
I TORINESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
CARABINIEROPOLI IN PIEMONTE
RICCARDO RAVERA DEI ROS SOSPETTATO DI TRAFFICO D'OPERE D'ARTE. IL PROCURATORE MADDALENA LO AVEVA LODATO
ESTORSIONE PER IL VICE DI "ULTIMO". E LUI RESTITUISCE LA MEDAGLIA
TORINO – 5 MARZO 2008 - "Arciere" restituisce la medaglia: "Egregio presidente, chi le scrive è Riccardo Ravera, soldato fra i suoi soldati. La mia vita è distrutta, la mia dignità calpestata, ma non posso permettere che il fango delle accuse macchi il prezioso simbolo...". Scrive il braccio destro di "Ultimo", il carabiniere che il 15 gennaio del 1993 arrestò Totò Riina.
Scrive da semplice maresciallo per dire che si sente abbandonato da tutti, ora che è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in estorsione. Per i pm torinesi Andrea Padalino ed Enrico Arnaldi di Balme è complice di una banda di nomadi sinti specializzati in razzie d'opere d'arte. "Ho moglie e due figli e guadagno 1.500 euro al mese - dice lui con gli occhi lucidi - ma non ho mai tradito lo Stato".
Di sicuro è protagonista di un declino inesorabile. Per ogni successo, una retrocessione di carriera. La stessa sorte toccata ai compagni di squadra del Ros. Dalla guerra alla mafia alla malinconica stazione di Pinerolo, fino a un ruolo da investigatore per il Nucleo Tutela Patrimonio artistico di Torino. Il maresciallo Ravera era lì dove non doveva succedere niente. Ma la notte fra il 18 il 19 febbraio 2004 accade qualcosa di clamoroso. Furto alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, residenza estiva dei Savoia, patrimonio dell'Ordine del Mauriziano.
Rubati gli arredi, opere del Piffetti e del Bonzanigo, per un valore di 8 milioni e 520 mila euro. Per due anni il maresciallo Ravera è in prima fila nelle indagini. Gestisce i contatti con gli informatori. Tratta il riscatto sulla refurtiva: 250 mila euro messi a disposizione dalla Axa Assicurazioni. Il 26 novembre 2005 i mobili ricompaiono nelle campagne a trenta chilometri da Torino. Particolare interessante: 34 i pezzi denunciati, 42 quelli ritrovati. Mistero nel mistero. Ma prevale l'enfasi per il risultato investigativo. Il maresciallo viene insignito con la medaglia ai benemeriti dell'arte e della cultura da parte del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Riceve encomi.
Mentre le indagini sul furto proseguono fino al 20 giugno 2007. Quando finiscono in manette quindici nomadi sinti. Fra questi anche l'informatore del maresciallo Ravera. Risultato: lui, con un poliziotto della Polstrada di Saluzzo, ora è indagato per concorso in estorsione.
Ed eccolo "Arciere", il maresciallo Ravera, nello studio dell'avvocato Loredana Gemelli: "Il mio assistito ha sempre agito informando quotidianamente tutta la catena di comando. Ogni movimento, ogni contatto preso con gli informatori, è stato concordato con la Procura e il comando dei Carabinieri". C'è una lettera che sembrerebbe dare ragione a Ravera. L'ha scritta il procuratore capo di Torino, Marcello Maddalena, nel dicembre 2005.
È indirizzata al comandante generale dell'Arma, Luciano Gottardo: "Desidero esprimere all'Autorità le espressioni del mio sincero compiacimento per la professionalità dimostrata dagli ufficiali di polizia giudiziaria del Nucleo Tutela patrimonio culturale di Torino... Il maresciallo Ravera ha dato prova di particolari capacità investigative, di tenacia, di professionalità e di correttezza, dote assolutamente essenziale nel corso di un'investigazione che, avvalendosi della rete confidenziale da lui gestita, poneva problemi di deontologia e di giusta cautela...".
ESAMOPOLI IN PIEMONTE
Il preside di Economia: stop agli studenti che barano.
TORINO – 4 MARZO 2008 - Pronti a tutto pur di passare gli esami e il preside della facoltà di economia non ne può più. Contro gli studenti universitari che ricorrono a vere e proprie truffe pur di strappare un diciotto, il professor Bortolani ha deciso di chiedere ai propri colleghi il permesso per rivolgersi direttamente alla magistratura. Esagerato? Difficile metterla in questo modo, perché ogni sezione d’esame porta la sua pena truffaldina. Recente il caso di un ragazzo, già laureato, trovato per tre volte a dare uno scritto. «Che ci fai qui?», gli hanno chiesto i professori. E lui ha farfugliato. «Sostengo l’esame al posto di mia sorella gravemente malata».
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6076girata.asp
CONCORSI TRUCCATI IN PIEMONTE
CONCORSI UNIVERSITARI TRUCCATI
I giudici vogliono sapere se si tratta di malcostume o ci sono ipotesi di reato. Di GIOVANNA FAVRO
TORINO – 1 marzo 2008 - Concorsi universitari truccati? O viziati da favoritismi e raccomandazioni, e dunque esami finti, perché se ne conosce sempre in anticipo il vincitore? Dopo giorni di polemiche e j’accuse, si muove la Procura della Repubblica. Le dure prese di posizione di due professori universitari pubblicate sulle colonne de «La Stampa» hanno convinto il procuratore aggiunto Francesco Saluzzo, che coordina il pool di magistrati impegnati sui reati contro la pubblica amministrazione, ad aprire un fascicolo giudiziario. I due cattedratici sono Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, e Roberto Alonge, ex preside della facoltà di scienze della Formazione, ordinario di Storia del teatro. La prossima settimana saranno sentiti in procura come «persone informate sui fatti», ovvero testimoni della pubblica accusa. Tutto è cominciato nelle scorse settimane. La procura della Repubblica aveva aperto un fascicolo sulla base di un circostanziato esposto presentato su un concorso da ricercatore (nel settore dell’ingegneria aerospaziale) al Politecnico. L’ha firmato Luciano Demasi, «cervello migrato» all’università di Washington, a Seattle. Il pm Cesare Parodi ha aperto un fascicolo penale, su cui c’è il massimo riserbo: si sa soltanto che alcuni protagonisti della querelle sono stati sentiti a Palazzo di Giustizia. Di quel concorso s’è fatto al Politecnico un gran parlare.
E, al di là di quello specifico episodio, al Poli come all’Università s’è allargato lo sguardo alla situazione generale dei concorsi. Finché sono arrivati, da Palazzo Nuovo, i coraggiosi j’accuse di Alonge e Bertinetti. «In tanti anni di Università - ha detto il preside di Lingue a “La Stampa” - non ho mai visto nessuno vincere un concorso solo in base ai suoi meriti». Roberto Alonge ha firmato su «La Stampa» quasi un’invettiva: «Che i concorsi siano truccati, lo sanno tutti». «Un maestro sfrutta per anni un allievo: gli fa fare esami, gli fa seguire tesi di laurea, si fa sostituire da lui a lezione. Quando, dopo anni di sfruttamento, arriva un concorso, può il maestro non far vincere il proprio allievo, anche se al concorso s’è presentato un altro più bravo?» E Bertinetti: «I meriti possono essere tanti o pochi: ma senza un professore che lo porta, nessuno sale in cattedra». Hanno denunciato un malcostume che fa a pugni con l’etica, o sono anche a conoscenza di reati? Probabilmente i magistrati li hanno chiamati nei loro uffici per saperlo.
Non si sa se Saluzzo e Parodi già indaghino su altri concorsi, al di là di quello del Politecnico, ma probabilmente a Bertinetti e ad Alonge, che appartengono a un altro ateneo, chiederanno se intendono passare da generiche accuse al sistema al resoconto di specifici episodi. Per intanto, ieri Alonge ha ribadito «che il difetto sta nel manico: è la legge stessa a costituirsi a difesa dell’arbitrio, e ad essere costruita in modo tale da consentire la massima discrezionalità». E Bertinetti, sibillino: «Sarò ben lieto di illustrare anche negli uffici giudiziari quali sono i meccanismi concorsuali».
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6052girata.asp
SANITOPOLI A TORINO
MEDICINE, TANGENTI PER EVITARE I CONTROLLI
Sette arresti. L’accusa: attentato alla salute pubblica
TORINO – 22 MAGGIO 2008 - Due anni di indagini, intercettazioni telefoniche e filmati hanno portato ieri in carcere o agli arresti domiciliari sette fra dirigenti dell’Agenzia Italiana per il Farmaco (Aifa) e rappresentanti o procuratori di aziende farmaceutiche. Un’ottava persona - della quale non è stato per ora rivelato né il nome né il ruolo - è ricercata per essere portata in carcere. L’accusa, per tutti, è di corruzione. Ma l’inchiesta - partita da Torino e condotta dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dai sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace - contesta a gran parte della trentina di indagati (fra cui gli arrestati) anche l’ipotesi gravissima di «attentato alla salute pubblica».
L’aspetto più tremendo di questa vicenda: oltre al pagamento di mazzette per concedere autorizzazioni alla messa in commercio di medicinali, la procura ha rilevato i mancati e tempestivi controlli su effetti indesiderati di farmaci, «perché non passassero in maniera rapida informazioni su prodotti che hanno creato situazioni di rischio per la salute, anche mortali».
Tre anni di indagine
Un’inchiesta nata nel capoluogo piemontese tre anni fa, quando il procuratore Guariniello - grazie a una segnalazione proprio di un ispettore dell’Aifa - aprì un’indagine su medicinali generici per i quali era stata falsificato lo studio di bio-equivalenza con il prodotto «griffato» dal brevetto scaduto. Secondo l’accusa, da allora a oggi ci sarebbero stati più casi di corruzione per accelerare o rallentare l’iter di approvazione e immissione sul mercato di nuovi prodotti. Da allora a oggi le intercettazioni audio e video hanno registrato scambi di denaro che hanno portato alla fine il gip Sandra Recchione a firmare le misure cautelari. L’inchiesta proseguirà anche a Roma (sede dell’Aifa), con la trasmissione di parte degli atti raccolti a Torino.
I due dirigenti dell’Agenzia Italiana del Farmaco finiti in manette sono Pasqualino Rossi, rappresentante Aifa presso l’Agenzia europea del farmaco (Emea), e Antonella Bove, funzionario, alla quale sono stati concessi gli arresti domiciliari. I «lobbysti» delle aziende farmaceutiche si chiamano Matteo Mantovani e Sante Di Renzo, in carcere, e Mario Umbri, agli arresti domiciliari. Domiciliari anche per Piera Campanella e Francesca Fiorenza, dipendenti di due aziende farmaceutiche. L’ottava ordinanza di custodia cautelare in carcere aspetta di essere eseguita.
Questa indagine si spalma «su gran parte delle case farmaceutiche», spiegano in procura. I rapporti di corruzione erano talmente diffusi che i rappresentanti dell’Aifa coinvolti venivano pagati mensilmente. Un vero stipendio. In cambio garantivano corsie preferenziali e nessuno ostacolo, quando si scoprivano possibili reazioni avverse di medicinali sulla salute.
L’ordine di custodia cautelare firmato dal gip Recchione è un volume di 400 pagine. Parla di denaro. Ma anche di altre forme di «pagamento»: viaggi, villeggiature in luoghi stupendi, addirittura un mobile di pregio. Un «dono» - quest’ultimo - a richiesta esplicita del corrotto. In qualche caso i funzionari pubblici «contribuivano» con consulenze vere o fittizie alle case farmaceutiche finite poi nel mirino della procura torinese per l’attività dei loro procuratori-mediatori.
E’ la prima volta - nella sua carriera quarantennale - che il magistrato torinese Raffaele Guariniello chiede l’arresto. Il procuratore, noto per le sue numerose indagini sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, finora non aveva mai firmato ordini di custodia cautelare in nessun fascicolo gestito da lui. Chiamato a reggere per qualche giorno la procura, si è limitato a controfirmare qualche anno fa il fermo di un giovane accusato dell’omicidio della fidanzata: «Preferisco processare i reati, non le persone», ha sempre sostenuto. Segno che, quella resa nota ieri, è per tutta la procura un’inchiesta particolarmente significativa.
Le perquisizioni
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nas di Torino, Padova, Roma e Alessandria. Alle 7 di ieri sono partite le prime perquisizioni nella sede dell’Aifa, da dove nel primo pomeriggio è partita una nota alle agenzie di stampa: «Nessuno dei reati di cui si parla è stato contestato al personale».
Decine i farmaci dei quali sarebbe stato alterato l’iter dell’autorizzazione. Nessuno degli arrestati vive a Torino, dove è cominciata l’indagine: la maggior parte di loro risiede a Roma. E anche dalla procura romana ora si cerca di scoprire se l’allentamento dei controlli può aver provocato danni alla salute di qualche malato.
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200805articoli/7009girata.asp
MULTATI PERCHE’ TROPPO EFFICIENTI !!!
IL PRIMARIO: IO FUORILEGGE E ME NE VANTO
TORINO - 18 MARZO 2008 - «Ora che l’Ispettorato del lavoro ha sanzionato le Molinette per eccesso di attività, mi aspetto che multi chi prende lo stipendio e non fa nulla». Il professor Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato finito nel mirino del ministero del Lavoro per la vicenda degli infermieri sfruttati, è caustico, come sempre.
Come giudica la sanzione alle Molinette?
«Non mi sono mai posto il problema di essere fuorilegge. Ogni giorno, qui,
abbiamo a che fare con persone in condizioni gravi, e più di me il collega
Rinaldi, primario in Cardio-rianimazione. Non trattiamo merci, curiamo esseri
umani. Il nostro dovere è dare il massimo delle garanzie, il massimo
dell’impegno. Se non abbiamo rispettato la legge, allora la legge va cambiata».
Anni fa, professore, lei sfilava in corteo
teorizzando il «lavorare tutti per lavorare meno». Cosa è cambiato nelle sue
convinzioni?
«Nulla. La regola è ancora valida: lavorare tutti».
Non è così, alle Molinette?
«Ci sono pochi che lavorano molto e molti che lavorano poco».
Troppo vago. A chi si riferisce?
«Se nei reparti come il mio sovente non c’è un attimo di tregua, ci sono
ambulatori che chiudono alle 16, con gli infermieri che vanno a casa tutti i
pomeriggi a quell’ora. Io dico: prendiamo un po’ di quegli infermieri e li
trasferiamo nei reparti dove l’attività è più pesante, dove i turni sono
massacranti, come dice il sindacato».
Anche gli infermieri non sono merce,
professore. Se si oppongono un motivo ci sarà.
«E’ ovvio che questi infermieri devono essere incentivati a stare nei reparti
più difficili. Innanzitutto economicamente. Lavorare in centri come il mio, o
come la Cardiochirurgia, dà grandi soddisfazioni oltre a richiedere sacrifici».
Qual è l’ostacolo?
«Spesso lo stesso sindacato. Qui alle Molinette, in particolare, ci sono
abitudini e convinzioni consolidate. Come sostenere che tutti gli infermieri
sono uguali e tutti devono ricevere lo stesso in busta paga. Il che è sbagliato,
e non va nell’interesse dei cittadini. La verità è che stiamo andando verso
l’appiattimento di questo Paese, stiamo scadendo, ci serve una scossa. Se il
messaggio che passa, anche attraverso le multe dell’Ispettorato, è “non si deve
lavorare troppo”, povera Italia».
Nel frattempo?
«Nulla. Continuiamo a garantire gli interventi a tutti i pazienti che si
rivolgono a noi. A dare le risposte che dobbiamo dare. Non siamo un centro
estetico: qui, molto spesso, si vive o si muore».
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6220girata.asp
L'Ispettorato del lavoro contro le Molinette di Torino: 110 euro per lo sfruttamento degli infermieri
Bacchettati perché pigroni e scansafatiche? Accusati di assenteismo cronico? Macché: multati per troppa efficienza.
Torino - 17 marzo 2008 - Il ministero del Lavoro ha inflitto alle Molinette una condanna da 110 mila euro per troppo impegno. Un anno fa, il sindacato infermieri aveva denunciato il principale ospedale del Piemonte per i turni di riposo saltati e i troppi straordinari nelle sale operatorie del Centro trapianti di fegato e della Cardio-rianimazione: «Sfruttamento puro», ha accusato Nursing Up. L’Ispettorato ha compiuto una verifica accurata e ha dato ragione ai dipendenti, condannando il direttore generale dell’ospedale a pagare una cifra enorme per lo scandalo. Poco importa che il centro trapianti di fegato diretto dal professor Mauro Salizzoni sia al top in Italia per numero di interventi. Il primo ad aver raggiunto e superato, già nel 2002, i mille trapianti. Un fiore all’occhiello della Sanità pubblica. Poco importa che alcuni giorni fa otto persone siano state strappate alla morte grazie a una maratona di 15 ore in camera operatoria.
Il record qui diventa paradosso. Ma il direttore generale, Giuseppe Galanzino, non ci sta: «Il mio compito è far funzionare al meglio l’ospedale, garantire ai malati un centro di prim’ordine. Se mi chiedono di ridurre l’attività delle camere operatorie, firmo le dimissioni e me ne vado».
Il confronto è fra due diritti legittimi: quello degli infermieri al rispetto di un contratto, quello di un direttore generale (e di un primario) alla gestione di un reparto efficiente. Su un punto credo che entrambi concordino: a chi giova una maxi-multa al direttore generale?
La medicina era per i morti il rimborso finiva ai dottori. La Guardia di Finanza ha denunciato 7 sanitari e alcuni farmacisti.
I militari, incrociando i dati delle prescrizioni degli anni passati con l'elenco dei torinesi deceduti, hanno smascherato il trucco
LA STAMPA - venerdì 23 maggio 2003 (sintesi) di Lodovico Poletto
TORINO, Il sistema è semplice, quasi banale. Basta avere il nome di una persona passata a miglior vita in tempi non troppo lontani e procurarsi i suoi dati anagrafici essenziali (la data di nascita e la residenza) ed il "giochino" per ottenere il rimborso di medicinali venduti solo sulla carta è quasi fatto. "Quasi" perché per completare la truffa è necessaria la complicità di almeno un medico disonesto e di un farmacista compiacente.
La Guardia di Finanza di medici ne ha individuati sette, tutti torinesi, tutti con studi più o meno avviati, che hanno prescritto tra il giugno del 2001 e tutto lo scorso anno, centinaia di ricette intestate a uomini e a donne che risultano morti ormai da tempo. I loro nomi sono finiti in un fascicolo presentato in procura, all'interno del quale ci sono anche le identità delle persone decedute e la quantità di prescrizioni ottenute quando ormai a nessuno di loro quei farmaci potevano più servire.
(...) L'inchiesta è nata incrociando le prescrizioni sanitarie dell'anno scorso con i nomi dei cittadini torinesi morti nei dodici mesi passati.
(...) Nell'elenco dei medicinali c'è di tutto: dagli psicofarmaci, prescritti in quantità industriale, a compresse e fiale per la cura del diabete. E non è finita.
Nel rapporto arrivato sul tavolo del procuratore della Repubblica ci sono anche i nomi dei farmacisti che avrebbero chiuso un occhio su quelle "ricette" fasulle. Chi ci guadagnava? Sulla carta i medici e i farmacisti, che si sarebbero spartiti il rimborso del farmaco ottenuto dall'azienda sanitaria.
(...) Decine i casi venuti alla luce in questi mesi di controlli. Uno per tutti: ad una donna, nel giro di poco più di sei mesi, sarebbero state prescritte oltre 5 mila pastiglie di un fortissimo e costoso antidepressivo. La posologia massima, consigliata dagli specialisti prevede la somministrazione di 4 capsule al giorno. Il destinatario, per consumare l'intero "magazzino" accumulato in così poco tempo, avrebbe dovuto far pranzo e cena con il medicinale.
(...) La domanda che gli investigatori adesso si fanno è quale sia il grado di coinvolgimento della farmacia presso la quale sono state presentate le ricette. perché ancora non è chiaro se le confezioni di medicinale sono state realmente consegnate, oppure ne è stato chiesto il rimborso senza che il prodotto lasciasse gli scaffali.
L'inchiesta è soltanto agli inizi e potrebbe andare ad intrecciarsi con un'altra indagine che, alcuni mesi fa, ha travolto una storica farmacia di Torino, quella della Consolata. E' finita con una raffica di arresti, sequestri e la denuncia a piede libero per una decina di persone.
http://www.mnlf.it/farmatruffa_a_torino.htm#ultime%20indagini%20GdF
INGIUSTIZIOPOLI IN PIEMONTE
IL CASO FRANZONI
TORINO - 20 OTTOBRE 2007 - «Io non ero stressata. Era come se questo giudice avesse vissuto con me, fosse stato lì quella mattina. Voleva farmi uscire pazza, così se ne lavavano le mani.
La realtà è un’altra. Pretendo giustizia. Loro non sanno che cos’è la giustizia!
Voi (giornalisti) mi avete triturato assieme agli altri. Vogliamo raccontare barzellette? Vogliamo raccontare favole? E quel bastardo dell’assassino dov’è?
Lotterò per avere giustizia perché lo faccio per il bambino, che è più importante di tutto il resto. Mi è stato tolto un figlio atrocemente e sono ormai 6 anni che vivo con questo dolore reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta.
Il deposito delle motivazioni rinnova in me la profonda delusione per una giustizia che non ha il coraggio di dire: forse sto sbagliando.
L’atteggiamento della giustizia rende sempre più difficile la ricerca della verità. E’ giusto aver indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti solo dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quelle del vero colpevole.
Continuerò per tutta la vita a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti.
Quello che mi fa arrabbiare di più è come si possa motivare la sentenza cercando di leggere, o di inventare addirittura, la figura di una donna stressata che ha perso il lume della ragione fino ad arrivare a commettere un omicidio tanto atroce. Questo non c’è nelle carte del processo».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200710articoli/26833girata.asp
I DUBBI:
GLI ZOCCOLI. Secondo il RIS l’assassino li ha indossati con i piedi sporchi di sangue. Per la difesa possono essersi macchiati quando Anna Maria ha soccorso il figlio.
IL PIGIAMA. Per l’accusa lo indossava l’aggressore di Samuele, ma lo stesso perito nominato dai giudici dice che non c’è certezza.
I TEMPI. Poco verosimili. Anna Maria avrebbe ucciso nei 4 minuti in cui l’altro figlio era fuori a giocare. In questo brevissimo tempo si sarebbe ripulita dal sangue, quindi, avrebbe accompagnato Davide allo scuolabus e, una volta tornata, in tre minuti sarebbe riuscita a preparare il depistaggio ipotizzato dalla Corte.
IL MOVENTE. La mamma di Cogne viene descritta come un soggetto con problemi psichici e allo stesso tempo un’assassina lucida e spietata. Nonostante ciò, non le viene concessa la semi infermità.
L’ARMA. I giudici sostengono che Anna Maria abbia usato un mestolo o un pentolino e fanno tre ipotesi: l’ha lavato e rimesso a posto, ma i Ris non hanno trovate tracce; l’ha fatto uscire dalla casa nascosto in un calzino, ma era troppo grande; l’ha fatto uscire nello zainetto, che ha una traccia ematica all’esterno, ma non ci sono macchie all’interno.
Ritengo che le motivazioni della condanna di Annamaria Franzoni siano «al di qua di ogni ragionevole dubbio» e non «aldilà di ogni ragionevole dubbio», oltre che ispirate alla frase del Manzoni nella Storia della colonna infame: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non vedere la cosa che non piace, ma non per vedere quella che si desidera». Difatti, con questa sentenza la giustizia e il diritto sono stati dimenticati. La sentenza commette una serie di sviste e di travisamenti, ne cito sette:
1. Contiene troppi «forse» e troppi verbi al condizionale, si riferisce a congetture prive di riscontri.
2. Ritiene che l'arma del delitto sia un mestolo o un pentolino, nonostante risulti evidente dalle ferite sulla testa di Samuele che la parte terminale dell'arma avesse tre canali e angoli vivi e rettilinei.
3. Ipotizza senza riscontri oggettivi quale sia stato il movente dell'omicidio, il modus operandi, le circostanze che hanno prodotto il crimine, come e dove sia stata nascosta l'arma del delitto.
4. Ipotizza che la Franzoni dopo l'omicidio abbia immediatamente «rimosso», ma che, prima della «rimozione», abbia avuto la lucidità, l'organizzazione mentale e le capacità cognitive e previsionali di ideare e coordinare i vari depistaggi.
5. Ha dimenticato che la Franzoni alle 8.20 era alla fermata dell'autobus distante 330 metri dall'uscio di casa e che, quindi, con certezza assoluta, doveva essere uscita entro le 8.16 e non alle 8.18 come invece ritiene: è il classico errore di forzatura.
6. Individua la prima telefonata d'allarme alle ore 8.28 mentre la telefonata è iniziata alle 8.26 e 30 secondi: classico errore di spostamento del tassello.
7. Si basa sulla perizia del tedesco Herman Schmitter, costata a noi italiani almeno 50mila euro, una perizia che reputo inadeguata: quella perizia che ha sentenziato che l'assassino indossava il pigiama mentre uccideva il bambino mentre, secondo le mie analisi, l'assassino non lo indossava assolutamente.
L'illogicità fondamentale della sentenza, ma nascosta e invisibile, è il presupporre che se l'assassino non fosse la Franzoni dovrebbe essere un soggetto introdottosi con la premeditazione di uccidere il bambino e non, invece, come le scienze dell'investigazione criminale e l'analisi della scena del crimine fanno ritenere: un assassino che si è introdotto in camera da letto per fare un'offesa ai Lorenzi approfittando dell'uscita della Franzoni, che poi ha perso il controllo perché si è visto riconosciuto da Samuele che non si aspettava di trovare sul letto matrimoniale.
CARMELO LAVORINO * Criminologo www.detcrime.com
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=214719&START=0&2col=
AMBIENTOPOLI IN PIEMONTE
TORINO – 28 giugno 2006. Undici discariche abusive, per un totale di oltre 210.000 metri quadrati, e 22 persone denunciate per illecito smaltimento e irregolare conferimento di rifiuti.
Questo il bilancio dell'operazione "Green" condotta dai finanzieri della sezione mobile del nucleo provinciale di polizia tributaria di Torino.