I FOGGIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).  


La documentazione sulla presenza dei massoni negli archivi foggiani racconta soprattutto di varie sette carbonare e delle loro derivazioni: dopo l’Unità i liberali dauni costituirono vari circoli ed associazioni che affiancarono le diverse fazioni politiche dell’epoca. Proprio in tale periodo la massoneria foggiana pare abbia influenzato l’orientamento politico dell’elettorato; infatti, noti massoni furono i deputati eletti a Foggia in quegli anni, come Giuseppe Ricciardi, figlio dell'ex ministro della giustizia Francesco, avvocato foggiano, e il deputato Tito Serra, appoggiati in particolar modo dai Salerni, marchesi di Rose, dai Mastrolilli e dagli Zezza, note famiglie massoniche. Le testimonianze materiali, invece, per ora si limitano ad alcuni singolari affreschi in un vecchio palazzo in via Le Maestre, ove sono raffigurati un angelo che regge un compasso ed una squadra; oltre ad una lastra di pietra raffigurante un teschio con tiara, murata su una parete dalla chiesa di San Giuseppe, nel vicolo omonimo, ove è rappresentato il 30° grado massonico del cavaliere Kadosh. Un'altra testimonianza, a forma di piramide, con tredici scalini rappresentati da altrettante scanalature, che ricordano il percorso iniziatico rosacrociano ed un grande occhio in alto, che irradia un fascio di luce, «l'occhio di Dio ti vede sempre, ovunque tu sia!» ed ai lati alfa ed omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, l’inizio e la fine di tutto, è conservata presso il deposito del Lapidarium del museo civico di Foggia. La tradizione vuole che tale scultura provenga da una chiesa scomparsa, ma si è più propensi a pensare che essa, in qualche vecchio palazzo, abbelliva la sala deputata alle riunioni dei fratelli massoni. La sua simbologia, infatti, ci ricorda la banconota americana da un dollaro, ove nel riquadro sinistro compare proprio una piramide con occhio, chiara simbologia massonica, utilizzata dall’ordine dei Perfettibilisti, setta segreta, poi chiamata degli Illuminati, fondata in Baviera nel 1776 ed estesasi in tutta l’Europa, con affiliati anche in Italia e resa celebre ai più dal romanzo di Dan Brown, «Angeli e demoni». A titolo di curiosità, già nel 1733, a Foggia era stato costituito da alcuni avvocati e reggimentari cittadini un sodalizio culturale nominato: «Accademia degli Illuminati», di cui si tratta nel volume dello scrivente sulla storia delle Cattedre Accademiche ed Universitarie a Foggia. La simbologia della piramide conservata nel deposito del Lapidarium del Museo Civico è utilizzata, oltre che nel dollaro, anche nel distintivo dell’Information Awareness Office, ufficio antiterrorismo Usa. ed anche in quello dell’M15, il servizio segreto inglese, ove il distintivo triangolare è sormontano da un piccolo occhio.

La R. L Carlo Gentile n. 262 di Foggia è sorta nel gennaio 1993 dalla fusione di 2 Logge preesistenti, ovvero la Loggia "Pietro Giarmone" (sonane 1905) e la Loggia "Carlo Gentile" (già Appuli Irpini). Dalla fusione la nuova Loggia ha conservato della seconda il titolo distintivo (appunto "Carlo Gentile") e della prima il numero.

La Massoneria del Grande Oriente d'Italia - Palazzo Giustiniani - riprese vita, a Foggia, nell'immediato dopoguerra (18.01.1947) per merito essenzialmente del Francesco Petruzzelli, eminente personaggio della vita pubblica cittadina, che rialzò le colonne della Loggia "Pietro Giannone" e della quale resse le sorti per tutti gli anni '50. Egli riuscì a coagulare nell'Officina numerosi Fratelli, fra i più eminenti personaggi della città, fra cui il già noto Carlo Gentile, che fece il suo ingresso nella Loggia appena risorta.

Le sorti della Massoneria a Foggia non furono differenti da quelle nazionali, con alti e bassi. Nel periodo della Gran Maestranza Salvini, tuttavia, vi fu un notevole incremento degli iscritti per l'impulso di uomini come Michele Ciccarelli, Saverio Buffa, Carlo Ciccarelli, Michele Gimma e ovviamente, Carlo Gentile che, nella vita profana, seppero essere di esempio a tanti giovani, rendendo la Loggia "Pietro Giarmone" ricca per quantità e qualità dei Fratelli. Sotto l'urto dell'affaire P2 prima e della scissione di Di Bernardo poi, le Logge foggiane videro assottigliare i loro pie di lista, tanto da rendere necessaria la fusione. Oggi la Loggia, che sta vivendo un momento di profondo rinnovamento ed espansione, conta più di venti iscritti. Negli ultimi anni ha organizzato diversi incontri aperti al pubblico (tra cui l'indizione di una borsa di studio per studenti medi) per onorare e ricordare la figura di Carlo Gentile.

A proposito del delitto di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio e gli autogol della giustizia e del giornalismo italiano. Vi ricordate il caso di Giusy Potenza, antesignano del delitto di Avetrana?

Giusy Potenza viene uccisa a Manfredonia con una grossa pietra. Il suo corpo è ritrovato il pomeriggio successivo all'omicidio sulla scogliera, vicino allo stabilimento ex Enichem. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Il caso scuote la città del Gargano che viene assediata nei giorni successivi dalle tv nazionali e locali in cerca di risoluzioni per quello che diviene un caso di cronaca nazionale. È stato un periodo di tensione e terrore, quello che si è consumato a Manfredonia, sessantamila abitanti, una quarantina di chilometri da Foggia. Per mesi questa fetta del Gargano è stata sotto shock per la tragica fine di Giusy, uccisa a colpi di pietra da Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni, che 40 giorni dopo (il 23 dicembre 2004) venne arrestato dalla polizia e che confessò l'omicidio: l'uomo, un cugino del padre della ragazza, ha ammesso di aver colpito la vittima con una pietra perché tra loro c'era una relazione e lei minacciava di raccontare tutto a sua moglie se l'avesse lasciata. Il ricordo della povera Giusy è ancora vivo in tutta la comunità accusata a suo tempo di omertà come tutte le comunità che subiscono vicende analoghe. Una vicenda drammatica con molti colpi di scena seguitissima da stampa e tv. Speciali tv sono stati dedicati al caso dalla solita Rai Tre con il programma “Ombre sul giallo”, ideato, scritto e condotto da Franca Leosini.

Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Intanto l’8 ottobre 2011 per quel delitto il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione “famiglia” della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita (Floriana) Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione.

Le ragazze accusate malamente in vario modo si rammaricano del fatto che i giornali e le tv pronti ad infierire con accanimento mediatico su di loro, nel momento in cui vi è stata per loro stesse una sentenza di assoluzione, omertosamente i medesimi giornalisti hanno censurato la notizia, tacitando gli errori dei magistrati.

Sono loro a gridare con una testimonianza esclusiva al dr Antonio Giangrande, scrittore (autore anche del libro in elaborazione su Sarah Scazzi, già pubblicato sul web) e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. In sintesi il loro pensiero conferma un tema ricorrente identico a sé stesso: povero territorio e poveri protagonisti della vicenda, vittime sacrificali di un sistema mediatico che nell’orrore e nella persecuzione ha la sua linfa. Si inizia con uno strillio del citofono, con le forze dell’ordine che ti cercano. In quel momento ti casca il mondo addosso. E’ un uragano che ti investe. Ti scontri con procuratori della repubblica innamoratissimi della loro tesi di accusa, assecondati dal Tribunale della loro città e sostenuti da giornalisti che pendono dalla loro bocca o che si improvvisano investigatori. E l’opinione pubblica, influenzata dalla stampa, ti odia fino ad augurarti la morte. «Dalla sentenza che ha acclamato la nostra estraneità ai fatti, nessuno ci ha cercato per ristabilire la verità e per renderci la nostra dignità e la nostra reputazione. Chi è schiacciato dal tritasassi della giustizia, anche se innocente, è frantumato per sempre». E’ il pensiero di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, ma possono essere le affermazioni di migliaia di innocenti che da queste vicende ne sono usciti distrutti.

Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda?

Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutti come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e accusate di essere state responsabili indirettamente della sua morte.

Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.

L'omicidio Giusy Potenza: le tappe.

Dal delitto all'arresto del cugino, al coinvolgimento delle due ragazze di Manfredonia per favoreggiamento della prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Giusy Potenza viene uccisa il 12 novembre del 2004 a Manfredonia con una grossa pietra da 4 chili. Il suo corpo è ritrovato nei pressi dello stabilimento ex Enichem e di una scogliera il pomeriggio successivo all'omicidio. Dopo un mese e mezzo di continue voci sulla presenza di un branco e su presunte frequentazioni poco raccomandabili della ragazza, arriva la confessione di Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni cugino del padre. Il 23 dicembre il presunto omicida, sposato e padre di due figli di 2 e 8 anni, racconta agli inquirenti di aver cominciato dalla fine dell'estate precedente una relazione segreta con la giovane studentessa. Il pomeriggio dell'ultimo incontro, dopo aver avuto un rapporto sessuale in auto, l'uomo avrebbe detto a Giusy di essere intenzionato a mettere fine alla relazione.

Il 6 maggio 2005 le indagini hanno una svolta. Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Le due, residenti a Manfredonia e incensurate, avrebbero mentito agli inquirenti per non far sapere di essere implicate in un giro di prostituzione in cui avrebbero trascinato anche Giusy Potenza. Il sospetto di un loro coinvolgimento esisteva da tempo: le due ragazze avevano infatti sostenuto di aver trascorso a casa il pomeriggio dell'omicidio, mentre alcuni testimoni le avevano notate proprio davanti al negozio Bernini, dove Giusy si era recata per comprare dei dischi poco prima che si perdessero le sue tracce. Particolarmente importante la testimonianza di un uomo, secondo il quale le due giovani avrebbero fatto prostituire Giusy in sporadiche occasioni con clienti procurati da loro e con la promessa di dividere gli incassi. In ogni caso, secondo gli inquirenti, le due ragazze non sarebbero coinvolte nell'omicidio, di cui sarebbe unico responsabile Giovanni Potenza.

Poi, il 30 maggio, un nuovo colpo di scena. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. La rabbia innescata dal desiderio di vendetta lo ha spinto a entrare nel bar Olimpia di via Gargano, a Manfredonia, poco distante da casa sua: ha ordinato una birra, si è avvicinato con calma al bancone, ha estratto il coltello, ha urlato: «È ancora vivo questo qua?». Poi ha colpito, una volta sola, alla pancia, forse lo ha fatto seguendo un copione criminale maturato con il passare dei giorni, forse è stato un raptus scattato all'improvviso: fatto sta che in pochi istanti di lucida follia, Carlo Potenza, 37 anni, ha tentato di vendicare la figlia Giusy, la quindicenne massacrata il 12 novembre 2004 a Manfredonia, riducendo in fin di vita Pasquale Mangini, 41 anni, il padre di Filomena Rita, 19 anni, una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver spinto la minorenne alla prostituzione, una storia affiorata nel corso di ulteriori indagini avviate dalla polizia. Potenza è uscito dal bar subito dopo aver colpito, ha tentato di fuggire ma è stato bloccato e arrestato dalla polizia; il ferito è stato trasportato in ospedale: è stato ricoverato nel reparto di chirurgia d'urgenza e poi in rianimazione. I medici lo hanno operato, le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. L'uomo viene ferito all'addome, Carlo Potenza è arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Il giorno successivo altre due persone vengono arrestate con l'accusa di concorso in tentato omicidio: si tratta di due pescatori, amici del padre di Giusy, che lo avrebbero accompagnato nei pressi del bar e lo avrebbero aspettato fuori. Subito dopo il ferimento avrebbero preso in consegna il coltello e lo avrebbero nascosto mentre Potenza si dava alla fuga. Potenza era stanco delle voci del paese sulla figlia, diffuse sia durante la fase delle indagini ma anche successivamente al fermo del presunto assassino. Incontrò Mangini nel bar Olimpia dove quest’ultimo stava bevendo una birra e lo colpì con un grosso coltello da cucina. Poi uscì dal bar e consegnò l’arma a due amici pescatori, Antonio Varrecchia e Biagio Piemontese. Poco dopo giunsero i poliziotti del Commissariato che lo arrestarono e lo sottrassero al linciaggio della folla. Potenza, anche lui pescatore come il presunto assassino della figlia, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari in una località segreta, lontano da Manfredonia. Da quel momento Carlo Potenza è tornato a vivere a Manfredonia, sempre ai domiciliari presso la casa dei suoceri.

Infine, il 24 ottobre 2006, l’ennesimo lutto: la madre di Giusy, Grazia Rignanese, peraltro in attesa di 7 mesi di un figlio, si è tolta la vita impiccandosi. Non ha retto al dolore per la perdita tragica della figlia e a tutte le altre tragedie.

La ragazza avrebbe reagito male minacciando di riferire tutto alla moglie del pescatore e agli altri familiari. A quel punto la vittima sarebbe uscita dall'auto e, forse per il buio e la pioggia, sarebbe caduta accidentalmente giù per la scogliera profonda 8 metri, ferendosi. L'uomo l'avrebbe aiutata a risalire ma la ragazza avrebbe ripetuto le minacce. In un impeto d'ira, il pescatore le avrebbe fracassato la testa con un grosso sasso, lasciandola esanime sotto una pioggia battente. A incastrare Giovanni Potenza, dopo 40 giorni di indagini, è il confronto tra il suo Dna, abilmente prelevato dagli investigatori, e quello del liquido seminale ritrovato sul corpo della vittima. Una prova che conferma quanto detto dalla ragazza a un suo coetaneo il pomeriggio dell'omicidio in un negozio di dischi, parole alle quali gli investigatori, in un primo tempo, non avevano dato peso. I familiari della ragazza, attraverso il loro legale, sostengono la presenza di altre persone al momento dell'omicidio (smentita dagli investigatori) e negano la relazione di Giusy con l'uomo, di cui peraltro in paese nessuno sembrava essere a conoscenza. Anche dai tabulati telefonici non arrivano elementi che confermano il rapporto. I risultati definitivi dell'autopsia poi sostanzialmente confermano quanto ipotizzato dagli inquirenti in un primo momento: nessuna violenza sessuale e omicidio d'impeto.

8 ottobre 2011. La corte d’appello di Bari ha assolto Filomena Rita (Floriana) Mangini e Sabrina Santoro, le due ragazze accusate e condannate in primo grado a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione di Giusy Potenza, la 15enne di Manfredonia uccisa da un cugino del padre il 13 novembre 2004 a colpi di pietra. In primo grado l’accusa sosteneva che le due ragazze dividessero tra loro i guadagni delle prestazioni di Giusy con i clienti (da 10 a 30 euro), visto che, secondo l’accusa, procacciavano i clienti alla giovanissima. In un secondo momento decadde l’accusa di sfruttamento e restò in piedi solo quella di favoreggiamento. Le dichiarazioni di un amico di Giusy non sono state ritenute credibili in appello, così come dai tabulati telefonici è emerso che non ci fossero contatti tra le due imputate e la ragazzina. Il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione famiglia della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione. Indagando sull’omicidio della minorenne (l’assassino è stato condannato a 30 anni in via definitiva), Procura foggiana, agenti del commissariato e squadra mobile scoprirono che Giusy si prostituiva per pochi euro, da 10 a 30 euro a secondo della prestazione. E lo faceva - diceva l’accusa che non ha retto al vaglio dibattimentale - perchè Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini le procacciavano i clienti e spartivano i guadagni, vicenda per le quali le due imputate furono arrestate e poste ai domiciliari il 6 maggio del 2005 (l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’omicida inizialmente ipotizzata dal pm fu poi archiviata), per poi tornare libere dopo due mesi. Già la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007, aveva in parte ridimensionato l’impianto accusatoria: escluse che le due imputate avessero indotto Giusy a prostituirsi e l’avessero sfruttata: furono comunque condannate a 4 anni a testa «solo» per favoreggiamento della prostituzione (e non anche per induzione e sfruttamento). Per questo reato, dopo innumerevoli rinvii, si è celebrato e chiuso in un’unica udienza il processo d’appello a Bari davanti alla «sezione famiglia». Il sostituto procuratore generale chiedeva la conferma della condanna, richiesta ribadita dagli avvocati Raul Pellegrini e Flora Torelli costituitisi parte civile per conto dei familiari di Giusy; i difensori, gli avv. Francesco Santangelo e Mario Russo Frattasi, hanno replicato parlando di accuse prive di riscontri, basate su voci e sulla testimonianza di un cliente di Giusy che tra indagini e processo di primo grado aveva cambiato innumerevoli versioni, dicendo tutto e il contrario di tutto. L’accusa contro Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini poggiava su due testimonianze, essenzialmente. C’era un coetaneo della vittima al quale la minorenne confidò, un mese prima dell’omicidio, d’essere entrata in un giro di prostituzione per soddisfare gli uomini e d’averlo fatto su proposta delle due imputate. E c’era soprattutto un manfredoniano di 34 anni (all’epoca dei fatti) che avrebbe avuto rapporti a pagamento con Giusy, dalla quale fu indirizzato - sostenevano inquirenti e investigatori - dalla Mangini e dalla Santoro («vuoi fre...? C’è quella ragazza lì...» l’invito che gli avrebbero rivolto le imputate, sempre smentito da queste ultime). La difesa replicava che le due imputate conoscevano Giusy solo per essere amiche della sorella maggiore, ma non la frequentavano e tantomeno ne «gestivano» la prostituzione; i tabulati telefonici dimostravano che non c’erano contatti tra la vittima e le imputate, pure «obbligatori» se le due amiche fossero state coinvolte nel presunto giro di prostituzione; il presunto cliente di Giusy aveva detto tutto e il contrario di tutto, negando prima, ammettendo rapporti a pagamento con la vittima, accusando le due imputate e poi facendo marcia indietro. Non è nemmeno certo che Giusy si prostituisse, altro argomento battuto dagli avv. Santangelo e Russo Frattasi per chiedere l’assoluzione delle due sipontine: vero che lei lo aveva confidato ad un amico, ma Giusy non sempre era credibile; e lo stesso presunto cliente ne aveva dette tante da renderlo assolutamente inattendibile e incredibile.

E’ stato scritto un libro sul delitto di Giusy Potenza: "Non ce lo dire a nessuno" di Innocenza Starace. Diario dell'avvocato di Giusy Potenza. Il libro comincia così: “Chiamo per conto di un amico, una giovane uccisa si trova vicino allo stabilimento ex Enichem”. - È un giorno di novembre piovoso quello in cui la telefonata, ovviamente anonima e inquietante, giunge al commissariato di Manfredonia. I poliziotti corrono e rinvengono il corpo di una giovinetta con il volto sfigurato e privo di alcuni denti. I jeans abbassati fino alle ginocchia. La ragazzina non aveva le scarpe e indossava una maglia gialla dal collo alto. Le braccia rivolte all’indietro. Il viottolo dove il corpo è disteso è di terra battuta e procede parallelo alla statale che porta alle spiagge di ciottoli bianchi di Mattinata e alle scogliere dei lidi di quella frazione di Monte Sant’Angelo dal breve nome di “Macchia”. Un luogo appartato, anche se vicino ci sono masserie frequentate da pecorai. Resti di biancheria intima, disseminati qua e là sull’erba, ne fanno intuire l’uso e la gente che lo frequenta quando cala la sera. Il corpo avrà presto un nome: Giusy. È la figlia quindicenne di Grazia Rignanese e Carlo Potenza, di cui era stata denunciata la scomparsa il giorno prima dai genitori, pazzi di terrore e rabbia. Inizia il giallo più sconcertante che abbia mai vissuto questa terra garganica, già insanguinata da faide e violenze. I suoi figli, però, seppur spesso presi da incomprensibili attacchi di violenza, mai si erano macchiati del sangue di una ragazzina innocente. In queste pagine vi è quella storia. È un diario cronaca perché registra i fatti, documenta le vicende, riporta gli atti giudiziari e le testimonianze raccolte negli interrogatori e nella fasi processuali; ma registra anche ciò che lo sguardo della donna avvocato, cittadina di Manfredonia, mamma di due ragazze, educatrice scout, non può fare a meno di vedere. Nella vicenda di Giusy si può entrare in modi diversi. Con la curiosità morbosa dei media o con il legittimo dovere di far luce sulla verità. Con i “lo avevamo sempre detto” della folla anonima e numerosa, sempre presente ad ogni cambio e colpo di scena o con il grido “vendetta e non giustizia” del nonno. Con la rabbia composta ma all’improvviso furente e aggressiva del padre o con il silenzio assordante del suicidio della mamma, ancora più assordante per la morte con lei del bimbo che ha un nome ma non viene al mondo. Con lo sguardo dolce e ammiccante di Michela e il suo prendersi cura, nell’abisso della tragedia, dei capelli di chi le sta accanto: “posso farti i capelli?” Io ci sono entrata perché coinvolta come avvocato di parte. La famiglia mi ha dato fiducia, abbandonandosi totalmente a me. Ci sono entrata al punto tale da capire che la ragione vera da trovare in questa storia non è solo quella della morte di Giusy, ma la ragione per cui si può morire a quindici anni in una città come Manfredonia (ma è solo Manfredonia?) che guarda a se stessa e ai suoi giovani voltando lo sguardo dall’altra parte. Dalla posizione privilegiata di chi è catapultato in una vicenda drammatica e complessa, tragica nel suo apparire e nel suo evolversi, mi è stato permesso di avere uno sguardo più profondo. Di quello sguardo il libro non priva il lettore, il quale può scegliere, una volta terminato la lettura, con la sentenza, di ritenere la vicenda conclusa. Oppure può ricominciare, pagina dopo pagina, a rileggere la storia e le domande vere che quel corpo trovato di fronte all’orizzonte, lasciano aperte. A queste domande ho dato forma non per futura memoria di Giusy ma per il futuro dei ragazzi che a quindici anni hanno molte domande, molti sogni, molti problemi. Ma non sempre hanno la fortuna di trovare le persone giuste.-

Torno a ripetere. Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda? Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutte come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e sono state responsabili indirettamente della sua morte. Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo.

MAFIOPOLI

Allarme del questore: «Foggia è omertosa».

«Paura? Peggio, è indifferenza». Non ha peli sulla lingua il questore di Foggia, Bruno D’Agostino nel commentare ciò che affiora dallo sfondo dell’ultima operazione eminentemente puntata sui clan dediti alle estorsioni, agli uomini della paura che ancora scorazzano in città. Che alcuni commercianti fossero vittime del racket, la squadra mobile l’ha scoperto dalle intercettazioni. I taglieggiati non avevano denunciato: solo quando sono stati messi di fronte ai fatti compiuti, hanno ammesso di aver pagato. E’ una costante delle inchieste sulla criminalità foggiana.

«Purtroppo manca la spinta sociale - commenta in conferenza stampa il questore -. Finchè uno si fa i “fatti suoi” poco si cava. Se tutti denunciassero non ci sarebbero problemi di ritorsioni degli estorsori: perchè se è uno solo a denunciare, allora può essere vittima di ritorsioni, ma se sono in cento, mille a farlo questo non è possibile. In questa provincia purtroppo la gente si fa i fatti suoi e ciò è peggio della paura. Ma questa operazione dimostra come chi indaga, in questo caso la squadra mobile con alti livelli di efficacia e efficienza, sa dare risposte alle emergenze criminali».

«A Bari si parla anche del “caso Foggia”: esiste un problema sicurezza, ma c’è la certezza di avere apparati investigativi all’altezza», afferma con orgoglio il questore, scodellando quella cartellina di appunti che portano nomi e cognomi dei sette arrestati. Ore e ore di intercettazione, un lavoro di intelligence non indifferente che ha portato a incastrare gli uomini del racket in città. E ripete: «Se tutti denunciano ci sono meno problemi. In questa provincia, continua a vigere il discorso di farsi i fatti propri e non è solo paura, è peggio, è proprio farsi i fatti propri». Davanti i provvedimenti restrittivi anche per associazione mafiosa per presunti esponenti di due clan cittadini e per gli episodi dei contrasti armati che l’anno scorso provocarono ferimenti per strada anche di passanti.

«Il problema è la spinta sociale che manca», rimarca D’Agostino. Fino a che ognuno si fa i fatti propri non si cava un ragno dal buco. E’ questo il problema più grande di Foggia». E di episodi se ne sono verificati a migliaia, anche di innocenti coinvolti in conflitti a fuoco tra clan rivali: gente che ha visto in faccia, ha sentito, è stata presente, ma ha preferito farsi gli affari suoi.

Persone testimoni loro malgrado di conflitti a fuoco in una zona affollata quale poteva essere un parco urbano, è il caso di Parco San Felice, e nessuno ha parlato. Silenzio assoluto.

E allora: Foggia città omertosa? Il questore non lo dice ma è quanto traspare dai suoi commenti-analisi sulla criminalità e sulla socialità. Ma questo non riguarda solo il capoluogo, anche la provincia da Vieste a Manfredonia a Monte Sant’Angelo, a Cerignola, per citare solo alcuni tra i centri più caldi, dove il fenomeno estorsivo è più accentuato che altrove e dove, di conseguenza, i coefficienti di collaborazione o di propensione a dare indicazioni sono pressochè nulli. Il che equivale a contributi investigativi dalla gente comune uguali a zero, senza parlare delle vittime che tacciono talvolta anche di fronte a circostanze evidenti.

La prova provata è che a Foggia non esiste una associazione anti-racket, nonostante la buona volontà e gli appelli a metterla su. Quante sollecitazioni negli ultimi anni? Quanti gli incontri in prefettura e in occasioni di comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico in cui si è sistematicamente lamentata l’assenza di organismi associativi deputati alla tutela delle persone estorte. Niente di niente. E tutto è rimasto lettera morta. Questa è la terra in cui imprenditori hanno perso la vita per aver detto no al racket: è il caso di Giovanni Panunzio. Questa è la terra in cui costruttori in particolare hanno pagato il tributo di sangue dopo aver ricevuto richieste estorsive. E così di tanto in tanto ci si ricorda che da queste parti di racket si può anche morire. Nel frattempo gli uomini della paura costruiscono le loro ricchezze anche sui silenzi e su quegli atteggiamenti omertosi. Gli stessi che forse per paura o scarsa fiducia nelle istituzioni non si denunciano. E il racket va va...

Nessuno denuncia, però, il fatto che l'omertà dei cittadini è inversamente proporzionale alla credibilità delle istituzioni.

Per il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Foggia, Vincenzo Russo, è necessario che «gli organici della Procura di Foggia siano rafforzati, sia a livello di magistrati sia a livello di personale amministrativo».

«L’organico attuale è di 18 magistrati ed è assolutamente insufficiente e di questi solo 14 sono in servizio effettivo. Devo rimarcare che alla Procura di Foggia sono stati destinati due magistrati e sono sei mesi che ancora non si vedono perchè hanno avuto il posticipato possesso. Le due colleghe fanno servizio una a Voghera e l’altra a Melfi quindi, nonostante tutti i fatti di criminalità su Foggia e in Capitanata, malgrado gli omicidi (negli ultimi due anni abbiamo avuto 38 omicidi e altrettanti tentati omicidi), le esigenze delle procure di Melfi e Voghera vengono ritenute prevalenti sulle esigenze della Procura di Foggia».

Russo ha parlato anche della collaborazione della procura di Foggia con la distrettuale antimafia di Bari: «C’è sempre stata - ha detto - e ci sarà compatibilmente con quelle che sono le nostre esigenze e con le forze che abbiamo a disposizione». Ma a proposito della proposta avanzata nei giorni scorsi dal procuratore di Bari di costituire un gruppo di lavoro della Dda di quattro magistrati baresi con quattro pm di Foggia, Russo ha detto: «Sia ben chiaro che quattro magistrati di Foggia a tempo pieno per la Dda non li darò mai, perchè non è possibile». «Altrimenti - ha concluso - la Procura di Foggia deve essere chiusa, almeno nella situazione attuale».

MAI NESSUNO CHE SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITA'.

LA COLPA E' SEMPRE DEGLI ALTRI: DEL GOVERNO O DEI CITTADINI!!!

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE TOTALE AUTORI IGNOTI AUTORI NOTI
  2.456.887 1.840.209 616.678
TOTALE CONDANNE ITALIA 198.263    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 8%    
       
DENUNCE PUGLIA      
Foggia 24.368 15.643 8.725
Bari 61.003 44.814 16.189
Taranto 19.333 13.419 5.914
Brindisi 16.538 11.621 4.917
Lecce 28.202 20.373 7.829
Totale 149.444 105.870 43.574
       
CONDANNE PUGLIA      
Foggia 1.923    
Bari 5.639    
Taranto 5.513    
Brindisi 2.348    
Lecce 2.113    
Totale 17.536    
RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE 11%    

Ma c'è anche altro.

Repubblica — 22 gennaio 2008, pagina 1, sezione: BARI: 'Foggia, procuratore grazie ai regali'.

Concorso in corruzione in atti giudiziari e rilevazioni del segreto di ufficio. Sono le accuse che la Procura di Santa Maria Capua a Vetere muove al procuratore capo del Tribunale di Foggia, Vincenzo Russo, nell'ambito dell' inchiesta su Clemente Mastella, sua moglie Sandra, e l'Udeur campano. Secondo l'accusa, infatti, Russo si sarebbe fatto raccomandare da un uomo di fiducia dell' Udeur campano, Vincenzo Lucariello, affinché facesse pressioni sul Consiglio di Stato che doveva discutere il ricorso presentato dal procuratore aggiunto di Bari, Giovanni Colangelo, contro la sua nomina all'ufficio foggiano. Russo avrebbe dato a Lucariello «diverse regalie in natura» da girare al presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, anch'egli indagato. E promesso allo stesso Lucariello un suo interessamento per la nipote, aspirante ginecologa all' università di medicina di Foggia. In cambio avrebbe avuto in anteprima la sentenza, prima cioè che fosse pubblicata. Sulla base di queste accuse, i pm volevano l'interdizione per il procuratore. Ma il gip ha respinto la richiesta: «Carenza di gravi indizi di reato» per il concorso in corruzione e l' «inidoneità della misura» per la rivelazione del segreto. I reati però rimangono ancora in piedi. Il difensore del procuratore, l'avvocato Vittorio Giaquinto, ha fatto già sapere che chiederà l'immediata archiviazione del procedimento una volta che gli atti passeranno per competenza alla Procura di Napoli.

E non finisce qui.

Un comitato d'affari, all'interno dello Spesal (il Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) della Asl di Foggia, al quale praticamente tutti aderivano. Tutti, ad eccezione di una ispettrice che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini, concluse ieri con l'arresto di cinque persone. Secondo gli investigatori, i cinque si facevano consegnare denaro dai titolari delle imprese per sistemare le inadempienze che volutamente riscontravano nelle relative documentazioni. Le pratiche, dopo aver riscosso la mazzetta, che si aggirava intorno ai mille euro, erano sistematicamente chiuse.

Sono finiti ai domiciliari il direttore del dipartimento Antonio Fanelli, di 60 anni, gli ispettori Antonio d'Alfonso e Rocco Bonassisa (dimessosi un anno fa), entrambi 39 enni, l'ispettore del servizio igiene Vincenzo De Toma, 59 anni, e l'architetto Felice Fabiano, di 39. Quest'ultimo, oltre ad essere un componente del Comitato tecnico paritetico istituito dalla legge per la sicurezza nei luoghi di lavoro, è anche direttore tecnico di una società costituita dai fratelli Rocco e Vincenzo Bonassisa che, manco a dirlo, si occupa di forniture di materiali e consulenze alle aziende in materia di infortunistica. Dai dirigenti dello Spesal veniva indicato alle imprese come consulente da contattare.

Altre cinque persone, per le quali i pm Giuseppe Gatti ed Enrico Infante avevano chiesto al gip Carlo Protano l'arresto, sono indagate per gli stessi reati: concussione e falso. Si tratta di Vincenzo Bonassisa, tre medici del lavoro appartenenti allo Spesal e di un ragioniere. Secondo le indagini affidate alla sezione di pg della polizia di stato e alla Squadra Mobile, sarebbero almeno 300 le aziende finite nel mirino dell'organizzazione, tutte rientranti nella zona della Asl Fg/3, che oltre al capoluogo raggruppa i comuni del subappennino dauno.

Il deviato modus operandi è stato documentato grazie a numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, negli uffici di Antonio Fanelli, Rocco Bonassisa e Vincenzo De Toma. I titolari delle imprese venivano convocati allo Spesal, si prospettava loro un lungo elenco di irregolarità alle normative in fatto di sicurezza sui luoghi di lavoro, tanto da arrivare ad una potenziale sanzione di 60 - 70 mila euro. Le irregolarità, va precisato, non erano mai constatate direttamente nei cantieri ma solo nei documenti.

A quel punto, di fronte al disperato imprenditore, spuntava la possibilità di aggiustare tutto, pagando la consueta tangente. Solo dopo aver riscosso, sempre secondo le indagini, gli imprenditori venivano nuovamente convocati per constatare la chiusura del verbale, senza rilevare violazioni. Ma il consolidato sistema è stato spezzato da una ispettrice, di 45 anni, molto mal vista nell'ufficio per il suo voler procedere secondo legge. Agli inquirenti, nella sua denuncia, ha detto: «Mi accorgo che non si tutelano i lavoratori, ma le aziende e la politica di un anomalo modo di fare».

Ha anche raccontato che le indicazioni dei dirigenti agli ispettori, convocati nei cantieri per un incidente sul lavoro, erano : «Vai solo se c'è il morto». Niente controlli sui caschi di protezione, dunque, né dell'imbracatura anticaduta, e nemmeno dei sistemi a protezione dei tecnici di laboratorio. «La gente lavorava e lavora senza sicurezza - commentano gli investigatori - C'è un'assenza totale di controlli, la cui responsabilità è anche dei datori di lavoro. Abbiamo riscontrato una mafiosità che pervade tutta la pubblica amministrazione, penalizzando i cittadini che pagano le tasse».

Tuona il procuratore «Foggia non è una città normale». Testimonianza resa a Ernesto Tardivo su “La Gazzetta del Mezzogiorno” .

Non è certo di quelli che dall’alto della carica amano saturare la vita pubblica con esternazioni melense o depressive. Tutt’altro. A volte sottrae tempo alla famiglia di fronte all’attualità abbagliante dei fatti di una città in cui da anni vive anche nelle pieghe del respiro. Vincenzo Russo, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, sempre lontano da quello sbrodolato autoreferenzialismo di soggetti di cui la città ne è piena, preferisce parlare da cittadino impegnato delle fenomenologie che attanagliano Foggia e la Capitanata dandone un tratto identitario: quello del procuratore capo che avverte ed analizza, talvolta scuote forze istituzionali e produttive nel tentativo di dare salutari scudisciate. 

Vero, procuratore? «Certo, in questa città ci vivo da anni e la sento mia, mi sento integrato ed estremamente contestualizzato. Se vuole sapere la verità, non riesco talvolta a placare le voci nella mia testa di fronte soprattutto alle abnormità».

Una città che pullula di anomalie, vero? «Guardi, glielo dico con tutta sincerità: questa non è una città da definire normale, e la cosa mi fa rabbia: lo dico da cittadino integrato prim’ancora che da procuratore. Del resto è da ritenere normale una città in cui esci e trovi per strada da spazzatura, cammini con l’auto e devi stare attento a non precipitare in una buca, fai una passeggiata e trovi le luci spente in interi rioni? Parlo da cittadino per il quale la normalità dovrebbe rispondere a requisiti lontani dall’abnormità».

Cosa ne trae? «Che la città ha quasi perso la sua identità, il suo orgoglio, salvo a ritrovarlo in uno stadio per un’ora e un quarto alla domenica, ma anche lì ci sarebbe da dire, nel senso che è una città che non è riuscita a trovare un timoniere che fosse espressione di questa terra. Ma per carità, non voglio essere frainteso: la mia è solo una delle tante considerazioni da cittadino».

Anche sotto il profilo delinquenziale, l’emergenza la si tocca con mano, vero? «Mi pare ovvio. Quando una città non riesce a risolvere problemi minimali, quelli che la gente chiede, in termini sociali se ne pagano le conseguenze. Il rischio è che il degrado offra un alibi alla criminalità. Specie quando non c’è lavoro. Io vivo da anni qui: mi dice quale scatto sociale c’è stato? Quanti posti di lavoro, e insisto sul problema occupazione perchè lo ritengo alla base di tutto, sono stati creati? Cosa è stato creato in concreto dagli apparati deputati, istituzionali e non? Fatta eccezione per il conservificio dell’Incoronata realizzato da gente venuta da fuori, quali altre occasioni sono state prodotte?» 

Lei in più occasioni rimarca questo mancato impegno da parte di chi potrebbe fare e non fa! «Per carità, lungi dalle generalizzazioni o dal porre censure a comportamenti: io guardo i fatti. Si parla a volte tanto di mancanza di prevenzione, di risposte inadeguate alla domanda di sicurezza, di percezione di ordine pubblico non sufficiente: ma qual è, mi domando, la percezione dell’impegno da parte della politica e delle istituzioni per risolvere i problemi? Altrove io vedo una propensione all’impegno diversa. Se la politica continua a tutelare interessi di chi conta è normale che poi ci sia distacco dalla gente comune» 

Città e apparati pigri? «No città quasi rassegnata e apparati pigri: è diverso se mi consente. Ho già parlato in qualche altra occasione di imprenditori monotematici: mattone e basta, adesso sento dell’aeroporto che sarebbe inutile e quindi da eliminare. Cosa si deve pensare? Il degrado e la mancata risoluzione dei problemi sta trasformando anche la Procura in una sorta di punto d’ascolto della socialità più autentica. Vuol dire che troppe cose non funzionano. E poi, lo ripeto, non si crea lavoro». 

Si affacciano a delinquere giovani, incensurati, è un dato inquietante! «Pericolosissimo. Se guardiamo alle rapine, ai furti che avvengono con una frequenza impressionante, ci rendiamo conto che vengono compiuti da sbandati». 

E allora? «Serve uno scatto d’orgoglio, una nuova stagione d’impegno guardando alla soluzioni di problemi non a cerchie ristrette ma che abbiano una ricaduta collettiva. Qui non si riesce a risolvere il problema dell’aeroporto, quello del porto di Manfredonia, del turismo, dell’agricoltura...»

E della giustizia...La corte d’appello, è cosa vecchia. «Avremmo tutti i titoli, tutti i numeri: distanza, abitanti, fenomenologia. Niente. Ma basterebbe anche una riorganizzazione: una diversa ripartizione territoriale». 

Anche la Procura soffre di organici «Ne dovremmo essere diciannove, ne siamo 12: tragga lei le conclusioni. Noi di Foggia ci occupiamo ancora di questioni legate alla Bat, ossia di quella che è un’altra provincia. E qui ci vorrebbe un pool solo per occuparsi di questioni sanitarie o previdenziali». 

Parla di Asl e Inps? «Parlo di questioni delicate e allo stesso tempo impegnative in generale». 

Le questioni sanitarie sono state parecchio impegnative negli ultimi giorni: lei ha parlato dopo gli arresti di disamministrazione, malcostume... «Lo confermo. Si tratta di soldi pubblici la cui elargizione dovrebbe essere controllata. Invece se si guardano alcuni aspetti la questione diventa assurda». Torniamo alla città, a questa provincia, nel giorno della leg alità «Che si senta il concetto di legalità non come astratto ma come un valore da tutelare. Lo dico ai giovani soprattutto».

E agli amministratori? «Lo ripeto, serve uno scatto d’orgoglio, lo si può fare, senza tensioni o troppe contrapposizioni che frenano lo sviluppo».

Benvenuti nella piccola patria del socialismo municipale in salsa pugliese, forgiato in una miscela di assistenzialismo, clientelismo politico e sindacale e familismo. Un modello esaltato in passato, oggi alla vigilia del fallimento. Siete in dissesto, ha intimato la Corte dei conti regionale. «Non ancora» rispondono dal Comune.

Prima di dare le cifre raccontiamo una piccola storia. Da settimane, soprattutto in periferia, si accumulano montagne di immondizia. Cosa è successo? C’è lo sciopero dei netturbini? No, a Foggia di gloriosi spazzini ne sono rimasti pochissimi. E i turni di lavoro sono duri. L’altro ieri per strada ce n’erano una quarantina.

Eppure, l’Amica, la società che gestisce in house la raccolta è una conglomerata di tipo sovietico. Tra dipendenti diretti e gente che in un modo o nell’altro ruota nella sua galassia si superano i 700 stipendi. I dipendenti diretti sono 272, ai quali bisogna aggiungere i 104 di Daunia ambiente, società nata per la raccolta differenziata, poi c’é Amica gestione, con 41 persone, infine Amica energia per inseguire il sogno del fotovoltaico. L’elenco non è finito, perché solo una piccola parte di tutte queste persone raccoglie materialmente i rifiuti. Così Amica - un nome, una garanzia, è il caso di dire - ha stipulato convenzioni con cooperative e consorzi di cooperative ai quali ha affidato i lavori per i quali è nata. Altre centinaia di persone per pulire la città, curare un po’ di giardini e vigilare sugli immobili. E i dipendenti di Amica e di Daunia? Grazie a un accordo sindacale del 2008 e a un fantomatico ed esilarante piano industriale, gran parte dei netturbini sono stati promossi di livello, sono diventati ispettori, tecnici, meccanici e anche funzionari. Tutti specializzati, grazie a un accordo tra società e sindacati. Il risultato: città sporca e fallimento di tutto questo mondo. In Amica holding ci sono decine di dirigenti e funzionari, ispettori, impiegati amministrativi, poi 63 automezzi, la metà inutilizzabile e montagne di problemi. In liquidazione sono le figlie di Amica e la stessa mamma che le ha prodotte. Michele di Bari, un vice prefetto nominato dal sindaco amministratore unico è diventato così il curatore fallimentare con il compito arduo di far quadrare i conti. Cosa difficilissima, con i costi che superano le entrate di 8-10 milioni l’anno. Finora Amica e la sua galassia sono costati ai foggiani una trentina di milioni di perdite.

A Foggia si perdono soldi anche vendendo gas. Non c’è città dove si riesca a fare questo. Nella capitale della Capitanata sì. Amgas spa, la capofila, non voleva restare da sola nella sua gloriosa missione. Così ha creato Amgas blu che gestisce 45mila contratti con le famiglie, Amgas rossa per la manutenzione delle reti, viola per l’informatica e verde per le energie alternative. Amgas blu ha debiti per oltre 20 milioni, 15 solo con Edison dai cui compra il gas. Amgas è in vendita e il Comune spera di recuperare un po’ di soldi. Nella galassia lavorano più di 150 persone. Anche Ataf che si interessa di trasporti rischia di saltare. E’ stato approvato un piano di ristrutturazione del debito, con la speranza che i tagli al settore annunciati dal governo non siano devastanti.

In questi pianeta di società pubbliche, prodotte dalla politica e dai gruppi che si fanno la guerra elettorale, si muovono 1500 persone che si aggiungono ai mille del Comune. La più grande fabbrica di Foggia è il moloch pubblico. Con un problema: i soldi sono finiti da tempo e i trucchi di bilancio sono venuti alla luce.

Quando si avvicina in fallimento, le cifre sono sempre ballerine. Il dirigente della ragioneria, Carlo Di Cesare, richiamato dal sindaco Gianni Mongielli dopo che il predecessore Orazio Ciliberti, un magistrato del Tar, l’aveva spedito ai sevizi sociali, dice che i debiti ammontano a cento milioni. Quelli diretti, perché poi ci sono 80 milioni di perdite accumulate dalle società partecipate. Ma osservatori attenti sostengono che i soldi che mancano sono 250 milioni, e poi ci sono i catastrofisti che parlano di 400 milioni. Insomma, una seconda storia pugliese di ammanchi e buschi dopo quella di Taranto.

I fatti certi sono stati fotografati dalla Corte dei conti. Il Comune deve pagare subito 50 milioni a creditori con titoli contabili e giuridici certi e non ce la fa. Ha dato fondo a tutto, anche ai 34 milioni di anticipazioni della tesoreria, ha bloccato gli investimenti, e intanto ci sono i debito fuori bilancio da onorare, gli atti di pignoramento in conto, le spese legali, e una serie di obbligazioni di varia natura. E siccome le casse sono vuote, è inevitabile dichiarare il dissesto e ricominciare da zero.

Come si è arrivati a questa rovina? Sono storie che si assomigliano. Si spende più di quanto si incassa. Ogni mese che passa, Foggia vede crescere i debiti di due milioni, solo per far fronte alla spesa corrente, cioè a quella obbligatoria e di funzionamento, pagamento di stipendi, dell’essenziale per tenere aperti gli uffici e per pagare le rate dei mutui. Una storia che comincia con l’ultima parte della seconda amministrazione Agostinacchio, con il sogno della compagnia aerea Federico II, fallita, che ha avuto uno sviluppo esponenziale durante la gestione Ciliberti, con l’ipertrofia drammatica e inquietante delle cooperative e degli impegni di spesa allegri, per finire con il rendiconto 2008 che ha presentato le cifre del disastro. Il dramma di Foggia è che sinora la politica locale si è alimentata con le spese clientelari. Politica che dovrà fare i conti con i mostri che essa stessa ha creato.

Processo Ciliberti: condanna per il sindaco, già Magistrato.

E' stato condannato a 1 anno, con pena sospesa, Orazio Ciliberti, il sindaco di Foggia accusato a vario titolo di peculato, calunnia e falso. Il primo cittadino è stato riconosciuto colpevole per due ipotesi di falso mentre è stato assolto da tutte le altre accuse. L'inchiesta era relativa alla retrodatazione del decreto sindacale di nomina del consiglio di amministrazione dell'Amgas, l'Azienda erogatrice di gas e per un telefonino preso a noleggio dal Comune e assegnato dal sindaco ad una sua consulente che lo avrebbe utilizzato per chiamate private. Il Tribunale di Foggia ha riconosciuto il sindaco colpevole per il falso di una bozza sulla nomina del consiglio di amministrazione dell'Amgas e per una lettera che il sindaco avrebbe scritto onde garantirsi l'impunità del peculato. Nell'inchiesta erano coinvolti anche il capo di Gabinetto del Comune di Foggia, Angelo Masciello, condannato a 6 mesi con pena sospesa e l'ex consulente del comune l'avvocato Lucia Murvolo,condannata a 1 anno, anche lei con pena sospesa.

E' bastata un' ora di camera di Consiglio per condannare il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, ad un anno di reclusione per falso e frode processuale. Un anno di reclusione anche per Lucia Murgolo, già collaboratrice di Ciliberti, per appropriazione indebita. Sei mesi, infine, la pena a cui è stato condannato il capo di gabinetto del sindaco, Angelo Masciello, ritenuto colpevole di falso. Per tutti la pena è sospesa. Un processo iniziato ad ottobre caratterizzato da una dozzina di udienze con l'interrogatorio di circa 50 testi di accusa e difesa. Due i filoni di inchiesta: il primo (coinvolti Ciliberti e la Murgolo) riguardante un presunto uso indebito del telefono cellulare comunale assegnato all'ex consulente; il secondo, (Ciliberti e Masciello), riguardante la presunta retrodatazione del decreto di nomina del cda dell'Amgas. Ridimensionata dunque la pena rispetto alla richiesta del PM per il primo cittadino. Il falso si riferirebbe ad una formulazione del decreto 35 Bis (quello di nomina del cda dell'ex municipalizzata) lasciato nelle mani del notaio come bozza. L'altra accusa si riferisce alla vicenda "telefonino". Al sindaco è stato contestato di aver falsificato la missiva, datata maggio 2005, con cui il primo cittadino dichiarava di volersi accollare tutte le spese delle utenze telefoniche sue e del suo staff. Per Masciello, invece, la condanna a sei mesi (anche in questo caso pena sospesa) conferma quella richiesta dal PM. "E' stato assolto da tutti i reati di falso - ha detto il suo legale difensore l'avvocato Raul Pellegrini - però è anche vero che residua una condanna a sei mesi per un episodio originariamente contestato come falso poi riqualificato". Sono certo nell'esito dell' appello dove il mio cliente sarà certamente assolto".