I BRESCIANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


SPRECHI

40 milioni di euro, 0 passeggeri. Inchiesta di Fabrizio Gatti su “L’Espresso”.

L'aeroporto di Brescia costa un bingo, perché ci lavora un sacco di gente; tra controllori di volo, doganieri, poliziotti, facchini etc. Ma nell'ultimo anno non ci è passato neanche un viaggiatore. Un caso limite di sperpero italiano. Da stamattina non atterra nemmeno un merlo. Anche gli uccellini snobbano l'aeroporto più sprecone del mondo. Allacciatevi le cinture e preparatevi a scendere nell'Italia del federalismo militante: benvenuti in Padania, terra di faide all'ultima spesa tra leghisti e berlusconiani. La cattedrale delle cattedrali nel deserto è al centro della verdissima pianura lombardo-veneta. Proprio qui dove il Risorgimento italiano ha combattuto le sue battaglie per l'Unità. E dove 150 anni dopo ogni provincia ha il suo campanile, i suoi parlamentari, il suo dialetto stampato sui cartelli stradali. E, perché no, pure il suo mega aeroporto. Quello di Brescia è straordinario: 3 mila metri di pista, la torre di controllo con due uomini radar di giorno e di notte al lavoro, si fa per dire, vigili del fuoco, poliziotti, finanzieri, doganieri in servizio sulle 24 ore, addetti ai bagagli, alle pulizie, ai metal-detector, alle rampe, al piazzale, al rifornimento, alle previsioni del tempo, alle informazioni al pubblico. E da un anno nemmeno un passeggero. Nemmeno un volo, una partenza, un abbraccio.

Roba da umiliare i padrini della defunta Cassa del Mezzogiorno. Ma giù al Nord le cose si fanno perbene. In nome dell'efficienza, del commercio, della tradizione. E del feudo: antico concetto che il linguaggio più raffinato preferisce chiamare lobby.

La società Aeroporto Gabriele d'Annunzio ne è un monumento. Gestisce l'omonimo aeroporto di Brescia, nelle campagne di Montichiari, una ventina di chilometri dalla Leonessa d'Italia. E in nove anni, da quando è stata costituita, ha perso la bellezza di 40 milioni 383 mila 462 euro. Il bilancio migliore? Il primo nel 2002, quando ha operato per soli sei mesi: meno 2 milioni 504 mila e 52 euro. Il record nel 2009: meno 5 milioni 813 mila 555 euro e una ricapitalizzazione per perdite da 15 milioni 500 mila euro. Leggermente meglio nel 2010, ma solo grazie alla cancellazione di tutti i voli passeggeri: meno 4 milioni 574 mila 126 euro. Mai un bilancio almeno vicino al pari. Eppure ad appena mezz'ora di autostrada, negli stessi nove anni, l'aeroporto di Bergamo ha portato il suo utile da un milione 786 mila euro a 12 milioni 270 mila euro. Perderli per perderli, se avessero regalato quei 40 milioni ai 63 dipendenti, i 25 operai e i 38 impiegati bresciani avrebbero messo insieme un gruzzolo di quasi 635 mila euro ciascuno. Invece si ritrovano in cassa integrazione. Ultima conseguenza di decisioni prese sempre altrove.  Ai cinque amministratori della società va un po' meglio. Nonostante i risultati, negli ultimi sei anni il loro compenso medio pro capite è aumentato senza sosta: dagli 11.221 euro del 2004 ai 19.200 euro all'anno del 2010. Un bel più 71 per cento, che il consiglio d'amministrazione dell'aeroporto integra con guadagni e gettoni in altri incarichi e attività. Così hanno deciso i soci della Gabriele d'Annunzio: la Provincia di Brescia con un simbolico 0,01 per cento di azioni e la società Aeroporto Valerio Catullo di Verona Villafranca con il 99,99, a sua volta controllata da Camera di commercio di Verona, Provincia di Verona, Provincia di Trento, Comune di Verona, Provincia di Bolzano, Camera di commercio di Brescia, ancora la Provincia di Brescia con il 4,19 per cento. E altri soci tra banche, enti e Comuni della zona.

Uno spreco di soldi pubblici che comincia da lontano. L'attuale crisi economica c'entra ben poco. Per anni idee, risorse, progetti sono stati bruciati in una battaglia di campanile. Combattuta anche davanti al Tar, al Consiglio di Stato, al tabellone degli orari dei voli. Città contro città. I veronesi della Lega contro i bresciani del Pdl. Lo stesso aeroporto di Verona contro il suo figlioccio di Brescia. Due aeroporti a 45 minuti di autostrada. Tre contando Bergamo. Cinque considerando Milano Linate e Malpensa. Soltanto quest'anno, il 31 maggio, è stata firmata la pace. Sfruttando la circostanza che la Lega governa in Comune a Verona con Flavio Tosi e in Provincia a Brescia. E il Pdl in Comune a Brescia con Adriano Paroli e in Provincia a Verona. Quanto sia stato paradossale lo scontro, lo si legge nel sito Internet dell'aeroporto: www.aeroportobrescia.it. E' scritto così: "L'obiettivo della società è quello di promuovere lo sviluppo dello scalo bresciano in un'ottica di complementarietà e specializzazione, non conflittuale, rispetto all'aeroporto di Verona...". Non conflittuale. E perché mai un aeroporto aperto con soldi pubblici non dovrebbe fare concorrenza a un altro aeroporto? Per raccontare la cronaca di questa follia, bisogna fare come Tom Hanks nel film "The Terminal" di Steven Spielberg. Vivere nel terminal giorno e notte. Stare nelle sale deserte. Parlare con i dipendenti solitari.

Raccogliere le paure di chi rischia di perdere il lavoro. Come gli addetti al piazzale. E i tassisti di Montichiari che non hanno più passeggeri da accompagnare. Non bastano i rarissimi voli in transito. Come venerdì 7 ottobre, quando uno sciopero a Verona ha fatto dirottare a Brescia sei aerei di linea. Nemmeno i nove voli postali della notte sono sufficienti a far respirare i conti. Tra le 23 e le due, dal lunedì al giovedì, viene scaricata e ricaricata sugli aerei la corrispondenza in arrivo e in partenza per tutta Italia. E' l'ultimo contratto rimasto alla società Gabriele d'Annunzio che giustifica la presenza di poliziotti, finanzieri, doganieri, pompieri e via dicendo. Senza questa gentilezza al centrodestra locale da parte di Poste Italiane, rimarrebbero i voli a elica dell'aeroclub. E le prove tecniche della Bosio motori aeronautica, una gloriosa officina di manutenzione che con le limitazioni di rullaggio imposte dal nuovo regolamento dell'aeroporto proprio nel momento in cui non c'è più traffico, rischia a sua volta di chiudere. Cestinato il progetto di farne una scuola per preparare tecnici specializzati che non si sa più dove trovare. Più volte archiviato il tentativo di trasformare Montichiari in uno snodo merci. Le compagnie cargo venute qui sono fallite o hanno traslocato. E così quelle passeggeri. L'ultima a trasferirsi Ryanair: il 30 ottobre 2010. Nonostante gli aerei, dicono i dipendenti, sempre pieni. Dove sono finiti quei voli redditizi? Che combinazione: proprio a Verona.

La storia di un giorno qualunque può cominciare da quando a Montichiari è ancora notte.

CARROCCIOPOLI

Scandali in salsa padana. La Lega diventa ladrona?

Otto posti in palio alla provincia di Brescia come impiegati, al concorso si presentano in 240, alla fine solo otto ottengono il posto e tra questi ci sono cinque ragazze “vicine” alla Lega. Tutte figlie di, amiche di, parenti di. Non solo. Secondo quanto raccontata il gruppo di cittadini ‘Tempo Moderno’ (il cui referente è l’avvocato Lorenzo Cinquepalmi, dirigente del Psi di Brescia) tra i primi 14 classificati, ben 7 candidate sono riconducibili a fede o frequentazione leghista e nella classifica finale sarebbero stati “depennati” i candidati “non leghisti”. C’è già chi urla allo scandalo e parla di “Carrocciopoli”, il resto è cronaca.

Cronaca di un concorsone indetto nel 2008 dall’Amministrazione provinciale di Brescia per l’assunzione di otto istruttori amministrativi (qualcosa di simile all’impiegato di concetto, per capirsi). Poco dopo la pubblicazione del bando di concorso arrivano le candidature: oltre settecento. Poi ci sono le prove scritte e si presentano in 240. Una prima scrematura di polso viene fatta proprio qui e a contendersi quegli otto posti alla provincia rimangono in 38. Si passa dunque agli esami orali e poi esce la classifica finale. Siamo al 4 febbraio 2010 e la classifica viene pubblicata sul sito della Provincia di Brescia, dove nel frattempo è arrivato il nuovo presidente, leghista, Daniele Molgora. Salta subito all’occhio che tra quegli otto fortunati che otterranno il posto, ci sono ben cinque ragazze col marchio “padania” stampato in fronte. A raccontarlo è ancora il gruppo ‘Tempo Moderno’ e sull’argomento arriva anche, sul sito BresciaPoint la denuncia, in un commento a un articolo, di una ragazza che dice di essere Margherita Febbrari, decima classificata e quindi esclusa dal lavoro. La ragazza, nei commenti sul sito BresciaPoint, lamenta di non aver avuto abbastanza “spinte” per poter accedere tra i primi otto posti.

Ma vediamo chi sono le “fortunate” vincitrici stranamente tutte vicine al Carroccio. Come racconta “Il Riformista” all’ottavo posto si classifica Sara Grumi, figlia di Guido Grumi, assessore di Gavardo candidato della Lega Nord alle recenti elezioni regionali, e già assegnataria di un incarico a termine di collaborazione con l’Amministrazione provinciale bresciana.

Al sesto posto (il settimo è occupato da un candidato non in quota Lega) c’è Katia Peli, nipote dell’assessore leghista provinciale Aristide Peli, assunta fin dal 2004 dall’Amministrazione provinciale bresciana come portaborse dello zio. Al quinto posto poi troviamo Silvia Raineri, capogruppo della Lega nel Consiglio Comunale di Concesio, ma anche capogruppo leghista alla circoscrizione Nord del Comune di Brescia e coordinatrice della commissione sicurezza civica e bilancio nonché moglie di Fabio Rolfi, vicesindaco e assessore leghista del Comune di Brescia.

Si arriva così alla vetta della graduatoria. Al primo e terzo posto ci sono rispettivamente Cristina Vitali e Anna Ponzoni, entrambe impiegate con un contratto ad personam presso l’assessorato provinciale alle attività produttive, retto dal leghista Giorgio Bontempi. Una strana coincidenza.

Se tre indizi bastano per fare una prova, figuriamoci quattro. L’estate 2010 ci restituisce una Lega Nord dall’immagine molto diversa da quella linda e pinta che si è faticosamente costruita negli ultimi dieci anni. Quattro casi, diversi fra loro, mostrano come il Carroccio ormai sia un partito come tutti gli altri, che deve fare i conti con gli effetti nefasti della seduzione del potere. Dai concorsi pubblici truccati per far vincere le proprie militanti alla parentopoli in puro stile democristiano, dall’auto blu per andare in vacanza con la fidanzata alle foto compromettenti con i boss della ’ndrangheta. Con gli uomini di Bossi che non possono neanche nascondersi dietro il logoro stereotipo degli integri padani che vengono corrotti dagli ammaliatori palazzi romani. Tutti questi casi sono capitati nel profondo Nord.

Vediamoli uno per uno, a cominciare dall’ultimo in ordine di tempo. Tommaso Labate sul Riformista ha ben spiegato la vicenda di un concorso per otto impiegati di concetto per la Provincia di Brescia. Tutto comincia a fine dicembre 2008: le candidature sono oltre settecento, ma alla prima prova, quella scritta, si presentano in 240. A fine ottobre del 2009 escono le graduatorie, che vedono 38 ammessi al passo successivo, la prova orale. Di questi, l’anno dopo, otto vengono decretati vincitori. Qui però comincia il bello: la provincia è in mano al leghista Daniele Molgora nonché sottosegretario all’Economia; e sono leghisti ben cinque vincitori su otto. O meglio leghiste. C’è la figlia di un candidato alle ultime regionali, la nipote di un assessore provinciale all’istruzione, la moglie del vicesindaco di Brescia e due collaboratrici dell’assessore provinciale alle attività produttive. Non c’è che dire: un pokerissimo verde per i leghisti bresciani.

Lo scandalo arriva poco dopo lo scoppio di una vicenda abbastanza simile in Piemonte, ossia la parentopoli che ha visto protagonista l’emergente Roberto Cota. Alla sua corte, ad esempio, lavora la figlia del capogruppo della Lega in consiglio regionale Mario Carossa, così come assieme al braccio destro del governatore, l’assessore Mario Giordano, lavora la moglie del responsabile comunicazione dello stesso Cota. Un andazzo che alla regione si replica anche per gli altri partiti: tantissimi i casi nel Pdl, anche se alla fine il virus contagia anche i micropartiti della maggioranza come quello dei Pensionati e dei Verdi-Verdi.

Quando non c’è da sistemare un parente, ai leghisti piace scorazzare in auto blu. È il caso di Edouard Ballaman, presidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, costretto alle dimissioni perché amava utilizzare la propria auto di servizio per fini personali. Come le vacanze a Caorle assieme alla moglie oppure le corse da e per l’aeroporto in occasione del viaggio di nozze. In tutto si tratterebbe di una settantina di escursioni a carico dei contribuenti in poco più di un anno e mezzo, dal maggio 2008 al marzo 2010.

Non si è invece dimesso da consigliere regionale il giovane leghista Angelo Ciocca, che anzi ha potuto godere del perdono di Bossi in persona che non ha voluto «buttarlo fuori», per usare le sue stesse parole. Nonostante quello di Ciocca sia il caso più imbarazzante per il Carroccio. A luglio il consigliere pavese è finito nell’indagine dei magistrati milanesi sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord. Sebbene ancora formalmente non indagato, Ciocca viene fotografato mentre incontra il boss Pino Neri: gli inquirenti ipotizzano che l’oggetto dell’incontro fosse la vendita a Ciocca di un appartamento a un prezzo vantaggioso in cambio dell’interessamento a far eleggere un proprio candidato.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/carrocciopoli-brescia-concorso-leghiste-548977/

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/121246/scandali_in_salsa_padana_la_lega_diventa_ladrona


INGIUSTIZIA

Una storia di ordinaria ingiustizia. La racconta Wilma Petenzi su Brescia Oggi.

“Nessuno potrà restituire il lavoro che amavano, nessuno potrà cancellare le umiliazioni, la rabbia, i mesi in galera, gli insulti e le minacce delle altre detenute. Nessuno potrà restituire loro la serenità, non potranno riavere la vita di prima, non potranno cancellare la paura, l'ansia, gli anni di processi, ma una parte della sofferenza è stata riparata.

I Giudici della corte d'appello di Brescia hanno accolto la richiesta di «riparazione per l'ingiusta detenzione» presentata lo scorso 14 marzo da due insegnanti della scuola materna comunale Sorelli accusate di aver abusato dei bambini che erano incaricate di accudire, detenute per dieci mesi e ai domiciliari per un altro anno e assolte in tutti i gradi di giudizio. Assistite dagli avvocati Massimo Bonvicini e Elena Frigo e Piergiorgio Vittorini e Paolo De Zan, le due maestre hanno ottenuto la riparazione. I giudici hanno stabilito che lo Stato deve risarcire a ogni maestra 299.520 euro. L'ordinanza è già esecutiva.

«È un decisione molto importante», commenta l'avvocato Bonvicini. Le maestre non hanno ottenuto il massimo (500mila euro) ma la cifra corrisposta per ogni giornata di detenzione ingiusta è stata raddoppiata. La scelta dei giudici (Enzo Rosina, presidente, con Anna Maria Dalla Libera e Carlo Bianchetti) dipende dal fatto che le due insegnanti si sono difese fin dalla prima fase dell'inchiesta ricorrendo al tribunale del riesame, che la detenzione è stata piuttosto prolungata (con settimane di isolamento e parte dei domiciliari in versione "ristretta"), che per le due insegnanti è stato impossibile essere reintegrate nella precedente attività lavorativa e che le accuse erano particolarmente infamanti. Ma le accuse non hanno retto: le due maestre, con gli altri imputati, sono state assolte in primo grado; l'assoluzione è stata confermata in appello e diventata definitiva lo scorso maggio con la conferma dei giudici di Cassazione. Per i giudici alla scuola Sorelli «non ci fu alcun abuso sessuale sui bambini». E le due maestre, una di 57 e una di 59 anni, hanno quindi ottenuto che lo Stato ripari il danno subito con l'ingiusta detenzione. Le indagini sull'intero corpo docenti e non docenti della scuola comunale «Sorelli», nel centro storico cittadino, erano iniziate nel maggio del 2003, dopo la denuncia sporta da una famiglia. Qualche mese dopo, a settembre, le due maestre erano state arrestate e rinchiuse in cella. A loro sostegno c'era anche stata una fiaccolata all'esterno del carcere di Verziano, dove le maestre erano detenute in isolamento. Un anno dopo, nel giugno 2004, la procura aveva chiuso le indagini per sei maestre, tre bidelli e tre sacerdoti per abusi su 23 bambini, commessi all'interno della scuola, ma anche in luoghi esterni all'edificio scolastico. A luglio, dopo dieci mesi di detenzione, le due maestre avevano ottenuto i domiciliari ristretti. A settembre gli indagati avevano chiesto di essere processati al più presto e a novembre era iniziato il processo per otto imputati (sei maestre, un bidello e un sacerdote). Nel luglio del 2005 le due maestre erano tornate libere, nel febbraio 2007 la procura aveva chiesto una condanna di 125 anni per gli imputati, ma i giudici di primo grado, il 7 aprile del 2007, avevano emesso un verdetto di assoluzione, confermato nell'ottobre del 2008 in appello e nel maggio scorso dalla Cassazione. Ora l'ultimissimo atto: per i giudici lo Stato deve riparare il danno.”


AVVOCATOPOLI

DA BRESCIA A REGGIO CALABRIA. COSI’ IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, MARIASTELLA GELMINI, DIVENTO’ AVVOCATO.

L'esame di abilitazione all'albo nel 2001. Il Ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito».

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini.

La notizia, stupefacente è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, Presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame. Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%. Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini.

Va be' ! Però una volta divenuti avvocati, pur con concorso truccato, ci si deve attenere alla correttezza e alla probità. O no ?!?

Sostituiva la sorella gemella quando era giudice di pace.

Si è concluso con due condanne il processo in tribunale a Brescia nei confronti di due gemelle milanesi di 54 anni coinvolte in una vicenda di falso ideologico. Gabriella e Patrizia Odisio sono due gemelle molto somiglianti tra loro. Ma solo la prima all'epoca dei fatti, tra il 1998 e il 2001, era già avvocato: la seconda lo è diventata successivamente.

Nonostante questo Patrizia Odisio, sfruttando la somiglianza, sulla base di quanto denunciato da un vigile urbano in pensione, avrebbe sostituito la sorella, d'accordo con lei, durante le udienze.

Questo sarebbe avvenuto, in particolare, quando Gabriella Odisio era impegnata come giudice di pace. Il pensionato se n'è accorto e ha sporto denuncia. Le due sorelle sono state condannate a un anno e tre mesi, con la sospensione della pena, per falso ideologico. Gabriella Odisio era accusata anche di truffa e falsità ideologica in certificato amministrativo, ma è stata assolta da queste accuse. Le due gemelle non si sono mai presentate in aula durante il processo a Brescia.

http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_04/stella_dbaef098-7a47-11dd-a3dd-00144f02aabc.shtml

http://milano.repubblica.it/dettaglio/brescia-sostituiva-la-sorella-gemella-quando-era-giudice-di-pace:-condannate/1764436


USUROPOLI

TASSO AL 446%: NON E’ USURA !!

Le archiviazioni dei procedimenti penali, inibiscono ogni forma di ribellione e di lotta contro il reato di usura e di estorsione. Ogni proclama a tutela delle vittime è solo specchio per le allodole, perché senza condanna non c’è indennizzo statale.

La sig.ra Lorena Sacchi di Brescia combatte da anni contro il sistema dell’usura e dell’estorsione. Per quanto le riguarda, a fronte del tasso usurario del 446 % a suo danno riscontrato dal perito della Procura di Brescia, inspiegabilmente lo stesso Ufficio requirente ha richiesto l’archiviazione del procedimento 9097/02 RG. L’opposizione presentata ha avuto esito negativo. Con i tempi della giustizia il reato di estorsione è prescritto, ben 6 anni di fase di indagini preliminari.

Non si deve pensare che questi tipi di reati siano di pertinenza esclusivamente meridionale, per il sol fatto che la magistratura archivia e i media tacciono. Sotto la cenere del perbenismo cova una coltre di illegalità impunita e sottaciuta e a farne le spese sono tantissimi cittadini come la sig.ra Sacchi. Dai dati ufficiali, riscontrabili su www.controtuttelemafie.it al link malagiustiziopoli, si evidenzia che solo 4 reati su 100 sono puniti, e solo il 69 % dei reati è denunciato.

 http://www.adnkronos.com:80/IGN/UGC/?ugcid=14280 


SICUREZZOPOLI

Si è concluso in data 14 luglio 2009 con le condanne di otto poliziotti a pene fino a 8 anni e mezzo di reclusione il processo che li vedeva accusati di aver costituito un’associazione per delinquere abusando del proprio potere mentre erano in servizio alle Volanti o alle Scorte tra il 2002 e il 2005.

Le condanne sono state emesse dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, che hanno dichiarato estinto il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione del promotore dell’organizzazione e dei due ideatori ed esecutori dei reati.

I condannati sono agenti che lavoravano presso la Squadra Volanti della Questura di Milano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, in alcune occasioni si sarebbero fatti corrompere dagli spacciatori che perseguivano. Nel capo d'imputazione si legge che sono state eseguiti "una serie indeterminata di delitti, tra i quali peculati, furti, falsi in atto pubblico e perquisizioni".

A volte accettavano promesse "di pagamento della metà del valore dello stupefacente rinvenuto", altre volte "fingevano una regolare operazione di polizia allo scopo di impossessarsi di stupefacente e del denaro di prezzo dell’acquisto".

Di stesso tenore è l’atteggiamento tenuto dal tribunale di Brescia. Nell'ottobre del 2008 la condanna a 2 poliziotti, rispettivamente a 5 anni e 4 mesi e ad un anno e sei mesi, al termine del processo con il rito abbreviato. In data 13 luglio 2009 altre tre condanne ai poliziotti accusati a vario titolo e con responsabilità diverse di rapina e estorsione. Tre anni, un anno e 11 mesi, otto mesi. Secondo l'accusa i poliziotti in forza ai tempi alla questura di Brescia avrebbero preteso droga e cellulari durante alcuni controlli nei confronti di alcuni spacciatori.

http://ilgiorno.ilsole24ore.com/milano/2009/07/14/205366-abuso_potere_mentre_erano_servizio.shtml

http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/69414_rapina_e_estorsione_poliziotti_condannati/


MAGISTROPOLI

La Squadra Mobile di Caserta ha eseguito nelle prime ore del 15 novembre 2010 un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Tribunale di Napoli, su richiesta della DDA partenopea, nei confronti di tre esponenti della fazione del clan dei Casalesi, guidata da Francesco Bidognetti detto «Cicciotte e mezzanotte», accusati di partecipazione ad associazione mafiosa e violenza privata aggravata dal ricorso al metodo mafioso. Tra i venti amministratori, funzionari ed appartenenti al corpo della Polizia Municipale di Castel Volturno, coinvolti nell'indagine della Squadra Mobile di Caserta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, figurano anche l'ex sindaco Francesco Nuzzo, magistrato alla Procura Generale di Brescia, che era a capo di una giunta di centrosinistra e l'attuale sindaco, Antonio Scalzone, del Pdl. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso in associazione di tipo mafioso, abuso d'ufficio, falso ideologico e materiale, in relazione - è spiegato in una nota della Questura di Caserta - ad una serie di condotte illecite posto in essere, tra il 2004 e 2008, al fine di agevolare e consentire l'esercizio abusivo di una struttura ricettiva risultata appartenente ad un imprenditore organico al clan dei Casalesi, poi divenuto collaboratore di giustizia. I provvedimenti sono stati emessi a conclusione di una complessa indagine della Polizia di Stato, coordinata dalla Procura Antimafia di Napoli, sull'attività intimidatoria posta in essere, nell'autunno di due anni fa, da uno dei destinatari delle tre ordinanze cautelari, il capo dell'ala stragista della cosca, Giuseppe Setola, nei confronti di amministratori del comune di Castelvolturno al fine di condizionarne le scelte nell'aggiudicazione dei lucrosi appalti previsti per il risanamento del litorale domitio.

Le accuse. Sono durissime le accuse mosse dagli inquirenti ad amministratori ed ex amministratori di Castelvolturno coinvolti nell'inchiesta della Dda di Napoli. Dagli atti emergono, tra gli altri episodi, due tangenti, una da 107.000 e l'altra da 200.000 euro, che l'ex sindaco Francesco Nuzzo e l' ex vicesindaco Marcello Lorenzo avrebbero chiesto per autorizzare la costruzione di un centro commerciale. Nuzzo, inoltre, è accusato di concussione sessuale: avrebbe chiesto prestazioni sessuali a una giovane rumena in cambio di un posto di lavoro. Come si evince dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alessandro Buccino Grimaldi su richiesta dei pm Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Raffaello Falcone ed Alessandro Milita, Nuzzo, Lorenzo e il sindaco Antonio Scalzone, in particolare, sono accusati di aver consentito all'imprenditore colluso Gaetano Vassallo, oggi collaboratore di giustizia, di aprire l'Hotel Vassallo «in dispregio di tutte le normative vigenti»; Nuzzo e Marcello «si adoperavano in favore di Raffaele Gravante, imprenditore affiliato al clan dei casalesi ed effettivo gestore della società Secur Sud, consentendogli l'aggiudicazione di servizi di vigilanza al Comune di Castelvolturno nonchè in favore di Nicola Ferraro, imprenditore affiliato al clan dei casalesi, consentendogli l'aggiudicazione dell'appalto relativo alla gestione dei rifiuti a Castelvolturno». Scalzone, Nuzzo e Lorenzo, secondo l'accusa, «si accordavano con i vertici del gruppo Bidognetti, fornendogli la piena disponibilità, in caso di elezione, a consentire a ditte nella disponibilità del clan dei casalesi e anche indicate da Luigi Guida quale referente del clan, l'aggiudicazione di appalti pubblici o di subappalti per opere di ingente valore economico in corso di esecuzione nel Comune di Castelvolturno, ricevendone quale corrispettivo l'appoggio elettorale e di voti dagli esponenti del gruppo Bidognetti operanti sul territorio di Castel Volturno».

La camorra si era infiltrata nel comune di Castel Volturno. I pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che hanno coordinato l'attività investigativa della squadra mobile di Caserta avrebbero «svelato la contiguità e le connivenze di amministratori, funzionari - spiegano alla Dda - impiegati e pubblici ufficiali con l'organizzazione dei casalesi e con il gruppo Bidognetti egemone in quel comprensorio». Tra gli indagati vi sono anche degli insospettabili, tra cui l'ex sindaco di Castel Volturno, Francesco Nuzzo, sostituto procuratore generale a Brescia e l’attuale primo cittadino Antonio Scalzone. In sostanza, Nuzzo e Scalzone nei cui confronti «il gip pur escludendo i relativi gravi indizi dell'associazione mafiosa» ha riconosciuto «la contiguità dei citati al clan dei casalesi - gruppo Bidognetti». Il gip ha evidenziato alla luce delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia la presunta «sussistenza di accordi che avrebbero garantito la disponibilità delle amministrazioni a trattamenti di favore per la consorteria camorristica - si legge nel provvedimento - in particolare nella aggiudicazione ad imprenditori organici ai Bidognetti di lucrosi appalti». Nuzzo,e Scalzone sarebbero rimasti coinvolti nella disputa tra gli uomini di Bidognetti e la cosca capeggiata da Francesco Schiavone. Dalla ordinanza di custodia cautelare emerge che Nuzzo fu addirittura sequestrato dai fedelissimi di Schiavone ma, per ritorsione, i bidognettiani si presentarono armati nei municipi di Casapesenna, San Cipriano d'Aversa e Casal di Principe, imponendo ai sindaci dell''epoca di dimettersi. L'ex sindaco è anche accusato di concussione sessuale nei confronti di una donna romena «priva di redditi, alla ricerca di un dignitoso e sicuro posto di lavoro». La donna sarebbe stata costretta «a sottostare a prestazioni sessuali in cambio di un posto di lavoro».

Il coinvolgimento di Nuzzo ha destato sconcerto tra gli abitanti di Castel Volturno che credono «in un grosso equivoco giudiziario nei confronti» del loro ex sindaco.

Nella primavera 2009 Ileana ha 42 anni. E' una donna rumena povera che cerca disperatamente lavoro. Diventa protagonista inconsapevole di uno dei due episodi di concussione di cui è accusato l’allora sindaco-magistrato Francesco Nuzzo. Pedinato e intercettato, fotografato dai poliziotti della squadra mobile. Passo dopo passo. Ileana cerca un lavoro, e tramite discusse e ambigue conoscenze, arriva al primo cittadino di Castel Volturno, che le promette un lavoro nella clinica Pineta Grande. «Le ho dato un posto di lusso — commenta il sindaco al telefono parlando con chi gliel’ha presentata — Ci doveva andare un’altra persona, ma ho tolto il posto di lavoro al titolare e ho messo Ileana. Ma lo sa che me la devo fottere?». L’appuntamento per la prestazione sessuale è preso, ma la donna rinvia: «Non mi sento preparata», ribadisce al sindaco più volte. E ancora: «Non l’ho mai fatto. Se lo faccio è perché sono disperata». Infine l’incontro, in auto nelle campagne di una masseria. Fotografati e intercettati. Qualche giorno dopo la donna rumena invia un sms al magistrato: «Vorrei ringraziarti per il bel lavoro che mi hai trovato. Mi hai preso in giro, grazie». Ileana non verrà assunta nella clinica Pineta Grande, direttore generale Antonio Rainone che, intanto, diventa assessore. Pur se incompatibile con la carica nell’ente ospedaliero. Il gip si dichiara territorialmente incompatibile sul caso Ileana circa l’emissione del provvedimento cautelare.

Scrive la Dda: «Al palmares di Nuzzo si aggiunge in senso metaforico “la ciliegina sulla torta”: la concussione sessuale ai danni di una povera donna straniera priva di redditi, alla ricerca di un dignitoso e sicuro posto di lavoro». Ma lo scambio di favori con il direttore generale Rainone continua. Per esempio Rainone chiede a Nuzzo di fargli avere dalla regione Campania il parere di conformità per la realizzazione del Centro di eccellenza sanitaria. Nuzzo chiede in cambio di prendere per la vigilanza un istituto poco pulito. Dice: «Ti volevo pregare di due cose... dico non ti lasciare sfuggire quella cosa... là…la vigilanza è il caso che ne parlo io con Schiavone (Schiavone Vincenzo, titolare della clinica Pineta Grande di Castelvolturno) o no?... Perché questi ci servono, a noi». E ancora: il vice sindaco Lorenzo Marcello suggerisce a un imprenditore che voleva costruire un centro commerciale a Castelvolturno di versare la somma in denaro di circa 107 mila euro, suddivisa in quattro rate da 25 mila euro e poi in una rata di euro 7.500, prospettandogli la tangente come condizione necessaria per il rilascio delle autorizzazioni. Il gip sottolinea il doppio volto degli amministratori pubblici. Di Nuzzo: «Da un lato si presentava come espressione ed alfiere della volontà di cambiamento e di abbandono dei pregressi modelli di comportamento deviato e dall’altro non esitava, sin da un momento antecedente alla propria elezione e in previsione della stessa, a scendere a patti con i dirigenti della banda bidognettiana». E del vice sindaco Marcello: «Appariva come vittima innocente della stagione del terrore imposta da Giuseppe Setola e dai suoi accoliti nella provincia di Caserta mentre in realtà era stato sino a quel momento il pubblico amministratore più intensamente e profondamente legato al gruppo criminale facente capo alla famiglia Bidognetti». Nuzzo viene intercettato in molte occasioni. Anche quando si rivolge al suo autista e tuttofare per contattare una cantante (che ha anche partecipato al festival di Sanremo) e invitarla a una manifestazione canora a Castel Volturno. L’artista è parente di camorristi. Dunque il sindaco-magistrato chiede al suo autista, vicino ai Casalesi, di chiamare i parenti della mala perché lui non vuole esporsi. Spiega al suo autista: «Ti devi far dare il numero di telefono senza dire che lo voglio io, se no ci arresta, ci arrestano la camorra a me e a te…l’Antimafia… Questo tiene il telefono sotto controllo e tu neanche lo sai…non sia mai Dio, tu che diresti: il sindaco di Castelvolturno vuole il numero di telefono di tua cugina, si scatenano l’Antimafia, la Dda...". Dice il pentito Luigi Guida: «C’erano accordi per le gare d’appalto relative al polo nautico di Villa Literno, all’ampliamento della darsena in Castel Volturno, alla costruzione di un campo da golf nel Villaggio Coppola e alla costruzione dell’ospedale...».

http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=126782&sez=CAMPANIA

http://www.ilgiornale.it/interni/le_lunghe_mani_camorra_appalti_indagati_sindaci_funzionari_e_magistrato/16-11-2010/articolo-id=487180-page=0-comments=1

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/11/15/news/sssssss_ssssssss-9154500/

LA BANDA IN DIVISA.

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».

http://www.unita.it/news/82144/la_banda_in_divisa


IMPUNITOPOLI

Giudice fannullone per cinque anni Assolto: "La moglie l'ha lasciato...". Fatto allucinante di abusi ed impunità riportato da “Il Giornale”.

Non stava bene, il giudice. E non da ieri. A dire il vero, erano anni che aveva la testa altrove. Cinque anni. Così preso dai suoi problemi familiari, il magistrato, da accumulare fascicoli sulla sua scrivania. Un monte di carte. Però non s’è arreso. O meglio, non ha mollato la presa. Quell’ufficio l’ha tenuto occupato, pur facendo poco o nulla di quanto gli veniva richiesto. E anche se a mezzo servizio (e forse anche meno), ogni mese è passato all’incasso. Stipendio e anzianità di servizio. Insomma, quel che si dice una carriera. Finché il giocattolo si è rotto. Finché, cioè, qualcuno non ha presentato un esposto al Csm e una denuncia penale. Così il magistrato è stato rinviato a giudizio dal gip di Brescia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio. Con il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. E con l’imputato che ha ammesso che era vero, aveva accumulato ritardi, ma il fatto è che la moglie l’aveva lasciato e per questo non riusciva più a lavorare. E per dire quanto stava male, ha spiegato che il problema non riguardava solo il caso per cui si trovava a processo, ma qualcosa come 300 (trecento!) fascicoli. E com’è andata a finire? Assolto nel giro di una mattinata. Per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè, mica colpa sua. È che da quando la consorte l’ha mollato non ce l’ha più fatta.

La storia di Giuseppe Maria Blumetti, giudice della sesta sezione civile del Tribunale di Milano, parte da lontano. E inizia, più o meno, dieci anni fa. Quando sulla sua scrivania finisce una causa di separazione come ce n’è a migliaia nel Palazzaccio del capoluogo lombardo. Una pratica banale. Il magistrato era chiamato a stabilire - sulla base di una perizia - il valore di alcuni beni attribuiti da una precedente sentenza a un marito, ma che la moglie aveva fatto sparire. In altre parole, l’uomo - non potendo mettere le mani su quei beni - chiedeva di poterne almeno monetizzare il prezzo. Nel 2001, inizia la causa per l’accertamento del valore. Nel 2003, viene depositata la perizia (che fissa la cifra di 230mila euro). Poi, il buio. Codice alla mano, il giudice avrebbe avuto 30 giorni di tempo per firmare la sua ordinanza. Ma siccome siamo in Italia, come spesso accade quei trenta giorni vengono dilatati dal processo civile. Due mesi. Tre mesi. Sei mesi. Un anno. Due. Niente. La sentenza non arriva. L’avvocato che segue la causa tra marito e moglie cerca di sollecitare la pratica, ma dall’ufficio del giudice nessuna risposta. I colleghi del magistrato allargano le braccia, ammettendo di essere a conoscenza del problema ma non sapendo come risolverlo. Fino a quando il legale non decide che la misura è colma, e nel 2008 - cioè, dopo cinque anni di inutile attesa - presenta un esposto al Consiglio superiore della magistratura (che avrebbe sospeso la toga dalle funzioni) e una denuncia penale. E così il giudice «lumaca» finisce a processo.

Quel che accade davanti al collegio della I sezione del tribunale di Brescia, però, ha il sapore del grottesco. La prima udienza, infatti, è anche l’ultima. Al pubblico ministero e all’avvocato di parte civile, che si attendevano un’udienza «filtro» per iniziare a discutere del caso, viene comunicato che la vicenda va affrontata senza perdere altro tempo, che si procede all’immediata discussione, che ci sarà la camera di consiglio e la sentenza. È il 18 marzo 2010. Il giudice-imputato spiega al collegio che la ragioni di quel ritardo erano dovute al suo stato di prostrazione psichica (e a riprova porta due perizie), e che le sue difficoltà l’avevano portato a trascurare qualcosa come 300 fascicoli che gli erano stati affidati. Non esattamente un’attenuante. Avrebbe potuto prendersi un periodo di malattia, un’aspettativa, ammettere di non essere in grado di fare fronte al carico di lavoro e passare la mano a qualche collega. Avrebbe potuto - extrema ratio - persino dimettersi. E invece no. Ha accumulato ritardi su ritardi. E pace a chi chiede alla giustizia di essere - se non rapida - almeno decente. Il Tribunale, però, l’ha assolto per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè non c’è il dolo, e - soprattutto - l’imputato era afflitto da una condizione che gli impediva sì di assolvere le sue funzioni, ma non di vedersi accreditato lo stipendio ogni mese, per dodici mesi, nei cinque anni in cui non ha fatto nulla. Ma se non poteva lavorare, per quale ragione non l’ha responsabilmente ammesso prima di mettere un’altra zavorra al sistema? Tant’è, assolto. Subito. Nel giro di una mattinata. In due ore. E poi si dice che non esiste il processo breve.

http://www.ilgiornale.it/interni/giudice_depresso_puo_fare_fannullone/14-04-2010/articolo-id=437541-page=0-comments=1