
I COMASCHI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
INGIUSTIZIA ??
LA STRAGE DI ERBA
“Chi la visto?” su Rai tre ripercorre le tappe di una vicenda tutta da chiarire.
ROSA: “Ma che cosa c’è da confessare… non siamo stati noi…” OLINDO: “Lo so aspetta… Per tagliare le gambe al toro… Metti che sono stato io…” ROSA: “Ma quando sei andato su?” OLINDO: “Non lo so.” (Intercettazione ambientale del 10 Gennaio 2007 nel carcere di Bassone, Como).
IL GRANDE ABBAGLIO. Due innocenti verso l’ergastolo? di Felice Manti e Edoardo Montolli. Aliberti editore.
La verità è che questa storia è ancora tutta da raccontare.
Controinchiesta sulla strage di Erba. Il problema vero è che in questa vicenda non torna niente. Non tornano le perizie, non torna il riconoscimento che Marco Frigerio ha fatto di Olindo, non torna la macchia di sangue sull’auto, non torna niente…
“Quando abbiamo iniziato a occuparci del caso, esattamente come immaginerà il lettore, abbiamo pensato che si trattasse di un’idea folle. Poi, sfogliando le carte, scoprimmo che ogni cosa non tornava.
Non tornava la perizia del Ris, depositata ben dieci mesi più tardi, che non aveva trovato tracce dei vicini di Erba sul luogo della strage, né delle vittime in casa loro o in garage. Eppure le avevano cercate la sera stessa del massacro, non mesi, né settimane, né giorni dopo.
Non tornavano le intercettazioni ambientali in cui i coniugi, ignari di essere ascoltati, si mettevano d’accordo per confessare il falso perché spiazzati dalle prove a loro carico.
Non tornavano le confessioni, rilasciate, annotava il gup Vittorio Anghileri, con violazione dei diritti della difesa. E ancora non tornava quell’unica macchia di sangue trovata sul battitacco dell’auto di Olindo Romano e Rosa Bazzi e il singolare riconoscimento dell’unico sopravvissuto, Mario Frigerio. Che, dopo aver detto che l’aggressore era un gigante di colore e dai capelli rasati, nove giorni dopo la strage accusava un vicino di casa che conosceva bene da tempo.
E soprattutto non tornavano, questi dettagli, perché nessuno li aveva mai scritti. Di ogni cosa era stato riportato l’esatto contrario di quanto era nelle carte. Scavando e indagando, il dubbio ha preso sempre più piede, fino ad accorgerci che le cose potevano essere andate, dati alla mano, in tutt’altra maniera”.
Felice Manti ed Edoardo Montolli hanno così iniziato a scrivere dalle colonne del “Giornale”. Poi il materiale era così tanto e così da approfondire, da decidere di farne un libro.
Un libro sconvolgente e appassionato, che contiene anche testimonianze inedite e una lettera inviata da Olindo Romano e Rosa Bazzi, scritta in carcere, nella solitudine della cella.
STRAGE DI ERBA: "Montagne di dubbi sulla colpevolezza di Olindo e Rosa" (Edoardo Montolli).
E se la strage di Erba non fosse stata compiuta da Rosa Bazzi e Olindo Romano? Sembrava fantascienza, un’ipotesi del genere: poi Edoardo Montolli e Felice Manti si sono letti le carte del processo, e hanno scoperto che qualcosa non tornava. Ci hanno scritto un libro, Il grande abbaglio, inizialmente ignorato. Loro due? Pazzi, figurati: a Erba, sono stati i vicini diabolici, la questione è chiusa. Ora sembra che le cose stiano cambiando. Gabriele Ferraresi ne ha parlato con Edoardo Montolli:
— intervista —
Sembra che chi dava dei pazzi a te e Felice Manti si stia ricredendo. Una bella rivincita, no?
«E’ presto per dirlo. Di certo gli inviati speciali del Tg1 e del Tg2, dopo aver visto le carte, si sono resi conto che ci sono diversi dubbi. Così come se n’è accorto il direttore di Oggi, che oggi fa uscire in edicola il mio ultimo libro, “L’enigma di Erba”.»
Che cosa non vi ha convinto, nelle carte del processo di Erba?
«Niente. C’è un testimone che racconta che il suo aggressore era olivastro. Arrivano i carabinieri e gli chiedono se “la figura nera che aveva di fronte” potesse invece essere Olindo. Glielo chiedono un sacco di volte e lui alla fine dice sì, potrebbe essere Olindo. Un brigadiere trova una macchia di dna, della moglie del testimone sull’auto dei Romano. Per passarla in diverse parti prima con il crimescope e poi con il luminol ci mette sette minuti. Solo che la macchia sull’auto non si vede: non c’è una foto buia dove si vede il blu del luminol. C’è una foto normale con sopra un cerchietto in cui il brigadiere sostiene ci fosse la macchia. Sarà senz’altro così. Però non sa molto di altro il brigadiere di quella sera: non sa nemmeno che l’orario di inizio del verbale è sballato rispetto a quando iniziarono gli accertamenti. Non sa nemmeno che non era da solo, come dichiarò in aula, a fare accertamenti: da una foto scattata da lui, ho scoperto che, alzando la luminosità, appariva sullo sfondo un uomo con il volto coperto e lo spruzzino del luminol in mano. Chi, è Olindo? E’ Olindo che faceva gli accertamenti per mandarsi all’ergastolo? E poi le strabilianti confessioni che ho provato siano state fatte guardando le foto della strage, recuperando un vecchio verbale del 6 giugno 2007. E sono pure gli unici dettagli, quelli visti nelle foto, i dettagli che tornano nelle confessioni. Infatti Rosa la prima volta disse addirittura di aver ammazzato Raffaella Castagna da sola. E che dopo 20 minuti arrivarono Paola Galli e il bambino, che invece arrivarono e furono uccisi insieme. Disse sempre di aver tentato di accoltellare Frigerio, che mai lo ha ammesso. Non sapeva nemmeno che non ci fosse la luce in casa di Raffaella Castagna. E sostenne che Frigerio fosse stato preso a sprangate, quando invece fu trascinato nell’appartamento e sgozzato, secondo lo stesso Frigerio. Ma in aula a Como, questi dettagli preferirono non farli sentire. Era più ad effetto il video rilasciato al criminologo Massimo Picozzi, quello che poi passò in tv. Anche se nessuno, davanti alla tv, poteva sapere se ciò che diceva la donna corrispondesse al vero. E questo, per essere chiari, è solo l’inizio della montagna di dubbi che sorgono sulla colpevolezza dei coniugi.»
Crollano le certezze: se ci pensi, Alberto Stasi, altra icona della “nera” degli ultimi anni, è stato un assassino per mesi, poi l’assoluzione, poi una puntata a Matrix ed è tutto ribaltato, ora è un povero ragazzo cui “qualcuno” ha ucciso la ragazza, Chiara Poggi. Prevedi che qualcosa del genere possa accadere anche con Olindo e Rosa? Ma soprattutto: funziona maluccio la giustizia in Italia, se le cose stanno in questa maniera…
«Il caso Stasi non l’ho seguito. Quanto a Erba io spero solo che sia consentito di riaprire il dibattimento, chiarendo a Milano ciò che a Como non fu fatto, visto che alla difesa furono tagliati 64 testimoni e che il processo con quell’audio mandato in aula in cui si sentiva “per me è stato Olindo”, una frase che Frigerio non sapeva di aver detto visto che accusava nello stesso momento un uomo di colore. Quell’audio, analizzato dalla difesa, risulta trattato con un programma per l’amplificazione e l’elaborazione del suono, Cool Edit 2000. Per ciò che riguarda la giustizia, siamo il Paese più condannato per ingiuste detenzioni. Ma pure quanto a errori giudiziari non scherziamo: negli ultimi due anni sono usciti dalla galera due innocenti che si sono fatti rispettivamente 15 e 30 anni di prigione ingiustamente.»
Puoi spiegare ai nostri lettori perché a compiere la Strage di Erba potrebbero non essere stati Olindo Romano e Rosa Bazzi?
«Non c’è il sangue delle vittime, sangue di cui sarebbero dovuti essere lordi, in casa loro. Si parla di microtracce, eppure non ci sono. E su questo non si trovano precedenti nella nera. Perché, com’è noto, il sangue anche quando è lavato o su cui addirittura sia stata passata sopra vernice, si trova. Invece non c’è nulla. Ed è curioso. Di più. Rosa aveva un cerotto sul dito: e non c’è sopra il dna delle vittime. Non c’è neppure il sangue degli imputati nel palazzo e nelle case delle vittime, dove pure ci sono impronte di scarpe mai identificate e perfino un’impronta palmare che, confrontata con tutti quelli entrati nel palazzo, non si sa di chi sia. Le confessioni sono quelle che sono. Sul resto mi pare di aver già risposto prima.»
Strage di Erba. I dubbi di “Oggi”. Dalle prime udienze del processo d’appello di Erba si conferma quello che Oggi ha messo in luce. Sulla strage dell’11 dicembre 2006, sull’omicidio di Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef, di sua madre Paola Galli e della vicina di casa Valeria Cherubini troppi sono i punti oscuri, i vuoti investigativi, i dubbi. E se Rosa e Olindo, condannati all’ergastolo, fossero innocenti? Sulla loro colpevolezza si è cristallizzata una convinzione generale. Ma dalle carte emergono circostanze, interrogatori, indizi che dovrebbero suggerire qualche cautela. Soprattutto se si rileggono gli atti in cui il 10 gennaio 2007 Olindo Romano e Rosa Bazzi confessano (e poi ritrattano) nella convinzione di ottenere una cella matrimoniale; in cui il riconoscimento di Mario Frigerio, unico sopravvissuto, arriva solo dopo che il nome di Olindo glielo fanno a lungo i carabinieri; in cui si ammanta di mistero perfino l’unica prova concreta trovata contro la coppia: la macchia di sangue individuata sull’auto di Olindo.
L’UOMO SENZA VOLTO
Il 26 dicembre 2006 è la giornata cruciale. Frigerio, sopravvissuto allo
sgozzamento per una malformazione della carotide, è ancora in ospedale. Dopo la
strage, per due volte ha descritto un aggressore sconosciuto e olivastro, ma
alle 13.10 del 26 davanti al pm che lo interroga conferma il dubbio avuto coi
carabinieri e cioè che l’aggressore è Olindo. Ma è ancora un po’ confuso: dice
che Olindo è olivastro, quando in realtà è bianco cadaverico. La testimonianza
però non trova riscontri: negli «stracci» sequestrati ai coniugi Romano la notte
della strage il Ris non ha trovato tracce di sangue. Non ne troverà nemmeno in
casa loro e nulla di riconducibile a loro verrà scoperto nell’appartamento della
strage. Dopo il fragile riconoscimento di Frigerio ai pm, la sera stessa la
sorte va in aiuto degli inquirenti e fornisce la prova che inchioda Olindo. Lo
spazzino viene invitato a presentarsi in caserma a Como con la sua Seat Arosa.
«Accertamenti urgenti», dicono i carabinieri. Anche se li verbalizzeranno due
giorni dopo. Se ne occupa il brigadiere Carlo Fadda. Ha i reagenti per il
sangue. Prima passa il mini crimescope, invano. Poi il luminol, che dà l’effetto
di luminescenza sul battitacco lato guida. Il brigadiere passa la carta filtro e
preleva il campione in cui sarà trovato il dna di Valeria Cherubini, moglie di
Frigerio. Verso le 23 Fadda comincia gli accertamenti e scatta 12 foto. Al primo
processo gli avvocati dei Romano, Luisa Bordeaux e Fabio Schembri, gli
chiederanno: «Si è occupato solo lei di questo accertamento?». «Sì», risponderà
il brigadiere, «ho fatto tutto io». E precisa: è lui che ha spruzzato il luminol,
ed è sempre lui che ha scattato le foto. Al presidente, Fadda aggiungerà che era
presente anche Olindo. Dunque c’erano Fadda, Olindo e basta. Come da verbale. La
foto decisiva è la numero 11: è quella del battitacco su cui c’era il sangue
della Cherubini. La prova per l’ergastolo. La prima cosa da chiarire è che non
si vede l’effetto del luminol, che in presenza di una traccia brilla. No, è una
foto normale su cui è disegnato un cerchietto: sul verbale c’è scritto che la
traccia era lì dentro. Bisogna fidarsi del verbale, dunque. E allora è
interessante tornare a leggerlo. C’è una frase curiosa: «Gli operanti decidevano
di repertare…». Perché «operanti» se l’operante è uno, Fadda? Forse è meglio
guardare con più attenzione le foto originali. Guardando bene la foto 3, presa
alle 23.29, si intravede un uomo. Si copre il volto con qualcosa e ha lo
spruzzino del luminol nella mano sinistra. Chi è? Le immagini scattate con una
reflex digitale, una Fujifilm Finepix S7000, vengono registrate nella memoria
con data e ora di scatto. La foto precedente è stata scattata 11 secondi prima,
dal retro della vettura. Non c’è alcuna possibilità che l’uomo senza volto sia
lo stesso che ha fatto la foto. Non c’è nemmeno il tempo fisico per
l’autoscatto, tanto che il cavalletto appare proprio in disparte. E nemmeno ci
sarebbe motivo per fare un autoscatto e mettersi dietro la vettura con uno
straccio sul volto. E allora chi è l’uomo? È forse Olindo? E cosa ci fa Olindo
con lo spruzzino del luminol in mano? Quello che appare nell’immagine sembra
anche molto più snello di Olindo. Allora, l’uomo che si copre il volto è Fadda
ed è Olindo la persona che scatta la foto? Assurdo. Ma se così fosse e si
prendesse in considerazione l’ipotesi più inverosimile del mondo, e cioè che il
colpevole della strage abbia aiutato il brigadiere Fadda a fare gli accertamenti
sulla sua auto per spedire se stesso all’ergastolo, perché Fadda, in aula, non
l’ha detto? Ma se quello non è Olindo, chi è? Perché non lo ha messo a verbale e
non ne ha nemmeno parlato in aula? Oppure c’è un uomo di cui nessuno sa nulla,
né volto, né ruolo, né addirittura se si tratti di un carabiniere, nel momento
in cui viene trovata la prova decisiva per un ergastolo? Ma se davvero c’è lì un
altro uomo di cui Fadda tace se c’è un uomo ignoto nel momento in cui si reperta
la prova per un ergastolo, ma per quale ragione ci si deve allora fidare di una
foto normale con sopra un cerchietto, scattata otto minuti dopo dallo stesso
Fadda, alle 23.37, nella quale il brigadiere, senza altri testimoni se non
l’inattendibile Olindo, sostiene che ci fosse la macchia con il dna della
vittima senza che la macchia si veda? Chi è l’uomo senza volto?
LA PANDA NERA
Nelle ore successive alla strage gli inquirenti tengono d’occhio tutti. Anche i
Castagna, il padre Carlo e i figli Giuseppe e Pietro. Ascoltati dai carabinieri
Carlo e Pietro Castagna cadono inizialmente in contraddizione. Le versioni agli
atti sono almeno tre. La prima in cui Pietro sostiene di aver dormito tutto il
pomeriggio. La seconda in cui il padre afferma che Pietro è invece uscito e
rientrato verso le 22. La terza, che li accorda in aula, sostiene che Pietro è
uscito e rientrato tra le 20 e le 20.20, certamente prima delle 21. Nel
memoriale consegnato a Oggi la settimana scorsa, Giuseppe ha poi fissato
l’orario di rientro di Pietro tra le 20.00 e le 20.05. Tre anni fa, però,
nessuno degl i inquirenti ha approfondito. Nemmeno quando il 25 dicembre il
tunisino Ben Brahim Chemcoum, che poi sparirà, mette a verbale di aver
riconosciuto il «fratello della morta» che aveva già notato in caserma il giorno
16 nelle vicinanze di via Diaz, in orario compatibile con quello della strage. E
il 16 in caserma c’era Pietro. L’unica cosa certa sulla sera della strage
riguardo ai Castagna è che Pietro va e viene da casa su una Panda nera. È l’auto
di Paola Galli, moglie di Carlo, madre di Beppe e Pietro, che quel giorno ha
usato la Lancia K del marito. I Castagna vengono sottoposti a intercettazioni
telefoniche e ambientali: tranne che sulla Panda. Il 19 dicembre Carlo spiega a
un interlocutore che, così come gli hanno detto, i telefoni possono essere sotto
controllo. Due ore dopo, parla col figlio Beppe di una macchina. Il giovane
propone al padre di regalarla alla Croce Rossa. «Sei meraviglioso», risponde il
padre. Due giorni più tardi, a nove giorni dal massacro della sua famiglia,
Carlo chiama in ditta spiegando che la Panda della defunta moglie, con un solo
anno di vita, verrà regalata alle suore di Albese. E che si trova in carrozzeria
per qualche ritocchino e per una “pulizia interna”: per i carabinieri,
all’epoca, si tratta di conversazioni “non utili”. Nel novembre 2008 Carlo
Castagna dirà all’inviato del Corriere della Sera d’aver consegnato la
macchina a una suora amica di famiglia nel gennaio 2007. Nell’indifferenza degli
inquirenti, l’auto sparisce da Erba, anche se continua a figurare sui registri
del Pra, sempre intestata a Paola Galli. L’auto, in effetti, è là dove doveva
essere: sotto un portico, all’istituto delle suore di Albese, dove l’hanno
trovata la settimana scorsa i cronisti di Oggi. Giuseppe ha spiegato a
Oggi i motivi per cui l’auto fu data alle suore, e ha dichiarato che la
Panda fu portata ad Albese «una decina giorni dopo», non a gennaio. Le monache
dicono che Castagna portò loro la Panda il giorno dopo la strage. «Al massimo»,
aggiungono, «due o tre giorni dopo». Probabilmente non c’è nulla di strano, a
distanza di tanto tempo i ricordi possono essere confusi. Ma, visto che Oggi
può documentare la presenza dell’auto, perché gli inquirenti non vanno sul posto
a verificare l’esistenza di un mezzo ripetutamente citato nei verbali ma
ignorato dai controlli?
La svolta di Azouz Marzouk Appare per certi aspetti indecifrabile
l’atteggiamento del tunisino Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna, padre
del piccolo Youssef e genero di Paola Galli. Nelle fasi iniziali dell’inchiesta
era stato indicato dalla procura di Como come l’autore della strage. Bufala
colossale. Azouz era dai suoi familiari in Tunisia. È rientrato in Italia nei
giorni scorsi per seguire il processo d’appello in cui è parte civile, contro i
Romano. Fuori dall’aula, prende la parola e reagisce ai proclami di innocenza
dei due imputati: «Vogliono giustizia, no?», dice Azouz. «L’avranno. È già tutto
scritto, giustizia è già stata fatta una volta e sarà fatta anche la seconda con
la conferma dell’ergastolo. Da subito ho riconosciuto lo sguardo di chi ha
sterminato la mia famiglia e non lo dimenticherò mai». Da subito mica tanto. A
caldo Azouz si esprimeva in modo completamente diverso. Fu lui a convincere il
connazionale Ben Brahim Chemcoum a presentarsi dai carabinieri per dire che la
sera dell’11 dicembre aveva visto il «fratello della morta» nei pressi di via
Diaz. Fu sempre lui che, detenuto a Vigevano per spaccio, confidò i suoi
sospetti sulla famiglia della moglie, tanto da spingere la direzione del
penitenziario a scrivere un’informativa al presidente della Corte d’assise di
Como. E non poteva che essere stato lui a orientare la madre Souad, che al
telefono dalla Tunisia confidava al figlio il suo terribile sospetto: «Vedrai
che con il tempo troveranno che è stato suo fratello [di Raffaella, ndr] dietro
tutto questo… Il mio cuore non mi mente, te lo dico io, Azouz». Cosa intendesse,
non si sa: in aula lei non verrà. Ma oggi anche Souad è parte civile contro
Olindo e Rosa, accusati di aver ammazzato il nipote Youssef.