I TRAPANESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


INGIUSTIZIA

Venti anni in galera: Gulotta è innocente.

Le rivelazioni di un carabiniere: "Confessò perché lo torturammo". Giuseppe Gulotta è in carcere dal ’90 per l'uccisione di due militari ad Alcamo, avvenuta nel 1976: "Ho sempre detto delle sevizie. Nessuno mi ha mai creduto".

Era poco più che maggiorenne, Giuseppe Gulotta siciliano di Alcamo Marina (Trapani), quando iniziò il suo lungo calvario, che attraverso nove processi lo ha portato dietro le sbarre con l’accusa di duplice omicidio per la strage di Alcamo Marina del gennaio 1976. Condannato all’ergastolo per aver ucciso — in concorso con due complici tuttora latitanti — due carabinieri trucidati in caserma. Condannato ma innocente. Reo confesso, ma sotto tortura. L’ha gridata, la sua innocenza, attraverso 14 anni e 9 processi. Ma inutilmente: l’ergastolo lo sta scontando dal ’90, nel carcere di Ranza di San Gimignano (Siena). Una speranza si è accesa nell’autunno del 2007, quando Renato Olino, brigadiere in congedo dei carabinieri del Nucleo antiterrorismo, che indagò sul duplice omicidio, rivelò al sostituto procuratore di Trapani che la confessione di Gulotta, effettivamente, fu estorta con la violenza. Ci sono voluti tre anni di battaglie legali per ottenere la revisione del processo. Oggi, a distanza di 34 anni dai fatti, la testimonianza di Olino, sarà ascoltata dai giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria (cui è stato affidato il nuovo processo).

Gulotta, che adesso ha 53 anni, in tutto questo tempo si è sempre professato innocente. Per la sua buona condotta gli è stato concesso anche il regime di semilibertà: di giorno lavora come muratore a Poggibonsi, quando smonta raggiunge a Certaldo la sua compagna Michela (dalla quale ha avuto anche un figlio, William di 22 anni), ma a mezzanotte è costretto a tornare in cella.

«Il mio calvario — racconta — cominciò quel maledetto giorno di molti anni fa quando insieme ad altri due giovani alcamesi fummo sospettati di aver ucciso l’appuntato Salvatore Falcetta e il militare Carmine Apuzzo che dormivano in caserma. Gli inquirenti che facevano parte di un commando antiterrorismo di Napoli, mandato apposta per indagare sul caso, ci arrestarono e ci sottoposero ad un terribile interrogatorio dove ci torturarono per farci confessare». I tre giovani, tra l’altro accusati dalla testimonianza di Giuseppe Vesco, un alcamense psicolabile, conosciuto con il nomignolo di «Peppe ‘u pazzu», davanti al magistrato ritrattarono tutto, ma nessuno li credette più. Tutti colpevoli, tutti condannati all’ergastolo. L’unico, però, che ha conosciuto il carcere è stato Gulotta, perché gli altri si sono dati alla latitanza in Brasile, da dove hanno chiesto inutilmente la grazia.

A distanza di anni, però, Renato Olino è pronto a raccontare ai giudici gli sconcertanti retroscena sui metodi utilizzati durante l’interrogatorio di molti anni fa. Rivelazioni che l’ex carabiniere aveva già fatto al sostituto procuratore di Trapani nel 2007 e che hanno permesso agli avvocati, Baldassarre Lauria e Pardo Cellini, di chiedere alla Cassazione la revisione del processo a carico di Gulotta.

Giuseppe Gulotta, condannato per la strage della casermetta  di Alcamo Marina del 27 Gennaio 1976, in cui furono uccisi barbaramente nel sonno i due militari Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, e furono rubate, dopo la strage, armi, munizioni e divise.

La svolta sulle indagini avvenne il 13 febbraio. A un posto di blocco fu fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, su una Fiat 127 verde con una targa di cartone “Trapani 121”. Questi aveva in mano una pistola (si pensa che fosse scarica dato che il giovane aveva un arto amputato) e dopo una perquisizione ne venne trovata una seconda. Era una Beretta in dotazione ai carabinieri, probabilmente rubata durante l’omicidio della casermetta. Dopo una perquisizione a casa del ragazzo e attente analisi si dimostrò che Vesco era in possesso dell’arma del delitto. Fu dunque interrogato dai carabinieri ma questi negò in modo deciso la sua partecipazione all’agguato dicendo che doveva solo consegnare le armi a qualcuno. Dopo aver  negato in tutti i modi la sua partecipazione alla strage improvvisamente il fermato Vesco cambiò versione.

Vesco fece ritrovare armi e divise in una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico. Vesco confessò di aver partecipato alla strage insieme ad altri tre ragazzi: Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. I tre ragazzi alcamesi più il partinicese Mandalà furono tutti tratti in arresto per omicidio e costretti a confessare firmando un verbale di riconoscimento di colpevolezza. La versione accertata dei fatti fu la seguente: Giovanni Mandalà, il bottaio di trentotto anni di Partinico, avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica e a sparare invece sarebbero stati Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, avrebbe solo messo a soqquadro le stanze.

30 anni dopo, il colpo di scena. Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo anti-terrorismo di Napoli, che partecipò allora alle indagini, ha spiegato come si sono svolti veramente i fatti. Dopo 32 anni dall’accaduto l’ex brigadiere Olino ha affermato chiaramente che sia a Vesco che agli altri ragazzi accusati, le confessioni furono estorte con violenza. Vennero messi nelle loro bocche imbuti e versati al loro interno grossi quantitativi di acqua e sale. Gli accusati furono anche picchiati  e venne usato anche un “telefono da campo” in grado di produrre scariche elettriche per torturare ulteriormente i fermati. Giuseppe Vesco però aveva dichiarato già nel 1976, dopo aver firmato la sua colpevolezza, di essere stato torturato. Dopo qualche mese da quel tragico gennaio 1976 Vesco aveva provato anche a scagionare i presunti complici, purtroppo senza riuscirci. Ma il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima di essere ascoltato dagli inquirenti: Giuseppe Vesco, nonostante avesse un arto imputato, viene ritrovato impiccato alle sbarre della finestra della sua cella. Gli accusati da Vesco, anche loro torturati, subiscono un’odissea di condanne dopo un iter giudiziario complicato. Ergastolo per il bottaio Giovanni Mandalà, che avrebbe aperto la porta della caserma con la fiamma ossidrica e custodito le armi, ergastolo a Giuseppe Gulotta, che avrebbe sparato, 20 anni a Gaetano Santangelo, che avrebbe sparato anche lui ma allora minorenne, e 20 anni anche a Vincenzo Ferrantelli, che ha rubato armi e divise anche lui minorenne. Mandalà è deceduto di morte naturale dopo essersi fatto diversi anni di carcere, Santangelo e Ferrantelli, tra un appello e l’altro, si sono rifugiati in un paese del Sudamerica che non ha accordi di estradizione con l’Italia.

Il brigadiere Olino s’è presentato spontaneamente nel 2008 davanti al procuratore capo della Procura di Trapani e ha rivelato che furono mandati in galera degli innocenti. Gulotta ha chiesto e ottenuto la revisione del processo. Un collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, della famiglia di San Cataldo di Caltanisetta, soltanto recentemente ha illustrato un’altra verità: quando era in carcere a Trapani venne a sapere da altri mafiosi di Alcamo che la strage della casermetta era stato un errore. Era stato stabilito di affidarla ad alcuni affiliati della famiglia di Alcamo ma poi era stato deciso di che non si sarebbe fatta più. Il contro-ordine purtroppo era arrivato troppo tardi e la mafia aveva ugualmente eseguito l’operazione. Perché la mafia doveva eseguire tale strage? Perché Cosa Nostra aveva pianificato una serie di attacchi allo Stato: era stata decisa una vera e propria strategia della tensione. Probabilmente accordi segreti tra mafia e servizi segreti deviati. Un altro mafioso della famiglia di Alcamo, Giuseppe Ferro, conferma che la strage della casermetta non fu eseguita da quei giovani accusati e che la mafia questo lo sapeva bene.

Oggi dopo le rivelazioni di Renato Olino, i magistrati indagano ancora e sono tornati sulle tracce di GLADIO. La presenza di Gladio è documentata a Trapani negli anni 90 (con l’esistenza del misterioso Centro Scorpione) ma le indagini sulla casermetta inducono a ritenere che questa a Trapani ci fosse già da molto tempo prima.

Il 26 gennaio 1976 Apuzzo e Falcetta avrebbero fermato un furgone. Danno l’alt, vogliono vedere cosa trasporta. La scoperta è incredibile: ci sono tantissime casse piene di armi e gladiatori della sede trapanese di Gladio. Tutti vengono portati nella casermetta per il verbale ma Apuzzo e Falcetta vengono uccisi. Un poliziotto del trapanese ha riferito recentemente alla magistratura che una fonte sicura gli riferì nel 1993 la vera storia della strage della casermetta: Il furgone fermato portava armi di Gladio, nella casermetta fu organizzata una messa in scena, forse i carabinieri furono portati altrove e poi riportati morti all’interno della caserma. Dagli armadi probabilmente sparì anche qualcos’altro. E per questo furono uccisi perché non venisse svelata «Gladio» che per vent’anni ancora sarebbe rimasta segreta, ma forse anche per non far svelare qualcos’altro… Le rivelazioni dell’ex brigadiere Olino hanno portato sotto inchiesta i componenti di quel gruppo: Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Chiamati a rispondere davanti al pm nonostante la conclamata prescrizione si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Da loro nessuna conferma ma neanche alcuna smentita.

http://www.lanazione.it/empoli/cronaca/2010/06/24/349441-venti_anni_galera.shtml

http://a.marsala.it/inchieste/16120.html?task=view


AMMINISTRATOPOLI

A Trapani è bellissimo andarci per prendere un traghetto e raggiungere l’isola di Favignana, o per salire i tornanti che portano al brivido panoramico di Erice, o per vagare nei labirinti struggenti delle antichissime saline. Ma anche farci il vigile urbano è incantevole: in nessun altro luogo d'Italia e del mondo un agente municipale può trovare un habitat tanto confortevole. Secondo un rapporto Aci, pubblicato dal Sole 24 ore, il capoluogo della Sicilia più estrema e più abbagliante vanta un esercito comunale praticamente di soli generali.

L'organigramma: 70 ispettori capo, 9 commissari, un funzionario e un comandante. Per una città di 70mila abitanti, 81 vigili con ruolo dirigenziale. Sotto di loro, perché non si dica che Trapani non è unica al mondo, i vigili normali ammontano a 7. Come una squadra di calcio all'oratorio, prima che inventassero il calcetto. O come i nani di Biancaneve, allegoria che rende meglio la ferocia dei servizi di controllo cittadino.

Dieci generali per ogni soldato semplice. Wow, anche questa è eccellenza del made in Italy. Con termine molto garbato, gli analisti la chiamano piramide rovesciata. Ma è chiaro che a Trapani non hanno rovesciato solo la piramide gerarchica: c’è qualcosa di più penoso, è rovesciata la logica.

Mi rendo conto che forse si sbaglia nel dire che Trapani è un paradiso per farci il vigile: per i sette che lo fanno davvero, effettivamente, può essere infernale. Una divisa ogni diecimila abitanti: lavoraccio. Però non bisogna drammatizzare: anche per loro, prima o poi, arriverà il momento della gloria, con la promozione al prestigioso ruolo dirigenziale. Anch'essi, prima o poi, andranno a comandare l'esercito che non c'è.

«Il fatto è - spiega il comandante Francesco Guarano - che i Comuni non assumono, l'età media va verso i 55 anni, e con l'anzianità aumentano automaticamente i gradi...». È il meccanismo perverso che ad esempio porta Catania ad avere 4 vigili e quasi 500 ispettori, anche se lì risolvono il problema mandando per strada pure i graduati. La spiegazione, da sola, può mandare in terapia intensiva il ministro Brunetta. Ma la realtà resta questa: in attesa che l'Italia diventi un Paese dove si fa carriera con il merito e non con i compleanni, ci sono città in cui non si riesce a mandare il vigile all’incrocio neppure puntandogli un revolver alla nuca. Per strada vige la legge della giungla, negli uffici si accumula una calca di personaggi prestigiosissimi che svolgono mansioni importantissime. Nessuno comprende esattamente quali, ma così risulta ufficialmente.

Inutile dire che il corpo dei vigili graduati di Trapani si risentirà moltissimo per questo primato nazionale. Anche lì si parlerà di dati travisati, falsati, manipolati. Eppure la statistica della Fondazione Caracciolo per l'Aci certifica che il primato è solido e inattaccabile. In Italia, i Comuni mandano mediamente in strada il 75 per cento dei propri vigili: Trapani l'8,6 per cento. Uno a dirigere il traffico, a staccare multe, a sedare risse, dieci in ufficio a comandare. Se la portata del record non fosse ancora chiara, ecco il paragone con un'altra città delle stesse dimensioni: Asti. Qui, 11 ispettori capo e 58 agenti. Uno ordina e sei eseguono. Siamo prossimi alla normalità: la piramide è piramide, ha la punta verso l'alto e non c'è nulla di rovesciato.

Quale il senso di tutto questo? La Fondazione Caracciolo, studiando a fondo l'armata dei 60mila vigili italiani, parla per certi casi delle «politiche di occupazione locale». Ci sono città, cioè, che non sapendo dove collocare il cugino dell'assessore e l'amante del vicesindaco, o comunque qualcuno in cerca di posto, si risolve il problema arruolandolo nel corpo della vigilanza municipale.

I risultati sono noti: anche se i vigili urbani non vogliono sentirselo dire, tra tutte le forze dell’ordine restano di gran lunga le meno amate. Gli italiani amano i Carabinieri, la Polizia, la Guardia Forestale, forse amano un po' meno la Finanza, certamente adorano i Vigili del fuoco, ma non si trova in giro un cane che sbavi per il vigile urbano.

Noi diamo le multe, spiegano loro. Ma non è questo. È qualcosa di più triste. È la netta sensazione di non vederli mai dove servirebbero, quando servirebbero, salvo vederli sbucare nel modo più inflessibile e spietato al momento di scucire soldi con le loro odiose multe. Ci sarà un motivo se quando il carabiniere mostra la paletta a bordostrada, mediamente, un italiano pensa solo a un lodevole controllo, mentre se la estrae uno sceriffo municipale lo stesso italiano pensa a quanti soldi ha nel portafoglio, preparandosi rassegnato a patteggiare, a trattare la resa, a implorare clemenza.

Li vorremmo dalla nostra parte, li sentiamo ostili e perennemente incarogniti. Soprattutto, li sentiamo lontani. A Trapani s'è capito dove stanno. Impossibile dire cosa davvero serva per recuperare il rapporto: forse, basterebbe che si materializzassero in modo umano nei quartieri, abbandonando i loro rifugi burocratici, evitando di comunicare solo come entità inafferrabili e paranormali, attraverso moduli sul parabrezza. Nell’attesa che questo avvenga, ai vigili resta un solo motivo di consolazione. In Italia c'è almeno una categoria più odiata della loro: gli ausiliari della sosta.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=359112