I SENESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


CASTE

LE CASTE DI SIENA: I LIBRI CHE PARLANO DEI SEGRETI TACIUTI  DI CHIESA, FINANZA E PD

Come nella favola di Andersen, in cui tutti vedono il re nudo ma nessuno lo dice tranne un bambino, a Siena c’è voluto un «bambino» di 38 anni per mettere nero su bianco quello che tanti sanno ma nessuno dice. Raffaele Ascheri, insegnante di italiano-storia-geografia nella scuola media Cecco Angiolieri, ha messo a nudo il re uno e trino (Partito democratico, Montepaschi, Chiesa) che governa questa città-Stato opulenta e permalosa. Lo ha fatto con un libro intitolato «La casta di Siena» e diventato in cinque mesi un caso editoriale: stampato in proprio per mancanza di editore disponibile, è arrivato alla quarta edizione e ha venduto 5000 copie in una città di 54 mila abitanti. I mass media locali lo ignorano. I potenti ostentano indifferenza: «Tutte cose già note». Eppure i senesi lo comprano e lo regalano agli amici. Come un «libro proibito».

I tre volti del palazzo. Proibito perché ricostruisce le vicende del potere cittadino come manifestazioni di un’oligarchia fondata sul mutuo soccorso. C’è un ampio capitolo ambientale, con la cementificazione della campagna senese (da Monticchiello a Casole d’Elsa) a opera delle giunte comunali e provinciale. C’è il contestato ampliamento dell’aeroporto voluto dai politici e benedetto dal Montepaschi. Ci sono le disavventure giudiziarie di monsignor Giuseppe Acampa, economo della Curia e pupillo dell’arcivescovo Antonio Buoncristiani, sotto processo per la gestione del patrimonio ecclesiastico (truffa), per aver incendiato documenti custoditi in Curia (incendio doloso), accusando poi l’archivista (calunnia). E ci sono i privilegi e gli sprechi, gli appalti «fatti in casa», la carta di credito da 15 mila euro al mese per le «spese di rappresentanza» del presidente della Provincia Fabio Ceccherini. La camera di compensazione della casta è la Fondazione che controlla il Montepaschi, terzo gruppo bancario italiano. Dal 2001, nella Fondazione ci sono Comune e Provincia (in mano ai Ds ora Pd), ma anche la Curia, che nomina un rappresentante. Ogni anno, la Fondazione distribuisce sul territorio circa 200 milioni di contributi: inevitabile che lì dentro vadano tutti d’accordo. Il Pd esprime il presidente del Montepaschi, Giuseppe Mussari. La Curia «flirta» con gli ex comunisti. E Mussari scende in campo come penalista in difesa della Curia finita sotto processo.

Dal basket alle biblioteche. A Siena, Raffaele non è proprio uno sconosciuto. Anche per la casta. Figlio di Mario Ascheri, storico del diritto ed ex indipendente del Pci oggi consigliere comunale per una lista civica, da piccolo giocava a pallone con Aldo Berlinguer, figlio di Luigi, ex rettore e ministro Ds. Una decina di trofei sportivi tra corsa campestre e calcio, trascorsi giornalistici come telecronista di basket, una tessera del Pds presa e stracciata nel 1992, una tesi in storia contemporanea sul fascismo a Siena. Dopo la laurea, vince un concorso ma deve girare otto anni per la provincia da precario prima della cattedra di ruolo. Nel frattempo, ha iniziato a scrivere libri, sulla visita di Hitler a Siena nel 1938 e sulle apparizioni di Medjugorie, che gli valgono ampie recensioni sulla stampa locale e qualche comparsata televisiva. Poi, un anno fa, mentre fa jogging lungo il fiume con un amico, gli viene l’idea di scriverne uno sul potere senese. Ha appena letto «La casta» e ne parla al padre Mario, ma lo avverte: «Te lo farò leggere solo alla fine» («Perché il mi’ babbo è un rompi…»). Raffaele lavora al libro tutta l’estate. La mattina consulta i quotidiani locali al bar: ore a prendere appunti davanti a un cappuccino con gli anziani che lo prendono in giro: «Te tu non fai prima a fare una fotocopia?». Pomeriggi nella biblioteca comunale. Cerca sull’elenco telefonico i numeri degli attivisti dei comitati ambientali: «Buongiorno, sto scrivendo un libro sulla Val d’Elsa, possiamo vederci?». «Certo, si tratta di una guida turistica?». Interpella «gole profonde» all’interno della casta. Qualcuna la trova, ma solo dietro garanzia di anonimato «perché temono ritorsioni». Seguono trattative per concordare appuntamenti riservati. «Vediamoci in chiesa». «Scherza? Le chiese sono pericolose». Alla fine s’incontrano all’ombra dei cedri libanesi nell’orto botanico. Mentre accumula ritagli e documenti, Raffaele scrive. All’alba, nella veranda con vista sulla collina («Bugiardo! - lo redarguisce la fidanzata Sandra - anche la sera: interrompevi solo per le partite di calcio!»).

In macchina per le consegne. A metà novembre, il libro è pronto. Lo leggono un paio di avvocati per evitare querele (non ne ha ricevuta nemmeno una). Manca solo l’editore. Raffaele fa un paio di tentativi, contatta quelli dei suoi volumi precedenti ma non trova ascolto. «Allora decido di rischiare. Mi rivolgo a una tipografia, porto il libro e me lo faccio stampare». Prima tiratura: 1500 copie per 3500 euro. Prezzo di copertina: 18 euro, come «La casta». Il 1° dicembre Raffaele torna in tipografia, carica l’auto e inizia la distribuzione. «All’inizio solo in due librerie, perché non posso entrare con la macchina nel centro storico, devo parcheggiare fuori e fare un paio di chilometri a piedi con i pacchi di libri». Quando si presenta alla Libreria senese, a due passi da piazza del Campo, e apre la cassa di libri, la titolare Laura chiede: «Non è che qui si va tutti in galera?». Chiarito che è esente da responsabilità, inizia la vendita. Tre ore dopo la prima consegna, squilla il cellulare. È la Feltrinelli: «Raffaele, abbiamo esaurito i libri, devi portarmene altri». Lui si rimette in macchina, risale fino alle mura, carica il borsone e via. Le altre librerie telefonano al babbo: «Per favore dici a tuo figlio di consegnarci il libro?».

«E ora la seconda puntata» Nonostante il silenzio di tv e giornali (telefonata a una libreria per il classico articolo sui volumi più venduti: «In testa c’è la Casta di Siena? Ah sì? Allora passiamo al secondo»), in città si sparge la voce e il tam tam arriva nei palazzi del potere. Il libro lo leggono tutti, a cominciare dai big della «casta» che rifiutano di commentarlo. Leggono i capi del Pd. Leggono al Montepaschi: alla Feltrinelli arrivano i commessi della banca per comprarlo. Legge l’arcivescovo. Un giorno si presenta in libreria un prelato: «Mi mandano dal Vaticano, trovatemene una copia». Intanto Raffaele torna in tipografia, paga altri 3500 euro e prende un nuovo carico di libri. Esauriti in un mese. Ora siamo alla quarta ristampa «e il libro ancora si vende», dicono nelle librerie. Raffaele c’ha preso gusto e prepara un seguito, anche perché nel frattempo si sono fatte vive altre «gole profonde». Ma avrà un problema in più: trovare un nuovo stampatore. La tipografia, infatti, gli ha già fatto sapere che non è il caso di fare il bis. «Per quieto vivere».

Raffaele Ascheri, dopo il suo libro "La Casta di Siena" ci riprova a smuovere le acque della vita pubblica senese con "La Mani sulla città". “Un’inchiesta sulla questione morale a Siena e nel senese”è sottotitolo. Un lavoro che, ha spiegato nel corso della presentazione di questa mattina l’autore, “nasce dal fatto che a Siena c’è mancanza di una stampa libera per cui ho cercato di dare uno sguardo diverso da quello che mostrano di avere la stampa, la radio e la televisione. Se esistesse una stampa libera – ha argomentato ancora Ascheri- credo non avrei scritto questo libro e l’altro”.

La sua tesi dunque è che l’informazione nella nostra città non fa il cane da guardia del potere, ma si limita a registrare ciò che accade senza alcuna critica. “Comunque in questo libro documento la presenza di una questione morale che non necessariamente coincide con aspetti di carattere penale. Sarà la magistratura a stabilire se questi aspetti ci sono ed eventualmente intervenire”.

"Le mani sulla città" (un titolo ripreso dal grandissimo film di Francesco Rosi degli anni sessanta sul sacco edilizio di Napoli), è stato stampato in proprio a Forlì, perché ha detto Ascheri “a Siena non era possibile” ed  è più ampio della Casta di Siena, con le sue 256 pagine, dato che riporta oltre che della città anche storie di altri comuni: Montalcino, Casole, Poggibonsi, Amiata, Castelnuovo, Chianciano, Monteroni, San Gimignano.

Nei 26 capitoli del libro ce n’è per tutti. Per la stampa locale e chi la dirige, per la chiesa senese, a partire dall’arcivescovo Antonio Buoncristiani e don Giuseppe Acampa, per gli uomini più rappresentativi della città: Giuseppe Mussari, presidente della Banca Mps, Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, il sindaco Maurizio Cenni, il presidente della Mens Sana Ferdinando Minucci. Ma scrive anche delle vicende del Brunello, di concorsi universitari, del partito democratico, della geotermia amiatina, della “ipercementificazione” di Siena.

Indubbiamente un lavoro che farà discutere molto o che perlomeno incuriosirà come è accaduto per la Casta di Siena, viste le vendite e la risonanza avuta nei media nazionali “più che in quelli locali”, sottolinea ancora Ascheri.

Una reazione c’è già stata. E arriva dalla chiesa senese che già con Ascheri ha da tempo un conto aperto. “L’Arcidiocesi di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino, l’Arcivescovo Antonio Buoncristiani, Don Giuseppe Acampa, Don Andrea Bechi, il professor Roberto Romaldo, l’ingegner Gianpaolo Gallù, la ragioniera Monica Macchi, il ragionier Carlo De Strobel – si legge in una nota – hanno dato mandato ai loro avvocati per disporre le opportune azioni legali nei confronti di Raffaele Ascheri, per le infamanti illazioni riportate sul loro conto nel libro “Le mani sulla città”".

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=1539&ID_sezione=80&sezione=

http://www.ilcittadinoonline.it/index.php?id=12276


MOBBING SCOLASTICO

Fine delle vacanze estive per circa 9 milioni di studenti. Per gli insegnanti, invece, le classiche riunioni pre-inizio avevano anticipato di qualche giorno l'evento. Che molte persone non tornino a scuola col sorriso sulle labbra è normale, ma nel senese un maestro di scuola elementare, Adriano Fontani, nel suo primo giorno di lezione ha dato vita a un'iniziativa su cui non si può scherzare: si è incatenato per tre ore davanti alla «Giovanni Pascoli» di Buonconvento. Si tratta dell'istituto dove ha insegnato per 30 anni e dove vorrebbe continuare a operare, ma le autorità scolastiche gli hanno imposto il trasferimento forzato presso una scuola elementare di Siena, in cui si è recato per lavorare terminata la protesta.

Adriano Fontani, 19 anni fa, abbandonò la sua congregazione religiosa, quella dei Testimoni di Geova, «guadagnandosi» una condanna per apostasia. Da allora, oltre a fare il maestro, opera per conto di organizzazioni che aiutano chi, come lui, ha deciso di abbandonare quella che non esita a definire «una setta»: per molte persone l'abbandono della congregazione può significare l'addio a amicizie e perfino rapporti parentali, con ovvie pesanti ripercussioni psicologiche.

Nella scuola di Buonconvento, Fontani aveva anche due alunni testimoni di Geova. I loro genitori non tolleravano che il maestro dei loro figli fosse un «fuoriuscito» ed erano riusciti ad ottenere il trasferimento dei bambini in un'altra classe. La cosa ha scatenato una dura reazione presso le famiglie degli altri alunni di Fontani, con tanto di raccolta di firme a sostegno di quest'ultimo (all'iniziativa hanno aderito anche genitori di alunni musulmani). Il caso Fontani ha destato talmente tanto scalpore da finire al centro di un'interrogazione parlamentare, presentata il 10 marzo scorso dall'onorevole Giovanna Bianchi Clerici al ministro dell'Istruzione Letizia Moratti.

Fontani è stato oggetto di ripetute ispezioni scolastiche e persino di visite mediche per accertare la sua idoneità all'insegnamento. Finché si è giunti al trasferimento.

«Mi sono incatenato per tre ore - ha dichiarato il maestro - perché ritengo di essere stato discriminato dalla scuola e perché sono dispiaciuto di non vedere più i miei ex alunni. Volevo salutarli, e loro, con i loro genitori, mi hanno dimostrato tutta la loro solidarietà e il loro affetto. Entro due giorni presenterò ricorso al Giudice del Lavoro». Uno degli ispettori, che si era recato nella scuola di Buonconvento per verificare che Fontani non facesse nulla di nocivo nei confronti dei propri alunni, aveva stilato un documento che elencava in 6 punti quei principi che attribuiscono ruoli ben precisi a insegnanti, allievi e genitori, oltre i quali non si può sconfinare. Il documento sottolineava soprattutto che «la possibilità di scelta delle famiglie si fermava al tipo di scuola (normale o tempo pieno) e a materie opzionali, ma che nessuna scelta era ammessa sui docenti e che in nessun caso questi ultimi potevano essere valutati in ragione del loro credo religioso, della loro razza o della fede politica».

Il paesino di Buonconvento si è letteralmente mobilitato per manifestare a difesa di un maestro considerato da alunni e genitori un ineccepibile educatore. Tra i promotori di petizioni pro-Fontani, anche le famiglie musulmane di ex scolari che hanno affermato: «Fontani ha sempre rispettato la nostra religione nel confronto tra culture diverse e i nostri figli non sono mai stati messi in imbarazzo. La scuola pubblica è laica, cosa c'entra con la religione? Allora anche noi musulmani potremmo rifiutare di mettere i nostri figli in classi dove ad insegnare sono insegnanti cattolici praticanti».

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/09_Settembre/12/maestro_catene.shtml


SCANDALI ACCADEMICI

Bufera sull'Università di Siena. 27 indagati per 200 milioni di buco. Indagati il rettore uscente e il precedente. Quattro avvisi per l'elezione del nuovo Magnifico.

Falsità ideologica in atti pubblici: è questa l'ipotesi di reato contestata a Silvano Focardi rettore dell'Università di Siena, e al suo predecessore Piero Tosi, indagati insieme ad altre 25 persone nell'ambito dell'inchiesta sul dissesto finanziario dell'Ateneo. Tutti gli indagati sono già stati sentiti dai magistrati in relazione agli addebiti, contestati a ciascuno di loro, che vanno dal peculato alla truffa, alla falsità ideologica. Le indagini sul dissesto finanziario riguardano uno dei filoni delle diverse inchieste che interessano l'Università di Siena dove all'inizio del 2009 emerse un buco amministrativo superiore a 200 milioni di euro. Per coprirlo è già stato avviato un piano di rientro anche se nei giorni scorsi sono emersi altri 1,5 mln di euro da pagare per mancati versamenti dell'Irpef.

ELEZIONI RETTORE - Ma non basta. È di mercoledì la notizia di quattro avvisi di garanzia che sarebbero stati emessi dalla procura di Siena nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte irregolarità avvenute nel voto per l'elezione del rettore. Gli indagati sarebbero accusati di falso in atto pubblico. L' inchiesta era partita da un esposto anonimo dopo che nella terza e decisiva votazione del 21 luglio, Angelo Riccaboni aveva superato il rettore uscente Silvano Focardi con 373 voti contro 357. Il 6 agosto le schede elettorali e i registri delle votazioni vennero sequestrati dai carabinieri. Nell' esposto venivano indacate varie presunte irregolarità: l'assenza dei verbali delle votazioni nel campus aretino, la mancata identificazione degli elettori, l' individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta solo dopo l'apertura delle schede, l' inserimento dei ricercatori a tempo determinato fra l' elettorato. Nelle settimane scorse alcuni studenti sono stati ascoltati come persone informate sui fatti. Non è detto che per qualcuno la posizione possa cambiare: pare, ma la versione è tutta da verificare, che un gruppo ristretto di loro possa aver votato due volte.

RIMBORSI GONFIATI - Nel frattempo il gip del tribunale di Siena, Francesco Bagnai, ha poi deciso per l'applicazione della misura interdittiva della sospensione del professor Walter Gioffrè dall'esercizio del proprio ufficio, sia di docente sia di consigliere di amministrazione dell'Ateneo. Gioffrè è indagato per quanto riguarda alcuni rimborsi gonfiati per l'organizzazione di corsi di aggiornamento e master indetti dall'unità di Senologia. Proprio per questo la gdf ha anche sequestrato al professore 50.000 euro sui suoi conti correnti bancari.

Siena, concorsopoli nella Oxford italiana

da Il Messaggero del 26 aprile 2007

L’Italia non ha più la sua Oxford. A Siena, una delle più antiche università dopo Bologna, irrompono le inchieste della Procura. Ferite che non sarà facile guarire. I concorsi alterati, i patti segreti, gli accordi sottobanco per mandare in cattedra i protetti di questo o quel barone, hanno svilito la dignità dell’antica accademia che ha 766 anni di vita. Avere chiuso gli occhi sui conflitti di interesse, sulla politica dello “scambio” e sull’occupazione di posizioni di forza per accaparrare carriere, consulenze, e attività extra-universitarie, ha avuto effetti deleteri. I “finti” concorsi, che in tutti gli atenei sono stati funzionali alla continuità del potere, costituiscono l’aspetto più vistoso del declino al quale ora la nuova gestione di Siena cerca di mettere riparo.

Mentre i vertici accademici tentano di ripristinare regole certe, la Procura va avanti spedita.

E’ di pochi giorni fa la decisione di chiedere il rinvio a giudizio di sei docenti, per due concorsi da associato e ricercatore su cui gravano pesanti sospetti.

Due le denunce. La prima è di Antonella Fioravanti, reumatologa costretta a disertare il concorso. «Avevo scoperto racconta che tutto era stato deciso ancor prima delle prove. Per stare al gioco avrei dovuto piegare la testa, magari accettare una promessa di “sistemazione”. L’omertà, nel nostro mondo, nasce così. Mi avevano detto: altri due concorsi ora non li possiamo fare... Devi aspettare. Ma chi li vuole più i concorsi? Chiedo solo che la mia storia serva ad altri. Non dovevo risultare idonea, questa è la verità. Ormai ho la certezza di non avere più chances perché se denunci sei finito, ma non volevo accettare un futuro di compromessi». Il bando, fatto dall'università di Siena, era del 3 maggio 2005. Riguardava un posto da associato per la cattedra di Reumatologia. Su quei fatti ora indaga la Procura. Nell’atto di imputazione emesso dal pm Alessandra Chiavegatti si ipotizza un “disegno criminoso” per procurare “vantaggio” ad un certo candidato in modo da farlo vincere. La Fioravanti era stata “esclusa” dal sistema. L’11 febbraio 2006 la reumatologa bussò alle porte della Procura. Parlò degli indizi raccolti. Il magistrato mandò i carabinieri dove si svolgeva il concorso e ordinò una perquisizione. Nel blitz fu sequestrato il pc del candidato che poi avrebbe vinto. Gli uomini dell’Arma trovarono prove giudicate molto compromettenti. Secondo l’accusa non è stata garantita “l’imparzialità” delle prove poiché uno dei candidati (che nonostante tutto è stato dichiarato vincitore) 48 ore prima del concorso sarebbe stato messo a conoscenza di una “cinquina” di temi che facevano parte delle prove. Non è finita. Nel corso dell’ispezione si scoprì che all’interno del pc c’erano i “giudizi già formulati” sugli altri concorrenti. Non si sa, scrive il giudice, se redatti dall’interessato o da qualcuno della commissione.

Il caso Fioravanti non è l’unico. La procura di Siena ha chiesto rinvii a giudizio anche per un altro concorso, quello indetto il 27 aprile 2005. Nel mirino ci sono i commissari e il vincitore. Si parla ancora una volta di abuso di ufficio e di prove “modellate” sul profilo del predestinato. Silvio Ciappi è il criminologo che ha sporto denuncia. Racconta così la sua storia: «Per la cattedra di criminologia, anziché dare temi sulla materia, come era giusto che fosse, hanno dato statistica medica e igiene generale, infischiandosene della classe di concorso. Tutto, ovviamente, per favorire un certo candidato». Tesi sostenuta anche dagli inquirenti che hanno raccolto prove schiaccianti sul ribaltamento ad hoc delle discipline e sulla manovra per agevolare un laureato in Scienze Statistiche, uno che si era candidato alla cattedra di Criminologia pur non avendo i titoli. Tra gli indagati ci sono professori di Bari e di Roma. In ottobre le prime udienze davanti al Gup.

Chi va nel polo scientifico di San Miniato trova un po’ il cuore dell’ateneo moderno. Giovanni Grasso, direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, accoglie i visitatori con le frasi di Erwin Chargaff, attaccate davanti alla porta a vetri che porta nel suo studio. Una di queste è intitolata “sapere tutto di nulla”. Chargaff per il professore è un modello. «Oggi nelle università ci sono comitati di affari sostiene Grasso . La situazione è sfuggita di mano. Mancano le regole. Essere fuori dalla legge è la norma. Per molti rettori l’autonomia si è trasformata in una sorta di extra-territorialità, e molti, prolungando il mandato, rafforzano il loro potere, diventando “monarchi” assoluti. Se siamo arrivati a questo punto le ragioni ci sono. Chi ricorda il “quadrifoglio” di Ruberti, la legge sull’autonomia, sa che si gettavano le basi per la libertà di statuto, di gestione finanziaria e didattica. Però il disegno è rimasto incompleto: manca la quarta parte, quella che doveva contenere le regole. Eppure il testo, con i vincoli di trasparenza e con i paletti, era pronto. Ma ci fu una crisi di governo. Non a caso Ruberti venne fatto fuori e il suo testo sulle regole mandato al macero. Il potere accademico, tanto forte in Parlamento, se ne era disfatto. Da allora nessuno ne parla più». «Sono convinto sottolinea ancora il professor Grasso che da ciò derivino tutti i mali di oggi, compresi i “buchi” di bilancio, le spese misteriose, il conflitto di interessi e i concorsi truccati. Ecco perché occorre un piano di risanamento e una forte spinta per la rinascita dell’Università».

Concorsopoli ha dimensioni ben più ampie di quello che si potesse immaginare. Nel chiostro della facoltà di Economia, in uno splendido palazzo medievale, intervistiamo un professore che, chiamato a fare il commissario, non si è fatto trascinare dalla corrente. E’ Lorenzo Fattorini, ordinario di Statistica. In lontananza c’è un drappello di studenti che si prepara agli esami. «Beh osserva il professore mi sono trovato di fronte a una palese ingiustizia e ho votato contro la nomina del vincitore. Le sue qualità scientifiche erano molto discutibili, si trattava di una donna, aveva pubblicato un solo articolo, su una rivista italiana, nel lontanissimo 1989. Una cosa ridicola, da ridere. Gli altri tre concorrenti, invece, avevano pubblicazioni internazionali e impact factor elevati. Ma non c’è stato niente da fare, sono rimasto isolato, in minoranza».

E’ accaduto il 19 gennaio di quest’anno, il professore senese faceva parte di una commissione in un concorso bandito dalla Sapienza di Roma. Uno dei bocciati, un docente associato di Statistica, ha sporto denuncia. Si chiama Tommaso Gastaldi, se l’è presa con il sistema ingiusto e la mancanza di una “scala certa di valori”. Gastaldi ora combatte per ripristinare i diritti violati. E sono sotto inchiesta professori delle università di Roma, Napoli, Padova e Chieti.

Una cosa è certa. L’Università italiana ha bisogno di svincolarsi dal potere feudale dei “baroni”. Ha bisogno di abbattere vecchie e nuove corporazioni. Ha bisogno di dare spazio al merito e restituire prestigio alle sue istituzioni. Anche perché lo sviluppo del Paese, la competitività, l’innovazione e la ricerca dipendono proprio dagli atenei. Lo dicono gli analisti della società, lo dice la Confindustria, lo dice l’attuale ministro in carica, Fabio Mussi, che per riportare certezza del diritto sta cambiando le regole del reclutamento.

Ma a Siena sta per aprirsi un processo che farà discutere. Il 25 maggio ci sarà la prima udienza in cui è chiamato a comparire Piero Tosi, ex capo della conferenza dei rettori, ed ex rettore (per tre mandati consecutivi) dell’ateneo di Siena. Tosi, dopo dodici anni di ”regno”, è stato indagato per abuso d’ufficio dal gip. L’ex rettore, secondo il giudice, avrebbe concesso un incarico contra legem ad un ordinario di oculistica, presso la cui clinica il figlio di Tosi si stava specializzando. Sembra che l’ordinario non avesse i requisiti per ottenere quel posto. Ora sarà il Gup a decidere se ci sono gli elementi per andare avanti con il processo. Un anno fa, comunque, quando la Procura aprì l’inchiesta Tosi si difese sostenendo che erano stata date ampie chiarificazioni e che non era stata commessa alcuna irregolarità.

http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_28/siena-universita-inchiesta_56611b48-e299-11df-8440-00144f02aabc.shtml

http://www.radicali.it/view.php?id=93842