I CATANZARESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?


SANITOPOLI

TRUFFA AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: DENUNCIATI 77 MEDICI PER TRUFFA DA 2,5 MLN AL SSN

Rimborsi per corsi di formazione violando norme incompatibilità

Catanzaro, 25 giu. 2008 (Apcom) - A Catanzaro 77 medici sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per truffa a danno del servizio sanitario nazionale. La denuncia è scattata al termine di articolate indagini del gruppo di tutela spesa pubblica del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Catanzaro.

I medici, alterando o omettendo le documentazioni richieste, secondo l'accusa e i dati raccolti dalla Gdf, hanno percepito indebitamente borse di studio per i corsi formazione specifica in medicina generale, organizzati nel 2002-2006 dalla regione Calabria, ed indetti con apposito decreto ministeriale. Corsi per i quali i professionisti non avevano i requisiti di partecipazione dato che svolgevano contemporaneamente attività professionale retribuita. I controlli effettuati hanno rilevato che alcuni professionisti, durante il percorso formativo, prestavano altre attività libero-professionali in presidi ospedalieri dislocati della Regione o nei propri studi professionali, retribuite, violando le norme che disciplinano i corsi di formazione.

Al termine dei controlli è scattata per 47 medici la denuncia alla procura della Repubblica di Catanzaro per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e, per alcuni di loro, anche per il reato di falsità ideologica in atto pubblico. La Gdf ha poi esaminato i corsi didattico-pratici delle scuole di specializzazione universitaria di medicina e chirurgia, organizzati dall'ateneo degli studi 'Magna Graecia" di Catanzaro, indetti, anch'essi con provvedimento ministeriale. Anche in questo caso e per analoghe violazioni delle norme sull'incompatibilità, altri 30 medici sono stati denunciati per i medesimi reati.

Le conclusioni dell'indagine sono state segnalate anche alla competente procura regionale della Corte dei conti: il procurato danno erariale al servizio sanitario nazionale è stato quantificato in 2 milioni e mezzo di euro.

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/06_giugno/25/calabria_denunciati_77_medici_per_truffa_da_2_5_mln_al_ssn,15235322.html


MAGISTROPOLI

LE RESPONSABILITA' DI STATO, POLITICA, MAGISTRATURA

UNA MAGISTRATURA INDIFFERENTE NEL RACCONTO DEL GIUDICE EMILIO SIRIANNI
di Donatella Stasio (giornalista)

 "Vivo e lavoro in Calabria, il luogo delle regole capovolte, la terra dell'inenarrabile che tuttavia vorrei provare a narrare. Perché da noi non accade nulla di diverso da quanto accade altrove, accade semplicemente di più. Siamo sempre dieci passi avanti nel declino civile, politico, istituzionale e forse potremmo descrivere il paesaggio dietro la curva che non avete ancora imboccato ...".

Comincia così il racconto di Emilio Sirianni, giudice del lavoro a Cosenza. Calabrese, 47 anni, di cui 11 trascorsi nelle Procure della Regione, è un "giudice di frontiera", come si dice di chi lavora nelle "sedi disagiate" impegnate nella lotta alla mafia. Luoghi dove spesso si finisce non per scelta ma per necessità, con la speranza di andarsene, prima o poi, in una sede "agiata".
Il suo è un racconto inedito, anche se qualche tempo fa lo ha in parte anticipato in un Congresso di "Magistratura democratica", gelando la platea.

È il racconto della magistratura che in Calabria vive e lavora, ma non quella che solitamente finisce sulle pagine dei giornali, eroica o collusa a seconda dei casi.

Il suo non è un racconto di veleni o di corvi, di faide o di lotte di potere. Ma di una magistratura che - per indifferenza o pigrizia, per paura o connivenza, per furbizia o conformismo - gira la testa dall'altra parte, strizza l'occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell'ufficio. E "che accetta - dice Sirianni - l'umiliante baratto fra la convenienza personale e la rinuncia a qualsiasi prospettiva di cambiamento, perché l'unico cambiamento immaginabile è il premio di essere trasferito nell'agognata sede agiata".

Una magistratura, insomma, incapace di "autogovernarsi", qui più che altrove, e che contribuisce a indebolire la credibilità dello Stato.

Una fotografia desolante, anche se non deve far dimenticare l'impegno, la professionalità e il sacrificio dei giudici "che tirano la carretta nell'oscurità" e vivono una solitudine diversa, perché non l'hanno scelta.

"Così come, in Calabria, non ci si scandalizza per un concorso truccato ma lo si accetta come una fatalità, allo stesso modo - spiega Sirianni - il magistrato calabrese quasi mai reagisce o denuncia, preferisce adattarsi a prassi dubbie, assistere indifferente a condotte inammissibili. La stessa indifferenza che soffocala cosiddetta società civile si respira nei corridoi dei palazzi di giustizia".

Il racconto.

Nel novembre 2006 fu arrestato un Presidente di sezione del Tribunale civile di Vibo Valentia (Patrizia Pasquin - ndr) insieme ad alcuni pericolosi "ndranghetisti" locali.

"Il Tribunale di Vibo ha competenza su una zona ad altissima densità mafiosa. Eppure, sia prima sia dopo l'arresto c'è stato un silenzio assordante da parte dei colleghi di quel Tribunale.

Possibile che nessuno avesse mai notato strane frequentazioni o comportamenti sospetti?

Precedentemente, durante la campagna elettorale per il C.S.M., andammo a Rossano, piccolo Tribunale con giovanissimi colleghi: l'unico argomento che animò il dibattito fu l'estensione dei benefici della sede disagiata ai cosiddetti ‘equiparati'. Eppure, anche lì c'erano problemi seri: forti scontri con gli avvocati, un presidente che per un biennio si era visto bocciare dal C.S.M. le tabelle (l'organizzazione dell'ufficio - ndr) e persino un giudice destituito a causa di diverse condanne per reati gravi e che aveva l'abitudine di non depositare le sentenze".

Molti uffici calabresi, soprattutto quelli piccoli, "si svuotano ogni venerdì, al massimo, e tornano a riempirsi solo il lunedì o il martedì successivo: tutti tornano a casa - per lo più in Campania, in Puglia, nel Lazio - senza che il capo abbia nulla da obiettare. Alla sua condiscendenza corrisponde la rinuncia a criticarne l'operato".

Vibo Valentia, Rossano, ma anche Locri, Palmi, "sono tutti fortini assediati, in zone ad altissima densità criminale in cui si lavora male e si vive in totale separatezza dal resto della Regione. Ma di solito se ne parla solo per denunciare carenza di mezzi e di uomini.

Eppure ne accadono di fatti strani.

Come quando, morto il Procuratore Rocco Lombardo, la Procura di Locri fu lasciata reggere per mesi da un giovanissimo collega e solo quando fu trasferito venne finalmente affidata a uno dei più esperti P.M. della Procura di Reggio Calabria, il quale accertò, a fine 2003, l'esistenza di 4.200 procedimenti con termini di indagine scaduti da anni, su un totale di 5.000, e di circa 9.000 procedimenti ‘fantasma', cioè risultanti dal registro ma inesistenti in ufficio. Dati, peraltro, già riscontrati in un'ispezione del 2001, senza che nulla accadesse".
Di chi è la colpa? Del C.S.M.? Del ministero? Prima ancora dei magistrati, sostiene Sirianni. "Perché troppi magistrati calabresi organizzano le loro giornate con il solo obiettivo di sopravvivere. Si chiudono in ufficio, alzano un muro invisibile che li separa dalla comunità. Ma in Calabria non basta fare il proprio lavoro. Bisogna guardare che cosa accade fuori dalla porta, anche a costo di perdere la tranquillità".

http://www.lavocedirobinhood.it:80/Articolo.asp?id=128&titolo=LE RESPONSABILITA' DI STATO, POLITICA, MAGISTRATURA

DE MAGISTRIS: INDAGATI MAGISTRATI, GIORNALISTI, POLITICI

CATANZARO, 9 GIU  2008 - Magistrati, giornalisti e politici, fra i quali un parlamentare, sono coinvolti nelle inchieste avviate dalla Procura di Salerno per il presunto clima di ostilità che si sarebbe creato intorno al sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi de Magistris. I procedimenti penali sono stati inseriti in nuovi filoni d'inchiesta, affidati ai pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. I reati ipotizzati, a vario titolo, vanno dal concorso in abuso d' ufficio alla rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio, passando per calunnia, diffamazione, corruzione in atti giudiziari e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Tutti questi reati vedono come persona offesa il pm catanzarese, autore di importanti inchieste, tra cui Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. I procedimenti sarebbero stati aperti nel dicembre scorso, dopo le indagini portate avanti dal procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, concluse con la richiesta di archiviazione nei confronti dello stesso de Magistris, di giornalisti, uomini della polizia giudiziaria.

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_3155281.html

http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-06-09_109220433.html

IL CSM CONDANNA DE MAGISTRIS

CATANZARO – 19 GEN. 2008 - La condanna del Csm è dura, esemplare: una censura per Luigi De Magistris, che sarà trasferito da Catanzaro e non potrà più fare il pm. Unica, piccola, consolazione per il magistrato: respinto il trasferimento cautelare urgente, richiesto a settembre dall’allora ministro Clemente Mastella. Per applicare la sanzione disciplinare con il cambio di sede e funzione, si aspetterà l’esito di un probabile ricorso del pm e la pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione. Il Csm è deciso ad accelerare i tempi al massimo, ma possono passare almeno 5-6 mesi. Intanto, a De Magistris non rimane nessuna delle inchieste delicate, a cominciare dalla Why Not con Mastella e Romano Prodi come indagati.

La decisione, presa all’unanimità dalla sezione disciplinare del Csm, per il pm è «profondamente ingiusta, totalmente inaccettabile». Dopo 4 ore sulle spine, durante la Camera di Consiglio, De Magistris è amareggiato e preannuncia che utilizzerà «ogni strumento per dimostrare la correttezza» del suo operato. «Il Csm ha scritto una pagina ingiusta - dice -nei confronti di un magistrato che non ha fatto altro che applicare sempre l’articolo 3 della Costituzione: ogni cittadino è uguale di fronte alla legge».

Ma c’è un altro articolo della Costituzione che, per il Pg della Cassazione (rappresentante dell’accusa al Csm), De Magistris non ha rispettato. Quello che dice: i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Nella sua tagliente requisitoria Vito D’Ambrosio sostiene che «interpreta in modo errato e distorto» il suo ruolo, come una «missione» più che come «un mestiere». E non è questo «modello» di magistrato che disegna la Carta e che serve alla «democrazia ordinaria». Il Pg fa riferimento ad una nuova situazione nata nell’ultima settimana e il pensiero va subito alla bufera giudiziaria sui coniugi Mastella e alle accuse politiche al Csm perchè non sia corporativo e riconduca nei ranghi le toghe che travalicano i loro poteri.

È certo un caso ma D’Ambrosio usa proprio la frase pronunciata da Mastella dando le dimissioni alla Camera: «Un magistrato è soggetto solo alla legge, ma almeno a quella». Fino a qualche giorno fa sembravano in pochi al Csm ad essere pronti a condannare un pm diventato simbolo della lotta contro i potenti, ma le ultime vicende possono aver pesato molto sull’esito del processo. E lo stesso D’Ambrosio dice: «In un momento così delicato, in cui c’è un forte contrasto tra politica e magistratura, solo il rispetto delle regole, del vincolo all’applicazione della legge e delle norme disciplinari,consente ai magistrati di rispondere a critiche pesanti».

Il Pg aveva chiesto il cambio di funzioni, non di sede e la perdita di 8 mesi di anzianità. Il Csm, invece, ha voluto anche che abbandonasse Catanzaro, condannando De Magistris per quasi tutti gli 11 capi d’incolpazione, soprattutto per irregolarità dei provvedimenti e mancata informazione dei suoi capi e assolvendolo solo per quelle relative alle fughe di notizie, compresa quella sull’iscrizione di Prodi tra gli indagati.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=235042&START=0&2col=

http://www.catanzaroinforma.it/pg/news.asp?news=5695


CONCORSI TRUCCATI

CONCORSOPOLI FORENSE

COPIATE, DIVENTERETE AVVOCATI. IMPUNITA' PER TUTTI: CANDIDATI E COMMISSARI D'ESAME ( MAGISTRATI, AVVOCATI, PROFESSORI UNIVERSITARI, ISPETTORI MINISTERIALI).

Al concorso erano 2.585, fecero tutti lo stesso compito. Ora la prescrizione per candidati e commissari: l'inchiesta finisce nel nulla

CATANZARO - 10 LUGLIO 2005 - Sale nel cielo di Catanzaro un grido d'esultanza: «Giustizia: prrrr!». Ve lo ricordate l'esame per aspiranti avvocati denunciato dal Corriere dove tutti (tranne sei ingenui) fecero riga per riga lo stesso compito? Tutti prescritti: 2.585 su 2.585. Così che quei bravi giovanotti finiti sotto inchiesta potranno dedicarsi senza più ambasce alla materia cui con tanta passione decisero di votarsi: la legge. Indecente, ma previsto. Una candidata che si era lasciata andare in confidenze - «entrò un commissario e cominciò a dettare. Lentamente» - dopo l'esplosione dello scandalo, definito dal presidente dell'Ordine forense Giuseppe Jannello «forse eclatante», ne era sicura: «Non ci possono fare niente».

«Non ci possono fare niente - diceva la ragazza -, perché siamo troppi, in questa storia. Per mettere nei guai noi dovrebbero mettere nei guai un sacco di giudici e commissari. Gli conviene?». Scommessa vinta. Riassunto? Per diventare avvocato occorre prendere la laurea in giurisprudenza, iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, fare due anni di pratica nello studio di un avvocato, frequentare le aule di giustizia per «imparare il mestiere», portare prova di queste frequentazioni facendosi timbrare via via dai cancellieri un libretto e infine passare l’esame di Stato, indetto anno dopo anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello.

Esame non facile. Almeno in alcune sedi. Soprattutto al Nord dove qua e là sono stati toccati picchi del 94% di respinti. A Catanzaro no. Per anni, l’esame per diventare avvocato è stato anzi un affare per mezza città: alberghi pieni, ristoranti affollati, villaggi sulla costa che offrivano il trattamento completo: vitto, alloggio e pulmino per raggiungere la sede di esame.

Ovvio: nessuno è mai stato storicamente di manica larga come la commissione di esame catanzarese. Al punto che perfino dopo l’esplosione dello scandalo, nel 2000, furono promosse nella città calabrese tante toghe quante in Piemonte, Val D’Aosta, Veneto, Trentino, Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Sardegna, Liguria, Umbria e Molise messi insieme. E gli arrivi hanno continuato ad essere massicci anche in questi primi anni del Terzo Millennio. Eppure, l’inchiesta sulla terza prova scritta del 1997 pareva davvero aver fatto scoppiare un bubbone tale da rendere impossibile un ritorno all’andazzo precedente. Saltò fuori infatti che su 2.301 partecipanti, quelli che certamente non avevano copiato erano stati in 6. Lo 0,13% di onesti contro un 99,87% di furbi.

Un’inchiesta facile, dal punto di vista dei documenti. I temi erano così identici l’uno all’altro che moltissimi riportavano la parola «precisamente» corretta con una barretta sulla «p» iniziale: «recisamente». Come se qualcuno si fosse corretto dettando la giusta soluzione del tema. La grande difficoltà era sui numeri: già è difficile processare un imputato, in Italia.

Figuratevi 2.295.

I giovani magistrati protagonisti dell’indagine, Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli) e Federica Baccaglini (poi trasferita a Padova), una soluzione l’avevano individuata: un bel decreto penale. Cioè una sentenza che colpisse gli imputati (diventati man mano 2.585) almeno con una multa di 3 milioni e mezzo di lire ciascuno. Ipotesi respinta dal capo dell’ufficio Gip Antonio Baudi: troppo poco. Bene, rispose il pm delegato al caso appena gli fu possibile riprendere la palla in mano (dopo mesi e mesi perduti): raddoppiamo a 7 milioni e mezzo. Troppi, rispose questa volta Baudi rimandando tutto indietro.

E via così, col processo che veniva spostato a Messina perché c’entravano altri magistrati e poi tornava a Catanzaro e poi si infognava in 2.585 pratiche e 2.585 ricorsi e 2.585 cavilli e 2.585 eccezioni... E intanto passavano le settimane, i mesi, gli anni... Ed eccoli là: tutti a casa. Immacolati. E neppure vergognosetti, potete scommetterci, per la figuraccia. Così fan tutti... O no?

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/07_Luglio/10/avvocati.shtml

ALLEGATO B

SEDUTA N. 769 DEL 25/07/2000 Pag. 32861

 GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta orale:

VELTRI. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:

il giornalista Gian Antonio Stella sul Corriere della sera di domenica 23 luglio 2000 racconta con dovizia di particolari come il concorso per procuratori legali tenutasi a Catanzaro nel 1998 sia stato truccato per ammissione di una partecipante, la procuratrice legale RB che ora esercita la professione di avvocato in un noto studio legale della provincia di Catanzaro;

solo pochi candidati si sarebbero sottratti alla frode, clamorosa e scandalosa;

il Ministro della giustizia ha dichiarato che saranno cambiati la legge e il metodo concorsuale -:

se non ritenga necessario annullare il concorso in oggetto, indipendentemente dalle indagini e dalle decisioni che vorrà assumere la magistratura.
(4-31075)

http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed769/bt11.htm

CONCORSOPOLI SANITARIA ALL'UNIVERSITA’: TEST ANNULLATI A CATANZARO.

CATANZARO 13 - SET. 2007 - Test di ammissione annullati per tutti a Catanzaro; invalidati soltanto per gli studenti coinvolti nei favoritismi a Bari; apertura di una nuova inchiesta per i risultati troppo brillanti degli studenti di Messina.

E gli errori contenuti nei quiz formulati dalla commissione ministeriale? Il ministro dell’Università, Fabio Mussi, parla di svista grave e annuncia che «questa commissione ha esaurito il suo compito», però spiega che «non ci sono i presupposti per annullare le prove a livello nazionale», come sostiene nel suo parere anche l’avvocatura di Stato. «Inoltre - aggiunge Mussi - questa ipotesi avrebbe voluto dire violare il diritto di chi aveva fatto gli esami regolarmente. Bisogna colpire gli abusi non colpire tutti».

Il mondo dell’università è nel caos e mostra come nell’ultimo anno le crepe si siano ulteriormente allargate.

Allora il ministro fa la voce grossa e annuncia che il governo si costituirà parte civile nel procedimento contro i docenti coinvolti nello scandalo. «Se i professori hanno organizzato una truffa non avrò pace finché non li vedrò cacciati dall’università», minaccia Mussi. Ma poi di fatto prende un provvedimento minimalista in una situazione dove la truffa si sovrappone alla grave negligenza degli accademici e sicuramente chi ci rimette sono gli studenti onesti e preparati.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=205700


ESAMOPOLI

CATANZARO. FALSI ESAMI UNIVERSITARI, ARRESTATO UN FUNZIONARIO

L'uomo, ora ai domiciliari, si sarebbe fatto pagare per falsificare i libretti universitari di alcuni studenti di legge all'università 'Magna Grecia'. Sequestrate inoltre tre lauree.

CATANZARO, 14 nov. 2007 - (Adnkronos/Ign) - Esami falsificati all'ateneo "Magna Grecia" di Catanzaro.

Un funzionario della facoltà di Giurisprudenza si sarebbe fatto pagare per falsificare i libretti universitari degli studenti in modo da far risultare che avevano superato esami in realtà mai sostenuti.

Con l'accusa di corruzione e falso ideologico e materiale, l'uomo è stato arrestato la scorsa notte dai carabinieri nell'ambito di un'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo calabrese, Salvatore Curcio, che ha chiesto e ottenuto dal Gip l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare.

Ora è ai domiciliari. Al vaglio degli investigatori anche la posizione di tre laureati in Giurisprudenza negli ultimi due anni, le cui lauree sono state al momento sequestrate dai carabinieri. L'inchiesta del pm Curcio è partita dalla denuncia presentata alla Procura della Repubblica dal Consiglio accademico dell'università.

Ad accorgersi che qualcosa non era chiara, è stato un professore che sul libretto di una laureanda aveva notato il superamento dell'esame relativo alla sua materia senza esserne al corrente.

http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Calabria.php?id=1.0.1553312956


POLITICOPOLI

WHY NOT: CORRUZIONE ELETTORALE, PERQUISIZIONE PER LOIERO, PRESIDENTE REGIONE CALABRIA.

CATANZARO 7 FEB. 2008 - Il Presidente e tutti gli uomini del Presidente stretti nella morsa della magistratura calabrese. Il presidente è quello della Regione Calabria, Agazio Loiero, raggiunto ieri da un avviso di garanzia per corruzione semplice e corruzione elettorale, emesso dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, che ha anche disposto una serie di perquisizioni in case e uffici di proprietà del Governatore e altri indagati. Durante le perquisizioni – in 16 società e presso il Comitato per Agazio Loiero presidente – sono stati sequestrati dai Carabinieri del nucleo provinciale di Catanzaro documenti e file.

Nel provvedimento emesso dalla Procura Generale, tra le altre cose, si fa riferimento a un versamento di 100mila euro effettuato in due tranche uguali nel 2005 da parte degli imprenditori Antonio Saladino e Tonino Gatto a favore di Loiero che, in cambio, avrebbe favorito società vicine ai due.

Il Governatore – che ha incassato la solidarietà della Giunta e la richiesta di dimissioni dell'opposizione – ha detto che dimostrerà di essere totalmente estraneo ai fatti anche se, ha aggiunto, «non so chi potrà risarcire me e il danno d'immagine alla mia terra». «Le accuse – ha precisato – sono vaghe e si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto in cambio di favori. Ma nei capi di imputazione di quei favori non c'è traccia. Anzi, c'è la prova del contrario. Nelle intercettazioni telefoniche, Saladino si lamenta dell'atteggiamento estremamente rigido che avevo assunto nei confronti dei giovani di Why Not».

Loiero ha poi affidato al portavoce il compito di mettere in evidenza alcune supposte incongruenze dei magistrati, come quella per la quale nel provvedimento non ci sarebbe alcun oggetto di corruzione né alcun abuso d'ufficio attribuibile al Governatore. I 100mila euro, inoltre, sarebbero stati rendicontati. L'accusa di corruzione elettorale non sarebbe credibile anche perché Loiero «viaggiava con il vento in poppa» e in ogni caso «se anche il reato fosse stato commesso, sarebbe prescritto dal 20 aprile 2007».

Ma la magistratura – dopo che De Magistris è uscito di scena – in realtà sta continuando sulla stessa falsariga del Pm napoletano. A essere di nuovo al centro delle indagini, sono, infatti, gli uomini del presidente intorno ai quali, a partire dal 15 giugno 2007, la procura sta stringendo il cerchio per venire a capo del comitato d'affari che, secondo il Pm Luigi De Magistris, in Calabria si spartisce i fondi pubblici ed europei.

Alcuni nomi tornano, altri spuntano a sorpresa in questo nuovo filone di indagine, una costola dell'inchiesta Why Not avocata a De Magistris, condotta dai magistrati Pierpaolo Bruni e Alfredo Garbati. Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, è il perno intorno al quale ruota tutto: non a caso sono state perquisite le sedi di Obiettivo Lavoro di Cosenza, Lamezia e Crotone (di cui Saladino è stato per anni responsabile) e Need di Lamezia Terme, di cui è ancora il referente.

Il suo nome emerge nell'inchiesta Why Not insieme a quella di un altro indagato raggiunto ieri da un nuovo avviso di garanzia e perquisizioni: Francesco De Grano, direttore generale del Dipartimento attività produttive della Regione. De Grano sarebbe – secondo le nuove accuse – una delle porte girevoli intorno alle quali orientare le risorse pubbliche a favore dei soliti noti: le società costituite da Saladino o comunque nella sfera della Compagnia delle Opere. Non va dimenticato che De Grano è fratello di Mariella De Grano, anch'essa ancora indagata da ieri, e moglie di Pietro Macrì.

Quest'ultimo – secondo il Pm De Magistris – quale amministratore delegato della società Met sviluppo ricevette dalla società Why Not riconducibile a Saladino 250mila euro per un programma informatico inservibile. Fondi che poi servirono per lo sviluppo del sito web "Laboratorio democratico europeo", il cui presidente, l'onorevole Sandro Gozi era persona vicina a De Grano, Macrì e all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi anch'esso indagato nella vicenda Why Not con l'ex Guardasigilli Clemente Mastella. Anche gli uffici di Macrì sono stati perquisiti ieri e nei confronti di Gozi è stato emesso un nuovo decreto di perquisizione e sequestro. Insomma: scatole cinese di nomi e società autoreferenziali.

Altro nome che compare – mai come indagato – è quello di Tonino Gatto, uomo vicinissimo a Loiero e alla Compagnia delle Opere ma – soprattutto – presidente della catena di supermercati Despar e, secondo i rumor di mercato, interessato all'acquisto dei centri Carrefour al Sud in caso di dismissioni da parte del gruppo francese.

Tra i nomi del Presidente intorno al quale si stringe il cerchio dei magistrati figura per la prima volta Eugenio Ripepe. Quando fu chiamato nel giugno 2007 da Loiero a fare il presidente della Sacal (la società che gestisce l'aeroporto di Lamezia Terme e i cui uffici sono stati perquisiti) il sindaco di Lamezia, Gianni Speranza, che aveva un proprio candidato alla guida, navigò su internet per saperne di più. Uno sconosciuto con un solo passato: ex presidente dell'Aci di Catanzaro. Ripepe – che si dichiara estraneo ai fatti – è l'anticamera di Loiero, essendone il capo struttura del gabinetto.

IL SECONDO «FILONE»

L'inchiesta
L'inchiesta Why Not – dal nome di una delle società ritenute riconducibili all'imprenditore Antonio Saladino – esplode nel giugno 2007 quando il Pm Luigi De Magistris indaga su un comitato d'affari (capeggiato dallo stesso Saladino, ex presidente calabrese della Compagnia delle Opere) che in Calabria si spartirebbe fondi pubblici ed europei.

Gli indagati
Nell'inchiesta 20 indagati, ai quali nel corso dei mesi si aggiungono nomi eccellenti quali quello dell'ex presidente del Consiglio e dell'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Nel nuovo filone d'inchiesta, da ieri si aggiunge anche il nome del Governatore della Calabria Agazio Loiero.

LE IPOTESI DEI PM

L'accusa a Loiero
Corruzione semplice e corruzione elettorale sono i reati contestati al presidente della Giunta regionale della Calabria, Agazio Loiero, nell'ambito dell'inchiesta «Why not», avocata nei mesi scorsi dalla Procura generale di Catanzaro dal pm Luigi De Magistris. I fatti contestati riguarderebbero il periodo della campagna elettorale per le regionali del 2005: nel provvedimento della Procura generale si fa riferimento a un versamento di 100mila euro effettuato in due tranche uguali da parte degli imprenditori Antonio Saladino (Compagnia delle opere della Calabria, nella foto) e Tonino Gatto (titolare di numerosi centri commerciali), a favore di Loiero che, in cambio, avrebbe favorito società a loro vicine.

La replica del Governatore
Per Loiero «le accuse sono vaghe e si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto in cambio di favori. Ma nei capi di imputazione di quei favori non c'è traccia. Anzi, c'è la prova del contrario.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/02/calabria-whynot-loiero.shtml?uuid=fb8f78f6-d54c-11dc-8046-00000e25108c&DocRulesView=Libero

PATTO TRA “NDRANGHETA” E POLITICI PER CONTROLLARE LA SANITA’

REGGIO CALABRIA – 28 GEN. 2008 - Il nome dato all’operazione da carabinieri e magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria è tutto un programma, “Onorata sanità”, e descrive i rapporti “insani” tra ‘ndrangheta, politica e affari attorno al mondo della sanità calabrese. L’esito è di 18 arresti in tutto, e tra questi un consigliere regionale, ed altre 29 persone indagate in stato di libertà.

A finire in manette è stato il consigliere regionale di centrodestra Domenico Crea, insieme al figlio, Antonio, alla nuora, Laura Autelitano, al dirigente vicario del Dipartimento Sanità della Regione Calabria, Peppino Biamonte, e al direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro, Piero Morabito, ex direttore generale dell’Asl 11 di Reggio Calabria, oltre a funzionari di aziende sanitarie e medici.

Un vero e proprio terremoto quello provocato dalla Dda reggina nella sanità calabrese, un settore spesso al centro di polemiche. Ed è in questo contesto che matura l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, ucciso a Locri il 16 ottobre 2005. La sua elezione rischiava di rompere gli equilibri, ma il suo omicidio, ha detto Scuderi “testimonia che la ‘ndrangheta domina e che non basta un qualsiasi Franco Fortugno per bloccarne i disegni. Un coacervo di interessi politico-mafiosi ha costituito l’humus per quel tragico omicidio”.

Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, truffa, omissione di soccorso, soppressione e distruzione di atti veri. Dalle indagini è emerso il patto tra cosche e politica finalizzato ad un unico scopo: l’illecito arricchimento grazie al saccheggio dei fondi pubblici. E per ottenere questo risultato, una serie di organizzazioni criminali della fascia ionica reggina hanno “coalizzato”, scrive il Gip, “le loro forze dando luogo ad un’unitaria struttura di sostegno alla candidatura di Domenico Crea, reputandolo il soggetto idoneo a garantire al meglio gli interessi delle cosche e ad assicurare loro i vantaggi”. Tre in particolare, hanno spiegato i magistrati, le cosche per le quali Crea era divenuto un punto di riferimento: gli Zavettieri di Roghudi, i Morabito di Africo e i Cordì di Locri.

Attorno a Crea, è la tesi sostenuta dalla Dda di Reggio Calabria, ruotano molti interessi tra i quali c’era anche quello personale per la casa di cura Villa Anya, a Melito Porto Salvo, di proprietà della famiglia del consigliere regionale. Al riguardo emerge “un ’sistema’ fatto di pressioni, relazioni, favori, attuato principalmente dallo stesso Crea e dal figlio Antonio, al fine di ottenere le autorizzazioni necessarie all’accreditamento della struttura sanitaria'’.

In quella clinica, posta sotto sequestro oggi dai carabinieri, al di là delle truffe al sistema sanitario, però, avvenivano anche episodi inquietanti: persone decedute che risultavano morte, invece, nel pronto soccorso dell’ospedale di Melito Porto Salvo, pazienti trattati male ed altri, con gravissime patologie, lasciati a se stessi.

A fare da collante - tra quella che il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria, Francesco Scuderi, ha definito una “borghesia mafiosa, totalmente asservita agli interessi delle cosche” e la ‘ndrangheta - è il denaro. Ed al centro di questo intreccio i pm collocano Crea, definito dal gip “una sorta di figura paradigmatica di forme spregiudicate ed immorali di concepire l’impegno politico”. Una figura che non esita, parlando con un suo stretto collaboratore, a tracciare la contabilità dei fondi a disposizione degli assessorati regionali.

“La sanità”, dice Crea senza sapere di essere intercettato, “è prima, l’agricoltura e forestazione seconda, le attività produttive terza; in ordine, dai, come budget. Settemila miliardi, con la sanità, 3 miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il bilancio della sanità”. Un repertorio tale di “improntitudine e di spregiudicatezza” che a giudizio del gip costituisce “un vero e proprio manifesto di uso distorto e perverso della politica per finalità di arricchimento personale a scapito della collettività”.

http://blog.panorama.it/italia/2008/01/28/patto-tra-ndrangheta-e-politici-per-controllare-la-sanita-18-arresti-in-calabria/

REGGIO CALABRIA - 8 GIUGNO 2007 -Il pm di Salerno Domenica Gambardella ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex governatore della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti, indagato nell'ambito della maxinchiesta "Dinasty 2 - Do ut des", che il 10 novembre scorso è culminata con l'arresto del presidente della sezione civile del Tribunale di Vibo Patrizia Pasquin.

Il magistrato titolare dell'indagine ha chiesto inoltre il rinvio a giudizio per tutti gli altri trenta indagati. Il gup Vito Di Nicola - che in precedenza aveva dichiarato la propria incompetenza per Rocco Scali, Claudio La Russa, Franco Palaia, Luciano Neri, Fabio Gentile, Francesco Gatto e Alfonso Nastro, disponendo la restituzione degli atti al pm - ha accolto la richiesta di giudizio abbreviato che è stata avanzata dalla difesa dell'ex assessore regionale Ernesto Funaro.

Hanno scelto invece il rito alternativo anche Gaetano Scalamogna, Michele Accorinti, Francesco Miceli, Antonio Galati, Salvatore Valenzise, Giancarlo Sganga, Giovanni Vecchio, Fortunato Polito e Pantaleone Mancuso. Altre richieste di rito alternativo, comprese quelle di Maria Rosa Ventura e Antonio Mancuso non perfezionate ieri per un vizio di forma, dovrebbero essere presentate in giornata.

Questo e' il secondo filone di "Dinasty 2 - Do ut des", e vede il giudice Patrizia Pasquin (unitamente a Settimia Castagna, Giulio Sganga e Maria Francesca Tulino, già rinviata a giudizio nell'ambito del primo troncone, riguardante i presunti "affari sporchi" legati al Melograno Village di Parghelia) parte offesa quale presunta vittima di un'estorsione che sarebbe stata compiuta dal boss di Limbadi Antonio Mancuso, 'zi 'Ntoni, dal congiunto Orazio Cicerone e dall'imprenditore Antonino Castagna.

Gli imputati sono chiamati, a rispondere, a vario titolo, tra l'altro, di corruzione, falso e truffa. La discussione proseguirà nelle giornate di oggi e domani con le arringhe degli avvocati. Dopodichè la decisione del gup Di Nicola.

http://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5684&Itemid=39


 

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