di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

Clamoroso da “La Repubblica”. Un presunto giro di tangenti e mazzette. Decapita la giunta di Buccinasco, comune dell'hinterland milanese ai confini con il capoluogo. Le manette sono scattate ai polsi del sindaco; dell'assessore ai Lavori pubblici e di un consigliere comunale. Le indagini hanno portato alla luce un sistema di tangenti nell'ambito di alcuni lavori pubblici e in particolare della concessione di terreni per la costruzione di alcuni ipermercati. Le accuse ipotizzate nei confronti del sindaco sono di corruzione e falso in atto pubblico, mentre all'assessore ai Lavori pubblici e al consigliere comunale è contestato il reato di falso in atto pubblico. Secondo “Il Corriere della Sera” al centro del presunto episodio di corruzione che ha portato in carcere il sindaco di Buccinasco (Milano) c'è, stando all'ordinanza firmata dal gip Gaetano Brusa, anche la realizzazione di un nuovo centro commerciale nel piccolo comune e in particolare la trasformazione di un'area verde in un parcheggio accanto al «punto vendita Auchan». Il sindaco sarebbe stato corrotto con una tangente da diecimila euro, divisa con l«'intermediario», per l'approvazione «della convenzione tra il Comune di Buccinasco e la Sodibelco Srl per la concessione d'uso di un'area verde di proprietà del Comune da destinare a parcheggio, per favorire il buon esito di una operazione commerciale in corso» tra la stessa società edile e la «Auchan Spa in relazione all'apertura di un nuovo punto vendita Auchan». La mazzetta sarebbe stata versata e si riferiva alla «realizzazione del futuro "drive Auchan"», che sarebbe stato utilizzato «non come parcheggio pubblico». Dunque c'era bisogno di una «modifica di destinazione d'uso». L'episodio di corruzione si sarebbe verificato nel maggio 2010.
Inoltre, al sindaco, per il «rinnovo del contratto per i servizi di igiene urbana» a favore di una società, sarebbero state messe a disposizione o promesse tre auto di lusso. In particolare, una Ferrari F-141 di colore nero «avuta a disposizione per almeno una settimana alla fine di maggio 2010». E poi una Bentley «promessa in sostituzione della Ferrari» e una Ferrari 599 di colore rosso «avuta a disposizione per circa 90 giorni da metà luglio a fine agosto 2010». Nell'inchiesta risulta indagato anche il vicesindaco e assessore all'ecologia del Comune di Buccinasco, che ha cercato di corrompere un imprenditore, però non riuscendoci, nel giugno del 2008.
Al sindaco, per il "rinnovo del contratto per i servizi di igiene urbana" a favore di una società, sarebbero state messe a disposizione o promesse tre auto di lusso. In particolare una Ferrari F-141 di colore nero "avuta a disposizione per almeno una settimana alla fine di maggio 2010". E poi una Bentley "promessa in sostituzione della Ferrari" e una Ferrari 599 di colore rosso "avuta a disposizione per circa 90 giorni da metà luglio a fine agosto 2010". A casa del sindaco la guardia di finanza ha sequestrato 11mila euro in contanti e diversi orologi di lusso. Gli altri cinque arrestati sono accusati a vario titolo di corruzione e falso in atto pubblico, per alcuni episodi di tangenti legate a gare di appalto nel settore dell'edilizia pubblica e nei contratti di fornitura di servizi. L'inchiesta si fonderebbe anche su alcune dichiarazioni di funzionari pubblici del Comune di Buccinasco che avrebbero denunciato una serie di anomalie.
Le "condotte illecite" poste
in essere da sindaco, assessore e consigliere comunale "mettono in luce il
totale sviamento della funzione pubblica dai fini suoi propri, per essere
piegata a quelli esclusivamente personali dei pubblici amministratori in piena
connivenza con privati imprenditori, con i quali hanno operato su di un piano
assolutamente paritetico", scrive il gip. E si delinea "sullo sfondo un
patteggiamento tra talune delle forze politiche insediate nel Comune, avente a
oggetto la garanzia reciproca della non opposizione a iniziative illegittime dei
pubblici amministratori appartenenti ai diversi schieramenti politici, facendo
dell'azione amministrativa, benché illecita, l'oggetto di accordi che esulano
del tutto dalle finalità pubblicistiche e istituzionali che dovrebbero
qualificare l'operato della pubblica amministrazione".

CORRUZIONE ED ISTITUZIONI: Così da Il Corriere della Sera del 25 maggio 2011
Arrestato l'ex sindaco di Cassano d'Adda.In manette Edoardo Sala e altri due politici: mazzette per modificare il piano urbanistico.
Gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano hanno arrestato l'ex sindaco di Cassano d'Adda Edoardo Sala, il consigliere comunale Paolo Casati e Alessandro Casati, all'epoca assessore pro-tempore ai Lavori pubblici. I tre sono stati portati in carcere, mentre ai domiciliari sono finiti il commercialista Pierluigi Amati, cugino del sindaco Sala, e l'architetto Michele Ugliola. L'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, riguarda un presunto giro di mazzette per ottenere alcune modifiche al piano urbanistico del Comune dell'hinterland di Milano. Nel dicembre scorso i finanzieri, per la stessa vicenda, avevano messo a segno una ventina di perquisizioni nella sede del Comune, nelle abitazioni di alcuni amministratori locali e nelle sedi di alcune società. Edoardo Sala, sindaco di una lista civica di centrodestra, dopo le perquisizioni dello scorso dicembre e la sua iscrizione nel registro degli indagati, alla fine dell'anno scorso aveva dato le dimissioni. Nelle indagini, che hanno provocato un vero e proprio terremoto nel Comune del milanese, sono ipotizzati in particolare i reati di concussione e corruzione.
LE PREQUISIZIONI - I militari della Guardia di Finanza di Milano, oltre a eseguire i cinque arresti, hanno effettuato dodici perquisizioni nei confronti di società e persone coinvolte nell'inchiesta, per la quale complessivamente sono indagate una decina di persone. Le ordinanze di custodia cautelare chieste dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo sono state firmate dal gip Gaetano Brusa. L'attività investigativa riguarda la ricostruzione di alcune procedure amministrative relative a interventi di carattere urbanistico. Secondo l'ipotesi sarebbero state corrisposte, o promesse, somme di denaro per pilotare specifiche varianti al piano regolatore generale tuttora vigente o per impostare, secondo determinati criteri, il piano del governo del territorio ancora in via di elaborazione che avrebbe dovuto sostituire il piano regolatore generale della cittadina alle porte di Milano.
TRE MILIONI DI EURO - L'ammontare delle mazzette già versate o promesse supera i tre milioni di euro. Il calcolo si evince dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Gaetano Brusa. Le mazzette versate secondo l'accusa ammontano a un milione di euro di cui 500mila euro versati in più tranches e in contanti; inoltre bisogna considerare anche la promessa di una dazione di 2 milioni di euro pari al 3% sul prezzo di vendita di ogni casa che sarebbe stata realizzata sull'area dell'ex linificio.
L'INTERCETTAZIONE - «Qui si vogliono sistemare per tre generazioni», dice in un'intercettazione ambientale Fausto Crippa, un imprenditore che stava per riqualificare un'area dismessa. Crippa stava parlando con la moglie e con il commercialista, da oggi ai domiciliari, Pierluigi Amati. In questa conversazione, secondo il gip, è «palese che Amati ha avuto in precedenza un incontro con i referenti politici di Cassano e che si è recato dai coniugi Crippa per riferire l'esito dell'incontro. Infatti - scrive sempre il giudice - Amati riferisce l'ammontare del denaro richiesto per l'approvazione del piano generale del territorio e le modalità di consegna». A questo punto Crippa afferma di non voler pagare in nero ma di essere disposto a chiedere alcune quote di una sua società e commenta: «Qui si vogliono sistemare per tre generazioni». Sempre nel corso di questa intercettazione ambientale il commercialista Amati afferma che «dappertutto un imprenditore è costretto a dover riconoscere un quid in più alla politica».
PARABIAGO
Violentate dal maresciallo. Undici donne lo accusano. Da “Il Giornale” del 23 giugno 2011
Aveva trasformato la caserma di Parabiago in una sorta di «garçonnière» per i suoi appuntamenti galanti. E già sarebbe grave. Figuriamoci poi se si trattava di donne arrestate se non, addirittura, passate semplicemente per presentare una denuncia. Oltre una decina le «prede» del maresciallo. Lui, Massimo Gatto, dopo una accurata e severa indagine è stato arrestato dagli stessi suoi colleghi.
Parabiago, 26mila abitanti, a una trentina di chilometri a nord ovest di Milano, caserma dei carabinieri, compagnia di Legnano, gruppo di Monza. Qui il maresciallo Gatto, originario di Torino, 47 anni, sposato, comandante «in sede vacante», lavora ormai da oltre vent’anni. Un suo ex ufficiale, ora in congedo, se lo ricorda all’inizio degli anni Novanta militare irreprensibile in servizio alla Compagnia. Come per fortuna ce ne sono tanti nell’Arma.
Ma c’era un altro carabiniere che,
come dottor Jekyll e mister Hyde, alla prima occasione si trasformava in una
sorta di satiro pronto a insidiare qualsiasi donna si presentasse in caserma,
fosse anche per aver smarrito i documenti. Figurarsi quando il 15 gennaio gli
capita una polacca di 19 anni arrestata per aver rubato una paio di consolle
Nintendo, e trattenuta in camera di sicurezza per 48 ore. Due giorni passati a
tenere a bada il carabiniere che a ogni occasione le metteva le mani addosso e
la faceva spogliare. Un incubo finito dopo la condanna, con la condizionale,
della donna e la sua scarcerazione.
La straniera esce dal Tribunale e si infila in stazione Centrale per denunciare
quanto subito agli agenti della Polfer. I poliziotti avvertono il pm Cristiana
Roveda che interroga la ragazza e poi incarica i carabinieri del nucleo
investigativo di Monza di sviluppare le indagini. Gli accertamenti scoperchiano
un di vaso di Pandora. Negli anni Novanta l’uomo avrebbe infatti molestato
almeno undici donne mentre si trovava in caserma. Casi però coperti da
prescrizione.
Altri però ne saltano fuori nel periodo 2004-2010, quando il sottufficiale si trasferisce a Parabiago. Tra queste una lucciola romena e una ex prostituta andata in caserma per una denuncia. Molestate anche una ragazza con un problema alla patente, due che si erano presentate per una denuncia e una quarta finita in stazione a esporre la sua difficile situazione coniugale. Non solo. Il militare si sarebbe presentato in borghese a casa di una donna che aveva fatto una denuncia per furto. Circostanze confermate indirettamente dagli altri carabinieri in servizio in stazione. Qualche collega racconta di aver visto il maresciallo perquisire la ragazza polacca dopo essere stata fatta uscire dalla camera di sicurezza contro ogni regola. Altri di aver ricevuto le confidenze di donne molestate.
I carabinieri di Monza riferiscono al pm Roveda che ottiene dal gip Enrico Manzi, l’arresto del militare. E le manette, ovviamente sono andate a stringergliele i colleghi che l’hanno poi portato a San Vittore. Ma i magistrati sono convinti che queste non siano le uniche «bravate» del carabiniere molesto. Per questo Pietro Forno responsabile del settore fasce deboli, invita altre possibili vittime a presentarsi in procura o al nucleo investigativo di Monza.
Secondo
“La Stampa” non bisognava entrare in quella caserma.
L’uomo in divisa era un criminale. Un violentatore, per la Procura di Milano,
che ha chiesto e ottenuto l’arresto di un maresciallo. Violenza sessuale,
concussione sessuale e perquisizione arbitraria sono le accuse per Massimo
Gatto, 47 anni, originario di Torino, comandante della stazione di Parabiago,
nel Milanese. Sette gli abusi, dal 2004, di cui dovrà rispondere perché gli
altri quattro episodi ricostruiti dal pm Cristiana Roveda e dagli uomini della
Polfer sono così lontani nel tempo da essere prescritti.
L’inchiesta è scattata quando una polacca di 19 anni ha denunciato lo stupro.
Era stata rinchiusa lo scorso gennaio nella camera di sicurezza della stazione
dell’Arma per 48 ore dopo essere stata arrestata per il furto di due consolle
Nintendo in un supermercato. Nel fine settimana tra il 15 e 16 gennaio, la
ragazza, in attesa del processo per direttissima, sarebbe stata molestata dal
carabiniere, che avrebbe finto una perquisizione nonostante l’avesse già fatto -
come prevede la legge - un militare donna. Ma la molestia non bastava; la
straniera era stata portata nei bagni e violentata. Più volte. Il lunedì
successivo, dopo aver patteggiato la pena per il furto con la sospensione
condizionale, la vittima è rimessa in libertà dal giudice. Arrivata in stazione
Centrale ha raccontato agli uomini della Polizia Ferroviaria un weekend di
umiliazioni e paura.
Davanti al pubblico ministero la giovane donna ha descritto, ha specificato come
e dove con particolari che non avrebbe potuto conoscere per il solo fatto di
essere stata trattenuta in camera di sicurezza. L’inchiesta è poi stata affidata
al pm Cristiana Roveda del dipartimento dei reati contro i soggetti deboli che
ha ascoltato le testimonianze di tutti i carabinieri della stazione in servizio
nei due giorni in cui la 19enne è stata trattenuta. I militari hanno confermato
di aver visto il maresciallo perquisire la ragazza e farla uscire dalla camera
di sicurezza contro ogni regola.
Qualcuno ha anche spiegato di aver ricevuto nel tempo le confidenze di altre
donne che in situazioni diverse si sarebbero lamentate di essere state
molestate, ma che, invitate a sporgere denuncia, non lo hanno mai fatto. Alcune
di queste donne sono poi state identificate e a loro volta sentite dal Roveda,
già titolare dell’inchiesta che ha portato in carcere alcuni finanzieri che
avevano abusato di prostitute durante il servizio. Nella lista delle vittime c’è
un’italiana che era andata in caserma per sporgere una denuncia per furto, di
un’altra donna che era andata a chiedere aiuto per la sua difficile situazione
coniugale, di due sorelle che si erano rivolte in tempi diversi ai militari per
una denuncia e per la notifica della sospensione della patente, di una
prostituta romena che sarebbe stata più volte ricattata sessualmente dal
maresciallo dopo essere stata fermata per un controllo in strada e di un’altra
romena entrata in stazione per denunciare un furto e che poi si sarebbe vista
comparire Gatto a casa in borghese.
Il maresciallo, che da tempo sostituisce il comandante in carica della stazione
che è in malattia, è stato arrestato dai suoi stessi colleghi per ordine del
giudice per le indagini preliminari Enrico Manzi che lo interrogherà domani. Gli
inquirenti ritengono che ci possano essere altre vittime: «Sottolineo il grande
impegno profuso dai carabinieri che hanno condotto l’inchiesta - dice il
procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno - e invito tutte le persone che
abbiano avuto esperienze similari a non tardare e a rivolgersi o al nucleo
investigativo dei carabinieri di Monza o alla procura di Milano».

PAULLO
Milano, 15mila multe contestabili, emesse da 6 semafori sequestrati.
Altri sei T-red sequestrati su semafori del Milanese (a Paullo e a Spino d'Adda) e due avvisi di garanzia per turbativa d'asta ai comandanti della polizia locale dei due Comuni. E' la nuova operazione della Guardia di Finanza nell'inchiesta sul dispositivo elettronico che rileva le infrazioni degli automobilisti che passano col rosso. Le multe emesse nell'ultimo anno dagli impianti sequestrati ammontano a 15mila.
In particolare sono 9mila a Paullo e circa 6mila a Spino d'Adda. Queste multe, inflitte agli incroci regolati dai ti-red, dovrebbero essere annullate.
Nel mirino delle fiamme gialle ci sono anche le procedure di assegnazione degli appalti per un dispositivo ti-red su un semaforo a Bergamo città. Dispositivo che, inserito in via sperimentale, è stato disattivato dopo che era scoppiato il caso del cosiddetto "vampiro rosso" di Segrate. A Bergamo non ci sarebbero indagati.
Da segnalare infine che a Paullo mentre i finanzieri stavano smontando il dispositivo e' scattato la luce gialla del semaforo e un camionista per la paura di venire multato ha frenato bruscamente ed è stato tamponato da un'automobile.
La Gdf ha già acquisito le carte relative alle procedure di appalto dei T-red nei due Comuni dell'hinterland. Le due società appaltatrici coinvolte nelle indagini della Procura di Milano sono la Citiesse e la Scae.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo400599.shtml

PESCHIERA BORROMEO
Condannato a tre anni l´ex sindaco comunista Malinverno, oggi capogruppo dell´Udc in Provincia
I vertici regionali del Pci-Pds non furono complici delle corruzioni che a metà degli anni Novanta segnavano la vita del comune di Peschiera Borromeo. Lo ha stabilito ieri la Quarta sezione del tribunale di Milano che ha assolto «per non avere commesso il fatto» Massimo Ferlini e Fabio Binelli, entrambi indicati dal "pentito" Salvatore Volo come destinatari di una quota delle tangenti incassate dagli esponenti locali della Quercia. Ferlini si era difeso spiegando che all´epoca dei fatti non faceva più parte dei Ds, essendo già transitato alla Compagnia delle Opere, mentre Binelli - consigliere regionale - ha spiegato di essersi battuto contro i progetti di edificazione nell´area di Peschiera.
Condannati, invece, gli amministratori locali. A partire da Marco Malinverno, titolare di un percorso politico irrequieto: sindaco comunista di Peschiera, poi leader di una lista civica, infine approdato al centrodestra e oggi capogruppo dell´Udc nel consiglio provinciale di Milano. A Malinverno vengono inflitti tre anni di carcere per corruzione, la stessa pena che viene inflitta all´imprenditore Pier Franco Pirovano, indicato dalla Procura come il dispensatore di mazzette in cambio di licenze edilizie. Due anni e mezzo all´altro ex sindaco Andrea Villa, e così pure al "pentito" Volo, cui evidentemente i giudici non hanno creduto in pieno.
Assolti con formula piena Binelli e Ferlini (difesi dagli avvocati Franco Rossi Galante e Carlo Gilli) per cui il pubblico ministero Fabio Napoleone aveva invece chiesto il proscioglimento soltanto per prescrizione del reato. E assolta anche Carla Bruschi, ex assessore a Peschiera nonché compagna dell´ex deputato socialista Gianstefano Milani. La Bruschi era finita sotto inchiesta perché, secondo la Procura, una parte della tangente pagata da Pirovano al sindaco Malinverno avrebbe preso la forma di un finanziamento al quotidiano L´Indipendente, pubblicato in quegli anni da Milani e dove Malinverno lavorava. Anche per la Bruschi, che del finanziamento era stata l´intermediaria, era scattata l´accusa di corruzione, ritenuta inconsistente dal tribunale presieduto dal giudice Pasquale Nobile de Santis.
REPUBBLICA 22 GIUGNO 2006
Tangenti a Peschiera, condannati gli ex sindaci Malinverno e Villa
LA DIFESA. LA SENTENZA Quattro condanne (ma con prescrizione incombente forse già prima dell'appello perché i fatti risalgono a molti anni fa) e tre assoluzioni hanno concluso ieri, davanti alla quarta sezione del Tribunale, il processo di primo grado per i 2,4 miliardi di lire con i quali, secondo l'accusa dei pm Fabio Napoleone e Claudio Gittardi, fra il 1993 e il 1995 il costruttore Pierfranco Pirovano aveva corrotto alcuni politici per il via libera (tra le contestazioni di molte famiglie abitanti nella zona) al cambio di variante per l'edificabilità dei terreni C3 di San Bovio a Peschiera Borromeo, 900 appartamenti su un'area in precedenza vincolata a parco agricolo.
Il 25 ottobre 2004 il giudice dell'udienza preliminare Giovanna Verga aveva rinviato a giudizio per corruzione due ex sindaci di Peschiera Borromeo, Marco Malinverno (Pci-Pds all'epoca dei fatti, oggi consigliere e capogruppo dell'Udc nella Provincia di Milano con il Polo) e Andrea Villa (ex Dc), nonché l'ex assessore Psi Carla Bruschi, e gli ex Pci-Pds Salvatore Volo, Fabio Binelli e Massimo Ferlini (oggi vicepresidente nazionale della Compagnia delle Opere e presidente dell'articolazione milanese).
La sentenza di ieri ha inflitto 3 anni di reclusione all'ex sindaco Malinverno e all'imprenditore Pirovano, e 2 anni e mezzo all'altro ex sindaco Villa e a Volo. Sono invece stati assolti l'ex assessore Bruschi e gli allora membri della commissione regionale incaricata di valutare il nuovo piano regolatore, Binelli e Ferlini, per i quali si erano battuti i difensori Franco Rossi Galante e Carlo Gilli.
Il Tribunale ha anche condannato i quattro imputati ritenuti colpevoli del reato di corruzione a risarcire 20 mila euro al Comune di Peschiera, costituitosi parte civile. E a un gruppo di privati, pure costituitisi nella causa, è stato riconosciuto il diritto al risarcimento in misura che dovrà però essere stabilita attraverso un separato giudizio davanti al tribunale civile.
Le motivazioni della sentenza, fra tre mesi, daranno conto di come e fino a che punto siano state valutate le dichiarazioni di Volo. Da un volantino anonimo nel 1999, infatti, le indagini erano risalite allo stampatore, proprio l'ex comunista Volo, che a quel punto aveva prospettato una versione in parte autoincriminante. Asseriva di aver assistito personalmente alla consegna di denaro dal costruttore Pirovano a due sindaci, appunto Malinverno e Villa. Ammetteva poi di aver intascato 420 milioni, e sosteneva di averne divisi 300 con Binelli e Ferlini. E accusava l'ex assessore Bruschi (ex Dc, poi Fi) di aver fatto arrivare soldi al suo compagno, ex parlamentare socialista, per riaprire il quotidiano «L' Indipendente», dove per un periodo Malinverno figurò direttore editoriale.
«Siamo sorpresi e amareggiati per la notizia della condanna, in primo grado a tre anni, al collega capogruppo Marco Malinverno», è la difesa che per lui arriva dal capogruppo di Forza Italia nel consiglio provinciale di Milano, Bruno Dapei. «Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza per capire come si possa aver dato credito alle accuse, per noi chiaramente infondate, mosse contro il Consigliere provinciale per fatti che risalgono all'epoca in cui guidava una giunta di sinistra a Peschiera Borromeo. All'amico Malinverno va la nostra piena solidarietà umana e politica, e abbiamo fiducia che la magistratura giudicante saprà riconoscere la totale estraneità di Marco Malinverno dai fatti che gli vengono attribuiti».
IL CORRIERE 22 GIUGNO 2006
http://in2minuti.it/2006/06/rep6_0622_tangenti-a-peschiera.htm

SEGRATE
SEMAFORI TRUFFA
Un semaforo soprannominato dagli abitanti di Segrate il «vampiro rosso» per la voracità con la quale in pochi mesi, da novembre dell'anno scorso a maggio, ha fotografato, attraverso le telecamere del sistema T-Red, 30 mila automobilisti, multati per essere passati col rosso. Un sistema talmente famigerato da essere finito in un servizio delle iene. Il caso è nato a luglio, quando l'avvocato Francesca Fuso ha presentato in Procura a Milano un esposto sottoscritto da più di cento cittadini. E ora, sul caso, intervengono magistratura e Guardia di Finanza. I cittadini denunciano presunte irregolarità nel sistema automatico di rilevamento delle infrazioni, in particolare ritengono che sia stata truccata la gara d'appalto per l'assegnazione del servizio e che le fotografie delle auto «pizzicate» a passare col rosso e recapitate a casa dei multati siano ritoccate al computer.
INCHIESTA - Accuse gravi, che hanno portato il pm Alfredo Robledo ad aprire un'inchiesta. Quattro gli indagati: due funzionari del Comune di Segrate, tra i quali il comandante dei vigili, e i titolari di due aziende, la CiTiesse e la Scae. Le ipotesi di reato sono abuso d'ufficio, falso materiale e turbativa d'asta. La Guardia di Finanza ha sequestrato alcune telecamere e apparecchi regolatori del tempo dei semafori collocati in quattro incroci sulla via Cassanese. Inoltre ha acquisito alcuni documenti nelle sedi delle società che hanno appaltato il sistema e compiuto accertamenti negli uffici del Comune di Segrate.
DURATA DEL GIALLO - Il sistema, secondo quanto spiegato nell'esposto, faceva sì che fosse impossibile, a chi attraversasse l'incrocio con semaforo giallo, arrivare dall'altra parte senza incappare nel rosso: la durata del colore intermedio sarebbe troppo breve. Una questione tutta da verificare, anche perché - fanno sapere gli inquirenti - la durata del giallo non è regolamentata a livello nazionale. Certo, proseguono, se il passaggio al rosso è troppo rapido può essere rischioso per la sicurezza e in questo caso potrebbe esistere un margine per intervenire.
SOSPETTI SULL'APPALTO - Secondo l'avvocato Fuso, inoltre, la ditta appaltatrice percepiva il 25,1% dell'importo di ogni contravvenzione effettuata. Nell'esposto si fa cenno anche a sospetti circa la regolarità del bando con cui è stata data in appalto la gestione dei semafori alla ditta che ha installato la tecnologia al centro degli accertamenti, attivata il 16 novembre 2006. «Crediamo che la tecnologia vincente fosse stata decisa prima della gara stessa - ha spiegato Fuso -. Finalmente anche le indagini della magistratura danno un primo riscontro positivo. I cittadini di Segrate erano praticamente terrorizzati all'idea di passare in auto sulla Cassanese. Con questo sistema ci sono automobilisti che nel giro di pochi giorni o settimane si sono trovati con più di una multa e pochissimi punti sulla patente».
SESTO SAN GIOVANNI
MALAMMINISTRAZIONE
Parlamento italiano: pomeriggio del 20 luglio 2011. Già è mortificante il fatto che in quei luoghi non si votino le leggi, ma le autorizzazioni alla custodia cautelare in carcere per alcuni dei suoi membri. Ma già li è chiaro: in Italia la legge, come l’etica e la morale, non è uguale per tutti. Se sei del centrodestra sono tutti d'accordo a sbatterti in galera, se sei del centrosinistra invece ti graziano. E' questa la triste verità che emerge dai voti che hanno spalancato le porte del carcere di Poggioreale per il deputato Pdl Alfonso Papa e hanno salvato il senatore Pd Alberto tedesco. Ed è la stessa triste verità che ispira il diverso trattamento concesso a Piergianni Prosperini, l'ex assessore lumbard finito ai domiciliari perché accusato di aver ricevuto delle tangenti per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina, e Filippo Penati del Pd, capo della segreteria politica di Bersani e consigliere regionale lombardo con incarico di vice presidente del Consiglio, ex sindaco di Sesto San Giovanni e Presidente della provincia di Milano, indagato perché avrebbe preso mazzette fino a 4 miliardi di lire. Questa è la giustizia all'italiana.
"Ho dimostrato a tutti di essere un uomo, chiedendo di votare per il mio arresto. Ma ora ho il dovere di restare al mio posto, in Senato". A Tedesco non lo sfiora nemmeno l'idea di lasciare la poltrona a Palazzo Madama. Assicura che andrà avanti, puntualizza che aspetterà che la magistratura faccia il suo lavoro e fa sapere che in futuro si batterà per l'abolizione della custodia cautelare. E, mentre il senatore piddì resta in parlamento, Papa ha già passato una notte in carcere. Eppure, come spiega il vicepresidente della Camera Antonio Leone, "a carico di Tedesco sussiste un impianto accusatorio ben più pesante di quello messo insieme per Papa dai pm napoletani". Finito nell'inchiesta che ha sconvolto la sanità in Puglia, l'ex assessore di Vendola è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso. Nel mirino dei pm di Bari ci sono i presunti appalti truccati e le nomine dei vertici dell'Asl: dal 2005 al 2009 la sinistra pugliese avrebbe, infatti, imposto i primari e gli imprenditori che avrebbero poi dovuto vincere le gare d’appalto. "La prassi politica dello spoil system - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppe de Benedictis - era talmente imperante nella sanità regionale da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta".
Di tutt'altro spessore le accuse rivolte a Papa, finito nell'inchiesta P4 portata avanti dai pm Henry Woodcock e Francesco Curcio della procura partenopea. I reati contestati sono: corruzione, concussione, estorsione e favoreggiamento personale. Secondo il gip di Napoli, Papa, Luigi Bisignani, Enrico La Monica e Giuseppe Nuzzo "promuovevano, costituivano e prendevano parte a una associazione per delinquere, organizzata e mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia". Insomma, per la procura di Napoli Papa avrebbe fatto parte di "un sistema informativo parallelo" al fine di acquisire informazioni sulle indagini e usarle per avanzare "indebite pretese e indebite richieste" sugli indagati.
Per i due politici indagati sono state usate due pesi e due misure diverse. Mentre il Pdl si è dimostrato garantista con entrambi i parlamentari, a Palazzo Madama i numeri ci dicono che tutti i 34 suffragi necessari a negare i domiciliari provengono dalle fila della sinistra....
Insomma, l'opposizione ha usato, come al solito, due pesi e due misure. Proprio come viene fatto dalla magistratura. Risulta infatti emblematico le indagini che, in questi giorni, hanno investito la Lombardia. Filippo Penati ieri, Piergianni Prosperini oggi. Il capo della segreteria politica di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. L'accusa è di aver preso tangenti per circa 4 miliardi di lire tra il 2001 e il 2002 per la riqualificazione di due ex aree industriali e per i servizi di trasporto dei comuni dell'Alto milanese. Un illecito che Penati avrebbe proseguito fino a dicembre dell'anno scorso. Il decreto di perquisizione firmato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia parla di "gravi indizi di colpevolezza", eppure su Penati non grava alcuna misura di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati dati per la seconda volta all'ex assessore lombardo Prosperini, accusato di corruzione e false fatturazioni in relazione alle tangenti "incassate" per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina.
"Il voto di ieri ha dato la conferma della doppia morale della sinistra che vota contro gli avversari politici e salva i suoi sodali". Con queste parole il viceministro Roberto Castelli ha sintetizzato il film andato in scena ieri in parlamento. "Ora si capisce perché i capigruppo Pd si sono lamentati del voto segreto: temevano giustamente che in tanti disobbedissero agli ordini - fa eco il Pdl Lucio Malan - sempre che non fosse tutta una sceneggiata finalizzata a salvare l’ex assessore alla Sanità". D'altra parte, a questo punto, è solo il leader Idv Antonio Di Pietro a chiedere a Tedesco di dimostrare un po' di coerenza e dimettersi. Il Pd tace.
Uno scandalo da “Il Corriere della Sera” e “Libero” e “Il Giornale” :«Soldi anche al partito di Penati»
L'imprenditore Di Caterina accusa il dirigente Pd: «Spremuto come un limone».
Non c'è soltanto il costruttore, consigliere comunale ed ex candidato sindaco del centrodestra Giuseppe Pasini ad accusare il big del Pd lombardo Filippo Penati di avergli chiesto 20 miliardi di lire nel 2000-2001 per il via libera ai progetti urbanistici di Pasini sull'area ex Falck, e di essere poi stato destinatario di più di cinque miliardi tramite due intermediari che sono stati pagati in Lussemburgo (Piero Di Caterina) e in Svizzera (Giordano Vimercati): a parlare con i pm, infatti, è proprio anche Di Caterina, imprenditore del trasporto pubblico con la sua «Caronte».
Pasini raccontava che Di Caterina era stato il collettore indicatogli da Penati per le erogazioni pretese (a suo dire) dall'allora sindaco ds di Sesto San Giovanni, autosospesosi da vicepresidente del Consiglio regionale lombardo dopo essere stato indagato dai pm monzesi Walter Mapelli e Franca Macchia per le ipotesi di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. E affermava di aver dato in contanti a Di Caterina due miliardi di vecchie lire in Lussemburgo. E Di Caterina? Conferma che è vero. Nei mesi scorsi ha reso anche lui molti interrogatori, inquadrando questa ricezione di soldi in una sorta di compensazione tra favori alla politica e recriminazioni imprenditoriali, ai quali ricollega tutta una serie di finanziamenti che afferma di aver fatto nella seconda metà degli anni 90 e fino al 2000 per le esigenze del partito di Penati, in alcuni periodi anche cento milioni di lire al mese. Come quelli di Pasini, anche i suoi verbali sono «segretati» ed è dunque arduo definirne i contenuti esatti. Ma il senso lo si afferra anche solo dalla scarna risposta di Di Caterina a chi lo ha interpellato: «Sono stato spremuto come un limone. Non se ne poteva più di questo convivere gomito a gomito con i dinieghi immotivati, con i ritardi, con gli ostacoli della politica e della dirigenza dell'alta amministrazione. Adesso ho grande fiducia nei magistrati».
Che davvero Pasini abbia pagato Di Caterina, ai suoi occhi fiduciario di Penati, è del resto provato da un documento acquisito dalla rogatoria in Lussemburgo (facilitata da Pasini) presso la banca alla quale bonificò a se stesso 4 miliardi di lire nel 2001. Parte di essi rimbalzarono in Svizzera e, a detta di Pasini, furono poi consegnati in contanti in strada a Chiasso a Giordano Vimercati, in seguito capo di gabinetto del Penati presidente della Provincia di Milano e anche rappresentante designato dalla Provincia in molte società partecipate (come la Serravalle). L'altra parte della provvista di denaro, invece, ebbe la destinazione dettata appunto dall'istruzione data da Pasini alla banca il 16 marzo 2001 e ora in mano agli inquirenti: «A debito del conto Pinocchio, vogliate mettere a disposizione per contanti L. 2.500.000 a favore di Di Caterina Piero. Alla sua presenza, attendere mia conferma telefonica».
Il monte-tangenti svelato da Pasini, intanto, sale ancora e si attesta sugli 8 miliardi di lire. Ai 4 o 4,5 miliardi per l'area ex Falck consegnati in Lussemburgo e Svizzera, e ai 1.250 milioni di lire per l'area ex Ercole Marelli (anch'essa di Pasini) «mascherati» dietro il saldo negativo di una permuta tra terreni con Di Caterina, il costruttore aggiunge un'altra tangente che colloca prima, nel 2000, addirittura al momento di comprare dai Falck l'area dove sorgevano le acciaierie. A suo dire, gli sarebbe stato fatto capire che l'acquisto dell'area gli sarebbe stato consentito o comunque facilitato dalla politica se avesse ingaggiato come consulenti due professionisti asseritamente vicini alle coop rosse emiliane, indicati in Francesco Agnello e Giampaolo Salami, ai quali Pasini paga compensi per 2 miliardi e 400 milioni di lire e che ora sono anch'essi indagati per l'ipotesi di concussione.
Filippo Penati continua a mostrarsi tranquillo. Indagato dalla Procura di Monza per concussione e corruzione e finanziamento illecito dei partiti, ribadisce la sua "totale estraneità ai fatti». E "per rispetto dell’istituzione" si autosospende da vicepresidente del Consiglio regionale lombardo, ribadendo "fiducia nella magistratura". Nega, Penati, la versione dell'imprenditore 82enne Giuseppe Pasini. Colui che ha innescato la slavina denunciando il malaffare che, a suo dire, caratterizzava i rapporti politico-affaristici a Sesto San Giovanni, importante centro della periferia milanese di cui l’esponente del Pd è stato sindaco per due mandati, fino al marzo 2002 - allora, naturalmente, era Ds. Peraltro, gli avvisi di garanzia - una quindicina - hanno coinvolto un assessore e svariati funzionari comunali. E proprio al 2001 risalgono tre dei numerosi episodi denunciati da Pasini, con tangenti per cinque miliardi e 750 milioni di lire. Soldi che, attraverso intermediari o operazioni coperte, sarebbero stati poi da recapitare proprio a Penati. In un caso, due miliardi e mezzo consegnati in contanti da una banca lussemburghese, istruita da Pasini, a Piero Di Caterina, titolare di un’azienda di trasporti e a quel tempo considerato molto vicino all’allora sindaco di Sesto. E poi la classica valigetta piena di soldi, allungata da Pasini e dal figlio Luca a Giordano Vimercati, strettissimo collaboratore dello stesso Penati, durante una trasferta a Chiasso - per strada, come nei film. Infine, una sorta di mazzetta mascherata: Pasini che scambia un suo terreno di valore con un altro di Di Caterina, però molto meno fruttuoso, con un saldo negativo per il primo di un miliardo e 250 milioni di lire. Vimercati e Di Caterina sono anch'essi indagati nell’inchiesta. Ma l’elemento importante è che Di Caterina avrebbe sostanzialmente confermato il racconto di Pasini.
In ogni caso, questi episodi configurano più che altro il reato di concussione - Pasini spinto a pagare per ottenere vantaggi nello sfruttamento urbanistico della grande area dismessa in cui sorgeva l'acciaieria Falck, vantaggi che poi non si sarebbero concretizzati, costringendo l’imprenditore a svendere l’enorme lotto. Le altre due ipotesi d’accusa - corruzione e finanziamento illecito dei partiti - si riferiscono invece a circostanze successive. Anche risalenti a quando Penati era presidente della Provincia di Milano - dal 2004 al 2009.
In questo senso, gli inquirenti stanno indagando anche su vicende legate al Sitam, il Sistema integrato trasporti area milanese, cui aderiscono la maggior parte degli operatori delle linee di trasporto pubblico su gomma della provincia milanese e che in sostanza ne gestisce le tariffe - biglietti, abbonamenti e quant'altro. Peraltro, proprio all'interno del Sitam ha lavorato per anni la società di Di Caterina, Caronte srl. Cui poi, a seguito di accordi istituzionali con l'Atm - azienda municipale del trasporto milanese -, è stato tolto l'appalto. Con conseguenti polemiche scatenate dallo stesso Di Caterina, che tra l'altro reclamava un pagamento inevaso da parte di Atm di 8 milioni e mezzo di euro. L'imprenditore, un anno fa, aveva così indirizzato una lettera alle autorità locali - sindaci e questore e Carabinieri e Guardia di Finanza e anche Provincia. Con un passaggio che, letto alla luce degli episodi a lui stesso contestati, quasi suona come una minacciosa allusione: "Si è creata una situazione che impone di muoversi in una palude di relazioni di concussione indiretta, che si alterna, ovviamente, a momenti di aria di relazioni corruttive, che rendono il clima asfissiante in un brodo di complicità". Nello scritto veniva esplicitamente citato anche l'attuale sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini.
Anche un altro grosso imprenditore di Sesto ha segnalato episodi da approfondire. Così come i magistrati stanno investigando su questioni indirettamente legate alla vicenda Serravalle, l'autostrada Milano-Genova di cui la Provincia di Milano deteneva la maggioranza insieme con il Comune, e nonostante questo acquistò nel 2005 un altro 15 per cento di quote dall’imprenditore Gavio, per di più a cifre superiori al prezzo di mercato. Con un'operazione censurata dalla Corte dei Conti perché "onerosa e priva di qualsiasi utilità".
Per farla franca il vice presidente della Regione Lombardia Filippo Penati (Pd) coinvolto in un’indagine per mazzette, inventa «l’autosospensione». Una «cosa che nemmeno esiste», spiega un tecnico. «Sensibilità istituzionale», applaudono ovviamente quelli della sinistra. Ma sempre con molta attenzione al portafoglio. Questione di termini e di sostanza, perché c’è una bella differenza tra dimettersi e autosospendersi. Come sa bene Penati, l’illustre esponente lombardo del Pd, ormai sempre più chiaramente il partito della calce e martello. Pronto a fare un passo indietro, ma non certo a rinunciare a nemmeno un euro del suo pingue stipendio da 15.500 euro al mese (il 5 per cento in più di un parlamentare). Più benefit vari. Perché il beau geste di rinunciare alla funzione di vice presidente del consiglio regionale della Lombardia, non sfiorerà nemmeno il suo portafoglio. Con la beffa ulteriore che Penati non sarà nemmeno tenuto a partecipare alle riunioni dell’ufficio di presidenza. Limitandosi semplicemente a incassare stipendio e indennità di funzione per 11.500 euro. A cui ne vanno aggiunti 4.000 di diaria, più gettoni e rimborsi spese. Oltre allo staff personale (tra cui un dirigente da lui stesso scelto), segretaria, uffici e benefit. E i 51.600 euro all’anno che gli sono dovuti per aver rinunciato (bontà sua) all’auto blu. In quanto membro di un ufficio di presidenza di cui fa parte, ma a cui non partecipa più. In attesa di indennità di fine mandato e assegno vitalizio che spetta anche a chi partecipi a una sola legislatura. E che nel suo caso saranno maggiorati dai gradi di vice presidente. Ormai solo virtuali.
E così assume tutto un altro sapore la lettera inviata al governatore Roberto Formigoni e al presidente del Consiglio, il leghista Davide Boni. «A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area Falck di Sesto San Giovanni - scrive Penati annunciando l’autosospensione - desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto denaro da imprenditori». Da subito, aggiunge, «non parteciperò più all’ufficio di presidenza e già dal prossimo consiglio siederò tra i banchi dei consiglieri di minoranza». Prefigurando così la sua pensione dorata all’ombra del Pirellone. Detto dell’indennità di Penati, resta quello appare sempre più come un regolamento dei conti all’interno del Pd. Non solo lombardo, visto che Penati ha ricoperto anche il prestigioso incarico di capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Col neo assessore della giunta Pisapia Pierfrancesco Majorino che gli manda via Facebook, ormai la nuova frontiera della sinistra, un messaggio al veleno. «Io, se fossi in Filippo Penati, anche per essere più forte nei confronti dell’opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi autosospenderei dal Partito democratico». E Penati che si autosospende mettendo nei guai il Pd che ora resta senza un uomo di peso nell’ufficio di presidenza. Guerra di correnti che si incrocia agli affari delle cooperative rosse. Mazzette milionarie per la procura di Monza, circolate tra Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia amministrata per anni da sindaco, e Milano dove Penati sbarcò tra i velluti della Provincia guidata con una certa passione per le scatole societarie e i travasi azionari. «Penati è innocente fino a prova contraria - attacca l’europarlamentare Matteo Salvini - Ma in Lombardia spesso la “sinistra degli ex onesti” è molto amica di palazzinari e cementificatori».
Questione morale? «Non c’è una questione morale», s’indigna il segretario regionale del Pd Maurizio Martina anche se tra gli indagati per il Pd c’è pure l’assessore di Sesto Pasqualino Di Leva. Perché alla fine è sempre questione di termini.
''La vicenda Penati dimostra una serie di cose. In primo luogo colpisce il fatto che nei confronti del braccio destro di Bersani alcuni magistrati muovano accuse di corruzione causando un effetto prescrizione che in altri casi avrebbe fatto gridare allo scandalo. Altri magistrati contestano la mancata accusa di concussione che avrebbe determinato ben altre conseguenze. Si conferma poi il sospetto che nel mondo del Pd sia proseguito un illecito sistema di finanziamento al partito in quanto tale, più che la corruzione dei singoli''. Lo dichiara in una nota il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri.
''La storia della sinistra è piena di vicende del genere. E non è un caso che oggi insorgano politici-giornalisti in difesa del sistema Sesto. Penati - aggiunge Gasparri - è stato il braccio destro di Bersani. E appare risibile immaginare che il segretario del Pd non conosca logiche e fatti che emergono dal caso Penati. Intrecci con imprese che passavano dai capi ds-pd e poi dai potentati locali. Per definire vicende inquietanti come quella dell'autostrada Serravalle. Bersani nasce e vive dentro vicende di questo tipo. Urli pure ma non allontana i sospetti che gravano sulla sua parte politica. Non siamo insomma di fronte a un 'mariuolo', ma davanti a un sistema, antico e mai morto. Penati è un Greganti al cubo. Avendo riunito nella sua persona funzioni di massimo livello politico con altre e meno nobili incombenze. Certamente la vicenda non finisce qui. E serve a poco tessere le lodi del modello Sesto negando l'evidenza''.
La Procura fa ricorso "Penati va arrestato" da “La Stampa”.
La Procura di Monza non arretra davanti allo stop del giudice che ha negato l’arresto, ricalibrato il reato da concussione a corruzione e dichiarato la prescrizione. E vuole Filippo Penati, ormai ex esponente del Pd dopo l’autosospensione, in galera. Insieme al suo ex capo di gabinetto in Provincia, Giordano Vimercati. I pm Walter Mapelli e Franca Macchia, avevano già pronto da giorni l’appello al tribunale del Riesame contro la decisione del giudice per le indagini preliminari Anna Magelli che ha comunque riconosciuto i gravissimi indizi di colpevolezza. L’ex sindaco di Sesto San Giovanni e Vimercati stavano inquinando le prove; sapevano dell’inchiesta ed entrambi hanno incontrato il costruttore Giuseppe Pasini per dargli indicazioni su cosa dire ai pm.
Una depistaggio iniziato chissà quando se è vero come risulta dal fascicolo di indagine che nell’aprile scorso (le prime perquisizioni della Finanza sono avvenute a fine giugno) Vimercati sa che l’indagine è aperta. Il 28 aprile scorso, proprio una ex collaboratrice di quest’ultimo viene convocata come teste. Poco dopo sul telefono dell’ex candidato alla poltrona di governatore della Lombardia arriva un sms dal suo portavoce Franco Maggi. «No tel, no news, no problem». Per gli inquirenti è la spia della consapevolezza degli indagati di essere finiti nel mirino di una Procura. La stessa donna svela a un amico: «Giordano (Vimercati, ndr) mi ha detto che è un casino, tutti i telefoni sono intercettati tranne il mio». E invece no. Nelle venti pagine di appello ai giudice della Libertà i pm sostengono che ci fu concussione e non corruzione e insistono sull’esistenza di prove sul finanziamento illecito al partito che il gip non ha riconosciuto.
Ma l’indagine guarda anche avanti, ci sono altri filoni da scandagliare: quello delle Coop rosse, il capitolo Serravalle, così recente – si tratta del luglio del 2005 – da non temere prescrizioni e l’affare Falck che ha avvantaggiato alla fine l’immobiliarista Luigi Zunino, indagato e che presto sarà interrogato. Sull’area ex industriale avevano puntato gli occhi proprio Zunino, a suo tempo numero uno della Risanamento spa, e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche arrestato nell’ambito dell’inchiesta milanese sul quartiere Montecity-Santa Giulia dalla quale è scaturita l’inchiesta di Monza. Nel 2005 Zunino acquista dal costruttore Giuseppe Pasini le aree ex Falck che erano state comprate da Pasini proprio su suggerimento di Penati. Ma Pasini, cui vengono imposte le coop rosse che avrebbero avuto il ruolo «di garantire la parte romana del partito» e che si sfilano poi lamentando l’assenza di liquidità, è costretto a vendere; ha alle costole Banca Intesa e quindi decide di mollare il progetto evitando il fallimento.
Entra in campo Zunino: «... per accrescere l’immagine del gruppo Risanamento era necessario anche un appoggio politico che Di Caterina, uomo legato all’allora presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, poteva dare», spiega Giovanni Camozzi, un altro immobiliarista. Scatta l’operazione raddoppio della volumetria - che Pasini non aveva chiesto né avrebbe probabilmente ottenuto – forse «al solo scopo di costituire provviste per il pagamento di tangenti a favore di politici di Sesto San Giovanni». Così, Zunino, Grossi e Di Caterina concludono una serie di compravendite fra società di comodo che generano plusvalenze e minusvalenze. Soldi, provviste, fondi neri da destinare magari a bustarelle: un capitolo quello della corruzione che era già stato ipotizzato contro ignoti dalla Procura di Milano. Infine l’affare Serravalle (l’acquisto di quote da parte della Provincia dalle mani dell’imprenditore Gavio) che Penati, da presidente della Provincia, avrebbe messo in piedi anche per quietare le richieste dell’imprenditore Di Caterina.
Il documento: Le carte dei pm su Penati e i suoi «Direttorio finanziario democratico».
L'accusa: un sistema di corruzione attivo per 15 anni. Da “Il Corriere della Sera”.
Il dirigente del Pd Filippo Penati, il suo ex capo di gabinetto Giordano Vimercati e gli altri esponenti di quello che la Procura di Monza chiama «direttorio finanziario democratico» in «un quindicennio di sfruttamento della funzione pubblica a fini di arricchimento privato e di illecito finanziamento alla politica a Sesto San Giovanni», hanno «un peccato originale» da scontare: «Il peccato originale degli ingenti finanziamenti percepiti durante il duplice mandato di sindaco condiziona tutt'ora le decisioni di Penati indipendentemente dal tempo trascorso e dal ruolo ricoperto».
Al punto che i pubblici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia arrivano a ritenere che «la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni amministrative ampli il rischio di reiterazione del delitto». A reggere questa prognosi è un sms intercettato il pomeriggio della vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, il 13 giugno scorso, tra il non indagato Antonio Rugari (già successore di Vimercati alla presidenza del Consorzio Trasporti Pubblici dei Comuni del Nord Milanese) e Flippo Penati. Appena prima, uno degli imprenditori che a quell'epoca stanno già accusando Penati, Piero Di Caterina, titolare di una ditta di autotrasporti urbani in contenzioso per milioni di euro con la municipalizzata dei trasporti Atm, ha telefonato a Rugari «per manifestare l'intenzione di contattare quelli che sarebbero stati nominati assessori nella nuova giunta milanese, al verosimile scopo di risolvere il contenzioso con Atm per la suddivisione degli introiti». Poi Penati riceve questo sms da Rugari: «Ciao Filippo, considerata come è andata a Milano, credo che si possa tentare di risolvere la questione di Piero (Di Caterina, ndr ), prima che si vada oltre certi limiti e si degeneri. Magari ci possiamo vedere per capire come possiamo agire». Penati risponde proponendo un incontro nella settimana seguente. «Ciò che allarma - osservano i pm - è il riferimento alla vittoria alle recenti elezioni, con conseguente deduzione che le liti su pagamenti illeciti vengano composte con commesse e denaro pubblico». Mentre la gip Anna Magelli coglie soprattutto la permanente disponibilità di Penati, il riferimento «a quanto Di Caterina stava riferendo agli organi inquirenti e dunque alle indagini in corso delle quali Penati e Rugari erano già (anche se non ufficialmente) informati», è in definitiva la conferma che «Penati evidentemente si sente costantemente in debito con Di Caterina e ne teme le rivelazioni».
L'altro indice del «peccato originale» del «direttorio finanziario democratico», per i pm, è «la sistematica attività di inquinamento istruttorio tutt'ora in corso ad opera dei politici indagati, con pressioni su vittime e complici»: tentativi «incomprensibili ed illogici se i fatti raccontati fossero semplicemente inventati o anche solo non qualificabili come delitti». Tra i vari episodi, oltre alla «passeggiata» cercata in maggio da Penati con il suo accusatore Pasini e da questi percepita come il suggerimento di una linea minimizzatrice da tenere con i magistrati, spiccano i retroscena della convocazione come teste in Procura ricevuta il 26 aprile dall'ex segretaria di Vimercati, R. A., che subito chiama il portavoce di Penati, Franco Maggi, il quale un minuto dopo avvisa il vicepresidente pd del Consiglio regionale. I due fissano al volo un appuntamento, per le dieci della stessa sera. Il giorno dopo la donna anticipa al marito che «quello che so non glielo dico...(ai magistrati, ndr ) faccio finta di non sa... io non so niente». E in effetti «la sera, dopo l'interrogatorio, viene intercettato un rassicurante sms» del portavoce a Penati («no tel no news no problem»), per i pm chiaramente riferito all'esito della deposizione. Ma il giorno seguente la donna si tradisce al telefono con un conoscente, svelando che si era incontrata con Vimercati, il quale per i pm «non è un caso si preoccupi dei riflessi romani dell'inchiesta». Dice la donna: «Poi ieri sera a casa mia è venuto Vimercati... chiaramente la cosa si è ripercossa su Roma... cioè è un casino... hanno tutti i telefoni sotto controllo... il mio probabilmente no, ma i loro si...». Duplice la valutazione che ne traggono i pm: da un lato il segno di una «scelta di fedeltà e appartenenza di partito rispetto ai doveri di cittadino e testimone»; dall'altro lato, «proprio il riferimento alle preoccupazioni romane dà spessore alla tesi del doppio binario di finanziamento per il piano di lottizzazione Falck: un primo flusso a Penati e (all'epoca) a Vimercati per le esigenze della Federazione metropolitana milanese del partito, un secondo flusso alle persone indicate da Omar Degli Esposti ed alle cooperative emiliane per il livello nazionale». Convinzione che nei pm è rafforzata dall'ascolto delle più recenti intercettazioni di Vimercati, nelle quali a sorpresa appare soggetto che «rientra in gioco nella veste di consulente delle cooperative emiliane e di persona di collegamento tra gli interessi del committente e il segretario generale del Comune di Sesto, Bertoli».
Già a proposito delle tangenti di dieci anni fa, Luca Pasini (figlio del costruttore Giuseppe, cioè di chi secondo anche il gip Magelli si sarebbe visto «subordinare da Penati e Vimercati la fattibilità concreta del piano Falck a un contributo alla politica e all'ingresso delle cooperative emiliane nell'affare») aveva riferito ai pm che «da Vimercati ci venne detto che le cooperative avrebbero garantito la parte romana del partito». Adesso, osservano i pm, le intercettazioni mostrano «la straordinaria attualità» del fatto che «a dieci anni di distanza Vimercati e Degli Esposti (il pure indagato vicepresidente delle cooperative rosse emiliane, ndr ) sono ancora coinvolti nell'operazione non più come compagni di avventura di Pasini bensì di Bizzi»: cioè dell'immobiliarista subentrato nel progetto Falck a Zunino, che a sua volta era subentrato a Pasini e che è indagato nell'ipotesi che abbia «comprato» nel 2006 con 700 mila euro all'assessore comunale all'Edilizia Di Leva il raddoppio delle volumetrie. Da queste nuove intercettazioni i pm ricavano come sia «evidente che il vecchio gruppo dirigente del Pds metropolitano, formalmente senza alcun titolo, non solo si tiene informato sugli sviluppi del progetto Falck, ma ne influenza l'andamento riservato». Ecco ad esempio il direttore generale del Comune (Marco Bertoli) e Vimercati accennare il 12 maggio al fatto che l'attuale sindaco di centrosinistra Oldrini sia stato messo al corrente delle «nostre diplomazie segrete». Ecco il 16 maggio Vimercati vantarsi di aver interferito nell'attività del nuovo proprietario delle aree Falck, Bizzi («Io gli ho messo dentro un chiodo lì, in quella vicenda degli avvocati, che ne basta la metà»); e Bertoli promettere piena disponibilità alle cooperative, «tu semmai dici ai bolognesi che se hanno bisogno del Comune, il Comune è qui, per andare avanti nell'istruttoria tecnica siamo sempre qui». Inoltre «in una conversazione del 31 maggio Vimercati tratta direttamente con Bertoli le metrature da riconoscere nelle varie fasi del piano di lottizzazione Falck, a dimostrazione del ruolo attivo che ancora ricopre nell'interesse delle cooperative». In aprile anche Vimercati, come in maggio Penati con il quale l'ex capo di gabinetto è entrato in rotta negli ultimi anni, avvicina in strada Pasini, in un altro di quegli episodi che ai pm appaiono interferenze sull'indagine allora ancora non pubblica. La registrazione del colloquio fatta dagli inquirenti fallisce per il troppo rumore all'aperto, e così non resta che il racconto di Pasini: «Vimercati crede che il mascalzone in questa vicenda sia stato Penati perché non ha tenuto fede alle promesse, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe reso tutti felici e contenti».