I TORINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

 

 


MAGISTROPOLI

ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.

Il procuratore chiedeva tangenti. Arrestato Marabotto: 30% su false consulenze.

Giuseppe Marabotto era scampato a un primo processo per un serio reato (aveva rivelato a un indagato che il suo telefono era sotto controllo). Chiacchierato da molti anni e divenuto procuratore di Pinerolo, ha costruito in una tranquilla periferia giudiziaria un regno personale e il malaffare perfetto per chi, come lui, si sentiva impunito stando dalla parte della legge: 11 milioni di euro sottratti allo Stato sotto forma di consulenze fiscali seriali ed inutili ai fini di azioni giudiziarie. Si sapeva dal 2005. Da ieri si sa anche che i commercialisti e consulenti della procura restituivano a un suo collettore il 30 per cento. «Ci sono spese da sostenere» veniva detto loro. In tre hanno confessato. Pesanti le accuse: corruzione, associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato.

Il magistrato, che in questi anni da indagato è riuscito prima a farsi trasferire alla Corte d’appello di Genova e ad andare poi in pensione, è stato arrestato ieri e portato da Torino nel carcere di Pavia insieme al commercialista Ruggero Ragazzoni. Gli altri due ammanettati di giornata, il professionista Mario Emanuele Florio e il ginecologo, medico legale anche per pm torinesi e collettore delle tangenti, Dario Vizzotto, sono stati destinati al carcere di Opera. Ma il secondo a sera era ancora in procura, a Milano, interrogato su richiesta del suo legale (Mauro Anetrini). Tirava aria di confessione.

Le 106 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Stefania Donadeo danno conto della «palingenesi» del procuratore e del giro di commercialisti che aveva radunato: 27 sono indagati, tre notissimi a Torino (Alberto Ferrero, già candidato per Forza Italia alla presidenza della Provincia) e i due arrestati, Ragazzoni storicamente vicino alla sinistra, tutti e due ex revisori dei conti del Comune di Torino. Con la regia esterna di Vizzotto, Marabotto costruiva terne di consulenti per moltiplicare l’ammontare delle risibili consulenze contabili: migliaia fra il 2001 e il 2005. Solo in due anni intermedi fece controllare, si fa per dire, 375 società del Pinerolese. Lo Stato pagava (30 mila euro, più Iva, a botta) e il procuratore archiviava. L’importante è che girassero carte e soldi.

Questo scandalo è stato bloccato nel 2005 da alcuni pm torinesi: un’ispezione ministeriale aveva registrato l’«anomalia», sicché il procuratore fu costretto a iscrivere alcuni dirigenti di società nel registro degli indagati malgrado non avesse in mano niente e ad inviare gli atti, in alcuni casi, ad altri uffici giudiziari per competenza territoriale. A Torino si accorsero dell’«irritualità» di quei fascicoli e misero in moto la procura milanese. Un giudice e un pm di Pinerolo hanno messo a verbale i loro sospetti. Perquisizioni, avvisi di garanzia, e nient’altro. Sino al settembre scorso, quando, dopo una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate alla procura torinese su uno studio di commercialisti che evadeva le imposte, emerse che quei professionisti avevano deciso di pagarle solo sul 70 per cento delle parcelle, quanto restava loro.

Marabotto a uno dei suoi: «Ho già preparato una lettera al Comando generale della Guardia di Finanza dicendo che è vergognoso che vadano a fare indagini che riguardano compensi, e che quindi chiamano in causa il modo di agire della Procura... che vengano affidate a persone talmente incompetenti... per cui lo stesso procuratore deve spiegare a un deficiente di maresciallo come stanno le cose». Le intercettazioni svelano il mondo particolare di Marabotto che faceva arrestare gente spessa - in questo caso dei marocchini con un negozio di abbigliamento a Pinerolo - e poi ne diventava amico. Tanto che questi gli propongono di comprare una collina in Marocco. Il denaro non gli mancava. E si sentiva al sicuro. Donatella Giovannini, fra i professionisti che hanno rivelato il sistema Marabotto, ha rivelato che il procuratore aveva detto a Vizzotto: «I soldi li ritiri tu, così in galera ci vai tu».

Arrestato per corruzione l'ex procuratore di Pinerolo Giuseppe Marabotto. Negli anni '80 era stato protagonista di diverse indagini sul mondo del calcio. Ospite fisso per stagioni al "Processo" di Biscardi, nel 1986, quando era sostituto procuratore a Torino, è stato titolare della seconda inchiesta calcistica su un giro di scommesse illegali che, sul piano sportivo, portò alle penalizzazioni dell'Udinese in serie A, di Perugia, Lazio e Vicenza in B nonché alla squalifica di 27 calciatori.

L'inchiesta della procura di Torino che ha portato al provvedimento per lui e altre tre persone è iniziata diversi mesi fa. Le Fiamme Gialle si erano concentrate su un giro di consulenze (pagate in tutto una dozzina di milioni di euro in tre anni) che Marabotto affidava a un gruppo di professionisti: gli accertamenti sulle aziende di Pinerolo venivano condotti "a modello 45", vale a dire senza notizia di reato. Quando trapelò la notizia dell'inchiesta, l'allora procuratore spiegò che il suo modo di procedere poteva permettere all'Erario di recuperare cospicue somme di denaro.

Nel 2006 il magistrato era finito nelle intercettazioni telefoniche disposte dai pm di Napoli per l'inchiesta su Calciopoli. Aveva - secondo l'accusa - chiesto aiuto al direttore generale della Juventus Luciano Moggi per il buon esito di un'ispezione negli uffici di Pinerolo, disposta dall'allora ministro della Giustizia Castelli. Una interpretazione che Marabotto aveva respinto con sdegno e stupore: "Macché imbonire - si era difeso -, la mia era una telefonata scherzosa con la quale presentavo Moggi a un ispettore ministeriale, sfegatato tifoso bianconero, un ispettore venuto a Pinerolo per controllare dati informatici, non certo per esaminare il mio operato".

Sul piano disciplinare il caso è stato archiviato dal plenum del Csm, ma Armando Carbone, l'uomo che nell'86 truccò gran parte delle partite allora sotto inchiesta, due anni fa davanti ai magistrati di Napoli ha messo a verbale: "Grazie all'inchiesta di Marabotto negli anni '80 è stato affossato il sistema di Italo Allodi per consentire a Luciano Moggi di diventare il nuovo burattinaio del calcio. Marabotto indagò a senso unico zittendomi ogni volta che parlavo della corruzione di Juventus e Torino. Insieme al sostituto Laudi, prestato all'ufficio inchieste della Federcalcio, Marabotto fu strumento di Moggi nello scandalo dell'86". Di tutto questo si parlerà nel processo in corso a Napoli, dove Carbone è teste per l'accusa.

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/arrestato-marabotto/arrestato-marabotto/arrestato-marabotto.html

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200902articoli/9517girata.asp


SICUREZZOPOLI

ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.

Pagati dai carrozzieri: in cambio davano le radio per arrivare prima sugli incidenti.

C’era da guadagnare per tutti. I vigili urbani incassavano tangenti tra i 300 e i 500 euro a settimana. Dipendenti e titolari dei carri attrezzi anche 2 mila al giorno. Uno di questi si è addirittura comprato un mezzo da 100 mila euro. Tutto grazie alle ricetrasmittenti portatili Tetra che 7 agenti della polizia municipale avevano ceduto a chi con l’autosoccorso aveva tutto l’interesse ad arrivare prima sul luogo dell’incidente stradale per accaparrarsi il lavoro.

Arresti domiciliari per 6 civich (mentre una vigilessa è stata graziata perché gravemente malata), mentre 16 persone, tra autisti, titolari e dipendenti di società che gestiscono il pronto intervento stradale, hanno l’obbligo di firma.

Da quanto tempo gli agenti mettevano in atto il reato di peculato e corruzione? Questa non è l’unica domanda aperta, parallelamente c’è un altro filone di indagini che riguarda la fuga di notizie. Prove schiaccianti invece - intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, videoriprese - a conferma di un sistema a prova di bomba. Archiviati i vecchi apparecchi facilmente intercettabili con un comune scanner, le nuove radio Tetra funzionano solo se autorizzate da password in dotazione alla centrale della polizia municipale. Per essere informati in tempo reale su una collisione stradale è dunque indispensabile possedere una di queste radio. I vigili arrestati le avevano consegnate in cambio di mazzette che potevano fruttare anche 2 mila e 500 euro al mese. Una spesa più che tollerabile per quei privilegiati che potevano battere la concorrenza grazie alle indicazioni ricevute.

Ad insospettire la polizia municipale sulle irregolarità sono stati proprio gli oggetti del profitto facile. Le radio digitali Tetra. Dotate di Gps - meccanismo che consente l’individuazione via satellite - risultavano presente in aree dove non sarebbero dovuto essere. In zone, cioè, diverse da quelle dove lavoravano i civiche che le avevano in dotazione. Da verifiche e controlli incrociati gli inquirenti si sono accorti che le cose non quadravano.

Più che una “semplice” Tangentopoli, la vicenda degli arresti domiciliari ai vigili urbani per le mazzette sugli incidenti stradali è una “spy story”. Dove salta fuori di tutto: persino il sesso, il gioco d’azzardo, la cocaina. E, ovviamente, le “talpe”, le spie che con le loro informazioni cercano di proteggere i colleghi nei guai.

Sesso nel retro.
Il giorno dopo la bufera, il mondo dei carristi è in fibrillazione. Nelle carrozzerie e nei bar frequentati dagli autisti non si parla che dello scandalo. E in molti, a quanto pare, sanno più di quanto è contenuto nelle 85 pagine dell’ordinanza di custodia. «Uno di quei vigili lo conoscevo - racconta Pino (nome di fantasia) - e conoscevo il titolare della carrozzeria a cui prestava la radio. All’inizio, il patto tra i due era semplice: il civich, quando sapeva di un incidente, chiamava il carrista, e in cambio gli facevano usare il letto che di solito serviva agli autisti che facevano la notte. Il vigile aveva un’amante, e quando voleva appartarsi andava lì». Qui invece non si parla di sesso, ma di mazzette da 500 euro alla settimana. «Briciole, se si pensa che arrivando sempre per primo un autista poteva fare 2mila euro al mese più il fisso». E qualcuno, a quanto pare, di soldi aveva davvero bisogno. «Uno di quelli beccati (gli autisti conoscono i nomi di tutte le persone coinvolte pur non avendo letto l’ordinanza ndr) si è fatto dei debiti grandi così. Ha preso la piccola ditta del padre, ha incominciato a comprare carri, auto di grossa cilindrata e ha continuato a giocare d’azzardo. Per forza che non ce la faceva a pagare i creditori. E ha dovuto escogitare qualcosa». Di un altro, invece, uno degli indagati dice alla sorella, in una intercettazione del 20 maggio, «ha il vizio del gioco o c’ha un altro vizio perché con 2500/2600 euro lui e la mamma non riescono a vivere». E specifica, parlando con la moglie «se abbiamo capito questo qua tira di coca».

Stalking e vendetta.
Uno degli argomenti più dibattuti è quello relativo a Sabina Torrente, la vedova di Angelo Laurino, uno dei martiri Thyssen, finita suo malgrado nell’inchiesta. La Torrente, ex amante di Gaetano Spinapolice, un benzinaio indagato, nell’ordinanza è indicata come attuale compagna di Plinio Paduano, uno dei vigili agli arresti. Il 6 giugno, Spinapolice denuncia Paduano ad un vigile della quinta circoscrizione. E i giudici ritengono che il benzinaio sia mosso da «motivi legati a sentimenti di gelosia». «Ma quale gelosia - ribatte il benzinaio -. Per me se la può prendere e se la può sposare. L’ho fatto per difendere il mio lavoro. Io ho una mogie stupenda e con la Torrente c’è stata una piccola esperienza sentimentale finita dopo qualche mese. Se ho deciso di denunciare il vigile è perché lui non voleva smettere, nonostante glielo avessi chiesto in tutti i modi, di fare quel lavoro nella mia stazione di servizio. Quando ho visto che incominciava a incattivirsi e continuava a fare determinate cose, con la mia famiglia ho deciso di denunciarlo». Spinapolice, che dice di «non aver percepito una lira» nell’affare delle radio, è stato denunciato dalla donna per stalking. «Ha detto che le ho danneggiato la macchina e bruciato il campanello di casa - ricostruisce Spinapolice -. Ma per dire cose del genere ci vogliono le prove, e in tribunale vedremo se le ha. Io intanto l’ho querelata per calunnia e diffamazione». Le denunce per atti persecutori, spiega Spinapolice, sono arrivate «dopo che io ho denunciato il vigile». Un caso? «A me viene da pensare che la signora Torrente ha avuto una relazione con questo vigile qua, il vigile è venuto a sapere che io avevo preso una certa decisione e si sono messi d’accordo per farmi del male».

Caccia a “Orso Grigio”.
E d’altra parte è proprio nelle conversazioni tra lo Spinapolice e la Torrente che salta fuori la “talpa”. O la spia, se preferite: “Orso grigio”. Costui è stato identificato dagli investigatori come un ex sottufficiale della polizia municipale di nome A.M. ma non figura tra gli indagati. Fatto sta che, quando ci si rende conto che il terreno sotto i piedi comincia a scottare, Orso Grigio è colui che si attiva per capire se esista una inchiesta giudiziaria in corso. Addirittura, riferendosi al linguaggio criptato per cui la radiolina era definita «zia», spiega - scrive il gip nell’ordinanza - «che non avendo i due zie in comune, il ricorso al termine zia poteva essere pericoloso». Ecco la conversazione dell’8 maggio. Nino: «lo dico “orso grigio” non mi fai dire i cognomi, no». Sabina: «Orso grigio?». Nino: «Sìììì è quello che lavorava al comando...». Il 12 maggio, l’uomo risalta fuori, indicato con il cognome - che qui ci limitiamo a puntare ndr- in un’altra telefonata tra i due. Sabina: «...perché purtroppo sono colleghi e i colleghi il culo se lo riparano uno con l’altro... fai attenzione... perché M. non è un santo. M. lo avrà fatto prima di lui... attenzione eh...». Nino: «...no no, me lo ha detto anche mio cognato».

Complicità.
E a dire il vero il discorso del coprirsi le spalle a vicenda ingenera più di un dubbio negli inquirenti. E se le “mele marce” di Chiamparino fossero di più? Conversazione del 19 aprile tra i “carristi” P. e S. Dice S.: «Se ti fermano tranquillamente digli che te l’ha prestata un vigile e poi vengo io con lui, non è un problema. Hai capito?». P. assente. E S. ribadisce: «Perché mi ha avvisato lui di dire così». “Lui” è il vigile urbano che aveva ceduto la radiolina. Davvero era sicuro che, con questa scusa, i suoi colleghi, in caso di controllo, non avrebbero fatto storie? O ci sono altre possibilità.

Ma non è la sola inchiesta che mina la credibilità nelle istituzioni.

C’è il furto sensazionale, poi le incredibili trattative per rientrare in possesso della preziosa refurtiva. Il furto è quello messo a segno nella palazzina di caccia di Stupinigi, la notte tra il 18 e il 19 febbraio del 2004: spariscono nel nulla mobili di inestimabile valore storico-artistico. Le trattative, invece, sono quelle avviate da due uomini in divisa: il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera, nome in codice “Arciere”, e il sovrintendente della polizia Riccardo Cavuoti. Per la Procura di Torino, durante la delicata fase di recupero della refurtiva i due uomini in divisa diventano complici degli autori del furto, una banda di nomadi sinti. Ecco perché, adesso, i sostituti procuratori Andrea Padalino ed Enrico Arnaldi di Balme inseriscono i nomi di Ravera e Cavuoti nell’avviso della conclusione delle indagini preliminari.

Sono accusati, Ravera e Cavuoti, di estorsione e falso in atto pubblico. Nei documenti in possesso della Procura si legge che «a seguito del furto dei preziosi beni contenuti nella palazzina di caccia di Stupinigi, avvenuto ad opera di Daniele Decolombi, Adriano Decolombi, Claudio Decolombi, Renato Di Maio e Carlo Cerutti, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera dapprima informava Adriano Decolombi e Daniele Decolombi dell’esistenza di una ricompensa per il recupero dei beni pari a 500mila euro e, successivamente, nel corso della trattativa instaurata con Adriano Decolombi, redigeva una annotazione di servizio in cui attestava falsamente che “fonte confidenziale ha riferito che per il ritrovamento della merce gli attuali possessori, che in ogni caso stanno organizzando la spedizione dei manufatti nei paesi arabi, hanno chiesto la somma di 500mila euro”».

Un’annotazione di servizio identica a quella contemporaneamente redatta dal sovrintendente della polizia stradale della sottosezione di Saluzzo, Giuseppe Cavouti. «Autonome e parallele annotazioni di servizio, destinate ai rispettivi superiori gerarchici», che avrebbero quindi costretto la Fondazione dell’Ordine Mauriziano e la società assicurativa Axa a consegnare agli autori del furto la somma di 250mila euro.

Insomma, Arciere e Cavuoti mettono in pratica un piano geniale, diabolico: contattano i sinti e li informano, falsamente, dell’esistenza di una ricompensa di 500mila euro per il recupero dei mobili; poi riferiscono alla Procura che gli autori del furto pretendono proprio la somma di 500mila per la restituzione dei preziosi beni. Ma perché l’avrebbero fatto? «Per ottenere plausi e riconoscimenti a ogni costo», aveva spiegato il giudice per le indagini preliminari Silvia Bersano Begey nell’ordinanza di misura cautelare emessa nei confronti dei due indagati nel marzo del 2008. Ma invece dei plausi e dei riconoscimenti è arrivata l’iscrizione nel registro degli indagati.

Arciere è accusato anche di truffa ai danni dello Stato per aver chiesto rimborsi spesa per missioni mai eseguite. Dichiarava, falsamente, di essere al lavoro. In realtà, se ne stava comodamente seduto in poltrona, nella sua abitazione di Piscina.

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/90151/

http://www.cronacaqui.it/news-sesso-soldi-coca-e-bugie-ecco-la-tangentopoli-dei-vigili-di-torino_28928.html

http://www.torinocronaca.it/mobile/view/25393


TRUFFOPOLI

C’è chi ha parlato di «sonno della Regione che genera mostri». Una sintesi giornalistica che riassume la domanda che in tanti si sono fatti in questi anni: chi doveva fare i controlli sul presidente dell’associazione Premio Grinzane di Cavour che da 28 anni riceve cospicui finanziamenti pubblici? Già, perché i fondi per il Grinzane sono arrivati anche da Roma (dalla presidenza del Consiglio e dai ministeri dei Beni culturali e della Sanità) da altre regioni come Liguria, Puglia e Molise. E poi da province e comuni e da Fondazioni bancarie, la Crt di Torino in primis. Insomma tanti «mecenati», così li definiva Soria, ma pochi controllori perché l’Associazione senza fini di lucro non è sottoposta al controllo pubblico.

Detto questo però, c’è da chiedersi, e lo fa Stefano Lepri, già vicepresidente del gruppo regionale del Pd, «perché in questi anni siano lievitati i premi e i relativi contributi. E perché gli uffici non siano stati in grado di verificare la congruità dei ricchi proventi e dei consuntivi riconosciuti».

Il problema è che nessuno aveva sollevato critiche sui conti o sul gigantismo del Premio. Non lo ha fatto il revisore dei conti e non lo hanno fatto scrittori e giornalisti.

Ma in altri settori i controlli sono stati fatti.

Erano già morti, ma riscuotevano la pensione: sono 257 le pensioni erogate indebitamente in provincia di Torino per un totale di 5 milioni e 800 mila euro, alcune addirittura dal 1972. Ad intascare le somme erano i loro parenti.

Le indagini dell'operazione 'Pantalone', condotta dal nucleo spesa pubblica della Guardia di Finanza di Torino insieme all'Inps e alla Procura della Repubblica, sono partite a fine 2007 con la verifica di 318 posizioni pensionistiche sospette intestate a individui anche ultracentenari.

I dati Inps sono stati incrociati con banche dati della  Guardia di Finanza e di Comuni, individuando 257 deceduti in provincia di Torino per cui parenti titolari di deleghe e cointestatari continuavano da anni a percepire la pensione.

Finora 53 persone sono state iscritte nel registro di notizie di reato per truffa a ente pubblico e falso in autocertificazione. Un terzo delle pensioni erogate indebitamente e' stato recuperato, per un totale di 1 milione e 900 mila euro circa.

L'indagine si estende oltre confine con la collaborazione dell'Interpool: sono stati trovati 37 pensionati piemontesi deceduti emigrati in Brasile, Argentina, Australia e Uruguay che percepivano pensioni indebitamente.

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200903articoli/9816girata.asp

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=89597


CONCORSI TRUCCATI

CONCORSI UNIVERSITARI TRUCCATI

I giudici vogliono sapere se si tratta di malcostume o ci sono ipotesi di reato.

Concorsi universitari truccati? O viziati da favoritismi e raccomandazioni, e dunque esami finti, perché se ne conosce sempre in anticipo il vincitore? Dopo giorni di polemiche e j’accuse, si muove la Procura della Repubblica. Le dure prese di posizione di due professori universitari pubblicate sulle colonne de «La Stampa» hanno convinto il procuratore aggiunto Francesco Saluzzo, che coordina il pool di magistrati impegnati sui reati contro la pubblica amministrazione, ad aprire un fascicolo giudiziario. I due cattedratici sono Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, e Roberto Alonge, ex preside della facoltà di scienze della Formazione, ordinario di Storia del teatro. La prossima settimana saranno sentiti in procura come «persone informate sui fatti», ovvero testimoni della pubblica accusa. Tutto è cominciato nelle scorse settimane. La procura della Repubblica aveva aperto un fascicolo sulla base di un circostanziato esposto presentato su un concorso da ricercatore (nel settore dell’ingegneria aerospaziale) al Politecnico. L’ha firmato Luciano Demasi, «cervello migrato» all’università di Washington, a Seattle. Il pm Cesare Parodi ha aperto un fascicolo penale, su cui c’è il massimo riserbo: si sa soltanto che alcuni protagonisti della querelle sono stati sentiti a Palazzo di Giustizia. Di quel concorso s’è fatto al Politecnico un gran parlare.

E, al di là di quello specifico episodio, al Poli come all’Università s’è allargato lo sguardo alla situazione generale dei concorsi. Finché sono arrivati, da Palazzo Nuovo, i coraggiosi j’accuse di Alonge e Bertinetti. «In tanti anni di Università - ha detto il preside di Lingue a “La Stampa” - non ho mai visto nessuno vincere un concorso solo in base ai suoi meriti». Roberto Alonge ha firmato su «La Stampa» quasi un’invettiva: «Che i concorsi siano truccati, lo sanno tutti». «Un maestro sfrutta per anni un allievo: gli fa fare esami, gli fa seguire tesi di laurea, si fa sostituire da lui a lezione. Quando, dopo anni di sfruttamento, arriva un concorso, può il maestro non far vincere il proprio allievo, anche se al concorso s’è presentato un altro più bravo?» E Bertinetti: «I meriti possono essere tanti o pochi: ma senza un professore che lo porta, nessuno sale in cattedra». Hanno denunciato un malcostume che fa a pugni con l’etica, o sono anche a conoscenza di reati? Probabilmente i magistrati li hanno chiamati nei loro uffici per saperlo.

Non si sa se Saluzzo e Parodi già indaghino su altri concorsi, al di là di quello del Politecnico, ma probabilmente a Bertinetti e ad Alonge, che appartengono a un altro ateneo, chiederanno se intendono passare da generiche accuse al sistema al resoconto di specifici episodi. Per intanto, ieri Alonge ha ribadito «che il difetto sta nel manico: è la legge stessa a costituirsi a difesa dell’arbitrio, e ad essere costruita in modo tale da consentire la massima discrezionalità». E Bertinetti, sibillino: «Sarò ben lieto di illustrare anche negli uffici giudiziari quali sono i meccanismi concorsuali».

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6052girata.asp


SANITOPOLI

MULTATI PERCHE’ TROPPO EFFICIENTI !!! IL PRIMARIO: IO FUORILEGGE E ME NE VANTO.

«Ora che l’Ispettorato del lavoro ha sanzionato le Molinette per eccesso di attività, mi aspetto che multi chi prende lo stipendio e non fa nulla». Il professor Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato finito nel mirino del ministero del Lavoro per la vicenda degli infermieri sfruttati, è caustico, come sempre.

Come giudica la sanzione alle Molinette?
«Non mi sono mai posto il problema di essere fuorilegge. Ogni giorno, qui, abbiamo a che fare con persone in condizioni gravi, e più di me il collega Rinaldi, primario in Cardio-rianimazione. Non trattiamo merci, curiamo esseri umani. Il nostro dovere è dare il massimo delle garanzie, il massimo dell’impegno. Se non abbiamo rispettato la legge, allora la legge va cambiata».

Anni fa, professore, lei sfilava in corteo teorizzando il «lavorare tutti per lavorare meno». Cosa è cambiato nelle sue convinzioni?
«Nulla. La regola è ancora valida: lavorare tutti».

Non è così, alle Molinette?
«Ci sono pochi che lavorano molto e molti che lavorano poco».

Troppo vago. A chi si riferisce?
«Se nei reparti come il mio sovente non c’è un attimo di tregua, ci sono ambulatori che chiudono alle 16, con gli infermieri che vanno a casa tutti i pomeriggi a quell’ora. Io dico: prendiamo un po’ di quegli infermieri e li trasferiamo nei reparti dove l’attività è più pesante, dove i turni sono massacranti, come dice il sindacato».

Anche gli infermieri non sono merce, professore. Se si oppongono un motivo ci sarà.
«E’ ovvio che questi infermieri devono essere incentivati a stare nei reparti più difficili. Innanzitutto economicamente. Lavorare in centri come il mio, o come la Cardiochirurgia, dà grandi soddisfazioni oltre a richiedere sacrifici».

Qual è l’ostacolo?
«Spesso lo stesso sindacato. Qui alle Molinette, in particolare, ci sono abitudini e convinzioni consolidate. Come sostenere che tutti gli infermieri sono uguali e tutti devono ricevere lo stesso in busta paga. Il che è sbagliato, e non va nell’interesse dei cittadini. La verità è che stiamo andando verso l’appiattimento di questo Paese, stiamo scadendo, ci serve una scossa. Se il messaggio che passa, anche attraverso le multe dell’Ispettorato, è “non si deve lavorare troppo”, povera Italia».

Nel frattempo?
«Nulla. Continuiamo a garantire gli interventi a tutti i pazienti che si rivolgono a noi. A dare le risposte che dobbiamo dare. Non siamo un centro estetico: qui, molto spesso, si vive o si muore».

Il ministero del Lavoro ha inflitto alle Molinette una condanna da 110 mila euro per troppo impegno. Il sindacato infermieri aveva denunciato il principale ospedale del Piemonte per i turni di riposo saltati e i troppi straordinari nelle sale operatorie del Centro trapianti di fegato e della Cardio-rianimazione: «Sfruttamento puro», ha accusato Nursing Up. L’Ispettorato ha compiuto una verifica accurata e ha dato ragione ai dipendenti, condannando il direttore generale dell’ospedale a pagare una cifra enorme per lo scandalo. Poco importa che il centro trapianti di fegato diretto dal professor Mauro Salizzoni sia al top in Italia per numero di interventi. Il primo ad aver raggiunto e superato, già nel 2002, i mille trapianti. Un fiore all’occhiello della Sanità pubblica. Poco importa che alcuni giorni fa otto persone siano state strappate alla morte grazie a una maratona di 15 ore in camera operatoria.

Il record qui diventa paradosso. Ma il direttore generale, Giuseppe Galanzino, non ci sta: «Il mio compito è far funzionare al meglio l’ospedale, garantire ai malati un centro di prim’ordine. Se mi chiedono di ridurre l’attività delle camere operatorie, firmo le dimissioni e me ne vado».

Il confronto è fra due diritti legittimi: quello degli infermieri al rispetto di un contratto, quello di un direttore generale (e di un primario) alla gestione di un reparto efficiente. Su un punto credo che entrambi concordino: a chi giova una maxi-multa al direttore generale?

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6220girata.asp

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=12&ID_articolo=148&ID_sezione=4&sezione=


INGIUSTIZIOPOLI

IL CASO FRANZONI

«Io non ero stressata. Era come se questo giudice avesse vissuto con me, fosse stato lì quella mattina. Voleva farmi uscire pazza, così se ne lavavano le mani.

La realtà è un’altra. Pretendo giustizia. Loro non sanno che cos’è la giustizia!

Voi (giornalisti) mi avete triturato assieme agli altri. Vogliamo raccontare barzellette? Vogliamo raccontare favole? E quel bastardo dell’assassino dov’è?

Lotterò per avere giustizia perché lo faccio per il bambino, che è più importante di tutto il resto. Mi è stato tolto un figlio atrocemente e sono ormai 6 anni che vivo con questo dolore reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta.

Il deposito delle motivazioni rinnova in me la profonda delusione per una giustizia che non ha il coraggio di dire: forse sto sbagliando.

L’atteggiamento della giustizia rende sempre più difficile la ricerca della verità. E’ giusto aver indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti solo dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quelle del vero colpevole.

Continuerò per tutta la vita a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti.

Quello che mi fa arrabbiare di più è come si possa motivare la sentenza cercando di leggere, o di inventare addirittura, la figura di una donna stressata che ha perso il lume della ragione fino ad arrivare a commettere un omicidio tanto atroce. Questo non c’è nelle carte del processo».

I DUBBI:

Ritengo che le motivazioni della condanna di Annamaria Franzoni siano «al di qua di ogni ragionevole dubbio» e non «aldilà di ogni ragionevole dubbio», oltre che ispirate alla frase del Manzoni nella Storia della colonna infame: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per vedere quella che si desidera». Difatti, con questa sentenza la giustizia e il diritto sono stati dimenticati. La sentenza commette una serie di sviste e di travisamenti, ne cito sette:

1. Contiene troppi «forse» e troppi verbi al condizionale, si riferisce a congetture prive di riscontri.

2. Ritiene che l'arma del delitto sia un mestolo o un pentolino, nonostante risulti evidente dalle ferite sulla testa di Samuele che la parte terminale dell'arma avesse tre canali e angoli vivi e rettilinei.

3. Ipotizza senza riscontri oggettivi quale sia stato il movente dell'omicidio, il modus operandi, le circostanze che hanno prodotto il crimine, come e dove sia stata nascosta l'arma del delitto.

4. Ipotizza che la Franzoni dopo l'omicidio abbia immediatamente «rimosso», ma che, prima della «rimozione», abbia avuto la lucidità, l'organizzazione mentale e le capacità cognitive e previsionali di ideare e coordinare i vari depistaggi.

5. Ha dimenticato che la Franzoni alle 8.20 era alla fermata dell'autobus distante 330 metri dall'uscio di casa e che, quindi, con certezza assoluta, doveva essere uscita entro le 8.16 e non alle 8.18 come invece ritiene: è il classico errore di forzatura.

6. Individua la prima telefonata d'allarme alle ore 8.28 mentre la telefonata è iniziata alle 8.26 e 30 secondi: classico errore di spostamento del tassello.

7. Si basa sulla perizia del tedesco Herman Schmitter, costata a noi italiani almeno 50mila euro, una perizia che reputo inadeguata: quella perizia che ha sentenziato che l'assassino indossava il pigiama mentre uccideva il bambino mentre, secondo le mie analisi, l'assassino non lo indossava assolutamente.

L'illogicità fondamentale della sentenza, ma nascosta e invisibile, è il presupporre che se l'assassino non fosse la Franzoni dovrebbe essere un soggetto introdottosi con la premeditazione di uccidere il bambino e non, invece, come le scienze dell'investigazione criminale e l'analisi della scena del crimine fanno ritenere: un assassino che si è introdotto in camera da letto per fare un'offesa ai Lorenzi approfittando dell'uscita della Franzoni, che poi ha perso il controllo perché si è visto riconosciuto da Samuele che non si aspettava di trovare sul letto matrimoniale.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200710articoli/26833girata.asp

CARMELO LAVORINO * Criminologo www.detcrime.com

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=214719&START=0&2col=