
I PERUGINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
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Omicidi di Stato: Aldo Bianzino
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AMMINISTRATOPOLI
FAVORITISMI E RACCOMANDAZIONI. VOTO DI SCAMBIO: IN ALTRI POSTI E' CONSIDERATA MAFIA
I guai giudiziari del Partito democratico stanno diventando un feuilleton estivo. Le procure di mezza Italia sembrano avere rinunciato alle vacanze appositamente per partecipare a quest’opera collettiva sul presunto lato oscuro delle amministrazioni a guida Pd. L’ultimo episodio della saga è ambientato in Umbria, dove l’inchiesta dei pm Sergio Sottani e Mario Formisano, soprannominata Sanitopoli, non riguarda il finanziamento illecito al partito o ai suoi dirigenti e funzionari (su cui indagano, per esempio, le procure di Roma e Monza), ma un tema altrettanto avvincente per gli amanti del genere: il voto di scambio e le amministrazioni pubbliche usate come uffici di collocamento.
Sottani (neoprocuratore di Forlì) e Formisano nei giorni scorsi hanno inviato l’avviso di chiusura indagini a 21 persone; tra questi almeno cinque politici di rango: l’ex governatrice Maria Rita Lorenzetti, oggi presidente di Italferr, società partecipata di Ferrovie dello Stato, l’ex vicepresidente della giunta Carlo Liviantoni, l’ex assessore al Bilancio (appena nominato assessore allo Sviluppo economico) Vincenzo Riommi, l’ex assessore alla Sanità Maurizio Rosi e il consigliere regionale Luca Barberini (già presidente della Valle umbra servizi). Tra gli indagati anche il direttore generale della Asl 3 Maria Gigliola Rosignoli e l’ex capo di gabinetto di Lorenzetti, Sandra Santoni. Nel nuovo capitolo i reati più citati sono l’abuso d’ufficio, la falsità ideo-logica e quella materiale. Ma partiamo dal principio.
La storia diventa intrigante quando entra in scena un militante del Pd, il 27enne David Alpaca, indagato per tentata estorsione e turbativa d’asta insieme con un amico imprenditore. Le intercettazioni sembrano scritte da uno sceneggiatore. Il giovanotto è in contatto con i dirigenti del Pd locale e si preoccupa di rastrellare nuovi iscritti in vista delle primarie. In cambio di questo lavoro Alpaca accampa pretese. Per esempio afferma che bisogna dire al sindaco di Foligno che «deve sistemare chi ha fatto anche 100 tessere». I carabinieri del nucleo investigativo di Perugia trascrivono le sue parole: «Adesso ci sono le regionali bimbi miei, lì non si fanno scherzi, io non posso fare nomi, ma c’è qualcuno che ha cacciato 2 mila euro e non c’entrava nulla con la politica».
Gli investigatori annotano i vizi del ragazzo: gioca con le macchinette nei bar e «conta i soldi in tasca per la droga». Diventa una mina vagante per il Pd umbro. Prima chiede lavoro per un amico, poi per se stesso. E inizia a minacciare: «In particolare faceva presente in più occasioni di essere a conoscenza che diverse persone erano state assunte in amministrazioni pubbliche senza concorso, in quanto legate da vincoli di parentela con alcuni amministratori o perché vicini politicamente agli stessi e in grado di procurare voti» scrivono gli inquirenti. Promette al telefono di rivelare la cosa «agli organi di stampa»: «Prima di picchiarli li mando in galera» sbotta. Risultato: il capo di gabinetto della giunta regionale Santoni e il direttore della Asl 3 Rosignoli si attivano per procurare ad Alpaca un impiego alla Sogesi (1.400 euro al mese per sterilizzare i ferri chirurgici), una società di servizi per la sanità. Un favore che la Sogesi non può rifiutare visto che, annotano i magistrati, «la richiesta proveniva dal direttore della Asl 3» e la società «gestiva diversi appalti per le aziende sanitarie e ospedaliere della Regione Umbria».
Le minacce di Alpaca (che riceve oltre al posto di lavoro anche una testa di cane mozzata in giardino) incuriosiscono i pm che iniziano a scavare. Alpaca, accusato di estorsione, in procura, però, perde la loquacità e non collabora. Sottani e Formisano individuano ugualmente una pista e si concentrano sulla Webred servizi, società pubblica di proprietà della regione, dove sarebbero state pilotate diverse assunzioni. Negli atti è citata la vicenda di Isabella M., raccomandata da Barberini. Nel suo caso una manina «provvedeva a correggere il voto riportato dalla candidata in una delle prove orali, consentendo così il superamento della prova selettiva» sostiene l’accusa. Lo stesso escamotage sarebbe stato adottato per almeno altre cinque persone segnalate da Riommi. E visto che un buon posto di lavoro in Umbria non si nega a nessuno, anche Santoni, terminata l’avventura a fianco del presidente Lorenzetti, si adopera per non tornare a fare l’impiegata al Comune di Foligno e in un’intercettazione spiega a Rosignoli che se «la fa andare là con 1.500 euro al mese poi non sa cosa mangiare». Il registro cambia, da noir diventa strappalacrime. Per questo la giunta guidata da Lorenzetti (indagata per abuso d’ufficio) si mette una mano sul cuore e il 5 ottobre 2009 delibera la sua assunzione come dirigente della Asl 3. Per raggiungere l’obiettivo, ecco spuntare un’altra manina: questa volta viene alterato «l’atto di richiesta di autorizzazione di assunzione del personale»: l’efficiente Soccorso rosso modifica il numero di dirigenti, portandolo da tre a quattro «mediante una correzione a penna». Il posto in più è di Santoni.
Che per i pm queste non siano eccezioni, ma spie di un sistema emerge da un altro capo d’imputazione: Liviantoni, Rosi e altri sono accusati di falsità ideologica per avere indotto la giunta regionale ad approvare la delibera numero 46 del gennaio 2009 relativa alla «autorizzazione alle aziende sanitarie locali e ospedaliere ad assumere personale» nonostante «tale provvedimento risultasse mancante dei suoi contenuti essenziali». Insomma la festa in Umbria doveva avere più invitati possibile. Per i magistrati gli amministratori del Pd hanno gestito la sanità pubblica come una «cosa loro» e per dimostrarlo citano anche episodi minori, come le visite specialistiche ottenute da Lorenzetti e Barberini presso la Asl 3 «violando il corretto iter amministrativo e burocratico», quello cioè che ogni cittadino deve seguire.
I risultati delle indagini della procura di Perugia non sorprendono l’avvocato Fiammetta Modena, candidata governatrice alle ultime elezioni regionali per Pdl e Lega nord: «La filosofia messa in luce dalle inchieste è chiara: posti di lavoro in cambio di voti, per le elezioni e per le primarie. Solo così si spiega l’ipertrofia degli apparati regionali: la piccola Umbria (900 mila abitanti) ha 5 aziende sanitarie locali, 2 aziende ospedaliere, 1 agenzia sanitaria per gli acquisti e 5 comunità montane, una persino del lago Trasimeno, con soli 525 mila ettari di monti e ben 964 dipendenti». Nel frattempo Sanitopoli dalle assunzioni si sta estendendo agli appalti pubblici. Un filone che potrebbe dare materia per un nuovo paragrafo sulle disavventure del Pd. E altri dispiaceri ai vertici del partito.
E poi ci meravigliamo che il cattivo esempio della classe dirigente venga emulato dai cittadini.
Ci voleva l’assassinio di una povera ragazza inglese (da parte di un italiano, un’americana e un congolese) per aprire gli occhi ai tetragoni amministratori umbri. Adesso finalmente è un coro di voci di uomini politici che mettono al centro il problema sicurezza.
Ma che Perugia fosse una città invivibile si sapeva da tempo. Da quando venne fuori nitidamente che era diventata una delle tre o quattro piazze più importanti dello spaccio della droga. Un fiume di cocaina solcava il centro storico dove dopo le dieci di sera non è più possibile passeggiare. C’è stata la protesta dei cittadini del quartiere dove ha sede l’Università per Stranieri, sempre più spaventati dal degrado. Nel silenzio di tanti, troppi amministratori e anche della stessa opposizione è toccato ad Italia Nostra protestare per la pericolosa involuzione di una fra le città più belle e più civili d’Italia. Basta scorrere qualche dato – proprio fornito dal Ministero degli Interni: una volta la capitale degli scippi era Napoli, adesso Perugia le contende il primato.
Il traffico della droga – come è noto – è in mano ai nordafricani, sempre più numerosi e difficili da controllare. Ma la droga è solo uno dei problemi. Di recente sono stati fermati – con una operazione per la verità eccessivamente spettacolare – un gruppetto di anarchici che si dilettavano a mandare in giro lettere con all’interno qualche pallottola. Il capoluogo umbro è diventato anche una sorta di capitale del terrorismo islamico: basti ricordare gli arresti a Ponte Felcino dove vivevano e operavano uomini che, mentre invocavano Allah, arruolavano kamikaze. E il campo antimperialista di Assisi - nel silenzio del centrosinistra locale e di tanti altri - tutte le estati diventa un punto di aggregazione di loschi figuri, ricercati un po’ ovunque per le loro gesta di violenza.
Insomma, si può sommessamente dire che Perugia è ormai una città con tassi di presenza straniera pericolosi, simili a quelli di alcune realtà del Nord, tipo Brescia. E si può dire che fra extracomunitari e non, questi si annidano personaggi pericolosi: spacciatori, terroristi e quant’altro. Il lassismo della sinistra di governo ha favorito tutto ciò: il Comune di Perugia addirittura pagava una quota d’affitto dell’imam di Ponte Felcino che addestrava uomini per fare attentati. In nome di un buonismo peloso è stato attaccato duramente chiunque ponesse il problema dell’eccessiva densità di stranieri e del clima insopportabile che - fra droga e islamisti - si veniva creando. I giornali – pochi per la verità – che nel recente passato lanciarono l’allarme, sono stati accusati di allarmismo. E un trattamento analogo lo ebbe il vescovo di Perugia quando fra il 2003 e il 2004 sollevò il tema della sicurezza e della circolazione della droga nel centro storico e nell’intera città.
Adesso la gente è veramente spaventata, gli amministratori locali piangono le lacrime del coccodrillo, e l’opposizione, solo da poco, ha cominciato a farsi sentire. Il guasto è fatto. Una delle più belle e più vivibili città d’Italia, un tempo colta e sicura, è stata trasformata in un luogo pericoloso per incapacità e per eccesso di demagogia. Una brutta fine che era evitabile.
Ma questo non è il solo cruccio di Perugia.
Blitz delle forze dell'ordine per arrestare 30 tra dirigenti pubblici, imprenditori e altri personaggi legati al mondo degli appalti umbri finiti nel mirino della Procura della Repubblica che ha ipotizzato, da due settimane, un' associazione a delinquere e altri reati del tipo turbativa d'asta e frode.
L'azione coordinata dal Pm Comodi ha fatto già una vittima illustre il vice-presidente di Confindustria, Carlo Carini, nonchè presidente dell'Ance - i cementieri e costruttori - che proprio mercoledì aveva consegnato le proprie dimissioni da tutti i ruoli istituzionali. Dimissioni che non sono state accolte.
Sarebbero 8 le persone portate al carcere di Capanne; a tutti gli altri - 30 le ordinanze di custodia cautelare emesse - sarebbero stati concessi gli arresti domiciliari. Secondo alcune indiscrezioni provenienti dalla Procura, il motivo della custodia cautelare scattata molto tempo dopo l'avvio degli avvisi di garanzia sarebbe stata determinata dal rischio sia di inquinamento di prove che dalla possibilità di una fuga all'estero di alcuni indagati. Non sono stati ufficializzati gli altri nomi degli arresti.
Il procuratore della Repubblica, Nicola Miriano, con una nota è intervenuto per precisare i numeri dell'azione portata avanti questa mattina dalla Squadra mobile a riguardo dell'inchiesta sugli appalti truccati in provincia di Perugia. Il Procuratore ha precisato che al di là delle 35 custodie cautelari, sono 51 i funzionari della Provincia di Perugia coinvolti a vario titolo nell'operazione. I reati: associazione a delinquere finalizzata alla ridistribuzione di appalti ad uno stretto cerchio di imprenditori, truffa e turbativa d'asta.
Nelle rete della Procura sono caduti esponenti di spicco delle istituzioni perugine.
E non è la sola indagine attivata.
Ventiquattro avvisi di garanzia, un assessore provinciale del Pd, Riccardo Fioriti, coinvolto, e tra i presunti imprenditori favoriti dalla macchina pubblica spunta persino il nome dell'imprenditore più importante della regione, Carlo Colaiacovo, in qualità di presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.
Il magistrato Manuela Comodi sta indagando su appalti stradali che riguardano gran parte dei comuni dell'Umbria nord: da Perugia, passando per Gubbio-Gualdo, toccando Pietralunga, Città di Castello e Umbertide. Nel fascicolo compare anche il progetto del "Nodo di Perugia" offerto dalla Fondazione Cassa di Risparmio alla Regione.
Il teorema è quello degli appalti e delle bitumature affidate ad imprenditori vicini al dirigente o all'amministrazione comunale, provinciale e regionale: il reato ipotizzato è quello di concussione e corruzione. Al momento non ci sono elementi che permettano di fare collegamenti maggiori.
Resta ancora da capire il fascicolo riguardante l'avviso di garanzia ad un dirigente del comune di Perugia su un abuso edilizio che riguarda le torri residenziali di via del fosso della Oikos; società dove compare il nome dell'imprenditore Leonardo Giombini - già inquisito per fatturazioni false e per corruzione nei confronti di alcuni magistrati tra cui esponenti della Cassazione -. L'imprenditore non ha ricevuto però avviso di garanzia.
E poi la ciliegina sulla torta.
Avvocati armati di cronometro piazzati davanti ai semafori per misurare la durata del giallo, una psicosi da incrocio e atti di teppismo che dalle parti di Perugia sono cosa rara. Poi, soprattutto, un malcontento sconosciuto in una città che in sessant’anni non ha mai voluto cambiare colore all’amministrazione. La causa è un’epidemia di multe.
Uno «tsunami» di verbali, tutti figli degli stessi genitori: il Foto-red e il T-red. Nomi entrati nel gergo dei perugini e che indicano due apparecchi posti negli incroci tra le strade più trafficate della città, installati da una società, la Citiesse, su incarico del Comune. Il meccanismo è lo stesso dell’Autovelox: le telecamere inquadrano le vetture che passano con il rosso e scattano la foto. Il comune intasca la multa tranne una parte che va alla società.
All’inizio i due cilindri piazzati sopra i semafori non hanno preoccupato più di tanto gli automobilisti perugini. Poi sono cominciate ad arrivare le multe: tante (tra 15 e 20mila su una popolazione di 160mila abitanti) e salatissime (158 euro e sei punti di patente in meno). Ci sono automobilisti che si sono visti recapitare anche quattro verbali, che significano uno stipendio polverizzato e la certezza di avere la patente ritirata.
Troppo anche per i pacifici perugini che si sono ammassati davanti all’ufficio dei vigili urbani per chiedere spiegazioni e ricevere copia dell’immagine incriminata, sostenuti da alcuni consiglieri dell’opposizione di centrodestra che si sono piazzati con un camper davanti al municipio per dare assistenza legale. Anche le associazioni dei consumatori si sono mobilitate e sono fioccati i ricorsi.
La temperatura è salita a livelli critici quando è scoppiato il caso del «giallo». Il sospetto che si è fatto strada è che la durata del tempo intermedio tra il verde e il rosso sia stata artificiosamente diminuita in modo da cogliere in fallo gli automobilisti umbri, forse troppo disciplinati per far scattare un numero soddisfacente di sanzioni. Quando l’assessore alla Mobilità, Antonello Chianella, ha smentito («nessuna manipolazione, basta controllare la scatola nera presente in ogni semaforo»), un avvocato perugino - racconta il Corriere dell’Umbria- si è munito di cronometro e telecamera e ha documentato l’anomalia: «Nei semafori con il Foto-red T-red, il giallo dura tre secondi e non quattro come è stato detto dal comune». Senza contare che in altri incroci sprovvisti di telecamere, il giallo dura fino a cinque secondi. Fondata o no, la tesi del giallo ha spinto i multati più arrabiati a darsi al teppismo. Armati di bastoni, hanno sabotato le telecamere, puntandole verso il cielo.
Sulle ragioni di un’applicazione tanto rigida e sistematica del Codice della strada l’opposizione ha pochi dubbi. Il Comune guidato dal sindaco Ds, Renato Locchi, questa in sintesi la tesi del centrodestra, sta cercando di ripianare il buco nei conti. Un altro modo di fare cassa, dopo l’aumento delle addizionali Irpef. È di questa idea il capogruppo di Forza Italia in Regione, Fiammetta Modena, che in qualità di avvocato, insieme alla sorella Laura, è andata oltre il ricorso per annullare multe e ha chiesto il risarcimento dei danni al comune per un suo cliente.
Il sindaco Locchi ha lasciato ancora una volta rispondere l’assessore Chianella: «Nessun secondo fine, se non quello di salvaguardare vite umane». Se questo era l’obiettivo è stato mancato, ha protestato il consigliere di An, Daniele Porena, che ha notato un aumento dei tamponamenti in prossimità degli incroci a causa di automobilisti che inchiodano al primo accenno di giallo.
Una situazione imbarazzante anche per il centrosinistra. Tanto che ieri i principali esponenti hanno preso le distanze. A partire dalla potentissima presidente della Regione, Rita Lorenzetti, che si è chiesta se «gli automobilisti che circolano per Perugia siano davvero quelli che risultano dal numero delle infrazioni».
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=152819&START=0&2col=
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76231
http://www.loccidentale.it/node/8713
MALAGIUSTIZIA
IL CASO KERCHER
Lunedì 3 ottobre 2011 Amanda e Raffaele: innocenti!!!
Da “Il Giornale”. Non ci sono vincitori, ma un solo sconfitto: la giustizia italiana. Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti dalla Corte d’assise d’appello di Perugia dall’accusa di aver ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher nel 2007 a Perugia. La gioia e le lacrime degli imputati, arrivati in aula visibilmente tesi. In primo grado i due erano stati condannati a 26 e 25 anni di reclusione. Ora sono stati scarcerati, dopo quattro anni di detenzione.
Amanda Knox ha lasciato il carcere perugino di Capanne a bordo di una Mercedes di colore nero. La giovane americana ha passato la notte con la famiglia in un agriturismo e farà ritorno a casa a Seattle. Partirà stamani per gli Stati Uniti con un volo della British Airways. Raffaele Sollecito invece è tornato in Puglia, protetto da amici e parenti.
"Rispettiamo la decisione dei giudici ma non comprendiamo come sia stato possibile modificare completamente la decisione di primo grado". Così la famiglia di Meredith Kercher, in una nota diffusa subito dopo la sentenza. "Restiamo comunque fiduciosi nel sistema giudiziario italiano sperando che la verità possa finalmente essere accertata".
In carcere per il delitto, avvenuto quasi quattro anni fa, rimane quindi solo Rudy Guede, l’ivoriano che sta scontando 16 anni di reclusione. L’assoluzione degli ex "fidanzatini" era, in un certo senso, attesa, tanto che nel pomeriggio la famiglia Kercher ha tenuto una conferenza stampa in cui, pur ribadendo la propria fiducia nella magistratura italiana, ha lamentato il fatto che Meredith fosse stata "dimenticata" dai mass media.
La studentessa inglese era stata uccisa nel capoluogo umbro la notte del 1 novembre 2007. In primo grado Amanda e Raffale erano stati condannati rispettivamente a 26 e 25 anni. Nel dibattimento in appello, le prove fornite dall’accusa erano state giudicate in più occasioni imprecise e non decisive. La Knox (condannata a tre anni già scontati per il reato di calunnia) e Sollecito hanno assistito in aula alla lettura della sentenza.
La decisione dei giudici della corte d’Appello del tribunale di Perugia è arrivata dopo oltre 10 ore di camera di consiglio. Il presidente della Corte, Claudio Pratillo Hellmann aveva chiesto, prima di entrare in camera di consiglio, di evitare "fazioni" e "tifo da stadio".
Amanda, già tesissima all’inizio della lettura della sentenza, è scoppiata in lacrime. Alla lettura della sentenza l’aula è esplosa in un boato. Amanda ha pianto e ha abbracciato la sorella, presente in aula con gli altri familiari. Grande la gioia anche di Raffaele. Entrambi si svegliano da un incubo durato 1.448 giorni.
"Torniamo a casa, è finalmente finita...". Così Francesco Sollecito, il padre di Raffaele, alla domanda dell’Agi su quale sarà la prima cosa che la famiglia farà dopo questa sentenza assolutoria. "Lo ripeto, torniamo a casa. Raffaele è stato assolto per non aver commesso il fatto, non so se questo lo abbiate capito o meno. Voglio che sia chiaro, deve essere chiaro per tutti".
"Amanda ha sofferto per 3 anni per un crimine che non ha commesso. Siamo grati ai legali per la loro assistenza. Loro non hanno solo difeso Amanda, ma le hanno voluto bene. Grazie a tutte le persone che si sono prese del tempo per analizzare il caso. Li ringraziamo per avere avuto il coraggio di portare alla luce la verità. Ora chiediamo che ci venga concessa la privacy per riprenderci da questo periodo che per noi è stato un incubo", ha dichiarato la sorella di Amanda Knox, Deanna, all'uscita dal tribunale di Perugia.
"E' il verdetto che ci aspettavano, se la perizia fosse stata disposta anni fa non ci sarebbero stati anni di sofferenza e dolore". Così Giulia Bongiorno, avvocato di Raffaele Sollecito commenta la sentenza che ha assolto con formula piena il suo assistito e Amanda Knox. "Voglio porre l’accento sul risultato estremamente positivo- ha aggiunto - Un sentenza che non si è fermata all’apparenza e ha tolto ogni dubbio. C’è stato in questo caso un pieno e assoluto riconoscimento dell’estraneità di Raffaele Sollecito".
"Gli Stati Uniti apprezzano lo scrupoloso riguardo con cui il caso (di Amanda Knox) è stato trattato dal sistema giudiziario italiano". Così il portavoce del dipartimento di Stato, Victoria Nuland ha commentato la notizia dell’assoluzione in appello di Amanda dall’accusa di omicidio della britannica Meredith Kercher. Nuland ha aggiunto che l’ambasciata a Roma continuerà a fornire assistenza consolare ad Amanda e alla sua famiglia.
Il resoconto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 4 ottobre 2011. Non sono stati Raffaele Sollecito e Amanda Knox a uccidere Meredith Kercheril 1° novembre di quattro anni fa. Lo ha stabilito la Corte di assise di appello di Perugia che ha assolto il 27enne ingegnere di Giovinazzo e la 24enne studentessa di Seattle (Stati Uniti), che invece furono condannati rispettivamente a 25 e 26 anni in primo grado dalla Corte di assise dello stesso capoluogo umbro. Sollecito e Knox sono stati assolti per non aver commesso il fatto loro addebitato (omicidio aggravato, violenza sessuale, furto e simulazione di reato) mentre la sola Amanda è stata condannata a 3 anni di reclusione, già ampiamente scontati, per aver calunniato Patrick Lumumba, il gestore di un pub che fu arrestato, e poi rilasciato, a causa delle dichiarazioni della ragazza.
La sentenza è stata letta dal presidente della Corte in un’aula nella quale il silenzio la faceva da padrone. Quando il presidente ha pronunciato la parola «assolve», Amanda è scoppiata in un pianto a dirotto mentre all'esterno del palazzo di giustizia scoppiavano liti e tafferugli tra innocentisti e colpevolisti.
Quello di Perugia è stato un processo che si è giocato soprattutto sulla prova chimica legata alle tracce di Dna rilevate sui vari oggetto repertati dagli agenti della Polizia Scientifica sul luogo del delitto e in quelli frequentati dagli imputati. La Corte d'assise d'appello, accogliendo la richiesta formulata dai difensori dei due giovani, ha disposto la perizia sollecitata già in primo grado ma rifiutata allora dai giudici. Il nuovo esame, depositato lo scorso 29 giugno, ha ritenuto «non attendibili» gli accertamenti tecnici della Scientifica, per il Dna attribuito alla Kercher sul coltello considerato l'arma del delitto e a Sollecito sul gancetto di reggiseno indossato dalla studentessa inglese quando venne uccisa, su cui ci sono tracce genetiche «di più individui di sesso maschile»; ed inoltre «non si può escludere» che i risultati delle analisi possano derivare da contaminazione. Dopo aver stabilito di non poter ripetere le analisi sulle tracce, Stefano ContieCarla Vecchiotti dell'Istituto di Medicina legale dell'Università La Sapienza di Roma hanno riassunto in 145 pagine le loro valutazioni sul lavoro della Polizia Scientifica. A loro avviso nelle indagini chimiche in via della Pergola «non sono state seguite le procedure internazionali di sopralluogo ed i protocolli di raccolta e campionamento». Riguardo al coltello i periti hanno sottolineato che «il reperto 36 è stato inserito, anche per le analisi, in un contesto ove erano già stati analizzati un numero rilevanti di campioni appartenenti alla vittima e pertanto non si può escludere che possa essersi verificata una contaminazione». Dopo avere esaminato i tracciati elettroforetici, Conti e Vecchiotti hanno concordato con la Scientifica nell'attribuire alla Knox la traccia di Dna sull'impugnatura del coltello (sequestrato in casa di Sollecito, allora suo fidanzato con il quale talvolta viveva) ma non alla Kercher quella sulla lama ritenuta indicativa di un campione «Low copy number» (rilevabile da pochissima quantità di «materia prima»). Per il gancetto di reggiseno, 165B, i periti non hanno invece condiviso la conclusione su un profilo genetico compatibile con l'ipotesi di una mistura di sostanze biologiche «solo» di Sollecito e della Kercher, parlando di «non corretta interpretazione degli elettroferogrammi ». Per gli esperti la componente maggiore è rappresentata da Dna della vittima, quella minore dal codice genetico «proveniente da più individui di sesso maschile». Conti e Vecchiotti hanno sottolineato quindi che il gancetto venne recuperato 46 giorni dopo l'omicidio. «Sul pavimento - hanno scritto -, ove era prevedibilmente a contatto con polvere ambientale composta in larga misura da cellule, peli, capelli di origine umana ». Che «in ambienti chiusi può contenere decine di microgrammi di Dna per grammo».
«Un colpo secco alla prova scientifica» lo aveva definito Luciano Ghirga, uno dei difensori della Knox, ricordando che nelle 427 pagine della sentenza di primo grado, invece, si fa esplicito riferimento alla prova scientifica quando si sostiene che «i due fidanzati ferirono al collo Mez: prima Sollecito, dopo avere tagliato il reggiseno, provocando la ferita più piccola con un coltello che portava sempre con sé e quindi la Knox, che provocò la lesione maggiore con quello da cucina poi sequestrato in casa del giovane pugliese dopo un ultimo grido fortissimo di dolore».
Ai difensori aveva risposto, in aula, il Pm Manuela Comodi chiedendo, senza successo, una nuova perizia, istanza poi riproposta in sede di conclusioni al termine della requisitoria (per una valutazione biostatistica del lavoro svolto dalla scientifica e per l'esame di una nuova traccia individuata sulla lama del coltello). Per il magistrato c'erano «dati oggettivi che rendono irrimediabilmente lacunosa» la perizia di Conti e Vecchiotti. E questo perché gli esperti avrebbero «omesso di riferire alla Corte» di macchinari in grado di leggere tracce anche minime di Dna sul coltello. «I periti - aveva sottolineato il magistrato - non hanno risposto ai quesiti ma lanciato dubbi».
Il processo di Perugia è un problema serio, al di là delle stesse vicende drammatiche, che hanno investito la vittima, i due giovani condannati ed un colpevole riconosciuto, che si proclama innocente.
Arriva fino a Hillary Clinton il caso di Amanda Knox, la ragazza americana giudicata “colpevole”, insieme a Raffaele Sollecito, dell’omicidio della studentessa britannica Meredith Kercher. La sentenza del tribunale di Perugia ha fatto il giro del mondo in poche ore: del caso si sono occupate testate come il Washington Post e il New York Times. L’America grida allo scandalo e proclama l’innocenza della studentessa di Seattle. La senatrice democratica Maria Cantwell cavalca l’onda: “È una sentenza oltraggiosa” dice, sostenendo che “non esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere, oltre ogni ragionevole dubbio, che Amanda fosse colpevole”. E interessa il Segretario di Stato Hillary Clinton. Che prima ammette: “Non ho un’opinione sul caso” perché “impegnata ad occuparmi di Afghanistan”. Poi apre. In una intervista al programma domenicale della rete televisiva Abc, This Week, assicura che sarà disposta a incontrare chiunque abbia dei timori riguardo al modo in cui è stato gestito il processo: “Ascolterò il senatore Cantwell, o chiunque altro abbia preoccupazioni” sulla gestione del processo.
Al di là di ogni ragionevole dubbio è chiaro come il pessimo lavoro fatto dai mezzi di informazione abbia nutrito la confusione di indagini approssimative, non solo nel caso Kercher, ma anche per quanto riguarda la signora Franzoni o Alberto Stasi.
Per tutti e tre quei processi, amatissimi dai salotti tv, dai cronisti di giornali in crisi di vendite e dagli assetati di gossip si è assistito ad un balletto di presunte prove scientifiche che cambiavano dalla mattina alla sera, di armi del delitto mai trovate, di computer analizzati in modo non sempre avveduto, di contaminazioni della scena del crimine, di plastici, biciclette e zoccoli negli studi televisivi, di ‘opinionisti’ all’oscuro dei fatti, ma messi a cercare colpevoli quasi fossero l’ispettore Derrick. Tre casi celebri, accomunati da elementi simili. Innanzitutto la confusione delle indagini: prove che vengono raccolte, poi cambiate, e mentre il processo è in corso. Coltelli, reggiseni, pigiami, biciclette, zoccoli e computer che entrano ed escono di scena come fondali intercambiabili invece che elementi certi di accusa. Oggetti totemici per il pubblico che, alla fine, mai si sono rivelati prove indiscutibili.
Anna Maria Franzoni, Amanda Konx, Raffaele Sollecito sono i casi noti di un universo molto più vasto di processi nei quali la certezza assoluta della colpevolezza non c’è. Decine di cittadini in carcere in attesa di giudizio, condannati per errore, assolti in secondo grado o in cassazione.
Invece di cercare le prove e le confessioni, le televisioni e le aule dei tribunali si sono riempite di discussioni su profili psicologici, comportamenti, preferenze sessuali, persino analisi sulle espressioni del volto o sul tipo di abbigliamento.
In mancanza di certezze, il processo italiano si è spesso rifugiato nella costruzione di teoremi: il colpevole non è colui che ha indiscutibilmente fatto il male, ma colui che avrebbe potuto o voluto farlo. Nasce qui l’uso e l’abuso dei «profili» psicologici, la depressione non ammessa di Annamaria a Cogne, le ossessioni nascoste di Alberto Stasi, e la violenza da baccanale fatta esplodere da Amanda. Tutti colpevoli in quanto «inclini ad esserlo», invece che indiscutibilmente provati tali dai fatti.
Anna Maria Franzoni doveva piangere al funerale del piccolo figlio assassinato, Alberto Stasi essere più discorsivo, Amanda Knox “morigerata” e Raffaele Sollecito “pentirsi”, secondo le bislacche valutazioni di non pochi ‘esperti’.
La sentenza del processo di Perugia per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, che ha visto condannare la coinquilina Amanda Knox e il suo ex-fidanzato Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere, non solo ha suscitato grande scalpore nel mondo anglosassone, ma ha anche acceso un dibattito su quanto i giudici italiani siano stati influenzati da fattori esterni nel trarre le proprie conclusioni e nell’esprimere il verdetto di colpevolezza.
Ne parla esplicitamente il giornale britannico della domenica “The Observer”, in un articolo di John Hooper, che scandaglia l’iter delle indagini e del dibattimento per dimostrare come la sentenza di primo grado sia, in realtà, poco risolutiva e, soprattutto, non chiarisca fino in fondo come siano andati i fatti.
Il dubbio di fondo insinuato da Hooper è che per «salvare la faccia» di chi ha condotto le indagini e, più in generale, dell’Italia come Paese in cui i delitti vengono risolti e puniti, i giudici e la giuria abbiano ignorato la sostanziale mancanza di prove decisive contro la Knox, influenzati dai racconti dei media che spesso l’hanno dipinta come una spietata assassina.
Macchie di sangue e dna, contraddizioni e omissioni sospette, non sarebbero stati, insomma, gli unici elementi a condizionare l’esame della corte e, forse, una loro analisi più approfondita sarebbe stata rimandata al processo d’appello, sempre, secondo Hooper, per salvare la reputazione del sistema di giustizia italiano. Se, infatti, la sentenza venisse rovesciata in appello, sostiene il giornalista, l’opinione pubblica non imputerebbe il fatto agli errori commessi durante le indagini o il processo, bensì alle «pressioni internazionali» che sono arrivate dagli Stati Uniti.
Del resto, l’accusa ha sì ricostruito minuziosamente le modalità dell’aggressione a Meredith Kercher (con l’ivoriano Rudy Guede che tentava di violentarla, mentre Sollecito la pungolava con un coltello con cui Amanda le avrebbe dato il colpo di grazia), ma non avrebbe accertato con precisione il movente, legato a un imprecisato odio della Knox nei confronti della coinquilina, forse scatenato dai differenti stili di vita (Meredith si sarebbe scocciata delle frequentazioni maschili dell’amica, che spesso portava uomini a casa) o da questioni economiche (dalla camera di Meredith potrebbero essere spariti dei soldi, un “furto” di cui avrebbe accusato la compagna).
Comunque sia, anche in questo caso, non sarebbe chiaro come mai Guede (peraltro giudicato con rito abbreviato, che avrebbe dovuto assicurargli uno sconto di pena) sia stato condannato a 30 anni di carcere, pur non essendo considerato il killer materiale, mentre Amanda (ritenuta la mano assassina e calunniatrice) soltanto a 26 anni.
Resta inoltre da capire come sia possibile, nel caso Sollecito e Knox siano davvero colpevoli, che nella camera dove la vittima è stata uccisa non ci siano impronte digitali dei due ragazzi, mentre abbondino quelle di Guede. Se i due ex-fidanzati avessero cancellato le proprie, infatti, inevitabilmente avrebbero fatto sparire anche quelle dell’ivoriano, mentre così non è stato. «Solo una libellula avrebbe potuto entrare in quella stanza senza lasciare impronte – ha sottolineato Giulia Bongiorno, avvocato difensore di Sollecito – e siccome i due ragazzi non sono certo libellule, bisogna concludere che siano innocenti».
In un caso ancora pieno di ombre e misteri, insomma, anche all’indomani della sentenza di primo grado, l’unica certezza che rimane è che ci sia ancora molto da scavare.
Esemplare è la presa di posizione di Fiorenza Sarzanini, giornalista del Corriere della Sera, che sul caso ha scritto un libro”Amanda e gli altri” di stampo colpevolista. “Per Amanda e Raffaele l'effetto della sentenza è stato comunque devastante. Il loro appello finale per proclamarsi ancora una volta innocenti ha commosso i giurati, però non è servito a convincerli. E questo nonostante i punti oscuri che il processo ha contribuito a evidenziare. Perché la maggior parte dei testimoni sono apparsi confusi, contraddittori. E perché gli elementi offerti dalle prove scientifiche non hanno fornito la certezza sulla presenza dei due giovani nella casa, come invece era accaduto per Rudy. Certamente hanno pesato le contraddizioni emerse nelle versioni fornite da tutti e due subito dopo l'omicidio, la mancanza di un alibi, la personalità complessa che entrambi hanno. Ora sperano nell' appello. Ma sanno bene che la strada per uscire dal carcere diventa sempre più impervia”.
«Ritengo che le cose siano andate in maniera prevedibile. Hanno avuto uno sconto della pena, la Knox è stata condannata a 26 anni, Sollecito a 25, invece che all'ergastolo. L'opinione pubblica li ha già condannati, ma spero che in appello la ragionevolezza consenta di condannare le persone che sono realmente colpevoli. Credo che la sentenza vada rispettata, ma non c'è una certezza delle prove sulle quali si basa, non c'è nulla». Lo ha detto il criminologo Francesco Bruno, commentando la sentenza. «Gli indizi che ci sono, sono dubbi. Indicano la loro presenza in quella casa, ma non indicano con certezza la loro partecipazione all'omicidio».
«Non abbandonerò mai mio figlio in carcere e lo difenderò finchè avrò forza». Francesco Sollecito, il padre di Raffaele, ha il piglio deciso e il cuore in subbuglio. «La Corte – dice il medico pugliese – ha sposato in toto la tesi dell’accusa, non si è spostata di una virgola. Come difese potevamo anche non esserci. E questo è davvero scandaloso. Hanno ragione certe posizioni americane ». Il padre di Raffale si chiede perchè i giudici non abbiano disposto le perizie alle quali avevano fatto riferimento i legali del figlio. «Sarebbero state dirimenti – afferma – perchè in questa vicenda ci sono ancora aspetti non spiegati. Perchè non abbiamo diritto a sapere cosa è successo?». Riguardo alla pena che è stata inferiore alle richieste dei pm (ergastolo con isolamento per Sollecito e per Amanda Knox), secondo Francesco Sollecito «la Corte dopo avere sposato le tesi dell’accusa ha dovuto almeno concedere le attenuanti generiche».
Quali sarebbero quindi i vostri «diritti negati»?
«L’analisi sul computer di Raffaele è stata compiuta dalla polizia postale con un software che rileva solamente l’ultima operazione effettuata. Ci è stata negata l’analisi del pc con un programma che leggesse l’intera memoria. Noi sosteniamo che all’ora del delitto Raffaele stava utilizzando il computer in casa sua. E c’è un altro computer di Raffaele, che la Corte ci ha negato di far ispezionare. Quindi ci sono stati negati esami più approfonditi sul dna trovato sulla scena del delitto, sul gancetto del reggiseno della vittima, sull’impronta e sulla compatibilità del coltello sequestrato con la ferita mortale».
http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=1016373
http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/amanda-condannata-dubbi-in-tutto-il-mondo-169050/
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=290720&IDCategoria=1
IL CASO BIANZINO
L'arrivo di Rudra Bianzino al Congresso dei radicali italiani a Chianciano ha fatto riaprire un caso, almeno nella coscienza della società civile, che non ha ancora una verità giudiziaria. Rudra è il figlio più piccolo del falegname “morto di carcere” a Perugia in circostanze misteriose nell'autunno 2007, quando Aldo Bianzino fu trovato morto dopo la notte passata in carcere: presentava lesioni e un fegato “strappato”, come se avesse ricevuto un calcio. Ma dopo diversi mesi il tribunale di Perugia presentò richiesta di archiviazione: non c'era stato nessun omicidio per i magistrati e Aldo era morto per un aneurisma al cervello che i referti medici indicherebbero con chiarezza.
La prima volta però la richiesta di archiviazione – è l'ottobre del 2008 – viene respinta. Alla seconda ha fatto opposizione, con una articolata memoria, la famiglia che non si è arresa alla tesi incidentale. La famiglia di Aldo (la sua compagna Roberta è mancata qualche mese fa) non si dà per vinta e vuole che il caso continui a restare aperto anche alla luce di quanto continua ad emergere dopo la morte di Stefano Cucchi. I due casi sono infatti assai simili con la differenza che allora la vicenda di Aldo fu oscurata a Perugia dal caso di Meredith Kercher e la sua storia “minore” non registrò l'attenzione che, fortunatamente, si è ora riversata sull'oscura serie di fatti che circondano la morte di Stefano.
Tutti i media hanno parlato della terribile vicenda accorsa a Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 perché trovato in possesso di una modica quantità di sostanze stupefacenti e deceduto dopo una settimana in circostanze non ancora chiarite. Altrettanto scalpore hanno destato le immagini - diffuse dai mezzi d'informazione - del suo corpo e del suo volto, in cui erano ben visibili lesioni e traumi di grave entità. Mauro Casciari delle “Iene” di Italia 1 decide di occuparsi di un caso di cronaca analogo, quello di Aldo Bianzino, un falegname di 44 anni morto il 14 ottobre 2007 in circostanze ancora sconosciute. Due giorni prima del decesso, Aldo e la compagna Roberta, residenti a Capanne - nell'Appennino umbro marchigiano - vengono arrestati e portati presso il carcere di Capanne perché, in seguito ad una perquisizione, vengono trovate nella loro tenuta alcune piante di marijuana. La mattina del 14 ottobre Roberta viene scarcerata e solo in quel momento apprende della morte del marito. Tuttora non si sa niente sulle cause del decesso, quel che è certo è che al momento dell'ingresso in carcere il certificato medico dimostra che entrambi godevano di perfette condizioni di salute. Il medico legale nominato dalla famiglia assiste alla prima autopsia dichiarando che il corpo dell'uomo presentava lesioni al fegato, alla milza, al cervello e due costole rotte. Dell'argomento si era già interessato Michele Pietrelli, un collaboratore attivo sul blog di Beppe Grillo il quale aveva raccolto la testimonianza della moglie della vittima, scomparsa nel 2009, di cui le Iene mostrano il filmato. Un servizio di denuncia ma non solo; la coppia aveva un figlio che , dopo la morte della madre, vive con lo zio, tornato dalla Germania apposta per accudire il nipote e che, per questo, ha perso il suo posto di lavoro.
«In limine vitae» è scritto nella relazione finale dei due medici legali Luca Lalli e Anna Aprile. Le «evidenti lesioni viscerali di indubbia natura traumatica» che Aldo Bianzino riportava la mattina del 14 ottobre 2007, il giorno del suo oscuro decesso nel carcere di Capanne a Perugia, erano da collocarsi «in limine vitae». Letteralmente sulla soglia della vita, l’attimo tra la vita e la morte. Quelle lesioni, cioè il completo distacco del fegato, per la perizia ordinata dalla procura di Perugia sarebbero frutto di un disperato tentativo di rianimare Aldo in seguito a un aneurisma cerebrale. Per la famiglia la prova evidente di un pestaggio mortale. Nel limbo del «limine vitae» Aldo, che aveva quarantaquattro anni, pesava non più di 50 chili e faceva il falegname, è rimasto 22 minuti. Suo figlio Rudra, invece, due anni interi. Passati a combattere la morte che si è portata via, oltre al padre, anche la madre e la nonna, e a cercare la vita, la verità su Aldo.
Quando scende dall’autobus che lo riporta a casa, Rudra, per gli induisti «colui che allontana i dolori», ha una felpa bianca, un giaccone nero al braccio e due occhi che riflettono il colore del cielo. A Pietralunga sono otto gradi e piove leggero. Il paese è adagiato sopra il fianco di una collina. Dietro l’Appennino e le Marche, davanti l’Alta valle del Tevere e, sessanta chilometri più giù, Perugia. Lontana. Rudra ha sedici anni, frequenta con profitto il liceo scientifico di Umbertide ed è magro come un chiodo. Possiede un Ape 50 con il quale da casa raggiunge il paese e poi con l’autobus, dopo un’ora, la scuola. «Quel giorno ce l’ho scolpito nella mia testa» ricorda. Quel giorno, il 12 ottobre del 2007, un venerdì, arrivarono in cinque a casa dei Bianzino, un rudere ristrutturato in mezzo al nulla. Quattro poliziotti (tre uomini e una donna), un finanziere e un cane anti droga. Bussarono alle porta alle 6,30 del mattino. Cercavano 100 piante di marijuana che Aldo coltivava non distante dall’abitazione. Tra una fitta vegetazione andarono a colpo sicuro. «Mio padre si accusò subito». La polizia se lo portò via, assieme alla compagna Roberta Radici, la mamma di Rudra. Lui restò solo per tre giorni con la nonna novantenne. «La domenica sera mia madre tornò». Senza il compagno. Aldo era già morto, la mattina. Lo trovarono agonizzante nella sua cella di isolamento solo con una t-shirt bianca addosso. Colpito da un aneurisma due, forse nove, ore prima. «In verità quando lo soccorsero era già deceduto» dice l’avvocato Massimo Zaganelli, «il tentativo di rianimazione è una farsa».
Al cimitero di Pagialla, tra le querce dell’Appennino, Aldo è sepolto vicino a Roberta. L’uno di fianco all’altra, a terra, in fila. Sopra la tomba di Aldo una croce di legno, su quella di Roberta dei fiori gialli. Nonostante la venerazione per Sai Baba e l’India entrambi hanno avuto il rito cristiano per la sepoltura. «Mia madre è morta a giugno» dice Rudra. Di epatite «C». Era in lista per un trapianto. «Se non avessero ammazzato mio padre sarebbe ancora viva, di questo sono sicuro». È lei che si rivolse per la prima volta a Zaganelli, uno degli avvocati più in vista di Città di Castello, e quest’ultimo al professore Giuseppe Fortuni, docente di medicina legale all’Università di Bologna. Il quale eseguì, dopo molti giorni dalla morte, una perizia sul corpo di Aldo. Non l’unica per la verità. Aldo venne anche visionato, oltre che da Lalli e dalla Aprile, anche dal medico legale Walter Patumi incaricato dalla prima moglie Gioia Toniolo. Fu Patumi a parlare per primo di un pestaggio esperto. La perizia di Fortuni, famoso per aver seguito il caso Pantani, evidenziò un distacco totale del fegato in seguito a «pressione violenta». Dovuto a che cosa? Ai 22 minuti di massaggio cardiaco, decretò il rapporto ufficiale. Talmente violento da strappare il fegato, ma non abbastanza forte da incrinare neanche una costola. In 30mila autopsie, spiegò Fortuni, «mai visto un fegato devastato così da un massaggio cardiaco, sebbene la letteratura medica citi qualche caso». Rarissimo, tra l'altro, e riferito a persone ancora in vita.
Ma Aldo era vivo? Secondo il pubblico ministero Giuseppe Petrazzini, lo stesso che firmò gli atti di custodia cautelare proprio per Aldo e Roberta, era «in limine vitae». Tra la vita e la morte. Per questo ha avanzato ben due richieste di archiviazione. La prima è stata rigettata dal giudice per le indagini preliminari Claudia Matteini nel febbraio del 2008, la seconda l’11 dicembre 2009 davanti al gip Massimo Ricciarelli. Rudra ora abita nel rudere in mezzo al nulla con lo zio materno Ernesto tornato dalla Germania. Ernesto è in cerca di un lavoro e sta per prendere la patente. «Del civile non mi importa nulla» dice Rudra, «anche se ho bisogno di soldi» (Beppe Grillo ha raccolto 68mila euro vincolati in un conto corrente). «Però mi devono spiegare perché mio padre era nudo, perché hanno coperto le altre celle per non farlo vedere al momento del suo passaggio, perché non è stata fatta una perizia all'interno della sua cella. Lo Stato mi deve dire come ha fatto mio padre a morire». E farlo finalmente uscire dal suo limbo, dal suo «limine vitae».
Una lettera aperta del padre di Aldo Bianzino, ucciso nel carcere di Capanne, a Perugia nella notte tra il 13 e il 14 ottobre del 2007. Per chiedere ancora una volta verità e giustizia e ribadire che la morte di Aldo, come quella di Stefano Cucchi, ricade sullo stato.
“Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma, hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e sopratutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.
Il pubblico ministero dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere Capanne di Perugia. Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria poi indagata. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml. al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa, C.I.A. insegna).
Ora, l’emorragia cerebrale è stata imputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle «forze dell’ordine», lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso.
Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto
ed ottenuto una legge sulle «droghe» come l’attuale, persone che nella loro
profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge
fascista e clericale, da stato etico e peggio, da stato che manda in galera (con
le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale
qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre
sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire
comunque che un paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe,
magari solo marijuana, o l’essere «clandestino», pur non avendo colpe e quasi
sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno stato che avendo preso
in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e
della loro salute, uno stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura,
uno stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno stato che non
può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare
la propria patria."
In fede
Giuseppe Bianzino
http://www.lettera22.it/showart.php?id=11034&rubrica=219
http://cinema-tv.corriere.it/articoli/le-iene-show/t_0922337203_6854677433.shtml
http://www.unita.it/news/italia/91219/chi_si_ricorda_di_mio_padre_morto_di_botte_in_carcere
http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/18889http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/18889
MAGISTROPOLI
Il procuratore generale è finito ancora sotto inchiesta.
Il procuratore generale presso la corte d’appello dell’Umbria, Giancarlo Armati accusato di falsa testimonianza e favoreggiamento nell’ambito della vicenda giudiziaria che oppone dagli anni ’90, lo stesso Armati, ex pm a Roma, e i fratelli Wilfredo e Claudio Vitalone, quest’ultimo ex magistrato ed ex sottosegretario al ministero degli Esteri.
Nei confronti di Armati, il procuratore aggiunto di Firenze, Francesco Pappalardo, aveva chiesto al gip Giacomo Rocchi, l’archiviazione del procedimento. Istanza respinta dal giudice che ha disposto l’imputazione coatta. L’ipotesi di falsa testimonianza scaturisce dalla deposizione di Armati nel processo celebrato nei confronti di Anna Pavoni.
Armati, che aveva un legame negli anni ’90 con la Pavoni, “negò in aula di averle espresso durante un incontro sentimenti di odio e di inimicizia nei confronti dei fratelli Vitalone”.
L'ex procuratore capo di Viterbo e attuale procuratore generale a Perugia Giancarlo Armati è indagato, anche, per peculato dalla procura di Firenze. Ad accusare il magistrato è stato suo figlio.
Secondo l'ipotesi di accusa, Armati, mentre era in servizio a Viterbo, avrebbe utilizzato il telefono cellulare di servizio, intestato all' assessorato ai Lavori pubblici del Comune, così come quelli di altri magistrati, per chiamare i suoi familiari, in particolare la figlia.
L'inchiesta è condotta dal Pm Francesco Pappalardo ed è stata assegnata a Firenze per competenza territoriale. Le indagini a carico di Armati sono scaturite da un esposto presentato dal figlio dello stesso magistrato che, a seguito di dissapori con il padre, lo ha denunciato per peculato, svelando appunto che l'ex procuratore capo di Viterbo avrebbe fatto un uso "improprio" del telefonino di servizio.
Legislatura 15 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-02084
Atto n. 4-02084 Pubblicato il 31 maggio 2007 Seduta n. 159
CORONELLA - Al Ministro della giustizia. -
Premesso che, per quanto risulta all'interrogante:
il 18 luglio 2006, l’on. Francesco Cafarelli ha denunciato ai Titolari dell’azione disciplinare una grave e circostanziata serie di fatti dei quali si sarebbe reso protagonista, nell’esercizio delle pregresse funzioni di magistrato della Procura di Roma, il dott. Giancarlo Armati, attuale Procuratore generale della Corte d’appello di Perugia;
l’on. Cafarelli, nell’evocare i singolari svolgimenti di un processo da lui subito nella cosiddetto stagione di “tangentopoli”, insieme all’allora Ministro dei lavori pubblici Giovanni Prandini, processo conclusosi poi definitivamente con pronuncia liberatoria a favore di tutti gli imputati, ha precisato che la fonte d’accusa, tal Romualdo Di Corato, imprenditore legato agli appalti ANAS, aveva ottenuto dal magistrato inquirente – il citato dr. Armati, appunto – un inspiegabile trattamento di scandaloso favore. Addirittura, si legge nell’esposto, nel corso dell’esame cui il Di Corato era stato sottoposto l’11 febbraio 1993, l’Armati, anziché invitarlo alla nomina di un difensore quale indagato per corruzione, gli aveva attribuito del tutto arbitrariamente la qualità di persona offesa da una presunta concussione. Nessuna indagine – prosegue l’on. Cafarelli – fu mai svolta dal dr. Armati a carico del Di Corato, nonostante le numerose prove della falsità delle dichiarazioni che egli aveva reso nei confronti di tutte le persone poi prosciolte;
a distanza di anni – soggiunge ancora l’on. Cafarelli – è stata acquisita la costernante spiegazione delle “ragioni” che avevano ispirato il comportamento dell’Armati nei confronti del Di Corato: i due - al tempo dell’indagine - erano legati da intensi rapporti d’indole inequivocabilmente corruttiva;
la prova del mercimonio è contenuta nella drammatica denuncia presentata al Procuratore della Repubblica di Roma il 30 giugno 2006 dal dott. Federico Armati, alto funzionario del Ministero dell'interno, contro il padre Giancarlo nel contesto il sindacato parlamentare, il dott. Federico Armati afferma testualmente: “Posso dichiarare con certezza che negli anni 1989, 1990, 1991,1992 e 1993, mio padre, il dr. Giancarlo Armati, all’epoca sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma riceveva in modo continuato regali di valore rilevante dal sig. Di Corato Romualdo, pugliese di Trani, titolare di un'importante impresa di costruzioni di autostrade. Tra i regali di cui ho diretta conoscenza ricordo un orologio di platino marca Cartier mod. Pasha con cinturino in pelle marrone, un orologio d’oro marca Piaget, gemelli da camicia in oro e smalto nero con diamante di Bulgari, servizio completo di posate da tavola di argento massiccio del gioielliere Buccellati, un prezioso servizio da tavola di porcellana, un servizio di bicchieri di cristallo Baccarat, una coppia di preziosi candelabri d’argento d’epoca con incisione alla base, un servizio di bicchieri-coppe in oro zecchino (…) giacche, maglioni ci cachemire, calzini di cachemire, camicie ed altro, provenienti, per la maggior parte, dai negozi di Roma, Ravasi di via del Babbuino ed Hermes di via Condotti”;
con successiva denuncia del 26 luglio 2006, il dr. Federico Armati ha riferito di essere stato oggetto – a causa della sua iniziativa – di pesantissime intimidazioni persino in ambito familiare, con l’esplicito avvertimento di uno strettissimo congiunto, qualificatosi “messaggero”: “se non ritiri la denuncia sarai rovinato, sarai distrutto”,
si chiede di sapere se sia a conoscenza di quali iniziative siano state intraprese e se e quali provvedimenti siano stati adottati, nell'ambito di propria competenza, dal Ministro in indirizzo, dal Procuratore generale della Corte di cassazione e dal Consiglio superiore della magistratura, anche in via interdittiva, a tutela del prestigio dell’ordine giudiziario e della delicatissima funzione del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Perugia.
http://www.corrieredellumbria.it/news.asp?id=47
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=87818