada o a una carrareccia, più sono a rischio.

La Grotta del Bosco dei Pini, l’abisso sopra Chiusa, l’abisso del Colle Pauliano, la grotta Plutone, l’abisso di Fernetti, la grotta Nemez, la voragine di San Lorenzo, il pozzo Mattioli, l’abisso di Padriciano, la grotta degli Occhiali, la Fovea Sassosa, l’abisso di Rupingrande, rappresentano solo la sparuta avanguardia di un fenomeno di massa censito da Maurizio Radacich e Giovanni Spinella per conto del Club Alpinistico Triestino.

A ogni cavità è attribuita una precisa «tipologia del degrado». Si va dai generici rifiuti, allo scarico di acque nere, ai medicinali, all’inquinamento non meglio specificato, agli idrocarburi, ai motorini e ciclomotori. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Invece il disastro è grande e gli effetti non ancora del tutto compresi. Anche molte doline hanno subito questo insulto. I rifiuti le hanno colmate e lo spessore delle immondizie in talune raggiunge i venti metri.

Certo, le discariche scoperte negli ultimi anni lungo la costa da Barcola a Muggia, hanno dimensioni centinaia, se non migliaia di volte maggiori. Ma sull’altipiano, al di là dell’immensa discarica di Trebiciano, il fenomeno è diffuso a macchia di leopardo. Sullo stesso altipiano non solo decine e decine di doline sono state coinvolte nell’inquinamento a hanno spesso ottenuto il via libera della autorità, anche numeri depositi a cielo aperto di vecchie vetture da demolire. Carburanti, olii esausti, batterie, plastiche, non sempre sono state «smaltite» nel rispetto della legge. E sono fioccati i processi. Ma nessuno ha ancora deciso dove e come costruire uno stabilimento per la rottamazione dei veicoli dismessi. In altri Paesi più civili esistono fabbriche di costruzione e fabbriche di demolizione. Da noi le carcasse vengono «lavorate» all’aperto.

Va citata in questo elenco anche la vicenda della cava di Santa Croce, usata come discarica dal gennaio 1989 al giugno successivo per scelta del Comune di Trieste. Vi furono ammassati 35 mila metri cubi di cosiddetti «inerti», provenienti da scavi e demolizioni. In precedenza erano stati scaricati nella zona a mare del Rio Ospo, accanto a Muggia. Quando nella cava di Santa Croce non vi fu più posto, divenne necessario assumere una nuova decisione. La discarica prescelta, sempre dal Comune, fu quella di Barcola-Bovedo che avrebbe dovuto assicurare una autonomia di almeno dieci anni, con la previsione di un interramento a mare di un milione e mezzo di metri cubi di inerti. Come sia andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Lì sul terrapieno non finirono solo gli «inerti» ma ben altro e ben più pericoloso, tanto da consigliare la costruzione di un «sarcofago» a protezione della salute di velisti e dei windsurfers.

Le discariche del Carso e quelle della costa sono collegate da un sottile file rosso. Metalli, plastiche, idrocarburi, residui di combustioni, acque nere. Non c'è che l’imbarazzo della scelta.

PORTO DI TRIESTE: DISCARICA A MARE APERTO

A Trieste la situazione è ben più preoccupante di quanto non emerga dalle notizie degli ultimi giorni.

Dalle inchieste effettuate dall’ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE, riscontrabili su www.ingiustizia.info al link AMBIENTOPOLI e FRIULI-TRIESTE, e da quanto emerge dal sito www.greenaction-planet.org, risulta che l'intero porto di Trieste è pesantemente inquinato.

Esso in parte è stato inserito nel SIN (Sito Inquinato Nazionale) di Trieste. L’ultima notizia sparata con grande clamore sui media nazionali riguarda, infatti, uno scarico a mare di residui di demolizione dei cantieri edili per un volume di rifiuti riscontrato di 4.000 metri cubi.

Le indagini avrebbero coinvolto un centinaio di uomini, con grande dispiegamento di mezzi aerei e navali. C'è qualcosa che non quadra visto il risultato assai modesto..... e comunque perché si è lasciato scaricare a mare i rifiuti per mesi? Magari avrebbero dovuto bloccare subito il cantiere così si evitava la prosecuzione del reato e il suo aggravamento....

Le altre discariche che sono state denunciate sono decisamente più preoccupanti.

Andiamo dal terrapieno di Barcola, discarica a mare di fanghi industriali e diossina (120.000 metri quadrati di superficie per oltre 500.000 metri cubi di rifiuti), alla discarica Acquario a Muggia, altra discarica costiera da circa 30.000 metri quadrati con circa 160.000 metri cubi di rifiuti tossici (idrocarburi e metalli pesanti tra cui il mercurio), ad altre discariche costiere a Muggia dove sarebbero stati seppelliti anche resti provenienti dalle esumazioni dei cimiteri provinciali, passando per la Valle delle Noghere (confine tra Trieste e Muggia), che sbocca in mare e dove sono stati scaricati almeno 20 milioni di metri cubi di rifiuti industriali.  Non ultime anche le altrettanto preoccupanti discariche sul Carso.

Sono stati denunciati alcuni allevamenti di mitili che si trovano proprio di fronte a queste discariche e che sono stati inevitabilmente contaminati senza che l'autorità giudiziaria intervenisse in alcun modo.

Un esposto è stato presentato sugli inquinamenti dell’inceneritore di Trieste.

Tutto lettera morta, obbligando gli esponenti a rivolgersi alle autorità comunitarie.

In seguito a questa attività di denuncia civile, nonostante i reati siano perseguibili d’ufficio, è conseguita una condanna con Decreto Penale, senza contraddittorio e senza esercizio di difesa, contro un aderente all’Associazione Contro Tutte le Mafie, non per calunnia o diffamazione, ma per aver rappresentato senza titolo una associazione ambientalista. Avverso al Decreto Penale si è presentata opposizione.

Vicino al mare: anche in acqua detriti e rifiuti d'ogni genere

Dopo molti mesi di osservazione, pedinamenti e sopralluoghi, la Guardia di Finanza di Trieste ha scoperto e sequestrato una discarica abusiva di circa 20.000 mq, a ridosso del mare: 12 le persone denunciate.

L'operazione delle Fiamme gialle, coadiuvate dalla Guardia forestale regionale, ha dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip di Trieste, Massimo Tomassini, con il quale è stato disposto il sequestro nella città giuliana anche dell'azienda responsabile dell'illecito, comprensiva di beni e di quote sociali, e di mezzi (autocarri ed escavatrici) utilizzati per procedere al trasporto ed allo scarico dei rifiuti o a rovesciare parte dei rifiuti in mare.

L'indagine, coordinata dal Sostituto Procuratore della Procura della Repubblica di Trieste, Maddalena Chergia, ha consentito di far luce sulla realizzazione di una gigantesca discarica abusiva che portava lauti profitti: l'azienda era autorizzata ad esercitare attività di riciclaggio e recupero dei rifiuti non pericolosi presso una determinata area di Trieste, ma in realtà si è accertato il conferimento, sulla stessa zona, anche di rifiuti per lo più provenienti da attività di demolizione ovvero dalla esecuzione di attività edili e di escavazione.

I militari hanno trovato migliaia di metri cubi di rifiuti e di detriti che distruggevano o alteravano le bellezze naturali di quei luoghi marini. Anche in mare è apparso uno scenario sconcertante, documentato dai subacquei della Guardia di Finanza che, con le riprese video effettuate, hanno rivelato l'esistenza di 'colline artificiali' formate con il rotolamento in mare di macerie, detriti e rifiuti d'ogni genere.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Carso:-discariche-in-cento-grotte-e-50-doline/2026272

http://www.reportonline.it/article8019.html

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/05_maggio/13/f_-v_giulia_trieste_sequestrata_discarica_abusiva_12_denunce,14804204.html


MALAPOLIZIA

Riccardo Rasman, processo a Trieste: la Malapolizia.

«Senta, qui al quarto piano c’è uno che sta nudo in un monolocale e butta giù petardi». È il 27 ottobre 2006: sono passate da poco le 8 di sera. In un palazzone di Borgo San Sergio, quartiere popolare di Trieste, c’è trambusto: Riccardo Rasman, un uomo di 36 anni in cura per disturbi psichici, ha lanciato un paio di mortaretti dal balcone del suo piccolo appartamento. Annamaria Rinaldi, moglie del portiere del caseggiato, chiama il 113.

Un’ora più tardi, Rasman è a terra: prono, immobilizzato dopo una lunga colluttazione con gli agenti. Ferito al volto, le mani ammanettate, i piedi bloccati con il filo di ferro. Tre poliziotti, per più di cinque minuti, continuano a fare pressione sulla schiena del ragazzone. Fino a quando non smette di respirare. «Omicidio colposo»: nel gennaio 2009 due agenti sono condannati a nove mesi di reclusione, l’altro a sei mesi. Il 26 maggio ci sarà l’udienza d’appello. E forse si riuscirà a chiarire una morte ancora molto misteriosa.

L’inchiesta triestina ricorda quella su Stefano Cucchi, morto in carcere nell’ottobre 2009. O quella sul pestaggio del tifoso Stefano Gugliotta, aggredito da un agente lo scorso 5 maggio. Solo che in quei casi si sono riempite pagine di giornali. Per Rasman, invece, tutto si è svolto tra indagini accelerate e retromarce giudiziarie. E soprattutto nella relativa indifferenza dei mass media.

Ecco la ricostruzione di quel 27 ottobre di quattro anni fa. Dopo la chiamata al 113, una volante corre a casa di Rasman: a bordo ci sono gli agenti Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi. Gli chiedono di aprire la porta. Lui risponde male. Per Claudio Defilippi, avvocato di parte civile nel processo d’Appello, l’uomo è solo impaurito. Nel 1999 ha già denunciato altri due poliziotti, accusandoli di averlo aggredito . Nel referto del pronto soccorso si legge: «trauma», «ematoma», «contusione».

Mis e Biasi, però, questo non possono saperlo. Vogliono entrare in casa di Rasman, anche se ha smesso di tirare mortaretti. Dall’altra parte della porta c’è un uomo alto un metro e 85, che pesa 120 chili. Mis e Biasi chiedono rinforzi. La sala operativa manda un’altra pattuglia: gli agenti Mauro Miraz e Francesca Gatti. Uno spiegamento di forze che pare eccessivo perfino agli agenti. Quando l’operatrice chiede «un supporto alla volante 3 per petardi dal balcone», è lo stesso Miraz a esclamare alla radio: «Ma stai scherzando?». Poi chiede se Rasman per caso sia seguito dal centro di salute mentale.

Il ragazzo in effetti è in cura per «sindrome schizofrenica paranoide con delirio persecutorio». Il disturbo è comparso sotto le armi, dopo alcuni episodi di nonnismo. Nel 2003 gli è stata riconosciuta l’infermità per causa di servizio. Ma gli agenti apprenderanno queste informazioni troppo tardi. Perché prima di avere una risposta definitiva sullo stato mentale di Rasman decidono di fare irruzione. Forzata la porta, racconteranno di essere stati aggrediti. La stanza è nella penombra. Seguono attimi convulsi e di violenza. Il ragazzo viene bloccato sul letto. Tenta di reagire: scalcia, si dimena. Gli ammanettano i polsi e gli legano le caviglie col filo di ferro. Rasman è immobilizzato, a terra: «Nelle condizioni di non far più male a nessuno» annoterà la sentenza di primo grado. Ma gli agenti continuano a premergli sulla schiena con le ginocchia per alcuni minuti. «Un comportamento ingiustificato e non previsto da alcuna norma» scriverà il giudice Enzo Truncellito. Il medico legale accerterà la morte per «asfissia da posizione».

Nelle foto della scientifica, Rasman ha il volto tumefatto e i polsi solcati dal segno delle manette. Il viso è percorso da segni che fanno pensare a un imbavagliamento: il particolare però non emerge nelle indagini.

I poliziotti se la cavano con qualche graffio e strappi all’uniforme. Quando escono dall’appartamento, i vicini raccolti sul pianerottolo chiedono notizie. Un agente replica, crudemente: «È morto. Non darà più fastidio a nessuno».

Le indagini che seguono sono rapide. E lasciano spazio a sospetti di anomalia. Quella sera stessa vengono sentiti alcuni condomini. Le testimonianze sono raccolte dagli agenti coinvolti. E nei giorni seguenti l’attività investigativa è blanda. Tanto che in casa non viene sequestrato nulla. Giuliana Rasman, sorella di Riccardo, decide di fare da sé. Raccoglie referti medici, testimonianze, trova il filo di ferro con cui sono state legate le caviglie del fratello. Nell’ottobre 2007 il pm Pietro Montrone chiede l’archiviazione. La parte civile si oppone. Presenta al giudice gli indizi raccolti. Nel febbraio 2008, il magistrato fa retromarcia e chiede nove mesi di reclusione per i poliziotti. L’accusa è omicidio colposo. Il 29 gennaio 2009 tre agenti vengono condannati.

La difesa fa ricorso in appello e ora manca poco al redde rationem. «È stata una fatalità» dice Paolo Pacileo, avvocato degli agenti. «Non c’è stato alcun abuso. Hanno cercato di difendersi. La morte è dovuta alla posizione in cui Rasman si è trovato dopo l’ammanettamento: un fatto imponderabile».

Adesso, in udienza, l’avvocato Defilippi presenterà nuove prove. Come un manico d’ascia macchiato di sangue, trovato a casa del ragazzo. «Nessuno l’ha mai sequestrato» sostiene. «Potrebbe essere stato usato per colpirlo al viso: basterebbe l’esame del dna». Per i poliziotti quel pezzo di legno era stato usato per attaccarli. Discordanza decisiva, che potrebbe chiarire il caso Rasman.

http://blog.panorama.it/italia/2010/05/25/riccardo-rasman-processo-a-trieste-la-malapolizia/


INGIUSTIZIOPOLI

AMBIENTALISTA TRIESTINO CONDANNATO PERCHE’ DENUNCIAVA L’INQUINAMENTO

Sul terreno, la nostra associazione affronta potenti e radicati cartelli imprenditoriali e politici locali dello smaltimento illecito di enormi quantità di rifiuti tossici e degli appalti, (ne hanno monopolizzati illecitamente per oltre mille miliardi di lire negli ultimi vent'anni), e le loro connessioni e protezioni nazionali radicate in reti di corruzione ordinaria e mafiosa.

Sono le camorre del settentrione, affini e collegate a quelle del resto del Paese.

Otteniamo successi, subiamo sconfitte e minacce anche gravi, ci finanziamo da soli, teniamo duro da anni con difficoltà personali e collettive immaginabili. Per bloccarci, questi poteri “forti” hanno esercitato pressioni sulla nostra associazione nazionale. Che ha deciso di revocarci l’autorizzazione all’uso del nome e del marchio dell’associazione. Ci siamo opposti a tale illegittima decisione richiedendo l’intervento dell’associazione internazionale Friends of the Earth di cui facciamo parte.

La federazione internazionale ha deciso quindi un procedimento di ispezione nei confronti di Roma riservandosi ad esito dello stesso di sospendere i rappresentanti nazionali dall’associazione internazionale.

L’accusa è di comportamento antidemocratico e violazione dei principi di Friends of the Earth International.

Il Presidente nazionale, sotto ispezione internazionale, si è rivolta all’autorità giudiziaria italiana avviando cause civili e proponendo quelle penali contro di noi.

Sul piano penale la Procura della Repubblica di Trieste procedeva a richiedere l’archiviazione delle nostre denunce escludendoci dai procedimenti come parte offesa e civile. Si arrivava così all’archiviazione di alcune importanti inchieste senza che noi potessimo opporci. Si trattava di casi, solo per citare i più importanti, quali l’inquinamento del terrapieno di Barcola (una delle principali discariche a mare di diossina e rifiuti industriali della provincia di Trieste) e della gare d’appalto pubbliche truccate (caso parcheggi). Alcuni di questi procedimenti venivano archiviati nonostante fosse in corso un’istruttoria da parte della Commissione Europea e da parte di altri organi giudiziari (Corte dei Conti). Nei procedimenti che venivano archiviati gli indagati erano quasi sempre influenti politici e imprenditori della nostra regione.

Le nostre denunce venivano quindi trasformate in azione penale contro di noi con l’accusa di avere falsamente rappresentato l’associazione Amici della Terra e non per il reato di calunnia.

Da qui il decreto penale di condanna richiesto dal Procuratore della Repubblica di Trieste. Nel capo di imputazione si legge: “Per avere con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di procurarsi il vantaggio costituito dalla maggiore rappresentatività delle denunce sporte in quanto all’apparenza riconducibili ad una associazione ambientalista di rilevanza nazionale avente titolo ..... indotto in errore i magistrati del pubblico ministero presso il Tribunale di Trieste e dell’ufficio GIP presso il Tribunale di Bologna, loro indirizzando nel primo caso l’esposto denuncia 9/3/2007 nei confronti del sindaco di Trieste e nel secondo l’atto l’atto in data 10/4/07 contenente opposizione alla richiesta di archiviazione ed integrazione della precedente denuncia, attribuendo a se, in entrambi gli atti, redatti su carta intestata “Friends of the Earth” la falsa qualità di segretario del Club di Trieste Amici della Terra, benché tale qualità, cui la legge riconnette gli effetti giuridici di cui all’art. 91 c.p.p. citato, fosse venuta meno per effetto di revoca dell’autorizzazione all’utilizzo del simbolo e del nome del Club precedentemente intervenuta da parte della direzione nazionale dell’associazione Amici della Terra.” La denuncia a cui si fa riferimento riguardava l’inquinamento dell’inceneritore e del depuratore di Trieste.

MA, A PRESCINDERE DA CHI PRESENTA LE DENUNCE, LE PROCURE HANNO O NON HANNO L'OBBLIGO GIURIDICO, EX ART. 333 C.P.P., DI PROMUOVERE D'UFFICIO L'AZIONE PENALE PER I REATI NON PERSEGUIBILI PER QUERELA ??

Roberto Giurastante da Trieste

Tutta la verità su:

http://www.iltuono.it/A2010/10-07-17.pdf

http://www.iltuono.it/A2010/10-07-24.pdf