
I REGGINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
LA CASERMA DEI FANNULLONI: CHIUSA DA MESI, 21 A "NON LAVORARE"
REGGIO CALABRIA – 18 luglio 2008 - Sono diventati i più "fannulloni" di tutti dalla solenne cerimonia dell'ammainabandiera, quando dieci mesi fa le truppe se ne sono andate e loro sono rimasti da soli in una grande caserma deserta. Da quel giorno autisti e contabili non lavorano più. Sfogliano riviste, giocano a briscola, si appisolano all'ombra di bellissime palme. Sono sempre puntualissimi.
Ogni mattina alle 7,30 entrano nei loro uffici per non fare mai niente. A Reggio Calabria arrivano lontani e ovattati gli echi della guerra ai nullafacenti della pubblica amministrazione dichiarata dal ministro Brunetta. In questa città è lo Stato con la sua faccia che - dall'ottobre del 2007 - mantiene una grande caserma vuota e paga regolarmente ventuno dipendenti fantasma. Sono sedici uomini e tre donne, tutti impiegati civili del ministero della Difesa. Più un colonnello e un maresciallo, comandati a presidiare il nulla. Un monumento dello spreco italico: è la caserma "Mezzocapo" di Reggio, un glorioso passato di medaglie d'oro e croci di guerra, un quadrilatero di mura spesse e di storia intitolata ai fratelli Carlo e Luigi, prima ufficiali e poi senatori del Regno. E' proprio al centro della più grande città calabrese. Fino a un anno fa era il quartier generale del Comando militare della Calabria (trasferito a Catanzaro) e oggi "posto di lavoro" di quei diciannove civili e di quei due militari lasciati a Reggio a fare, loro malgrado, i "fannulloni".
La caserma è sempre avvolta nel silenzio, un fortino abbandonato. E' sempre la stessa scena ogni mattina dal giorno dell'ammainabandiera. Come ieri, 17 di luglio. Al numero civico 44 di via Guglielmo Pepe entrano uno dopo l'altro alle 7,30, tutti e ventuno. Salgono le scale della prima palazzina a sinistra dove una volta c'erano le stanze del generale e del suo stato maggiore, un attimo e si fiondano al bar che si affaccia su piazza Sant'Agostino.
E poi? Poi comincia la lunghissima giornata dei "fannulloni" di Reggio Calabria. Racconta A.: "Mi piacerebbe fare qualcosa e invece mi rimbambisco davanti alla televisione, conosco ormai tutti i personaggi delle telenovele che trasmettono, fino all'ora dei tg". Racconta B.: "Con altri tre giochiamo a carte, ogni giorno aspettiamo così l'orario per andarcene". Racconta C.: "In certi momenti afferro una scopa e pulisco a terra per far passare il tempo". A, B e C e gli altri sedici dipendenti civili il lunedì e il mercoledì fanno il "turno lungo", fino alle 17. Il venerdì escono alle 12,30.
Tutti gli edifici interni alla caserma sono chiusi, sigillati. C'è solo la palazzina del vecchio comando aperta. Qualche scrivania, qualche sedia. Un solo telefono che non squilla mai. Una telecamera con l'occhio puntato verso un cancello sempre chiuso.
Ogni giorno così. Ogni giorno qualcuno a turno compila un elenco con tutti i loro nomi, le "presenze" che vengono spedite via fax a Catanzaro. Racconta D.: "E' l'unica attività che ci chiedono di svolgere dal primo ottobre dell'anno scorso". Un paio di volte la settimana uno dei diciannove impiegati fantasma fa un salto all'ufficio postale per prelevare la corrispondenza. "In molti non sanno che qui non c'è più la caserma e così prendiamo le lettere che arrivano e le smistiamo a Catanzaro", racconta E. Lo stipendio è rimasto lo stesso per tutti, senza straordinario e senza indennità. Il lunedì e il mercoledì - i giorni con il "turno lungo" - i diciannove dipendenti civili hanno diritto al vecchio buono pasto.
La caserma "Mezzocapo" resterà per il momento così com'è: abbandonata. Da mesi c'è una trattativa fra il ministero della Difesa e il ministero degli Interni, che vorrebbe entrarne in possesso per sistemare lì dentro alcuni suoi uffici. L'Immigrazione. E la Polizia scientifica, che a Reggio non ha dove piazzare sofisticate attrezzature e per gli esami più banali gli investigatori mandano provette e reperti ai laboratori di Roma. E l'ufficio Depenalizzazioni, che ha trovato ricovero in un palazzo dove la prefettura spende cifre da capogiro per l'affitto. Ma il ministero della Difesa sembra che al momento non voglia cederla a nessuno la "Mezzocapo".
La lettera è di un mese fa, partita il 17 giugno dal gabinetto del ministro Ignazio La Russa e indirizzata al ministero degli Interni e al Demanio: "In esito all'istanza della prefettura di Reggio Calabria, volta all'acquisizione della caserma Mezzocapo per esigenze infrastrutturali, si rappresenta che, allo stato attuale, non è in atto alcun procedimento di dismissione della caserma stessa".
La comunicazione prosegue lasciando però uno spiraglio. Il ministero della Difesa sarebbe disposto a liberarsi della gloriosa caserma e "donarla" alla prefettura di Reggio, a una condizione: "Tale ipotesi è strettamente connessa con la ricollocazione delle 19 unità di personale civile della caserma". In sostanza chiede all'Interno di pagare quei diciannove stipendi. In tempi di "tagli" come questi.
TRUFFE AL SERVIZIO SANITARIO
TRUFFA AL SERVIZIO SANITARIO, SCOPERTI OLTRE 100 'FALSI POVERI'
Reggio Calabria, 22 dic. 2007 - Hanno beneficiato di prestazioni sociali agevolate illegittimamente provocando un danno erariale nei confronti dell'Asl 11 di Reggio Calabria. Si tratta di oltre 100 'falsi poveri', denunciati dalla Guardia di finanza per truffa aggravata al servizio sanitario e false dichiarazioni.
Le persone identificate dalle Fiamme gialle, con false autocertificazioni, hanno usufruito indebitamente dell'esenzione, giovando di un ingiusto profitto patrimoniale.
http://www.padovanews.it/content/view/24268/101/
CONCORSOPOLI POLIZIA MUNICIPALE
REGGIO CALABRIA - 9 NOV. 2007 - Alcune persone sono state iscritte dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria nel registro degli indagati nell'ambito di un'inchiesta sull'assunzione da parte del Comune di 110 persone impiegate come vigili urbani.
A darne notizia, con un comunicato, è il procuratore della Repubblica facente funzioni di Reggio, Francesco Scuderi, facendo riferimento a notizie di stampa. "All'esito delle indagini delegate, svolte alacremente dalla Sezione di Polizia giudiziaria della Guardia di Finanza - afferma Scuderi nel comunicato - si è doverosamente proceduto nei giorni scorsi all'iscrizione di alcuni soggetti nel registro degli indagati onde procedere ad interrogatori ed altri atti di riscontro. Oltre alla questione relativa alla ritenuta illegittimità dell'impiego dei lavoratori in funzioni di polizia giudiziaria e di polizia stradale, sono emerse dagli ultimi accertamenti ancora in corso macroscopiche anomalie nella procedura di selezione dei lavoratori somministrati.
L'indagine intende chiarire la causa delle anomalie evidenziate ed accertare eventuali responsabilità". Il comunicato diramato dal procuratore Scuderi prende spunto da notizie secondo le quali la Procura di Reggio, nell'ambito dell'inchiesta sull'assunzione dei vigili urbani, avrebbe inviato informazioni di garanzia al sindaco, Giuseppe Scopelliti; all'assessore al Personale, Pasquale Zito; al dirigente del settore risorse umane del Comune, Umberto Nucera, ed alla dottoressa Agresta, dell'Associazione temporanea di imprese.
http://www.ildomanionline.it/content/view/3692/968/
ARRESTATO ASSESSORE UDEUR: ASSOCIAZIONE MAFIOSA
REGGIO CALABRIA – 13 FEB. 2008 - Almeno 50 gli arresti effettuati in Calabria per associazione mafiosa , spaccio di stupefacenti e traffici illeciti nell’ambito dell’operazione Naos. Tra gli arrestati anche un assessore regionale dell’Udeur.
Si tratta di Pasquale Tripodi, 51 anni, assessore con delega al Turismo ed alle attività produttive. Tripodi non è l’unico politico rimasto coinvolto nell’operazione, sono stati infatti iscritti nel registro degli indagati anche il primo cittadino di Staiti, il vicesindaco ed un tecnico di Brancaleone.
Le indagini, coordinate dalla procura Antimafia di Perugia, sono state condotte dai militari del Ros. Esse hanno portato alla luce i collegamenti degli indagati al clan camorristico dei Casalesi ed a quello della ‘ndrangheta della famiglia Morabito-Palamara-Bruzzaniti. Gli illeciti erano essenzialmente basati su appalti legati and infrastrutture turistiche della Calabria ed alle sue centrali idroelettriche.
Tripodi, revocato dal suo mandato ieri dal presidente della regione calabria Agazio Loiero per l’incompatibilità nata a seguito della decisione del Campanile di abbandonare la coalizione di centrosinistra, è accusato di associazione mafiosa. Per gli altri fermati le accuse riguardano a vario titolo: traffico di stupefacenti, riciclaggio di denaro proveniente dai traffici illeciti in attività imprenditoriali nel campo dell’edilizia ed del mercato immobiliare, traffico di auto rubate, riciclaggio di assegni falsi e rubati, estorsioni, illeciti in appalti pubblici.
Il Corsera riporta un ampia scheda dell’ex assessore al turismo arrestato: “Tripodi, nato a Montebello Ionico il 10 maggio 1957, è residente a Reggio Calabria, sposato, ha due figlie. Svolge la professione di medico, specialista di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Melito Porto Salvo. È stato segretario della sezione della Democrazia cristiana di Bova Marina e membro del comitato provinciale giovanile dello stesso partito. Quindi per diversi anni si è allontanato dalla politica militante. Fin quando nel 1998 s’è iscritto allo Sdi. L’anno prima però, come espressione della società civile e capeggiando una lista civica era stato eletto sindaco di Bova Marina, incarico che ha espletato fino ad aprile del 2000. Nelle elezioni regionali del 2005, ottiene 11.806 voti nella lista dei Popolari-Udeur nella provincia di Reggio Calabria. Accresce in modo significativo il successo del 2000, quando, con le liste dello Sdi, era stato eletto con 3694 voti. Assessore ai Trasporti nella prima Giunta regionale guidata da Agazio Loiero. Nella seconda Giunta-Loiero, Tripodi ricopre la delega alle Attività Produttive e al Personale. Incarico riconfermatogli nella terza Giunta Loiero.”
Secondo Repubblica, “per quanto riguarda il settore della droga è emerso il coinvolgimento degli indagati in un presunto traffico di cocaina destinati al mercato perugino. In Umbria”, infatti, “ la commercializzazione della droga era prevalentemente affidata ad una componente costituita da albanesi e pregiudicati locali”.
PATTO TRA “NDRANGHETA” E POLITICI PER CONTROLLARE LA SANITA’
REGGIO CALABRIA – 28 GEN. 2008 - Il nome dato all’operazione da carabinieri e magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria è tutto un programma, “Onorata sanità”, e descrive i rapporti “insani” tra ‘ndrangheta, politica e affari attorno al mondo della sanità calabrese. L’esito è di 18 arresti in tutto, e tra questi un consigliere regionale, ed altre 29 persone indagate in stato di libertà.
A finire in manette è stato il consigliere regionale di centrodestra Domenico Crea, insieme al figlio, Antonio, alla nuora, Laura Autelitano, al dirigente vicario del Dipartimento Sanità della Regione Calabria, Peppino Biamonte, e al direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro, Piero Morabito, ex direttore generale dell’Asl 11 di Reggio Calabria, oltre a funzionari di aziende sanitarie e medici.
Un vero e proprio terremoto quello provocato dalla Dda reggina nella sanità calabrese, un settore spesso al centro di polemiche. Ed è in questo contesto che matura l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, ucciso a Locri il 16 ottobre 2005. La sua elezione rischiava di rompere gli equilibri, ma il suo omicidio, ha detto Scuderi “testimonia che la ‘ndrangheta domina e che non basta un qualsiasi Franco Fortugno per bloccarne i disegni. Un coacervo di interessi politico-mafiosi ha costituito l’humus per quel tragico omicidio”.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, truffa, omissione di soccorso, soppressione e distruzione di atti veri. Dalle indagini è emerso il patto tra cosche e politica finalizzato ad un unico scopo: l’illecito arricchimento grazie al saccheggio dei fondi pubblici. E per ottenere questo risultato, una serie di organizzazioni criminali della fascia ionica reggina hanno “coalizzato”, scrive il Gip, “le loro forze dando luogo ad un’unitaria struttura di sostegno alla candidatura di Domenico Crea, reputandolo il soggetto idoneo a garantire al meglio gli interessi delle cosche e ad assicurare loro i vantaggi”. Tre in particolare, hanno spiegato i magistrati, le cosche per le quali Crea era divenuto un punto di riferimento: gli Zavettieri di Roghudi, i Morabito di Africo e i Cordì di Locri.
Attorno a Crea, è la tesi sostenuta dalla Dda di Reggio Calabria, ruotano molti interessi tra i quali c’era anche quello personale per la casa di cura Villa Anya, a Melito Porto Salvo, di proprietà della famiglia del consigliere regionale. Al riguardo emerge “un ’sistema’ fatto di pressioni, relazioni, favori, attuato principalmente dallo stesso Crea e dal figlio Antonio, al fine di ottenere le autorizzazioni necessarie all’accreditamento della struttura sanitaria'’.
In quella clinica, posta sotto sequestro oggi dai carabinieri, al di là delle truffe al sistema sanitario, però, avvenivano anche episodi inquietanti: persone decedute che risultavano morte, invece, nel pronto soccorso dell’ospedale di Melito Porto Salvo, pazienti trattati male ed altri, con gravissime patologie, lasciati a se stessi.
A fare da collante - tra quella che il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria, Francesco Scuderi, ha definito una “borghesia mafiosa, totalmente asservita agli interessi delle cosche” e la ‘ndrangheta - è il denaro. Ed al centro di questo intreccio i pm collocano Crea, definito dal gip “una sorta di figura paradigmatica di forme spregiudicate ed immorali di concepire l’impegno politico”. Una figura che non esita, parlando con un suo stretto collaboratore, a tracciare la contabilità dei fondi a disposizione degli assessorati regionali.
“La sanità”, dice Crea senza sapere di essere intercettato, “è prima, l’agricoltura e forestazione seconda, le attività produttive terza; in ordine, dai, come budget. Settemila miliardi, con la sanità, 3 miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il bilancio della sanità”. Un repertorio tale di “improntitudine e di spregiudicatezza” che a giudizio del gip costituisce “un vero e proprio manifesto di uso distorto e perverso della politica per finalità di arricchimento personale a scapito della collettività”.
REGGIO CALABRIA - 08 Giugno 2007 - Il pm di Salerno Domenica Gambardella ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex governatore della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti, indagato nell'ambito della maxinchiesta "Dinasty 2 - Do ut des", che il 10 novembre scorso e' culminata con l'arresto del presidente della sezione civile del Tribunale di Vibo Patrizia Pasquin. Il magistrato titolare dell'indagine ha chiesto inoltre il rinvio a giudizio per tutti gli altri trenta indagati.
APPALTAPOLI
Salerno-Reggio Calabria: Appalti truccati ed estorsioni: 15 arresti
Un cantiere stradale sulla A3 Salerno-Reggio Calabria
REGGIO CALABRIA - 9 luglio 2007 - Ci sono le mani della
'ndrangheta sull' Autostrada Salerno-Reggio Calabria. Le cosche imponevano alle
imprese impegnate nei lavori stradali di rivolgersi alle proprie aziende
compiacenti per acquistare materiale e servizi. L'opera di infiltrazione si
affiancava alle estorsioni vere e proprie applicate alle imprese che avevano
regolarmente vinto le varie gare di appalto: un giro di "bustarelle" che
raggiungeva le decine di milioni di euro.
La polizia di Reggio Calabria ha svelato il piano della 'ndrangheta: con
l'accusa di associazione mafiosa ed estorsione, stati arrestati alcuni esponenti
di vertice delle cosche reggine Piromalli di Gioia Tauro; Pesce di Rosarno;
Condello di Reggio Calabria, e Longo di Polistena, strettamente collegate con il
clan Mancuso di Vibo Valentia. In manette anche un delegato della Cgil che è
stato subito sospeso dal sindacato: secondo l'accusa, è legato alla cosca
Bellocco di Rosarno. Quarantatré sono gli indagati denunciati in stato di
libertà; sequestrate cinque imprese edili compiacenti.
In particolare, la polizia di Reggio Calabria e la Direzione distrettuale
antimafia hanno scoperto i meccanismi di penetrazione nella gestione degli
appalti pubblici per le opere di ammodernamento nei tratti della Salerno-Reggio
Calabria compresi tra gli svincoli di Rosarno e Gioia Tauro. "L'indagine -
spiegano gli inquirenti - ha consentito di verificare l'esistenza di accordi
intercorsi tra le più potenti cosche della 'ndrangheta, anche di province
diverse da quella reggina, finalizzati alla spartizione dei proventi
indebitamente acquisiti, attraverso l'imposizione di una percentuale
sull'importo degli appalti e l'assegnazione dei conseguenti lavori ad imprese
organiche ai clan in argomento".
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/ndrangheta-a3/ndrangheta-a3/ndrangheta-a3.html
MAGISTROPOLI
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-05864
presentata da ANGELA NAPOLI giovedì 27 marzo 2003 nella seduta n.288
ANGELA NAPOLI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
fin dal 27 marzo 2000, con atto ispettivo n. 4-29179 l'interrogante ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti;
infatti, il tribunale di Messina è sede di inchiesta su alcuni magistrati catanesi; il tribunale di Reggio Calabria è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e catanesi; il tribunale di Catania è sede di inchiesta su alcuni magistrati messinesi e reggini;
all'interrogante appariva, ad esempio, già allora inquietante la circostanza che uno degli inquirenti catanesi, titolare delle indagini sui colleghi messinesi e reggini, fosse egli stesso indagato a Messina;
durante i lavori svolti dalla Commissione nazionale antimafia nella XIII Legislatura era già emerso il "caso Catania", con il coinvolgimento di magistrati della procura della Repubblica di Catania per i quali era stata aperta una fase di indagine da parte della procura della Repubblica di Messina;
la fine della XIII Legislatura ha impedito alla precedente Commissione nazionale antimafia di fare piena luce sulle dichiarazioni rese alla stessa da Giambattista Scidà, ex Presidente del tribunale dei minori di Catania e dal dottor Nicolò Marino relative ad ipotetiche collusioni tra alcuni magistrati catanesi con uomini politici ed uomini della criminalità organizzata;
il Presidente Scidà aveva, infatti, denunziato che "la procura di Catania avrebbe assunto una posizione di vero dominio, incamerando notizie di reato senza approfondirle" ed in particolare ha sottolineato il fatto che il processo sull'ospedale "Garibaldi", "sarebbe stato bloccato per mesi dal dottor Carlo Busacca, Procuratore capo presso il tribunale di Catania, allo scopo di non sottoporre ad indagini Ignazio Sciortino, cognato del sostituto procuratore Carlo Caponcello";
il dottor Nicolò Marino divenne, invece, vittima del "caso Catania", in quanto, da titolare dell'inchiesta sull'ospedale "Garibaldi", ha attenzionato la relativa Commissione anomalie incaricata di valutare le offerte per la gara, che avrebbe escluso irregolarmente la ditta Costanzo per aggiudicare l'appalto alla cooperativa rossa di Giulio Romagnoli;
della Commissione faceva parte anche Sciortino e mentre gli altri componenti furono arrestati, questo fu invece lasciato libero;
peraltro nel comune di San Giovanni La Punta Giuseppe Gennaro, procuratore aggiunto di Catania ha comprato una villa che, secondo un'informativa della polizia, gli sarebbe stata ceduta da un costruttore legato al clan Laudani;
così oggi a Messina sono in corso indagini sul Capo della procura di Catania Mario Busacca, sul procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e sul PM Carlo Caponcello, e contemporaneamente a Catania si celebrano processi a carico dell'ex sostituto procuratore della DNA, Giovanni Lembo e dell'ex Capo del GIP Marcello Mondello (vedi notizie stampa giugno-luglio 2002);
della procedura penale del conflitto insorto in seno agli uffici giudiziari catanesi è stata quindi interessata la procura della Repubblica di Messina che ha elevato imputazioni nei confronti del dottor Busacca, per le quali è stata successivamente richiesta l'archiviazione;
proseguono, invece, le indagini che riguardano il dottor Giuseppe Gennaro;
le reciprocità delle due procure di Catania e Messina sono state evidenziate anche dal fallimento "Ceruso C. e F. srl" in cui è stato coinvolto l'imprenditore Angelo Scammacca di Catania che aveva denunziato il magistrato della città Francesco D'Alessandro;
nell'esposto dello Scammacca è stato denunciato che il fallimento sarebbe stato trattato in modo illecito per favorire alcuni personaggi collusi con la mafia;
il giudice D'Alessandro, all'interno dello stesso fallimento, ha svolto le funzioni di giudice delegato, giudice istruttore e consigliere estensore della sentenza in appello;
il giudice D'Alessandro presiede il processo Lembo-Sparacio;
un procedimento nei confronti del giudice D'Alessandro, dopo essere transitato dalle procure di Messina e Reggio Calabria confluirà, per competenza, a Catania;
l'assemblea della camera penale di Catania ha chiesto, inoltre, un'ispezione alla procura della Repubblica in merito alla gestione del collaboratore di giustizia Angelo Mascali, il quale durante la sua collaborazione avrebbe continuato a controllare il racket delle estorsioni e dell'usura con alcuni familiari legati alla cosca Santapaola -:
se non intenda dover avviare urgentemente adeguate visite ispettive presso le procure di Catania, Messina e Reggio Calabria, così come già richiesto dall'interrogante con l'atto ispettivo n. 4-29179;
se non ritenga, altresì, di dover fornire all'interrogante ed alla Commissione nazionale antimafia le risultanze di precedenti visite ispettive effettuate presso le tre procure in questione;
se non ritenga, ancora, di voler salvaguardare l'autonomia e l'immagine della magistratura richiedendo gli opportuni interventi nei confronti di coloro che si rendono responsabili di tali situazioni a discapito della vera giustizia.(4-05864)
PARENTOPOLI
La magistratura indaga sulle assunzioni familiari, 200 posti sotto esame
Anche Rifondazione è dentro fino al collo.
REGGIO CALABRIA - 9 NOVEMBRE 2005 - All'indomani delle dimissioni di Egidio Masella, assessore al Lavoro del PRC alla Regione Calabria, che il 25 ottobre è stato costretto a rinunciare all'incarico perché tra lo staff del suo assessorato aveva assunto anche la moglie, l'avvocato Lucia Apreda, la procura di Catanzaro ha aperto un'inchiesta sulla scandalosa vicenda della "parentopoli" calabrese.
Il reato ipotizzato per le oltre 200 assunzioni di familiari, parenti, amici e amici degli amici operate nel corso degli ultimi anni sia dalla maggioranza uscente di "centro-destra" che dalla nuova maggioranza di "centro-sinistra" è di abuso d'ufficio.
Per il momento sul registro degli indagati non figurano nomi. Ma nell'inchiesta, delegata al reparto operativo dei carabinieri di Catanzaro, figurano già numerosi documenti e testimonianze relative alle assunzioni di centinaia di ex Co.co.co avvenute per chiamata diretta in base ad un unico requisito: essere un familiare, parente o amico di uno dei 50 eletti nel Consiglio regionale.
Insomma un verminaio di clientele in cui il PRC non solo è dentro fino al collo, ma costituisce uno scandalo nello scandalo. Basti pensare che Rifondazione ha incaricato il consigliere regionale Nino De Gaetano di "raccogliere la documentazione necessaria per istituire commissione d'indagine". Il carattere dell'iniziativa appare a dir poco ridicolo, dal momento che Masella ha ammesso tutte le sue responsabilità: si dà il caso che lo stesso De Gaetano è coinvolto nello scandalo in quanto ha assunto il fratello di sua madre, zio Gregorio, come autista personale.
La "parentopoli" calabrese nasce nel 2002 quando l'allora giunta di "centro-destra" guidata dal forzista Giuseppe Chiaravalloti approvò una legge, la numero 25, meglio nota come la "legge dei parenti" con la quale furono assunti negli uffici regionali, nei consigli di amministrazione o negli organi equiparati degli Enti pubblici, delle Asl o nelle società di diritto pubblico o privato controllate o partecipate dalla Regione centinaia di persone in gran parte familiari, parenti, amici e amici degli amici di assessori e consiglieri con incarichi di portaborse, assistenti, responsabili tecnici, autisti, uscieri, ecc.
Il 27 maggio scorso la nuova maggioranza di "centro-sinistra", alla guida della Regione Calabria dopo la vittoria delle elezioni del 3 e 4 aprile scorsi, invece di battere il clientelismo e moralizzare il palazzo della Regione come promesso in campagna elettorale, ha votato una delibera, la numero 6, la cosiddetta "legge di spoils system" come la chiama Loiero, con cui sono state azzerate tutte le nomine della vecchia amministrazione regionale e, al posto dei parenti e amici di Chiaravalloti e del "centro-destra" ha dato il via libera all'assunzione "fiduciaria" di altre centinaia di familiari, parenti, amici e amici degli amici di Loiero e del "centro-sinistra". Si tratta di una media di circa 6 nomine per ogni consigliere che moltiplicata per i 30 eletti del "centro-sinistra" si arriva a circa 180 "nuove assunzioni".
La legge prevede infatti che ognuno dei 50 consiglieri eletti, assessori, presidente e vicepresidente del Consiglio regionale ha "diritto" ad avere uno staff composto da un minimo di 4 fino a 7 persone. Lo stipendio va da un minimo di 2.800,28 a un massimo di 5.856,61 euro lordi che moltiplicati per le oltre 200 assunzioni parentali su cui sta indagando la magistratura catanzarese costituisce un altro autentico furto dalle tasche delle masse calabresi costrette a pagare fior di stipendi non solo a Loiero e a tutti gli eletti nel Consiglio regionale ma anche ai loro familiari, parenti, amici e amici degli amici.
Altro che "moralizzazione delle scelte, mutamento radicale di indirizzo, azioni di bonifica sociale e culturale"; altro che "lavorare per una Calabria diversa, dove si affermino regole e non privilegi" di cui ciancia il neogovernatore democristiano della Calabria Agazio Loiero in un fondo su "l'Unità" dell'1 novembre; lo scandalo delle assunzioni dirette operate da assessori e consiglieri regionali a favore di familiari, parenti, amici e amici degli amici conferma che, al pari della precedente maggioranza di "centro-destra", anche le cosche parlamentari del "centro-sinistra" che hanno vinto le elezioni, hanno trasformato il Consiglio e la Giunta regionale calabrese in una grande "famiglia".