di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
CASAL DI PRINCIPE
STORIA DI UN INNOCENTE
Marcire in prigione senza avere colpe. Era il destino di Alberto Ogaristi, operaio accusato di omicidio, condannato all'ergastolo. Ma, ancora prima, segnato dalla "tragedia" di essere nato a Casal di Principe. Tutto perso. Fino a quando le parole di un pentito offrono alla coscienza di un pm e alla determinazione di un avvocato il riscontro: «Non fu lui». Eppure non basta. Passeranno giorni, forse mesi, prima che la giustizia della logica si traduca in quella delle carte. Prima che un innocente possa riprendersi la propria esistenza.
La fetta di paese che non si arrende, sorride. Senza brindisi. E in una palazzina di via Giovanni Spadolini, a Casal di Principe, la madre dell´ergastolano che non aveva colpe da espiare, Teresa Ricciardi, si tormenta le mani, aspettando che torni libero il suo Alberto. «Ce l'avevo a morte con la giustizia. Pure i cortei e la fiaccolata mi hanno impedito. I parroci, don Franco Picone e don Carlo Aversano, ci erano vicini. Ora dico: ridatemelo presto. Mio figlio esce a testa alta».
Eccolo il caso di Alberto Ogaristi, «muratore e stuccatore», dall'età di 15 anni, da Reggio Emilia in Germania. Nato a Casal di Principe, incensurato e figlio di persone incensurate, primogenito del proprietario di un bar poi ammalatosi di cirrosi epatica, Alberto viene arrestato il 6 luglio 2007 come presunto killer del pregiudicato Antonio Amato - ucciso il 18 febbraio del 2002, nella faida di Villa Literno. Ad accusarlo è il cognato della vittima del raid, un cittadino albanese, Qoqu Telat, sfuggito per miracolo (oggi tornato in Albania, irreperibile). L'albanese crede di riconoscere l´assassino nella foto segnaletica di Alberto Ogaristi. I magistrati non credono all'alibi raccontato dalla fidanzata di allora (oggi è sua moglie: ma si erano appartati in auto, lei si vergognava di farlo sapere, ed esitò nella deposizione). Lui viene assolto in primo grado, ma condannato in appello. Con sentenza passata in giudicato. Ergastolo.
Invece. È un clamoroso errore giudiziario. Svelato, definitivamente, dalle indagini dei carabinieri di Caserta e dai pm Raffaello Falcone e Marco Del Gaudio, che con un'ordinanza inchiodano tre pregiudicati per quel delitto: Luigi Guida, di 59 anni, Luigi Grassia, di 36 e Gaetano Ziello, di 29 (ai quali la misura è stata notificata in carcere). E scagionano di fatto, sulla scorta del racconto del pentito Emilio Di Caterino - che a sua volta conferma quanto dichiarato dal collaboratore Massimo Iovine - l'innocente Alberto. Rinchiuso in cella da 1 anno, 6 mesi e 22 giorni. Tuttora detenuto nel carcere di Rebibbia.
E ora a Casale, la signora Teresa bacia santini e madonne. «Scrivetelo che avevamo fatto di tutto per fare venire a galla la verità. Tutto sembrava perso. Ma non ho mai smesso di pregare». È una cinquantasettenne invecchiata di colpo, famiglia di contadini, quattro figli. Prova ad assaggiare un sollievo che sa di non potere ancora abbracciare. Anche il suo avvocato, Romolo Vignola, penalista tenace del foro di Santa Maria Capua Vetere, un professionista che non ha smesso di credere che l'antidoto alla malagiustizia fosse riposto nelle pieghe più asciutte e pazienti della giustizia, suggerisce moderazione: «Ci dà conforto sapere che ormai l'innocenza di Alberto è una verità sostanzialmente acquisita.
L´avvocato Vignola dice grazie ad un magistrato, in particolare: «Con encomiabile e davvero laica capacità di ascolto il pm Falcone che aveva sostenuto la pubblica accusa è stato poi il primo a lottare con noi, quando si è reso conto, già nel dicembre 2007, che il pentito Iovine scagionava Ogaristi. La stessa Procura generale di Napoli si è attivata». Si attende solo che giustizia sia fatta.

SANTA MARIA CAPUA VETERE
Il Tribunale della vergogna. Sul Corriere la video inchiesta de “Il Corriere della Sera”.
Doveva essere una sistemazione provvisoria. Da dieci anni, invece, il tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, si trova in un condominio. Al momento di individuare la sede, il Comune di Santa Maria non trovò niente di meglio che uno stabile di quattro piani appartenente a un fratello di Nicola Cosentino (ex sottosegretario all'Economia), a cui paga il canone di affitto. «Non so come si optò per tale scelta visto che, tra l'altro, c'era il forte timore che il calcestruzzo non fosse di eccellente qualità e non adeguato al rischio sismico» confessa un preoccupato presidente del tribunale, Andrea Della Selva. Da anni prova a denunciare le condizioni «indecenti» in cui magistrati e avvocati sono costretti a lavorare.
LE UDIENZE IN AUTO - Entrando nel cortile del tribunale troviamo quattro persone che discutono animatamente in una macchina. Al volante c'è un giudice, accanto c'è un testimone disabile e dietro due avvocati. Ci spiegano che siccome manca una rampa d'accesso per i disabili, in questi casi le udienze si tengono in auto. I fascicoli processuali si trovano nei garage del condominio accanto alle auto. Un cartello avverte: «Spegnere i motori». Evidentemente per il rischio incendi. Altrimenti sono affastellati su tavoli di fortuna, nei sottoscala, o per terra, sul marciapiede. Le stanze sono piccole, del resto sono quelle di un appartamento e non di un tribunale. Proviamo ad entrare in un'aula dove generalmente si svolgono le udienze. L'intento è quello di chiedere a un giudice come sia possibile lavorare così. Ci troviamo davanti una muraglia umana. In una stanza di circa venticinque metri quadrati sono accalcate circa trenta persone tra avvocati e testimoni.
ACCALCATI NELLE STANZE - A malapena riusciamo a intravedere il giudice dietro la scrivania. «Che dobbiamo fare? Questo è lo spazio che abbiamo. Ci arrangiamo» ci dice. Il Comune ha diramato una nota in cui avvisa che «per motivi economici il riscaldamento sarà possibile solo dalle 10,00 alle 13,00». Le apparecchiature elettroniche di cui è fornito il tribunale sono aggiornate fino al 1996. I computer non leggono file nati dopo questa data, non ci sono i programmi. «Molti magistrati scrivono le sentenze a casa e poi non possono integrarle in ufficio perché i software sono vecchissimi» spiega Anna Rita Motti, presidente della sottosezione dell'Associazione Nazionale Magistrati di Santa Maria Capua Vetere. Lei, come tanti altri giudici, si porta tastiera e mouse da casa. «Ottenere la riparazione di quelli che ci sono vorrebbe dire aspettare dei mesi e non possiamo permettercelo - aggiunge -. Anche i cancellieri si portano le penne da casa e, in alcuni periodi, anche la carta. Non solo quella per scrivere».
AVVOCATI NEI CORRIDOI - Non va meglio agli avvocati che sono ammassati negli stanzini o costretti a lavorare nei corridoi. Tramite il presidente dell'Ordine degli Avvocati di Caserta, Elio Sticco, hanno chiesto la chiusura del tribunale per motivi di agibilità. I giudici ci raccontano che in alcuni punti le aule di udienza sono così vicine agli appartamenti circostanti che d'estate, con le porte aperte, i condomini si affacciano al balcone per ascoltare le testimonianze. In alcuni punti, infatti, si è proprio a un tiro di schioppo. Ma il vero dramma è che in questo tribunale si decidono la cause di lavoro della vicina area industriale. Su ogni giudice pendono in media 2800 processi. Sono cause riguardanti spettanze, rimborsi, crediti, licenziamenti, richieste di assistenza previdenziale. Passeranno anni prima di una sentenza. In molti casi sono persone ammalatesi sul posto di lavoro che ora chiedono giustizia. «Una giustizia che purtroppo non riusciremo a dargli - ammette il giudice Motti -. Sarò sincera, quasi sempre sono cause di cui non vedranno la sentenza, perché non facciamo in tempo».
Aria pesante al tribunale di Santa Maria Capua Vetere
Pm e procuratore: sospetti, faide e denunce
Accuse di strabismo giudiziario nelle inchieste su appalti e sanità al procuratore capo Maffei
Il giorno degli arresti, due distinti signori si aggiravano nei corridoi della Procura colloquiando amabilmente con i giornalisti, chiedendo loro notizie sull'inchiesta, e soprattutto da quali fonti le avessero apprese. Erano due carabinieri in incognito, incaricati da uno dei magistrati titolari dell'indagine di prendere informazioni e redigere la relazione di servizio. C'è un'aria pesante al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e non da ieri. Sospetti, faide tra pubblici ministeri, denunce di abusi. E accuse di strabismo giudiziario nelle inchieste su appalti e sanità formulate dall'interno al procuratore capo Mariano Maffei, molto simili a quella che giungono ora da Clemente Mastella.
«Un Vietnam» è la sintesi di un giudice ovviamente anonimo. Una situazione di conflitto perenne che finisce per lambire anche l'inchiesta sull'Udeur campano. L'oggetto del contendere è Maffei. In due denunce presentate nel novembre 2007 al Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Napoli alcuni suoi pubblici ministeri lo accusano di aver creato un clima «insostenibile» basato sul sospetto e sulla delazione. L'esposto riferisce di ufficiali di Polizia giudiziaria interrogati dai sostituti di fiducia di Maffei, tra i quali viene citato Alessandro Cimmino, titolare dell'inchiesta Udeur, al solo scopo di ottenere informazioni sui magistrati «dissidenti».
Il fascicolo «autoassegnato». La denuncia più scabrosa riguarda però un altro argomento, alcune indagini sulla sanità casertana definite «anomale», dove l'anomalia consisterebbe nel comportamento del sostituto procuratore Maria Di Mauro, che all'inizio del 2006 con l'appoggio di Maffei si sarebbe autoassegnato un procedimento su alcuni dirigenti dell'Azienda Sanitaria Locale Caserta 2 e Giuseppe Tatavitto, direttore dell'ospedale di Santa Maria Capua Vetere, pur essendo a conoscenza dell'esistenza di una inchiesta in corso condotta da un collega sulla stessa persona, per gli stessi reati. Prima di autoassegnarsi il fascicolo, la dottoressa Di Mauro si era sempre astenuta dalle inchieste sulla Asl 2 di Caserta, in quanto suo marito, l'avvocato Aurelio Marino, è consulente legale dell'Asl in questione. Questa volta l'astensione non viene chiesta, anche se la notizia di reato riguarda un concorso dell'Asl nel quale il testimone chiave a carico di Tatavitto è il direttore della Asl stessa, ovvero il datore di lavoro di Marino. La posizione dei responsabili dell'Asl indagati viene stralciata. Nel procedimento principale, diventano addirittura parti offese, mentre lo stralcio si conclude con una archiviazione.
Tra i metodi poco ortodossi di Maffei figura anche l'apertura di un fascicolo a carico di alcuni magistrati della procura di Santa Maria Capua Vetere allo scopo - così riferisce la denuncia - di fare indagini sulle loro attività. Pubblici ministeri vengono «interrogati» ufficiosamente, al telefono, da pm dello stesso ufficio. Gli atti vengono mandati alla Procura di Roma, che archivia definendo «inesistente» la notizia di reato. E' questo grappolo di denunce che induce il Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Napoli a chiedere e ottenere nell'ottobre del 2007 l'invio degli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia. Ma alla fine del novembre 2007 arriva un altro esposto che inevitabilmente interseca l'ispezione in corso e l'attuale indagine su Mastella. L'inchiesta sull'Udeur campano, per ammissione dello stesso Maffei, consiste nell'unione di tanti fascicoli diversi tra loro, tutti assegnati al pm Cimmino e poi unificati nell'attuale procedimento. Una di queste indagini comincia nel luglio 2005. Giacomo Caterino e Domenico Bove, consiglieri provinciali Udeur vengono indagati con il direttore generale dell'Amministrazione provinciale Anthony Acconcia per falso ideologico e turbativa d'asta, in relazione alla modifica del piano regolatore del Comune di Casagiove. I primi due vengono arrestati e poi scarcerati dal Tribunale del Riesame.
«Anomalie nell'indagine». Il 30 novembre 2007, Caterino spedisce un esposto al Procuratore generale di Napoli, nel quale segnala «anomalie nell'indagine» e richiama l'attenzione sul rapporto di parentela tra Maffei e il presidente della Provincia di Caserta Sandro De Franciscis, suo nipote. Ex enfant prodige dell'Udeur, vincitore a sorpresa delle elezioni provinciale del 2005 per il Campanile, De Franciscis ha «tradito» Mastella per il Pd portando con sé altri funzionari del partito e intere sezioni. Una diaspora che ha causato la scomparsa dell'Udeur in molti comuni del casertano. Diventa «il» nemico. Secondo Caterino, i vincoli familiari potrebbero aver negato al procuratore capo la necessaria serenità di giudizio nei confronti del presidente della Provincia.
Il caso De Franciscis. A sostegno della sua tesi, l'assessore provinciale Udeur segnalava il diverso trattamento ricevuto dal direttore generale Acconcia, uomo di fiducia di De Franciscis, al vertice della macchina amministrativa, più di mille uomini, ma non ritenuto responsabile del suo funzionamento e controllo. Ma l'affondo riguarda soprattutto De Franciscis. Nel corso delle indagini - secondo la denuncia di Caterino - sarebbero state raccolte testimonianze, anche di assessori provinciali della sinistra radicale, che attribuirebbero a De Franciscis la diretta responsabilità, non solo politica, delle modifiche al Piano regolatore, che avrebbero reso edificabili terreni di proprietà di Carlo Panella, padre della compagna di Acconcia e di Vincenzo Natale, dirigente locale del Pd. Secondo Caterino queste dichiarazioni proverebbero l'ingerenza di De Franciscis. Il nipote di Maffei è stato ascoltato come persona informata dei fatti. Il Riesame di Napoli ha accolto alcune delle tesi dei difensori di Caterino, invitando la procura ad indagare anche su altri aspetti dell'inchiesta.
VILLA
LITERNO
Da “Il Giornale” ed “Il Corriere della Sera”. Il consigliere regionale del Pd Enrico Fabozzi sedeva nella commissione d'inchiesta anticamorra. Aveva uno scopo preciso: difendere il territorio contro la criminalità organizzata. Ma lo stesso Enrico Fabozzi, scrive l'Antimafia, "scese a patti con i casalesi pur di incassare le preferenze del clan alle elezioni". Con queste accuse stamattina Fabozzi è stato arrestato. L'ex sindaco di Villa Literno aveva fatto il pieno di voti (oltre 11.546 voti) nel distretto casertano.
I provvedimenti costituiscono l’epilogo di un'indagine che, secondo gli investigatori, ha permesso di riscontrare l'esistenza di un patto criminale fra il clan dei Casalesi e l’ex sindaco di Villa Literno (attualmente consigliere regionale della Campania), fondato su un accordo generale mirato a garantire al clan il controllo e la gestione degli appalti e delle risorse pubbliche in cambio del sostegno elettorale e di tornaconti economici, personali ed elettorali. Sono stati arrestati anche imprenditori di rilievo nazionale accusati di concorso esterno nel clan capeggiato dal boss Antonio Iovine, detto o' ninno, arrestato un anno fa dopo quindici anni di latitanza. Nel contesto dell’operazione, il Gruppo Guardia di Finanza di Aversa sta dando esecuzione al sequestro di beni, società e conti correnti riconducibili ad alcuni indagati.
Concorso esterno in associazione mafiosa. È questa l'accusa per cui è stato arrestato alle prime luci dell'alba il consigliere regionale della Campania Enrico Fabozzi. Ex sindaco di Villa Literno per due legislature, eletto nelle file del Pd, dal luglio del 2010, da quando vennero confermate le voci sull'inchiesta in corso, siede in consiglio regionale nei banchi del gruppo misto. Secondo quanto avrebbero accertato i carabinieri coordinati dalla Dda di Napoli, proprio in qualità di ex sindaco di Villa Literno Fabozzi avrebbe stretto un patto con il clan dei Casalesi, in particolare con il gruppo capeggiato dal boss Domenico Bidognetti, per procurarsi appoggi elettorali in cambio di appalti.
L'OPERAZIONE - L'arresto di Fabozzi rientra in una operazione che ha portato all'arresto di altre otto persone accusate di estorsione, turbativa delle operazioni di voto mediante violenza e minaccia, corruzione, impiego di denaro di provenienza illecita e ricettazione, reati tutti aggravati dalla finalità di agevolare il clan «dei casalesi». I provvedimenti costituiscono l'epilogo di un'articolata indagine che ha permesso di riscontrare il controllo del clan sulla gestione degli appalti e delle risorse pubbliche in cambio del sostegno elettorale e di tornaconti economici, personali ed elettorali. Sono stati arrestati anche imprenditori di rilievo nazionale accusati di concorso esterno nel clan capeggiato dal boss Antonio Iovine, detto «ò ninno», arrestato un anno fa dopo quindici anni di latitanza.
GLI INDAGATI - Complessivamente sono 15 gli indagati nell'indagine della Dda di Napoli. Tra gli arrestati compaiono i nomi di alcuni imprenditori di San Cipriano d'Aversa, Casal di Principe e Villa Literno: Nicola e Vincenzo Caiazzo, Raffaele Garofalo, Raffaele Meccariello, Giovanni e Giuseppe Malinconico, Giuseppe e Pasquale Mastrominico e Wanda Caiazzo, ora collaboratrice di giustizia. L'ordinanza di oltre 200 pagine firmata dal gip Alberto Capuano include nomi di imprenditori che, stando all'accusa, avrebbero ottenuto appalti grazie anche all'interessamento di Fabozzi. Una delle accuse principali scattata nei confronti dell'ex sindaco di Villa Literno e consigliere regionale nel gruppo Misto, è quella di aver partecipato al reimpiego dei soldi illeciti con la società Gruppo casa srl, di cui è stato socio assieme a Vincenzo Caiazzo, detto «Stefano». L'imprenditore è il padre della fidanzata di Massimo Iovine, killer al soldo della famiglia Bidognetti, poi diventato collaboratore di giustizia assieme alla fidanzata Wanda Caiazzo, studentessa universitaria alla facoltà di Giurisprudenza..