
I BERGAMASCHI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI?!?
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
EVASOPOLI
FUNZIONARIO AGENZIA DELLE ENTRATE AIUTA GLI EVASORI
Frode al Fisco da 90 milioni. Quattro persone già in cella
Una commercialista 43enne di Romano di Lombardia,, due suoi ex collaboratori (un 58enne di Romano e un 61enne di Castelli Calepio), un 44enne rappresentante legale di alcune imprese edili con sede a Fontanella, due cittadini polacchi (una donna di 42 anni e un uomo di 43 anni). Sono i destinatari delle sei ordinanze di custodia cautelare in carcere - quattro delle quali già eseguite - emesse nell'ambito dell'inchiesta della Gdf di Treviglio per una presunta frode fiscale nel settore edile che avrebbe sottratto alle casse dell'erario circa 13 milioni di euro.
In totale gli indagati sono oltre 50: fra loro anche un funzionario dell'Ufficio Entrate di Chiari per un caso di corruzione: l'uomo è stato sospeso dall'esercizio pubblico per due mesi.
Fra i reati contestati anche l'associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla truffa aggravata. Il giro di fatture false scoperto ammonterebbe a 90 milioni di euro, con compensazioni indebite dell'Iva per 13 milioni. Il denaro ricavato dalla truffa sarebbe stato trasferito in Liechtenstein.
Sono 56 le aziende, per lo più con la sede nella bassa bergamasca, coinvolte nell'inchiesta: secondo l'accusa, l'ingegnoso sistema funzionava con la costituzione di società edilizie di comodo. Al termine dei lavori le aziende prestanome - intestate perlopiù ai cittadini polacchi, che ricevevano uno stipendio per far finta di nulla - emettevano fattura consentendo alla committente da un lato di portare in deduzione il costo del personale e dall'altro di detrarre quell'Iva di cui non avrebbe potuto usufruire eseguendo i lavori in proprio. Si veniva così a realizzare un consistente credito Iva utilizzato per compensare altri debiti, senza versare nulla.
http://www.eco.bg.it/EcoOnLine/CRONACA/2008/04/17_Frode.shtml
SICUREZZOPOLI
Carabinieri e vigili indagati. Si è abbattuta un'autentica bufera sull'Arma dei carabinieri in provincia di Bergamo: otto militari, tra cui il comandante della Compagnia di Treviglio sono finiti nei guai perchè accusati a vario titolo di peculato, ricettazione, associazione a delinquere, violenza e favoreggiamento. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bergamo ha emesso oggi undici provvedimenti restrittivi, di cui tre ordinanze di custodia cautelare in carcere per una serie di episodi che risalgono all'inizio del 2007 e che vedono coinvolti anche due vigili urbani di Cortenuova (Bergamo) e uno studente bergamasco.
L'INCHIESTA - Le indagini sono partite dalla denuncia di un carabiniere e sono state condotte in collaborazione con i carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura. Secondo le accuse, le undici persone si sarebbero rese responsabili di otto episodi di violenza a carico perlopiù di cittadini extracomunitari. Gli indagati, con indosso la divisa d'ordinanza, viaggiavano a bordo di un'auto con targa rubata, preferibilmente il venerdì sera, e organizzavano posti di blocco con perquisizioni e sequestri abusivi di telefoni cellulari, droga e denaro. In alcuni casi carabinieri e vigili urbani si sarebbero resi responsabili anche di aggressioni e pestaggi. Tra coloro che sono finiti nei guai c'è anche il comandante della compagnia di Treviglio, Massimiliano Pani; per lui il giudice per le indagini preliminari ha chiesto il divieto di dimora in provincia di Bergamo. Il reato contestatogli è di intimidazione nei confronti di due carabinieri che avrebbero manifestato la volontà di denunciare i fatti di cui erano a conoscenza. Uno di loro ha poi presentato una denuncia, l'altro ha deposto come testimone. In carcere sono così finiti due carabinieri e un vigile urbano; arresti domiciliari, invece, per un altro carabiniere e un altro agente. I tre militari sono stati immediatamente sospesi dal servizio a tempo indeterminato.
TRASFERIMENTI - Sei i divieti di dimora, dei quali quattro in provincia di Bergamo. I carabinieri raggiunti da questo provvedimento saranno invece trasferiti in un'altra sede, fuori dalla provincia di Bergamo. «Aspettiamo con fiducia lo sviluppo delle indagini - ha commentato in serata il comandante provinciale dei Carabinieri, Benedetto Lauretti -. La nostra preoccupazione è ora di garantire la continuità della sicurezza nella zona della Bassa Bergamasca, provvedendo ad inviare altri carabinieri al posto di coloro che sono stati raggiunti dai provvedimenti restrittivi».
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/07_Luglio/05/carabinieri_bergamo
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=4651&sez=HOME_INITALIA
BREMBATE
SOPRA
QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI
26 novembre 2010, la scomparsa - 26 febbraio 2011. Yara, finita la speranza. Come Sarah Scazzi di Avetrana, i fratellini di Gravina di Puglia, Ciccio e Tore, Elisa Claps ed Ottavia de Luise di Potenza. Come migliaia in Italia.
Trovato il corpo: era a 300 metri dal Centro delle ricerche. Incredibili analogie col caso dei fratellini di Gravina, trovati morti in un pozzo, nel centro del paese, dove nessuno aveva guardato.
Il tenue filo a cui erano ancora aggrappate le speranze dei genitori di Yara Gambirasio si è spezzato nel pomeriggio di sabato 26 febbraio 2011, quando è stato rinvenuto il corpo senza vita della 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate Sopra. Il cadavere della ragazzina, praticamente scheletrito, giaceva in un campo in località Madone, a pochi chilometri da casa sua, in un'area incolta, in prossimità del Centro di coordinamento delle ricerche che dista neppure 300 metri dal luogo del ritrovamento. Il corpo della tredicenne è stato rinvenuto in una campo tra Madone e Chignolo d'Isola, a una decina di chilometri da Brembate di Sopra, il paese in cui la ragazza viveva con la famiglia, e a poche centinaia di metri dal centro di coordinamento delle ricerche. Era abbandonato in un campo incolto, fra l'erba alta, in posizione supina con braccia e gambe leggermente allargate. Sul collo e sulla schiena, stando a prime informazioni, sarebbero stati trovati segni di un'arma da taglio, forse un coltello. Yara era ferita anche sui polsi, cosa che potrebbe testimoniare un'eventuale colluttazione della ragazzina con il suo o i suoi aguzzini. Le ferite sul corpo dell'adolescente, però, potrebbero anche essere segni dovuti all'azione degli agenti atmosferici sul cadavere. Ed è giallo su come il suo corpo possa essere arrivato in quel campo. C'è chi sostiene che possa essere stato portato lì addirittura nella mattinata. Gli investigatori hanno ascoltato un testimone che dice di aver visto un'auto partire a tutta velocità dal sentiero dove è stato rinvenuto il corpo. Lo stato di decomposizione, però, sembra rendere insostenibile questa tesi. Il corpo si presenta in parte mummificato e in parte scheletrito. C’era anche il porta chiavi e l’apparecchio ortodontico, l'ipod, la sim e la batteria del cellulare che la ragazzina portava al momento della scomparsa. Essendo in stato di decomposizione avanzato, a dire dei primi soccorritori, il cadavere sembrava particolarmente fragile. Gli accertamenti immediati dovranno stabilire se il corpo sia rimasto in quel posto sin dal giorno della scomparsa della ragazzina oppure se vi sia stato trasportato in seguito. La prima ipotesi getterebbe pesanti ombre sul lavoro degli investigatori: in tal caso vi sarebbero analogie col caso dei fratellini di Gravina trovati morti in un pozzo a due passi dal municipio del loro paese e cercati altrove, mentre a tutti sfuggiva quello che avevano sotto il naso.
Il cadavere era in avanzato stato di decomposizione e il riconoscimento formale è venuto dai genitori Maura e Fulvio Gambirasio, all'istituto di Medicina legale di Milano. E’ stato forse il momento più atroce che mai nessun papà o mamma al mondo sicuramente vorrebbe vivere. Prima di varcare l'ingresso dell’obitorio la signora Maura straziata dal dolore si è rivolta al capo della polizia di Bergamo, il questore Vincenzo Ricciardi: «Perché in questi mesi ci avete detto che Yara era viva? Sulla base di cosa? È stata trovata morta dopo tre mesi. Se per di più il corpo è sempre rimasto nel luogo dove è stato scoperto che cosa vi portava a dire che era ancora viva?» Secondo gli inquirenti è più probabile che Yara sia stata uccisa a coltellate, dopo un tentativo di autodifesa, nelle ore immediatamente successive alla sua sparizione e che il suo corpo sia rimasto tra le sterpaglie di Chignolo d’Isola per i successivi tre mesi. Appunto. In quel campo effettuate soltanto ricerche marginali. Gli inquirenti avrebbero accertato che le ricerche in quel campo furono condotte il 12 dicembre 2010 da un gruppo di circa 15 persone che in quella giornata si occupò delle zone di Bonate Sopra (l'area del tiro al piattello), Terno D'Isola (le aree adiacenti il cimitero) e Chignolo D'Isola (la zona di via Bedeschi). Il gruppo delle ricerche, che comprendeva dieci volontari della Protezione Civile, due carabinieri e almeno un'unità cinofila, si sarebbe diviso in due diverse direzioni: una che portava verso un'area di alberi, alle spalle del campo dove sono stati trovati i resti, e una verso un torrente che scorre parallelo allo sterrato."Pensavo di trascorrere un pomeriggio di distensione, invece la notte non ho dormito. Sono molto scosso, sto male". A parlare è Ilario Scotti, impiegato 48enne di Bonate Sotto, l'uomo che quel sabato pomeriggio verso le 15.30 ha trovato il corpo di Yara Gambirasio a Chignolo d'Isola. "E' stato solo un caso - ripete nell'intervista pubblicata da L'Eco di Bergamo - un caso fortuito. Di solito faccio atterrare l'aeroplanino ai miei piedi, sull'asfalto, non nel prato. Ma l'aereo ha compiuto una traiettoria anomala, non volava bene così l'ho fatto scendere nel campo, per evitare che cadesse e si rompesse". Quel modellino è così finito a terra, a un metro di distanza dal corpo di Yara. "Mi sono addentrato nel campo per recuperarlo - spiega - e quando l'ho trovato, a circa un metro ho notato qualcosa tra le sterpaglie. La prima impressione è di aver visto un mucchio di stracci buttati lì da qualcuno. Ma appena mi sono reso conto che si trattava di una persona ho chiamato il 113". Ilario Scotti conosceva la storia di Yara, ma al momento non pensava fosse la 13enne scomparsa tre mesi prima da Brembate Sopra. "All'inizio credevo si trattasse di un ragazzo, solo dopo l'arrivo degli inquirenti mi sono reso conto che poteva essere lei". La zona è molto frequentata e gli uomini della protezione civile l'avevano già perlustrata: possibile che quel corpo sia rimasto lì tre mesi senza che nessuno lo vedesse? Per l'appassionato di aeroplanini sì. "Se il mio aeroplanino non fosse finito proprio in quel punto non l'avrei mai vista, era nascosta dalle sterpaglie".
A centinaia, intere famiglie con bambini, si avviano in processione verso il luogo dove è stata ritrovata la piccola campionessa di ginnastica ritmica. C’è pietà, c’è dolore, c’è anche pura curiosità, la stessa, inevitabile, che ogni volta, in occasioni del genere alimenta il turismo del macabro, come ad Avetrana. Un altarino improvvisato. Decine di mazzi di fiori bianchi lasciati accanto al nastro che transenna la zona.
A Brembate è in vigore un’ordinanza comunale che vieta ai cronisti di stazionare davanti a quella che è stata la residenza della piccola vittima.
«Oggi 15 gennaio 2011 alle ore 15, visti la situazione venutasi a creare, i comunicati non corrispondenti alla verità e il coinvolgimento di persone che nulla hanno a che vedere con il grave fatto accaduto, si chiede l’assoluto silenzio stampa per dar modo agli inquirenti e alle forze dell’ordine di svolgere l’attività investigativa con maggior serenità e tranquillità». Ancora più conciso il comunicato del sindaco che «invita gli organi di informazione ad abbandonare il suolo pubblico occupato e la cessazione delle attività finora svolte sul territorio». Sembra la giusta presa di posizione della famiglia di Sarah Scazzi o del sindaco di Avetrana. La comunità, a causa dell’evento delittuoso, ha subìto grave danno d’immagine per colpa di un certo modo di fare informazione. Invece no. Da questi nessuna ribellione contro i gossippari. Nonostante l’attacco mediatico sia stato meno strumentale e pregiudizievole ai danni di Brembate di Sopra, senza comparire come avevano fatto per l’appello del 28 dicembre, Fulvio Gambirasio e Maura Panarese si affidano a un comunicato. Appongono le loro firme e lo consegnano al sindaco Diego Locatelli che lo legge in una conferenza stampa organizzata nella sala consiliare. Ancora più conciso il comunicato del sindaco del 16 gennaio 2011 che invita la stampa, le troupe televisive in particolare, ad abbandonare il suolo di Brembate di Sopra. Dopo di che è la volta di un dipendente della Lopav-Pima, una ditta di coperture di Ponte San Pietro. I titolari sono stati blindati in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli per traffico di droga e riciclaggio. Si era parlato di rapporti di lavoro fra Fulvio Gambirasio e la Lopav e che il rapimento della figlia potesse essere interpretato come una ritorsione nei suoi confronti. Una ipotesi che non si era mai concretizzata. Alcune trasmissioni televisive, «Chi l’ha visto?» e «Quarto grado», hanno però irritato i dipendenti della Lopav che hanno fissato la loro protesta in un comunicato. In una trentina si sono presentati alla conferenza stampa. «Sono in corso attività ed indagini giuridiche nei confronti dell’amministratore della società Lopav-Pima (attualmente detenuto nel carcere di Bergamo). In attesa di verificare i fatti e la sussistenza di eventuali reati la società è gestita da un commissario straordinario nominato dal Tribunale. I dipendenti che lavorano per la società Lopav-Pima sono 110, l’indotto è di circa 250 persone. Siamo stati dipinti come “mafiosi, corrotti e persone non oneste”». E ancora: «In realtà siamo padri di famiglia, lavoriamo per guadagnare il nostro pane onestamente per le nostre mogli, i nostri figli e continuiamo a farlo con la dignità insegnataci dai nostri genitori. Il sistema mediatico sta creando un mostro inesistente allo stato dei fatti. Chiediamo il diritto e il rispetto di lavorare con tranquillità, senza dover essere additati da chiunque si avvicini ai nostri mezzi. Voi fate il vostro lavoro, con dignità e professionalità. Noi vorremmo fare altrettanto. Concedeteci questo sfogo: perché ogni volta che torniamo a casa la domanda dei nostri figli è “ma è vero papà che sei mafioso?”. Ditemi voi cosa possiamo rispondere. Vi ringraziamo ma è doveroso tutelare il nostro lavoro, i nostri figli e le nostre famiglie». Brembate di Sopra come Avetrana: stessa malasorte a causa di una giustizia inefficiente e di una informazione approssimativa.
Critiche su ricerche ed indagini formalizzate da Filippo Facci su “Libero-news”
Un
tempo si scriveva: la polizia brancola nel buio. Oggi guai a scriverlo, e
infatti nessuno l’ha sostanzialmente scritto per tre mesi: ma qualche parolina
sulle indagini - domanda - ora almeno possiamo dirla? Oppure il rispetto sacrale
per l’abnegazione dei nostri inquirenti deve esimerci dal giudicare demenziale
ciò che ci sembra demenziale?
Ieri i carabinieri sono tornati a recintare il terreno di Chignolo sul quale è
stata trovata Yara, questo per ordine del pubblico ministero Letizia Ruggeri;
ora: lasciamo anche perdere tutta la polemica sui controlli effettuati
inutilmente almeno due volte (con i cani) senza che nessuno vedesse nulla, non
facciamo innervosire ancora di più la Protezione civile di Bergamo, d’accordo,
rispettiamo il silenzio stampa: ma qualcuno ci spiega il senso della cosa? Il
sequestro è arrivato soltanto ieri, appunto, dopo il passaggio di decine di
persone e troupe televisive: davvero l’analisi del terriccio sarà egualmente
efficace e permetterà di capire se Yara sia stata lasciata lì subito dopo il
delitto, consumato quasi certamente il 26 novembre, cioè subito, cioè tre mesi
fa? E se è vero che i volontari che perlustrarono quella radura non sono sotto
accusa, e che nei giorni scorsi sono stati ascoltati solo per poter escludere
che Yara possa esser stata trasportata lì successivamente alla morte, diteci, in
definitiva perché nessuno si è accorto del cadavere per tre mesi? La
magistratura ha niente da rimproverarsi?
PISTE
SUGGESTIVE E VANE
Lo chiediamo non per leziosità, ma proprio perché intanto, per tre mesi,
rimiravamo l’impegno di chi organizzava battute di cani, fiumi e invasi dragati,
elicotteri, georadar, intercettazioni e rilevazioni satellitari, piste estere,
consulenze di genetisti, anatomopatologi, tecniche di reazione a catena delle
polimerasi, piste suggestive ma che ora paiono rigirare su se stesse, come in
tondo.
«Stiamo ascoltando persone già sentite in precedenza» hanno fatto sapere gli
investigatori di Bergamo. «Le attività di indagine non si fermano», ripetono.
Beh, forse dovrebbero, perché per quanto «è un indagine complessa e stiamo
lavorando su tante piste», come hanno pure detto ieri, dalla lista degli
indagati non è neppure ancora stato cancellato Mohamed Fikri, l’operaio 22enne
subito arrestato e subito rilasciato dopo aver addirittura fermato la nave dove
viaggiava.
C’è stata la pista dei parenti, degli amici, i tabulati telefonici, la pista dei
pozzi, hanno preso il dna praticamente di tutti i pregiudicati del bergamasco,
ora dicono - notare - che vorrebbero sottrarre il dna di alcuni soggetti a loro
insaputa (per esempio: raccogliendo un mozzicone di sigaretta) e però per farlo
occorrerebbe che il sospettato venisse indagato: ma «non ci sono indagati»,
fanno sapere. Chiaro come nebbia. Possiamo capire?
LE COLPE DEI
CRONISTI
Ma certo che la colpa è anche di noi giornalisti: siamo noi che ingigantiamo e
pompiamo e dilatiamo ogni singolo caso - ogni singola Yara - e mettiamo dunque
una pressione terribile addosso a inquirenti e poliziotti e volontari e tutti
quanti, siamo noi che facciamo articoli e servizi anche quando non c’è niente da
dire, siamo noi che impieghiamo minuti per dire soltanto «nessuna novità di
rilievo» o per rivelare che la famiglia di una ragazzina scomparsa ha ricevuto
la visita della zia e della cugina. Siamo anche noi dei soggetti da circo
(mediatico-giudiziario, d’accordo), ma non c’è niente di nuovo sotto il sole, in
questo. Ci volete più seri? Fateci capire. Dateci una mano.
Altra stoccata su come sono state svolte le indagini viene data da Matteo Pandini e Matteo Magri su “Libero-news”. Il sostituto procuratore di Bergamo Letizia Ruggeri, che indaga sul caso della povera Yara Gambirasio, è andata in ferie due settimane dopo la scomparsa della tredicenne trovata cadavere il 26 febbraio 2011. La ragazzina era stata inghiottita dal buio il 26 novembre 2010, dopo essere uscita dal centro sportivo del suo paese, Brembate Sopra. Era lo stesso giorno, quello, in cui il procuratore della Repubblica di Bergamo Adriano Galizzi festeggiava le ultime ore di lavoro prima di andare in pensione dopo 49 anni di brillante carriera nella magistratura. Quella sera, il caso finisce sulla scrivania della dottoressa Ruggeri. Gli inquirenti si tappano la bocca e iniziano a lavorare immediatamente. Ben sapendo che i primi giorni sono quelli che spesso risultano decisivi per risolvere i casi. Sembrava fosse così anche per il dramma di Brembate Sopra, visto che sabato 4 dicembre viene bloccato un marocchino di 23 anni, Mohamed Fickri. Era su un traghetto salpato da Genova. Le accuse sono pesanti: sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. Lunedì 6 dicembre è interrogato dal gip e dal pm Ruggeri nel carcere di via Gleno, ma nel giro di un amen viene rilasciato con tante scuse. L’impianto accusatorio si regge soprattutto su un’intercettazione che si scoprirà essere stata tradotta male. Passano pochi giorni. 10 dicembre. Gli inquirenti rompono il silenzio e organizzano una conferenza stampa nell’ufficio del procuratore aggiunto Massimo Meroni. Arrivano giornalisti da tutta Italia, si fa fatica a trovare spazio, ma i taccuini non annotano una notizia che sia una. Il motivo è semplice: non c’è nulla da dire, al di là di un pronostico che si rivelerà tragicamente sbagliato: «Yara è viva? Per noi sì, non ci sono indicazioni contrarie» afferma Meroni. La Ruggeri già non c’è. Ha salutato tutti per andare in ferie, con la speranza di tornare più rilassata e pronta a risolvere il caso. Purtroppo, le indagini faranno registrare novità solo il 26 febbraio, col ritrovamento del cadavere in un campo di Chignolo d’Isola. A poche centinaia di metri dal comando della polizia locale che era stato trasformato in centro di coordinamento delle ricerche. Da lì, sono piovute critiche contro i molti volontari bergamaschi ritenuti incapaci di scovare il corpicino. Anche loro, effettivamente, si erano presi dei giorni di ferie dopo la drammatica scomparsa della giovane. Ma per cercarla, gratis. Tanto che sono stati difesi dal viceprefetto di Bergamo Sergio Pomponio, mentre il ministro Roberto Maroni ha parlato di «polemiche vergognose». «Dopo la vicenda della piccola Yara i magistrati dovrebbero dimettersi» perchè «se avessero impiegato per le ricerche le stesse risorse e tecnologie che hanno speso per indagare sulle ragazze dell'Olgettina forse Yara sarebbe ancora viva». È quanto afferma Daniela Santanchè, sottosegretario all'Attuazione del Programma, secondo cui la riforma della giustizia è «necessaria e urgente». «Tutti chiedono le dimissioni di tutti - osserva Santanchè -. A Berlusconi per il Rubygate, a Bondi perchè è crollato un muro marcio a Pompei, a Rosi Mauro per la gestione dell'aula del Senato» mentre «perchè - chiede - non si possono chiedere le dimissioni dei magistrati e dei procuratori? Li ha toccati la mano di Dio?». "L'assurdità e il livore che connotano tale dichiarazione - si legge in un comunicato diffuso dagli inquirenti - sono tali che la stessa non meriterebbe alcun commento da parte della Procura di Bergamo." «Rivendico la libertà di critica per un'indagine che si è dimostrata finora inadeguata. La magistratura non può pretendere di avere, oltre all'immunità per i propri errori, il diritto di non vedere il proprio lavoro essere messo in discussione». Così Daniela Santanchè, sottosegretario al Programma di governo, replica alla nota del procuratore capo di Bergamo, Massimo Meroni, in risposta alle critiche della deputata del Pdl sull'indagine per l'omicidio di Yara Gambirasio. «Mi sorprende che un alto rappresentante di questa casta - prosegue la Santanchè - voglia zittire un rappresentante del governo, quando i suoi colleghi intervengono quotidianamente e pubblicamente su questioni politiche e legislative che non dovrebbero riguardarli. Adesso - conclude l'esponente del Pdl - mi aspetto che oltre al mio silenzio chieda anche le mie dimissioni».
Yara forse è morta di botte, di freddo e di stenti in quel campo dove è stata trovata. E intanto nulla è certo su come, quando, chi è perchè.
Da Andrea Scaglia da “Libero-news” il reportage della conferenza stampa del 16 marzo 2011. "Ora, non è che uno vuol per forza prendersela con gli investigatori: trovare il colpevole di un delitto è faccenda affatto semplice, e il caso della povera Yara è apparso complicato fin dal principio. Però insomma, capita di assistere alla conferenza stampa organizzata dal procuratore capo di Bergamo, Massimo Meroni, e certo un po’ basito rimane. C’è da dire che Meroni è il capo della Procura, non colui che ha seguito l’indagine giorno per giorno, ma comunque: come da copione il giornalista inizialmente chiede se c’è una pista, un indizio, anzi una cerchia di persone verso cui s’indirizzano le indagini a tre mesi dall’omicidio, e il magistrato risponde con un secco «no». E in effetti è comprensibile, anche se una traccia ci fosse non sarebbe certo rivelata ai cronisti davanti a microfoni e telecamere. Poi però, dopo aver bacchettato i giornalisti poiché «si è oltrepassata la misura, non è possibile andare avanti per mesi sentendo chiacchiere pubbliche fondate sul nulla», ecco che arriva quell’altra frase che suona se non sprezzante quasi beffarda, «non ci sentiamo di escludere nessun sospetto in tutto il mondo». Cos’è, una battuta?
Ma, ancora, il cronista rimane comunque stupìto da quell’altra risposta. Viene chiesto al procuratore della situazione giudiziaria in cui attualmente si trova Mohammed Fikri, il manovale marocchino inizialmente sospettato del delitto. E il magistrato, quello che si lamenta delle chiacchiere sul nulla, risponde che «Fikri? Non credo che verrà richiamato dal Marocco. Se è indagato? Credo che la collega abbia richiesto l’archiviazione». Credo? Non credo? Ma scusi, a chi bisogna chiedere per sapere qualcosa di certo?
E poi, a tempo scaduto, ecco che il procuratore Meroni ti sfodera l’altra perfomance quasi teatrale. Nel senso che i giornalisti notano sulla scrivania un disegnino scimmiottante quello mostrato dal presidente del Consiglio durante la presentazione dell’annunciata riforma della giustizia: ricordate? C’era la bilancia della Giustizia pendente dalla parte dei pm, a significare quel che secondo il premier è attualmente uno squilibrio nel processo penale a favore dell’organo inquirente. E dunque, il dottor Meroni mostra il disegno, anche questo con la bilancia che pende dalla parte di giudici e pm (e però tra parentesi c’è anche il nome di Yara, mentre dall’altra è scritto “cittadino” con sotto la scritta “presunto aggressore di Yara”. E poi spiega il significato: «La bilancia pende dalla parte di giudici e pm perché sono loro che devono scoprire i reati e che rappresentano le vittime, mentre tra i cittadini ci sono anche persone che li commettono». Come dire in sostanza che è giusta l’attuale impostazione, mentre invece se passasse la riforma del governo anche il delinquente (anzi, il “presunto” delinquente, come scritto nello schemino con un riflesso condizionato tragicamente esilarante) sarebbe messo sullo stesso piano della vittima. E attenzione, non è che sul punto uno deve per forza essere d’accordo con Berlusconi, figuriamoci, ma quest’uscita del magistrato stona malamente, soprattutto per la circostanza. Che poi Meroni è a Bergamo da circa sei mesi: prima esercitava alla Procura di Milano, e all’inizio del 2010 si scontrò - giuridicamente parlando, s’intende - con Niccolò Ghedini, che di Berlusconi è l’avvocato, di cui aveva disposto l’accompagnamento coatto per farlo testimoniare nel processo sull’illecita diffusione delle intercettazioni legate al caso Unipol. In ogni caso, tornando a bilance e giustizie, lo stesso Meroni ha subito precisato che «quel che penso io sulla riforma non è rilevante, questo disegno è qui da quando in tivù è stato fatto vedere l’originale». Ma cos’è, signor giudice, ci prende per scemi? E ti vien da dire che allora è meglio Ingroia: almeno la sua opinione la sbandiera dal palco. Senza tanti disegnini".
"Aspettiamo che gli inquirenti facciano il loro lavoro, ma vogliamo sapere chi ha ucciso Yara". Questo il messaggio lanciato dal sindaco di Brembate, Diego Locatelli, dopo l'intervento del procuratore capo di Bergamo, Massimo Meroni. Le sue parole, ha detto Locatelli, "non mi hanno entusiasmato ma sinceramente non mi aspettavo molto di più. Si capisce che non hanno niente in mano. Lasciamoli lavorare e aspettiamo"."Siamo ancora in tempo, ma la richiesta che abbiamo formulato subito dopo il ritrovamento di Yara, interpretando anche il pensiero dei suoi genitori, è tuttora valida e legittima: vogliamo sapere chi è stato. Rispetto la professionalità di tutti - ha aggiunto il sindaco - ma anche loro dovranno rendere conto della loro competenza e della loro responsabilità". In merito alla possibilità che ad uccidere Yara possa essere stato qualcuno che non vive in paese, Locatelli ha commentato: "Ancora non si sa nulla al riguardo e il fatto di sapere che forse l'assassino non è del paese non mi rende più o meno contento. Sono pronto a qualsiasi soluzione".
In questa vicenda non manca la denuncia di due agenti: "Non c'è coordinamento nelle indagini". La lettera aperta di due persone appartenenti alle forze dell'ordine impegnate sul campo nelle ricerche di Yara che scrivono, in forma anonima, al quotidiano "L'Eco di Bergamo". "Avvertiamo un livello tale di rabbia e scoramento che non ci possiamo più esimere dal non esprimerlo", si legge nella missiva. "Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad una gestione delle indagini da parte degli inquirenti perlomeno discutibile e oggettivamente farraginosa e, non da ultimo, improduttiva. Senza gettare la croce addosso a nessuno (buona fede ed impegno non sono in discussione), forse la chiave di questo insuccesso investigativo è da ricercarsi nella cronica assenza (storica) di sinergia tra carabinieri e polizia. (...) Sconcertante, inoltre, e non possiamo davvero sorvolare sulla questione, la direzione e la conduzione delle indagini affidata alla magistratura che, alla prova dei fatti, si è dimostrata impreparata o per lo meno avventata nel suo incedere".
"Una gestione discutibile. Sottolineiamo questo, sgombrare il campo da strumentalizzazioni di sorta o di parte e il sorgere di sterili polemiche prive di spirito costruttivo. Ispirandoci a Martin Luther King, che sosteneva che «le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano», nemmeno noi in questo momento possiamo restare in silenzio. Potremo sbagliarci, ma negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad una gestione delle indagini da parte degli inquirenti perlomeno discutibile e oggettivamente farraginosa e, non da ultimo, improduttiva. Senza gettare la croce addosso a nessuno (buona fede ed impegno non sono in discussione), forse la chiave di questo insuccesso investigativo è da ricercarsi nella cronica assenza (storica) di sinergia tra carabinieri e polizia. Dualismo deleterio. La questione è annosa e di vecchia data, ma si ripropone in maniera antipatica e puntuale, eppure non si riesce a comprendere quando questo Paese capirà (ed ammetterà) quanto sia deleterio il dualismo tra due forze dell'ordine che invece di condividere mezzi, uomini e risorse, finiscono per nascondere alla controparte informazioni ed indizi, con l'unico risultato di non raggiungere mai il traguardo consolandosi che nemmeno i cugini (di un versante o dell'altro) sono riusciti a raggiungerlo. Semplicemente avvilente! Il caso della scomparsa di Yara prima e della scoperta del suo povero corpo deturpato, ha di nuovo portato alla ribalta il problema: il palese conflitto di interessi e attribuzioni tra i vertici dell'Arma dei carabinieri e della polizia di Stato, che determina, con puntualità ossessiva, una chiara, evidente dispersione di forze e di energie, a discapito della scoperta della verità d'indagine. Sconcertante, inoltre, e non possiamo davvero sorvolare sulla questione, la direzione e la conduzione delle indagini affidata alla magistratura che, alla prova dei fatti, si è dimostrata impreparata o per lo meno avventata nel suo incedere, come testimoniato in modo eclatante nella circostanza dell'arresto di un cittadino straniero (determinato da un'errata traduzione di una conversazione telefonica) rintracciato a bordo di una nave fatta rientrare apposta nelle acque territoriali italiane (!). E non da ultimo, come non citare le circostanze (evidenziate ampiamente da numerosi organi di stampa) del nuovo sequestro, a distanza di giorni, dell'area del ritrovamento del cadavere di Yara per l'effettuazione di rilievi scientifici chiaramente ormai «inquinati» dal libero accesso di giornalisti e gente comune dei giorni precedenti. Ad ogni modo, al di là delle questioni prettamente tecniche ed investigative, la drammatica ed assurda vicenda dell'assassinio della piccola Yara ha indelebilmente segnato tutta la società civile e spolverato ogni coscienza, nessuna esclusa. Proprio per questo motivo, la magistratura e le forze dell'ordine avrebbero, anzi «hanno», il dovere di fare il loro dovere nel massimo della trasparenza, assicurando alla giustizia colui (o coloro) che hanno commesso l'omicidio o che ad esso sono connessi. Questa lettera non è uno sfogo ma solo un'ammissione pubblica che se le cose a volte non vanno come dovrebbero, le responsabilità non si possono sempre camuffare. È troppa l'amarezza per l'evoluzione della vicenda, dal punto di vista investigativo, e per quello che, ahinoi, ci ritroviamo a vedere da chi osserva da una visuale privilegiata come la nostra. Troppa, per continuare a comprimerla nel silenzio."
Il marocchino disse: "Uccisa davanti al cancello". Riporta Panorama che Mohamed Fikri, il marocchino arrestato in un primo momento il 4 dicembre 2010, durante una telefonata alla fidanzata registrata dai carabinieri disse: "L'hanno uccisa davanti al cancello". Questa conversazione non venne inserita nel fascicolo riguardante il muratore. Secondo quanto riporta il settimanale il pm non avrebbe nemmeno mai chiesto conto della frase durante l'interrogatorio del 6 dicembre. Fikri era finito in cella per un'altra telefonata, ma in quel caso le sue parole vennero tradotte erroneamente e quindi fu liberato.
Gli investigatori lavorano nel silenzio e mettono insieme i tasselli di un puzzle che è tutt’altro che completo. Su uno dei guanti neri con le pailettes ritrovati nella tasca del giubbotto Hello Kitty di Yara ci sono due profili genetici, tracce di dna di un uomo e di una donna. «Due profili che non appartengono alla bambina, ai famigliari, alla cerchia stretta di chi la conosceva o alle persone già note ai database della polizia», ammette il magistrato. Impossibile pensare ad allargare a chissà chi la ricerca. Impensabile un’ipotesi di lavoro privilegiata: «Non ci sentiamo di escludere alcun sospettato in tutto il mondo».
Si capisce che è un paradosso. E’ chiaro che nella testa degli investigatori c’è l’ipotesi che Yara conoscesse e si fidasse della persona con cui sarebbe salita in auto prima di sparire nel buio di una strada deserta. «Non abbiamo elementi per dire che l’aggressore fosse una persona sola o di più», evita ogni certezza il magistrato. L’ipotesi che Yara sia stata vittima di un’aggressione sessuale è appunto solo un’ipotesi: «Yara è stata ritrovata vestita. Solo il reggiseno che aveva indosso era sganciato. Ma non ci sono segni evidenti di violenza sessuale». Medici ed esperti sono ancora al lavoro per accertare anche questo. Ci vorranno settimane, forse mesi, forse non si saprà mai.
Al momento non è nemmeno chiaro come sia morta Yara. Il magistrato fa l’elenco dei pochi risultati fino a questo momento: «Sul corpo di Yara sono stati rilevati tagli ai polsi, sul collo, sul dorso e sulle gambe. Non sembra che siano la causa della morte perché sono molto superficiali. Ci sono segni di contusione di origine incerta al capo e al volto, provocate da un corpo contundente, da percosse o da una caduta. La morte non è avvenuta né per dissanguamento né per soffocamento». Di sicuro Yara è morta in quel campo di Chignolo d’Isola a nove chilometri da casa dove è stata ritrovata per caso tre mesi dopo. Di sicuro l’assassino che conosceva la zona l’ha portata lì e lì l’ha abbandonata, con la certezza di averla uccisa e invece Yara potrebbe essere morta pure di freddo dopo ore.
Dalle 18 e 44 di venerdì 26 novembre 2010 quando dal cellulare LG di Yara parte un ultimo messaggio a un’amica - «Ci vediamo domenica», risponde lei o chi è con lei - a quando finisce nel campo di Chignolo d’Isola, dove ci sono ancora i nastri bianchi e rossi degli investigatori e qualche fiore appassito e biglietti commossi oramai scoloriti, è il buio assoluto. Il niente in cui si va a tentoni per cercare di capire quello che può essere successo a questa ragazzina di tredici anni. Si è fantasticato sui segni lasciati sulla sua schiena con un coltello. Una specie di croce di Sant’Andrea sopra due linee parallele. A qualcuno è venuto in mente che potesse essere un simbolo esoterico. Il procuratore aggiunto di Bergamo ci crede pochissimo: «I segni sulla schiena sono casuali. Qualunque segno compone un disegno, non c’è nulla per dire che sia una cosa deliberata. Non mi risulta che siano stati sentiti esperti di questione esoteriche. Non sappiamo nemmeno se quei segni con un coltello sono stati fatti prima o dopo la morte». Anche i pantaloni leggins neri che Yara indossava la sera della scomparsa e con cui è stata ritrovata tre mesi dopo sono tagliati in vita e più sotto. Gli slip che Yara indossava sono tagliati in corrispondenza delle ferite sul dorso. «I segni sulla schiena sono coerenti», rivela il magistrato. Ed è una delle poche certezze di questa indagine sulla morte di Yara, la cui fine non è ancora stata scritta e chissà se lo sarà mai. Al procuratore aggiunto di Bergamo non resta che sperare nelle analisi scientifiche che devono essere ancora terminate: «Andiamo avanti a lavorare. Non abbiamo ipotesi privilegiate». Il magistrato aspetta una svolta che potrebbe sempre arrivare. I genitori di Yara aspettano di poter presto celebrare i funerali della loro figlia. E chi quella sera l’ha uccisa, a questo punto, spera di non essere mai scoperto.
Intanto «La messa la celebra don Gustavo, il curato. Io non farò neppure l’omelia e non dirò più nulla in pubblico su Yara. Voi giornalisti avete strumentalizzato le mie parole». E’ nervoso, don Corinno Scotti, parroco di Brembate di Sopra. Da giorni evita i contatti con i giornalisti. Non spiega, non puntualizza. Si sottrae e basta. E gli abitanti di Brembate di Sopra dove abitava Yara raccolgono firme perché, ancora una volta, venga tolto l’assedio delle televisioni.
CASO
YARA GAMBIRASIO:
Venerdì 26 novembre 2010,
scompare
Yara
Gambirasio. La scomparsa di
Yara
Gambirasio
è diventato un caso mediatico. Le troupe televisive di tutti i più importanti
telegiornali d’Italia hanno messo le tende a Brembate Sopra. Dopo il giallo di
Avetrana si accendono i riflettori su un’altra storia che vede protagonista una
ragazzina scomparsa, una storia dai contorni misteriosi, una storia da dare in
pasto ai telespettatori dei vari
Pomeriggio 5, Chi l’ha visto,
Domenica In, Studio Aperto, ecc..
Memori del caso di
Sarah Scazzi, le forze
dell’ordine hanno deciso di transennare la via in cui abita la famiglia
Gambirasio per evitare l’assalto dei giornalisti. Che si sono posizionati a
poche centinaia di metri dall’abitazione, a metà strada dal centro sportivo dove
la ragazzina è stata vista per l’ultima volta. Sono stati allestiti vari studi
televisivi mobili, proprio come è successo per mesi ad Avetrana. E come per il
giallo di Sarah i giornalisti sono pronti a darsi battaglia a colpi di
esclusive, anche a discapito delle indagini ufficiali. Domenica un vicino di
casa 19enne ha raccontato a News Mediaset di avere visto Yara
parlare in strada con due uomini. Dopo qualche ora però il ragazzo, sentito
dagli inquirenti, ha ammesso di non ricordare bene la scena. Ora rischia una
denuncia per essersi inventato tutto. Il volto di Yara è su tutte le prime
pagine dei giornali. Tutta la
comunità
di Brembate Sopra è impegnata a garantire la tranquillità dei genitori di Yara
Gambirasio, assediati dai mass media provenienti da tutta Italia. In prima fila,
l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Diego Locatelli, il quale ha
emesso un’ordinanza ad hoc con la quale ordina la chiusura di via Rampinelli, la
strada dove risiedono il papà, la mamma, i due fratelli e la sorella della
13enne scomparsa. «Basta parlar male di mia figlia» - Lo sfogo della mamma di
Yara sul “L’Eco di Bergamo” -
«No, Yara con questa storia non c'entra: non è scomparsa volontariamente, non lo
avrebbe mai fatto». Sono le parole di Maura, la mamma della tredicenne
scomparsa, che ha ribadito con forza quello che già aveva sottolineato il giorno
successivo alla sparizione misteriosa di sua figlia. «Un colpo di testa? Non è
proprio da lei», aveva detto. Poi, lo sfogo: «Su questa vicenda si sta
cominciando a fare troppa pubblicità negativa – ha dichiarato – sia nei
confronti di mia figlia, sia nei confronti di Brembate Sopra, che non lo
merita». «Non abbiamo ricevuto alcuna novità per il momento, restiamo in
attesa», ha detto la mamma di Yara. Sono ore di grande angoscia per la famiglia
Gambirasio, chiusa nel silenzio all'interno dell'abitazione di via Rampinelli,
ormai assediata da un esercito di cronisti. Il sindaco è dovuto ricorrere
perfino alla firma di un'ordinanza, che vieta ai furgoni della diretta Tv di
avvicinarsi: si può passare soltanto a piedi e a gruppetti di poche persone.
Quel che è certo, dice la famiglia, è che Yara è sparita contro la sua volontà,
non è sicuramente scappata. Nessun litigio, nessun brutto voto a scuola, nessuna
delusione: nulla al momento è emerso che possa giustificare una simile ipotesi.
«Yara – aveva già spiegato la madre Maura – aveva da poco ritirato la pagellina
scolastica (frequenta la terza media, ndr) e i voti erano tutti molto buoni.
Anche dalla ginnastica ritmica ha sempre avuto tante gratificazioni. Vive solo
per la ginnastica e per la sua famiglia». La mamma di Yara fa l'educatrice
all'asilo nido comunale di via Solata, a Bergamo, in Città Alta. Il papà invece
è geometra per una ditta di Brembate Sopra. Seconda di quattro figli (ha una
sorella maggiore e due fratellini più piccoli), Yara ha riscosso ottimi
risultati nel suo sport, fra cui una medaglia d'oro ai campionati nazionali di
Fiuggi nel 2009 e un successo nel 2010 a Pesaro. Dall'abitazione non mancherebbe
nulla di Yara, vestiti compresi: altro motivo in più per escludere – dice la
famiglia – l'ipotesi di un allontanamento volontario. «Sulla vicenda di mia
figlia – ha detto Maura riferendosi alle tante ipotesi giornalistiche che si
susseguono sui media – si sta facendo una cattiva pubblicità e si inizia a
sentire di tutto. Una cattiva pubblicità che purtroppo coinvolge anche Brembate
Sopra, che certo non lo merita». I media si sono prodigati a definire i
bergamaschi come poco collaborativi. Con Sarah Scazzi si parla di Avetranesi
omertosi, con Yara si parla di Bergamaschi muti. La sol colpa dei cittadini è
non riferire in esclusiva a loro qualsiasi notizia utile allo scoop mediatico.
Yara Gambiarasio una giovane e attraente ragazza è scomparsa senza dare notizia
ai genitori. Scomparsa improvvisamente. Da Avetrana a Brembate Sopra, si
capovolge l'obiettivo della telecamera e con affanno inizia un'altra caccia al
Lupo, all'uomo o al branco che potrebbe averla uccisa e seviziata, perchè
purtroppo le ipotesi degli inquirenti sono queste. Da Avetrana ci torna in mente
la lezione di mamma Concetta Scazzi, quando intervistata in televisione ripeteva
nei giorni prima del ritrovamento del corpo della figlia Sarah: in circostanze
di questo genere dovete indagare anche su di me, sui miei familiari più
stretti." Dove è finita Yara Gambirasio? Gli inquirenti questa volta metteranno
sotto sorveglianza i parenti più stretti e gli amici di scuola? Comunque il 4 dicembre 2010
un tunisino bloccato nella notte su un traghetto è in stato di fermo con
l'accusa di omicidio. Secondo gli inquirenti, l'uomo avrebbe sequestrato e
ucciso la ragazza occultando poi il suo cadavere.
Il tunisino
sarebbe un muratore al lavoro nei cantieri del bergamasco e in particolare
avrebbe lavorato a Mapelloi nel cantiere del centro commerciale dove i cani
avevano portato gli inquirenti sulle tracce di Yara. L'uomo era tenuto d'occhio
dagli investigatori dall'inizio della vicenda subito dopo la scomparsa della
ragazzina. "Che Allah mi perdoni, ma non l'ho uccisa io". Secondo indiscrezioni,
sarebbe stata questa frase, intercettata al telefono, a convincere i Carabinieri
che investigavano sulla scomparsa di Yara Gambirasio della responsabilità del
magrebino sottoposto a fermo per sequestro di persona, omicidio e ora anche
occultamento di cadavere. Pare che i sospetti fossero indirizzati nei suoi
confronti quando l'uomo si è assentato dal lavoro nei giorni successivi alla
scomparsa di Yara. L'uomo lavorava proprio nel cantiere del centro commerciale
di Mapello dove i cani avevano più volte condotto gli investigatori. Intanto sale la
tensione in paese e arrivano i primi segni di intolleranza a Brembate Sopra.
Quando si è sparsa la notizia del fermo di un operaio magrebino di 23 anni con
l'accusa di omicidio, sequestro di persona e occultamento di cadavere, davanti
alla casa della ragazza si è fermato un suv Audi dal quale è sceso un uomo che
ha inalberato un bersaglio con la scritta 'Occhio per occhio, dente per
dente'."Non ne possiamo più di questi immigrati - ha detto -, devono tornarsene
a casa loro". Anche un'altra persona è arrivata davanti Villa Gambirasio urlando
contro il presunto omicida. "Io non ce l'ho con lui perché è uno straniero - ha
detto - non mi interessa di che razza sia, voglio però che sia fatta giustizia,
vorrei che facessero a lui quello che ha fatto alla ragazzina". Brembate Sopra è
un Comune di 7.800 abitanti da anni guidato da una giunta del Carroccio. "Qui
non siamo razzisti - ha aggiunto un'altra signora passando - ma ci piace
l'ordine e la tranquillità e qui non era mai successa una cosa come questa". Intanto sulla
stampa:"Bergamo omertosa perché non fa i reality su Yara".
Ecco come Matteo Pandini, giornalista bergamasco, su Libero replica al collega
del messaggero e anche alla mamma di Sarah Scazzi. Pensate che scandalo: gli
inquirenti lavorano in silenzio, i familiari non parlano, i vicini di casa non
si eccitano vedendo le telecamere.
Dovrebbe essere normale, tanto più in una situazione drammatica
come la scomparsa di una tredicenne, uscita dal centro sportivo del paese e
ingoiata dal buio, e invece qualcuno parla di «omertà».
Era il 26 novembre. Da allora, Yara Gambirasio sembra evaporata. Ricerche,
controlli, domande. All’esterno non è trapelato nulla, o quasi. Pochi giorni
dopo, era saltato su un 19enne vicino di casa di Yara, che a favore di tv aveva
raccontato la balla di aver visto la ragazzina, in compagnia di due adulti e
accanto a un’auto con le quattro frecce accese. Era una sciagurata bugia,
ritrattata nel giro di poche ore.
Dato che non esce nulla di concreto e il circo mediatico - tenuto
distante da casa Gambirasio - non sa cosa spremere, ecco che tra una falsa pista
e un’interpretazione fantasiosa fioccano le analisi sociologiche. Che accendono
l’ennesimo, inutile, derby Nord-Sud. Si paragona la leghista Brembate Sopra all’Avetrana
di Sarah Scazzi. O a una roccaforte della mafia.
A parte Massimo
Gramellini, che sulla Stampa ha elogiato la sobrietà della famiglia Gambirasio,
sul paesino bergamasco stanno piovendo le prediche di chi definisce quella
comunità «una sorta di Corleone del profondo Nord» (lo ha fatto il Messaggero).
Concetta,
madre di Sarah
- uccisa, ritrovata in un pozzo dopo
quaranta giorni e per il cui omicidio sono sospettati lo zio Michele e la cugina
Sabrina - ha detto: «In quel paese i familiari non parlano». E poi: «Nessuno ha
visto niente, sono tutti chiusi. Se lo avessimo fatto noi che siamo del
Meridione ci avrebbero definito omertosi». La signora merita rispetto, se non
altro per il dolore e la tragedia che l’hanno colpita, ma proprio la vicenda di
Avetrana dovrebbe insegnare. Piuttosto che tante sceneggiate tv, meglio un
silenzio rispettoso. Piuttosto che finte lacrimucce sparse nei salotti del
piccolo schermo, meglio qualche dialogo riservato con gli inquirenti.
A Brembate Sopra non è vero che nessuno parla. Non lo fanno con i
giornalisti, a parte lo sciagurato 19enne che abbiamo citato. I testimoni sono
decine. Un centinaio le persone ascoltate. L’altro giorno pure un boliviano
irregolare, vincendo la paura di essere espulso, ha contattato i carabinieri
perché convinto di aver
visto Yara. Molto probabilmente è un abbaglio, ma dietro una facciata silenziosa
c’è una comunità che si muove, cerca, prega.
D’altronde, se nessuno ha visto cosa deve dire? Niente, appunto.
C’è la certezza che il paese stia coprendo qualcuno? Al momento, risulta di no.
Allora è meglio tacere. Ed evitare prediche.
Gli inquirenti hanno invocato uno sforzo di memoria. Ma qui si parla di una
giovane che, uscita dal centro sportivo a due passi da casa, s’è volatilizzata
in pochi metri.
Hanno messo in campo pure dei super-segugi, che la signora Concetta Scazzi ha
lamentato non essere arrivati ad Avetrana, quando si cercava la povera Sarah. Le conclusioni sono che la sobrietà ed il buon
senso dovrebbero essere adottate sempre e comunque da tutti i giornalisti. Così
come la ponderazione da parte dei magistrati. Così come la pazienza di aspettare
le sentenze definitive da parte dei cittadini. Ogni frase o ogni scritto
pronunciata dai media può influenzare l'opinione pubblica: quando gli eventi
riguardano noi, ma anche quando riguardano gli altri. Perchè gli altri siamo
noi. Dal resoconto sul caso di Sarah Scazzi, contenuto nelle pagine delle
tematiche territoriali di Taranto provincia, sembra che il trattamento mediatico
riservato ad Avetrana sia identico a quello riservato a Brembate Sopra. Nè il
primo paese, nè il secondo meritano cattiverie gratuite da chiunque proferite.
8 dicembre 2010. "Indagini da cani: Yara è un mistero". Questo è il titolo a firma di Giuseppe Sanzotta sul “Il Tempo”. Scarcerato il marocchino, le ricerche ripartono da zero. Ai carabinieri ora si affianca la polizia e dopo gli animali si dà peso ai testimoni. La storia di Yara ricorda da vicino quella di Sarah Scazzi. La frase di circostanza che si usa in questi casi è: si seguono tutte le piste. Come dire che non sanno che pesci prendere. Sì, perché la scomparsa di Yara, la tredicenne promessa della danza, resta un mistero. Chi l'ha presa? Dove l'ha presa? Cosa le ha fatto? Forse la sola drammatica certezza è che quella bambina sia morta. Certamente finché non si trova il corpo resta una flebile speranza, soprattutto nel cuore straziato dei genitori, ma polizia e carabinieri più che cercare un rapito, cercano un corpo senza vita, nei corsi d'acqua, tra le montagne di sabbia e sassi dei cantieri della zona, nei boschi. Cercano con quei cani giudicati infallibili che sembrano guidare le indagini. Sono loro che hanno portato a quel cantiere dove lavorava il marocchino fermato dopo un inseguimento in alto mare e poi rilasciato. Perché, ora si sa, hanno sbagliato a tradurre l'intercettazione, non si riferiva a Yara, non era in fuga, e il viaggio a casa era stato deciso da tempo. Come si fa a sbagliare così? Sembra impossibile. E ora si riparte, e l'impressione è che lo si faccia senza un programma. Così il guardiano di un cantiere, vicino a quello dell'azienda dove lavora il padre della ragazza, denuncia che da lui non sono state fatte indagini. E la macchina delle ricerche si sposta, passa tutto al setaccio. Viene trovato un telefonino, ma non è quello della ragazza. E c'è da scommettere che altri faranno nuove segnalazioni. Fin qui la gestione di tutta la vicenda non fa molto onore alle capacità investigative. Quel clamoroso abbaglio sul marocchino ne è la testimonianza. Torna alla mente la drammatica e quasi analoga vicenda di Sarah Scazzi. Fu schierato un esercito di esperti, ma senza il pentimento dello zio che fece di tutto per mettere i carabinieri sulle sue tracce, forse non avremmo scoperto un bel niente e il corpo sarebbe rimasto in quel pozzo per chissà quanto. Ma torniamo a Brembate di Sopra, qui la vicenda è ancora aperta. Il mostro è nei paraggi. Il sospiro di sollievo che hanno avuto in molti credendo di aver individuato nel marocchino fermato, l'assassino, è stato subito ricacciato indietro. L'intercettazione era un bluff, niente che potesse inchiodare il ragazzo. Ci sono testimoni, compreso il suo datore di lavoro, che affermano che all'ora della scomparsa era in servizio. A lui erano arrivati i cani, i soli detective di questa operazione, che avevano portato gli inquirenti nel cantiere e in particolare in un gabbiotto del guardiano del parcheggio di un centro commerciale in costruzione. È vero che c'era anche un testimone, un ragazzo di 19 anni che dava una versione diversa, aveva visto la ragazza in un altro luogo con due uomini e l'aveva vista vicina a una auto rossa. Non gli hanno creduto, i cani non gli hanno creduto perché da quella parte non sono mai andati. Così oggi si ripresenta il dubbio: hanno ragione i cani o quel testimone ridicolizzato? E non azzardiamo una risposta perché se i carabinieri credono ai cani, la polizia che ha avviato una indagine parallela prende in seria considerazione quella testimonianza. E la differenza non è da poco, perché se Yara stava effettivamente parlando con due uomini, dalla palestra aveva preso una strada diversa da quella che finisce al cantiere. Certo nulla toglie che possa esserci stata portata dopo. Di sicuro ora torna d'attualità la ricerca di due uomini. E di quella Citroen rossa. Così come quel furgone bianco che altri dicono di aver visto aggirarsi. E anche Fikri, il ragazzo marocchino, non è del tutto fuori dalla vicenda. Una confusione di ipotesi tra il dolore e lo sconforto di quei due poveri genitori che non sanno che fine ha fatto la loro bambina. E ora si chiedono anche perché è uscita da una porta secondaria della palestra. Qualcuno l'aspettava o qualcuno l'ha costretta. Un dubbio e una paura che ora hanno portato i genitori a non mandare più i ragazzi in quel luogo. Sospese le lezioni: non c'è sicurezza. O forse c'è solo tanta paura. A parte la psicosi, non del tutto ingiustificata viste le circostanze, resta angosciosa la domanda: cosa hanno fatto a quella bambina? Quanto avrà sofferto? Si è fidata di qualcuno che conosceva o è stata trascinata a forza? Se come tutto lascia temere è morta i suoi ultimi pensieri e forse le invocazioni saranno stati per i genitori, per la mamma. Così come è stato per Sarah. E questo pensiero aumenterà lo strazio, il dolore, la rabbia dei genitori. Verrebbe voglia di gridare a chi indaga di fare presto. Non siamo riusciti a prevenire ed evitare una mostruosità, almeno facciamo in fretta per togliere dalla circolazione quel mostro o quei mostri che ancora si aggirano liberi. E ci dobbiamo chiedere se da quel 26 novembre sia stato fatto proprio tutto il possibile, se nessuna segnalazione, testimonianza sia stata sottovalutata. Se non c'è stata una presunzione, la presunzione di chi segue una propria pista e per questo sottovaluta le altre. Ricordiamo che per Sarah si pensava a una fuga. E ricordiamo quell'episodio lontano dei fratellini di Gravina di Puglia. Ritrovati morti, caduti da un muro non lontano da casa. Eppure c'è chi pensò fin dall'inizio alla colpevolezza del padre, volevano incastrarlo invece di cercare quei due bimbi che agonizzavano a poche centinaia di metri da casa. Ora, con i cani o senza di loro, non solo Brembate, ma tutta l'Italia chiede verità e giustizia. Non un colpevole, ma il colpevole. Critiche anche da Massimo Martinelli de “Il Messaggero”. Almeno settanta ore di vantaggio. Che per un assassino in fuga sono un’enormità. Un regalo impagabile soprattutto per chi ha ucciso in preda ad un raptus. Di tipo sessuale, probabilmente. Perché consente al killer di riacquistare lucidità e pianificare una strategia di uscita. E’ questo l’effetto dell’errore da dilettanti allo sbaraglio che renderà difficile la caccia a chi, forse, ha già ucciso Yara. E’ come se gli investigatori di Bergamo fossero stati avvertiti con tre giorni di ritardo. Invece sono rimasti al palo per scelta, imboccando una pista che appariva suggestiva, ma che avrebbe dovuto suggerire alcune cautele in più. La verità è che hanno cercato il risultato immediato, l’arresto spettacolare, l’operazione mediatica. Anche se quel marocchino aveva un alibi granitico, che poteva essere verificato chiamando il suo datore di lavoro in un tempo inferiore a quello che è stato necessario per intercettare un traghetto in acque internazionali. E anche la telefonata indicata come unica prova per l’arresto: aveva un mittente, Fikri, e un destinatario. Che se fosse stato consultato subito avrebbe spiegato il motivo della chiamata. E fornito un contributo a tradurre la frase che invece è stata affidata ad un interprete di dubbia affidabilità. E ancora, Fikri aveva una fidanzata, che poteva informare i carabinieri che il viaggio in Marocco non era una fuga, ma era stato programmato da tempo. E che la decisione di gettare via una vecchia scheda sim era l’effetto di una scenata di gelosia, perché su quel numero continuavano ad arrivare telefonate di ex fidanzate. E’ vero, Fikri sembrava un uomo in fuga. Ma non lo era. E le indagini di polizia giudiziaria, come quelle della magistratura, non possono utilizzare un verbo all’imperfetto, ”sembrava”, per giustificare l’azzeramento dei diritti costituzionali. Non possono farlo mai. E se esistesse un termine più assoluto sarebbe il caso di utilizzarlo per la vicenda di questo marocchino, il cui arresto poteva scatenare una reazione xenofoba, che nel paese di Yara non c’è stata. Oppure finire sul tavolo di magistrati poco esperti e appiattiti sui rapporti della polizia giudiziaria. E non, come è accaduto, nelle mani di due donne che hanno avuto da subito la sensibilità tutta femminile di scavare negli occhi di Fikri. Sono le due uniche stelle che hanno vegliato sulla triste sorte di Fikri: un paese come Brembate dove ieri sera tre uomini al bar hanno visto un nordafricano sconosciuto e gli hanno offerto da bere, per solidarietà. E due donne che, con la toga sulle spalle, ci stanno davvero bene.
Dr Antonio Giangrande, presidente Associazione Contro Tutte le Mafie