Epatite in Ematologia, negligenze in corsia
PADOVA – 17 GEN. 2008 - Una donna morta nel 2005 contagiò altri cinque pazienti.
In pochi mesi tre decessi Il «giallo» è stato risolto dal professor Varnier il perito incaricato dalla procura padovana.
Il primo anello della catena di trasmissione è stato individuato. È ormai chiaro come si sia trasmessa l’infezione di Epatite C che ha colpito ben sei pazienti ricoverati nel Servizio di Ematologia del reparto di Immunologia Clinica dell’Azienda ospedaliera, diretto dal professor Giampietro Semenzato, tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006. Sei pazienti, di cui tre uccisi dall’Hcv (Hepatitis C Virus).
E tre tuttora in cura per la malattia. Un bilancio pesante quello che emerge dalla consulenza del professor Oliviero Varnier, docente di Microbiologia all’Università di Genova, l’esperto incaricato dalla procura di Padova di far chiarezza sul «giallo sanitario». L’allarme epatite era scoppiato in seguito al decesso di Silvano Zagolin, pensionato 66enne di Pontevigodarzere, spirato l’8 febbraio 2006 a causa dell’infezione durante un ricovero in Ematologia.
Nello stesso periodo altri due pazienti erano stati infettati. Tante le ipotesi sul meccanismo di trasmissione del virus: da un errore umano dovuto all’applicazione di una procedura terapeutica non corretta, alla somministrazione di un emoderivato o un farmaco infetti.
In più, un altro interrogativo inquietante: chi era la fonte di contagio primaria o, in termini tecnici, dove individuare il serbatoio infettivo? Due i sospetti ricoverati nel reparto: una donna morta il 29 dicembre 2005 e un paziente risultato positivo al test dell’Hcv. Ogni dubbio è stato chiarito dal professor Varnier che, appena ricevuto l’incarico nell’aprile scorso, aveva chiesto e ottenuto la riesumazione della salma della donna. Una richiesta considerata da qualcuno inutile.
Troppi i mesi trascorsi dal decesso: la salma, in avanzato stato di decomposizione, non avrebbe potuto fornire alcuna significativa risposta. Invece l’intuizione dello studioso si è rivelata più che felice. Il corpo era perfettamente conservato e dai suoi tessuti è stato isolato il virus dell’epatite C. Non uno qualsiasi, ma il ceppo di virus assolutamente identico a quello che aveva ucciso Zagolin e un giovane affetto da tumore.
Virus che ha contagiato altri tre pazienti, escluso il malato inizialmente sospettato di aver diffuso l’infezione e, invece, colpito da un virus Hcv di diversa identità. Una ricostruzione della «catena» del contagio davvero eccezionale nella scienza medica. Il virus dell’Hcv è mutogeno, ovvero cambia in continuazione.
Da 6 a 10 sono i genotipi o le categorie del virus che, al loro interno, si suddividono in sottotipi con specifiche caratteristiche anche a seconda della collocazione geografica. Ecco perché la conferma scientifica dell’identico «sequenziamento» di un virus Hcv scoperto in più pazienti (sei nel caso padovano) è la «prova regina» per quanto riguarda il meccanismo di trasmissione dell’infezione. Ma come si è verificato il contagio da un paziente all’altro in una struttura blindata come l’Ematologia, dove pure i visitatori entrano con camice, pantaloni, copricapo, guanti e mascherina? La risposta sempre dalla consulenza del professor Varnier, integrata dai puntuali rapporti dei carabinieri del Nas. C’è stata una negligente condotta da parte del personale che dovrà essere individuato dal pubblico ministero Emma Ferrero, titolare dell’inchiesta avviata per il reato di epidemia colposa.
Errate le manovre seguite: la trasmissione del virus è avvenuta tramite i cateteri endovenosi, applicati alla vena cava dei pazienti per somministrare i farmaci, manipolati con negligenza e scarsa attenzione all’igiene. Basta la fuoriuscita di una goccia di sangue contenente un’enorme quantità di virus per diffondere l’infezione.
Cristina Genesin IL MATTINO DI PADOVA
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Epatite-in-Ematologia-negligenze-in-corsia/1970929
AVVOCATOPOLI IN VENETO
TRUFFE NEL VENETO
Ciao Antonio,
una signora è venuta da me a chiedere aiuto per un fatto increscioso che gli è accaduto.
Ecco la storia:
persone benestanti - tra marito e moglie ci sono 30 anni di differenza.
Il marito si sente male lo portano in ospedale e entra in coma per un errore medico.
La famiglia è in disperazione e proprio per questo motivo delegano un avvocato di seguire l'iter contrattuale di eventuali compratori interessati agli appartamenti che hanno messo in vendita.
L'avvocato non fa nulla e dopo alcuni mesi contatta la signora in questione dicendole che lui si è fatto liquidare una parcella di € 194.000 dall'ordine degli avvocati di Venezia.
Alla signora per poco non gli prende un colpo. Ignara di tutto ciò che è avvenuto alle sue spalle, in un momento drammatico della sua vita, non si rende conto di come abbiano potuto fare una cosa del genere. Il marito, in considerazione dell'età, gli aveva intestato tutto e ora rischia di perdere ogni cosa.
L'avvocato è anche un politico locale e sembra che gli sia consentito ogni cosa.
Cosa si può fare? Come si può agire?
13 Novembre 2007
LIBERO REPORTER WWW.LIBEROREPORTER.IT
Sono Giampaolo Bassi.
Un avvocato del foro di Verona, in un procedimento di separazione personale dei coniugi, per un'unica udienza mi ha chiesto ed ottenuto euro 2.453,17 (lire 4.750.000), senza aver conseguito alcun risultato, a fronte di euro 500,00 percepiti dal suo sostituto per lo stesso mandato, ma che, a differenza, ha conseguito un esito positivo di transazione. Lo stesso primo legale, giudizialmente, forte del suo status di avvocato, ha chiesto ed ottenuto circa euro 13.000 aggiuntivi, per un reintegro di un saldo inesistente, sempre per quel mandato con unica udienza. Euro 15.453,17 per una sola udienza, in cui non si è fatto l’interesse del cliente, è ingiustificabile ed inconcepibile, specie se la controparte ha speso in tutto euro 1.000.
Lo stesso avvocato, in violazione delle norme tributarie e contributive, non ha mai emesso alcuna fattura in favore del suo cliente per le somme percepite, pur reiteratamente richiesta, evadendo IVA E IRPEF, contributi previdenziali forensi e CAP.
Premesso che avevo denunciato dall'inizio il tutto all’ordine Avvocati, ma a tutt’oggi nulla hanno fatto.
Oggi mi accorgo che mi vengono calcolati anche interessi su ciò che ho versato, questa è la giustizia.
Saluti
Data: sabato 2 settembre 2006 10.37
Giampaolo
Bassi
Editore di Radio Universal, La Radio in Diretta http://www.universalradio.it http://www.radiouniversal.eu
INCENDIOPOLI IN VENETO
PADOVA. IL PIROMANE ERA IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE
Tutto si
poteva immaginare, meno che il piromane fosse il capo della protezione civile.
Fino a quando Emanuele Andretta, 36 anni, spirito altruista, sempre pronto a
dedicare il suo tempo alla comunità, è stato colto in flagranza di reato. Via
Municipio, nel cuore di Tombolo, tra le campagne dell'alta padovana. I
carabinieri in servizio di controllo, dopo gli incendi dolosi degli ultimi mesi,
notano un uomo aggirarsi guardingo per le vie del paese. È bastato aspettare, e
osservare. Una finestrella in frantumi, il rogo appiccato con della diavolina
impregnata di alcol. E quell'uomo che fugge, per ritornare, poco dopo, sul luogo
dell'incendio. I carabinieri non hanno più avuto dubbi. È proprio lui,
l'insospettabile capo della protezione civile.
Oggi, a Tombolo, non si parla d'altro. Gli incendi, in paese, andavano avanti da
mesi. A bruciare diverse automobili, un furgoncino, il garage del municipio. Il
capo della protezione civile è sospettato per tutti gli episodi. Da qualche
tempo aveva perso il lavoro. E da bambino, a 11 anni, era rimasto ustionato da
una fiammata provocata dall'alcol. Forse, racconta la moglie, è stato
quell'incidente a segnarlo.
5 novembre 2007
http://www.tg5.mediaset.it/cronaca/articoli/2007/11/articolo5560.shtml
STRANIEROPOLI IN VENETO.
Padova, Accampamenti rom a due passi dalla Stazione. Ogni sera un popolo di disperati si piazza sotto il cavalcavia Borgomagno, o dietro al camper della Croce Rossa.
Arrivano la notte quasi in punta di piedi. La temperatura mite non li obbliga a portare con sè fardelli particolarmente pesanti. Un cartone, o nella migliore delle ipotesi una copertina, sono più che sufficienti.
Si distendono per terra in fila, uno dopo l'altro a una distanza massima di trenta centimetri e rimangono accampati in questo modo sino alla mattina successiva, quando, sul tardi, si alzano per cominciare le loro peregrinazioni in giro per la città, dove, nella migliore delle ipotesi, vanno a chiedere l'elemosina.
Il popolo notturno dei disperati a Padova si è arricchito nelle ultime settimane di una nuova allucinante realtà. Si tratta dei rom che dopo le 23 arrivano nella zona della Stazione dove hanno individuato una serie di posti in cui sistemarsi per trascorrere le ore notturne.
Il primo sito frequentato da questi stranieri senza tetto, senza lavoro e senza niente, è il sottopasso di Borgomagno, dove è appena stata realizzata la bretellina che consentirà al tram di accedere dalla Stazione al cavalcavia che porta all'Arcella: lì sotto c'è un anfratto che conduce praticamente all'altezza del capitello. Un posto ideale per riposare al riparo dalle intemperie e dagli occhi indiscreti.
Un secondo fazzoletto di terra di cui si sono impossessati questi nomadi è il marciapiede situato dietro al camper della Croce Rossa che appunto di notte costituisce un punto di riferimento per gli homeless che vogliono rifocillarsi: pure in questo caso la fila degli zingari che dormono per terra si allunga fino a mattina.
Questi immigrati, comunque, hanno allargato il loro raggio di azione, perché quelli che non ci stanno nei dintorni della Stazione si sono spostati in Piazza Mazzini, ai piedi del cavalcavia Borgomagno, ma soprattutto vicino ai giardini dell'Arena, su un'area che confina con il Settore Cultura del Comune, ai cui uffici si accede da via via Porciglia. In questo caso a volte fino a mattina inoltrata si possono vedere queste presenze, ancora riparate sotto le copertine, o i cartoni, proprio a due passi da un gioiello di livello mondiale quale è la Cappella degli Scrovegni, con gli affreschi di Giotto.
Sul lato sud sempre del cavalcavia Borgomagno si sono insediati alcuni rumeni che si fermano a dormire e a bivaccare pure durante il giorno, con grande disappunto dei commercianti e dei residenti, anche perché aumentano continuamente furti e scippi, oltre che il degrado.
Claudio Sinigaglia, assessore alle Politiche Sociali, ha commentato: «Più volte li abbiamo allontanati e lo faremo ancora. Non possiamo più tollerare che questa gente si accampi dove vuole. Non escludo di arrivare a mettere in presidio fisso di Vigili in Piazzale Stazione». Vivono tra spacciatori e tossicodipendenti, camminano tra barboni e rifiuti, sentono l'insicurezza sulla propria pelle. Non sono gli abitanti di via Anelli, come sarebbe facile pensare, bensì i residenti di via Tommaseo.
Anche loro hanno dato alla luce un comitato spontaneo e pochi giorni fa hanno presentato in questura un esposto per chiedere maggiore attenzione. E non solo perché il degrado è già abbastanza, ma perché la situazione peggiora di giorno in giorno, in particolar modo nel tratto tra via Valeri e l'incrocio di corso del Popolo, ovvero all'altezza delle cucine popolari. «La sempre più cospicua presenza di persone di varie nazionalità che potremmo definire nulla facenti in quanto quasi tutte stabilmente permanenti lungo questa via durante tutto il giorno e nelle ore serali - si legge nel documento -, è causa di fatti pericolosi, oltre che umanamente immorali, che sono purtroppo all'ordine del giorno».
Quali? Spiegano i residenti nell'esposto: «Durante l'intero arco della giornata vi è un continuo spaccio di droga sotto i portici da parte di queste persone lungo via Niccolò Tommaseo in prossimità delle cucine popolari. Spesso gli stessi individui compiono pubblicamente atti osceni e alcuni di loro fatto i bisogni fisiologici all'interno dei condomini e nelle grate di aerazione dei garage interrati causando intossicazioni e stati di malessere per chi poi si trova a dover sostare anche per breve tempo in queste zone.
«Tutti i giorni queste persone acquistano nei negozi di via Tommaseo, gestiti da extracomunitari di varia nazionalità, bottiglie in vetro di birra, coca-cola, aranciata e altro, che dopo aver consumato durante la loro sosta sotto i portici della stessa via, lasciano per terra invece di deporre negli appositi contenitori dei rifiuti. Tutto ciò oltre che sporcare la strada, diviene, in caso di rottura delle bottiglie o quant'altro, causa di pericolo per la sicurezza dei passanti». Insomma, problemi di sicurezza ma anche di degrado sociale e di disturbo alla quiete pubblica.«Questi negozianti extracomunitari - spiegano i residenti - tengono aperti i loro negozi anche al di fuori dell'orario di lavoro stabilito per legge.
Lungo la strada sono frequenti anche discussioni accese tra gruppi etnici diversi, o tra componenti dello stesso clan, che arrivano quasi sempre alla violenza fisica attraverso scazzottate, pugni, calci e coltellate, generando il panico e la paura degli abitanti e dei clienti dei diversi studi professionali che si trovano a passare lì. Questi episodi hanno portato oltretutto indirettamente un danno economico non solo ai residenti ma anche agli stessi professionisti».
Da qui il rischio di una desertificazione: «Infatti per questa ragione molti studi si sono trasferiti mentre altri hanno perso diversi clienti, che hanno preferito rivolgersi per gli stessi servizi ad altre figure professionali con sedi localizzate in posti più sicuri in altre parti della città di Padova. Il pericolo sotto questo aspetto è l'abbandono della zona provocando la creazione di una terra di nessuno».
30 GIUGNO 2007
http://www.unioneinquilini.it/cm/2007/cm_07_268.asp